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KeepCool

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Snow Patrol

Eyes Open Polydor Brit pop/***

là, di superare il risultato ottenuto con il precedente. Alla fine, nonostante il sottobosco di trame strumentali, l’idea è quella di un quaderno di appunti. Il tutto scritto con una grafia elegantissima, non può non piacere, ma difficilmente conquista. Musica da sottofondo, e non credo sia un complimento. E pensare che solo qualche tempo fa con When it falls ci bevevo l’ultimo bicchiere e accendevo il nuovo giorno. (O.P.)

Radio Dept Pet Grief Labrador Pop/*** Il successo del precedente e bellissimo The Final Straw ha montato attenzione e pressione intorno agli Snow Patrol e questo nuovo Eyes Open arriva a giustificare i due milioni di copie vendute e le vette delle classifiche conquistate nel 2003. Titoli e numeri che nel mondo del Brit-pop possono sparire nell’arco di una manciata di settimane ed eclissarsi come comete per sempre. Il loro ritorno vale e pesa molto dunque. La formula degli Snow Patrol pur rimanendo fedele a quel suono tra Inghilterra e America, qualcosa a metà tra i Sebadoh e i Lowgold (a proposito di comete) ha in sé la grande capacità di concentrarsi in canzoni capaci di sprigionare dolcezza anche da un muro di chitarre, di saper alternare momenti intimi (bellissima Set the fire to the tird bar in coppia con Martha Wainwright) e crescendo che (sarà l’originale irlandese?) hanno un non so che di vagamente U2. Il disco ha in serbo ottime cartucce da classifica e uno stato di ispirazione stabile, senza guizzi, senza cali. Merito forse della splendida voce di Gary Lightbody il disco catalizza l’attenzione, trascina e poco importa dargli un peso perché basta ascoltarlo. (O.P.)

Zero 7

The Garden Atlantic/ Warner Downtempo/ ***

Prima miscelatori di canzoni per grandi nomi, poi esordienti compositori, ancora dopo fenomeno inglese con When it falls (2004), la riposta anglosassone ai cugini francesi Air secondo alcuni. E dire che i presupposti c’erano proprio tutti. Gli elementi sembravano tutti ben disposti sul piano di lavoro per costruire un disco perfetto. Ma qualcosa non è andata. La ricerca del down tempo a cadenzare melodie un po’ retrò, un po’ futuribili, gli inserti chill-out trendy ma non troppo, la bossa da tastierina casio in stile Nouvelle Vague trovano scarsa consistenza e ingranaggi poco oleati in cui muoversi. Sembra di sentire tra gli arrangiamenti e le melodie la voglia di andare più in

Si apre con quello che sembra un omaggio ai Cure l’ultimo album dei Radio Dept, tastiere che si perdono in un’eco lontano, una batteria elettronica new wave, accennati fraseggi di chitarra effettati e lunghi come la malinconia. Poi ci si risolleva, sempre restando in zona eighteis shoegaze con un brano (la title track) dai toni sognanti. Su questo clima sospeso e aereo, i brani si susseguono rilassati, soffiati quasi da una voce filtrata, da batterie sottili e cascate di tastiere. C’è grande passione per gruppi come Jesus and Mary Chain, Prefab Sprout ma anche New Order, Pet shop Boys, le diverse anime di un decennio. Non è bello come l’osannato Lesser Matters, sembra librarsi a pochi centimetri da terra senza mai decollare veramente ma ci sono momenti, istanti preziosi, in cui tutto riesce ad avvolgerti in una spirale da cui non vorresti uscire. (O.P.)

Zutons

Tired of hanging around Deltasonic – Sony Pop/***

Mersey è il nome del fiume che attraversa Liverpool, mitica città inglese che ha dato i natali ai Beatles e che sembra aver mantenuto tutt’ora una particolare fascinazione per gli anni 60. Gli Zutons sono figli di quello che è stato rinominato Merseyssipi. Perché questi ragazzotti inglesi sembrano venire, per certi versi, dal delta del mitico fiume americano dove nacque il blues. Nella loro musica c’è un approccio molto black, soul, r’n’b, il tutto filtrato passando attraverso il country, il funk gli anni 80. il risultato è un mix di citazioni in cui è piacevole ritrovare tracce di band che ami (Rolling Stones, Sly and the family stone, Talkin Heads e tanto di più). Questo era il loro precedente Who killed the Zutons? Questo, con dovute variazioni sul tema, il nuovo Tired of Hangin’around. Manca l’effetto sorpresa dell’esordio ma il tiro è più o meno quello ci trascina a pattinare in pista cosparsa di apposito borotalco per evoluzioni

come tradizione di ballerino mod docet. Provate ad ascoltare canzoni come Why don’t you give me your love dal retrogusto un po’ glam, la più rock Hello Conscience, o il mid tempo di Valerie e provate a stare fermi. E poi ci sono i coretti, il sax che incalza e trascina, che dire di più... buon divertimento. (O.P.)

Ron Sexsmith

Time Being V2 Folk-pop-country/****

Ron Sexsmith viene da una terra, il Canada, che vanta un tradizione di song writer di tutto rispetto (basta citare Neil Young). Ron Sexsmith è uno di quelli che definiresti artigiano della canzone, ha in sé il fascino del nerd, quelli che all’apparenza non diresti ma che nascondono un grande dono. Senza curarsi delle mode, senza alzare troppo lo sguardo fa le sue cose, canzoni dolci che non serve a niente gridare, ma basta cantare nel modo più semplice e vero. Non ha paura di mettere in mostra i suoi sentimenti come se ci si muovesse in un film anni 50 (Reason for our love), è blues nel senso più ampio del termine, folk perché fedele a stilemi classici. Acustico, intimo, lirico Ron Sexsmith è un sacco di cose che ammaliano. Soffuse le sue canzoni ti entrano dentro e hanno sangue, vigore, quel mezzo sorriso per non prenderti troppo sul serio e tutto quello serve per ricordarti che di cuore vive l’uomo. (O.P.)

Juana Molina Son Domino/Self Electro-folk/***

Non ben identificati suoni elettronici una tuba forse?- e limpidi accordi di chitarra acustica aprono questo disco. Poi una delicata voce spagnola inizia a cantare. Stiamo parlando di Juana Molina e il suo nuovo quarto disco Son. Lei è di Buenos Aires, volto noto della televisione argentina, e le sue radici latino-americane si ritrovano tutte nel gusto folk di questo lavoro. Non c’è solo questo però. L’attenzione della Molina per le sperimentazioni digitali e le contaminazioni tra generi diversi fanno di Son un disco originale, che ben coniuga tradizione e ricerca. Voce bassa e lenta, atmosfere che richiamano spazi aperti, chitarre soffici si equilibrano a vicenda, creando dei ritmi di piacevole ascolto. Nei commenti ai suoi tre precedenti album è stata più volte accostata a Björk, e proprio come Björk si dice assembli i suoi lavori da sé, a casa. Con una certa fantasia e originalità, a giudicare dall’ascolto di Son. Perché in questo disco

Coolclub.it n.26 (Giugno 2006)  

Figli dei festival è il titolo del numero di giugno interamente dedicato ai festival musicali dell\\\'estate. In copertina Sziget festival!

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Figli dei festival è il titolo del numero di giugno interamente dedicato ai festival musicali dell\\\'estate. In copertina Sziget festival!

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