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giovedì 1 APRILE 2010 PAG. 7 italia Il ministro degli Esteri Franco Frattini racconta al Corriere della situazione in Afghanistan e delle possibili sanzioni all’Iran

CORRIERE CANADESE

«Pace in Medioriente, è ora di darle una chance» La Farnesina sull’editoria: «Garantisco il sostegno agli organi di informazione delle nostre collettività all’estero»

(segue dalla prima)

La questione del Medioriente e il rapporto tra Stati Uniti e Israele: qual è la posizione dell’Italia? «Credo che proprio questo sia il momento di dare una “chance” alla pace, esprimendo tutto il nostro sostegno allo sforzo di mediazione intrapreso dal presidente Obama, che rappresenta un’occasione unica per raggiungere la soluzione del conflitto decennale. Su questo non vi possono essere dubbi: esiste un accordo pieno fra Ue e Stati Uniti al riguardo, reso possibile dalla posizione equilibrata espressa dalla riunione dei ministri degli Esteri europei di dicembre, cui l’Italia ha dato un forte contributo. Essa rappresenta un punto di equilibrio e non a caso è stata fatta propria dalla comunità internazionale con la dichiarazione del Quartetto di Mosca del 19 marzo. Al riguardo, l’Italia è pronta a fare la sua parte con impegno e determinazione, come dimostrano la recente visita del Capo dello Stato in Siria, dove abbiamo consegnato un messaggio di incoraggiamento alla leadership di Damasco a completare il suo percorso verso occidente. A ciò si aggiunge la partecipazione, sabato scorso, del presidente Berlusconi al Vertice della Lega Araba a Sirte, nel corso del quale ha esortato i Paesi Arabi a mantenere in piedi la loro fondamentale iniziativa di pace e ribadire, proprio in questi frangenti difficili, la loro determinazione a sostenere i negoziati e non dare spazio a reazioni estremiste». Netanyahu ha annunciato che non sospenderà gli insediamenti coloniali: quanto questa politica rischia di minare i processi di pace in corso? «Ritengo che la politica degli insediamenti sia controproducente per il processo di pace in quanto allontana il ristabilimento di un clima di fiducia fra le Parti ed indebolisce il Presidente palestinese. Dobbiamo essere consapevoli, e lo ricordiamo spesso ai nostri amici israeliani - proprio con la sincerità che caratterizza i rapporti di simpatia che ci legano a quel Paese - che Abbas rappresenta l’unico partner possibile per la conclusione di una pace giusta e sostenibile e che non conviene a nessuno puntare su “leaderships” alternative. Abbiamo tutti sotto gli occhi, ogni giorno, quanto avviene nella Striscia di Gaza e il terribile prezzo pagato dalla popolazione palestinese a causa del regime che vi si è affermato. L’Italia, come ha sostenuto il presidente Berlusconi, si riconosce pienamente nella presa di posizione del Quartetto che

esorta fra l’altro le parti a concludere i negoziati entro un termine temporale ravvicinato». Il presidente Berlusconi ha chiesto a Israele di ridare il Golan e di sospendere le colonie. Crede che questa presa di posizione forte possa danneggiare i rapporti tra i due Paesi? «Come ho già ricordato, credo che i rapporti fra Italia e Israele, siano rapporti fra due Paesi legati da autentica amicizia, uniti da valori e principi comuni. Gli israeliani per primi, d’altra parte, hanno espresso da lungo tempo piena disponibilità ad un accordo con la Siria e con il Libano che possa condurre al superamento del conflitto e ad aprire una nuova era di serenità e collaborazione con tutto il mondo arabo e con i vicini settentrionali. Questo è stato il senso del messaggio lanciato dal presidente Berlusconi al vertice della Lega Araba: abbiamo di fronte una grande occasione, quella di fare del Mediterraneo una grande area di sviluppo e di prosperità condivisa se soltanto si riuscissero a compiere quei compromessi dolorosi ma necessari per raggiungere la pace. Facciamo attenzione che questa occasione non vada perduta. La storia ci insegna che le troppe volte che non sono state colte le occasioni di pace in Medioriente, la situazione si è aggravata e i problemi da risolvere si sono fatti più grandi. Abbiamo tutti la responsabilità di fare la nostra parte per interrompere, una volta per sempre, questa dinamica». La questione iraniana: le Nazioni Unite non sembrano trovare una posizione convergente sulle sanzioni. Come procederete e come l’Italia si comporterà in caso di ulteriori ritardi? «Nei confronti dell’Iran per lungo tempo siamo stati favorevoli alla strategia del doppio binario appoggiando con convinzione la politica della mano tesa americana. Tuttavia, dinanzi alla comunità internazionale, l’Iran ha finora perduto l’opportunità di essere un Paese in grado di esercitare un’influenza regionale positiva attraverso una collaborazione con i Paesi vicini. L’attivismo negativo in Iraq, l’incapacità di cogliere la mano tesa per contribuire alla stabilizzazione in Afghanistan e le ripetute dichiarazioni delle massime autorità iraniane per la distruzione dello Stato di Israele sono precisi segnali di irresponsabilità. Altro elemento di criticità riguarda l’azione volta ad una “escalation” della proliferazione nucleare culminata con la decisione di dare il via all’arricchimento dell’uranio al 20% che ha spinto il Consiglio di Sicurezza verso l’adozione di sanzioni. Siamo

fiduciosi che tutti i membri del Consiglio di Sicurezza avvertiranno su di sé la responsabilità di limitare il rischio di proliferazione nucleare in una regione cruciale non soltanto per gli equilibri mediorientali, ma per l’intero ordine internazionale. Attendiamo dunque fiduciosi l’esito delle consultazioni alle Nazioni Unite e, se sarà necessario, l’Italia insieme ai partners europei sarà pronta ad accompagnare con altre iniziative le misure che verranno adottate». Nella visita di Obama in Afghanistan il presidente ha parlato di progressi incoraggianti. Condivide questa analisi? E in quale direzione si deve proseguire per spingere il processo di pace e sconfiggere il nemico talebano? «Il Presidente Obama anche nella sua un’intervista alla rete televisiva americana Nbc sulla sua recente visita in Afghanistan, non nasconde le difficoltà esistenti in una situazione che vede le forze della Nato all’offensiva per liberare il territorio dalle infiltrazioni talebane e avviare una nuova fase di ricostruzione e sviluppo. Nei suoi incontri con Karzai ha auspicato progressi più rapidi nella lotta alla corruzione e nella distruzione delle coltivazioni di oppio fonte essenziale di reddito per i talebani. Noi pensiamo che il successo in Afghanistan non si possa raggiungere puntando esclusivamente sullo strumento militare, ma debba essere il punto di arrivo di una strategia politica complessiva che coinvolge negoziati tra il governo centrale e gli altri gruppi etnici nonché la reintegrazione nella società civile di quei talebani che rinuncino alla violenza e accettino il dettato costituzionale. La sicurezza deve permettere alle istituzioni di riprendere a funzionare efficacemente, all’economia di svilupparsi per mettere in piedi le infrastrutture in grado di garantire un decoroso livello di vita quotidiana alla popolazione. Quindi per l’Italia, l’impegno prioritario è la ricostruzione civile contribuendo nei settori della “governance”, della riforma delle istituzioni, della giustizia e concentrandoci su attività economiche importanti come agricoltura e sviluppo rurale per restituire all’Afghanistan una prospettiva di pace. Nella provincia di Herat dove è presente il nostro Provincial Reconstruction Team (PRT), incominciamo a vedere i primi risultati attraverso una buona collaborazione con le autorità locali. Speriamo si possa passare presto dall’assistenza alla possibilità di investimenti per creare imprese e impianti produttivi (nel settore tessile, della lavorazione del

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Laura Albanese, MPP York South - Weston

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marmo) che garantiscano sempre più lavoro alla popolazione afghana residente». In Etiopia c’è una diga dell’azienda italiana Salini che a quanto pare impedisce i rifornimenti a migliaia di etiopi. Farete pressioni per risolvere la questione? «Ci sono ben note e condividiamo le preoccupazioni che la società civile rivolge al progetto Gibe III, di cui non ci sfugge peraltro la significatività sotto il profilo della copertura delle necessità locali di energia rinnovabile e sotto quello dell’integrazione regionale delle reti in Africa Orientale. Tali osservazioni ci inducono ad una valutazione ancor più attenta e severa delle implicazioni dell’impatto socioeconomico, della consistenza del finanziamento complessivo dell’infrastruttura e degli aspetti relativi al “procurement” che devono soddisfare gli “standards” internazionali. In questa ed in altre questioni ogni eventuale decisione di finanziamento continuerà a mantenersi nel quadro delle prescrizioni della normativa italiana vigente». I rapporti tra le due Coree sono stati recentemente minati. A che punto è la situazione e come l’Italia intende agire diplomaticamente? «Fortunatamente l’incidente della nave sud coreana dei giorni scorsi non ha provocato una pericolosa “escalation” anche grazie alla grande cautela esercitata dalle autorità sud coreane. Nel quadro delle relazioni intercoreane, segnate da quasi due anni da dif-

ficoltà e ripetuti focolai di tensione, si sono tuttavia recentemente registrati alcuni segnali di disponibilità al dialogo da entrambe le parti. Si tratta, come sappiamo, di un andamento altalenante, gesti di distensione che si alternano ad improvvisi irrigidimenti. Sullo sfondo del dialogo intercoreano, resta l’irrisolto nodo della sicurezza e della stabilità della penisola coreana, legato alla questione nucleare nordcoreana, anche se da più parti - anche dall’interno dello stesso governo sudcoreano - giungono messaggi di auspicio che il processo negoziale a Sei possa riprendere nei prossimi mesi. L’Italia segue con attenzione lo sviluppo degli eventi, a conferma del tradizionale ruolo di sostegno esterno al processo negoziale, legittimato dalla circostanza di essere stati il primo Paese del G7 ad avviare già nel 2000 relazioni diplomatiche con Pyongyang, di cui quest’anno ricorre il decennale. Siamo peraltro convinti che la progressiva riconciliazione tra Seul e Pyongyang, sostenuta da Pechino , Mosca, Tokyo e Washington ,rappresenti un passo di fondamentale importanza per la stabilizzazione della penisola coreana». La questione tra Libia e Svizzera. Come l’Italia intende comportarsi per migliorare i rapporti tra i due Paesi? «La diplomazia italiana, insieme alla Presidenza spagnola della UE e al governo tedesco, ha contribuito molto allo sblocco della crisi che aveva coinvolto tutta l’Europa. Il presidente del Consiglio Berlusconi ha personalmen-

Franco Frattini

te seguito la vicenda recandosi da ultimo a Bengasi il 27 marzo scorso ed esercitando i propri buoni uffici presso il leader libico Gheddafi. Io stesso, nelle ultime settimane mi sono adoperato quotidianamente con contatti continui con le autorità svizzere e libiche affinché si giungesse ad una soluzione soddisfacente per entrambe le parti. Dobbiamo essere davvero soddisfatti per l’intesa raggiunta che mette fine ad una controversia che rischiava di scatenare divisioni e serie ripercussioni sui membri appartenenti all’Unione Europea e parte del sistema Schengen». La questione dei tagli dei contributi per la stampa all’estero. Qual è la posizione del ministro degli Esteri? «La crisi economica degli ultimi due anni ci ha costretto a scelte di razionalizzazione della spesa che hanno interessato anche i contributi per la stampa all’estero che sono erogati direttamente dalla Presidenza del Consiglio. Ciononostante nell’ambito di un riassetto equilibrato del sostegno pubblico all’editoria, mi sento di garantire il sostegno indispensabile agli organi di informazione delle nostre collettività all’estero». Mario Cagnetta


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