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Miele Intervista a Faye Kellerman di Piero Alessandro Corsini

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Uno

Il movimento fu così rapido che, se Decker non fosse stato un professionista, non l’avrebbe neppure percepito. Sterzò bruscamente a sinistra e frenò. La vettura – un’auto-civetta, color marrone – emise un gemito, fece resistenza, poi, con uno scatto di ribellione, cambiò direzione in mezzo all’incrocio vuoto. Decker iniziò a perlustrare la strada vuota, sperando di avere un’altra opportunità di vedere quello che aveva attratto la sua attenzione. La convergenza della Plymouth era ancora sballata: stavolta la macchina tirava a destra. Quando avesse avuto un minuto libero, se ne sarebbe occupato personalmente. L’avrebbe tirata su e le avrebbe frugato nella pancia. I meccanici della centrale erano una frana. Strapieni di lavoro e sottopagati, risolvevano un problema causandone un altro. Quando un’auto tornava dall’officina, i ragazzi della stazione scommettevano sempre su cosa si sarebbe rotto prima – sei a uno su una perdita dal radiatore, quattro a uno su un carburatore ingolfato, tre a uno sulla rottura dell’aria condizionata (d’estate la quotazione migliorava, due a uno). Decker si passò le dita tra i suoi fitti capelli color zenzero. Il quartiere era morto. Qualunque cosa avesse visto, probabilmente era insignificante. All’una del mattino, gli occhi facevano degli scherzi. Nell’oscurità, le automobili parcheggiate assomiglia-


vano ad enormi tartarughe, e i lunghi rami degli alberi a degli scheletri appesi. Perfino una zona popolosa come questa sembrava una città fantasma. File di case in stucco color tabacco formavano una zuppa indistinta, illuminata dai raggi della luna e dalla luce bluastra dei lampioni agli angoli delle strade. Rallentò la Plymouth fino ad andare a passo d’uomo e accese gli abbaglianti. Forse aveva visto solo un gatto, e quella luce era stato un riflesso negli occhi del felino. Ma quel bagliore era stato meno concentrato e più casuale, una scarica di lampi come delle dita argentate che scorressero sulla tastiera di un pianoforte. Eppure, scrutando attraverso il finestrino, non vedeva niente di insolito. Il quartiere era nuovo di zecca, le strade ancora puzzavano dell’asfalto appena steso, e gli alberi sui marciapiedi erano poco più che degli arbusti. Era uno di quei compromessi tra i conservazionisti e i costruttori: il progetto aveva accontentato entrambi senza però soddisfare realmente né gli uni né gli altri. Le due fazioni erano state in guerra sin dalle elezioni truccate nella Northeast Valley. Il progetto era stato avviato in fretta e furia per calmare un po’ le acque, ma il contenzioso era tutt’altro che chiuso. C’erano ancora troppi terreni edificabili su cui litigare. Decker aprì il finestrino e si sistemò meglio sul sedile, cercando di stiracchiarsi. Prima o poi il Comune avrebbe ordinato delle auto-civetta sufficientemente grandi per far posto ad un uomo della sua stazza; per il momento, però, si ritrovava le ginocchia in bocca. La notte era mite, la nebbia non era ancora scesa. La visibilità era ancora buona. Che diavolo aveva visto? Se l’indomani avesse dovuto lavorare, avrebbe lasciato perdere e sarebbe filato a casa. Ma nel suo giorno libero, non c’era niente ad attenderlo, tranne un appuntamento a pranzo con un fantasma. Lo stomaco brontolò all’idea, e Decker cercò di dimenticarlo – di dimenticare lui. Meglio affrontare il passato alla luce del giorno. 8


Un altro giro intorno all’isolato, tanto per essere sicuri. Se non ci fosse stato niente, se ne sarebbe andato a casa. Era un figlio di puttana tenace, ed era anche questo a renderlo un buon poliziotto. In ogni modo, non era stanco. Aveva fatto un pisolino nel tardo pomeriggio, prima della sua lezione settimanale di Bibbia con Rav Schulman. Quell’uomo aveva passato i settanta, eppure aveva più energie di molti giovani che avevano la metà dei suoi anni. I due avevano studiato per tre ore di fila. A mezzanotte, mentre il rabbino ancora non dava il minimo segno di stanchezza, Decker aveva annunciato che ne aveva abbastanza. Il vecchio aveva sorriso e aveva chiuso la sua copia del Talmud. Stavano studiando il codice civile degli oggetti smarriti. Dopo la lezione, avevano scambiato due chiacchiere e fumato qualche sigaretta – per Decker, la prima dose di nicotina di tutta la giornata. Mezz’ora dopo, se n’era andato con un pacco di carte da studiare per la settimana successiva. Ma era troppo eccitato per andare a casa a dormire. Il suo modo preferito di combattere l’insonnia era di guidare a lungo ai piedi delle San Gabriel Mountains, inspirando la bellezza del paesaggio incontaminato, le colline piene di fiori di campo ed erba selvatica, le querce nodose e gli aceri color miele. La pace e la solitudine lo avvolgevano come una coperta calda, e di solito gli bastava poco per rilassarsi quel tanto che bastava per farlo dormire. Si stava dirigendo a casa quando aveva percepito quel bagliore di luce. Per quanto cercasse di convincersi che non era stato niente, qualcosa nello stomaco gli diceva di continuare a cercare. Fece il giro dell’isolato, poi riluttante si accostò al marciapiede e spense il motore. Restò un momento seduto, lisciandosi i baffi, poi diede una botta al volante e aprì la portiera. Che diavolo, due passi gli avrebbero fatto bene. Per sgranchire le gambe. Del resto, non c’era nessuno che lo stesse aspettando al ranch. Il focolare era spento da un pezzo. Decker ripensò alla telefonata che aveva avuto con Rina qualche ora prima. La 9


donna sembrava davvero molto sola; aveva accennato alla possibilità di tornare a Los Angeles per una visita – solo lei, senza i figli. Cavolo, Decker aveva reagito con entusiasmo – forse troppo entusiasmo. Era così eccitato all’idea, che probabilmente Rina aveva visto i suoi ormoni spuntare fuori dalla cornetta. Decker si chiese se non l’aveva spaventata, e si ripromise di chiamarla l’indomani mattina. Si agganciò la radio portatile alla cintura, chiuse a chiave la portiera e aprì il bagagliaio. La lampadina era rotta, ma Decker poteva vedere abbastanza per frugare al suo interno – un kit di pronto soccorso, un pacchetto di guanti sterili da chirurgo, sacchetti per le prove, una cima, una coperta, un estintore – dove aveva messo la torcia? Sollevò la coperta. Tombola! E, miracolo dei miracoli, le batterie erano ancora cariche. Una rapida perlustrazione a piedi. Gli piaceva la sensazione dell’aria del primo mattino sul volto. Ascoltò i propri passi echeggiare nel silenzio della notte e si sentì come se stesse violando la privacy di qualcuno. Qualcosa gli saettò davanti ai piedi. Un piccolo animale – un topo, o una lucertola. Ce n’erano a centinaia, in tutto il quartiere, tutti incazzati neri per essere stati sfrattati dall’arrivo delle fondamenta. Ma non era né un topo né una lucertola, quello che aveva visto prima. Era più grande, almeno quanto un cane o un gatto. Ma aveva un’andatura strana, barcollante, come se fosse ubriaco. Percorse mezzo isolato in direzione nord, illuminando con la torcia gli spazi tra le varie case, tutte pressoché identiche. Non che ci fosse molto spazio da illuminare: le case erano praticamente appiccicate l’una all’altra, separate solo da un cespuglio di Eugenia. Erano state costruite in economia, lo stucco era a malapena asciutto e già cominciava a screpolarsi. Di fronte ad ogni casa c’era un fazzoletto di prato, il più delle volte con delle altalene e dei mobili da giardino in alluminio. Alcuni dei vialetti erano parcheggi per giocattoli, biciclette, passeggini, mazze da baseball e palle. I vialetti più ordinati ospitavano fur10


goni e station wagons, ma anche piccole imbarcazioni. A un quarto d’ora di distanza, c’era il lago Castaic. I costruttori lo avevano messo bene in evidenza nella loro pubblicità, e in questo modo erano riusciti ad attrarre molte giovani coppie. Così come avevano avuto successo i finanziamenti a basso tasso d’interesse e gli sconti del dieci per cento. Decker camminò fino alla fine della strada, Pine Road, la attraversò e si riavviò verso la sua automobile. Poi lo sentì – un fischio appena accennato sullo sfondo. Un suono familiare, che Decker aveva già sentito moltissime volte ma che in quel momento non riusciva a collocare. Si diresse verso il punto da cui proveniva quel suono. Lo sentì ancora una volta, più distintamente, poi cessò. Decker aspettò un minuto. Niente. Frustrato, decise di andarsene a casa, ma di nuovo sentì quel fischio, stavolta più lontano. Qualunque cosa emettesse quel suono, era in movimento, ed anche rapidamente. Corse due isolati giù per Pine Road e svoltò su Ohio Avenue. Non avevano saccheggiato la propria immaginazione, i costruttori, quando si era trattato di dare il nome alle strade. Quelle che erano sulla direttrice nord-sud erano alberi; quelle sulla direttrice est-ovest erano stati. Il suono si fece più forte e Decker lo riconobbe immediatamente. Il cuore cominciò a battergli all’impazzata, e sentì una scarica di adrenalina percorrergli il corpo. Ora il suono era chiarissimo – un lamento stridulo. Un fottuto miracolo che non svegliasse tutto il quartiere. Corse in direzione del lamento, e intanto estrasse la radio e chiamò rinforzi: «Grida tra Ohio e Sycamore». Estrasse anche la pistola. «Polizia!», urlò. «Fermo!» La sua voce echeggiò nell’oscurità. Il lamento continuò, stavolta più esile. 11


«Polizia!», gridò di nuovo. Si aprì una porta. «Che succede là fuori?», chiese una voce maschile profonda e assonnata. «Polizia», rispose Decker. «Resti dentro casa, signore». La porta si richiuse immediatamente. Dall’altra parte della strada, si accese una luce ad una finestra al primo piano. Un viso scrutò tra le tende. Di nuovo il lamento si affievolì e scomparve. Silenzio, poi un coro di grilli che chiedevano rinforzi ad un usignolo. Ancora il lamento – stavolta dei singhiozzi sommessi e un ansimare. Era ovviamente una donna, con ogni probabilità la vittima di uno stupro. Lo avrebbero chiamato in ogni caso. «Polizia», urlò Decker in direzione del pianto. «Resti dov’è, signora. Sono qui per aiutarla». I singhiozzi cessarono, ma Decker sentì dei passi attraverso le siepi, seguiti dal cigolio del metallo non lubrificato. Decker strinse le dita intorno al calcio della sua Beretta. Nel cielo, nuvole color ostrica, e sulla luna l’immagine sorridente di un uomo. C’era abbastanza luce per vedere anche senza torcia. Poi Decker lo vide – il luccichio del metallo! Saltò fuori dai cespugli e urlò: «Fermo!» La reazione fu una risata stridula. Il bambino doveva avere meno di due anni, ma aveva ancora le guance paffute di un lattante. Era impossibile dire se si trattava di un maschio o di una femmina, ma comunque sia aveva una testa piena di riccioli e gli occhi tondi. Si dondolava su un’altalena sul prato di qualcuno, le sue fragili manine che afferravano le maniglie, gli occhi che guardavano in alto pieni di meraviglia. Decker realizzò che stava impugnando la pistola, le dita già sul grilletto. Con la mano che gli tremava, la rimise nella fondina sottoascellare e via radio comunicò che non gli servivano più i rinforzi. 12


«Giù», ordinò una vocina. «Per l’amor del cielo!» Decker fermò l’altalena. Il bambino scese. «Su», disse, alzando le mani in aria. Decker lo prese in braccio. Il bambino appoggiò la testa sul suo petto. Decker gli accarezzò i riccioli. «Guardate che chiamo la polizia», urlò una voce spaventata da dentro la casa. «Sono io la polizia», rispose Decker. Andò alla porta e mostrò il distintivo allo spioncino. La porta si aprì di qualche centimetro, ancora con la catenella serrata. Decker intravide delle guance non rasate, una pupilla scura, sospettosa. «Ho trovato questo bambino sul prato davanti a casa sua», disse Decker. «Mio Dio!», disse una voce femminile attutita. «Sa di chi è?», chiese Decker. «Conosci quel bambino, Jen?», chiese burbero l’uomo. La porta si aprì del tutto. «Lo ha trovato davanti a casa mia?», disse Jen. Doveva avere sui trent’anni, i capelli castano scuro, raccolti dietro la nuca. «Ma è poco più che un lattante!» «Sì, signora», disse Decker. «L’ho trovato – o trovata – sulla sua altalena». «Non l’ho mai visto prima in vita mia», rispose Jen. «Questo quartiere è pieno di mocciosi», disse l’uomo non rasato. «L’unica cosa che so è che non è uno dei nostri». «Ci sono molte nuove famiglie in questa zona», disse Jen. Scrollò le spalle, quasi a scusarsi. «È difficile conoscere tutti i bambini». «Non ha senso svegliare tutto il quartiere», disse Decker. «Sono sicuro che appena farà mattina i genitori daranno l’allarme. Il bambino sarà alla centrale di Foothill. Voi passate parola, okay?» «Certo, agente, lo faremo», disse Jen. «Io vado di sopra», disse il marito. «Torno a dormire!» 13


«Mio Dio», ripeté la donna. «Quel piccolo tesoro era qui di fronte a casa mia?» «Sì, signora». Jen accarezzò il mento del bambino. «Ciao, piccolino. Ti andrebbe un biscotto?» «Non credo che dovremmo dargli da mangiare», disse Decker. «È un po’ tardi». «Sì, certo», disse Jen. «Ha ragione. Posso offrirle una tazza di caffè?» «Grazie, no, signora». «Ma che ci fa un bambino così piccolo fuori da solo, nel cuore della notte?» Jen accarezzò di nuovo il mento del bambino. «Non lo so, signora». Decker le porse il suo biglietto da visita. «Mi chiami se sente qualcosa». «Oh, certo, lo farò. Questa è ancora una comunità civile. Non sarà difficile trovare i suoi genitori». «Jen!», urlò il marito dal piano di sopra. «Andiamo! Mi devo alzare presto». «Che cosa ne farà di lui?», chiese in fretta Jen. «O forse è una lei. Sembra una bambina, non crede?» Decker sorrise in modo vago. «Che cosa ne fate dei bambini abbandonati? Poverino!» «Ce ne prenderemo cura finché non troveremo i suoi genitori». «La collocherete in una casa famiglia?» «Jen!» «Quest’uomo mi fa impazzire!», Jen sussurrò a Decker. «Grazie del suo tempo, signora», disse Decker. La porta si chiuse, e la donna rimise la catena. Decker guardò il bambino e gli chiese: «E tu da dove diavolo arrivi, amico?» Il bambino sorrise. «Abbiamo anche dei dentini, eh? Quanti ne hai? Una decina?» Il bambino lo guardò, mentre giocava con un bottone della camicia di Decker. 14


«Beh, giacché siamo svegli a quest’ora, che ne dici di venire a casa mia per un bicchiere della staffa?» Il bambino nascose la testa sulla spalla di Decker. «Hai sonno, vero? Secondo me sei una bambina. È il mio destino». Decker si avviò verso la sua automobile. «Dio solo sa come sei scappata. A tua madre verrà un colpo, domani mattina». Il bambino si raggomitolò in braccio a Decker. «Ti piacciono le coccole, eh? Chissà come cavolo ho fatto a notarti. Dev’essere stata quella cerniera lampo tutta luccicante sul tuo pigiama». «’giama», disse il bambino. «Sì, ’giama. Di che colore è? Rosso? Sembra rosa. Scommetto che sei davvero una bambina!» «’bina», gli fece eco la bimba. Il sorriso di Decker scomparve. Qualcosa nell’aria. Ora Decker lo sentiva – quell’odore stantio sulle mani della bambina, sul davanti del suo pigiama. Sangue rappreso. Da principio Decker non lo aveva notato, perché non si distingueva rispetto al colore del pigiama della bambina. «Gesù!», mormorò, con le mani che gli tremavano. Afferrò la bambina, corse alla macchina e aprì le portiere. Dove sanguinava? La sdraiò sul sedile posteriore e le aprì il pigiama. Le illuminò il corpicino con la sua torcia, la pelle soffice e rosa come una pesca matura. Non aveva un graffio – né sul petto, né sulla schiena, né sulle spalle. Sugli avambracci aveva un piccolo eczema secco, ma il resto del corpo era a posto – nessun taglio, nessuna lesione o segno di punture. Decker la girò. Anche sulla schiena era tutto a posto. Trattenne il fiato, pregando che non si trattasse di un altro orrendo caso di abuso sessuale. Le tolse il pannolino. Era zuppo ma, a quanto poteva capire, la bambina era indenne. In ef15


fetti era una bambina, e non c’era sangue da nessuno dei suoi orifizi. Le rimise il pannolino alla meno peggio, poi le controllò la gola, la testa, le orecchie e il naso. La bambina sopportò stoicamente la visita improvvisata. Nessun segno di emorragia interna o esterna. Decker emise un sospiro di sollievo. La avvolse nella coperta, prese un sacchetto per le prove e ci mise dentro il pigiamino. Le allacciò la cintura di sicurezza più stretta che poteva e poi si diresse alla stazione di Polizia.

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Miele  

E’ una notte insonne per il sergente Decker. Mentre vagabonda per le strade di Los Angeles, s’imbatte in una bambina abbandonata e coperta d...

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