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La deforestazione del Gran Chaco E gli indigeni rischiano l'estinzione -...

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AMBIENTE E SOLIDARIETA'

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La deforestazione del Gran Chaco E gli indigeni rischiano l'estinzione La regione di confine fra Paraguay, Bolivia, Argentina e Brasile subisce un'aggressione che ha già compromesso oltre 250 mila ettari. Un valore in vistoso aumento rispetto all'anno scorso. La Ong paraguayana che si batte per la salvaguardia dei diritti delle popolazioni Todobiegosode, dopo la scomparsa degli Ayoreo di CHIARA ZARU

ROMA - All'alba del 30 novembre scorso, la regione del Chaco Paraguayano è giunta ai 253.961 ettari di terra deforestata, superando la cifra del 2010 che ammontava a 232.000 ettari. E' quanto afferma l'Ong paraguaya Gurya Paraguay 1 nel suo ultimo studio sulla regione del Gran Chaco Americano. L'osservazione satellitare indica che in Paraguay si è registrato il più alto tasso di deforestazione pari all'83% del territorio nazionale, seguito da Argentina col 16% e la Bolivia con l'1%. La ricca bio-diversità. Il Gran-Chaco è una della principali eco - regioni dell'America latina dopo la foresta Amazzonica. Zona di confine estesa tra Argentina (62%), Paraguay (26%), Bolivia (11%) e Brasile (1%), il Chaco conserva una ricchissima biodiversità e rappresenta una fondamentale area di transizione ambientale tra il territorio andino e la regione amazzonica. Il Chaco Parguayano, con più di 14 milioni di ettari di copertura boscosa e che si estende per il 60% del territorio nazionale, costituisce il sostentamento per le comunità indigene che vi abitano ed è fonte di sviluppo economico e sicurezza alimentare per il Paraguay e il resto del mondo. E l'impresa brasiliana disbosca. Si chiama Ayoreo il popolo indigeno che una volta abitava il Chaco. Si tratta di un popolo nomade di cacciatori-agricoltori, per la maggiorare deportato fuori dai suoi territori ancestrali tra il 1959 e 1987. Al momento sono poco più di 2.000 gli Ayoreo che abitano in 13 insediamenti: dieci comunità in Bolivia e tre nel Paraguay. Soltanto un gruppo, i Totobiegosode, vivono ancora nella foresta, senza contatti con gli altri Ayoreo o stranieri, nel Nord del Chaco Parguayo. Proprio i Totobiegosode hanno protestato a gran voce nel marzo del 2010 contro il disboscamento illegale della loro area ad opera di un'impresa agro-alimentare brasiliana. In quell'occasione, il governo paraguayano si schierò a fianco del gruppo indigeno imponendo all'impresa una sanzione. Leggi deboli a difesa. L'imponente patrimonio ambientale e culturale del Chaco non sembra dunque essere d'ostacolo agli imprenditori stranieri che, approfittando di una debole legislazione in materia di conservazione delle risorse ambientali, acquistano a prezzi vantaggiosi immense aree boscose, per l'allevamento di bovini da rivendere sul mercato internazionale. Negli ultimi anni, il Chaco Paraguayano è stato afflitto ciclicamente da periodi di estrema siccità, segno della desertificazione che avanza a causa della pessima gestione delle risorse ambientali. Gli effetti della siccità. Si ripercuotono in primo luogo sulle comunità indigene, quelle più emarginate dal sistema politico, che hanno iniziato a soffrire di malattie legate alla carenza d'acqua o all'insicurezza alimentare. Ad assistere i popoli indigeni nella loro lotta alla sopravvivenza, ci sono diverse Ong internazionali, tra cui COOPI 2 che, in consorzio con OXFAM 3, ha avviato nel luglio 2011 Chaco Rapére un programma di assistenza umanitaria e prevenzione ai disastri naturali che cerca di garantire un maggior accesso all'acqua alle comunità più isolate e aride.

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(21 dicembre 2011)

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INDICE DEI LINK 1. Gurya Paraguay — http://www.guyra.org.py/ 2. COOPI — http://www.coopi.org/it/home/ 3. OXFAM — http://www.oxfamitalia.org/

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Il Master in Cooperazione A Pavia la consegna dei diplomi - Repubblica.it

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DOPO 15 MESI DI STUDI

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Il Master in Cooperazione A Pavia la consegna dei diplomi Il riconoscimento verrà consegnato domani a 32 studenti provenienti da tutto il mondo. I corsi post-laurea, nato nel 1997, è tutto in inglese ed ha una durata complessiva di 500 ore Lo leggo dopo

PAVIA - Saranno 32 gli studenti provenienti da tutto il mondo - dall'Italia ma anche da Africa, Medio - Oriente, America Latina, Asia, Europa e Stati Uniti - a ricevere domani a Pavia il diploma di Master in Cooperation and Development, al termine dei 15 mesi di studi. Si tratta della conclusione di un percorso formativo unico, proposto dall'Istituto Universitario di Studi Superiori 1 (IUSS) di Pavia e dall'Università di Pavia, insieme alle tre organizzazioni non governative CISP 2, COOPI 3 e VIS 4, con il sostegno del Ministero Affari Esteri e del Ministero dell'Istruzione, Università e Ricerca che unisce alla parte residenziale di didattica - svolta attraverso la collaborazione tra accademia, organizzazioni internazionali e non governative - anche l'opportunità di svolgere un periodo di stage al fianco di professionisti nel campo della cooperazione allo sviluppo. Una rete che si è allargata. Il Master, nato nel 1997 e diretto dal prof. Gianni Vaggi, è organizzato in collaborazione tra lo IUSS e l'Università degli Studi di Pavia, assieme alle tre Ong, ed è sostenuto dalla Direzione Generale per la Cooperazione e lo Sviluppo del Ministero degli Affari Esteri. Negli anni recenti, il Master ha allargato la sua rete creando il Cooperation and Development Network di cui fanno parte il Master in Cooperation and Development (MICAD) di Betlemme e la Scuola Latinoamericana di Cooperazione e Sviluppo (ELACID) di Cartagena de Indias, in Colombia. Otto mesi di lezioni. Il Master, che accoglie ogni anno circa 30 studenti ed è tenuto completamente in inglese, è organizzato in due parti: una teorica residenziale a Pavia di otto mesi con lezioni di economia, scienze sociali, gestione e pianificazione dei progetti, e l'altra pratica con stage sul campo della durata di 3/6 mesi. L'intero programma dura 15 mesi, con più di 500 ore di lezione e 75 crediti riconosciuti secondo il Sistema "European Credit Transfer System" (ECTS).

© RIPRODUZIONE RISERVATA

(24 gennaio 2012)

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INDICE DEI LINK 1. Istituto Universitario di Studi Superiori — http://www.iusspavia.it/ 2. CISP — http://www.cisp-ngo.org/ 3. COOPI — http://www.coopi.org/it/home/ 4. VIS — http://www.volint.it/vis/

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Le Ong italiane e la politica Se fare solo del bene non basta più - Repub...

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Le Ong italiane e la politica Se fare solo del bene non basta più Cinque fra le organizzazioni umanitarie italiane più importanti e famorse parlano della tendenza diffusa di non limitare più il proprio lavoro agli aspetti tecnici dell'assistenza nelle aree più povere del Pianeta, ma indicare anche le cause anziché gli effetti, per cambiare il mondo in meglio. Ma svelano anche i limiti di una scelta di campo assai esplicita di GIAMPAOLO CADALANU

Lo leggo dopo

ROMA - Tutto è politica, si diceva già negli anni Settanta. A maggior ragione sono i temi dell'impegno sociale e umanitario a inserirsi nella categoria: fra le Organizzazioni non governative la tendenza sempre più diffusa è quella di non fermare più il proprio lavoro agli aspetti strettamente "tecnici" dell'assistenza ai più sfortunati, per svelare senza ipocrisie le radici dei disagi e le possibilità di intervento. In altre parole, indicare le cause invece che gli effetti, per cambiare il mondo in meglio. Abbiamo chiesto a cinque protagonisti qual è la scelta della loro organizzazione e quali sono gli eventuali limiti di una scelta di campo esplicita. Action Aid 1 "Il perché dei nostri sforzi". L'organizzazione italiana affiliata al network con coordinamento in Sudafrica è impegnata in una raccolta fondi con Sms per il suo lavoro in Etiopia. Ha appena diffuso uno spot e dato alle stampe "Il diritto di cambiare 2". È un volumetto dal tono narrativo che sancisce un passo avanti nell'impegno di ActionAid. Marco De Ponte, segretario generale, spiega il perché di questo sforzo. "Più che una svolta, parlerei di un'evoluzione. Negli ultimi anni ActionAid, specialmente la sezione italiana, ha guardato sempre più alle cause dell'esclusione sociale, evitando di fermarsi ad affrontarne gli effetti. Oggi - aggiunge De Ponte - la divisione fra ricchi e poveri non corrisponde ai confini tra Paesi, ci sono ricchezze e responsabilità anche nei Paesi poveri, come c'è povertà anche nei Paesi ricchi. Il panorama non è più in bianco e nero, dunque occuparsi di giustizia sociale anche sotto casa è un passo logico e necessario ad avvicinare gli italiani ai problemi che affrontiamo in tutto il mondo". Non è solo 'far del bene'. In Italia ancora prevale l'idea che il lavoro delle Ong sia solo 'far del bene' - ha detto ancora De Ponte ma noi puntiamo ad un trasformazione sociale profonda e sostenibile, all'estero come qui. Il libro e lo spot sono un modo per mettere a fuoco i problemi globali mostrando la possibilità di risolverli. Se un miliardo di persone soffre la fame, è a causa di inaccettabili squilibri di potere, di accesso alle risorse che inevitabilmente risultano limitate sul nostro pianeta. Da tempo - ha concluso - ActionAid descrive ovunque il proprio come un lavoro politico, nel senso che interessa la polis, i cittadini. Il limite di questo ci è molto chiaro: ci schieriamo questione per questione dalla parte degli emarginati, non sulla base di un'appartenenza precostituita a partiti o di adesioni di tipo ideologico". 3

Amnesty International 4

I diritti dell'uomo non sono di parte. L'organizzazione umanitaria, premio Nobel per la pace nel 1977, è da sempre in prima linea per difenderli. Amnesty International pubblica ogni anno un rapporto che non fa sconti a nessuno, individuando abusi e problemi di tutti i Paesi. E la scelta di non ammorbidire la posizione critica, quale che sia la nazione coinvolta, espone Amnesty International a critiche generalizzate, che però in questo contesto valgono come una garanzia di indipendenza. A indicare qual è la linea di Amnesty International è la direttrice della sezione italiana Carlotta Sami. Attivare la partecipazione. "Il limite dell'intervento umanitario sono le disuguaglianze che impediscono di godere i diritti fondamentali. Amnesty International c'è sempre stata, accanto e con i titolari dei diritti umani, con una partecipazione attiva. La nostra strategia attuale si sintetizza con l'espressione "closer to the ground", l'intenzione è quella di attivare la partecipazione di chi ha i diritti. E questa è attività politica nel senso nobile del termine. Ci occupiamo dei diritti di tutti, secondo linee guida che ci danno una visione del mondo come dovrebbe essere. E fra i beni comuni dell'umanità ci sono anche i beni economici, sociali, culturali. Amnesty ha ampliato il suo campo di intervento, è andata al di là dell'umanitario, oltre i diritti fondamentali. Facciamo un esempio: in un momento di crisi finanziaria gravissima dobbiamo verificare che i provvedimenti economici non ledano i diritti fondamentali. Anche i diritti economici sono importanti, non sono diritti di serie B". Coopi 5

La spinta ideale degli anni '60. Operativa già negli anni Sessanta, Coopi è una delle più antiche organizzazioni non governative I tuoi argomenti Consigliati per te Accedi

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Le Ong italiane e la politica Se fare solo del bene non basta più - Repub...

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italiane. Ha una esplicita ispirazione laica, nata con il contributo dei movimenti cattolici di base ed è caratterizzata da un "profilo basso" sul tema dell'intervento politico. Il presidente Claudio Ceravolo sottolinea le scelte dell'Ong. "Coopi è nata sulla spinta ideale degli anni Sessanta, ha vissuto in pieno il dibattito del '68 e degli anni successivi. Ricordo - ha aggiunto Ceravolo - che arrivavamo a fare assemblee sull'opportunità o meno di operare nello Zaire (oggi Congo), e c'era chi sosteneva che non si doveva, perché Mobutu era il burattino della Cia. Alla fine, per fortuna, la spuntò chi ricordava che il nostro impegno andava a favore di chi non aveva nessun genere di assistenza, non a Mobutu". Obiettivo: autodeterminazione. "Per noi anche oggi il discrimine è nel rispetto per le capacità di autodeterminazione dei locali, nei paesi dove operiamo - ha detto ancora il presidente di COOPI - da qui nasce la scelta del basso profilo. Operare scelte politiche in situazioni politiche complicatissime significa non rispettare la loro autonomia. Un esempio: nel '96-'97 siamo stati l'unica Ong a lavorare sia in Ruanda che con i rifugiati ruandesi nell'ex Zaire, e tutto con estrema trasparenza. Non per appoggiare gli hutu génocidaires, ma per costruire latrine sul terreno lavico e non far morire i bambini di diarrea. Insomma - ha concluso - il limite è il rispetto, il principio della 'non condizionalità' degli aiuti interventi , sancito alla Conferenza dalla Dichiarazione di Parigi sull'efficacia degli aiuti del 2005". Emergency 6

Ha occupato lo spazio liberato dalla politica. Fra le Ong italiane quella fondata da Gino Strada è senz'altro la più connotata politicamente. Da sempre su posizioni critiche sugli interventi militari, ha occupato uno spazio lasciato libero dalla politica tradizionale, finendo per raccogliere una robusta fetta dell'eredità ideologica degli anni Settanta. Anche oggi interviene nel dibattito politico con un mensile non dedicato solo ai temi della solidarietà, caso più unico che raro nel mondo delle Ong. Cecilia Strada spiega dove si radica questa forte identità. Lavorare per diventare inutili. "La nostra organizzazione è molto connotata sin dalla nascita, perché lo statuto non parla solo di cure mediche, ma anche di diffusione della cultura di pace e dei diritti umani - esordisce Cecilia Strada - e questi sono senz'altro temi politici. Abbiamo sempre sintetizzato questo atteggiamento con una battuta: lavoriamo per diventare inutili. Emergency compie 18 anni nel prossimo maggio, e sono anni passati in contesti di guerra. Quando torniamo a casa, dobbiamo raccontare che cosa è la guerra, che è sempre "sangue e merda". Non ci basta rattoppare la gente, se non si cambia la testa di chi decide. In questo - aggiunge - il confine da non superare è il rispetto delle esigenze cliniche, che non devono essere subordinate a tesi politiche. Ma è un rischio che noi non corriamo". "Le accuse che ci rivolgono". "Mi spiego: in passato siamo stati accusati di scegliere i luoghi di intervento dove erano presenti gli Usa, per criticarne l'operato. Ovviamente non era vero. Siamo in Iraq dal '96, molto prima della guerra. Siamo in Afghanistan dal '99, prima dell'intervento americano. Ma non rinunciamo a dire che in quel paese in dieci anni abbiamo curato tre milioni di afgani, spendendo quello che l'Italia spende in 25 giorni di guerra". Medici Senza Frontiere 7 Il punto fermo dell'indipendenza. Nata in Francia negli anni Settanta, Médecins sans Frontières ha fatto della propria indipendenza un punto di riferimento per ogni intervento umanitario, al punto che la sua autonomia è stata citata persino nella motivazione del premio Nobel per la pace, ottenuto nel 1999. Il direttore della sezione italiana, Kostas Moschochoritis illustra le scelte dell'Ong. "Msf basa il suo lavoro su tre principi: indipendenza, imparzialità, neutralità. Ma serve la capacità di metterli in pratica, che spesso non può prescindere dall'indipendenza economica. Prendiamo l'Afghanistan: per i Taliban chi prende i finanziamenti dai governi che fanno parte delle forze della coalizione è loro alleato. D'altronde ha aggiunto il direttore di MSF - le autorità italiane non prenderebbero bene la costruzione a Roma di un ospedale finanziato dai Taliban". Negoziare con tutti. "La prima domanda a cui gli operatori umanitari sul campo devono rispondere è proprio: da dove prendete i soldi? E non si può certo mentire. Ma non è mai facile, bisogna mediare, per lavorare in paesi in conflitto serve trattare con tutti. Msf - ha detto ancora Moschochoritis - deve negoziare l'accesso alla popolazione con tutte le parti presenti sul campo, senza distinzione tra 'buoni' e 'cattivi'. Facciamo compromessi per poter lavorare. A volte la nostra presenza è scomoda per una parte, poi magari diventiamo preziosi perché il contesto cambia. Non siamo pacifisti né guerrafondai, il nostro compito è alleviare le sofferenze e salvare vite e questo guida il nostro posizionamento". Quando si diventa parte del problema. "Dire 'sì' oppure 'no' ad un intervento militare - ha aggiunto ancora - significa schierarsi con una delle parti in conflitto, diventando parte del problema e minando la percezione della nostra neutralità, aspetto indispensabile per poter lavorare su tutti i fronti. Anche senza essere un soggetto politico, a volte lavoriamo con la società civile e le istituzioni nazionali e internazionali, magari per chiedere l'accesso ai farmaci anti-retrovirali per i malati di Aids, per contrastare la strumentalizzazione degli aiuti umanitari o per denunciare le condizioni dei migranti senza permesso di soggiorno all'interno dei centri di identificazione ed espulsione". © RIPRODUZIONE RISERVATA

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INDICE DEI LINK 1. Action Aid — http://www.actionaid.it/ 2. Il diritto di cambiare — http://www.repubblica.it/solidarieta/cooperazione/2012/02/14/news/il_diritto_di_cambiare_per_le_donne_in_etiopia_un_libro_per_sostenere_il_progetto_di_ankober29862771/ 3. — http://www.amnesty.it/index.html 4. Amnesty International — http://www.amnesty.it/index.html 5. Coopi — http://www.coopi.org/it/home/ 6. Emergency — http://www.emergency.it/index.html 7. Medici Senza Frontiere — http://www.medicisenzafrontiere.it/

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Quadrante 11

L’ECO DI BERGAMO LUNEDÌ 12 MARZO 2012

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Costa d’Avorio devastata dalla guerra «Lavoriamo per riunificare il popolo» A Bergamo il vescovo di Bondoukou, monsignor Felix Kouadio: basta con i regolamenti di conti «La Chiesa opera perché si giunga finalmente alla pace ma evitando il rischio di coprire la verità» MONICA GHERARDI

a L’occasione del Convegno missionario diocesano ha condotto a Bergamo monsignor Felix Kouadio, vescovo della diocesi di Bondoukou nella parte nord-orientale della Costa d’Avorio. La disponibilità ad incontrarci per un’intervista, ci regala un quadro della Chiesa ivoriana di questi anni, vicina a popolazioni fortemente colpite dai conflitti e dalla crisi. La Costa d’Avorio è una terra particolarmente cara alla Chiesa di Bergamo e dal 1975 è fiorita una significativa cooperazione. Monsignor Kouadio disegna la sua diocesi con parole di profondo affetto, per i sacerdoti, per i missionari e per la gente, provata da dieci anni di profonda crisi. Ventidue sono le parrocchie, 80 i sacerdoti, di cui 76 ivoriani e 4 missionari, 3 dei quali bergamaschi.

l’apporto pastorale dei preti originari della terra africana: 33 sono i giovani che frequentano gli studi di Teologia in Seminario. «Il futuro potrebbe dare un volto nuovo alla cooperazione, – dice il vescovo – magari costruendo un progetto per l’invio di nostri sacerdoti in Italia, perché questa collaborazione non sia un aiuto a senso unico, ma uno scambio». La stima per Bergamo

Quando parla dei missionari bergamaschi presenti nella sua diocesi, il vescovo ha parole di stima. «Sono molto amati, sono preziosi e lavorano bene. Un loro grande merito è quello di comprendere la lingua locale. Per la gente è un segno di grande vicinanza e comunione. Sono uomini che non sono partiti per un loro interesse, ma per il lavoro di Dio». Il ruolo della Chiesa Monsignor Kouadio Guardando al suo «La presenza dei saPaese, monsignor cerdoti - spiega - è molto marca- Kouadio esprime tutto il dolore ta sul territorio. Durante la crisi del vedere una terra spaccata in la Chiesa ha scelto di essere vici- due dalle ideologie. E se si penna alla popolazione che soffre. Al sava che le elezioni avrebbero Nord, zona molto povera, la gen- potuto portare unificazione, di te si è riversata nelle parrocchie fatto la situazione è ancora e ha confermato la grande fidu- preoccupante. «Nella nostra diocia verso la Chiesa cattolica. L’ac- cesi si vedono gli effetti di una coglienza ha aperto le braccia violenza che si è scatenata soverso tutti, cattolici e non. La prattutto nella capitale Abidjan. Chiesa è stata scelta dalla popo- La guerra ha fatto nascere il prelazione per amministrare gli aiu- testo per scatenare conflitti nelti internazionali, perché ritenu- le città, nei villaggi, fra le famiglie, ta affidabile». con accuse e regolamenti di conLa diocesi di Bondoukou è na- ti. La Chiesa opera perché si ta nel 1987. A quel tempo erano giunga all’unità del Paese, alla pa7 le parrocchie, con tre sacerdo- ce, senza prendere posizione, ma ti ivoriani e 20 missionari. Ora il per il bene della gente. D’altro quadro si è ribaltato e la diocesi canto però si rischia così di copricammina soprattutto grazie al- re la verità. La Chiesa deve tro-

Le violenze nella capitale ivoriana Abidjan continuano anche dopo la fine del conflitto: il Paese resta diviso in due

vare il modo giusto per far emergere il bene, per costruire la strada della giustizia e della pace».

La svolta ad Abidjan A

Lascia il primo ministro «Si apre una nuova era» A Il primo ministro Guillaume Soro ha rassegnato le sue dimissioni e quelle del suo esecutivo al completo, come previsto dalla Costituzione, a poche ore dalla pubblicazione dei risultati definitivi delle legislative tenute tra dicembre e fine febbraio. Il trentanovenne ex capo della ribellione delle Forze nuove (Fn) è stato eletto deputato e in molti a Abidjan lo indicano come il futuro presidente della nuova Assemblea naziona-

le (Parlamento) in carica fino al 2014. La stampa locale e internazionale ha sottolineato che per la Costa d’Avorio le dimissioni segnano l’inizio di una «nuova era» per il Paese e possono imprimere «uno slancio vitale per il suo futuro». Soro è entrato a far parte del governo ben nove anni fa. Da cinque era primo ministro e da alcuni mesi guidava anche il ministero della Difesa. Non di rado veniva chiamato «ministro di guerra».

Uno sguardo positivo

Il vescovo guarda alla sua gente con sguardo positivo. «Questa crisi ha risvegliato fede, coraggio e senso di responsabilità. La sfida è che in ogni cristiano nasca il desiderio di trovare un proprio ruolo, di coltivare e amare la verità, perché senza verità non ci può essere perdono, né riconciliazione vera». Guardando l’Occidente, il tono si fa più triste. «Per noi dovrebbe essere il modello di vita cristiana, ma constatiamo che molto del male dell’Africa ha le sue radici in Occidente. Le nostre chiese la domenica

sono piene e festose. Qui ho visto chiese solo con bambini e anziani. Credo si sia perso il senso della celebrazione della fede. Sento spesso dire qui: "sono cattolico non praticante". Ma è una contraddizione. Come è possibile essere cristiano senza dirlo con la propria vita, con la celebrazione e la preghiera comunitaria? Purtroppo la fede che avete portato in Africa, faccio ora fatica a riconoscerla qui». Il grazie ai missionari

Il vescovo non manca infine di esprimere il grazie profondo alla Chiesa di Bergamo, ai sacerdoti missionari, per tutto quello che si sviluppa attraverso questa cooperazione. ■

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Da Bergamo nel cuore dell’Africa «Così aiuto i profughi congolesi» a È tanta la «passione d’Africa» che ha deciso di lasciare un posto come assegnista di ricerca all’Università (incarico che non si ottiene tanto facilmente) per ripartire alla volta della Repubblica Centrafricana.

Roberto Cavallini, 35enne di Brembate di Sopra, fa il tecnologo alimentare e da alcuni anni lavora per progetti di cooperazione. Il 4 aprile partirà di nuovo, questa volta con Coopi, organizzazione non governativa milanese. «Ho lavorato per diverse ong – spiega – ma sempre in Africa. Prima sono stato in Ciad, poi in Mali e adesso Repubblica Centrafricana, almeno per un anno poi si vedrà». Andrà a coordinare le attività di Coopi all’interno di un campo profughi, vicino al confine con la Repubblica democratica del Congo. Un agglomerato di circa 7 mila persone, scap-

pate dalla guerra civile congolese scoppiata dopo le ultime elezioni. «Li chiamiamo campi profughi ma di fatto finiscono per diventare delle piccole città – precisa Roberto -. Lì avrò l’incarico di seguire i diversi interventi della nostra ong: ci occupiamo di istruzione, distribuzione di alimenti e agricoltura. Organizziamo cicli di formazione scolastica sia per i bambini che per gli adulti, che spesso sono analfabeti; gestiamo la distribuzione delle derrate alimentari e dei beni di prima necessità che arrivano dal Pam, il programma alimentare dell’Onu. E poi diamo supporto alle donne che scelgono di impegnarsi in piccole attività agricole: forniamo le sementi e c’è un agronomo che le segue nel lavoro, sono sempre le donne a subire di più in queste situazioni». L’interesse per l’Africa è co-

Roberto Cavallini, 35 anni, è originario di Brembate di Sopra

minciato mentre scriveva la tesi di laurea, diversi anni fa, quando per sei mesi è andato a studiare in una piccola isola vicino a Zanzibar. Da lì in poi si può dire che «non è più riuscito a smettere»: durante il dottorato è stato due anni in Ciad, in un centro nutrizionale in cui vengono curati i bambini malnutriti, e poi per altri due anni e mezzo ha vissuto in Mali, dove ha lavorato a contatto con la popolazione dei Dogon. «Il mio lavoro mi piace e lo faccio con grande passione – dice Roberto –, anche se a volte non è facile perché questo è un lavoro che in qualche modo ti marchia: stai via per anni e se un giorno decidi di tornare a stabilirti a Bergamo non è detto che trovi un lavoro "normale". Ma certo c’è anche qualcos’altro che mi spinge a tornare in Africa: mi appassionano molto le culture, le usanze, i luoghi. Con un espressione banale direi che subisco un po’ il "fascino del primitivo". Per quanto ogni tanto bisogna proprio sforzarsi per riuscire ad apprezzare qualcosa quando intorno c’è tanta miseria». Se in Mali ha avuto a che fare con persone non poverissime,

che comunque vivevano anche di un po’ di turismo, in Ciad Roberto ha proprio visto la fame e la morte. «Nel centro nutrizionale arrivano i bambini denutriti – racconta – e capita che muoiano perché non si riesce a curarli. La prima reazione che avevo i primi tempi era un forte senso di impotenza: vedi questi piccoli pelle e ossa, così fragili che hai paura a toccarli, e sai che non puoi fare nessun miracolo. E poi ci sono l’ignoranza, la rassegnazione, spesso il fatalismo. In contesti rurali così poveri a volte è quasi normale che le donne non si prendano cura dei figli, almeno non per come l’intendiamo noi. Mi è capitato di vedere madri che si mangiavano il pasto che davi loro per i bambini, e con tutta probabilità non avevano consapevolezza del fatto che stavano privando i figli di qualcosa di importante». E dopo il progetto in Repubblica Centrafricana? «Chi lo sa», sorride Roberto. Chissà se la passione d’Africa avrà ancora la meglio sulla voglia di una vita «normale». ■ Sara Agostinelli ©RIPRODUZIONE RISERVATA




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Rassegna stampa COOPI - 2011/12  

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