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Sacro e profano

Per le mie rocce, passate e presenti: Mio padre Oscar, alav hashalom. Mi manchi moltissimo. Mia madre Anne. Il mio unico genio, Jonathan. E i tre moschettieri, Jesse, Rachel e Ilana. Un ringraziamento speciale a Rabbi Gerald Werner.


Uno

Potete tenervi il vostro bianco Natale, pensò Decker sognante, mentre il sole accarezzava il suo corpo prono. Preferisco mille volte un dicembre a Los Angeles. Quei paesaggi innevati da cartolina potevano apparire magici sulla carta da regalo, ma per quanto lo riguardava il Natale al freddo e al gelo andava bene per i pinguini e gli orsi polari. Senza contare che Decker non era più tanto sicuro che il Natale – con o senza la neve – avesse più molto significato per lui. Nel suo salotto non c’era nessun albero decorato, sul caminetto non era esposto nessun cartoncino di auguri, e sulle fiancate in legno del suo ranch non c’era nessuna luce colorata. Diamine: era il giorno della vigilia di Natale, e Decker era in tenda sulle colline, isolato dalla civiltà, e giocava a fare il fratello maggiore con due ragazzini con la kippà. Anche se il Natale non aveva mai rappresentato molto per lui, tutto questo gli sembrava un po’ strano. Da alcune abitudini è difficile liberarsi. Usando il suo zaino come cuscino, Decker si girò sulla schiena. L’aria era dolce e profumata, il terreno ricco di


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fogliame e terriccio. Mentre si copriva gli occhi con un braccio, notò che era diventato color salmone acceso, e maledisse la sua carnagione, tipica di uno con i capelli rossi – uno che si bruciava sempre e non si abbronzava mai. Avrebbe dovuto mettersi più crema solare. Il braccio già gli pulsava, e tempo una notte si sarebbe gonfiato fino a fargli un male cane. Si appoggiò sui gomiti e chiamò Ginger. Il setter irlandese trotterellò verso di lui, gli si accucciò al fianco e si mise a dormire. Decker guardò Sammy, che sedeva a circa sei metri da lui, intento a leggere mentre immergeva le punte dei piedi in una pozza di acqua piovana. Dietro di lui, un piccolo ruscello portava a valle i residui delle piogge della settimana precedente. Nel corso della giornata, Decker aveva proposto ai ragazzi di fare il bagno, ma Sammy aveva protestato che l’acqua era troppo fredda. Sebbene il ragazzo non fosse né debole né timido, non si poteva dire che fosse un amante dell’aria aperta. Il cielo notturno trapunto di stelle, i sentieri e i barbecue lo avevano lasciato indifferente. Continuava a ripetere che non si era mai divertito così tanto, ma a Decker era chiarissimo che Sammy sarebbe stato altrettanto felice di fare qualunque altra cosa, purché avesse potuto contare sulla sua attenzione esclusiva. Quel ragazzo sapeva parlare. Spesso, dopo che suo fratello minore, Jacob, si era addormentato, Sammy cominciava ad aprirsi, coinvolgendo Decker in chiacchierate che a volte duravano fino quasi all’alba. Era un ragazzo estremamente maturo – il che non era poi così sorprendente in un primogenito che aveva dovuto assumere il ruolo dell’uomo di casa. Jacob era tutta un’altra storia. L’eterno ottimista, un ragazzo pieno di entusiasmo, capace di strappare un sorriso anche a un pezzo di marmo. Straordinariamente 10


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bravo a divertirsi da solo. Al momento, era impegnato a studiare un formicaio, gli occhi incollati al movimento incessante. A Decker piacevano entrambi, ma era consapevole che se, da un giorno all’altro, egli fosse scomparso dalle loro vite, Jacob si sarebbe ripreso rapidamente. Era Sammy quello vulnerabile. E questo preoccupava Decker, perché il suo rapporto con la loro madre era a dir poco ambiguo. Decker e Rina erano innamorati, ma non erano ancora amanti. I valori religiosi della donna le impedivano l’intimità al di fuori del matrimonio, e allo stato attuale delle cose il matrimonio era impossibile. Finché Decker non si fosse ufficialmente convertito, erano in una posizione di stallo. Eppure la via d’uscita sarebbe stata semplice. Sarebbe bastato che Decker rivelasse che era stato adottato, che i suoi genitori naturali erano ebrei, e che perciò non aveva nessun motivo legale per convertirsi. Ma questa, per Decker, non era una strada percorribile. Troppo disonesta. Egli era il prodotto dei suoi genitori veri – l’uomo e la donna che lo avevano allevato. E loro lo avevano cresciuto nella religione battista. E poi, Rina meritava un ebreo che fosse tale perché genuinamente convinto, non per caso. Non si sarebbe accontentata di niente di meno, e qualunque ripiego l’avrebbe fatta soffrire. Decker sapeva che avrebbe dovuto abbracciare l’ortodossia come meta ultima di un suo percorso individuale. Inspirò profondamente, riempiendosi i polmoni dell’aria pungente e tersa. Stava facendo progressi. Le sue sessioni settimanali con Rabbi Schulman avevano dimostrato che imparava in fretta. Fin qui, non aveva avuto alcun problema a capire gli aspetti intellettuali e legali del giudaismo. Solo la lingua ebraica rimaneva un ostacolo. I ragazzi adoravano 11


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giocare a fargli da insegnanti, spiegandogli l’alef beis1 con il loro abbecedario delle elementari e correggendo la sua pronuncia e la sua grafia. Ridacchiavano ai suoi errori e lo riempivano di complimenti quando azzeccava la risposta giusta. Per loro era un gioco, la soddisfazione di insegnare a un adulto; Decker, invece, pur trovando divertenti le loro lezioni, dentro di sé si sentiva umiliato. Una volta tornato a casa, sfogava la propria frustrazione sui cavalli, galoppando per la sua tenuta e sudando fino a puzzare come un uomo e a non sentirsi più un bambino. Si sdraiò e gemette. Sei in vacanza, ammonì se stesso. Rilassati e dimentica i tuoi obblighi. Non aveva difficoltà a dimenticarsi del lavoro, ma, come sempre, l’incertezza della sua situazione con Rina era per lui una spina nel fianco. Abituato a vedere la vita con lo sguardo obliquo di un poliziotto, Decker trovava assai difficile conquistare la fede. Il sole cominciò ad ardere e Decker si rifugiò sotto un abete. Chiuse gli occhi e provò a concentarsi su immagini piacevoli: sua figlia Cindy quand’era bambina, che rideva felice sull’altalena, lui stesso da ragazzo, quando con gli amici, nelle Everglades, si avvicinava agli alligatori, il tocco di Rina, il suo respiro… Le palpebre gli si fecero pesanti. Era a metà di un sogno ingarbugliato, quando sentì la pioggia sui pantaloni. Sorpreso, si alzò a sedere, e vide Jacob in piedi sopra di lui, che rideva mentre gli buttava addosso del terriccio. «E questo?», chiese pulendosi i pantaloni. Il ragazzo scrollò le spalle. «Ti annoi?» 1 In yiddish, ‘alfabeto’, da aleph e beth (in yiddish, alef beis appunto), le prime due lettere dell’alfabeto ebraico.

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«Un po’». «Hai fame?» «Un po’». Decker scompigliò i capelli color ebano che spuntavano sotto la kippà di Jacob e aprì lo zaino. «Abbiamo panini con il burro di arachidi e con il salame», annunciò. «E il pollo?» «Finito ieri». «I bagels?» «Andati pure quelli. Giovanotto, è l’ultimo giorno di vacanza. Al ritmo con cui stiamo divorando le provviste, è un miracolo che non siamo rimasti completamente a secco». «Prenderò il burro di arachidi». «Dov’è tuo fratello?» «Non lo so». Decker si alzò in piedi e si guardò intorno. Ginger si alzò insieme a lui, il suo manto di rame che brillava al sole. Di Sammy, nessuna traccia all’orizzonte. «Non era lì a leggere?», chiese Decker. «Ha detto che andava a fare una passeggiata», rispose Jake. «Tu stavi dormendo. Mi ha detto di non svegliarti, ma mi stavo annoiando». «Sammy?», chiamò Decker facendo qualche passo. Niente. «Quando se n’è andato?» «Non so». Decker mise le mani a megafono e urlò: «Sammy Lazarus, ti stai divertendo alle mie spalle?» Aspettò una risposta. I suoni della foresta si amplificarono: il canto degli uccelli, lo scorrere dell’acqua, il ronzio degli insetti. 13


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«Mmm. Dev’essersi allontanato». Decker prese Jake per mano e cominciò a controllare nelle immediate vicinanze. Il cane li seguiva. «Sammy?» Silenzio. «Sammy, mi senti?» Decker si fece serio e accarezzò il cane. «Ginger, tu lo sai dov’è Sammy?» Il cane drizzò le orecchie, ma la sua espressione era vuota. «Sammy!», urlò Jake. «Okay», disse Decker riflettendo ad alta voce. «Calma e sangue freddo. Non può essere molto lontano». Prese il giubbotto che Sammy aveva lasciato e lo fece annusare al cane. Ginger si diresse subito verso la zona dove Sammy si era seduto e si parcheggiò lì. Sul terreno c’erano delle impronte di piedi nudi. Decker provò a seguirle, ma erano leggere e sporadiche, e sparivano del tutto non appena il fogliame diventava più fitto. «Sammy?», urlò Decker a squarciagola. Sii sistematico. Decker elaborò un immaginario raggio di trecento metri a partire dall’ultima impronta e decise di setacciare la zona meticolosamente, esaminando ogni singolo centimetro quadrato a caccia di un’impronta o di un brandello di indumento… Dopo dieci minuti di ricerche e di urla, nessun risultato. «Dov’è?», chiese Jake preoccupato. «Qui intorno, da qualche parte», disse Decker. Nonostante la preoccupazione, riuscì a mantenere un tono calmo. «Lo troveremo, Jakey. Non preoccuparti. Sammy?» «Perché non risponde?» «Conosci tuo fratello. Ha sempre la testa tra le nuvole». Decker non era incline al panico – il suo lavoro esigeva una mente distaccata e nervi saldi – ma nella sua men14


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te cominciarono a prendere forma delle immagini. Immagini orribili… «Sammy!», urlò. «Magari si è ferito», disse Jacob, con il labbro inferiore che gli tremava. «Sono sicuro di no, ragazzo», rispose Decker. Ma le immagini si fecero sempre più orrende e sempre più vivide. Lo sguardo di terrore sul volto di Rina – Decker lo aveva già visto una volta… «Sammy, mi senti?», urlò di nuovo. «Sammy!», gli fece eco Jake, poi si voltò verso Decker, gli occhi sbarrati. «Peter, cosa facciamo?» «Troviamo tuo fratello, ecco cosa facciamo». Bambini, pensò. Bisogna avere gli occhi anche dietro la testa. «Sammy!» «Peter, ho paura». «Andrà tutto bene, Jakey», disse Decker. Sua la responsabilità. Sua la colpa. «Hai visto o sentito niente di insolito mentre dormivo?», chiese a Jake. Il bambino scosse la testa convinto. «Allora dev’essere da qualche parte qui intorno. Si è solo perso». Cioè non è stato rapito. «Sammy!» La voce gli stava diventando rauca. Tutti quei bambini. Quei bambini scomparsi. Una storia che conosceva fin troppo bene. Maledetti, stupidi genitori, pensava sempre. Sì, erano davvero maledettamente stupidi. Anche lui era stato maledettamente stupido. Preso da una rabbia improvvisa, avanzò nella boscaglia come un animale ferito, cercando di aprire un sentiero per sé e per Jacob. 15


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Il bambino iniziò a piangere. Decker lo prese in braccio, lo strinse a sé e continuò la perlustrazione mentre Jake gli si stringeva al collo. «Forse dovremmo tornare, Peter», suggerì Jake singhiozzando. «Forse Sammy è tornato dove eravamo». Decker sapeva che non poteva essere così. Anche se fosse tornato dove si erano accampati, Sammy avrebbe sentito le loro grida. «Sammy?», provò una volta ancora. Aveva bisogno di aiuto, e anche il prima possibile. Molte, molte persone… elicotteri… avevano davanti ancora molte ore di luce, ma non c’era tempo da perdere. Diede un’ultima occhiata alla boscaglia vuota e tornò a dirigersi al luogo dove si erano accampati. Improvvisamente Ginger si allontanò, saltando agilmente a grande velocità. Decker e Jacob le corsero dietro e videro una piccola figura avvolta dagli alberi, in piedi davanti a un fitto cespuglio. Decker corse verso l’ombra e la strattonò per le spalle. «Dannazione, Sammy!», disse. «Non hai sentito quando ti chiamavo? Mi hai spaventato a morte!» Lo strinse a sé con violenza. «Perché non mi hai risposto?» Il ragazzo rimase rigido. Decker vide che aveva lo sguardo vitreo. «Che c’è che non va? Cos’è successo?» «Yuck!», esclamò il ragazzo, continuando a osservare un mucchio di foglie morte. Decker abbassò lo sguardo. C’erano due scheletri carbonizzati. Tranne che per il femore destro, sepolto dalle foglie e dal terriccio, il primo era completamente visibile, un omero e un pugno protesi come verso una mano che li aiutasse ad alzarsi in piedi. Sul cranio e sullo sterno c’erano due buchi grandi co16


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me un dollaro d’argento. Sul torace erano rimasti dei brandelli di pelle, pietrificati e scoloriti dall’esposizione agli agenti atmosferici. Il secondo scheletro era parzialmente sepolto, la gabbia toracica e il femore sinistro completamente coperti dal terriccio. Dalla mandibola inferiore partiva una scia di foglie, come se la bocca del morto vomitasse detriti. Alle ossa pelviche e del bacino erano rimasti attaccati frammenti di pelle carbonizzata ma, al contrario del primo scheletro, nelle orbite oculari e nel cranio schiacciato c’era ancora della sostanza gelatinosa, bagnata di rugiada, che luccicava al sole. Il cervello e l’occhio. Una nuvola di mosche e insetti banchettava sui resti, senza che la presenza degli estranei li disturbasse minimamente. Con delicatezza, Decker allontanò i bambini dal macabro spettacolo e imprecò tra sé. Niente come una bella vacanza per ricordargli il lavoro. «Sono veri, Peter?», chiese Sammy alla fine, cercando timoroso lo sguardo di Decker. «Sì, sono veri». «E ora che facciamo?», chiese Jake. «Penso che dovremmo bentch gomel 2», disse Sammy piano. «Cioè?» «È quello che dici quando non muori in un incidente stradale, oppure quando non muori per la varicella». Jacob guardò Decker. «Non mi sento tanto bene». «Siediti, Jakey. Riprendi fiato». Il bambino si accasciò su un mucchio di foglie. «Sam, di’ pure la tua preghiera», disse Decker posando una mano sulla spalla del bambino. Si frugò nella tasca 2

Pregare in ringraziamento per un pericolo scampato.

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posteriore dei pantaloni e tirò fuori un pacchetto di sigarette. Stava cercando di smettere di fumare, ma ora come ora aveva un impellente bisogno di nicotina. «E quando avrai finito», disse accendendo un fiammifero, «chiameremo la polizia».

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Dopo il successo de Il bagno rituale Cooper continua a pubblicare in esclusiva per l’Italia i gialli di Faye Kellerman, per 19 volte nella c...

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