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Speciale Varia di Palmi - Supplemento al n° 45 del Corriere della Piana - Periodico d’informazione della Piana del Tauro - Reg. Trib. di Palmi n. 85 del 16.04.1999

La Varia della Pace


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Piazza 1° Maggio - PALMI (RC)


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Non solo Palmi La Varia del 2016, sarà vista in tutto il mondo. Rappresenta non solo un momento di riproposizione delle secolari tradizioni religiose di Palmi, oggi divenute patrimonio immateriale dell’Umanità sotto l’egida dell’Unesco, ma anche una grande occasione di promozione e di valorizzazione del territorio con un positivo ritorno economico non solo per Palmi ma per moltissimi comuni della Piana che - grazie alla Varia - hanno registrato e torneranno a registrare il tutto esaurito.

Giovanni Barone, Sindaco di Palmi

Corriere della Piana

Speciale Varia di Palmi Supplemento al n° 45 del Corriere della Piana Periodico di politica, attualità e costume della Piana del Tauro corrieredellapiana@libero.it

Direttore Responsabile: Luigi Mamone

(Conferenza di presentazione dell’evento)

Vice Direttore: Filomena Scarpati Lettering: Francesco Di Masi Hanno collaborato: Rocco Militano, Giuseppe Randazzo, Teresa Galluccio, Francesco Lovecchio, Foto:

Sommario

Speciale Varia di Palmi Free’s Tanaka Press Grafica e Impaginazione: Stampa: Litotipografia Franco Colarco Responsabile Marketing: Luigi Cordova Cell. 339.7871785 - 389.8072802 cordovaluigi@alice.it - locordova@libero.it Editore Circolo MCL “Don Pietro Franco” Via Benedetto Croce 1 89029 Taurianova (RC) La collaborazione al giornale è libera e gratuita. Gli articoli anche se non pubblicati non saranno restituiti. Chiuso per l’impaginazione il 19 Agosto 2016

4 La Varia della Pace

5 La Varia del Giubileo e della Misericordia

6 Giubileo della Misericordia Uniti dalla Varia

7 La Madonna della Lettera 12

Poster della Varia e Preghiera alla Madonna

15 Il Sacro Capello 20 La storia dei Giganti 22 Frammenti di un giorno di festa


Editoriale

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Nel ricordo di Franco Tigano di Luigi Mamone

La Varia della Pace

Un messaggio universale di ecumenismo

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29 anni dalla ripresa della storia recente della Varia tante cose sono cambiate. Il mondo è un crogiuolo incandescente di lingue, di culture di razze e di religioni. Cosmopolitismo che però appare, purtroppo ben diverso da quello spirito di pace, di fraternità e di amore che muove l’iconografia della Varia. Basti pensare ai due “Giganti”: Mata e Grifone. Uno - parafrasando Montale - “nero d’Affrica” e l’altro di pelle chiara. Nell’insieme da secoli trasmettono un messaggio d’amore e di fratellanza fra i popoli: a prescindere dalla razza e della religione. Purtroppo i recenti avvenimenti terroristici degli ultimi mesi ci dicono che nuovi odi razziali e nuove divisioni su base religiosa rendono la pace tragicamente fragile e evidenziano ovunque aree di criticità. E’ un segno del tempo che passa o, vichianamente di corsi e ricorsi storici che si ripetono. La radice più antica della Varia rimanda ai tempi delle lotte fra cristiani e mori, alla battaglia di Lepanto e alle pandemie che facevano seguito ad ogni evento bellico di grande portata. Come l’epidemia di peste che mietè vittime a Messina poco prima che il Sacro Capello della Vergine venisse donato dal senato messinese a Palmi. Corsi e ricordi storici dicevasi. Anche oggi: non più con cristiani - crociati in armi per difendere il Santo Sepolcro ma semmai raggomitolati su sé stessi e preda di mille paure andiamo a celebrare una nuova edizione della Varia. Varia si spera della fraternità e dell’accoglienza. Varia che scardini le paure contro l’estraneo: il forestiero che potrebbe essere o diventare “Hostes”, ergo nemico. Varia, che lancia un messaggio di ecumenismo più che di cosmopolitismo per aiutare a comprendere e a demonizzare le ragioni dell’odio religioso degli integralisti. La Varia della Pace. Sarebbe bello venisse chiamata così questa

sofferta edizione 2016. Il tempo passa. Haimè! E qualcuno manca all’appello. I corsi della vita non perdonano. E’ vero. Questa è la prima edizione della Varia dopo la morte dell’indimenticabile Prof. Franco Tigano: il discendente del leggendario Padron Tigano che con la sua barca trasportò fino alla Marinella la reliquia con il Sacro Capello della Vergine. Lo avevo conosciuto nel 1987. Ci accolse a casa sua insieme al fratello e ad altri familiari mentre veniva preparata l’animella. Che si chiamava Manuela Romeo. Poi ci siamo ritrovati tante e tante volte. E non solo in occasione della Varia. Quando finalmente dopo 27 anni di ostracismi e di inspiegabili niet il documentario “Senza Sconzu Maria di La Littera” che avevo realizzato proprio nel 1987 venne finalmente proiettato nell’auditorium della Casa della Cultura, il Professore si commosse. Con la pudicizia di un ragazzo mi chiese se fosse possibile avere una copia del DVD. L’avrebbe mandata al fratello. Anch’esso ormai anziano. Ne avrebbe avuto piacere. Un uomo d’altri tempi. Un uomo speciale. Che mancherà a Palmi e al popolo della Varia. Voglio ricordarlo con le immagini dell’ultima Varia. Sul balcone della sua casa - assediata da migliaia di persone festanti fra musiche e gonfaloni e con già davanti il portone, il trono adorno di palme ad attendere l’uscita dell’Animella il giorno della scasata. Da quel balcone il Prof. Tigano guardava la folla e di tanto in tanto volgeva lo sguardo in alto: verso il cielo azzurrissimo di quel giorno d’Agosto. Verso quel cielo che sarà l’ideale tribuna dalla quale, molto più in alto di quanto noi - poveri mortali possiamo immaginare - seguirà la nuova scasata della Varia.


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La Varia del Giubileo e della Misericordia.

Ma la città insegue l’occasione di sviluppo turistico offerta dal Brand UNESCO della festa ?

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meno di tre anni dallo storico riconoscimento, da parte del Comitato Intergovernativo UNESCO, della Festa della Varia come patrimonio immateriale dell’umanità, la città di Palmi non ha ancora consapevolezza della grande e finalmente concreta occasione di sviluppo per passare dallo storico turismo sognato ed autoreferente, all’industria turistica moderna interessante i mercati nazionali ed internazionali. La Palmi, città turistica e della Varia riconosciuta dall’UNESCO, sembra infatti non comprendere appieno il valore delle feste della Rete delle grandi macchine a spalla e la vastità e completezza dell’offerta turistica estiva della Città, che ha il suo più efficace elemento d’attrazione proprio nei 15 giorni in cui si rinnovano gli antichi riti della Varia e che si concludono con la processione della Madonna della Lettera, dedicata al Giubileo della misericordia, il corteo storico, con la partecipazione anche delle rappresentanze istituzionali calabresi, e la scasata del 27 e 28 Agosto. Eppure, interessi economici e sociali e doverosa responsabilità verso la salvaguardia del patrimonio, dovrebbero convincere, unire ed esaltare tutte le categorie dei cittadini e le singole persone, oltre che nella gioia e nei sentimenti religiosi e solidali della celebrazione della festa della Madonna della Lettera, anche nell’utilizzo del riconoscimento UNESCO e nell’obbligo della protezione, tutela e trasmissione alle generazioni future degli originali valori patrimoniali culturali della festa che, da oltre un secolo, con sforzo unitario e devozione

popolare, chiede protezione mariana elevando l’Animella al settimo cielo. Il brand UNESCO infatti è di valore mondiale perché collegato all’ONU ed è percepito come garanzia di livelli di eccellenza: inoltre è trasferibile, come un formidabile elemento qualificante, all’intero sistema dell’offerta turistica del territorio. E poi, soprattutto sotto il profilo culturale, l’UNESCO educa alla tutela del patrimonio locale che rappresenta l’eredità del passato da trasmettere alle generazioni future, perché sia sempre fonte insostituibile di storia, di vita e di ispirazione. Di fronte a tutto ciò, le antiche divisioni sociali, contemporanee alla costruzione e presentazione della candidatura della Festa al riconoscimento UNESCO, collegate in massima parte a tentativi di prevaricazione dei ruoli di ognuno, e che sembravano superate dalla conquista del risultato, appaiono ora riprendere vigore in maniera irrispettosa delle Istituzioni, forse strumentalmente collegate con l’imminente rinnovo del consiglio Comunale. Il sistema imprenditoriale cittadino, percependo divisioni e contrasti, non collabora finanziariamente e, pur avendone i diretti benefici, lo fa molto meno di quanto invece facciano oculati imprenditori della Piana. La Regione non ha, inspiegabilmente, accolto la richiesta di riconoscere come festa regionale l’unico sito UNESCO della Calabria. Malgrado ciò i responsabili del Comitato, a partire dal Presidente Randazzo, assieme al Sindaco con tutta la burocrazia comunale, ai personaggi storici dell’evento, ed ai giovani ’mbuttaturi sono impegnati al massimo delle forze per garantire la migliore realizzazione della festa

di Rocco Militano Presidente del Club per l’UNESCO di Palmi

nel pieno rispetto delle tradizioni e nella sicurezza, coniugando, con le strategie promozionali a livello nazionale, le tante iniziative di intrattenimento, anche di elevata qualità, organizzate per soddisfare la devozione cittadina, la solidarietà civica e le aspettative delle migliaia di ospiti che in tutto il mese di Agosto vivranno il corso, le piazze e la villa di Palmi. E’ certo quindi che al rullare dei tamburi, ballanti i giganti e roteante il Palio, la calata du Cippu, il giorno di San Rocco alle ore 10, infonderà l’entusiasmo di sempre; che le corporazioni dei ’mbuttaturi rinnoveranno le loro serate di aggregazione; che il popolo parteciperà compatto alla scelta del Padreterno e della Animella; che il Sacro Capello risalirà dal borgo della Marinella per la processione della Madonna della Sacra Lettera patrona della Città; che al colpo di cannone delle ore 19 di Domenica 28 Agosto l’originale Varia meccanica di Giuseppe Militano “scaserà senza sconsu”, trascinata da 400 piedi scalzi, tra l’immensa folla festante, in un tripudio corale di fede e folclore. Sarà però assolutamente necessario, nei nuovi programmi amministrativi del prossimo quinquennio, che la classe politica, riuscendo a rappresentare anche la classe dirigente palmese, abbia la capacità di ricomporre l’unità e, al di là delle profonde trasformazioni epocali e culturali dell’oggi, di tracciare le vie dell’unico modello di sviluppo sostenibile della Città che appare immediatamente perseguibile e che è sempre più dipendente da Palmi città turistica e della Varia riconosciuta dall’UNESCO. E poi sempre “cu la paci, cu la paci, Maria di la Littera”.


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La Festa della Varia, una sfida esaltante

Giubileo della Misericordia di Giuseppe Randazzo Presidente Comitato Varia

I

l 28 Agosto, con la Varia del Giubileo della Misericordia, la nostra città diventa baricentro culturale, religioso, turistico dell’intera Regione. Con la scasata ed il trasporto della Varia si rinnova la più antica e radicata tradizione del popolo palmese. Il riconoscimento UNESCO della Varia di Palmi, condiviso con le altre città della rete (Nola, Sassari, Viterbo) proietta la nostra città in un contesto internazionale con delle prospettive turistiche, culturali fino a ieri inimmaginabili. La realizzazione della festa diventa una sfida esaltante che non dovrà limitarsi alla sola organizzazione della festa ma dovrà rappresentare un impegno sinergico tra comune, istituzioni, associazioni, cittadini che deve inorgoglire tutti i componenti ed i cittadini, che nello spirito della festa devono sentirsi protagonisti di un evento unico al mondo, vanto della nostra regione. Dietro la Varia ci stanno 500 anni di storia, di fede, di tradizioni popolari che hanno permesso a questa festa, unica al mondo, di diventare un patrimonio dell’umanità sottoposto a tu-

Uniti dalla Varia tela dall’UNESCO. Avere collegato la Varia del 2016 al Giubileo della Misericordia vuole richiamare con forza l’anima religiosa della festa della Madonna della Sacra Lettera nonché rievocare il Sacro Capello donato alla città di Palmi dal Senato Messinese al popolo palmese come segno di gratitudine per la generosità e l’accoglienza della città di Palmi verso la popolazione messinese piagata dalla peste. Capello che rappresenta la più preziosa Reliquia della nostra città. Questo prestigioso riconoscimento, se da un lato ha dato alla città e alla festa una visibilità che va oltre i confini nazionali, nello stesso tempo consegna ai cittadini una “Missione”, quella di diventare, nello spirito della Varia una città dinamica che sappia valorizzare le bellezze paesaggistiche, culturali, archeologiche (che al momento non producono ricchezza e posti di lavoro). Noi siamo e saremo arbitri del nostro destino. Nello spirito della varia che è inclusivo, collaborativo bisogna aggregare tutte le varie anime della città; albergatori, ristoratori, commercianti, imprenditori, cittadini.

La Varia non può e non deve esser strumento politico! E’ un patrimonio che appartiene alla città e al popolo palmese, va amata, difesa, sostenuta. Troppi luoghi comuni, troppe ingenerose e gratuite critiche sulla festa, che non sottrae risorse, che non confligge con l’ordinaria gestione della “cosa pubblica”, anzi al contrario porta risorse, lustro e prestigio ad una città che sembra abbia smarrito l’orgoglio, il piglio ed il senso di appartenenza. Il mondo Varia è fatto di uomini e donne, volontari non retribuiti, che amano la festa, la città e la sua storia, e che sottraendo tempo e non solo alle loro famiglie, si mettono al servizio della comunità per realizzare la festa più bella del mondo. Queste sono le ragioni che ci inducono a chiedere, l’apporto ed il sostegno di tutta la città, non solo economico ma anche di amicizia e di vicinanza, consapevoli di essere parte di un evento che esalta il ruolo e la tradizione della nostra città. Con la protezione della Madonna della Sacra Lettera, alla Quale chiediamo coralmente “Senza sconzu Maria di la Littara”


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La festa della Varia

La Madonna della Lettera

di Luigi Mamone

Retaggio della memoria storica cittadina

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ella “Palme” medievale non vi è più quasi nulla: fra terremoti e calcestruzzo solo la “Cittadella”, ancora resiste nella sua possenza di rocca sul mare Tirreno, fonte di traffici, di vita e di ricchezza e - con le incursioni saracene anche di morte e devastazione. Null'altro sopravvive della Città Medievale. Nulla al di là del sentimento e della immaterialità del ricordo - perpetuato e storicizzato - delle antiche tradizioni, che dicono di contaminazioni culturali retaggio di presenze arabe ed ebraiche, coniugate alle più antiche tradizioni cristiane, diventando espressione stessa dello spirito popolare palmese. La corsa della “Varia” è la più importante. “Varia” deriva da Vara - termine dialettale che significa Bara: il sepolcro che la Vergine Maria lascia per ascendere al cielo fra il tripudio degli apostoli, di angeli e cori celesti fra gli astri roteanti. La struttura attuale - fine ottocentesca frutto della passione del benemerito Vincenzo Militano ha caratteristiche pressocchè immutate rispetto ai suoi albori cinquecenteschi e si presenta come una struttura scenica imponente, - una sorta di cono con la punta rivolta verso il cielo, ricca di simbologie e allegorie che rimandano all’ascesa eterea della Madonna fra il tripudio degli apostoli, di angeli e cori celesti fra gli astri roteanti. La Varia è l’apoteosi delle celebrazioni in onore della Vergine Maria il cui culto

si sviluppò in Sicilia intorno alla lettera scritta dalla Madonna ai Messinesi nel 42 d.C. e consegnata ai messi della città insieme ad una ciocca dei propri capelli. Agli albori del culto mariano la Varia o Vara che dir si voglia non esisteva. In suo onore si cominciarono a tributare festeggiamenti in date diverse, ed infine - in maniera definitiva - il 15 Agosto. In questa data un vessillo, dapprima su un cavallo

e poi su un altissimo palo, veniva fatto girare per le vie della città unitamente a due giganteschi fantocci ancor oggi conosciuti come Mata e Grifone, ma in realtà probabilmente simulacri di Zancle e Rhea, i mitici fondatori di Messina. L’effige della Madonna, sembrava così protendersi verso una ideale ascesa al cielo. La Varia Palmese è successiva. Dopo la pestilenza iniziata nel 1571 e che per circa 30 anni mietè vittime fra le popolazioni costiere, i messinesi, riconoscenti per il continuo aiuto ricevuto dai palmesi, donarono alla città calabrese uno dei capelli della Madonna che custodivano fin dal 42 d.C. Da quel momento Palmi e i suoi abitanti legarono indissolubilmente alla

Vergine Maria il loro destino, e ad imitazione della bara messinese, realizzarono una struttura apparentemente simile: quella che ancora oggi è la “VARIA” più riccamente addobbata e soprattutto, animata da personaggi viventi che insieme alla partecipazione corale della città danno vita a una manifestazione di fervore religioso che non ha uguali nel mondo. La Varia di Palmi è viva perché il cuore dei palmesi palpita all’unisono con i battiti di quelli dei personaggi che a varie altezze sono collocati e saldamamente assicurati alla struttura. La vita della Varia, il materializzarsi dei valori immateriali che dopo centinaia di anni riemergono incorrotti e fortissimi è dato da queste presenze vive. La preparazione della Varia è lunga e complessa. Inizia il 16 Agosto - festa di San Rocco con la base della Varia, il “Cippo” che viene trascinato da moltissimi giovani dal deposito fino al luogo di allestimento della struttura: l’Arangiara, davanti il mausoleo di Francesco Cilea. Il cippo è un enorme basamento circolare in legno alto due metri e quaranta, munito di grosse travi e di un complicato sistema di pulegge e che, nella sua parte superiore, vedrà montato un antico telaio in ferro a forma conica che sarà la struttura portante della Varia. Al vertice del cono verrà inserita e saldata una lunga asta tubolare in ferro alla cui sommità verranno posti due seggiolini; il più basso, a quasi 15 metri


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L'Animella rappresenta per i Palmesi la figura della Vergine Maria

dal suolo, ospiterà il Padreterno: uomo vigoroso che ha il compito di rassicurare e proteggere l’Animella che siederà sul più alto, a 16 metri di altezza, e da qui benedirà la folla durante il percorso della Varia. La Vergine Maria è impersonata dall’Animella o “Animeddha”. Termine dialettale, questo, che rende meglio di ogni altra parola il significato dei sentimenti che la popolazione prova verso la fanciulla chiamata ad un ruolo privilegiato ma pericolosissimo e, cio non di meno, assai ambito per il significato di spiritualità e di sincera venerazione che i palmesi esternano verso la prescelta; scelta per impersonare la Vergine da una giuria popolare, costituita come vuole la tradizione in prevalenza da donne, fra una terna di candidate. La votazione avviene nella Villa Comunale. Molte migliaia come sempre i votanti. Dopo lo scrutinio la fanciulla scelta viene trionfalmente trasportata in Piazza I° Maggio per ricevere il primo saluto del popolo ancora - spesso - non completamente conscia dell’immagine che incarna agli occhi dei palmesi.

I riti della vigilia Il momento di spiritualità e di fervore mariano si accentua nei due giorni successivi: Funzioni liturgiche che si celebrano solo negli anni in cui viene allestita la Varia, l’ottava in onore della Madonna della Lettera e la processione del Trionfino con il reliquiario contenente il Sacro Capello della Vergine che da sempre viene trasportato dai marinai della confraternita di Maria SS. del Soccorso e che procede con un passo stranamente e volutamente ondeggiante per ricordare l’avventurosa traversata con il mare in tempesta di Patron Peppe Tigano sulla cui imbarcazione giunse da Messina, al reliquiario del Sacro Capello si accompagna il quadro della Madonna della Lettera, opera bizantineggiante di autore ignoto. Il giorno più lungo La processione del Sacro Capello prelude al giorno più lungo e più atteso. Quello della “scasata” della Varia - l’ultima Domenica di Agosto annunciati dal suono ritmicamente ripetitivo dei

tamburi che accompagnano i Giganti, il Cavallo e il Palio. I giganti Araldi di epoche lontane, sia pur agiograficamente, i giganti rimandano il pensiero al tempo delle lotte fra cristiani e mori. Il mito del gigante nero e della gigantessa. Cam, figlio di Noè, il primo; Rhea, madre degli dei maggiori, la seconda. Poi furono identificati in Zancle, Re dei Siculi e fondatore di Messina, e Cibele, dea greca delle messi. Fonti medievali narrano di un amore contrastato fra Hassam, pirata musulmano e Marta, fanciulla cristiana di nobile casata. Dopo aver tentato invano di rapirla, Hassam si convertì al cristianesimo e mutò il suo nome in Grifo da cui poi derivò Grifone. Dal 1061 si aggiunse il cammello o il cavallo a ricordo della cacciata dei mori dalla Sicilia da parte del Conte Ruggero e di Roberto il Guiscardo. Preceduti dal Palio i Giganti fanno sosta ad ogni incrocio della città. L’alfiere fa roteare vorticosamente la sua lunga asta fino a sollevarla verticalmente per far sventolare il grande vessillo con l’effige della Madonna e lo stemma della città. Personaggi ricchi di una colorita umanità, evocano un ideale concetto di ecumenismo e di pacifica fratellanza fra persone e popoli di origini e religioni diverse. Il Privilegio dei Tigano I discendenti di Padron Tigano da quasi cinquecento anni godono di un privilegio che spetta alla loro famiglia per essere stata, la reliquia del Sacro Capello, portata a Palmi dal loro antenato Padron Peppe Tigano. Casa Tigano diviene pertanto il nido di premurose attenzioni dove l’Animella trascorre la mattinata e le prime ore del pomeriggio. Circondata da tante persone


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e da mille attenzioni, l’Animella vive le ultime ore della vigilia con stati d’animo comprensibilmente diversi: incuriosita, lusingata, emozionata o forse intimidita dal pensiero di trovarsi da lì a qualche ora in cima ai 16 metri della Varia con una folla sterminata ai suoi piedi, che per un giorno, in lei identificherà la Madonna. La famiglia Tigano, prepara la bimba, ne cura la vestizione e la protegge dall’assalto dei curiosi, mentre in altri luoghi della città i componenti le corporazioni artigiane, ognuna con in testa il proprio stendardiere, cominciano a convergere, da quattro diverse direzioni, verso Piazza Primo Maggio. Riconoscibili per le fasce di diverso colore, i componenti delle 5 storiche corporazioni medievali cittadine: Artigiani, Marinai, Carrettieri, Contadini e Bovari ritrovano nei giorni della Varia lo spirito - anch’esso immateriale e anche esso reviviscente nell’orgoglio dell'unicità del loro ruolo di protagonisti della scasata. I membri delle corporazioni avranno il compito di spingere materialmente la Varia. Saranno i cosiddetti “'mbùttàtùri”: termine onomatopeico riconducibile ai fremiti che emetteranno nel corso del breve ma violentissimo sforzo cui si sottoporranno. Insieme a loro molte altre centinaia di volontari. Il loro sforzo, come quello degli 'mbùttàtùri, è breve e violento. Fa-

tica immane in nome della fede verso la Madonna e dell’orgoglio municipale che rivive coi fasti della Palmi medievale - che non c'è più. Non si vede. Ma è come se ci fosse. La processione d’inizio Nel primo pomeriggio - dopo che sul far del mezzodì la città sembra apparentemente vivere un momento di stasi: di silenziosa attesa. I palmesi in casa, tutti gli altri a gremire le vie senza clamori, quasi attenti a percepire i suoni o i segni del corteo che dalla Piazza Primo Maggio, con il Padreterno e gli altri figuranti destinati a prendere posto a diverse altezze sulla Varia si dirigerà a casa Tigano con il trono - adorno di foglie di palma e con in rilievo il monogramma della Vergine - sul quale verrà fatta assidere l’Animella. In Cattedrale il Parroco benedirà l’Animeddha impartendole, anche l’unzione per i defunti. Poi la processione giungerà all’Arangiara. Le strade sono gremite oltre ogni immaginazione. L’impressione è quella di un brulicante formicaio. All’Arangiara giungono tutti i protagonisti. L’entusiasmo del momento viene scandito da parte dei componenti le corporazioni con un riturale grida di esortazione : “Volìri, volàri a Varia havji a scàsàri” ! (***). Sul selciato sono state stese due grosse funi. Moltissime persone si accalcano per accaparrarsi un posto di

trascinatore in quel gigantesco tiro alla fune che è la parte iniziale della Scasata della Varia. Sulla struttura nel frattempo - ognuno nella propria posizione- sono stati sistemati i vari figuranti. Gli apostoli sulla base superiore del cippo insieme al Parroco che, per l’occasione indossa un abito liturgico rosso. A diversi livelli di altezza alcuni bambini che impersonano gli angeli; in alto - sotto l’Animella - il Padreterno. Cinque minuti prima della Scasata la fanciulla appare alla sommità dell’impalcatura che sostiene la Varia, viene aiutata a prendere posto e assicurata con le robuste fasce di sostegno. Contro lo sfondo del cielo d’Agosto, quasi sempre sereno, la veste bianca dell’animella si staglia contro l’azzurro risplendendo ed il suo manto ondeggia al soffio leggero del vento. Molte persone fra la folla levano alte esclamazioni di giubilo. Qualcuno piange; molte altre ripetono l’antica frase di augurio “Senza sconzu Maria di la Littara” ! (****) . In questo grido c’è la consapevolezza della pericolosità del ruolo cui la fanciulla è stata chiamata e, insieme, fede smisurata e infinito amore verso la Vergine. La scasata Tutto è pronto per la “scasata”. Un uomo sulla sommità della rampa fa dei gesti destinati a colui il quale dovrà far esplodere un grosso petardo - alcuni dicono un colpo di cannone - che darà il via alla forsennata corsa della macchina medievale. La folla trattiene il fiato fino alla forte detonazione del petardo. La contemporanea partenza lascia tutti irretiti, tanta è la rapidità con cui la pesantissima struttura scatta in avanti. Tutti gli uomini che tirano le funi di trascinamento o che dal di dietro spingono facendo forza contro le assi che sporgono


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Alle spalle della Varia la strada si riempie istantaneamente di migliaia di persone dal cippo sono protesi in un rush disperato. Pur trattandosi di oltre 400 persone la loro fatica è sicuramente immane; l’esaltazione fra la folla è al culmine, tutti gli occhi sono puntati sull’Animella: figura dapprima diafana che in lontananza gesticola e sembra veramente sospesa nel vuoto e poi, sempre più reale contro lo sfondo del cielo. La bambina saluta e benedice la folla in alcuni momenti con misura, in altri quasi freneticamente, mentre l’asta a cui la sua vita è assicurata oscilla violentemente. Contro lo sfondo del cielo l’Animella, oltre che la Vergine Maria protesa all’empireo, è anche la Regina di Palmi. Per un giorno. Il coraggio e la pericolosità che il ruolo richiede giustificano questo appellativo che premia ogni animella che, ad occhi aperti o chiusi, in qualche momento certamente preda di paure esorcizzate - forse - dalle parole e dalla vicinanza del Padreterno, ha dimostrato di ampiamente meritare. Alle spalle della Varia la strada si riempie istantane-

amente delle migliaia di persone fino a poco prima accalcate sui marciapiedi e sui balconi. Lo spettacolo è impressionante e nessuna parola potrà mai rendere appieno il significato e le pulsioni di questa straripante massa umana pervasa da curiosità, animata da esaltazione e da un sentimento di fede esploso in un fervore incontrollato carico di significati che affondano alla primavera del cristianesimo La fine della corsa Alla fine del Corso Garibaldi, là dove la strada culmina quasi a balcone sul mare, la Varia si ferma, di botto. L’Animella benedice il mare. Poi, dopo che il Padreterno avrà fatto ruotare di 180° il supporto su cui poggiano i piedi della bambina, la benedizione mariana scende anche sulla città e su tutti i suoi abitanti. Nel mentre, i portatori provvedono ad invertire le funi di trascinamento e subito dopo la Varia ritorna indietro affrontando l’ultimo tratto della sua corsa ed arrestandosi al centro

della Piazza Primo Maggio che, d’improvviso, si riempie di tutte quelle migliaia di persone fino a poco prima trepidanti, in lacrime, in preghiera o soltanto affabulate dallo spettacolo cui erano testimoni. Una scala dei Vigili del Fuoco viene accostata alla Varia. L’Animella viene slegata, la bambina è provata, quasi stremata saluta e ancora benedice la folla dopo essere stata nuovamente fatta sedere sul trono della Vergine. A questo punto la festa della Varia è finita. Tutto quel che segue non ha più il fascino e la tensione emotiva che circondano la Varia prima e durante la Scasata. Dopo l’ultimo saluto delle autorità e l’ultima ovazione all’Animella, la folla comincerà lentamente a diradarsi fra le luci rossastre del tramonto, che illumina la Piazza e la Varia che ormai sembra solo un fantoccio inanimato evocatore della fine di un giorno sempre atteso. **** Senza inconvenienti (o intoppi o disguidi) Maria della Lettera


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Teresa Galluccio

O Virgini di la Littara Maria, tornammu n’atra vota ‘ncasa Tua ca ‘ndi dasti la forza e la manera pè giriari la Varia cu la tò bandera. Cu fatica, grandi sforzu e cu suduri, portammu lu Triunfu pò stratuni. Senza sconzu e nuddhu ‘mpedimentu T’accumpagnammu cu grandi accoramentu pè benidiciri ‘mpopulu cridenti. Schiana lu caminu all’Animeddha, o Patraternu, a l’Apostuli, all’Angialeddhi. Danci aiutu e speranza e ‘mbuttaturi chi tezaru amuri e divuzioni. Tu proteggisti sempri stu Paisi ‘nta guerri, pestilenzi e terramoti e seppi sempi risurgiri, volandu gatu sutta l’ali Toi. Madonna di la Littara Maria, stu cori meu è chinu d’allegria se pensu ancora comu volarria mi ‘mbuttu natra vota ‘nvita mia. Se n’atr’annu campu, ma non haiu cchiù a forza comu ora, n’atra grazia ti cercarria ancora: mi vidu ‘nfigghiu meu...portari a Ttia e gridari com’a mmia: Viva Maria !

Preghera a Maria di la Littara

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Il Sacro Capello di Francesco Lovecchio

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uesto contributo vuole essere un piccolo tassello che va ad aggiungersi al grande mosaico ancora incompleto della storia della città, nella consapevolezza che l’aspetto religioso ha avuto un grande rilievo nella crescita economica, sociale e culturale della nostra comunità. Il passato glorioso è talmente ricco di avvenimenti religiosi, che hanno radicato e rafforzato nell’animo dei Palmesi il bisogno interiore di manifestare ai Santi Protettori la loro devozione. Per tale motivo molte delle processioni che ancora oggi si perpetuano nella città, hanno origini e radici così profonde che né il tempo né la memoria storica potranno mai cancellare. Alcune di queste manifestazioni che si svolgono in onore della Madonna e dei Santi, sono nate e legate a particolari avvenimenti storici e prodigiosi che è necessario conoscere per meglio coglierne il vero significato, onde evitare che possano apparire puramente folcloristiche. I festeggiamenti che si svolgono a Palmi in onore della Madonna della Sacra Lettera, che culminano saltuariamente con il trasporto della Varia, devono la loro esistenza al privilegio che ha la Città di possedere un Capello della Sacra Vergine. Come è ormai noto, l’8 Settembre dell’anno 42 d.C., la città di Messina aveva ricevuto una Lettera scritta dalla Madonna con la quale la Madre di Gesù Cristo prometteva di proteggere in eterno la città e gli abitanti. L’Epistola fu portata da Gerusalemme dai quattro ambasciatori che erano stati incaricati dal Senato di manifestarLe la conversione di tutto il popolo alla fede del Suo Figliolo Gesù Cristo morto sulla Croce. Non potendo andare di persona come forse avrebbe voluto, la Sacra Vergine volle mandare la Missiva ed anche alcuni Suoi Capelli. Nel 1582 il Senato di Messina, in segno di ringraziamento per l’aiuto che i marinai Palmesi avevano prestato durante la pestilenza del 1575, che portò alla morte oltre 40 mila messinesi, donò alla città calabrese uno di quei Sacri Capelli. Fino a qualche tempo fa la testimonianza dell’arrivo della Reliquia della Madonna a Palmi era affidata alla sola tradizione, non esistendo nessun atto dal quale si potesse conoscere qualcosa di più concreto. La tradizione vuole che fu trasportato con la barca di Patron Peppe Tigano dalla città dello Stretto alla Marinella di Palmi, senza che la memoria storica del popolo avesse tramandato altre notizie. Finalmente da qualche tempo il mistero è stato risolto almeno nella parte più importante, poiché consultando il Catasto Onciario del 1747, che è una sorta di elenco delle dichiarazioni dei redditi del tempo, ho individuato un riferimento molto importante dove risulta che l’Università di Palme spendeva ogni anno 100 Ducati, “Per la festa della Sagra Lettera e Protettrice per tre volte l’anno, cioè, ai 3 di Giugno, 11 Gennaro ed ultima Domenica di Agosto”. Da questa testimonianza si apprende che la Madonna della Sacra Lettera non solo si onorava l’ultima Domenica di Agosto, la cui data fu fissata nel 1733 dalla Sacra Congregazione dei Riti accogliendo

la volontà dei Palmesi, ma si festeggio anche il 3 Giugno per ricordare il giorno in cui la Madonna scrisse la lettera ai Messinesi. L’11 Gennaro, che non compare in nessuna circostanza od avvenimento storico, non può che avere una sola e logica spiegazione: è sicuramente il giorno ed il mese in cui Patron Peppe Tigano trasportò con la sua barca la Reliquia del Sacro Capello. Anche la figura di Patron Peppe Tigano e la cronaca dell’arrivo del Sacro Capello a Palmi sono ancora avvolti nel mistero perché non esiste, oltre alla tradizione trasmessa da padre in figlio, alcun documento dal quale si possa conoscere qualche notizia dello storico avvenimento. L’unico elemento che fino ad oggi ho scoperto, dal quale si apprende che quantomeno la famiglia Tigano era dedita al commercio marittimo, è fornito da un atto redatto il 2 Settembre 1811 dal notaio Nicola Zappone di Palmi, col quale Padron Filippo Tigani ha noleggiato, siccome noleggia la sua Barca, nominata Santissima Maria del Soccorso, della portata di salme trentotto e mezza di olio di ulivo, che al presente tiene stivati a terra in questa Marinella di Palme, al suddetto Signore Cirillo Minasi, sopradetta barca, equipaggiamento, equipaggio ed altro atto a navigare colli seguenti patti e convenzioni. …secondo: promette esso sudetto Patron Tigani riceversi nella sopradetta Marina il cennato carico di olio a misura e quantità come sopra, e caricarli sotto coperta di detta barca. Compiuto il carico dovrà esso Padron firmare la poliza di carico a misura, ed al primo buon tempo partire da detta marina, ed portarvi nel Porto di Napoli, ove dovrà fare la discarica… Le notizie scritte sui Capelli della Madonna non solo erano pressochè inesistenti a Palmi, ma addirittura lo erano a Messina dove, tranne qualche rara eccezione, quasi nessuno se n’era occupato nonostante siano state numerose le pubblicazioni diffuse quando si metteva in dubbio l’esistenza della Sacra Lettera. Sembra che diverse città calabresi abbiano avuto da Messina altri Capelli della Sacra Vergine per lo stesso motivo per il quale Palmi si onora di possederne uno. La tradizione vuole che l’aveva anche Bagnara mentre la presenza a Sinopoli è confermata dalla processione che si svolge per il Capello e la Madonna delle Grazie nei giorni 7 e 8 di Settembre. Giovanni Fiore da Cropani nella sua “Calabria Illustrata” del 1691 scrive che a Castelvetere, l’odierna Caulonia, si celebravano tre fiere di cui una ‘a 15 Agosto per la solennità di Maria Vergine Assonta e suo Capello…


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Uno degli storici che fece cenno ai Sacri Capelli della Madonna fu il Reverendo Padre Placido Samperi che nella sua straordinaria opera, “Iconologia della Gloriosa Vergine Madre di Dio Maria Protettrice di Messina” edita nel 1644, così scrive: “Habitarono in questo Monasterio (San Salvatore) della Lingua del Faro i Monaci di S.Basilio per lo spazio poco meno di 500 anni, con ogni Osservanza Regolare, governati da’suoi Archimandriti; avevano un’antichissima Libraria, e di molto valore scritta à penna in pergamenu, come hanno in presente, sebene al quanto scema, che si dice, ove sono diversi Padri, & Autori Greci di molto conto. Ricchissima era la loro Sacrestia per l’argento, vesti Sacerdotali, e Sacre Reliquie di Santi grandi, alcune delle quali havea da Costantinopoli portato S. Bartolomeo primo Abbate, & altre presentate da diversi Principi, fra le quali segnalare sono cinque buoni frammenti del Legno Sacratissimo della Croce, la Testa di S. Giovanni Crisostomo: la Testa di S.Filareto monaco dell’istessa Regola. Sotto il cui titolo è l’Abbadia di Seminara in Calabria, nomata di S. Filareto. Tre altre Teste delli Tre Fratelli Martiri, e cavalieri Guasconi, Alfio, Cirino, e Filadelfio; l’Osso di un braccio di S.Agata Vergine, e Martire Catanese, Ossa di una spalla di S.Barbara, una Costa di S. Pantaleone Martire, i nervi di una mano di S.Anna, del sangue di S. Demetrio Martire, il pollice di una mano di S. Cristofaro, con un Fragmento della verga d’Aron, una particella del velo della B.Vergine, con alcuni capelli di Lei, Ossa di S. Biagio Vescovo, e Martire, di S. Venere Vergine, e Martire, di S. Nestore Mart. e di S. Nicolò Vescovo di Mira, il Braccio di S. Bartolomeo Fondatore del Monasterio, & i Corpi intieri de’ Santi Nicandro, Demetrio, Gregorio, Pietro, & Elisabetta Anacoreti, Osso della spalla di Gerusalemme. Così fioriva questo Monasterio”. È lo stesso Samperi a fare ancora un riferimento alla Sacra Reliquia, allorquando descrive la processione del 3 Giugno 1636 voluta dai Messinesi per ringraziare la Madonna della Sacra Lettera che li aveva salvati dalla fame per l’arrivo prodigioso di alcune navi cariche di grano: “Veniva ulti-

mamente, sopra una ricca Bara, l’insigne reliquia de’ Sacri Capelli della B.Vergine, chiusi in un grande, e ben lavorato cristallo, antico Tesoro di questa Metropoli, da cui pendeva una lamina d’oro, ove scolpita si legge ‘Epistola scritta da Nostra Signora a’ Messinesi. Infinita era la gente venuta per la processione, la quale in muoversi la sacra Bara, alzò un grido con sospiri, e lagrime così spaventoso domandando misericordia, e perdono, che faceva raccapricciare da capo a’ piedi, non senza un divoto pianto”. Anche D. Pietro Menniti, Abate Generale dell’Ordine di S. Basilio Magno, fa riferimento ai Capelli della Sacra Vergine raccontando la stessa processione nel volume pubblicato nel 1720 dal titolo “L’antica, e pia tradizione della SAGRA LETTERA

della Gran Madre di Dio Sempre Vergine MARIA scritta alla Nobile, ed Esemplare Città di Messina”: …ch’essendo nell’anno milleseicentotrentasei afflitta da estrema fame la Città di Messina, ne fu per manifesto prodigio della Madre di Dio liberata: onde il Senato, ed il Pubblico Messinese per grata memoria di un cotanto benefizio si strinse con solennissimo voto a celebrar ciascun anno a’tre di Giugno la Festa della Madonna della Sacra Lettera colle

maggior dimostrazioni di pompa, e di divoxione, com’appare dal tenore del votivo Decreto, il quale hò voluto quì registrare, acciòp più chiamasi sveli al mio Reggitore la Pubblica Tradizione della Lettera. Deducatum in Sacro Ferculo Beatae Virginis Capillus Chystallo inclusus sub quo exemplare Epistolae ab imodase dependeat… In verità, gli 8 storici del ‘600 e del ‘700 erano impegnati a controbattere la tesi circa la veridicità della Sacra Lettera piuttosto che occuparsi dei Capelli della Madonna. Va da sé che mettendo in dubbio l’esistenza della Lettera, veniva di conseguenza messa in discussione anche la Reliquia. In effetti, uno degli argomenti che ancora oggi si presenta alquanto difficile da trattare è quello della veridicità della Lettera che la Madonna scrisse ai Messinesi, da cui nacque anche a Palmi il culto verso la Vergine e la tradizione della Varia. Quando vengono raccontati i motivi che stanno all’origine della secolare tradizione, vi sono delle persone che non nutrono dubbi perché sostenute dalla fede. Tante altre sono invece dell’avviso che L’Epistola che la Madonna inviò a Messina con alcuni Suoi Capelli, sia stata un’invenzione del tempo per avvicinare ancora di più il popolo alla fede Cristiana. La maggior parte degli storici antichi come Paolo Belli, il Cardinale Baronio, Pietro Menniti, Placido Samperi e tanti altri, nel momento in cui la contesa si fece molto accesa, cercarono di dimostrare con argomentazioni convincenti la veridicità della Lettera, sostenendo soprattutto la tesi secondo la quale San Paolo, prima che fosse condotto in catene a Roma nell’anno 59, era già venuto a Reggio Calabria ed a Messina nell’anno 41. Secondo i difensori della Lettera, San Paolo, giungendo nella città calabrese in tale anno, convertì il popolo alla fede di Cristo. Diffusasi subito la sua fama di Santità nella vicina Messina, fu invitato dal popolo della Città siciliana a rivelare anche a loro la parola di Dio. Dopo aver affidato la cura delle anime al suo discepolo Stefano di Nicea, nominandolo Vescovo di Reggio, San Paolo passò nell’isola sbarcando poco


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lontano dal centro della Città dello Stretto a causa delle forti correnti. Nel luogo dove approdò venne nel tempo eretta una piccola chiesetta e la rada di mare antistante fu chiamata “Cala di San Paolo”. Paolo di Tarso convertì anche il popolo ed i nobili del Senato di Messina, i quali, avendo appreso che la Madre di Gesù Cristo era ancora vivente e si trovava a Gerusalemme, decisero di inviarLe un’ambasceria per esprimere il loro conforto e solidarietà per il supplizio patito dal Suo Figliuolo sulla Croce. Dopo aver ordinato Bacchilo Vescovo di Messina, S. Paolo andò a Taormina dove incontrò il suo discepolo Pancrazio che reggeva quella chiesa, per poi accompagnare verso la fine dell’anno 41 gli ambasciatori presso la Vergine che si trovava in Palestina. I sostenitori del falso storico misero in dubbio la data della Lettera ritenendo che i copisti avevano cambiato di posizione la “L” dell’anno 62 (LXII) ponendola dopo la “X” (XLII) facendo così diventare l’anno 42 invece del 62, perché in quest’ultimo anno San Paolo non poteva trovarsi in Palestina in quanto era prigioniero a Roma. Nei secoli passati la delicata questione della Lettera della Madonna fu affrontata dai più grandi storici e teologi del tempo in quanto l’Abate Rocco Pirro, pubblicando nel 1638 “La storia della Sicilia Sacra”, ne mise in dubbio la veridicità sostenendo che il ritrovamento di una copia avvenuto nel 1490 era un falso. In tale anno il Senato di Messina aveva incaricato il celebre grecista D. Costantino Lascari di catalogare tutti i documenti antichi esistenti nell’Archivio Segreto del Senato, al fine di conoscere i tanti privilegi che la città aveva avuto durante la sua millenaria storia. Tra le tante carte esaminate il dotto greco rinvenne un esemplare della traduzione in lingua greca della Lettera della Madonna che, tradottala in latino, fu fatta pubblicare dal Senato in maniera che tutti i cittadini ne potessero prendere visione. I sostenitori dell’autenticità del fatto storico non si fecero attendere e incominciarono a controbattere le tesi del Pirro con la

pubblicazione di numerosi libri, mentre i più dotti religiosi si alternavano nelle chiese per convincere i fedeli dell’autenticità della missiva scritta dalla Madonna. Per interrompere l’accesa ed a volte violenta controversia, intervenne addirittura la Sacra Inquisizione che impose a tutti di manifestare liberamente le loro tesi senza trarne però alcuna conclusione, in quanto toccava agli stessi padri pronunciarsi sulla verità. Ma non era facile neanche per i Porporati dell’Inquisizione decidere quale fosse la verità considerando che dopo tanti secoli, durante i quali si sono susseguiti incendi, terremoti ed invasioni da parte di numerosi eserciti contrari alla religione cristiana, era impossibile che si fosse potuta tramandare l’Epistola o qualche importante documento che potesse contribuire a chiarire la verità storica.

Il più convincente tra tutti coloro che scrissero in difesa della Sacra Lettera fu Pietro Menniti che nella sua opera già indicata, riuscì a confutare in maniera efficace le argomentazioni sostenute da Rocco Pirro. Egli fece cadere l’accusa principale secondo la quale la Lettera era stata un’invenzione creata nel XVI secolo da Costantino Lascari, dimostrando che l’Epistola era stata già menzionata nell’anno 88 da Flavio Lucio Destro e che fu sempre tenuta nascosta dal Senato per non farla cadere nelle mani degli Imperatori Romani che si

erano accaniti contro i Cristiani. Uno dei loro peggiori persecutori fu Diocleziano che nel 302 ordinò addirittura che si bruciassero tutti i loro libri. Solo dopo l’editto di Costantino del 313, che permetteva a chiunque di professare la propria religione, i Messinesi riuscirono finalmente a manifestare liberamente la loro fede e la gratitudine verso la loro Protettrice. Secondo qualche testimonianza storica, una copia della Lettera era stata ritrovata nel 430 e, dopo tale data, se ne perse la memoria, anche perché arrivarono altri popoli che impedirono nuovamente ai Cristiani di manifestare liberamente la loro religione. D’altronde, basta pensare alle lotte iconoclaste volute dall’Imperatore Leone Isaurico che ordinò di distruggere tutte le Sacre Immagini, e facendo incendiare nel 726 la Biblioteca Bizantina dove erano raccolti circa 3.000 codici antichi. Nel 1100 la Sicilia fu finalmente conquistata dai Normanni che scacciando sotto le insegne del Papa i Saraceni dall’isola, diedero la libertà ai Messinesi consentendo così di ritornare alla lingua ed al rito latino. In quell’anno la Lettera ritornò ad essere ricordata in quanto ricomparve in una cantata popolare scritta in onore di Ruggero il Normanno che così recitava: La Città di Pelorus (Messina) fa festa per gli antichi caratteri di quella Gran Signora. Nello stesso anno la tradizione dell’esistenza dell’Epistola venne ancora menzionata in un libro sulla storia della Sicilia scritto dal greco Orofone. Nel 1715 Pietro Menniti riuscì a rintracciare una copia della Lettera scritta in lingua Araba con caratteri Siriaci, che era in possesso da Atanasio Safar Vescovo di Nardia in Siria. Il Vescovo dichiarò che l’aveva ereditata da Monsignor Ignazio Andrea, Patriarca di Antiochia e che a tradurla in latino se n’era occupato D. Giuseppe Assemanni, nobile Maronita, traduttore di Lingue Orientali della Biblioteca Vaticana. La veridicità della Sacra Lettera fu riconosciuta in tutti i secoli soprattutto per le indulgenze concesse da numerosi Pontefici quali: Urbano II (1088-1099); Paolo Quin-


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to (1605-1621); Urbano VIII (1623-1644), che il 3 Giugno 1642 celebrò a Roma una festa per la Madonna della Sacra Lettera nella Chiesa Nazionale di Sicilia, detta della Madonna di Costantinopoli; Alessandro VII (1655-1667); Clemente IX (1667-1669); Clemente X (1670-1676); Innocenzo X (1676-1689); Innocenzo XII (1721-1724); Clemente XI (1700-1721) e Pio IX (1846-1878). I pochi riferimenti storici citati non vogliono avere la pretesa di convincere qualcuno sull’attendibilità della Sacra Lettera della Madonna e del Sacro Capello. Il dato più tangibile è manifestato soprattutto dalla secolare devozione che i Palmesi riversano verso la Celeste Patrona e Protettrice della Città che, per i segni premonitori apparsi nella sua statua venerata sotto il titolo di Maria SS.ma del Carmelo, salvò la vita all’intera popolazione durante il terremoto del 16 Novembre 1894. La processione Qualche significativa informazione dalla quale si apprende come si svolgeva due secoli fa la processione del Sacro Capello e della Statua della Madonna della Sacra Lettera, è fornita dal seguente atto notarile redatto nel 1798 dal notaio Michelangelo Soriani di Seminara che ho scoperto anni fa nell’archivio di Stato di Palmi. Il 14 Luglio di quell’anno comparve davanti al notaio D. Nicola Mancusi della Città di Messina il quale si impegnava a consegnare in questa Città di Palme per tutto il dì 18 del prossimo venturo mese di Agosto di questo corrente anno 1798 alli Sig.ri Dottore D. Francesco Maria Sinopoli e D. Giuseppe Pedatella, due varette in una per servire alle due Pubbliche Processioni, nella Festività di Maria SS.ma della Sacra Lettera, l’una per la statua, e l’altra sovrapposta alla prima per la Processione del Reliquiario di Maria SS.ma giusto il disegno formato da esso Sig. Mancusi, e dal medesimo sottoscritto, che resta in potere di essi Sig.ri Proc.ri per l’esatta osservanza ed esecuzioni di detto disegno, per lo prezzo, e valore di ducati sessantanove, e colli seguenti patti e condizioni, nec aliter, nec alio modo etc. Primo, che dette Varette devono essere formate di legno di Pioppo, ben stagionato, e secco, per non dover patire coll’andar del tempo; assieme con le due stanghe pittate in olio, e quattro forcelle dell’altezza di un uomo, anche dipinte ad olio, di legno di faggio, con la forcella di ferro. Secondo, che l’altezza della prima Varetta dalla sua base, dedotti li piedistalli, fino all’estremità deve essere di palmi tre, e mezzo; e di vantaggio la seconda Varetta deve portare l’uguale altezza di palmi tre, e mezzo; con doversi invitare sulla prima con viti di ferro maschi e femine nel numero di quattro

viti a spese di esso Sig. Mancusi. Terzo, che dette due Varette formate giusto il disegno di sopraccennato, rimasto in potere di essi Sig. Procuratori debbano essere addorate ad oro zecchino di tutta perfezioni di matto, e lustro: eccettuati soltanto il fondo della zoccolatura, lisette Puttini, e le faccie dei quattro Serafini, e la fascia dello Zodiaco nella Palla, quali debbano essere di argento matti e lustri, imboniti, con la vernice data tre volte bianca, giacché il basso rilievo di detta zoccolatura, il panneggio alla capellatura di detti, Puttini, e Serafini debbano essere parimenti addorati di oro di zecchino come sopra, assieme con tutti il rimanente di dette Varette. Quarto, che le dette due Varette, fusse tenuto, ed obbligo esso Sig. Mancusi portarle a sue spese in questa Città, assieme colle stanghe, e quattro forcine allestite di tutto punto e perfezione per tutto il dì diciotto del suddetto mese di Agosto corrente Anno, per lo prezzo e valore di ducati sessantanove di questo Regno; unitamente con li quattro vitoni di ferro maschi, e femine, per invitarsi l’una, e l’altra Varetta, e finalmente un piccolo tondo di legname di tavolone sulla fine del globo con la sua vite maschio, e femina di ferro, per situarsi il trionfetto del Reliquiario. …e per ultimo, ch’esso Sig. D. Nicola Mancusi dovesse a sue spese formare una nuova zoccolatura alla statua di Maria SS.ma della Sacra Lettera da lui formata nell’anno passato affinché combaciasse colla prima Varetta, che oggi si forma… E finalmente dodici cornacopj di ferro con loro bottoni addorati ed imbrondanti, a mesure con le loro fimmanelle di ferro, per la seconda Varetta. La Manta d’argento della Madonna Il quadro della Madonna della Sacra Lettera non ha ancora il nome del suo autore, mentre la Manta che reca impressa solo la data del 1774, dovrebbe essere opera di argentieri siciliani dato che è del tutto simile a quella che ricopre la Madonna della Sacra Lettera di Messina. Ritengo sia importante far conoscere due testimonianze inedite, relative alla Manta che ho rinvenuto negli atti amministrativi comunali. Con delibera del 23 Ottobre 1862 il Consiglio comunale delibera il pagamento della riparazione della manta d’argento della Madonna della Sacra Lettera: Il Consiglio considerando che sebbene l’orefice incaricato dal Comune, per la riparazione della manta di argento della nostra Signora della Sacra Lettera è stato D. Rosario Neri, il quale con spirito patriottico contentassi ricevere in compenso i ducati cinquanta legati dal fu D. Carlo Baldari, pure nel vero il compenso fu troppo mite, di talchè il Signor Neri non ha potuto compensare regolarmente le fatiche pre-


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state dall’incillatore Signor Puntillo, il quel stretto dalla finanze di fortuna, con tutta moralità chiede una gratificazione del Comune per le fatiche prestate da lui nell’opera anzidetta. Considerato che l’orefice Signor Neri vi rinunciò ad ogni diritto, e lo stesso ritenne anche giusta la domanda del Signor Puntillo. E perciò il Consiglio ad unanimità di voti delibera la somma di ducati sei a favore di D. Filippo Puntillo per i lavori da lui fatti alla monta della nostra Signora della Sacra Lettera. Con il secondo atto datato 13 marzo 1869 la Giunta Municipale decide di far aggiustare la manta d’argento della Madonna e di custodirla in chiesa invece che nel Palazzo Comunale. Riunito il Decurionato di detto Comune di Palme sotto la presidenza del Sig. Guglielmo Romeo Baldari Sindaco, questi ha proposto che essendo un legato del fù D. Carlo Baldari, perché la manta di argento della Sacra Lettera a ciò si aggiustasse, questa opera di manda che fosse affidato all’orefice D. Rosario Neri perché d’ora in poi a magior riverenza senza più depositarsi nella casa dei Sindaci, la manta istessa si conservasse nella chiesa a lei intitolata. Il Decurionato delibera che la opera fosse assegnata al Sig. Neri cui si passerà la manta di argento e che la donazione quindi in poi fosse depositata nella chiesa madre in apposito luogo sull’altare maggiore chiudendola a doppia chiave una della quale passerà al Sindaco e l’altra all’ Arcidiacono.

La rievocazione dell’arrivo del Sacro Capello In occasione della Varia del 2008 si è verificato un evento storico straordinario destinato a lasciare un segno indelebile tra le più belle e significative tradizioni della città. Si può senza alcun dubbio affermare che la devozione dei Palmesi verso la Madonna della Sacra Lettera, Patrona e Protettrice della città, si è rafforzata ancora di più perché dopo oltre 400 anni si è rinnovata una manifestazione religiosa destinata a segnare una data storica per la città. Tutto ha avuto inizio nei primi giorni agosto in una sala dell’hotel Garden, dove si erano riuniti per programmare l’attuazione della rievocazione dell’arrivo del Sacro Capello della Madonna alla Marinella di Palmi, Giuseppe Vincenzi Presidente del Comitato Varia ed i componenti Nino e Giuseppe Anastasio, Saverio Pititto, Lillo Loiercio, Francesco Lovecchio e Mario Bagalà la cui scomparsa ha privato la città del suo più strenuo difensore. L’eccezionale manifestazione che si intendeva svolgere e che lasciava molti dubbi sul buon esito finale anche per i numerosi problemi che si sarebbero presentati, aveva però il significativo sostegno del nostro Arcidiacono Mons. Don Silvio Misiti che incoraggiava il ristretto comitato ad andare avanti. E’ grazie a lui se l’evento è stato portato a compimento, perché ha consentito che la preziosa Reliquia potesse uscire dal Duomo e ripercorrere per mare e per terra quell’antico tragitto che la portò da Messina a Palmi. L’attuazione della

manifestazione storico-religiosa è stata possibile anche per il contributo prestato da diverse persone come Giuseppe Dato, Giuseppe Brando ed Antonio Tedesco, che hanno messo a disposizione la loro bella barca e da Franco Tigano che, come fece il suo antenato, ha portato a riva il Capello. Giunto a terra il Sacro Capello è stato collocato su un trionfino e trasportato dalla Marinella alla Motta dal compianto Amedeo Saffioti, da Saverio Saffioti, da Giuseppe Brando, da Fabio Naso, Giuseppe Anastasio ed altri giovani, per poi essere sistemato sopra il suggestivo vascello costruito nel 1996 da Nino Anastasio e dal figlio Giuseppe. Sono stati poi i confratelli della Confraternita di Maria SS.ma del Soccorso ed i giovani della corporazione dei marinai della Varia a trasportarlo fino al Duomo. L’imponente processione alla quale hanno preso parte migliaia di fedeli, dopo aver percorso lo stesso tragitto di quel lontano 11 Gennaio 1582, si è conclusa davanti alla Concattedrale dove il Sindaco della Città Ennio Gaudio ha consegnato a Don Silvio il Reliquiario. Davanti alla significativa manifestazione di fede degli ‘Mbuttaturi, di uomini, donne e bambini che per la prima volta hanno baciato la Sacra Reliquia, l’Arcidiacono si sentì di promettere che avrebbe fatto costruire una teca per poter esporre in modo permanente alla venerazione dei fedeli il Sacro Capello della Madonna. Ad un anno esatto di distanza, proprio nel giorno delle manifestazioni religiose in onore della Madonna della Sacra Lettera, Don Silvio ha mantenuto la promessa.


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I giganti a cavallo nella tradizione folclorico-religiosa Messinese

di Francesco Lovecchio

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La storia dei Giganti

due colossi di cartapesta rivestiti di stoffe variopinte che durante le feste patronali vanno ballando per le vie della città allietando grandi e piccini, rappresentano e ricordano allegoricamente la conquista della libertà del popolo calabrese dai predoni Saraceni e Turchi che per secoli hanno devastato la regione apportando ovunque lutti e rovine. Il Gigante nero chiamato Grifone raffigura il truce Saraceno e nelle sembianze di una bella e prosperosa popolana Mata, la sua preda. Secondo la tradizione confermata dalle scritture di alcuni autorevoli storici antichi, in essi si configurerebbero invece i mitici fondatori di Messina: Saturno Egizio e la moglie Rea o Cibele. A Saturno Egizio venne nel tempo aggiunto il nome di Zancle (Falce), per aver fondato la città siciliana in una insenatura di mare a forma di falce o, anche, per aver inventato l’attrezzo agricolo per mietere il grano. Per tale motivo la Città, prima ancora che le fosse imposto l’odierno nome dal conquistatore Messena, venne per molti secoli chiamata Zancle in onore del suo mitologico fondatore. La più attendibile e fantastica storia sulla nascita dei Giganti è legata ad un fatto storico realmente accaduto nel 1190. In tale anno Riccardo I Re d’Inghilterra, più comunemente noto col nome di Riccardo Cuor di Leone, giunse a Messina da dove doveva muovere la Terza Crociata indetta per liberare il Santo Sepolcro in Terrasanta. Durante la permanenza in città il Monarca si accorse che i Messinesi erano privi della libertà perché ancora oppressi dai Greci

Bizantini. Essi si erano impossessati di tutte le cariche politiche, civili ed amministrative gestendo la giustizia a loro piacimento con provvedimenti impopolari ed inappellabili emanati dalla sicura fortezza di San Salvatore strategicamente posta all’imbocco del porto. Il Re d’Inghilterra, non volendo usare la forza per soggiogarli, pensò di dimostrare la sua potenza facendo costruire sul colle di Roccaguelfania, situato proprio difronte alla fortezza, un munitissimo ed inespugnabile castello. Prima ancora che venisse ultimato il popolo lo adottò battezzandolo col nome di Matagriffon coniando Mata, da Macta (ammazza) e Griffon da Grifone (ladro). I GreciBizantini dimostrarono di aver inteso il messaggio abbandonando per sempre la città, così che il popolo Messinese riacquistò la tanto sospirata libertà. Per festeggiare l’evento e tramandarlo alle future generazioni, i Messinesi

portarono nelle piazze il castello di Matagriffon in cartapesta per poi sdoppiarlo nel nome e con le sembianze dei fondatori della città. In tal modo la colossale coppia divenne l’emblema della loro libertà e l’omaggio agli antichi fondatori. Ai Colossi, rappresentati su due cavalli finemente addobbati, venne nel tempo accostato un finto cammello che veniva bruciato nelle piazze al termine delle feste di mezz’agosto per simboleggiare la sconfitta degli empi dominatori Saraceni scacciati nel 1060 dalla Città dal Conte Ruggero il Normanno. I Giganti, quali simbolo di libertà, vennero ben presto adottati in molte città siciliane e da alcune della fascia costiera Tirrenica e Aspromontana della Calabria, che come Messina, avevano profondamente subito le devastazioni Saracene e Turche. Mentre nel tempo scomparvero a Reggio Calabria ed in altri centri, sopravvivono ancora oggi


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a Tropea, Spilinga, Dasà, Brognaturo, Seminara, Palmi, e introdotti in tanti altri paesi della Piana dai Tamburinari o dalle Congreghe. L’adozione dei Giganti a Palmi avvenne anticamente anche per ricordare l’evento storico dell’arrivo nella nostra città del Conte Ruggero il Normanno da dove mosse l’armata Normanna per conquistare la Sicilia. Raunato adunque il Conte l’esercito di mille, e settecento tra Fanti, e Cavalieri, a Palmi inviossi, e per Mare, poscia in Reggio; dove riposato quindeci giorni, con ventisei Galee, e Brigantini, tragittossi in Messina... I Giganti che vengono fatti ballare nelle strade e piazze di Palmi da due robusti portatori camuffati sotto le loro vesti durante le feste patronali di San Rocco e della Varia, (da qualche anno data la proliferazione molte coppie inguardabili escono impunemente in qualsiasi occasione), appartengono alla Venerabile

Congrega dell’Immacolata e San Rocco. Costruiti circa un secolo fa dai fratelli artigiani Virgilio e Francesco Cicala, sono stati eccezionalmente ammirati nel loro caratteristico “Ballo dei Giganti” anche a Foligno, Torino, Milano e Venezia suscitando grande interesse ed ammirazione. Alla singolare ed avvincente esibizione partecipa un finto cavallo montato da un portatore (nei Giganti di Seminara anche un Cammello), che emergendo con metà busto dall’animale crea una mitica figura di novello centauro a due zampe. Durante il ballo il pittoresco destriero volteggia tra la coppia gigantesca cercando di allontanare il baldanzoso Grifone da Mata. A volte, scalpitando ed imbizzarrendosi, riesce a dividerli frapponendosi tra di loro e quasi sempre, visti inutili i suoi tentativi di dissuadere il Gigante Nero dal conquistare Mata, si rassegna marciando contento davanti

alla coppia danzante e festosa. Il tutto avviene al ritmo cadenzato e frenetico scandito da una schiera di Tamburinari vestiti da Saraceni ed in un crescendo fragoroso, propiziatorio e liberatorio che penetra nell’intimo dello spettatore suscitando nel suo animo una sensazione di pace e di appagamento interiore. Il caratteristico corteo viene preceduto dal Palio che consiste in una lunga e pesante pertica di legno sostenuta alla base da una sacca di pelle assicurata ai fianchi del portatore. L’asta termina in cima in un piccolo globo terrestre sormontato da una piccola croce, e in un drappo di seta color rosso-cremisi a Palmi, e celeste a Seminara, nei cui lati sono impressi lo stemma civico e il monogramma (M) della Madonna della Sacra Lettera, Patrona e Protettrice della Città. Il Palio viene fatto girare dal possente portatore nei crocevia delle principali vie, nelle piazze e davanti alle chiese, per supplicare la protezione della Sacra Vergine sulla città e sul popolo. Il movimento rotatorio del Palio creato dall’abile portatore a pochi centimetri dal suolo, fa assumere al drappo di seta un movimento leggero ed ondulato simulando simbolicamente la carezza della mano della Madonna, tanto che, anticamente, il drappo sfiorava le teste dei bambini posti genuflessi ed in cerchio per ricevere benedizione della Sacra Vergine. I Giganti vogliono semboleggiare i progenitori del popolo Calabrese: un popolo forte, fiero, generoso ed orgoglioso delle sue tradizioni e della sua storia riccamente cosparsa di un glorioso passato sempre in lotta per la conquista della libertà.


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Frammenti di un giorno di festa


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Corriere della Piana - Speciale n.45 Varia  

Periodico di politica, attualità e costume della Piana del Tauro

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