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Foto Antonio Tumino


EDITORIALE

come Pomodori Secchi… empo d’estate… tempo di sole e di mare; tempo di cocktail a bordo piscina e di falò in spiaggia; tempo di vacanze e di… conserve! E sì, proprio le care e vecchie conserve della nonna. Quelle che impegnano i preziosi giorni delle nostre ferie; quelle che, come tradizione vuole, riuniscono l’intera famiglia, dai bambini entusiasti ai nonni attenti. Ma vi siete mai ritrovati a riflettere su quale possa essere il “segreto” di una conserva ben riuscita? Non si tratta di un ingrediente particolare né tantomeno di un procedimento misterioso: è soltanto questione di dedizione, attenzione anche ai più piccoli dettagli e… comunicazione. Cosa c’entra la comunicazione? Prendiamo ad esempio la famosissima e ormai tradizionale preparazione dei pomodori secchi. Niente di più semplice: mando il nonno al mercato a comprare i pomodori, coinvolgo i bambini per lavarli, li taglio a metà, li sistemo su di un tavolino che posizionerò sotto il sole, e li cospargo di sale. Una rete a protezione degli insetti ed il gioco è fatto! Potrebbe sembrare… ma come convincere il nonno ad andare al mercato se non aveste passato tutto il resto dell’anno a ricordargli quanto sono buoni i vostri pomodori secchi o a benedire le giornate passate ad aspettare che il sole faccia il suo lavoro quando la dispensa di casa è vuota? E come garantire il mantenimento e la diffusione di questa tradizione culinaria casereccia se non aveste fatto dono delle vostre conserve al vicino di casa o al parente venuto in vacanza? Ebbene cari lettori, anche questa è comunicazione. Nella sua forma più antica ed elementare, ma comunicazione. L’atto di far parte ad altri di qualcosa, di rendere noto, di diffondere. Giustappunto l’ingrediente “segreto” che molte amministrazioni pubbliche o anche esercizi privati dimenticano di aggiungere alla ricetta della loro programmazione estiva (e invernale, e autunnale, e primaverile!). Ecco, dunque, fiorire in questo periodo dell’anno sfilze di eventi, manifestazioni, concerti, serate a tema e quant’altro che dovrebbero attirare file di cittadini e richiamare code di turisti ma che in realtà rimangono ignoti ai più. Certo, se magari quel particolare evento fosse stato comunicato per tempo e a dovere… Banale continuare ad addossare alla crisi economica in corso la colpa di una partecipazione esigua ad una manifestazione o anche quella del minore afflusso turistico. Finché le amministrazioni, e noi tutti, non torneremo ad “urlare” le bellezze, la vitalità, le possibilità e l’ospitalità dei nostri territori, la situazione non migliorerà di certo. Finché le amministrazioni continueranno soltanto a sistemare il nostro territorio su un tavolino sotto il sole, nella speranza che qualcuno passi di lì e lo noti, il momento negativo si cristallizzerà. E, quel che è peggio, seccherà proprio come un pomodoro che nessuno avrà più la possibilità di assaporare. Bisogna quindi tornare al più presto a “comunicare” la nostra terra ai suoi cittadini affinché la riscoprano e a tutto il mondo perché venga a scoprirci e viverci. I pomodori secchi, lasciamoli nelle dispense! Alessandra Romano

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N. 7 - AGOSTO - SETTEMBRE 2010 Tribunale di Siracusa 20/07/2009 Registro della Stampa n. 13/09

Editore - Pegaso & C. sas Siracusa - Tel. 0931 35068 www.insidesicilia.com info@insidesicilia.com

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Segreteria di redazione Alessandra Romano tel. 331 6121413 a.romano@insidesicilia.com

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Nino Arena, Lisa Bachis, Don Luca Bandiera, Michele Barbagallo, Francesca Bocchieri, Angelo Canuto, Corrado Cataldi, Fabio Cilea, Valentina Di Bartolo, Francesca Di Blasi, Andrea Dipasquale, Carmelo Ferraro, Simona Godano, Gaetano Guzzardo, Giuseppe Nuccio Iacono, Matteo Renzi, Alessandra Romano, Grazia Maria Sansone, Maria Stella Spadaro, Giancarlo Tribuni Silvestri.

La foto di copertina è di Franco Pitarresi Le foto del Premio “Nunzio Bruno” sono di Mario Lonero

Stampa Tipografia Geny - Canicattini Bagni (SR)

L’Editore si dichiara disponibile a regolare gli eventuali diritti di pubblicazione per le immagini di cui non è stato possibile reperire la fonte.

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sommario 49 53 58 82 88

STORIA E TRADIZIONI Randazzo nel Medioevo: crocevia di popoli e culture Goethe in Sicilia: l’esaltazione della Natura che si fa Arte Fornace Penna: solitaria memoria da salvare Palazzolo Acreide: la Madonna dei “sette dolori” Giarratana: “Jautu ’u patronu”!

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ATTUALITÀ Scenari nascosti di Ragusa Ibla Nunzio Bruno per la memoria e l’identità del territorio Industria e ambiente sempre più vicini Un convento di nome cultura: la biblioteca di Acate Intervista ad Andrea Corso, presidente regionale di Assoturismo CURIOSITÀ Campanile delle meraviglie: l’orologio astronomico più grande del mondo Commemoriamo la grammatica

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EVENTI Magie d’estate a Taormina Mostra di pittura al Castello di Donnafugata Comiso, città della cultura, musica e spettacolo Canicattini Bagni: Festival Internazionale del Jazz Med Photo Fest, “Fotografia, testimone del tempo”

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IL PERSONAGGIO Giorgio La Pira, quel pozzallese speciale, divenuto cittadino del mondo

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ITINERARI Riserva Macchia Foresta Fiume Irminio Riserva naturale orientata Pino d’Aleppo Tour driver: escursioni dove la Sicilia si “svela” Riserva naturale Saline di Priolo

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ZOOM Tonnare di Sicilia: la tonnara di Capopassero Villa Romana del Casale

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CITTÀ SCOMPARSE Alesa, senza traccia da oltre mille anni

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LIBRI IN RECENSIONE Libri in evidenza

NATURAMICA 100 Il girasole, un girotondo di allegria

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CASA E DINTORNI 103 Dai fondali, le “preziose” microalghe... 99

COMPUTER E DINTORNI I pc del futuro

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RISERVA MACCHIA FORESTA FIUME IRMINIO PARADISO NATURALISTICO DELLA PROVINCIA RAGUSANA di Maria Stella Spadaro - foto di Giancarlo Tribuni Silvestri -

Delicato fruscio di foglie, gradevole cinguettio di uccelli, impercettibile vibrazione di corpi, occasionale sgretolarsi di rametti al calpestio dei passanti. Suoni che sembrano scandire l’andatura sommessa di quanti decidono di allontanarsi per qualche ora dall’incalzante turbinio cittadino per consolidare l’innato legame che l’uomo ha con la natura. Suoni che allietano l’aere della Riserva Naturale Speciale Biologica Macchia Foresta Fiume Irminio.

stituita con D.A. n° 241 del 07/06/1985 dall’Assessorato Regionale Territorio e Ambiente, la Riserva, affidata attualmente in gestione alla Provincia Regionale di Ragusa, comprende l’area della foce del fiume Irminio, ricadente nei territori comunali di Ragusa e Scicli, in provincia di Ragusa, e ha un’estensione di circa 134,70 ettari. Al fine di pianificarne la fruizione, all’interno della riserva sono state individuate una zona A di maggiore interesse storico, paesaggistico e ambientale e una zona B di preriserva, che funge da naturale raccordo tra l’area protetta e il territorio circostante. Gli interventi antropici, i cambiamenti climatici, l’evolversi

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della vegetazione verso le specie tipiche della macchia, la delimitazione dell’area protetta con conseguente contenimento dell’interferenza antropica nell’evoluzione della biocenosi, sono stati gli elementi che hanno plasmato il territorio, contribuendo nel tempo alla costituzione dell’attuale paesaggio geomorfologico. Fino alla fine dell’Ottocento acquitrini e pantani costieri occupavano l’area compresa tra Marina di Ragusa e Playa Grande, in seguito bonificata. L’Irminio, un fiume a carattere prevalentemente torrentizio, attraversa l’intero territorio per poi ultimare il suo tragitto verso una costa bassa e sabbiosa. Fino agli inizi del secolo scorso, molto probabilmente il fiume aveva un


“Una serie di cartelli informativi dislocati lungo i percorsi della Riserva, costituiscono un utile strumento per scoprire, conoscere e vivere l’importanza di un sito naturale di rara bellezza�

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regime idrico più abbondante dell’attuale, tale da consentire i collegamenti dei territori più interni con la costa. La presenza di numerosi insediamenti di varie epoche storiche in prossimità della foce dell’Irminio sembra confermare l’esistenza di traffici commerciali lungo le sponde del fiume. L’ingresso principale della Riserva si trova lungo la S.P. n. 63 Marina di Ragusa-Donnalucata: è proprio da quel punto che ha inizio il “viaggio” all’interno dell’area protetta. Un piccolo Museo Naturalistico, allestito nel Casale che ospita un Centro visite, funge da utile punto di riferimento per i visitatori. Sentieri tracciati, dai quali non è possibile allontanarsi, attraversano l’intera area inoltrandosi tortuosi tra la rigogliosa vegetazione che, talora, condiziona non poco il passaggio, creando dei verdeggianti tunnel naturali. Chiare e definite segnaletiche, allocate nei punti di incrocio dei diversi sentieri, guidano il visitatore lungo i vari percorsi. E proprio a ridosso dei sentieri, delle scritte, sostenute da supporti lignei, consentono all’osservatore inesperto di riconoscere le varie specie che compongono la flora della riserva. Tra queste, nel percorso che conduce verso la foce del fiume, è possibile osservare: il gelso nero (Morus nigra), la pallida e verde artemisia (Artemisia arborescens), il pioppo nero (Populus nigra), l’ilatro comune (Phyllirea latifolia), piante esotiche ed infestanti come il tabacco bianco (Nicotiana glauca) e la canna comune (Arundo donax), delimitante l’ambiente più umido. Esemplari di agave (Agave americana) con le sue caratteristiche alte infiorescenze, giunco pungente (Juncus acutus) e tamerici (Tamerix gallica e Tamerix africana) sono visibili man mano che ci si avvicina al fiume e nella zona tutt’intorno alla foce. Lungo il corso del fiume è presente la vegetazione riparia con alberi di salice, pioppo, frassino, ecc. Sulle dune consolidate, a destra della foce, sono presenti esemplari secolari di ginepro coccolone (Juniperus oxycedrus ssp. macrocarpa), in conformazione bassa o prostrata, spesso frammisto all’efedra fragile (Ephedra fragilis). Nell’area retrodunale, invece, dove la vegetazione è meno


esposta all’azione della salsedine, si trovano esemplari di lentisco (Pistacia Lentiscus), pianta che sopravvive in condizioni di massima aridità e coadiuva alla stabilizzazione delle dune e che, in alcuni tratti, raggiunge la massima espressione evolutiva. Alla fine del cordone dunale la costa poi si innalza diventando rocciosa. I sentieri, che si snodano all’interno dell’area protetta, guidano verso la foce del fiume. Un ampio arenile colmo di conchiglie, ciottoli e tronchi spiaggiati, accoglie i visitatori che già si allietavano dell’inconfondibile frescura salmastra e del sonoro, eppur non manifesto, zampillare dell’acqua. Il tragitto, che prosegue fino alla torretta di avvistamento incendi, a questo punto si biforca: è possibile percorrere il sentiero ciottoloso che conduce alla strada per Marina di Ragusa oppure proseguire per il sentiero retrodunale o della ginestra e ritornare così al punto di partenza.

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All’interno della Riserva è presente una ricca fauna. Cospicua è la quantità di uccelli che scelgono la riserva come area di sosta per le migrazioni dall’Africa al nord Europa o viceversa. Numerosa, tuttavia, è anche la fauna stanziale: sono presenti il martin pescatore (Alcedo atthis), la gallinella d’acqua (Gallinula chloropus), la folaga (Fulica atra), ecc. È poi opportuno ricordare tra i mammiferi il coniglio selvatico (Oryctolagus cuniculus) e la volpe (Vulpes vulpes), tra i rettili il colubro leopardiano (Elaphe situla) e la comune lucertola, tra gli anfibi il rospo (Bufo bufo) e la rana (Lacerta viridis). In prossimità della foce specchiarsi sulle acque del fiume consente all’osservatore più attento di osservare la presenza di una variegata fauna ittica: si tratta di carpe, tinche, anguille, cefali, ecc. Numerosissimi anche gli invertebrati. Pare, inoltre, che da qualche anno ignoti abbiano introdotto esemplari alloctoni di nutria (Myocastor coypus) e di cinghiale (Sus scrofa). La Riserva Naturale Speciale Biologica Macchia Foresta Fiume Irminio rappresenta oggi un rarissimo esempio di vegetazione naturale a macchia-foresta. Il fitto raggrupparsi delle varie specie vegetali in intricate associazioni più o meno vistose ha contribuito nel tempo ad accrescere la bellezza e l’unicità di un luogo, che appare come uno dei siti di maggior interesse naturalistico della provincia.


RISERVA NATURALE ORIENTATA PINO D’ALEPPO Perla del territorio ibleo da tutelare e valorizzare

di Francesca Bocchieri erla degli iblei, oggi, insieme alla Riserva Naturale Macchia Foresta dell’Irminio, la Riserva Naturale Orientata Pino D’Aleppo rappresenta un bene ambientale di elevato e inestimabile valore naturale, storico e culturale. Lungo la vallata, la storia e la natura convivono offrendo al visitatore una notevole varietà di habitat. Istituita dall’Assessorato Regionale al Territorio e Ambiente nel giugno del 1990 per la conservazione e valorizzazione del Pino D’Aleppo (Pinus halepensis), specie che cresce nella valle in maniera spontanea e che in gergo dialettale viene chiamata “mpignola sarvagghia”, la Riserva, la cui gestione è affidata alla Provincia Regionale di Ragusa, si estende per 3000 ettari, ubicati lungo l’asse fluviale del Fiume Ippari, in un territorio ricadente nei comuni di Ragusa, Comiso e Vittoria. Il Pino d’Aleppo una volta occupava tutte le scarpate delle colline, ma la messa in coltura di quest’ultime ha ristretto il suo areale; nelle grandi proprietà, oggi, lo si trova ai margini dei campi, in aree poco fertili, mentre nelle piccole proprietà è scomparso anche perché utilizzato come combustibile e tutt’ora sono visibili le differenze tra una zona e l’altra. A distruggere numerosi ettari di bosco con alberi secolari anche gli incendi verificatisi negli anni ‘70/’80. Ma il fuoco ha avuto anche un risvolto positivo per la rinaturalizzazione spontanea; dopo circa cinque giorni dall’incendio, infatti, a causa del calore, le pigne si aprono e avviene la disseminazione dei semi che coprono il terreno a tappeto; subito dopo stormi di uccelli provvedono al diradamento e infine, alle prime piogge

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Quattro i percorsi naturalistici tutti da scoprire: Buffa, Cappuccini, Castelluccio, Salina. Fra di essi “il Mulino do risu” vero e proprio esempio di archeologia contadina

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spuntano le piantine a cui occorrono circa trenta anni, data l’aridità del suolo, per raggiungere dimensioni apprezzabili. Al fine di agevolare le visite all’interno dell’area protetta, l’Ente Gestore ha individuato quattro percorsi naturalistici. E precisamente l’Itinerario “Buffa” caratterizzato da un paesaggio agrario in cui è possibile ammirare campi coltivati disegnati dall’uomo e giardini di aranci custoditi da filari di cipressi; l’itinerario Cappuccini, estremamente stimolante per un attento osservatore perché offre la possibilità di apprezzare da una parte la Riserva Naturale dal punto di vista naturalistico e di scoprire allo stesso tempo importanti risvolti di carattere storico–culturale visitando il “Mulino do risu”, un’antica senia un tempo utilizzata per l’irrigazione dei campi e considerato un vero e proprio esempio di archeologia contadina; terzo itinerario è quello di “Castelluccio” che permette di poter ammirare una bella panoramica della pianura ipparina e della città di Vittoria; ultimo itinerario, è, infine, quello della “Salina” che dalla parte più alta permette di vedere in lontananza il mare, l’altura di Cammarana con il Museo Archeologico di Camarina e la vasta pianura alluvionale della Tremolazza, una volta intensamente coltivata. Percorrendo questi itinerari è facile imbattersi in una ricca vegetazione e poter osservare piante come l’olivastro e il leccio, la rara quercia spinosa e il ginepro, specie nella zona prossima al mare nonché, scendendo a fondovalle, alberi come il bagolare, il pioppo bianco, il salice comune e il sambuco. Diverse sono anche le specie arbustive presenti: il più comune è il lentisco ma è possibile trovare anche l’alaterno, la fillirea che cresce nelle zone vicino al mare, il biancospino, il terebinto, il tamerice e molte altre specie tipiche. Numerosi sono anche i rappresentanti tra vertebrati e invertebrati. Tra quest’ultimi degni di nota sono le sanguisughe di vari colori, il cerambice della quercia, l’insetto stecco e gli isobodi. A popolare la Riserva, inoltre, specie animali vertebrati come la raganella, la rana verde e il rospo; ed ancora il colubro carbonario, la natrice dal collare, il colubro leopardino (scursunni i ranatu) dai colori variopinti, il toporagno e il riccio, la donnola, diverse specie di pipistrelli e la volpe. Alzando lo sguardo al cielo è possibile inoltre ammirare il volo di esemplari rapaci come il falco, l’aquila minore e l’allocco. «La nostra provincia - afferma l’Assessore Provinciale al Territorio e Ambiente e Protezione Civile, Salvo Mallia - è caratterizzata da un territorio di notevole interesse storico e naturalistico; purtroppo tale prezioso patrimonio non è sufficientemente conosciuto. Ciò è stato spesso causa di disinteresse e di atteggiamenti irresponsabili che hanno determinato, in più occasioni, danni irreparabili. Ecco perché si rende necessaria un’informazione ad ampio raggio che coinvolga la collettività e promuova azioni atte al rispetto dell’ambiente che ci circonda. Voglio però precisare che sebbene l’educazione ambientale e la promozione sono strumenti preziosi ai fini della divulgazione delle tematiche ambientali, senza la collaborazione attiva dei cittadini ogni misura risulterà vana».

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Informazioni RISERVA NATURALE MACCHIA FORESTA DELL’IRMINIO Centro servizi informativo e Museo Naturalistico SP 63 Marina di Ragusa – Donnalucata km 4,100 Servizi Vigilanza all’interno della riserva Avvistamento incendi Visite Guidate Pubblicazioni e divulgazione materiale informativo Presenza di due aree di balneazione (Playa Grande e nelle adiacenze della Torretta di avvistamento incendi ) RISERVA NATURALE ORIENTATA DEL PINO D’ALEPPO Centro servizi informativo c/o Casa cantoniera – SP 18 Vittoria – Piombo km 1,850 Servizi Vigilanza all’interno della riserva Avvistamento incendi Visite Guidate Pubblicazioni e divulgazione materiale informativo

Le visite guidate all’interno delle riserve possono essere prenotate contattando il numero 0932 - 675576


Foto Julio Aprea

Magie d’estate a Taormina TEATRO, MUSICA E ARTE di Lisa Bachis uando il giornalista Gustavo Chiesi – una tra le voci più autorevoli del “Secolo” di Sonzogno per il quale firmò gli inserti mensili, illustrati da Giorgio Sommer e dedicati alle Cento città d’Italia – decise di compiere il periplo della Sicilia nell’estate del 1890 per trarne un dettagliato resoconto, dato alle stampe due anni dopo con il titolo di Sicilia Illustrata, Taormina fu una delle tappe obbligate nel suo viaggio alla scoperta dell’isola. Tanto che, nel mese di ottobre del 1889, dedicò ad essa ed alla città di Messina un supplemento del quotidiano milanese. Il giornalista, dopo la sua visita al teatro, ne intravide le enormi potenzialità e nelle sue note di viaggio scrisse: “Delle antichità di Taormina, il monumento più insigne è senza dubbio il teatro greco-romano. Malgrado le empie devastazioni a cui andò soggetto, è tuttavia uno dei meglio conservati di questo genere, ed unico al mondo che abbia ancora, pressoché intatta la parte della scena. […] Le sue gradinate circolari scavate nel calcare della montagna, sono oggi quasi tutte rovinate, ma ci danno ancora un’idea di quello che doveva essere quell’immensa conca allorché rigurgitava di spettatori”. Il Chiesi dunque fu tra coloro che inserirono la città nel circuito delle città d’arte da visitare, ma la Taormina dell’epoca post unitaria, già da tempo aveva scoperto la propria vocazione turistica, e il merito andava a tutti quegli illustri viaggiatori stranieri, che a partire dalla seconda metà del ‘700, l’avevano indicata quale méta del loro percorso di formazione artistico - intellettuale e luogo, le cui caratteristiche climatiche erano adatte al recupero della perfetta forma fisica. Taormina, in quegli anni, “si dava da fare” per divenire centro d’accoglienza

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all’avanguardia e per offrire a suoi ospiti riposo, arte, cultura e tutta la spontaneità e l’allegria della sua gente. La descrizione offertaci dal giornalista, ci fa comunque riflettere su un fatto: nonostante siano trascorsi diversi secoli, anche in noi, i sentimenti suscitati dalla vista del Teatro Antico – scavato nella roccia, alla maniera dei greci, rispettando la morfologia dei luoghi – siano gli stessi sentimenti provati dal Chiesi, allorquando annotava: “La posizione sulla quale sorge il teatro dell’antica Taormina, presso la vetta del monte Tauro, è deliziosa; dalle gradinate del vasto recinto gli spettatori negli intervalli dell’azione, godevano dello spettacolo infinitamente più grande e maestoso ch’era loro dato dalla immensa distesa, di cielo, di terra, di mare che con un solo sguardo potevano abbracciare”. Anche noi, infatti, spettatori dell’epoca dove tutto gira a velocità elevatissime; noi abituati all’informazione “in tempo reale” dell’era della globalizzazione ad ogni costo; noi, avidi di notizie “last minute” per ottimizzare i nostri tempi esistenziali. Noi, non possiamo restare indifferenti alla Bellezza dell’Arte e della Natura e tutti i nostri “tempi” calcolati, incastrati e calcificati, si frantumano di fronte alla messa in scena delle emozioni, delle passioni e dei drammi di tutti noi, umani, divisi dalle differenti epoche storiche ma uniti dalla trasmissione della nostra tradizione e della nostra cultura. Ed è in “questo tempo”, che un luogo diviene unico centro di tutto questo vario passaggio d’umanità. Tempo in cui il Teatro Antico di Taormina è palcoscenico ideale, dove l’antico e il contemporaneo si mescolano per proporre letture sempre nuove di temi universali, che sfidano i nostri “tempi d’insofferenza e frenesia”, restituendoci alla nostra dimensione più vera. “Signore e Signori, che lo spettacolo abbia inizio!”


Anche quest’anno Taormina Arte offre una ricca serie di spettacoli che spaziano dal balletto, all’opera lirica, sino alla musica sinfonica. Sotto la direzione artistica di Enrico Castiglione, la stagione Musica & Danza si è aperta il 22 di luglio con The Royal Ballet of London Gala, compagnia fondata nel 1931 da Ninette De Valois a Londra, che ha visto sulla scena del Teatro Antico alcuni dei ballerini più apprezzati del Royal Ballet, che si concluderà il 22 agosto. Dal 20 luglio al 3 settembre, inoltre, nella splendida cornice del Teatro Antico e negli accoglienti spazi del Pala Congressi, andranno in scena alcune tra le migliori produzioni teatrali del panorama artistico nazionale, sotto l’attenta supervisione del direttore artistico Simona Celi.

Nella prestigiosa sede del trecentesco Palazzo dei Duchi di S. Stefano, sede della famosa Fondazione Mazzullo, attualmente diretta dal Presidente Antonio Lo Turco, si ritroveranno ad esporre gli artisti del Gruppo di Scicli. L’idea della mostra è nata dallo sforzo sinergico della Fondazione Mazzullo e dell’Associazione culturale sciclitana Miros. I grandi maestri del gruppo, fondato dal Maestro Piero Guccione, presenteranno 45 opere della loro ultima produzione artistica. Saranno esposte tele di grandi dimensioni e varie sculture che andranno ad integrarsi con l’impianto medievale delle sale del palazzo e con lo splendido giardino, dove già trovano posto anche le opere in pietra lavica e i disegni dell’artista Giuseppe Mazzullo, a cui la sede è titolata. Il catalogo della mostra è stato curato dal Prof. Barbera, critico d’arte che già in passato aveva collaborato con il gruppo e che sottolinea come il sodalizio ha fatto e continuerà a fare la storia dell’arte italiana in ambito transnazionale. Gli artisti del gruppo di Scicli sono: Giuseppe Colombo; Piero Guccione; Carmelo Candiano; Sonia Alvarez; Giuseppe Puglisi; Franco Polizzi; Salvatore Paolino; Piero Zuccaro; Franco Sarnari.

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LA VILLA IN FESTA

“Il sapore del rito” Mostra fotografica, dal 20 luglio al 12 agosto. Palazzo Corvaja; Sala Piano terra. Orari mostra: 10:00-13:00/16:00-20:00. Nella sala a piano terra dello splendido Palazzo Corvaja con un accesso diretto al grazioso giardino, si terrà la mostra fotografica “Il sapore del rito”. Una delle curatrici della mostra, Donatella Rapisardi, ci ha spiegato che si vuole offrire al pubblico un “excursus” attraverso le immagini, in cui protagonisti sono la festa e il rito nella tradizione religiosa siciliana e che trovano nel connubio con l’arte pasticcera alcune tra le massime espressioni estetiche e del gusto. I due temi, infatti, quello religioso e quello culinario sono interdipendenti e le fotografie esposte, vogliono pertanto regalare al visitatore alcuni spunti di riflessione sulla commistione di sacro e profano che compone la religiosità popolare isolana.

CURIOSITÀ STORICHE INTORNO AL PALAZZO DEI CONGRESSI Dopo la soppressione degli ordini religiosi, decretata nel 1866, molti immobili, fra chiese e conventi, entrarono a far parte della proprietà statale. Ne costituisce un esempio il convento di S. Maria Valverde delle Suore Penitenziali Canonisse, che divenne Caserma Dei Carabinieri (funzione a cui è ancora destinato nei tempi odierni); mentre la vicina chiesa del convento fu riadattata a nuovo uso, e divenne il Teatrino Regina Margherita, nome impressogli in onore della moglie del re Umberto I. Il Teatrino municipale ebbe una fiorente vita artistica sino al secondo dopo guerra ma nel 1960 si decise di demolirlo. Al suo posto, sarebbe stato costruito un nuovo complesso: l’attuale Palazzo dei Congressi.

La Villa Comunale di Taormina diventa palcoscenico. Nell’incantevole parco pubblico cittadino, nei pressi del monumento ai caduti, uno spiazzo all’aria aperta con due splendide scalinate ai lati a far da cornice, accoglierà gli appassionati di musica e teatro. Fanno da sfondo, le originali Pagode volute da Lady Trevelyan e la lussureggiante vegetazione del giardino. E se nel mese di luglio le luci dei riflettori si sono accese sul Taormina Jazz Festival, con nomi d’eccellenza quali Claudio Cusmano, Mario Raja e Roberto Gatto, sotto la direzione artistica di Toti Cannistraro, nel mese di settembre il Parco Giovanni Colonna Duca di Cesarò, ha in serbo per i suoi ospiti anche la manifestazione Settembre in Villa, che forte del successo ottenuto nel 2009, anche quest’anno – sotto la dirigenza di Giovanni Coco, con la direzione artistica di Luisa Greco e per conto dell’Assessorato al Turismo, retto dal dott. Mario Mennella – prevede l’esibizione di gruppi del Folklore siciliano con canti e balli della tradizione isolana – i cosiddetti “canterini” –, la messa in scena del Teatro dell’Opera dei Pupi con le gesta dei cavalieri Orlando e Rinaldo ed i concerti dell’Orchestra a Plettro della Città di Taormina. L’Orchestra fu fondata agli inizi del ’900 dal comune desiderio dei musicisti taorminesi di condividere le singole esperienze musicali, riunendosi in un solo corpo orchestrale. È composta da mandolini, mandole, mandoloncelli, chitarre e contrabbassi e nel corso degli anni, è diventata una realtà musicale molto apprezzata in Italia e all’estero. Tra le figure emblematiche che ne hanno segnato il destino, vi è quella del Maestro Chico Scimone, che la diresse dalla fine degli anni ’70 sino alla sua recente scomparsa. Chico è uno dei personaggi che meglio ha rappresentato la sua città: figura eclettica, eccellente pianista ed audace maratoneta, è noto per le sue indimenticabili scalate all’Empire State Building. L’Orchestra a Plettro di Taormina, è quindi di diritto inserita nel palinsesto dei programmi dell’estate musicale cittadina ed in quelli proposti da Taormina Arte. Attualmente, è diretta dal Maestro Antonino Pellitteri, diplomato in pianoforte nel Conservatorio S. Cecilia di Roma, sotto la guida di Pieralberto Biondi. E tra le figure di spicco dell’ensemble, vi è anche quella della Presidente dell’Associazione Orchestra a Plettro, Elisabetta Monaco, che da anni segue con passione le attività dell’orchestra e ne è parte integrante con il ruolo di liuto cantabile. Infine, degna di menzione è una tra le ultime performance che hanno visto l’orchestra in primo piano, ovvero il concerto tenuto nel mese di gennaio 2010, nella Cattedrale spagnola di Barcellona. Città di Taormina - ASSESSORATO AL TURISMO Promozione Piano Strategico ed Innovazione Turistica Sport e Spettacolo - Marketing Territoriale Memoria e Archivio Storico - Sviluppo Economico Verde Pubblico e Arredo Urbano


TONNARE di

Foto Giancarlo Tribuni Silvestri


Sicilia

di Giuseppe Nuccio Iacono

er tonnara si intende quel sistema di reti fisse collocate a sbarramento del percorso che i tonni compiono dall’inizio della primavera alla fine dell’estate, quando dall’Atlantico entrano nel Mediterraneo per riprodursi. In base al percorso dei tonni si hanno: le tonnare di “corsa” o di “andata” ossia quelle che catturano i tonni nel periodo di riproduzione, nella fase della deposizione delle uova (maggio-giugno) e, le tonnare di “ritorno” che prendono gli esemplari al termine della funzione genetica (luglio-agosto). L’impianto è costituito da due parti principali: una lunga rete detta “pedale” o “coda” e la tonnara vera e propria, detta “isola”. Il pedale, posto perpendicolarmente rispetto alla costa sbarra il percorso dei tonni e li orienta al largo per intrappolarli nell’isola. Quest’ultima ha la forma di un parallelepipedo di rete ed è suddivisa in varie “camere” da una serie di porte mobili (reti). I tonni vengono fatti passare da una “camera” all’altra fino all’ultima, detta “della morte” che è anche l’unica ad avere il fondo costituito da una rete mobile. È questa rete (“u scapularu”) che, tra canti propiziatori (“cialome”), viene issata dai tonnaroti sulle barche per portare verso la superficie i tonni. È l’inizio della “mattanza”: i pesci sono agganciati con aste uncinate e tirati a bordo dei barconi. Il “Rais” (in arabo= capo) dirige tutte le operazioni e per segnalare il quantitativo dei tonni catturati faceva ricorso a bandierine o stracci colorati. Se alzava in aria una giacca con una canna si faceva il cosiddetto “cappotto”: vale a dire aver preso almeno “cento tonni”. Tutto il pesce portato nello stabilimento (chiamato anche tonnara) veniva pesato e poi consegnato agli “sventratori” che lo appendevano per la coda nelle travi di un ambiente detto “appicaturi”. Sventrato e pulito, si procedeva alla bollitura. Alla fine, raffreddato e asciugato, su appositi tavoli, veniva inscatolato.

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I lavoratori e la tonnara Sono tre le fasi principali della vita delle tonnare: i lavori di preparazione a terra, i lavori in mare e la lavorazione del pescato. Per molti mesi attorno alla tonnara e allo stabilimento si concentrava un universo di uomini. Prima della stagione di pesca, alcuni erano intenti al confezionamento o alla risistemazione delle reti. Dopo questo lavoro, erano spesso inseriti nella ciurma al comando del Rais per effettuare la pesca e non era cosa rara vederli poi nella lavorazione del pescato a terra. I “tonnaroti” erano coloro che operavano a mare mentre si definivano “terrazzani” gli addetti ai lavori a terra: tra questi ultimi i “iannuoti” (vecchi pescatori), gli “infanti” (che portavano sulle spalle o sul carrello i tonni) e gli “sventratori”. Altri preparavano i “mazziri”, massi di pietra arenaria che servivano per ancorare le reti. L’abilità di alcuni di questi tagliapietra fu tale che ancora oggi si ricorda il loro nome: è il caso del portopalese Corrado Furnò operante nella tonnara di Capo Passero. Non mancavano i “bordonari” che commerciavano e trattavano il legno; i “barillari” che fornivano i tini e i barili per salare e stipare il tonno e i “firrari” (fabbri) per le ancore e le catene. Prima della primavera si tiravano fuori dalle camperie le barche per una revisione e per “l’impeciatura” delle chiglie (applicazione di uno strato di pece).

La flottiglia era composta da tre tipologie di barconi: gli “scieri”, le “chiatte” e le “muciare”. Ognuno dei quali aveva la propria funzione dalla “levata della rete” al trasporto del pescato. Le donne erano per lo più impiegate nella varie fasi della lavorazione del tonno e avevano il compito (esclusivo) di realizzare lo “spissu”, detto anche “u scapularu”, la più importante rete della tonnara che si distinguerà nella camera della morte per le maglie molto fitte.

Un antico canto popolare di Capo Passero metteva in evidenza il contrasto del mare: generoso per pescosità ma nello stesso tempo pericoloso per le sue correnti.

“A Capo Passero ci sta ‘na gran tonnara

che pe ‘pigghiari i pisci non ce a para;

palamiti, sgammirri e pizzutieddi,

quando ci piaci, ne pigghia a munzeddi;

di pesci spata ni pigghia millanta è sulu d’a ‘currenti ca si scanta”.

Ancore di tonnare - foto michele alpicent


Resti di antiche reti tra le rovine - Foto Giancarlo Tribuni Silvestri

Declino delle tonnare In Sicilia, nel Quattrocento vi erano circa 30 tonnare; nel 1578 se ne contavano 41. Nel 1710 se ne elencarono 69 e alla fine del Settecento il Marchese Villabianca ne segnalava ben 74. Con l’Ottocento inizia la fase discendente della storia delle tonnare e già, nel 1816, erano ridotte a 51 per poi scendere a 21 alla fine del secolo come si evince dalla relazione di Pietro Pavesi per la commissione parlamentare (1883). Varie le motivazioni del declino delle tonnare. Decisiva la concorrenza della Spagna e Portogallo per il basso costo della lavorazione del tonno. A ciò si univa l’incertezza e il rischio degli investimenti. La crisi si accentuò nel corso nel ‘900 per il progressivo depauperamento della fauna ittica e per il crescente inquinamento dovuto al traffico marittimo. Il colpo di grazia è stato poi decretato dalle “ghiotte” flotte di pescherecci, soprattutto giapponesi che, con apparecchiature sofisticate, “setacciano” i fondali dell’Atlantico riducendo drasticamente il numero dei tonni che “entrano” nel Mediterraneo.

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La tonnara di Porto Come arrivare La Tonnara è raggiungibile dalla parte nord dell’abitato di Portopalo, percorrendo la S.P. 84 - Marzamemi-Portopalo di Capo Passero ed imboccando una piccola strada in discesa, che conduce direttamente all’ingresso.

Isola di Capo Passero - Foto Giancarlo Tribuni Silvestri


palo di Capo Passero di Giuseppe Nuccio Iacono

a più antica e la più fiorente tonnara della Sicilia orientale ma anche l’ultima ad essere in attività, sorge in una incantevole insenatura, nella estrema punta meridionale dove le acque del mar Ionio incontrano il canale di Sicilia. Splendido esempio di archeologia industriale è oggi, per lo stato di abbandono, uno dei “monumenti al degrado e all’incuria” del nostro Bel Paese.

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LA STORIA La storia della tonnara risale al periodo della dominazione araba ma, i primi documenti sull’attività di pesca risalgono al XIII secolo, quando re Carlo D’Angiò concesse al Vescovo di Siracusa, Simone da Lentini, il privilegio di riscuotere i diritti (in denaro e in natura) della tonnara e della vicina salina. I re di Sicilia continuarono a concedere a nobili famiglie il “diritto di calare tonnare, torri o palamedare”. Citata nel testamento di Federico II d’Aragona e Sicilia (†1337), la tonnara risultava tra le proprietà del netino Giovanni Landolina. Alla morte di quest’ultimo, passò in eredità con altri tre feudi, al figlio primogenito Bartolomeo Landolina (1357). Nel 1408, i feudi “della tonnara e dei mari di Capo Passero” furono del siracusano Ruggero de Ruffino e si tramandarono nella famiglia fino al 1639, quando per via ereditaria femminile passarono ai Bellia. Nel 1726, Capo Passero fu signoria della famiglia Rao Torres che come afferma il D’Amico, impegnò “gran somme di denaro per benificarla”. A metà Settecento si inseriva come enfiteuta il principe di Villadorata, Corrado Nicolaci. Perduta la proprietà per una controversia legale, ne ritornò in possesso come censuario nel 1795. Nel corso dell’800, la tonnara fu ceduta in gabella e restò inattiva. Nel 1894, don Pietro Bruno di Belmonte e Modica ne rilevò una quota dal Barone Fodera. Ammodernò la tonnara, aumentò la produzione e ampliò il raggio d’azione degli affari, stipulando contratti commerciali con turchi, spagnoli e maltesi. Per perfezionare la gestione della sua tonnara, si recò a Genova dal commendatore Angelo Parodi, rinomato industriale di tonno e grande esperto in tecniche di conservazione. Il risultato fu la creazione di uno dei laboratori di inscatolamento più moderni di Sicilia. Alla sua morte (1921), la tonnara fu ereditata dai sette figli. Fino alla metà nel ‘900 si registrarono ottime annate di pesca: nel 1929 furono catturati 5600 tonni, nel 1938 oltre 5000 tonni e 700 pesci spada. Nel 1959, il nipote omonimo di don Pietro, il Cav. Pietro Bruno di Belmonte rilevò tutte le quote della tonnara (e ebbe il controllo della maggioranza delle azioni della Società che amministrava l’impianto). Purtroppo con il 1959 era iniziata la crisi e i tonni oltre a diminuire,

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L’attracco per le barche che scaricavano il tonno - Foto Giancarlo Tribuni Silvestri -

mutavano la loro rotta, passando sempre più lontano dalla costa. Nel 1975, una petroliera nonostante le segnalazioni di uomini e mezzi, passò sulle reti distruggendo tutto l’impianto. Da quell’anno la tonnara fu calata a mare ogni 5 anni (spesso solo simbolicamente) per conservare quell’antico privilegio del “diritto esclusivo di pesca”. Crisi su crisi e danni su danni…..finché sulle strutture dello stabilimento infierì nella primavera del 1976 un fortunale che scoperchiò i tetti di gran parte degli ambienti Le speranze del Cavaliere crollarono nel 1989: il Rais trapanese che armò la tonnara si rivelò incapace, sbagliò ogni calcolo e ignorò le forti correnti, tipiche del luogo. Tutto andò distrutto, un fallimento totale. Negli anni ’70, Don Pietro rifiutò i 6 miliardi di lire che una società araba operante nel settore turisticoalberghiero aveva offerto per acquistare l’isola e tutto il complesso della tonnara. Il cavaliere voleva salvaguardare quell’angolo di paradiso…. Cambierebbe idea sapendo che oggi quell’angolo di Paradiso ospita l’inferno dei ruderi? Oggi la tonnara e l’Isola di Capo Passero appartengono ai Bruno di Belmonte, con quote diverse fra i vari componenti il nucleo familiare e per piccole quote ad altre due persone.

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quel che resta della gloria Nel complesso edilizio vi era una netta distinzione tra le aree adibite al lavoro, depositi, spazi residenziali padronali e stanze per ospitare il Rais, i tonnaroti, i terrazzani e il custode. Sul mare è visibile la “balata”, ossia la passerella in pietra che permetteva l’attracco alle chiatte cariche di tonni e garantiva un diretto collegamento con gli spazi per la lavorazione del pesce. Il cuore della tonnara era la grande sala della cottura. Sono visibili i resti delle fornaci e l’imponente ciminiera. Tra le architetture incuriosisce quel tocco stridente, costituito dalla presenza di alte colonne scanalate e alcuni busti di personaggi. Risalta la chiesetta dedicata alla SS. Annunziata. Si tratta di un piccolo e umile edifico risalente al ‘700 la cui facciata con la croce di Malta è rivolta verso il mare. Non lontano da qui, l’isola di Capo Passero (lunga m. 1300, larga m. 500) è ancora appannaggio dei proprietari del grande stabilimento (fatta eccezione per la piccola area del demanio dove sorge il castello-fortezza del XVI sec.). Da qui un monito! Infatti una epigrafe della fortezza ricorda che “melius est india urgere qua conmiseratione deplorare”… ossia “meglio darsi da fare che stare a guardare, deplorando con commiserazione gli eventi”… Un’esortazione a salvare ciò che resta della gloria di una millenaria civiltà marinara. Urge salvare un “unicum irripetibile”.


Intervista a Luigi Marino, l’ultimo Rais di Capo Passero Il nostalgico ricordo di un protagonista Intervista di Giuseppe Nuccio Iacono * Foto Giancarlo Tribuni Silvestri

Gli uomini di mare sono speciali. Oggi devono ammettere che il loro mondo sta tramontando. Incontriamo Luigi Marino Il suo cognome è già un segno del destino. Uomo di mare, uno degli ultimi Rais. Durante l’intervista ha voluto portarci nell’antica tonnara. Qui le sue parole e le sue sensazioni erano circondate da un ambiente che annuiva. • Cosa pensa, quando osserva il mare? Che tutto deve essere salvato. La tonnara, l’isola e il mare sono un patrimonio che non deve finire. Una volta i tonni e ogni sorta di pesci si prendevano sotto costa. Il mare era generoso perché l’uomo non era avido. La lotta tra l’uomo predatore e il pesce preda non è più leale. • Si è rotto un equilibrio naturale nel mondo della pesca? Certamente! L’uomo sta distruggendo il mare. Le paranze si sono portate l’anima con lo strascico. Le flotte di pescherecci dalla sofisticata tecnologia spazzano i fondali creando un danno incalcolabile. Bisogna aiutare la piccola pesca perché è questa che sta morendo o è già morta. la piccola pesca mantiene il rispetto per l’ambiente marino. O vogliamo perderlo per sempre? In questo mare ora è difficile prendere una triglia. Cosa dobbiamo cercare se non c’è una regola che rispetta l’ecosistema? La stampa dovrebbe parlare di più dei problemi di noi “piccoli” pescatori e della piccola pesca. Mi raccomando scrivetelo!

• Molti suoi ricordi sono conservati nell’isola di Capo Passero. La mia famiglia abitava sull’isola dove mio padre era il custode. Solo noi. Quando il mare iniziava a “ingarbugliarsi”, andavamo sulla terraferma a far provviste per la settimana. Ovviamente quando ero piccolo speravo nel mare agitato per non andare a scuola. Una volta siamo rimasti imprigionati per 25 giorni sull’isola. Bisognava organizzarsi quindi. • Come funzionava la tonnara? Le tonnara non si limitava alla pesca del tonno ma anche alla cattura di altre varietà di pesce, quali l’alalonga, i palamiti, sgammirri, “sangusi” e ricciole. A Portopalo si allestivano due tonnare. Quella piccola e quella grande. La prima veniva calata nel mese di aprile e durava fino a settembre e serviva per recuperare una quota delle spese necessarie per la tonnara grande. Invece la tonnara grande veniva calata nei primi di giugno. Attaccata nella punta dell’isola, nei pressi del castello,


* Luigi Marino con in mano il progetto di una tonnara e dietro lo stabilimento in rovina

* Depositi e case del custode dell'isola di Capo Passero

* Luigi Marino indica l'isola della sua giovinezza

andava a largo per circa 1900 m, verso levante. Quando era bonaccia di corrente, all’alba, si iniziava a calare la tonnara. 5 scieri erano pronti con ancore, reti e tutto il materiale utile. Poi si aspettava il tonno! Il rais osservava con una sorta di specchio quanti tonni erano stati catturati e decideva se fare una levata. In un giorno si potevano fare anche diverse levate. • Quanti tonni si pescavano? Il numero di tonni variava di anno in anno ed era imprevedibile. Si catturavano anche altre specie di pesci di grossa taglia come le ricciole e i pesci spada. In una annata furono presi solo 9 tonni. Non sapevamo spiegarci il motivo. Fu un mistero. Nel ’64 si presero circa 1700 tonni. Alcuni intorno ai 300-400 kg. • Quanti eravate a lavorare? Tanti, solo i tonnaroti erano una cinquantina. Per preparare la tonnara e per sistemarla ci volevano almeno 2 mesi. Tutti i lavoratori avevano un compito preciso. Bisognava preparare le reti e i cavi d’acciaio, legare i galleggianti e sistemare gli ancoraggi. Per calarla ci volevano almeno 15- 20 giorni.. • Quali compiti aveva il rais? Aveva tutte le responsabilità. Seguiva le fasi della calata della tonnara che tra l’altro era sistemata e conformata secondo le sue direttive. La tonnara era una opera di ingegneria, calcolata nei minimi particolari. Non ce n’era una identica all’altra e ogni Rais aveva il proprio segreto. Durante la leva della rete era lui a indicare chi dei tonnaroti doveva tirare di più o di meno. Alla fine dava l’ordine per la mattanza. • Per gli amministratori delle Tonnare era dunque fondamentale trovare un ottimo Rais?. Capo Passero era un luogo difficile per la presenza delle correnti e qui anche il miglior rais di Favignana poteva trovarsi in difficoltà. I calcoli devono garantire la stabilità di tutto l’impianto di reti. Non vi erano tonnare con misure standard. Per non andare a fondo a causa delle correnti, la tonnara deve stare ferma mantenendo una certa elasticità. • Ci furono tonnare fallimentari che lei ricorda? Nel 1989. Fu incaricato un Rais di Trapani che si volle avventurare a rischio e pericolo di Pietro Bruno di Belmonte. I suoi calcoli non mi


Luigi Marino durante il calo della tonnara piccola del 2001

convinsero; le misure potevano andar bene per altri fondali ma non per i nostri. Avvertii l’amministratore del pericolo e chiesi di fermarlo. Non ascoltarono i miei consigli. Fu inutile per quel rais mettere croci e santini in corrispondenza dell’entrata della camera della tonnara… Andarono a fondo anche quelli! • Ha un ricordo particolare dell’infanzia legato alla tonnara? A 14 anni partecipai ad una levata. Ricordo che nella rete c’erano 240 tonni. Sapete cosa vuol dire? Che tutte quelle code muovendosi facevano schizzare l’acqua del mare a decine di metri. I tonnaroti più anziani furono fatti allontanare perché occorreva fiato e resistenza. • Il suo ricordo più recente?

Quando organizzai la tonnara piccola, nel 2001. la ciurma era composta da una ventina di persone. Feci preparare tutto. Andò bene anche se era ovvio che non avremo preso tonni. Ma ricordo tante ricciole, anche di 55 kg. • Perché è così emozionato guardando lo stabilimento? Perchè una struttura così piena di storia non si può abbandonare. La tonnara non può ritornare a vivere, il costo di gestione è elevato e i rischi sono alti. Andrebbe riadattata ad altre funzioni. Pietro Bruno di Belmonte voleva far rinascere la tonnara, ma ebbe sfortuna. Non so quale possano essere le intenzioni degli attuali proprietari. L’abbandono è la cosa peggiore e questo monumento va in rovina. Lo scriva.

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SCENARI NASCOSTI di RAGUSA IBLA foto e testo di Andrea Dipasquale

i questi tempi, quando sentiamo parlare di Ragusa Ibla, due sono le cose che tornano in mente nell’immaginario comune: le spettacolari bellezze del barocco e i cosiddetti “luoghi di Montalbano”. Ma questi aspetti, per quanto importanti, non rappresentano altro che una visione assai distante da quella che è, al giorno d’oggi, la vita che caratterizza l’antico borgo ragusano. Una vita nascosta che si sviluppa assai lontano dal corso principale del paese (via di passeggio e mèta imprescindibile di ogni itinerario turistico). Così il percorso in quell’ambiente meno noto è stato colto da alcuni scatti fotografici. Un reportage (qui in sintesi) che affonda le sue radici nei pressi della zona denominata “degli archi” e nel suo primo dirimpettaio, il quartiere San Paolo. Zone che brulicano ancora della vita che li caratterizzava un tempo; quasi come fossero il “set” di un film girato parecchi anni fa dove ritroviamo facilmente e nel dettaglio le preziose scenografie, ma dove spesso facciamo fatica a trovare gli interpreti. Perdendosi e disorientandosi letteralmente in questo splendido labirinto, riusciamo infine a scovare gli scenari tanto ambìti che riescono a donarci il fascino elegante e discreto che contraddistingue non solo la vita del borgo Ibleo ma, in generale, lo spirito caldo e al tempo stesso distaccato della sicilianità. È qui che i ragusani portano a spasso con estrema agilità la loro elegante riservatezza spesso sciolta in un brillante umorismo tra amici di fronte a un camioncino ambulante. Riusciamo anche a trovare una religiosità espressa in maniera molto intima, come notiamo nelle piccole edicole votive sparse per tutta la cittadella, a volte introvabili ma sempre “vive” e alimentate da piccole luci che ne esaltano il carattere intimista. Questa passeggiata, insomma, riesce a regalarci piccoli scorci che, con un po’ d’immaginazione, ci aprono una finestra dalla quale riusciamo a “spiare” la vita di un tempo ormai trascorso che un semplice restauro non riuscirà a fare tornare.

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MOSTRA DI PITTURA Castello di Donnafugata - Ragusa dal 18 al 20 agosto 2010 Espongono BRUNO TUMINO e GIORGIO VINDIGNI

Bruno Tumino e i suoi quadri

“Due artisti ragusani, diversi ma vicini nell’espressione pittorica. Nature morte, architetture e paesaggi dall’identità iblea dove si concentrano le palpitazioni di un mondo reale senza tempo. Realtà filtrata dalla semplicità dell’essenza naturale con un vibrante cromatismo che sprigiona racconti lunghi come una vita e brevi come un sogno. Linee e colori si ispirano alla concretezza della natura ma non ignorano l’inafferrabile e la vaghezza dell’appena percettibile. Due artisti che offrono immagini appartenenti ad un presente vissuto che penetra nella visione di un mondo sognato per comunicare sentimenti e passioni”.

Giorgio Vindigni e i suoi dipinti

20 agosto ore 22:00 al termine della Mostra “Galà di Danza”, presenta: “Progetto Danza e la Hyblart Dance company”

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di Giuseppe Nuccio Iacono ella Conferenza Generale dell’UNESCO del 1972 fu adottata la Convenzione internazionale per la protezione del patrimonio mondiale (The World Heritage Convention). Si sanciva così l’inalienabilità della cultura e della natura, intesi come elementi necessari per lo sviluppo della società di tutto il pianeta. Espressione concreta di questa Convenzione è l’istituzione di una lista dei siti che per il loro eccezionale valore culturale e naturale costituiscono un patrimonio universale (WHL- World Heritage List). I siti considerati Patrimonio Mondiale (al di là dei territori in cui sono collocati) appartengono quindi a tutte le popolazioni e costituiscono l’eredità del passato da tutelare e trasmettere alle future generazioni. Attualmente la Lista Unesco include 890 siti (relativi a 148 paesi) comprendendo 689 beni culturali, 176 naturali e 25 misti. Per patrimonio culturale si intende un monumento, un gruppo di edifici o un sito di valore storico, estetico, archeologico, scientifico, etnologico o antropologico. Il patrimonio naturale, invece, indica dei beni dalle rilevanti caratteristiche fisiche, biologiche e geologiche, nonché l’habitat di specie animali e vegetali in pericolo e aree di particolare valore scientifico ed estetico. Dal 2003, con la “Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale” l’Unesco pone l’attenzione anche su cinque ambiti dell’attività umana: le tradizioni e le espressioni orali (incluso il linguaggio); le arti dello spettacolo; le pratiche sociali, riti e feste; la conoscenza e le pratiche che riguardano la natura e l’universo; l’artigianato tradizionale. In Sicilia, l’Opera dei Pupi ha ottenuto il riconoscimento e l’inserimento nella WHL della tradizione. A livello mondiale, l’Italia detiene il primato per il numero di siti inscritti nella Lista e la Sicilia figura tra le regioni italiane che detengono il maggior numero di siti Unesco con La Valle dei Templi di Agrigento (1997), La Villa Romana di Piazza Armerina (1997), Le Isole Eolie (2000), Le Città barocche del Val di Noto (2002), Siracusa e la Necropoli Rupestre di Pantalica (2005).

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Dopo lo speciale Isole Eolie, continua il nostro viaggio nei siti siciliani dichiarati Patrimonio Unesco. In questo numero scopriremo, nei pressi di Piazza Armerina, la Villa del Casale. Un sublime esempio di lussuosa villa romana dove i mosaici sono eccezionali sia per la qualità artistica sia per la loro estensione.

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Foto Riccardo Innocenti


I preziosi pavimenti a mosaico ammirati ogni anno da mezzo milione di visitatori

VILLA ROMANA DEL CASALE di Giuseppe Nuccio Iacono rodigiosa per stupire, stravagante per meravigliare, raffinata per essere unica. È la Villa Romana del Casale, uno tra i più insigni ritrovamenti archeologici della Sicilia. Eloquente nella forma, nelle dimensioni e nei suoi numeri: 120 milioni di tessere musive danno vita ad una superficie pavimentale di 4103 mq. Il 70% dei 2748 metri di muratura presenta tracce di pitture. Delle oltre 100 colonne che arricchivano gli ambienti, restano sul posto ben 58 fusti, 14 capitelli e 44 basi di marmo. Ogni anno più di mezzo milione i visitatori ammirano questo gioiello architettonico dai preziosi pavimenti a mosaico. L’Unesco ha dichiarato la Villa come Patrimonio dell’Umanità, nel 1997, con una motivazione che ne sintetizza l’importanza: “Villa del Casale di Piazza Armerina è un sublime esempio di lussuosa villa romana che illustra graficamente la prevalenza delle strutture sociali ed economiche del suo tempo. I mosaici che la decorano sono eccezionali per la loro qualità artistica e la novità dell’ampiezza”. Situata a 4 km da Piazza Armerina, la villa è circondata da un paesaggio affascinante ricco di vegetazione.

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L’IGNOTO PROPRIETARIO La planimetria della Villa Romana

La Villa romana fu costruita fra il II e il IV sec. d.C., non lontano dalla “Statio Philosophiana”, una stazione di sosta sulla via che collegava la costa orientale a quella meridionale. Fu certamente una villa dove i proprietari univano la gioia e lo sfarzo della vita quotidiana al godimento di ottimi affari, legati al latifondo e ai commerci. Sull’identità del proprietario sono state avanzate varie ipotesi: alcuni studiosi propendono per una figura altolocata della gerarchia dell’Impero Romano; altri azzardano il nome dell’imperatore M. Valerio, detto Herculeos (dopo che Diocleziano l’aveva costretto a dimettersi dalla tetrarchia dell’impero romano). C’è chi ha immaginato la villa come la residenza di un esattore delle “decimae” e chi invece ipotizza un postribolo o una casa di piaceri. Oggi le ipotesi più accreditate sono tre: la prima è relativa a Proculo Populonio, della famiglia Valeria, governatore di Sicilia dal 314 al 337 d.C. Aveva vari interessi in Africa ed era noto come organizzatore di giochi d’arena. La seconda ipotesi indica il nome del ricco Sabucinius Pinianus e la terza quello di Lampadius, famoso per il suo potere politico e finanziario.

Foto Riccardo Francone

Foto Riccardo Innocenti


Foto Gregorius Mundus

IL FANGO SALVÒ I MOSAICI Nel XII secolo, una valanga di fango, dal vicino monte Mangone si riversò sulla villa, distruggendone la parte superiore. L’evento naturale fu catastrofico, causò la perdita delle volte decorate e delle pareti dipinte o rivestite di marmi… ma fu una grazia per i mosaici che si conservarono sotto la terra per giungere pressoché intatti fino ai giorni nostri. Sebbene vi furono campagne di scavo nel 1881 e dal 1935 al 1939, gli interventi più sistematici e consistenti sono da riferire agli anni ’50, quando grazie all’archeologo Vinicio Gentili l’intero complesso fu portato alla luce.

Foto BMK

ARCHITETTURA: CHE LUSSO SIA! La villa è disposta su diversi livelli di terreno con una pianta molto articolata. Nella sua composizione si distingono tre complessi architettonici differenti e collegati da un monumentale cortileporticato che funge da ingresso d’onore. La prima area è quella puramente residenziale, la domus, e si sviluppa attorno all’ampio peristilio con al centro la grande fontana. Qui, oltre agli appartamenti del signore e dei suoi familiari si trovavano anche le stanze degli ospiti. La seconda, la zona delle Terme (frigidarium, tepidarium, calidaria, praefumia, piscina e palestra) è una ulteriore testimonianza della “ricchezza” del proprietario. La terza zona è di rappresentanza e tra i suoi imponenti ambienti si distingue la grande sala trilobata (Triclinio) e il peristilio ellittico (Xitus). Non mancano ovviamente le abitazioni della servitù, le stalle, i magazzini, le cucine e, all’esterno della villa, due acquedotti per approvvigionare fontane, servizi e terme.

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Foto Pedro Prats


Foto Neil Weightman

La celebre fanciulla in bikini, il pezzo più gettonato dei mosaici della Villa di Piazza Armerina

Foto Neil Weightman

Foto Ismael Alonso

MOSAICI: FIGURE A “PASSO” D’UOMO

Foto Neil Weightman

Foto Riccardo Innocenti

Su quel tappeto di pietra vi è la testimonianza grafica della vita, degli usi e dei costumi di una civiltà lontana… ma che ci appartiene. I mosaici attribuiti a maestranze nordafricane che seppero armonizzare l’esperienza alessandrina con quella siriaca sono formati da tessere molto piccole (max 6 mm: 3600 pezzi per ogni mq) che conferiscono alle figure un effetto pittorico per la ricchezza di dettagli e sfumature. Tutte le scene rappresentate sono orientate in modo da essere viste frontalmente dall’ingresso di ogni stanza. Tra le scene più note troviamo la “Grande Caccia” che orna l’ambulacro. Interessante i particolari relativi alla caccia, alla cattura e al trasporto di animali feroci destinati ai giochi circensi. Ricercatissime sono le “Palestrite”, ossia le cosi dette “fanciulle in bikini”. Sono ragazze che compiono esercizi ginnici mentre un donna togata incorona una fanciulla. Non può mancare nel novero delle curiosità custodite negli appartamenti privati la famosissima scena di “Polifemo” e quella più sensuale del “bacio erotico”.

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Foto Gregorius Mundus

Gli esercizi ginnici delle “palestrite”

ORARIO DI APERTURA

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Foto Riccardo Innocenti

Per il completamento dei lavori di restauro ancora qualche mese. I mosaici sono già tornati a vivere grazie all’interessamento del competente assessorato regionale e della Sovrintendenza di Enna. Artefici della rinascita: Vittorio Sgarbi, alto commissario per la Villa del Casale e il direttore dei lavori Guido Meli. Apertura parziale. Per permettere le ultime delicate operazioni di smontaggio dell’attuale copertura e la collocazione della nuova struttura (che mantiene lo “spirito” della precedente disegnata da Franco Minissi), la Villa del Casale è aperta fino al 30 settembre dalle 15 alle 20 (dal lunedì al venerdì), dalle 9 alle 19 (sabato, domenica e festivi). I lavori procedono la mattina dalle 6 alle 15. Foto Roberto La Forgia


di Michele Barbagallo l messaggio di quel pozzallese speciale è ancora oggi attuale. La cooperazione tra i popoli attorno al “lago Mediterraneo” per costruire sentimenti di fratellanza, solidarietà e pace. Le parole di Giorgio La Pira, nato a Pozzallo nel lontano 1904, sono ancora lì, pronte ad essere da monito ad un mondo che non ha voluto capire che i conflitti bellici rappresentano solo la morte, la regressione sociale, la cancellazione della civiltà. Giorgio La Pira ieri come oggi. Rileggerlo in chiave moderna, oggi, nel 2010, è davvero difficile, nel senso che le cose che diceva già a metà del secolo scorso erano attuali. Figurarsi oggi. Ed allora Giorgio La Pira basta solo leggerlo, capire cosa, quello che sarà da tutti indicato come “il servo di Dio”, quello che poi, dopo la carriera universitaria e professionale divenne il “sindaco santo” di Firenze, ci ha voluto dire e insegnare, attraverso lettere, corrispondenze, discorsi, inediti che continuano ad essere di grande interesse e motivo di riflessione comune. E del resto come non ricordare quell’articolo 2 della nostra Costituzione che, nato sulla base della sua iniziale proposta, ci rammenta che la “Repubblica riconosce e garantisce i

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GIORGIO LA PIRA Quel pozzallese speciale, divenuto cittadino del mondo


diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità e richiedere l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. La Pira fu infatti uno dei componenti della famosa assemblea costituente per poi procedere, assieme agli altri, alla redazione dei principi fondamentali della nostra carta costituzionale. Un impegno istituzionale a cui, nel frattempo, si era affiancata la sua religione, il suo credo cristiano-cattolico. Era iniziato tutto con quella che si rivelò essere la sua conversione, “l’alba nuova della vita”, quando, a Pasqua 1924, ricevette “Gesù Eucaristico” che lo portò ad essere “libero apostolo del Signore”. Una fede intensa che lo pose, negli anni successivi ai vertici del mondo cattolico italiano. Un’ispirazione divina che vede accanto alla vocazione religiosa, la vocazione sociale. La Pira e il suo grande impegno politico, testimone di una storia italiana e mondiale che, tra le due grandi guerre, ha visto profondi cambiamenti che portarono la nazione ad essere una repubblica democratica. Nel 1945 è deputato all’assemblea costituente, nel 1949 è sottosegretario al Ministero del Lavoro, nel 1951 è capolista nella Democrazia Cristina a Firenze di cui diventerà, poco dopo, sindaco indimenticato forte di circa 19 mila preferenze. Ma con lui è facile andare oltre, soprattutto durante la guerra fredda. La Pira ha fin da subito voluto lanciare messaggi distensivi. Nel 1952 ha organizzato un convegno internazionale per la pace e la civiltà cristiana. Fu solo l’inizio di una serie di attività tutte protese a sviluppare azioni comuni, a favorire incontri e confronti tra i vari vertici delle tante nazioni chiamate in causa. Quel pozzallese speciale, divenuto nel frattempo cittadino del mondo, ha poi girato tanti Paesi per diffondere il seme dalla pace e della speranza. Da Mosca, a confronto con il Soviet Supremo, al Vietnam, dove lavorerà assieme a Ho Chi Minh per un accordo bilaterale che in verità sfumò nonostante lo stesso La Pira lo consegnò nelle mani del presidente americano Johnson. Un impegno in lungo e largo che nel 1967 lo portò, dopo essere stato tre volte sindaco di Firenze, alla presidenza della Federazione Mondiale delle Città Unite, con l’intento di “unire le città per unire le nazioni”. E così La Pira, prosegue le azioni che aveva avviato, già nella città toscana, con i “colloqui mediterranei” a cui aveva invitato arabi, israeliani, francesi e algerini, seduti tutti attorno allo stesso tavolo per affrontare gravi problemi che in quegli anni dividono i popoli. Colloquiare nella simbolica unità mediterranea per sentirsi appartenenti e costruttori di una stessa comunità. Non a caso si è fatto promotore della tavola rotonda Est-Ovest sul disarmo o ha organizzato conferenze sul concilio ecumenico Vaticano II che hanno visto teologi di fama mondiale e vere e propri folle di partecipanti. Le sue intuizione restano ancora oggi canovaccio di un agire che punta alla cooperativa attraverso quella che fu la sua “arte della pace”. Mettere da parte le legittime aspirazioni, senza abbandonarle mai, per poter dare un contributo comune alla costruzione

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Sintesi biografica 1904 Il 9 gennaio nasce a Pozzallo (Ragusa). 1914-22 È a Messina: si diploma in ragioneria, consegue poi la maturità classica e si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza. 1926-33 Si trasferisce a Firenze, per seguire il Prof. Betti, relatore della sua tesi di laurea. Diviene Incaricato di Diritto Romano. 1934 Vince la Cattedra di Diritto Romano all’Università di Firenze. Fonda la Messa di S.Procolo, per l’assistenza materiale e spirituale dei poveri. 1939 Fonda e dirige la rivista “Principi”. La rivista è soppressa dal regime fascista. 1943 Ricercato dalla polizia, si nasconde prima nei dintorni di Siena poi a Roma. 1945 Deputato all’Assemblea Costituente. 1949 Sottosegretario al Ministero del Lavoro. 1951-56 Sindaco di Firenze: lotta contro la disoccupazione e i licenziamenti; straordinario impegno per l’edilizia popolare pubblica; incontri internazionali di Firenze. 1956-57 Rieletto Sindaco. Crisi della maggioranza centrista e dimissioni. 1958 Nuovamente eletto alla Camera dei Deputati. 1959 Viaggio a Mosca; parla al Soviet Supremo. 1960-64 Per la terza volta Sindaco di Firenze, a capo di una giunta di centrosinistra. 1965 Impegno per la pace in Viet Nam; viaggio ad Hanoi. 1967-75 Intensa attività internazionale; eletto Presidente della Federazione Mondiale delle Città Unite, si impegna per il dialogo in Europa, per il Medio Oriente, per la decolonizzazione. 1976 Ancora eletto alla Camera dei Deputati. 1977 Muore a Firenze, il 5 novembre.


di un mondo diverso dove ci sia la competizione o la concorrenza ma nel modo corretto, senza cioè giochi di potere e supremazia. Per La Pira l’impegno per la pace è essenzialmente farsi coinvolgere dalla storia dell’umanità in funzione della storia sacra. In un certo senso, non si tratta di una presa di posizione etica contro la violenza della guerra quanto piuttosto di una riflessione sulla inadeguatezza della guerra a risolvere, nell’epoca attuale, i problemi conseguenti alle inevitabili

tensioni dovuti ai rapporti tra gli uomini e le nazioni. Per questo uomo speciale la chiesa ha avviato un processo per beatificarlo. È stato papa Giovanni Paolo II ad avviare la causa di beatificazione nell’oramai lontano 1986. Nell’aprile del 2005 si è conclusa l’istruttoria e i documenti sono stati inviati in Vaticano. La sua è stata fede profonda e intensa al punto tale che durante l’omelia del suo funerale, il cardinale Benelli disse: “Tutto si può capire di La Pira con la fede, niente si

può capire di lui senza la fede”. Una spiritualità dedicata alla pace e al disarmo, all’unità e alla giustizia dei popoli, alla grazia e bellezza della persona umana. Una “santità” che ha testimoniato, come hanno scritto gli esperti e gli storici successivamente, il vero progresso che discerne il bene dal male, riconoscendo il valore trascendente, e quindi religioso, di ogni essere umano, consapevoli del forte richiamo al dialogo interreligioso come impegno che ogni Stato assume quale funzione di testimonianza stessa della fede. Tutto ciò, diceva La Pira, non in termini di violenza e intolleranza, ma di rispetto per la verità, di coesistenza e riconciliazione. Decenni prima del discorso del papa sulla necessità di procedere all’integrazione e alla costruzione della pace, Giorgio La Pira, uomo ispirato, realizzò con le sue opere quanto ancora oggi si discute, mettendo i potenti di fronte alle proprie responsabilità. Un uomo speciale.

Firenze - foto J. Salmoral

un pensiero del Sindaco di Firenze, Matteo Renzi, per i lettori di Inside Sicilia hiunque a Firenze conosce il nome di Giorgio La Pira. Il suo ricordo è vivido e impresso nella memoria di tutti, e la sua figura è nota anche dei più giovani che pure non lo hanno conosciuto direttamente. Io stesso sono nato molto dopo i suoi anni di governo cittadino, ma il mio operato di Sindaco di questa nostra bella città non può - e non vuole - prescindere dal suo modello. È stato sulla lapide di La Pira che sono stato a pregare e riflettere, e chiedere sostegno, il giorno dopo la mia elezione. La relazione con Pozzallo e per estensione con la Sicilia è per noi dunque un fatto consolidato, un’amicizia cara: nel nome del Sindaco che tutti noi ricordiamo come il più grande uomo che abbia amministrato Firenze, questi legami sono stati stretti inscindibilmente e non mancano di prospettive interessanti. Dopo l’incontro con il Sindaco di Pozzallo, pochi mesi fa, abbiamo rinnovato la volontà reciproca di investire alcune risorse a disposizione del Comitato che onora il nome del “Sindaco santo”, e che è composto dalle nostre due amministrazioni comunali insieme con la famiglia degli eredi, in progetti di intento sociale. In particolare stiamo pensando a una mostra sulla figura di La Pira, da allestire nel comune siciliano, e un secondo progetto indirizzato ai giovani. Insomma un modo per rendere ancora vivo e attuale il ricordo e soprattutto l’esempio di questa persona straordinaria che tanto ha fatto per la nostra comunità. Un politico e un uomo che ha insegnato a ognuno di noi il valore dell’attenzione per l’altro, del senso di cittadinanza e di cura del bene di tutti. Firenze è e sarà sempre casa per gli abitanti di Pozzallo e per coloro che, nel nome di Giorgio La Pira, vorranno sentirsi parte della sua comunità. Matteo Renzi

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Foto Giulio Lettica

Tour Driver: Escursioni dove la Sicilia si “svela” on basta avere una grande passione per il territorio. Bisogna saperlo percorrere e raccontare. Bisogna conoscerlo a fondo per “svelarlo” e condividerlo con altri. O si è spettatori più o meno distratti e frettolosi o si è protagonisti! I veri intenditori desiderano scoprire le bellezze del paesaggio, l’arte e la cultura senza essere “infilati in un megapullman” e “intruppati” in una massa di turisti. Le escursioni organizzate per piccoli gruppi permettono infatti di scoprire la vera anima dei tesori presenti sul territorio siciliano. Ed è questo l’obiettivo delle “escursioni-Tour Driver” proposte da Ragusana Viaggi in collaborazione ViaggiEventi.

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L’escursionista può affidarsi ad un Driver/escort, una persona dotata di patente per la guida di veicoli destinati al noleggio con conducente e che nello stesso tempo è un Accompagnatore Turistico; una sorta di compagno di “viaggio” che durante il tragitto fornisce tutte le informazioni più importanti sulla destinazione dal punto di vista culturale, storico e delle tradizioni. Considerando il servizio, non è forse questo un lusso! Considerando le tariffe poi è un lusso a portata di tutti! Tra le “escursioni-Tour Driver” ecco alcune che meritano particolare attenzione da parte di chi vuole apprezzare le cose belle dell’Isola… in maniera unica.


Piasentin di Francesco Scicli - foto

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Foto Giancarlo Tribuni Silvestri

Civiltà Marinare Mezza giornata: Dai Siculi al Conte di Cabrera, un viaggio attraverso 3000 anni di storia che hanno segnato la Provincia di Ragusa.

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Foto d i Pizzo di Sevo

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Teatro Greco di Sira cusa foto di Romsb ells

Marzamemi - foto di Mtms Photo

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Marzamemi Mezza giornata: Sulla Gemini imbarcazione a visione subacquea e visita del pittoresco paesino di pescatori

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Caltagirone - foto di Hermes

Caltagirone (sito Unesco) Mezza giornata: Visita della Capitale siciliana della ceramica nota per monumenti tardo barocchi.

Per Informazioni e prenotazioni RAGUSANA VIAGGI Via Sampieri, 9 Marina di Ragusa Tel. 0932 615433 Cell. 331 6431467 www.ragusanaviaggi.com


COMISO città della cultura, musica e spettacolo Il Settembre Kasmeneo dal 2 al 12 Settembre con la partecipazione di Radio 1 Rai e Demo

ronti? Si parte! L’edizione 2010 del Settembre Kasmeneo… Comiso in Festival, registra il “collocamento” degli ultimissimi tasselli da apporre al mosaico, la cui struttura è stata affidata alle sapienti mani del Direttore Artistico Alessandro Di Salvo. Un’edizione originale, ma soprattutto di respiro nazionale, con la collaborazione RAI, resa ancor più fattiva ed interessante. Un successo “romano” per la spedizione casmenea, ospite di Radio 1 RAI, nei locali della SIAE. Una giornata importante, quella del 21 luglio scorso, che ha segnato un ulteriore passo in avanti per il Settembre Kasmeneo, che, come detto, consolida il proprio rapporto con “mamma” RAI ed il gruppo DEMO. Alla presenza di Gian Maurizio Foderaro (Responsabile Musica Radio 1 RAI e curatore di Demo), di Michael Pergolani e Renato Marengo (gli “acchiappatalenti” di Demo), il Sindaco Giuseppe Alfano, accompagnato dall’Assessore allo Spettacolo Raffaele Puglisi e dal Direttore Artistico della Kermesse Alessandro Di Salvo, ha, alla presenza della stampa, presentato la seconda edizione del DEMO’S LADY AWARD – Il nuovo talento musicale al femminile, che già lo scorso anno riscosse grande successo all’interno del programma del Settembre Kasmeneo. Calendario della kermesse ricco di ospiti di caratura internazionale e che vedrà dal 2 al 12 settembre prossimi, giovani talenti e big della musica e dello spettacolo, calcare l’oramai “nazional - palcoscenico comisano. Tra gli artisti attesi figurano: Marina Rei, Paola Turci, Samuele Bersani, Lillo e Greg, Raoul Cremona, Ron, Eugenio Bennato, Max Gazzè, Petra Magoni e Ferruccio Spinetti, Naif ed altre ancora prestigiose chicche a sorpresa.

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Il direttore artistico del Settembre Kasmeneo, Alessandro Di Salvo, Gian Maurizio Foderaro, responsabile musica Radio 1 e curatore Demo, Renato Marengo & Michael Pergolani, conduttori Demo, Giuseppe Alfano, sindaco di Comiso

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foto Giancarlo Tribuni Silvestri

Il sindaco, Giuseppe Alfano e l’assessore allo spettacolo, Raffaele Puglisi

Rilevante novità del 2010 è la forte presenza di Radio 1 RAI in tutta la manifestazione: attraverso gli speciali registrati da DEMO, dirette e servizi curati da Gian Maurizio Foderaro, verranno ripresi i momenti più intensi e significativi di quella che si preannuncia essere una rassegna memorabile. Il Sindaco Giuseppe Alfano ha dichiarato: “Presentare nella capitale e a casa SIAE, il secondo anno di attività con DEMO e Radio 1 RAI, è per noi motivo d’orgoglio e deve esserlo per tutta la città di Comiso ed i suoi cittadini. L’obiettivo, da sempre dichiarato, della nostra amministrazione è stato quello di rendere il Settembre Kasmeneo, una kermesse che possa ben figurare nello scenario nazionale degli eventi, ma accessibile a tutti. Stiamo lavorando per questo e l’impegno di tutta la macchina organizzativa, coordinata sapientemente dall’amico e Direttore Artistico Alessandro Di Salvo, unito alla preziosa sinergia con Radio 1 Rai e Demo ha fatto in modo che tutto questo diventasse straordinaria realtà”. Entusiasta l’Assessore allo Spettacolo Raffaele Puglisi. “La collaborazione con DEMO – Radio 1 RAI ha dato quel qualcosa in più alla kermesse che negli ultimi anni aveva perso smalto e significato. Crediamo, ed i numeri ci danno ragione, di aver colto nel segno. L’edizione 2010 del Settembre Kasmeneo… Comiso in Festival sarà il successo di questa piccola grande città, che si affaccia sul Mondo. Il successo di Comiso e dei comisani”. Grande attesa per quella che è oramai considerata da tutti la manifestazione che coniuga cultura – musica e spettacolo più importante della Provincia di Ragusa, ma non solo. Il SETTEMBRE KASMENEO… COMISO IN FESTIVAL è uscito dal torpore e dallo stato di impasse nel quale era caduto negli anni passati. È stata ridata grande dinamicità e consistenza a quei dieci giorni, che porteranno in città e in Provincia di Ragusa un flusso “indescrivibile” di turisti, pronti ad assistere a qualcosa di veramente unico e speciale nel suo genere: il SETTEMBRE KASMENEO. Cittadini del Mondo: “Comiso e i comisani vi aspettano”.


curiosità

CAMPANILE MERAVIGLIE L’orologio astronomico più grande del mondo Particolare del calendario perpetuo - foto Clax

di Giancarlo Tribuni Silvestri mezzogiorno tutti con il naso in su per osservare una delle maggiori attrattive di Messina. È proprio il campanile del Duomo a catalizzare lo stupore dei turisti e dei messinesi. Una architettura “favolosa” che si trasforma ogni giorno in una sorta di carillon animato da tanti automi dorati. E vanta anche un primato: quello di avere l’orologio meccanico e astronomico più grande del mondo (una copia in miniatura è conservata al Museo della Tecnica di Berlino). Allo scoccare del mezzogiorno un articolato sistema di ingranaggi, leve e contrappesi fa muovere una serie di figure che rievocano fasi astronomiche ed episodi religiosi e di storia cittadina. Il campanile che oggi ammiriamo fu realizzato nel 1933 dall’architetto Francesco Valente per “ricostruire” quello precedente, crollato sotto l’effetto devastante del terremoto del 1908. I messinesi ci tennero a riavere il loro campanile. Non solo. A dispetto delle avversità del passato ostile, lo vollero ricco e meraviglioso. La torre campanaria a base quadrata si sviluppa per una altezza di 60 metri con i lati scanditi da quattro ordini e presenta bifore e alcune particolari aperture idonee ad ospitare automi. A 48 metri dal suolo è munita da una fascia merlata e da quel livello si sviluppa l’ultima porzione di campanile (torretta cuspidata) che in ognuno dei suoi lati accoglie un quadrante (orologio) di 3,50 metri di diametro. Il campanile contiene l’orologio meccanico-astronomico che l’Arcivescovo di Messina Angelo Paino aveva commissionato alla ditta Ungerer di Strasburgo (la parte tecnica ideata da Frédéric Klinghammer, quella artistica attribuita a Théodore Ungerer). Oltre ai diversi misuratori del tempo (quadrante delle ore,

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segnalatore delle fasi lunari, calendario astronomicozodiacale), mette in movimento alcune interessantissime scene allegoriche. Il meccanismo coinvolge e anima solamente il lato sud e il lato ovest della facciata del campanile, ossia la parte rivolta verso la facciata della chiesa e quella rivolto verso la piazza.

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Foto Ferdi


La facciata sud È quella dove si concentrano gli elementi astronomici dell’orologio. Al primo livello, sopra il portale ad arco ogivale, si trova il quadrante del calendario perpetuo (diametro 3,50 m). Lateralmente a questo grande disco dove sono segnati i giorni, i mesi e gli anni, un angelo in marmo bianco indica con una freccia dorata la data (cambia automaticamente a mezzanotte). Nel secondo livello l’iscrizione che ricorda la costruzione dell’orologio è sormontata dal quadrante del sistema planetario. Sul disco (diametro 5 m) è riprodotto il sistema solare con i segni dello zodiaco. Al centro vi è il sole e attorno ruotano i nove pianeti. Il movimento è assicurato da un complesso meccanismo di 35 ruote. Nel terzo livello, sopra la bifora, emerge un globo che indica le fasi lunari. La sfera metà nera e metà dorata gira lentamente intorno al proprio asse riproducendo il ciclo mensile.

La facciata ovest Quella rivolta verso la piazza, è dedicata al simbolo e all’allegoria. Si distingue dagli altri lati per essere più appariscente e molto articolato. Osservando le varie scene dal basso verso l’alto, il primo quadro rappresenta il carosello dei giorni della settimana, rappresentati da una divinità della mitologia greca, portata in trionfo da un carro trainato da un animale differente. LUNEDÌ: carro trainato da un cervo e guidato da Diana. MARTEDÌ: carro trainato da un cavallo e guidato da Marte. MERCOLEDÌ: carro trainato da una pantera e guidato da Mercurio. GIOVEDÌ: carro trainato da una chimera e guidato da Giove. V E N E R D Ì : carro trainato da una colomba e guidato da Venere. S A B AT O : carro trainato da una chimera e guidato da Saturno. DOMENICA: carro trainato da un cavallo e guidato da Apollo. Il secondo quadro è costituito dal carosello delle quattro età dell’uomo. Le quattro fasi della vita sono simbolizzate da statue che si succedono ogni quarto d’ora. La fanciullezza (un bambino), la gioventù (un giovane), la maturità (un guerriero) e la vecchiaia (un vecchio) passano davanti alla figura di uno scheletro con falce che ricorda la morte. Il terzo quadro rappresenta la scena della fondazione del Santuario di Montalto. A mezzogiorno una colomba disegna in volo un cerchio e, subito dopo, in corrispondenza di quel segno, dal colle sorge la chiesa di Montalto. Il quarto quadro è caratterizzato da 4 scene evangeliche che si succedono sulla facciata quattro volte l’anno secondo del calendario liturgico. Da Natale all’Epifania è visibile la scena della natività; dall’Epifania alla Pasqua troviamo la scena dell’adorazione dei Re Magi; dalla Pasqua alla Pentecoste si osserva la scena della Resurrezione; da Pentecoste fino a Natale si assiste alla elaborata scena della discesa dello Spirito Santo sugli apostoli riuniti nel cenacolo intorno alla Madonna.

Il quinto quadro mostra la scena della consegna della Lettera della Madonna agli ambasciatori di Messina. Si riprende qui una credenza religiosa che riporta al 42 d.C. anno in cui alcuni ambasciatori messinesi giunti al cospetto della Vergine accolsero dalle sue mani una lettera con la quale benediceva gli abitanti di Messina: “Vos et ipsam civitatem benedicimus” (frase scolpita all’ingresso del porto di Messina). Il sesto quadro è in corrispondenza della bifora con due campane (quella dei quarti d’ora fusa nel 1679 e quella delle ore del 1590). Ai lati, le statue di Dina (a sinistra) e Clarenza (a destra); le due eroine messinesi che durante la guerra del Vespro (nell’agosto del 1282) salvarono la città dall’attacco notturno da parte delle truppe di Carlo d’Angiò. Al cento, sulla bifora si trova invece un gigantesco gallo dorato (alto 2,20 m) che a mezzogiorno batte le ali, solleva la testa e canta per tre volte. Il settimo quadro si riduce alla presenza dominante del Leone portabandiera (alto 4 m) che dalla sommità della torre campanaria, allo scoccare di mezzogiorno, agita la bandiera, scuote la coda e gira la testa verso la piazza ruggendo per tre volte e dando inizio a tutti i movimenti delle statue. Per concludere, possiamo affermare che l’ultimo quadro non è presente nel campanile, ma che sta proprio ai suoi piedi. Qui si trova la scena dei turisti e messinesi. Una folla in movimento che a mezzogiorno si ferma per osservare. Per un attimo assistiamo ad una inversione: l’uomo si ferma e le statue si muovono.

Foto Tonio Mora


Veduta di Randazzo - foto mksfca

RANDAZZO NEL MEDIOEVO: crocevia di popoli e culture di Simona Godano li incontri tra genti di origini e provenienze diverse hanno, fin dai tempi più remoti, caratterizzato la Sicilia per la sua posizione centrale nel Mediterraneo. Uno degli scenari privilegiati dell’identità ricca e molteplice dell’Isola è stata Randazzo che, nel corso del Medioevo, è stata protagonista della confluenza di tre diverse culture e civiltà. Posto sulle falde settentrionali dell’Etna, Randazzo è il paese più vicino al cratere centrale. Grazie alla sua strategica posizione geografica, diventa, in età normanna, un importante avamposto militare e uno dei più vivaci centri economici del regno, soprattutto a partire dal 1231, quando entra a far parte del demanio regio per volere di Federico di Svevia. L’investitura demaniale fa sì che il borgo sia sempre più spesso

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La Chiesa di San Nicola - foto michis 0806


frequentato da corti reali influendo enormemente sul suo assetto urbanistico: la città infatti si ingrandì, arricchendosi di palazzi, abitazioni, chiese e monasteri, che costituiscono ancora oggi uno straordinario patrimonio storico, artistico e architettonico, testimonianza del suo vecchio splendore. La spinta propulsiva al processo di ampliamento e di sviluppo della città fu impressa dalla nutrita colonia di «Lombardi» che, giunti al seguito dei Normanni, si erano stabiliti nel quartiere di S. Martino, affermando ben presto la propria supremazia sull’originario nucleo di abitanti, costituito da Greci e da Latini. Il processo di integrazione tra i tre gruppi fu lungo e laborioso, tanto che essi mantennero per qualche secolo le proprie radici culturali. In tal senso è singolare il fatto che ancora nel sec. XVI, in città si parlassero tre lingue: il greco nel quartiere di San Nicola; il latino nel quartiere di Santa Maria e il lombardo nel quartiere di San Martino. La spia più evidente delle rivalità sempre accese fra le tre stirpi fu la singolare disputa che contrappose le chiese di S. Maria, S. Nicola e S. Martino, ciascuna centro dei quartieri delle tre diverse popolazioni e aspirante ad affermare la propria preminenza sull’intera comunità. La ricostruzione degli interminabili processi che accompagnarono tutta la disputa è alquanto difficoltosa perché i relativi documenti anteriori al ’500 sono andati per lo più perduti in seguito alle disastrose peripezie subìte nel corso dei secoli dagli archivi cittadini. Così le notizie relative alla questione vanno ricercate nelle pagine degli storici municipali, e soprattutto tra quelle del Virzì, secondo il quale la preminenza della chiesa di S. Maria durò fino al 1434, quando papa Eugenio IV decise di sopprimerla per porre fine alle continue discordie cittadine.

Dalle fonti capitolari, invece, si può dedurre che queste continuarono anche in seguito: nel 1439 Santoro di Palermo, arcivescovo della chiesa di S. Maria, ne rivendica l’antico primato suscitando la preoccupazione della popolazione che si rivolge all’autorità preposta affinché «sia misu in quistu fattu di quista maioritate di ecclesia perpetuu silenciu», così da poter vivere pacificamente «cum li tri ecclesii parrocchiali equali, senza nulla maioritati di loru». La disputa terminò nel 1916, anno in cui il titolo di Matrice fu attribuito a S. Maria, e fino a quella data fu composta attraverso l’attribuzione delle funzioni di Chiesa Madre a turno, ogni anno, a ciascuna delle tre chiese. La chiesa di S. Maria mantiene tuttora le originali linee normanno-sveve, nonostante i restauri e i rifacimenti subiti nel corso dei secoli. Le caratteristiche del-

La Chiesa di San Nicola - foto Archenzo

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La Chiesa di S. Maria - foto Archenzo

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l’impostazione normanna della basilica sono chiaramente rintracciabili e visibili negli elementi architettonici e decorativi che adornano la facciata e la struttura esterna dell’edificio realizzato interamente in pietra lavica. L’interno della chiesa conserva il dipinto a cui è legata la leggenda che ruota attorno alla nascita di questo luogo sacro: si tratta della cosiddetta Madonna del “Pileri”. Si narra che la fiorente comunità cristiana residente in questi luoghi nel X secolo venerasse una splendida immagine della Madonna con Bambino. L’arrivo dei conquistatori arabi costrinse i fedeli a nascondersi in una grotta e a portare con sé l’icona sacra, che venne addossata ad un pilastro della volta. Tuttavia, temendo che i persecutori potessero profanare quel luogo sacro, i cristiani decisero di chiudere l’ingresso della grotta, ma lasciarono, in segno di fede, un piccolo lume acceso dinanzi all’immagine sacra. Molti anni dopo, sotto la dominazione normanna, un pastorello, attratto da una fioca luce che filtrava da una fessura della roccia lavica, scoprì, ancora rischiarato dal lume acceso, l’affresco della Madonna che da quel giorno fu chiamata appunto del “Pileri”, cioè del pilastro. L’evento miracoloso suscitò un entusiasmo tale che si procedette subito alla costruzione sul luogo del ritrovamento di un’ara sacra e di una piccola chiesa di legno. In seguito si decise di costruire una grande basilica, ovvero il duomo di S. Maria di Randazzo.

La Chiesa di San Martino - foto Neil Weightman


GOETHE IN SICILIA L’esaltazione della Natura che si fa Arte di Lisa Bachis ono i primi giorni di aprile quando il trentasettenne Goethe giunge nella “Felice” città di Palermo. È un insigne letterato della corte di Weimar, noto in tutta Europa; un uomo che ha raggiunto la piena maturità intellettuale e artistica; un intellettuale che dovrebbe trovar pieno appagamento per gli onori tributatigli. Eppure, la decisione del “Viaggio in Italia” (iniziato nel settembre del 1786 e durato due anni) è per il tedesco “un imperativo categorico” a cui non può sottrarsi. Goethe “deve” andar via per compiere una Wiedergeburt: per attuare il proprio destino di “Rinascita”. L’Italia quindi rientra in quel percorso verso la rigenerazione dello Spirito; e la Sicilia non è una semplice tappa all’interno di questo viaggio. Essa è meta ineluttabile poiché a detta dello stesso Goethe “in questo paese si trova la chiave di ogni cosa”.

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Orto Botanico di Palermo - foto Ferlosio

“La Sicilia, il prodigioso e antichissimo grembo di questa terra contiene, per chi sa trovarlo, l’Aleph: il luogo dove si trovano, senza confondersi, tutti i luoghi, la storia che contiene tutte le storie…” (V. CONSOLO, in Introduzione a J. W. Goethe, Viaggio in Sicilia, Siracusa, 1987)


foto Ferlosio

foto purple snail

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Il poeta, che avanza, alla continua ricerca di minerali e strati geologici da cui sviscerare l’essenza del Mondo; lo studioso delle meraviglie artistiche e architettoniche di cui l’Italia è culla; questo seguace di Linneo, è anche l’amante della filosofia di Spinoza, nel cui pensiero è tracciata la perfetta corrispondenza tra il divino e il naturale (Deus sive Natura). Allora, quel “quid” a cui non può rinunciare, è “l’incipit” per ogni descrizione o opera letteraria e poetica. Goethe approdato nell’Isola, subisce il fascino sconvolgente e tremendo dell’esplosione vegetale e floreale siciliana e si sente stordito da questa prepotenza, che mal regge i confini imposti dall’ordine umano. Sull’Orto Botanico di Palermo, annota “che è il più bel posto del mondo. Non è piantato da molto, ma riporta a tempi passati. Verdi aiuole cingono piante esotiche, spalliere di limoni si piegano in eleganti arcate, alte pareti d’oleandro adorne di mille fiori rosso garofano seducono gli occhi. Alberi a me estranei, assolutamente ignoti, ancora senza foglie, probabilmente di regioni calde, allungano curiosi i rami”; (dal Viaggio in Sicilia, pp. 30-31). La rigogliosa vegetazione lo rapisce, non è abituato a veder certi alberi crescere nella nuda terra; e le serre ed i vasi dove ordinate file di agrumi dovevano sembrargli l’unico modo per veder crescere la vita, ora gli appaiono come pallide immagini di una naturalità artificiale. Qui, con i sensi sconvolti dagli aromi che rimandano all’Asia e all’Africa, l’esteta si abbandona alla “Natura che si fa Arte”, dove ciò che percepisce, assume i contorni dell’opera pittorica. I colori sono vividi “un verde, al quale noi non siamo più abituati, veste le piante ora con tono più giallo, ora più azzurro che da noi. Ma ciò che dava all’insieme una grazia speciale era la densa vaporosità che si spandeva uniforme su ogni cosa. […] Non è più natura, ma quadri! Come se un pittore avesse sfumato a velature”. Durante ogni tappa del viaggio, alla ricerca della Sacra Radice di ogni cosa, Goethe sperimenta il contatto diretto con la generosità di questa magnifica


terra. Così è a “Castel Vetrano”, piena di colline, dove l’albero di fico è germogliato e dove “ciò che ha suscitato gioia e meraviglia sono state le estensioni di fiori, tanti, tanti da non potersi abbracciare con lo sguardo”. Il poeta, lasciatosi irretire dal paesaggio cangiante, comprende finalmente la simbiosi che i greci raggiunsero tra Natura e Architettura: questa, gli si mostra ad Agrigento, di fronte al tempio di Esculapio che “all’ombra di un bellissimo carrubo e quasi murato in una piccola casa rurale, offre uno spettacolo gentile”. I paesaggi siciliani, come affreschi di esistenze antiche, suggeriscono al poeta sensazioni omeriche; tanto che scriverà qui, in Sicilia, e precisamente a Taormina, il frammento di un poema ispirato all’Odissea dal titolo Nausica. L’ispirazione gli giunge, rimanendo a stretto contatto con la Natura dell’Isola; Goethe si trova giù, nella zona a mare della cittadina, in un orto abbandonato che gli offre i rami di un arancio come seduta e gli propone una nuova riflessione, poiché scrive: “Tutto ciò suona un po’ strano, però diventa naturale se si sa che l’albero d’arancio lasciato alla sua natura, ben presto si divide in rami appena sopra le radici, che col tempo diventano robusti”. Di nuovo, la fertile terra che dà i suoi frutti, regala a Goethe inattesi spunti linguistici: ed è sulla Lingua che occorre indugiare ancora un poco. L’omerica avventura siciliana, diviene momento fondamentale nella ricerca dell’Origine; viaggio all’interno di quell’universo linguistico, che è la trama stessa del pensiero goethiano. Il poeta tedesco ha scritto nella sua “Lingua Madre”, ma non si può ignorare che le emozioni e le esperienze sensoriali che ha assaporato con avidità, abbiano risentito in modo indelebile di quel paesaggio, unico, le cui radici s’aggrappano con ostinata volontà di sopravvivenza ai morbidi fianchi dell’Etna, sino ad immergersi in un Mare primigenio. Il linguaggio “parlato” da queste terre, è espressione della Natura lussureggiante e documenta, le memorie di antiche civiltà. Esso ha trovato nutrimento nelle leggende e nei

Agrigento, il tempio di Esculapio - foto greenbird_ontree

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canti multietnici, che da sempre hanno attraversato l’Isola. Anche la luce, che trasfonde in colori accecanti e maschera l’indole malinconica dei siciliani, concorre ad impinguare tale multiforme varietà linguistica. Chi fa esperienza di questa “Lingua paesaggiale”, ne viene irrimediabilmente trasformato. La Lingua è essa stessa ponte-passaggio, così come l’Isola intera. Anche il viaggio di Goethe si compone di innumerevoli tappe, ciascuna difficile da contener tutta in un’unica descrizione linguistica e perciò “irripetibile”. Un viaggio in continuo mutamento poiché con l’avanzar dell’esperienza, il paesaggio si modifica e la lingua canta, parla, sospira per raccogliersi infine, nel silenzio. E Goethe al suo rientro in patria, si avverte come un “Uomo Nuovo” mentre affida il messaggio della Natura, udito lungo il cammino, alla Lingua della Parola Scritta.


FORNACE PENNA solitaria memoria di Maria Stella Spadaro Visitare una città ci permette di vedere, di osservarne le sue componenti architettoniche, di mirarne la sua organizzazione urbanistica, di addentrarci concretamente all’interno di un sito, la cui più o meno ricercata collocazione geografica è scrutabile nella sua interezza solo da opportuna distanza. Ma cosa succede se ad attirare lo sguardo indagatore dell’osservatore è una struttura che, lontana da ogni centro abitato, non inserita all’interno dei consueti itinerari turistici e non opportunamente valorizzata, da anni funge da catalizzatore di idee in seno all’opinione pubblica? Il riferimento è rivolto alla Fornace Penna, architettura maestosa e, per certi versi, spettrale, prospiciente un seno di mare cristallino, che, sita in contrada Pisciotto, domina con l’imponenza della sua struttura muraria l’intero litorale di Sampieri, frazione del comune di Scicli, in provincia di Ragusa. Per il turista che frequenta la spiaggia di tale località balneare la Fornace Penna appare quale limite visivo, estremo simbolo indicante l’area dove irregolari scogliere, perpetuamente soggette all’azione del mare, lambiscono le dorate distese sabbiose. Man mano che ci si avvicina allo stabilimento, le caratteristiche di maestosità e di imponenza della struttura, rinvigorite dalla sua suggestiva collocazione geografica, permangono immutate facendo svanire l’incertezza di quanto esse potessero essere frutto di una percezione soggettiva, mentre cresce a dismisura il timore di non poter contrastare l’inesorabile volgere del tempo e la negligente trascuratezza umana. Quello che oggi è visibile agli occhi dei visitatori è, infatti, lo scheletro murario di un fabbricato che, adibito in passato alla produzione di laterizi, costituisce adesso un raro esempio di archeologia industriale in provincia di Ragusa. La favorevole posizione del sito, riparato dai venti di levante e scirocco, la disponibilità di abbondante acqua da una sorgente carsica locale, la presenza, a circa 200 metri, di un vasto giacimento di buona argilla, la possibilità di usufruire per la spedizione della merce del mare, il cui fondale sufficientemente profondo consentiva alle navi di attraccare sotto costa, delle strade ordinarie e della ferrovia, contribuirono a individuare in Punta Pisciotto il sito ideale dove poter realizzare una grande fornace. E fu così che nel 1912, grazie all’iniziativa imprenditoriale della famiglia Penna e su progetto dell’ingegnere Ignazio Emmolo, venne ultimata la costruzione della Fornace. Lo stabilimento, costruito in calcare duro locale, lungo 86 metri e largo 32 metri, si sviluppava su tre piani. Il forno era di tipo Hoffmann, di forma ellittica, e si componeva di 16 camere intercomunicanti disposte ad anello. Il tiraggio forzato veniva esercitato da una ciminiera alta 41 metri.


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Foto Giancarlo Tribuni Silvestri


Nella zona ad ovest vi erano i locali di lavorazione; nella parte est il forno. Fabbricati adibiti a dormitorio degli operai, magazzini per il deposito dei materiali e uffici amministrativi erano stati costruiti lateralmente allo stabilimento, al di là di un grande piazzale. Nella sala macchine si trovavano due polverizzatori a martello per lo sfarinamento dell’argilla essiccata, un’impastatrice ad eliche grandi rifornita da elevatori a tazze, due laminatoi con filiere per la produzione di gallette, laterizi forati e tegole curve o “coppi”, una pressa a revolver per la produzione di tegole marsigliesi, ed un’altra pressa per la produzione di tegole colme. Un unico motore a gas povero della potenza di HP 80 azionava i suddetti macchinari, che erano tra di loro collegati da un elevatore a planches, un montacarichi e un nastro trasportatore. Il ciclo produttivo dei laterizi, sospeso durante il periodo invernale, prevedeva diversi passaggi: l’argilla estratta dalla cava era prima essiccata, frantumata e poi impastata con sabbia di mare. Una volta ottenuto un miscuglio abbastanza omogeneo, l’impasto ancora umido veniva fatto passare per la filiera, cioè fatta uscire da un orifizio da cui il materiale usciva modellato secondo la forma voluta. Le successive operazioni di essiccamento e di cottura dei prodotti non finiti necessitavano di tempi più lunghi, tali da evitare che il variare repentino della temperatura provocasse crepature nei laterizi. La manodopera dello stabilimento era costituita, oltre che da alcuni operai specializzati, da circa un centinaio di giovani reclutati localmente, di età compresa soprattutto tra i 16 e i 18 anni. La Fornace Penna, che contava una produzione giornaliera di circa diecimila pezzi fra mattoni pieni, forati, tegole curve e tegole marsigliesi, esportava i manufatti prodotti in tutto il bacino del Mediterraneo. Ma ecco che nel 1926, in una sera di fine gennaio, un incendio di probabile matrice dolosa si sviluppò all’interno dello stabilimento, diffondendosi rapidamente nei solai di legno su cui poggiavano i piani superiori dell’edificio e incenerendo d’un tratto ogni speranza di una possibile futura industrializzazione di quell’area. Lo scheletro murario, il forno Hoffman e alcuni fabbricati, che erano stati costruiti a distanza dalla Fornace, costituiscono tuttora l’unica prova tangibile della grandiosità di tale complesso industriale. Nonostante le innumerevoli proposte di recupero e valorizzazione, la Fornace Penna versa in uno stato di abbandono oramai pluridecennale, ma mai cessa, tuttavia, di instillare nell’animo dell’osservatore quella sensazione di intollerabile impotenza contro l’inarrestabile avanzare del tempo e contro quel lento meccanismo burocratico che ha reso possibile, solo da poco tempo, alla Sovrintendenza di Ragusa di apporre sulla struttura il vincolo monumentale e paesaggistico. La Fornace Penna, denominata “Mánnara” nella serie televisiva del commissario Montalbano, nonostante i numerosi crolli, è ancora testimonianza viva e concreta di ciò che era, di quel mal riuscito tentativo di trasformare un ambizioso progetto in una salda e stabile realtà imprenditoriale, che non poteva che arrecare benessere e prosperità anche in quell’angolo di Sicilia.

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IL MUSEO DELLA CIVILTÀ CONTADINA IBLEA

Nunzio Bruno: cenni biografici Nato il 14 agosto del 1936 a Sortino, Nunzio Bruno crebbe in una famiglia fervida di stimoli artistici: fu il padre Gioacchino ad introdurlo nel mondo della fotografia. All’età di soli 25 anni, assieme alla moglie Vincenzina, apre il suo primo studio fotografico imponendosi come innovativo cerimonialista: il suo servizio fotografico, diventa un vero reportage dei momenti più significativi. Di ritorno dagli Stati Uniti, fonda a Floridia la prima galleria d’arte contemporanea che, negli anni, si trasformerà in circolo culturale per la fotografia. Nel 1975 si inserisce nel mondo radiofonico, fondando Radio Amica, dove presenta in diretta un programma dedicato alla divulgazione delle tradizioni popolari, dei proverbi e delle leggende di Sicilia. E’ successivo alla collaborazione con il prof. Antonino Uccello, fondatore della Casa-Museo di Palazzolo Acreide, l’avvio di un’indagine conoscitiva del mondo agro-pastorale che lo porta a stretto contatto con artigiani e contadini per conoscerne la storia personale e raccoglierne gli attrezzi da lavoro e gli utensili per la casa. Dalla ricerca-studio di questi reperti, nascerà la collezione etnoantropologica “N. Bruno” e troverà finalmente espressione la sua innata capacità pittorica, cui seguirà anche il desiderio di avvicinarsi al mondo della scultura, desiderio che darà vita a manifestazioni come la Personale “Dea Madre”.

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“La peggior morte è la dimenticanza. Picchì arrestunu sulu ‘i cosi ca saputu fari. E nun ti cririri… vali pi tutti”. Parole di Nunzio Bruno. Parole di un Maestro che ha dedicato parte della sua vita alla ricerca di tutti quei beni etnografici che, attraverso il passato, ci raccontano un pezzo di storia del nostro territorio. La sua attenzione era rivolta soprattutto all’agire dell’uomo, a quel fare con le proprie mani che fa della persona il costruttore della propria storia. Quando maneggiava la pialla sentiva lo stridere del legno, quando tirava su una zappetta immaginava il faticoso lavoro del contadino, quando si poggiava su un carretto sentiva i canti all’amata dei lunghi viaggi del carrettiere, quando mostrava un


L'etnomusicologo Sergio Bonanzinga, la scrittrice Filomena Migneco e il Presidente del consiglio Provinciale Michele Mangiafico

Da sin. Cetty Bruno, ideatrice e direttore artistico dell’evento, con Massimo Papa

Da sin. Rosario Acquaviva con l'Assessore provinciale alla cultura Gaetano Amenta, il poeta Corrado Di Pietro, la Signora Vincenzina Bruno e l'Assessore comunale alla cultura Nuccio Corpaci

qualsiasi utensile da cucina sentiva gli odori dei cibi fatti in casa dalle donne che abitavano quell’unica stanza chiamata casa. E il Maestro Nunzio Bruno vive ancora dentro quegli stessi oggetti e tra le sale del tanto agognato Museo della Civiltà Contadina Iblea. Ad un anno dalla sua scomparsa, il 4 luglio, a Floridia, si è tenuta la prima edizione del premio “Nunzio Bruno per l’arte popolare siciliana”, in concomitanza ad una mostra antologica a ricordo dell’artista che ha visto esposti i suoi scatti, i suoi dipinti, le sue sculture e miniature. Una serata celebrativa che, conclusasi con lo spettacolo musicale de “I Beddi”, vincitori del Festival della Nuova Canzone Siciliana, ha avuto il momento di massima importanza nell’assegnazione dei premi ai designati da un comitato scientifico, così come voluto dalla direzione artistica di Cetty Bruno. Il primo ad essere premiato, nella sessione dedicata allo studio e al recupero delle tradizioni popolari, con un prezioso profilo in pietra locale di Nunzio Bruno, realizzato dal figlio Gioacchino, anch’egli fine scultore, è stato Sergio Bonanzinga, docente di Messina, esperto in discipline demoetnoantropologiche che ha portato avanti uno studio sui valori funzionali e simbolici che caratterizzano le pratiche espressive di tradizione orale, concentrato soprattutto sul territorio del comune di Sortino. Per la sessione dedicata al recupero e alla riproposta delle autentiche unità di lavoro, il premio è stato assegnato al dott. Rosario

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Museo della civiltà contadina iblea

Da sin. il prof. Sebastiano Burgaretta con lo scultore Paolo Migliore

Patrizia Tidona intervista Sergio Bonanzinga

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Rosario Acquaviva premiato da Gaetano Amenta

Inaugurato nel maggio del 2004, nelle sale del vecchio carcere borbonico di Floridia, il Museo della civiltà contadina iblea rappresenta una pietra miliare nella conservazione e nel recupero della memoria popolare siciliana. Ubicato nella centrale piazza Umberto I, il Museo consta al piano terra di sei sale dedicate all’esposizione permanente di oggetti appartenuti alla lavorazione del grano, all’allevamento e all’aggiogo del bestiame, alla pastorizia ed ai cicli artigianali del calzolaio, dell’apicoltore, dello stagnino, del bottaio, dell’arrotino, del muratore, del cestaio e del tessitore, nonché collezioni di ceramica d’uso popolare, di vecchi giocattoli e di reperti litici, mentre al primo piano si trovano un laboratorio di ricerca, i depositi e la Sala polifunzionale.

Acquaviva per il suo itinerario etnoantropologico sui luoghi del lavoro contadino nel comune di Buscemi, unico esempio in Europa. La terza sessione del premio, sicuramente la più significativa, è stata riservata al lavoro di un artigiano; il premiato Paolo Migliore, esperto intagliatore del legno, per la genialità delle sue opere, figlie di una scultura di matrice fondamentalmente popolare e di una potenzialità creativa da autodidatta. “Il fine intagliatore del legno ben rappresenta - ha sottolineato il Prof. Sebastiano Burgaretta - quell’artigiano che potenzia da sè abili capacità creative, quell’artigiano che tanto ricorda un Nunzio Bruno che si impregnava di tutte le forme di sapere che lo circondavano”. Un appuntamento, quello del Premio Nunzio Bruno, che si rinnoverà annualmente, per continuare a celebrare un artista che ha sottratto all’oblio, la memoria e l’identità di un territorio.


Le Saline di Priolo in un'immagine invernale

RISERVA NATURALE

SALINE DI PRIOLO Storia di una riqualificazione insperata Testo di Fabio Cilea e Francesca Di Blasi - Foto Fabio Cilea -

ncora oggi il territorio di Priolo Gargallo è, per molti, sinonimo di industria ed inquinamento. Poche righe per raccontarvi la storia di un territorio in cui, nel corso dei secoli, si sono sovrapposte culture diverse, ma soprattutto gli avvenimenti che hanno portato un luogo utilizzato per decenni come discarica a diventare, con un minimo di buona volontà, la riserva “più bella d’Italia dove osservare gli uccelli”. Se l’industrializzazione ha fortemente trasformato il territorio, caratterizzando per decenni la vita e la salute di chi vive in questo paesino, bisogna pur cominciare a rilanciare la speranza di chi in questo territorio è rimasto ed ha deciso, nonostante tutto, di far crescere i propri figli. Nonostante le forti manomissioni, volute soprattutto da una politica

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spregiudicata degli anni ’60 e ’70, nell’agro priolese è ancora possibile imbattersi in aree archeologiche di grande pregio culturale, come Thapsos, le Catacombe di Manomozza, la Guglia di Marcello, o aree naturalistiche, come il Monte Climiti dove è possibile ritrovarsi in inaspettati boschi di Lecci o osservare il maestoso volo di rapaci o ancora il lento incedere della Tartaruga terrestre. Storia e natura trovano un importante punto d’incontro nelle ex Saline di Priolo dove la produzione del sale è documentata dal 1200, epoca in cui il prodotto era una delle merci più esportate soprattutto per la conservazione dei cibi. La produzione del sale, con alterne vicende, è andata avanti fino all’inizio degli anni ’70 quando, con l’industrializzazione che avanzava, fu occupata una parte della salina divenuta ormai “inutile” nella logica di quel periodo. Son passati trent’anni dall’abbandono della salina all’istituzione dell’area protetta, un lungo periodo, in cui l’area, terra di nessuno, è stata utilizzata per le attività più varie tutte volte alla distruzione dei suoi delicati ecosistemi. Con l’istituzione della riserva, avvenuta il 28 dicembre 2000, le condizioni dell’area cambiarono quasi immediatamente, fu ripulita l’intera zona da tutti gli inerti, frigoriferi, lavatrici, immondizia, abbandonati lì ed iniziò un recupero naturalistico e di fruizione. L’Ente gestore della riserva, l’Associazione Naturalistica LIPU, individuò, fra gli interventi prioritari, la rimozione di un vecchio oleodotto realizzato al centro del Pantano delle Saline di Priolo nel 1956 ed ormai in disuso. Il completamento dell’opera di Bonifica avvenne nel 2006, quando, eliminata gran parte della tubatura, al suo posto furono realizzati due capanni d’osservazione unici nel loro genere per l’Italia meridionale e con la creazione di una serie di isole artificiali. Questi isolotti hanno migliorato le condizioni naturalistiche del sito, offren-

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Il colorato Martin pescatore lo si osserva con regolarità nel periodo invernale


Cinque capanni d'osservazione offrono al visitatore curioso ed attento di osservare gli animali della riserva da vicino e senza arrecare loro alcun disturbo

do alle centinaia di specie di uccelli che frequentano la riserva, nelle varie stagioni, un luogo ideale per la sosta e la nidificazione. Per il prossimo futuro sono già pronti altri ed importanti progetti come la ricostruzione del vecchio Mulino, la gestione del livello idrico e la rimozione di una vecchia discarica. La riserva è attrezzata con 5 capanni d’osservazione, con tre diversi percorsi naturalistici per una estensione di circa 3,5 km e per poter avere un’idea dell’interesse naturalistico del sito bisognerebbe visitarlo almeno una volta al mese. La migrazione tardo estiva-autunnale è generalmente il momento che maggiormente caratterizza le Saline di Priolo come area di sosta per i migratori acquatici: sono regolari concentrazioni complessive di alcune mi-

Garzette a Priolo

gliaia di limicoli come i Gambecchi, Piovanelli, Piovanelli pancianera, Corrieri grossi, Pettegole, Piro piro boscherecci, Fratini, che formano tutti insieme stormi in continuo movimento per la ricerca del cibo. Nello stesso periodo è possibile osservare specie meno comuni, come l’Avocetta e la Beccaccia di mare che spesso sono presenti in stormi di decine di ind. con maggiore frequenza che in altre zone umide siciliane. Nella tarda estate la salina è anche un importante luogo di riposo per molti stormi di ardeidi, Aironi cenerini, Garzette, Aironi rossi, in migrazione lungo la costa orientale siciliana con concentrazioni giornaliere di diverse centinaia di individui, fino a 280 Aironi cenerini e 500 Garzette. Nella tarda estate comincia anche il passaggio di numerosi stormi di Fenicotteri. Tra i laridi è notevole

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la sosta autunnale in quantità rilevante di Sterne maggiori, proveniente dal Baltico e dal mar Nero, le Saline di Priolo, probabilmente, rappresentano a livello nazionale, per questa specie, uno dei più importanti siti di sosta. La presenza invernale di anatidi è un fenomeno recente legato, come ovvio, al divieto di attività venatoria conseguente la istituzione della Riserva Naturale. Fra le specie di maggior interesse osservabili a Saline di Priolo troviamo la Moretta tabaccata, la Volpoca e occasionalmente il Cigno reale. Le più numerose, come in altre aree umide siciliane, Le anatre, come questi Codoni, sono numerose soprattutto durante i periodi di svernamento sono Alzavola, Mestolone, Fischione e, in inverni con livello idrico elevato, il Moriglione. Il numero massimo di Folaghe svernanti è stato di circa 1200 ind. Nello stesso periodo dell’anno è possibile osservare un buon numero di Svassi piccoli di Gambecchi, Piovanelli pancianera, Pettegole e Fratini, Garzette e Falchi di palude. La primavera, oltre ai migratori che effettuano una breve sosta nell’area umida delle Saline di Priolo durante i loro lunghi viaggi per raggiungere i siti del nord Europa, è particolarmente interessante per la presenza di specie nidificanti fra le quali vanno ricordate il Fraticello, il Cavaliere d’Italia, il Fratino, il Pollo sultano. La maggior parte dei nidificanti, con i giovani nati nel sito della Riserva di Saline di Priolo, ripartirà nella tarda estate quando tutto ricomincerà nuovamente e la riserva tornerà ad essere luogo di sosta per i tanti uccelli che passano da qui per raggiungere le coste africane. La riserva non può rappresentare la soluzione dei problemi ambientali dovuti all’industrializzazione del territorio siracusano, ma con la sua presenza e con l’opera dell’Ente Gestore, vuole rappresentare un Due Voltapietre in alimentazione elemento positivo di rinascita anche per quei luoghi dove tutto sembrava prima di riprendere la migrazione irrimediabilmente perduto. Nel periodo di nidificazione è possibile osservare numerose coppie di Cavalieri d'Italia. Nella foto una femmina con due pulcini


Da sin. il presidente Salvatore Raiti, il sindaco di Priolo Antonello Rizza, il presidente dell’Asi Giuseppe Assenza

INDUSTRIA E AMBIENTE SEMPRE PIÙ VICINI Inaugurato il nuovo laboratorio chimico dell’impianto dell’IAS

n investimento di circa 800 mila euro, messi a disposizione dalle industrie del petrolchimico socie dell’IAS - Industria Acque Siracusana - e ben sei mesi di lavori di costruzione, hanno permesso l’ammodernamento dell’ormai obsoleta struttura di analisi chimiche. “L’attivazione del laboratorio consente di fare un altro passo verso quell’integrazione tra industria e tutela dell’ambiente che è l’obiettivo al quale puntare in questo territorio per garantire lo sviluppo salvaguardando la natura e la salute dell’uomo”. Queste le parole di Giuseppe Assenza, presidente del Consorzio ASI e socio di maggioranza dell’IAS.

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Particolare della cerimonia di inaugurazione del nuovo laboratorio dell’Ias

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Uno dei principi guida dell’Azienda è, infatti, la prioritaria responsabilità nei confronti dell’ambiente, priorità che deve sempre essere mantenuta compatibile con gli aspetti gestionali dell’azienda, le esigenze degli Utenti e di tutte le parti interessate. “Abbiamo inaugurato un anno fa l’impianto di deodorizzazione e siamo riusciti a definire l’avvio della colossale operazione di smaltimento delle migliaia di tonnellate di fanghi industriali stoccati nelle due vasche dell’impianto – afferma il presidente Salvatore Raiti – Adesso l’attivazione del nuovo laboratorio. Sono tutti risultati che pongono l’Ias al centro dell’impegno per migliorare la qualità dell’ambiente nella zona industriale”. Il nuovo laboratorio di analisi chimiche analizza i reflui prodotti sia al momento del loro ingresso nell’impianto che in uscita, misurandone la concentrazione di sostanze inquinanti, tra cui i metalli, i residui di idrocarburi ed i composti organici volatili. Stiamo parlando di una struttura autonoma della superficie di ben 320 mq., dotata di una speciale unità che le permette di proseguire la sua attività anche in caso di black-out, suddivisa in due ali, una adibita ad uffici ed una destinata all’area operativa, comprendente: - la sala laboratorio, all’interno della quale si sviluppano le determinazioni di parametri analitici nel miscelone di acque reflue sia in ingresso che all’uscita dell’impianto, passando per le varie fasi del processo, ed anche nei flussi dei grandi utenti;


- la sala chimica-fisica 1, attrezzata con tre gas cromatografi e un desorbitore dove vengono determinati i BTX nelle acque di scarico e su matrici ambientali; - la sala chimica-fisica 2, dove verranno determinati i metalli in ingresso ed uscita impianto, sala attrezzata anche con uno strumento per la determinazione del mercurio in varie matrici ambientali; - la sala strumentazioni, attrezzata di tre cromatografi ionici per la determinazioni degli anioni e di un TOC, strumento che determina la quantità di carbonio organico totale presente nelle acque reflue; - la sala analisi batteriologiche, dove è collocato un analizzatore di ecotossicologia che permette di stabilire il grado di tossicità nelle acque reflue. Pregnanti le dichiarazioni del sindaco di Priolo, Antonello Rizza: “Il tempo in cui le industrie arrivavano e distruggevano l’ambiente, è finito”. E a conferma di ciò, basta rivolgere lo sguardo al litorale priolese che, affollato da migliaia di bagnanti, sta inaugurando una nuova era nel rapporto tra industria e territorio.

I laboratori dell’Ias

LE TAPPE STORICHE 10 gennaio 1983 - viene costituita la IAS - Industria Acqua Siracusana spa - di cui fanno parte il Consorzio ASI di Siracusa, le società Montedipe spa, Fertimont spa ed il Comune di Melilli. 27 gennaio 1983 - IAS ottiene la gestione del depuratore consortile di Priolo Gargallo. Tra febbraio e maggio 1983 - si assumono i primi tredici dipendenti, tutti turnisti, con mansioni di operatore e capoturno. 1985 - IAS ottiene la gestione del collettore consortile che raccoglie le acque insuatriali del petrolchimico e le acque civili del comune di Priolo Gargallo, di Melilli e della frazione di Città Giardino. 1988 - una parte delle azioni dell’IAS vengono acquistate dal comune di Priolo Gargallo, dalla Esso Italiana e dalla Enichem Anic e Selm. Maggio 1988 - la Regione autorizza “lo scarico in mare, mediante condotta sottomarina fino alla progressiva di mt 1.600, dell’impianto di depurazione consortile. 1999 - il Ministero dei Lavori Pubblici affida all’IAS le opere relative al disinquinamento della rada di Augusta. 2000 ad oggi - modifiche di intervento e controllo dei processi: si migliora la distribuzione dell’aria nelle vasche di ossigenazione, si potenzia la sala quadri con una rete a fibra ottica collegata a due computer e si progettano tre deodorizzatori per ridurre gli odori molesti nelle parti critiche del depuratore.

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città scom

ALESA

Senza traccia da oltre mille anni ra gli alberi d’ulivo e i batuffoli di manna, in uno scenario bucolico, dominio del verde, le rovine di Alesa accolgono il visitatore silenziosamente. Inutile dire che il tempo sembra essersi fermato; inutile dirlo di fronte alle tracce di una città che - oggi lo si indovina appena - ebbe mura possenti e abitanti laboriosi, ma che comunque, con la natura non bisticciò mai. E neppure adesso il tempo corre via veloce, anche se la strada passa vicino a quelle antiche pietre perse per lungo tempo e ritrovate. Sono ora divenute il capolinea di un viaggio onirico dentro l’anima mite della Sicilia. I profumi sono quelli dell’erba e della rugiada, mentre l’eco dei campanacci compone una didascalia sonora che lascia senza parole, perché basta ascoltare. Viaggio onirico, dicevamo, anche perché Alesa la bella fu protagonista di un’eclisse ancora oggi non bene chiarita. Scomparve. Forse fu il terremoto dell’856 ad atterrarla e convincere i superstiti a lasciarla, forse la conquista degli Arabi invasori, sempre in quel IX secolo, forse l’effetto combinato. Fatto sta che Alesa si dissolse senza lasciare traccia nemmeno negli itinerari dei viaggiatori, che pure l’avevano citata a lungo, ricordandone ora l’opulenza, ora la santità, ora il fascino che sprigionavano colonne doriche e archi romani. Fondata nel 403 avanti Cristo, Alesa fu terra di confine fin dal suo primo apparire, come terra di confine è oggi Tusa (nel cui territorio si trova), nata sull’ultima propaggine dei Nebrodi che lì si uniscono alle Madonie su cui sorge Pollina, l’antica Monalo, roccaforte di Cartagine. Messina e la sua provincia a oriente, Palermo e l’area della sua influenza a occidente, di là del fiume che oggi è il Tusa e ieri era l’Alesa. E se oggi si fronteggiano, per così dire, le forze gravitazionali di due amministrazioni dal peso differente, la provinciale e la regionale, in passato erano il mondo greco e quello punico a confrontarsi, talvolta anche in armi. Diodoro Siculo racconta che fu fondata per volere del tiranno di

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Quel che resta di una casa privata con vista sulla vallata

SPARTIACQUE DI ANTICHE CIVILTÀ FRA LE PROVINCE DI MESSINA E PALERMO, VANTA ORIGINI GRECO-ROMANE E IL DIGNITOSO

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E LABORIOSO STATUS DI MUNICIPIUM


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- Terza parte -

Herbita, Arconide e che accolse alcuni esuli siculi. L’etimologia ci illumina ancora oggi: il termine Alesa si fa discendere dal verbo greco “alomai”, incerto vagare, come quello dei Siculi, appunto, allontanati dai coloni greci e alla ricerca di una nuova patria. A suggerire, poi, la provenienza di questi esuli, vi sarebbe un tempio dedicato al dio Adranon, il cui culto era diffuso nella zona meridionale etnea. Il territorio di Alesa, poi, potrebbe essere stato anche una delle tappe dell’incerto vagare dei profughi troiani. La suggestione, per quanto non verificabile, ci viene anche dalla circostanza che Alesa apparteneva al novero delle sedici città siciliane alle quali era riconosciuto il privilegio di montare la guardia al santuario di Venere Ericina a Erice, e tutte e sedici le città vantavano ascendenze troiane. Non per caso, quando i Romani giunsero in Sicilia nel 236 a.C. Alesa decise, senza alcun tentennamento, di allearsi agli invasori, che la ricompensarono attribuendole lo status di civitas libera ac immunis.

La strada lastricata che porta all'agorà; ben visibile il sistema di convogliamento delle acque pluviali

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COME RAGGIUNGERLA Sia chi proviene da Messina che quanti giungono da Palermo devono percorrere l'A 20 MessinaPalermo e uscire allo svincolo di Tusa. Da qui conviene scendere verso la strada statale 113 settentrionale sicula e imboccarla in direzione Messina; dopo circa un chilometro si incontrerà il bivio per Tusa, immettersi sulla provinciale che collega la strada al paese e percorrerla per poco più di un chilometro. L’area archeologica e l’annesso Antiquarium sono ben segnalati e facili da raggiungere. C'è un terzo itinerario, per chi proviene da Enna, spettacolare dal punto di vista paesaggistico poiché attraversa i Nebrodi da parte a parte, iniziando la risalita dal versante sud all'altezza di Leonforte, sfiorando Nicosia e Mistretta, per poi raggiungere la 113 e, da qui, svoltare in direzione Palermo fino a trovare il bivio per Tusa. Questo tragitto è comunque sconsigliato durante l'inverno e in caso di maltempo, per le insidie della neve e della nebbia. Se arrivarvi è facile, tornarvi è facilissimo, tale è il richiamo di questo luogo nel quale l'uomo e le sue opere continuano ad avere nella natura il loro punto di attrazione.


In alto: Altare di uno dei locali costruiti attorno all'agorĂ , decorato con motivi geometrici; nel tempo queste costruzioni vennero anche consacrate a divinitĂ  del pantheon romano In basso: Quel che resta di una casa privata con affaccio sulla vallata, realizzata in prossimitĂ  delle terme

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La statua della dea Proserpina (nome greco Persefone): fu rapita da Plutone (nome greco Ade) divenendo quindi regina del mondo infero nel quale viveva per sei mesi per poi tornare sulla terra allo sbocciare della primavera La statua dovrebbe raffigurare il pretore romano Claudio Pulcro, inviato da Roma per dirimere una controversia che rischiava di dividere irrimediabilmente gli alesini Nota: le statue di Proserpina e del pretore Claudio Pulcro sono custodite nell’Antiquarium annesso alle rovine.

La città dovette godere di grande rigoglio economico a partire dall’età repubblicana, come suggerisce la presenza precoce di mercanti italici, documentata epigraficamente per un monumento innalzato, forse intorno al 193, in onore del governatore Lucio Cornelio Scipione. Fu una delle quattro città siciliane che ottenne lo status di municipium prima della morte di Augusto, come indica una iscrizione con dedica ad Augusto da parte del Municipium. Città vitale, dunque, spartiacque della memoria e del sentimento della rinascita, là dove si forgiano nuove civiltà che nascono da incontri inaspettati tra gli uomini e i luoghi, Alesa sembra essere l’erede di un universo armonioso. Il reticolo di vie lo si indovina semplicemente percorrendolo; si attraversano cardini e decumani avanzando verso il cuore della città, l’agorà, che affaccia a est sulla vallata del fiume Tusa. Pur vantando resti greci, l’impianto fondamentale è risalente al II secolo d.C., con un portico in pietra e sacelli di culto in uno dei quali fu rinvenuta una statua della dea Cerere. Le terrazze su cui sorgeva Alesa sono perfettamente definite, adagiate sulla collina “a 8 stadi dal mare“, come ci ricorda lo storico Diodoro Siculo (circa un chilometro e mezzo). All’interno dell’area demaniale su cui sorge l’antica Alesa è stato allestito un Antiquarium, inaugurato nel maggio scorso. All’interno dello spazio espositivo è possibile osservare reperti di un certo pregio, anche epigrafici, rinvenuti nell’area dell’agorà, incluse le statue delle dee Cerere e Proserpina e del magistrato Claudio Pulcro; inoltre decorazioni di squisita fattura e i resti dei sacelli destinati, sembra, al culto imperiale, nonchè resti di anfore e altri oggetti di uso quotidiano dell’antica Alesa.

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Acate, la costruzione del Convento dei PP. Cappuccini, con la chiesa, il campanile, il coro, il dormitorio e quant’altro necessario affinché dodici religiosi potessero soggiornarvi, fu voluta dal Principe Ignazio Paternò Castello, dopo aver ottenuto il consenso del Parroco del tempo, del clero, delle autorità civili e militari e di tutto il popolo. Dopo la stipula dell’atto, avvenuta a Palermo il 3 agosto 1736, i lavori iniziarono il 3 febbraio 1737. Il Convento fu costruito fuori città in un luogo chiamato Pojo e l’annessa chiesa fu dedicata a Sant’Anna. Il Principe versava ogni anno una somma di denaro oltre a un quantitativo di olio e di frumento che dovevano servire al sostentamento dei monaci residenti. In cambio, i monaci si impegnavano a celebrare due messe al giorno per l’anima del Principe e dei suoi familiari. La presenza dei PP. Cappuccini a Biscari (oggi Acate) durò fino a quando, con una disposizione regia, vennero aboliti gli enti religiosi. Venne quindi a mancare un’incalcolabile ricchezza spirituale e culturale. Chiara testimonianza ne è la biblioteca che avevano lasciato i primi padri cappuccini, che si ridusse a un centinaio di volumi; tuttavia è stata ed è sempre grande la devozione e l’ammirazione della gente locale nei confronti di questi Padri fondatori. Recentemente restaurato, il complesso conventuale (fatta eccezione per la Chiesa) ospita oggi la Biblioteca Civica “Enzo Maganuco”.

Ad

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Ex complesso conventuale dei PP Cappuccini

Busto di Enzo Maganuco - 1896-1968


UN CONVENTO DI NOME CULTURA La biblioteca di Acate con ambienti del passato che vivono per il futuro - foto Giancarlo Tribuni Silvestri -

LA BIBLIOTECA OGGI La Biblioteca Civica “Enzo Maganuco” di Acate, istituita nell’anno 1976, svolge un ruolo fondamentale per la divulgazione e la diffusione della lettura assicurando ai cittadini un accesso libero e paritario all’informazione e alla conoscenza, eliminando ogni ostacolo alla loro diffusione e promuovendo il piacere della lettura e lo scambio interculturale tra le diverse comunità che abitano la cittadina in provincia di Ragusa. Un patrimonio di quasi 20.000 volumi a cui si aggiungono circa 3000 documenti dell’archivio storico ed oltre 130.000 volumi e audiovisivi del Sistema Bibliotecario Provinciale di Ragusa, in fase di completamento. Un ambiente accogliente e silenzioso di oltre 200 mq., ideale per lo studio e la concentrazione, 15.000 volumi in esposizione per garantire fonti attendibili e sempre aggiornate e 36 postazioni studio di cui 12 per i bambini, per soddisfare le esigenze di tutti gli utenti e offrire a ognuno uno spazio confortevole e riservato. Vi sono poi tre postazioni PC con connessione Internet, supporti audio e audiovisivi di ogni genere per soddisfare anche le richieste più esigenti di una utenza moderna. In questo tempio dedicato alla cultura, l’utente può “accomodarsi” e aggiornarsi sugli argomenti più vari, avendo a disposizione anche un'ampia gamma di quotidiani e periodici. La sezione ragazzi rappresenta il luogo d'incontro ideale, in cui unire studio e intrattenimento. Un ambiente colorato e ricco di stimoli dove incontrarsi, giocare e crescere. Tra tantissimi libri e oltre alle 12 postazioni studio vi è un PC con connessione a Internet per la ricerca di materiale online, ma anche per permettere ai bambini di entrare in contatto con il mondo della tecnologia e dell’apprendimento creativo.

L’interno della biblioteca


Nell’anno 2009 la Biblioteca ha continuato a funzionare secondo le finalità previste, cercando di migliorare i servizi proposti al pubblico e mantenendo alto il numero dei lettori, con una presenza di oltre 4.000 lettori su circa 9.000 abitanti di Acate. È riuscita, con i limitati mezzi di cui dispone e con una serie di servizi bibliotecari ben organizzati, a contribuire alla promozione culturale, all’educazione permanente degli adulti, a promuovere studi, lavori di ricerca e a curare una serie di iniziative culturali, che hanno costituito la vera e propria animazione della biblioteca. È stato ulteriormente incrementato il rapporto di collaborazione con le scuole presenti nel territorio, specialmente riguardo il servizio di ricerca e videoteca, tanto che molte scolaresche hanno come punto di riferimento la biblioteca per ricerche e attività culturali; un altro servizio avviato da qualche anno è stato la “biblioteca itinerante” che garantisce la fruizione del prestito libri ai ragazzi pendolari che usufruiscono del servizio scuolabus. Inoltre, nel corso del 2009, sono stati realizzati altri due progetti: “Invito alla lettura” e “Caffè concerti”, ossia incontri periodici rivolti agli adulti, al fine di far conoscere e fare apprezzare quanto di meglio è stato pubblicato sia dagli autori italiani che stranieri; la finalità principale dei progetti è stata quella di coinvolgere un pubblico abbastanza vasto con particolare riguardo alle persone anziane, promuovendo eventi culturali atti a favorire la conoscenza di testi, poesie, racconti, etc. Con l’arrivo della primavera è stato continuato il progetto “Percorsi di lettura” rivolto ai bambini di età pre-scolare. Per l’occasione è stato allestito, nel Chiostro del Convento, uno spazio adatto alle esigenze dei bambini e dei loro accompagnatori; il progetto in questione, durante tutto l’anno, è stato garantito nella sezione ragazzi, arredata in modo adeguato. Per l’anno in corso, si tenterà di realizzare la biblioteca all’aperto, utilizzando il chiostro e gli spazi verdi adiacenti la bella struttura del convento (sec. XVIII), sede della biblioteca. Notevole successo hanno riscosso le attività culturali promosse o curate dalla biblioteca, quali presentazioni di opere e volumi, convegni di studio, conferenze di diverse tematiche, corsi di formazione rivolti ai giovani, concorsi di fotografia, poesia e narrativa, concorso assegnazione borse di studio agli studenti universitari meritevoli, mostre di pittura e fotografiche, concerti e simili. In questi antichi ambienti che profumano ancora di storia, il ricco patrimonio librario è animato da un fiorire di attività culturali che certamente contribuiscono a formare il futuro della cittadinanza non solo acatese. Grazia Maria Sansone Direttore della biblioteca civica di Acate

15.000 volumi, audiovisivi,

postazioni PC anche per i bambini,

4000 lettori-frequentatori all’anno,

due progetti innovativi per gli adulti,

cultura a 360 gradi

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Preziosi tomi

Antichi libri storici L’antico chiostro

Alcuni volumi rari

La sezione bambini

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COMMEMORIAMO LA GRAM ATICA M ...anche lei lo ama “T’anto” una area “pericogliosa”

bambini nei par’aggi

“a” amato la pupa

no comment già

la pompa di b’enzina

traduzione non alla lettera

un selvizio utile


«Vi sono giorni, nell’esistenza, in cui non ci si può accontentare dei santi. Allora bisogna prendere il coraggio a due mani e rivolgersi direttamente a Colei che è al di sopra di tutto. Rivolgersi a Colei che può intercedere, la sola che possa parlare con l’autorità di una Madre».

Foto Paolo Gallo

è questa presenza di madre, l’Addolorata, venerata a Palazzolo Acreide, particolarmente dal 15 al 26 settembre, che il pensiero di Charles Peguy, riportato all’inizio, introduce evidenziando il fervore di un cammino di spiritualità mariana che alimenta nei fedeli il bisogno del cuore per la preghiera e che si proietta, nel corso dei festeggiamenti, all’entusiasmo di vivere con fede la festa in onore dell’Addolorata. Il simulacro di Maria sulle cui braccia è adagiato il figlio Gesù è onorato con intensità di fede nei giorni a Lei dedicati con celebrazioni che avranno il loro culmine nella “sciuta” delle ore 13.00 del 19 settembre. L’Addolorata percorrerà le principali vie di Palazzolo: momenti particolari sono il suono dell’Ave Maria nella salita di Via Nicolò Zocco, le numerose donne a piedi nudi, in preghiera e in segno penitente e di devozione dietro il simulacro, i bambini affidati alla Madonna lungo il percorso e specialmente davanti la chiesa dell’Annunziata e il rientro nella basilica di San Paolo. Dopo la messa vespertina, alle ore 20.00 la processione avrà nuovamente inizio con il simulacro adagiato su un carro trionfale che percorrerà le vie della cittadina. Lungo il percorso fiaccolata e spettacolo pirotecnico. Da lunedì 20 settembre si vivrà un ottavario di preghiera, laudi, celebrazioni e riflessioni “con Maria”. Valentina Dibartolo

Ed

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priora della Fraternità dell’Ordine secolare dei Servi di Maria

PROGRAMMA DELLA FESTA Sabato 18 settembre ore 20.30 - Svelata dell’Addolorata Domenica 19 settenbre ore 13 - SCIUTA dell’Addolorata ore 20 - processione serale e spettacolo pirotecnico Da lunedi 20 a sabato 25 settembre Solenne Celebrazione ore 18.30 Martedi 21 settembre ore 21.30 - FIACCOLATA con recita del rosario dal Viale Dante Mercoledì 22 settembre ore 21.30 VIA MATRIS nei cortili tipici di Palazzolo della parrocchia di Sant’Antonio Giovedì 23 settembre ore 21.30 Laudi in onore dell’Addolorata dai CORI delle quattro parrocchie di Palazzolo Venerdì 24 settembre ore 21.30 - INNO alla Madre di Dio: poesie e canto Sabato 25 settembre ore 21.30 - SERATA MISSIONARIA “Amici del Madagascar” Domenica 26 settembre Processione dell’Ottava dell’Addolorata


La Madonna dei “sette dolori”: fede, tradizione e devozione popolare “Madre Amorosa che nel soffrire genera i suoi figli ai piedi della croce” Acreide, perla degli Iblei, uno scrigno che custodisce tanti tesori di autentica fede e antica tradizione: il culto della Vergine Addolorata, “a matri addulurata”, è sicuramente uno dei più forti e vivi nel cuore dei palazzolesi. La devozione alla Madonna ha radici profonde nella comunità acrense; le edicole votive poste ai quattro ingressi della cittadina ne sono testimonianza. Maria Odigitria era l’antica patrona di Palazzolo e l’ordine secolare dei Servi di Maria, presente numeroso e operante nella parrocchia di Sant’Antonio Abate è il più antico di Sicilia (1898). La festa ha origini remote, risale probabilmente alla fine del 1600. Il gruppo scultoreo di Maria Addolorata, che porta in grembo il Signore deposto dalla croce, è di autore ignoto ma di chiara matrice spagnola: l’accentuazione del pathos sui visi della madre e del figlio, la realistica rappresentazione delle ferite di Cristo morto, rispondono ai canoni dell’arte barocca, tutta rivolta a destare commozione e timore di Dio nell’animo dei fedeli. Quando l’Addolotata appare sull’altare un tripudio di luci e musica, preghiera e acclamazioni si leva dalle navate della chiesa: è il giorno della vigilia, preludio della solenne festa. Il momento più toccante è “a sciuta ri manziornu”: l’Addolorata, portata a spalla nuda è seguita da una folla di donne a piedi scalzi, avanza come Colei che indica il cammino. In questo cammino noi cristiani possiamo confidare con certezza nel dono della madre, la Virgo Dolens, dono che sul Calvario Gesù condivide con i discepoli, dono di maternità che da quell’Ora si estende alla chiesa intera. Chi sei o Virgo Dolens? Sei la Vergine Addolorata, la Madre Amorosa che nel soffrire genera i suoi figli ai piedi della croce, l’Onnipotente per grazia, la Sovrana del cielo e della terra che volge il suo sguardo materno sui figli che confidano in Lei e si abbandonano ogni giorno come figli tra le braccia della più tenera delle madri. Don Luca Bandiera Parroco della Parrocchia di Sant’Antonio Abate

Palazzolo

Foto Paolo Gallo


Foto Daniele Berrafato

IL TURISMO E LO SVILUPPO DEL TERRITORIO Intervista ad Andrea Corso, presidente regionale di Assoturismo - Presidente, cominciamo con lo spiegare ai nostri lettori cosa è Assoturismo. «Non è altro che un gruppo di coordinamento interno alla Confesercenti che raggruppa orizzontalmente una serie di federazioni cosiddette verticali: per capirci meglio, alberghi, agenzie, guide, lidi, agriturismo, in poche parole, tutto il ricettivo, l’intermediazione (agenzie) e tutti i servizi turistici. Siamo presenti a livello provinciale, regionale e nazionale e, pur non essendo una delle confederazioni più grandi, rappresentiamo tutti gli attori della filiera turistica, riportando la trasversalità del fenomeno stesso. Per questo affermiamo con orgoglio di essere lo specchio della realtà e della complessità della filiera imprenditoriale turistica».

- Qual è l’idea che Assoturismo ha maturato negli ultimi anni rispetto al settore turistico? «Il turismo è un fenomeno composito che la nostra Confederazione ben riesce a rispecchiare sindacalmente; è una galassia, la più grossa industria del paese se consideriamo anche il valore aggiunto di tutto quello che ruota attorno a questo settore. Inoltre i protagonisti sono tutte piccole aziende. L’industria alberghiera, ad esempio, è formata per l’87% da piccoli e medi operatori turistici costituiti prevalentemente da gruppi familiari e per il 13% da operatori appartenenti a catene od a gruppi industriali. Le sembra normale che i quadri normativi - dalla sicurezza a quelli contrattuali - non rispecchino la reale segmentazione della struttura turistico-ricettiva del Paese e che vengano strutturati

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Andrea Corso: «Solo Ortigia non basta. È il territorio che porta ricchezza e notorietà. La mancanza di strutture ci penalizza»

per la maggioranza e, laddove possibile, derogati per la minoranza? Il buon senso suggerirebbe il contrario»! - E la Sicilia come si pone nei confronti dell’industria turistica? «Tutte le Amministrazioni dovrebbero imboccare una inversione di tendenza che ha un punto fermo: il turismo è una risorsa per il territorio. Capire bene questo principio, significherebbe rivedere profondamente la politica di gestione del territorio, mettere al centro dell’attenzione provvedimenti amministrativi per migliorare i livelli di fruibilità delle città e del territorio in generale, come l’accessibilità ai siti di interesse storico, archeologico, culturale, ecc. Non si può pensare di dare le chiavi del territorio in esclusiva a grossi gruppi che costruiranno villaggi turistici chiusi ed autosufficienti; l’idea del recinto staccato dalla città che al suo interno comprende alberghi, ristoranti e centro commerciale non è consona a città, come le nostre, che vanno girate, vissute e scoperte per strada». - Passiamo a dati concreti: quali sono i “numeri” del turismo a Siracusa? «Siracusa ha circa 600.000 presenze l’anno per circa tre giorni di permanenza, ovvero più o meno 250.000 arrivi concentrati soprattutto tra aprile ed ottobre. Il 40% della spesa turistica giornaliera è rappresentato dalla ristorazione e dallo shopping, ma tutto stenta ad uscire da Ortigia, perché di fatto il turista non riesce a muoversi sul territorio data, ad esempio, la carenza dei trasporti pubblici». - Come si pone Assoturismo all’interno dei nascenti distretti turistici? «Una delle nostre proposte per la determinazione dei perimetri di distretto è stata quella di portare in primo piano il parametro commerciale: ovvero la presenza di un esercizio commerciale ogni 350 abitanti. Ma, nei fatti, il potere politico ha depotenziato questo discorso trascurando la necessità di promozione su area vasta, base necessaria per una adeguata promozione del territorio in chiave turistica. Le sembra possibile che, in un contesto globalizzato come l’attuale, dove interi continenti, come Cina ed India, si stanno affacciando allo sviluppo, si possa ancora parlare di promuovere il proprio campanile?». - Il distretto turistico del Sud-Est può essere un’opportunità concreta di sviluppo per Siracusa? «Il distretto turistico del Sud-Est è un distretto tematico che però ancora, alla data odierna, non possiede né uno statuto né un consiglio di amministrazione, come invece è per il distretto Taormina-Etna, che ha già una sua strutturazione, una promozione, una griffe di riconoscibilità. Dal punto di vista turistico, i centri che possiedono il riconoscimento Unesco, che poi ne rappresenta la tematica di base, non sono turisticamente una novità, non sono altro, in gran parte, che i luoghi classici della grecità e della romanità del giro di Sicilia degli anni ’70. La novità semmai è il fiorire di investimenti che hanno portato alla nascita di strutture extralusso isolate in un territorio che non è ben collegato con gli aeroporti; inoltre il sud-est ha una imprenditoria turistica di prima generazione che opera soprattutto un territorio non strutturato, poco accessibile, non certo fruibile dai grandi numeri che sono poi quelli che fanno parlare di fatturato di settore». Giuseppe Aloisio Foto Ellesmere FNC / James


“Vivi Volando, vola vivendo”. È il tema dominante della XV edizione del Medfest, quest’anno dedicato al “Volo”. Per la quindicesima edizione il Comune di Buccheri, con il patrocinio della Provincia, della Regione e di alcuni sponsor, punta anche sull’innovazione tecnologica portando il Medfest su Youtube e Facebook. L’organizzazione della manifestazione è stata affidata al direttore artistico Liliana Nigro, nella veste di assessore allo Spettacolo e al Turismo, la quale con tutta l’amministrazione comunale guidata dal sindaco Gaetano Pavano e il consiglio hanno voluto puntare per la quindicesima edizione sulla manifestazione più importante del cartellone culturale della Provincia. Il volo, dunque, inteso come un processo liberatorio dato dal materiale modus vivendi, distacco dal terreno per avvicinarsi ad una cognizione e concezione ancestrale verso il cielo, verso una catarsi purificatoria data dall’arte e dalla spettacolarizzazione di acrobati, musicisti, trampolieri, cantori e maestri delle arti piriche. Il cartellone di quest’anno propone suoni etnici, tribali e di variegate etnie regionali; dal gruppo “Banda Do Pelo” proveniente da Bahia, Brasile, agli Ankocc, noto gruppo valtellinese di musica franco-provenzale, per passare alle Broken Consort, signore della musica aulica medievale. E ancora dalla lucania la compagnia Entrio di pizzica e taranta, concludendo con i Fryda;

Francesco e Daniele componenti del noto gruppo Modena City Ramblers. Ai trampoli e alle acrobazie aeree è legato il nome di due note e famose compagnie, “La Terra Nuova” e “L’Accademia dei Remoti”, che in esclusiva per la XV edizione proporranno spettacoli unicamente coniati per il Medfest di Buccheri. Danger Bob, figura già nota al pubblico festivaliero, porta in scena le ultime forme sperimentali da lui ideate e realizzate con esilaranti macchine sceniche. Gaetano di Blasi and family di specificata origine circense tra clavette e pertiche propone giochi di equilibrismo e giocoleria aerea. Oltre ad esaltare il senso della vista godendo di meraviglie e grandiosi spettacoli, faranno da cornice sonora i fragorosi “Tamburi città di Buccheri” e i “Tamburi imperiali città di Ferla”.

Le scenografie dei quadri storici saranno proposte con dovizia di particolari, rievocando scene medievali a partire dal sontuoso “Corteo Storico città di Buccheri” a cura dell’associazione culturale Madrigale. Oltre a volare acrobati ed artisti, lo spazio aereo ospiterà il volo di colorate bandiere sapientemente manovrate dai maestri sbandieratori della città di Floridia accompagnati da chiarine e rullanti. Ultimo volo, un volo di musica e fuoco dove la ditta “La Rosa Fireworks” illuminerà il cielo accompagnando il gioco pirico con melodie sonore. Cibi e pietanze goliardicamente accompagneranno e delizieranno il gusto ed il palato dei visitatori che potranno fluire il loro percorso in un cammino fiabesco inscenato all’interno del bosco adiacente allo storico rudere del castello.


di Carmelo Ferraro - foto di Salvo Alibrìo -

Il 24 agosto, Giarratana saluta il suo Patrono

JAUTU ’U PATRONU! l grido di “Jautu u Patronu”, Giarratana saluta il 24 agosto di ogni anno, festa liturgica secondo il calendario della Chiesa latina, l’Apostolo Bartolomeo, Patrono ab antiquo dell’antica “fiorente terra di Jarratana”. Secondo il Martirologio Romano, a Bartolomeo fu riservato un martirio davvero singolare e cruento: l’essere scorticato vivo prima di essere finito mediante decapitazione. I Padri della Chiesa d’Oriente cantano che al Santo furono risparmiati dall’atroce tortura la lingua e gli occhi: con la prima Egli proclamò fino alla fine la sua fede incrollabile a Gesù, con gli occhi contemplò “gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo” (Gv 2,51) come Gesù aveva profetato nella sua chiamata raccontata con dovizia di particolari dall’Apostolo Giovanni. Fu così che Bartolomeo, insieme all’Apostolo Tommaso, meritò il titolo di patrono della Chiesa dell’India e dell’Armenia, quest’ultima in memoria della predicazione di Bartolomeo viene ancora oggi chiamata con il titolo di Chiesa Apostolica, anche se l’affermarsi del Cristianesimo come religione di Stato si ebbe grazie all’opera di Gregorio l’Illuminatore. Le vicende che portarono a eleggere Bartolomeo Patrono di Giarratana sono sconosciute. Tuttavia, oggi si concorda circa l’origine del culto al Santo che si fa risalire in quest’area sud est della Sicilia all’epoca della dominazione Bizantina. Con l’avvento dei Normanni, si ha un proliferare di Chiese dedicate al S. Bartolomeo. La prima testimonianza scritta di un edificio di culto dedicato all’Apostolo a Giarratana si ha nel 1308, come risulta dalle “Rationes Decimarum” della Santa Sede. Per il suo patronato si dovrà attendere l’11 agosto 1592 quando Michele Settimo, marchese di Giarratana riconoscendolo quale patrono “ab antiquo” concederà privilegi alla festa. Riconoscimento che porterà nel 1605 alla concessione di una reliquia del Santo da parte del papa Paolo V e, successivamente nel 1611, all’editto

A

del Vicerè di Spagna in Sicilia, don Pietro Giron duca d’Ossuna, con cui si ordina all’Università di intervenire nei festeggiamenti. E così ininterrottamente, fino ad oggi S. Bartolomeo è stato considerato il Protettore di questa gente. E nei secoli fatti e racconti avvolti nella leggenda ne testimoniano l’indiscusso patrocinio su Giarratana. La statua lo raffigura seduto in trono, nell’atto di benedire mentre la mano sinistra tiene il coltello, simbolo del suo cruento martirio. Pochi minuti prima di mezzogiorno arriva il momento più atteso della festa. La “sciuta”, è vissuta tra l’attesa della moltitudine dei fedeli che si accalca nel piccolo spazio antistante la Chiesa e nelle vie limitrofe e i portatori che all’interno della Chiesa inneggiano al Santo. L’urlo unanime di “Jautu u Patronu” giunge all’esterno richiamando l’attenzione degli astanti. La sagoma dorata del baldacchino che racchiude il Santo lentamente fa la sua comparsa invasa dai raggi del sole estivo siciliano che pian piano ne evidenzia i particolari. Gli occhi di tutti sono rivolti al portone centrale dove il fercolo del Santo appare sostenuto dalle forte braccia di tanti giovani. Le smorfie di fatica di taluni si mischiano al vociare di altri. In un clima di confusione e di commozione S. Bartolomeo inizia la discesa di quei ripidissimi 19 gradini. Tutt’intorno è l’esplodere di fettuccine di carta multicolori e dei “nzaiareddi”, le lunghe strisce di carta colorata multicolore preparate nelle settimane precedenti alla festa. Così diciannove ripidi scalini diventano i veri protagonisti di un momento unico dove fede e folklore si mischiano in modo indecifrabile. Tutto si consuma in pochi minuti. Quando l’immagine del Santo raggiunge la strada si alza un grido liberatorio. Poi, lentamente il pesante fercolo inizia il suo giro tra le strade del centro storico seguendo quel rigido “protocollo” della festa siciliana, retaggio del passato.


CANICATTINI BAGNI CITTÀ DELLA MUSICA

FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL JAZZ “SERGIO AMATO” 7-15 agosto 2010 - ore 21,30 piazza XX Settembre Canicattini Bagni, città del Liberty in provincia di Siracusa conduce il visitatore nel suo viaggio attraverso il suggestivo territorio ibleo, riconosciuto patrimonio Unesco, per conoscerne la storia, la cultura, le tradizioni, gli odori e i sapori. Presentandosi come laboratorio progettuale di sviluppo e vetrina culturale tra le più rappresentative nel panorama nazionale ed internazionale, Canicattini Bagni ha scelto la Musica quale linguaggio universale per dialogare con il mondo e valorizzare le sue risorse, ad iniziare dal centro storico, dal Museo dei Sensi e dell’Arte Lapidea, dalla sua Piazza, luogo d’incontro e crocevia di sonorità e contaminazioni mediterranee, come è stato dal 23 al 25 luglio scorso con 1° Festival Internazionale Etnico “Yhan – La sorgente della musica”. Passione e amore legano Canicattini Bagni alla Musica, come testimoniato dai 140 anni della fondazione della Banda Musicale, i 29 anni di Raduno Bandistico Nazionale, i 15 anni di Festival Internazionale del Jazz, e manifestazioni che da gennaio a dicembre si rincorrono per regalare al visitatore eventi di grande spessore e valenza culturale tra musica, teatro, danze, mostre ed enogastronomia iblea. Dal 7 al 15 agosto protagonista è il “Festival Internazionale del Jazz – Sergio Amato”, che da quest’anno, grazie alla tenacia del giovane sindaco Paolo Amenta è entrato di diritto nell’importante cartellone degli eventi del Circuito del Mito della Regione Siciliana, e che grazie all’opera sapiente di ar-

Nguyen Le new quartet

tisti canicattinesi come Rino Cirinnà, Alberto, Elio e Loris Amato, e le Associazioni “Anthea”, “Otama” e “Sabatù”, trasforma ancora una volta la città in questo grande e straordinario palcoscenico internazionale, con concerti in Piazza XX Settembre, seminari di perfezionamento strumentale tenuti dai più importanti musicisti italiani ed europei, concertini per le vie del centro storico degli studenti dei corsi, e le jam session a mezzanotte a Palazzo Messina-Carpinteri. Ma non finisce qui, perché dal 3 al 5 settembre si apre un altro scenario ricco di storia, il 29° Raduno Bandistico Nazionale, con le sfilate e i concerti sul palco di Piazza XX Settembre. Un confronto con le migliori tradizioni della musica bandistica italiana ed europea che

completa l’offerta culturale di questa cittadina degli Iblei che si misura con le scommesse dello sviluppo culturale e paesaggistico del futuro. «Come si vede, un programma ricco e di grande spessore culturale per offrire a quanti decidono di venire a Canicattini Bagni – afferma il sindaco Paolo Amenta – eventi di qualità, perfettamente in linea con i processi di sviluppo che questo territorio si è dato puntando sulla cultura, la musica, il proprio territorio e le sue risorse. E quello che apparirà al visitatore sarà certamente uno spettacolo unico nel suo genere, tra l’azzurro del cielo e il verde dell’altipiano, avvolti dal sole mediterraneo e dal calore dell’accoglienza della gente iblea».

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Gaetano Guzzardo


AREA MARINA PROT Quindici chilometri di Paradiso naturale tra mare e suggestivi paesaggi

Da sinistra il presidente dell’Amp del Plemmirio, Sebastiano Romano, a destra il direttore Enzo Incontro

L'imbarcazione che permette visite guidate nell'Amp del Plemmirio, l'Aquavision, accessibile anche ai disabili, ha un fondo di vetro che permette di ammirare i fondali

Consorzio Plemmirio Piazza Euripide 21 - Siracusa tel + 39 0931 449310 fax + 39 0931 449954 www.plemmirio.it

sud di Siracusa si estende il paradiso dei sub, l’Area Marina Protetta del Plemmirio. Quindici chilometri di mare e suggestivi paesaggi, lungo la costa di Penisola Maddalena e Capo Murro di Porco, dove passeggiare, immergersi e vivere a stretto contatto con la natura grazie ad un susseguirsi di coste alte, calette, grotte emerse e un territorio ricco di straordinaria flora e fauna, ma anche di storia e cultura. Creata grazie allo sforzo congiunto del Comune e della Provincia di Siracusa, uniti in una strategia di rilancio delle risorse marittime quale elemento determinante di sviluppo locale sostenibile, patrocinata e finanziata dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio, l’Amp del Plemmirio è gestita da un Consorzio, presieduto da Sebastiano Romano e diretto da Enzo Incontro e tutto lo staff lavora incessantemente sfornando di continuo iniziative mirate alla “mission” dell’area marina: la tutela dell’ecosistema marino, l’educazione ambientale, la promozione di un modello di sviluppo ecosostenibile. L’Area Marina Protetta del Plemmirio è nata all’insegna dell’accessibilità totale, sia per quanto concerne i servizi che per una più semplice fruibilità del mare, garantita, grazie a servizi e strutture ad hoc, anche a bambini e diversamente abili. Il mare offre in diversi punti un panorama spettacolare ed emozionanti visioni. Da Capo Castelluccio a Punta Tavernara, i limpidi fondali si mantengono bassi per trecento metri dalla costa per poi scendere improvvisamente a quote più elevate, mentre da Punta Tavernara a Capo Murro di Porco, già sottocosta, i fondali superano i 40 metri. Capo Murro di Porco, in particolare, per le sue caratteristiche geografiche e per la specificità dei suoi fondali, è un luogo ideale per l’osservazione dei grandi pesci come tonni e ricciole, squali, delfini, balene e capodogli. Dove avviene il calo di pendenze è possibile ammirare, inoltre, molte grotte sommerse ricche di coralli, spugne, cicale di mare e una grande varietà di pesci, tra cui le cernie, specie ormai in via di estinzione. Nelle acque più basse, invece, è possibile vedere la conchiglia più grande del Mediterraneo, la Pinna Nobilis e, lungo la battigia, ci si può imbattere in barriere coralline in miniatura. Qui anche la storia è parte del paesaggio, con la presenza di importanti e numerosi reperti archeologici di varie epoche e civiltà alcuni dei quali custoditi al Museo Paolo Orsi. Non a caso, Siracusa è stata inserita nel 2005 nella World Heritage List diventando Patrimonio dell’Umanità e il mare è una delle tante meraviglie della città, tanto che, anche il sommo Virgilio, decantava nei suoi versi proprio il fantastico “Plemmirio ondoso” che oggi è la più giovane e vivace Area Marina Protetta d’Italia. Graziella Ambrogio Ufficio Comunicazione Area Marina Protetta del Plemmirio info1@plemmirio.it

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ETTA DEL PLEMMIRIO

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© Area Marina Protetta Plemmirio


“Fotografia, testimone del tempo” È il tema del Med Photo Fest 2010, organizzato dalla Mediterraneum con il patrocinio ed il supporto della Regione Siciliana, della Provincia Regionale e del Comune di Catania, nonché di altre istituzioni pubbliche e private. La manifestazione, che si svolgerà a Catania e in altre località della Sicilia orientale dal 22 settembre al 3 ottobre 2010, dedica la sua seconda edizione al mondo della Fotografia d’Autore. Ricco e composito il cartellone dell’evento, a forte valenza turisticoculturale, che prevede mostre ed esposizioni, personali e collettive, nonché dibattiti e seminari con la partecipazione di illustri esponenti della comunicazione visiva e fotografica, tra i quali il fotografo di rinomanza internazionale Gianni Berengo Gardin che festeggerà il raggiungimento degli ottanta anni d’età ed esporrà una Mostra Antologica. Non mancheranno altresì vari spazi dedicati all’editoria fotografica, workshop tecnici tenuti da professionisti del settore, la presentazione e la lettura

dei portfolio degli autori emergenti e la rassegna di nuovi prodotti dedicati e destinati all’arte fotografica. E ancora, grande risonanza verrà assegnata ad ulteriori iniziative culturali, curate e realizzate per l’occasione, quali performance letterarie e teatrali nonché concerti di musica d’autore e una serie di workshop itineranti tra le architetture e il territorio della provincia etnea e della Sicilia orientale, aventi indubbia e rilevante valenza culturale e turistica ma, soprattutto, l’assegnazione del Premio Mediterraneum per la Fotografia (nel 2009 è stato premiato il nostro Ferdinando Scianna). Un duplice weekend ed una settimana fotografica intensi e coinvolgenti che permetteranno la realizzazione di vari reportages completi e affascinanti nella provincia catanese e nel territorio limitrofo, all’interno di meravigliosi palazzi storici, puntando l’obiettivo sull’arte e sull’architettura della Sicilia, sui quartieri del centro storico di alcune pregevoli località isolane nonché sulla gente che anima i mercati popolari. Un suggestivo percorso artistico e tecnico lungo il quale fotografi professionisti e fotoamatori evoluti potranno confrontarsi e lavorare in giro per alcune delle più belle cittadine siciliane, accompagnati dallo stesso direttore artistico dell’evento, Vittorio Graziano.

G. Gianzi Schiavonea, cuore mediterraneo

Shobha, gli angeli della Medina

Marinetta Saglio, Galitzine

B. Gardin Riccardo Lombardo, Cuba

Francesco Cito, Il matrimonio della nipote di Luigi Giuliano con il nonno


rubrica a cura di ICM Computer via delle Dolomiti, 19 RAGUSA www.icmcomputers.it

I PC DEL FUTURO Proviamo ad immaginare come sarà il futuro dei PC grandi del settore hanno già le idee chiare, almeno per i prossimi anni. I nuovi PC dovranno occupare sempre meno spazio, avere il massimo rispetto per l’ambiente e consumare sempre meno energia elettrica. Un’altra meta importante da raggiungere è la possibilità di poter essere sempre e ovunque on line; obiettivo in parte raggiunto con i net-book: piccoli, maneggevoli e rispettosi dell’ambiente, consumano pochissimo e molti modelli sono già dotati di un lettore di sim interno che ci consente di essere connessi ad internet senza la necessità di avere a disposizione una rete esterna. Altra rivoluzione del mercato informatico è il nuovissimo IPAD una “tavoletta” con un monitor da 10 pollici Touchscreen con la possibilità di poter fare tutto o quasi come un normalissimo pc senza il bisogno di avere una tastiera o un mouse: in pratica, basta toccare lo schermo per accedere alle funzioni che si desiderano tramite le icone sullo schermo. Ciò che ancora non si trova in

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commercio ma che possiamo vedere su internet o in qualche rivista per PC, sono i PC con schermi OLED, talmente sottili che si possono piegare, oppure PC che sono poco più grandi del palmo di una mano ma che possiedono la stessa potenza di un PC di dimensioni “normali”. Novità assoluta “presentata da poco” è Microsoft Surface la cosiddetta scrivania multimediale il cui piano di appoggio non è altro che un computer con uno schermo touch screen da 40” tramite il quale si potrà tranquillamente lavorare sui programmi che usiamo di solito, telefonare, inviare un fax, visualizzare o lavorare sulle nostre fatture o sui documenti come se fossero appoggiati lì in modo cartaceo e può essere utilizzato da più persone contemporaneamente. Microsoft Surface è in grado di riconoscere le varie periferiche semplicemente appoggiandole sulla superficie: ad esempio, appoggiandovi una fotocamera o una videocamera vedremo fuoriuscirne le foto e i video contenuti, su cui poi poter “mettere mano” per lavorarli o archiviarli. In un futuro non troppo lontano, troveremo questi “tavoli multimediali” un po’ ovunque: immaginate di essere seduti comodamente al “tavolino” di un pub, un bar o nella hall di un albergo e, mentre navigate tranquillamente su internet o lavorate, potrete anche inviare un’ordinazione al bar.


Casa e dintorni GIARDINAGGIO

IL GIRASOLE

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Un girotondo di allegria


unflower, Soleil, Jerba de sol, Sonnenblumen. Il Girasole. Appartenente alla famiglia delle Asteracee, questa pianta annuale ha origini antichissime: in America ne sono stati trovati resti risalenti addirittura a 3.000 anni a.C. Considerato dagli Indiani d’America una pianta sacra in virtù delle sue molteplici proprietà e ritenuto dagli Incas l’immagine del dio sole, il girasole ha ispirato poeti e artisti di tutto il mondo: da Vincent Van Gogh, che lo immortalò in alcuni dipinti del 1888, a Eugenio Montale e Gabriele D’Annunzio, che lo decantarono nei propri versi, passando per il re Luigi XIV ed Oscar Wilde, che lo promosse a simbolo del movimento estetico da lui fondato. L’Heliantus annuus è stato introdotto in Europa all’inizio del XVI secolo come pianta ornamentale e soltanto nel ’700 in Russia si cominciò a sfruttarne la capacità oleifera, per giungere nel 1830 all’estrazione di olio su scala industriale. Nel linguaggio dei fiori simbolo di allegria ed orgoglio, una delle caratteristiche più curiose del girasole è certamente l’eliotropismo, ovvero la capacità di orientare le sue foglie e i suoi fiori nella direzione del sole. Questo movimento è reso possibile dalle cellule motrici del pulvino, un segmento flessibile dello stelo posto sotto il bocciolo, e da un meccanismo di tipo ormonale. Tale fenomeno cessa al sopraggiungere della fioritura e da questo momento in poi il capolino rimane fissato verso est. Il girasole possiede un fusto che può arrivare anche a tre metri di altezza e delle foglie peduncolate, cordate, seghettate e ruvide su ambedue le facce.

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Foto Pizzo di sevo

Il fiore Quello che comunemente viene identificato con il fiore, è in realtà il capolino, composto da un insieme di numerosi fiori, detti “fiori del disco”, disposti secondo uno schema a spirali orarie ed antiorarie che a maturazione diventano i semi del girasole. La corolla altro non è se non una corona di fiori esterni sterili. FIORITURA: è una pianta annuale a fioritura soltanto estiva, da agosto ad ottobre. MOLTIPLICAZIONE: si effettua tramite suddivisione dei cespi a fine primavera o per semina ad aprile, cercando di garantire un substrato con un buon drenaggio. ESPOSIZIONE ED ANNAFFIATURE: per garantire una buona fioritura, il girasole necessita di molto sole e di una temperatura che non scenda sotto i 12-14°. È consigliabile una irrigazione non troppo abbondante e una particolare attenzione ai ristagni di acqua. Può anche sopportare brevi periodi di siccità durante i quali si serve del suo capillare apparato radicale in grado di sfruttare l’umidità degli strati profondi del terreno.

i semi

Molteplici gli impieghi dei semi di girasole che, oltre ad essere utilizzati come mangime per uccelli e roditori, vengono venduti come snack o adoperati in cucina nelle insalate. Ma l’uso più comune rimane l’estrazione di un olio ad alto tenore di acido oleico, adatto per lo più per le fritture e per la conservazione del pesce in scatola o dei vegetali in vasetto. Attualmente, il girasole si trova al secondo posto, dopo la soia, tra le piante produttrici di olio. Per il suo contenuto di grassi non saturi, l’olio di semi di girasole è prezioso nella cura dell’arteriosclerosi e possiede un ricco patrimonio vitaminico che, tra le altre, vanta la rarissima vitamina B12.

Il girasole è il fiore simbolo dello stato del Kansas (USA) e della città di Kitakyshu (Giappone), nonché simbolo di immortalità per i Cinesi.

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natur a mica

Rubrica a cura del dottor Corrado Cataldi, farmacista titolare dell’omonima farmacia www.farmaciacataldi.com

Dai fondali, le “preziose” microalghe... e alghe che si sviluppano sui fondali del lago Klamath, nell’Oregon, risultano essere del tipo verdi-azzurre, altamente commestibili e, essendo cianobatteri, cioè primordiali fotosintetizzatori, sono alla base di tutta la catena alimentare e vitale, responsabili ancora oggi dell’80% dell’ossigeno del pianeta. La loro densità e completezza nutrizionale, è resa assolutamente unica dalle condizioni ideali del lago Klamath (acqua pura; 300 giorni di sole l’anno; continuo rifornimento di materiali di origine vulcanica; inverni freddi che stimolano la produzione di acidi grassi essenziali). Queste microalghe hanno, infatti, una dotazione completa di vitamine, minerali, aminoacidi liberi e in catena proteica, enzimi, pigmenti, acidi grassi essenziali, e tutto ciò nella forma maggiormente biodisponibile, e in una sinergia che conferisce ad esse evidenti proprietà nutriterapiche. Tra le microalghe, solo la Klamath cresce selvatica in condizioni ambientali e climatiche ideali. A differenza di Spirulina e Clorella, coltivate in stagni artificiali con l’aggiunta di fertilizzanti, il profilo nutrizionale delle Klamath è lo specchio dell’ambiente in cui cresce; infatti si contraddistingue soprattutto per l’elevato contenuto

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di vitamine del gruppo B, soprattutto della sempre più rara ed essenziale B12 e della necessaria vitamina K, essenziale per il meccanismo, a cascata, della coagulazione. La Klamath è tra le fonti vegetali più ricche di Omega-3 e Omega-6, nella proporzione ritenuta ottimale dai nutrizionisti, ed è capace di normalizzare il metabolismo dei grassi. Ricchissima di pigmenti antiossidanti, tra cui spiccano le potentissime ficocianine, la Klamath fornisce i più importanti antiossidanti endogeni (SOD e glutatione). Non è solo l’eccezionale profilo nutrizionale a conferire a queste microalghe evidenti proprietà nutriterapiche, ma anche l’abbondante presenza in esse di specifiche molecole immuno-modulanti, antinfiammatorie, antiossidanti ed ematopoietiche. Dati i particolari risultati tramite studi, sotto controllo medico, si sono potute evidenziare aree terapeutiche in cui la Klamath ha dimostrato una certa efficacia: asma, allergie, stati infiammatori, sindrome della

stanchezza cronica, insufficienze immunitarie, diabete, depressione, problematiche neurologiche. L’effetto antinfiammatorio, ad esempio, può addebitarsi alla presenza di molecole quali: alpha-carotene, gamma-carotene, zeaxantina, astaxantina, luteina e licopene. La sinergia di questi antiossidanti con altre vitamine (C,E) e minerali (selenio, zinco, manganese, etc.), tutti presenti nella Klamath, sarebbe sufficiente, di per sé, a svolgere una significativa azione antinfiammatoria.


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inSide Sicilia agosto - settembre 2010  

inSide Sicilia - Scopri la Sicilia, i suoi luoghi, le sue tradizioni.

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