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I muscoli delle braccia sussultavano al ritmo del percussore, pinne di pesce impazzite sotto le maniche del giubbotto. Il martello pneumatico marca Kalashnikov soffiava pallottole bucava i tubi nel soffitto del piccolo market, rabdomante plumbeo idraulico guastatore. L’acqua schizzava dalle tubature sugli scaffali di scatolame, sulla donna rannicchiata attorno alla borsa, sulla cassiera che urlava terrore, i denti rimbalzavano sui tasti della cassa. L’acqua erompeva dal soffitto sul pelo bianco del cagnetto che correva in tondo abbaiava roco furioso, scrosciava sui capelli del ragazzino impastato al muro da un getto bianco. Il vecchio Kalashnikov si piegò, sfasciò una vetrata, coriandoli cristallini si aprirono in un vulcano tintinnante. Faceva fatica a vedere, Dino, gli occhiali spessi saltellavano sul naso ossuto. Il serpente rigido parve sfuggirgli di mano, guizzò s’inclinò minacciò traiettorie orizzontali. Dino riacciuffò la testa del rettile che riprese a sputare gocce metalliche. È una furibonda rullata di batteria questa rapina. «Bastaaaa… bastaaaa… bastaaa!» La carne delle mascelle ondeggiava molle, Dino abbassò il capo, tirò per l’ultima volta la coda al serpente. Zolfo curry orina zafferano sudore. Si respirava aria di


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matteo speroni

marcio in questo market di periferia, la calma riposava su una melodia di singhiozzi e tremori. L’alito della resurrezione usciva dalle bocche degli scampati, fumo di bombe che si alza da un campo di battaglia esausto e silenzioso. «Ahmed quanto abbiamo fatto?», respirò Dino. Ahmed si torturava le sopracciglia. «Non molto, circa seimila. Sono mille a testa e il resto per l’organizzazione». «Cinquecento, cinquecento a testa», dal sedile posteriore la voce del Grillo arrivava fioca. Con il pollice e l’indice si massaggiava gli occhi. «Già, è vero, cinquecento», annuì Ahmed. «Sei proprio un bambino, sai Ahmed? Forse è meglio che ti beva una birra, se la reggi però», il Grillo si massaggiava le tempie. «Alla vostra età fareste bene a bere gazzosa che a Dino è scappato il mitra e a momenti ammazza il cane». «Sai che guaio», il Grillo stirò una risata. Dino stappò una birra. Il Grillo. «Se quella nevrotica della cassiera non si fosse messa a gridare come una scimmia e quel ragazzino non avesse tirato fuori la pistola giocattolo ci saremmo risparmiati tutto questo casino. Per seimila euro». Dino, subito. «Tranquillo ho sparato io, la responsabilità è mia». Il Grillo ad Ahmed. «Tu che cosa hai da dire sull’età? Lo sai quanti anni ho io?» «Centoventi, centotrenta», buttò lì Ahmed. «Scherza, scherza, che senza di noi saresti ancora in quel capannone a vendere capsuline in coda per la galera». «E allora? Con voi rischio la galera per tutta la vita».


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Dino piegò il tappo della birra con due dita. «Attento figliolo. Ora sei un combattente. Non farmi girare i coglioni». Arrivarono nella zona chiamata Neos Marmaras, alle porte di Milano, poco dopo le otto. Dino precedeva gli altri due lungo il vialetto di asfalto rosicchiato dalle buche, sottobraccio una borsa nera con dentro le armi. Una scimmietta gli si aggrappò alla cintura da dietro puntò le zampe sui glutei prese a mordicchiare il giubbotto di pelle. Con un colpo secco di bastone il Grillo fece volare la bertuccia. La scimmia si percosse la testa con la zampa e piroettò sul vialetto. Un giovane dal passo ondeggiante, cappello da baseball visiera all’indietro, l’afferrò per la coda. «Andiamo a casa Piki». La scimmietta si abbandonò alla stretta del ragazzo che la reggeva a guisa di serpente penzolante. «Qui attorno prova a distinguere gli uomini dalle bestie», sibilò il Grillo. Zoppicava ma incedeva spedito imprimeva a ogni passo un movimento rotatorio alla testa del suo bastone. Gli occhi nerissimi sotto una frangia scura sfilacciata scrutava Ahmed dal basso, lo sguardo di chi cerca di scovare un lampo di paura nelle pupille dell’altro. «Bestia… bestia… uomo… bestia… uomo… o donna?», Ahmed si era appassionato al gioco del Grillo come a uno di quei passatempi che tengono buoni i bambini in macchina durante i lunghi viaggi. I vialetti di Neos Marmaras pullulavano di creature non identificate che andavano e venivano dal palazzone centrale. Il sole era già tramontato e il cielo trasudava l’ultimo spunto di blu. A Neos Marmaras un tempo sorgeva un grande ospedale ai confini della città. Per l’epoca era una struttura moderna.


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Fino a quando un giovane magistrato aveva scoperchiato un giro di infermiere che allargavano le proprie prestazioni a mansioni paraterapeutiche in cambio di compensi gestiti dalla dirigenza dell’ospedale. Il magistrato aveva scoperto anche che la dirigenza investiva questi proventi in un giro criminale di sostanze psicoattive anch’esse da diffondere con scopi paraterapeutici. Fu così che metà dell’area dove sorgeva l’ospedale fu confiscata dallo stato e affidata al comune. Mentre nell’altra metà, che rimase di proprietà di prestanome degli amministratori dell’ex ospedale, fu costruita una struttura adibita ad attività ludiche e ricreative. Lì un cartello di imprenditori – tutti usciti quasi indenni da vicende giudiziarie – impiantò una monumentale casa da gioco. Il cartello, che fu definito autostradale a causa della passione di molti degli imprenditori per strisce bianche e narici di sorpasso, riuscì a strappare la condizione che la prima metà del territorio dell’ex ospedale, quella sotto sequestro, fosse destinata a spazio sociale con la garanzia che le forze dell’ordine non avrebbero interferito nello sviluppo delle libere attività creative dei frequentatori. In pratica, gli sbirri fuori. Il risultato fu una sfera divisa in due metà. Una, la casa da gioco, affollata da gente ben vestita con tanto denaro in tasca, l’altra punteggiata dalle fioche fiammelle di vita di gente senza speranza. Questo secondo emisfero era Neos Marmaras, un suk tentacolare dove si potevano trovare tutte quelle sostanze psicoattive ben note alla dirigenza dell’ex istituto clinico che, grazie alla delega alla supervisione degli affari, aveva decuplicato gli introiti, tra suk e casinò. Dino si fermò a qualche metro dalla porta del palazzo si tolse gli occhiali li pulì con un lembo della camicia disse. «Vincent ci aspetta nella sala bowling».


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Il Grillo si affiancò. «Sei molto stanco Dino, te ne devi stare buono per un po’». Le mani sulle guance, Dino sembrava pensieroso ma cercava di controllare il fastidioso fischio ai polmoni che lo tormentava da dieci anni. «La sala bowling, sono quattro piani a piedi, dammi la borsa, Dino», sussurrò Ahmed che aveva appena smesso di tirare due corde nodose di campane, le lunghe trecce rosse di una ragazza seduta sul bordo del vialetto, sul volto due cicatrici parallele alle trecce. «Come tramonti sorgerai come sorgi tramonterai», la ragazza era fissa su un punto al di là di un mucchio di rifiuti a forma del Cervino. La sala bowling. Un ampio corridoio dell’ex ospedale con piste rudimentali, sacchi di cemento per sponde lattine vuote di birra come birilli. Per bocce, bocce vere. Vincent prima del lancio usava appoggiare la boccia sul cranio calvo. Poi faceva scontrare con delicatezza le due sfere. Ciò procurava uno schiocco sordo, uno stoc cui seguiva un verso aùaah. Infine il tiro. «Bravo Vincent! Strike». Dino aveva osservato in silenzio il lancio. «Grazie a dio siete arrivati. Andiamo in un posto tranquillo». I piedi di Vincent lasciavano impronte da yeti nello strato di unto e polvere che ricopriva il pavimento del corridoio, manto di neve fuligginosa traspirata dalle vene di un inferno mediocre. «Allora?», domandò Vincent seduto sui resti di una carrozzella, lo schienale punteggiato da fori di pallottole di piccolo calibro. Gli altri tre sedevano rigidi su una panca metallica. Parlò Dino.


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«Ho dovuto sparare ma nessun ferito». Gli occhi di Vincent fuggirono a sinistra a destra. Al centro. «Soldi?» Il Grillo e Ahmed zitti. Dino era il responsabile dell’operazione. «Pochi. Cinquecento a testa per noi e quattromilacinquecento per l’organizzazione». «Ma che bella avventura. Rischiare la vita per niente. Mi dispiace. Imbecilli… la frangia ricognitiva». Vincent suonava un pianoforte nell’aria. Si alzò abbracciò tutti e tre si abbandonò ancora sulla carrozzella. «Sigaretta?» Dino e Ahmed accettarono. Fuori, lo squittire dei ratti cantava la notte che avanzava a passo di sciacallo. Giù nel parco due ombre stinte grigliavano un piccione.


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