Issuu on Google+

1


Emergenza Nord Africa Sommario

p. 2 - 3 Emergenza Nord Africa p. 4 - 5 Dati e statistiche p. 6 - 7 Formazione p. 8 -9 Avviamento al lavoro p. 10 - 11 Coinvolgimento del territorio p. 12 - 13 Salute p. 14 - 15 Punti di vista: le storie dei profughi p. 16 - 17 Punti di vista: Caritas e Prefettura p. 18 - 19 Oltre l’emergenza

Il contesto Emergenza Nord Africa (ENA) è il progetto di assistenza messo a punto dal Ministero dell’Interno nei primi mesi del 2011, che insieme all’Anci, alla protezione Civile, alle Prefetture di tutte le regioni italiane ha dato ospitalità, a partire da maggio 2011 fino a febbraio 2013, a circa 50.000 migranti provenienti dalla Libia. Il progetto nasce dall’emergenza di accogliere quelle persone che durante i disordini politici del 2011 sembra che siano state obbligate ad imbarcarsi, dopo i rastrellamenti effettuati casa per casa dalle milizie di Gheddafi, ed inviati con dei barconi sulle coste italiane. Tra maggio e ottobre 2011 abbiamo vissuto in continua emergenza, giorno e notte, anche noi che li abbiamo accolti. Poi la situa2

burocratiche, nelle visite mediche e l’organizzazione dei corsi per apprendere l’ italiano. I primi ad arrivare furono algerini e tunisini che hanno lasciato il territorio italiano dopo qualche giorno, perché arrivati già con obiettivi ben specifici. La maggior parte delle persone accolte a Bergamo sono state nigeriane: persone con una bassa scolarizzazione, spesso provenienti da contesti violenti e da una cultura molto distante, anche da quelle degli altri migranti con cui da anni la coop Ruah ha lavorato. Le relazioni sono spesso state caratterizzate da aggressività, per banalità hanno innescato forti conflitti e per ottenere una qualsiasi cosa le richieste sono state pressanti. Avevano alte aspettative da quello che l’Italia doveva offrire loro e che il progetto ENA non ha certo smorzato. Difficile con loro mediare perché sono persone che hanno vissuto in strada dove la legge del più forte vince. Dopo una settimana dal loro arrivo sono partiti i primi corsi di lingua italiana, che hanno visto scarsa partecipazione da parte dei migranti. Sollecitati, hanno sempre sostenuto che avrebbero imparato l’italiano lavorando, come avevano fatto in Libia. Hanno avuto subito la tessera sanitaria con l’iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale, ma c’è voluto tempo per far comprendere l’utilizzo del Pronto Soccorso e dell’ambulanza perché la loro idea era di dover immediatamente Il progetto ha previsto per ogni ospi- avere il servizio e tutto aveva carattere di te (362 le persone accolte dalla coop emergenza. Non di tutti, naturalmente, Ruah, 5 a carico del Comune di Berga- ma della maggioranza sì. Quella magmo, le altre a carico della Caritas) la ga- gioranza che ora parla malamente solo ranzia e l’accompagnamento ai servizi di alcune parole di italiano e spera, a volte base (vitto, alloggio, vestiario…) oltre pretende, che dopo 20 mesi qualcuno sia che l’accompagnamento nelle pratiche “obbligato” a dargli un lavoro. zione si è stabilizzata e si è iniziato a lavorare per attuare un inserimento sociale. L’Emergenza doveva chiudersi a fine 2011 ma è stata poi prorogata fino a giugno 2012 e poi fino a dicembre 2012, per poi essere rinviata ulteriormente fino al 28 febbraio 2013. Un’emergenza infinita. L’avvicinarsi di ogni scadenza ha creato nelle strutture momenti di forte tensione tra gli ospiti, perché le persone si sarebbero trovate senza documenti, ancora in attesa di una risposta dalla Commissione Territoriale, senza una casa e senza lavoro. Il progetto è nato con il carattere dell’emergenza e quindi si sono attivate determinate pratiche e le strutture sono state organizzate secondo questo caratteristica. La difficoltà è stata lavorare con questi criteri per 20 mesi e le diverse proroghe dell’ultima ora non hanno permesso di attuare una progettualità più a lungo termine. Ad ottobre 2012, infine, è stata emessa una nota dal Ministero degli Interni, secondo la quale a tutti i profughi provenienti dalla Libia sarebbe stato concesso un permesso di soggiorno di tipo umanitario, valido per un anno, che può essere trasformato in permesso di lavoro aprendo le porte, in teoria, ad una reale integrazione. Questo è avvenuto alla fine del progetto, lasciando poco tempo per organizzarsi e vanificando il lavoro di un anno di tutto l’apparato giuridico per il riconoscimento dello status.


http://www.cooperativaruah.it/ena/

Pubblicazione a cura di Chiara Donadoni e Raffaele Avagliano

L’arrivo di un gruppo di profughi a Cene, scortati dalle forze dell’ordine e dalla Protezione Civile

Memorie e percorso burocratico Le persone approdate a Lampedusa, dopo essere stati etichettati nei decreti ministeriali come “profughi”, sono state più o meno forzate a fare domanda di protezione internazionale e sono divenuti “richiedenti asilo”. Poche distinzioni sono state fatte tra i migranti al momento dell’arrivo, e nessuno sforzo è stato fatto per comprendere chi fossero queste persone, prima di essere incanalate all’interno di un “sistema asilo” nato a partire da un’urgenza e che si è posto in parallelo, se non in alternativa, al sistema vigente. Durante i lunghi mesi di accoglienza presso le strutture gestite dalla cooperativa Ruah, alcuni operatori, affiancati da una docente universitaria esperta di memorie e di racconto del sé, si sono impegnati nella raccolta delle storie dei richiedenti asilo da presentare al momento della verbalizzazione in Questura. La raccolta delle memorie si è svolta o nelle lingue veicolari o grazie all’ausilio di mediatori linguistico-culturali con l’obiettivo di dare voce al migrante stesso attraverso il racconto della sua storia, del suo percorso migratorio, delle sue aspirazioni, in poche parole della sua soggettività. L’iter burocratico prevedeva poi che la storia venisse presentata dal migrante di fronte alla “Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale” di Milano che ne avrebbe valutato la veridicità o meno del raccon-

to per concedere lo status di rifugiato. I tempi di attesa per poter svolgere il colloquio sono stati di circa otto-dieci mesi dalla prima verbalizzazione delle domande d’asilo presso la Questura competente. I tempi per ricevere la notifica da parte della Questura della decisione presa dai commissari sono arrivati ad un massimo di sei mesi. Per moltissimi ospiti la domanda d’asilo è stata rigettata e quindi si è provveduto a fare ricorso presso il Tribunale Ordinario di Milano, potendo usufruire di assistenza legale tramite l’ammissione al Patrocinio a spese dello Stato. La prima udienza è stata fissata dopo circa quattro-sei mesi, tanti quanti bisogna attenderne per una seconda udienza, quella in cui potrà essere finalmente formalizzata la decisione del giudice di accogliere o meno la richiesta d’asilo, pronunciandosi contro la Commissione territoriale. A settembre 2012 però solo 63 delle 238 richieste d’asilo sono state accolte, mentre altri 58 migranti hanno deciso di fare ricorso. L’empasse si è risolta con la circolare ministeriale del 30/10/2012, che ha dato l’avvio alla cosiddetta procedura “Vestanet C3 – Gestione Emergenza Nord Africa”, con cui si stabilisce la possibilità di chiedere un riesame del proprio caso da parte della Commissione territoriale competente per il rilascio di un permesso di soggiorno per motivi umanitari. Così, in meno di un mese, tutti gli ospiti hanno ricevuto il loro permesso valido un anno.

3


Dati e statistiche

Casa Amadei: prima accoglienza per un gruppo di profughi tunisini e algerini ad aprile 2011

Ad ogni ospite è stato garantito Accoglienza:

vitto e alloggio; vestiario; kit per l’igiene personale; biglietti e abbonamenti autobus per recarsi ai corsi di lingua italiana; presenza costante di operatori e mediatori culturali nelle strutture e nei rapporti con le Istituzioni; accompagnamento presso ambulatori, personale medico e strutture sanitarie secondo la necessità.

Assistenza amministrativa:

istruzione pratiche richiesta asilo e accompagnamento in Questura; 4

intervista e redazione memorie da allegare alla richiesta di asilo; accompagnamento presso la Commissione territorialeper il riconoscimento della protezione internazionale a Milano; iscrizione al S.S.N. e successivi rinnovi tessera sanitaria; preparazione e deposito richieste Codice Fiscale; preparazione e deposito richieste Carta d’identità.

Integrazione:

corsi di italiano L2; corsi di alfabetizzazione informatica; percorsi di formazione alla cittadinanza e conoscenza del territorio; percorsi di orientamento al lavoro; tirocini e inserimenti lavorativi.


http://www.cooperativaruah.it/dati-statistiche/

Ospiti accolti nei due anni dell’Emergenza Nord Africa

362 di

55 donne

307 uomini

16 nazionalità differenti, tra cui 109 nigeriani e 41 tunisini

Richieste di Protezione internazionale avviate al settembre 2012

63

accolte

117

rigettate

58

ricorsi presentati

13 strutture d’accoglienza Casa d’accoglienza mons. Amadei, Bergamo Patronato San Vincenzo, Bergamo Dormitorio Galgario, Bergamo Casa del Bosco, Bergamo

Comunità Battaina, Urgnano Appartamenti Caritas, Albano, Verdellino e Zogno Comunità del Pane, Ponte Nossa

Struttura Caritas, Cene Comunità Poverelle, Palosco Ostello-Albergo Sociale, Camerata Cornello Appartamenti, San Paolo d’Argon

Ospiti che hanno frequentato i corsi di lingua italiana

198

per un totale di 4.080 ore di lezione gratuite offerte dai volontari

Sono stati avviati corsi di formazione professionale e attivati tirocini lavorativi per la maggior parte degli ospiti, tuttavia solo 12 persone sono riuscite a trovare un contratto di lavoro 5


Corsi di italiano per tutti

Una classe di italiano ad Urgnano: insieme profughe e immigrate

Lavoro educativo

i profughi frequentassero e capissero il che non li incoraggia ad impararne l’importanza della conoscenza del- la lingua e ad interessarsi alla cultura La lingua rappresenta il primo passo la lingua. Nelle strutture più lontane italiana». per un’integrazione vera e che abbia dalla città, dove ha sede da più di 20 basi solide. Essa infatti non è un mero anni la scuola, gruppi di volontari È stato chiaro sin da subito che queste contenitore vuoto, ma porta con sé la si sono attivati per aiutare gli ospiti persone fossero dei migranti «speciacultura del proprio Paese. Per questo nell’apprendimento della lingua. È il li» perché non hanno scelto di mimotivo, con la sua offerta formativa, caso di Ponte Nossa, San Pellegrino, grare in Europa. Proprio per questo da sempre la cooperativa Ruah ha Camerata Cornello, Cene e alla Casa lo scoglio dell’apprendimento è stato voluto e vuole offrire gli strumenti del Bosco di Bergamo. Complessiva- altissimo. Tante le cause: pochissime relazioni con gli italiani, basper un’integrazione consapevole che mente sono 198 gli ospiti del sa scolarizzazione, difficoltà passa dalla possibilità di comunica- progetto che hanno frequenad integrarsi con il gruppo tato la scuola di italiano per re a quella di muoversi sul territorio, ore di lezione classe composto da straniedall’usufruire dei servizi all’utilizzare un totale di 4.080 ore di leper i profughi ri quotidianamente esposti gli strumenti per un percorso che ac- zione. alla lingua e desiderosi di compagna la persona migrante nella comunicare, scarsa frequencostruzione della propria vita auto- Ecco cosa scriveva, riguardo za alle lezioni. ai profughi, l’equipe della scuola il 10 noma e integrata nel Paese ospitante. settembre 2011 nel verbale. «Si trat- Ma se per la maggior parte la scuola Tutti gli ospiti dell’Emergenza Nord ta di studenti diversi da quelli a cui di italiano è stata vista quasi come un Africa hanno avuto dunque la possi- siamo abituati: la scelta dell’Italia e obbligo, non è mancato anche chi si è bilità di iscriversi gratuitamente alla dell’emigrazione, nel loro caso, è stata impegnato fino in fondo, raggiungenscuola di italiano della Ruah. Anzi, forzata e non meditata. In molti non si do il livello A2, mentre per altri è stata gli operatori hanno lavorato affinché aspettano di rimanere in Italia, anzi, la la prima occasione in cui hanno impavivono come un periodo di passaggio, rato a leggere e scrivere.

4.080

6


FORMAZIONE http://www.cooperativaruah.it/scuola-di-italiano/

Contenuti speciali sul web Guarda il video Benvenuti a scuola!

Urgnano: grazie alle donne la nuova scuola per tutto il paese Si perdevano, arrivavano in ritardo, talvolta non ci andavano proprio. Per le ospiti della cascina Battaina di Urgnano, la distanza con la scuola di via Gavazzeni 3 in città, era un problema. Così nel gennaio 2012, in collaborazione con Comune e oratorio del paese, la cooperativa ha deciso di aprire una sede staccata della scuola proprio nei locali dell’oratorio. Quella che doveva essere una scuola temporanea solo per le profughe, oggi invece è diventata una realtà stabile per tutte le donne migranti di Urgnano e della zona. Attualmente si è arrivati ad attivare quattro classi (per un totale di 40 studentesse) con laboratori linguistici, role-playing, educazione alla cittadinanza, utilizzo di supporti multimediali e uscite sul territorio. Insomma, grazie all’arrivo delle ospiti alla Battaina, l’apertura della nuova sede è diventata una testa di ponte per una serie di interventi mirati alla coesione sociale tra i migranti del territorio e le comunità locali. Sono

molti i cittadini della zona, infatti, che si impegnano volontariamente per insegnare l’italiano a queste ragazze. Dal febbraio 2013, inoltre, tutti i corsi sono organizzati con il supporto del progetto FEI Immilingue.

Laboratorio di teatro La scuola promuove anche un laboratorio di teatro per i propri studenti. Questa attività permette di aiutare gli studenti a familiarizzare con la lingua italiana, oltre a conoscersi ed esprimere le proprie radici. Un ospite dell’Emergenza Nord Africa ha partecipato insieme agli altri migranti al laboratorio che si è svolto una volta a settimana in orario pomeridiano. Al termine del percorso, in più occasioni, è stato messo in scena lo spettacolo al quale hanno lavorato.

Attenzione al futuro: avviati anche parecchi tirocini formativi In collaborazione con l’Associazione Formazione Professionale - Afp Patronato San Vincenzo di Bergamo, 10 donne selezionate hanno frequentato il corso di formazione come assistente familiare. Quest’opportunità è stata concordata attraverso la dote «formazione e lavoro» della Regione Lombardia. Il percorso è stato calibrato per fornire le competenze essenziali riferite alla cura e all’igiene della persona con un basso bisogno assistenziale, dalla preparazione dei pasti alla comunicazione e relazione con l’utente. Inoltre, sempre con l’Afp Patronato San Vincenzo, 8 donne hanno seguito un corso base di cucina italiana. Per coloro che lo hanno frequentato è stato rilasciato anche un attestato di partecipazione. Se per le donne della Battaina sono stati previsti questi corsi, tuttavia la cooperativa ha avviato anche una serie di tirocini e percorsi formativi di avviamento al lavoro. 10 donne hanno seguito il corso di assistente familiare

7


Cv e tirocini per la ricerca lavoro

Trovare lavoro oggi è molto difficile, ma sono stati avviati tirocini e stage

Lavoro educativo La crisi economica che stiamo vivendo in questi anni in Italia è soprattutto la crisi del lavoro. Trovare o inventarsi un’occupazione oggi è difficile per tutti, italiani e stranieri. Come è facile immaginare lo è ancora di più per soggetti che non conoscono la lingua italiana e non hanno competenze spendibili subito e formazione adeguata. Eppure proprio le persone che abbiamo accolto ci hanno sempre richiesto di lavorare. Lavoravano in Libia, talvolta con dei buoni stipendi, e avrebbero voluto farlo anche qui da noi. Come confermano le due storie che raccontiamo nelle pagine più avanti. Per questo motivo si è voluto lavorare con loro su questi due aspetti: competenze e formazione. L’obiettivo è stato quello di fornire gli strumenti 8

adatti per cercare e trovare lavoro anche una volta che il progetto fosse terminato. In tutte le strutture d’accoglienza, dunque, si è lavorato sulla costruzione del curriculum vitae, sono state fornite le informazioni fondamentali per presentarsi alle agenzie di lavoro, sono stati simulati colloqui selettivi e così via. Per le donne che non hanno mai

avuto esperienze lavorative in Europa sono state messe a disposizione delle posizioni di tirocinio nell’equipe pulizie della cooperativa Ruah. In totale hanno partecipato 14 ragazze nel periodo maggio-dicembre 2012 con la Ruah e altre due presso la Cisl di Bergamo, acquisendo le competenze e gli standard qualitativi nella mansione.

Emergenza neve 2011/2012 Inverno 2011/2012 Emergenza Neve Con l’arrivo della neve gli ospiti della Ruah si sono attivati per ripulire tutti i marciapiedi della città. A loro è stato proposto un contratto di collaboraziol’arrivo della nostri ragazziretribuiti. si sono attivati per ripulire tutti i neCon occasionale e sononeve statii regolarmente Questo è stato possibile marciapiedi della città. A loro con è stato propostodiun contratto di collabograzie ad un’iniziativa in accordo il Comune Bergamo. razione occasionale sonoche statihanno regolarmente retribuiti. Il tutto grazie ad I profughi non sono glieunici dato la propria disponibilità per spaun’iniziativa avviata grazie ad un accordo con il comune di Bergamo. lare i marciapiedi e renderli agibili alla cittadinanza. L’impegno ha coinvoltoI “profughi” gli unici Ruah, che hanno propria disponibilità per tutti gli ospitinon dellasono cooperativa ma ladato lorolapresenza è stata maggioriquesta iniziativa, che ha coinvolto tutti gli ospiti della Cooperativa Ruah, taria. Nella foto qui accanto sono proprio davanti alla sede municipale di Pama Frizzoni. di sicuro la loroall’occasione presenza è stata maggioritaria. lazzo Oltre lavorativa, è stato un segno di inclusione e reciproca attenzione con la città che li ha accolti.


AVVIAMENTO AL LAVORO http://www.cooperativaruah.it/avviamento-al-lavoro/

Contenuti speciali sul web Guarda la galleria fotografica

E ancora... Con lo scopo di cercare un sostegno più continuativo per alcune persone selezionate, a fine 2012 si è cercato di agganciarli ad alcuni progetti già in essere per i rifugiati e richiedenti asilo. In particolare il progetto Etemenanki (comune di Bergamo e consorzio Solco Città Aperta) e il progetto FER (Fondo Europeo per i Rifugiati). Attraverso il FER un ospite accolto a Camerata Cornello ha seguito i corsi di sicurezza e per guidare il muletto. Altri cinque avrebbero potuto entrare nel progetto, ma non è stato possibile a causa della scarsa conoscenza della lingua italiana. Una donna ha svolto un tirocinio di quattro mesi presso una casa di accoglienza a Verdellino, mentre altre 10 hanno seguito il corso di assistente familiare. Un ragazzo, infine, ha iniziato la scuola di pizzaiolo, dopo aver lavorato in una pizzeria di Bergamo per 10 mesi. Invece, grazie al progetto Etemenanki, è stato attivato un tirocinio con rimborso economico per tre mesi in un Centro Diurno di Zanica.

Alcune persone hanno trovato dei lavori con contratto: 1 donna assunta con contratto a tempo determinato come cameriera in un bar a Ghisalba. 2 uomini assunti con contratto a chiamata per occuparsi della cucina e della gestione ordinaria presso l’ostello di Camerata Cornello. 1 uomo con un contratto a tempo determinato di 2 ore al giorno per le pulizie presso la Casa del Giovane. 1 uomo ha un contratto a tempo determinato presso un’officina meccanica. 1 uomo ha avuto un contratto di 3 mesi come vendemmiatore presso un’azienda agricola di Grumello del Monte. 1 uomo ha lavorato come parrucchiere a Milano. 1 uomo ha un contratto per tre giorni la settimana come portinaio presso le suore Poverelle di Torre Boldone. 4 uomini hanno lavorato per 2 mesi come imbianchini presso l’ Istituto delle Suore Poverelle di Bergamo.

9


COINV Conoscere e farsi conoscere Lavoro educativo Il progetto dell’Emergenza Nord Africa prevedeva per lo più l’assistenza legale per i documenti e l’attesa di una risposta positiva o negativa da parte della Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale. Insomma sono stati mesi di attesa, senza avere la certezza che quanti fossero giunti in Italia ci potessero rimanere. Questa situazione ha creato forti momenti di tensione, pressioni psicologiche molto alte e soprattutto il sentimento comune di sentirsi inutili perché impossibilitati a trovare un lavoro, a causa di un permesso di soggiorno troppo breve. L’equipe educativa della cooperativa ha pertanto cercato di coinvolgere il territorio, al fine di dare ai profughi la possibilità di intessere relazioni con gli italiani e di far conoscere le loro storie alla popolazione. Il territorio ha risposto, a seconda dei casi, in modo più o meno positivo al loro arrivo. Sono numerose le piccole e grandi iniziative, talvolta organizzate, altre volte spontanee, che si sono tenute con e per gli ospiti dell’Emergenza Nord Africa. Aver incontrato queste persone è stato un modo anche per trascorrere del tempo insieme e così l’attesa si è trasformata, a volte, in tempo di festa e allegria. La cena con le Acli a Casa Amadei

Baby naming ceremony In occasione della nascita del primogenito maschio di una giovane coppia di ragazzi nigeriani ospitati entrambi presso le strutture della cooperativa Ruah, è stata celebrata la cosiddetta «Baby Naming Cerimony». Nella tradizione Edo la cerimonia si deve tenere il settimo giorno dalla nascita. La festa si è aperta con una preghiera, in cui 10

tutti gli invitati sono stati chiamati a partecipare attivamente esprimendo i propri auguri al nascituro e invocando la protezione divina. A questo momento fa seguito la «Naming Cerimony» vera e propria. Ogni invitato, attraverso un’offerta di denaro, può dare un nome al bambino. Il momento si è svolto in allegria, non sono mancati spunti ironici e nomignoli scherzo-

si. Particolare importanza è stata rivestita da alcuni elementi simbolici: noci di Kola, gin, miele, cocco, yam, olio di palma, acqua. La celebrazione è stata organizzata in maniera autonoma dalla coppia di neogenitori nel salone di Casa Amadei e sono stati invitati anche gli operatori della cooperativa.


VOLGIMENTO DEL TERRITORIO http://www.cooperativaruah.it/coinvolgimento-del-territorio/

Donne Ecco alcune delle realtà che si sono attivate per le ospiti alla cascina Battaina di Urgnano. Volontarie del territorio. Un gruppo di donne ha frequentato le ragazze promuovendo attività di svago due volte alla settimana. L’obiettivo era la conoscenza reciproca, cogliendo l’occasione per imparare piccoli lavori. È stata organizzata anche una festa di fine anno della scuola di italiano di Urgnano. Arteterapia. Una volontaria ha intrapreso un percorso di arteterapia con

le profughe, organizzando anche una mostra con i lavori realizzati. Padre John Muthengi. Il sacerdote incaricato per la pastorale dei cattolici anglofoni in diocesi ha frequentato le ospiti per un supporto spirituale. Le ha anche coinvolte nella messa mensile al Patronato San Vincenzo e nella gita sulla neve promossa dall’Ufficio Migranti della diocesi. Oratorio di Urgnano. Ha messo a disposizione gli spazi per la scuola e i volontari si sono attivati per il Cre dei bambini. Centro Aiuto alla Vita di Bergamo. Il Cav ha supportato le donne con

Contenuti speciali sul web Guarda la galleria fotografica

bambini per i generi di prima necessità. Casa Chiara. Un bambino della Battaina ha frequentato il Centro Diurno di Verdello della Comunità Emmaus. Centro primo ascolto di Verdellino. I volontari Caritas del paese hanno aiutato molte ragazze ad inserirsi nel contesto sociale locale. Martinella – Ass. Kairos. Gli operatori dell’associazione hanno incontrato gli educatori per degli approfondimenti sui temi della tratta e della prostituzione perché si è avuto il sospetto che alcune ospiti fossero ingaggiate per finire sulla strada.

Uomini Qui invece riportiamo un breve elenco delle tante iniziative organizzate nelle strutture d’accoglienza maschili. Puliamo il Morla. Il 24 settembre 2011, con Legambiente Bergamo è stata promossa l’attività di volontariato per ripulire le sponde del Morla nel quartiere della Malpensata. Pulizia della rotonda dell’autostrada. Grazie ad una convenzione con il Comune di Bergamo è stata ripulita la rotonda dell’A4 dai giovani di Casa Amadei. La Malpensata si fa bella. Alcuni ospiti si sono attivati per la gestione della festa del quartiere. Feste. Sono stati organizzati diversi momenti di convivialità con realtà del territorio. Con le Acli è stata promossa una cena multietnica nell’ambito della rassegna Molte fedi sotto lo stesso cielo. Nell’autunno 2012, invece, c’è stata la partecipazione alla festa del quartiere di San Tomaso, dove è collocata Casa Amadei. Sono state organizzate delle feste anche in occasione della fine del Ramadan e del Capodanno. Biblioteca Tiraboschi. Coloro che maggiormente si sono impegnati nello studio della lingua sono stati accompagnati alla biblioteca per poter accedere al prestito di libri e alla connessione ad Internet. Inter-Lille. La squadra di Milano ha offerto alcuni bigliet-

ti per la partita di Coppa. Attività parrocchiali e comunali a Cene. Un gruppo di volontari ha organizzato diverse attività culturali e ricreative, tra cui feste all’oratorio, corsi di cucina, gite e gare sportive. Calcio. Due ragazzi ospiti a Camerata Cornello sono stati inseriti nella locale squadra. Altri cinque di Bergamo, invece, hanno fatto parte della nazionale nigeriana per il Torneo Bergamondo. Incontri culturali. Alla Casa del Bosco le volontarie hanno promosso un incontro culturale alla settimana, così come si è attivata la parrocchia di Longuelo per momenti conviviali interculturali. 11


Priorità: garantire le cure Per ogni persona accolta è stato garantito l’accesso al S.S.N. ed uno screening iniziale da parte dei medici di base del territorio. Ove necessario si sono avviate le procedure per gli approfondimenti legati a particolari aspet-

ti della salute e coperte le relative spese per i medicinali. Coloro che hanno avuto bisogno di operazioni o assitenza medica specialistica, sono stati accompagnati alle visite e monitorate le cure necessarie.

Il check in all’arrivo di un gruppo di profughi provenienti dalla Tunisia nell’aprile 2011

Lavoro educativo Inizialmente l’assistenza sanitaria per gli ospiti dell’Emergenza Nord Africa era totale. Le persone sono state accompagnate dal medico ad ogni visita. Con il passare del tempo si è quindi lavorato sul migliorare le loro capacità organizzative e comunicative per incentivarne l’autonomia. È stato difficile a volte capire quale fosse il vero malessere, sia perché si nominano le parti del corpo in modo diverso, sia perché a volte la lettura dei sintomi non corrisponde a quella occidentale. La tendenza degli ospiti è sempre stata quella di assumere un alto numero di medicinali. Un lavoro molto importante da parte degli educatori è stato quello di far capire che le medicine possono essere assunte tenden12

zialmente dietro prescrizione medica. Sono stati quindi letti e tradotti i foglietti delle controindicazioni insieme a loro, per far comprendere l’importanza di ogni singola medicina. A tutti gli ospiti, inoltre, sono state proposte ed effettuate, da parte dell’Asl alcune analisi per verificare la presenza di malattie infettive (Hiv, Tbc, epatite) e ove necessario sono stati presi contatti con i servizi per le opportune cure. Oggi gli ospiti, soprattutto le donne, hanno ben chiaro quali sono i passaggi per accedere al Sistema Sanitario, e in autonomia prenotano visite e si recano in ospedale. Ci si è impegnati anche sull’utilizzo delle chiamate dei numeri di emergenza come l’ambulanza. Tuttavia, però, gli ospiti hanno spesso abusato della necessità di tale servizio poiché la valutazione dell’emergenza si discosta da quella che mediamente è nel senso comune italiano.


SALUTE http://www.cooperativaruah.it/cura-e-salute/

Non solo medicina di base, ma anche visite specifiche Nei due anni del progetto Emergenza Nord Africa è stato necessario provvedere ad alcune cure specifiche. Ecco quali. CPS Niguarda La Commissione territoriale, durante l’udienza in cui gli ospiti hanno esposto la loro storia di vita per poter ottenere i documenti di permanenza in Italia, ha segnalato ad alcuni ragazzi di prendere contatti con il Centro Psico Sociale di Milano, con cui loro spesso collaborano. Così tre ospiti di Camerata Cornello e uno di Casa Amadei sono stati accompagnati in questi percorsi durati diversi mesi. Il contatto con la dottoressa e lo psicologo che li seguivano sono stati assidui e costanti e sono stati interrotti solo nel momento in cui hanno deciso di uscire dal progetto. Dispositivi etnoclicinici Nei mesi di accoglienza si sono riscontrati, in alcuni ospiti, forti difficoltà di natura psicologica dovute al faticoso percorso di migrazione e di integrazione sul territorio italiano, altri per i traumi subiti in Libia, altri ancora per complicate e dolorose storie di vita. Queste persone hanno manifestato il loro disagio durante il tempo di permanenza nelle strutture. Si è cercato di cogliere queste difficoltà e di indirizzarle presso i servizi del territorio. Non sempre le istituzioni preposte a questo servizio hanno saputo rispondere alle richieste, sia per problemi di lingua che di competenze

a trattare problemi psicologici dovuti alla migrazione. Sono stati intrapresi così dei dispositivi etnoclinici a cura dello studio associato Alzaia, grazie ai quali due donne e due uomini hanno trovato un buon supporto per indagare le cause del loro malessere e trovarne soluzione. Il corpo femminile e la contraccezione L’equipe della Battaina ha notato come ci fosse una discrepanza nel nominare le parti del corpo. Questo ha spesso causato che le visite dai medici diventassero inefficaci. Inoltre, durante i due anni di progetto, alcune donne hanno dovuto affrontare una gravidanza e, avendo comunque a che fare con ragazze molto giovani e attive, si è pensato di organizzare un corso/confronto sui temi del corpo e della contraccezione. Grazie all’intervento della dottoressa Rebucini del

Consultorio Familiare dell’Asl di Bergamo e al mediatore si sono effettuati quattro incontri formativi. Consultorio Scarpellini Con il Consultorio familiare Scarpellini c’è stata una grande collaborazione e disponibilità per tutti gli aspetti ginecologici, corsi pre-parto e supporto informativo. Cooperativa Terre Nuove di Milano Un supporto importante, anche come ricaduta sull’equipe, è stato portato dalla psicologa Marica Livio della cooperativa Terre Nuove. Il contatto è stato creato dall’assistente sociale della Tutela Minori per un supporto psicologico ad una donna della Battaina che l’aiutasse a mediare il suo essere mamma nigeriana con il mondo e le istituzioni italiane.

13


Issa e Esther: le storie Issa Sani «Mi chiamo Issa Sani, ho 25 anni e sono del Niger, ma per parecchio tempo ho lavorato in Libia in una fabbrica di carburanti. Quando è scoppiata la guerra contro Gheddafi, mi hanno costretto a salire su una barca, senza nemmeno sapere dove stessi andando. Ero in casa con cinque amici, sono entrati degli uomini armati, non so se ribelli o truppe governative, e hanno ucciso davanti ai miei occhi una persona. Sono scappato, ma mi hanno colpito. Mi sono risvegliato all’ospedale e quando mi hanno dimesso, la polizia mi ha costretto a salire su un’imbarcazione, anche se io avevo dichiarato di voler tornare al mio Paese. Il 7 maggio 2011 sono sbarcato a Lampedusa, poi mi hanno trasferito qui. Dopo tre giorni ho chiesto ad un tunisino il nome della città: prima non avevo mai sentito parlare di Bergamo.

In questi due anni ho fatto ben poco. Ho frequentato il corso di lingua italiana, ho aiutato gli operatori in qualche attività e ho ottenuto un contratto di 10 ore settimanali per fare le pulizie nel quartiere. Io sono il responsabile della mia famiglia perché mio papà è morto, mia madre è anziana e un fratello studia inglese in Ghana. Vorrei trovare un lavoro per continuare a inviare soldi a casa, che sia qui in Italia o in un altro Paese. Non posso tornare in Niger senza niente. A Bergamo e ad Ambria, dove sono stato accolto dalla parrocchia, ho trovato tante brave persone e ho stretto anche delle amicizie. Però speravo di poter far di più per me stesso e per questo Paese, invece la situazione economica è difficile e non riuscito a trovare un’occupazione. Mi è stata riconosciuta la protezione umanitaria, ma senza un lavoro non so davvero cosa fare, non so come immaginarmi il mio futuro».

La parola agli educatori fare tabula rasa e ricominciare più volte da capo per poter affrontare le difficoltà di un lavoro che ti permette di imparare giorno dopo giorno, grazie al contatto umano. Quest’esperienza mi ha insegnato ad accettare i “tempi” degli altri. E con tempi non intendo solo i minuti di attesa per i continui ritardi, ma soprattutto i tempi relativi all’organizzazione della propria vita, i tempi «Se penso agli ultimi 17 mesi mi ac- per capire come fare determinate cose, corgo quanto sia stato difficile rag- quando farle e soprattutto perché farle. giungere l’equilibrio. È stata un con- È stato difficile giustificare le lenteztinuo mettersi alla prova, ho dovuto ze burocratiche davanti a persone Si sono messi in discussione ogni giorno. Hanno agito con l’esperienza di educatori professionali, ma hanno saputo anche metterla da parte per ascoltare e cercare di capire i profughi scappati dalla Primavera araba. In breve riportiamo qualche riflessione degli operatori e delle operatrici della cooperativa Ruah.

14

che spesso non sapevano distinguere i ruoli professionali e istituzionali».

Silvia Zerbini «È stata un’esperienza densa, piena, emozionale e faticosa. Forse non siamo riusciti a comunicare bene il malcontento che cresceva tra i nostri ospiti».

Roberto Zanotti «Due anni di continuo lavoro di mediazione, che hanno richiesto la totale messa in gioco di me stesso. Nonostante sia stato anch’io un migrante,


PUNTI DI VISTA http://www.cooperativaruah.it/le-storie/

Contenuti speciali sul web Leggi tutte le interviste agli operatori

Esther Sunday

Abito ad Urgnano, alla cascina Battaina, dal 28 luglio 2011. Qui ho stu«Sono Esther Sunday, una ragazza diato l’italiano, superando il test per nigeriana di 27 anni. Fino al 2011 vi- il certificato di livello A1. Ho avuto vevo felice in Libia, senza avere alcun il diniego per ottenere il permesso problema. Facevo le pulizie e guada- umanitario, così con l’aiuto delle edugnavo abbastanza per me e per inviare catrici ho fatto ricorso, raccontando la del denaro in Nigeria alle persone che mia storia. Purtroppo non ho trovato lavoro, se mi hanno cresciuto. Poi è arrivata la guerra e durante i non un per un breve periodo durante disordini il proprietario di casa ci ha il quale ho svolto un tirocinio tra Casa detto che dovevamo lasciare il Paese. Amadei e il Patronato San Vincenzo. Ci hanno forzato a salire sulla barca. Non posso tornare in Nigeria e vorrei Era notte, la gente piangeva. Dopo 24 poter lavorare qui in Italia, in modo ore di viaggio siamo arrivati in Italia. da affittare una casa e ritornare ad una Lo abbiamo scoperto solo quando ce vita normale. Mi piace molto la lingua l’hanno detto i soccorritori, perché italiana e ho deciso che la mia vita prima non sapevamo dove ci stesse- sarà qui. Certo non mi aspettavo di ro portando. Io non volevo venire in trovare un Paese dove non c’è lavoro. Italia, vivevo bene in Libia. Quando Qui ho incontrato tante persone disono arrivata ero spaventata, ma ero sponibili, a cominciare dalle operatricosciente che non potevo tornare in- ci della Battaina, ma non posso ritedietro perché ci avevano cacciato e nermi felice finché non avrò trovato un impiego». c’era ancora la guerra.

bene. È stata un’ondata perché non è mai mancata l’impressione che il tempo fosse troppo poco, che io fossi troppo lenta per stare al passo con le donne, per fermarmi e capire davvero, che già si era aperto un nuovo spiraglio. Cherif Seck Le difficoltà più grandi che ho avuto «Ho trovato differenze immense ri- sono nate dall’aver dato per scontato spetto alla mia esperienza precedente alcune categorie senza averne approcome insegnante d’italiano per mi- fondito la loro complessità: categorie granti. Il migrante, infatti, sceglie il come la puntualità, il rispetto, la coeviaggio di migrazione e l’Italia, mentre renza sono davvero poco scontate per i profughi non l’hanno scelta e a mol- persone che alle volte non sono mai ti di loro la Libia piaceva e ci vivevano state rispettate da nessuno o non hanno quest’esperienza con i profughi mi ha fatto capire quanto sia difficile mediare tra persone molto diverse tra loro. Ma abbiamo comunque dato tutto quello che potevamo per farli sentire accolti».

mai portato al polso un orologio».

Elisabetta Aloisi «Sul piano educativo la scelta migliore è stata quella di stabilire un rapporto umano con i ragazzi, senza però perdere di vista il rispetto dei ruoli. Una programmazione migliore dell’emergenza, invece, sarebbe stata molto utile perché avrebbe potuto introdurre meglio queste persone nel mondo lavorativo italiano».

Karim Zreba

15


Co-protagonisti del progetto La Caritas: «Accolta la persona. No al mero assistenzialismo» La cooperativa Ruah ha ricevuto dalla Caritas diocesana bergamasca il mandato per la gestione dell’accoglienza dei profughi dell’Emergenza Nord Africa. La collaborazione tra le due realtà, infatti, è storica, sin dall’anno di fondazione della Comunità immigrati Ruah. Abbiamo chiesto a don Claudio Visconti, direttore della Caritas bergamasca, di condividere alcuni spunti di riflessione sui due anni del progetto. Don Claudio, ci racconti tutto dall’inizio. «Nell’aprile 2011, di fronte alla richiesta del Ministero dell’Interno, diverse Caritas diocesane italiane, tra cui tutte quelle lombarde, hanno deciso di attivarsi per garantire l’accoglienza alle persone che scappavano dalle cosiddette primavere arabe. Qui a Bergamo abbiamo condiviso queste istanze con il vescovo, mons. Francesco Beschi. Immediatamente abbiamo coinvolto la cooperativa Ruah per l’esperienza e professionalità nel mondo dell’immigrazione».

Don Claudio Visconti ad un’iniziativa con i profughi a Cene

coglienza? «Per le Caritas l’accoglienza non è l’assistenzialismo, bensì significa la presa in carico di tutta la persona e non semplicemente di dargli da mangiare e un tetto dove dormire. Nel concreto si traduce in corsi di lingua italiana, visite mediche, vestiario, ma anche di assistenza spiriMolte strutture dove sono stati ac- tuale. Per farlo si sono attivate anche colti i profughi sono della Chiesa le parrocchie e tanti volontari, a cui va il più sentito grazie». bergamasca. Come sono state scelte? «A livello locale abbiamo sempre È innegabile, però, che gestire i condiviso le decisioni con Prefettura profughi è stato faticoso. e Provincia di Bergamo. Inoltre, pri- «Ci sono stati casi difficili e l’emerma di ospitare i profughi, abbiamo genza è stata complessa e faticosa da contattato i sindaci e le amministra- affrontare, soprattutto quando sono stati dati i termini di chiusura senza zioni locali». In che modo è stata garantita l’ac- una prospettiva per queste persone. 16

I profughi sono arrivati qui in un tempo difficile, di crisi, che ha reso più arduo l’accompagnamento verso l’autonomia. Però abbiamo aiutato tutti, sia chi non aveva intenzione di restare in Italia come i primi tunisini, sia coloro che vivono una situazione di maggiore fragilità come donne sole, bambini, vittime di tortura e violenze in Libia e persone con problemi psichiatrici». E ora? Come si chiuderà questo progetto? «L’emergenza va chiusa perché non si può vivere di assistenza, ma è importante che ci sia un’attenzione diversificata con le persone: chi è malato o in situazioni di gravi difficoltà non può essere lasciato solo».


PUNTI DI VISTA http://www.cooperativaruah.it/punti-di-vista-caritas-e-prefettura/

La Prefettura: «Nell’emergenza Bergamo ha saputo fare sistema» Sul territorio italiano l’Emergenza Nord Africa è stata gestita a livello locale dalle Prefetture competenti. Abbiamo dunque chiesto un bilancio di questi due anni di lavoro ad Adriano Coretti, capo di gabinetto della Prefettura di Bergamo, in prima linea nel coordinare tutte le realtà impegnate con i profughi. Dottor Coretti, come è stata gestita l’Emergenza Nord Africa a Bergamo? «L’esperienza bergamasca si è differenziata molto dal resto della Lombardia. Si è rivelata una scelta vincente quella di evitare ghetti o ammassamenti dei profughi in un unico posto, in omaggio ad una filosofia mirata a distribuire la loro presenza sul territorio. A differenza di come spesso – ed ingiustamente - viene descritta, Bergamo si è dimostrata generosa ed accogliente ed è stata capace di “fare sistema” tra le istituzioni». Cioè? Come è avvenuto nella pratica? «Questa emergenza è stata anche un’esperienza di raccordo istituzionale: Prefettura, Provincia, Amministrazioni locali, Forze dell’ordine, Asl, Protezione Civile, il mondo del volontariato, Caritas, le cooperative e pure i privati hanno condiviso gli obiettivi di una gestione ottimale del fenomeno. Mi sento in dovere di ringraziare tutti gli attori che si sono impegnati a fondo in questi due anni». Qual è stato il pensiero di fondo che ha guidato la gestione dei profughi? «Bisogna dare merito al prefetto Camillo Andreana di aver gestito il problema rifiutando in modo netto ogni possibile approccio meramente poliziesco alla questione-profughi; in gioco, infatti, c’erano persone e relativi bisogni, anche sociali e relazionali, che sono stati sempre tenuti nella dovuta considerazione. Il tutto, sia ben chiaro, all’interno di una irrinuncia-

bile cornice di doveroso rispetto delle regole da parte dei destinatari delle misure di accoglienza». Però ci sono stati dei momenti di tensione, come il 21 dicembre quando c’è stata una rivolta di un gruppo di profughi a Casa Amadei e in via San Bernardino. «Nella parte finale del 2012, quando si profilava la cessazione delle misure di accoglienza, si è creata tensione tra i profughi e ci sono state delle criticità, anche perché non è mancato chi ha pensato bene di strumentalizzare queste persone per scopi meramente politici, e, intendiamoci, qui si parla di politica di infimo livello. Le proteste dei profughi hanno fatto notizia ed hanno richiesto i necessari interventi da parte delle Forze dell’ordine, ma dietro c’è stato un lavoro enorme di organizzazione e di accoglienza, di cui non si è parlato o si è parlato tropo poco». E ora? Che cosa faranno le ultime persone rimaste in Bergamasca? «Oggi non ha più senso parlare di emergenza, anche se la questione-profughi nordafricani non è ancora chiusa, dal momento che, tra costoro, ci sono numerose persone appartenenti a categorie cosiddette “vulnerabili”, per le quali sarebbe assurdo interrompere tout court l’accoglienza e che, pertanto, continueranno ad essere aiutate. In generale, poi, tutti i migranti in questione hanno un permesso di soggiorno per motivi umanitari, titolo che gli permette anche di trovare un’occupazione e, quindi, una reale possibilità di un futuro migliore. È però evidente che il problema, a livello nazionale ed europeo, richiede necessariamente politiche attive e lungimiranti di integrazione e non certo approcci semplicistici, obbedienti a mera volontà di respingimento di queste persone». 17


Chiusura del progetto L’intervento di Bruno Goisis, presidente della cooperativa Ruah Accogliere i profughi è stata un’esperienza unica. Da sempre ho considerato la scelta della nostra Diocesi e della Caritas Diocesana in particolare, esemplare e profetica. Nonostante le fatiche e le difficoltà, causate dal limbo in cui queste persone sono rimaste per un paio di anni, l’esperienza può ritenersi positiva. Prendersi cura degli accolti ha comportato anche rivedere alcune pratiche di accoglienza che fino ad oggi avevano caratterizzato l’operato della cooperativa Ruah. Ha voluto dire mettere in discussione il nostro agire quotidiano e pensare alla gestione di una situazione che nessuno era pronto ad affrontare. Rimane la consapevolezza che probabilmente si poteva fare qualcosa in più se avessimo avuto la possibilità di avere da subito la chiarezza dei tempi a disposizione per prevedere percorsi ancor più significativi volti all’inserimento nel tessuto sociale. L’accoglienza di queste persone si è collocata in un contesto sociale molto duro, la crisi economica ha colpito in maniera trasversale sia gli italiani che i migranti e, ad esempio, pensare a dei percorsi lavorativi per i profughi ed attivarli è stato impossibile, tranne che in qualche sporadico caso. Ripercorrere due anni di accoglienza vuol dire far memoria dei molti giovani tunisini approdati a Lampedusa con lo scopo di trovare 18

Un gruppo di profughi tunisini accolti a Casa Amadei

un lavoro in Italia o la possibilità di ricongiungersi con parenti e amici in altri Paesi europei… Ricordare quel padre di famiglia che, dopo aver lasciato la moglie e i cinque figli in Tunisia, “approda” a Bergamo pensando di poter svolgere la sua professione, imbarcarsi su una nave e fare il pescatore. Sì, a Bergamo. È far memoria di donne che scappano dalla Libia perché tenute in schiavitù da uomini malvagi. Donne che dalla Nigeria passano in Libia durante la rivoluzione pagando 3.000 euro i mercanti di carne umana per farle arrivare, forse, a Lampedusa. È ricordarsi della fatica di accoglie-

re, delle tantissime ore dedicate allo scontro, al dialogo, alle relazioni instaurate. Ricordare la fatica di capirsi, è ricordare le sollecitazioni continue a non rimanere seduti aspettando che qualcuno decida del tuo destino. È far memoria di tutti i colleghi, di alcuni uomini e donne delle istituzioni e della Chiesa che hanno trascorso giorni e notti al fianco delle persone accolte. È ricordare i volontari, anima preziosa del nostro lavoro quotidiano, in particolare nei corsi di alfabetizzazione. Ricordarsi del sindaco di Cene che appena arrivati i primi giovani profughi, li ha accolti dicendo «da oggi sono anche il vostro sindaco, se avete bisogno la mia porta è aperta anche per voi». Ed è successo veramente!


OLTRE L’EMERGENZA http://www.cooperativaruah.it/oltre-lemergenza/

Facciamo chiarezza. Che cosa è accaduto il 21 dicembre 2012 Il 21 dicembre 2012 è stata una giornata particolare per la Cooperativa Ruah. Circa 50 migranti si sono radunati in un salone utilizzato dai profughi, rivendicando la mia presenza in qualità di presidente, per avere chiarimenti. Mi sono presentato di fronte a queste persone che pretendevano di avere i soldi che, a detta loro, gli spettavano poiché l’ONU li aveva stanziati e attraverso l’Unione Europea, nell’operatività del Governo italiano sarebbero dovuti arrivare a loro. Questi migranti, attraverso i loro contatti e il velocissimo passaggio di parola si sono organizzati per questo assedio pretendendo € 3000 a testa, probabilmente la somma che hanno dovuto pagare per il viaggio intrapreso sul barcone dalla Libia all’Italia. Non erano tutti appartenenti all’Emergenza Nord Africa, ma anche esterni, migranti in Italia anche da molti anni. Un signore, ad esempio, protestava perché gli era morto il figlio, aveva richiesto una pensione all’INPS, ma gli è stata negata. Il tam tam della protesta ha portato molte persone arrabbiate alla pretesa di ricevere soldi. 5 ore di tensione, di continua mediazione nonostante le minacce ricevute. Quando sono arrivati a Lampedusa, diverse le attese e le promesse: una casa, un lavoro, un documento. Sono rimasti nelle strutture per molto tempo, in attesa di tutto ciò. I documenti sono arrivati solo a metà dicembre 2012, quando ormai il progetto sembrava essere terminato. Se, almeno i documenti fossero arrivati con un anno di anticipo, si sarebbe potuto lavorare più facilmente verso percorsi d’integrazione: ma quali progetti si possono attuare se una

persona è in attesa di ricevere risposta dallo Stato sulla possibilità di rimanere in Italia o meno? La stanchezza ha sicuramente portato all’esasperazione e alla rabbia. Inoltre, in dicembre, in alcune strutture lombarde era stato deciso di consegnare dei soldi come buono uscita, per cercare di allontanare le persone e chiudere le strutture entro il 31 dicembre. Questa notizia ha fatto velocemente il giro e tutti pretendevano questi soldi. Oggi si sa che molte di queste persone sono ritornate a richiedere assistenza. I miei colleghi durante quel pomeriggio hanno incontrato e avvicinato questi migranti cercando di ascoltarli e riportarli alla realtà, distogliendoli dall’euforia della rivolta. Alla fine del pomeriggio erano rimaste circa 15 persone. La situazione si è risolta grazie all’intervento della Digos che è sempre stata presente per tutto il pomeriggio e con grande professionalità e competenza è riuscita a farmi allontanare dalla sala occupata fino ad allora. Posso comprendere lo stato d’animo, ma non giustifico la violenza del momento. Quel pomeriggio ha destato l’attenzione di vari organi di informazione, anche via web, che in alcuni casi hanno fatto una fotografia distorta della situazione, non capendo il lavoro che era stato fatto fino a quel momento e non dando anche a noi la possibilità di esporre il nostro punto di vista. Come se fino ad allora avessimo lavorato contro i profughi che abbiamo accolto. Tutte queste circostanze si devono inserire dentro un quadro più generale: l’Emergenza Nord Africa è passata

attraverso tre governi: quello di Berlusconi nel 2011, di Monti nel 2012 e quello attuale. Nessuno ha preso in mano la situazione con polso, ma si è andati avanti con proroghe. Purtroppo questo episodio ha destato molta paura nel quartiere ed ha rovinato molto del lavoro di sensibilizzazione, informazione e integrazione svolto dalla Comunità di Accoglienza in questi anni, penalizzando una cultura volta all’accoglienza dell’altro. Delle 362 persone accolte in questi due anni, ad oggi sono rimaste quelle considerate vulnerabili. Tra i vulnerabili ci sono donne con minori, donne che sono ad alto rischio prostituzione e persone con problemi fisici e psichici. Le persone considerate vulnerabili, rimarranno nelle nostre strutture fino a quando non si libereranno dei posti nel progetto SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati), il che, potrebbe richiedere tempi lunghi e portare queste persone in altre località italiane. Termino con un ringraziamento di tutto cuore a don Claudio Visconti, direttore della Caritas Diocesana per aver condiviso con noi i momenti di gioia e di fatica di questi due anni; ai miei colleghi sempre in prima linea e prossimi in ogni istante della loro giornata alle persone che abbiamo accolto, ai volontari che hanno dedicato molto del loro tempo nell’alfabetizzazione, al quartiere di San Tomaso per l’apertura e la disponibilità dimostrata, alle amministrazioni comunali che, nonostante non abbiano scelto di accogliere sul loro territorio i profughi, hanno sostenuto il nostro operato. Grazie! 19


a cura di Raffaele Avagliano raffaele.avagliano@gmail.com

COOPERATIVA IMPRESA SOCIALE RUAH SOC. COOP. SOC. Sede amministrativa: via San Bernardino 77 - 24126 Bergamo Tel. +39 035 4592548 - Fax +39 035 330391 info@cooperativaruah.it - www.cooperativaruah.it


Emergenza Nord Africa 2012