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Inserto Viaggio in Terrasante e Consultorio diocesano. Supplemento al n° 19 del Corriere della Piana periodico d’informazione della Piana del Tauro - Reg. Trib. di Palmi n. 85 del 16.04.1999

Viaggio in Terrasanta

Consultorio Familiare Diocesano venti anni di attività


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Riflessioni per un editoriale

Una Chiesa in cammino di Luigi Mamone

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n inserto a centro giornale. Piccolo e con molte foto. E con una sommatoria di spunti e di argomenti che però hanno un peso specifico elevatissimo e che confermano quanto la Chiesa possa essere e, consentiteci, debba essere pellegrina e testimone della Storia e del Tempo nel quale si vive. Testimone e volano per la difesa dei valori sui quali poggiano le radici della nostra fede. Pellegrina per essere vicina all’Uomo: con tutte le sue ansie, le difficoltà, le attese, le speranze. Quelle che talvolta alla fine di percorsi di vita variegati uniscono tutti gli uomini, quasi a confermare la validità dogmatica di un postulato unitaristico: due rette che all’infinito s’incontrano. E in questo divenire - nell’attesa dell’incontro con Dio che per Saul avvenne sulla via di Damasco e per ogni uomo può avvenire in qualsiasi momento della propria vita - così come per chiunque in qualsiasi momento della propria vita può spalancarsi il baratro della Geenna - che il valore della testimonianza pellegrina nei luoghi della fede assume valore e, al contempo, l’azione di ausilio nel contesto delle attività di un consultorio assume il senso della testimonianza pellegrina. Nella nostra realtà invasivamente controllata da fattori mediatici e soprattutto sempre più regolata da flussi informatici che non lasciano spazio alla speranza e alla carità, riscoprire il valore delle virtù è una speranza nuova che si accende. La solidarietà poi può praticarsi in tanti modi: il consultorio - ormai da più lustri - è uno di questi. E’ vicino e solidale con chi ha necessità di supporto o anche solo di un punto di riferimento. La preghiera negli stessi luoghi ove affondano le radici del cristianesimo e dove in un crogiuolo incandescente, dentro il quale si legge la maestà del disegno salvifico, convivono Ebraismo, Cristianesimo e Islam, calano i pellegrini entro una dimensione che esula dai condizionamenti temporali e si apre su scenari di proiezione spirituale immensa. I luoghi dove Gesù nacque e dove visse la sua fanciullezza, fino alla parabola di prodigi che il Golgota non potè interrompere come forse speravano scriba e farisei, danno al pellegrino - almeno a colui che affronta il cammino con l’animo del pellegrino e non del turista - una carica nuova che unisce e rafforza. Ecco perché in poche piccole pagine, poco più di un diario, traspira l’eterna sete dell’Uomo di conoscere la propria origine e rafforzare la propria vicinanza a Dio.


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Foto di gruppo dei pellegrini in Terrasanta

“Pellegrino per amore di Dio”… Giovanni Paolo II di Kety Galati

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i sono viaggi che ti entrano nell’anima. Uno di questi è il pellegrinaggio in Terra Santa. Esso così. Il 4 novembre del 2013 alle 8.47 salgo sul pullman che sosta sul ciglio di una strada, vicino allo svincolo autostradale di Gioia Tauro, un paese della provincia di Reggio Calabria. Percorrendo il corridoio del bus, colgo con entusiasmo gli sguardi dei miei nuovi compagni di viaggio. Si parte. Arriviamo all’aeroporto di Lamezia Terme e dopo il check in, alle 12.10 circa, voliamo a Tel Aviv. Atterriamo all’aeroporto di Ben Gurion, osservo tutto con curiosità, ma non mi stupisco, perché non c’è niente di anomalo. Chi scrive di Israele o Palestina, una terra, purtroppo, contesa tra gli uomini, spesso non rispetta il lettore, riusciranno veramente ad informarci solo quelli capaci di raccontare la verità. Primo giorno l vero viaggio prende vita con il segno della croce, che ognuno di noi fa a bordo del pullman, mentre percorriamo l’autostrada numero 6, in compagnia di monsignor Francesco Milito, vescovo della diocesi di Oppido Mamertina- Palmi, «successore degli apostoli», lo definisce don Luigi Ginami, la nostra eccellente guida. Il pastore Milito trae ispirazione da questa espressione, che lo colpisce sin dall’inizio del suo insediamento nella nostra comunità, avvenuto un anno fa e, meditando sul tipo degli apostoli scelti da Gesù, spiega la Sua fantasia. LA FEDE NON SCENDE A COMPROMESSI. Ad Haifa, sulle pendici del Monte Carmelo, dove il vescovo Milito presiede la prima messa nella terra di Gesù, facciamo silenzio di Dio, e contempliamo nella grotta di Sant’Elia, colui che scannò quattrocentocinquanta sacerdoti, i quali invocavano Baal. Prima lezione dalla terra benedetta: la fede autentica non ammette compromessi, non cede mai, perché non c’è alcun Dio all’infuori di Lui.

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Continua la ricerca di Dio nel silenzio. IDOLI DA SGOZZARE. Quali sono gli idoli da uccidere? I falsi profeti, ai quali siamo morbosamente attaccati e conviviamo con essi, ovvero, il successo, il denaro, l’invidia, l’odio. Staccarsi da un idolo significa sanguinare. Malgrado, siamo in Israele, assaporiamo il primo accostamento con la pietà calabrese, sul Monte Carmelo, dove ci inginocchiamo dinanzi alla Madonna del Carmelo. Secondo giorno Una celebrazione eucaristica nel corso del pellegrinaggio a luna di miele con la Terra Santa prosegue sul Monte Tabor, al santuario della Trasfigurazione, dove Gesù dialogo con Mosè ed Elia, perché «la montagna nella Bibbia è il luogo della Rivelazione». Meditazioni: SIAMO UOMINI DI PIANURA. Il motivo è semplice. Facciamo fatica a trovare un luogo appartato per pregare, condizione fondamentale per l’incontro con Dio, come fanno i monaci e gli eremiti, coloro che dedicano la propria esistenza a Lui, in solitudine. MOMENTO DI ESTASI in Luca 9, 28-36. Pietro si sveglia e dice: «facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia, da una nube, uscì una voce, che diceva, questi è il Figlio mio, l’eletto, ascoltatelo». La Trasfigurazione porta gli uomini a concentrarsi solo su Gesù, mono. MATRIMONIO CON L’UMANITÀ. A Cana di Galilea riviviamo il primo miracolo di Gesù, il quale trasforma l’acqua in vino, Gesù sposa l’umanità e la cambia completamente. Nella chiesa di San Giuseppe, incontriamo l’uomo dei sogni, (il sogno rivelatore) l’uomo del silenzio, (nella bibbia non c’è una sola sua parola), l’uomo obbediente, (fa quello che l’Angelo gli dice): Giuseppe. CONTEMPLARE MARIA CHE RICEVE L’ANNUNCIO SIGNIFICA DIRE SI A CRISTO. Alle 18.30, durante la celebrazione dell’eucarestia, presenza reale di Cristo, il vescovo Milio firma l’atto di gemellaggio tra la Basilica dell’Annunciazione di Nazareth e il Santuario Cattedrale di Oppido Mamertina. Un impegno di fratellanza, un gesto per sentirsi amici, compiuto nel luogo che custodisce il si rivoluzionario ed impegnativo di Maria, incarnazione di Dio, espressione della vera fede, dove il Verbo si è fatto carne e da quel momento la storia del mondo prende un’altra piega ed entra direttamente nell’anima delle persone.

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Terzo giorno ONTE DELLE BEATITUDINI. Discorso della Montagna. Se il cristiano non si identifica nelle beatitudini non potrà incontrare Gesù. Qual è la nostra beatitudine preferita?

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Pellegrini sulle acque

LA SCELTA. Il terzo giorno a Nazareth è la giornata della scelta per ognuno di noi, la stessa che fece Pietro, il principe degli apostoli, colui che troncò gli affetti per seguire Gesù. Incontriamo Pietro a Cafarnao, a casa sua, dove Gesù guarì sua suocera. CAPACITA’ DI GESÙ DI INTERVENIRE NELLE SITUAZIONI PERSONALI. QUANDO SIAMO A TERRA, GESU’ DICE GETTATE LE RETI, (a destra). A Tabga, luogo del primato petrino e della moltiplicazione dei pani e dei pesci, il Signore ha dato a Pietro la guida della chiesa pubblicamente. E’ il momento delle famose tre domande di Gesù a Pietro: mi ami? Pasci i miei agnelli? Mi vuoi bene? Viene fuori l’umiltà di Pietro, «Signore, tu conosci tutto, tu sai che ti voglio bene». ARTISTI DEL SILENZIO. Alle 12.40 attraversiamo il lago Tiberiade sul battello, dopo 20 minuti c’è una sosta e riflettiamo sul silenzio per incrociare lo sguardo tenero di Gesù. Siamo travolti da un silenzio che attraversa le viscere. Don Luigi Ginami afferma, «nella confusione vediamo Gesù, ma sembra un fantasma, e la paura non si dissolve. Ma Cristo dice: Ci sono io. Fidiamoci di Lui, costruiamo e custodiamo il silenzio delle parole, dei rumori e dei gesti che ci aiuterà a non scappare da Lui». IL MIO RAPPORTO CON IL DIAVOLO, IL MALE. Luca 8, 26-39, episodio degli indemoniati, un brano che grida dentro ognuno di noi, perché il diavolo è sempre presente nelle nostre vite, non fa paura, seduce. Il demonio, colui che separa, parla con le stesse parole del Padre. Ecco il suo inganno. Quarto giorno asciamo Nazareth geograficamente, ma la portiamo spiritualmente dentro di noi, come scrigno di riflessione, dopo aver allontanato i falsi profeti, dopo aver contemplato il luogo mariano, dopo aver fatto la scelta di fidarci di Lui, dopo aver imparato a custodire il silenzio, dopo aver capito che per amare gli altri, bisogna guardando nell’altro diverso se stessi e non cedere al diavolo. LA FORZA DELLA POTENZA DIVINA. Riflettiamo per pochi minuti sulla caduta del muro di Gerico che avvenne per la potenza della preghiera. Ripercorriamo l’autostrada numero 6 che costeggia il mare mediterraneo, giungendo al fiume Giordano, lungo la strada c’è la linea di confine con la Giordania, riempiendoci gli occhi del deserto, alle 9.19 siamo nella terra di nessuno, sei chilometri di terra, dove Gesù inizia la sua missione, partendo dal battesimo.

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Una simbolica immwersione nelle acque del Giordano

BATTESIMO CON GESU’. Il vescovo Milito prima di celebrare l’eucarestia, si concede una battuta, immergetevi nel “Parfum of Trinity”, questa è la fede. LA TENTAZIONE ED IL RICHIAMO ALL’ADORAZIONE. Mentre sul Tabor abbiamo sentito la voce del Padre e al Giordano è soffiato lo Spirito, ci prepariamo al brano delle Tentazioni di Gesù, Matteo 4,1-10. Il vescovo Milito riflette: «la tentazione può portare al peccato se si ha una conoscenza limitata ed incompleta della Sacra Scrittura. Il diavolo conosce la Sacra scrittura meglio di noi, si propone attraverso la stessa parola di suo Padre, per ingannarlo. Gesù caccia Satana». Lezione: il diavolo se né andò per tornare al tempo opportuno, conosce i tempi tecnici, si avvicina a noi quando abbiamo bisogno, per condurci all’alleanza con il male. DESIDERARE DI INCONTRARE GESÙ COME ZACCHEO. Partiamo verso il Mar Morto, dove facciamo il bagno, un momento di sana allegria, ed avviene il rinnovo delle promesse battesimali. Entriamo nel territorio palestinese, sostando davanti all’albero sicomoro, nella città di Gerico, leggiamo Luca 19, 1-10, racconto parallelo a quello della guarigione del cieco in Luca 18, 35-43, ed incontriamo Zaccheo, il quale che per farsi notare da Gesù salì sul sicomoro. A Qumram, nel deserto di Giuda, scopriamo la comunità monastica degli esseni che studiarono la Sacra Scrittura, nello stesso deserto, in una grotta, un pastore trovò il rotolo di Isaia, conservato nelle giare. ED ORA I MIEI OCCHI VEDONO LE PORTE DELLA CITTÀ SANTA, GERUSALEMME. Dopo due giorni a Nazareth, la città del silenzio, Gerusalemme è la città del chiasso, la città delle sinagoghe, la città della moschea americana, dove Gesù non viene destinato a morire dal popolo ma dai poteri religioso e politico, che sanno come agire nel silenzio e nell’odio. Gerusalemme è teatro degli eventi più radicati di Gesù, per una vita di amore fu flagellato. Lezione: la nostra fede non sia una religiosità legata alla regola ma un incontro vero con Gesù. Il sacerdote e il popolo hanno la stessa funzione, quella di essere portatori di carità. Quinto giorno lle 9.24 siamo a Getsemani, sul Monte degli Ulivi. Davanti alla Porta del Giudizio, meditiamo i passi del Vangelo di Matteo 26, 31-46, 26, 46-56, Gesù capisce la sua croce.

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LA CONSOLAZIONE. Don Luigi dice, «siate uomini e donne della consolazione, le parole del Vangelo sono rivelazioni di Gesù, imparatele a memoria». L’AGONIA. Tocchiamo la roccia dell’agonia nella Basilica, dove Gesù pregò l’ultima notte prima di essere arrestato. Mons Milito con il Prof. Filippo Marino A GERUSALEMME SI PREGA IL PADRE NOSTRO IN DIALETTO. Nel giardino degli ulivi si scopre una targa, affissa sul muro, che recita il Padre Nostro, in dialetto calabrese. I calabresi potranno pregare in vernacolo, a Gerusalemme, grazie a Filippo Marino, fautore di questa iniziativa, unica nel suo genere, realizzata con la collaborazione del consolato francese, dei padri bianchi e dei carmelitani. Alle 11.07 nella chiesa Dominus Flevit celebriamo la santa Messa. IL PIANTO DI GESU’. Nella sua omelia il vescovo Milito, scandisce che è di turno sull’altare il pianto di Gesù. «Per analizzare il pianto non abbiamo difficoltà, è un’irritazione agli occhi provocata da agenti esterni, ma conosciamo bene che ci sono elementi interni a scatenare il pianto, si piange quando il dolore è forte. C’è anche un pianto inconsolabile, quando ci viene tolto un affetto carissimo, spirito e psiche piangono. Gesù piange tre volte…Gesù ha pianto per amore, ha versato il suo sangue, le lacrime rappresentano i misteri di Dio». Lezione: anche le lacrime di dolore possono trasformarsi in lacrime di Risurrezione, di gioia. Sesto giorno entre i fratelli islamici pregano rivolgendosi al profeta, noi cristiani ci prepariamo a incontrare Gesù, durante la messa di San Giovanni Battista nel deserto. LA NOSTRA FOTOGRAFIA. Alle 15:52, siamo sul Monte Sion al Cenacolo, meditiamo Luca 22, 54-62, il rinnegamento e il pentimento di Pietro.

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Un momento di preghiera: in primo piano di profilo con l’auricolare don Cosimo Furfaro e, dietro, Don Salvatore Nicolaci

Lezione:quando siamo messi alla prova dell’adesione a Lui, abbiamo paura. No io non lo conosco, dice Pietro alla serva, non sono uno di loro, dice Pietro ad un uomo…e la terza volta Pietro dice, io non c’entro niente con Lui. Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte. Pietro si sveglia e Gesù lo guarda, non lo rimprovera, il suo sguardo è pieno di amore e di affetto, lo guardò con compiacimento. Pietro piange disperato, chi sono, cosa ho fatto, è un peccatore pentito, per questo Gesù lo ha riscattato. Le storie più belle di santità vengono dalla conversione. Non dimentichiamo lo sguardo d’amore di Gesù e quello profondo di Pietro che piange andando incontro a Lui. Ogni peccatore che si converte è il trionfo di Gesù. Il peccato, Dio, lo trasforma in salvezza, RINNOVAMENTO DELLE PROMESSE SACERDOTALI AL CENACOLO DI GERUSALEMME. Sono le 16.49, il vescovo Milito afferma:«i nemici dei sacerdoti sono spesso quelli che li circondano. Lo stesso spiega:«nei confronti di Gesù, l’odio crescente fino alle accuse per la condanna a morte è venuto proprio dalle cricche del tempio, autorità religiose e adepti che circolavano nel luogo santo, e di Giuda, uno del gruppo eletto e più prossimo a Gesù, questo deve servirci da stimolo per imparate a stimare e rispettare la dignità dei sacerdoti, sacramento d’amore per eccellenza, solo quando c’è questa simbiosi la comunità cresce». Nel cenacolo avviene l’istituzione del sacerdozio, sacramento di amore per eccellenza, la lavanda dei piedi, l’ultima cena, e il tradimento. E si dice ancora si. Settimo giorno ARRATORI DELLA RISURREZIONE. «Il cristiano non può fare a meno della luce del Risorto, il segreto è l’amore nel Risorto». IL PERDONO. Sono le 8.05, durante la messa celebrata al Santo Sepolcro, comprendiamo, che si può perdonare, solo offrendo Gesù a chi ci ha fatto del male. Lezione: il sacrifico più grande che Gesù Cristo chiede a noi cristiani è il perdono, “Amate i vostri nemici”. Se ci soffermiamo a pensare che Gesù ha chiesto a suo Padre di perdonare chi lo ha tradito, chi lo ha flagellato, chi lo ha ucciso, tutto sarebbe più facile per noi. Dal dramma alla fecondazione. VIA CRUCIS PER LE VIE DI GERUSALEMME. Sono le h:17.19: «Il calvario e il sepolcro sono il centripeto e il centrifugo della vita cristiana. Gesù ha proceduto deciso

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Venerate icone

verso Gerusalemme, centro finale e convincente dell’adesione alla chiamata del Padre, ma lì si è sprigionata una forza che ha invaso l’impero e la storia. Il Cristo glorioso presente alla Passione, non è il crocifisso, è il Signore che è risorto, cambiate il cuore con la resurrezione nel cuore». Dopo la messa riviviamo nella Basilica di Sant’Anna il miracolo del paralitico nella piscina probatica, «Il Padre mio opera fino ad ora, e anch’io opero …» (Gv 5, 2-18). IL MURO OCCIDENTALE. In un pezzettino di carta scriviamo a Gesù le nostre angosce e chiediamo a Lui la grazia della salvezza e di non abbandonarci, lo pieghiamo e lo posiamo nelle pietre del muro del pianto, davanti ad una folla di uomini, donne e bambini in festa, i quali gustano il loro giorno del riposo, lo shabbat. Improvvisamente, per le vie di Gerusalemme, vedi Gesù nello sguardo di un bambino con due boccoli fantastici. LA NASCITA DI GESU’. A Betlemme è Natale, in questo giorno ha avuto inizio una nuova era, per cui si canta, “Tu scendi dalle stelle” e si medita Luca 2, 1- 21, dalla Resurrezione alla nascita di Gesù. Vorrei ricordare le parole di un padre francescano:«toccare il luogo dove Gesù è nato è come sentirsi a casa nostra, l’esperienza di Gesù è completamente diversa, Lui si fa piccolo, si affida al Padre, si mette nelle nostre mani, Gesù è venuto per rimanere. Solo chi si fa semplice e piccolo può incontrare Gesù nella mangiatoia». Messa di Betlemme nella chiesa dei Crociati alle 10.40. STRAGE DEGLI INNOCENTI. Omelia del vescovo Milito. «Se ogni altare è sempre Betlemme, partecipiamo all’eucarestia con i sentimenti di Maria. Betlemme non è teatro di una divina commedia, ma di una nuova era. Sullo sfondo di questo teatro scorrono eventi, personaggi che hanno in Davide un punto di riferimento. Qui si è consumato uno dei drammi più atroci, perché l’invidia che nasce nei confronti del potere riesce sempre nelle sue imprese. Un atto di assoluto ateismo. In questo luogo si è consumato un altro evento cruento tra un potere spiazzato al solo dire che è nato un re Bambino. La strage degli innocenti rappresenta il tentativo dell’uomo di eliminare Dio, alla fine chi vince è il Signore, come Erode è l’emblema dell’impotenza del potere dinnanzi ai disegni di Dio, Gesù è la certezza della vittoria del potere dell’impotenza che solo in Dio ha la sua forza». NON ABBIATE PAURA. Nella grotta della Natività incontriamo i veri pellegrini per


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Mons Milito si intrattiene con un Frate in Terrasanta

amore, i re magi, coloro che seguirono la stella che li diresse a Betlemme. Gesù parla con un sogno ai re magi perché essi non hanno paura, Gesù non parla al re Erode. Lezione: Gesù non ti chiede la quantità del tempo, Gesù guarda la qualità, l’offerta a Lui con il cuore e con l’Amore. Nella grotta di San Girolamo ed al campo dei pastori, un padre francescano ci chiede di pregare per le persecuzione contro i cristiani e per la pace in Siria, dopo aver incontrato il Signore nella sua terra in un tragitto che va da Nazareth a Gerusalemme a Betlemme. Ottavo giorno NCONTRO CON I DISCEPOLI DI EMMAUS, COMPAGNI DEL SIGNORE. Sotto la tenda di Emmaus, il vescovo Milito, parla dell’importanza del potere. «Quando mettiamo al centro noi stessi, avviene l’eliminazione fisica, psicologica e sociale di una persona. È un gioco perfido. Questa non è carità, è ateismo puro». Ai sacerdoti viene consegnata una stola della Terra Santa fatta dalle donne di Betlemme, con una croce cosmica. ATTEGGIAMENTO MARIANO ED ELISABETTIANO. Lezione. Due donne abitate non dall’io ma da Dio sono Maria ed Elisabetta, quest’ultima non avverte un sentimento di superbia e di invidia, sapendo che Maria è incinta, esse si magnificano a vicenda come donne visitate da Dio. Zaccaria ha pronunziato il Benedictus e Maria il Magnificat, gioiscono perché sono pieni del Signore. La conoscenza di Dio porta esultanza. PAROLA D’ORDINE: Noi speravamo, noi speriamo, noi siamo certi, l’imperfetto cede il posto all’indicativo celebrativo, la certezza che il Signore è presenza reale nell’eucarestia, questa è l’anima del pellegrinaggio. ESAME DI COSCIENZA. Gesù ha dato al mondo una lezione, si è rivelato alle persone umili, è nato tra i pastori, ci ha donato la dolcezza di sua madre, l’amicizia con gli apostoli, è morto per i nostri peccati. Gerusalemme è l’unica città al mondo a farci capire che Dio è unico. Per essere all’altezza di questi valori cristiani bisogna avere Gesù nel cuore, è questa la chiave di svolta. Portiamo a casa il silenzio di Nazareth, la culla dell’umiltà di Betlemme e la gioia nella Resurrezione di Gerusalemme. VISITA DI NOI STESSI. Il cammino in Terra Santa è un’esperienza di fede che tira fuori le sofferenze più profonde che abitano dentro di noi, sollevando i numerosi dubbi sulla nostra esistenza, ma lascia aperto il cuore alla ricerca di Dio, alla speranza, lungi finalmente dalle tenebre degli eventi umani, che hanno il sopravvento. L’ascolto della Parola di Dio, diventa ogni giorno, una nuova prospettiva di vita. Ogni luogo visitato

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Una celebrazione presieduta da Mons Milito e concelebrata dai sacerdoti pellegrini

diventa desiderio di accogliere Dio, in maniera autentica, perché ogni sosta è scandita dalla Sua Parola. Il Vangelo che parla in un modo nuovo, più intimo, è la vera guida di questo indimenticabile viaggio, che non ha bisogno di conferme storiche e archeologiche, basta sapere che Gesù Cristo ha calpestato la Terra benedetta. E’ “semplicemente” una sperimentazione ed esplorazione della fede e di se stessi, straordinaria, che senza la grazia di Dio, non è possibile. Se solo imparassimo a vivere in parallelo con la Terra Santa… perché ogni chiesa, ogni parrocchia, ogni relazione con l’altro, possono essere Nazareth, Betlemme e Gerusalemme. Quest’ultima, è la città eterna, è una città che va oltre un caffè ristretto in piazza San Pietro a Roma. Ammetto di non avere in mente un’idea definitiva dei luoghi che ho visitato, perché per descriverli, mille racconti non basterebbero, ce ne vorrebbero milioni, ma so che essi sono rimasti nel mio cuore ed hanno migliorato il mio stile di vita. L’AMICIZIA. Il mio viaggio in terra santa si è trasformato in amicizia, con tutti coloro che hanno condiviso con me questo cammico d’agape, quasi indescrivibile, il vescovo, le guide, gli anziani, i giovani, i sacerdoti, la suora, i padri francescani, i bambini incontrati per strada, brava gente, con la quale ho riso e pianto. Con loro abbiamo vissuto momenti di spensieratezza e di allegria fumando narghilè alla tenda di Betlemme o solamente scambiando due chiacchiere, durante la pausa pranzo, incrociandoci nei luoghi dove visse Gesù, e cantando insieme Alleluia in ebraico...Ci siamo raccontati le nostre storie di vite, il dramma di un passato che ha tanta voglia di risorgere nel Suo nome. CONCLUSIONI. Più si scopre Gesù, più suscita amore, conversione e determinatezza, non Lo lasci più andare via. Ed è anche vero che se non avessi fatto questa esperienza nella terra di Gesù, non avrei mai pensato di essere in grado di sfiorarlo, malgrado lo stia cercando con tutta me stessa... Guai a sentirsi arrivati! Non avrei mai pensato che Lui avesse il potere di sconvolgere la mia esistenza. Anche le emozioni e la curiosità hanno ceduto il passo al desiderio di incontrare, sul serio, il Re dei re. Aprire gli occhi con il brano della Resurrezione, Giovanni 20, 1 -9 e chiudere gli occhi con l’esame di coscienza è segno di pienezza e completezza nella nostra umile esistenza. Non mi era mai successo. Terra Santa, un viaggio importante per la nostra vita, per capire che Gesù non ci lascia soli, resta con noi, anche quando scende la sera e la notte, ovunque noi siamo. Grazie.


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Altare nella Grotta dell’Annunciazione a Nazareth


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Gioia Tauro: l’Associazione «Paolo VI» celebra venti anni di attività del “Consultorio Familiare Diocesano”. di Girolamo Agostino

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ioia Tauro, la grande città della piana è da sempre considerato il principale punto di riferimento per i paesi di tutto il comprensorio per l’importanza delle attività che operano nei settori industriali, commerciali ed agricoli; qui si trovano importanti officine con personale specializzato nelle rettifiche e riparazioni meccaniche, grandi magazzini di ricambi per mezzi da cantiere, aziende di trasporto e grossi centri commerciali. Ma, nonostante una parte della popolazione viva in una situazione agiata e di benessere, qui non è maturato quel processo di cambiamento tipico di una città evoluta e moderna ed in una parte molto più vasta degli abitanti persiste una condizione di sottosviluppo e di precarietà con problemi occupazionali, di sopravvivenza e di istruzione; non è raro incontrare persone giovani o adulte che sanno scrivere appena perché avviati a lavori famigliari pesanti già in tenera età, abbandonando così anche la scuola dell’obbligo. In questo ambiente sociale, purtroppo, è facile per i giovani finire nella corruzione e nel malaffare con conseguenze drammatiche che si riversano continuamente sulle famiglie; in questo clima di disagio, sono di fondamentale rilievo le associazioni di volontariato che, con il loro lavoro, operano per il bene comune aiutando persone e famiglie con problemi di diversa natura a trovare un’adeguata soluzione per un inserimento nella civile società. Di grande importanza è il Consultorio Familiare Diocesano istituito nel 1994 a Gioia Tauro, diretto dall’Associazione Paolo VI e proposto come organismo di volontariato senza scopo di lucro, con l’intento di salvaguardare i valori della vita e della famiglia secondo l’insegnamento del magistero della Chiesa Cattolica. E, in data 8 marzo 2014, presso l’Auditorium Casa del Laicato di Gioia Tauro, si è tenuto il “convegno celebrativo per i venti anni di attività” sul tema: il Consultorio Familiare Diocesano: segno profetico di una chiesa che ama». I lavori del convegno,


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Il Prof. Franco Greco introduce i lavori del convegno

coordinati dal giornalista Enzo Romeo, si sono svolti con importanti interventi di approfondimento ma, prima dell’inizio del dibattito, in un momento di grande raccoglimento da parte di tutti i presenti è stata recitata la “ Preghiera per la famiglia “ di Giovanni Paolo II. In seguito, La Dott.ssa Rechichi ha ricostruito i percorsi del lavoro fatto in venti anni, frutto di un cammino fondato sulle esigenze di seguire la comunità nei bisognosi, poi, esprimendo un segno di gratitudine al Signore ed agli operatori, ha voluto ricordare che su incarico di Mons. Crusco, vescovo di allora, ha frequentato un corso di formazione per avere uno strumento di aiuto alla famiglia in presenza delle problematiche venutesi a creare con le leggi sul divorzio e sull’aborto; successivamente, il Consultorio Familiare Diocesano, ha rivestito un ruolo sempre più rilevante principalmente sull’aiuto ai giovani. La Dott.ssa Saffioti, parlando della famiglia come entità unica, ha sottolineato il grande contributo che il Consultorio ha dato in questi anni, soprattutto, aprendo un dialogo nella solitudine delle famiglie con problemi di lavoro, di lutti, di comunicazione tra genitori e figli e bisogno di supporto morale quando, in particolari casi, a causa dell’ignoranza vengono attribuiti marchi difficili da cancellare; e qui ha evidenziato il valore della resilienza, cioè della capacità di quelle persone che immerse in circostanze avverse riescono con la buona volontà a fronteggiare la contrarietà, riorganizzando positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà. Esaudente e completo nella visuale dei problemi del nostro comprensorio è stato il discorso del Prof. Francesco Greco, direttore del Consultorio, che prima di tutto ha voluto ricordare la particolarità della giornata dell’otto marzo per il grande ruolo svolto dalla donna nella famiglia vivendo i momenti più assidui e laboriosi, poi, con attenta analisi e grande preoccupazione, ha posto sotto una lente di ingrandimento i rischi reali dei giovani della piana che diventano sempre di più l’anello debole della società a causa della presenza di una cultura mafiosa con effetti devastanti sulla formazione e sulla vita delle nuove generazioni; per questo, ha sostenuto che il lavoro del Consultorio deve avere come prospettiva la ricostruzione culturale dei valori della famiglia. L’Avv. Raffaele Cananzi, responsabile della Confederazione


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Italiana dei Consultori di ispirazione cattolica, ha invitato a non scoraggiarsi dei dati della crisi ciclica della famiglia ma, da ciò è necessario trarne insegnamenti utili al suo miglioramento in quanto, la famiglia è cellula fondamentale della società e non può scomparire se non quando scompare il genere umano; in merito alle crisi e scompensi della famiglia, dovuti all’evoluzione storica, ha asserito che bisogna cogliere la positività degli insegnamenti emergenti dall’esperienza praticata, affinché possano servire come stimolo anche ai Consultori per attività di formazione mirata all’osservanza della legalità e della giuridicità. A concludere l’evento è stato Mons. Francesco Milito vescovo della diocesi Oppido Mamertina-Palmi e riassumendo i contenuti delle relazioni presentate, ha affermato che rappresentano una descrizione essenziale della realtà della famiglia nel nostro territorio; soffermandosi sul problema dell’alto numero di divorzi che si praticano nei paesi della nostra piana, ha espresso la sua convinzione che le cause hanno sì origine da usanze del passato come la fuitina che, incidendo sulla diffusione del fenomeno, spesso culminano con la crisi o la rottura dell’equilibrio familiare ma, nelle nostre zone, esistono altre realtà di stampo ‘ndranghitistico distruttive dei valori cristiani della famiglia, realtà che non possono migliorare se non lette nella sua chiarezza; e, poiché la famiglia resta al primo posto nelle preoccupazioni educative della Chiesa, è opportuno collaborare insieme alle altre istituzioni, come la scuola, con un lavoro di rete fra Ufficio Pastorale Familiare della diocesi, Consultorio e Ufficio Pastorale dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole, affinché la famiglia resti sempre un modello di riferimento, di recupero e di disegno mirato alla sua evangelizzazione per vivere il suo vangelo ed evangelizzare la società. Un momento del convegno


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IL CONSULTORIO FAMILIARE DIOCESANO: SEGNO PROFETICO DI UNA CHIESA CHE AMA 1994 - 2014

“Il Consultorio Familiare diocesano tra passato e futuro” di Dott.ssa Maria Angela Rechichi Medico esperto in bioetica

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l Passato

Nel 1994, e precisamente il 23 Settembre,il Consultorio Familiare Diocesano viene ufficialmente inaugurato nella sede appositamente scelta in Gioia Tauro ed inizia la sua attività il 3 Ottobre successivo. Già due anni prima, per espressa volontà del Vescovo del tempo, il compianto Mons. Domenico Crusco, sostenuto dai suoi più stretti collaboratori, Mons. Bruno Cocolo, Vicario Generale, e Don Giuseppe Demasi Vicario per la Pastorale, io Dott.ssa Rechichi Maria Angela, medico, che già operavo in Diocesi prestando la mia collaborazione per i corsi prematrimoniali, venivo inviata a Roma dove ho frequentato con cadenza mensile un Corso biennale per “Operatore di Consultorio Familiare” presso il Policlinico Gemelli. Ma perché il Consultorio vede la luce proprio nel 1994? Era quello l’Anno Internazionale della Famiglia e il nostro Vescovo intendeva offrire alla Chiesa locale e al territorio della Piana uno strumento di aiuto alla famiglia, in sintonia con quella che era la volontà della Chiesa italiana (cfr. “I consultori familiari sul territorio e nella comunità” – Ufficio nazionale per la Pastorale della famiglia 1991). Maria Angela Rechichi, Mons Milito e l’Avv. Raffaele Cananzi


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Il Vaticanista del TG2 Enzo Romeo a sinistra in primo piano di profilo

Durante i due anni di formazione ci siamo chiariti le idee su che cosa è un Consultorio Familiare, come anche il Direttorio di Pastorale Familiare (1993) indica al n. 249: Tra le strutture non propriamente pastorali, ma piuttosto finalizzate alla promozione umana della coppia e della famiglia, si pongono i consultori familiari. Con le strutture di pastorale familiare essi hanno in comune la finalità del vero bene della persona, della coppia e della famiglia e l’attenzione alla sessualità e alla vita. Diverse, invece, sono la prospettiva e la metodologia. La pastorale agisce per la promozione della vita cristiana e per l’edificazione della Chiesa e privilegia le risorse dell’evangelizzazione, della grazia sacramentale, della formazione spirituale e della testimonianza ecclesiale. I consultori, nell’ottica di un’antropologia personalistica coerente con la visione cristiana dell’uomo e della donna, guardano piuttosto ai dinamismi personali e relazionali e privilegiano l’apporto delle scienze umane e delle loro metodologie . E’ cominciata così la selezione degli operatori, tutti professionisti inseriti nel mondo del lavoro, scelti personalmente dal Vescovo e dai suoi collaboratori, che hanno accettato nella più totale gratuità, e con loro si è cominciato un percorso di condivisione per cui alla sua apertura il Consultorio contava 15 operatori, cui nel Febbraio 1995 se ne sono aggiunti altri due. Anche la mia nomina a Direttrice è stata fatta da S.E. Mons. Crusco, dopo un consulto coi suoi due Vicari. Da subito abbiamo deciso di camminare in sintonia con la Chiesa, seguendo quello che è il suo Magistero sulla famiglia e perciò abbiamo aderito alla Confederazione Italiana dei Consultori di Ispirazione Cristiana, accompagnati dalla presenza vigile e discreta del Presidente Regionale Avv. Raffaele Cananzi.


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Perché il Consultorio è stato intitolato al Papa Paolo VI? Tutti i Pontefici hanno sicuramente un’attenzione particolare per la famiglia, ma ci è sembrato doveroso il riconoscimento a questo grande Papa che ha attraversato un periodo di grandi sconvolgimenti culturali e morali riuscendo a tenere dritto il timone, con grande autorevolezza e fermezza, a costo di grandi incomprensioni e sofferenze spirituali, pur di non permettere che la bellezza della famiglia e della vita venisse offuscata da nuovi venti di dottrina.

Quali le attività svolte dal Consultorio?

Ci siamo subito indirizzati lungo le due direttrici indicate dai documenti sopra citati, affiancando all’attività di consulenza (che è quella più specifica, intrinseca alla natura del Consultorio) anche l’attività di prevenzione (con incontri nelle Scuole, collaborando con le Parrocchie per alcune specifiche attività pastorali o anche con strutture di accoglienza che sul territorio lavoravano prevalentemente sul disagio giovanile e/o familiare). Un po’ più complesso è stato il rapporto con la Pastorale Familiare, per cui dopo un Corso di formazione per operatori di Pastorale familiare realizzato nel secondo anno della nostra attività non c’è più stata continuità nella programmazione pastorale. Abbiamo realizzato Convegni, abbiamo collaborato con l’allora ISR diretto dal Prof. Don Alfonso Franco, abbiamo svolto diverse attività di formazione interna, abbiamo curato anche l’arricchimento spirituale di noi operatori con momenti di spiritualità e di comunità, che ci hanno fatto crescere nell’amore a Dio, alla Chiesa, ai poveri, e nella comunione fraterna. Ho lasciato la direzione del Consultorio nel 2001 per gravi problemi familiari, ma non ho abbandonato il gruppo, che come dicevo prima è per me un gruppo di amici preziosi e a me cari quanto la mia stessa famiglia: ringrazio Dio che per mezzo della Sua Chiesa mi ha permesso di fare questa esperienza non comune di servizio. Il testimone è passato al Prof. Franco Greco in un’ottica di continuità (Franco era già operatore del Consultorio, ha frequentato a Roma lo stesso mio corso), per cui penso che il passaggio sia stato vissuto senza traumatismi e grandi scossoni. Il nostro cammino si è affiancato a quello della Chiesa Diocesana, che a Mons. Crusco ha visto avvicendarsi Mons. Luciano Bux e adesso Mons. Milito.

Il futuro

Dopo vent’anni di vita e di lavoro, il Consultorio entra nella maturità, ma questo


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Mons Milito e Raffaele Cananzi

non gli consente certo di adagiarsi sul già fatto, in quanto la famiglia sta al cuore e alla mente della Chiesa oggi più di ieri: non è per me un fatto casuale che il tema per il prossimo Sinodo dei Vescovi sia proprio la famiglia. E nella lettera alle “care” famiglie il Papa scrive: “Oggi la Chiesa è chiamata ad annunciare il Vangelo affrontando le nuove urgenze pastorali che riguardano la famiglia”. E ancora: “… la Chiesa compia un vero cammino di discernimento e adotti i mezzi pastorali adeguati per aiutare le famiglie ad affrontare le sfide attuali con la forza e la luce che vengono dal Vangelo”. Se venti anni fa il Consultorio poteva essere, e lo è stato sicuramente, un segno profetico (forse qualche volta anche incompreso), oggi può e deve diventare uno di quei mezzi pastorali di cui parla Papa Francesco: rinforzato e rivitalizzato dalla presenza di nuovi giovani operatori, deve interrogarsi sulle strategie e i percorsi da intraprendere, ricordando però che il percorso non può essere vissuto in solitudine, ma và condiviso, nel rispetto delle singole specificità, con organismi e strutture pastorali. Pertanto mi permetto di aggiungere, a conclusione di questa breve relazione, un pensiero sui rapporti tra Consultorio e Pastorale Familiare, E’ importante, pur nella specificità dei due ambiti, trovare dei punti di convergenza tra il lavoro del Consultorio e quello pastorale: confrontarsi è necessario per uscire dagli stereotipi, ma soprattutto per uscire dall’autoreferenzialità, perché la famiglia deve interessare a tutti, e si ripropone oggi prepotentemente come obiettivo sia di una nuova evangelizzazione, che dei percorsi di cura. Concludo riportando qui una frase del nostro Presidente Nazionale, il Prof. Simeoni, che in un Seminario (al quale ho partecipato qualche anno fa) con pochi tratti delineava splendidamente le diversità e le convergenze dei due ambiti, concludendo che “la Pastorale serve la famiglia edificando la Chiesa, il Consultorio Familiare edifica la Chiesa servendo la famiglia”.


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LA FAMIGLIA TRA BISOGNI E DOMANDE:

COSA È CAMBIATO NEGLI ULTIMI VENT’ANNI di d.ssa Elisabetta Saffioti psicologa

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remessa: il rischio che si corre quando si parla di famiglia è che si generalizzi, che con un’icona si identifichino tutte le famiglie possibili. Spesso questo è inevitabile, perché avere una visione unica consente di studiare e di tentare soluzioni di massa. Ma l’effetto è quello di togliere valore, di massificare, e se ne perde il significato. Quello che tentiamo di fare è di considerare le famiglie come uniche. Le famiglie sono universi, hanno storie, vivono vite una diversa dall’altra, non ci sono standard, non ci sono omologazioni. Ogni famiglia ha una sua identità, è unica. Capite bene che quindi con questa premessa diventa riduttivo poter concentrare in un convegno tutto l’universo in cui sono immerse le famiglie. Dal momento in cui abbiamo cominciato ad osservare le famiglie ci siamo resi conto di quanti bisogni, di quante necessità ma anche di quante risorse esprimano le famiglie. Nel tempo i bisogni sono cambiati, ne sono aumentati alcuni, ne sono diminuiti altri. È l’epoca questa in cui si comunica di più ma paradossalmente si pensa che non si comunica abbastanza. Si sceglie di più ma si ha l’impressione che qualcuno scelga per noi. Ci si muove di più ma si resta fermi o addirittura si torna indietro rispetto alla salvaguardia di valori imprescindibili . 20 anni. Vent’anni di famiglie che chiedono, che avanzano richieste spesso incomprensibili e confuse, che si aspettano risposte, che si affidano, che cercano confini, regole. Di famiglie in vent’anni ne son passate tante... anche quando a bussare era solo una persona, sapevamo bene che dietro quella singola donna, o uomo o adolescente o anziano c’era una famiglia con le sue domande e le sue risorse. Il consultorio si colloca come punto di osservazione sulle famiglie, sia quelle che afferiscono spinte da un bisogno più o meno espresso, sia quelle che incontra sul territorio (incontri con le coppie, scuole genitori, sportelli per adolescenti nelle scuole.


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Il consultorio offre uno spazio, un luogo di ascolto, un luogo che accoglie la persona nella sua globalità, nella sua straordinaria vitalità, accompagnandola nel riconoscimento delle sue risorse personali e del contesto in cui vive. Cosa è cambiato in vent’anni? Mi piace portare tre immagini che forse possono racchiudere l’esperienza delle famiglie che sono state con noi. La prima è la SOLITUDINE Sì, spesso le famiglie sono sole, sole a combattere con la quotidianità, con realtà spesso ostili, sono sole con la propria tragedia, con le difficoltà, che sia la perdita di un lavoro, una malattia o un lutto difficile da elaborare. Sono sole quando si affaccia un disagio, quando quel disagio è difficile da riconoscere, da pronunciare, da accettare. Sono sole quando prendono coscienza delle proprie incapacità, quando sono sprovvedute e avrebbero bisogno di chi li accompagni, sono sole quando anche consapevoli di aver bisogno di aiuto ma non sanno chiederlo, non sanno come e non sanno a chi rivolgersi. Sono sole quando l’ignoranza e il pregiudizio condizionano, quando l’egoismo e gli interessi personali soffocano la solidarietà, quando il dolore è troppo grande da poterlo condividere. Le famiglie sono sole quando il giudizio degli altri dà un marchio, e difendersi costa troppo. Le famiglie sono sole quando a farne le spese sono i deboli, gli ultimi, i piccoli. La seconda immagine è l’ASSENZA DEL PADRE Intesa come perdita d’identità, perdita del ruolo e delle funzioni che siamo abituati ad attribuire al padre. Intesa come eclissi della figura paterna e dell’ordine simbolico da essa rappresentato. Come evaporazione dell’adulto che di fronte ai giovani assume atteggiamenti di fragilità infantile, sia esso genitore, educatore, insegnante o altro ruolo significativo nella crescita dei bambini – ragazzi. C’è un ribaltamento del legame familiare moderno, non sono più i figli a chiedere l’amore, ma i genitori ad elemosinarlo; essi dicono sempre di sì per risultare amabili, e soprattutto perché non riescono a reggere il conflitto, né con loro né con i partner. D’altra parte lo scacco, il fallimento, l’insuccesso dei figli sono sempre meno tollerati e spesso scoppiano nella vita familiare come bombe a orologeria, poiché infrangono sulle rocce del reale le attese e le angosce dei genitori. Il padre dovrebbe saper dire al figlio, come nella Genesi Dio ad Abramo: Vai verso te stesso! O come diceva nietzche: diventa ciò che sei!, saper innescare in lui, anche con il silenzio, un processo di soggettivazione – ma è proprio ciò che oggi non si riesce più a fare. I compiti fondamentali della genitorialità secondo Recalcati:


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Il pubblico del convegno

• Accudimento, presenza e parola • Funzione paterna • Lasciare andare quando è il momento • Illimitata responsabilità – eredità - testimonianza per essere genitori, oggi, bisogna istillare nei propri figli il senso del limite, ma anche il desiderio come potenza progettuale e come fede nell’avvenire – come speranza. Recuperare “Il nome del padre” nel senso di Appartenenza, riconoscimento Autorità, Passaggio del testimone. Fronteggiare le fragilità, la frammentazione. La terza immagine è la RESILIENZA Resilienza è un termine derivato dalla scienza dei materiali e indica la proprietà che hanno alcuni materiali di conservare la propria struttura o di riacquistare la forma originaria dopo essere stati sottoposti a schiacciamento o deformazione. In psicologia connota proprio la capacità delle persone di far fronte agli eventi stressanti o traumatici e di riorganizzare in maniera positiva la propria vita dinanzi alle difficoltà. Il termine resilienza deriva dal latino “resalio”, iterativo del verbo “salio”, che in una delle sue accezioni originali indicava l’azione di risalire sulla barca capovolta dalle onde del mare. Le persone con un alto livello di resilienza riescono a fronteggiare efficacemente le contrarietà, a dare nuovo slancio alla propria esistenza e perfino a raggiungere mete importanti. L’esposizione alle avversità sembra rafforzarle piuttosto che indebolirle. Esse tendenzialmente sono ottimiste, flessibili e creative; sanno lavorare in gruppo e fanno facilmente tesoro delle proprie e delle altrui esperienze. Bisogna concepire la resilienza come una funzione psichica che si modifica nel tempo in rapporto all’esperienza, ai vissuti e, soprattutto, al modificarsi dei meccanismi mentali che la sottendono. Avere un alto livello di resilienza non significa non sperimentare affatto le difficoltà o gli stress della vita. Avere un alto livello di resilienza non significa essere infallibili ma disposti al cambiamento quando necessario; disposti a pensare di poter sbagliare, ma anche di poter correggere la rotta A determinare un alto livello di resilienza contribuiscono diversi fattori, primo fra tutti la presenza all’interno come all’esterno della famiglia di relazioni con persone premurose e solidali. Questo tipo di relazioni crea un clima di amore e di fiducia, e fornisce incoraggiamento e rassicurazione favorendo, così, l’accrescimento del livello di resilienza.


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La resilienza è quella che permette di perseguire gli obiettivi nonostante i continui “no”, le sconfitte, e gli inevitabili contrattempi della vita: è quella folle razionalità che fa rialzare per la centesima volta, consapevole che prima o poi raggiungerai l’obiettivo; è quella capacità di ristrutturare i fallimenti, considerandoli inevitabili tappe verso il successo. Insomma, la resilienza viene durante e dopo gli obiettivi: durante, quando bisogna attingere a tutte le risorse fisiche e mentali per fare quell’ultimo miglio che divide dal traguardo, dopo, quando bisogna affrontare una momentanea sconfitta, dimostrando di essere in grado di risollevarsi. Risorse psichiche (tranquillità psicologica, capacità di concentrazione e di scegliere), risorse fisiche (salute e aspetto fisico), risorse relazionali (rapporti con famiglia nelle tre generazioni, amici e coetanei), risorse ambientali (tenore di vita, zona in cui si vive, capitale sociale) Risorse familiari La persona resiliente, cioè capace di reagire in modo positivo agli eventi critici, non prende la forza solo da proprie capacità personali, ma è in grado di farsi sostenere anche da risorse presenti nell’ambito familiare. Cerca il confronto con i propri familiari, accetta il loro contributo o aiuto, ha fiducia nel loro sostegno. La famiglia, se non patologica, può offrire numerosi opportunità di sostegno o stimolo per fronteggiare le difficoltà della vita. Occorre, però, porre attenzione a non basarsi solo su di essa: cercare l’appoggio o la comprensione dei propri familiari per evitare di trovare autonomamente delle risposte personali alle proprie difficoltà rappresenta una strategia disfunzionale per affrontare gli eventi critici della vita. Risorse sociali La persona resiliente riesce, inoltre, a considerare come risorsa per se stessa, le persone appartenenti al proprio ambiente sociale, per esempio amici, compagni di lavoro e perfino esperti quali lo psicologo. Anche in questo caso, cerca il confronto con loro, accetta il loro contributo o aiuto, ha fiducia nel loro sostegno ma non si appoggia a loro completamente. Cercare l’appoggio o la comprensione dei propri amici o conoscenti per evitare di trovare autonomamente delle risposte personali alle proprie difficoltà rappresenta una strategia disfunzionale per affrontare gli eventi critici della vita. Il consultorio offre inoltre il sostegno genitoriale a coppie che non riescono a riconoscersi genitori, nelle funzioni e nel ruolo. Potrebbe inoltre offrire la possibilità di farsi nodo creando rete tra le famiglie. Mi piace pensare che si possa all’interno delle nostre parrocchie, delle nostre realtà di movimenti e associazioni una rete di famiglie all’interno delle quali si respiri la solidarietà, la possibilità che famiglie solide, forti possano essere di supporto alle famiglie più deboli, più vulnerabili, dove ogni famiglia mette in comune le proprie risorse al servizio degli altri.


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Il consultorio familiare: segno profetico di una chiesa che ama di Dott. Francesco Greco Direttore Consultorio

C

ome è già stato detto precedentemente, in questo momento il nostro territorio dal punto di vista delle relazioni, del vissuto di ogni giorno, del modo di reagire con il mondo e negli atteggiamenti quotidiani, sta subendo una profonda trasformazione. La piana in questi ultimi anni ha vissuto importanti cambiamenti che hanno interessato e coinvolto anche e soprattutto i giovani, che diventano sempre di più l’anello debole della società e, in fondo, guardando loro, possiamo individuare tutte le problematiche e le ambiguità tipiche della piana del 2014. I giovani: proprio loro sono il crocevia delle nostre problematiche sociali, dei nostri fallimenti, di un scadimento dei valori e di una certa deriva morale. Non a caso le tradizionali agenzie educative non riescono più a trovare itinerari adeguati, inventarsi piani educativi ed efficaci progettualità che incidano profondamente nella vita dei nostri giovani come hanno segnato la vita di giovani di pochi decenni fa. Quali sono le caratteristiche profonde di questo cambiamento? Come si è concretizzato? Come possiamo definirlo? Non riesco a trovare altra metafora che questa: un colpo di spugna, come se improvvisamente siano cadute le certezze e le basi su cui si costruivano i percorsi di maturità umana e civile dei giovani. Questa trasformazione ha lasciato tutti impreparati, non è corrisposta una vera reazione e un’autentica progettualità e attenzione specifica… ecco che la scuola vive un disagio, i genitori sono sempre di più disorientati, la Chiesa non riesce a fare pastorali efficaci. I gruppi aggregativi sono disertati facilmente dalla maggioranza dei giovani. Quali sono i tratti più preoccupanti di questi cambiamenti? Ne ho individuato 4. L’omologazione Questa improvvisa trasformazione sociale ha provocato in primis la scomparsa delle diversità territoriali e della ricchezza culturale dei giovani orientati oggi, verso una preoccupante uniformità di atteggiamenti e modi di essere e modi di pensare. L’ingresso violento dei social network imposto dai media, la scolarizzazione superiore e l’accentramento scolastico, la facilità di spostamento degli alunni, un certo benessere so-


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ciale rispetto alle generazioni genitoriali, ha favorito la nascita di una sub cultura giovanile che ha letteralmente spiazzato il mondo degli adulti e ha favorito la semplice uniformità di gusti, comportamenti e valori morali. La solitudine I nostri giovani sono sempre di più soli. Parlo di una solitudine interiore, impalpabile, pericolosa, che priva i giovani delle normali relazioni tra coetanei e di spazi di confronto e di vita. Il 12,5% dei giovani in una recente intervista afferma che incontra i coetanei solo a scuola, e un altro 12,5% gli amici li incontra quasi sempre nei tempi scolastici. Ciò carica di responsabilità le nostre scuole, ma è un segnale che si stanno allentando fortemente i legami sociali e le normali relazioni amicali. La virtualizzazione delle amicizie, con l’uso massiccio dei programmi social, favorisce il ricorso a una dipendenza dai media: il 2,41% dei giovani afferma che preferisce stare davanti al computer invece di uscire con gli amici mentre, il 39% dichiara che, in effetti ciò succede solo qualche volta. Il disinteresse In una società orientata verso il divertimento e una “vita facile” l’interesse è drammaticamente indirizzato verso valori aleatori e molti distanti da quelli autentici della persona umana, della responsabilità, dell’impegno, la tradizione concreta presente nel territorio. La presenza della cultura mafiosa incide profondamente verso il disimpegno sociale e verso le cose più autenticamente umane, relazionali, cristiane. Il 35% dei giovani è convinto che la mafia non si sconfiggerà mai, mentre il 46% si dichiara indeciso rispetto all’affermazione sull’invincibilità della presenza della ‘ndrangeta. Questo fatto è a mio avviso un indice significativo di una cultura, anzi di false convinzioni che attraversano trasversalmente tutte agenzie educative, famiglie e progettualità educative, e creano sfiducia e senso di impotenza. I nostri giovani tendono a vivere la piena giovinezza e anche la maturità come una vita in cui ciò che conta è l’avere a discapito dell’essere, il cui il presente conta più del futuro, in cui l’apparenza conta più dell’essenza. Il risultato si riassume in questo terribile termine: disinteresse e disimpegno per la fatica, per i percorsi che possono portare alla maturità umana e civile. Fragilità emotiva Tutte queste problematiche hanno come risultato un giovane che si sente sempre di più bisognoso di stare in famiglia, prolungare la sua dipendenza dai genitori, cercare qualcuno che li copra e li protegga. I giovani sono sempre di più fragili emotivamente, si pensano come eterni adolescenti, creano legami superficiali con i coetanei, mancano di forza interiore che li dovrebbe spin-


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gere verso la responsabilità e l’autostima personale. I segnali sono evidenti: il 33% afferma che sta bene solo con qualche persona, mentre il 12% dichiara che ha paura di restare solo e senza amici. Sono i segnali molto preoccupanti di un disagio emotivo che ha origine anche in un disagio esistenziale nel quale non trova posto Dio e i valori cristiani. Un osservatore che viene da altri territori potrebbe obiettare che tutto ciò che sto dicendo non è per niente nuovo e che in molte zone della nostra nazione è da anni realtà concreta, è vero. Ma il fatto è che il nostro territorio sino a pochi anni fa era in qualche modo una specie di isola quasi felice perché le forti tradizioni tenevano in alto un muro, fondato sulla tradizione, che in poco tempo si è letteralmente sbriciolato e con lui, contemporaneamente, anche il senso di famiglia. In questa direzione il mondo giovanile è infatti confuso, e non riesce più a orientarsi a distinguere tra famiglia, relazioni, amore, innamoramento, convivenza. Il 77,1% afferma che si sposerà in chiesa, ciò è indice che l’idea del matrimonio culturalmente vacilla e si insinuano a forza tutte le correnti culturali favorevoli alla distruzione della famiglia stessa. La fragilità emotiva, la perdita del vissuto familiare, gli effetti delle innumerevoli separazioni e divorzi hanno scardinato nello spazio di qualche anno le forti tradizioni ataviche sull’unità della famiglia, sui valori di paternità e maternità costruite e trasmesse dalla nostra cultura secolare. Questo famoso “colpo di spugna” ha creato quindi un vuoto, che colpisce le famiglie tutte, senza esclusine alcuna. Assistiamo sempre più a famiglie mature che con rassegnazione ma anche con un fortissimo senso di disorientamento e di impotenza accettano i figli conviventi. Coppie di giovani che per motivi futili si lasciano, coppie mature che fanno ricorso alla separazione, nuove patologie che nascono all’interno della famiglia, giovani che con una naturalezza che non faceva parte della nostra cultura aspettano di avere un figlio per sposarsi, nuova apertura a comportamento sessuali ambigui. Su questi tematiche oggi si vive ambiguità, confusione, sbandamento, perché il famoso “colpo di spugna” non ha lasciato il tempo materiale per assimilare i cambiamenti e per rifondare i valori e le certezze. Questo è il quadro di riferimento che dal nostro osservatorio privilegiato possiamo vedere e che mostra una nuova prospettiva di impegno a 360° per ricostruire culturalmente il valore della famiglia.


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Foto di gruppo con il Vescovo

Quale sarà il futuro del consultorio? Per rispondere a questa domanda, avrei voluto portare alla vostra attenzione lo sguardo di una giovane coppia convivente e con bambini che stiamo trattando in questi giorni nel nostro consultorio; avrei voluto poter mostrarvi la loro storia e il loro vissuto incerto e problematico. Una giovane coppia che cerca in tutti i modi di avere una vita di famiglia normale e sulla quale si intreccia non solo uno stato di confusione personale, di aridità emotiva, di sentimenti incerti, ma anche le contraddizioni della famiglie di origine, un forte senso di inadeguatezza che fa a pugni con il bisogno di rispondere alla vocazione alla famiglia. Nel primo colloquio alla mia domanda: “cosa vi aspettate dal consultorio?” La risposta è stata unanime, “ci vogliamo bene, vogliamo semplicemente capire come fare famiglia”. Questa, a mio parere sarà la domanda fondamentale del futuro. Questa coppia, incerta, sconnessa, in preda a sentimenti e emozioni a volte ambigui e contrastanti, vuole essere accolta, vuole sorrisi, capacità di confrontarsi, rassicurazione, sostegno, spazio di confronto, stimolo per imparare a dialogare. Ecco la sfida che ci sta davanti: dare alla famiglia ciò che gli manca perché deturpata e storpiata nelle sue basi fondamentali. L’orizzonte del consultorio è diventare un modello, che sappia essere sempre di più uno spazio accogliente, uno spazio di servizio vero alla famiglia, un luogo che riesca a riaffermare la bellezza del matrimonio, della paternità e della maternità, un luogo, fondamentalmente custode dei valori di base. In questo nostro mondo in cui le parole chiave sono confusione e incertezza, il consultorio deve diventare luogo in cui la vocazione originaria al matrimonio è custodita e riaffermata non solo nel servizio umile e nascosto che il consultorio diocesano per sua natura offre, ma anche nel fare prevenzione e nell’aiuto concreto negli itinerari formativi e in accordo con tutte le agenzie che lavorano su queste tematiche. Assistiamo, purtroppo, oggi anche ad una preoccupante ideologizzazione delle professioni sanitarie e legali preposte alla salvaguardia della famiglia, che troppo facilmente dicono di si alla separazione, all’aborto, aprendosi disinvoltamente alla teoria del gender. In questa situazione, nel rispetto della persona, credo che la sfida più evidente è riuscire a mantenere la propria identità, non certamente per fare battaglie ideologiche, ma semplicemente perché la carità verso la persona che ci sforziamo di dare nella quotidianità deve avere – e di questo ne siamo fortissimamente convinti – il suo riferimento nella vocazione originaria della persona umana, uomo o donna, madre e padre, che troppo spesso viene ignorata e vilipesa.


Progetto del

SU GENTILE CONCESSIONE DELLA CURIA DI OPPIDO PALMI EDITORE MOVIMENTO CRISTIANO LAVORATORI TAURIANOVA

CON LA COLLABORAZIONE DI:

Corriere della Piana - Inserto Speciale n.19 Terrasanta consultorio  

Periodico di politica, attualità e costume della Piana del Tauro

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