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La mia Etiopia CORALIE MANERI


La mia Etiopia Da diversi anni, l’Etiopia e in particolar modo la regione del Tigray, sono entrate a far parte della mia vita. Grazie al lavoro di cooperazione internazionale tramite la Fondazione Butterfly onlus, ho la possibilità di condividere attraverso la fotografia, attimi di vita lontani anni luce dalla realtà occidentale. In questi territori di guerra, di confine e migrazione estremamente poveri, mi sento come un fantasma di passaggio che osserva la quotidianità rurale di questa cultura, attento e pronto a immortalare persone altrimenti dimenticate. Le donne sono il motore e la forza di un paese che ancora fatica a recepirne il valore. Osservo questo popolo come se vivesse sotto l’ombra di qualcosa di immensamente più grande, ma a differenza di me e di uno scarto esistenziale di sole sei ore di aereo, io ho la libertà e la scelta, loro no. Mi emoziona trovarmi in questi luoghi, dove sento che la poesia nasce da un rapporto di accoglienza e condivisone che mi consente per un istante, proprio come nella frazione di secondo di uno scatto fotografico, di potere diventare parte di uno stesso insieme; è così che nasce il mio desiderio di scattare foto. L’anno scorso ho fatto un servizio fotografico a una donna etiope di nome Lettebhran, sempre al suo fianco dalla mattina alla sera, da casa alla fonte d’acqua più vicina. E’ una casa fatta di fango e sterco circondata da muretti a secco, e come di consueto senza acqua né elettricità. Pochi spicci dal marito, 5 figlie, una mucca e poco più, carne una volta all’anno e una forza d’animo che lascia spaesati. Alla fine del mio reportage le ho regalato due galline, perché ho pensato che la loro dieta, fatta di injera e latte, si potesse arricchire malgrado che in quella zona le galline si ammalino e

muoiano facilmente. Mesi dopo, tornata in Tigray, la ritrovo sul ciglio della strada in quel villaggio sperduto tra le montagne. Era lì da ore ad aspettarmi perché aveva saputo che sarei transitata in quella zona. Tra le sue braccia reggeva delicatamente un sacchetto di carta. Erano le uova delle mie galline. Nel mio mondo non c’è nulla di equiparabile a quel gesto. Mi ringrazia per le fotografie della sua famiglia che le ho inviato tramite vari improbabili fattorini, sarebbe stato impossibile per lei avere un momento famigliare impresso su carta. Lei ha un’altra richiesta: avere una mia fotografia come ricordo. E allora penso al senso dell’immagine e della memoria in un luogo vergine dal nostro consumismo visivo ed estetizzante. Cos’ è l’immagine oggi? Documento, arte, vanità, automatismo? In questi luoghi non esiste la “foto di famiglia nella cornice d’argento”, le immagini dei morti vivono solo nella memoria, e in quanto ricordi, sono destinati a frammentarsi e svanire. Quando ho l’opportunità di donare delle fotografie, mi sembra di potere aiutare a tessere la tela dei ricordi con il filo che collega memoria a realtà, non so se universalmente giusto, ma lo è per il mio sentire. La parola che meglio rappresenta il mio essere e voler essere fotografa è: RESTITUIRE. Fotografare oggi può significare tutto, ma deve avere un significato personale, altrimenti non diventa null’altro che un’azione meccanica alimentata dalla propria sublimazione. Nel momento in cui diventi parte di qualcosa di universale, presente, crei una restituzione. Perché la bellezza si trova in piccoli preziosi momenti, che non hanno parole, ma vivono nel loro istante. La verità che riusciamo a vivere diventa autentica, ed è sacra. A volte parla..a volte no e va solo guardata. Coralie Maneri © 2021


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