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ok Arte MAGAZINE

Feb - Marzo 2009

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Anno VIII - N.1

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Per informazioni e pubblicità: 02 92889584 - 347 4300482 info@okarte.org www.okarte.org

Itinerari a Milano

Gam, ex Villa Belgioioso a pagina 5, Palazzo Isimbardi a pagina 7, San Maurizio a pagina 8, Il Canale della Muzza e Milano e le sue Piazze a pagina 3

Moda e Fotografia

Milano e la Moda a pagina 9, Nicola Brindicci a pagina 13, Schick e l’arte di denuncia a pagina 10, Museo di Fotografia di Cinisello a pagina 11

Sant’Eustorgio

Milena Moriconi

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mboccando Corso di Porta Ticinese si incontra quasi subito, sulla destra, Piazza Sant’Eustorgio con la sua chiesa, risalente al IV secolo, satura di storia e di leggende. La posa della prima pietra poggia sul ritrovamento, da parte della regina Elena, madre di Costantino, capo dell’Impero Romano D’Oriente, delle spoglie dei Re Magi. Segue a pag. 2

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resentata ufficialmente allo Spazio Oberdan il 3 dicembre 2008, la Rete Museale dell’Ottocento Lombardo, con il sostegno della Regione Lombardia– Culture, Identità e

Alla Pinacoteca di Brera

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Venre - particolare Sara Abdelall

Caravaggio

Luca Pietro Nicoletti

La Rete Museale dell’Ottocento Lombardo

Autonomie, nasce grazie ad un progetto sviluppato nel 2004 dalla Galleria d’Arte Moderna di Milano. La Rete collabora con quindici istituzioni lombarde: a Milano, l’Accademia di Belle Arti di Brera, il Civico Archivio Fotografico, la Galleria d’Ar-

Villa Porta Bozzolo I

mmerso nel tranquillo paesaggio della Valcuvia, una valle prealpina nell’entroterra lombardo del lago Maggiore, quest’elegante complesso si è andato ampliando nei secoli attorno all’originario nucleo cinquecentesco: una Domus Magna. Segue a pag 8

opo aver potuto vedere a Palazzo Marino, fino a dicembre del 2008, la bellissima Conversione di Saulo della collezione romana Odescalchi, ancora con Caravaggio si aprono le manifestazioni per il bicentenario della Pinacoteca di Brera. In questa occasione la

Pinacoteca ospita, accanto alla Cena in Emmaus custodita a Brera, la precedente versione di questo tema che il Merisi aveva dipinto per Ciriaco Mattei nel 1602, e che dal 1839, si trova alla National Gallery di Londra. A queste opere si aggiungono due importanti tele giovanili: il bellissimo Ragazzo con canestra di frutta della Galleria Borghese di Roma

e il sublime Concerto del Metropolitan Museum di New York, entrambe appartenute in origine alla collezione del cardinal Del Monte, primo protettore del Merisi al suo arrivo a Roma nel 1592. Pochi sceltissimi capolavori dunque, per una “mostra dossier” aperta al pubblico fino al 29 marzo 2009. Segue a pag. 16

te Moderna (Museo Capofila), la Pinacoteca di Brera, la Provincia di Milano con Palazzo Isimbardi, le Raccolte Storiche; nel territorio, l’Accademia di Belle Arti Tadini, Lovere; il Castello di Masnago, il Civico Museo d’Arte Moderna e Contemporanea, Varese; l’Istituzione Villa Monastero, Varenna; i Musei Civici, Monza; i Musei Civici, Pavia; il Museo Civico Guido Sutermeister, Legnano; il Museo Diotti, Casalmaggiore; Villa Carlotta, Tremezzo; Villa Vigoni, Centro Italo-Tedesco, Menaggio, con il coordinamento della Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesag-gistici della Lombardia. Di questi musei OkArte scriverà nei prossimi numeri. segue a pag. 5

A pagina 14: Prospettive post moderne, in mostra opere di Boscolo, Carrera, Corsetti, Giacobino, Patarini e altri A pagina 15: Un giardino di fiori di cemento, Virgilio Patarini all’Atelier Chagall con trenta opere inedite A pagina 15: Uno scoglio bretone lungo i Navigli di Milano, Mostra antalogica di Giovanni Grassi

Immagine di ©_Michele_RussoFAI

Mostre in città

Acqua, linfa trasparente a pagina 4, Magritte a pagina 19, Il Corriere dei Piccoli a pagina 18, Urban Passengers a pagina 12, Icone pubblicitarie a pagina 22

A pagina 13: Le aggressioni mentali di Roberto Borotto e Francesco Palmisano, un premeditato espressionismo astratto

Rassegna d’Arte Contemporanea Continuano le mostre nell’ambito della rassegna: “FormArt” organizzate dalla rivista “Ok Arte” presso la Galleria Zamenhof in zona Navigli. Dal 25 Febbraio al 15 Marzo 2009. Espongono: Stefano Cerioni, Caroline Culubret, Endza, Alessandro Monti, Dino Maccini, Marco Nones, Stefania Presta, Sergio Santilli, Ferruccio Segantin, Beatrice T. Garzòn.

Inaugurazione mercoledì 25 febbraio 2009 ore 18.30 Per partecipare alla selezione delle successive mostre in programma dal 08 Aprile al 26 Aprile 2009 e dal 20 Maggio al 07 Giugno 2009 e richiedere ulteriori informazioni sulle prossime mostre, è necessario inviare curriculum con recapito telefonico e fotografie di almeno 5 opere via email a: francescabel@okarte.org o info@okarte.org tel. 347-4300482 entro il 20 marzo.

wilbur a pagina 23


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Arte Milano

FEBBRAIO-MARZO 2009

La Chiesa di Sant’Eustorgio

Notizie storiche con qualcosa in più... Milena Moriconi

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mboccando Corso di Porta Ticinese si incontra quasi subito, sulla destra, Piazza Sant’Eustorgio con la sua grandiosa chiesa, risalente al IV secolo, satura di storia e di leggende. Già la posa della prima pietra poggia su un curioso miscuglio delle 2 cose. Il tutto nasce dal ritrovamento, da parte della regina Elena, madre di Costantino, capo dell’Impero Romano D’Oriente, delle spoglie dei Re Magi (proprio fortunata la regina, visto che lo stesso anno aveva scoperto pure i chiodi utilizzati nella crocifissione di Gesù). I resti, conservati nella chiesa di Santa Sofia, a Costantinopoli, vennero donati dallo stesso Costante ad Eustorgio che le caricò, una volta giunte in Italia, su un carro trainato da 2 buoi. Il peso doveva essere considerevole, visto che una volta giunto in prossimità di Porta Ticinese, il carro si impantanò e lì restò. Inutili tutti gli sforzi per cercare di rimuoverlo. Segno divino, pensò Eustorgio, che fece costruire nello stesso punto la sua chiesa nel cui interno pose un sarcofago con le

© Stefano Gusmeroli - www.gusme.it

reliquie che, però, non po- da commistione col diviterono riposare un granchè no. Le pareti “parlano” di in pace, visto che Federico bontà, carità e comprenBarbarossa, nel 1164 le tra- sione dei bisogni altrui. fugò per spedirle a Colonia. Sul campanile della basilica, Il definitivo viaggio di rien- al posto della croce c’è una tro in Italia si ebbe per me- stella a 8 punte, simbolo rito del Cardinale Ferrari della cometa che guidò i Re che, all’inizio del 1900, ot- Magi, mentre, all’interno, si tenne una parziale resti- trova la Cappella Portinari, tuzione delle spoglie che voluta da Pigello Portinari, oggi, finalmente, quieta- e contenente la splendida no a fianco di quelle del- Arca, opera di Balduccio da lo stesso Sant’Eustorgio. Pisa, in cui sono conservati La bellezza è regina, sia i resti di San Pietro Martire. all’esterno che all’inter- Sotto la chiesa esiste una no anche se, superato l’in- necropoli che costituisce gresso, oltre che venustà si un miscuglio di cristianità avverte anche una profon- e paganesimo, portata alla

luce nel 1960 c.a., con cas- ogni riunione. Come no- no queste Sentinelle? Il se costruite in marmo di torio, o si ammettevano 19 Agosto del 2000, Papa Serizzo, o in muratura, e spontaneamente la simpa- Giovanni Paolo II inglocon lastre incise intitolate, tia e la stima per Lucifero, bò in queste tre sole parole, per esempio, a soldati, esor- o si veniva solleci tati a far- da lui coniate durante una cisti, uomini qualunque, lo con torture. Alla fine la benedizione domenicaschiavi etc..., a testimonian- conclusione era comunque le, tutti i giovani del monza della poliedricità dei ceti la stessa: le streghe anda- do, invitandoli all’amore sociali accolti nel sotterra- vano al rogo! E Beltramino verso il prossimo. “Voi gioneo in una stratificazio- dovette procurarsi davve- vani siete le Sentinelle del ne temporale durata secoli. ro tantissima legna, visto Mattino. Se sarete quello Ma al di là della sacrali- il numero di pire che fece che dovete essere, metteretà del luogo, la storia del- allestire !! Un concentrato te fuoco in tutto il mondo!” la basilica riporta anche di fattucchiere era il quar- Questo disse nove anni or fatti inquietanti e vio- tiere del Verziere, dove vi- sono il papa, e oggi quelenti, che si collocano in vevano, in un fetore di cibo sti ragazzi portano la paquel periodo di oscuran- andato a male, escremen- rola di Gesù nei posti di tismo e perfidia chiama- ti e chissà cos’altro ancora, aggregazione giovanile e to Medioevo, in cui lanciò i poverissimi, tutti lerci ed lì formano dei nuclei chiai primi vagiti il Tribunale affamati e le cui donne dai mati “Fiaccole”, visto che della Santa Inquisizione, volti corrosi dagli stenti so- il loro compito sarà quelnovello Argo dai 100 oc- migliavano, povere creatu- lo di accendere il fuoco chi che tutto vede e giudica. re, davvero a delle streghe. dell’evangelizzazione. Se L’allora frate Beltramino di Lì Beltramino affondava le vi interessa, fate un salto Cernuscullo, inquisitore mani e le ritraeva cariche di in Piazza Sant’Eustorgio di Sant’Eustorgio, prese di maghe pronte per il rogo. Il per partecipare all’inmira le adepte della socie- patibolo di Sant’Eustorgio, contro che si tiene il tertà di Diana, che si riuniva- “inaugurato” agli inizi del zo sabato di ogni mese, in no, sembra innocuamente’ 1200, continuò a lavora- basilica. Vale la pena perper onorare la fertilità, ac- re incessantemente sino al ché, indipendentemente cusandole di stregoneria: 1558, anno in cui cedette dal personale pensiero reper il frate, la riunione al- il testimone alla chiesa di ligioso e politico, è confortro non era che una sabba Santa Maria Delle Grazie. tante, ogni tanto, sentirsi in cui venivano sacrificati Chiudiamo questo brut- ricordare che al mondo esianimali di ogni tipo, man- to capitolo del passato, che stono anche le cose buone. giati, e ricomposti nella for- purtroppo è storia vera, e Nota: per la parte riguarma originale da Diana con torniamo ai giorni nostri, dante l’Inquisizione, si è preuna toccata di bacchetta con la segnalazione di un so spunto da IL GRANDE magica. Il tutto ovviamen- gruppo di giovani che fanno LIBRO DEI MISTERI te orchestrato dal demonio, parte delle SENTINELLE DI MILANO di Andrea che presiedeva puntuale ad DEL MATTINO. Chi so- Accorsi e Daniela Ferro.

Omaggio a Giuseppe Piermarini

Il rapporto tra l’architetto ed il Teatro alla Scala

Ottavia Ovatini

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al 12 dicembre 2008 al 2 febbraio 2009, al Museo Teatrale alla Scala di Milano si è tenuta una piccola mostra dedicata al rapporto tra Giuseppe Piermarini e il Teatro milanese, la sua architettura piu’ famosa, inaugurata nel 1778. L’iniziativa e’ una preziosa anticipazione delle celebrazioni per il bicentenario della morte di Piermarini, iniziate nel 2008, ma destinate a svilupparsi in maniera piu’ compiuta nel 2009 a Milano, a Monza e a Foligno. In particolare, il prossimo autunno, Milano dedicherà all’architetto una grande antologica a Palazzo Reale nella quale si focalizzerà l’attenzione sul ruolo del Piermarini nella trasformazione di Milano in una città moderna, provvista di servizi, sensibile ai comportamenti e alla cultura anche internazionali, ma soprattutto a quel nuovo gusto che si nutriva d’antico, considerato fonte d’ineguagliabile semplicità e in grado di

confrontarsi con i problemi della modernità. Come afferma Massimiliano Finazzer Flory, Assessore alla Cultura del Comune di Milano, si tratta di “Una doverosa attenzione a una figura come quella del Piermarini, non solo dedicata all’architetto, ma ad un uomo che sapeva ascoltare Milano”. L’esposizione, omaggio a Piermarini, promossa dal Comune di Milano, Assessorato alla Cultura, dal Comitato Nazionale per le Celebrazioni del Bicentenario della Morte di Giuseppe Piermarini (17341808), in collaborazione con il Museo Teatrale alla Scala che, in collaborazione con la Civica Raccolta delle Stampe Bertarelli, ha messo a disposizione i 7 documenti -manoscritti, disegni, incisioni, bozzetti- che compongono la rassegna. Degni di nota, il ritratto di Piermarini, dipinto da Martin Knoller nella seconda metà del ‘700, l’eccellente volume del 1789 con alcune incisioni di Giacomo Mercoli tratte dai disegni

originali di Piermarini sulla Scala, il Bozzetto per il primo sipario del Teatro alla Scala su soggetto di Giuseppe Parini, disegnato da Donnino Riccardi nel 1778, il Bozzetto per il timpano del teatro con il carro di Apollo, una terracotta di Giuseppe

e con -l’amato discepoloPiermarini per ristrutturare il palazzo di corte (oggi Palazzo Reale) quale residenza del futuro governatore, l’arciduca Ferdinando d’Asburgo, e della sua famiglia. Venuta meno l’approvazione al progetto vanvitelliano, l’incarico

Franchi del 1778. Giuseppe e’ affidato al giovane foliPiermarini nasce a Foligno gnate, nominato Imperial il 18 luglio 1734. Dal 1765 Regio Architetto il 13 noe’ giovane di studio di vembre 1769. Da questa Luigi Vanvitelli, l’architet- data Piermarini affronto della Reggia di Caserta. ta un trentennio di intenNel 1769 Vanvitelli si reca sa attività nella Lombardia a Milano con il figlio Carlo Austriaca e in modo par-

ticolare a Milano: inca- nel 1775 il teatro allestirichi per la corte e per i to in un’ala dell’odierno privati, interventi relativi Palazzo Reale, la sociealle riforme dello Stato vo- tà dei palchettisti e la corlute dall’imperatrice Maria te di Vienna si accordarono Teresa e dal figlio Giuseppe per farlo altrove, più granII, controllo dell’attivi- de e in muratura, demotà edilizia, insegnamento lendo la trecentesca chiesa nella nuova Accademia di di Santa Maria della Scala. Brera. Nel 1798 Piermarini Nel 1776-78 Piermarini rerientra a Foligno dove muo- alizzò una canonica sala a re nel 1808. Il Teatro alla ferro di cavallo con sei orScala di Milano (qui a fian- dini di gallerie per palchi co, un’immagine dell’ester- e loggione; oltre a garanno) è tra i più famosi teatri tire un’ottima acustica, la del mondo. Prende il no- volta lignea appesa alle came dalla piazza dove è si- priate celava un serbatoto: Piazza della Scala per io antincendio. La facciata, l’appunto, che a sua volta con portico carrozzabile e prendeva in prestito il no- frontone decorato dal rilieme dalla Chiesa di Santa vo del Carro di Apollo venMaria della Scala, eretta ne ampliata nel 1830 da due nel 1381 e demolita nel 1778 ali a terrazza (Sanquirico proprio per fare spazio al e altri). Più volte trasforteatro. Fondato per volon- mati furono gli interni tà dell’imperatrice Maria (ridotti, palcoscenico e deTeresa d’Austria, progetta- corazione); nel 1906 Arturo to dall’architetto Giuseppe Toscanini fece introdurre Piermarini, fu inaugurato la fossa orchestrale (fino al il 3 agosto 1778. Per quasi 1891 la platea, tutta in pia250 anni, il maestoso spa- no e priva di sedili fissi, pozio si è imposto come punto teva essere utilizzata per privilegiato di riferimento feste e balli). Ricostruita da per opere liriche, balletti e Secchi dopo le distruzioconcerti di musica classica. ni belliche, è stata oggetto Distrutto dalla fiamme di restauri dal 2002 al 2005.

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Arte Milano

Milano e le sue piazze Intervista al poeta Gianpiero Neri

Clara Bartolini

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a sempre, amo girovagare per la città, quasi ad annusare l’aria. Amo osservare le persone con calma, per capire l’umanità che mi sta intorno. Purtroppo, a Milano ci sono poche piazze che concedano una vera sosta, e nessuna che sia veramente un luogo di incontro

dove comunicare davvero. La mia piazza preferita è piazza del Duomo, la più “internazionale”, quella dove passano tutti, dove è più facile sostare e, a volte, scambiare delle opinioni, magari banali, come al Bar dello Sport. Non perché sia stata pensata per questo, piuttosto perché i gradini del sagrato del Duomo lo permettono, di-

Immagine di Clara Bartolini

ventando sedute involontarie. In Piazza del Duomo cerco di capire se la gente ha voglia di sorridere e, sempre, mi accorgo che è disposta a raccontarsi. Ho voluto chiedere ad una voce di grande sensibilità, il poeta Giampiero Neri, che ama l’osservazione dei luoghi e delle persone, tema frequente nelle sue poesie, cosa ne pensasse di questa “mancanza”, e se la percepisse tale. Mi ha volentieri risposto. “Milano è una città che va in fretta” , “corre” diceva F.T. Marinetti, poeta futurista, agli inizi del novecento. Non c’è che prenderne atto, a distanza di un secolo. E’ la sua vocazione. Mancano quindi i luoghi di sosta, i caffè monumentali di Madrid, dove ci si siede e si passa una intera mattina. Mancano i luoghi di incontro. Ci vediamo in Piazza S. Alessandro? Bellissima, ma chi la conosce? Anche Piazzale Libia, dove abito, è di difficile orientamento. Perfino i tassisti si sbagliano. Consolano le piante, platani in maggioranza, tante da formare come un parco. Nella rotonda, al centro, le badanti ucraine vi hanno eletto la Duma. Passano

interi pomeriggi con le loro pie donne. Da, da, tutto un fitto cicaleccio. Mi piacerebbe vedere degli attori nella piazza, mia madre era attrice in una filodrammatica di provincia. Ho l’idea di una piazza come una quinta teatrale, per sedersi, parlare, capire. Gli attori rappresentano la pluralità del mondo, l’umanità intera. La piazza è il teatro della vita, penso a Washington square, alla piazza più che alla città. Noi poeti abbiamo creato momenti d’incontro con le persone per la città. Abbiamo recitato poesie alle fermate del metrò. Gli artisti, gli attori, possono essere come degli insegnanti peripatetici. Sembrano cose difficili da realizzare, ma le cose difficili, poi si dimostrano più semplici di come si pensava. Per gli attori può essere gratificante l’occasione, se di tipo didattico, potrebbe lusingarli. Purtroppo, mancano queste occasioni, mancano queste piazze a Milano. Luoghi simbolici di “rappresentazione”. Secondo me, attori e poeti frequenterebbero volentie-

Immagine di Clara Bartolini

ri la piazza, perché hanno so l’incontro, perché tutti una vocazione per la comu- i popoli del mondo hannicazione. Mancando que- no sempre più bisogno di sti incontri, queste piazze, conoscersi e riconoscersi. l’uomo, come sempre ingegnoso, si trova a dover cre- A causa dei continui ritarare degli incontri virtuali.” di il giovane venne espulso Speriamo che la nuova da scuola. / Tornò di corsa Milano, quella del 2015, si sui suoi passi, al numero ricordi che l’uomo ha sem- 12 di piazza Libia. /Propre bisogno di confronto prio sul marciapiede di e comunicazione. L’Agorà casa era scritto in gessetè un importante luogo di to: “ Ugo non aspettarmi”. scambio, dove stempera- Da “Poesie 1960-2005” re le differenze attraver- Oscar Mondatori 2007

Silvia Cipriano: una poetessa Quando la Natura diventa “Arte”: che diventa brillante romanziera il Canale della Muzza Principia Bruna Rosco

La rappresentazione simbolica della vita stessa

Ivana Metadow

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d ecco che nasce una foto, come un quadro che rappresenta la realtà che ci circonda, ma non è solo un’immagine reale, è uno sguardo dell’anima che trasporta la realtà sublimandola di un profondo significato. Mi sono ritrovata ad osservare delle “semplici” foto, scattate dal fotografo Lorenzo Benocci, di un panorama a me famigliare: il Canale della Muzza, nel tratto che scorre vicino a Lodi Vecchio. Un canale artificiale che si dirama dal fiume Adda, bentenuto, con

Immagine di Lorenzo Benocci

gli argini che si prestano a delle piacevoli passeggiate, immersi nella semplicità di un paesaggio agricolo. Le foto colgono dei tratti che trasmettono una forte emozione perchè, in quelle immagini, pare di vedere la rappresentazione simbolica della vita stessa. Così come un pittore su una tela trasferisce le proprie emozioni, in quelle foto la Natura rende manifesta la propria anima, il trascorrere delle stagioni che paiono creare una similitudine con il ciclo della nostra vita. Ed ecco che un groviglio brullo di rovi leggermente inne-

vati [ vedi foto ] ci fa sentire come attanagliati da una situazione complessa, difficile e dove non ci pare essere via d’uscita. La Natura viene in nostro aiuto e ci dà, invece, un appiglio. In fondo a quello che sembra essere un tunnel possiamo vedere ergersi l’albero della vita, che dritto e forte ci àncora alla terra aprendo i suoi rami verso il cielo e in quel momento siamo certi che oltre il groviglio di rovi, la vita ci offre la possibilità di salvarci. Il fiume che scorre a fianco, intanto scivola lento e ci conduce oltre, sempre più avanti e possiamo immaginare di navigare lungo le dolci acque, coccolati da un movimento calmo. E’ come lo scorrere della vita che inesorabilmente prosegue per il suo percorso, lungo un letto già disegnato, dove le sponde danno riparo evitando di sbagliare la rotta, dove gli alberi danno ristoro e se la stanchezza della vita assomiglia ad un albero spoglio e coperto di bianca brina, l’arrivo della primavera rinverdisce ogni cosa e ci dona la speranza che la vita si riproponga continuamente, dandoci la possibilità di navigare lungo il fiume, con la certezza che ogni cosa rinasca nuovamente.

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Milano, presso il Museo Minguzzi, è stato presentato alla stampa e al pubblico il libro “PER TE” di Silvia Cipriano, Edizioni OTMA. Ella è una giovane poetessa-scrittrice già matura dal punto di vista letterario perché capace di manifestazioni dall’entità piena di interessi esistenziali. Dopo aver vinto il premio “Viareggio 2007” e il Premio Internazionale di Poesie con il libro “Sensazioni in Versi”, con il libro “PER TE”, Silvia Cipriano ci presenta un racconto, un diario o un romanzo o è tutti e tre insieme, questo non ha importanza: è interessante quello che lei vuole comunicare e cioè quali sono i suoi sentimenti immortalati nei suoi viaggi. Nello spunto narrativo, la scrittrice appare completa e importante perché, nella descrizione dei personaggi, si avvale di un ritmo serrato e continuo scaturito dall’autocoscienza. L’accelerazione delle rappresentazioni che si accavallano in una sequela ricca d’immaginazione è il risultato di un avvicinamento raro all’opera e che il lettore coglie nel messaggio che suscita l’interesse. Sono ricordi, immagini scritte a cui l’autrice affida la mansione di ridare all’uomo l’umanità. Quello che

sgorga e si evince leggendo le pagine del romanzo è il flusso dell’autocoscienza scritta senza filtri, seguendo il filo conduttore dei personaggi, quello di Fabrizio, che viaggia nella sfera metafisica tra fantasia e realtà e di Ludovica, la protagonista, che si manifesta al lettore anche nella fragilità di una donna mossa dal desiderio di vivere la vita trangugiandola in un solo sorso, senza tra-

Romanzo di Silvia Cipriano - OTMA Ed. 2008 - 136 pagine / € 10,00. Venduto alla Libreria Hoepli, via Hoepli 5, Milano; online www.hoepli.it

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scinarsi in un’esistenza in bilico. E dove i sogni non sono dei parassiti della vita né del vero, non sono illusioni effimere né irreali, ma sono doni che hanno una capacità sostanziale di pensiero per l’uomo che non vuole morire. E l’autrice lo dice in maniera fantastica, lasciando, però, al lettore l’osservazione di quanto accade intorno, facendo rimanere dentro, dopo la lettura, qualcosa che urla.


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Arte Milano

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San Carlo Borromeo

La sacralità del simbolo: iconografia dei Santi Sabrina Panizza

sima serietà, intraprendendo e portando avanti con ben ampio successo gli stua biografia… Accanto alla figura di di a Milano e Pavia, dove si Sant’Ambrogio, già am- laurea, nel 1559, in utroque piamente trattata nello jure, ossia in diritto civiscorso numero, simbolo le e canonico. Il 26 dicemchiave nella storia della no- bre dello stesso anno, Gian stra città è certamente San Angelo Medici, suo zio maCarlo Borromeo. “Le ani- terno, viene eletto Papa con me si conquistano con le il nome di Pio IV, il quale ginocchia”, asserisce con imponente fermezza il devoto ministro della Chiesa: è la preghiera infatti, quella sentita, umile, profondamente espressa, a costituire la chiave per il raggiungimento e la conquista delle anime. E San Carlo ne è davvero stato il più grande conquistatore. Carlo Borromeo nasce nel 1538 ad Arona, sul lago Maggiore, da una delle famiglie più in vista dell’aristocrazia lombarda; trovandosi nella posizione di secondogenito del conte Gilberto, pare non avere altra scelta all’infuori dell’allora dif- immediatamente chiama fusa carriera ecclesiasti- a sé ed associa al governo ca, alla quale viene dunque della Chiesa il nipote Carlo. prontamente avviato: la L’incarico di Segretario di tonsura lo accompagna, in- Stato permette dunque al fatti, fin dall’età di 12 anni. giovane di mostrare amNonostante la giovane età, piamente le proprie doCarlo decide di seguire la ti: resistenza straordinaria propria strada con la mas- al lavoro, volontà energi-

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ca e perseverante, capacità maniera decisamente con- in favore dei poveri, lottadi ascoltare e chiedere con- sistente, impegnandosi a re contro signorotti locali siglio prima di coraggio- farne conoscere la dottri- per il bene e i diritti della samente agire. Conduce na e le disposizioni, mentre Chiesa, riportare l’ordine inoltre una vita austera, vigila sulla redazione del e la disciplina nei conventi. cercando, in mezzo a tante “Catechismo del Concilio Con poderosa determinaopprimenti preoccupazio- di Trento” e offre, per pri- zione e metodicità, Carlo ni, un sicuro rifugio nella mo, l’esempio di una totale conduce quindi la propria preghiera, nello studio del- sottomissione alle riforme lotta affinché l’attività rela teologia e nella predica- imposte. Al momento della ligiosa riprenda vigore, nel zione. Per le insistenze del morte del fratello maggiore, più ampio rispetto delle reCarlo decide di non optare gole stabilite dal Concilio. per la secolarizzazione, che Dopo l’ammirevole dedigli avrebbe consentito di zione nei confronti dei feporsi a capo della famiglia, deli durante i terribili anni ma di rimanere nello sta- della peste, scoppiata nel to ecclesiastico: viene dun- 1576, Carlo stesso inizia que consacrato Vescovo a tuttavia ad essere vittima soli 25 anni. Compie quin- di una febbricitante standi il suo ingresso trionfale chezza: l’estenuante malata Milano, destinata ad es- tia lo consuma, finché, il 3 sere il campo della sua at- novembre 1584, il Vescovo tività apostolica; da qui abbandona il mondo terparte poi per un’accuratis- reno. L’eredità è, in quesima visita dell’intera ar- sto caso, davvero ampia: cidiocesi, che, vastissima, a fedeli e poveri lascia il comprende Lombardia, proprio patrimonio, così Piemonte, Veneto, Liguria come il ricordo di un’unie Svizzera. La serietà del ca, dolce ed austera Santità. giovane Vescovo si ma- ...e l’iconografia immediatamen- San Carlo Borromeo, amconsigliere, Pio IV deci- nifesta de di riaprire, nel 1560, il te nelle numerose attività piamente rappresentato in Concilio di Trento, durante svolte: si preoccupa da un numerosissime opere d’aril quale Carlo si pone come lato della formazione del te, è solitamente riconointermediario tra l’organiz- clero, dall’altro, della con- scibile dal peculiare naso zazione ed il Papa stesso; dizione dei fedeli. Eccolo adunco e dalla fronte molsancita definitivamente la dunque fondare seminari, to alta. Vestito dai tradiziofine nel 1563, il Segretario ospedali ed ospizi, devolve- nali abiti cardinalizi, tale continua a contribuire in re le ricchezze di famiglia fondamentale figura della Cristianità è sovente ritratta con il bastone pastorale, emblema volto a sottolineare il prezioso incarico chiamato a svolgere tra i fedeli; Carlo è infatti molto spesso ritratto a l’equivalente liquido della come viaggio che, trascen- stretto contatto con la genluce, divenendo strumento dendo dalle condizioni del te comune, con i poveri, ate simbolo mistico-spiritua- mondo fenomenico, vede torniato da fedeli, malati ed le di trasfigurazione, attra- nella stessa il mezzo salvi- appestati, che trovano nel verso il quale rinascere a fico o punitivo, assurgendo Santo un appiglio concrevita nuova, o servendosene a percorso di crescita in- to e reale, un vivo conforper immergere la spiritua- dividuale e collettiva. Sul to nell’abominevole incubo lità nel mondo manifesto; finire della percorrenza, si della pestilenza, un’ancora ‹‹il liquido della verifica presenta l’ultima sezione, intrisa di religiosa umanità. totale›› (Platone) sintetizza, affatto pedissequa ma che, Nulla infatti riesce ad ostaquindi, le costanti trasfor- al contrario, esprime al colare la scalpitante santità mazioni umane e la tensio- meglio l’intensità del tema, del vescovo, niente lo distone al desiderio primigenio trattato in modo brillan- glie dalla propria dediziodell’uomo di purificazione, te ed inaspettato come nel ne verso l’intera comunità. raccontate in modo pre- resto della mostra: l’acqua Guidato da un’unica parogevole dal Narciso del Ca- come purificazione. Il ca- la chiave, Humilitas, Carlo ravaggio e dall’artista Bill rattere religioso delle opere lotta per la salvezza delViola, con il video The re- qui esposte è inevitabile, le anime. Nelle opere in flecting pool. Lo spettatore ma ciò non crea assoluta- cui l’enfasi non viene poviene ora predisposto alla mente discordanza: genera, sta sull’attività concreta e visione dell’acqua intesa invece, euritmia e traspor- umanitaria del vescovo, osto emotivo nel fruitore di sia nell’atto di compiere tali bellezze, frutto non opere devote o misericorsolo della maestria tecni- diose, San Carlo è ritratto ca, ma anche dalla padro- in solitudine, nel più uminanza allegorico-figurativa le e modesto stato di sindegli autori. Le opere da cero raccoglimento. In tale considerarsi necessarie per occasione, è con particolala comprensione di que- re frequenza ritratto nella sto ultimo step sono l’Ul- peculiare mantella carditima Cena del Tintoretto, nalizia color rosso porpora, La cena in casa di Levi di che, creando un evidente Mattia Preti, Samaritana contrasto con la veste biandi Julio Romero de Torres. ca, costituisce un potenIl nitore visivo che in tutto te richiamo alla Passione il percorso si genera è sor- di Cristo. È proprio taprendente. Un’esperienza le mistero infatti, della caratterizzante e formativa Passione, dell’immane sofche offre, oltretutto, l’oc- ferenza del figlio di Dio, a casione di porre l’accento costituire l’oggetto dell’insu una riflessione tanto co- tensa meditazione dell’armune quanto sottovalutata: civescovo, il quale si lascia il bene dell’acqua, linfa vi- trasportare con il massimo tale che si nasconde dietro coinvolgimento nell’amaro ogni fenomeno, nutrimen- dolore del nostro Salvatore. to del fisico e dello spirito. Occorre infatti sottoli-

Acqua, una linfa trasparente

Gabriella Manco

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’acqua, da sempre ritenuta componente fondamentale - se non indispensabile - alla edificazione di ciò che circonda e caratterizza l’uomo, diviene ora protagonista di un percorso espositivo fortemente suggestivo: “Anima dell’Acqua. Da Talete a Caravaggio, da Segantini a Bill Viola”. La mostra, inaugurata presso il Palazzo Reale il 29 novembre 2008, terminerà il 29 febbraio 2009. Si propone di narrare quelli che, in chiave simbolica, sono stati i significati attribuiti all’elemento per eccellenza il quale, fin dagli esordi dell’uomo, effonde fascino e repulsione, vita e distruzione. Una tematica così suggestiva ha offerto, ed offre tuttora, infinite possibilità interpretative tangibili; da qui la decisione di far fluire le 121 opere presenti in sei sezioni differenti. È evidente, nell’insieme, la volontà di celebrare l’acqua e le sue diverse dinamiche relazionali con l’uomo, siano esse ancestrali, cariche di trascendenza, piuttosto che contingenti. L’ambivalenza dell’acqua, intesa sia nelle sua accezione meramente creatrice e vitale che nella sua forza distruttrice e devastante, è contemplata in molte culture, intrise di metafore ed analogie persuasive. Tale dualismo

si traduce in opere artistiche volte ad evidenziarne il carattere procreativo, rivelato efficacemente in un seno pudico della Madonna dell’Umiltà di Masolino così come nelle sue manifestazioni naturali lette in chiave mistica come nel caso più ovvio - ma affatto scontato - di una pioggia generatrice di vita. Molte sono le espressioni artistiche che esplicano la capacità insita nell’acqua di donare benessere e bellezza; rappresentativa è, in questo caso, l’opera del milanese d’adozione Giovanni Segantini con L’amore alla fonte della vita. L’acqua è, inoltre,

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neare come nell’opera di Daniele Crespi qui riprodotta, il volto di Carlo in preghiera sia mestosamente rigato dalle lacrime, indicative della sua sincera e dolorosissima partecipazione. Il dipinto, da contemplare nella Chiesa di Santa Maria della Passione a Milano, vede il futuro Santo ritratto in completo raccoglimento, evidenziato ulteriormente dal frugalissimo pasto consumato in amara solitudine: acqua e pane costituiscono dunque l’unico suo legame con i beni del mondo terreno, quasi interamente posto da parte per concedere spazio ad un intenso momento di meditazione. Il volto è pallido e scarno, segnato dal digiuno. La fonte della devota ispirazione di Carlo è sovente rappresentata dal crocifisso, attributo tipico dell’eremita penitente; la sua frequentissima presenza nelle opere celebranti l’arcivescovo, sottolinea la necessità di penitenza fervidamente predicata e da lui stesso praticata. Di sovente ritratto con gli occhi al cielo e di fronte ad un imponente crocifisso, il Santo sembra investito da un intenso soffio di estatica devozione. Un ulteriore attributo del Santo, che accompagna talvolta il crocifisso, è il teschio, medievale simbolo della morte. Il legame tra Carlo e tale emblema è probabilmente costituito dall’intenso contatto con l’ordine dei Gesuiti, ai quali l’arcivescovo si rivolge chiedendo aiuto nell’attuazione della riforma di collegi e monasteri: essi considerano infatti la contemplazione della morte un indispensabile esercizio spirituale, contemplazione facilitata appunto dalla presenza del teschio. Riflessioni dunque sulla sofferenza, sul dolore, sulla morte, concetto, quest’ultimo, sublimato dal sacrificio del Figlio di Dio. Rappresentata con minor frequenza, ma talvolta presente come attributo di Carlo, è la corda, portata dal Santo attorno al collo, che simboleggia anch’essa, come il suddetto crocifisso, l’eremita penitente. Giungendo dunque alla conclusione, si riscontra come l’iconografia del Santo si sviluppi realmente su un duplice fronte: testimonianze iconografiche dell’ampia attività di riforma da un lato, episodi di viva preghiera ed intenso raccoglimento dell’altro. Ora lo sguardo illuminato da una dolcissima e caritatevole umanità, ora il volto penitente intriso di mistico.


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Arte Milano

La Rete Museale dell’Ottocento Lombardo Sara Abdelall

segue da pag 1. musei della Rete si sono riuniti non solo per valorizzare il patrimonio storico-artistico ottocentesco ivi conservato, ma anche per promuovere la salvaguardia, la manutenzione e la conservazione delle ope-

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stigia di un secolo trascorso al presente e soprattutto al futuro. La Rete è innanzi tutto una condivisione di senso: senso della storia, senso del ruolo dei musei, senso del valore delle opere, senso della trasformazione nella percezione di questi luoghi e di questi valori, senso della testi-

costitutive. La Rete quindi come una serie di pagine di storia da scrivere coralmente da tanti punti di osservazione diversi e oltremodo significativi quanto devono esserlo i musei e gli istituti storici. La Rete rivolge le sue ricerche e le sue occasioni di incontro e confronto agli studiosi e agli specialisti del campo, ma anche agli appassionati d’arte e a chiunque voglia avvicinarsi ad un secolo che in Lombardia ha significativamente lasciato segni indelebili e imprescindibili. Per creare un legame di senso tra individuo e territorio, tanto più importante alla luce dello stato attuale, in cui la perdita o la man-

cata comunicazione delle specifiche identità non consente il confronto e l’integrazione. Tra i più recenti appuntamenti della Rete si segnala quello del 22 gennaio 2009, in Galleria d’Arte Moderna, dove è stato presentato il risultato dei restauri effettuati sui modelli in gesso di Giuseppe Grandi, utilizzando la metodologia di pulitura con gel rigidi di Agar, messa a punto e poi certificata grazie alla collaborazione tra il museo e il Cesmar7, che ha coinvolto nello studio l’Università di Parma; a rivelare come il sistema di relazioni della Rete si allarghi e coinvolga Istituti di ricerca nel territorio lombardo e

non solo. I prossimi incontri previsti sono due appuntamenti con il pubblico: il 9 febbraio la Galleria d’Arte Moderna di Milano, via Palestro 16, ospiterà la conferenza “Senso di Visconti tra Hayez, Fattori e Scapigliatura”, cui farà seguito la proiezione del film, mentre il 19 marzo, nella stessa sede, avrà luogo la giornata di studi “Canova in Lombardia. Percorsi di ricerca e interventi di restauro”, a cura di Marco Albertario, Serena Bertolucci e Maria Fratelli rispettivamente dell’Accademia Tadini di Lovere, di Villa Carlotta e della Galleria d’Arte Moderna, realtà museali unite nella

Rete e nel progetto messo in opera per confrontare e incrementare gli studi sull’artista attraverso le opere conservate nelle collezioni. La Rete mette a disposizione degli interessati un sito internet (consultabile su www.rete800lombardo.it) da cui è possibile ottenere informazioni riguardanti le quindici istituzioni; le diverse attività svolte, i lavori in corso e i progetti futuri. Un canale di comunicazione è sempre aperto anche con gli utenti che possono scrivere all’indirizzo di posta elettronica info@rete800lombardo.it o contattare la Galleria d’Arte Moderna di Milano Museo Capofila (02.76340809).

GAM: ex Villa Belgiojoso

La residenza reale e i misteri del giardino inglese Jean Marc Mangiameli

S re, la diffusione di studi e ricerche sul tema e l’organizzazione di mostre, convegni, seminari ed eventi culturali. Lontana da una mera logica di promozione turistica la Rete vuole essere uno strumento innanzi tutto di comunione di progetti e studi, per una “riscoperta” condivisa di un panorama sul quale si sono andate stratificando le peculiarità dei luoghi, la storia della loro ragione di permanenza e il motivo della trasmissione delle ve-

monianza, senso di azioni e operazioni di tutela e valorizzazione. Il lavoro si svolge quindi essenzialmente nella elaborazione di mappe che evidenzino sul territorio le testimonianze visibili, ma anche quelle perdute, di un sistema complesso di relazioni: quel sistema che fa della Lombardia una regione che mantiene le sue proprie peculiarità e priorità anche nel panorama unitario che proprio nell’Ottocento ha trovato le sue ragioni e le sue forze

ituata in via Palestro, di fronte ai giardini di P.ta Venezia, si affaccia una delle più belle testimonianze del neoclassicismo italiano: la ex Villa Belgiojoso Bonaparte. Riaperta al pubblico nel marzo del 2007, dopo tre anni di restauro, la Villa ha finalmente ritrovato il suo splendore diventando la Galleria d’arte Moderna di Milano (GAM) sede del Museo dell’800. All’interno sono esposte le collezioni civiche ottocentesche formatesi grazie alle donazione dei collezionisti milanesi nonché il deposito del 1902 dell’Accademia di Belle Arti di Brera. Poco distante è accessibile ai cittadini anche la se-

Immagine di Maurizio Zanoni

Che cos’è l’Arte contemporanea? Incontri e dibattiti al PAC

Fabrizio Gilardi

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n un’epoca piena di iniziative propagandistiche, ci pare lodevole l’iniziativa dell’Assessore alla Cultura del Comune di Milano, Massimiliano Finazzer Flory di un ciclo di quattro conferenze sul tema: “Che cos’è l’arte contemporanea?” al PAC. Il 12 gennaio ha presenziato tra gli altri, Germano Celant, critico e storico dell’arte il cui nome viene spesso associato all’invenzione della definizione Arte Povera per il movimento artistico sorto negli anni ‘60. Celant ha sostenuto che i percorsi dell’arte stanno seguendo quelli dell’economia e della politica e si sposteranno sempre più dall’asse Europa-Stati Uniti alle potenze asiatiche e medio orientali.

Celant si chiede se l’arte non possa trovare un proprio ruolo nel porsi a custode della memoria e della tradizione; da qui la richiesta di costruzione di musei in aree fino a poco tempo fa marginali, e da qui l’annuncio della partecipazione dello Stato della Città del Vaticano alla prossima edizione della Biennale di Venezia. Il potere sta utilizzando l’arte in maniera più intensa che in passato, lo fa in modo più uniforme in tutto il globo, e i singoli operatori hanno poche possibilità di andare contro corrente, come ha riassunto lo stesso relatore con la frase: “L’arte è senza scampo”. Il 27 gennaio si è tenuto il secondo incontro che ha confermato un’ampia partecipazione di pubblico. Protagonista la critica

Angela Vettese che ha iniziato mettendo in contrapposizione due visioni dell’arte, quella che la classifica come l’espressione dei più alti sentimenti umani, e quella che la vede come espressione delle problematiche di un determinato momento storico. Se come la relatrice, si è nel secondo filone, molte cose si relativizzano. Ecco allora che la risposta al quesito: “Che cosa è l’arte?” può essere: “Dipende da cosa noi chiediamo all’arte”. La Vettese ha concluso l’intervento dicendo che, come teorizzato dagli analisti dei settori economici, gli andamenti sono ciclici e che, tenuto conto di quest’ottica, ci troviamo sicuramente in una fase di globalizzazione anche nell’arte. La maggior tendenza al pessimismo nella prima conferenza ci

è sembrata più apparente che sostanziale; l’Assessore Finazzer Flory, persona di cui conosciamo l’acutezza dai tempi in cui teneva una rubrica mattutina su Radio Radicale, ha ben gestito le conferenze fornendo alcuni spunti iniziali. Prossimi appuntamenti: Martedì 3 febbraio sarà la volta di Carolyn Christov-Bakargiev capo-curatrice del Castello di Rivoli (To) e incaricata di dirigere la prossima edizione di Documenta, ritenuta attualmente la maggior fiera d’arte esistente. Martedi’ 17 febbraio interverrà Massimiliano Gioni, direttore artistico della Fondazione Trussardi e curatore al New Museum of Contemporary Art. PAC, in via Palestro 14 Milano. Inizio conferenze ore 18,30 ingresso libero

de del Padiglione d’Arte Contemporanea.Quello che colpisce all’istante è l’architettura neoclassica dell’edificio; il corpo sviluppato su tre livelli ha un duplice affaccio: nella parte frontale, che da su via Palestro, due ali laterali racchiudono il cortile d’onore, sul retro, invece si nota un elegante prospetto marcato da colonne scanalate, sovrastato da due frontoni e decorato con bassorilievi e statue che raffigurano soggetti e temi mitologici. Curioso scoprire che gli scultori incaricati dell’esecuzione provenivano tutti dalle maestranze legate al prestigioso cantiere della facciata del Duomo. E’ importante ricordare che la ex Villa, prima di diventare sede museale, è stata dimora di Belgiojoso che ne era committente, Gioacchino Murat nonché del viceré d’Italia Eugenio Beauharnais. Famosa anche per essere stata residenza del generale Radetsky, ha anche ospitato Napoleone III. Il destino pubblico della Villa è legato all’unità d’Italia quando

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l’edificio diventa ufficialmente sede delle collezioni d’arte moderna della città. Un’esperienza a Villa Reale però consiste anche nel visitare il giardino inglese presente sul retro. Un giardino pensato per ricreare un paesaggio naturale, dove la vegetazione si riappropria delle vestigia della storia, lasciando affiorare antiche rovine. Pare però che a donare maggior carattere alla visita sia quella strana sensazione, quasi inquieta, che si prova proprio all’interno del parco. Sarà per gli oscuri alberi secolari, per il laghetto misterioso popolato da strani animali, o per le statue che come silenziose presenze ci accompagnano lungo la visita, eppure capiterà al visitatore di sentirsi come osservato. Un mistero che comincia sin dall’entrata dove un cartello recita: “è severamente vietato l’ingresso agli adulti non accompagnati da un minore di 12 anni”. Che dire, prendete per mano figli e nipotini e concedetevi la visita in uno dei luoghi “segreti” più belli della città. A voi la scoperta dell’arcano.


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Arte Milano

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Bastione di Porta Nuova

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orta Nuova, insieme a Porta Comasina, fu eretta quando i Bastioni milanesi, da sistema difensivo in disuso, si trasformarono in viali alberati. Porta Nuova, benché priva dell’importanza storica di altri ingressi o porte cittadine, aveva storicamente una funzione rilevante sul piano viabilistico, in quanto si collocava su di un antico percorso risalente a epoca romana per collegare Milano con Monza e la Brianza. La presenza del vicino Naviglio della Martesana indicava, altresì, una funzione essenziale per il trasporto di prodotti e merci d’ogni genere per favorire lo sviluppo industriale e commerciale della città. La costruzione di Porta Nuova rispose a due esigenze. La prima di completamento del sistema anulare dei viali sugli ex Bastioni; la seconda ai nuovi progetti urbanistici sia d’insediamenti industriali che residenziali. Tali insediamenti modificarono completamente l’assetto urbano del territorio milanese. Nel 1810 fu decretata la costruzione di Porta Nuova su progetto alternativo a quello del Cagnola. Tale nuovo progetto fu elaborato dall’abate e architetto Giuseppe Zanoia che era anche membro della nota Commissione d’Ornato. La costruzione fu ultimata nel 1813 con i due caselli daziari laterali, quando or-

mai s’era aperta la crisi economica e politica che aveva investito il Regno italico di Napoleone. Il progetto Zanoia, elegante e stilisticamente rigoroso, pur nella modestia delle sue dimensioni, è costituito da un blocco formato da un arco trionfale ionico a un fornice e da due corpi minori porticati simmetrici e saldati all’arco, senza soluzione di continuità. I due caselli ai lati ospitavano i locali delle guardie e del dazio. Il monumento, assegnato nel 2002 dal Comune di Milano all’Associazione Castelli e Ville Aperti in Lombardia per l’uso e restauro conservativo, fu costruito in pietra arenaria che, purtroppo facile al logoramento, richiede aggiornate tecnologie di conservazione del materiale friabile. Tale povertà di pietra, usata nella costruzione (arenaria silicea, assai tenera), da un verso facilitò la celerità di lavorazione, dall’altro verso rese poco affidabile la resistenza nel tempo dell’elegante massa architettonica dell’arco e delle sue propaggini, rispetto ai costosi e durevoli materiali in marmo usati per Porta Ticinese, Porta Orientale e Arco della Pace. La consunzione dell’arenaria si presenta tuttora rimarchevole, tanto da rendere illeggibile parte dei raffinati dettagli architettonici. Il logoramento di Porta Nuova risulta più

evidente passando sotto l’arco e alzando lo sguardo verso la volta a cassettoni. Il progetto presentato dall’Associazione prevede il restauro conservativo della Porta Nuova senza variazione alcuna della pianta originaria. L’Associazione, che gestisce la promozione di più di 50 edifici storici nella Lombardia e che ha tra i suoi soci importanti conoscitori del mestiere di restauro e della valorizzazione culturale, ha previsto per i caselli una sala multimediale chiamata sala DEI CASTELLI (casello ovest) dove si terranno mostre,

Rotonda della Besana

Il perfetto equilibrio tra storia e contemporaneità Jean Marc Mangiameli

Diciamolo pure: un’architettura è come un’attrice. Nel corso del tempo, sul mutevole palcoscenico urbano, è facile ritrovarla ad interpretare un nuovo ruolo. Vista in quest’ottica la Rotonda della Besana si è rivelata finora una performer molto versatile. Nata come luogo sepolcrale, comprensivo di una chiesa a croce greca e di un portico circolare, nel corso dei suoi trecento anni cambierà spesso i suoi ruo-

Visitare Magenta

Il 150° anniversario della battaglia M

agenta è stata da sempre un punto di passaggio tra Milano e Torino, anche se solo negli ultimi due secoli si è sviluppato un sistema stradario efficiente che facesse della città un centro facilmente raggiungibile. L’origine del paese va probabilmente collocata attorno al V secolo a.C. quando alcune tribù di Galli Insubri stabilì un proprio villaggio nei pressi del punto strategico del Ticino. L’origine del nome è tradizionalmente attribuita all’Imperatore Massenzio, in onore del quale l’abitato prese il nome di “castrum Maxentiae”. Nel 1310 l’Imperatore Arrigo VII è bloccato, secondo la leggenda, sul suolo magentino da una tremenda nevicata mentre si recava a Milano. A seguito della grande ospitalità accordata all’imperatore dagli abitanti del luogo, egli innalzò il luogo alla dignità di borgo coi privilegi di godere di una guardia armata e di istituire un mercato che, dal 1410, si svolge puntualmente ogni lunedì. Nel 1396 numerosi territori della città furono donati da Gian Galeazzo Visconti ai monaci della Certosa di Pavia che ne migliorarono l’agricoltura e lo sfruttamento dei terreni. Magenta è soprattutto nota per la battaglia che ebbe luogo il 4 giugno 1859,

eventi, corsi, seminari e un sportello d’informazione turistico- culturale nel centro del capoluogo lombardo, oltre agli uffici dell’Associazione stessa (casello est). I caselli, come filosofia base dell’Associazione, saranno aperti al pubblico. Oggi Porta Nuova si ammira in fondo a viale Monte Grappa in corrispondenza di piazzale Principessa Clotilde, a fronte del Pronto Soccorso dell’Ospedale Fatebenefratelli. Piazza Pricipessa Clotilde, 12 Tel: +39 02 6558231 info@castel liev i l le.it w w w. c a s t e l l i e v i l l e . i t

li. Da magazzino militare a scuderia, da lavanderia ad ospedale fino a centro d’internamento per malati contagiosi. L’apice della sua “carriera” l’avrebbe avuto nel 1809 quando Eugenio de Beauharnais, allora viceré d’Italia, la voleva trasformare nel nuovo Pantheon. Progetto ambizioso, affare d’oro per la città di Milano, allora sotto il dominio di Napoleone ma mancavano i fondi. Così il suo destino si fermò li, la sua carriera sembrava finita, finché dopo anni di abbandono (tipico il momento di declino nelle attrici di un certo calibro) la Rotonda viene ceduta al Comune. Con la nuova gestione, a partire dagli anni ’60, il sito riscopre una nuova vita, diventa

spazio espositivo per mostre d’arte e polo per eventi culturali. Da allora sono tanti i nomi importanti che si sono alternati all’interno delle sue mura o - all’esterno- sotto il suggestivo porticato. Oggi la Rotonda, consapevole della sua posizione sempre più rilevante, ha imparato a recitare bene, con disinvoltura “strizza l’occhio” alla contemporaneità e si propone anche come location ideale per eventi legati alla moda e al design. Un luogo che non è solo un contenitore ma un vero e proprio palinsesto storico che, con la dovuta attenzione, racconta tre secoli di storia di Milano. La Rotonda della Besana oggi ha decisamente ritrovato il suo ruolo, è per i mi-

fotografia di Maurizio Zanoni

lanesi un luogo ideale dove trascorrere il tempo libero, un’oasi metropolitana dalle eccellenti proposte culturali, immerse nella tranquillità di un curato giardino.

Ristorante Villa Cigno

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durante la Seconda Guerra d’Indipendenza, combattuta tra i piemontesi e i loro alleati francesi contro gli austro-ungarici; fu vinta dai franco-piemontesi e aprì la strada alla conquista della Lombardia. La battaglia si svolse nel territorio dell’odierno comune di Magenta e del comune adiacente di Boffalora. Prende il nome di Magenta il colore rosso-viola, probabilmente con riferimento alle divise di quel colore indossate dal reparto di zuavi francesi che combatté nella battaglia. Da visitare la Basilica Minore neo-rinascimentale di San Martino costruita

per assolvere a due doveri: la necessità di dare alla cittadinanza, in continua crescita, un nuovo tempio e la commemorazione dei caduti per la gloriosa battaglia del 4 giugno 1859, il cui successo coinvolgeva ancora attivamente i magentini. Questo anno sono previste numerose e importanti manifestazioni per ricordare la battaglia di Magenta nel suo 150° anniversario. Numerosi i palazzi, le ville e le altre residenze di prestigio fra le quali segnaliamo: Villa Crivelli Boisio Beretta, Palazzo Crivelli Pecchio Martinoni, Palazzo Morandi, Villa Naj-Oleari.

tmosfera suggestiva, servizi di qualità e un ottimo ristorante uniti al fascino di un parco con ampia piscina: un soggiorno tranquillo nel cuore di Magenta. Questo bel ristorante, ubicato in una zona tranquilla della cittadina in cui è comodo parcheggiare, è caratterizzato da uno stile elegante e funzionale. Oltre a diverse sale coperte e al terrazzo ideale per le cene romantiche, offre un giardino con piscina, ambiente ideale per cerimonie di ogni tipo e per pranzi nuziali. Il tutto con un’ ampia scelta del menù a prezzi contenuti. I proprietari professionali e cortesi so-

no parte integrante della calorosa accoglienza riservata agli ospiti, e sono a disposizione dei clienti per assecondare ogni esigenza e per suggerire i piat-

ti del giorno più gustosi. Villa Cigno è in Via Primo Maggio n° 90 a Magenta (Mi), tel: 02 97298019. w w w.v i l l a c i g no. it


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Palazzo Isimbardi

uori dalle mura di Milano sorse, in epoca sforzesca, quel primo nucleo residenziale destinato a divenire Palazzo Isimbardi. Dobbiamo pensare ad una non vasta ma elegante abitazione di campagna, situata in quella zona fuori dalle mura che era considerata il giardino per eccellenza di Milano: il viridarium. La parte più antica del palazzo, quella prospiciente il giardino, presenta i caratteri propri dell’architettura rinascimentale. Nel 1552 la villa passò alla famiglia Taverna, una delle più cospicue del patriziato milanese. Durante la proprietà Taverna la costruzione assunse l’aspetto di un vero “palazzo”, seppure con la funzione di villa, cioè di residenza adibita agli svaghi. Intorno al cortile quadrato, con un pozzo nel mezzo, venne costruito il loggiato; l’ala signorile, su due piani, guardava verso il giardino; sul fianco ovest sorgevano le scuderie mentre l’ala est era destinata alla servitù. Il carattere appartato, periferico del complesso giustifica il tenebroso episodio che si sarebbe consumato nel palazzo all’inizio del Seicento. Gian Paolo Osio, braccato dalla giustizia e

accusato fra l’altro della sua relazione con Virginia de Leyva (la Monaca di Monza), chiese rifugio al Taverna col quale era in amicizia: il padrone di casa fece accompagnare lo sgradito ospite nella cantina dove, ricevuta una frettolosa assoluzione, l’Osio fu tramortito a bastonate e murato in una nicchia. Secondo la leggenda il fantasma dello sciagurato si aggira ancora per i sotterranei di palazzo Isimbardi. All’inizio del Settecento, negli anni in cui dal dominio spagnolo Milano passava a quello austriaco, anche la proprietà del palazzo subisce rapidi cambiamenti. Cospicui furono i rimaneggiamenti operati in pieno Settecento dai Lambertenghi, che acquistarono il palazzo

nel 1731, soprattutto nella volumetria dell’edificio e riguardo alla facciata sul borgo Monforte che, con l’aggiunta di due ali laterali a un solo piano, assume una linea di sviluppo orizzontale, secondo il gusto dell’epoca. Nel 1775 i marchesi Isimbardi acquistarono il palazzo che tuttora porta il loro nome. La famiglia, originaria del Pavese, aveva bisogno di un’abitazione di prestigio per inserirsi nel “bel mondo” della Milano di quel tempo. Gli interni, soprattutto, furono rimaneggiati e infine, per accreditare la stirpe presso il patriziato milanese, vengono commissionate ampie opere figurative celebranti le gesta degli antenati illustri. Caratterizzandosi per il culto delle scienze, gli

Castello di Trezzo

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lcuni studiosi fanno risalire il nome di Trezzo alla radice celtica “trecc”, che stava ad indicare un luogo alto e protetto. Questo, oltre a valorizzare l’ipotesi di una probabile origine celtica dell’abitato, sottolinea come il luogo fu scelto dai primi uomini per la sua posizione: il possente promontorio a picco sul fiume si presentava infatti come una sorta di fortezza naturale, difficilmente raggiungibile dai nemici. Su questo lembo di terra, proprio nel punto in cui il fiume disegna un’ampia ansa, sorse il primo insediamento celtico, si sviluppò l’abitato romano, s’innalzò una fortezza che per molti secoli dall’alto dominò un lungo tratto del fiume. Per molto tempo il nucleo abitato di Trezzo coincise con il castello, una grande e severa fortezza in pietra con funzioni militari e di controllo del territorio, poco a sud del quale, all’inizio del XIV secolo, si configurò un piccolo borgo medievale sorto sull’area del preesistente insediamento romano. Posto in posizione strategica su un promontorio che si incunea nella prospiciente terra bergamasca, che fu per secoli dominio della Serenissima, il Castello rimane a ricordo delle vicende storiche che legano Trezzo alla Milano dei Visconti e degli Sforza. Esso ha origine attorno ad una primitiva rocca longobarda che la tradizione vuole edi-

ficata dalla regina Teodolinda. Da quella prima rocca ebbe origine una tormentata storia di lotte, di conquiste e di morti che vide protagonisti Federico Barbarossa (1158), i Torriani, i Visconti. Qui nel 1385 morì Bernabò, fatto avvelenare dal nipote Giangaleazzo. Dal Medioevo fino al XVI secolo il corso dell’Adda segnò il naturale confine tra il Ducato di Milano e le terre di Venezia. Lungo il corso del fiume venne a crearsi così un’importante linea difensiva, costituita dalla città fortificata di Lecco, dalle rocche di Brivio, Sulbiate, Bellusco, Trezzo, Cassano, Corneliano, Lodi e dalla cittadella di Pizzighettone “. Le frequenti guerre portarono spesso queste fortezze militari ora nelle mani dell’una ora dell’altra delle due potenze confinanti: solo il Castello di Trezzo rimase, relativamente stabile, ai Milanesi, che ne fecero l’ultimo baluardo del Ducato verso Oriente. Del castello rimane integra la torre alta 42 metri e il pozzo Vercellino del 1400. Nel sotter-

raneo della villa padronale del castello, con l’interessamento della Pro Loco, è stata ricomposta la tomba longobarda originale detta “ Del Gigante” , ritrovata con altre tra il 1976 ed il ‘78 durante alcuni scavi. Nel 1416 il Carmagnola distrusse l’arditissimo ponte sull’Adda, di cui ancora oggi si vedono la spalla e l’attacco.

Isimbardi fanno del loro palazzo un centro di studi e di raccolte scientifiche che hanno una vasta risonanza nelle cronache dell’epoca. Nell’Ottocento è la facciata verso il giardino a subire gli interventi più consistenti. Il giardino stesso si modella “all’inglese” dotandosi, secondo il gusto romantico, di luoghi nascosti, di una collinetta artificiale, di grotte, mentre il cortile d’onore subisce cambiamenti radicali che alterano la rigorosa essenzialità della struttura originaria. Nel 1918 il complesso fu ceduto dagli eredi dell’estinto ramo Isimbardi all’industriale legnanese Gian Franco Tosi: la borghesia subentra al patriziato, e per il palazzo ciò significa manomissioni che ne modificano l’aspetto di residenza nobiliare. Negli anni Trenta, la Provincia di Milano acquisisce l’immobile per farne la propria sede. All’architetto Ferdinando Reggiori fu affidato il compito di restituire al palazzo le caratteristiche originarie, attraverso il recupero e la valorizzazione degli elementi decorativi che ogni secolo aveva lasciato. L’opera più imponente fu affidata a Giovanni Muzio, il più prestigioso e fecondo

architetto del Novecento milanese. Egli giustappose all’antica costruzione un nuovo edificio di coerente stile funzionalista, dotato degli elementi simbolici che un luogo del pubblico potere richiedeva, quali la torre, i portali colonnati, i pannelli scultorei. Il nuovo palazzo fu inaugurato il 24 ottobre 1942; circa mezz’ora dopo l’inaugurazione, su Milano si scatenò il primo bombardamento, che frantumò i vetri di tutte le finestre. I successivi bombardamenti del 1943 colpirono gravemente la parte nord-occidentale del palazzo. I nuovi

lavori di ricostruzione e di restauro, durati dal 1950 al 1953, furono ancora una volta diretti dall’architetto Reggiori. La denominazione ottocentesca di “Palazzo Isimbardi” fu assunta in modo definitivo proprio negli anni Cinquanta. Agli occhi dei milanesi di oggi, la sede della Provincia di Milano è ormai indistintamente tanto la remota ed esclusiva villa suburbana delle origini quanto il moderno edificio dove si svolge l’attività istituzionale, in un tutt’uno che salda cinque secoli di storia civile. w w w. c a s t e l l i e v i l l e . i t

CHIAR DI LUNA Ristorante Dal 1977 Ricerchiamo la qualità

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San Maurizio al Monastero Maggiore In passato importante monastero femminile benedettino

Ivana Metadow

uante volte vi sarà capiQ tato di passare in Corso Magenta e di osservare di-

ca e dedicata ai fedeli e una riservata unicamente alle

monache del Monastero le quali non potevano oltre-

strattamente una delle tante Chiese che arricchiscono Milano: San Maurizio al Monastero Maggiore. Una facciata di grigia pietra di Ornavasso, come grigia appare la nostra città e come la nostra Milano “da bere”, nasconde all’interno una essenza meravigliosa. Si salgono pochi gradini ed entrati si rimane strabiliati dalla bellezza che si offre, prorompente, ai nostri occhi. Un bagliore di luci dorate e un’atmosfera dove l’anima si ricongiunge con se stessa. La Chiesa di San Maurizio al Monastero Maggiore è situata all’interno di quello che fu il più importante Monastero femminile dell’Ordine Benedettino. La Chiesa venne costruita a partire dal 1503 ad opera dell’architetto e scultore Gian Giacomo Dolcebuono. Venne completata 15 anni più tardi da Cristoforo Solari. E’ divisa in due parti: una pubbli-

passare la parete divisoria. Solo una volta, nel 1794, fu loro concesso di entrare nella zona pubblica per ammirare l’altare. Questa Chiesa è un gioiello di affreschi che lascia veramente senza fiato e ai quali lavorarono alcuni tra i più importanti artisti del 500 lombardo. All’interno la navata unica è coperta da volta e bipartita da un tramezzo che separa lo spazio delle monache, che assistevano alla messa da una grata, da quello dei fedeli. La navata è fiancheggiata da alcune piccole cappelle coperte da volte a botte sormontate da una loggia a serliana. L’attrazione maggiore della chiesa è il bellissimo ci-

clo di affreschi del XVI secolo che tappezza tutte le pareti e al quale il visitatore non può che dedicare estasiato tutta la sua attenzione. La spettacolare parete divisoria è decorata con affreschi di Bernardino Luini con immagini di Sant’Orsola e San Maurizio che affiancano una Pala con l’Adorazione dei Magi di Antonio Campi. Nelle cappelle laterali dell’aula dei fedeli, gli affreschi sono di Aurelio Luini, figlio di Bernardino, insieme ai meno famosi fratelli. Nell’ala destra le più importanti sono la Cappella Besozzi e la Cappella dedicata a Santa Caterina d’Alessandria con l’affresco della sua decollazione. Nell’ala sinistra si trovano invece la Cappella di San Giovanni Battista, decorata da Ottavio Semino e la Cappella della Deposizione. Sulla parete dalla parte dell’Aula delle Monache si trovano immagini di Santa Caterina, di Sant’Agata, delle Nozze di Cana, della Salita al Calvario, del Cristo in Croce e del Cristo morto.

Nell’Aula delle Monache c’è un organo del 1554 opera di Giovan Giacomo Antegnati e i bellissimi affreschi del Presbiterio: sulla volta, sullo sfondo di un cielo stellato, immagini di Dio, gli Evangelisti e gruppi di Angeli. Nella parte finale è presente l’affresco Ecce Homo, particolarissimi i visi dei manigoldi che deridono il Cristo. Il loggiato superiore a serliane è decorato da tondi con immagini di Sante, opera di Giovanni Antonio Boltraffio o, più probabilmente dell’anonimo pittore noto come Pseudo-Boltraffio, con santi e martiri. Uscendo dalla chiesa ed entrando nell’edificio alla sua destra che ospita il Museo Archeologico, si possono ammirare il Chiostro del Monastero e nel giardino le due torri di epoca romana, inserite nelle antiche mura di Massimiano. Se vi capiterà nuovamente di passare in Corso Magenta, non potrete più osservare distrattamente la facciata grigia di questa Chiesa, entrate e riempitevi gli occhi di beltà.

Villa della Porta Bozzolo

I

Casalzuigno, Varese: una “casa nobile”

mmerso nel tranquillo paesaggio della Valcuvia, una valle prealpina nell’entroterra lombardo del lago Maggiore, quest’elegante complesso si è andato ampliando nei secoli attorno

trimonio fondiario, decise di avviare la costruzione di un nuovo edificio attiguo alla “casa nobile”, organizzato attorno a una corte d’onore e affacciato su un giardino, di dimensioni

Immagine di © Vivi Papi

all’originario nucleo cinquecentesco: una Domus Magna posta a dominio di un piccolo insediamento agricolo, comprensivo di alcuni edifici rurali – tra cui un monumentale torchio e alcuni rustici con ghiacciaia, cantine e scuderie – oggi in gran parte ancora conservati. Fu intorno alla seconda metà del Seicento che l’aristocratica famiglia proprietaria dei Della Porta, abbandonata la professione notarile per dedicarsi all’amministrazione del proprio pa-

al tempo piuttosto modeste. Si dovettero attendere i primi anni del XVIII secolo perché, per volontà di Gian Angelo III, da “villafattoria” la dimora venisse trasformata in una raffinata residenza di rappresentanza, con tanto di cappella privata. Desideroso di arricchire la bella casa di famiglia di uno scenografico parco, ne affidò la progettazione al “pittore et ingegnere” Antonio Maria Porani, che, insieme con un nutrito gruppo di artisti, si occupò anche delle preziose

decorazioni ad affresco degli interni. A causa dello scarso spazio antistante la Villa, il nuovo parco si andò sviluppando in lunghezza, dal basso verso l’alto, parallelamente alla facciata della dimora. Vennero quindi realizzate, su diversi livelli, quattro grandi terrazze collegate da una maestosa scalinata con balaustre, statue e fontane in pietra di Viggiù; di seguito, il “teatro”, un ampio prato in leggera pendenza chiuso da una grande peschiera e un ripido sentiero (un tempo forse affiancato da cipressi) immerso nel bosco e allungato sulla collina – detta del Belvedere – fino ai confini della proprietà. Si decise inoltre di creare un nuovo asse prospettico, perpendicolare al principale che, partendo da un affresco raffigurante Apollo e Dafne, situato su una parete di una piccola corte rustica, si spingeva lungo un ombroso viale di querce, congiungendosi virtualmente a un’altra pittura (Apollo e le Muse), collocata all’interno di un’edicola con pronao posta a chiusura di questo piccolo “giardino segreto”. In concomitanza della sistemazione del parco, la Villa venne ampiamente rivestita di raffinate decorazioni ad affresco e a tempera: la Corte d’onore venne nobilitata da illusio-

nistiche immagini di finestre e portali in linea con gli esuberanti decori degli interni, per lo più a soggetto floreale, ispirati alle poetiche rococò della finzione “che inganna la realtà”. Un repertorio di qualità e grande fantasia, che si ritrova anche sulle preziose porte della scenografica Galleria e del Salone centrale, una stanza di rappresentanza dove, racchiusi in ovali inghirlandati, si possono ammirare alcuni ritratti di gentiluomini della famiglia Porta vissuti tra il XVI e il XVIII secolo. Alla morte di Gian Angelo III,

dedicò a un’attenta opera di ristrutturazione sia della Villa sia del parco, ridotti da anni di incuria in uno stato di grande degrado. Estintosi il casato e dopo alcuni passaggi di proprietà, l’intero patrimonio passò nel 1877 al senatore Camillo Bozzolo. Dai Bozzolo, dopo un periodo di abbandono e spoliazioni, nel 1989 il complesso venne infine donato (ad eccezione di pochi alloggi, rimasti in usufrutto alla famiglia) al FAI, che, grazie a ingenti finanziamenti, ha potuto realizzare gli interventi necessari per l’agibilità e l’apertura

Immagine di © Archivio FAI

avvenuta nel 1745, i figli, in gravi difficoltà economiche, si trovarono costretti a vendere la proprietà, in seguito riacquistata dal nipote Giuseppe Porta, che si

al pubblico del bene e, negli ultimi anni, ha eseguito importanti interventi strutturali, riguardanti in particolare il restauro delle facciate minori e il recu-

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pero dei rustici, alcuni dei quali adibiti a spazi espositivi o convertiti in locali per manifestazioni e ricevimenti. Gli interni conservano ben poco del ricco arredo originario, trafugato e saccheggiato da continui e cospicui furti. Tra le poche eccezioni si possono annoverare i magnifici letti a baldacchino collocati nelle camere del piano nobile, risalenti al XVIII secolo (alcuni integrati in epoca moderna dal FAI), ricoperti da preziosi tessuti coevi e l’arredo ligneo della Biblioteca, realizzato nei primi anni del Settecento: gli scuri, le porte, l’imponente scrivania e i grandi armadi in noce, all’interno dei quali sono conservati più di 2000 volumi, in prevalenza dedicati al tema della medicina, professione esercitata da Camillo Bozzolo nella seconda metà del XIX secolo. Solo grazie alla generosità di illuminati donatori, la Villa ha potuto ritrovare negli anni il calore e l’atmosfera di una vera e propria casa nobiliare: numerosi arredi e opere d’arte dal XVII al XIX secolo sono stati infatti donati e allestiti nelle stanze dell’edificio, con l’intento di offrire una corretta interpretazione dell’originaria atmosfera domestica.


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Milano e la Moda

Dimmi che scarpe indossi e ti dirò chi sei C.B.

M

ilano è una città sempre in corsa, quasi elettrica direi, ma in certi periodi dell’anno assume una veste veramente elettrizzante. Uno di questi momenti è legato alla moda. Tutto il mondo sembra puntare i riflettori sui fantastici prodotti creati dagli stilisti italiani che, spesso, occupano con i loro volti copertine normalmente dedicate a presidenti, conflitti mondiali, scoperte sensazionali. Armani ne è un esempio. Giornalisti, compratori, Vip, di ogni paese, invita-

ti o meno, fanno a gara per apparire alle sfilate dei nostri più prestigiosi marchi dell’abbigliamento, quali:

Prada, Dolce & Gabbana, Versace, Cavalli. L’aria che si respira durante la settimana della moda alza la tem-

peratura già alta della città. Nel caos generale di incontri, appuntamenti, strade intasate, taxi introvabili, ristoranti felicemente stracolmi, e locali notturni che prolungano la fibrillazione generale fino a notte fonda, quello che mi ha sempre colpito quando osservo gli stranieri che corrono sorridenti per attraversare la città all’inseguimento della sfilata più esclusiva che c’è, sono sempre state le scarpe. Perché le scarpe? perché la calzatura è un elemento veramente personalizzante dell’abbigliamento, dal

spillo, scarpe da tennis o da barca, sabot di legno, stivali sportivi o con super tacchi, ed ecco che tutto cambia, e ci potrà dire se siamo davanti ad una cinese, a una francese o piuttosto ad una italiana supermodaiola. E se Milano presenta la ricerca dei tanti

quale si potrebbe dedurre, se non fosse possibile vedere il resto del corpo, continente, nazione, personalità ed abitudini di chi la indossa. E se per qualsiasi donna un tubino nero è un jolly del guardaroba quasi sempre uguale, cosa potrà distinguere ognuna di queste donne se non le scarpe che indossa. Ballerine, tacchi a

stilisti che ne occupano le passerelle, la Lombardia è la sede di molte aziende del settore calzaturiero e Vigevano ne è l’epicentro, la “città della calzatura” per eccellenza. Vigevano è infatti anche la sede del Museo della Calzatura. I fondatori del prestigioso Museo sono stati: lo storico Luigi Barni e l’impren-

Pavia e i suoi musei Un patrimonio da scoprire

Anna Guainazzi

A

ffacciata sulle rive del Ticino, Pavia, una tra le città d’arte più notevoli della Lombardia, ha una storia secolare e una cultura artistica e scientifica di grande importanza. A testimonianza di ciò, oltre

colo e le collezioni dell‘800 rimasto chiuso per quae del ‘900, tra cui emer- si mezzo secolo. Solo la ge la Donazione Morone; Certosa con la sua splenla Sezione di Scultura dida facciata in stile gotiModerna e Gipsoteca; il co varrebbe una visita. Il Museo Luigi Robecchi museo raccoglie opere proBricchetti; e in fine il Museo venienti dal complesso model Risorgimento, dedicato nastico o a esso collegate. alla storia locale. Una visi- Al piano terreno è conserta ai Musei Civici è sicura- vata la Gipsoteca nella qua-

ditore Pietro Bertolini al quale è dedicato. Collocato dal 2003 all’interno del Castello, durante gli scavi per il restauro è stata persino rinvenuta una pianella d’epoca che si ritiene appartenuta a Beatrice D’Este, moglie di Ludovico il Moro. Ma se buona parte del Museo presenta calzature storiche, la parte dedicata al design propone sempre nuovi stilisti. Si alternano creazioni di Pfister, Gucci, Marc Jacobs, Manolo Blahnik o dell’impareggiabile Renè Caovilla. La “Sala delle meraviglie” stupisce il visitatore persino con un incredibile cappello-scarpa disegnato da Salvador Dalì. Come si può notare quindi, la calzatura è anche “arte”, un vero feticcio che, da sempre, ispira artisti di ogni settore. La troviamo rappresentata spesso in pittura, scultura, fotografia, sempre a farci l’occhiolino e a confessare con civetteria intrigante la personalità di chi la indossa, quasi come un “diario segreto”. Durante il periodo delle sfilate sarà presentata una collezione di “SCARPESCULTURA” disegnata da Clara Bartolini, artista milanese già stilista di calzature per marchi quali: Fratelli Rossetti, Ugo Rossetti, Magli, Linea Lidia, Calzaturificio di Varese e molti altri. Ne presentiamo una anteprima.

ON POO DE DIALETT Per comprendere quanto il dialetto milanese fosse articolato, complesso ed al tempo stesso caustico, esaustivo, mirato ed essenziale, dritto all’obbiettivo senza tanti equivoci o fraintendimenti, vogliamo citare solo due parole, con le loro sfaccettature ed i modi di dire ad esse collegati. Cominciamo con la prima, ovvero la “BARETTA”cioè la BERRETTA:

al famoso Ponte Coperto, al Duomo e alle tante altre chiese, bisogna ricordare i Musei Civici, i Musei, le raccolte dell’Università e la collezione nel Museo del Monastero della Certosa. I Musei Civici, si trovano dal 1951 al Castello Visconteo, circondato da un grande parco e meta irrinunciabile per chi decide di visitare la città. Le opere tutte di grande qualità, sono contenute in splendide sale affrescate, e sono suddivise in sezioni tematiche: il Museo Archeologico con la straordinaria raccolta di vetri romani; la sala di Pavia capitale longobarda; capolavori di scultura romanica, tardogotica e rinascimentale; la raffinata Pinacoteca, con dipinti del XIII al XVIII se-

mente un ottimo modo per le sono esposti circa 200 conoscere le vicende che calchi in gesso tratti dai rihanno riguardato questa lievi di facciata, dai chiostri città durante il passare dei e da altre parti del monasecoli. Per favorire la frui- stero, e dal monumento sezione da parte di scolare- polcrale di Gian Galeazzo sche e di comuni visitatori Visconti, fondatore della dei materiali contenuti nel Certosa nel 1396. Al piano Museo di Storia Naturale, superiore si trovano paranell’Orto Botanico, nel menti, dipinti e sculture. Museo di Mineralogia, è Fra questi, bisogna sestato istituito il Sistema gnalare la grande Pala di museale d’Ateneo, dove si Bartolomeo Montagna e i trovano le collezioni scien- dipinti su tavola, frammentifiche dell’Università. Qui ti di polittici, di Ambrogio sarà possibile ammirare Bergognone e Bernardino l’eccezionale patrimonio Luini, e gli straordinari aldi beni culturali, accumu- torilievi marmorei realizlati e conservati nel corso zati da G. Antonio Amadeo, della storia di una delle più C. Mantegazza e A. Busti antiche Università italiane. detto il Bambaja. Il paInfine è impossibile non ci- trimonio di monumentare il Museo della Certosa, ti e musei fanno di Pavia aperto per la prima volta una città che merita sicual pubblico nel 1911 e poi ramente più di una visita.

-baretta a la spagnoeula

=

montiera

-baretta a guss d’oeuv

=

berretta arrovesciata

-baretta del pecc o col pecc =

berretta a lucignoletti (quella berretta a più colori che suol essere delizia de’ contadini)

-baretta a la marinara

=

berretta feltrata

-baretta de indorador a foeugh

=

buffa

-baretta de viagg

=

pappafico

-giugà a foresetta baretta =

giocare a prestami la forbice, o ai quattro cantoni

Ed a questo punto andiamo a sbizzarrirci sulla parola FORESETTA, cioè la FORBICE, che si compone di: manegh (aste), anej o oggioeù (anelli), lamm (lame), ciod o brocca (chiodo passante). Col termine foresetta veniva anche indicata una lingua malefica; e in generale, perché è facile dalle ciarle trascendere al mormorare…lingua ciarliera e lingua femminina. Tant’è che su alcuni dizionari si indicano col termine di forbicioni “anche quei luoghi ove è crocchio usuale di maldicenza e mormorazione”. Da cui: -maneggià ben la foresetta

=

essere buon satirico

Infine il verbo foresettà indica: sbottoneggiare, tagliar le calze ed il giubbone o i panni, lavare il capo col ranno caldo o freddo, coi ciottoli, colle frombole. Mormorare. Dir male d’altrui.

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Hannes Schick e l’Arte di denuncia Il famoso fotoreporter ci racconta dei suoi reportages

Alejandro De Luna

I

nizio la nostra intervista con un dato preciso; ho visto un sito internet che ti pone tra i migliori fotografi del mondo. Quali sono i tuoi obiettivi professionali e come sei approdato al mondo dell’arte? Sono sempre stato un fotografo impegnato nelle tematiche sociali prima di essere un fotografo artistico. Ho lavorato con il network d’agenzie Contrasto-Magnum-Katz e ho pubblicato le mie foto di guerre, colpi di stato, crisi sociali ed altro in riviste come Stern, Spiegel, l’Europeo e molte altre. Vedere le mie foto che ho realizzato spesso rischiando la vita, per comunicare, o meglio denunciare un problema, pubblicate tra un inserto commerciale e l’altro e dover constatare che scuo-

tono ben poco interesse e ancor meno cambiamento nella società, mi ha indotto a cercare altri canali di comunicazione. Adesso sono impegnato nella creazione di opere fotografiche con l’applicazione di testi che s’inseriscono nel circuito artistico, più che in quello mediatico. La serie si chiama “Chi ha rubato il mondo”. Quali sono le caratteristiche principali di queste tue ultime opere? In questa serie anch’io sovrappongo alle mie foto frasi e slogan con gli standard comunicativi del linguaggio pubblicitario o dei media nel tentativo di svincolarmi dai canali di comunicazione per i quali erano creati. Lo scopo di tali messaggi è quello di sottolineare il significato della fotografia al fine di aumentarne l’effetto. Si tratta d’immagini che vediamo ogni giorno ma

che con l`intervento del segno scritto si riempiono di nuovi significati. In questa serie utilizzo tematiche come la guerra, l’oppressione e l’ingiustizia e applico testi con i quali cerco di creare un veicolo di denuncia, amplificato proprio dalla combinazione della parola e dell’immagine in un rapporto di corrisponden-

za e reciprocità, contrapponendo immagini reali forti a slogan banali e ironici. Parlami del tuo concetto d’arte e spiega che cosa ti ha portato a creare la combinazione di testo e foto? Per me l’arte, non è solamente un’espressione individuale ma è soprattutto rivolta verso l’esterno. E’ comunicazione l’informa-

zione giornalistica e la pubblicità che ha influenzato l’arte di Andy Warhol. Il Realismo Sovietico si sviluppò dai movimenti artistici del momento, dal costruttivismo al suprematismo (Michail Larionov, Natalia Goncharova e Kazimir Malevich) caricando l’arte di messaggi rivoluzionari, politici o propagandistici. Le notizie nate con il fine di raggiungere un pubblico sempre più vasto sono state divulgate anche negli anni ‘60‘70, quando alcuni artisti, per svincolarsi da canali comunicativi elitari, hanno creato un movimento che utilizzava gli stessi Standard dei mass media. Artisti che appartenevano a questo filone erano Alain Arias-Misson, Paul De Vree o Julian Blaine, fino a Jenny Holzer e Barbara Kruger. In Italia questa corrente era

rappresentata da artisti del Gruppo 70 al quale appartenevano Eugenio Pignotti, Luciano Ori, Ketty La Rocca, Mirella Bentivoglio, Emilio Isgrò e tanti altri. Perché hai scelto Milano per le tue esposizioni? Anche se viaggio molto e sono spesso fuori Milano, la trovo una città interessante dal punto di vista professionale per chi, come me vuole vivere in Italia ed essere allo stesso tempo vicino all’Europa. Quali sono i tuoi prossimi progetti? Oltre alla mostra “Chi ha rubato il mondo” sto preparando un progetto sulla donna con il nome “Eva dove vai?” e una mostra sul panorama mondiale che si chiama “Guerra contro noi stessi”. D’accordo, credo sia sufficiente per dare una visione globale al nostro pubblico rispetto alla tue opere. Grazie mille, Hannes. Grazie a te e a “OK Arte”.

Libreria Archivi del ‘900 Museo Poldi Pezzoli Incontro con quattordici artisti

I.B.

Si è svolta presso la Libreria “Archivi del ‘900” la mostra collettiva di pittura e di scultura dal titolo: “Incontro Con Quattordici Artisti” a cura di Marina Speranza. L’esposizione racchiude numerose opere figurative ed informali dai colori ben calibrati realizzate con diverse tecniche pittoriche. Sono state presentate e apprezzate dal 16 al 28 gennaio 2009 le opere di: Mara Azzarà, Giuseppe Banfi, Grazia Bocchio, GianBeppe Costa, Karim Feurick, Pasquale Ioverno, Bruno Martinetti, Lucio Oliveri, Caterina Peduzzi, M. Antonia Peruchetti, Renato Restelli, Elisa Scalise, Adelina Strano, Anna Trapasso. Libreria Archivi del ‘900 via Montevideo, 9 Milano Dal martedì al sabato ore 10.30 – 19.30 Domenica e lunedì chiuso w w w. a r c h i v i 9 0 0 . c o m libreria@archivi900.com telefono: 02 89423050.

Opera di Lucio Olivieri

Giuliana de Antonellis

G

ian Giacomo Poldi Pezzoli, figlio di Rosa Trivulzio, ha avuto un’educazione al bello e all’arte del “collezionare” dalla madre e dai suoi predecessori. All’età di 24 anni eredita il Palazzo e il patrimonio ed inizia i lavori di trasformazione del suo appartamento mescolando stili diversi come era la moda del tempo. Contemporaneamente inizia a viaggiare e ad avere contatti con i più grandi collezionisti dell’epoca che gli permettono di far arrivare a Milano opere di vario genere: armi, quadri, tappeti, arazzi, vetri, ceramiche, gioielli. Collezioni che trovano sistemazione in stanze dallo stile corrispondente all’età di quanto esposto, secondo la logica di interpretare la casa privata come una galleria d’arte. Alla sua morte, nel 1879, per lascito testamentario la casa e tutte le opere in essa contenute divennero una Fondazione Artistica “ad uso e beneficio pubblico in perpetuo colle norme in corso per la Pinacoteca di Brera”. L’amministrazione e la direzione venivano affidate a Giuseppe Bertini, il quale nel 1881 inaugurerà il nuovo museo, in occasione dell’Esposizione Nazionale di Milano. Da quel momento esso divenne modello di riferimento per la costituzione di altre grandi case-museo di collezionisti. Il Museo Poldi Pezzoli è una casa museo situata nel cen-

tro di Milano a pochi passi dal Teatro alla Scala, in Via Manzoni, 12 e fa parte dal 2008 del circuito delle Case Museo di Milano. Rappresenta una delle testimonianze più interessanti del “collezionismo privato” iniziato da Gian Giacomo e proseguito nel tempo dai suoi successori e dai direttori del Museo che hanno arricchito il patrimonio accogliendo le generose donazioni di privati e facendo oculati acquisti di opere. Il restauro del Museo dopo il periodo bellico ha lasciato intatta l’atmosfera ottocentesca e l’ambientazione delle stanze. Oggi è possibile ammirare a partire dal pianterreno la Biblioteca, il Salone dell’affresco con

Bar Il Cortiletto di Achille Cennami all’interno dell’Accademia di Brera

il Tappeto di caccia e il Ritratto di Giuseppe Poldi Pezzoli, la Sala d’armi, la Sala dei Pizzi e lo Scalone antico che porta al piano nobile. Qui, attraversato il Ve s t i b o l o , troviamo la Sala degli Stranieri, la Sala degli Stucchi, il Salone dorato con opere del Ma nteg na, del Pollaiolo, del Botticelli ed altri, la Sala del Ghislandi con un’opera di Frà Galgario, la Sala degli Orologi, la Sala dei Vetri, la Sala del Palma, la sala del Perugino e altre sale che racchiudono anch’esse tesori da ammirare. Tesori che si aggiungono di anno in anno e che la Fondazione onlus della casa museo custodisce gelosamente secondo l’intento fondamentale di costituire un servizio per la comunità. Proprio per tale servizio che esso svolge è fondamentale, se non d’obbligo una visita, non solo del turista straniero, ma del cittadino milanese prima, italiano poi, per permettere al Museo di “vivere” anche al di fuori delle sue mura. www.museopoldipezzoli.it.


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Museo di Cinisello Balsamo? Presente, anzi…futuro prossimo!

Nuove riflessioni sul contemporaneo ed accedervi ora è più facile Lorenzo Marcianò

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l museo sta cambiando. Non più semplicemente un posto dove esporre e conservare opere d’arte o, più in generale, beni culturali appartenenti al passato recente o remoto. Esso è luogo dove il contemporaneo è di scena. Il rapporto che intercorre tra passato e presente, tra antico e nuovo e se vogliamo tra storico e contemporaneo si concretizza in queste nuove strutture. A Cinisello Balsamo, un piccolo centro poco fuori Milano, è attivo da qual-

che anno un Museo di Fotografia Contemporanea. La struttura stessa tiene in se questo sposalizio tra passato e presente grazie ad un progetto architettonico moderno ed elegante che si adatta nell’ala sud di una villa d’epoca seicentesca (Villa Ghirlanda). Il museo presenta al pubblico un bookshop, una reception, una sala conferenze, una biblioteca, una sezione per la didattica e alcuni progetti di interesse collettivo. A questi spazi va aggiunta e sottolineata l’area multimediale. L’attenzione verso i nuovi sistemi tec-

nologici è lo sforzo che il museo compie per l’aggiornamento dei sussidi tecnici. Dei computer permettono la navigazione sul sito del museo e la visualizzazione delle immagini presenti in mostra e nell’archivio, il quale oggi conta circa un milione di fotografie realizzate da trecento artisti diversi tra italiani e stranieri. Lo spazio virtuale è l’unico ambiente capace di mettere in mostra tante fotografie. A questi computer si aggiunge uno schermo interattivo dove è possibile scorrere e visualizzare a tutto schermo le fotografie di molti autori usando direttamente le mani. Il museo attualmente presenta due mostre molto diverse ma che rivolgono l’attenzione ad un tema comune e sempre di attualità: la città. Città che si evolve, si trasforma e si mette in gioco. Le fotografie di Francesco Radino ci raccontano la trasformazione del tessuto urbano e scopriamo dai suoi scatti come questo museo oggi sia più accessibile di ieri. Da gennaio infatti è

Il Presente del Futurismo

L’arte è vita: Milano Palazzo Reale 6 febbraio - 7 giugno 2009 Francesca Bellola

A Milano, la città che sale, il Futurismo è nato e ha vissuto la sua prima, entusiasmante stagione. La mostra di Palazzo Reale dedica al Centenario di questa avanguardia rivoltosa e visionaria una mostra ricca che occuperà, eccezionalmente, l’intero piano terreno della Reggia milanese. Sarà l’evento centrale di un ricchissimo programma di iniziative, con manifestazioni di teatro, cinema, danza, moda, che faranno della città, per l’intero 2009, la capitale del Futurismo. Sono circa quattrocento le opere esposte fra le quali progetti e disegni d’architettura, scenografie e costumi teatrali, fotografie, librioggetto, oggetti di arte decorativa, pubblicità, moda, tutti segnati dall’impronta innovatrice del Futurismo. Ridurre l’esame del Futurismo alla sola pittura e scultura rischia infatti di snaturarne il volto, cancellando quella che resta la sua più vistosa e ineguagliata specificità. La mostra rilegge l’intera estensione temporale del futurismo, fino allo scadere degli an-

ni Trenta, ed evidenzia da un lato le eredità che raccolse, dall’altro i lasciti che seppe affidare alle generazioni future. La mostra si apre con una panoramica della cultura visiva lombarda di fine Ottocento: il Simbolismo notturno e visionario di Alberto Martini, Romolo Romani e Luigi Russolo e, insieme, la scultura di Medardo Rosso, fusa nell’atmosfera e smaterializzata dalla luce cui attingeranno i futuristi. Ed ecco il Simbolismo di segno più mistico di Gaetano Previati, ma anche l’arte impegnata nel sociale di Pellizza da Volpedo. Già in questa sezione d’avvio entrano in scena i cinque firmatari dei manifesti pittorici del 1910: Boccioni, Umberto Carlo Carrà, Luigi Russolo, Giacomo Balla e Gino Severini, durante la militanza in seno al Divisionismo. Marinetti è infatti il vero detonatore del nuovo corso dell’arte italiana, il demiurgo della rivoluzione estetica che segna trent’anni del nuovo secolo. Di qui in poi la mostra è articolata per decenni e di ognuno individua la dominante estetica. “Gli anni Dieci e

il Dinamismo plastico” si introduce nell’arte quello che viene inteso come il nuovo valore assoluto della modernità. Lungo gli anni Venti, in un’Europa impegnata nella ricostruzione dopo la Grande Guerra, l’arte futurista appare fortemente connotata da una nuova esigenza di ordine e di chiarezza non più in antagonismo bensì in piena e stretta concordanza con le altre avanguardie europee. Nella sezione dedicata agli anni Trenta e l’Aeropittura viene esemplificato un inedito alfabeto della modernità, frutto della nuovissima avventura percettiva consentita dal volo aereo. Da ultimo, una sezione intitolata “Dopo il futurismo” presenta opere di Fontana, Burri, Schifano, Dorazio, e di esponenti della Poesia Visiva come Miccini e Pignotti. Tornare in città, afferma l’Assessore Finazzer Flory, è la provocazione del nostro tempo per dare forma alle contraddizioni della con-temporaneità, perché Velocità + Arte + Azione non sono soltanto tre parole-chiave contenute nel titolo dell’esposizione ma interpretano perfettamente lo spirito futurista.

attiva una nuova linea metro-tranviaria 31 che parte da piazza Lagosta ed arriva proprio al museo passando per viale Zara, Fulvio Testi e il Parco Nord. La seconda mostra allestita al secondo piano pone l’attenzione sui giovani, sul loro modo di vedere la città. Fugaci mo-

menti e curiosi aspetti del quotidiano, interpretati da uno stile nuovo e disinibito, sono le fotografie dei ragazzi di Milano e Toronto che si confrontano. La città e i giovani, ecco come il museo diventa contemporaneo ed il risultato merita la visione per di più se l’ac-

cesso all’intera struttura è gratuita. www.museofotografiacontemporanea.org villa Ghirlanda, via Frova 10 Cinisello Balsamo, Milano. Orari di apertura: martedì – domenica 10-19, giovedì 10-23. Biblioteca: mercoledì – venerdì 10-19. Ingresso Libero

PERSONALE DI

CARLA MONTI

Inaugurazione giovedì 26 febbraio ore 18.00 Dal 26 febbraio al 21 marzo 2009 Galleria Degli Artisti

Via Nirone, 1 Ang. Corso Magenta 20123- Milano Tel. 02-867841 Orari: 10.00-12.30 16.00-1900 www.carlamonti.it info@carlamonti.it tel. 380-3110156 Canale Sky 880 Lunedì e venerdì ore 20/21

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Ferruccio Segantin “Urban Passengers” Il corpo e lo spirito Mariarosaria Stigliano

Tradizione formale e tematiche “culinarie” per un artista capace di conciliare gli opposti Mauro De Sanctis

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on sempre la via della ricercatezza compositiva costringe verso la rinuncia alla semplicità dello stile, all’immediatezza di lettura di un’opera pittorica. È questo che emerge con forza al cospetto dei lavori di Ferruccio Segantin, artista della provincia milanese, nato a Locate di Triulzi nel 1960, eclettico rappresentante del circolo di Melegnano, di cui entra a far parte già nel 1982. Le sue fatiche sono testimonianza della capacità – rara – di far sfociare il sapiente e articolato lavoro di strutturazione del tessuto cromatico e lineare delle proprie opere in una resa di marcata naturalezza espressiva, di limpida istantaneità comunicativa. Segantin opta per tecniche pittoriche mutuate dalla tradizione e sceglie per lo più il figurativo, ma anche quando se ne discosta l’equilibrio cromatico e la compostezza di organizzazione delle sue tele bilanciano la ricerca di modalità significative sempre più coraggiose. Semplicità e raffinatezza. Non è solo dal punto di vista formale, però, che l’ar-

tista locatese persegue la conciliazione di questa specifica apertura di polarità opposte. È propriamente a livello tematico che tale esigenza del pittore emerge nella maniera più evidente; non tanto nei paesaggi e nei soggetti en plein air, quanto in quelli che sono i pezzi più specificamente caratterizzanti il suo lavoro: i dipinti a tema “culinario”. E se la scelta di rappresentare portate gastronomiche mette in luce la necessità di un ritorno ai valori fondamentali dell’uomo, alle esigenze primarie che prendono forma nella ma-

terialità del “mangiare”, è necessario notare come i piatti che Segantin “serve” sembrino pietanze di alta gastronomia, elaborate ricette con inconsueti, talvolta arrischianti accostamenti di sapore –come pure emerge dai titoli dei lavori–: attraverso la vista, ma anche –genialmente– l’olfatto ed il gusto, l’artista riesce a parlare allo spirito di chi guarda, cercando di evocarlo nella selva delle corrispondenze sinestetiche. Cercandolo lì dove lo spirito stesso trova nascondimento: nelle profondità del corpo.

Alla Galleria d’Arte The New Ars Italica in via De Amicis 28 a Milano, ancora una volta si presenta una giovane artista di talento che, in seguito ad un importante percorso artistico e personale, ha raggiunto dei risultati decisamente interessanti. Martedì 3 marzo 2009 si inaugura la mostra di Mariarosaria Stigliano, giovane con al suo attivo già numerose mostre personali e collettive nelle maggiori città italiane. Saranno esposte circa trenta opere inedite tra oli e disegni. Una costante del suo lavoro è la città. Per questa esposizione l’artista ne ha studiato un aspetto in particolare: la città come paesaggio umano in movimento continuo, alienante e randomico, è la struttura nella quale si svolge la vita di tutti i giorni, divisa tra fermate d’autobus, tram e stazioni ferroviarie. La stazione come luogo di continuo spostamento, la strada affollata da automobili e passanti proiettati in una direzione sempre mutevole, ed infine le metropolitane, in cui si alternano momenti di attesa a rapidi passaggi di treni diventa-

no protagonisti di Urban Passeng e r s , mostra nella quale le opere d e l l ’a r t i s t a Mariarosaria Stigliano sono testimoni di un indagine segnica sull’impermanenza, la velocità e la transitorietà dell’immagine nella realtà urbana contemporanea. In questi cardini sostanziali, l’evento espositivo propone un percorso in cui emerge una visione dell’uomo come continuamente proiettato in una direzione mutevole, diviso tra le innumerevoli strade da percorrere, in scenografie urbane sempre differenti. L’artista mostra con la sua arte, come in uno specchio filtrante, quanto tempo della nostra vita vi-

viamo come fantasmi di noi stessi, assimilati gli uni agli altri, senza identità. Quanto camaleonticamente perdiamo la nostra natura animale per divenire ormai parte, ovvero struttura, dei percorsi che viviamo. Il dinamismo congelato delle sue opere ci rammenta ciò che perdiamo con la velocità: il valore dei dettagli, i sapori dell’unicità. Tutti i suoi protagonisti, infatti, in corsa per una partenza o per un arrivo, sono anime stemperate nella quotidianità delle azioni, in percorsi stazionari. Vanno. Ma nessuno potrebbe giurare sul loro ritorno. La serata evento di inaugurazione si terrà martedì 3 marzo. Sarà presente l’artista, per incontrare collezionisti, giornalisti e critici. Le opere rimarranno in esposizione fino al 15 marzo. Per informazioni: Tel +39 02876533; a rsita lica@gma i l.com

Tina Parotti e la sua Gallery House Domenica 8 febbraio 2009 sarà inaugurata la stagione espositiva della nuova sede della Gallery-House di Tina Parotti ad Arconate (Mi) Numerosi gli eventi in calendario. In esposizione oltre alle opere della stessa Parotti, si potranno ammirare anche le ultime produzioni di Bruno Coen e di Ilaria Locati. In occasione della festa di S.Valentino, verrà presentata la nuova linea di gioielli in argento: “Fiore” di Tina Parotti. Le opere sono realizzate artigianalmente a Valenza e in numero limitato.

Inaugurazione domenica 8 febbraio ore 15.00 Gallery-House via Buscate, 25 Arconate (Mi). aperta al pubblico per tutto il mese di febbraio il sabato e la domenica dalle ore 15 alle 18 gli altri giorni su appuntamento ingresso gratuito

Nel nome delle donne inaugurazione domenica 8 marzo ore 15.00 In mostra opere di: Giusi Boncinelli, Patrizia Cigoli, Isabella Cuccato, Fabian, Cristina Fumagalli, Margherita Levo Rosenberg, Ilaria Locati, Tina Parotti 8 - 31 marzo 2009 apertura al pubblico il sabato e la domenica dalle ore 15 alle 18 gli altri giorni su appuntamento ingresso gratuito www.tinaparotti.com - tel. 338-2105247


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Nicola Brindicci e la fotografia come “arte della scrittura naturale”

Clara Bartolini

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el panorama della fotografia contemporanea, l’artista fotografo Nicola Brindicci emerge per la sua capacità di creare atmosfere di grande suggestione con elementi minimi, apparentemente banali che, colti dal suo felice modo di guardare il mondo, innocente e quasi infantile, si trasformano in metafore del cosmo, dell’universo immenso e misterioso che ci circonda. Un cosmo che, nell’immaginario di Brindicci, diventa accogliente e rasserenante, o troppo vasto per non tentare di circoscriverlo in qualche modo. Elementi minimi dicevamo, che evocano spazi e luoghi interiori oltre che esterni. Luoghi lontani dal quotidiano eppure immersi in esso, quei luoghi psichici che in realtà stanno alla base di ogni nostro atto quotidiano, senza che ce ne rendiamo conto. Memorie antiche, esperienze dimenticate, ricordi dolorosi e felici. Spazi che aprono visioni di pace, di serenità catartica, o agorafobia se in quello spazio ci sentiamo troppo soli. Ed è di queste atmosfere

che sono intrisi i lavori di scrittura naturale, fermati dall’obbiettivo sapiente dell’artista. Per cominciare, bisogna fare un viaggio indietro nel tempo, quando la madre di Nicola creava, dopo aver raccolto durante le passeggiate erbe e fiori dai prati, dei quadretti freschi e poetici. Di quella poesia si è nutrito Nicola da bambino, e quel bambino rimasto nell’artista, come suggerisce Munari, è stato risvegliato per raccogliere

elementi simili, nei boschi che attraversava d’inverno nella neve, con la gioia che quella visione di candore e purezza gli evocava. Ed è sulla neve che ha iniziato a fotografare aghi di pino, semi, più raramente foglie secche, li dove li trovava, dopo averli “alleggeriti” perché fossero capaci di comunicare ciò che nel suo animo chiedeva di emergere. Più tardi, è stato il desiderio di diventare il “creatore” del suo mon-

do fantastico che gli ha fatto raccogliere e portare “ a casa” tutti quei reperti, forse per dar vita ad elementi antropomorfi, a personaggi da fiaba, forse per sentirsi più al sicuro, dominatore di un mondo apparentemente chiuso fuori dalla porta. Certamente suggestive queste candide opere “messe insieme” su fogli di cartoncino bianco. Personaggi minimi si intuiscono ed emergono con occhi di semi rotondi, con corpi di

fili d’erba ricurvi. Un universo di figure che, forse, sapevano dialogare con l’animo bambino di Nicola. Un’arte, la sua, quasi orientale, perché del Giappone propone il rigore e la poetica, la freschezza e la capacità decorativa ed evocativa insieme, della Cina i pittogrammi e ideogrammi, segni simbolici di una scrittura che nasce come rappresentazione sintetizzata nel tempo, delle “cose” e delle “figure” che rappresenta, esattamente come fa Brindicci. Che fa parlare la sua fotografia con il pubblico, per creare una comunicazione tra il suo mondo e quello esterno a lui. Quel mondo che affronta con la leggerezza e la fatica di un

bambino che non capisce tante finzioni e tante volgarità. Un’arte che al contempo è anche silenziosa, o che suggerisce il silenzio per essere profondamente “sentita”, compresa e lasciata sciogliere dentro l’animo di ognuno per essere assaporata come un cibo delicato, che esige palati sensibili e non distratti dal frastuono di fondo che tutti invade nel mondo contemporaneo. Colpisce profondamente la “pulizia” interiore che viene sottesa da queste opere. Il lavoro di Brindicci è infatti il frutto di un costante rigore artistico, di una ricerca fatta di spoliazione dagli orpelli, dagli effetti facili, dalla ridondanza fin troppo riconoscibile.

stati d’animo, in Francesco Palmisano il gesto appare piu’ controllato, mediato, per cosi’ dire, premeditato. Sostanzialmente funzionale al progetto espressivo. A questo servono cerchi o altre forme che circoscrivono e separano sgocciola-

ture da sciabolate di colore: a controllare, incanalare il flusso emotivo in forme dal vago sapore archetipico e in equilibri mediati dalla ragione. La mostra è sempre visitabile virtualmente sul sito della galleria: www.galleriazamenhof.com

Francesco Palmisano

Un premeditato espressionismo astratto

Virgilio Patarini

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i e’ svolta con successo di pubblico e critica, alla Galleria Zamenhof, nell’ampia e luminosa Sala “Emilio Vedova”, dal 14 gennaio al 1 febbraio 2009, la mostra personale (quasi una piccola antologica) di Francesco Palmisano intitolata “Mondi paralleli”. E collocazione espositiva non poteva essere piu’ azzeccata: sia per la grandezza dello spazio, adatto ad ospitare le opere di grande formato dell’artista milanese, sia per il nome della sala, intitolata al

maestro veneziano. I numi tutelari di Palmisano, infatti, dal punto di vista stilistico, sono i due campioni riconosciuti dell’Espressionismo Astratto: l’americano Jackson Pollock e, per l’appunto, Emilio Vedova. I riferimenti sono evidenti, espliciti. Nella maggior parte delle sue opere l’emergente artista poco piu’ che quarantenne utilizza entrambe le modalita’ gestuali dei due giganti dell’astrattismo: il dripping di Pollock e le sciabolate di Vedova… Ma per questo siamo autorizzati a considerare Francesco

Palmisano un semplice epigono? Possiamo, solo sulla scorta di una superficiale analisi formale delle tele di Palmisano, classificare questo pittore come un ‘neo-espressionista astratto’? La sua e’ sic et simpliciter una pittura gestuale? La questione, credo, da affrontare, e’ quella dell’utilizzo, della declinazione di tecniche e stili preesistenti; la nostra attenzione, il nostro indagare deve soffermarsi dunque sul come questo artista utilizzi dripping e gestualita’. Se facciamo questo subito balenera’ agli occhi della nostra in-

telligenza, l’uso per cosi’ dire strumentale (manierista?) del retaggio tecnico di Pollock e Vedova perpetrato da Palmisano. Infatti, mentre i due capiscuola dell’Action Painting cercano nel gesto una sorta di espressione diretta di emozioni e

Le Aggressioni ambientali di Roberto Borotto G. Nero e D. Corsetti

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ercoledì 4 febbraio 2009 si è inaugurata la mostra personale di Roberto Borotto “Hambients” nella sala “Lucio Fontana” della Galleria Zamenhof, in via Zamenhof 11, a Milano. La collaborazione di questo artista con la galleria Zamenhof è iniziata nel settembre scorso, quando sei sue opere sono state selezionate per la mostra “Abstraction Parade” presentata in anteprima a Milano e poi in “tour”, tra gennaio e febbraio 2009, alla Galleria Ariele di Torino e alla Galleria Il Rivellino

di Ferrara, con grande successo di pubblico e di critica. E proprio il successo riscontrato tra gli altri anche da Borotto ha suggerito alla direzione artistica della galleria milanese di proporre una sua piccola ma articolata kermesse personale in grado di rendere conto della sua lunga ricerca artistica. Da molti anni infatti nei suoi lavori di spiccata matrice gestuale, Borotto presenta una vasta carrellata di situazioni, ispirate dal contrasto, profondamente attuale, dell’ambiente inteso come “ecosistema” in conflitto con gli “ambienti”, intesi come “spa-

zi” occupati dall’uomo contemporaneo. Ancora una volta dunque, in questa mostra, egli affronta il tema dell’invasione umana dell’ambiente con opere violente, traumatiche. Ambienti suburbani, metropolitani, ispirano luoghi dell’anima dipinti in una sorta di espressionismo astratto rivisitato, stratificato, guizzante e “sgocciolante”, che si nutre di colti riferimenti a Vedova, Toti Scialoja, De Koonig. La mostra curata da Virgilio Patarini, si intitola “Hambients”, ovvero vedute, ambienti e situazioni che fanno parte del nuovo eco-

sistema generato dall’industria, dal “progresso”, dalla “nicchia ecologica” occupata dall’uomo del XXI secolo. Un uomo che produce e scarta, che rifiuta e convive con questi ambienti, un uomo che ne è vittima ed artefice allo stesso tempo. Borotto si ritrova a raccontarsi attraverso questa parata di scorci, in cui, come un contemporaneo Virgilio ci accompagna nei recessi di un familiare e tuttavia sconosciuto aspetto della nostra umanità. Dal 4 al 22 febbraio 2009. Orari di apertura: dal mercoledì alla domenica, dalle ore 15 alle 19. Ingresso libero.

Condizioni ambientali, acrilico su tela, cm 40 x 60


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Prospettive post moderne

L’audace colpo della banda Zamenhof Stefano Quatrini

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a galleria Zamenhof di Milano con “Prospettive post moderne” ha proposto, tra il dicembre 2008 e il gennaio 2009, una collettiva di pittura e scultura in cui veniva favorito il confronto fra le affinità degli artisti in mostra pur senza ostacolare, anzi rimarcando, le scelte individuali. Affinità che vertono tutte sul comune intento di far tesoro del prezioso patrimonio delle Avanguardie storiche attraverso il recupero, la rielaborazione e l’approfondimento di stili e tecniche che rievocano i principali movimenti dell’arte moderna, soprattutto italiana, della seconda metà del ‘900. Ma anche comune bisogno di farsi custodi della tradizione che la contemporanea società, troppo occupata dai problemi dell’oggi, sembra irrimediabilmente trascurare. Se per Valentina Carrera la

La banda Zamenhof, da sin. Virgilio Patarini, Giovanni Grassi, Giuseppe Giacobino, Valentina Carrera, Davide Corsetti, Simone Boscolo.

ti, espliciti, volutamente ostentati, ma diverse appaiono le intenzioni degli artisti in mostra. Patarini si rifà ai cementi di Uncini e ai decollage di Rotella per denunciare l’inconciliabilità fra la moderna società

Carrera, Terra promessa, t.m. su tavola, cm 150 x 100, 2008

tradizione si può rinvenire nella Bibbia o nella cultura ebraica, per Simone Boscolo essa è da ricercare nelle origini contadine e popolari dei nostri antenati, mentre per Virgilio Patarini sono i greci, Shakespeare e Leonardo i riferimenti a cui tendere e per Corsetti certa poesia – Eliot, Coleridge, etc - e certa musica – Bach, Mozart, etc. – non possono mancare in una riflessione profonda sull’Uomo ed il suo tragico destino come per Giacobino è fondamenta- Giacobino, Koan (dittico), le considerare cm 50 x 50, 2008 un’apertura mentale, propria dell’orien- Borgonovo e il neo costite, per tentare di giungere, tuito gruppo Polo Positivo attraverso il ragionamen- – riadatta le invenzioni stito filosofico e non dogma- listiche dei grandi del ‘900 tico, ad una nuova visione contaminando correnti, del mondo. Ognuno de- movimenti e scuole divergli artisti sopra citati co- se fra loro, a volte addiritme anche le “comparse” di tura contrapposte, secondo Prospettive post moder- una propria, libera ed autone – presenti con una so- noma poetica in una ricerla opera gli scultori Fabio ca del bello piuttosto che Cuman, Luigi Profeta, del nuovo. I tributi ai granEmanuele Racca, Andrea di Maestri sono eviden-

logia essenziale fatta di esili linee richiamando gli studi di Kandinsky, Einstein, Jung, Freud… Appare doveroso sottolineare che i cinque artisti presenti in Prospettive post moderne coincidono con i promoto-

In mostra opere di Boscolo, Carrera, Corsetti, Giacobino, Patarini e altri... – simbolicamente una società del cemento, grigia, immota, senza vita – e le sue origini ben salde nella Natura – visibile nei frammenti di studi anatomici di Leonardo come nelle tracce umane disseminate qua e là - mentre Boscolo ingrandisce vecchie fotografie dell’Italia agreste del secolo scorso per poi graffiare, cancellare e colorare alcuni particolari conferendo a quelle immagini una dimensione onirica, di un immaginario collettivo che va perdendosi nei meandri della memoria. Carrera e Corsetti esplicitamente richiamano la pittura astratta ed informale del secondo dopoguerra – Carrera rielabora Burri e Tapies, mentre Corsetti utilizza il dripping di Pollock e la gestualità energica di Vedova – in una ricerca esistenziale e profondamente intima. Giacobino sceglie invece la purezza del bianco per il ciclo dei Koan – moderna interpretazione degli antichi dialoghi orientali fra il maestro e il discepolo – per invitare alla riflessione sull’origine delle cose, mentre in altri cicli utilizza i colori primari e la simbo-

ri della galleria Zamenhof (a cui si aggiunge Giovanni Grassi di cui si è ammirata l’antologica a cura di Davide Corsetti -- dal 14/01/09 al 01/02/09 nello spazio Burri della medesima galleria). Il loro ruolo acquista così una valenza diversa, più ampia, di animatori di un progetto ambizioso, quasi un manifesto: riunire una genera-

Boscolo, Il bacio, t.m. su forex, cm 100 x 70, 2008

zione di artisti – in buona parte quelli selezionati per le rassegne presentate ed in programma alla Zamenhof – che, conscia del ricco patrimonio ereditato dalle Avanguardie storiche, ne elabora, contamina e trasforma stili e contenuti per offrire una rinnovata vitalità all’arte contemporanea italiana. Il concetto di post moderno è una linea di ten-

denza piuttosto ampia. Nel suo ambito convivono manifestazioni espressive diversificate che originano da atteggiamenti artistici diversi. Riunirli insieme è un’operazione temeraria ed il risultato atteso una svolta importante nell’arte di oggi. Prendendone parte, anche solo come spettatori, ci fa sentire parte della Storia. www.galleriazamenhof.com

Corsetti, ‘Sandalphon’, cm 100 x 80, 2008

Patarini, L’insostenibile leggerezza dell’essere e non essere


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Un giardino di fiori di cemento

Virgilio Patarini all’Atelier Chagall, con trenta opere inedite Davide Corsetti

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on la nuova serie di opere dei “Fiori di cemento”, Virgilio Patarini presenta una tra le più suggestive declinazioni della sua ricerca artistica, esplorando ed aprendo un nuovo orizzonte sulle intuizioni che caratterizzavano i suoi precedenti lavori. Dalla serie degli Ex-Libris a quelle dei Codici di Leonardo, Patarini affronta ed analizza il tema della comunicazione e del linguaggio nell’era contemporanea, tema che inevitabilmente lo avvicina ad artisti come Rauschenberg, Rotella ed Isgrò, ma dai quali si distacca più o meno decisamente sia per quanto riguarda i contenuti intellettuali e simbolici, sia per quanto concerne le scelte espressive, nelle quali ritroviamo sì, un’affinità ai Combipaintings ed alle istallazioni di Rauschenberg, ma anche una consapevole adesione e contaminazione con l’Action painting di Vedova e l’Informale di Fautrier. Nei lavori di Patarini l’operazione “Pop” è affascinante ed inusuale: il recupero infatti non è di immagini ed oggetti quoti-

diani, ma di frammenti di cultura antica e di simboli arcaici, tra i quali l’Uomo Vitruviano ed i disegni anatomici di Leonardo da Vinci, le pagine di romanzi di Dostoevskij, dell’Amleto di Shakespeare, delle tragedie greche, delle opere dell’iconografia cristiana; tutti frammenti di una cultura sulla quale si fonda e si articola il pensiero occidentale e che ancora influenzano, a tutti i livelli, la nostra società. Sfumatura raccolta e raccontata da Patarini che la rende conclamata, seppur conscio di doversi scontrare con la memoria e l’inconsapevolezza della cultura contemporanea, pigra e massificata da un lato e troppo evoluta dall’altro che, di quelle sue origini, non può che cogliere dei frammenti. Per questo nelle opere di Patarini vi è spesso una dialettica tra “oggetto citato” e “materia pittorica” (specie nella sua espressione più informale), che si legge nell’affiorare dei frammenti da un mare di materia informe, espressiva e gestuale - ottenuta plasmando cemento, carta, pittura e sperimentando materiali extrapittorici - elemen-

to che aggiunge tensione e che racconta il tentativo dell’artista di conciliare questi due elementi opposti che pur tuttavia alternano i loro ruoli in un “gioco delle parti” in cui arcaico e contemporaneo si mescolano e si confondono in un suggestivo crogiuolo di passione e ragione, ordine e caos, rumore e silenzio, di Eros e Thanatos. Ed è a questa poetica che appartengono, seppur con nuova formula d’indagine, le opere della serie dei “fiori di cemento” sulle quali la mostra pone l’attenzione, opere in cui la materia informale dialoga con un “oggetto-fiore” racchiuso in un’epidermide di cemento: un involucro abbastanza sottile da lasciarne leggibile la forma ed allo stesso tempo sufficiente ad ammutolirne l’essenza rinchiudendola nella propria materia. Un atto preservativo dunque, ma che proprio per questo motivo, non può fare a meno di renderne silenziosa la parte vitale. Ci si trova dunque di fronte ad uno stallo, un’impasse, eco forse di questi nostri tempi, che fanno sì che l’uomo faccia di tutto per celare la propria “essenza” per poterla preservare, per difen-

derla dall’azione, dall’atto che potrebbe corromperla o addirittura distruggerla. Si, perché a mio giudizio, più che parlare di una natura soffocata dal cemento, Patarini ci parla dell’uomo e della sua condizione nel mondo contemporaneo. Il fiore utilizzato infatti è la rosa, il cui significato simbolico è strettamente connesso sia alla passione umana, che alla simbologia cristiana del sangue del Dio incarnato: il fiore come simbolo dell’anima dell’uomo rinchiusa nel cemento. Tuttavia il paradosso che si avverte, passando in questo giardino di fiori silenziosi, è che li si può sentire. Forse perché, sotto il loro involucro e la loro forma, questi fiori esistono, pulsano e vivono. E forse è questo che Patarini con il suo giardino di simboli silenziosi vuole comunicarci: proprio come quei fiori, la cui essenza è ostaggio del cemento, l’essenza di ogni uomo vive ed esiste al di là della sua forma, un’essenza prigioniera del timore di mostrarsi e di mettersi in gioco, di rivelare il proprio autentico sentire e di agire di conseguenza. Dal 14 febbraio al 5 marzo 2009

Patarini, Fiore di cemento I, cm 120 x 80, 2008

Uno scoglio bretone lungo i Navigli di Milano Mostra antologica di Giovanni Grassi

Davide Corsetti

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i e’ svolta dal 14 gennaio al 1 febbraio 2009 la mostra personale antologica di Giovanni Grassi nello spazio Burri della Galleria Zamenhof, in zona Navigli a Milano. La mostra ha presentato un’antologia del percorso artistico di Giovanni Grassi, che si snoda tra sintesi ed espressione, tra rigore concettuale ed istinto emotivo. Il tutto effettuato in anni di consapevole studio dei grandi maestri e di attenta ricerca di soluzioni personali. Osservando la produzione di Grassi infatti, ci troviamo di fronte ad un itinerario che si svolge per mezzo di intuizioni e soluzioni formali apparentemente eterogenee ed inconciliabili: opere pittorico-scultoree su formato quadrato che in qualche modo richiamano, per identità e concetto, l’Hard Edge Abstraction; accanto ad esse, le due enormi opere sullo “scoglio bretone” il cui contorno, tagliato in positivo e negativo su lastre di metallo, suggerisce speculazioni sulla memoria e la sua mutabilità, indagando sul valore del pieno e del

vuoto, di colore e non-colore, di interno ed esterno; ed ancora, il ciclo di opere pittoriche naturalistiche che ripercorrono, studiano, metabolizzano e rielaborano i paesaggi di Gauguin,

zione vicina all’astrattismo cromatico-materico di Chighine; ed infine le ultime campiture, i monocromi che si appoggiano a Rothko per poi allontanarvisi, sino a raggiungere un

lo studio di Malevič su tale formato, personalmente ravviso una vicinanza intellettuale all’Hard Edge Abstraction americana degli anni ‘60, vicinanza che si estrinseca nell’idea per

A sinistra La roche tombe’, cm 270 x 380, 1997. A destra Legno, cm 98 x 98

la pennellata pastosa di Van Gogh, la selvatica sensibilità cromatica dei “fauves”, fino a raggiungere la sintesi in un’interpreta-

personale stadio di sintesi espressiva ed emozionale. Partendo dalle opere di Grassi sui quadrati, nelle quali, oltre al richiamo del-

la quale concetto e tecnica debbano coincidere, in modo che l’opera sia “espressione di sé stessa” nel senso più puro del ter-

mine, e che quindi debba essere considerata per il suo valore oggettivo, realizzandosi nel suo stesso “esistere”. Secondo questi rispetti, l’opera vive senza essere limitata allo spazio del quadro poiché ogni suo elemento e l’intera composizione “è” il quadro, e che dunque si debba considerare attraverso l’insieme di tutti gli elementi che la compongono, sia cromatici che materici che volumetrici. Le soluzioni formali di Grassi naturalmente sono diverse dagli artisti Hard Edge, ed includono, nell’aspetto formale, un dialogo tra colore e materiali di recupero, trasformati a loro volta in ideali campiture cromatiche. Questa impostazione dialettica tra oggetto-colore-espressione si può cercare di ritrovare nelle vedute di Grassi, quelle in cui egli volge lo sguardo indietro, ai maestri del colore, da Van Gogh a Gauguin, ai fauves, per giungere, sulle orme di Rothko, al valore assoluto della sintesi cromaticaformale. Se il suo utilizzo delle campiture e del gesto impresso dalle pennellate “pastose” possono ricordare Van Gogh ed il naturalismo astratto di Chighine,

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le ultime opere monocromatiche possono essere in qualche modo considerate una personale chiave interpretativa, un ponte, tra l’assoluto valore cromatico inteso in senso quasi “ontologico” del colore, e l’espressività soggettiva del gesto che rende la pittura materia autoreferente, espressione di sé stessa, trasformandola in “materia-colore”. Dunque il colore parla di sé attraverso di sé, con il proprio pigmento, con il suo stesso esistere, entro il quale, il gesto, la pennellata, ottenute dall’artista per mezzo del sommovimento dello stesso pigmento monocromo, creano la materia dell’uomo, l’interpretazione, generando il chiaroscuro ideale in questa logica di purezza cromatica, poiché ottenuto, non da artifici pittorici, bensì dall’interazione tra la materia mossa e la radiazione luminosa. Così Grassi ci presenta lo stadio più avanzato della sua ricerca in questa direzione, in cui sintesi ed istinto espressivo, smettendo di rincorrersi, si raggiungono, mostrandoci in una parola, ciò che secondo Grassi vi è al principio dell’espressione vissuta e rappresentata: il Colore.


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Caravaggio ospita Caravaggio

Nel bicentenario della Pinacoteca a confronto quattro capolavori del grande artista lombardo Luca Pietro Nicoletti

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opo aver potuto vedere a Palazzo Marino, fino a dicembre del 2008, la bellissima Conversione di Saulo della collezione romana Odescalchi, ancora con Caravaggio si aprono le manifestazioni per il bicentenario della Pinacoteca di Brera. In questa occasione la Pinacoteca ospita, accanto alla Cena in Emmaus custodita a Brera, la precedente versione di questo tema che il Merisi aveva dipinto per Ciriaco Mattei nel 1602, e che dal 1839, si trova alla National Gallery di Londra. A queste opere si aggiungono due importanti tele giovanili: il bellissimo Ragazzo con canestra di frutta della Galleria Borghese di Roma e il sublime Concerto di proprietà del Metropolitan Museum di New York, entrambe appartenute in origine alla collezione del cardinal Del Monte, primo protettore del Merisi al suo arrivo a Roma nel 1592. Pochi sceltissimi capolavori dunque, per una “mostra dossier” aperta al pubblico fino al 29 marzo 2009, pienamente nello spirito dell’istituzione milanese che richiama alla memoria un tratto cruciale del collezionismo cittadino: la tela braidense, infatti,

non giunge in Pinacoteca a seguito delle soppressioni napoleoniche, come buona parte delle opere raccolte, ma soltanto nel 1939 per volontà degli Amici di Brera, da lì a poco sciolti dal regime, che l’acquistano dalla romana collezione Patrizi dove si trovava almeno dal 1624. A manovrare l’operazione, che esprime ad alti livelli lo spirito civico e illuminista del collezionismo milanese fra Otto e Novecento, è uno dei grandi soprintendenti di Brera, Ettore Modigliani, che sarà presto rimosso a

seguito delle leggi razziali. E’ uno degli ultimi gesti che riesce a fare, come sottolinea bene Amalia Paci nel catalogo della mostra, per la “sua” Pinacoteca. Non corrono molti anni fra le due versioni della Cena in Emmaus, ma fra esse è avvenuto un radicale mutamento. La tela di Londra è molto teatrale, giocata su un eloquente dialogo di gesti; il discepolo Cleofa, sulla sinistra, di spalle, ha avuto un sobbalzo sulla savonarola, mentre il suo più anziano compagno, con la conchiglia del

LA VERDI -AUDITORIUM DI MILANO FEBBRAIO

giovedì12 ore 20.30 (A), ven 13 ore 20 (B), domenica 15 ore 16 (C) Flavio Testi Canti d’amore Altri canti d’amore (prima esecuzione assoluta) Giuseppe Verdi Rigoletto, II atto Direttore Giampaolo Bisanti

giovedì 19 ore 20.30 (A), ven 20 ore 20.00(B), domenica 22 ore 16.00 (C) Giuseppe Verdi Messa da requiem per soli, coro e orchestra Chiara Taigi, soprano Maria Josè Montiel, mezzosoprano Francisco Casanova, tenore Giorgio Surian, basso Coro Sinfonico di Milano Giuseppe Verdi Maestro del Coro Erina Gambarini Direttore Wayne Marshall

pellegrino appuntata alla giacca come una medaglia, allarga le braccia in maniera plateale. L’oste, comprimario in secondo piano (che, osserva Mina Gregori, ha un precedente in una te-

la di Tiziano), è un giovane tarchiato e ruspante che non sembra comprendere l’evento sotto i suoi occhi, anzi resta in attesa con le mani alla cintura. Il suo più anziano collega braidense invece rimane assorto, come persona che molto ha visto e molto ha vissuto, tanto da non stupirsi più. Colpiscono, nella tela di Londra, i bianchi abbaglianti, dalla tovaglia al rovescio delle maniche, tutti freschi di bucato a far risaltare il pasto imbandito sulla tavola e ancora intatto. Piacerebbe immaginare il ragazzo della Galleria Borghese accostarsi alla mensa per posare il suo dono di frutta appena colta guarnita di foglie di fico a decorazione. Da lì in fondo partono tutte le riflessioni sulla natura morta del Seicento, soprattutto a Roma. Da una tela all’altra il tono si è fatto più raccolto, la notte più scura; i pro-

La Stella del Fiume

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pochi minuti da Milano è possibile rilassarsi e godersi la natura sulle sponde del fiume Adda. Gli amanti delle passeggiate e del trekking possono godersi il panorama della riserva naturale che regala, specialmente al tramonto, dei colori incan-

tevoli e indimenticabili ai fortunati visitatori. In questo clima poetico di Trezzo d’Adda, si trova il ristorante: “La stella del Fiume”. Il locale dispone oltre che di una sala per banchetti, cerimonie, pranzi e cene aziendali, di una veranda immersa nel verde con vi-

giovedì 19 ore 20.30 (A), ven 20 ore 20 (B), domenica 22 ore 16 (C) Karol Szymanowski Concerto n. 2 per violino e orchestra op. 61 Anton Bruckner Sinfonia n. 8 in Do minore Violino Natasha Korsakova Direttore Juanjo Mena

giovedì 26 ore 20.30 (A), ven 27 ore 20 (B), domenica 1 marzo ore 16 (C) Franz Liszt Hunnenschlacht, poema sinfonico Mazeppa, poema sinfonico Héroïde Funèbre, poema sinfonico Ludwig van Beethoven Sinfonia n. 5 in Do minore op. 67 Direttore Martin Haselböck MARZO giovedì 5 ore 20.30 (A), ven 6 ore 20.00 (B), domenica 8 ore 16.00 (C) Antonio Lauzurika Cuaderno de viaje Jean Sibelius Concerto per violino e orchestra in Re minore op. 47 Johannes Brahms Sinfonia n. 1 in Do minore op. 68 Orchestra de Euskadi Violino Yura Lee Direttore Andrés Orozco-Estrada

tagonisti, come inghiottiti dall’ombra, sono molto invecchiati. La tela è «più tinta», nel ricordo del Bellori, il florido Cristo risorto coi lunghi capelli a torciglioni è diventato più emaciato, compìto nel gesto eucaristico. Anche i discepoli sono molto invecchiati, e così l’oste al cui fianco è comparsa una donna ancora più anziana di lui. La tavola è scarna: è rimasto un piatto con un pane già spezzato adagiato su un letto d’insalata, mentre il boccale sulla destra, notava Longhi, «è toccato quasi nei modi di un Franz Hals». Anche nella vita di Caravaggio del resto era avvenuto un evento drammatico: il 28 maggio 1606 aveva ucciso Ranuccio Tomassoni e si trovava a dover lasciare Roma per Napoli. Iniziava un periodo di travagliato girovagare: l’ultimo della vita del pittore, che si spegnerà solo quattro anni più tardi.

giovedì 26 ore 20.30 (A), ven 27 ore 20 (B), domenica 29 ore 16(C) Ludwig van Beethoven Concerto n. 3 in Do minore per pianoforte e orchestra op. 37 Joseph Haydn Sinfonia n. 48 in Do maggiore Maria Theresia Richard Strauss Der Rosenkavalier, suite Pianoforte Robert Blocker Direttore Giuseppe Grazioli ------------------------------------------------Direttore Onorario Riccardo Chailly Direttore Emerito Rudolf Barshai Direttore Principale Vladimir Fedoseyev Direttori Principali Ospiti Wayne Marshall, Helmuth Rilling Artisti Residenti Radovan Vlatkovic, Simone Pedroni Auditorium di Milano Fondazione Cariplo Largo Gustav Mahler, Milano Biglietteria: dal martedì alla domenica dalle 14.30 alle 19.00 (chiusura lunedì) Tel. 02. 83389 401/402/403

Informazioni per pubblicità e redazionali:

info@okarte.org - 347 4300482

sta sul fiume ideale per le cene romantiche a lume di candela. Il menù dai prezzi modici è allettante, offre infatti tra le specialità: pesce, carne alla griglia e risotti preparati con cura dal giovane proprietario e Chef Alberto. E’ il desiderio di molti trascorrere una giornata serena degustando i piatti tipici in piacevole compagnia. La Stella del Fiume rispetta la tradizione e il sapore anche con la pizza, rigorosamente cucinata in forno a legna, sempre oggetto di soddisfazione dei clienti. Ampio parcheggio Via Alzaia, 13 20056 Trezzo S/Adda (MI) Info e prenotazioni: Tel. 02-9091693 www.lastelladelfiume.it


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Arte Milano

Personali Visioni

Rassegna d’Arte Contemporanea

Ivan Belli

C

ontinuano le mostre nell’ambito della rassegna: “FormArt” organizzate dalla rivista “Ok Arte” presso la Galleria Zamenhof in zona Navigli.

Endza

Dopo “Infinite realtà” titolo della prima collettiva inaugurata nel novembre scorso che prevedeva la valorizzazione degli artisti emergenti, si prosegue con la seconda esposizione di pittura e di scultura intitolata: “PersonaliVisioni”. L’evento, curato da Francesca Bellola, è rivolto soprattutto al pubblico più attento e sensibile alle nuove tendenze dell’arte contemporanea. Mentre “Ok Arte” si occupa prevalentemente della valorizzazione delle dimore storiche di Milano e della Lombardia, FormArt individua il talento come il protagonista per coordinare mostre

Alessandro Monti

di buon livello. Per questo motivo, la rassegna è rivolta agli artisti provenienti da tutto il mondo che dimostrino di essere dotati di una spiccata sensibilità verso ogni forma di espressione artistica. La prima esposizione, in cui sono state presentate una ventina di opere, ha dimostrato che il futuro dell’arte è in fermento e che solo chi possiede una grande forza di carattere e di animo e quindi non si ferma davanti alle numerose delusioni, inizialmente inevitabili, ha tutte le potenzialità per imporsi. Uno degli obiettivi della mostra, oltre a favorire l’aggregazione tra gli artisti italiani, è quello di dare loro l’opportunità di confrontarsi ed esprimere al meglio, idee e creatività. I dieci artisti in mostra rappresentano seppur con stili e tecniche diverse, attraverso le loro opere, i vari linguaggi della società attuale. Il confronto sui contenuti è d’obbligo; in alcuni riaffiora un percorso di ricerca individuale basato sull’amore per l’estetica, in altri si nota una ricerca di rinnovamento anche postmoderno e in altri ancora s’individua un avvicinamento al classicismo o al tradizionale; infine c’è chi applica una rottura degli schemi in maniera riveduta. Sono giunti in redazione centinaia di curriculum di artisti per partecipare alle collettive in programma. E’ stato fatto un notevole lavoro di selezione che ha

dato l’opportunità a pochi e Cerioni si prodiga in scul- tivo, OkArte, diretto non ma validi artisti emergen- ture moderne e funzionali. solo ad un’élite di esperti e non, di essere inseriti ti d’Arte, ottiene lo scopo in questa ambita e difficile Il logo di FormArt è sta- di estendere a tutti i lettori “piazza” dell’arte milane- to ideato da Ann Mari il godimento delle bellezze se. “Personali Visioni” evi- Johansen. FormArt prose- del nostro Paese preserdenzia dieci giovani artisti gue con altre due mostre vandolo dalle brutture diversi tra loro ma simili collettive in programma e dagli scempi costruiti per concezioni e attitudini dall’8 Aprile al 26 Aprile spesso per fini speculatinell’esprimere attraverso le 2009 e dal 20 Maggio vi e di sostenere attraverloro creazioni, emozioni in- al 07 Giugno 2009. so FormArt le nuove realtà time che sorgono dal pro- Continuano le iscrizioni artistiche più rappresenfondo. Espongono: Stefano degli artisti di tutta Italia tative nel campo artistico. Cerioni, Caroline Culubret, per partecipare a Endza, Alessandro Monti, queste due prosDino Maccini, Marco sime esposizioni. Nones, Stefania Presta, Il giornale “Ok Sergio Santilli, Ferruccio Arte”, trattanSegantin, Beatrice T. do di argomenti Garzòn. Lo scultore tren- che riguardano tino Nones scolpisce con in modo parrara sensibilità il legno co- ticolare la prodel me pochi; la giovane Presta mozione fa trasparire la sua napo- patrimonio e la letanità con delle visto- salvaguardia del se pennellate; Maccini, nostro territocon grande maestria, crea rio, è in perfetmosaici di grandi dimen- ta simbiosi con sioni; Santilli si prodiga la volontà di far nell’astrattismo con gran- conoscere ad un de intensità; Endza, di or- pubblico semgini armene, esibisce la sua pre più vasto le pittura espressionista; nuove generaSegantin regala le tele di zioni artistiche. semplicità e naturalezza; Per questo mo- Stefania Presta Garzòn inizialmente impressionista, mostra una certa curiosità verso l’astratto; Culubret, artista spagnola, studia i particolari fino a quando non trova la resa di un realismo impressionante; Monti sa calibrare in maniera naturale i colori della tavolozza Beatrice T. Garzòn

Inaugurazione mercoledì 25 febbraio 2009 ore 18.30 Espongono:Stefano Cerioni, Caroline Culubret, Endza, Alessandro Monti, Dino Maccini, Marco Nones, Stefania Presta, Sergio Santilli, Ferruccio Segantin, Beatrice T. Garzòn 25 febbraio – 15 marzo 2009 Sala Emilio Vedova Galleria Zamenhof via Zamenhof,11 Milano dal mercoledì alla domenica ore 15- 19. Lunedì e martedì chiuso. Calendario delle successive mostre FormArt: 08 Aprile – 26 Aprile 2009 20 Maggio – 07 Giugno 2009 Sergio Santilli

Per partecipare alla selezione e richiedere ulteriori informazioni sulle prossime mostre, è necessario inviare curriculum con recapito telefonico e fotografie di almeno 5 opere via email a: francescabel@okarte.org o info@okarte.org tel. 347-4300482 entro il 20 marzo 2009. Dino Maccini

Caroline Culubret

Stefano Cerioni

Ferruccio Segantin

Marco Nones


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OK

Lorenzo Vicino

Valeria Modica

L

orenzo Vicino è un’artista autodidatta Nasce a Torre Orsaia (SA), vive ed opera ad Agropoli dividendosi tra due attività, artistica ed imprenditoriale. Il Laboratorio sperimentale per le arti visive espone per la prima volta a Milano alcune opere dell’artista. Un percorso artistico impegnato, legato al mondo dell’interior design, la passione di Lorenzo è il colore che arreda, che si stende, che crea emozioni e sentimenti. L’artista sperimenta e si confronta con svariati materiali. Per le sue opere pittoriche utilizza essenzialmente supporti rigidi come legno, multistrato, materie plastiche. Le tecniche utilizzate sono del tutto personali. Variano dalle

tecniche miste come l’utilizzo di vernici sintetiche al collage polimaterico con sabbia e vernici industriali. Per quanto riguarda le sculture, Lorenzo Vicino utilizza materiali come alluminio, legno e materiali riciclati. Tutti i materiali vengono assemblati e sostenuti ed inglobati in un’unica forma che crea forme geometriche nello spazio. I soggetti delle opere sono sempre di tipo astratto, ma i titoli suggeriscono perfettamente la lettura dell’opera. Gli elementi che compongono l’opera sono creati attraverso la stratificazione di colori primari. Le opere sono pensate per arredare abitazioni moderne con un’attenzione particolare al minimo dettaglio. Lorenzo Vicino crea un disegno di base ma attraver-

so il colore crea le forme ri, definisce gli spazi anche attraverso stratificazioni materiche del colore. Le opere di Vicino sono d’ispirazione pop per quanto riguarda la scelta dei colori e dei materiali ma la forma e la sua tipologia d’astrazione è legata al neoconcretismo di Newman Barnett, un’artista che utilizza il colore per creare delle forme astratte che si stendono nello spazio con la massima intensità e vibrazione. Nelle sculture l’artista crea delle strutture primarie che mantengono una linea semplice e diretta. In particolare nella scultura Segmenti Vicino crea attraverso dei tubi in alluminio come una trama, uno spazio allusivo pronto a catturare pensieri ed emozioni.

Arte Milano

FEBBRAIO-MARZO 2009

Un viaggio a Milano: tra i personaggi e le storie del Corriere dei Piccoli

Giuliana de Antonellis

L

’archivio storico della Fondazione del Corriere ci regala ancora una volta una mostra che suscita non poche emozioni al visitatore grande o piccolo che sia. Girando tra le sale è facile lasciarsi trasportare dai ricordi osservando le pagine ingiallite dal tempo e le storie lette e rilette, che ancora oggi ci stupiscono per la loro freschezza e originalità. Storie e disegni che fecero la fortuna del periodico. Dal 22 gennaio al 17 maggio 2009 Milano ospita alla Rotonda di Via Besana la bella mostra Corriere dei Piccoli. Storie, fumetto e illustrazione per ragazzi. Promossa e organizzata dalla Fondazione Corriere della Sera, che ha messo a disposizione il suo imponente archivio storico -come già avvenuto per la precedente esposizione dedicata alla Domenica del Corriere- la mostra è prodotta da Palazzo Reale in collaborazione con Skira e vuole celebrare il centenario della nascita del fortunato giornale per ragazzi -il cui primo nume-

ro esce il 27 dicembre 1908. La mostra, curata da Giovanna Ginex, permette di vedere più di trecento opere di straordinaria qualità grafica. Numerosi furono i talenti che contribuirono al successo del giornale, tra i tanti ricordiamo Ada Negri, Dino Buzzati, Gianni Rodari, Mino Dilani, il giovane attore e disegnatore Sergio Tofano, ideatore nel 1917 del celeberrimo personaggio di Bonaventura, Carlo Bisi, la cui notorietà è indissolubilmente legata alla fortuna di uno dei suoi personaggi: Sor Pampurio, apparso nel 1929. A questi si aggiunge Grazia Nidasio, creatrice di personaggi come Violante, Valentina Melaverde, Dottor Oss, fino alla Stefi. A lei e a Bisi, così come ai principali altri illustratori del giornale, viene dedicata in mostra una sezione monografica, con disegni originali ed esempi di numeri pubblicati, da cui emergono, oltre alla straordinaria qualità artistica di ogni singola opera, anche l’articolato percorso tecnologico che, dal disegno originale, porta alla pub-

blicazione stampata. Oltre ai disegni originali degli autori prima ricordati, in mostra sono esposti fogli e tavole di pubblicato, tra gli altri, Bruno Bozzetto, Hugo Pratt, Mario Uggeri, Benito Jacovitti, Guido Crepax, Milo Manara, Tullio Altan, insomma i migliori disegnatori della lunga storia del giornale che, con la loro raffinata e colta figurazione, hanno fatto del Corriere dei Piccoli il periodico per ragazzi più amato per un intero secolo. Completano l’allestimento, a cura di Franco Achilli, oggetti d’epoca, giocattoli derivati dai comics statunitensi e dai personaggi del Corriere dei Piccoli; burattini per i teatrini delle stanze dei giochi e marionette d’artista della Compagnia di Gianni e Cosetta Colla; pupazzi dei personaggi che il giornale condivide, dagli anni Sessanta, con la televisione, specialmente Carosello, e i cartoni animati come Topo Gigio e la Pimpa. Il catalogo della mostra, edito da Skira, contiene la storia di questa straordinaria avventura e dei suoi grandi protagonisti.

Movimenti e protagonisti Museo di Lissone: Lezioni e Conferenze sull’Arte Contemporanea

19 febbraio 2009

5 marzo 2009

Gli amici del caffè Voltaire: Dada tra Europa e America

Marcel Duchamp: Rose c’est la vie

A cura di F. M. Consonni Nasce ufficialmente il primo febbraio 1916 il movimento artistico detto “Dada”, da un gruppo di giovani artisti e letterati che propongono attività culturali in un’atmosfera di idee provocatorie ed esaltanti, caratterizzate dall’assenza volontaria di programmi. L’intento è quello di basarsi su una assoluta mancanza di premesse e di praticare una ribellione verso tutte le forme d’arte esistenti, come sintomo di una nuova concezione artistica.

A cura di V. Broggini Marcel Duchamp è il più enigmatico, controverso, conosciuto ed influente protagonista dell’arte del novecento. Accostarsi allo studio del suo personalissimo discorso sull’arte, a partire dai celeberrimi ready made, significa immergersi in tematiche fondanti, che, nate in seno alle avanguardie storiche hanno in seguito ispirato le seconde avanguardie degli anni Sessanta, risultando ancora oggi di sconcertante attualità.

Informazioni e Iscrizioni Museo d’arte contemporanea- V.le Padania 6 20035 Lissone -Mi. Telefono: 0392145174- fax 039 461523 www.comune.lissone.mb.it

Ubelly Guerrero Martinez Ubelly Guerrero Martinez nasce a Victoria Caldas, in Colombia. Nella sua pittura si celano ricordi di cose che furono, ricordi passato, l’immergersi in splendidi paesaggi lussureggianti abbandonando la quotidianità dell’esistenza, talvolta grigia e triste. Mediante queste poche parole, semplici ma incisive, si coglie l’aspetto più profondo della tematica che si cela dietro le tele della Guerrero: ella infatti, ci racconta di terre lontane, fissando, attraverso la pittura, il primitivo

naturalismo dei suoi luoghi d’origine, per i quali ella prova una sorta di triste nostalgia emotiva, percepibile nello sguardo malinconico dei p er s ona g g i ra f f ig urat i, il quale diventa talvolta sguardo d e l l ’a r t i sta stessa.

Bar Il Cortiletto di Achille Cennami all’interno dell’Accademia di Brera


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Arte Milano

Magritte

Il mistero della natura Mauro De Sanctis

Più di cento lavori del visionario artista belga in mostra a Palazzo Reale fino al 29 marzo. «Il mondo visibile è abbastanza ricco per dar vita a un linguaggio che evochi il mistero». Le parole di René Magritte

sintetizzano perfettamente l’idea posta alla base della mostra a lui dedicata che Milano ospita a Palazzo Reale dal 21 novembre scorso sino al 29 marzo 2009. “Magritte. Il mistero

della natura” è il titolo che i curatori del percorso espositivo – Michel Draguet e Claudia Beltramo Ceppi – hanno dato alla rassegna di cento dipinti, accompagnati da gouaches e sculture, provenienti dai Musées Royaux des Beaux Arts del Belgio e da numerose colle-

zioni private. L’evento consentirà al pubblico milanese di entrare in contatto con il genio visionario dell’artista belga, la cui opera sarà ripercorsa interamente, dagli esordi futuristi ai la-

vori del periodo che separa le due guerre, fino alla più nota e apprezzata produzione postbellica. L’intento è quello di portare nelle sale espositive lo sguardo di un autore, tra quelli del Novecento europeo, che ha indagato il tema della natura nella maniera più profonda e radicale, «in quello che essa ha di non riconducibile alla cultura», secondo le parole dello stesso Draguet. Il lavoro del pittore nato a Lessines si sviluppa senza mai voltare le spalle al visibile, ma cercando di celebrarne il mistero attraverso la disgregazione di quegli schemi culturali che incatenano l’oggetto del vedere umano. La mano di Magritte interviene per sovvertire la logica che struttura tali schemi, ottenendo effetti di sconcertante straniamento ed eccezionale forza poetica attraverso la decontestualizzazione o il sovradimensionamento di oggetti comuni e familiari, accostamenti incongruenti, illusioni ottiche. In questo modo l’artista costringe lo spettatore a ripensare il proprio sguardo, a ricrearlo secondo leggi nuove, a guardare le cose più familiari come se si presentassero per la prima volta alla vista. Come se nascessero a nuova vita: forzando così – di prepotenza – il vi-

sibile verso l’invisibile. Il mistero della visione, celebrato nel mistero della natura. Troveremo, in questo modo, esposti lavori come Souvenir de voyage, del 1961, dove una mela verde mascherata per il carnevale si spoglia del proprio lo-

goro significato usuale per rivestirsi di una luce nuova, viva – l’essenza stessa del carnevale! – ; oppure L’empire des lumières, in cui luce e tenebre acquistano pienezza di senso sul limitare del paradosso; o ancora L’Heureux dona-

teur, che presenta un’abitazione nell’oscurità di un bosco, sopra di essa un cielo stellato: ma tutto incorniciato all’interno della sagoma di un uomo con la bombetta, presso di lui un muro di pietra; presso di lui – dentro di lui – un mondo.

serate musicali: concerti di febbraio

Sala Verdi del Conservatorio – Via Conservatorio, 12 - MI - ore 21.00 Teatro Dal Verme – Via San Giovanni Sul Muro,2 - MI- ore 21.00 Giovedì 12 febbraio 2009 – ore 21.00 Conservatorio G. Verdi

Violoncellista STEVEN ISSERLIS – Pianista OLLI MUSTONEN B. BRITTEN: Sonata per violoncello e pianoforte in do maggiore op. 65 O. MUSTONEN: Sonata per violoncello e pianoforte I. STRAVINSKY: Russian Maiden’s Song J. SIBELIUS: Malinconia per violoncello e pianoforte op. 20 B. MARTINŮ: Sonata per violoncello e pianoforte n. 1 H. 277 Biglietti: Intero € 15,00 Ridotto ��� 10,00

Venerdì 13 febbraio 2009 – ore 21.00 Conservatorio G. Verdi

CAMERATA DEI LAGHI – Direttore D. AGIMAN Soprano D. MAZZOLA GAVAZZENI R. WAGNER: Brani da: Tannhaüser, Vascello Fantasma, Lohengrin (III Atto) Maestri Cantori di Norimberga Biglietti: Intero € 20,00 Ridotto € 15,00

Lunedì 16 febbraio 2009 – ore 21.00 Conservatorio G. Verdi Pianista PIOTR ANDERZEWSKI J. S. BACH: Partita n. 2 in do minore BWV 826 L. v. BEETHOVEN: Sonata n. 18 in mi bemolle maggiore op. 31 n. 3 B. BARTOK: 14 Bagatelle op. 6, Sz. 38 L. v. BEETHOVEN: Sonata n. 31 in la bemolle maggiore op. 110 Biglietti: Intero € 15,00 Ridotto € 10,00

Venerdì 20 febbraio 2009 – ore 21.00 Conservatorio G. Verdi

Pianista SIMON TRPCESKI F. CHOPIN: Mazurca in sol minore op. 24 n. 1, Mazurca in si bemolle minore op. 24 n. 4, Mazurca in la minore op. 17 n. 4, Sonata n. 2 in si bemolle minore op. 35 C. DEBUSSY: Children’s corner S. PROKOFIEV: Toccata op. 11, Sonata n. 7 in si bemolle maggiore op. 83 Biglietti: Intero € 15,00 Ridotto € 10,00

Lunedì 23 febbraio 2009 – ore 21.00 Conservatorio G. Verdi Pianista ANDRAS SCHIFF (Progetto Mozart I) W. A . MOZART: Sonata in la maggiore K 331, Rondò in re maggiore K 485 Adagio in si minore K 540. Nove Variazioni in re maggiore su un Minuetto di Duport K 573 Sonata in do maggiore K 545, Sonata in la minore K 310 Biglietti: Intero € 20,00 Ridotto € 15,00

Venerdì 27 febbraio 2009 – ore 21.00 Teatro Dal Verme

Vincitrici del 1° Concorso pianistico internazionale SpazioTeatro89 – Premio “Encore! Shura Cherkassky” ORCHESTRA CANTELLI: Dir. A. RAFFANINI - Pf. R. CHERNYCHKO – Pf. M. PERROTTA – Pf. V. YERMOLYEVA J. N. HUMMEL: Concerto in la minore op. 85 (Chernychko) F. CHOPIN: “Krakowiak” Gran Rondò da Concerto in fa maggiore per pianoforte e orchestra op. 14 (Perrotta) G. FAURÉ: Ballade per pianoforte op. 19 (Yermolyeva) F. MENDELSSOHN: Rondo brillante op. 29 (Perrotta) C. SAINT-SAENS: Wedding cake op. 76 (Yermolyeva) Biglietti: Intero € 20,00 Ridotto € 15,00

Domenica 22 febbraio 2009 - ore 17.00 SpazioTeatro89, Via Fratelli Zoia 89 Milano

“Pazzamente, smisuratamente”- (S)concerto di Carnevale Con i FREAKCLOWN – Violinista P. SACCO – Pianisti L. SCHIEPPATI e A. CARMEN SAITO Azioni coreografiche a cura di M. MAZZEI I. STRAVINSKY: Suite Italienne D. MILHAUD: Le Boeuf sur le toit E. SATIE: Parade

Per informazioni e prenotazioni: Serate Musicali Uff. Biglietteria Tel: 02/29409724 dal lun. al ven. 10.00 - 17.00 e-mail: seratemusicali@alice.it - sito: www.seratemusicali.it

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Arte Milano

Qui casca l’asino: animali e risorse pubbliche

Ettore Degli Esposti

pagnia. Queste sono dichiarazioni importanti, che hanno avuto il pregio di spostare finalmente in alto nelle agende dei media più popolari (etere e quotidia-

ni) la questione del traffico di cani dall’est, che fino a poco tempo fa era mostrata al pubblico con toni più emotivi e meno vicini alla realtà dei fatti. Trecento milioni di euro è il valore complessivo stimato dalla LAV di questo traffico, ma il dato più inquietante è che questo commercio continua, pressoché indisturbato, dall’inizio degli anni novanta. Era infatti il 1993 quando la nota trasmissione RAI “Mi manda Lubrano” si occupò di questo mercato scandaloso portando in trasmissione importatori e acquirenti di animali successivamen-

bic stessa. Con questo strumento primitivo ho fatto esperienza per qualche mese, dopodiche’, non senza difficolta’, ho finalmente comprato una macchinetta professionale ed un minimo di strumentazione di base, e questo e’stato il primo passo verso un miglioramento nella mia tecnica termi insegnare il mestiere, ancora rudimentale. Ecco ottiene invece il risultato, come e’ nata la mia passio- primo di farmi anche arne, che e’ diventato un la- rabbiare, e secondo di anvoro: cosi’, per gioco e per dare spesso a casa con un l’insistenza di un mio buon lavoro mediocre... proamico. Il buon “Macchia” prio per questo un famomi incitava continuamen- so artista del passato disse: te a provare a fargli un tatu’ “Ognuno ha il tatuaggio che ed io gli rispondevo sem- si merita”. Forse il mio lapre che il mio sogno era voro puo’diventare routine: diventare un pittore e scul- dipende come si imposta tore famoso; che volevo, l’approccio con i clienti. insomma, lasciare un’im- Se non si tiene conto di alpronta tangibile del mio cune regole fondamentapassaggio su questa terra. li si corre il pericolo di fare Snobbavo completamente solo tatuaggini stupidi ed il mondo del tatuaggio,che insignificanti, che non ti non ritenevo assolutamen- gratificheranno mai come te all’altezza delle nobili artista. Ora mi spiego mearti della pittura e scultu- glio... Le regole, in pratica, ra. Per quanto riguarda i ti- sono: capire in che parmori, ora come ora non ce te del corpo il cliente vorne sono davvero piu’. Era rebbe un tatu’ ed, in base a un problema che esisteva questo, decidere la grandezall’inizio della mia avven- za (i tatuaggi troppo piccoli tura, quando mi tremavano vanno eliminati in partenle mani prima di affronta- za). Se il cliente si ostina a re una lavoro e quindi tira- volere il lavoro troppo picvo il piu’a lungo possibile colo rispetto al posto che l’inizio della seduta, in mo- ha deciso di tatuarsi, bisodo da potermi tranquilliz- gna avere il coraggio di alzare; in questo momento lontanarlo dallo studio (io invece, esiste solo l’adrena- l’ho fatto spessissimo e ci lina e l’entusiasmo nell’af- ho solo guadagnato in refrontare lavori impegnativi, putazione); stesso discorcome schiene o braccia in- so vale anche per i disegni tere, magari a colori e “free mal eseguiti, portati dai hand”, che stimolano in- clienti stessi che spesso tensamente le mie capaci- pensano di avere in mano ta’creative, specialmente un pezzo incredibilmente con clienti che mi lascia- bello, ed invece fa addiritno carta bianca nella cre- tura inorridire. La moraazione del pezzo. Questo le, e’ che se ti rifiuterai fin e’un argomento cruciale dall’inizio di fare assolutadel mio lavoro: il cliente pi- mente sempre ciò che designolo, a volte arrogante a dera il cliente, ne riceverai tal punto da pensare di po- solo dei benefici. 2) Potresti

spiegare, con un linguaggio il più semplicemente adatto a noi profani, la natura tecnica d’un tatuaggio, ovvero i perchè ed i percome scientifici di questo miracolo (quali dermato-strati coinvolga, la composizione chimica dei colori, la diversità nella misura degli aghi, etc.)? Ed ancora: come si è evoluto l’universo tattoo, diciamo negli ultimi dieci anni, dai punti di vista igienico e della strumentazione? “Tecnica” significa “matematica”, ed io sono totalmente ignorante a riguardo; e poi, “tecnico” è per me sinonimo di “schematico”, quindi da aborrire. Non sono cose possibili da spiegare... Stiamo parlando di dettagli tecnici probabilmente incalcolabili e, soprattutto, la cui conoscenza è del tutto ininfluente sulla qualità del tatuaggio (solo l’esperienza ti può insegnare quanto entrare in profondità nella pelle). Personalmente, ho abbandonato il “fai da te” da quando esistono i saldatori di aghi, ora presaldati e sterilizzati, ed i tubi in pvc usa e getta, con un guadagno sia in termini di sicurezza sanitaria (passata da un già buon 99% ad un ottimo e rassicurante 100%!), sia di tempo per il sottoscritto. Un’altra rilevante evoluzione l’hanno subita i colori, ora più resistenti e vivaci, ricercati affinchè siano il più possibile atossici. ...segue

S

i è fatto, una volta ancora, un gran parlare nelle ultime settimane del problema dell’importazione dall’est di cuccioli e del loro sordido mercato che in Italia vede coinvolti importatori e criminalità organizzata, in un vero e proprio racket costruito sulla pelle degli animali. Anche il Ministro Frattini e il sottosegretario alla Sanità Martini si sono espressi di recente su questo fenomeno dichiarando la loro intenzione di lavorare a livello comunitario per combattere il traffico

illegale di cani. Frattini si è poi spinto oltre, dichiarando che avrebbe anche lavorato sulla proposta di introduzione del reato di traffico di animali da com-

Fabrintervista

Sara Moriconi Ghezzi

Poliedrico ed eccentrico, Fabrizio di “Linea Primitiva” ha fame di curiosità ed interesse, uno spirito artistico in continuo movimento. Il tatuatore milanese è, in maniera ugualmente intensa, un creativo, un viaggiatore ed un pensatore; spirito libero ed affascinante che, tanto dalle piccole quotidiane bellezze quanto dalle grandi meraviglie naturali del mondo, trae un’ispirazione viscerale e trasversale. Ed ora, sta persino tentando di romanzare la propria vita... 1) Prima di tutto, la tua professione, una passione lunga tredici anni che ti ha visto apporre la firma su veri e propri capolavori; opere d’arte che responsabilizzano, oltre che soddisfare: quanto timore dietro un tatuaggio, quanto grandi invece l’entusiasmo, l’adrenalina? Può mai, un lavoro come il tuo, divenire monotona routine? Ma soprattutto: quando e come hai scoperto questo talento? Non esageriamo, non ho mai fatto ne’ capolavori, ne’opere d’arte, ma piuttosto bei lavori di piccolo artigianato, con tante piccole imperfezioni che contraddistinguono, appunto, un lavoro artigianale da uno dallo stampo da catena di montaggio... e non sono stati sempre belli. Ho fatto anche delle cose mediocri, se non addirittura brutte (fortunatamente in un passato remoto). Pensa che ho cominciato con una macchinetta artigianale fatta da un mio buon amico, con un motore di walkman, gli aghi da cucito legati ad una cannuccia di penna bic e, come tubo, la parte esterna in plastica trasparente della

te morti, suscitando uno scalpore che ebbe eco nella carta stampata per molte settimane dopo la messa in onda. Sono passati quindici anni e il fenomeno non si è ancora estinto. I presunti commercianti, a volte con esperienza ed altre con molta improvvisazione, varcano quotidianamente le frontiere per raggiungere i mercati dell’est (Ungheria soprattutto) e fare il carico di cuccioli in età di svezzamento, svenduti a cifre bassissime (si parla di 50 euro in media per ogni animale). Con un adeguata scorta di documenti falsi questi cani entrano in Italia e vengono presto smistati in esercizi commerciali di ogni tipo e dimensione, per poi finire nelle sprovvedute mani di acquirenti e rivelare la loro vera natura, ossia quella di animali troppo giovani e indeboliti nel sistema immunitario. L’esito, in buona parte dei casi, è tragico così come è tragico il pugno di mosche che resta nelle mani di chi ha acquistato il cucciolo pagando diverse centinaia di euro e, cosciente della truffa, vorrebbe ottenere giustizia per quanto accaduto. Si è già detto molto su questo argomento e in questo articolo vorremmo solo limitarci ad alcune piccole osservazioni, due in realtà, che non ci è capitato ancora di ascoltare su questo tema. La prima considerazione. Il mercato dei cuccioli è nato, cresce e prospera perché se da un lato ci sono commercianti - o meglio, individui - senza scrupoli, dall’altro ci sono clienti. E tanti. La pulsione per l’acquisto di animali è ancora molto forte nel nostro paese e sembra resistere, inossidabile, a tutti gli appelli, alle mille campagne per l’adozione dei cani nei rifugi che ogni associazione, ENPA compresa, continua a portare avanti. La strada per una cultura diversa del rapporto uomo-cane, che prescinda dalle razze e si sollevi un po’ più in alto del giocoso e brevissimo divertissement uomo-cucciolo (nel vero senso inteso da Pascal di “distrazione dalla propria condizione”), sembra ancora molto lunga. Sempre prendendo spunto dal matematico e teologo francese, secondo cui la nostra dignità risiede nel pensiero, possiamo bollare come poco dignitosa la leggerezza e la spregiudicatezza di chi acquista animali in qualsiasi modo, in ogni posto e senza alcuna ragionevole cautela pur di spuntare un prezzo ridotto. Una

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buona parte infatti delle persone truffate da chi importa cani dall’est compra i cuccioli con modalità che non hanno confronti. Nessuno di noi acquisterebbe infatti un telefonino o un televisore scaricato da un furgone in un piazzale buio in periferia, pagandolo profumatamente in contanti senza ricevute: però lo facciamo e continuiamo a farlo con i cani. Quindi, riassumendo, c’è il lupo perché c’è la preda. Poi una seconda considerazione. Quindici anni di transiti, di passaggi dalle dogane, di veterinari oltralpe (e purtroppo anche intralpe) compiacenti, furgoni zeppi di cani, allevamenti spesso abusivi, segnalazioni di truffe, denunce. Chi oggi parla di emergenza si sbaglia di grosso. Si tratta di un traffico ben congeniato, complesso e molto articolato ma di certo gli strumenti in mano alle nostre forze dell’ordine sono più che adeguati per prevenire e combattere questa diffusa illegalità. Si tratta poi davvero di un fenomeno così drammatico da richiedere i dictat di un Ministro degli Esteri per essere stroncato? Due anni fa il nostro Nucleo di Guardie Zoofile (non pensate a un esercito, ma a pochissime persone molto determinate) e un solo Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza, a Bologna, lavorando insieme riuscirono a scoperchiare un’organizzazione criminale che da nord a sud Italia commerciava migliaia di cuccioli illegalmente, evadendo il fisco per milioni di euro. Questa quindi la considerazione: se da un lato la strada per una cultura diversa del rapporto uomo-cane è ancora ai suoi primi chilometri, dall’altro sembra che vi sia un altro percorso lungo da fare, altrettanto complesso, per far comprendere a chi di dovere che i reati legati agli animali non solo hanno risvolti umani ed etici profondi, ma hanno spesso grandi dimensioni, legami importanti con il crimine organizzato, pesanti risvolti finanziari. Non si tratta solo di cuccioli o di bambini che hanno visto morire dopo pochi giorni il loro primo animale: ci sono di mezzo famiglie intere truffate, connivenze e corruzioni, montagne di denaro impunemente guadagnato in evasione totale. Come dire. Attenzione perché le ricadute di questo fenomeno sono lontane: il mare intero muta per una pietra, diceva il nostro Pascal.


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Il Fatto

Milena Moriconi

“Un cane è l’unico essere su questa Terra che ti ama più di quanto non ami se stesso” (J. Billings - Enry Wheeler Shaw - 1818/1885) Questa volta si parla di adozioni di animali.... E’ una scelta bellissima, che aggiungerà interesse e felicità alla nostra vita, ma che, per arrivare ad essere tale, dovrà essere ben ponderata. Qui di seguito non si vorrà entrare nello specifico di come gestire al meglio un animale d’affezione all’interno delle pareti domestiche, ma si cercherà semplicemente di far comprendere le attenzioni dovute ad una creatura che, dal momento in cui entrerà a far parte della famiglia, dovrà essere considerata “uno dei nostri” e, come tale, trattata. E come uno solo dei dieci comandamenti li compendia tutti, e cioè: “Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te stesso”, così, una volta compresa la necessità di stimare e rispettare i nostri amici a quattro zampe, tutto il resto verrà da sé, spontaneamente, e sarà molto più facile, nel quotidiano, auto-istruirci sui comportamenti da adottare per soddisfare in contemporanea le loro e le nostre esigenze. Ciò che scriverò di seguito sarà quanto appreso direttamente da una vita trascorsa sempre con cani al fianco (ed ultimamente anche con un gatto a tre zampe), dalla mia esperienza in Enpa e, soprattutto, da quanto imparato, giorno dopo giorno, dalle persone che lì ho avvicinato, persone capaci che hanno fatto della cura degli animali il loro impegno ed interesse di vita. Niente di didattico o saccente ma semplici consigli personali da prendere come tali. Le considerazioni da fare, prima dell’adozione, sono tante, e differenti a seconda che si tratti di un cane o di un gatto. Non si farà cenno ad altri animali perchè, al di fuori di questi amici abituati da tempi lontani alla convivenza con l’uomo, gli altri, tutti gli altri, meriterebbero di essere lasciati nei loro ambienti naturali, gli unici che possano loro consentire uno stile di vita felice. Facciamo innanzi tutto un grande distinguo fra cane e gatto. E’ frequente l’opinione, sbagliatissima, che fra i due il gatto sia di più facile gestione. L’unico aggravio che comporta la convivenza col cane è che lo si deve accompagnare fuori, sia perchè

parliamo di... a cura del prof. purpura

possa soddisfare i suoi bisogni fisiologici, sia per farlo scorrazzare un po’; per il resto la difficoltà si ferma qui. Il cane è “educabile”, si abitua ai comandi, interagisce in modo profondo con l’uomo e, tranne in rari casi, con i suoi simili, e quasi tutto quello di cui necessita per sentirsi felice sono le carezze e l’affetto della sua famiglia. Ma il gatto, felino che in natura vive e caccia in solitudine, ha bisogno di attenzioni particolari, quali uno o più rifugi in cui potersi acquattare se spaventato, giochi diversificati ogni giorno per far leva sull’effetto novità del gioco stesso, in modo che possa mantenersi impegnato a fare qualcosa e non dover invece condurre una vita monotona e priva di stimoli, tra le quattro mura domestica. Non ci si illuda, inoltre, di potergli dare delle regole : non servono né le urla né, tanto meno, le botte, che lo farebbero davvero incattivire. Insomma, chi vuole un gatto lo deve assecondare piuttosto che impartirgli ordini. Premesso quanto sopra, cerchiamo adesso di valutare cosa considerare, e molto a fondo, prima di iniziare una convivenza coi nostri amici, in modo da garantire il loro benessere senza pregiudicare il nostro. Innanzi tutto l’adozione non deve essere un fatto emozionale, ma una scelta d’amore serena. No alle nonne che “vorrebbero tanto regalare per Natale un micetto al nipotino”, senza considerare che chi dovrà prendersene cura saranno dei genitori che, caso mai, della cosa non ne vogliono nemmeno sentir parlare. No alla scelta dell’animale fatta da chi non lo gestirà: solo il proprietario finale, infatti, può avere la certezza assoluta di volere l’adozione e, cosa ancora più importante, per convivenze durature e appaganti, ci vuole “feeling”, ed è quindi opportuno che scatti la molla d’intesa avvenuta fra uomo e quadrupede. Se la famiglia è composta da più elementi, tutti, nessuno escluso, devono essere d’accordo sull’inserimento: un solo dissenziente porterebbe, con l’andare del tempo, a conseguenze dannose per il buon andamento famigliare e, quindi, all’abbandono dell’animale. Se ci sono bimbi, devono essere educati al totale rispetto del cane o del gatto, senza per questo impedire loro di elargire a piene mani carezze e coccole, quando l’animale sarà disposto a riceverle. Niente tirate di

Dalle percezioni al comportamento

D coda (fate capire al piccolo che cosa proverebbe lui se un gigante stesse tutto il giorno a strattonarlo per i capelli), niente effusioni soffocanti e continue e, soprattutto, mai e poi mai alzare le mani: non solo non serve a nulla, ma addirittura può condurre a reazioni aggressive e pericolosissime. No alla frase che si sente spessissimo pronunciare da mamme incaute e, fatemelo dire, veramente poco intelligenti che recita: “Non toccare il cane sennò ti morde !” Il cane morde solo per paura, per difesa sua o dei suoi cuccioli, o perchè addestrato, volutamente, a farlo. A seguito di un così sciocco insegnamento, può essere che il bimbo, trovandosi improvvisamente di fronte un cane, gli tiri un calcio, secondo il vecchio andante AGGREDIRE PRIMA DI ESSERE AGGREDITO, con le conseguenze facilmente immaginabili. Chiedere invece al proprietario se il cane si lascia accarezzare e, se risposta affermativa, invitare il bimbo a farlo. Molto importante è anche la considerazione delle prospettive di vita dell’adottando che, parlando di cuccioli, si aggirano intorno ai 12 / 15 anni. Si tratta di un lungo periodo in cui non dovranno mai venire a mancare le nostre attenzioni e cure. Quindi, vediamo di fare bene i conti. Da non sottovalutare poi il problema costi per l’alimentazione, l’assistenza veterinaria, la retribuzione per dog o cat-sitter che si prendano cura dei nostri animali quando noi non possiamo farlo o, come ultimissima scelta, la sistemazione eventuale presso pensioni. Un’ultima raccomandazione con la quale mi accodo a quanto già espresso da Ettore nell’articolo dell’ENPA. I canili sono pieni, ed offrono di tutto, compresi animali di razza pura, se proprio uno non può fare a meno di un pedigree coi fiocchi, e questi cani aspettano solo voi. Scegliere uno di loro significa non solo dare un taglio alle importazioni delinquenziali, ma anche entrare in possesso di creature controllate sotto l’aspetto sanitario, ed avvalersi dei consigli di persone competenti che, come si dice in Enpa, non sono lì per svuotare gabbie, o per lucrare sul commercio animale, e che hanno, come unico obiettivo, la gioia di chi verrà accolto e quella di chi accoglierà. Pensateci.

efinire la percezione è un compito molto arduo. Due sono i motivi: (a) la dipendenza di qualsiasi definizione dalla teoria generale in cui i processi percettivi si situano e (b) l’incertezza dei confini tra i fenomeni percettivi ed altri fenomeni mentali. Comunque si può definire come un processo attraverso il quale le informazioni raccolte dagli organi di senso sono organizzate in oggetti, eventi o situazioni dotati di significato per il soggetto. Noi non avvertiamo un caos di puntini luminosi, onde di pressione, presenza di sostanze chimiche, ecc., ma vediamo oggetti collocati nello spazio, sentiamo rumori e voci, percepiamo odori e così via. Alcuni psicologi affermano che la percezione sarebbe distinta dalla sensazione. Mentre la prima sarebbe il processo organizzatore, la seconda sarebbe il mero frutto dell’interazione tra gli stimoli provenienti dal mondo fisico ed i recettori sensoriali (retina dell’occhio, timpano, bulbo olfattorio ecc). Secondo tale distinzione le sensazioni sarebbero elementari, immediate, incoercibili; le percezioni sarebbero invece più complesse, mediate, cioè, da processi come le aspettative e i ricordi e, fino ad un certo punto, modificabili secondo le motivazioni e gli interessi del soggetto. Altri studiosi negano la possibilità di distinguere tra sensazioni e percezioni, dimostrando che anche la più piccola sensazione è, in realtà, un’unità ben organizzata.

Il comportamento umano non è guidato e non si adatta soltanto alle condizioni dell’ambiente geografico. Dipende spesso anche dai modi con cui noi ci rappresentiamo questo ambiente, dagli scopi e dagli obiettivi che ci poniamo e che sono connessi a rappresentazioni variabili da circostanza a circostanza e da persona a persona. Un esempio possiamo averlo dalla seguente leggenda tedesca ricordata da Koffka: “In una sera d’inverno, durante una tempesta di neve, un uomo arrivò a cavallo in una locanda, felice di aver trovato rifugio dopo aver

galoppato per ore su una pianura spazzata dal vento, con la coltre di neve che aveva coperto tutti i sentieri ed i punti di riferimento. Il locandiere che lo accolse lo guardò con stupore e gli chiese da dove venisse. L’uomo indicò un punto lontano, dritto avanti la locanda. Al che il padrone, meravigliato e spaventato, disse: “Ma vi rendete conto che avete cavalcato attraverso il lago di Costanza? A queste parole il cavaliere piombò morto ai suoi piedi”. Con questo esempio Koffka illustra la differenza che può intercorrere tra ambiente geografico e ambiente comportamentale: è questo ultimo che “regola” il nostro comportamento. In realtà il cavaliere solo da un punto di vista geografico aveva attraversato il lago. L’ambiente in cui lui si era mosso era una pianura deserta e gelata, egli credeva di cavalcare sulla terra ferma, ma di fatto aveva cavalcato sul lago ghiacciato. Da questi presupposti possiamo capire quanto complessa sia l’attività percettiva senza contare l’influenza che possono determinare le seguenti variabili: -Capacità percettiva. -Grado socio culturale. -Tipi di interessi di natura culturale, religiosa e ludica. -Sviluppo cognitivo. -Sviluppo affettivo. -Personalità. Inoltre la maggior parte degli stimoli grezzi, non organizzati derivanti dai sensi sono corretti simultaneamente e automaticamente dal cervello in percetti (o esperienze precedenti utilizzabili). In questa complessità di variabili si situa la percezione del mondo che ci circonda. La realtà viene ordinata in un certo modo. Certe cose per noi sono importanti, altre lo sono meno; certe cose sono buone, altre cattive. In generale, accade spesso che una cosa rinvii ad un’al-

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tra, dipenda da un’altra, riceva da un’altra il suo vero significato. L’individuo acquista così gradualmente e in maniera dipendente dalle sue personali variabili una specifica conoscenza per cui i vari oggetti e i diversi processi sono interpretati da particolari punti di vista; quindi esperienza formata non solo dalla realtà esterna all’individuo ma configurata con quella conoscenza interiore dei propri vissuti e dei processi immanenti alla coscienza. Inoltre non bisogna dimenticare che i sensi sono strumenti che uniscono il mondo esterno al nostro “io” più intimo e che bisogna dunque imparare a distinguere quanto, nei loro messaggi, sia verità e quanto illusione. Verificando le proprie capacità sensoriali, è possibile controllare le emozioni e le suggestioni e gradualmente imparare a dominare se stesso. Per questo lavoro l’individuo dovrà in tanti casi fare chiarezza su se stesso, conoscersi più a fondo e da punti di vista diversi, darsi degli obiettivi, trovare e attuare un metodo e con le proprie forze cercare di raggiungere gli obiettivi preposti. Un metodo di lavoro potrebbe essere quello di analizzare alcune percezioni, rivederle sotto diverse angolazioni, valutarne le differenze, auto correggersi, modificare, se necessario, il sistema di programmi cognitivi propri delle attività conoscitive: in sostanza, il sistema di rappresentazione di due ambienti: quello esterno e quello interno dell’individuo; intendendo per rappresentazione una mappa globale dei due ambienti in un continuo processo di mappazione dovuto alle azioni comportamentali quotidiane, quindi una strutturazione in base ai programmi cognitivi e in relazione agli obiettivi che si intendono raggiungere.


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Icone pubblicitarie Storia di un restauro ai Musei Mazzucchelli

Prefazione Quando un amico mi affidò la tela da restaurare rimasi perplesso: il tempo aveva logorato e tolto lucentezza ai colori, i chiari e gli scuri si confondevano , addirittura vi erano strappi nella tela. Valutai solo l’aspetto esteriore senza rendermi conto che si trattava di un piccolo gioiello, opera di un artista importante. Con tale spirito consegnai l’involto, brutalmente allestito con carta da giornale, alla professoressa Valeria Modica che dopo aver scartato un lembo dell’incarto riconobbe, emozionandosi, l’autore. La sequenza fotografica che segue mostra la certosina maestria che ha portato a ridare vita e respiro al dipinto che nella memoria dei meno giovani farà affiorare il ricordo dei paesaggi urbani delle zone industriali della città. Lascio alla professoressa Modica l’onere di dilungarsi con maggior competenza e proprietà di linguaggio sul lavoro svolto presso il Labooratorio Sperimentale per le Arti Visive di Via Plinio, 46. Alessandro Ghezzi.

F.B.

I Musei Mazzucchelli di Ciliverghe di Mazzano in provincia di Brescia, ospitano dal 22 novembre al 15 marzo 2009, oltre cento opere tra affiches e bozzetti dei più grandi artisti del XX secolo nella mostra: “Eccellenza Italiana Arte, Moda e Gusto nelle icone della pubblicità”. Il percorso espositivo presenta in ordine cronologico, cartellonistiche di illustratori di fama internazionale come Dudovich o Hohenstein e manifesti di pittori del calibro di Boccioni, Casorati, Cambellotti, De Chirico, Fontana, selezionate dalla Collezione Salce e dal Massimo & Sonia Cirulli Archive di New York. La prima sezione della mostra è dedicata all’eleganza e alla raffinatezza della moda della Belle Epoque, la seconda parte è rivolta al gusto e al piacere del saper bere la bevanda per eccellenza: “il vino”. La rassegna termina con una ventina di capolavori alcuni dei quali inediti, di maestri come Boccioni

Valeria Modica

o Sironi che hanno collaborato alle più importanti

campagne pubblicitarie. www.museimazzucchelli.it

Quando ci troviamo di fronte ad un’opera d’arte, questa ci racconta una storia. Guardando attentamente riusciamo a cogliere tutto il percorso del viaggio di un uomo che si racconta attraverso il colore, la forma e la pennellata e ci ritroviamo improvvisamente immersi nella sua maniera di intendere e rappresentare il suo universo interiore, i luoghi in cui ha vissuto e le sensazioni che ha provato. L’emozione di toccare e sentire la pennellata, di valutare la quantità di colore ed i materiali utilizzati ci permette di entrare nella sua vita di uomo-artista e nella traccia indelebile del suo vissuto. Oltre che delle sue capacità artistiche e manuali il restauratore si avvale di sofisticati strumenti scientifici,

che rilevano le varie tipologie diagnostiche e valutano i danni causati dal tempo, lo stato di conservazione ed il livello di degrado generale dell’opera. Attraverso la diagnosi si stabilisce per ogni opera la corretta metodologia d’intervento. Le fasi successive tenderanno a restituire all’opera la sua forma originaria. Il primo intervento riguarda il consolidamento. Questa fase consiste nell’applicazione sulla pellicola pittorica di prodotti vegetali o animali, che induriscono, fissano e risanano la superficie danneggiata da abrasioni e distaccamenti della pellicola o dello stes-

so supporto. La seconda fase d’intervento riguarda la rintelatura, che consiste nell’incollaggio della tela su un nuovo supporto telato, attraverso la stiratura e la foderatura. L’intervento successivo prevede la stuccatura delle parti dove non è più presente la preparazione pittorica ed infine il restauro pittorico vero e proprio che si può realizzare in vari modi: tra questi ricordiamo quello a lacuna neutra oppure reintegrazione imitativa che prevede una forma mimetica del colore realizzata sottotono, in modo da evidenziare la riconoscibilità dell’intervento di restauro.

l’eucarestia agli appestati”, dipinti dall’Abate Ottolini. A destra dell’altare maggiore c’è un quadro di G. Manzoni raffigurante San Lucio martire, protettore dei “Furmagiatt”, i fabbricanti di formaggio che avevano in questa chiesa la loro confraternita. Davanti a questo altare vi è una grata, si intravedono dieci scalini che portano ad una cripta dove si trova il sepolcreto dei Disciplini. I Disciplini indubbiamente hanno voluto creare un ambiente del tutto singolare: infatti proseguendo lungo il corridoio si accede all’Ossario con una volta affrescata nel 1695 dei quattro Santi protettori Ambrogio, Sebastiano,

Bernardino da Siena e Santa Maria Vergine. La volta molto suggestiva con la grazia del rococò si fonde con una scena macabra, quasi sconvolgente: la cappella-ossario, quadrata, ha tutte le pareti ricoperte di teschi e ossa , disposti in vari modi, arrivando perfino a comporre figure geometriche come croci di vario tipo. Per lungo tempo la tradizione ritenne che tali resti appartenessero ai martiri cristiani morti durante gli scontri con gli “eretici ariani” ai tempi di Sant’Ambrogio. In realtà questa tesi non regge perchè tutti questi resti risultano appartenere a pazienti morti nell’ospedale del Brolo.

San Bernardino alle Ossa Fra storia e leggenda da brivido!

Ivana Metadow

U

na singolare struttura dove architettura, scultura e pittura si incontrano con una macabra realtà che ci ricollega con l’inevitabile avvenimento della morte. Nel 1145 un facoltoso cittadino milanese, Goffredo

da Bussero, elargì il necessario per la costruzione di un ospedale, proprio di fronte alla Basilica di Santo Stefano Maggiore. Ben presto fu necessario costruire anche un cimitero per seppellire coloro che morivano proprio nell’annesso ospe-

dale. Ma nel 1210 non c’era più spazio per nuove sepolture e venne così costruito un Ossario. Nel 1269 il Priore e alcuni fratelli fecero erigere una chiesetta vicina all’Ossario. Nel 1642 però, il campanile della vicina Chiesa di Santo Stefano crollò e le macerie

rovinarono il piccolo complesso. Fu necessaria quindi una ristrutturazione, la prima volta nel 1679 ad opera di Giovanni Andrea Biffi che lavorò soprattutto sulla facciata, dandole un aspetto tipo “civile” e sull’Ossario, decoran-

do le pareti con teschi e tibie umane. Non dimentichiamo la particolarità dei tempi che avevano visto pestilenze e carestie e che creavano abitudine rispetto alla sofferenza e al senso del macabro. Successivamente dopo un incendio avvenuto nel 1712 che distrusse la

chiesetta originaria, l’architetto Carlo Giuseppe Merlo intervenne costruendo la grande chiesa a pianta centrale. Venne scelto come patrono San Bernardino da Siena. Questa chiesa fu collegata alla chiesetta originale, trasformata in am-

bulacro, attraverso un arco di trionfo. Dall’ambulacro si accede al corpo principale del tempio nel cui atrio si trovano una tela raffigurante S. Antonio e S. Francesco ai lati di un Crocifisso del pittore Pontoja e, a destra, un bassorilievo con l’effige di Sant’Ambrogio risalente al XV secolo. L’interno presenta pianta ottagonale, semplice, con altari marmorei barocchi e due cappelle laterali. Nella cappella di destra è dislocato un altare in marmo con una Pala raffigurante “Santa Maria Maddalena in casa del fariseo” di Federico Ferrario. Una curiosità: dal 1768 in questa cappella vi è la tomba di famiglia di alcuni discendenti di Cristoforo Colombo, sulle cornici laterali dell’altare vi sono gli stemmi della famiglia, con il motto: “Colon diede il nuovo mondo-alla Castiglia e al Leon.” La cappella di sinistra è dedicata a Santa Rosalia, con un’opera del Cucchi che ritrae la Santa con un Angelo. Nella nicchia tra la cappella di sinistra e l’altare maggiore, vi è un dipinto su tavola raffigurante la Madonna della Passione e Santi fra cui Sant’Ambrogio, San Rocco e San Bernardino del pittore Gabriel Bissius del 1513. All’altare maggiore vi è un’ancona rappresentante la Madonna con il Bambino che viene attribuita ad Amadei, ai lati, due grandi quadri, a destra “Sant’Ambrogio orante durante la battaglia di Parabiago”, a sinistra “San Carlo che somministra


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Arte Milano

serate musicali

astroarte di yari

Giorgio De Chirico

Sala Verdi del Conservatorio –Via Conservatorio, 12 Teatro Dal Verme – Via S. Giovanni Sul Muro, 2 Lunedì 2 marzo 2009 ore 21.00 Pianista ANDRAS SCHIFF (Progetto Mozart II) W. A . MOZART Biglietti: Intero 20,00 Ridotto 15,00 Giovedì 5 marzo 2009 ore 21.00 Violinista NICOLAJ ZNAIDER Pianista ROBERT KULEK L. v. BEETHOVEN: Sonata n. 5 in fa maggiore op. 24 Primavera. J. S. BACH: sonata n. 2 in la minore BWV 1003 v. BEETHOVEN: Sonata n. 7 in do minore op. 30 n. 2 Biglietti: Intero 15,00 Ridotto 10,00 Lunedì 9 marzo 2009 ore 21.00 Pianista ANDRAS SCHIFF (Progetto Mozart III) W. A . MOZART: Fantasia in do minore K 475 Sonata in fa maggiore K 533/494 Sonata in do maggiore K 576 Rondò in la minore K 511 Sonata in do maggiore K 457 Biglietti: Intero 20,00 Ridotto 15,00 Lunedì 16 marzo 2009 ore 21.00 I SOLISTI DI MOSCA Direttore YURI BASHMET I. STRAVINSKY: Apollon Musagète B. BRITTEN: Young Apollo per pianoforte e archi op. 16 (Solista: Ermindo Polidori Lucani) HANDEL/CASADESUS: Concerto per viola in si minore (Solista: Yuri Bashmet) F. MENDELSSOHN: Sinfonia per archi in sol min. n. 12 Biglietti: Intero 20,00 Ridotto 15,00 Giovedì 19 marzo 2009 ore 21.00 I SOLISTI DI MOSCA Direttore YURI BASHMET G. TELEMAN: Concerto per due viole (Solisti Yuri Bashmet e Roman Balashov) F. BENDA: Grave per viola e archi (Solista Yuri Bashmet) F. J. HAYDN: Sinfonia in fa minore La Passione , Hob.49 P. HINDEMITH: Tema con quattro Variazioni per pianoforte e orchestra d’archi (Solista Xenia Bashmet) W. A. MOZART: Serenata in sol maggiore K 525 Eine kleine Nachtmusik Biglietti: Intero 20,00 Ridotto 15,00 Lunedì 23 marzo 2009 ore 21.00 Violinista UTO UGHI Biglietti: Intero 25,00 Ridotto 20,00 Lunedì 30 marzo 2009 ore 21.00 Violinista HILARY HAHN Pianista VALENTINA LISITSA Biglietti: Intero 15,00 Ridotto 10,00

S

10 luglio 1888 – 20 novembre 1978

iamo ammaliati dalle opere di un artista così simmetrico e poliedrico. Giorgio De Chirico artista poliedrico e più attuale di alcuni dei tempi nostri, per come ha immortalato sulle sue tele paesaggi, uomini e donne, statue con inconsueta originalità. Del segno del cancro, dotato di un talento creativo ineguagliabile, è guidato dalla magia di un pennello tanto sensibile, quanto lunatico ed è celestiale nell’eccletticità dei suoi colori. Caratterialmente introverso, incline alla spiritualità, il pittore in tutta la sua introspezione, comunica con la sua arte l’amore per l’universo: traghettatore di anime buone e cattive della vita di tutti i giorni, come il Caronte Dantesco, sul filo di una bellezza interiore veneriana, sublima i suoi quadri di metafisicità. La luna che domina il suo talento artistico, lo rende immane nelle sue interpretazioni, e, fluorescente nelle tonalità dei disegni. Giove lo ha dotato di una forza segreta che gli ha permesso di estrapolare con precisione figure lontane e, proiettate nella loro suggestività, nel mondo irreale della fantasia. Mercurio lo trasforma col suo acume intellettivo così spiccato, necessario per elevarsi come genio, fra i grandi della sua epoca. Esterofilo per le sue origini nasciture, ha sempre beneficiato dell’energia di Saturno, per superare le

L’Arte dello Scrabble

malia sull’essere umano, forse in virtù di quell’energia che solo la parola giocata sa sprigionare e la possibilità che la mente ha di compiere acrobazie verbali, di creare e trasformare in un’ infinita possibilità di pirotecnie lessicali. In letteratura molti sono i riferimenti allo Scrabble, ma forse uno degli esempi piu’ significativi ce l’ha offerto Vladimir Nabokov nel suo romanzo “Ada o ardor”. I giochi sono stati parte essenziale nella visione che Nabokov aveva dell’arte, il quale ha ripetu-

sue crisi esistenziali, da cui ha tratto i sentimenti più profondi. Un pittore che ha anticipato i nostri giorni, per un Urano che lo cele-

bra sommo, per eccellenza. Mostre internazionali, innalzano il poeta del colore nella sua metamorfosi che non segnerà mai la parola

fine ma delinerà, nella sua identità, un percorso infinito consacrato dai luminari. Per contattare Yari Tel. 340.2290751

Ok Arte Milano

Edito dall’Associazione Culturale Ok Arte Direttore responsabile Avv. Federico Balconi Direttore editoriale Francesca Bellola Progetto Grafico e impaginazione Kerr Lab kerr@email.it 02 8321963 Stampato dalla Igep Via Castelleone 152 CR Testata OK Arte Reg. Tribunale di Milano del 6 maggio 2008 n. 283

Hanno collaborato: Sara Abdelall Clara Bartolini Ivan Belli Francesca Bellola Castelli e Ville della Lombardia Davide Corsetti Giuliana De Antonellis Alejandro De Luna Ettore Degli Esposti Mauro De Sanctis Enpa Lombardia FAI Carla Ferraris Fabrizio Gilardi Anna Guainazzi Alessandro Ghezzi Sara Moriconi Ghezzi Gabriella Manco Jean Marc Mangiameli Lorenzo Marcianò Ivana Metadow Caterina Misuraca

tamente sottolineato, nelle sue interviste, come il piacere estetico della composizione della parola sia paragonabile alla creazione e al godimento dell’opera d’arte.

Valeria Modica Milena Moriconi G. Nero Luca Pietro Nicoletti Ottavia Ovatini Sabrina Panizza Virgilio Patarini Antonio Purpura Stefano Quatrini Principia Bruna Rosco AmarenaChicStudio Yari

Informazioni e pubblicità 02-92889584 3474300482 info@okarte.org OK ARTE sede in c.so Buenos Aires 45 presso agenzia Cattolica

IN TEMPI DI CRISI UN VERO LEADER DEVE CAPIRE QUANDO È IL MOMENTO DI ANDARSENE...

Appuntamenti per curiosi & appassionati D.R.

“Con i pensieri del nostro subconscio profondo ci dilettiamo raramente. Ma qualcosa deve guidare le parole che diciamo. Quando giochiamo a Scrabble” (Noel Coward, “Bronxville Darby and Joan”). In una lettera del 1880 Lewis Carroll scrive che sta cercando di inventare un gioco in cui: “ci potrebbero essere delle pedine con lettere dell’alfabeto, da spostare

su un tavoliere, fin che si formino delle parole”. L’intuizione di Carroll, rimase inespressa fino alla nascita dello Scrabble, negli anni trenta ad opera di un fantasioso architetto newyorchese, Alfred Mosher Butts. Il prototipo iniziale, datato 1931 e chiamato “Lexico”, subì varie modifiche fino ad approdare alla versione ufficiale e definitiva detta, appunto, “Scrabble”. Giocare con le parole ha da sempre esercitato una particolare

Nei giorni 21-23 novembre, in occasione di Ludica 2008, Festival nazionale del gioco e del videogioco (al Datch Forum di Assago, Milano) la Federazione Italiana Gioco Scrabble presso il suo stand organizzerà esibizioni e piccoli tornei per principianti ed esperti. www.ludica.it/ Il 29-30 novembre, organizzato dalla Federazione Italiana Gioco Scrabble, si svolgerà il Torneo di Milano, detto degli Sforzeschi, che vedrà riuniti amici da tutta Italia. L’appuntamento è per sabato 29 alle ore 14.00 presso La Casa dei Giochi di Via S.Uguzzone 8, Milano. Per partecipare è sufficiente essere appassionati di giochi ed avere una buona padronanza della lingua italiana. Le poche e semplici regole saranno spiegate prima del torneo. Iscrizioni: http://scrabbleitalia.blogspot.com Per ulteriori informazioni si può telefonare alla segreteria della Federazione al 339-1106705, oppure consultare il sito www.scrabbleitalia.com

QUEST’ANNO PER CAMBIARE POTREI FARMI UN MESETTO AI CARAIBI...

...OPPURE UNA BELLA SCIATA A GSTAAD?


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Arte Milano

FEBBRAIO-MARZO 2009

GIADA: a Monza il Salone di bellezza dello stilista Luigi Trabucco

Caterina Misuraca

Metti una serata di questo gelido inverno al caldo di un locale fashion, avvolta in un “ever green” tubino nero, attenta alle rivisitazioni dettate dalle passerelle 2009: tacchi 12 cm dai colori intensi accompagnati a pochettes in vernice dalle nuances vintage e ancora cinturone per mettere in risalto la silhouette e bijoux preziosi come echi di luce. Basterà tutto questo per essere cool? Beh… dipende da quello che “si ha in testa”! Di certo il look sarà impeccabile se ci si sarà affidati alle cure del Salone di bellezza dello stilista Luigi Trabucco. Situato nel cuore della città di Monza, “Giada” rappresenta oramai un must per le donne che vogliono mantenersi belle, e non importa se per grandi eventi o serate mondane, ciò che conta è sentirsi “bene” di giorno al lavoro, con le amiche a fare shopping, per essere mamme, mogli… donne moderne e dinamiche che amano volersi bene. Donne che non rinunciano a piacere per piacersi! Infatti il Salone di

Equipe Giada con Cristina Chiabotto ne la dimensione estetica, per esempio, il Salone offre possibilità infinite. Dai trattamenti classici come il Soin Hidroceane: idratazione profonda e prolungata a base di oligo elementi marini, oli vegetali; Soin

Gigi Trabucco con Edelfa Chiara Masciotta bellezza Giada accoglie con professionalità, competenza, e grande cordialità le clienti grazie ad una qualificata equipe di diciassette collaboratori. Ogni cliente in questo “paradiso di bellezza” potrà beneficiare di servizi innovativi di grande qualità dislocati in uno spazio di oltre 200 metri quadrati strutturato su due livelli e con un primo piano dedicato al reparto coiffure e all’accoglienza ed un piano superiore riservato al centro estetico in cui si eseguono trattamenti per il benessere del corpo attraverso tecniche e tecnologie sempre al passo con le novità. Per quanto concer-

Liftoceane: che consente giovinezza ed elasticità immediata con biostimolatore marino e citoprotettore, alga corallina e noce di Macadamia, protezione anti UV; Oxigenant: consigliato per purificare epidermidi, miste e grasse con il potere di un cocktail di olii essenziali e di un balsamo che dissolve le ostruzioni dei pori; Revitalizant: per pelli mature particolarmente devitalizzate che mancano di tonicità e fermezza. Harmonie: per chi soffre di rossori diffusi, couperose e di ipersensibilità. E ancora, sempre per la cura del corpo, plaisir de forme: seduta pratica per avere sempre

un corpo liscio ed idratato. Enveloppement minceur: avvolgimento dimagrante totale del corpo a base di alghe di Bretagna originali. Enveloppement anti-caption: avvolgimento anticellulite da effettuarsi sulle zone colpite a base di alghe di Bretagna originali. Enveloppement thermale: avvolgimento totale o localizzato con l’utilizzo d’argilla austriaca molto rimineralizzata dove vengono unite soluzioni, gel e creme che in sinergia vanno a lavorare contro i pannicoli adiposi e cellulite. Sculptural: trattamento eccezionale per rassodare il corpo. Straordinario nel periodo della gravidanza e nel post parto su svuotamenti e smagliature. Dopo questa veloce carrellata sulle più interessanti novità estetiche ricordiamo che la serietà e competenza dello stilista Luigi Trabucco, del resto, è storia consolidata nel mondo della bellezza. Una storia luminosa e piena di successi attraverso costanti partecipazioni a grandi eventi internazionali quali show delle più importanti reti televisive: Notte sotto le stelle, Buona Domenica, Moda Mare, Festival di Sanremo e spettacoli teatrali. Inoltre Luigi con ben vent’anni di partecipazione rappresenta una vera icona dell’evento di Bellezza più importante della Penisola: Miss Italia. Non è un caso quindi se attrici, modelle, showgirl e donne dello star system

italiano scelgano con regolare frequenza il Salone Giada apprezzandone le garanzie di serietà e professionalità. Nonostante i traguardi raggiunti e le indiscusse competenze ed esperienze acquisite, lo stilista conserva l’entusiasmo per la ricerca di nuove forme espressive e proprio per cogliere ogni nuovo stimolo è impegnato in viaggi frequenti soprattutto nelle Capitali europee più all’avanguardia: Londra e Barcellona. Consapevole dell’importanza della for-

mazione, Luigi frequenta workshop e seminari stilistici e tecnici, coinvolgendo e trasmettendo ai propri collaboratori la passione e l’energia necessari per cogliere ogni spunto alla creazione di nuove forme espressive. Sicché aggiornamento e costante formazione sono alla base dello staff aperto a cogliere le tendenze delle passerelle di moda, per esempio della “settimana” attualmente in corso a Milano in cui stanno già venendo fuori interessanti novità per l’autun-

Gigi Trabucco con Eleonora Pedron

Il Giada Salone di Bellezza

si trova a Monza, in via S. G. Bosco, 6 Giorni di apertura Martedì - Sabato 9:00 - 18:00 Servizi solo per appuntamento Servizi spose anche a domicilio

no\inverno 2010. Pensando intanto alla prossima primavera\estate 2009 in cui si riconferma il trend dei “tacchi vertiginosi”, va detto che sarà la stagione degli abiti lunghi e fluttuanti e dalle trasparenze estreme. Non ci sarà un colore predominante bensì tutta la tavolozza dei colori sarà declinata in abiti sgargianti che strizzeranno l’occhio ai mitici anni Settanta. Ne è conferma il ritorno annunciato di pantaloni a zampa d’elefante. La parola d’ordine sarà “versatilità”! Anche e soprattutto per la pettinatura e per il trucco… Basti pensare che le passerelle della New York Fashion Week hanno proposto acconciature di boccioli di fiori intrecciati tra i capelli. Colori accesi dai toni di viola, arancio giallo, senza smarrire accenti più romantici declinati in rosa pesca e beige. Le proposte della Grande Mela hanno quindi messo in risalto tessuti che si intrecciano a loro volta con i capelli sbocciando infine in ampie corolle un po’ sgualcite in omaggio al vintage. Tutte evidenti ascendenze hippie, percorse con fiori in tessuto e tulle accompagnati a cordoncini colorati o in cuoio, piume e perline di legno. Insomma, una delle infinite proposte per la prossima primavera\estate… e solo da Giada questa magia di bellezza e molto altro ancora … potrà diventare realtà!


rivista OK ARTE maggio 2009