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SPECIALE MADONNA DELLA MONTAGNA


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Editoriale

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Dalla Calabria un dono d’amore al mondo

n occasione della Feste Patronali Mariane Taurianovesi il Corriere della Piana, a conferma del proprio impegno quale veicolo di promozione culturale, ha inteso sviluppare il tema della devozione mariana a Taurianova e nella Piana del Tauro proponendo documenti di archivio. Articoli di altre epoche e di altre età e che, tutti ugualmente, ormai al di la del fatto di cronaca sono da considerarsi documenti storici dettati dal grande momento fideistico che si lega al culto della Madonna. A Taurianova le feste patronali hanno trovato il momento di maggior coinvolgimento popolare da quando sul finire del XIX secolo, venne registrato il miracolo della Madonna, che mosse più volte gli occhi davanti a decine e decine di fedeli e poi, portata in processione, nel cielo, a sovrapporsi alla luna, comparve una croce. Di tanto, esistono testimonianze autorevoli e attestazioni di veridicità da parte di notai presenti all’evento prodigioso e di cronachisti del tempo. Per questo, riproporre la copia anastatica del “Il Nostro Settembrino, un numero unico della metà degli anni ’50 gentilmente messo a nostra disposizione dal Dott. Diego Demaio che lo conserva nella sua emeroteca e che vuole essere un dono per quelli

Corriere della Piana Speciale Madonna della Montagna

Supplemento al n° 13 del Corriere della Piana Periodico di politica, attualità e costume della Piana del Tauro corrieredellapiana@libero.it

Direttore Responsabile: Luigi Mamone Vice Direttore: Filomena Scarpati Lettering: Francesco Di Masi Hanno collaborato: Cecè Alampi, Diego Demaio, Mara Cannatà Foto: Francesco Del Grande e Rosa Artemisia Del Grande Grafica e Impaginazione:

di Mara Cannatà

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che, avanti negli anni, erano allora giovani, e per quelli che, in quel tempo bambini, ricordano vagamente nomi entrati nella memoria storica della città quali il negozio “Sogno di Mamma” o gli Alimentari Tavella, e che forse del vecchio Bar Crucitti avevano solo sentito parlarne a qualche anziano o a emigrati di ritorno. Una Taurianova che non c’è più ma che da quelle colonne in rigoroso bianco e nero traspare viva, genuina e, perché no? Bella: di una bellezza semplice e schietta. Che rimpiangiamo. Abbiamo inteso far dono a tutti i nostri lettori di quelle colonne antiche eppur così nuove con l’augurio che Taurianova possa risorgere dalle proprie attuali ceneri e macerie. Le Feste mariane e il lculto della Madonna poi, in due articoli che il nostro collaboratore Cecè Alampi scrisse per il numero unico Artigianmostra nell’ormai lontano 1991, mostrano come la fede e l’amore verso la Madonna della Montagna, resti inalterato nel tempo. Per questo lo speciale, che dimostra come la cronaca diventi storia, ci auguriamo, sia per tutti i lettori, dono gradito e proposta da leggere, diffondere e conservare. Buone feste, e fra qualche giorno appuntamento in edicola con il numero 13 della serie normale . Luigi Mamone

La “Stella” votiva Simbolo della festa a Taurianova

a stella luminosa ideata a devozione della Madonna della Montagna, ha una tradizione antica e un’evoluzione dovuta ai tempi ed agli eventi. Il tutto risale al 1760, quando a Taurianova, allora Radicena, l’Arciprete Don Domenico Antonio Zerbi- Zangari, concretizza la devozione alla Madonna della Montagna organizzando i festeggiamenti preceduti da una novena. Durante questi nove giorni e per tutta la durata della festa si accendeva un lume o una lucerna ad olio che si posizionava all’esterno delle case in segno di devozione e per illuminare il paese in festa. Negli anni ad avvenire qualcuno ha iniziato a proteggere dal vento la fiammella con della carta velina o stoffa trasparente che permetteva di intravedere la luce del lume. Dopo l’invenzione della lampadina a corrente elettrica, l’usanza non si arrestò e si iniziarono a dare delle forme a questa copertura. Per la struttura si utilizzarono materiali come piccole canne e carta velina colorata, e come forma si prese spunto da S. Antonio di Padova che amava definire la madonna “stella del mattino e portatrice di luce”, si giunse così alla forma della stella e in seguito ne sono state date anche altre come una nave (per indicare l’imbarcazione che portò la statua da Napoli a Gioia Tauro nel 1787) o una Chiesa. Da allora la tradizione continuò e oggi come allora il comitato delle feste indice il concorso che premia la stella più bella.

Sommario

Stampa: Litotipografia Franco Colarco Responsabile Marketing: Luigi Cordova phone 3397871785 cordovaluigi@alice.it

Editore Circolo MCL “Don Pietro Franco” Via Benedetto Croce 1 89029 Taurianova (RC)

La collaborazione al giornale è libera e gratuita. Gli articoli anche se non pubblicati non saranno restituiti. Chiuso per l’impaginazione il 12 Agosto 2013

Corriere della Piana - Speciale Madonna della Montagna - 4 SETTEMBRE 2013

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Editoriale

La “Stella votiva”

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Festa solenne Il falò dei luppinacci

7 Il nostro Settembrino 12 Fermento di popolo 14 Nel nome di Maria


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Festa Solenne

in onore di Maria SS. della Montagna (Pubblicato sul numero unico Artigianmostra dell’8 Settembre 1991) di Cecè Alampi

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l culto della Madonna della Montagna, Patrona di Taurianova, da sempre profondamente sentito e vissuto come esperienza genuina di vita cristiana e come esigenza civile e sociale ritorna anche quest’anno, nell’ormai imminente vigilia dei festeggiamenti, con tutto il suo profondo significato. Gli avvenimenti che riguardano la Madonna si intrecciano, a Taurianova, diventano storia e memoria e contribuiscono a incrementare la Festa e a stimolare sempre più fra gli abitanti il senso mariano della pietà popolare. La nostra storia ci rende orgogliosi di rievocare anche le manifestazioni collaterali che da sempre accompagnano i festeggiamenti settembrini: dicesi fiere, mostre e rassegne di prodotti del locale artigianato. Molte sono state (e sono) le novità nel campo dell’arte emerse nel corso della “Festa” ed è questa un’altra buona ragione per rievocare ancora una volta la storia del culto dei Taurianovesi a Maria Santissima della Montagna. «Volgeva l’Anno di nostra salute 1763 – narra il primo biografo della nostra Madonna e della Festa: Francesco Sofia Moretti – e la Chiesa parrocchiale di Radicena, posta prima sotto il protettorato di Santa Maria Ambasiade e poscia sotto quello di S. Maria delle Grazie, veniva finalmente a ricevere come Sua celeste Patrona la stessa Vergine, sotto il titolo di Santa Maria della Montagna». E tutto ciò – vorrei continuare – per merito di Don Domenico Antonio Zerbi, arciprete dapprima a Capistrano e – da quell’anno – a Radicena. L’Arciprete Zerbi, dopo una sua miracolosa guarigione ad opera della Madonna della Montagna di Polsi ne promosse il culto in quel di Capistrano e – poi – destinato a Radicena, suo paese natale, - volle perpetuarne ancora come prima cosa la devozione, istituendo anche nella sua parrocchia una festa in onore di Maria SS. della Montagna. Comprò così una grande immagine rivestita di un bellissimo manto azzurro e fissò all’otto di settembre la data della festa. L’arciprete Zerbi – purtroppo - perì dodici anni dopo, vittima del terremoto che nel 1783 si abbattè sulla piana di Gioia con furia distruttrice mietendo ben trentaduemila vite umane. Cinque anni dopo, nel 1787 «come rinnovazione di un patto di speranza», a Radicena arriva la statua della Madonna della Montagna: quella che il popolo venera ancor oggi. Ordinata da un certo Don Vincenzo Sofia, un benestante del luogo, allo scopo di sciogliere un voto, che l’uomo aveva pronunciato rivolgendosi alla Madonna allo scopo di ottenere la guarigione di una figlia gravemente ammalata, il simulacro

avrebbe dovuto essere in argento. Purtroppo per la ragazza – che morì – la grazia non fu concessa. Generosamente però, nonostante il dolore, il Sofia volle – almeno in parte – sciogliere ugualmente il voto e anziché in argento fece scolpire nel legno la statua raffigurante la Madonna venerata a Radicena. Incaricato dell’opera fu un certo Michele Salerno di Serra San Bruno ma con bottega a Napoli. Alla fine dell’Agosto 1787 la statua, che costò 60 ducati, fu terminata e caricata su una nave in partenza per il porto di Gioia Tauro. Il bastimento prese il largo con un mare tranquillissimo ma giunto nel golfo di Salerno incappò in una violente tempesta. Per alleggerire la nave allora il Comandante ordinò di gettare a mare il carico. Quando i marinari dopo aver scaraventato via molte cose cercarono di sollevare la cassa con la statua (di cui non conoscevano il contenuto) non vi riuscirono giacchè la stessa appariva pesantissima. Al contempo un marinaio della ciurma scorgeva, alta sul ponte una signora con le braccia alzate quasi a voler placare gli elementi. Infatti, la furia delle onde cessò, fra la gioia di tutti per lo scampato pericolo. Tre giorni dopo il veliero – atteso al molo da Vicenzo Sofia – giungeva a Gioia Tauro.

Il falò dei luppinazzi - u’mbitu

La Vergine in processione


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Il comandante diede allora l’ordine a ritentare di scoperchiare la cassa che durante la tempesta non erano riusciti a spostare. Al nuovo tentativo, senza alcuno sforzo, il coperchio venne sollevato. Appena la statua della Madonna comparve alla vista, uno dei marinai riconobbe in essa la signora che aveva intravisto sul ponte della nave nel corso della tempesta e capì allora di aver assistito ad un miracolo. Venuti a conoscenza del prodigio i radicenesi sostituirono l’antica statua acquistata dall’Arciprete Zerbi con la nuova immagine, bellissima e dagli occhi affascinanti, veri - al punto da sembrare vivi. Il bove e l’angioletto posti ai suoi piedi inoltre per molti critici sono piccoli capolavori. Negli anni immediatamente successivi la devozione alla Madonna si incrementò per poi affievolirsi vieppiù nel corso dei decenni «Affievolitosi a poco a poco il sentimento religioso – dice ancora Francesco Sofia Moretti – vuoi per degenerata natura, vuoi per morali miserie causate da crisi finanziarie, dal lusso, dal gravame di tasse e di balzelli, di cui sono dirette ragioni la sbagliata politica, la vendita della coscienza, il minaccioso ringhio di guerra fra regni e regni ed una pace armata che dissolve e dissangua i popoli, l’annuale festa della Vergine della Montagna divenne quasi nulla. Il culto ne fu per meno deriso, vacillante poi o nessuna la fede». «Ma (al detto di molti fedeli degni di credito) ecco nella sera del 9 settembre 1894, sul finir di una festicella simile a un funerale» mentre la Patrona della nostra città di Radicena stava esposta ancora in chiesa, un certo Ambrogio Incarnato, napoletano, nel guardarla in volto si accorge che gli occhi della Madonna si muovevano e, subito, richiamò l’attenzione dei presenti i quali gridarono al miracolo: «Corse un fremito per tutta la città – racconta in una testimonianza Francesco Sofia Alessio – e una gran folla si riversò in chiesa per vedere lo spettacolo». La Madonna fu subito portata in processione e continuava ancora a muovere gli occhi in tutte le direzioni. Tutta la città la seguiva e molti svenivano per l’emozione. Giunta la processione di fronte alla Chiesa Matrice

di Jatrinoli, un certo Panzarone, militare dell’Arma dei Carabinieri, che derideva tutti coloro che stavano gridando al miracolo, si accorse che in cielo, in mezzo alla luna era apparsa – visibile a tutti – una grande croce luminosa. Allora la Madonna venne rivolta verso la luna; i suoi occhi si levarono in quella direzione e si fissarono sulla croce. Quella visione durò in tutto circa cinque minuti; poi pian piano si dissolse. L’avvocato Francesco Sofia Moretti Direttore dell’Osservatorio Meteorico Geodinamico di Radicena, in una sua lettera del 12 settembre 1894 faceva relazione del fenomeno a Padre Densa Direttore della Specola Vaticana che ne riferì nel suo bollettino. Molte sono le testimonianze – scritte o verbali – di quel prodigio. In particolare hanno lasciato testimonianze scritte oltre ai già citati Francesco Sofia Alessio e Domenico Sofia Moretti: Pasquale Lococo – componente del comitato feste di quel tempo e l’Arciprete Don Giuseppe Rodofili. Una prozia di chi scrive, e il di lei marito poco più che decenni all’epoca del miracolo, ad ogni sua rievocazione si commuovevano al punto da riempirsi gli occhi di lacrime. A ricordo del miracolo venne istituito un altro giorno di festa: il 9 detto appunto «dei miracoli». Da allora molte sono le manifestazioni di fede e i simboli della pietà popolare che hanno accompagnato e accompagnano la «Festa». Recentemente si è persa quella «riffa del vitellino». Allo stesso modo sta scomparendo quella particolare manifestazione di fede detta «strisciunata» (camminata sui ginocchi nudi). Resistono ancora invece, più vitali che mai, altre tradizioni quali quella de «u ‘mbitu» (l’invito: grande falò di lupini secchi); «a stida» (la stella: simbolo votivo attaccato all’esterno delle case); «a ijornata a Madonna» (un giorno alla Madonna: giornata di preghiera) e «il bacio del piede della Madonna (omaggio porto – a festa finita – prima che la statua sia riposta nella sua teca). Spontanee espressioni della pietà popolare, noi abbiamo il dovere di conservarle e perpetuarle. Ciò perché esse hanno – se lo si riesce a capire – significato e valore inestimabili.


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Il significato delle Feste Mariane a Taurianova

Il falò dei luppinacci: invito alla Festa di Luigi Mamone

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e feste mariane di settembre assumono a Taurianova un significato di profonda religiosità e di un ritorno ai valori di una spiritualità antica che rimanda agli albori del cristianesimo e alla devozione popolare, il cui aspetto maggiormente diffuso, in una molteplicità di forme e di modi di esteriorizzazione si lega al culto della Vergine Maria, la cui iconografia muta e si caratterizza in relazione al luogo di devozione. La Madonna del Carmelo, quella della Lettera, quella dell’Alto Mare, quella infine, come a Polsi e a Taurianova, della Montagna. Ed è il legame profondo fra la religiosità e il territorio che appare sua forza dirompente e che nelle feste settembrine taurianovesi, aperte, come sempre, da centinaia, forse da migliaia di anni, dal grande falò dei lupini secchi, i “Luppinacci” che al di là di significati di purificazione e di catarsi ignea che affonderebbero ad epoche remote antecedenti il cristianesimo, hanno, ed è indubbio, il significato di un segnale luminoso notturno, visibile a grandissime distanze dai tanti angoli di montagna aperti alla visione della sottostante Piana del Tauro. Non casualmente il falò è detto “invito”, ed è proprio l’invito a radunare le greggi, a scendere a valle per rendere onore, sul finire dell’estate alla Vergine Maria, ringraziandola per la ricchezza dei raccolti, l’abbondanza delle messi e la prolificità delle greggi e, insieme, per invocare perdono, implorare benedizione, pregare e far festa, senza dimenticare che anche la festa è ecclesialità e anche i canti e i balli della tradizione popolare mai erano disgiunti da afflati di evidente soffusa religiosità. Per questo l’accensione dei Luppinacci rappresenta da sempre per i taurianovesi un momento di forte coesione municipale che consente nel ricordo di altre età e di altre pagine della storia cittadina di riscoprire

l’orgoglio delle origini che, come per gli altri centri della Piana del Tauro, la uniscono al ricordo dei fasti medioevali di Seminara e dell’antica Terranova, di cui Radicena e Jatrinoli furono casali e all’antica religiosità fra il verde delle gole aspromontane, nei conventi e nei romitaggi fin da prima dell’anno mille confermando così che nel nome e nella fede a Maria, le genti di Calabria trovino il loro elemento fondante e aggregante.

L’accensione dei Luppinacci. Un momento di forte coesione municipale Il Commissario Straordinario Dott.ssa Anna Aurora Colosimo e il Parroco Don Antonio Spizzica con il Presidente della Caritas Diocesana Vincenzo Alampi, accendono il falò dell’invito


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Le tradizioni che si legano alla festa di Settembre

Fermento di popolo Testimonianza di fede mariana

(Pubblicato sul numero unico Artigianmostra dell’8 Settembre 1991) di Cecè Alampi

Figlia del divin Padre, Del Cielo gran Regina, Tu da nemiche squadre Difendi Radicina. Fa che ti serbi in seno Amore e fedeltà. Se dalla via del Cielo Vagano tanti e tanti, Tu chiama i figli erranti Porgi la tua pietà

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uesta invocazione alla Madonna della Montagna, finale di un componimento sacro drammatico cantato nella Chiesa Matrice di Radicena in occasione della festa del 1817, mostra chiaramente come la devozione verso Maria Santissima della Montagna a Taurianova, anche se ha solo poco più di due secoli di vita, essendo nata su iniziativa dell’Arciprete Don Domenicantonio Zerbi nell’anno 1763, già fin dal suo nascere si è arricchita di significati religiosi e umani da farla apparire antica di tanti secoli.

Madonna della Montagna - Taurianova

Inoltre conosciamo le date, i personaggi e gli avvenimenti che hanno accompagnato questa speciale devozione che tanto ha influito, fin dal suo nascere, sulla vita della nostra città; eppure molte cose sfuggono al nostro ragionamento e alla nostra ricerca, oppure si avvolgono nel velo della leggenda. Io ho cercato di sbirciare attraverso questo velo per scoprire il significato, l’aspetto e il cammino di alcune nostre tradizioni che sono ancora un nostro patrimonio preziosissimo. «U 'mbitu», «A stida», «A jornata a Madonna», «A rriffa du vitedduzzu», «Gli ex voto», «A calata da Madonna», «A prucessione», «U baciu du pedi da Madonna», poi ancora i fidanzamenti che avvenivano durante la festa, i matrimoni, la compravendita di un terreno o di una casa, e purtroppo, anche gli omicidi. La festa della Madonna era un’ottima occasione per un giorno da ricordare, per un fatto d’amore o di odio. «U 'mbitu», in lingua: «l’invito», e un gran falò di steli secchi di lupini - «luppinazzi», in dialetto – che viene acceso in forma solenne, dal Sindaco della Città, che per l’occasione indossa la fascia tricolore ed è accompagnato dalla Giunta Comunale al gran completo, sulla Piazza di fronte alla Chiesa dove si venera la Madonna, nove giorni prima della festa. Il falò, che in modo diverso viene acceso in altri posti del circondario sempre però in occasione di qualche festa, senza scomodare illustri studiosi che in esso vedono un rogo purificatore o elementi pagani del culto del fuoco, non è altro che un invito – come d’altronde lo definisce il suo stesso nome dialettale: «U 'mbitu». Con l’accensione del falò, quindi, anticamente, si invitavano i fedeli del circondario alla novena e alla festa successiva.

Si capisce benissimo come in altri tempi, quando non esisteva la luce elettrica e i nostri paesi erano immersi nel buio, il chiarore che produceva il falò – e lo scampanio delle campane che lo accompagnavano – era un chiarissimo segnale col quale si avvisavano i fedeli, specialmente delle campagne e dei paesi vicini che il giorno dopo sarebbe iniziata la novena in onore della Madonna. Il falò, come già detto, viene alimentato dagli steli secchi di lupini che anticamente i nostri agricoltori offrivano per voto o per grazia ricevuta e poi molti di loro si impegnavano a buttarli nel fuoco. Dalle fiamme che si alzavano se erano alte o basse, se diritte o giravano verso qualche direzione, se il fuoco scoppiettava o meno, inoltre, i nostri progenitori, traevano dei significati, degli auspici per il futuro andamento della festa, del tempo, degli affari e dei lavori. Ultimamente, purtroppo, trovare i «luppinazzi» si fa sempre più difficile in quanto nella nostra zona nessuno coltiva più lupini. Da molti anni ormai ci vengono forniti da un agricoltore vibonese. Un’altra grande tradizione della devozione dei taurianovesi verso Maria SS. della Montagna che ancora è viva più che mai è «A stida» - in lingua: la stella. E’ proprio di una stella si tratta, dalla grandezza variabile da piccola: di pochi centimetri, fino a due metri di diametro; costruita con strisce sottili di canna unita a forma di stella e poi ricoperta di carta velina colorata e con all’interno una o più lampadine a luce fissa o ad intermittenza. La stella viene appesa al balcone o davanti alla porta di casa in segno di devozione verso la Madonna. Alcuni invece della stella preparano altre forme come la nave oppure la Chiesa in tutte però viene attaccata l’immagine della Madonna. Questa tradizione nasce dall’uso di accendere un lume ad olio, davanti alla porta di casa o sul balcone durante la novena in onore della Madonna, anticamente quando ancora nella nostra città non era arrivata la luce elettrica per far luce a coloro che in quel periodo di


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festa frequentavano la casa, ma ancor di più per devozione e per far luce alla Madonna che doveva passare in processione da lì a poco. La lucerna ad olio o il lume forse per ripararli dal vento o per dargli un tono allegro, qualcuno pensò di ricoprirli con carta velina per far filtrare la luce e poi la fantasia dei radicinesi ha fatto il resto. Dopo che la tradizione prese piede, il Comitato dei festeggiamenti, per incrementare sempre più questa bella tradizione, ogni tanto programmava qualche concorso per premiare la stella più bella. Memorabile è rimasta la festa del 1946, quando il Comitato fece costruire centinaia di stelle illuminate che fece appendere per tutte le strade principali di Taurianova. Quanto è grande la devozione della nostra gente, ancora oggi lo possiamo notare tramite un’altra grande tradizione che le nuove mode non sono riuscite per fortuna a cancellare. Si tratta della cosiddetta «Iornata a Madonna» - in lingua: giornata alla Madonna, giornata dedicata alla Madonna. Consiste nel rimanere in Chiesa una giornata intera, durante uno dei tre giorni della festa, per non lasciar mai sola la Madonna. Durante la giornata in cui generalmente si fa sciogliere un voto, si prega, si eseguono canti mariani e si partecipa alla Santa Messa. Molti devoti non vanno neanche a mangiare. Si è persa un’altra simpatica tradizione, e cioè quella della riffa del vitellino: «A rriffa du vitedduzzu». L’evoluzione della nostra economia agricola e la scomparsa delle stalle nelle nostre campagne ha fatto sparire la tradizione di sorteggiare un vitellino da latte durante la festa. Il vitellino – scelto perché è raffigurato ai piedi della Madonna in quanto come narra la leggenda fu un vitello a trovare la croce di ferro a Polsi – bardato a festa con dei nastri rossi attaccati alle corna, al collo e alla coda e l’immagine della Madonna sulla la fronte, veniva portato in giro per il paese accompagnato dalla «Banda pilusa» e spesso anche dai «Giganti». Adesso invece del vitellino si riffa un’auto o altri oggetti di uso comune. Degli «Ex voto» ormai si è perso l’uso. Raramente si vede qualcuno che mette nelle mani della Madonna la propria collana o altri oggetti d’oro per sciogliere un voto. Si racconta invece che anticamente la Madonna aveva centinaia di oggetti d’oro e di argento custoditi in una bacheca che durante la festa veniva esposta in Chiesa. Sembra che quel «tesoro da Madonna» sia servito per costruire la Chiesa. «A calata da Madonna» è un rito a cui tengono in modo particolare tante persone e specialmente i portatori. Verso le ore nove del giorno sei settembre, la Madonna viene tolta dalla sua nicchia ed esposta sulla vara che serve poi per la processione. E’ un rito anche questo specialmente per il modo solenne come viene compiuto e per i gesti di devozione di

tante persone che si accalcano per poter toccare la Madonna o implorare qualche preghiera «più da vicino». Un’altra grande tradizione «segno della devozione a Maria SS. della Montagna» è rappresentata dai portatori della statua della Vergine durante la processione per le vie della città. Quattro di essi: Giuseppe Condello, Tonino Condello, Pasquale Lava e Vincenzo Nunnari, rinnovano un voto antico fatto dai loro progenitori, che essi perpetuano indossando pure la tunica bianca, ricevuta in eredità, simbolo della particolare fede che ha accompagnato e accompagna la loro famiglia. Gli altri portatori che li affiancano indossando una maglietta bianca con impressa l’immagine della Madonna hanno certamente ricevuto una grazia o un segno particolare della presenza divina nella loro vita. Questi ultimi che, insieme ai primi quattro, nel 1983 hanno provveduto a proprie spese a realizzare una nuova base per la vara e nel 1987 hanno fatto restaurare la vara stessa dai valenti artigiani locali, Sgarano e Gallo, sono: Pasquale Asciutto, Giovanni Gallo, Guido Condrò, Pasquale Scionti, Elio Petullà. Pietro Alosi, Domenico Borgese, Vincenzo Scappatura, Domenico Laganà, Gesualdo Nania, Antonino Avignone, Domenico Asciutto. Inoltre bisogna citare anche Rocco Longo, Benito Di Giorgio, Giuseppe De Raco e Francesco La Rosa che da moltissimi anni assolvono lo stesso compito. Altri ancora definiti «portatori supplenti», si aggiungono di anno in anno, ma con la speranza di diventare presto «titolari». Ricordiamo tra i più assidui Vincenzo Nanchini, Salvatore Sposato, Fausto Scionti, Giuseppe Longo, Natale Leva, Rocco Ferri, Saverio Leva e Vincenzo Romeo. Tutti, comunque, offrono alla Madonna il loro sacrificio e la loro fatica portandola sulle spalle, con grande amore, per le strade della città. L’ultima tradizione di fede dei taurianovesi, forse la più grande è «U baciu du pedi da Madonna». Il giorno dieci settembre verso le ore nove, prima che la Madonna venga posta di nuovo nella sua nicchia situata sull’Altare maggiore, viene posta su uno sgabello per far si che i fedeli possano baciarle il piede. E’ un atto di fede molto toccante e suggestivo. Ci sono fedeli che ritornano in fila due e tre volte per poter baciare più volte il piede della Madonna e pregarla da vicino; altri strofinano un fazzoletto o altri oggetti sul piede della Vergine e lo portano a casa per farlo toccare agli ammalati. Per terminare devo dire che questi aspetti di devozione che hanno tanto di folkloristico, non sono altro che una spontanea espressione della pietà popolare. Noi abbiamo il dovere di conservarli e tramandarli perché hanno, se si riesce a capire, un significato e un valore inestimabile.


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La devozione alla Madonna in Calabria e nella Piana del Tauro

Nel nome di Maria

Fede intensamente vissuta e Feste solenni da Maggio a Settembre di Cecè Alampi

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a devozione verso la Madre del Signore si diffuse in Calabria fin dai primissimi anni del cristianesimo, grazie forse all’Apostolo Paolo che, in viaggio per Roma, si fermò a Reggio. Nel 358 D.C. Sant’Atanasio nella “Apologia contro gli Ariani”, scriveva che tra le Chiese Episcopali che professavano la fede in Gesù, quelle del Bruzio tenevano il primo posto. Primato questo in cui vi era pure la fede nella divina maternità di Maria, come conferma alla “Roccelletta” (Borgia CZ), un bassorilievo del IV secolo della Madonna con il Bambino, o l’iscrizione epigrafica, inneggiante a Maria, datata pure al IV sec. e un tempo conservata a Gerace. Ruolo importante, tra i promotori della devozione alla Madonna in Calabria, spetta ai monaci basiliani che dal IV secolo in poi e specie durante la persecuzione iconoclasta e l’invasione maomettana, lasciarono l’oriente e si stabilirono anche in Calabria fondando centinaia di monasteri (secondo il Barrio oltre 130 solo nella Piana) e con essi, i primi nuclei di villaggi dai quali derivano molti paesi della Piana. Anche i francescani furono molto devoti alla Madonna che, diceva San Francesco, “ha reso il Signore della maestà nostro fratello” e i domenicani che, attraverso la diffusione del Santo Rosario, ebbero un

peso rilevante nella diffusione del culto la cui massima fioritura si ebbe, nei secoli IX e X, era bizantina culminata con la conquista normanna della Calabria. Maria è così presente fin dagli albori in quasi in tutte le Chiese calabresi e molti sono, dai monti al mare, Templi e Santuari edificati in suo onore. Senza contare quelli perduti oggi, si conoscono almeno cento Santuari Mariani; fra i più famosi nel reggino: quello della “Madonna della Montagna” a Polsi, della “Madonna della Grotta” a Bombile (tempio rupestre crollato qualche anno fa e mai più ricostruito), della “Consolazione” a Reggio, di Mamma nostra a Bivongi, e ancora tanti altri che è impossibile elencare sorti in gran parte tra il secolo XI° e il secolo XIII° in epoca normanna e sveva. Alcuni furono edificati a seguito di rinvenimenti di statue o dipinti altri dopo apparizioni prodigiose in luoghi anche impervi che restano tenaci custodi di tradizioni tramandate da secoli. Quattro delle città tra i cinque capoluogo calabresi hanno la Madonna come patrona: Catanzaro, “Maria Assunta”; Cosenza, “Beata Vergine del Pilerio”; Reggio Calabria “Madonna della Consolazione”; Crotone, “ Madonna di Capocolonna”. Nella Piana del Tauro il culto a Maria si legge nelle Chiese a Lei dedicate e dal numero dei Santuari che la venerano come Patrona: Oppido, “Santuario di Maria SS. Annunziata” patrona anche della Diocesi, “Madonna Addolorata” e “Madonna Madonna della Grotta - Bombile


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Madonna di Polsi

delle Grazie”; Seminara, ìl Santuario della “Madonna dei Poveri”; Taurianova “Madonna della Montagna”, “Madonna del Carmine” e “Madonna Addolorata”; San Martino, “Madonna della Colomba”; Amato, “Madonna Immacolata”; Palmi, Santuario della “Madonna del Carmine”, “Madonna della Lettera”, “Madonna del Rosario” e “Madonna del Soccorso”; Molochio, Santuario della “Madonna Immacolata di Lourdes” e “Santa Maria de Merula”. In onore della Vergine non c’è città o contrada che non organizzi una festa. Da Maggio a Settembre celebrazioni religiose e feste civili scandiscono la vita della gente. Si inizia il 2 e 3 maggio con i pellegrinaggi al Santuario della Madonna della Grotta, a Bombile, frazione di Ardore, con migliaia di pellegrini che vi si recano, da tutta la provincia e da fuori regione, anche a piedi attraversando i sentieri dell’Aspromonte. Il 16 Luglio a Taurianova, Palmi, Varapodio e Cittanova è la Festa della Madonna del Carmine. Il 14 agosto culto antichissimo e diffuso in Calabria e Sicilia - Seminara è meta dei pellegrinaggi alla Madonna dei Poveri o Madonna Nera, la cui statua è custodita nella Basilica Santuario di Seminara: tempio maestoso che conserva pregevoli opere d’arte costruito nel 1933 sulle rovine dell’antica chiesa distrutta dal terremoto del 1908 ed elevato a Basilica minore nel 1955. La solennità vede l’imponente processione accompagnata dai tamburi e dal “palio”: vessillo, con l’effige della vergine in vetta ad una lunga asta, abilmente sbandierato a prosecuzione di una ritualità tutta medievale. Il 2 settembre, a Polsi in Aspromonte la festa in onore della Madonna della Montagna. Il Santuario, fra i più famosi d’Italia che per tutta l’estate accoglie numerosissimi

Madonna della Consolazione - Reggio Calabria

pellegrini da tutta la regione e dalla Sicilia, viene raggiunto anche a piedi, dai fedeli, attraverso le impervie strade dell’Aspromonte e dopo la Santa Messa celebrata dal vescovo la processione con la statua lignea della Madonna, è accompagnata da migliaia di pellegrini e dai caratteristici canti popolari in dialetto cantati dai devoti in onore della Madonna e seguita dal ballo della tarantella. Tralasciando le imponenti feste mariane a Reggio Calabria il 7, 8 e 9 Settembre a Taurianova vi è la festa, in onore di Maria SS. della Montagna, che vanta una tradizione che risale al 1760, quando il culto direttamente collegato alla Madonna della Montagna di Polsi fu introdotto a Radicena. La festa, preceduta da una partecipatissima novena inizia di fatto il 30 agosto. Il

Madonna del Carmine - Palmi

29 c’è il tradizionale “ ‘MBITU”, cioè l’invito: un grande falò di lupini secchi, acceso dal Sindaco e dal Parroco, nella Piazza davanti alla Chiesa per invitare i fedeli alla novena e alla festa. Durante la novena, la città è illuminata da centinaia di stelle costruite dai fedeli con listelli di canna coperti da carta velina colorata appese davanti le porte e sui balconi. Numerose le iniziative artistiche e culturali collegate: mostre di pittura e artigianato; possibilità di gustare i dolci e di acquistare i mostaccioli, le ‘nzude e lo stomatico, (biscotti duri di farina mandorle e miele), il gelato e i torroni. La dimensione della venerazione alla Madonna è confermata dalla solennità della festa civile: sfarzose luminarie nelle vie, fuochi pirotecnici e soprattutto la musica delle Bande, Militari e non, che - a Taurianova - per decenni si esibivano durante i tre giorni di festa, richiamando i cittadini e tantissimi forestieri appassionati della grande musica. Ma la Festa resta soprattutto religiosa, per la grande devozione del popolo verso la prodigiosa Immagine della Madonna della Montagna, statua in legno del 1787, di straordinaria bellezza alla quale si attribuiscono i portentosi miracoli del 9 settembre 1894, quando la Vergine mosse più volte gli occhi davanti migliaia di testimoni e poi immediatamente portata in solenne processione: sulla luna apparve una croce che solo dopo ben cinque minuti lentamente scomparve. Da ciò la massiccia commovente partecipazione dei fedeli a tutte le fasi della celebrazione: dalla novena, alla calata della Madonna, alla imponente processione e, infine, al bacio del piede, ultimo atto di obbedienza prima di essere riposta nella sua nicchia sull’altare maggiore della Chiesa Parrocchiale.


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Corriere della Piana - Speciale n.13 Madonna della Montagna  

Periodico di politica, attualità e costume della Piana del Tauro

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