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Anno V Numero 44/45 Agosto/Settembre 2008

SCRITTO MISTO


La scrittura unge, in qualche modo resta addosso. Delle volte dà fastidio, è difficile da digerire. Altre ancora è capace di saziare, necessaria, un desiderio, non uno sfizio. Così buona che finisci per farne una scorpacciata, quasi fosse cibo. Leggere di gusto: basta prendere tranci di scritti freschi e preparare uno scritto misto, letteratura take away o semplicemente assaggi, porzioni di scritture. Tante ce ne offre il mare nostrum, altre arrivano da lontano come ciambelle di salvataggio per natanti poco sportivi. Storie saporite, speziate, alcune amare, sono gli ingredienti di questa nostra ricetta per l’estate. Scritto misto è il nostro numero dedicato ai racconti: scrittori esordienti, e non, ci hanno regalato degli inediti. Non solo un gioco di parole, ma un modo per restituire alla scrittura un funzione popolare, per stuzzicare l’appetito a nuovi lettori donando parole, idee, condividendo storie sparse in giro, gratis, tascabili. Un modo, anche, per guardare un po’ più in là della solita minestra e magari scoprire nuovi autori. Per lasciare il segno, una macchia di unto, una sensazione forte che permane, un retrogusto che non passa. Così ci auguriamo sia la scrittura. Lasciatevi tentare da questo scritto misto, ce n’è per tutti i gusti.

Coolclub.it si trasforma, solo per questo mese, in una piccola antologia: 15 racconti e tanti appuntamenti per un agosto che non è solo mare e sudoku. Bollettino per i naviganti dell’ultima ora e letture da ombrellone, tutto in uno. Numero da conservare come fosse un libro e da ritrovare in libreria, giusto dietro i dieci più venduti, tra i bellissimi romanzi che alcuni di questi autori hanno già pubblicato. Molti sono nostri vicini, amici, salentini e pugliesi protagonisti di una stagione letteraria tutta da leggere. Noi ve ne offriamo solo un aperitivo, qualche spunto per le vostre nuove letture. Presto Scritto misto diventerà, grazie al genio e alla sregolatezza di Lupo editore, anche una sagra letteraria tutta speciale dove trovare cibo per la pancia e per la mente. Consumate questo numero come fosse un pasto. Sfogliate queste pagine e immaginate di trovarvi a tavola con tanta gente, ognuna con la sua storia e la voglia di raccontarla. La musica e tutto il resto sono in ferie, ma solo per questi mesi. Ci vediamo a ottobre. Buona lettura. Osvaldo Piliego

EDITORIALE 3


CoolClub.it Via Vecchia Frigole 34 c/o Manifatture Knos 73100 Lecce Telefono: 0832303707 e-mail: redazione@coolclub.it sito: www.coolclub.it Anno 5 Numero 44/45 agosto/settembre 2008 Iscritto al registro della stampa del tribunale di Lecce il 15.01.2004 al n.844 Direttore responsabile Osvaldo Piliego Collettivo redazionale Pierpaolo Lala, C. Michele Pierri, Cesare Liaci, Antonietta Rosato, Dario Goffredo, Michela Cerini Hanno collaborato a questo numero: Marco Montanaro, Omar di Monopoli, Nino G. D’Attis, Elisabetta Liguori, Rakelman, Tony Sozzo, Rossano Astremo, Luciano Pagano, Eva Clesis, Don Pasta, Dario Goffredo, Livio Polini, Luisa Ruggio, Rossella Macchia Ringraziamo le friggitorie di tutto il mondo, Cosimo Lupo, il Buenaventura, Manifatture Knos e le redazioni di Blackmailmag.com, Radio Popolare Salento di Taranto e Lecce, Controradio di Bari, Mondoradio di Tricase (Le), Ciccio Riccio di Brindisi, L’impaziente di Lecce, quiSalento, Lecceprima, Musicaround.net. Progetto grafico erik chilly Impaginazione Scipione Stampa Martano Editrice - Lecce Chiuso in redazione mentre tutti sono in ferie Per inserzioni pubblicitarie e abbonamenti: ufficiostampa@coolclub.it

Scritto misto

Il guardalinee 5 Mazinga 11 Summertime 14 Per sempre e sempre sempre 16 Volare basso 20 Toccare il fondo 24 Mar mio 28 L’inutilità della specie 32 È un tale progresso in giro 34 Elisir 38 Mare Calmo. Bisogno di. 40 Your ass, Sir John 42 Piccola storia di un sari indiano 44 Nessun titolo per la vita di un povero martire 48 Ingredienti 50

Eventi

Calendario 52 Sommario 5


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IL GUARDALINEE Marco Montanaro TIPI DA FESTIVAL

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Ci incontriamo due giorni all’anno, non di più, sempre di domenica. Merlo e Occhibianchi, si chiamano. Io li odio. Li ho sempre odiati. Preferirei starmene qui sotto la pioggia fitta che ingrossa la terra e mi impedisce di vedere la linea dall’altra parte del campo, col mio braccio teso e la bandierina in alto, tutto inzuppato. Preferirei questa immobilità del fuorigioco che passare la domenica a casa o da qualsiasi altra parte. Forse per questo ho cominciato, perché volevo avere qualcosa da fare alla domenica. Mi dispiace solo di non essere arrivato un po’ più su. In Eccellenza il massimo che ti può succedere è fischiare un fuorigioco sbagliato e rischiare di finire ammazzato fuori dal campo sportivo. Prima giocavo, adesso tengo in mano una bandierina. Una cosa che quegli animali sugli spalti dovrebbero capire, è che chi si veste di nero o tiene una bandierina sul lato più lungo del campo, insomma, persino a noi piaceva giocare, un tempo. Qualsiasi cosa pur di non stare a casa la domenica. Quando giocavo mia moglie veniva a vedermi. Adesso non credo si divertirebbe a vedere un povero idiota che fa su e giù su un lato del campo e ogni tanto alza una bandierina. Oppure se ne sta immobile a prendersi tutta quest’acqua. Almeno quelli in campo si muovono. Io me ne sto qui e me la prendo tutta in faccia. A nessuno piace segnalare un fuorigioco. Del resto, mia moglie avrà di meglio da fare. Credo abbia un amico, da almeno un anno. E’ stata paziente, ha aspettato che Valeria se ne andasse all’università. Credo che a casa mia, in questo momento, ci sia un altro tipo di sport. Io preferisco questo, preferisco la gente che corre dietro a un pallone, pur di non stare a casa di domenica. Eccetto che per quei due. Merlo e Occhibianchi. E la loro schifosissima squadra. Se ne stanno sempre a metà classifica, ogni anno. Non saliranno e non scenderanno mai. Mai. Lo fanno apposta. E’ la squadra con più scommettitori, tra centrocampo e attacco. Li incontro due volte 8

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l’anno. Non di più. E per un tempo guardo Merlo, da vicino, che è un attaccante, e per un tempo l’altro, Occhibianchi, che è un difensore macellaio. Ne ho viste saltare, di caviglie, sotto quei tacchetti. Li odio. Credo che in vita loro abbiano giocato solo partite truccate. Certo, l’ho fatto anch’io. Ho scommesso, ho scommesso forte e mi sono fatto pagare. Fino a qualche tempo fa era una cosa regolare, normale, come il fatto stesso di non rimanere a casa di domenica. Poi ho smesso. Stavano combinando un casino, proprio per la squadra di quei due bastardi. Rischiava di salire, di essere promossa, e il presidente sapeva bene che non era il caso, troppi soldi. Stavo per farli salire io, annullando una rete a una loro avversaria in una partita decisiva. Nello spogliatoio, tra il primo e il secondo tempo, Merlo e Occhibianchi vennero a trovarmi. Si dedicarono a me. Guarda che oggi dobbiamo perdere, disse l’attaccante. Era molto meno timido che in campo. In vita sua avrà segnato cinque o sei reti. Abbiamo scommesso sull’altra, aggiunse il difensore. Sembravano due avvocati. Io i tribunali li frequentavo durante la settimana, invece, e dissi che avrei fatto il possibile. Mi presero a pugni per tutto l’intervallo. Guardo la mia bandierina, sospesa nel cielo grigio. Non dovrei. Dovrei stare con lo sguardo fisso in avanti, il volto che si lascia rigare da queste gocce pesanti di pioggia incessante. Penso solo che dovrei andar via, lontano, lontano da quello che sta per accadere. Ho degli interessi, nella città dove sono oggi, quella di Merlo e Occhibianchi. Il campo è tra i più squallidi che abbia mai visto. Questa non è terra battuta, è cemento. Comunque. Da buon avvocato, ho dei contatti, qui, e sto investendo su una squadra. Quella di governo. Questa squadra deve governare, a breve. Per governare, la squadra di questa città, quella vera, deve perdere. In modo che chi oggi governa questa città, che è vicino alla squadra, abbia contro i


tifosi. E i miei contatti partiranno da un bel vantaggio, in campagna elettorale. Ho tutto da guadagnarci. Certo, non pensavo di tornare a fare soldi in questo modo. Dopo quella volta con Merlo e Occhibianchi nello spogliatoio, avevo deciso di smetterla. Era rischioso. Oggi invece sto di nuovo giocando con quei due. La squadra di Merlo e Occhibianchi quest’anno deve scendere, come quella volta che non doveva salire. E’ un fatto politico. I tifosi capiranno. I miei contatti in questa città si sono comprati pure i giocatori. L’anno prossimo cambia anche la società. Se la comprano i miei amici di qui. Tutto è perfetto. Tranne la pioggia nei capelli. Tranne le gocce che finiscono anche negli occhi. Mia moglie a casa a divertirsi, per i fatti suoi. Una causa che mi sta creando più problemi del solito. Mia figlia che non dà un esame da quando si è iscritta, anche se a me ha detto che ne ha fatti cinque, ma io lo so come vanno queste cose e almeno potrò dire che lei ha imparato subito a fare una cosa fondamentale, nella vita, che te l’allunga. Mentire. Avrei bisogno che qualcuno mi allungasse la vita, ora. Sento i muscoli del braccio tesi in maniera innaturale verso l’alto. Sento la bandierina molle, afflosciata dal peso dell’acqua, che scende sul mio polso. Sento l’acqua annullarmi del tutto in questa domenica di maggio. Odio la domenica, qualsiasi cosa per non rimanere a casa di domenica, ma non questa domenica, immobile in tutto questo cemento. Un fatto compulsivo. Come mangiare. Come il matrimonio. Ho annullato un gol alla squadra che doveva vincere, all’ultimo minuto. A questo punto Merlo, Occhibianchi e compagni non scenderanno. Rimarranno fermi in quella parte di classifica che frequentano da anni. Adesso eccomi, sono un granellino di sabbia, bagnata e pesante, che incepperà il meccanismo a cui volevo partecipare. Tutto ciò che riesco a fare è rimanere qui immobile sotto la pioggia col braccio in alto. Devo avere un’aria impassibile. Come qualcuno che combatte per qualcosa di giusto, come quegli uomini

che fanno sempre la cosa giusta, accarezzati da quella follia che fa escludere che ci siano soluzioni migliori. So fingere bene. Perché so che invece ho sbagliato tutto. Sono sempre stato bravo a combattere contro me stesso. Ma la gente in campo, sulle panchine e sugli spalti, non deve essersene accorta. Sì, so fingere bene. Credono alla mia figura impassibile, che riconoscerebbe un fuorigioco a occhi chiusi. Occhibianchi corre verso di me. Sta bestemmiando. Un difensore che bestemmia dopo che gli hanno annullato un gol contro. L’altra squadra invece sonnecchia. Non volevano vincere davvero, oggi. L’arbitro mi strattona, leggermente. Che cazzo fai?, sussurra. Io ho lo sguardo ancora fisso davanti a me, in un luogo che non è né qui né altrove. Forse da mia moglie. Me la immagino. Sconfitte ovunque, in questa domenica. Devo correre. Via, lontano. Nessuno avrà pietà di me. Nemmeno i miei amici politici. Questa è una cosa più grande di me. L’arbitro stringe più forte. Occhibianchi mi ha quasi raggiunto. Più lontano riconosco la voce di Merlo. Ha cominciato ad abbaiare come quella volta nello spogliatoio. Non voglio avere la conferma del fatto che lui e Occhibianchi potevano fare i pugili invece che gli scommettitori in calzoncini corti. Tiro giù la bandierina. Questo non riporterà indietro il gol. Questo non farà di me qualcosa di diverso da un granellino di sabbia bagnata e inutile. Questo non mi aiuterà a dare spiegazioni, a nessuno. Lascio la bandierina per terra. Lo so che mi prenderanno, lo so che mi beccherò qualche pugno sotto la doccia dello spogliatoio di un campo sportivo della città che doveva essere mia. E che dovrò un mucchio di soldi a molta gente. Per adesso, corro. Ma questa terra è cemento.

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MAZINGA Omar Di Monopoli

Quando il Grande Mazinga varcò la soglia de ‘Il rifugio degli eroi’, una cadente pensioncina a mezzo servizio sulla litoranea jonico-salentina, fu assalito da scoramento ficcante e autolesionista che gli fece cadere l’umore sotto i piedi: «Cristo santo», pensò, «ora sì che ho bisogno di un goccio!» Era stata tutta colpa di Goldrake, quel vecchio ruffiano. «Fatti furbo, ‘Zinga…», gli aveva detto con la bava alla bocca, ostinandosi a chiamarlo con quel nomignolo che a lui faceva saltare i nervi, «…È da pazzi starsene in Giappone a deprimersi aspettando inutilmente che i bei tempi tornino. Pigliati una bella vacanza, perdio, goditi la vita! Conosco un posto in Puglia, terra di santi e di poeti in culo al sud-Italia, dove potresti recuperare parecchio del tuo smalto!». «Dici sul serio?», aveva ribattuto lui, così depresso da lasciarsi infinocchiare, e l’altro, mellifluo ed ammiccante come un attore di basso cabotaggio, si era messo a strizzargli l’occhio romboide picchiettandolo col gomito. Lurido bastardo di un eunuco! Avrebbe dovuto immaginarselo che il vecchio cornuto bluffava. Nessuno sarebbe riuscito a rimettersi in sesto, in una vecchia bicocca decrepita come quella. Come minimo Goldrake prendeva una percentuale sugli utili. Era dagli anni settanta che Ufo Robot aveva le mani in pasta quaggiù, in Italia. Era qui che le sue avventure avevano riscosso il loro successo più grande: continuando a mieterne dopo anni e anni di repliche. E quando quei raccomandati dei Power Rangers con tutti i nuovi supergruppi senza palle al seguito avevano destituito i Robottoni dalle postazioni alte negli indici di gradimento tra i giovani, Goldrake si era riciclato come manager di band musicali, riproponendo all’infinito quel SCRITTO MISTO

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ridicolo motivetto che la distribuzione italiana aveva utilizzato come sigla per il suo programma: «Si trasforma in un razzomissile con circuiti di mille valvole…». Bleah! Roba da far venire il vomito anche al più intronato degli alieni. Già, gli alieni. Quanta nostalgia per quegli sfigati aveva adesso il Grande Mazinga. C’era stato un tempo in cui il suo nome incuteva rispetto e maestosità. Mazinga, cazzo! Non quel cacasotto di suo cugino Mazinga Z, col quale, per anni, continuavano a scambiarlo, ma l’unico, il vero Grande Mazinga, flagello degli invasori extraterrestri e beniamino delle folle acclamanti. Ricordava con gioia le copertine su Time e la rubrica di posta del cuore sul New Yorker, le foto assieme ai bambini e la gratitudine della gente per strada. Camminava per le vie di Tokyo con orgoglio, allora. Poi il governo giapponese aveva cominciato a porre dei freni. Niente più Pugni-a-Razzo, potrebbero colpire qualche innocente, e basta coi Raggi Fotonici, che inquinano l’ambiente e c’è il protocollo di Kyoto da rispettare. E poi cos’è tutto ‘sto accanimento contro le popolazioni provenienti da sistemi siderali diversi dal nostro? Non vogliamo mica essere accusati di razzismo, noi, che la comunità internazionale ci sta col fiato sul collo! ‘Scolti, sìor Mazinga, perché non si prende un periodo di riposo, che ormai c’ha un’età? Tutto spesato, s’intende… Guardi che la maggior parte dei suoi colleghi sono in pensione. Non si può andare in giro a massacrare alieni così, come se niente fosse. Tenga, contatti questo numero, la seguiranno con un programma di riabilitazione e poi, magari, potrà cercarsi un lavoro vero… Mazinga riconobbe il numero di cellulare e lo gettò nell’immondizia con rabbia: era di Gundam, quel montato pieno di boria militare. Mai andato a genio, a lui, quel fighetto tutto armi strategiche e costellazioni sconosciute. Assurdo! Per anni aveva fatto baruffa con le più mostruose creature spaziali per salvaguardare la pace del pianeta e adesso, di botto, lo avevano trasformato in una 12 SCRITTO MISTO

specie di psicopatico fascista. Ecco perché, avvilito e senza speranza, si era fatto abbindolare da quel venduto di Goldrake. Depositò le proprie valigie all’ingresso e tastò con il palmo metallico della sua mano il campanello della reception. Subito al suo cospetto comparve un inserviente con la faccia da cane bastonato. Il Grande Mazinga ebbe un fremito di frustrazione quando lo riconobbe. «Megaloman!», esclamò sorpreso, e l’altro arrossì, chinando verso il pavimento la faccia luccicante incastonata in una lunga chioma argentea di capelli sfibrati. «Spero tu abbia fatto buon viaggio, amico mio…», sibilò poi, a voce bassa. «Ti davano per morto, ormai!», avvertì Mazinga, mentre una punta d’imbarazzo ingolfava il suo stupore. «Ci sono giorni in cui penso che sarebbe molto meglio così, amico…», rispose sconsolato Megaloman afferrando le valigie dell’eroe e issandole con sforzo sulla propria schiena. Ma il Grande Mazinga, con un gesto fiero e solidale, lo bloccò per un braccio facendosi interamente carico del bagaglio. «Lascia stare», disse, non è assolutamente il caso». Poi salirono insieme al piano superiore della pensione. Quella sera, nella squallida saletta ristorante, Mazinga mangiò un’impepata di cozze, un piattone d’orecchiette e lampascioni e una decine di friselle coi pomodorini. Poi, fumando come uno scannato, fece fuori alcune bottiglie di Primitivo di Manduria. Quando fu completamente ciucco, pregò Megaloman di lasciare la cucina per accomodarsi a tenergli compagnia. L’altro si liberò in fretta e furia del grembiule unto e andò a sedersi col vecchio compagno allungando sul tavolo una bottiglia di Limoncino a 60 gradi. «Cazzo, amico… non riesco a crederci di aver fatto questa fine!», confessò con lo sguardo ossidrico obnubilato dalle lacrime il Grande Mazinga. Si sentiva davvero un rudere alla deriva.


«Puah! Guarda allora come sono messo io!», rispose l’altro, riempiendo i bicchieri con un ghigno sprezzante stampigliato sulla faccia. «Com’è che sei arrivato qui?» «Be’… dopo il calo di audience dei miei telefilm e la morte per overdose di crack di Ultraman, ho cominciato a soffrire di depressione. Sai com’è, giravo a vuoto. Alla fine quel pappone di Goldrake mi ha contattato dicendo che sapeva come aiutarmi ed eccomi qua, tuttofare di questa vecchia pensione italiana!» «Stramaledetto business! È quello che ha fottuto tutto quanto. Ha trasformato la gente. Oggi è il mercato che detta le regole… ed è un’operazione talmente sottile che alla gente comune sembra esattamente il contrario. Mangiano tutti la stessa merda, si vestono tutti allo stesso modo, guardano tutti gli stessi programmi, ma sono convinti di vivere in paesi democratici, amministrati da regimi attenti ai loro fabbisogni…» «Parole sante, vecchio mio… parole sante!» Travolto dallo stordimento dell’alcool, il Grande Mazinga si estraniò dalla discussione e per un attimo ebbe un flashback di sé stesso assieme ad Afrodite-A, mentre le sprimacciava con forza le tettemissile dopo un combattimento terribile con le forze aliene. Gesù, come gli mancavano quei tempi... «Eppure, nonostante le apparenze, io non mi sono ancora arreso, caro mio!», stava cianciando stentoreo Megaloman, riportandolo alla realtà. «Davvero?» «Sicuro. Ho un piano per risalire la china!» Mazinga spense con forza la cicca che aveva tra le mani nel posacenere in mezzo al tavolo e, sfoderando una lucidità inaspettata, ammiccò: «Di che diavolo stai parlando?» «Ci hanno fatto fuori, vero amico? Ci hanno messo da parte, ok? Daitan 3 è in prigione per pedofilia, Capitan Harlock vende noccioline a Kyoto, e gli AstroRobot dirigono una palestra di quart’ordine nei bassifondi di Osaka. Hanno lavorato sulle nostre menti, capisci? Siamo ridotti così

perché ci hanno fatto credere che non c’è più posto per noi… ma non è così, amico, dammi retta!» «D’accordo, fin qui ci arrivo anch’io, ma come ne vieni fuori?» «Pensando con la loro testa! Ho fatto solo finta di piegarmi, umiliandomi al servizio di strafottenti miliardari della new-economy. Ma sono anni che intreccio legami con la mafia locale e sono ormai pronto, amico, ho messo abbastanza grana da parte per mettermi anch’io in affari!» «Che genere di affari?» «Traffico di clandestini! Compro uno scafo gigante e faccio la spola per le coste… grazie alla mia esperienza in battaglia, fregare la guardia costiera sarà un gioco da ragazzi… Credimi!» «Ma è terribile… eravamo paladini del bene, una volta!» «Amico, le cose cambiano! Non facciamoci fregare dal passato… c’é da guadagnarci dei bei soldi!» Il Grande Mazinga guardò l’amico deluso e rassegnato. Megaloman era un coglione. Gli voleva bene, ma era proprio un coglione. Lo salutò con un cenno breve della mano e risalì verso la sua stanza barcollando. Fu una notte d’incubi per Mazinga. Il vino e le cozze produssero scintille nelle sue membra meccaniche procurandogli atroci dolori. Si risvegliò verso le due completamente zuppo d’olio lubrificante e si diresse sul piccolo terrazzino. Soffocato dal proprio malessere, contemplò le dune ricoperte di timo e rosmarino e le trovò, nonostante tutto, meravigliose. Poi rivolse lo sguardo al cielo stellato e sorrise. Il mattino dopo era morto. Il Grande Mazinga si era ucciso disattivando i propri sistemi centrali. Megaloman pianse lacrime amare quando lo trovò senza vita nel suo letto, poi, dopo aver chiamato il carrattrezzi, inneggiò alla gloria dell’eroe scomparso intonando per lui il proprio grido di battaglia: «MME-MME-GA-GA-LO-LOMaaan!», urlò, poi si affrettò a chiudere le tapparelle per impedire al sole cocente di rovinare il parquet. SCRITTO MISTO

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SUMMERTIME Osvaldo Piliego A pensarci la vita può essere così dolce, basta camminare sul lato giusto della strada. Lo diceva anche Billie Holiday. Lei che ha marciato per una vita controsenso, che ha sfidato con una gardenia bianca tra i capelli le discriminazioni razziali, lei che ha vissuto amori come temporali, lavati via con fiumi di alcol. Una delle voci più vere che la musica ci ha regalato. Francesca è appena uscita dalla doccia ma Billie Holiday continua a scorrere ed entra dentro. Ha fatto un buon acquisto, solo 4,90, le voci indimenticabili della musica di tutti i tempi. Quando arriverà Summertime interpretata da Janis Joplin avrà già messo la crema sul corpo, il reggiseno e le mutande e si starà agitando di fronte allo specchio con la spazzola in mano. Lo ha sempre fatto, fin da quando era una bimba. Quando cantando 14 SCRITTO MISTO


la sigla di Candy Candy sognava un giorno di incontrare il suo Terence. Life can be so sweet on the sunny side of the street continua felina Billie e quasi ci crede. Summertime, tempo d’estate...and the livin’is easy, e la vita è facile. Com’eri bella, abbronzata, il motorino nuovo, le amiche in spiaggia e lui, lui che finalmente ti aveva chiesto di fare un giro insieme, prima o poi, aveva detto vago, ma magari sarebbe stato proprio quella sera. Your daddy’s rich And your mamma’s good lookin’, tuo papà è ricco e tua mamma è bella. Quello stesso anno papà lo avevano nominato primario e tua madre aveva festeggiato con un paio di tette nuove e una ripassata al giardiniere ogni venerdì. Tu invece avevi deciso di perdere la verginità, così, giusto per toglierti il pensiero. Le altre lo avevano già fatto da tempo tranne Lucia che lo prendeva dappertutto tranne lì. Non l’avresti più rivisto, lo sapevi. Glielo hai visto negli occhi, milanese in vacanza dai cugini terroni a un passo dalla maggiore età. Col cazzo che ci torna l’anno dopo. Ma era così che lo volevi. Ci pensava distratta mentre Janis sembrava volesse strappare le casse dello stereo e ritrovarsi accanto a lei, di fronte allo specchio, in mutande, a fare il punto della situazione. Chissà perché pensa alla sua prima volta, chissà perché l’altra sera uscendo dal pub di Settimio non si era fermata a parlare con Danilo. Lui c’è sempre stato, non si ricorda momento della sua vita in cui lui non fosse lì, seduto su un muretto ad ascoltarla. Anche dopo la prima volta fu il primo che chiamò. A quel tempo lui non lo aveva ancora fatto con nessuna, aveva i capelli lunghi, era pieno di brufoli e ascoltava solo i Ramones e i Nirvana. So hush little baby Don’t you cry, Buona, piccola mia, non piangere. Quante volte lo aveva sentito, da quanti. E pensare che alla fine dei conti non era mai stata una dalla lacrima facile. Ma a volte senti come una sparachiodi che ti mitraglia il petto e loro vengono fuori da sole. Diana Ross e le sue Supremes intonano Love Is Here and Now You’re Gone, l’amore adesso è qui, lo sento, ma tu te ne sei andato. Una lacrima segue l’incavo tra guancia e naso scende giù fino al mento prima di spiccare il volo e sfiorare il seno sinistro. Fa venire la pelle d’oca. Da quanto tempo non mi sfiorano così. Pensa. Solo la tristezza lo fa. Diego ha chiamato tre volte oggi. Inutile rispondere. Lo sa Francesca cosa vuole, lo sa lui, lo sa sua madre e anche suo padre. Sapeva dal primo giorno che mettersi con il figlio di amici di famiglia non era una buona idea. Lui era simpatico, aveva sempre con sé un bel tocco di fumo e le cene tra potenti finti amici diventavano divertenti. Un giorno lo fecero negli spogliatoi del campo da tennis e fu bello, niente di eccezionale, ma bello. Continuarono a vedersi per qualche mese, con il benestare delle rispettive famiglie che già pregustavano fantasmagoriche congiunzioni economiche e politiche, ma non funzionava. A quanto pare lo aveva capito solo lei e il povero Diego aveva scoperto che alcune cose proprio non si possono comprare. A Danilo, poi, Diego non gli è mai piaciuto. Una volta sono usciti insieme. Soli, loro due “una cosa tra maschietti” aveva detto Danilo. Alle tre di notte chiamarono Francesca dal pronto soccorso. Diego era entrato in coma etilico. Le dissero di averlo trovato senza sensi sguazzare nel suo stesso vomito a pochi metri da un pub gestito da un certo Settimio. Accanto a lui c’era un ragazzo che lo insultava, ridendo e brandendo una bottiglia di whisky. Non è andata esattamente così. Le aveva detto Danilo. Cioè?. Non brandivo la bottiglia, semplicemente la finivo. SCRITTO MISTO

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PER SEMPRE E SEMPRE E SEMPRE un delirio di Nino G. D’Attis

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Mio marito è morto. Io lo amavo moltissimo e lui è morto che era un bell’uomo estremamente sensibile e tormentato. Solo ora posso capire pienamente la sua angoscia, o almeno credo di poterlo fare razionalmente, di avere la forza necessaria per persuadermi che lui avrebbe desiderato essere una persona buona e gentile con tutti. «Per sempre e sempre e sempre», ecco cosa diceva J. J. era un padre e un compagno affettuoso. J. amava la sua mazza da baseball, il caffè forte senza zucchero, i vecchi film con James Cagney e le storie di fantasmi e più di tutto amava trascorrere ogni momento libero con il nostro piccolo D. «Ehi, D., vieni un attimo da me!» «Sì, papà.» «Sei stato bravo, oggi?» «Certo, papà.» «Allora forza, salta in braccio e fatti dare un bacio...” «Papà?» «Sì, D.?» «Tu non faresti mai del male a me e alla mamma, vero?» È vero, J. non lasciava trapelare molto dei suoi sentimenti (penso che avesse problemi a relazionarcisi) ma a volte, giuro, sapeva incantarmi irradiando una gioia contagiosa. Così, inaspettatamente. Poteva schioccare le dita e uscirsene con l’idea di metterci in macchina per una gita al lago fuori programma: «Via dalla porca città, tesoro.» Oppure tornava a casa, accendeva la radio sintonizzandola su una stazione specializzata in danzabili dei tempi della nonna e dopo aver alzato il volume al massimo si metteva a urlare: «Sai, questa è la prima e ultima volta che ti permetto di criticare il mio stile di ballo!» J. in pantaloncini corti e calzini gialli che storpia le parole di You still believe in me dei Beach Boys il giorno del suo trentottesimo compleanno. J. che sospira teatralmente, compie un ampio gesto per controllare l’orologio e dice: «La stanza 237 puzza del tempo che passa.» E ride di gusto. Andava pazzo per le freddure di questo genere. Ma l’angoscia non gli dava tregua. Lavorava dentro per cancellargli dalla faccia anche l’ultimo sorriso e le belle frasi che pensava di mettere in fila per costruire un romanzo. Il nostro inverno tra le montagne segnò l’inizio della discesa vera e propria. Barbablù? Il Lupo Cattivo? Il dottor K. (ebreo del Bronx) parla di disturbi emotivi non identificati. Roba che avremmo potuto curare, se solo si fosse manifestata gradualmente, un passo per volta, non come un processo psicotico con il piede schiacciato sull’acceleratore. La neve, l’isolamento, il blocco dello scrittore...chissà. Ho trovato l’abbozzo di una lettera scritta a macchina. Non c’è la data. Forse J. provò a fermare sulla carta i suoi ultimi pensieri coerenti, poco prima del disastro: Cara W. questa stanchezza immane, questo tremendo mal di testa non aiutano la troia sintassi, l’ordine delle parole e il loro fottuto significato. È un duro lavoro, voglio che tu lo sappia. “All work and no play”, come diceva il personaggio di quel film di cui adesso non ricordo più il titolo. C’è un battitore, qui dentro. La sensazione che la testa possa esploderti come un palloncino pieno d’elio è tremenda. Niente lanci di riscaldamento, mi spiego? Il figlio di puttana che saltella nervosamente da un piede all’altro roteando la mazza guarda di soppiatto un uomo che si toglie la giacca nella tribuna superiore. Lo sta sfidando. Ci sta sfidando tutti quanti, il bastardo. Sputa per terra, indifferente al brusìo della folla. Prenderci gusto, ecco la definizione giusta. Dio mi perdoni. L’idea di perdere te e D. mi uccide. È come se mi avessero invitato a un gran galà, ma non riesco ad indovinare il nome del mio ospite.

ASSALTI FRONTALI 18 SCRITTO MISTO


Malgrado tutti i miei sforzi, c’è sempre un dettaglio che mi sfugge... La neve, la radio rotta e i segni sul collo di D. L’albergo. Pregavo affinché qualcuno venisse a salvarci mentre l’umore di J. peggiorava di ora in ora. L’idea di perdere te e D. mi uccide. Posso credergli, adesso? Il dottor K. ha allargato le braccia. Ha detto: «Non saprei, sotto un certo punto di vista il caso di suo marito sembrerebbe condurre alla classica situazione del padre che odia il figlio.» Lui diceva: «Cazzo, non è giusto. Se penso che in questo momento c’è un sacco di gente che sta facendo i soldi con i libri non è giusto manco per il cazzo. Prendi quel tipo del Maine che scrive horror. D’accordo, il ragazzo ne ha passate tante. Serviva da bere sui traghetti, ma adesso è ricco sfondato!» Non ce l’aveva con D., il nostro bambino. Probabilmente immaginava se stesso come un uomo intelligente e scalognato. «Priorità numero uno», secondo il dottor K. «è surgelare i sensi di colpa in attesa di giorni migliori per poterli affrontare.» Alla fine della frase l’ho sorpreso a fissarsi un pollice. «Mi scusi» ha fatto. «Non era mia intenzione ferirla con una gaffe chiaramente grossolana.» Surgelare. Congelare. Agghiacciare. J. era un tesoro. Non riesco a capacitarmi che un uomo così buono abbia fatto una fine orribile. Una volta, solo una, J. prese il braccino di D. e... Fu un incidente? Quando ho girato la domanda al dottor K. c’è stato un lungo, imbarazzante silenzio prima della risposta. Prenderci gusto, ecco la definizione giusta. «Dipende da cosa intendiamo per incidente» ha concluso. «Gli incidenti che si manifestano come risposta a date situazioni variano per la loro natura e per la loro struttura secondo la situazione e l’individuo. Gradisce una tazza di caffè?» Non riesco a dormire se ne bevo anche solo un sorso dal pomeriggio in avanti. Questo non l’ho detto al dottore, per non essere scortese. Ho annuito e l’ho visto alzarsi, tendere l’orecchio in direzione della cucina e gridare: «Caffè!» Il dottor K. è okay. Il tipo di persona che riesce a sembrare a riposo anche quando è in piena attività. Ha gli occhi miti e gentili. Occhi che ti scrutano dentro con aria attenta e calma prima di porre la domanda più atroce: «Sei stata tu?» L’ha detto davvero? Dio, l’ha pronunciata. Me l’aspettavo e non me l’aspettavo, in tutta sincerità. Comunque ci sento benissimo, ci mancherebbe altro. Il dottore non ha esitato un secondo. Ha detto: «Sei stata tu?» C’è un battitore, qui dentro. Stronzo. Ce l’ha scritto in faccia che non crede al mio dolore. Ma ci vuole coraggio. Mio marito è morto. Ripeto: io l’amavo, l’amavo, l’avrei amato per l’eternità. Gravitavo intorno a J. Lasciavo che la sua forza, i suoi coups de théâtre risucchiassero ogni briciola di energia dal mio corpo per far spazio alla meraviglia, al disorientamento. C’è un battitore, qui dentro. Il mio amore per lui mi rendeva debole, ma c’è di che essere riconoscenti ancora adesso che J. non è più tra noi. Riposi in pace. Per sempre. SCRITTO MISTO

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VOLARE BASSO Elisabetta Liguori

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Ah, piccola sfortunella, ex bionda, Antonia Rinaldo. Quella che sono io. Me ne vado sola, sola nel sole della domenica mattina. Io e il ricordo delle mie mesches che non sono più con me. Quale equivoco sono state per interi decenni! La loro retro immagine ancora m’insegue nelle vetrine, nello specchio all’ingresso di casa, nell’attesa degli ascensori. Le donne con le mesches, ho scoperto solo di recente, alludono esteticamente ai propri cinquanta anni. Sui auto denunciano. Hanno la carta d’identità incorniciata sulla fronte. Ne avevo un sospetto ma me lo ha confermato la mia parrucchiera di Via Matteotti, quella col laboratorio d’aria calda e bigodini e lacca spray sotto il mio ufficio, la sola che resti aperta durante la pausa pranzo a fonare la controra delle commesse. La mia parrucchiera ha fatto studi statistici (oltre a vari corsi professionali per estetista e per la ricostruzione delle unghie) e compra carrettate di riviste: ci si potrà fidare di quello che dice lei, no? È per questo che ho deciso di ritornare al mio colore naturale. Bruna come l’origine dell’universo. Un argine al gusto di ammoniaca e vecchi ricordi. Quello che voglio adesso è confondere il nemico. Al più dovrò confrontarmi con qualche problema di ricrescita, ma d’ora innanzi saprò chi ero e chi sono. E sarà il mio segreto. La storia, il tempo, le leggende, non sono mai state un problema del resto per me. Ho un figlio di 24 anni che la storia me la insegna quotidianamente. Procede per capitoli brevi: gli basta ciondolare a braccia lunghe per casa, sbadigliando. Ha lo sbadiglio sonoro, a scatti, ad ogni ora del giorno un po’ diverso, fulminante e istoriato come le mie gambe varicose. E, qualora mio figlio, con i suoi involontari proverbi del terzo millennio, non fosse sufficiente, c’è pure una mia amica cara che la storia la rallenta, la segmenta con la morsa delle sue sole cosce muscolose. Lei, come me, non ha un uomo per le mani da mesi. Questo ci rende solidali. Siamo sole come solo due cinquantenni sole sanno essere, travolte dalle loro abitudini solitarie troppo a lungo difese e da un amicizia vecchia come lo zoccolo di un cammello. - Ma io sono vedova. Tu sei sola da sempre. Le nostre situazioni sono diverse. - Sì, Antonia, sei rimasta vedova vent’anni fa. Che vuoi che rilevi? - Ho buona memoria però. - Non conta la tua di memoria, ma quella di chi ti osserva. La mia amica ha un bar sotto la galleria, gentile eredità strappata alla natura ingorda di quel mastro Don Gesualdo di suo padre. La mia amica è alta tre lattine, ma è tonica come un pungibol. Una donna splendidamente riciclabile con la passione per il design, le lucertole e gli uomini giocattolo. I nostri coetanei si indirizzano solo verso le donne comprese tra i 14 e il 22 anni? Ok, dice la mia amica barista, ci sono gli altri. C’è la domanda, c’è l’offerta: il gioco è fatto. Equilibriamo il mercato, dice. Facciamo scuola. E io rido. Ecco tutto quello che conta per Antonia Rinaldo ex bionda. Ridere di sé. Niente di più di questo. Giusto per gli estimatori del vintage potrei aggiungere un lavoro ventennale in una cancelleria giudiziaria. La ripetizione ciclica mi smemorizza e libera progressivamente. Senza le mie scartoffie da catalogare riderei di certo molto meno e forse mi darei al crimine reiterato, invece eccomi qui. Quando ritorno a casa dopo l’ufficio, il condominio nel quartiere stadio mi accoglie a braccia aperte (la vecchia Miriam in sottoveste canta al terzo piano stendendo le canottiere del marito) e le basta un solo acuto per stracciare tutta la cartaccia che la mattinata mi ha appiccicato addosso. È quello il bello delle pubbliche amministrazioni: dopo le otto ore di rito qualunque altra cosa ti par più lieve. Persino la Miriam del quartiere stadio. E poi la domenica si fa festa. Oggi per esempio l’abbiamo rifatto. Per dirla tutta. Per mettere a verbale qui la mia confessione formale. Io sono una mentitrice. Poco fa ho finto di nuovo di avere le mestruazioni. E non è la prima volta. Sempre andate per fontanelle. Io e la mia amica barista. A Brindisi soprattutto. In aeroporto. Tutte le valige del mondo. I neon sui grandi specchi. L’acciaio delle file a sedere. I corridoi opalescenti passati di fresco. I lavavetri vestiti di blu. E Dio che sembra SCRITTO MISTO

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sempre dover atterrare da un momento all’altro. Nei bagni poi ci sono quei fantastici lavandini cromati a fontanella, con l’acqua che sgorga miracolosamente in avanti come uno scaracchio al solo sfiorare del sensore metallico. Noi ci si entra per rifarsi il trucco. Per l’inganno. Per la perpetuazione della noia e la possibilità. Soprattutto la domenica mattina presto, quando ci sono i rientri dai lunghi week end goduriosi e le facce smunte e soddisfatte di chi vive davvero. Noi ci si va essenzialmente per invidia. Ché tutti hanno posti precisi in cui andare, un appuntamento e biglietti elettronici e codici a barre e l’ultimo caffè da prendere e l’ impellenza della vita nelle caviglie. Invece noi l’aeroporto. (?????)Bastava avere uno zainetto e una trousse per divertirsi un po’. Per noi solo quello: rossetto, cipria, l’assorbente in bustina e il piglio affilato come un bisturi. Un offuscato dagherrotipo dell’esistenza altrui. Oggi la preda è stata una rossa con le efelidi a sacchi. Rideva davanti alla specchiera e si lavava i denti con un mini spazzolino rosa, di quelli con il click nel centro. Di certo arrivava, non partiva. Anche lei come molti altri intorno. Una gita, un regalo. Aveva una specie di vento piatto nei capelli, per cui su un lato erano schiacciati e gommosi, sull’altro crespi come cespugli di more sparavano verso i neon sul soffitto. Un collo da cigno liscio, liscio e le pupille come palline di un flipper. Per quello che ne sapevamo poteva essere anche in un viaggio di gruppo: sembrava sfuggita ad una nuvola gonfia di caciara con l’alone delle voci intorno da poco attutite dalla porta basculante dei cessi. Magari studenti. Fottutissimi studenti in gita del liceo, con me e Paola ad osservarli nel nostro popoloso deserto da bassa profumeria. - Dio, che stanchezza! (Paola sa essere una splendida attrice, spalanca le braccia e la bocca rossa e riempie gli specchi, mentre la sua astenia scompare del tutto). - È stata dura soprattutto per via dell’ultimo scalo, no? (la scolara ha finalmente volto lo sguardo assonnato verso il nostro mondo di matrone follemente interpretative) - Durissima. Puoi dirlo forte. Hai un Lines, uno normale? Ti spiace? (Paola resta con gli occhi dentro la specchiera per non ridere) - Sì. Eccolo. (le sono accanto, riflesse parallele; apro la borsa, rovisto sapientemente e subito mi spunta tra le dita il complice d’ovatta) - Sai, ogni mese un fiume. Un dissanguamento. - Non dirlo a me. Come da adolescente. U-gua-le. Pure io. Da non credere. La rossa ragazzina, l’ho visto, ha avuto un blocco da atterraggio scomodo per almeno cinque minuti. Stava con le gote gonfie, a trattenere un fiato tondo e profumato da ninfa dei boschi aeroportuali. Così, senza respirare, ha ascoltato tutta la nostra teatrale conversazione con attenzione. Passando da me a Paola, da Paola a me, con la bocca socchiusa e muovendo a scatti la testa, i capelli e gli occhi. I suoi occhi. Dio mio, i suoi occhi. Una parete immacolata i suoi occhi. Più cresceva l’apnea, più le si allargavano gli occhi. Paola, quando qualcuno la guarda, diventa un toro. Vede rosso, appunto. I suoi occhi sono così diversi da quelli della ragazzina con lo zaino, hanno un fondo opaco e granuloso. Senza arte, senza capriccio, senza sesso. Quelli di Paola sono vecchi filtri da cui tutto sembra essere già passato. Glieli ha tenuti puntati addosso fissi come un archibugio. La bimbetta boccolosa alla fine s’era persino incapricciata delle nostre storie mestruanti, secondo me, e io ero arrivata fino a farle una specie di smorfia, spazzolandomi. Poi era uscita e con lei il suo profumo di borotalco. - Sei troppo madre, tu. Tornando in casa in auto, Paola mi ha rimproverata per quella smorfia che aveva annacquato la nostra sceneggiata della resistenza. Ma io non me ne pento. La giovinezza adesso mi fa ridere più che mai. SCRITTO MISTO

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TOCCARE IL FONDO Rakelman


Faccio fatica a toccare il fondo. “Toccare il fondo”: che espressione polposa, quanti significati in una semplice locuzione. Qualcuno direbbe che si tratta di un classico esempio di densità di senso. Come siamo complessi, a volte penso che nemmeno siamo consapevoli di quanto diciamo. Qualche giorno fa, mentre ero disteso al sole nel prato adiacente la pubblica piscina di questa città lontana dal mare centinaia di chilometri, ho sentito all’altoparlante la voce acuta di una giovane indigena annunciare l’inizio di un corso rigorosamente gratuito di immersione. Ad accompagnare gli interessati nella discesa verso questi bassi abissi piastrellati d’azzurro sarebbero stati due sub professionisti. Sorseggiavo il mio cappuccino ghiacciato, bevanda commerciale dal prezzo pari a quello di un cocktail acquistato in un locale della riviera, e mi son detto “perchè no?”. Inforcavo occhiali da sole vintage, unico acquisto intelligente fatto nella rete; indossavo i miei Speedo neri. Mi sentivo un po’ una celebrità, avevo l’animo di una ricca vedova allegra e allora perchè non adagiarsi tra le braccia di un bel sub dall’improbabile accento emiliano? A fatica mi tiro su dalla sdraio, sudato, dopo aver vegetato tipo lucertola per un paio d’ore sotto il crudele sole estivo della pianura padana. Mi girava la testa. Nemmeno l’impagabile freschezza del mio costoso cappuccino gelato, novità dell’estate, aveva placato l’arsura che si stava impadronendo dei miei sensi. Niente di meglio che rinfrescarsi immergendosi nell’acqua un po’ brodosa della piscina comunale, tra gli schiamazzi molesti dei monelli e quelli ancor più molesti degli extracomunitari. Le vacanze dei poveri sono così. Meglio mettere la testa sotto l’acqua, lasciare che le orecchie si riempiano di calore e i rumori vengano filtrati, le voci diventino trilli di delfini, gli schizzi, il battito dei piedi dei nuotatori nient’altro che salti allegri di pesci in migrazione. Mi avvicinai al bordo della piscina senza rinunciare alla comodità

ciabattona dei mie infradito “Jamaica”e all’eleganza cheap & chic dei miei occhialoni da sole. Non potevo fare a meno di pensare a Julia, a quello che mi ripeteva in continuazione quell’estate di qualche anno fa: “perché gli italiani, che siano uomini o donne, indossano sempre degli occhiali da sole enormi? Voglio dire, l’occhio umano non sarà più grande di una mandorla, ma gli italiani pensano di avere dei pomodori ultrasensibili ficcati nella testa”. Povera sprovveduta Julia, che tenerezza mi faceva la sua semplicità germanica! Incapace di cogliere l’essenza delle mode, tutta presa dai suoi viaggi e dall’esperire. Mentre pensavo a questo notai i due sub intenti ad indossare l’imbracatura tipica del loro mestiere (ma sarà un mestiere fare il sub? Lo si fa tutto l’anno? E chi ti paga per immergerti?). Facevano sul serio, sembrava che si stessero preparando per un’immersione nella fossa delle Marianne. Muta, maschera, bombole addirittura. Solo a quel punto capii che lo scopo della dimostrazione gratuita era quello di attrarre il maggior numero possibile di sprovveduti, come me, e convincerli a iscriversi ad un costosissimo corso che si sarebbe tenuto a stagione conclusa. Mi sentii più furbo della media, considerando che la media era composta principalmente da grassone di mezza età che non vedevano l’ora di essere accompagnate in questa breve escursione da quei due maschioni nerboruti. Le grassone sgomitavano nella “fila” anche questa tipicamente italiana che si era venuta a formare. I ragazzini scalciavano e si menavano, facevano casino a prescindere. Io rimanevo composto, cercando di non essere coinvolto in nessuna delle zuffe. Aspettai pazientemente il mio turno, sforzandomi di trovare un posto in quella calca che doveva essere una fila, guardandomi intorno e cercando di carpire qualcuna delle istruzioni che premurosamente i sub impartivano ai miei compagni e alle mie compagne d’avventura. Esausto e un po’ stressato, mi SCRITTO MISTO

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misi ad aspettare seduto sul bordo della vasca, immergendo le gambe e bagnandomi la schiena e la testa di tanto in tanto. Arrivò il mio turno, avevo scelto di essere l’ultimo. A me spettò accompagnarmi con il più sfigato dei due, un tipo alto, dal fisico prestante, ma stempiato e un po’ troppo peloso per essere un nuotatore. Il tipo, che chiamerò Flipper visto che non ricordo il suo nome (l’altro si chiamava Roberto), mi aiutò a indossare la muta e le bombole, dopo aver constatato la mia totale incompetenza con tutti quegli attrezzi. Mi diede una maschera e recuperò un paio di pinne adatte a ospitare il mio problematico 46. Dopo una decina di minuti buoni ero finalmente pronto ad affrontare il monotono fondale della piscina, in questa immersione che sarebbe durata altri dieci minuti, andata e ritorno. Tutto sembrava procedere per il meglio, così come era stato per chi mi aveva preceduto. Avevo messo in bocca il respiratore e mi ci stavo abituando A fatica sopportavo il peso di tutta quella imbracatura. Flipper mi fa un segno con la mano e mi invita a immergermi. Ok, ci sono, ho gli occhi aperti, la maschera al posto degli occhiali da sole fashion, le lenti a contatto non mi danno fastidio, anche se mi hanno detto che per la piscina non vanno bene. Mi distendo sul fondo, Flipper è sopra di me, proprio come mamma balena sovrasta in tutta la sua grandezza ed esperienza il suo piccolo. Sono alla tua mercé Flipper, dimmi tu cosa devo fare. Flipper mi fa un altro cenno, capisco che è arrivato il momento di battere i piedi. Non sono avvezzo alle pinne, pesano e faccio fatica a fare quel movimento da sirena. Nell’acqua, così conciato, mi sento come l’aquila che cammina della canzone di Battiato. Perdita di grazia. Non ho stile. Ma procedo. Il punto di partenza era dalla parte in cui la vasca è più bassa, lo scopo raggiungere l’altro lato, mantenendo il fondo. In questo primo tratto non ho avuto problemi, mamma Flipper mi ha aiutato molto a carburare. E poi è facile, le bombole mi pesano sulla schiena. Respiro 26 SCRITTO MISTO

con la bocca ossigeno fresco, dall’inevitabile retrogusto di cloro. Probabilmente, mio malgrado, sto assaporando anche il gusto della saliva di qualche cicciona o di qualche ragazzino. Inizia il gradino della piscina, si scende. E qui succede. Qui, al vertice superiore di questo immaginario triangolo rettangolo, qualcosa cambia. Faccio fatica a toccare il fondo, a seguire l’andamento obliquo di questa ipotenusa. Flipper mi preme sulla schiena con entrambe le mani, è un chiaro invito a nuotare verso il basso, a seguire l’andamento del fondale. Ma non capisce, io ci sto provando. Le spalle, i reni, le gambe, perfino l’addome premono per raggiungere quella chiara distesa azzurra sotto di me, la mia pancia anela a sfiorare quella fredda superficie immobile. Ma tutto sembra inutile. Flipper non mi lasciare, non lasciarmi riaffiorare, non voglio perdere. Flipper mi tende la mano, mi riporta su. Forse ho bisogno di respirare. Il mondo all’aria aperta mi si ripresenta rumoroso così come l’avevo lasciato pochi minuti fa. Tolgo la maschera. Flipper mi spiega che ho troppa aria nei polmoni, devo espirare tutto quello che inspiro. Per aiutarmi mi propone una cintura di piombo. Con questa sì che andrò a fondo. Indosso quest’altro pesantissimo orpello. Ci mancava anche questa; anche se non lo vedo con i miei occhi so che sto sudando copiosamente. Sono stanco, vorrei mollare, ma ormai sono in ballo e devo ballare. Che figura ci farei con tutte queste ciccione a bordo vasca che mi guardano invidiose di tante premure nei miei confronti? E con gli scugnizzi che già sghignazzano? Anche per Flipper sembra una sfida con se stesso, non può fallire, la sua bambina lo guarda e lo chiama da poco lontano, avvinghiata alla sua mamma. Le saluta, Flipper, ha proprio la faccia di un padre esemplare, ha la faccia buona di un uomo semplice, che ha sempre desiderato avere una famiglia, una donna da proteggere, dei figli a cui badare e a cui insegnare a nuotare. Sono di nuovo pronto, ricominciamo. L’inizio del


percorso è ormai una bazzecola per me, ce la posso fare e ne sono consapevole. Il gradino si avvicina, lo vedo chiaramente attraverso lo specchio della maschera. Ormai mi fa paura, mi sembra insuperabile, come una barriera immaginaria, ma devo oltrepassarlo e saprò di avercela fatta. Purtroppo anche la catena che mi stringe i fianchi risulta essere inutile. Penso che i miei stramaledetti polmoni abbiano immagazzinato tanta di quell’aria che con un soffio potrei sospingere una mongolfiera e farle sorvolare i grattacieli di New York. E dire che, beffa delle beffe!, sono un fumatore incallito da quando avevo 16 anni. Ora che ne ho quasi 30 come posso avere ancora dei polmoni così sani e così capienti? Flipper è ancora su di me, proprio non può starmi accanto, non può limitarsi a farmi compagnia: deve accompagnare la mia discesa, spingermi verso il fondo, indurmi a toccarlo. Sarà scocciato, ma non me lo darà a vedere una volta riemersi, è il suo mestiere. Intanto la grande parete azzurra della piscina si apre di fronte a me, completamente sommersa. I raggi del sole che filtrano attraverso la superficie si riflettono su di lei, sembra un muro ricoperto di cristalli, che dovrei infrangere o contro il quale vorrei andare a sbattere. Grazie a Flipper procedo lentamente sfiorando il fondo, agitando piano i piedi intrappolati in queste enormi pinne, che non fanno parte di me. La corsa è finita, abbiamo raggiunto l’altro capo della piscina, ma ha fatto tutto lui, il mio accompagnatore. Flipper mi invita a sedermi e mi si siede accanto, tenendomi saldamente per un braccio. Siamo qui, accovacciati a circa cinque metri dall’aria. Mi fanno male le orecchie e non posso dirlo a nessuno, non voglio. Flipper mi guarda attraverso la sua maschera. Forse gli faccio un po’ pena, forse pensa che sono uno sfigato, un incapace. Ebbene sì, signori, faccio fatica a toccare il fondo, adesso come non mai, in molti sensi. Faccio fatica a toccare la profondità delle cose che mi circondano. Negli anni ho

perso quel dono magnifico di interrogarmi su tutto, di cercare di capire la realtà più immediata, non necessariamente le grandi questioni che affliggono il genere umano. Io vivo in superficie, caro Flipper, non sono ancora avvezzo agli abissi. Questo vorrei dirgli. Insegnami il segreto, allora, caro Flipper, per restare sul fondo, per toccarlo almeno con le dita. Per restare totalmente immerso in quest’acqua che a un tratto non mi sembra più così calda di corpi e di movimenti e di sole. Perchè vorrei restare qui, sul fondo di questa vasca, a cercare in qualche ostrica giocattolo la perla della mia profondità, la mia essenza perduta. Vorrei rimanere almeno qualche anno qui sotto, a meditare, novello Buddha, a prendermi del tempo per rifarmi delle domande. Ma tu Flipper non hai tempo da perdere con le mie chiacchiere, tu sei un uomo di carne, di quelli che hanno poche solidissime certezze e se le tengono ben strette. Un uomo da un amore per tutta la vita, da sesso per procreazione, da lavoro per passione. Tu non sei complicato come me. Ora mi esorta a riprendere la marcia, c’è da rifare il tragitto a rebours, spalmati sul fondo. E’ tempo di risalire, la vita fuori dall’acqua ci aspetta e noi non siamo di questo mondo, io meno di lui, poi. Flipper è stato il mio compagno in questo piccolo frammento di esistenza, pur non essendone consapevole mi ha accompagnato in un breve viaggio dentro me stesso che forse, senza di lui, senza la sua presenza casuale, non avrei mai fatto. Mi tiene la mano e non sa niente di me e nemmeno immagina quello che mi passa per la testa. Riemergiamo finalmente, riprendiamo in mano le redini delle nostre vite che si sono incrociate ora per separarsi per sempre. Flipper mi saluta e prima di accomiatarsi ci tiene a rammentarmi che ho troppa aria nei polmoni. Grazie. Non penso che frequenterò quel corso. Adesso io non ho fretta, non voglio averne più.

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MAR MIO Tony Sozzo

È un altro mondo. Qui su questa spiaggia lo credono veramente. Giulio non saprebbe dire altro: rispetto a noi hanno un’altra cultura. Non è molto obiettivo parlarne male. Prima eri di un’altra specie. Perché non parlare male di una terra che non è il Salento, che non lo vuole essere, che non potrebbe riuscirci mai, che non saprebbe da dove incominciare? Anche lì la benzina costa sempre di più, e ci sono tante volgarità. La salsedine è contagiosa. Maria è ritornata dal bagno. Il suo corpo sgocciola, un po’ anche sul mio piede: sono stufa di questi posti. Andiamo verso l’Adriatico? Volete lasciare la merendina incominciata sul tavolo. Ma che merendina?! 29


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Avete ragione voi. Parliamo male di tutto questo. Mi sono alzato. Il vociare spiaggioso ripercuote sempre e comunque. È l’uomo la cosa peggiore dell’Universo. L’unico che sporca. Non recupera nulla a fare la raccolta differenziata. Dovrebbe saperlo. Lo sai che stai esagerando? Hai trovato un lavoro al Nord. È una fortuna. Un attimo. Datemi tempo di convincermene. Lì la natura si dà delle arie, hanno i laghi in cui non si può fare il bagno. Non si può neanche contemplare, un lago in cui non si può fare il bagno. È il progresso. Ti piace l’acqua calda, no? Ah, è colpa della mia doccia? È un altro mondo. Le cose avvengono tutte là. Incidenti stradali là, qua. I Messapi non fanno testo. Ho paura di continuare così. Deturpano questa spiaggia consumata dal tempo, dalle onde e dal cemento. È difficile incontrare qualcuno che sa trattare la bellezza. Una volta hai detto che ti piacerebbe fare il contadino. Ti rendi conto? L’ho detto. Ho detto sciocchezze peggiori. Dovremmo ritornare indietro. Ottocento, almeno inizi Novecento. Una ragazza è maltrattata dalla crema protettiva. Protezione totale, anche se non si può dire. Cosa succederà di me quando non ci sarà più l’Estate? Si invecchia, ci si consuma. Ma bisogna saper essere ottimisti. Il migliore dei mondi possibili, o almeno tra i primi tre. Dove vai? Una passeggiata. Sotto il sole. Vedrò, quello che deve essere visto. Non è più come quando avevo ventiquattro anni. Che scontatezze! E perdi tempo con cose del genere? Ho bisogno di ritornare da qualche altra parte. Ho ancora un po’ di tempo. Fine Luglio. Luglio, col bene che ti voglio. Non posso lamentarmi con i miei amici. Né posso altro. Meglio un altro bagno, oggi che si può, che non ho freddo. Chissà che non ritorni magari solo ad un anno fa, o a qualche bel discorso sentito e non più voluto abbandonare. Devo spostarmi, per questi racchettoni minacciosi. Giulio non può essere altrimenti. Io nemmeno. Il caldo è vita, dovrebbero rendersene conto. Che me ne faccio di fashion, vita mondana che si limita ad alcool, droga e sesso di troie. È quello, inutile girarci intorno. A parlare di Joyce non si entra in un locale. La notte

dovrebbe essere affascinante da qualche altra parte. Comunque meglio i pomodori colti da mio padre, lo Scirocco che l’ecopass, lo sviluppo frenato dalla crisi che è ovunque e non c’entra il Governo. Meglio prima, molto prima. Bella quella tipa grassa colla fetta d’anguria ben in mano. Per quanto? Già un po’ questo mare puzza di cherosene, e qualche barca lontano ma vicino si vede. Anche le mie mani non sono più tanto lisce come una volta. Nemmeno la mia faccia non è solcata dagli anni. E me ne dovrei vergognare. L’inverno su il tempo è freddo, sistemato nei suoi percorsi, la malinconia sa prendermi in vari modi, e fa sempre male. E penso sempre alla felicità, e non so bene quanto sia inganno. Non ci ritorno per il momento sotto l’ombrellone. Tanto Maria sa stendersi al sole anche da sola. Si misurerà l’abbronzatura con qualche confronto qua e là con le amiche. Giulio va bene per il solito caffè in ghiaccio. Ha altri amici a qualche metro di distanza. E già era nelle previsioni far notare lo splendore nuovo dei propri boxer. Tra l’altro non faccio in tempo a cambiare per l’orario di chiusura. Prima o poi ci prenderemo un posto in qualche buon lido anche noi. Senza aver fatto il sessantotto e senza averlo tradito. Così non ho problemi a non finirla di andare avanti. Speranze illuse di trovare un nuovo spazio, un nuovo progetto. Il Salento ce l’ho nei capelli. Non c’è bisogno di avercelo nel sangue, di essere enfatici a tutti i costi. Ce l’ho tra le rughe, tra le pagine di un Tex caldo. Non c’è niente di meglio. Niente di più buono. Il futuro, il futuro è alle porte. Uno deve aver pronto il rinfresco. Deve rispettare certe procedure. E deve amare la ricchezza in quanto sviluppo, superiorità di qualcuno verso qualcosa, momento bello in mezzo allo schifo di arretramenti squallidi. Ne abbiamo un forte bisogno. In acqua la parola d’ordine è lasciare che un elemento si mescoli alla mia epidermide. Luglio sta per scomparire. Sino ad un passo dai botti, poi il ritorno alla mia fonte di sostentamento, alle partenze, ai treni, agli arrivederci ma si fa per un buon motivo. Mentre le pietre più o meno sono le stesse e non si ammalano. Oggi l’acqua è un brodo primordiale. SCRITTO MISTO

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À T E I I L I EC T U SP N L’I LLA tremo DE o As n

sa s o R

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Laura piange poggiata sulla porta d’ingresso di una palestra. Ha appena ricevuto un sms. Marco, il suo ragazzo da due anni, le ha scritto Non ti amo più. Mi dispiace. Carlo è nella sua stanza, nudo, steso sul letto. Ascolta Lungo i bordi dei Massimo Volume. È uno dei cd che il fratello maggiore gli ha lasciato in eredità prima che lo trovassero impiccato nello scantinato, tra uno sciame di topi e delle botti di vino. Carlo si misura il pene con un righello. Caterina, la prima ragazza con cui ha scopato, gli ha detto che è troppo piccolo, che è per quello che non ha mai avuto un orgasmo con lui, mentre Luigi, il suo ex… Elisa è chiusa in bagno. Ha gli occhi serrati e la bocca aperta, tra le cosce muove un dildo rosso che le sue amiche le hanno regalato per il diciottesimo compleanno. Si masturba pensando a Roberto. Lo immagina nudo, dietro di lei, che la scopa tirandole i capelli e chiamandola troia. Elisa non ha mai fatto sesso. Elisa non ha mai conosciuto Roberto. È un tizio del 5° anno dagli occhi azzurri e dai capelli alla Eddi Vedder. Claudia si reputa una donna dalle larghe vedute. Suo marito ha un’amante. Una polacca ventiduenne. Claudia lo sa. Ha letto i messaggi che erano sul telefonino del marito. Roba scottante. Roba di intima descrizione di amplessi consumati nella station wagon di famiglia. Mi è piaciuto tanto quando me lo hai messo in bocca, scriveva la polacca. Una sera, nel dopocena, dice al marito di sapere tutto. Dice va bene così. Dice perché non la porti a cena qui. Claudia è stata trovata morta nella camera dei bambini un mese dopo la rivelazione. Aveva ingollato un flacone di Citalopram condito da vodka liscia. Mirko sbircia nella borsa della sua fidanzata. Trova una foto del direttore responsabile del settimanale per il quale lei lavora. È vestito da slave, immortalato nell’atto dell’eiaculazione.

Mirko non sa cosa pensare. Sente come una fitta al cuore. Cerca di farsene una ragione. è solo una foto, dice. Dà un’altra sbirciata all’immagine. Osserva la traiettoria dello sperma. Ora la fitta passa dal cuore alle tempie. È solo colpa mia, me la sono cercata. Non dovevo spiare nella sua borsa. Irene legge Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes. Aspetta con ansia il rientro di Umberto, il suo compagno. Vuole leggergli alcune pagine che ha trovato sublimi. Umberto insegna Semiotica all’Università di Cassino. Irene era una studentessa di Umberto. Si sono conosciuti a lezione. Una storia come tante, in fondo. Irene non sa che mentre legge le pagine di Barthes dedicate all’osceno, Umberto è nel suo studio che lecca la fica di una matricola. Mauro ama due donne. Lo sa, agli occhi degli altri questa sua convinzione risulterà folle ed illogica. Però è arrivato ad un punto di saturazione. Non può più dividersi tra le due. Carolina è un’attrice di fiction. Di lei ama la sua voglia di vivere ed il suo culo. Alessia è una scrittrice di noir. Ha pubblicato il suo terzo romanzo con Einaudi. È tra le scrittrici italiane più osannate del momento. Ha anche ricevuto una recensione firmata da Pietro Citati su la Repubblica. Di lei ama l’intelligenza e il modo di scopare. Mauro deve scegliere. Non può continuare ad iterare questo doppio gioco. Opta per la monetina. Testa o croce. Testa l’attrice. Croce la scrittrice. Se tutto va a puttane potrà beatamente attribuire l’esito al caso. Luigina ha 43 anni. Non fa l’amore da 12 anni. Da quando il marito le ha tirato un martello sul viso: fotogramma del crollo definitivo del suo matrimonio. Si masturba regolarmente. Una volta al giorno, attorno alle 23. Chatta con sconosciuti ai quali mostra tramite webcam il suo corpo. Ogni sera sceglie un uomo diverso. Non mostra mai il viso. Il suo nickname è Pussy Power.

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È UN TALE PROGRESSO IN GIRO Luciano Pagano


D’improvviso un’immagine comparve dove prima c’era soltanto il nero di uno schermo circondato dal buio di una stanza. Silenzio. Un lui e una lei indefiniti stesi su un letto. Smunti, magri, implosi. Tutti e due potevano avere poco meno di venti anni, a giudicare dall’abbigliamento e dall’espressione annoiata sul viso forse non hanno nemmeno diciotto anni. Marco deve averli raccattati alla Stazione, si tratta di semplici conoscenti, di quelli che frequenta quando ha terminato di seguire i corsi pomeridiani e il giorno dopo non deve presentarsi in università alle otto di mattina. Oppure si tratta di due che ha conosciuto per caso, sull’autobus, in un pub. Non importa. I due corpi depensati sono sul letto. Lei sta fumando una sigaretta. Di norma accade che uno dei soggetti si emozioni. Non c’è niente di peggio che fingere di essere naturali, ammiccando senza guardare la telecamera, pronunciando frasi che sembrano di circostanza. Tanto vale sospendere le riprese e ricominciare il giorno dopo, magari cercando qualcuno che non sia affetto da micromegalomania filmica; c’è chi è così invasato da credere che perfino il video montato per una tesina di pubblicità come questa sia l’occasione per mettersi in mostra. “E se dovesse vederlo qualcuno, magari tra venti anni?”. Marco ha deciso che non sono problemi suoi, è troppo difficile pensare che cosa sarà domani. L’inquadratura avvicina il viso del ragazzo steso sul letto, uno sbuffo di fumo gli passa davanti. Lo sguardo che vede indovina sui visi la spossatezza per la serata precedente. “Che cosa abbiamo fatto ieri?” è la frase che esce dalla bocca di lei. Sulla scrivania c’è un portatile acceso, la schermata è riconoscibile, lo sfondo del wallpaper di Matrix è coperto dal Media Player, la musica in circolo è One di Aimee Mann, “Ok Mr Mix?”. Il portatile è circondato da cadaveri di bottiglie svuotate. Per terra ci sono bottiglie di birra e vino dipinte con l’uniposca, arte finto minimale che va tanto di moda, tipo cazzi disegnati da bambini che fanno la pipì su teste inconsapevoli. I

raggi del sole filtrano potentissimi e uva-b dalla finestra, attraversano come proiettili una bottiglia di Gin ancora piena, con l’etichetta del monopolio intatta. C’è perfino l’anello di metallo che fa da sicura al tappo. Lo spettatore ideale deve immaginare che la temperatura del Gin sta salendo e che bere un sorso da quella bottiglia potrebbe essere la più disgustosa delle cose da fare in un afoso pomeriggio di agosto. “Come che cosa abbiamo fatto ieri”. “Hai capito bene - cazzo! Cosa abbiamo fatto ieri sera, dove siamo stati, con chi siamo usciti, a che ora, che cosa abbiamo fatto? Chi ci ha accompagnati? Abbiamo mangiato?”. Il ragazzo guarda la ragazza. Dal viso di lei e dalle inquadrature seminate in frammenti di cocci rotti si intuisce - Marco ha messo qualche flash di mozziconi di canne - che i due, la sera prima, si sono devastati a tal punto da non ricordare nulla di ciò che è stato. Forse hanno preso qualche capsula. Il ragazzo sta per parlare, il video dura in tutto trenta secondi, la durata giusta perché nasca l’interesse nello spettatore di questo tipo di pubblicità destinate a lanciare un messaggio forte. Cose che sul Tubo verrano viste da decine di spettatori, amici non paganti di chi li ha realizzate. L’argomento per la tesina di quest’anno è la Pubblicità Progresso. Chi è arrivato a questo punto del video non aspetta altro che una frase del ragazzo, qualcosa di così pregno e improbabile da farci capire quanto sia inutile sprecare la propria vita in quel modo assurdo, assumendo droghe dalla mattina di un giorno a quella del giorno che viene. NULLA. Il ragazzo non dice nulla. Il fotogramma congela le sue labbra inquadrate da vicinissimo, si possono contare le screpolature sulla pelle ancora giovane. Close-up. Due secondi di fermo immagine, voce fuori campo: “Ho lottato tutta la vita per raggiungere un momento simile, quello in cui nessuna ragazza doveva permettersi di criticarmi perché bevevo o fumavo troppo. Adesso sono felice, Licia non pretende nulla, è contenta se la sbatto, sono contento quando mi sbatte. Certo, ci dimentichiamo un po’ di cose. SCRITTO MISTO

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Sempre meglio che accumulare tesori sulla Terra”. La luce inonda la stanza del proiettore prima ancora che venga pronunciata “Ra”, sillaba divina posta a termine del nome che indica il nostro pianeta in un modo più amichevole. Nell’aula ci sono ventisei persone, gli iscritti al corso e Cipponi, ex assistente dell’assistente al montaggio di Fellini, coco-co-sceneggiatore di “Una vacanza in città” di Titti Calestra. “Repeat. E questo che cazzo sarebbe!”. Marco non ha mai visto Cipponi così furioso. È l’effetto che voleva suscitare in lui. Lo spettatore medio-prono. Un po’ Catto- un po’ Comu-. Scimunista, come lo definisce Marco. Quel video è stato girato a quel modo proprio perché Cipponi si incazzasse a tal punto da impedire a Marco di sostenere l’esame, e non importa che la fotografia e il montaggio usati nello spot siano impeccabili. “Ripeto. Che cazzo sarebbe questo video? Pubblicità Progresso?”. “Chiedo scusa”, Marco si alza in piedi dopo aver premuto stop. La schermata del televisore si trasforma in un azzurro terso, “credevo di avere interpretato la traccia al meglio”. Cipponi sta cambiando colore in viso. Marco crede che possa scaraventarsi contro di lui per massacrarlo di botte, non si tratterebbe di un gesto inusitato né Marco si scanserebbe. Sono cose che si devono subire. Accettare il progresso significa accettarne tutte le conseguenze. Un po’ come ha fatto Marco qualche giorno fa, quando suo padre lo ha preso da parte per dirgli che il medico gli ha trovato una noce nel corpo, “guarda, grande pressappoco così, come una noce, soltanto che non ha colore, è grigia, come un frutto bacato, qualche mese ancora e il problema sarà risolto”. Il giorno dell’esame avrebbero operato quel corpo quasi settantenne, “c’è l’eventualità di non uscire vincitori da sotto i ferri”. La metafora del vincitore l’aveva usata suo padre. Fin da piccolo Marco era abituato ad associare ogni avvenimento della sua vita a una metafora sportiva, era stato educato così. Ecco il progresso, adesso mio padre rischio di non vederlo più, figuriamoci che me ne

fotte di te, pensò Marco mentre guardava Cipponi, occhi negli occhi, le stanghette degli occhiali di Armani tenute ferme da tempie altrimenti inutili. “E questa sarebbe Pubblicità Progresso? Dimmi che è uno scherzo”. Marco respirò. “Mi dispiace Cippo’, pensavo che le sarebbe piaciuto. A conti fatti la mia opinione di progresso è questa. Credo che sia abbastanza degna perché se ne possa dare pubblicità in tutto il mondo”. Era vero. Non c’è niente di più futuribile di ciò che accade qui, oggi. Meglio ubriacarsi e trascorrere le giornate stesi sul letto a vedere “I sopralluoghi in Palestina” di Pasolini in dvd, piuttosto che ubriacarsi e trascorrere le giornate stesi sul letto mentre si uccide dopo aver visto “I sopralluoghi in Palestina” di Pasolini, sempre in dvd. “Cippo’, non si è accorto che ormai tutti uccidono tutti, se muore un figlio è perché una madre l’ha ucciso, se muore una ragazza è perché l’ha uccisa il suo ragazzo o un semplice conoscente. Ora ci sta pure l’impunità per le alte cariche, così se ti fanno Presidente puoi ammazzarli tutti con le tue mani. Niente di tutto quello che lei e i suoi amici hanno raccontato nei film accade per davvero”. A Cipponi bastò ascoltare “suoi amici” per cogliere l’incapacità di dare torto a quel presuntuoso e per cacciare Marco fuori dall’aula tornando a rivolgersi con il lei al suo exalunno preferito. Non si faccia rivedere. Mai. Marco telefonò a suo padre, gli raccontò del video, è vero, forse aveva esagerato, la sera stessa avrebbe spedito a Cipponi il file in AVI con il video che aveva preparato, quello vero. Dall’altra parte dell’etere la comunicazione con il padre andava e veniva, riuscì a sentire un “ma c’era davvero bisogno di trattarlo così, non era il tuo preferito? Stasera ceniamo assieme? Marco, ci sei?”. Quella sera Marco sarebbe rimasto a casa per finire di leggere l’Idiota. In quel momento Cipponi, nell’aula svuotata, realizzò che la sua parabola di regista era un fallimento concreto.

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ELISIR Eva Clesis

… una goccia del vostro sangue, un po’ di cantaride, un pizzico di belladonna, poca polvere di muschio, una tazzina di caffè ristretto, un bicchierino di concentrato di rucola selvatica, la purea di mezzo gambo di sedano bianco e mezzo chilo tra fragole mature e fragoline, un cucchiaio di olio di rose, un cucchiaino di essenza di gelsomino, un misurino da sciroppo di infuso di damiana, quel che basta di tisana di artemisia absinthina, un pizzico di salvia, uno di volgarissimo timo. Mescolare bene con un’abbondante dose di miele e allungare con alcol puro fino a riempire metà della bottiglia. Aggiungere poi due chiodi di garofano e quattro pistilli di zafferano se volete legarlo a voi sole (dose doppia se è in programma una partouze…), un pizzico di zenzero, una generosa spolverata di peperoncino in polvere, una di pepe di cayenna… Non statevene lì impalate a sniffare il composto, l’insieme di odori che viene fuori, chissà, potrebbe anche uccidervi. Mettete invece a riposare per tutta una notte di plenilunio la fatale mistura appena coperta da una garzina sterile, nell’armadio in cui avrete fatto sparire gli orribili tailleur da lavoro e i pigiamoni dicembrini, i jeans di quando eravate ragazza e tutta quella robaccia nera con inserti tigrati che sfoderate nelle occasioni speciali a quanto pare senza successo (altrimenti perché ricorrere a questa ricetta?). In compagnia della bottiglia potete lasciarci i vostri migliori capi di biancheria intima (sperando che anche lì sotto non indossiate il solito tigrato… non è così erotico come sembra, piace a pochi uomini, date retta, soprattutto di questi tempi). Il giorno dopo togliete la bottiglia dall’armadio e già che ci siete, dategli aria. All’armadio, non alla bottiglia. Poi rimetteteci dentro i vostri vestiti, mi raccomando, ricordate che troppo disordine in camera da letto è sinonimo di sciatteria, che con l’amore lega poco.


Filtrate per bene il composto, vedrete che ne uscirà di roba che per nessuna ragione al mondo deve attaccarsi al lavoro del vostro dentista, men che meno tra i denti di lui. Di corsa in cucina per fondere a bagnomaria mezzo chilo di cioccolato extra fondente e perciò molto amaro, mescolando con una frusta perché sia ben amalgamato e liscio, senza grumi. Ancora caldo e fumante versatelo nella bottiglia di cui sopra, perché si riempia fino all’orlo. Mescolate con un cucchiaio lungo o un mestolo di legno e appena tutto si raffredda tappate la bottiglia e scuotetela come il cuscino stropicciato delle vostre notti insonni (e sterili perché senza amore, lo vedete o no che il ragionamento fila), perché tutti gli ingredienti della pozione si mescolino in un dare e avere reciproco, da comunità di peace and love. Versate infine il liquido nero pece e rosso passione in una nuova bottiglia pulita, magari colorata, che fa più trendy, e tenetela al riparo assoluto dalla luce fino a quando non sarete pronte a recitare la formula magica: - Gradisci un bicchierino del mio liquore al cioccolato? Potrebbe dirvi di no. Sta a voi sbattere quegli occhioni da cerbiatta (ma non da triglia) per indurlo a sacrificarsi e bere almeno un po’ dell’intruglio avariato, pena offendervi irreparabilmente. Spacciatelo, ovvio, per la panacea di tutti i mali possibili, nel caso in cui lo sfortunato ospite voglia resistergli obbiettando qualche banale motivo di salute. Aggiungete un sorriso d’incoraggiamento e affrettatevi a porgergli il venefico bicchierino, prima che la preda cambi idea. Mentre è lì che se la beve, è d’obbligo una rapida occhiata in giro per verificare che sia tutto a posto. Gli avete offerto la cena, gustosa ma leggera, rigorosamente preparata con le vostre manine o fatta passare per tale. Bene. E ditemi, cos’avete indossato per l’occasione, novelle Messaline, Lucrezie dei suoi sogni e dei nostri stivali? La camicetta un po’ aperta sul davanti in questo caso è un must. Accompagnatela con una gonna dal taglio non troppo severo o con un pantalone morbido, non troppo elegante. Pochi gioielli, preferibilmente d’oro. Nel caso in cui il monte di pietà non vi abbia accordato il favore di restituirveli in tempo per la cena, puntare allora su delle patacche d’autore, con l’accortezza di scegliere colori caldi e forme armoniose, luminescenti, seducenti. Vanno bene i pendenti e gli orecchini lunghi, che vi accarezzano i lombi e suggeriscono al malcapitato i luoghi meridionali dell’attrazione. E la maison? La reggia, il piedeaterra, il castello, la vostra stamberga? Per caso avete tolto la plastica dai divani e arredato le amene superfici imbottite e illibate con dei cuscini allegri, sparsi in un disordine apparente, come le candele profumate? Avete nascosto nel più indifferente pertugio il telecomando, il lettore dvd, la parabola satellitare e tutto l’apparato home theatre che allieta le vostre cene feriali? Fatta piazza pulita dei libri di Liala in favore di Anna Karenina, Cime tempestose e l’Orgoglio e Pregiudizio del caso? Ovvio che leggendo i titoli il nostro eroe li biasimerà e si sentirà superiore a voi di quel tantino che basta. Fatti sparire i cd di Vasco, no, peggio, di Alex Britti, per lasciar posto ai cofanetti deluxe della Cavalcata delle Valchirie, della Sonnambula, del Così fan tutte e della Traviata che vi ha prestato la vicina ottantenne del secondo piano? Bene, brave, perché è così che si fa. Adesso tornate soavi a posare le pupille sul vostro prescelto, che dopo il buono detto per circostanza e il ruttino digestivo trattenuto per educazione, avrà posato il bicchierino sul tavolinetto di cristallo che in altre sere vi fa da poggiapiedi, e starà manifestando i tanto attesi effetti afrodisiaci. Che sono, in ordine di gravità crescente: leggera cefalea, caldane, ipersudorazione, crampi addominali con successive turbolenze peristaltiche, umore eccitabile (da non confondere con eccitato), vertigini, convulsioni, emicrania, fischi alle orecchie, nausea, vomito. Arrivati alla dissenteria, mie care seduttrici in erba, non disperate. Almeno non ancora. Piuttosto procuratevi asciugamani in abbondanza e rotoli di carta igienica a sufficienza da dispensare al vostro sedotto al momento opportuno. E mi raccomando, mentre costui ripara rovinosamente nel vostro bel bagnetto a piastrelle bianche e rosa e tendine di pizzo, evitate di tapparvi le orecchie e chiamare la polizia per confessare il vostro misfatto in preda ai rimorsi di coscienza: meretrici che non siete altro, sareste solo denunciate. In attesa che passi la bufera, potete sempre mettervi a leggere una di quelle riviste di moda che vi piacciono tanto. 39


MARE CALMO. BISOGNO DI. Don Pasta

Scendo giù verso Salento. Radice mia, ma ora sono di Francia. Mia via di fuga per provare a restare artisti in uno stato che protegge l’arte e chi la fa. Allaitalia no. Ti bucano tasche già vuote. Sei vittima di stato assente, sinistri burocrati democratici e produttori che pensano solo al mercato, come se vendere arte e lavatrici fosse stessa cosa Forse per questo chiedo consiglio al mare del mio sud maledetto che resta in me sangue. C’è tramontana, bella da vedere ad est. Ma ho necessità di acqua piatta, anche perchè ho voglia di mangiare pesce davanti al mare. A casa ho trovato un vecchio cd che mi accompagna in auto. Dentro ci sono i Violent Femmes, i Died Pretty, i Chesterfield Kings, gli Psychedelic Furs. Storie tra post punk e new wave. Furono nuove onde negli ottanta reaganiani. Mi sa che come in quegli anni ci sia bisogno di un po’ di sano rock’n’roll per resistere. 40 SCRITTO MISTO

Vado verso l’ovest, a Sant’Isidoro. Zona di pesce fresco, gamberi rossi e molluschi crudi. E poi pesce povero, che siano sarde, argentini, alici. Insomma, ciò che si vede arrivare di fresco in motorino direttamente dal porto, semplicemente fritto, accompagnandolo con provolone piccante. Prima faccio il bagno a Santa Caterina. La odiavo da piccolo. Era tutta roccia. Non c’era spiaggia per giocare a palla. Ma forse intuii anche che era anfratto di borghesi imbolsiti. Non li ho mai amati. Come ora. Preferisco piuttosto parlare con il capitano del peschereccio, che getta ami, come fossero fili tra lui e gli altri. Non ha tempo per smancerie. Deve pensare a guardare il mare, che è oggetto indefinito per cercare direzioni e raccogliere pesce per rimanere con i piedi per terra. Non facile la vita di marinaio. Mi dice che “il socialismo è morto viva il socialismo”. Mi aiuta a superare il lutto


perchè è momento di nascita. Importante sentirselo dire da chi ha spalle larghe di tante resistenze di mari in tempesta. Io, le mie, le sento ancora fragili. La morte di quella idea sospesa nel cuore resta per ora perdita. Ma tendo sempre a fidarmi del capitano della nave. E’ uomo coraggioso. Violent Femmes Strano figlio dellla epoca post punk. Ma non fu il solo. Il punk fu l’onda che diede fine agli assoli masturbatori degli anni ‘70 di Genesis, Yes e Pink Floyd e vari. Dopo ci fu la no wave, la new wave, il ritorno del garage, il dark. In nessuno di questi generi c’era una sola traccia di assolo di chitarra. Fondamentalmente era rock’n’roll. Energia. I Violent Femmes lo erano. Mi domando se amassero anche loro i Clash nel loro country sgangherato che li rendeva profondamente americani. I primi due dischi restano clamorosi ancora oggi.

Pesci fritti Visto che la ricetta è molto semplice vi spiego piuttosto come arrivare al tesoro. Ingredienti: tre giorni di vacanza, 650 km da Roma (o circa 1000 da Milano), 40 gradi centigradi di sole, cozze, vongole, vino rosato ghiacciato, provolone piccante, pesce blu fresco. Preparazione: Da Lecce andare verso Nardò, perdersi nelle stradine del centro, (magari fate un giro assurdo verso Galatina per assaggiare i pasticciotti di Ascalone). Andate verso il mare. Passeggiata nel bosco di Porto Selvaggio. Mare a strapiombo. Non si resiste. Bagno in qualsiasi stagione. Poi si va verso nord. Dopo poco c’è Sant’Isidoro. A titolo informativo il miglior pesce da friggere è quello più piccolo. Gli argentini sono eccezionali ed è meno probabile che siano surgelati, al contrario di calamari e gamberetti. I purpitieddhri sono clamorosi. SCRITTO MISTO

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YOUR ASS, SIR JOHN Dario Goffredo

Yuri aveva appena finito di montare la scaletta. Tutto a posto, il palco era pronto. Ora toccava a Carletto e ai suoi ragazzi con le americane e dopo sarebbe stata la volta di Cesare col service audio. Ma se Yuri aveva montato anche la scaletta e il palco era pronto, allora quel bullone che Ugo si ritrovava in tasca di dov’era? Un bullone, un cazzo di bulloncino da sei che rischiava di far crollare rovinosamente il palco con tutte le luci e tutte la casse. Un disastro. Si poteva sfiorare la tragedia. Ugo era lì, come imbambolato che fissava il palco e si rigirava tra le dita il bullone, senza avere il coraggio di dire a qualcuno cosa stava per succedere. Ripassò a mente tutte le fasi di montaggio del palco. Un palco piccolo, 14 metri di fronte per 8 di profondità, non come quelli usati da Ligabue per il suo famoso concertone con 42 SCRITTO MISTO


quattro palchi, dove il Liga saltellava da un palco all’altro per fare quattro spettacoli diversi in una sola serata. Quella sera Ugo non c’era, impegnato alla festa patronale del suo paese. Chi c’era stato aveva raccontato cose straordinarie: 200 tecnici per una serata, esclusi gli elettricisti che da soli erano una quindicina. Il Liga è il Liga, non c’è che dire. Anche stasera non sarebbe stato male, anzi: Sir Elton John nella sua unica data italiana, Venezia, 9 luglio 2008. Elton John, circa 360 milioni di dischi venduti. Pazzesco. E stavolta Ugo c’era. C’era Ugo, con il suo cazzo di bullone in tasca. Aveva fatto tutto per bene, come al solito: aveva seguito i ragazzi uno per uno in ogni fase di montaggio del palco, da quando avevano scaricato il camion, alle cinque di mattina, sino ad ogni singolo, tubo, ogni singolo pannello, ogni singolo bullone. Già ogni singolo bullone, come quello che gli era rimasto in tasca. Decise di andare a prendere una birra, in fondo se la meritava, erano stati bravi e avevano fatto in fretta, ora toccava agli altri. Erano stati bravi, tutto perfetto, tranne un piccolo bullone. Andando verso il bar Ugo incrociò Carletto, il responsabile delle americane. Un ragazzone a posto Carletto, romano de Roma, un metro e 92 centimetri per 140 chili. «Niente muscoli – si vantava Carletto – solo trippa e patate». Si salutarono «Seratona eh?» «Se va tutto bene, cazzo, ce sarà ‘n sacco de ggente» rispose Carletto, e Ugo sentì una goccia di sudore che gli scendeva lungo l’ascella destra. Prese una birra e bevve a grandi sorsate per cercare di calmarsi. Già lo scorso anno la data veneziana del baronetto era saltata per problemi organizzativi. Non voleva certo essere lui quest’anno il problema organizzativo. Ripassò ancora una volta mentalmente tutti i passaggi, ma non riusciva a capire dove potesse essere l’inghippo. Il palco, di fronte alla Basilica di San Marco,

era quasi inghiottito dai monumenti che aveva intorno. Una cosa bella, poche luci, grande spazio all’immaginazione, brava la produzione. Del resto era Elton John da solo col piano, mica gli potevi dare un palco di mille metri quadrati e 7000 kilowatt di impianto. Poco prima del tramonto comincia ad arrivare la gente. Gente fica, mica le bande di depravati a cui era abituato Ugo a tutti concerti che aveva fatto. Del resto, lì, a Venzia, in piazza San Marco, se vuoi una bottiglietta d’accua minerale devi pagare dieci euro, mica una sagra di paese. E mentre la gente è ancora lì che cerca il posto, facendo un casino della madonna, che manco a una sagra di paese, arriva lui, il cavaliere di sua maestà la regina d’Inghilterra, God save the Queen, comincia canticchiare Ugo, anzi God save Sir John, visto il maledetto bullone, che girava ancora nella tasca di Ugo. E mentre il baronetto poggiava il piede sulla scaletta, Ugo, a circa 50 metri dal palco, vide chiaramente il bullone mancante. Era il bullone che teneva l’ultimo tratto del passamano della scaletta, proprio quello che stava per toccare Elton John. Ugo cominciò a correre facendosi largo tra i tecnici e la security che lo guardava inebetita. Qualcuno cercò di fermarlo, sentì bestemmia in veneziano, in milanese, in romano, in napoletano, tutte le lingue del mondo dei concerti. Nel momento in cui il tubo di metallo si staccò dagli altri sotto la pressione della

mano del pianista inglese, che sentendo mancare la presa scivolò all’indietro,

Ugo

era lì, con le sue manone sul culo nobile di

Elton John, che senza scomporsi, lo guardò, e salì sul palco. Salutò il pubblico e attaccò con Your song, un po’ impacciato al piano e con la voce che sembrava stesse per rompersi. Ugo pensò che era l’eroe silenzioso dei veneziani e decise che adesso una lunga sorsata di rum se l’era meritata davvero. E poi chissà magari a Sir john le sue mani sul culo gli erano pure piaciute. SCRITTO MISTO

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Seitan Demenza fanciullesca approssimativa, vitamina b12 in dissuetudine. Corse in campagna, sassi e cascine, pozzanghere sporgenti in democrazie arrugginite. Le piante grasse hanno le spine al posto dei capelli. Impassibilità ci separa come lattine di alluminio vuote, metalli nell’acqua di cottura, seitan assente nel paniere di rilevazione. Polimeri di litio voglion dire tante cose. Betäubungsmittel Polsi rotti in tagli e sogni, emozioni colte, candeggina long drink. Fame pesta e spasmi dinamici per contesti violenti. Ridondanza ed abuso, riuso. Coibentazione Distributore automatico di scuse, accumulatore programmato di rottura, assenza. Modulo abitativo cerebrale sotto sfratto, reintegro, sollecitudine. Senza avanzo primario, in codice binario, uno, zero, uno, uno, zero. CinemAlt Asfalto deturpato, statue glabre asessuate che si sdraiano, rivolgono improperi ai benpensanti, al centro di sorgenti scrosci

pregni di irrequietudine, funesta forza avversa ci prepara a viaggi stolti, quasi come stare senza le pasticche, in riva al bordo del salone, forse è sangue, forse è spremuta d’opinione. Coltello nelle tende, cinquanta metri verticali, fuori dal rigoglio, un’altra statua già sdraiata. Tra invetriate rotte e scarselle aperte pronte a raccogliere un finale. Chemtrails Il colore del volto tende a meno infinito, sotto una valanga di polveri il vento non è aria, sentimenti e voci. Magari aspetto che sia venerdì, potremmo rotolarci nel calcestruzzo fresco e rimanere incastrati, bloccati nei nostri sguardi migliori. La neve acida, la terra con gli scarti industriali, le strisce chimiche nel cielo, nell’acqua micron di contaminazione. Vederti sorridere davanti la tv, acquistare sempre qualcosa di nuovo ed inutile per colmare gli scompensi affettivi. Con un ettaro di buone intenzioni puliremo l’amore dal catrame, i panni sporchi da solitudine, indifferenza. Palline di argilla e sementi libere da ogm cadranno dal cielo, prima che nuove forme di alterazioni ambientali ci faranno scoprire la correlazione tra l’avidità e il denaro. Livi(d)o SCRITTO MISTO

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PICCOLA STORIA DI UN SARI INDIANO Luisa Ruggio 46 SCRITTO MISTO


Era un sari rosso e blu. Con dei piccoli punti di giallo. Viveva da qualche parte, nei cassetti di mia madre. Veniva srotolato con una cerimonia di risa, leggere, dentro la stanza di luce chiara. Quando mi ci avvolgevo ancora dentro, quando riuscivo ad esserne sovrastata, era come danzare in un corridoio di seta, espansa dal vento che sale dalle mani. Proprio dal palmo delle mani, quando sono aperte e vuote. Radiose. Della seta aveva l’odore, un retrogusto di prato ma con un pò di pioggia estiva e, soprattutto, le dolci note di un profumo che lei usava da ragazza. Quando ancora era la sposa bambina e portava i capelli raccolti in una lunghissima treccia ebano. Il sari era un regalo di mio padre, insieme a una collana che si indossava sulla fronte, dove una goccia di lapislazzulo scendeva - come una freccia capovolta - tra sopracciglia perfettamente curve. Noi credevamo nostra madre una principessa indiana, andavamo farneticando che Fasano fosse una provincia scampata al Gange. Ce l’aveva messa in testa nostro padre quella convinzione, così il primo Oriente che ci incantò fu lo sguardo di lei, un pò olivastra, con quel sari assurdo che indossava con disinvoltura ed eleganza, come se nella vita non avesse mai fatto altro. Stendeva il sari su un filo da bucato, teso nel giardino sul retro di casa, dov’erano i peschi che irradiavano luce rosa. Nelle camere del sonno. Camere dove perlopiù si vegliava, su libri illustrati e casette di legno con piattini in miniatura su mensole larghe quanto il mignolo di un bambino piccolo, che servivano per i pasti dei folletti nani. Il vento giocava col sari, sugli alberi scivolavano le nuvole - viola - di periferia, che una volta lasciarono il posto a una tromba d’aria tremenda, buona a tapparci in casa ad aspettare il pane fritto e il momento in cui la luce sarebbe andata via. Consentendo, finalmente, l’uso della vecchia lampada da campo, che ci portava in una nicchia del salotto, a improvvisare un safari. Altri approdi. Il sari viveva una vita propria, come alcuni altri oggetti di mia madre. Una caraffa verde per il vino da tavola e un’abatjour con le frange rosa antico, che rilasciava - sulla carta da parati di materia azzurra - una specie di albore da sogno. Una coperta morbida che per noi era un prato e conciliava il sonno, coi dialoghi di film in bianco e nero in sottofondo. Ogni tanto il sari spariva, finché un giorno non comparve più. Forse apparve lungo un muro di cinta, inchiodato, come un arazzo esotico. Forse si fece fune dentro un cesto di vimini, finito tra gli scatoloni di un garage o in una valigia della controra. Magari rimase nella cassettiera arancio, sotto la fotografia di un antenato al quale nessuno è mai riuscito a dare un nome. Tra cofanetti pieni di gioielli mai indossati e lettere che noi non dovevamo imparare a leggere, tenute con un elastico opportunamente rosso. Mia madre non accenna mai al suo sari, a quando era una principessa indiana che dimenticava puntualmente di dare l’acqua alle calle. Forse il sari si è limitato a diventare invisibile, rispettando la prima regola delle cose trovate, proprio quando sono andate perdute: attenersi solo a ciò che non si vede.

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NESSUN TITOLO PER LA VITA DI UN POVERO MARTIRE Rossella Macchia Buio. Silenzio. Uno strano...O-D-O-R-E. Tirò su col naso e cominciò a muoversi. Un passo davanti all’altro. Passo da equilibrista. Scarto. Correre. Sprofondare nel piacere sentendosi accarezzare dalle innumerevoli particelle d’aria spostate. Un ricordo: breve fotogramma...lei...gli si strofinava contro...??????...mille domande, inutili per chi ha scelto di cambiare vita. Una piazza. Una donna. Un grido. Hanno rubato la statua di S. Agostino. Sole. Sole caldo. C-A-L-D-O. Sono sceso all’aereoporto di Costantina. A 120 km ad est si trova la mia casa. Domani sarò lì, voglio essere riposato quando riprenderò in mano la mia vita. insonniainsonniainsonniainsonniainsonniainsonnia...cerco di riprendere sonno ripetendolo più volte. Niente da fare. Scendo in strada, compro del fumo per rilassarmi e un’ora di piacere, nel caso non dovesse funzionare. È una donna orribile. Brutta. L’ho scelta perché puzzava. Un sudore fetido, al bromo. Un tiro di canapa indiana...faccio finta di essere stordito: mi piace sembrare indifeso ed essere pronto invece a saltarle 48 SCRITTO MISTO


alla gola e soffocarla. Mi sta tirando giù i pantaloni, mi guarda negli occhi e io mi sono già perso nella sua bocca. Non è brava, è solo una puttana come tante altre. Mi lascio venire. Steppe, cespugli, cespugli, piccole lepri. Il treno è il migliore mezzo di locomozione. Lontano, il fiume. Tra circa mezz’ora attraverseremo ‘la casa del fiumè. Da bambino chiamavo così la vallata dove scorre il Megerda. Stazione di Souk-Ahras, sono arrivato. Un piccolo uomo, una voce, troppi falsetti. Ė un prete fortunato. Molti fedeli assistono alle sue messe perché nella sua piccola chiesetta è custodita la statua di S. Agostino. Però da ieri tutta la parrocchia è in allarme perché non ha più il suo santo da adorare. Don Ottavio incontrerà il vescovo, bisogna prendere una decisione...brr, solo a pensarci gli vengono i brividi. In tutta la sua vita è sempre stato esonerato dal prendere decisioni. I suoi genitori l’avevano voluto prete, aveva preso i voti. Era una vita tranquilla, nessun imprevisto. Le stesse parole lette ogni giorno, gli stessi peccati da perdonare con le stesse preghiere. E ora invece...Il vescovo, il suo anello, la sua decisione. I fedeli devono riavere il santo a tutti i costi. Sono qui ormai da due giorni. Monica non c’è. Speravo di trovarla ad aspettarmi. Stronza...per aria i suoi vestiti, i suoi libri da collezione, i quadri d’arredamento. Bastarda, sapeva che sarei arrivato. Ė fuggita. Ha influenzato le mie scelte, ha pilotato la mia vita ed ora...Strani pensieri...Non conoscerai mai tuo figlio...Esisterà ancora Seybouse Bar? Un whisky mi aiuterà a dimenticare la sua faccia di merda. Non ho mai bevuto alcolici in tutta la mia vita ma questo mi sembra un ottimo miscuglio di eupeptici...Prenderò il primo volo per Roma, quando avrò smaltito la sbornia. Una piazza. Un’altra donna. Hanno ritrovato la statua di S. Agostino. Cosa ci faccio qui ammanettato. Glielo ripeto, il mio nome è Aurelio Agostino. Sono nato a Souk-Ahras ma sono cittadino italiano come mio padre Patrizio Agostino, nato a Roma. Controlli i documenti, sono in regola. L’ho detto anche a quelli della dogana quando mi hanno arrestato. Don Ottavio sbircia dal vetro della porta. Ne è sicuro: è lui, S. Agostino. Il commissario spiega che c’è una procedura da rispettare ma la S-T-A-T-U-A ritornerà al suo posto di lì a due giorni. In quanto ai responsabili del furto, stanno ancora cercando. Insonniainsonniainsonniainsonniainsonniainsonnia per tutta la notte. L’alba. Vengono a liberarmi...cosa? IO proprietà della Chiesa?! Sono un uomo, non sono un santo. Folla, folla, parole solenni, corteo, messe, messe. Aurelio nella nicchia, vestito a festa. Ha provato a spiegare le sue ragioni, anche al Papa. “Non uscire più da te stesso, ritorna in te”...Ma io...io...non... “Se troverai ancora mutevole la tua natura, trascendi anche te stesso...” Facile per il Papa, non facile per Aurelio. Sono qui immobile ad ascoltare le confessioni, le preghiere, i deliri di questi folli fedeli che hanno preteso il loro martire. Ascolto il silenzio. Ho spento i miei desideri perché un albero non può amare nulla di ciò che ha movimento e sensibilità. Una donna. Monica. Una statua. S. Agostino. “Tesoro, ho dovuto farlo, per il tuo bene. Avevo sognato per te un futuro grandioso. Ti ho fatto diventare senatore. Dovevi stare lì ad ascoltare, fare quello che i più potenti di te ti chiedevano di fare. Hai rovinato tutto. Per cosa, per essere un uomo libero? Saresti stato infelice. Ora sarai di nuovo adorato. Devi stare solo immobile. Prima ti ho fatto politico, ora ti ho fatto Santo. Non è forse questo il compito di una buona madre? Buio. Silenzio. Riposa, Agostino... Insonniainsonniainsonniainsonniainsonniainsonniainsonniainsonnia......

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INGREDIENTI Marco Montanaro Ha pubblicato racconti su varie web zine, scrive per Coolclub.it di musica e letteratura, collabora con Lupo Editore, presto sarà pubblicato il suo primo libro. Omar di Monopoli Classe 1972 vive e lavora a Manduria, nella patria del Primitivo. Nel 2004 ha firmato la sceneggiatura di La caccia, cortometraggio inserito nel lavoro collettivo A Levante prodotto dalla Provincia di Lecce e dalla Saietta Film di Edoardo Winspeare. Dopo il fortunato Uomini e cani è uscito in questi giorni il suo nuovo romanzo Ferro e fuoco, sempre per Isbn. Osvaldo Piliego Trentenne fondatore della Cooperativa Coolclub è il direttore della rivista che state leggendo. Batterista degli PsychoSun. Ha concluso il suo primo romanzo. Prima che venga pubblicato sta cercando di finire il secondo. Nino G. D’Attis Nato nel 1966, vive attualmente tra Roma e il Salento. Ha pubblicato articoli e racconti su numerose riviste. È tra i fondatori della web-zine www. blackmailmag.com. Ha esordito per Marsilio con il romanzo Montezuma airbag your pardon. A settembre uscirà l’atteso Mostri per le masse. Elisabetta Liguori Classe1968, vive e lavora a Lecce. Il suo primo romanzo Il credito dell’imbianchino (Argo) è stato 50 SCRITTO MISTO

finalista al Premio Berto e al Premio Carver 2005. Collabora con riviste letterarie tra cui «Nuovi argomenti». Nel 2007 ha pubblicato Il Correttore con Pequod edizioni. Rakelman Pseudonimo di un 29enne leccese emigrato a Modena, eterno studente di Lettere, membro della band Normofobia e recensore solo empatico (?) per Coolclub.it Tony Sozzo Trentaquattro anni, nato a Carmiano, laureato in lettere moderne, ama la letteratura e quelli che considera i suoi massimi livelli (Svevo, Cèline Sartre, kafka). Adora Woody Allen (anche come musicista) e Sergio Caputo (anche come scrittore) e ama la musica nera nelle sue forme più espressive dal jazz al funky. Nel 2006 ha pubblicato con Lupo Editore L’eterna cosa peggiore, suo primo romanzo. Il prossimo uscirà a breve. Rossano Astremo Nato nel 1979 a Grottaglie (Ta), è giornalista pubblicista. Scrive per il “Nuovo Quotidiano di Puglia”. È il curatore del periodico di scrittura e critica letteraria Vertigine. Ha pubblicato Corpo poetico irrisolto, edito dalla Besa nel 2003; Jack Keroauc. Il violentatore della prosa (Icaro Editore, 2006); la raccolta di versi L’incanto delle macerie (Icaro Editore, 2007). Suoi testi critici e creativi sono sparsi su riviste cartacee, webzine e antologie.


Luciano Pagano Nato a Novara nel 1975, attualmente vive e lavora a Lecce. Dirige la rivista elettronica Musicaos.it - uno sguardo su poesia e letteratura dove pubblica racconti e interventi di critica letteraria con particolare attenzione alle scritture nuove e emergenti; con la Besa Editrice, fa parte della redazione (dal 2004) e dirige dal 2007 Tabula Rasa, rivista di letteratura invisibile. Il suo romanzo intitolato Re Kappa (Besa Editrice), è stato pubblicato nel marzo del 2007. Eva Clesis Classe 1980 vive e lavora a Bari. Inizia a scrivere a ventuno anni e nel 2004 pubblica sotto pseudonimo sulle riviste Verso Arts et Lettres e Nuova Prosa. A cena con Lolita è il suo primo romanzo. A breve uscirà il suo nuovo lavoro dal titolo Guardrail. Don Pasta Don Pasta selecter è un djeconomista, appassionato di gastronomia che prova ad unire le sue passioni e conoscenze con il progetto “Food sound system, manuale politico di gastronomia musicale” che negli anni è stato un libro e uno spettacolo teatrale che porta in gira in Italia e all’estero. Collabora con numerose testate.

finito nella raccolta Tu quando scadi della Manni. Livio Polini, alias Livi(d)o Nato nel 1980 a Lecce vive a Trento. Cura la rubrica letteraria “Lividi Artistici”, scrive poesie, racconti ed articoli giornalistici per conto della rivista culturale “Universitando” di Trento. Scrittore di recensioni musicali (pop alternativo, rock ed elettronica) per la rivista “Coolclub. it”. È fondatore e direttore, insieme a Fever Asym, della netlabel “Muertepop” (www.muertepop. com). Musicista e compositore (brani di elettronica sperimentale) e dj (selezione indie), ha all’attivo svariati live oltre che dj-set, partecipazioni a festival. Luisa Ruggio Giornalista e scrittrice, vive e lavora a Lecce. Ha scritto saggi sul cinema e la psicanalisi. Il suo romanzo d’esordio Afra ha vinto tre premi letterari. È autrice del blog dedicato alla scrittura Dentro Luisa (www.luisaruggio.blogs. it). La nuca è il suo secondo romanzo. Rossella Macchia Fondatrice del sito Blackmailmag. com insieme a Gianni D’Attis, vive e lavora a Roma. I suoi racconti sono sparsi nel web.

Dario Goffredo Quando Coolclub.it era ancora una fanzine in bianco e nero, la quarta di copertina era firmata da questo trentaquattrenne. Lavora nel mondo della comunicazione e ha partecipato a numerose riviste. Un suo racconto è SCRITTO MISTO

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EVENTI 20 agosto - Masseria Torcito - Cannole (Le)

SUD EST INDIPENDENTE Mercoledì 20 agosto presso la Masseria Torcito di Cannole (Le) Gogol Bordello, Opa Cupa, Mascarimirì, Les Troublamours, Jolaurlo e Cucuwawa saranno i gruppi che daranno vita alla terza edizione del Sud Est Indipendente, organizzata da Coolclub, Alta Fedeltà Produzioni, 11/8 records e Albania Hotel con il patrocinio di Provincia di Lecce e Comune di Cannole. Nelle due precedenti edizioni del festival (tra Otranto e Gallipoli) sul palco si sono alternati Baustelle, Bugo, Skatalites, Vallanzaska, Verdena, Tre Allegri Ragazzi Morti, Fido Guido, Makako jump, Villa Ada Posse, Leitmotiv, Spread Your Legs, Logo, Studio Davoli e molti altri. Questa terza edizione si sposta dalla costa nell’entroterra e punta in alto accogliendo i Gogol Bordello (nella foto a fianco), indubbiamente il fenomeno musicale degli ultimi cinque anni: punk, rock, folk, pop, scenici, coreografici, teatrali. I Gogol Bordello sono musica a 360 gradi. Ormai sono richiestissimi ovunque, ma per l’Italia hanno un debole, prepariamoci dunque ad altre serate di pura festa in compagnia di questi gipsy punk che presenteranno il loro ultimo cd SuperTaranta. Dopo averli visti in concerto Madonna ha voluto il leader Eugene Hütz come protagonista del suo primo film da regista. Formatisi in un quartiere di New York nel 1993, sono conosciuti per i loro spettacoli frenetici e teatrali. Molte delle loro canzoni traggono ispirazione dalla musica tzigana, anche perché la maggior parte dei componenti è immigrato dall’Europa orientale, a partire dal loro leader Eugene Hütz allontanatosi dalla repubblica sovietica nel 1986 a causa del disastro di Chernobyl ed approdato a New York nel 1993. “I Gogol Bordello sono noti per parlare di sesso, politica, vita e di misteri riguardanti la nostra esistenza, il tutto mentre mostrano la loro originale ma forte visione della Nuova Intelligenza Ribelle – ovvero la capacità di un individuo di interpretare oggetti e azioni in modo personale nonostante la propria autoritaria ed informale isteria” racconta il cantante Eugene Hütz.

La band sarà preceduta dalle esibizioni di due dei gruppi salentini più apprezzati in Italia e all’estero Opa Cupa e Mascarimirì. «Opa Cupa» (leggi: «opa tzupa»), grido di esortazione alla danza degli zingari del SudEst Europa, nasce, in origine, con la ricerca del repertorio musicale dei Balcani, ma sempre più i testi e le musiche originali scritti da Cesare Dell’Anna, si incrociano con le sonorità jazz e bandistiche tipiche della tradizione musicale del Sud Italia, diventando qualcosa di nuovo e originale. I Mascarimirì, con il loro sound originale, dalla pizzica al punk-dub tarantolato, sono da sempre impegnati nella risignificazione della musica tradizionale salentina e attualmente in giro per l’Italia a promuovere con live set e show-case un prodotto davvero significativo, un dvd che non rappresenta solo il cammino della band, ma anche la storia di un Salento che negli ultimi anni ha visto rinascere e affermare a livello mondiale la sua musica e, in più generale, il suo patrimonio culturale. E di questa musica, i Mascarimirì sono degni eredi e prosecutori, rivelandosi, in tutta Italia e non solo, come uno dei progetti di world-music più affermati. Dalla Francia arrivano invece Les Troublamours. La tarantella Gitano Guinguette è la musica tradizionale di Tadgiguinia sparsa ai quattro venti dai suoi ambasciatori Troubadours: Les Troublamours! Gli ingredienti di questa musica sono, un po’ di tarantella, pizzicata per i ritmi indiavolati dalle virtù terapeutiche, un po’ di spirito gitano portato dagli Zigani venuti dall’est che sanno attingere nei repertori tradizionali dei paesi attraversati per rivisitarli; e infine, un po’ di influenza delle guinguettes della belle époque dove la fisarmonica faceva ballare e cantare. Le sensibilità musicali diverse di ciascuno dei Troublamours danno vita alla Tarantella Gitano Guinguette, musica e parole vi si intrecciano, humour, speranza e rivolta si avviluppano. In apertura spazio a Jolaurlo e Cucuwawa. Ingresso 15 euro Info e prevendite www.myspace.com/sudestindipendente EVENTI

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GIOVEDÌ 7 AGOSTO Spread Your Legs al Buenaventura (Litoranea San Cataldo – San Foca) Ariantica, Discanto (Festival delle Province) e Salentorkestra per La Notte della Taranta a Corigliano D’Otranto (Le) GIOVEDÌ 7 E VENERDÌ 8 StreamFest presso la Fiera di Galatina (Le) GIOVEDÌ 7 E VENERDÌ 8 Gondar Electro Festival al Parco Gondar di Gallipoli (Le) Venerdì 8 Stella Grande e Anime Bianche, Xanti Yaca, Canzoniere Grecanico Salentino per La Notte della Taranta a Martignano (Le) SABATO 9 Sergio Cammariere al Mavù di Locorotondo Ninfa Giannuzzi, Rosapaeda, Tamburellisti di Torrepaduli per La Notte della Taranta a Cursi (Le) DOMENICA 10 AGOSTO Magnapasta ad Altamura (Ba) Calici di stelle a Lecce Notte delle stelle al Parco Gondar di Gallipoli (Le) Set elettronici, drum’n’bass, jungle, house, techno, ma anche reggae, patchanka, ska e rock. Tra gli ospiti Kelly Stewart, la sexy dj vj danese ed il suo set house tecno, Cristian Carpentieri uno dei nomi più affermati della scena House salentina, Ecodek e la sua dance flor elettronica, Klansterparz, Dj Gub e dj Alek vjj, Salento Showcase, King Soundz, i senegalesi Afro Tam Drum Band, Nasty e molto altro ancora. www. parcogondar.com Nicola Conte a Locorondondo (Ba) Briganti di Terra d’Otranto, Menamenamò, Totarella, Malicanti per La Notte della Taranta a Marina Di Andrano (Le) LUNEDÌ 11 Salento Summer Festival alla Masseria Torcito di Cannole (Le) Torna uno degli appuntamenti più longevi dell’estate salentina. Organizzato da Alta Fedeltà Produzioni, con il patrocinio della Provincia di Lecce e del Comune di Cannole, il Festival giunge alla sua ottava edizione e si sposta al Parco Torcito di Cannole con una serata al ritmo ragga e roots. Ospiti principali di questa edizione saranno Beenie Man “The king of the dance hall” (nella foto in alto), per la prima volta nel sud Italia, il numero uno nelle jam, artista che con Buju Banton e Sizzla negli anni ‘90 ha contribuito a rilanciare il reggae internazionale; e Richie Spice, uno dei più promettenti giovani che seguendo le orme di Luciano incarna al meglio lo spirito del reggae roots con testi impegnati e ricchi

di coscienza. Sul palco i due artisti giamaicani saranno preceduti dai lucani Krikka Reggae, con i loro testi dialettali che trattano temi di grande attualità locale, nazionale, internazionale, dai campani Jovine, con un’equilibrata miscellanea tra dub, ska e rocksteady di matrice partenopea, che poggia su un’indiscutibile impronta reggae, vero fulcro delle sonorità, e dai Maquila Bbeba, che propongono sia melodie “Suffering Style”, accompagnate da testi improntati sulla riflessione, sia musiche “Enjoy Your Life” basate sull’allegria e su un Groove coinvolgente diretto e schietto.I sound system Bleizone, Ghetto Eden e Kaya Killa presenteranno, introdurranno e faranno ballare tutta la notte fino all’alba. Inizio ore 20.30. Ingresso 15 euro. Info www. salentosummerfestival.it$ Mario Biondi a Torre Suda a Racale (Le) Sciacuddhuzzi, Arakne Mediterranea, Antonio Castrignanò per La Notte della Taranta a Carpignano Salentino (Le) DALL’11 AL 15 Alterfesta a Cisternino (Le) Ricco programma per questo storico festival che ospiterà, tra gli altri, Juan Carlos Caceres & Tango Negro, The Skatalites, Ray Wilson, Maceo Parker, Selton. Concerti a partire dalle 21.00. Ingresso libero Info www.alterfesta.it Martedì 12 Schiattacore, Scazzacatarante, Ensemble Notte della Taranta per La Notte della Taranta a Sternatia (Le) Marco Paolini e i Mercanti di Liquore a Casarano (Le) La rassegna Oltremare/entroterra del Comune di Casarano torna dopo un anno di pausa e prende il via con Marco Paolini e i Mercanti di Liquore (ore 21.30, Piazza Diaz) in Miserabili io e Margaret Thatcher. Ingresso libero. Info 0833 514242 o www.comune.casarano.le.it. Edoardo Bennato a Minervino di Lecce EVENTI

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Jovanotti a Barletta Adria a Tuglie (Le) Notte bianca a Specchia (Le) Caparezza a Ostuni (Br) DAL 12 AL 15 Gusto dopa al sole alla Masseria Torcito di Cannole (Le)

Nona edizione del raduno nazionale di reggae e hip hop organizzato dall’Associazione Culturale Musicale “Fa La Cosa Giusta” in collaborazione con Bass Culture. Anche quest’anno il GDaS offre quattro giorni di full immersion nella cultura reggae e hip hop, con grandi concerti live e gare musicali, avvalendosi della consulenza artistica di Dj Gruff per l’area rap e di Papa Gianni (Sud Sound System) per l’area reggae. Il festival prende il via martedì 12 agosto con un fitto programma di live: Junior Reid, Burro Banton, Treble & Rooz Family, Boomdabash, Moddi Mc, Kaos One e Dj Trix. Mercoledì 13 agosto i protagonisti saranno ancora due leader del new roots giamaicano: Alborosie e Michael Rose La serata vedrà anche la partecipazione del britannico Vibronics, dei piemontesi Dotvibes, ESA aka El Presidente, celebre leader di esperienze come OTR e Genteguasta, e due mostri veterani del turntablism Dj Skizo e Tayone. Giovedì 14 agosto sul parco di Torcito saliranno i Sud Sound System per il loro unico grande live ad agosto nel salento, Dj Gruff & Sinfonaito, Marina, Papa Leu e Ranking Lele. Si chiude ballando con uno dei migliori bashment acts al mondo: Massive B sound system con il grande Bobby Konders dagli Stati Uniti. Il Gusto Dopa al sole conclude al sua programmazione a Ferragosto con un grande party a ingresso libero. Le finali e le premiazioni di tutte le gare musicali del festival, Valva sun contest, e dancehall queen contest, introdurranno una mega dancehall che si preannuncia torrida per la caratura dei suoi

protagonisti: i berlinesi Supersonic sono una crew di punta della competitiva scena tedesca, intrattenitori abili e carichi di dubplates. Al loro fianco i romani One Love Hi Pawa, il primo sound system reggae nato in Italia, amatissimi dal pubblico salentino. Un autentico dancehall summit fra Italia e Germania. Informazioni e contatti. Costo singola giornata: 15 euro - Costo abbonamento: 40 euro. infoline 0832 325387 347 7116479. www.gustodopaalsole.com Mercoledì 13 Caparezza al Parco Gondar di Gallipoli (Le)

Michele Salvemini, classe 1972, è di Molfetta, in provincia di Bari. La sua carriera inizia nel 1997, quando con lo pseudonimo Mikimix partecipa al Festival di Sanremo cantando il brano E la notte se ne va, contenuto nell’album d’esordio La mia buona stella. Dopo poco abbandona il primo pseudonimo e la sua anima “commerciale” e si trasforma in Caparezza (che in molfettano significa “testa riccia”). Nel 2000 esce per l’etichetta ExtraLabels Caparezza?! il suo secondo album contraddistinto da testi ironici e da influenze rap e drum’n’bass. Il cd Le verità supposte (2004) lo lanciano definitivamente anche grazie al tormentone Fuori dal tunnel (del divertimento). A marzo 2006 Caparezza pubblica Habemus Capa, una sorta di concept album in cui il cantante narra la sua morte e resurrezione artistica. Da pochi mesi è uscito Le dimensioni del mio caos, un fonoromanzo (secondo la definizione dell’artista) che si propone come una sorta di colonna sonora di uno dei racconti presenti nel libro Saghe mentali. www.parcogondar.com EVENTI

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Luna Taranta, Agorà, Su’D’Est (con Marcello Colasurdo) e Officina Zoè per La Notte della Taranta a Zollino (Le) James Senese Napoli Centrale a Crispiano (Ta) Francesco De Gregori a Ostuni (Br) GIOVEDÌ 14 Back2Back al Parco Gondar di Gallipoli (Le)

Molte crew della scena Drum’n’Bass e Jungle, che si sfideranno colpo dopo colpo. Ci saranno i salentini Insintesi e dj Maik della Turntuble crew, Andypop della Basament Magazine da Roma, Alex G del 2Step di Napoli, Kuzan e Abstrax dell’Alteredbeats crew di Bari. Il tutto come sempre accompagnato da visual, con l’italonewYorkese MemOne e Skio’king. Bachir Gareche al Buenaventura (Litoranea San

Cataldo – San Foca) Un viaggio immaginario dall’Andalusia al Mediterraneo attraverso il flamenco, ritmi nordafricani e suoni italiani. L’algerino Bachir Gareche ha suonato con Opa Cupa e Nura e vanta collaborazioni con musicisti del calibro di Kahled, Mami e Hasni. Sul palco Bachir (voce e percussione) è affiancato da Giuseppe Casuscelli (fisarmonica) e Massimo Bianco (chitarra classica e flamerica). Ingresso gratuito. Mario Salvi e i Cantori di Villa Castelli, Taranta Social Club e Compagnia di Scherma Salentina, Uccio Aloisi Gruppu per La Notte della Taranta a Castrignano dei Greci (Le) VENERDÌ 15 Maceo Parker a Giovinazzo Sabato 16 Giovanni Sollima ad Alberobello (Ba) Andrea Baccassino a San Cassiano (le) Banda Wagliò e Davide Torrente, Triace, Kamafei e Ipercussonici per La Notte della Taranta - Villa Comunale di Soleto (Le) Domenica 17 I Calanti, Maria Moramarco e Uaragniaun e Daniele Durante per La Notte della Taranta a Calimera (Le) Venticinquemila Granelli di Sabbia di e con Alessandro Langiu a Torre Guaceto (Br) Day Off Festival alla Masseria Torcito di Cannole (Le) Gavino Murgia Quintet a Locorotondo (Ba) Folkabbestia al Cotriero di Gallipoli (Le)

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DOMENICA 17 E LUNEDÌ 18 Plug ‘N’ Play Reload al Manà di Vernole (Le)

Seconda edizione del Festival Internazionale di Musica Elettronica ed Arti Visive. Dopo il successo dello scorso anno il Plug’ n’ Play riparte con un progetto innovativo, internazionale e socialmente responsabile, con l’obiettivo di salire alla ribalta non solo nell’estate musicale italiana ma di posizionarsi come l’unico festival di musica (e arti) elettroniche nella penisola. Il Plug’ n’ Play Reload 08, organizzato dai team Sound Emotion, Propaganda e Jumble Solution, presenterà una line up ancora più ricercata oltre a performance multimediali e una serie di attività a favore del territorio e di realtà attive in progetti ecosostenibili. Tra gli ospiti i due padri putativi della scena techno mondiale, una doppietta nel nome della tech di Detroit, Jeff Mills e Carl Craig. Con loro, a dividersi la consolle, altri dj come Magda e Alex Under. Ingresso 25 euro. Abbonamento 40 euro. www.pnpfestival.it Lunedì 18 Kalascima, Zimbaria, Anna Cinzia Villani per La Notte della Taranta a Martano (Le) Martedì 19 Ariacorte con Fiamma Fiumana, Cisco e il coro

delle Mondine di Novi per La Notte della Taranta a Cutrofiano (Le) Mercoledì 20 Sud est indipendente con Gogol Bordello, Mascarimirì, Opa Cupa, Les Troublamours, Jolaurlo e Cucuwawa alla Masseria Torcito di Cannole (Le) Lu ientu tu Sud, Antonio Amato Ensemble, Bandadriatica per La Notte della Taranta a Galatina (Le) Notte bianca a Gagliano del Capo (Le) Giovedì 21 Underworld e Apparat al Parco Gondar di Gallipoli (Le) La rassegna Gondar Electro Festival si conclude con la presenza di Underworld, Apparat (in versione Live con Transformail Visual), Seno dei Narcotek, il dj parigino conosciuto e apprezzato in tutto il movimento Underground europeo, Cristian Carpentieri ed i Visual di VJJ Klansterppartz. Enza Pagliara, Mimmo Epifani, Alla Bua per La Notte della Taranta ad Alessano (Le) Israel Varela al Buenaventura (Litoranea San Cataldo – San Foca) Il giovanissimo batterista Israel Varela ha collaborato con Bob Mintzer, Carles Benavent, Alex Acuña, Giovanni Hidalgo, Alejandro Sanz, Justo Almario e tanti altri. Diplomato alla Berklee school di Boston, ha conseguito studi con Alex Acuña e Dave Weckl. Il suo repertorio varia tra flamenco, latin jazz. Ingresso gratuito. VENERDÌ 22 Meganoidi a Zollino (Le) SABATO 23 Concertone della Notte della Taranta a Melpignano (Le) Difficile aggiungere qualcosa di nuovo e non già detto (in negativo e in positivo) sulla manifestazione più seguita e chiacchierata dell’estate pugliese (e qualcosa oltre confine…). L’undicesima edizione della Notte della Taranta resta nelle mani del Maestro Concertatore Mauro


Pagani che, con il fido assistente Mario Arcari, torna a Melpignano provando per il secondo anno consecutivo a rimescolare la tradizione salentina. Sul palco due ospiti internazionali, Rokia Traorè e Richard Galliano, affiancano una nutrita pattuglia pugliese capitanata da Caparezza e composta da Sud Sound System, Apres La Classe e Radiodervish. Un ospite a sorpresa (i nomi in questi mesi si sono sprecati) potrebbe essere la ciliegina sulla torta di un concerto che si prevede meno lungo dello scorso anno e più serrato. In apertura spazio ad alcune famiglie di cantori, a Uccio Aloisi, agli Zoè e ad un omaggio a Pino Zimba del regista Edoardo Winspeare. Tutta l’edizione del festival è dedicata alla memoria del cantante e tamburellista di Aradeo scomparso lo scorso inverno. Inizio concerti ore 19.30. Ingresso (ovviamente) gratuito. Info www. lanottedellataranta.it SABATO 23 E DOMENICA 24 AGOSTO L’Acqua in testa a Bari

The Hives, Shaggy, Casino Royale sono alcuni dei protagonisti della quarta edizione de L’acqua In Testa - Free Music Festival che si svolge nel Parco Perotti di Bari. Il festival prende il

via sabato 23 agosto con gli svedesi The Hives che, dopo il successo dei primi tre album, hanno pubblicato nel 2007 il nuovo cd “The Black And White Album”. The Hives (in inglese “L’orticaria”) dal 1993 sono caratterizzati da arrangiamenti rapidi ed a tratti grezzi, metallici, influenzati dal punk e dal garage. Prima di loro, sul palco Ray Daytona & Googoobombos, riconosciuti come la migliore band surf punk in Italia e tra le migliori in Europa. Il loro sound è una miscela iper-cinetica di linee melodiche insanamente “orecchiabili”, velocità e tecnica; i salentini Spread Your Legs, in apertura Me For Rent, una band punk-hardcore. Domenica 24 agosto serata dedicata al reggae e ai ritmi in levare con il giamaicano Shaggy, in Italia per promuovere il suo ultimo album “Intoxication”. Prima del cantante giamaicano saliranno sul palco i Casino Royale, che dal 1987 ad oggi hanno suonato e visto di tutto. In apertura spazio alla crew pugliese Boomdabash autentica rivelazione della scena reggae italiana di quest’anno, e Torpedo, celebre formazione romana con un background affine a quello dei casino royale: un approccio “punk” al reggae e all’elettronica decisamente efficace e incisivo. Ingresso gratuito. www.acquaintesta.it DOMENICA 24 The wailers al Parco Gondar di Gallipoli (Le) Grande serata reggae al parco Gondar di Gallipoli con The Wailers, Boo Boo Voibrations, Maquilabeba e Skarlaat. MERCOLEDÌ 27 Valse e Girodibanda a Casarano (Le) GIOVEDÌ 28 AGOSTO Brice&Aroon Dessner/Cossin Trio a Casarano (Le) Sound Res incontra Oltremare/entroterra. La rassegna del Comune di Casarano ospita infatti un appuntamento del festival/residenza sulla musica contemporanea. Nel chiostro comunale, dalle 21.30, si esibiranno Aaron e Bryce Dessner e David Cossin. Il nuovo trio esplora e supera i confini tra la musica colta contemporanea,


composta formalmente, e l’estetica della scena indipendente rock, frutto di pratiche collaborative e improvvisative tipiche delle formazioni di rock sperimentale. A rendere ancora più speciale il programma presentato a Casarano, risultato del lavoro in residenza per Sound Res, un altro fine musicista, il chitarrista e suonatore di uhd e chitarra barocca, Luca Tarantino, salentino da tempo al fianco di Cossin nelle sue incursioni locali e collaboratore di Bryce Dessner e del suo new music ensemble The Clogs. Ingresso libero. Info 0833 514242 o www.comune.casarano.le.it. QCK al Buenaventura (Litoranea San Cataldo – San Foca) fino al 28 AGOSTO Salento Buskers Festival Sino al 28 agosto nelle vie e nelle piazze di numerosi comuni salentini una sessantina di compagnie e artisti, pugliesi, italiani e stranieri, metteranno in scena più di 400 spettacoli di musica, giocoleria, circo, danza, poesia, trampoli, maquillage, ballon-art, mangiafuoco, marionette, acrobazia e tanto ancora. Tra gli ospiti il tedesco Peter Weyel, il cileno Francisco Obregon, il gruppo tedescoargentino Los Filonautas, gli ungheresi Anna Gèmes e Nisha, i brasiliani Filhos De Bimba, gli Svizzeri Kulturloewe. Dall’Italia arrivano Jean Pierre Bianco, Riccardo Strano, Claudia Piasentin, Leonardo Cristiani, Il Gruppo Camillo Cromo, La Compagnia Della Pietra Che Canta, La Mescla. Molto nutrita la compagine pugliese con Luca Pastore, Jack Gambino,

Ambarabacicircocò, Casciapò, Lu Cesare, Alberto Cacopardi Ed Evarossella Biolo, Trampuglia, Dario Cadei, Giuseppe Semeraro, Mr Thomas, Monia Pavone, Mammadalo, Start e molti altri. La carovana proseguirà il suo viaggio a Santa Cesarea Terme (venerdì 8), Castrignano dei Greci (sabato 9), Galatina (lunedì 11), Specchia (martedì 12), Gagliano Del Capo (domenica 17), Carmiano (lunedì 18), Casamassella di Uggiano La Chiesa (martedì 19), Sannicola (mercoledì 20), Ugento (giovedì 21), Collepasso (domenica 24) per concludere a Racale (giovedì 28). 6 SETTEMBRE Goran Bregovic e Wedding & funeral band a Casarano (Le) Sud Sound System ed Ensemble della Notte della Taranta a Lecce Tutti gli altri appuntamenti su www.coolclub.it

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