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anno VII numero 66-67 agosto - settembre 2010


COOLIBRÌ È inutile. La gente ci nasce. Sono cose che uno non fa con mestiere. Non bastano la pazienza o le notti bianche ad aspettare che qualcosa succeda. Io quelli che scrivono li conosco e non sono come te li immagini. Sono come i donatori di sangue, gente che si può permettere di regalarti qualcosa di suo. Storie e parole a riempirti la giornata e a farti più vissuta una vita incompiuta. Che a leggere sono buoni tutti, o quasi. Ma a scrivere, aihmè tutti credono di esserlo. E invece è difficile e ci vuole fortuna. C’è chi ha la mano veloce, chi corre sulle pagine come un pianista in una fuga, ma sono pochi. Agli altri non resta che viver da gregari e aspettare con pazienza una volata e al traguardo una pubblicazione. Perché un libro non si nega a nessuno, il problema è saperne scrivere dieci o meglio avere dieci libri dentro. Come segreti che scoprire ti fa sentire fortunato. Così mi sento quando leggo un libro, come se qualcuno mi regalasse qualcosa di prezioso e intimo. Ed è per questo che nasce Coolibrì: per dare forma, anche se semplice, a piccole storie che altri-

menti resterebbero di troppo pochi. Fin dall’inizio, ormai molto tempo fa, ci sembrava carino, una volta ogni tanto, concederci completamente a una delle passioni che da sempre ci muove: la scrittura. Le pagine che avete tra le mani sono piene di racconti. Non troverete recensioni o interviste ma storie raccolte in giro tra amici e sconosciuti, alcuni sono celebri esordienti, altri generosi e navigati scrittori. Il risultato è l’istantanea di un anno di incontri più o meno fortuiti, quello che conta è che alla fine, queste parole, abbiano trovato una pagina su cui posarsi per essere lette. Forse alcuni di questi racconti diventeranno libri, magari della nostra neonata collana editoriale Coolibrì pubblicata da Lupo editore. Magari alcuni più grandi di noi noteranno talento e lo faranno crescere, magari non succederà nulla. Intanto buona lettura. Questo numero vale doppio, Coolclub.it tornerà ad ottobre. Buone vacanze. Osvaldo Piliego Editoriale 3


CoolClub.it Via Vecchia Frigole 34 c/o Manifatture Knos 73100 Lecce Telefono: 0832303707 e-mail: redazione@coolclub.it sito: www.coolclub.it Anno 7 Numero 66-67 agosto-settembre 2010 Iscritto al registro della stampa del tribunale di Lecce il 15.01.2004 al n.844 Direttore responsabile Osvaldo Piliego Collettivo redazionale Cesare Liaci, Antonietta Rosato, Dario Goffredo, Pierpaolo Lala Hanno collaborato a questo numero: Roberto Conturso, marco Montanaro, Simona Anna Sorano, Stefano Zuccalà, Francesco Santoro, Francesco Cortonesi, Antonio Bufi, Elisabetta Liguori, Nino G. D’Attis, Lucio Lussi, Francesca Tomai, Giuseppe Braga, Antonio La Malfa, Daniele Coluzzi, Maurizio Cotrona, Michela Carpi, Marzia Grillo, Francesco Marocco, Eva Clesis, Maurizio Capriotti, Giovanni Dozzini In copertina: Ursula di Ivars Krutainis/Flickr Ringraziamo Manifatture Knos, Officine Cantelmo, Cooperativa Paz di Lecce e le redazioni di Blackmailmag. com, Radio Popolare Salento, Controradio di Bari, Mondoradio di Tricase (Le), Ciccio Riccio di Brindisi, L’impaziente di Lecce, quiSalento, Lecceprima, Salento WebTv, Radio Venere, Radio Peter Pan, Radiodelcapo, Musicaround.net. Progetto grafico erik chilly Impaginazione dario Stampa Martano Editrice - Lecce Chiuso in redazione con un po’ di tramontana, finalmente si respira Per inserzioni pubblicitarie e abbonamenti: ufficiostampa@coolclub.it

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Aria 6 70. Colpi di coda 11 4 maggio 2009 12 Da qualche parte 14 Queste mie parole sono come un fiume 15 Tunnel 17 Ombre 18 Morte misteriosa di un presidente di provincia 22 Stanza n. 18 26 Un uomo lavora onestamente un anno intero 30 Irida e Flakime 32 Le imperdibili avventure di mia cugina Piera 36 La nuotata 40 La stanza di sotto 42 Signore al trucco 44 Le carceri 46 36h 48 Frusciante 50 Le nozze di William 52 Eventi

Calendario 54 sommario 5


ARIA

Roberto Conturso

Un greve odore di fogna ristagnava per le strade, il depuratore, all’estremità ovest del quartiere, saturava l’aria con i suoi miasmi. Facciate corrose dalla salsedine correvano lungo il marciapiede, cosparso di cicche e volantini pubblicitari. Camminavo senza meta, attraversando i luoghi della mia infanzia, riassaporando i ricordi che come in un film si traducevano in immagini. I miei eroi un tempo abitavano fra quelle mura, ragazzi più grandi che rispettavo, figure leggendarie come Alfio Missini, Gigi er Negro, Dario Bertello. Veri picchiatori, non quei pischelli scoppiati pronti ad aprirti lo stomaco per un cellulare o un ipod, era gente da cui avevi sempre da imparare, anche dopo un occhio nero e un labbro spaccato. La strada era stata ricucita da una distesa di asfal6

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to e dove prima sorgeva il bar di Franco, si stava consumando un’orgia di carne e lamiera. Un cordone umano scorreva di fronte una porta a vetri, incorniciata da colonne di legno zigrinato e grigie matasse di fumo che si contorcevano contro la luce bianca dell’insegna. Non riuscivo a distinguere nessuno, volti anonimi nascosti dal chiarore dei fari si stagliavano sul perimetro di ghiaia del parcheggio. Da un cono di luce giallognola uscì una figura tozza e claudicante. Ondeggiava sul tronco facendo dondolare le braccia lungo i fianchi, come travi da un’impalcatura. La camminata del Mastino era inconfondibile. Scandì il mio nome a gran voce prima di modellarmi le spalle sotto una morsa maleodorante che sapeva di posacenere. Fumare per lui era un passatempo, un modo per tenere occupate le


mani quando non erano impegnate ad aprire serrature o a ripulire il malcapitato di turno. Gli altri ci aspettavano dentro. Era quello che temevo. Non avevo voglia di rivedere le vecchie facce ma non potevo tirarmi indietro, il Mastino poi non era uno di quelli che ti scrollavi di dosso facilmente, avrebbe attaccato con la storia dei vecchi tempi finché non avessi accettato il suo invito. Indicò al buttafuori l’interno del locale e sfilammo sotto lo sguardo infastidito dei clienti ancora in fila. Una folata di calore mi accarezzò il viso insieme al respiro di quell’orda ansimante. I bassi sferzavano l’aria immobile della pista. Sgusciavo fra corpi sudati seguendo la testa ciondolante del Mastino che si faceva strada senza troppi complimenti. Raggiungemmo una pedana di perspex sagomata da un divano di pelle bianca e un tavolo di vetro puntellato da flute, un secchiello per il ghiaccio e un vassoio di metallo. Riconobbi immediatamente Marco Cafieri e Lello che scattò in piedi, allungandosi oltre il tavolo per abbracciarmi. Era felice di vedermi e me lo dimostrava vomitando frasi sconnesse e versandomi da bere da una bottiglia di Cristal che stringeva per il collo. Era strafatto e la mascella, anestetizzata dalla cocaina, si muoveva a fatica. Cafieri, dal canto suo, biascicava nomi incomprensibili di persone che negli anni erano state dentro, come se nella testa di quel coglione avessi trascorso metà della mia vita a Regina Coeli e conoscessi tutti i suoi amici passati di lì. Di fianco a loro sedevano altri due tizi, non li avevo mai visti prima, dovevano essere dell’est a giudicare dai lineamenti spigolosi e la pelle olivastra. Quello magro con i capelli pettinati all’indietro, cercava di impressionarmi con storie sulla malavita albanese e il suo compare, un ciccione dagli occhi tumidi e una fitta corona di capelli, mi studiava con attenzione; ogni volta che riesumava la testa dal vassoio, mi squadrava, grattandosi il naso e sgranando le pupille nere che gli riempivano completamente gli occhi. Considerando come se la godevano quei quattro, il locale doveva appartenere a qualcuno del vecchio giro. Provai a rilassarmi, allungai altri due bicchieri a Lello, uno per me e l’altro per il Mastino. - Ecco er vero romano! Una voce roca, puntuale, mi colpì dritto allo stomaco. Alzai la testa e in piedi di fronte a me c’era Mario Crialese, detto er Mazzinga. Sembrava se la passasse meglio dall’ultima volta che lo avevo visto: indossava una camicia bianca e una giacca blu a doppio petto stretta sulle spalle, era appesantito e non si preoccupava più di radersi i capelli, erano più lunghi sui lati lasciando zone glabre al centro della testa. Nonostante si fosse ripulito, aveva sempre quell’espressione truce stampata in faccia, come se i lineamenti del viso fossero stati risucchiati in

avanti deformandogli il volto in una maschera dura che non lasciava trasparire la minima emozione. L’aria satura di sudore e alcol si faceva irrespirabile. L’estate era alle porte e dentro quel cazzo di locale si soffocava. Crialese inveiva contro i camerieri che si attardavano a rimboccare il secchiello del ghiaccio con nuove bottiglie di champagne. I brindisi si susseguivano e il Mazzinga teneva banco con vecchi aneddoti. Gli altri si divertivano, non perché fosse spiritoso, non lo era mai stato, semplicemente lo temevano e lui ne era consapevole. Molte volte mi ero chiesto se raccontasse storie per il semplice gusto di farlo o perché si divertisse a vedere fino a che punto la gente avrebbe assecondato le sue cazzate, ridendo a ogni suo cenno, a ogni sua impennata di voce. Solo il Mastino era esente da quella pantomima, in questi anni doveva aver stretto un rapporto privilegiato se poteva permettersi di parlare con lo smilzo, quello con i capelli impomatati, che ascoltava a testa bassa e ogni tanto buttava un occhio su di me. Crialese, stanco di recitare il suo monologo, si alzò e scomparve, mentre le luci della sala spezzettavano il suo corpo in un ventaglio di ombre. Il Mastino fece scivolare l’indice sul vassoio, lo strofinò fra i denti, pulì il dito sulla coscia e mi disse di seguirlo. Non sapevo cosa volessero da me ma conoscevo bene quella sensazione di impotenza, la stessa che avevo provato nel corso degli ultimi due anni. Quell’incapacità di gestire il mio tempo e il mio spazio. Lo seguii senza fiatare. La sala proseguiva in un angusto corridoio e terminava su una scalinata di ferro che portava al piano sotterraneo. Il peso dei nostri passi riempiva la tromba delle scale trasformando la musica in un eco lontano e l’aria afosa in una coltre umida. Una lama di luce gialla fendeva il buio del seminterrato. Il Mastino aprì la porta, inondando il piano di una luce gelida e tornò di sopra. La stanza era vuota: Crialese sedeva dietro una scrivania scarna, occupata solo da un posacenere di ceramica bianca dalla cui scanalatura pendeva un filtro maculato. La giacca era appoggiata allo schienale della sedia, le maniche arrotolate sopra i gomiti liberavano avambracci robusti e nervosi. Non c’erano altre sedie, il che lasciava intendere che le visite al piano di sotto fossero rare e sgradite e chi entrava fosse costretto a rimanere in piedi sotto il suo sadico sguardo. Eppure quel vuoto mi dava sicurezza, nessuno poteva nascondersi, c’eravamo solo noi due. - Ti trovo in forma. Disse, estraendo dal cassetto una bottiglia di Jack Daniels e due bicchieri di vetro. - Il carcere ti ha rimesso a nuovo, te sei pure dimagrito. - A Crialè, che voi da me? COOLIBRÌ 7


Sorrise, osservando il whisky che saliva lungo le pareti di vetro. Avvicinò uno dei due bicchieri sul ciglio della scrivania e si lasciò andare sulla sedia che scricchiolò sotto il suo peso. Rimase in attesa, simile a un cacciatore che studia i movimenti della sua preda. Feci un passo in avanti, afferrai il bicchiere e senza staccargli gli occhi di dosso mandai giù una lunga sorsata. Il calore scese lungo la gola ed esplose in petto, aumentando ulteriormente la mia temperatura corporea e il mio disagio. - Ho bisogno di qualcuno fuori di qui, uno che si sappia muovere nel quartiere. Sputò una nuvola di fumo che si dissolse pigramente nella stanza. - Non c’è il Mastino che ti copre il quartiere? - Il Mastino mi serve al locale. Raschiai dal fondo l’ultimo sorso di Jack Daniels. - Vuoi che vada in giro a battere cassa per conto tuo? Le parole attutite dal vetro formarono una condensa sul lato del bicchiere. - Per questo ci sono gli albanesi. A me serve qualcuno fidato da mettergli vicino. - Dovrei fa da balia a quei due pezzenti che stanno de sopra? - Le cose so cambiate e se ora stai qua sotto è grazie al Mastino che ha garantito per te. La voce del Mazzinga si era fatta aspra e i suoi occhi sprezzanti. Quel figlio di puttana credeva di potermi trattare come l’ultima ruota del carro, il nuovo arrivato in cerca di raccomandazioni per entrare nel giro. - A me nun me serve la garanzia de nessuno, tantomeno quella de un chiacchierone come er Mastino. Crialese mi venne incontro, riducendo drasticamente lo spazio fra me e lui. La stanza appariva ancora più piccola di quanto non fosse. Sentivo una scarica di adrenalina salirmi al cervello insieme al fetido odore di alcol che mi sputava in faccia. - Stamose a capì, der vecchio giro nun è rimasto più nessuno: Missini, er Negro e compagnia bella, o stanno dentro o nun contano più un cazzo. Accompagnava le sue parole con stoccate della mano mentre le narici si dilatavano come se volessero prosciugare tutta l’aria disponibile in quel seminterrato. - Perciò, se fai na cazzata, non hai più nessuno che te para er culo e io non voglio cani sciolti nel quartiere. So passati i bei tempi. Forse lo stronzo parlava degli ultimi due anni, quelli trascorsi in un buco di otto metri quadrati con altre cinque persone, dove la porta del cesso era una concessione e le pieghe di un lurido lenzuolo e una fetida coperta l’unico riparo. Avevo il cuore in gola e il battito era talmente forte da riempire la stanza. Lasciai scivolare la gamba destra all’indietro, il suono del vetro fu attutito dallo zigomo paffuto.

Lo colsi alla sprovvista, sbandò all’indietro inciampando sulla scrivania. Le sue mani premevano sulla ferita e il sangue colmava gli spazi fra le dita, lacrimando sul dorso. Cercò di chinarsi per aprire il cassetto, feci in tempo a prendere il posacenere e colpirlo con tutta la forza sulla testa. Rotolò a terra, scalciando come un bambino, mostrando un sorriso scarlatto al centro del cranio. Nel cassetto aveva un coltello a serramanico e una busta di carta marrone: dentro due mazzette da cinquanta tenute insieme da elastici azzurri, a occhio e croce mille, millecinquecento euro. Le infilai in tasca senza pensarci. Il tracciato di luce mi scortò oltre il reticolato di urla e lamenti. Camminavo spedito, sospinto dalla musica che aveva ripreso a scandire il tempo dei miei passi. Sfilai al lato del privè e con la coda dell’occhio notai Lello e Cafieri farmi un cenno con la mano, evitai di guardarli e puntai dritto. Non si aspettavano di vedermi uscire da solo. Tagliai la pista in un groviglio di suoni e luci che mascheravano quei volti irreali. Mi voltai, nessuno mi stava seguendo, altri pochi passi e sarei stato fuori. La porta si aprì e vidi il buttafuori che presidiava l’ingresso entrare nel locale. Feci scivolare la lama fuori dal manico e la adagiai lungo il fianco destro. Il sudore mi graffiava la pelle e la tensione inchiodava le gambe al pavimento, poi il palmo ruvido di una mano mi bloccò il braccio sinistro. - Che fai, già te ne vai?– Il Mastino mi urlava nell’orecchio cercando di prevaricare il battito delle casse. Inclinai la testa per assecondarlo e tenere d’occhio le sue mani, una delle quali ancora aggrappata al mio avambraccio. - Esco a prendere una boccata d’aria. Alzai il braccio nella speranza di riuscire, con un gesto disinvolto, a divincolarmi dalla sua stretta. Le dita affondarono nella carne, lo strattonai ma fu inutile, mi afferrò con entrambi le mani, poi le labbra si contrassero in una smorfia di dolore e stupore non appena gli piantai il pugno destro nella coscia. Osservai la gamba cedere sotto il peso del corpo e adagiarsi a terra in una pozza nera. Intorno a me si aprì una voragine. Ero stordito e confuso, feci un passo verso l’uscita e poi iniziai a correre. Divoravo l’aria umida della strada mentre l’asfalto digeriva i miei passi pesanti. Svoltai in un vicolo e mi accucciai dietro un’auto, avevo bisogno di riprendere fiato e riordinare le idee. La mano stringeva ancora il coltello, ripiegai la lama senza guardarla. Attraverso le stradine giungevano gli schiamazzi e le sirene delle guardie, dovevo allontanarmi il più velocemente possibile. Mi rimisi in marcia, senza correre, costeggiando i muri di cinta e le macchine parcheggiate, guardandomi continuamente le spalle. Anche il quartiere dove ero nato e cresciuto mi appariva minaccioso. COOLIBRÌ 9


70. COLPI DI CODA Marco Montanaro

la nostra relazione ebbe dei colpi di coda tra l’aprile dell’86 e il maggio dell’87. di quegli avvenimenti che restringono il campo degli equivoci nascondendo un po’ di polvere sotto il tappeto. fu quasi tutto per merito suo, devo ammetterlo; in aprile uscì il suo primo libro di poesie, dei componimenti che un suo amico critico non voleva smettere di definire di derivazione orientale. io, che ora non so dire fino a che punto la conoscessi, non saprei neppure se ci fosse qualcosa di orientale nelle sue poesie. certo erano brevi, e dolci, e leggere; di una leggerezza che mi faceva invidia in fondo allo stomaco, forse neppure m’accorgevo. a dicembre di quell’anno, arrivò la malattia. entravamo e uscivamo degli ospedali, a volte ci rimanevamo per qualche giorno. io non potevo non starle accanto. in quel periodo lei non riusciva a parlare molto. ma lo sentivo, sentivo quello che provava, una grande forza d’animo con cui si difendeva, come dire, da quel tentativo del destino di metterla in ginocchio. sapeva di non potersi permettere neppure mezzo passo nella disperazione, perché avrebbe inghiottito anche me, e per intero. e allora forse il malato, il paziente, ero io. io che l’aspettavo, senza riuscire a proteggerla. quando si fu finalmente ristabilita del tutto, verso metà primavera, decise di affittare un piccolo appartamento sulla costa ovest coi pochi soldi che aveva fatto col libro. si trattava di un regalo per noi due; ci stabilimmo sulla costa fino a maggio, in un periodo magnifico per stare al mare. eravamo solo noi due e qualche amico che veniva a trovarci, di tanto in tanto. lei era bella, e contagiosa. per molto tempo sono stato impegnato a mettere radici nel vuoto. perché non è vero che ci sono persone incapaci di mettere radici; chiunque, anche senza accorgersene, è in grado, chiunque è impegnato a farlo. persino nella mancanza di qualsiasi ambizione, di qualsiasi idea che ti porti a guardare oltre la luna del giorno dopo. ecco, io non avevo ambizioni, e come ogni persona del genere ero molto pericoloso. mettevo radici, ma nel nulla, nell’indefinito, radici che consumavano la pianta stessa. agli occhi dell’altro dovevamo apparire molto maturi: non tanto nel non cercare una spiegazione quanto nel non voler giustificare in alcun modo la fine; o forse era solo il sintomo di una certa stanchezza. ci allontanammo un giorno come tanti; ed io non so dove sia finita, non lo so, non lo so quel tanto che basta per augurarle ancora buona fortuna. [tratto da malesangue.tumblr.com – 169 inni, canti e salmi] COOLIBRÌ 11


4 MAGGIO 2009 Simona Anna Soranno

4 maggio 2009 - ore 17-23 Oggi vorrei donarvi 6 ore della mia serata del 4 maggio 2009. Ho incontrato delle persone e stranamente mi sono accorta di loro, non mi sono passate silenziosamente accanto nella furia di questo mondo. No! Mi sono dovuta fermare al loro passaggio e ascoltare i loro cuori e le loro visioni impetuose. Il tempo sovrano quasi non aveva importanza. Queste persone mi hanno presa con forza e sbattuta nelle loro vite e hanno riversato nella mia ignara esistenza le loro esperienze. Voglio rendervi partecipi di questo grande regalo che loro hanno fatto a me. La prima di queste persone era diretta a Sharm el Sheik, luogo di vacanze e intrattenimenti distratti, dove il sorriso sembra quasi un obbligo, dove il sole non bacia solo i belli, ma rende ogni cosa più luminosa e calda ed i colori di quel mondo sono un miraggio riflesso nelle iridi dei passeggeri della Livingstone. Questo signore però non ha lo stesso sguardo degli altri passeggeri dello SSH, sono due occhi dal colore del mare prima di una burrasca, due occhi navigati e quieti. Una voce allegra e profonda dona vigore e saggezza alle sue parole. Ha 86 anni, andrà a riposare le sue indolenzite membra senza sua moglie, salita in cielo, come dice lui, da quasi dieci anni. La dolcezza e la nostalgia di quell’amore mi hanno fatto tremare le gambe, per la prima volta mi sono accorta che può esserci un modo di vivere nell’attesa della morte, forma di una speranza, nella ricongiunzione con la persona amata, strana ma non difficile da comprendere per me che ho solo 22 12 COOLIBRÌ

anni. C’è un abisso tra me e lui, non solo per il tempo che è trascorso dalla sua nascita alla mia. Mi parla della Francia, c’è rimasto per 52 anni per studio e lavoro; quando gli chiedo che studi ha seguito a Parigi mi risponde con “Ingegneria” e guardando in cielo con un sorrisetto furbo “… dello spazio. Mi ha permesso di progettare satelliti, radar … pacemaker” accentuando il tutto con una curiosa pronuncia francese e toccandosi il petto. Anche a lui è toccato indossarlo. Mi spiega quanto sia importante fare le cose utilizzando tutte le risorse che abbiamo a nostra disposizione, tutta la nostra intelligenza, tutto ciò che possiamo dare e imparare, per noi e per gli altri. Spesso in Francia ci torna, a trovare sua moglie, adesso lei abita lì, vicino Jim Morrison. A lui piacciono le lingue: l’inglese lo parla con i suoi customers, produce olive e olio come una buona parte dei pugliesi e una volta l’anno riceve una telefonata dai suoi nipoti interessati alla qualità del nuovo raccolto. È bello sentirli, almeno quell’unica volta. A lui piace leggere, a Sharm non andrà al mare (non ha più l’età per certe cose,mi fa intendere), però porta con sé una buona dose di libri, che non lo abbandonano mai nei suoi viaggi e me ne consiglia uno, che ha a portata di mano, nella prima tasca della borsa dello stesso colore dei suoi occhi … “Malafemmina” la vita di Totò. Io sorrido, perché … che cosa sono le nuvole? Troppo presto, nonostante le due ore di ritardo è partito. Buone vacanze signore! Altro giro altra corsa, arriva da Bergamo, è il bambino più gioioso che io abbia mai visto, si chiama Davide. Appena i nostri sguardi si in-


contrano mi sorride, uno di quei sorrisi che ti tolgono il fiato e ti fanno comprendere il valore dell’aria nei tuoi polmoni. Il piccolo Davide non riesce a parlare, mi indica l’aereo da cui stiamo scendendo con gli occhi luminosi, elettrizzato dal viaggio che ha appena fatto. Ha già viaggiato tante volte e l’ultimo gli è decisamente piaciuto, lo comprendo dal suo sì convinto che mi indica con un movimento veloce della testa alla mia domanda curiosa. Mentre viaggiamo in ambulift, ancora una volta il braccio di Davide si alza e il suo dito indica la torre di controllo, il suo bel faccino corrucciato in un’espressione interrogativa. “È una caffettiera gigante! Alle prime luci del giorno corrono tutti qui per fare colazione.” Gli racconto io, nella speranza che ancora una volta mi regali il suo meraviglioso sorriso. Non perde tempo, Davide mi regala il più bello. Siamo arrivati a destinazione, la mamma attende un po’ in ansia di rivedere la sua piccola vita. Davide è di nuovo con i suoi genitori, a loro regala un bacio. Che meraviglia, non si dimentica di me, si volta, mi guarda con un faccino triste che non avrei mai pensato facesse, fa un cenno della manina e continua a fissarmi sino a quando non sparisco dalla sua vista. Pochissimi minuti per questa signora con una mascherina e foulard in testa, tragitto brevissimo il mio accanto a questa donna, viene da Milano Malpensa, ieri è stata dimessa dall’ospedale, dopo un mese di reclusione nei locali asettici e bianchi. Appena uscita voleva andare a fare shopping, mi racconta la sua accompagnatrice. La signora scoppia a ridere e ilare mi dice che era tutta colpa dell’euforia, voleva vedere le strade di Milano piene di gente e i negozi di cui tutti parlavano. “Non c’è l’ho fatta, ma la prossima volta la faccio stancare questa ragazzaccia!!” riferendosi alla sua accompagnatrice, invece teneramente rivolgendosi a me, chiede perdono perché è troppo pesante e la strada è lunga. Io le sorrido… non si rende conto della sua leggerezza nel corpo e nello spirito. C’è chi arriva e c’è chi parte ... E questa partenza è piena di speranze. L’ho già incontrato questo signore dagli occhi grandi, è dimagrito dall’ultima volta che ci siamo visti e la sua pelle si è ingiallita. Lo ricordo bene, stava aspettando un nuovo fegato, il suo purtroppo non funziona più. Mi riconosce anche lui, mi saluta affettuosamente e mi guarda con un po’ di tristezza: “è l’ultima chiamata“ mi dice. Ultima possibilità per un organo sano. Una vita spezzata che può diventare dono e vita per gli altri. Io sono qui ad assisterlo, che posso fare se non sperare e donargli ciò che sono? “Farò una preghiera

per Lei” e lui è contento così, mi sorride e mi ringrazia. So che tornerà, questa volta andrà bene. 22.30 - Buio. Arriva la Myair da Venezia. Ed eccolo il nuovo arrivato, quando gli offro le mie mani sorride di tanta generosità e con la sua afferra sicuro il mio gomito sinistro. Devo guidarlo sino al suo posto e descrivergli cosa potrebbe intralciare il suo percorso. Quando ci sediamo cala il silenzio, questa volta il silenzio mi imbarazza ma non durerà molto: “È da ieri sera che sono in viaggio, finalmente sono arrivato!”. È a casa, torna da Bangkok questo viaggiatore solitario. Non riesco a trattenermi. Ho trovato un rarissimo viaggiatore per antonomasia, uno di quelli che gira il mondo per assaporarne ogni singolo dettaglio, ormai li riconosco quasi subito. Ho sempre sognato essere una di loro. E io su di giri per averne trovato un altro: “e com’è Bangkok????” Aspetta, aspetta, la mia testa va in una direzione: sarò mica un’insensibile? Ma insomma Simona non vedi che è cieco? Mi si gela il sangue nelle vene in quell’attimo, sono stata precipitosa, istintiva. Per lui però non ho sbagliato proprio niente, sorride alla mia domanda e inizia a raccontarmi di quella città, di quel mondo, in un modo straordinario. Dritto all’essenziale, alla vera radicalità della cultura thailandese, parla dei cuori della gente, del bene che fai e ti ritorna, di un progresso che tutti ti dicono inesistente ma che è tangibile e supera la nostra cultura. I veri poveri siamo noi, non abbiamo ancora capito che tutto parte dal cuore. Avrei voluto che restasse a parlare con me molto tempo. Ho incontrato per la prima volta nella mia vita un uomo che comprende e legge la realtà per quella che è, senza badare alla apparenze, ai giri di parole, ai ghirigori assurdi che facciamo intorno alle cose essenziali. Mi ha parlato di pace interiore, del mondo interiore di altre persone che ha avvertito solo dal suono delle loro voci, dagli odori della loro terra. Ho sempre pensato alla vista, come uno strumento necessario per osservare il mondo, ai colori come delle straordinarie emozioni della natura senza cui non potrei vivere. Ancora una volta mi sono resa conto che ho molto da imparare, devo ancora viaggiare tanto nei cuori della gente che incontro … ci sono mondi inesplorati e silenti, che aspettano di essere scoperti e la vera bellezza è lì, la incontri per strada ogni giorno. Grazie a chi ho incontrato, a chi sto incontrando ora e a chi incontrerò. Mi rendete una persona diversa, continuate a farmi viaggiare, io sono sempre pronta a partire! COOLIBRÌ 13


È una strana sera di giugno. Coi contorni delle cose liquefatti, imperfetti. Una sera in cui ti racconterò del mio nuovo lavoro stupido. E lo farò utilizzando le stesse parole di tutti. Quelle parole corrose, senza dignità. Quelle parole ripetute fino alla morte, sempre uguali a se stesse. Quelle parole che ci illudono di dire veramente qualcosa. Quelle parole che forse ci fanno esistere. Che ci ficcano in un ruolo, vendicative, a forza d’esser spinte fuori dalla gola. Il caldo si è appena affacciato sopra un mese senza pretese ed io calcolerò ogni mossa. Tu sei tornata solo per pochi giorni, chissà da dove. Da una città che non conosco. Da una distanza che non coprirò mai. In questi mesi hai guidato a fari spenti come un bolide invisibile tra i cunicoli di dentro. Tra le viscere, gli incroci. In questi mesi ho pensato a te, credendo di poterti sentire lontana. Ma questa è la sera della grande valutazione. Questa è la sera in cui metterò i tuoi occhi sulla bilancia. E senza utilizzare alcun contrappeso. Quando arriva il caldo la gente alza la voce. Quando arriva il caldo la gente si sente in diritto di allargare la bocca utilizzando quelle parole che dicono sempre di calcio e contratti, sogni sbiaditi, amori senza sangue e macchine nuove. Quando arriva il caldo il ghiaccio incomincia a scivolare nei bicchieri. Nelle bocche. Il ghiaccio incomincia a tintinnare, e a noi tutto questo sembra quasi vita. Nell’indecisione su quale camicia indossare resto

immobile e senz’aria seduto sul bordo di un letto che forse ricorderai. Accendo una sigaretta. C’è qualcosa che somiglia alla paura. C’è qualcosa che tento di arginare, qualcosa che riesco ad arginare perché questo tuo finto ritorno risulti perfetto una volta che si sarà installato tre le pareti della scena. Fumo. Artiglio l’idea di una mossa che dovrò compiere. Come inarcare un sopracciglio. Come lasciarlo scivolare. Da qualche parte bisogna pur iniziare. Da qualche parte bisogna pure incominciare a tessere i fili di una tela che non so se sarà così forte da intrappolarci una volta per tutte. Sì, ti parlerò di questo nuovo lavoro stupido. Ti dirò della mia nuova vita. Si dice così. Tu mi dirai della tua. Sei già un bolide che sguscia velocissimo ed urta contro le pareti del mio dentro. Questo dovrai saperlo. Ma te lo dirò solo una volta che la sera si sarà mostrata senza difese. Una volta che avrò scelto già da molte ore quale camicia indossare. Una volta che ci saremo definitivamente assentati da noi stessi, per mostrarci nudi e quasi arresi. Resto fermo sul bordo del letto. I muri sono esattamente dove sono. Il vicino ucciderà a sangue freddo. Sale una vampa giù dal fondo e per un momento sono già seduto al tavolino, di fronte a te. In quel bar all’aperto. Nel posto in cui forse vorrei essere per sempre. Nel posto in cui forse avrei voluto. Sentire le epoche crollare mentre ti sfioro la mano.

DA QUALCHE PARTE Stefano Zuccalà 14


COME I CASTELLI DI CARTE Marzia Grillo

Le cameriere non andavano mai bene, e lo splendore non andava mai bene. La brillantezza. Diceva che la brillantezza lo abbagliava. Teneva le tende spesse e le lampadine a basso voltaggio, ma appena usciva noi aprivamo tutto, ci tenevamo in equilibrio sul balcone ad angolo, ci spogliavamo davanti alla finestra, accendevamo tutte le luci e lasciavamo il frigorifero aperto per via dell’alone azzurrino. Da lui ci facevamo portare il caffè a letto. Nei ristoranti facevamo la parte delle figlie viziate. Poi loro si baciavano davanti alla cameriera, e io restavo la figlia viziata. Buttavo i bicchieri per terra per attirare la loro attenzione, poi facevo finta di piangere di rabbia e lui pagava il conto con la carta di credito. Le cameriere mi asciugavano le lacrime con il grembiule. Avevamo tre bicchieri davanti e lui mi aveva versato da bere per prima. Poi aveva sorriso senza esagerare. “L’amore costruito sui compromessi è come i castelli di carte” aveva detto, poi aveva fatto una pausa con la bottiglia alzata, ma la cameriera gliel’aveva tolta di mano: pensava dovesse essere lei a versare il vino. Lui ci aveva costrette ad andare via senza mangiare. “La presunzione è come i castelli di carte” aveva aggiunto. “Sono stanca di vederti al buio” mi aveva detto lei. Dormivamo bendati perché la fortuna è cieca. La mattina presto, quando lui si faceva la barba, gli contavo le rughe. “Le tue rughe sono i nostri compromessi” avrei voluto dirgli. Invece gli toccavo il mento e dicevo che era venuto perfetto. Avremmo dovuto scommettere di più sul futuro, invece di dormire nudi per la prima metà della notte. Poi a me veniva sete. Poi scavalcavo lui, svegliando lei. Uno dei due si alzava. Quando tornavo, non sapevo mai chi era rimasto. Non lo riuscivo a vedere, perché eravamo rimasti abbagliati dalla fortuna. Avevo le mie chiavi di casa, me le avevano date al ristorante. Lei mi aveva tenuto le mani dietro la schiena, lui mi aveva detto di chiudere gli occhi e aprire la bocca. Pensavo fosse un nuovo tipo di liquore, e invece era mercurio-argento contro i denti. Era freddo. Era sensazionalismo, e narcisismo, era puro esibizionismo. La cameriera aveva riso. “È come dare il coltello ai bambini” aveva detto. Lui l’aveva fatta licenziare. Erano andati e tornati da così lontano, lasciandomi la casa. Io ci avevo messo due giorni. Erano in salotto, sul balcone ad angolo, in equilibrio sui bicchieri. Erano nel lavandino del bagno, in bilico sulle cornici spesse dei quadri spessi. Erano sotto il letto, castelli di carte di vario tipo, più e meno complessi, più e meno riusciti. Con tutte le luci accese. Con tutti gli specchi che le riflettevano all’infinito, e gallerie di compromessi, e il bianco dei bordi, e fari al neon a sottolinearne l’imperfezione. 15


TUNNEL Francesco Santoro

Foto di Martin-Neuhof on Flickr.com

L’appuntamento era alle otto di sera a metà del tunnel scavato sotto la ferrovia. Lei non veniva. L’attesa fu ansiosa fino alle dieci, poi s’illanguidì nelle necessità della fame. Aspettai comunque fino a mezzanotte. Non potevo credere che non arrivasse, almeno per quell’ora, almeno per dirmi che le era accaduto un contrattempo o non poteva vedermi perché stanca o a causa di un’indisposizione momentanea. Lei però non venne. Mi poggiai al passamano di ferro, che divideva il marciapiede dalla strada sotterranea, per avere qualche secondo di sollievo dopo l’attesa estenuante. Cercavo, nel contatto con il ferro, l’energia essenziale per incamminarmi verso casa, ritornare alla sicurezza delle pareti domestiche. Dopo due minuti o anche meno, senza rendermene conto, come altrimenti? mi addormentai. Al mattino fui destato dalle accelerazioni e dal fumo del 16 COOLIBRÌ

traffico delle otto. Lentamente mi rizzai in piedi tenendomi alla ringhiera. Scoprii di avere ampi giramenti di testa. Tenendomi alla ringhiera come all’unica fonte di salvezza, mi misi a sedere, lentamente strisciai il culo sul marciapiede spingendo con i piedi, fino a toccare con la spalla la parete ruvida della galleria. Automobili motorette furgoni sfrecciavano come maledizioni dinanzi agli occhi ancora intorpiditi dal sonno. Una bicicletta rossa mi sfiorò le dita dei piedi, la seguii con lo sguardo fino a quando non la vidi sparire con un salto dal marciapiede nel cerchio di luce in lontananza. Studenti, un’anziana signora seguita dal carrellino della spesa vuoto, donne e uomini d’ufficio passarono frenetici, indifferenti alla mia presenza. Solo qualcuno osava buttare uno sguardo di disprezzo; l’anziana signora guardò compassionevole. Nessuno si scusava.


A poca distanza goccioloni scuri d’umidità cadevano dalla volta ricurva del tunnel, formando un rigagnolo nero che cascava dal marciapiede in strada. Nella spossatezza osservavo come quelle grosse gocce alimentavano il fiumiciattolo e la pozza. Non ebbi il tempo di pensare alla mia situazione, quando l’anziana signora di ritorno dal mercato mi offrì del pane e un’arancia. Non potevo far altro che mangiare. Se n’andò silenziosamente lanciandomi un sorriso triste. L’immagine di quel sorriso rimase dinanzi agli occhi l’istante necessario alla scomparsa della minuta figura verso il punto di fuga del tunnel. Dimenticai di ringraziarla, ma mangiai con gusto. Il frastuono del traffico si amalgamava a quello delle rotaie sulla mia testa. Sedevo dalla parte opposta ai tubi di scarico delle vetture, con scarso beneficio. Non potevo andarmene. Dimenticai. Dimenticai l’attesa, la casa, il lavoro, la famiglia, gli amici. Nell’idiozia ero solo. A sera un uomo della mia stessa età mi guardò un attimo, sorpassò, tornò indietro. Aveva l’impermeabile zuppo di pioggia, accovacciandosi bagnò parte della gamba e del mio braccio sinistro. Disse alcune parole che non ascoltai, diede una pacca sulla spalla, si sedette al mio fianco, continuò a parlare ininterrottamente. Non lo ascoltavo, non per indifferenza, ma a causa dello sforzo che l’ascoltare comporta. Mi venne in mente il sogno fatto la notte precedente. Glielo raccontai interrompendo il suo soliloquio in un punto importante, tanto che l’uomo contrasse il volto in una buffa espressione. Aveva tratti scarni, occhi neri incavati nell’arco delle sopracciglia sporgenti e folte, labbra pronunciate. Raccontai il sogno. “Ieri notte il tunnel era morbido: mi rigiravo sul marciapiede come tra le coperte. All’improvviso, mi alzai ad occhi chiusi e spinsi con una spalla sulla parete morbida, carnosa. Era caldo e rosso. Cominciai a girare su me stesso, le spalle sprofon-

date nella parete curva fino a quando non caddi di faccia sul marciapiede che morbido mi accolse…” A questo punto l’uomo si alzò, guardò con espressione di rimprovero e pronunciò: “Sempre gli stessi… Morirete tutti. Aspettatemi quando sarà!” Se ne andò con passo sicuro. … Il tunnel iniziò a muoversi simile al ventre di una serpe o a un lombrico. Io mi sentivo al sicuro, confortato dal tepore: sentivo l’acqua interna alla parete passare da una parte all’altra, schioccare come se contenesse, oltre l’acqua, bolle d’aria. Mi destai a causa di uno starnuto. Nuovi giorni trascorsero uguali a loro stessi senza che riuscissi a muovermi, a spostarmi dalla realtà del tunnel. Dopo quel sogno non sognai più o, almeno, non ricordai più alcun sogno. Tra mattino sera pomeriggio notte non sussisteva differenza. Del resto non sapevo nulla. Ogni tanto uno studente mi lanciava una moneta, non sapendo che farmene gliela rilanciavo dietro o contro le auto. Due guardie mi passarono dinanzi, si fermarono un attimo, come sull’attenti, ebbi un momento d’esitazione, scambiarono qualche parola tra loro, scivolarono via com’erano giunti. Mentre mi grattavo la nuca e le orecchie, uno scalpiccio di passi mi distrasse. Erano i tacchi di due donne. Alzai lo sguardo per meglio guardare. La luce arancio dei lampioni illuminava debolmente il volto noto. Era lei. Non ebbi la forza di parlare, se non quella di emettere un timido singulto di bestia ferita. Lei si volse. Mi guardava senza alcuna espressione in viso, mi riconobbe, sussurrò all’orecchio dell’amica qualche parola che non compresi e subito distolse lo sguardo e le gambe dalla mia testa. Superò la metà del tunnel senza difficoltà. Mentre andava per la sua strada, in compagnia dell’amica, sentii che le disse. “È fantastico sapere che qualcuno ti ama”. COOLIBRÌ 17


Foto di Hamed Saber on Flickr.com 18


OMBRE Deadtoday

“Conobbi la paura, l’amore, l’odio, il dolore, l’azione. E la morte.” Percy B. Shelley Dall’ottantacinquesimo piano 14 agosto 2010

Kurtz Vecchio mio, è Ferragosto! Sei felice? C’è morte nella tua spiaggia? Nella mia si. Oggi pomeriggio mi sono addormentato e ho sognato l’apocalisse. All’improvviso le ombre degli alberghi si avventavano sulla sabbia con l’evidente intenzione di inghiottirci e nessuno sembrava aver possibilità di scampo. E’ stato orribile, mi sono svegliato urlando e c’ho messo un mucchio di tempo a ritrovare il contegno. Piuttosto, ti è mai capitato di aver paura della tua stessa


Ombra? Voglio dire, temere che questa un giorno di questi possa prendere il sopravvento tanto da spingerti a fare cose che tu non faresti mai? Certo, è una paranoia vecchia come il mondo, nulla di nuovo sotto il sole, ma per quel che ne so, può succedere davvero. E non è cosa da prendere alla leggera. Faccio qualche esempio, senza stare a pensarci troppo. Sicuramente deve essere accaduto a Gilles De Rais, nell’anno del Signore 1432 che dopo aver combattuto per la cattolicissima Francia ed essersi distinto in azioni di bontà e coraggio, a quanto pare decise all’improvviso di passare le sue giornate torturando e uccidendo tutti i bambini che gli capitavano a tiro di spada, fischiettando motivetti arcani che nessuno aveva mai sentito prima. Deve essere successo, intorno alla metà dell’Ottocento, pure a Vincenzo Verzani, il primo serial killer italiano, che passò in un batter d’occhio da essere ragazzo esemplare e tranquillo a feroce assassino dallo sguardo dannato. E di certo, per arrivare ai giorni nostri, non può che essere accaduto a Bernard Cantant, leader dei Noir Desir, che mentre inneggiava alla pace e all’anarchia bastonava a sangue l’amata Tirtignant tanto da spedirla all’altro mondo. Storie terribili, mostruose sinfonie di Ombre che all’improvviso si ribellano al loro padrone e lo rendono schiavo dei suoi luoghi oscuri. E allora? E se, come ti dicevo, un giorno fosse la nostra Ombra a ribellarsi? Cosa proveresti a fare per neutralizzarla? Sventoleresti bandiera bianca o gli daresti un appuntamento inderogabile dall’altra parte della barricata? Impossibile dirlo lo so, ma d’altronde i fili che ci tengono ancorati alla realtà si sono fatti sottilissimi. Meglio la pillola rossa? O quella blu? Poche storie. Sono i Tempi Moderni. Ci vogliono i nervi saldi! Per tornare al punto, a volte amico mio, mi viene da pensare che le nostre Ombre stiano da secoli reclamando un diritto all’esistenza che solo a tratti gli abbiamo concesso e che adesso siano di nuovo sul piede di guerra. Non è escluso che un’alba di queste, svegliandoci, ne vedremo a migliaia oscurare il nostro orizzonte, pronte a marciare in perfetto assetto da guerra verso l’accampamento. E noi, del tutto privati della nostra parte oscura, eccoci lì, incapaci di fare cerchio per difenderci, completamente ipnotizzati e paralizzati da una visione per forza di cose immensamente pura, che di fatto non ci appartiene. Chissà, forse dovevano aver presente proprio questo agghiacciante scenario i vecchi mistici quando, nei loro sermoni, tracciavano un cammino verso la luce pieno di ostacoli e trabocchetti. Dovevano essere perfettamente consapevoli del fatto cioè, che nessuno all’Eden sarebbe mai veramente arrivato e che le ombre alla fine avrebbero comunque prevalso. Oppure no? Ok, ok, la mollo qui. L’esistenzialismo è una brutta bestia. Di sicuro appartiene proprio alle Ombre e non vorrei passare per un collaborazionista. Ovviamente però la storiella di questa sera è a tema. Come al solito prendila per quella sciocchezzuola che è. Ci si sente presto Cuore di Tenebra. Tuo Dead.

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MARTA E LE OMBRE Fuori la neve era alta e faceva così freddo che persino i pensieri si congelavano sotto le papale di lana, prendendo forme bizzarre. Marta guardava le Ombre. Nel muro stavano appiccicate come dipinte ma, senza fare rumore, lentamente cambiano forma. Marta provava a chiudere gli occhi nella speranza che fossero sogni. Quando li riapriva però, le Ombre erano ancora lì. La mamma di Marta era da poco uscita a fare la spesa e difficilmente sarebbe tornata prima di sera. Marta era ormai grande e in casa poteva stare tranquillamente da sola. Se solo non ci fossero state le Ombre. Marta strinse forte Pepito, il suo orsacchiotto di lana. Per un attimo ebbe un po’ meno paura e le sembrò anche che le Ombre si fossero finalmente fermate. Quando stava per tirare un sospiro di sollievo, una di queste all’improvviso si mosse e scivolò sul soffitto. Marta la seguì con lo sguardo, fino a quando questa non si accucciò vicino al lampadario. Marta avrebbe voluto alzarsi e correre via, portare anche Pepito al sicuro. Ma aveva paura. Era sicura che se solo ci avesse provato, le Ombre le sarebbero saltate addosso per prenderla e portarla nel buio. Aveva deciso! Avrebbe aspettato il ritorno di sua madre e le avrebbe raccontato tutto. Di sicuro lei avrebbe capito e sarebbe stata capace di fermare le Ombre. Il tempo lentamente passava e Marta, muovendosi appena, pensava. Pensava alle Ombre, pensava al presente e pensava al passato, per cercare di capire quando tutto era cominciato. Quando era uscita l’ultima volta? Doveva essere stato almeno un mese fa. Di sicuro prima che le prendesse la febbre. La febbre! Forse era stata quella a farle vedere le Ombre. Aveva, una volta, sentito una brutta storia giù in paese che raccontava di una vecchia che viveva in collina e che vedeva le Ombre. Forse si trattava di un virus. Per questo le era presa la febbre. Le Ombre guardavano Marta e Marta guardava le Ombre.

Marta abbracciò ancor più forte Pepito e le venne da piangere. Nessuno le avrebbe creduto. Già una volta, anni prima, aveva provato a raccontare a una sua amica la storia delle Ombre e da quel giorno non l’aveva più rivista nè sentita. Chissà, magari l’avevano rapita le Ombre. Le Ombre si mossero ancora. A Marta tornò in mente quando era piccina, piccina e ancora credeva a Babbo Natale. A quel tempo le Ombre ancora non c’erano. Poi la vita aveva fatto il suo corso ed era successo quello che era successo. Aveva cambiato casa ed era andata a stare in collina. Forse era quello il segreto! Le Ombre da sempre avevano vissuto in quella casa e lei sola era riuscita a vederle. La paura divenne improvvisamente tristezza. Anni passati in quella casa senza poter confessare a nessuno quel che vedeva. Sola, in compagnia delle Ombre. Marta prese coraggio, mise a letto Pepito e si alzò. Aprì l’armadio e tirò fuori un album di vecchi ricordi. In una foto c’era sua madre. Com’era bella, come era giovane. Com’era morta? Non se lo ricordava. O forse non lo aveva mai saputo. Comprese però, che entro sera non sarebbe tornato nessuno. Ormai da anni Marta stava in quella casa da sola, in compagnia delle Ombre ad aspettare che tornasse sua madre. C’era diventata vecchia. E lo sapeva che giù in paese dicevano che era matta. Marta richiuse i suoi ricordi nell’armadio e tornò a distendersi a letto insieme a Pepito. Le Ombre danzarono nella parete. Le Ombre. L’avevano accompagnata per tutta la vita e per tutta la vita le avevano fatto paura. Ora però sentiva che era quasi finita. Dopo tutti quegli anni passati chiusa nella casa in collina, presto sarebbe di nuovo uscita. Marta strinse di nuovo al petto Pepito. Poi chiuse gli occhi e sperò nelle Ombre. E finalmente le piombarono addosso. COOLIBRÌ 21


MORTE MISTERIOSA DI UN PRESIDENTE DI PROVINCIA Antonio Bufi

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Tutti quanti, nel paese, si chiedevano ancora di che accidente fosse morto o’ Presidente. Sempre scortato, con due guardie del corpo che sembravano un armadio e un comodino, uno grande e grosso, l’altro basso e tozzo. Batman e Robin, li avevano soprannominati. Camminavano sempre uno avanti e l’altro dietro. O’ Presidente in mezzo. Inseparabili, come il suo grande cane che sembrava un pony, un mastino napoletano originale, tanto originale che si chiamava Masaniello. Camminava, con quel passo dinoccolato, e sbavava dappertutto. Sempre in quattro, ovunque andasse; forse anche al bagno, o’ Presidente veniva accompagnato dalla sua scorta. Facevano ridere. Non incutevano timore o rispetto, tutti quanti sghignazzavano al loro passaggio. E o’ Presidente lo sapeva ma era così pieno di sé, che neanche credeva all’evidenza. Ma lui era il padrone di tutto nel paese, e anche nei dintorni. Fatto sta che una mattina furono ritrovati morti ammazzati sulla spiaggia nera, con il cranio fracassato tutti quanti. La cosa buffa era che a quanto pare Masaniello, l’unico superstite che per quanto fosse un mastino, era fesso pure lui, si era strafocato i loro cervelli. Lo trovarono accucciato vicino ai cadaveri con la bocca ancora sporca di sangue e materia cerebrale. Uno accanto all’altro, le guardie del corpo ai lati e o’ Presidente in mezzo. I loro piedi erano lambiti dalle onde. Nessun segno di collutazione a parte il cranio sfondato. Brutta morte. Brutta storia comunque. Già le voci cominciarono a circolare nel paese. Si diceva che o’ Presidente avesse fatto uno sgarro a qualche mafiosetto del posto, uno di quelli che non contano niente ma abbastanza avido da ordire una vendetta del genere. Uno di quelli che non hanno niente da perdere. E di mafiosetti così, il paese ne era pieno. Ogni sera sostavano mezzi ubriachi nei bar sul porto, con birre e sigarette accartocciate nei posacenere, che si davano aria da bulli ma facevano ridere pure loro. E a guardarli adesso, si vedevano anche mezzi sollevati dal fatto che qualcuno avesse pensato a farlo fuori, o’ Presidente. Si diceva anche che mettesse le corna alla moglie, anzi, alla compagna Guendalina, quella che lo aveva fregato facendosi mettere incinta. Perché come detto prima, magari o’ Presidente si faceva chiamare anche così, ma era proprio un fesso. Insomma, si diceva che avesse scoperto una tresca tra lui e una sua segretaria, una di quelle fessotte da paese che pensano di aver trovato l’america e invece hanno trovato solo niente. Che tra l’altro, o’ Presidente era pure brutto da vedere, e una donna, con lui, ci andava solo per i soldi che lui farneticava di avere giocando a fare il potente, invece era solo un intrallazzista senza arte né parte. Uno stupidotto insomma, di quelli tutto fumo e niente arrosto, con la porsche, il rolex, case sparse e vestiti da pezzente alla fine. Che per fare certe cose, comunque un certo stile ce lo devi pure avere. E Guendalina, scoperta questa sedicente tresca, aveva ingaggiato qualcuno che potesse ucciderlo insieme a quegli altri fessi di Batman e Robin. E si vociferava che questo qualcuno fosse un tale di nome Mingo, un altro che a vederlo sembrava il più fesso di tutti, e invece era il più furbo. E già, perché lui faceva il dog sitter, proprio così, accudiva Masaniello quando o’ Presidente spariva per qualche giorno per delle sue riunioni fuori dal paese, a Roma o a Milano. In cambio aveva pasto caldo mattina e sera, una manciata di soldi a fine mese, e le tette di Guendalina quando poteva. Perché anche Guendalina rendeva pan per focaccia a o’ presidente e lo faceva con Mingo. Altro che fesso! Lui era quello che ci guadagnava più di tutti, visto che Guendalina era giovane, carina, con un pacco di belle tette e anche una grande porca. Solo che anche Mingo era bruttarello e insomma, alla fine non si capisce come tutti questi brutti avessero queste amanti. Poi c’era la talpa, la sorella do’ Presidente, brutta come la morte, forse anche di più, con due occhialetti alla Togliatti che neanche Togliatti, se fosse ancora vivo, li avrebbe più usati. Anche lei si diceva in giro che si facesse montare da Mingo, forse perché era il dog sitter e a questo tipo di bruttazze piacciono le fantasie sporche. Forse perché si facevano guardare dal cane o Mingo, alla fine era superdotato. Tuttavia si diceva in giro anche questa cosa, che la talpa avesse fatto ammazzare il fratello per l’eredità, lei che nella vita non era stata capace di fare nulla, incapace anche di comprarsi un paio di occhiali nuovi e che alla morte del padre, il potente Don Nicola che la sistemava a destra e a manca pur di togliersela dalle scatole, più nessuno le desse credito. Compreso il fratello. Ecco perché si mormorava in giro questa cosa, anche se di soldi diciamo che nessuno era sicuro che o’ Presidente 24 COOLIBRÌ


ne avesse, e la sua era tutta una pagliacciata. La polizia non sapeva che pesci prendere, a parte i tre cadaveri trovati sulla spiaggia, messi in tre sacchi neri e portati all’obitorio. Indagini ne vennero fatte, naturalmente. Ma non ne venne fuori nulla. Furono tutti interrogati, uomini, donne, forse anche a Masaniello venne fatta qualche domanda. Ma si sa, i cani non possono parlare. E Masaniello… figuriamoci, per quanto fesso era, non riusciva neanche ad abbaiare. Finì che passò l’estate e arrivò l’inverno, tutti quanti ripresero a fare la loro vita, con le loro tresche, le birre al bar del porto, gli inciuci vari, i superalcolici scolati fino alle quattro di mattina. O’ Presidente lentamente divenne una chiacchiera da quartiere, e tutti quanti vissero felici e contenti. … Alla fine di settembre, tutto comincia a cambiare. I colori, i profumi… gli ultimi limoni si fanno più pesanti sotto la lucentezza del tramonto. L’erba si mischia nel blu degli scogli, e il mare visto da una finestra sul golfo di Policastro, è un’immensa lama incastrata tra il cielo che si abbassa e gli occhi di Corrado. Rimangono lì fermi incantati a guardarlo, un’ultima volta. Adelina finalmente è stesa dentro il letto, dopo una giornata passata sulla sedia a rotelle senza muovere neppure un muscolo se non gli occhi, e a sentirsi umiliata ogni volta che Corrado le pulisce quello striminzito rivolo di saliva che le cola dalla bocca. Corrado si sposta dalla finestra, il venticello scosta lievemente la tenda mentre lui si avvicina ad Adelina, le accarezza la mano mentre l’orologio continua a girare e lei non può muoversi. A quarantacinque anni stesa su un letto senza nemmeno poter muovere un dito dopo essere stata falciata dalla Porche del Presidente, quell’uomo senza coglioni che era riuscita pure a cavarsela grazie ai suoi intrallazzi. Adelina guarda Corrado. Corrado le accarezza la mano poi va nell’altra stanza dove finisce di bruciare la legna nel caminetto acceso poco prima. Vicini, ritagli di giornale e pratiche legali che riguardano l’incidente. Fotografie di quando erano più giovani, lettere… tutto comincia a bruciare. Adelina dal letto riconosce il rumore delle fiamme, l’odore di carta bruciata che viene dalla porta aperta, ma non può fare niente se non muovere gli occhi. Corrado continua a bruciare i ricordi, brucia tutto senza fermarsi fino alla fine, fino a quando fuori si fa buio e la cenere si spegne. Nel cassetto della scrivania ha la sua pistola. La tira fuori e la accarezza, come se fosse la mano di Adelina. La guarda nella semi oscurità, la annusa… poi va nella camera di Adelina. La finestra è ancora aperta, il venticello è piacevole, mette voglia di respirare ancora. E Corrado aspira avidamente l’aria che entra. - Ho sistemato tutto, Adelina. Tutto è finito. Nessuno si è accorto di niente, stai tranquilla. Vedrai che ho fatto un favore a tutti. È stato quasi facile, del resto erano tutti e tre dei fessi. Avessi visto la sorpresa quando si sono sentiti sfracellare il cranio! Scusa, lo so che non è divertente e so che non approvi, te lo leggo negli occhi, ma io dovevo farlo. Scusami Adelina per non aver fatto di più, di meglio… anche adesso che ho questa pistola… scusami, ma io non ce la faccio più a vederci così, a tutti i giorni che sono passati e quelli che verranno… scusami Adelina, forse non sono coraggioso e forse anche tu mi ringrazierai, vero Adelina? Lo vedo nei tuoi occhi che stai sorridendo, non è così? Anche tu pensi le stesse cose? Mi sento quasi sollevato, Adelina… davvero… la senti che bell’aria fresca? Anche settembre se n’è andato. Come i turisti un mese fa. Tutto ritornerà silenzioso e vuoto, e farà freddo un’altra volta, te lo ricordi il mare d’inverno? Te lo ricordi il suono che fa, Adelina? Certo che te lo ricordi… lasciami stendere un po’ vicino a te, Adelina, vedrai che nessuno ci farà più male adesso, adesso tutto è finito… adesso tutto è finito… non piangere Adelina, siamo stati felici io e te. Ricordi le nostre serate passate al mare o fuori alla finestra? E i nostri sogni, dove sono andati a finire, Adelina? Dove sono andati a finire? Dal Gazzettino di Policastro del 12 Ottobre 2007 “Macabro ritrovamento ieri sera in uno dei villini che si affacciano sul golfo di Policastro. La polizia, allertata dal giardiniere, ha scoperto i cadaveri di Corrado e Adele Mandella in uno stato di semi avanzata decomposizione. Dai primi rilevamenti pare che l’uomo abbia prima soffocato la donna con un cuscino, poi si sia sparato un colpo di pistola alla testa. I due corpi sono stati ritrovati distesi sul letto matrimoniale. Le indagini in corso tentano di capire il perché dell’efferato gesto.” COOLIBRÌ 25


STANZA N. 18 Elisabetta Liguori

Foto di thorinside on Flickr.com


Sul display c’è scritto: adesso. Esce dall’abitacolo della sua Panda, adesso. Ha ancora il cellulare in mano: armeggia con le chiavi davanti allo sportello richiuso e poi le infila nella tasca destra. Il cappotto le fa una piega brutta sul fianco, quando tenta di evitare la pozzanghera sotto il marciapiede a causa dei tacchi esagerati. La borsetta dondola appesa al polso, la gonna stringe in pieghe, una ciocca di capelli infilata sotto una molletta nera le tira sull’orecchio. Fa freddo, ma ha smesso di piovere. L’ombrello non s’adatterebbe alla circostanza, quindi è una fortuna che abbia smesso. Nessuna intermittenza, nessuna distrazione è consentita, neppure l’acqua, neppure ridere. Infatti non ride. Entrando, saluta il portiere dell’albergo con la fronte. Si guarda intorno: le applique brillano, soffocate dal crepuscolo che s’accenna dietro le vetrate. Piega il collo all’indietro in una panoramica aerea. Il soffitto è arabescato, stucchi colorati sul soffitto, negli spigoli tra i medaglioni dipinti. Sarà almeno un cinque stelle questa volta. Chiede della 18 con una voce che non è la sua. Al secondo piano, subito alla sinistra dell’ascensore, i tacchi svoltano senza far alcun rumore sulla moquette. Alla sua destra l’avverte uno specchio con un’enorme cornice d’oro, rutilante di bocche d’uccelli rapaci, spalancate e divoranti. La riflette a figura intera per due secondi appena. Non male, non male affatto. Ha tirato su i capelli e ne risentono benignamente gli zigomi. Sembra persino più alta. È più alta. Sa che, tornata a casa più tardi, avrà il consueto mal di testa, ma quella rigidità ora le è indispensabile: condiziona, come deve, il passo, il tacco, il reggi calza, la camicetta bianca tirata sotto la zip, e la regolare tenuta dei bottoni. Guardandosi quasi si meraviglia. Quindi bussa in fretta. Lui che apre è nero di capelli. Sale solo sulle tempie, poco, mentre il pepe invece è ovunque. Che abbia usato una tintura per capelli castano scuro? Con riverberi azzurri, involontari? - Desidera? - Lei è il dottor Ristanti? Sono Sofia, ho un appuntamento. - Prego. Il nero guarda la cravatta di lei, il nodo asfittico. La giacca abbottonata e le maniche ripiegate sui polsi come vele. La fede all’anulare. L’aiuta a togliere il cappotto, dal quale la donna viene fuori come un canarino a spalle curve. - Ha portato il carteggio come le avevo chiesto? - Tutto quello in nostro possesso. Se vuole controllare. Mi hanno raccomandato di farle sapere che l’ultima fornitura ha presentato dei problemi. - Quella proveniente da Parigi? - Parigi.

- Lei è mai stata a Parigi? - Il congresso tre anni fa, si ricorda? I primi prototipi. - No. Non ricordo. E mi spiace. - Io sì. - M’interessa sempre capire come la Stylenew sceglie le sue collaboratrici. - Qualcosa non va? - Al contrario. Tutto perfetto. Assolutamente, perfetto. - Meglio così. Non siamo autorizzate a dare informazioni di contenuto personale. A nessuno. Il nero si volta e le offre le spalle. Versa, in un bicchierino opaco, un liquido giallo. Lei ha un frizzo sull’angolo destro della bocca, poco sotto la strada del rossetto. - Vuole che beva? - Voglio. Mi deve aiutare a capire cosa non ha funzionato a Parigi. E voglio anche conoscerla meglio. Beva. Si rilassi. Dalla posizione in cui si trova, tra il letto e la mano di lui protesa in avanti, lei non può che arretrare. Fa un sorriso pigro di consenso. Il gesto imprudente e imprevisto di avvicinare il bicchierino al naso potrebbe trasformarle il sorriso in un lezio e lui se ne accorgerebbe di certo. Meglio non annusare. Sarebbe un guaio, considerato il denaro che costa l’intera faccenda. Meglio non farlo. Prova a pensare ad un’alternativa, ad una qualche tecnica rapida di correzione per non bere: siede sul bordo del letto a tre piazze, fa due saltelli di collaudo. Lui le è accanto. - Non lo diremo a nessuno. - A nessuno? - Non avrei fatto di certo la carriera che ho fatto, tenendo la bocca aperta, cara. Da dove viene? Non dal liquido giallo, no, eppure l’odore che sente è forte e noto: la richiama come fanno, nel dormiveglia, certe voci di bambini. Troppo noto. Anche il naso sa dirle quando è troppo. Avvicina il viso alla giacca di lui. La giacca sembra nuova. L’odore non viene da lì, dunque, ma da dentro, da dietro. Da prima. Appena lei tocca la giacca, lui deglutisce: è il segnale. Tutto è pronto ormai, inutile soffermarsi sugli odori. Inutile, sì. Ma cosa è quello? Accidenti: c’è uno schizzo sul colletto della camicia di lui, piccolo, piccolo, come di caffè. Lo nota quando lui le prende in mano un seno. Mentre risale con le dita fino al collo, lei s’allenta una delle ciocche raccolte dall’elastico in cima alla testa, e chiude gli occhi. Non vedere, non sentire, non adesso. Un ciuffo di capelli le ricade sul viso, sfiorando l’unghia dell’anulare che lui le sta infilando in bocca. Le ha tolto anche le scarpe come fossero bucce e ora i piedi di lei stanno avvolti, in preghiera lateraCOOLIBRÌ 27


le. La circolazione sanguigna di lui è cambiata e gli si sono create delle sacche fredde intorno ai polsi. Ha le mani fredde. Che ora sarà? C’è tutto il tempo. Tutto il tempo perché lui ne muoia davvero questa volta. Deve avvenire come nello scambio concordato fra due binari. Se lui chiude gli occhi e se ne muore, a lei piace. Lei sa che c’è un momento preciso in cui, da seduta, è opportuno passare in posizione distesa, perché lui se ne muoia: lunga, piatta, abbandonata sul copriletto di seta blu, come fosse stoffa anche lei. In fondo servono soltanto: una cravatta, un uomo che se ne muore e il naso che perde il controllo. Aspettano, aspettano, aspettano. Quanto è blu quel copriletto! Peccato che lei non possa togliere il pantalone. Se prima non slaccia e sfila i mocassini non può farlo. Peccato, sarebbe perfetto altrimenti. Aspettano ancora un attimo. Solo un attimo. Infine smettono di aspettare e di darsi del lei. Venti minuti dopo, sul display compare 3352324508. Pronto. Tutto bene con il piccolo? la febbre? ah, quindi è calata? Uhmm…Sì,…sì, mezz’ora al massimo. Hanno pranzato? Sì. Arriviamo. Si sente che il bagno friccica di vapore. Lei alza la voce, ma non la testa. Ha i capelli sciolti sulle spalle, corretti come ragnatele. Un maglione al posto della camicetta e gli occhiali. - Ti sbrighi? - Stanno bene i bambini? - Sì, però datti una mossa… - Finisco ora. Ha infilato il tailleur nella valigia che lui aveva portato con sé. La cravatta arrotolata come una pallina nera è stata lanciata in una tasca laterale. Il nome Sofia in fondo le è sempre piaciuto, sofia, sofia, sofia, il mio nome è Sofia, piacere Sofia, lo userà ancora, di certo. Chissà se a lui è piaciuto. - Ti è piaciuto sofia? – Lui non risponde. Fa nulla. Vorrebbe aver avuto un abito da sera da conservare adesso nella plastica, ma lui preferisce lo stile alla garçone. Non può rinunciarci. Così generosa e adattabile, esce dalla stanza. Si mira e si rimira nello specchio del corridoio, quello in cui si era vista poco prima. Certa come una caffettiera preparata per il giorno sul fornello, svetta nella penombra. Si riconosce. Gli occhiali riflettono gli altri riflessi. L’odore che sente è una specie di scommessa: massimo tre tazze. Odore di casa. Zucchero: due cucchiaini smezzati. Le imposte da aprire. La Panda che aspetta di sotto come al solito. Poi apre la tenda lungo il corridoio:

s’intravede una strada. Nuova. Lucida. Non conosce questa zona della città. Così lunga e senza arrivo, si lascia osservare. Le insegne dei negozi sono sorprendenti: quella del supermercato è assai diversa dal ferramenta. La cosa la fa sentire visionaria: si ipotizza abitante di luoghi che non conosce. E sorride. Subito dopo rientra in camera e accende la tv: cerca i canali internazionali con il telecomando. Dal bagno il richiamo di lui è ancora umido. Parla dentro un’asciugamani e spiana le vocali. Sa che farsi sentire, dopo, è importante. Che farsi sentire, dopo, produce argini, controllo, direzioni. Conferme. L’idea dell’amore, a cui lui sta pensando in quel momento, è come una luce in uno specchio: non la si può guardare, né farne istantanee, non si sa che faccia abbia veramente. eppure lo consola. È bello parlarne. - Però il nodo che hai fatto alla cravatta era troppo stretto. - Non lo so fare. - Sono dieci anni! - Non lo so fare lo stesso. - Non era male l’idea della Stylenew. Del complotto. Bello, no? Ti piaceva così misterioso? - Non puoi farmela più facile la prossima volta? 0gni volta devo star lì, a scervellarmi… - Quando adesso? - Non so, tipo sabato? - Siamo a pranzo da tua madre. - Venerdì lavoro fino alle cinque, poi la recita del piccolo e pure le pagelle. La domenica non vuoi tu: ché è triste. Altrimenti, si potrebbe… - Allora? - A casa? - No, a casa mai! - La prossima volta facciamo che io ero un vampiro? - Quello coi denti? - Eh. Una cosa di classe però, raffinata. I denti vengono dopo. All’improvviso. Prima arrivi tu, poi io, poi i denti. - Tu completamente perso di me. Assetato. - E tu ricca. - Ricca??? - Eh! Ricca. -A proposito qui? L’albergo è costato? tutta la scenografia, per sapere: quanto? per mezz’ora, quanto? Lasciano l’albergo con due auto diverse. Dopo poco parcheggiano nei pressi dello stesso civico. Il panettiere Piero da un paio di giorni nella sua insegna ha fatto inserire l’immagine di un piccolo forno, utilizzando tutto lo spazio che c’era nella pancia della P di Piero. I due attraversano la strada senza farci caso, mentre ormai fa buio. COOLIBRÌ 29


UN UOMO LAVORA ONESTAMENTE UN ANNO INTERO Un delirio di Nino G. D’Attis Lo vedevi arrivare nella sua Bmw 118i Eletta, truce e addobbato come un rapper negro che dorme con Rolex, mitraglietta e bandana e si vanta di avere in mezzo alle gambe un articolo per signora lungo come una mazza da baseball. Potevi sentire la sua musica preferita a un chilometro e mezzo di distanza, simile al rombo di un tornado in avvicinamento: “Fratelli e sorelle / State svegli per il gran finale / La sconfitta non è nel mio DNA / Perché sono un criminale...” E ogni volta che Felice Bove, detto Asse De Coppe ti piombava addosso, i costi dei danni a cose, persone, animali e città non erano mai recuperabili. «Ue’ scriba! Chessidice, ah?» «Che si squaglia, Felix. Pure la notte.» «È agosto, scriba. E il mare di Roma? Iè belle la pulizzì, decì cudde ca se gerò le mutanne all’ammèrse!» La sua risata ricordava l’urlo di King Kong mentre fa il culo a un po’ di esploratori bianchi nella giungla, l’atavico richiamo d’amore di Gabriel Pontello a una Marilyn Jess in prendisole e ciabatte, lo sferragliare claudicante di un Intercity con sei ore di ritardo rispetto alla tua maledetta tabella di marcia. A diciannove anni aveva lasciato il quartiere Stanic-Villaggio del Lavoratore di Bari per trasferirsi nella capitale. Ufficialmente per aiutare suo zio Nicola nella gestione di quattro pizzerie al taglio tra la Prenestina e l’Alessandrino, più un’autolavaggio sulla Bufalotta con dentro un paio


di tunisini tenuti a pane, acqua e stecche di Diana Blu. Tutte coperture per una rete di traffici che andava dal prestito a strozzo allo sfruttamento della prostituzione, dalle scommesse clandestine al commercio ingrosso e dettaglio di telefonini cinesi e gameboy taroccati. «Serve qualcosa? Tu fai un sogno e io te lo realizzo.» «No, grazie. Magari un’altra volta.» «Ma li vendi i libri che scrivi? Mi sa di no, eh? È che tu tieni l’ecchìe quagghiate ma soprattutto proprio una gran capa di cazzo, se mi passi il termine. Devi andare alla televisione, tu. Dalla Filippa Costanzo, da Mariateresa Cruda, devi andare!» «Mariateresa chi?» «Bella donna, dai retta a un fesso.» Balli latini e moderni, automobili potenti e femmine scollacciate di qualsiasi età e ceto sociale: ecco i doni del cielo per chi sa apprezzarli. Ecco la filosofia di un uomo capace di scrutarti dentro con un’espressione che faceva pensare che stesse per dar fuori di matto come un pitecantropo in acido trenta secondi dopo averti offerto da bere. «Devi onorare la mutanda elastica, mi spiego? Batte u firre acquanne iè ccalde!» La notte dell’ultimo dell’anno del 2005, qualcuno provò a prendersi la pelle di Asse De Coppe. Non furono i casalesi, né i russi, tantomeno gli uomini della Triade. Il tentato omicidio all’arma bianca (un coltello Misono con lama in acciaio inox svedese temperato, codolo in argento tedesco e manico in legno duro trattato) è ascrivibile alla fedina penale di Rosaria De Floris, anni trentaquattro, convivente pluricornificata del Bove. «Tutte sdremmate, certe femmine. Un uomo lavora onestamente un anno intero e non ci ha diritto di festeggiare una singola sera con le amiche, ché a te ti viene subito il sangue alla testa!» Sopravvissuto a cinque coltellate tra schiena e addome. Più una generosa sequela di insulti equamente indirizzati a parenti vivi e defunti, a un’eventuale progenie futura, e naturalmente alle zoccole cui aveva pagato champagne, arachidi e tartine di baccalà al Copacabana Club Amici del Ballo di Acilia. «Ho visto la morte in faccia. Ed era brutta, scriba, credi a me. Una situazione dimmerda tipo Tex contro Mefisto, Gèims Bond nelle mani di Goldfinger.» In galera, Rosaria diede alla luce Jean-Claude Axel Rambo Bove: sei chili e sessanta centimetri di gangster col pannolino. Guardandolo in faccia, avresti realizzato in un baleno che al posto della tetta, il piccolo fetente avrebbe gradito ciucciarsi un Aurora 100 della Repubblica Dominicana ac-

ceso con uno Zippo di platino da una tata con le forme e la potenza calorifera di Jennifer Lopez. «Fottuto per sempre, scriba. Ti arriva una cosa così e come niente ti fermi a pensare che la tua vita è a una cazzo di svolta.» L’aria assorta. Il tatuaggio a caratteri gotici ANTONIO CASSANO FOREVER sul tricipite sinistro. Una macchia di sugo sulla canottiera imitazione Calvin Klein e un aroma di Congo-Kinshasa dalle ascelle. «Uno pensa alla protezione alta e al sole a piccole dosi, poi ti rendi conto che diventi scemo uguale.» Eccolo lì, il Nemico Pubblico Numero Uno, in fila come tutti gli altri per una culla a Mondo Convenienza. Stenti a riconoscerlo, imbozzolato com’è nella calca abominevole, densa come un frattale, di panze impiegatizie, capocce con la chierica che trasuda la frustrazione del cittadino angariato dalle tasse. Abbassa lo sguardo un attimo verso il fondoschiena di una giovane mamma bionda e annoiata che si tira dietro una mocciosa palesemente posseduta dal demonio e sospira. Un pensiero ribelle è sempre un pensiero stupendo. Glielo leggi negli occhi che vorrebbe sganciarsi da Rosaria, sciogliere la morsa di queste manette invisibili eppure spaventosamente robuste per approcciarsi felice di nome e di fatto alle natiche divine della tipa sentenziando: «Qui e adesso, succeda quel che deve succedere!» Ma è una bolla di sapone che scoppia prima di raggiungere il soffitto, nell’istante preciso in cui l’aguzzina ti ordina di individuare la toilette del bazar arredamento per la casa a prezzi imbattibili: Jean-Claude Axel Rambo ha bisogno di un cambio veloce. E, indovina un po’, stavolta tocca a te eseguire l’intera, puzzolente operazione. Questo è l’ultimo ricordo che ho di Asse De Coppe. L’ultima immagine, in verità poco epica. Ma il mio mestiere è raccontare storie, spruzzando se possibile un’essenza di mito sulle situazioni più ordinarie in cui vengono a trovarsi i mammiferi. Il materiale immaginario come un sontuoso tappeto persiano, trama ed ordito in seta naturale con migliaia di fiori, ghirlande, pavoni, uccelli del paradiso, piante ed animali di ogni sorta: un capolavoro disteso sulla rancida polvere del quotidiano. Allora eccolo lì, Felice Bove, le mani occupate a rimestare nella pipì e nella pupù del suo primogenito: impreca, minaccia vendetta, poi si scassa di cotanto sbattimento e, come per magia, sorride da un orecchio all’altro. Nella sua testa mezza marcia e mezza vai a sapere rimbomba ancora quella canzone che fa: “Fratelli e sorelle / State svegli per il gran finale / La sconfitta non è nel mio DNA / Perché sono un criminale...” COOLIBRÌ 31


IRIDA E FLAKIME Lucio Lussi Il 12 febbraio Roma era stata sorpresa da una nevicata inaspettata che aveva lasciato un’atmosfera docile e ovattata. In un piccolo paese sul litorale, Irida aveva appena lanciato l’anello sul cuscino dove aveva dormito fino a poco prima e si stava congedando, forse per sempre, dal suo uomo, Enzo, strafatto di hashish e incapace di correrle dietro. Irida aveva vent’anni e faceva la puttana sulla Nettunense. Aveva lasciato l’Albania per tentare la fortuna, ma per uno scherzo del destino era finita sul litorale romano tra baracche, stenti e marciapiedi. Era bellissima, Irida, alta e bionda, con due occhi che sembravano di cristallo e diventavano due gemme nelle notti di luna piena. Viveva a Campo di Carne, una frazione di Aprilia, a poco più di dieci chilometri dal mare, lì dove il litorale romano diventa sporcizia, illegalità e abbandono. Aveva occupato una baracca con Enzo, il suo fidanzato-pappone, che le prometteva un futuro da soubrette e intanto le ricordava le tariffe da chiedere ai clienti in perfetto italiano. “Un giorno saremo ricchi e ce ne andremo a vivere a Hollywood dove ho tanti amici e tu potrai fare l’attrice”, le diceva Enzo, convinto che la prostituzione fosse un’arte. E lei ci credeva, innamorata e ingenua. Con la testa in stato confusionale, Irida era pronta alla fuga. Indossò il cappotto che le aveva regalato un’anziana del posto e scappò via. Ad aspettarla c’era Flakime, una studentessa universitaria iscritta alla Luiss, anche lei scappata dall’Albania, ma con i soldi di papà, noto dirigente del Ministero dell’Istruzione. Si erano 32 COOLIBRÌ

conosciute su Facebook, sul gruppo dei “giovani albanesi in Italia”, e da lì era iniziata l’opera di convincimento di Flakime, intenzionata ad illuminare Irida che la strada per il successo non passava da una catapecchia di Campo di Carne né tantomeno dalla Nettunense. Il viaggio alla volta di Roma fu straziante, un “on the road” di lacrime e singhiozzi. Flakime abitava su Corso Trieste, nel cuore della Roma bene. Lo zio era l’ambasciatore d’Albania in Italia e le aveva “prestato” cinque stanze nel suo palazzetto d’epoca. Per arrivarci le due amiche tagliarono una capitale in cui la neve aveva lasciato il posto alla fanghiglia. Le ultime luci del tramonto permisero di gustare l’imponenza delle costruzioni roboanti dell’Eur, il caos del Circo Massimo e infine la silenziosità del Colosseo. Da Colle Oppio erano planate su via Cavour e da qui senza un filo di traffico giunsero trafelate in Piazza dei Cinquecento, dove otto mesi prima Irida era scesa da un treno proveniente da Brindisi. Il palazzo d’epoca era immerso nel verde e aveva un aspetto romantico e oscuro. Flakime abitava disordinatamente le sue stanze, senza alcun gusto e continuità. Il caos era ovunque, i vestiti sparsi sul letto e sulle sedie, i posacenere pieni di cicche impestavano l’aria di un odore di fumo rancido. Irida aprì le finestre permettendo al gelo della nevicata di penetrare nelle stanze. La stanza di Irida era grande e spoglia, le pareti erano bianche e il letto sormontato da un crocifisso gotico, con un ramoscello d’ulivo incastrato al chiodo. Sulla parete di fronte c’era uno specchio di lusso e un divano impolverato sul quale


erano ammassate lenzuola e coperte. Dopo essersi specchiata senza convinzione, si abbandonò su quello che sarebbe diventato il suo letto. Con gli occhi sbarrati fissava il soffitto alla ricerca di una spiegazione agli ultimi eventi della sua vita, da Campo di Carne a Corso Trieste il passo appariva troppo breve. Nei giorni che seguirono, Irida si diede da fare per trovare un lavoro e assaporare Roma. I parenti di Flakime erano poco presenti. Strana famiglia la loro, impastata da tradimenti reciproci, pied à terre regalati alle amanti e litigate notturne. L’ambasciatore aveva sposato una giovane donna montenegrina, anche lei diplomatica, che per seguire le orme del marito aveva preferito rinunciare alla propria carriera, diventando una donna repressa e insoddisfatta, irrequieta al punto da cambiare colore dei capelli ogni settimana. Il suo sfogo maggiore erano i giovani amanti e l’ambasciatore lo sapeva, ma anziché chiederle spiegazioni preferiva il tradimento vendicativo. E andavano avanti così, tradendosi a vicenda per poi tornare ogni sera nel letto matrimoniale. Non si mangiava mai tutti insieme, nemmeno la domenica. Flakime, intanto, continuava gli studi senza dar conto a nessuno. Dopo tre settimane Irida trovò lavoro in una profumeria di via del Corso, a due passi da Piazza del Popolo, affianco al cinema Metropolitan. La proprietaria era una signora matura in cerca di fortuna, che dopo aver aperto e chiuso cinque profumerie in sei anni ci stava riprovando. Era gentile e garbata, ma non riusciva ad impedire alla sua voce di assumere un tono tetro e grigio quando parlava di affari e guadagni. Un giorno di agosto, quando Roma si era ormai svuotata da pendolari ed emigranti e il passato si avviava a diventare un ricordo, la linea della felicità si interruppe bruscamente, e Irida ripiombò nell’incubo. Nella profumeria entrarono due loschi figuri, tatuati come ex galeotti, che agirono indisturbati nel silenzio misto ad afa delle due del pomeriggio. Da uno zaino tirarono fuori due spranghe e iniziarono a sfasciare tutto, i profumi, l’oggettistica, la cassa, i quadri appesi alle pareti. Irida provò a fermarli, ma l’energumeno più alto le strinse la gola con una mano e le disse: “Una puttana rimane una puttana”. Aveva gli occhi iniettati di sangue e un forte odore di sudore addosso, e Irida riuscì, a malapena, a leggere la scritta tatuata sul bicipite destro, “perdonami mamma”. Quando la proprietaria raggiunse il telefono, i due bruti fuggirono via. Irida li seguì in strada e vide che parlottavano con un terzo uomo, Enzo. Rientrò in negozio, prese un tagliacarte d’oro e

poi… il blackout. Uno,due, tre colpi. Enzo non ebbe il tempo di difendersi e cadde a terra sanguinante, con un profondo taglio in gola. Per lui ormai c’era poco da fare. Irida iniziò a correre con la testa che le ronzava forte. Vedeva le facce dei passanti sconvolte e la sua mano piena di sangue, e quando due poliziotti la domarono il cervello le sfiorì. Si ritrovò nell’infermeria del carcere di Rebibbia con addosso un camice bianco e le manette ai polsi. Quelle manette non durarono molto. Lo zio di Flakime la affidò ai migliori avvocati della capitale che tramutarono il suo gesto in legittima difesa e inventarono una piccola infermità mentale che la trattenne in carcere pochi mesi. Riacquistata la libertà, si trasferì con i genitori in un attico in piazza San Cosimato, a Trastevere. In quei mesi, il caso salì agli onori della cronaca, ne parlarono i rotocalchi e i talk show e Irida divenne una specie di eroina simbolo delle donne che si ribellano alla prostituzione, l’ispiratrice di una rivolta silenziosa che salvò dalla strada migliaia di ragazze straniere. Nella sua impresa, Irida non era sola, Flakime era sempre di più la sua ancora di salvezza. Un fine settimana di giugno, Irida aveva bisogno di relax: rinviò tutti gli impegni, preparò alla rinfusa una piccola valigia e andò a prendere l’amica all’uscita dall’Università. Partirono con l’utilitaria dello zio ambasciatore alla volta di Otranto, destinazione il faro di Punta Palascia, il punto più a est d’Italia. Arrivarono in Salento a notte fonda, fecero una breve sosta in un bar e proseguirono fino al faro. Giunsero a Oriente che il sole aveva iniziato a spruzzare il cielo di luce tenue e soffice. Intorno a loro solo il rumore dei gabbiani e il profumo del vento. Quell’alba lucente stimolò una serie infinita di emozioni: si raccontarono le loro vite, i drammi e le fortune, si scoprirono terribilmente sulla stessa lunghezza d’onda e si accorsero che non potevano più fare a meno l’una dell’altra. Quando il sole era alto in cielo e il mare iniziava ad incresparsi, si baciarono. Le labbra erano timide e candide e le guance rosse di vergogna. Per un paio di ore non dissero nulla, lasciarono alle loro labbra il piacere di assaporarsi. Quando il sole stava per finire il suo arco in cielo annunciando il tramonto, Irida ascoltò la sua voce dire: “Ti amo”. Flakime la guardò incredula e due lacrime le solcarono il viso. Mirarono a lungo l’orizzonte davanti finché il chiarore del tramonto rese visibili le montagne dell’Albania. “Un giorno torneremo a casa da vincitrici”, disse Flakime. Irida rispose con il silenzio e la baciò. Il peggio era passato. COOLIBRÌ 33


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QUESTE MIE PAROLE SONO COME UN FIUME Francesca Tomai

Queste mie parole sono come un fiume, che straripa e irriga i campi circostanti, parole che a volte germogliano e a volte attecchiscono, lasciando di sé solo un vago e aspro ricordo. Il mio compito è smuovere gli animi, insinuare il dubbio nelle coscienze convinte, spaventare l’uomo dall’interno sbandierandogli in faccia le sue vere e più profonde paure: la paura di sé, la paura del prossimo, la paura del giudizio, la paura del giudizio negativo. Vedo uomini colti, sfiniti ai miei piedi, sventolare tutti i loro migliori pensieri cinici sulla vita e li sento piangere di fronte al mio sonoro ghigno beffardo. I loro corpi supini sotto il mio piede nudo e tatuato a prendersi gioco di loro. Bloccati dalla reale immagine di sé che si riflette attraverso lo specchio del mio corpo nudo. Attraverso i miei occhi, i loro occhi assaporano il gusto di una vita normale; una vita che questi dandy non hanno mai avuto. Nel più profondo del loro intimo vi anelano come cervi alla fonte, ma non sanno ottenerla e la respingono per moda. Gli spigoli nudi della loro personalità evidente calpestano ogni cofanetto colmo di normalità, gioia della semplicità, frantumandoli in una miriade di lacrime. I mille frammenti di quei cofanetti divengono humus fertile per il terreno che la vanità di quei colti intellettuali calca. Colti e aperti tanto da non vedere di là dal loro naso. Il filo della loro superbia s’insinua nella cruna dell’ago dell’insicurezza e tesse intorno a sé pizzi e merletti dorati e profumati, ma che lascia sempre scoperta la maglia finale. La mia mano irriverente, che passerà di lì per caso, si divertirà a tirarla e a distruggere i loro merlettati sermoni di parole che non lasciano spazio al confronto e che per questo incantano, perché serve agli stolti una simil - verità su un piatto d’argento dei loro migliori servizi da the. Incantano e decantano vite misere in realtà, molto scenografiche. E questi miseri irriducibili, dal sapore muschiato di assenzio e tabacco, cadono al suono della mia voce virulenta, che sparge il seme della loro miseria come un’epidemia. Questi integralisti che pensano, e parlano come se nella vita non ci fosse confronto, come se la vita non fosse relativa, m fanno ridere. Ma la mia sonora risata si limita a proiettare, dinanzi ai loro occhi la loro vile debolezza e la paura del confronto, del diverso e il lassismo con il quale vivono la vita, che, di fatto, è una non-vita. Eppure mi rendo conto che anch’io, con queste parole e con questi pensieri sono cinica, irriducibile e integralista, ma godo. Godo nel metterli in difficoltà: amaro sapore per chi è abituato a vedere le cose o bianche o nere. Amo i colori io. Amo essere a volte daltonica, a volte a chiazze, a pois. Anche grigia, bianca e nera, purché non sia o bianca o nera. COOLIBRÌ 35


LE IMPERDIBILI AVVENTURE DI MIA CUGINA PIERA Giuseppe Braga

a G.

OBIETTIVO DI PESO

Mia cugina Piera è convinta d’esser grassa. Hai voglia a dirle che non è vero, che il suo rapporto altezza/peso è perfettamente nella norma, che la sua massa corporea è in linea con le tabelle e le statistiche pubblicate su ogni rivista, di settore e non. Lei si vede grassa. I fianchi, mi dice. Io le guardo i fianchi e le dico, no, i fianchi vanno benissimo così come sono, fidati. Allora lei mi fa, le gambe, guarda che gambe ciccione che mi sono venute. S’alza un po’ la gonna, si strizza le cosce. E io gliele guardo, le cosce. E le trovo ben fatte, molto ben fatte, già. Certo, ovvio, un po’ di cellulite ci sta, mica nego l’evidenza, io, nemmeno se mi trovo di fronte a mia cugina. Però, sai che c’è, s’armonizza col resto. Glielo dico, certo che sì. Lei fa spallucce e sentenzia, come se non avesse sentito. Ma va là, quello che mi dici tu non conta! E perché?, le chiedo con sincero stupore. Be’, facile, tu non sei obiettivo. Che forse ha ragione lei. Che per me, mia cugina Piera è una bellissima ragazza. E le bellissime ragazze non dovrebbero curarsi del loro peso. Sia che sia troppo o troppo poco. Il peso è una congettura molto pesante che appesantisce soprattutto il cervello. Gli obiettivi di peso, nella vita, dovrebbero essere altri.

ALLARME ROSSO

Mia cugina Piera mi telefona allarmata. I casi sono due, o ha saltato il pranzo o sta per vedersi con un uomo.

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C’ho da chiederti una cosa. Dimmi. A te cos’è che piace mangiare? Boh, dipende… perché me lo stai chiedendo? Te l’ha mai detto nessuno che a una domanda non si risponde con un’altra domanda? Intendi dire quello che hai appena fatto anche tu? Senti, lasciamo stare questi giochetti retorici, per favore. D’accordo. Ecco, bravo. Ti rifaccio la domanda, c’è qualcosa che ti fa impazzire, a tavola? Vuoi cucinare per me? Carina che sei… No, scusa, hai proprio frainteso. Ecco, si trattava della terza variante, riassuntiva delle due precedenti: mia cugina Piera sta per invitare un uomo a cena.

DOMANDE ESISTENZIALI

mia cugina Piera: lasciamo stare, va… io: mi sembra di capire che ieri sera non sia andata esattamente come speravi. mia cugina Piera: la cena, a dire il vero, è andata benissimo. io: cosa gli hai cucinato? mia cugina Piera: bruschette al pomodoro come antipasto, paccheri cozze e patate, gamberetti saltati in padella col rhum, verdure grigliate e fragole con panna. io: però! mia cugina Piera: ripeto, la cena gli è piaciuta. Ha fatto pure il bis, lo stronzo. io: ma dai! mia cugina Piera: ci siamo persin baciati, dopo, a lume di candela, sul divano… io: caspita che romantici! mia cugina Piera: mi ha persin detto che gli piacevo tanto tanto, ma tanto assai. io: giura! E lui com’era? mia cugina Piera: un tipo. Forse non bello ma senz’altro affascinante. io: al dunque? mia cugina Piera: non se ne parla proprio. Fidanzato da sei anni e mezzo, convive da quattro. io: che stronzo! Però gli piacevi tanto assai… mia cugina Piera: ti sei mai chiesto perché tutti mi vogliono e nessuno mi piglia? io: effettivamente no… mia cugina Piera: cretino che sei!

DIO CIBO

Mia cugina Piera sta sorseggiando un caffè al banco del bar. Mentre gira il dolcificante dietetico col cucchiaino, butta l’occhio sulla vetrinetta delle brioche e ha un irrefrenabile attacco di nostalgia. Ah, la costiera Amalfitana… Come hai detto? Ah, la pastiera napoletana… Ecco, volevo ben dire…

UOMINI

Mia cugina Piera, fianchi o non fianchi, è un bocconcino ambito da molti maschi. Nonostante il peso, nonostante il carattere, nonostante sia del segno dei Pesci, astrologicamente parlando un segno da prendere con le molle, mia cugina è molto parecchio ambita. Lei finge e dissimula, ma io li vedo, gli occhi degli uomini che le si puntano addosso, quando siamo per strada. Quasi imbarazzante come cosa, questa cosa qui. Lei, la mia cugina Piera, ha un fortissimo ascendente sugli uomini di mezza età. Specificamente per gli uomini che stanno oltre, la mezza (età). Ce ne sta uno in particolare, che da qualche mese le fa spietatamente il filo. io: così ieri, finalmente s’è dichiarato. mia cugina Piera: oh, s’è per quello l’aveva già fatto… io: ah sì? Questa non la sapevo! COOLIBRÌ 37


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mia cugina Piera: non sono tenuta a dirti tutto, io. io: certo, hai ragione… però adesso dimmi com’è andata, dai! mia cugina Piera: mi vergogno un po’. io: e perché? mia cugina Piera: sai, Alfio è un uomo maturo e molto sensibile, non mi va di ironizzare sui suoi sentimenti. io: ma se c’ha solo cinquantasei anni, è un ragazzino, dai! mia cugina Piera: in effetti è giovanile, dici proprio bene. E ha un animo tanto nobile. io: quindi? mia cugina Piera: mi ha invitata a cena, ristorante di classe, ci stava anche il violinista solo per noi due, tutto pesce, poi riaccompagnandomi a casa, in auto, davanti al portone, l’ha detto. io: cosa? mia cugina Piera: che per lui sono come una dea, sono come la Venere del Botticelli. io: uomo d’arte, il signor Alfio, eh? mia cugina Piera: e smettila, dai… ha un cuore delicatissimo, una classe che tu te la sogni. io: sì, vabbè, ma poi? mia cugina Piera: poi ho schivato un suo bacio che stava per arrivarmi dritto in bocca e sono scappata su in casa. io: e perché? mia cugina Piera: a me mica piacciono i vecchi.

LA PRIMA COSA CHE HO TROVATO

mia cugina Piera: che freddo che fa oggi. io: provato a uscire con qualcosa sopra quello straccetto di vestito? mia cugina Piera: già, e poi chi mi guarderebbe più?

REALTÀ INCONTESTABILI

Mia cugina Piera ama il cibo, il sesso, bere la birra ghiacciata e dormire fino a tardi. Al contrario, detesta alzarsi presto la mattina, caricare la lavatrice, fare i mestieri di casa e dovere andare a lavorare tutti i giorni. Mia cugina Piera, al primo colpo d’occhio potrebbe sembrare una sprovveduta, ma in realtà è una che ha già capito tutto della vita.

PACCHI

Mia cugina Piera oggi è di ottimo umore. Ha appena ricevuto il pacco di sua madre. io: cosa c’era dentro? mia cugina Piera: oh, guarda, davvero di tutto! io: ossia? mia cugina Piera: due torte salate, tre salsicce, otto mozzarelle di bufala, un bottiglione da due litri d’olio extra vergine, una torta caprese, un salame, mezzo chilo di capocollo, una scatola di biscotti con le mandorle fatti in casa, un barattolo di melanzane sott’olio, cinque peperoni, un chilo di pasta all’uovo, due tavolette di cioccolato fondente, una pagnotta di pane casereccio, due pizze bianche, una al pomodoro, tre vasetti di marmellata di fichi, un sacchetto con le noci di Sorrento, una forma di pecorino, parmigiano… io: accidenti, che super scorta… mia cugina Piera: sai che c’è? io: …? mia cugina Piera: c’è che non riesco a spiegarmi una cosa. io: cosa. mia cugina Piera: in mezzo a tutta quella roba da mangiare ci stava pure un rotolo di carta igienica, mah, vai a capirla mia madre… io: ecco, io un’idea ce l’avrei… Mia cugina Piera ci pensa sopra un po’. Poi si corruccia e mi fa, tra lo sdegnato e il molto scocciato. Screanzato che sei! le avventure della cugina Piera continuano sul blog: http://giuseppebraga.wordpress.com

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LA NUOTATA Antonio La Malfa

C’era ancora la questione della nuotata. La nuotata verso la boa, intendo, prima che andassimo via dal mare. Anche la scorsa estate avevamo nuotato diverse volte fino alla boa, ci teneva tan40 COOLIBRÌ

to, io ero anche segretamente orgoglioso di questa sua richiesta. “Ok”, dico io, “mettiti le pinne e la maschera”. Elena sprizza gioia e corre verso l’ombrellone. Io mi immergo fino al costume, e


aspetto. Lei non chiede mai più di una volta, non pretende, sta in un angolo e attende. E così arriva anche il momento della nuotata. In mattinata c’era stata l’uscita in pattino. Elena ha undici anni, è magra e minuta per la sua età, sorride. “Babbo, sono pronta”, mi dice con la voce resa nasale dalla maschera. Ci buttiamo. Un brivido per l’acqua fredda, cominciamo a nuotare. Abbiamo il vento di maestrale alle spalle, la boa è a circa trecento metri. Prendo il respiro girandomi a sinistra, così guardo Elena. Ci fermiamo un attimo. “Tutto bene?”, “Sì”, risponde, togliendosi l’acqua dalla maschera. Riprendiamo. La boa sembra più corta, è inclinata dal vento, ma è sempre più vicina; Elena produce un sacco di bolle, che la carezzano sulla pancia, come un delfino che gioca con le onde. Siamo ormai a qualche metro, la sagoma della boa vista da sott’acqua mi inquieta sempre un po’. Facciamo le ultime bracciate con la testa sopra. Afferriamo quasi all’unisono la boa, ci riposiamo. Elena respira rumorosamente. “Babbo, ho l’asma”, e mi sorride mentre vedo il suo torace che produce dilatazioni anomale. Cazzo, penso, perché non me l’hai detto prima. Ma penso anche che dirglielo non servirebbe a nient’altro che agitarla. Lei sorride, perché pensa di essere indistruttibile quando è con il suo babbo. Lo pensavo anch’io del mio. Lo scorso anno provò l’umiliazione di una settimana in ospedale con la polmonite e l’asma, ma non teme niente. Invece io ho paura, ma devo sorridere. “Cerca di riposarti bene. Aggrappati con tutte e due le mani alla boa e stai distesa a pancia in su”. Elena si distende e guarda il cielo. Io mi guardo intorno. Non c’è una barca nei paraggi, sono le cinque passate. Il vento contrario non farebbe sentire le mie grida verso la riva, ed Elena si agiterebbe oltremodo. “Quella nuvola sembra un barboncino,” mi dice, “e quell’altra sembra un uomo con i capelli a cespuglio”. “Come i miei?”. “No, babbo, quello ne ha molti di più, è un grosso cespuglio”. “Comunque i suoi sono più bianchi dei miei”. Babbo: è tutto bianco”. Ride. Rido. “Riposati, Elena”. Sì. Fra poco possiamo anche andare”. “Riposati bene, Elena”. Temo il momento in cui Elena si staccherà dalla boa. Temo il punto di mezzo del tragitto, il punto troppo lontano da tutto. “Come stai?, tradisco un’inquietudine, lei se ne accorge.

“Sto meglio”. “Senti. Il modo più riposante di nuotare è andare a dorso, e visto che hai le pinne, non dovrai nemmeno muovere le braccia”. “Ma così non vedo dove vado”. “Te lo indico io, Elena. Ti starò sempre accanto”. “Va bene”. “Dimmi quando sei più riposata e si va”. Passano un paio di minuti. “Il cane si è trasformato”. “Che?”. “Il barboncino della nuvola. Ora sta su due zampe, e le orecchie sono come spostate, forse il vento”. “Già”. “Sono pronta, babbo”. Elena si stacca, comincia a nuotare a dorso, ma con le mani unite al corpo. Dopo un po’ si ferma. “Come stai?”. “Bene, babbo”. Le do un bacio sulla guancia fredda e morbida, le massaggio il torace. Riprendiamo a nuotare, Elena devia un po’, le sto accanto perché possa prendere la giusta direzione. Non posso far niente per lei, solo la direzione, solo quella. Guardo il fondale, è ancora troppo profondo. Mi guarda e sorride. Io mi sento un idiota, non l’ho protetta a sufficienza. Procediamo. Lentamente, ma procediamo. Gli ombrelloni e le sdraio color argento sono alla stessa distanza della boa. In condizioni normali sarebbe un bel panorama: la serialità geometrica degli ombrelloni, i pini dietro la spiaggia, le colline e i monti ancora più in là. Elena si gira verso di me, sorride. Ma come fa? Procediamo. Il maestrale si è rinforzato, ma forse è suggestione su cui soffia la mia paura. Procediamo. La sabbia del fondale è più vicina, provo a stare a candela per vedere se tocco. Niente da fare. Ma non manca molto. No. Riprovo. No. Calmo, dài, manca poco. Riprovo. Sì. Tocco sulle punte, nuotiamo ancora per qualche metro. Tocco il fondale con tutta la pianta. Prendo Elena per una mano, l’avvicino a me e l’abbraccio, la stringo. Senza di lei non avrebbe senso. Niente. “Che fai babbo? Come stringi…”. “Scusa. Come stai?”. “Te l’ho già detto: bene, meglio di prima,” Ha un po’ di affanno, ma niente rumori tipo rantoli o fischi. “Non nuotiamo più?”. “Sì, nuotiamo fino a riva”. “È stata una bella nuotata, babbo. Una bella avventura”. “Sì, Elena. Una bella avventura”. La boa è un punto giallo, all’orizzonte. COOLIBRÌ 41


LA STANZA DI SOTTO Daniele Coluzzi

La fantasia a fiori rosa-arancio del suo divano lo faceva sorridere a volte. Lo faceva sorridere il giro vorticoso che i fiori cercavano di compiere, quasi per farsi notare, per farsi ascoltare. Lo guardavano con un’aria un po’ buffa i fiori, un po’ goffi, distribuiti in tre cuscini ormai sformati. Soprattutto quello al centro, affossato completamente, lo faceva sorridere. Gli ricordava le mattine in casa quando non si andava a scuola e tutti erano felici e tutti assaporavano il gusto di un sonno più lungo, mentre fuori piove, mentre fuori c’è il vento, e tutti erano felici e tutti assaporavano il gusto di un sonno più lungo. Gli ricordava il tè delle cinque, per fare il verso agli inglesi, che prendeva con sua madre da piccolo o la prima sbronza che si era indegnamente conclusa proprio lì, tra vortici di fiori, di sonno, di mal di testa. Chissà perché poi (se lo chiedeva spesso) gli ricordava i foglietti da cui copiare nei compiti in classe. Sorrideva. Quel pomeriggio J. gettò un’occhiata distratta alla tv spenta e si gettò sul divano. Sistemò la coperta sulle gambe e sulla spalla destra, che

aveva sempre più freddo di quella sinistra. Svogliatamente soffiò sulla tazza di caffè caldo che stringeva tra le mani, aspettando un momento migliore per tuffarci le labbra. Non aveva tanta voglia di sorridere oggi J., né di guardare la pioggia che rigava i vetri di fuori. Accese la tv per far entrare un po’ di rumore, senza guardarla. Quasi offesa, prese a gracchiare in modo antipatico e a raccontare di incidenti stradali sulla A26, dei consumi d’alcool dei giovani d’oggi, del valore della famiglia che ormai si va perdendo, di come sarà il tempo, e come sarà il tempo? di tette rifatte, di emozioni, di trasmissioni. Gracchiava la tv, gracchiava e J., tutto sommato, decise di preferire il rumore della pioggia che rigava i vetri di fuori. Insoddisfatto J. osservò la riproduzione di Renoir appesa sul muro di fronte, il tavolo della sala da pranzo, il lampadario scheggiato, la pila di libri sulla scrivania in legno d’acero. Si alzò, diede un leggero calcio al giornale di venerdì a terra, posò il caffè e scese le scale. Attenzione al secondo gradino, che prima o poi cede e ci troviamo subito al piano di sotto.


La stanza di sotto lo metteva sempre di cattivo umore. Era un grande stanzone circolare dove forse un tempo si facevano feste o almeno si sarebbero dovute fare. Era spoglio, con un unico cassettone, un piccolo tavolo a sinistra, una lampada rotta e qualche scatolone. Il forte odore di chiuso a volte arrivava fino al piano superiore e sembrava di vivere in una cantina, sembrava di vivere in una topaia. Così la mamma scendeva giù, apriva le finestre e in pochi attimi tutto spariva. Che bello quando spariva. Il parquet, irregolare in alcuni tratti, aveva delle strane macchie scure e quando le guardava J. ci vedeva la mamma che le strofinava con il detersivo all’olio di gomito e cercava di farle andar via e le cancellava per lui perché un giorno, se avesse voluto dare una festa, sarebbe stato meglio avere un pavimento pulito, un pavimento normale. Normale. Ciò che più lo infastidiva di quello stanzone circolare era però la carta da parati. La carta da parati e le sue tonalità grigie, i suoi disegni incomprensibili, la polvere. Lo faceva sentire sporco, la carta da parati, e nascosto. La considerava poco onesta, la carta da parati, e ipocrita. Da bambino spesso scendeva di sotto e risentito ne staccava un pezzetto per vedere cosa c’era sotto, per vedere se c’era qualcosa. Presto però quel triangolino di carta strappata era diventato sempre più grande e un giorno J. era stato costretto a metterci il cassettone davanti, per non farlo notare alla madre. Era tornato di sopra con un senso di sconfitta: Non sarebbe mai riuscito a fare nulla per quel muro soffocato, per quel muro coperto e nascosto. Una notte, quando era già un po’ più grande, sognò di essere al centro della stanza, interamente rivestito di carta da parati. Sulla carta dei disegni, degli abbozzi. Dei volti, delle giornate. Era scollata in alcuni punti e sulle ginocchia aveva diverse pieghe, come quelle della pelle rugosa di un vecchio. Era rimasto così spaventato che a volte se la sentiva ancora appiccicata addosso. Quel pomeriggio J. decise di restare. Decise di sedersi, di osservare, di pensare. Di pensarsi. «È in una domenica qualunque di un ottobre qualunque che comincio a scriverti. Non so perché. Me lo riproponevo da cosi tanto tempo. Non mi sentivo mai pronto. Ma io non mi sento mai pronto. È vero che hai trovato tutto ciò che desideravi? Che lì a Londra ti diverti e hai il tempo per te stesso e per i tuoi amici, e hai tanti amici, e puoi lavorare e studiare insieme? È vero che lì a Londra la pioggia bagna di meno? È vero che nemmeno la senti sulla pelle perché è più fina?

Alcuni preferiscono la pioggia di Parigi, che bagna il corpo e non il cuore. Dicono. Quella londinese, se non la capisci, è una mano sul cuore e lo fa respirare di meno. Se non la capisci. Bisogna capirla la pioggia, la pioggia è vita, la pioggia non è il sole, altro che il sole, che essicca il cuore, che ti costringe a ridere. Non puoi mica lamentarti quando c’è il sole. Con la pioggia sì, se la capisci. E tu l’hai capita. Eravamo amici una volta? Non ricordo quasi più! Eravamo una persona sola? Hai realizzato i sogni che avevo io, e ti piaci! Cazzo, Jeremy, ti piaci! Ti piaci a tal punto che di notte,se guardi di fuori, qualche sonnambulo e qualche battona non ti agitano, non ti toccano. Ma a me sì. Mi agitano perché io dormo, io dormo e loro chissà che cosa fanno.» Il solo pensiero di Jeremy gli aveva riempito gli occhi e il torpore era caduto a terra, andando in frantumi. Aveva visto Londra con i suoi comignoli ordinati contro il cielo sfilacciato, con le sue case singolari, con il suo imponente e delicato sguardo. Londra era un gatto acciambellato e lo guardava con aria sorniona, facendo le fusa. Lo guardava da un tetto e lo chiamava. J. si era alzato rapidamente, con uno scatto feroce, e aveva soffiato via l’aria pesante, soporifera della stanza. Richiamato fuori, era corso su per le scale, si era infilato le scarpe, aveva risalito le scale, questa volta in maniera diversa. Aprì la porta senza nemmeno accorgersene, rapito, sconvolto. Libero cominciò a correre lungo la strada davanti casa per poi infilarsi in un vicolo e sbucare nella via parallela. Le strade erano ricamate dalle pozzanghere, le vetrine erano colorate, il cielo lo guardava curioso. Si infilò nuovamente in un vicolo sulla sua destra, prese un’altra via, abbastanza lunga, che percorse fino alla fine in poco tempo, scese delle scale e si gettò sulla via principale. Correva libero, emozionato, e ascoltava il battito regolare della città intorno a lui, sotto di lui, sopra di lui. Saltò rapidamente un tombino instabile, superò un anziano signore con il giaccone grigio. La città pulsava, e lui pulsava con lei. Correva e ad ogni passo era più leggero, ed ogni passo lo liberava, scaricando a terra ore ed ore di noia e tensione. Respirava J., respirava l’aria pungente di ottobre e ad ogni respiro cacciava via il pomeriggio, il divano a fiori, lo stanzone di sotto. E la città li cacciava via insieme a lui, lo contattava e gli rispondeva, intonando con lui un vecchio canto di liberazione. Lo abbracciava e lo avvolgeva, per poi sparire di colpo, risolta in mille vortici d’aria, in mille palazzi che sfrecciavano veloci.


SIGNORE AL TRUCCO Maurizio Cotrona

Via il terrore da quegli sguardi, signore, quando avrò finito con voi sarete di nuovo ricoperte di bellezza e farete fatica a riconoscervi le une con le altre. Ma per tirarci su e farci un po’ di coraggio cominciamo a giocare con le labbra, perché le labbra sono nostre alleate, l’avamposto di una grazia immortale, faro del nostro porto. Non le nostre autentiche labbra, evidentemente. Cancellate il loro contorno naturale applicando senza parsimonia uno strato di correttore in crema, quindi copritele con il rosso più denso e sfavillante della linea Nolitte, il numero 63, partendo dal centro molle verso gli estremi tesi e procedendo un paio di millimetri oltre i loro confini. Aggiungete un tocco di ombretto madreperlato sul labbro inferiore, uniformate tutto con una passata di gloss e avrete sulla bocca la mela del desiderio, rossa e lucida, in qualsiasi stagione, a qualsiasi età. Nessuna ipocrisia tra noi, signore, siamo radunate per rallentare il tempo e ritardare il giorno in cui non saremo più in grado di suscitare nella testa degli uomini il pensiero del trionfo che sarebbe per loro baciare le nostre labbra. Siamo tutte d’accordo su questo? E i vostri denti dovranno essere abbaglianti. Davanti a voi c’è uno sbiancante a base di perossidi capace di eliminare le macchie superficiali dello smalto e di rendervi presentabili per una sera, ma io vi invito tutte a risolvere il problema alla radice affidandovi a qualcosa di meno volubile di madre natura: non ascoltate le sirene di chi denuncia un danno che non dobbiamo temere, non esistono denti più sani di quelli di porcellana e i vostri premurosi mariti non protesteranno per 44 COOLIBRÌ

la spesa, non potete immaginare quanto abbiano in orrore i resti dei vostri veri denti. Il nostro sorriso è la nostra anima da tenere sempre affilata per colpire il nemico al cuore al momento della resa dei conti, la lezione l’ho imparata a mie spese dalla mia grande madre. “Come mai una donna bella e attenta come te si prende così poca cura della propria pelle?” le ho chiesto seduta al capezzale del letto in cui gemeva consumata dall’ira per la fuga amorosa del suo terzo marito. Ma non era quello il giorno per cantare la vittoria della mia giovinezza dopo decenni passati all’ombra della sua bellezza. Lo teneva a marcire da più di quarant’anni, sotto la lingua, l’esemplare sorriso con cui mi ha risposto, ormai se ne sentiva la puzza in tutta la casa. Un sorriso putrido che lasciò splendere, ancora una volta, i suoi denti d’avorio, ho i brividi ancora adesso: “sono contenta per te se vedi la mia pelle in cattive condizioni e sono contenta per te se non ti accorgi delle disgrazia che dimora sul tuo viso”. Mi sono chiusa tre settimane in una clinica dopo quel giorno e ho speso tutto quello che avevo per ripulirmi di peli, nei e sporgenze e lo splendore del risultato è davanti ai vostri occhi ora e rimarrà davanti agli occhi di mia madre per sempre. Queste sono le vittorie che ci sono concesse e queste sono le gioie che vi preparo ad ottenere. Se vi aspettavate altro dalle mie lezioni, la porta è quella. La pelle. Non mi fate rivedere quegli sguardi impauriti, amiche, c’è molto che possiamo fare. Non vi parlerò di chirurgia estetica solo perché la considero un imperativo morale per le signo-


re che hanno oltrepassato i cinquanta, se non la userete voi la useranno le donne che vi stanno accanto e quando sorrideranno piene di compassione al vostro miserabile volto saprete chi dover ringraziare per i gemiti e i singhiozzi che non riuscirete a trattenere. Non volete scoprire cosa significa provare pietà di se stessi, vero? In ogni caso, signore, la pelle deve scomparire e le soluzioni sono note. Bruciarla al sole, naturale o elettrico che sia. L’effetto è buono ma, come alcune di voi sanno, non dura a lungo e non se ne può abusare, io conosco spettri bruni che non escono più di casa o vivono con un velo perennemente calato sul viso perché hanno l’epidermide della stessa consistenza e dello stesso colore di quella di uno scimpanzé mummificato. Io consiglio, invece, di vestirla con uno scintillante abito realizzato adoperando un assortimento di eccellenti fondo tinta di raffinate cere e pigmenti originariamente sintetizzati con tecnologia militare. Ne serve uno dello stesso colore della pelle per preparare la base e uniformare l’incarnato, uno più chiaro levigante per coprire le imperfezioni, attenuare rughe e occhiaie e creare vistosi punti luce, e l’ultimo più scuro per cancellare le forme. Una passata di polvere effetto seta fisserà il tutto. Per almeno due ore avrete la pelle che dovrebbe sempre avere una donna sana, con tutta la vita davanti. Gli occhi, sono gli occhi la nostra vera disgrazia: le pupille impallidiscono, la sclera perde la sua impermeabilità, assorbe le lacrime e ingiallisce, e la scienza non ha ancora forgiato strumenti contro questo declino. Non sono qui per cantare una vittoria, perché non esiste vittoria per nessuna di noi, sono qui per incitarvi a resistere, con ogni mezzo, non conta altro se non l’immagine della nostra grazia, la grazia è il nostro onore, non c’è altra dignità per una signora. Adotteremo una tattica diversiva, un prestigio di chiaroscuri per distrarre il cacciatore dalla preda e portarlo a guardare altrove. Un filo di matita bianca sul bordo interno delle palpebre creerà uno stacco brusco con una nuance nera tra le ciglia e la piega; uno sfavillante mix di ombretti dal blu al fuxia, ricalcati tono su tono, completeranno il quadro. Avrete sugli occhi le ali di una farfalla, una tela di Raffaello incorniciata da sopracciglia alte e slanciate e chi vi guarda non saprà distinguere tra la vostra bellezza e la loro. Mancano solo le guance per portare a termine il lavoro e con le guance è arrivato il momento di mirare ancora un po’ più in alto. Le nostre guance dovranno essere quelle di una quindicenne

imbarazzata o infreddolita, nessuna mezza misura e nessuno sconto. Se avete avuto l’avventatezza di concepire e far nascere un figlio e la sfortuna di avere una giovane femmina che vi sta accanto ogni giorno come icona vivente del vostro degrado, le vostre guance dovranno fare impallidire le sue e niente è più efficace nel maquillage quanto il blush, è in grado di stravolgere le geometrie e i colori di un volto. Scegliete un rosato arricchito da pigmenti che riflettono la luce e danno al viso una aria sana e radiosa da neonata starlette, stendetelo per cinque volte con movimenti circolari, alternando il senso orario a quello antiorario, usando un pennello di peli di mortora. Un po’ di polvere magica anche sul mento e agli angoli esterni della fronte, prego. Ecco, signore, dovrete ammettere che abbiamo apparecchiato una buona tavola. Avete ben investito il vostro tempo e il vostro denaro, per oggi siete pronte. Vi prego, testa alta e passo svelto e questa sera gli uomini si gireranno verso di voi, ancora una volta. Si gireranno verso di voi, mormorando la loro ammirazione, e vedranno solo tacchi appuntiti e una capigliatura dorata, la forma delle gambe dentro jeans attillati o calze imperscrutabili e l’abbondanza del vostro seno stretto tra lacci e guaine. Vedranno il riflesso della luna sulle vostre labbra intonate con impressionanti pendenti di smeraldo e lo splendore luminescente sui vostri occhi. Persi tra gli estremi non si concentreranno sullo spazio che sta le scarpe e la cintura, tra le orecchie e la bocca, tra lo smalto e i bracciali. Durerà solo qualche ora, ma riproverete l’emozione di sentirvi di nuovo nel vostro corpo, ricongiunte a quello che siete sempre state. Vivere il meno possibile il più a lungo possibile, questa è la nostra strategia. Andare a letto presto e svegliarci tardi. Rimanere all’ombra e stare attente a quello che mangiamo. Mentire rigorosamente sull’età, falsificando i documenti se occorre, per tenere fede ad una verità più profonda di quella anagrafica. Incontrare gli altri esseri umani solo quando è necessario e farci trovare perfettamente tirate a lucido le poche volte in cui siamo costrette a farlo. Per prolungare di un secondo il nostro fascino siamo disposte a tutto perché non esiste altro, il fascino è il nostro potere. Non sono qui per cantare una vittoria, perché non c’è vittoria per nessuno. Sono qui per incitarvi a resistere, con ogni mezzo, finché la nostra pelle non si strapperà sotto il peso di una sorriso avventato. Non abbiamo altro, non esiste altro, se non l’immagine della nostra grazia, la grazia è il nostro onore, non c’è altra dignità per una signora. COOLIBRÌ 45


LE CARCERI Michela Carpi

Foto di Hedrok on Flickr.com

«Per di qua», dice la guardia più anziana. Ha il corpo scuro, enorme e tatuato; Diego, il fotografo, voleva immortalarlo, ma quello gliel’ha impedito: «Tu stai fuori», gli ha detto, «dentro non c’è niente». Diego è rimasto immobile sotto il sole abbacinante, «Ti aspetto qui», mi ha detto mentre cambiava obiettivo, «fai presto però». Io ho attraversato il cancello e la rete metallica, il cortile in cemento e la guardiola d’ingresso. Ho lasciato documenti, tesserino, portafogli, sigarette, accendino. Mi hanno anche fatto togliere la catenina con appesa la fede e l’anello d’argento alla mano sinistra. L’anello copriva un piccolo tatuaggio a forma di testa di moro, la guardia ha fatto una specie di smorfia quando l’ha visto, e mi ha lasciato in custodia di un’altra sentinella, un ragazzo giovane e baffuto. «Qui» ha detto il ragazzo, e mi ha spinto in un corridoio ricoperto di scritte e disegni osceni, con tracce di pedate sulle pareti e agli angoli resti di escrementi, ossa e sangue. «Guardi lì», dice, per terra, al posto del pavimento, ci sono delle griglie di ferro, e legati alle griglie degli anelli metallici. La guardia preme il manganello contro la mia schiena e mi costringe a chinarmi, a guardare giù, nel buio tra le sbarre, e giù vedo una selva di mani scheletriche, mani di cadaveri ossuti che ciondolano sotto i miei piedi: sono appesi a quelle minuscole manette metalliche e ondeggiano sospesi nel vuoto. «Avanti», mi dice il ragazzo, ad ogni passo sento il rumore del ferro che sbatte contro il ferro e di ossa che cigolano e ogni tanto si spezzano. Come quando, alla fine dello spettacolo, scuoti troppo forte il teatrino al quale sono rimasti appesi tutti 46 COOLIBRÌ

i burattini. «E poi?», chiede Cartaphilus mentre gli riferisco il sogno. Gli occhi dietro le lenti scrutano il mio viso con un’intensità sconcertante. È solo il custode della biblioteca, ricordo a me stesso, ma è lui che ci porterà fuori di qui, fidati, Sonny, fidati di lui. «E poi?», chiede. Poi, racconto, ci troviamo di fronte a una porta altissima, arriva fino al soffitto, «La chiave chi ce l’ha?», «Sono tre chiavi», spiego, una ce l’ha il ragazzo nella tasca interna della giacca, le altre due gli uomini in divisa nera che ci aspettano sulla soglia, ne hanno una ciascuno appesa al collo. «Ci dovrà pur essere qualcuno con tutt’e tre le chiavi», osserva Cartaphilus meditabondo, forse l’uomo con i tatuaggi, dico, come se fosse tutto realmente accaduto, come se davvero possa servire a qualcuno il sogno di un posto di cui, finora, nessuno ha mai sentito neppure parlare. Cartaphilus insiste perché io prosegua. Oltre la porta c’è un corridoio molto simile al primo, con le stesse pareti oscene e le griglie a terra. Ma qui, sulle griglie, tra calcinacci e pezzi di metallo arrugginiti, ci sono i corpi di uomini nudi e ripiegati su se stessi come feti, sono corpi immobili ricoperti di sangue, vomito, brandelli di stoffa, cibo, escrementi. L’odore è nauseabondo. La porta si chiude alle mie spalle con un rombo. Cercando di non calpestare nulla di umano sono costretto a muovere i primi, raccapriccianti passi in quel groviglio ripugnante. «Erano morti tutti?», «Quasi nessuno», dico. Appena avanzo sento lamenti cupi, rochi come guaiti, e da quella


massa informe inizia a sollevarsi una mano, un braccio, un volto, uno di loro mi sembra persino di riuscire a vederlo negli occhi – orbite scavate e senza alcuna espressione, senza più nulla di umano – ma poi non ce la faccio a sostenere quella visione e guardo solo avanti, cercando di procedere il più rapidamente possibile verso la fine. «E poi?». Poi cosa? Il tempo è poco, le risorse limitate, a che serve raccontare ancora? Non è meglio pensare alla spedizione, alle provviste d’acqua, ai lavori nel tunnel, non è meglio pensare a tutto quello che c’è ancora da fare, invece che stare qui a chiacchierare? «Poi c’è un’altra porta e un terzo corridoio, in tutto e per tutto simile ai primi due», dico, ma qui i prigionieri sono tenuti in condizioni migliori: hanno i vestiti addosso e ciotole di acqua e cibo, e stanno seduti sulle griglie con la schiena costretta contro la parete. «Costretta come?». Con una specie di collare, ce n’è uno ogni mezzo metro circa: il corridoio è tutto occupato da una fila ordinatissima di cinghie in pelle nera e i prigionieri se ne stanno lì, con la testa legata alla parete, le mani legate in grembo, le caviglie legate alla griglia… o almeno così sembra all’inizio, perché quando la guardia mi spinge lungo il corridoio mi accorgo che le corde ai loro piedi scendono tra le sbarre metalliche e pendono nel vuoto. «Li uccidono così?». Guardalo Sonny, osserva questo vecchio, fidati di lui. Occhi limpidi, grigio di capelli e di barba, dai tratti singolarmente vaghi. Ne ha viste tante, nella vita, è proprio uno di quegli uomini di cui si può dire, con ragionevole certezza, che ne ha viste tante, nella vita. Tutto, in lui, l’abbigliamento, la voce, lo sguardo, probabilmente anche i pensieri, fa pensare a luoghi e tempi remoti, imperscrutabili. «Vai avanti», dice. «È così che li uccidono», dico. La maggior parte dei prigionieri se ne sta immobile e rassegnata lungo la parete, ma poi vedo una donna che all’improvviso si contorce dal dolore: punta i piedi a terra mentre la corda le incide le caviglie fino a mostrarne le ossa, come se qualcuno la tirasse fortissimo da sotto la griglia. Invece, scopro, sotto di lei, sotto la griglia, c’è il corpo di un uomo appeso per le mani a quella stessa corda, e io vedo queste mani che tentano di sorreggersi alla sbarre di ferro, mani esangui e disperate, che chiedono aiuto. La guardia mi chiede se voglio farle delle domande, delle domande alla donna, se voglio toccarla, se voglio guardarla, posso farle tutto quello che voglio, non ci vede e non ci sente nessuno. Scuoto la testa. Il ragazzo dà un calcio a quelle caviglie insanguinate e calpesta le mani appese come fossero un mozzicone di si-

garetta, preme con lo stivale fino a spengerlo del tutto, fino a sentire il rumore delle ossa che si spezzano e le mani che cedono. «Chiunque fosse lì sotto non avrebbe comunque resistito a lungo», dice Cartaphilus. «Muoiono così, appesi per i polsi, dissanguati». «La più crudele delle impiccagioni», commenta il vecchio. Rimaniamo in silenzio per un po’. Da fuori si sentono le grida dei ragazzi che si esercitano, i rumori degli spari a salve, le jeep che si allontanano. Diego è da qualche parte che mi aspetta, dobbiamo ancora pulire i fucili e risuolare gli scarponi. Non gli dico della donna, quanto somigli a Giulia. Un tempo doveva avere il suo stesso sguardo energico reso allegro dagli occhi chiari, quello stesso incedere onesto e schietto che ti permetteva di riconoscere Giulia anche da molto lontano. Le stesse gambe slanciate, il culo sodo, lo stesso seno, le stesse mani abili e veloci, doveva avere. «Hai visto altro?». «No. A quel punto è tornata la guardia anziana, mi ha guardato, si è rimboccata le maniche scoprendo due tatuaggi mostruosi: da una parte il volto di Cristo trafitto negli occhi, dall’altra una bambina con una carota colorata nel sedere. “Ti piacciono?”, ha chiesto notando come li osservavo, poi mi ha legato mani e piedi, mi ha stretto a un collare lungo la parete e mi ha lasciato lì, accanto alla donna che mi osservava con gli occhi spenti». Non glielo dico degli occhi, che gli occhi mi piacevano più di tutto in Giulia, il modo in cui le pupille si dilatavano quando facevamo l’amore, il modo in cui stringeva forte le palpebre quando veniva, stesa sotto di me, stringendo con i pugni le lenzuola. «È come immaginavo», dice Cartaphlius. «Era solo un sogno». Solo un sogno, Sonny, e il sogno non si ripeterà, non per noi, il vecchio ci salverà e ci porterà per sempre via di qui. Fidati. «Un sogno preciso, però», dice. Dal modo in cui il fumo della sua pipa vibra inquieto alla debole luce della candela capisco che gli trema la mano, e che non vuole che lo si noti. Lascialo pensare, lascia che ora riposi, è solo un vecchio bibliotecario. Mi alzo, dico: «Ora devo andare», il vecchio dice: «Ora devi portarci fin lì». COOLIBRÌ 47


36H

Francesca Marocco ed Eva Clesis

Dopo sette infornate, Lucia scelse trenta bignè che sembravano i meno peggio. Tirò fuori la sfoglia dal frigo, aveva fatto anche quella, preferendo saltare il cinema con le amiche per passare il venerdì sera a piegare una pasta burrosa in otto, ristenderla col matterello e ripiegarla. Anche il suo sabato mattina era sfumato. Stava cuocendo la crema quando il timer del forno annunciò che il pan di Spagna era pronto. Doveva solo infornare la sfoglia, montare la panna, preparare lo sciroppo, farcire… Avvicinandosi a quel portone per l’ultima volta, Sabino guardò in alto. Tra tutte le finestre del palazzo, la cucina di Lucia risaltava, l’unica che 48 COOLIBRÌ

proiettasse un bagliore arancione. Pensò che se fosse passato di lì per la prima volta, la cosa lo avrebbe incuriosito. Ma la prima volta era andata indietro nel tempo. E non c’era da perderci la testa. Semplicemente l’amore era finito, come finiscono tante cose ogni giorno, dai cereali nella scatola di cartone al mattino fino alle pagine di un libro sul comodino. Con il dito che puntava verso il campanello, Sabino ripeté a mente le parole: Lucia, è finita, lasciamo stare. Schiacciò il pulsante e il portone si aprì. Già presa la decisione, pure avrebbe voluto cambiare idea: se solo Lucia gli avesse aperto la porta, bella come non era mai stata; se l’arancione di


quella cucina fosse stato la luce di un fuoco che divora, se… Provò tristezza, come respirare un odore dolce di pasticceria che non fa più gola. Qualcuno le avrebbe detto che stare in cucina un giorno e mezzo per preparare una Saint-Honoré che non era in grado di fare era patetico. Ma per Lucia era un gesto romantico preparare una delle torte più difficili al mondo per dimostrare al suo ragazzo che lo amava, quando sarebbe bastato comprarne una in pasticceria spacciandola per sua. Si fece una doccia, e quando il campanello suonò aveva i capelli umidi e niente trucco. Di primo c’erano spaghetti alle vongole, il secondo passi, era sul dessert che si giocava tutto. Buttò al volo una tovaglia sul tavolo e corse ad aprire. Quando Lucia, più sbattuta del solito, gli aprì la porta, e un odore di pasticceria lo raggiunse all’improvviso, Sabino ebbe un fremito: i suoi pensieri si potevano materializzare. Con il piccolo particolare che ad apparire era l’esatto contrario di ciò che voleva. Lanciò un’occhiata verso la cucina da dove proveniva l’odore e pensò che forse doveva dirglielo subito. Lucia lo vide, e il suo sguardo le sembrò sgonfio e apatico. Avrebbe dovuto mettersi il rossetto. Lo salutò con allegria eccessiva, quasi a fargli le feste. “Ciao amore! Vieni, sto apparecchiando.” “Perché invece non andiamo fuori a cena?” rispose Sabino senza pensare. “Fuori a cena? No! Come? Ho preparato tutto qua” disse lei guidandolo in cucina. Sabino si lasciò portare fino alla sedia, prese posto sotto il lampadario arancione e osservò la montagna di piatti nel lavello. Dalla quantità di stoviglie che Lucia era riuscita a sporcare immaginò che lo aspettasse una cena con antipasti, primo, secondo e dolce. Dolce. Il pensiero lo inquietò. L’avrebbe fatto prima. Gliel’avrebbe detto sul secondo. Lucia, è finita, lasciamo stare. Mangiarono senza parlare, ma Lucia non ci badò. Sabino ce l’aveva con lei, negli ultimi tempi doveva sembrargli che le cose tra loro fossero un po’ piatte. Due isole e un ponte e nessuno dei due pronto a fare un passo verso l’altro. Un guizzo, una sciocchezza. Una torta difficilissima. Sorrise mentre Sabino acchiappava le ultime vongole dal suo piatto. Un silenzio perfetto. Finché lei disse: “Guarda però che il secondo non c’è” Sabino fu tentato di prenderlo come un segno del destino, ma quella sera in cucina non c’era spazio per cose divertenti. Guardò il frigo, lì doveva esserci il suo nemico, un dolce talmente colossale da impegnare tutte le stoviglie della casa. Valeva la pena fronteggiarlo subito. Finirla lì.

“Che c’è adesso?” le domandò. Chiuse gli occhi per raccogliere le forze. “ Il dolce! Ti ho… c’è la torta.” disse Lucia mangiandosi la frase, non voleva anticipare gli eventi, dirgli subito che erano trentasei ore che cucinava per una Saint-Honoré. Ricordi? La nostra prima cena al ristorante. Io ordinai una fetta di torta e tu mi chiedesti cos’era e mi dicesti che un’altra volta avresti voluto assaggiarla. E usciti dal locale mi desti un bacio, sussurrando: Adesso. E io te l’ho preparata apposta, pensò Lucia, alzandosi e dirigendosi verso il frigo. Sabino mandava a mente un conto alla rovescia. Allo zero gliel’avrebbe detto. Poi si sarebbe alzato e sarebbe andato via. Lucia aprì lo sportello, la Saint-Honoré prendeva un piano del frigo tanto era grande. Un’opera ingegneristica. La mise in tavola esclamando: “Ta-daaam”! Sabino arrivò allo zero. Aprì gli occhi e finalmente disse: “Lucia, è finita, lasciamo stare!”. Si alzò, prese il giubbotto dal divano e uscì. “Lasciamo stare? Non vuoi la torta?” gli chiese Lucia rincorrendolo. Non era possibile. Doveva dirglielo adesso che l’aveva fatta in casa? Gridarglielo dalle scale? Forse se gliel’avesse detto lui si sarebbe intenerito e sarebbe tornato per assaggiarne un pezzetto. Ma poi l’avrebbe baciata come la prima volta? Doveva starglielo a spiegare? Chiamarlo dal citofono? Bignè, sfoglia, crema, pan di Spagna, panna bianca e scura, sciroppo… Sentì i suoi passi alla fine delle scale. Sabino uscì dal portone, ritrovando in strada l’aria per respirare di nuovo. Guardò in alto, la luce arancione della cucina si spense in quel momento. Restò a fissare la finestra buia, incapace di distogliere lo sguardo. Il fondo della scatola di cereali, la quarta di copertina del libro, il silenzio del cuore quando l’amore finisce. Rimase lì finché gli parve di intravedere un piccolo punto chiaro. Non ebbe il tempo di accorgersene che il puntino gli corse incontro, precipitando verso di lui, diventando sempre più grande. Il disco bianco gli si appoggiò sul volto, dapprima soffice come una carezza, poi liquido e fresco. Il dolore, e il tonfo di uno schiaffo, arrivarono un attimo dopo. Sabino rimase allibito, mentre si passava una mano sulla faccia, riconoscendo nei pezzi che si toglieva dal viso i bignè della torta di Lucia. COOLIBRÌ 49


FRUSCIANTE Natalino Capriotti

Aprii gli occhi. Sbadigliai. Sentivo freddo. Avevo la bava sul mento. Mi resi subito conto di aver sognato parecchio, durante la notte. Mi tolsi dalle coperte. Sciacquandomi il viso pensai di aver sognato parecchio durante tutta la vita. Ma ora mi guardavo allo specchio e non ricordavo più nulla. Il mio cervello si era fermato. Da giorni, ormai. Lui era sceso dal treno, arrivato a destinazione, capolinea. Solo di notte, lui si muoveva. Quando per qualche istante scientificamente inspiegabile riusciva a sfuggire al mio controllo. Il mio controllo. Io. Io non avevo angoscia, né desideri. Avevo smarrito i pensieri, oppure non li ricordavo. Ricordavo a malapena il mio nome, il numero del mio cartellino, il nome della troia che mi aveva abbandonato. Ero solo. In quella maledetta casa vuota. Senza nemmeno un soldo per comprare i miei barattoli di birra. In quel periodo bevevo lattine di birra nera da mezzo litro. La tracannavo a temperatura ambiente. Segavo le lattine quando ero arrivato a metà. Volevo farmi male. Ingrassare. Perdere tutti i denti. Trafiggermi le gengive con le lattine di birra segate. 50 COOLIBRÌ

Infilai un paio di scarpe. Le dissotterrai dai cumuli di immondizia che giacevano sul pavimento. Mi avviai giù per le scale con le ferite sulle labbra. Non uscivo da una settimana. Varcai la soglia del tetro condominio. La luce del sole mi arrivò addosso come una bastonata. Come una siringa di adrenalina nel cuore di un drogato. Come un defibrillatore che prova a far resuscitare un morto. La strada era popolata da esseri in cravatta e valigetta, che correvano. Fermai un bambino e gli dissi: “Ehi, non riconosci lo zio?”. Il tanfo che usciva fuori dal mio corpo era terribile. Il bambino tentò di sfuggirmi, ma io lo afferrai per un braccio. Il bambino attaccò a piangere e a urlare. Frugai nelle sue tasche mentre con l’altro braccio lo tenevo fermo. Presi il suo cellulare. Alcuni passanti, spaventati, provarono a montare una protesta. Io lasciai andare il bambino con uno spintone, poi sputai addosso a tutti gli stronzi vigliacchi che mi si scagliarono contro: “Lasciatemi stare, io puzzo”. Mi lasciarono stare. Mi incamminai sul marciapiede. Col cellulare del ragazzino telefonai a Rinaldo Di Mare, l’unica persona al mondo cui portavo ancora rispetto. Ricordavo il suo numero a me-


moria. Rinaldo Di Mare ufficialmente gestiva una rivendita di carni suine, ma sottobanco commerciava con le armi. Aveva certi amici zingari che gli facevano pervenire i Kalashnikov direttamente dall’Albania. Ci demmo appuntamento sotto i Grandi Magazzini del Conte. Lì si poteva passare inosservati. Rinaldo aveva la faccia gialla, le occhiaie nere, e arrivò camminando svelto, con addosso degli abiti nuovi da ragazzo, che non gli si addicevano. “Cristo quanto puzzi. Ma che cazzo ti è successo?”. “Devi darmi un fucile a credito”. “Io non devo dare niente a nessuno”. “Sai che onoro i debiti”. “Vieni dietro nel cortile, anzi no...”. Io restai in silenzio, guardandomi attorno. “Al campo di concentramento nazista. Sotto la baracchetta. Mando uno scagnozzo”. Il campo di concentramento nazista era la pineta. Noi del quartiere la chiamavamo così, da sempre, perché più che una pineta sembrava un cortile di prigione. Mi diressi là. Entrai nella baracchetta. Faceva un freddo cane. Passarono alcune ore. Arrivò lo scagnozzo col fucile avvolto in una coperta. Mi consegnò l’arma. Me ne andai immediatamente. Fuori era già buio. Percorsi le strade del quartiere con il fucile in mano. Nessun passante si azzardò a fare qualcosa, o a protestare. Fui attraversato da una sensazione mista: di potenza e solitudine. Solitudine totale. Non recuperabile. Assoluta. Entrai nella gigantesca rivendita di pelli e montoni Melfi Pronto Moda, dove avevo lavorato fino a una settimana prima, col cartellino numero sette. Rapinai il negozio. Poi salii di sopra, dove c’erano gli uffici. Uccisi il titolare mirando secco in faccia. Non so se ebbe tempo di spaventarsi o capire cosa stesse succedendo. Crollò sulla scrivania. Vidi il suo sangue spandersi sulla tastiera della calcolatrice. Lasciai alla puttana obesa di ragioniera il cellulare del ragazzino. Le dissi: “Consegnalo alla polizia, non è mio. A te non ti uccido, tu soffri di più a vivere”. Mi diressi verso la casa di Rinaldo Di Mare. Con i soldi della rapina pagai il mio debito. Salutai educatamente. Cominciavo a rasserenarmi. Gli orizzonti davanti a me, dopo anni e anni, ritornavano celesti. Feci poi irruzione in casa della troia. Stava effettuando le pulizie del dopo-cena: spolverava e ripuliva i fornelli. Gli sparai senza nessuna esitazione. Almeno venticinque colpi. Alle spalle.

Nemmeno mi aveva sentito entrare. Conservavo ancora una copia delle chiavi della sua abitazione. Mentre la troia cadeva a terra mi avvicinai a lei. La guardai negli occhi, ascoltai il suo ultimo respiro. Volevo assicurarmi che lei si accorgesse, che sapesse: ero io, ero stato io, io, a porre fine alla sua merdosa sporca vita. Fuori in strada saltellavo e sparavo alcuni colpi in aria. Ero felice e soddisfatto. A quel punto mi sarebbe piaciuto ricominciare a vivere, ma sapevo benissimo che era troppo tardi. Pace sentivo io, fra me e la vita. Via il nero. Tutto era lontano. Nel mezzo anni luce di distanza. Nel mezzo solo bellissimi orizzonti celesti. Non mi restavano che pochi minuti. Entrai nei grandi magazzini del conte con il fucile in mano. I magazzini del conte chiudevano alle dieci. Comprai una confezione da ventiquattro birre da mezzo litro. Non più nere, ma bionde. Non più a temperatura ambiente e putride, ma fresche, floreali, dissetanti. Mi avvicinai alla cassa ridendo e parlando da solo. La commessa, terrorizzata, mi consegnò il resto. Per tutta risposta tirai fuori tutti i soldi che mi erano avanzati e le dissi: “Tieni, comprati degli abiti nuovi”. Rientrai a casa e iniziai a bere. Bevvi una, due, tre lattine. Ero seduto sull’immondizia, con la schiena appoggiata al muro, in attesa. Lo stereo rimase spento. Volevo sentire il mio silenzio. Me lo volevo godere, per l’ultima volta. Il tanfo di sudore era piacevole, si inseriva nei nervi, fungeva da calmante. Era la fine della corsa, capolinea, dovevo scendere a recuperare il mio cervello. A recuperare me. Arrivò la polizia. Bussarono alla porta, io non risposi. Sfondarono la porta, io non mi arresi. Feci fuoco. I primi tre agenti che mi si pararono davanti caddero sotto i miei colpi. Forse avevano bambini, o fidanzate, o madri in apprensione, non so, non mi interessa. Non ricordo altro, della mia vita. Non ricordo i miei pensieri. Non ricordo il mio cervello libero, che forse ancora vaga, nella notte. E che forse ancora vive nella mia famiglia, negli adolescenti sogni ad occhi aperti, nel cuore di albanesi onesti e di donne più assennate. Ora vi scrivo dall’altro capo del telefono. Qui non è certo un paradiso. Il paradiso è sulla Terra, in mezzo a un campo verde, sopra un aeroplano, sopra lo sgabello di un locale, o tra le braccia di una donna. Quel posto esiste. È lì, vicino a voi. Più vicino di quanto voi crediate. Forse l’avete addirittura in pugno. Non lasciate che vi sfugga.

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LE NOZZE DI WILLIAM Giovanni Dozzini

L’uomo lanciò un’occhiata allo specchio opaco del lago, oltre le inferriate e i tralicci del cantiere. Strinse gli occhi per distinguere nella foschia del pomeriggio che languiva le sagome delle tre isole. In un attimo si distolse, e si incamminò verso l’auto parcheggiata a ridosso del crocicchio che pareva quasi oscillare di fronte alla porta del paese. Poteva sentire ancora le voci dei suoi amici seduti ai tavolini del bar, un centinaio di metri più su, al di là delle mura. Salì a bordo e partì, e scendendo verso valle incrociò una manciata di bambini festanti che giocavano a prendersi a scappellotti sul ciglio della strada. Guidare lungo i tornanti di quella campagna gli distendeva i nervi. Guardava il verde dei campi e della macchia, scalava le marce con calcolata serenità. Non so se è davvero lo stesso mondo di laggiù, pensava. La gente, le vie, il cielo. Era tutto così spaventosamente diverso. Al primo stop prese a destra, continuando a scendere, e in pochi minuti si trovò sulla strada principale. Poco dopo l’imbocco si imbatté in un altro gruppo di bambini, le scuole dovevano aver chiuso. Ora la strada lo precedeva dritta, all’apparenza interminabile. Fece per accendere l’autoradio ma poi si ricordò che l’autoradio, in quella macchina, non c’era, la prossima volta dovrò ricordarmi di specificarlo a quelli del noleggio, pensò. Proseguì per qualche chilometro lungo la strada, che per quanto lo riguardava poteva portare pure a casa del diavolo. Sulle colline ai suoi lati continuavano a spuntare minuscoli borghi dall’aspetto medievale, o grappoli di case coloniche appese a un tempo remoto, indefinito. Giunto nei pressi dell’ennesimo svincolo, decise di abbandonare la strada principale, e immettersi in un sottile budello di asfalto che si impennava sulla sinistra. Riuscì a leggere sul rettangolo blu di un cartello il nome di uno dei posti verso cui quella stradina doveva portare. Monteleone d’Orvieto. Monte del Leone, pensò. Suonava bene. La strada salì per qualche chilo52 COOLIBRÌ

metro, mentre la campagna, qua e là, s’abbandonava al lento ma inesorabile abbraccio della macchia. Quando arrivò a una rotatoria che gli offriva l’alternativa tra il Monte del Leone e un qualche altro monte di cui non intese perfettamente il nome, tirò dritto. Tempo un minuto e si trovò di fronte un arco del tutto simile a molte altre porte medievali che aveva potuto vedere in Umbria negli ultimi sei anni, dalla prima volta in cui William li aveva invitati, a lui e ad Antonia, a trascorrere qualche giorno nella sua nuova casa italiana. A destra dell’arco si apriva una piazzola asfaltata, al cui imbocco campeggiava una singolare combinazione di segnali stradali. In alto, la grande “P” bianca in campo blu che indicava la possibilità di parcheggiare. Appena sotto, il cerchio blu sbarrato di rosso che stava a significare il divieto di sosta. L’uomo andò oltre e posteggiò, curandosi solo di non sbarrare il passo a quello che una volta sceso dalla macchina capì essere l’ingresso di un frantoio. Ormai ave-


va imparato i significati di certe rutilanti parole italiane. Nelle calde serate d’estate in riva al lago William si divertiva a tenere delle piccole lezioni, dimostrando di avere per quella lingua straordinariamente piena di suoni una predilezione quasi pari a quella per il vino che il tempo distillava dai filari che ricoprivano le colline verdi e ocra tutto intorno. Varcò l’arco, quindi, e si ritrovò a salire tra due schiere di case che potevano essere lì da secoli. Passò davanti a una specie di osteria coi battenti serrati, poco più in là una giovane donna, corpulenta e bionda, stava pulendo i vetri dell’ingresso di una piccola banca. In lontananza vide quattro o cinque uomini seduti lungo la via, appena sotto l’insegna di un tabaccaio che doveva essere anche un bar, altra scena tipica dei suoi frequenti soggiorni in Umbria e in Toscana. Poco prima di incrociare gli sguardi curiosi dei vecchi fu solleticato da un profumo intensissimo di gelsomino, che lo fece voltare alla propria destra, dove vicino a un ce-

spuglio della pianta arrampicato lungo la parete di una casa, si innalzava un lungo e solitario stelo che portava al bocciolo di una minuscola rosa color bordeaux. Passando davanti al bar salutò, ricambiato, dopodiché superò un paio di piazzette, nella seconda delle quali si ergeva una un’alta torre di mattoni rossi su cui occhieggiava il grande quadrante bianco di un orologio. Questo lo fece pensare al regalo di nozze per William e Susan, un orologio a pendolo di discutibile gusto su cui Jacob e gli altri si erano impuntati senza voler sentir ragioni. Fanculo l’orologio, si disse, ridacchiando tra sé, e imboccò un’altra via, più stretta e buia della precedente, in fondo alla quale gli sembrò di scorgere il blu chiaro del cielo, il bordo estremo del paese. Fece qualche passo e si sentì salutare da una voce bassa e brusca. -Salute. -Salute.- rispose lui, individuando il vecchio grasso seduto su uno scalino alla sua sinistra. -Andate a vedere il panorama?- gli chiese il vecchio. -Il panorama, sì.-, disse lui. L’altro si accomodò meglio, movendo con difficoltà il braccio destro, che doveva avere qualche problema, una paralisi o qualcosa di simile. -Si affaccia in direzione del sud, vero?- chiese l’uomo, in tutto uno sfrigolio di erre. -Verso sud, sì.- disse il vecchio. -Se guardate bene se vede il Terminillo. Quel monte con due punte, in lontananza. Il Terminillo. Non conosceva il monte Terminillo, ma ora l’avrebbe visto. Fece per ringraziare, ma il vecchio continuò. -E de notte - disse -De notte se vede anche il duomo de Orvieto. -Lampeggia.- aggiunse subito, aprendo e chiudendo le dita della mano sinistra. -Davvero?- disse l’uomo. L’altro annuì nella penombra, e gli fece un cenno che decretò la fine della loro conversazione. L’uomo ricambiò, e andò oltre, sbucando in un piccolo belvedere che si apriva su una distesa di colline e vallate verde smeraldo. Il duomo di Orvieto, pensò, possibile? Il duomo di Orvieto che di notte lampeggia? Fece scorrere lo sguardo sul profilo dell’orizzonte, senza riuscire a indovinare niente di simile alla sagoma di Orvieto, né tanto meno a quella del suo meraviglioso duomo colorato. Oltre la prima cresta di colli, però, quasi confuse col cielo, apparivano due minuscole gobbe bluastre appena appuntite. Doveva essere il monte di cui gli aveva parlato il vecchio. Bene, si disse. Il monte Terminillo. Ora che l’ho visto, dovrò chiedere qualcosa a William a proposito di questo monte. COOLIBRÌ 53


EVENTI SUD EST INDIPENDENTE TEATRO DEGLI ORRORI e TARM Parco Gondar – Gallipoli (Le) 12 agosto

Dopo un anno di pausa torna nel Salento il Sud Est Indipendente, festival a cura di Cool Club, che nel corso delle tre precedenti edizioni ha ospitato Gogol Bordello, Baustelle, Bugo, Skatalites, Vallanzaska, Verdena e molti altri gruppi pugliesi. Nel 2010 il Sud Est Indipendente diventa itinerante e propone sei concerti tra folk, rock e cantautorato. Dopo Calibro 35, Nordgarden, Brunori Sas, Grimoon e Amor Fou, ultimo appuntamento giovedì 12 agosto al Parco Gondar di Gallipoli con una serata dedicata al rock italiano. Sul palco: Gualeve, che propongo rock-noise con alternanza di psichedelia ed effettistica, atmosfere grunge, con aperture pop; Samuel Katarro, pseudonimo dietro il quale si cela Alberto Mariotti, ventiquattrenne cantante e musicista toscano che svaria dal folk alla psichedelia, dalle ballad alle reminescenze di musica classica, dal punk agli anni ’70, da Syd Barrett a Tim Buckley passando per Beatles, Devendra Banhart e gli italiani Jennifer Gen-

tle; Tre Allegri Ragazzi Morti, rock’n’roll band di Pordenone capitanata da Davide Toffolo che dopo più di mille concerti sul territorio italiano e qualche esperienza europea e intercontinentale, hanno da poco pubblicato “Primitivi del futuro”, uno dei cd più apprezzati dell’anno; Teatro degli Orrori, rock applicato alla canzone d’autore, rock a grande voltaggio. “A sangue freddo” non è solo il secondo disco di una delle band meglio accolte da critica e pubblico negli anni zero. “A Sangue Freddo” è un disco denso come la pece. Denso di contenuti e “politico” come non mai, perché Il Teatro degli Orrori mette in scena la tragedia di Ken Saro Wiwa, così come lo sgomento di un paese, il nostro, alla deriva. In chiusura dj set di Ballarock più altre sorprese. Questa quarta edizione del festival è realizzata grazie al supporto di Unione Europea (P.O. FESR 2007 – 2013), Regione Puglia (Assessorato al Mediterraneo), Laboratori Musicali e Cantele in collaborazione con Manifatture Knos, Centro per l’Orientamento e Tutorato dell’Università del Salento con il patrocinio del Comune di San Cesario di Lecce. Ingresso 12 euro. Prevendita Booking Show. Inizio ore 21.00. Info www.coolclub.it - 0832303707


CUBE FESTIVAL Parco Gongar - Gallipoli (Le) 7 – 11 – 13 agosto

Dopo il grande successo dello scorso anno si consolida il rapporto tra Parco Gondar di Gallipoli e Cube Festival. In questa edizione ben tre serate tra rock italiano e ospiti internazionali. Si comincia il 7 agosto con il doppio concerto di Nina Zilli e Baustelle, autentici protagonisti della stagione con due album che dominano da mesi le classifiche e un live estremamente coinvolgente. Il primo sabato dell’estate salentina proseguirà fino all’alba con l’esplosivo dj set di Leeroy Thornhill, già membro, negli anni ’90, della band più corrosiva ed eversiva

della scena technorave britannica: The Prodigy. Il festival prosegue mercoledi 11 agosto con la performance di Carmen Consoli. La cantantessa per antonomasia torna in Puglia dopo il successo del doppio tour rock e teatrale che ha registrato sold out in tutta Italia nella scorsa primavera. Il suo nuovo show coniuga le due anime dell’artista siciliana in un mix straordinario di elettricità e poesia. Uno spettacolo indimenticabile sotto una pioggia di stelle cadenti. Una magia che continuerà anche dopo il concerto con animazione e dj set fino all’alba a cura dello Stream Fest. Ultimo appuntamento il 13 agosto con i ritmi in levare di Giuliano Palma & The Bluebeaters e Apres La Classe. Info www.cubefestival.it


LOCOMOTIVE JAZZ FESTIVAL Sogliano Cavour (Le) sino al 31 agosto

POPOLI Salento 30 luglio – 14 agosto

La quinta edizione della rassegna dedicata al jazz e diretta dal sassofonista Raffaele Casarano (foto di Jessica Niglio) quest’anno indaga il rapporto tra musica e moda. Tra gli ospiti Francesco Bearzatti, Gianluigi Trovesi, Vertere String Quarter, Daniele Di Bonaventura, Luca Aquino, Alessio Bertallot, Javier Girotto, Roberto Cipelli, George Dimitriu, Elfa Zuhlam. L’evento speciale tra musica e moda (martedì 27 luglio) è diretto dall’orafo e designer Federico Primiceri. Sabato 31 luglio (in diretta su TeleNorba7) grande festa di chiusura del festival: la Locomotive Percussion Orchestra, diretta da Alessandro Monteduro e Giovanni Imparato, incontrerà l’Orchestra di fiati del Conservatorio Tito Schipa di Lecce. Sul palco saranno presenti anche Tuppi Dj, eclettico performer proveniente dalla Big Band di Paolo Belli e numerosi ospiti a sorpresa. Info www.locomotivejazzfestival.it

Un ricco calendario di appuntamenti tra musica, danza, scambi culturali, momenti di riflessione. Torna Popoli collaudata iniziativa interculturale internazionale organizzata dall’associazione di volontariato Mir Preko Nada e da numerosi comuni del sud Salento. Appuntamento clou giovedì 5 agosto nell’Anfiteatro Comunale di Corsano con una serata che vedrà sul palco i romani Migala, i fiorentini Global Kan Kan, i Foly du Burkina, i salentini Alla Bua e la Gang di Popoli composta dal batterista Antonio Marra, dal chitarrista e cantante Pierluigi Santantonio e dal compositore Gabriele Panico. In consolle anche il dj e produttore torinese Pony, che con I Feel Good Productions diffonde il suo djing eclettico che miscela Reggae Mash Ups, Arabic Hip Hop, Balkan & Gypsy Bangers, Baile Funk, Bhangra, Afro, Kuduro. Ospite d’onore il londinese Mc Navigator, uno dei primi Mc di musica jungle, un veterano dei sound system inglesi che dalla metà degli anni ‘90 ha legato il suo nome alla scena jungle e break beat, collaborando con nomi come Asian dub fundation, Freestylers, Roni Size, Krust, e moltissimi altri. La serata ospiterà sul palco anche Tarantarte, spettacolo di “Danza dei Popoli” ideazione e coreografie di Maristella Martella. È prevista anche la cerimonia del Primo Premio “Ala di riserva”, che prende il nome dalla bellissima lirica di Don Tonino Bello. Il premio è riservato a personalità che si sono distinte per l’impegno sociale. In questa prima edizione, due riconoscimenti “alla memoria”: al giovane giornalista Michele Frascaro, direttore dell’Impaziente, e al Vescovo Mons. Vito De Grisantis.

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DAY OFF MUSIC FESTIVAL CHEMICAL BROTHERS Masseria Solicara – Lecce 8 agosto

Quando si è sparsa la voce in molti non volevamo crederci. I Chemical Brothers nel Salento? Eppure il “Day Off Music Festival” è riuscito ad accaparrarsi questa prima esibizione nel Sud Italia (e unica nel nostro paese nel caldo agosto) del duo elettronico più famoso al mondo. Circa tre ore di dj set per presentare anche i brani del nuovo cd Further, un viaggio dinamico e avventuroso oltre i confini della musica, dove Tom Rowlands e Ed Simons esplorano le infinite possibilità del loro suono, sorprendendo i numerosissimi fan con l’album più viscerale della loro carriera. Ad affiancare il duo inglese anche Nathan Detroit, dj e promoter nelle serate “Bugged Out!” e “Glint” di Londra, e Congorock, salentino trapiantato a Milano, dj e produttore, tipico esempio di dance italiana che ha sbancato all’estero. Il festival ospita anche Shaggy (5 agosto a Vernole), Tiesto (12 agosto a Porto Selvaggio), Pendulum (18 agosto a Porto Selvaggio) e molti altri. Info www. dayoffmusic.com

GUSTO DOPA AL SOLE Aeroporto Lecce Lepore 11/14 agosto

In questa undicesima edizione Gusto Dopa al Sole rende ancora più forte il legame con la musica e la cultura della Giamaica. Ecco quindi grandi artisti reggae “conscious” internazionali come Alborosie, italiano e giamaicano allo stesEVENTI 57


so tempo, Steel Pulse, eroi dei ghetti caraibici in Inghilterra sin dagli anni ‘70, e Gentleman, il più grande artista reggae tedesco, iniziatore del grande fenomeno del roots reggae europeo moderno. La compagine giamaicana verace è ben rappresentata dal meglio del dancehall reggae classico e moderno: primo fra tutti Sean Paul, superstar giamaicana degli anni 2000 nel suo unico concerto sulla penisola italiana, e poi il mitico Barrington Levy, una delle voci più campionate di sempre, i giovani Voicemail, in un tour-tributo al suo leader O’Neil recentemente scomparso, il grande Mr Vegas, che proprio in occasione della morte di O’Neil ha lanciato un appello contro la violenza nella società giamaicana. E poi le donne, due giovani splendide voci giamaicane emergenti: E Eye, ospite nel concerto di Alborosie, e Alaine regina indiscussa del Reggae R&B. L’hip hop americano è rappresentato dai M.O.P., uno dei piu’ importanti gruppi Rap newyorkesi, campioni dell’underground. Con le loro hits hanno sancito l’epoca della Golden Age USA, li ricordiamo con brani come “Handle Or Business” o “Alarm Blaze”. Info www.gustodopaalsole.com

ma. Si parte l’11 agosto al Parco Gondar (dopo il concerto di Carmen Consoli) con due dj set (tra gli ospiti anche Populous e Seth Troxler), si continua al Teatro Romano di Lecce (12 agosto) con una personale di Elia Sabato a cura di Katia Olivieri, si approda a Torre Regina Giovanna (13 agosto) con la serata Streamfest meets Transition e si prosegue al Ficodindia di Porto Selvaggio (14 agosto), a Galatina (14 e 15 agosto), al Cotriero di Gallipoli (16 agosto), al Maestrale di Otranto (17 agosto), al Mediterraneo di San Foca (18 agosto) per concludere il 19 agosto al Red Devil di Porto Selvaggio con Luciano Esse, Anderedo, Barem. Info e programma su www. streamfest.org

LA NOTTE DELLA TARANTA Salento dal 13 al 28 agosto

STREAM FEST Salento 11/19 agosto

“Water: fluid interactions” è il leitmotiv dello StreamFest, festival internazionale di cultura eco digitale e sperimentazioni audio-visive che torna quest’anno con un programma itinerante che coinvolgerà numerose location del Salento per otto giorni. Vertigini creative, sonorità musicali da cercare attraverso la strada della contaminazione e della ricchezza di stili, mondi e linguaggi. Difficile sintetizzare tutto il program58 EVENTI

Dopo la world music di Mauro Pagani la Notte della Taranta si trasforma e vira verso sonorità elettroniche. Il Maestro Concertatore Ludovico Einaudi, pianista e compositore che nella sua carriera ha saputo già sorprendere passando da


concerti in piano solo a progetti innovativi, promette una fusione tra tradizione ed elettronica, strumenti tradizionali e loop, voci “anziane” e manipolazioni. Il Concertone di Melpignano (sabato 28 agosto) vedrà sul palco insieme all’Orchestra anche Mercan Dede, Dulce Pontes, Savina Yannatou e Sud Sound System. Nelle due settimane precedenti consueto festival itinerante con alcuni dei gruppi più rappresentativi della scena della pizzica salentina e progetti provenienti da altre regioni di Italia. Tra gli ospiti anche il cantautore inglese (ma di origine francese) Piers Faccini che duetterà con il Canzoniere Grecanico Salentino. Info su www.lanottedellataranta.it

NOTTE NOIR Soleto (Le) 19 agosto

Soleto, patria del famoso alchimista Matteo Tafuri che, si narra, edificò la torre campanaria in una sola notte con l’aiuto del demonio, città delle streghe e degli stregoni, inserita negli itinerari dei principali siti internet e guide ai luoghi misteriosi d’Italia, rende omaggio al mistero e al “lato oscuro dell’animo” con la seconda edizione della Notte Noir che si svolgerà giovedì 19 agosto. L’intera manifestazione, dedicata a delitti, crimini, investigazioni e storie oscure tra musica, teatro e cinema, si svolgerà a partire dalle 20.00 all’interno della Villa Comunale, allestita per l’occasione come la scena di un crimine in cui

gli indizi e una mappa permetteranno al pubblico di scoprire gli spettacoli. L’evento principale della serata sarà il concerto di Franco Micalizzi & The Big Bubbling Band, una grande occasione per gli appassionati di Cinema per rivivere le emozionanti sequenze musicali mozzafiato dei polizieschi italiani degli anni ’70 eseguiti dal vivo da un orchestra di 18 elementi diretta dal Maestro Franco Micalizzi, tra i grandi compositori di colonne sonore divenuto famoso per aver firmato, tra gli altri, le musiche di film cult come “Roma a mano armata”, “La banda del Gobbo”, “Il cinico, l’infame, Il violento”, “Lo chiamavano Trinità”, lavorando con registi come Corbucci, Lenzi e Salce ed entrando così in totale sintonia con il filone poliziesco italiano a cui Quentin Tarantino ha dichiarato di essersi ispirato. Durante il concerto non mancheranno contributi video, tratti dai celebri film di cui il Maestro Micalizzi ha firmato le colonne sonore, proiettati sul grande schermo di un Cinema che ha conservato intatto il fascino forte delle sale di un tempo, tra bouganville e grandi spazi che evocano una indimenticata tradizione da preservare, tutelare e valorizzare. Prima del concerto è previsto un incontro sul noir come genere letterario con la partecipazione di autori pugliesi. A seguire si potrà assistere a reading noir, storie per attori e musicisti, con Simone Franco e Fabio Tinella. Info www.comune.soleto.le.it EVENTI 59


SALENTO SUMMER FESTIVAL Masseria Solicara – Lecce 15 e 16 agosto

Sizzla, Anthony B, Bounty Killer, Treble, Freddy Krueger sono gli ospiti principali della decima edizione del Salento Summer Festival, uno degli appuntamenti più longevi e attesi dell’estate salentina. Nel suo peregrinare geografico e artistico, nelle passate edizioni accanto ai maggiori interpeti del reggae come Sud Sound System, Luciano, Africa Unite, Junior Kelly, Bushman, Roy Paci e Aretuska, Caparezza, Marcia Griffiths, Anthony B, Lee Scratch Perry, Capleton, Raiz, Zion Train, Beenie Man, Richie Spice il Salento Summer Festival ha ospitato anche i ritmi più duri di Sepultura, Marlene Kuntz, After Hours, Meganoidi, Soulfly, Extrema e molti altri ancora. Il Salento Summer Festival parte nella notte di ferragosto con Sizzla, considerato da molti l’erede naturale di Bob Marley, che ha da poco pubblicato il suo nuovo lavoro discografico “Crucial Times” con il quale ripropone, dopo molti anni di assenza, la collaborazione con Homer Harris, il primo produttore che nei primissimi anni ‘90 si accorse del talento del giovane adolescente Michael Collins e che egli stesso ribattezzò col nome di Sizzla; al suo fianco il salentino Antonio Treble Petrachi, conosciuto anche come Lu Professore per l’intensa carriera di “autore” 60 EVENTI

e “compositore” , con il suo nuovo cd si riconferma musicista vivo e propositivo. Ex componente e fondatore del Sud Sound System, ha firmato brani storici per il movimento reggae-hiphop italiano; dal 2005 decide di iniziare un cammino solitario fondando il TrebleStudio e l’etichetta Elianto, collaborando con Rootzband,talentuosa reggae band salentina. Lunedì 16 agosto appuntamento con Anthony B, attivo dai primi anni novanta, propone un grande spettacolo in bilico tra la carica mistica del new roots e l’esplosività ed i trucchetti scenici della dance hall. Dopo l’iniziale successo di “Fire pon Rome” Anthony B ha al suo attivo una lunghissima serie di successi che hanno contribuito a scrivere la storia della musica giamaicana degli ultimi anni; Bounty Killer, considerato una delle star dancehall/hiphop più aggressive e controverse degli anni ’90; nel corso della serata spazio anche alla dance hall di Freddie Krueger, diventato famoso per avere preso il posto di Ricky Trooper nella crew Kilimanjaro, uno dei sounds storici in Giamaica. Ha conquistato il World Clash del 2000 all’Amazura di Brooklyn ed il Riddim Soundclash 2003 a Stoccarda. Dal 2004 si è messo in proprio ma senza cambiare la sostanza delle sue esibizioni dietro i piatti che hanno fatto il giro del mondo. www.salentosummerfestival.it


VENERDÌ 30 LUGLIO – Soul Food di Torre dell’Orso (Le) Francesco Pennetta Quartet OGNI SABATO – Buenaventura di San Foca (Le) El Sabatone con Tobia Lamare OGNI DOMENICA – Buenaventura di San Foca (Le) Aperitivo dub con Insintesi SABATO 31 LUGLIO – Supersano (Le) Salento Sound Festival con Alpha Blondy e Boo Boo Vibration DOMENICA 1 - Giovinazzo (Ba) The crazy crazy world of Mr. Rubik, Il Pan del Diavolo, Giuliano Palma & the Bluebeaters LUNEDÌ 2 - Giovinazzo (Ba) Namb, Bud Spencer Blues Explosion, ... A Toys Orchestra, Punkreas LUNEDÌ 2 – Parco Gondar di Gallipoli (Le) Perturbazione MARTEDÌ 3 – Cozzanera di Frassanito (Le) Tobia Lamare & The sellers MARTEDÌ 3 – Parco Gondar di Gallipoli (Le) Sentinel sound, One love hi powa, Supersonic Sound MERCOLEDÌ 4 – Parco Gondar di Gallipoli (Le) Vallanzaska MERCOLEDÌ 4 – Al relitto di Otranto (Le) Dj Maik MERCOLEDÌ 4 – Ostuni Mario Biondi GIOVEDÌ 5 – Lecce Giovanni Allevi GIOVEDÌ 5 – Sould Food di Torre dell’Orso (Le) Soulfiero GIOVEDÌ 5 – Melendugno Modena City Ramblers GIOVEDÌ 5 – San Vito dei

Normanni (Br) Cff e il Nomade Venerabile GIOVEDÌ 5 – Parco Gondar di Gallipoli (Le) Boosta, Codefish & Tuna VENERDÌ 6 – Soleto Mannarino VENERDÌ 6 – San Vito dei Normanni (Br) Zen Circus SABATO 7 – Torre Regina Giovanna (Br) Mannarino DOMENICA 8 – Caprarica (le) Folkabbestia DOMENICA 8 – Parco Gondar di Gallipoli (Le) Mavado e Bushman DOMENICA 8 – Lecce Wim Mertens LUNEDÌ 9 – Copertino (Le) Pfm LUNEDÌ 9 – Parco Gondar di Gallipoli (Le) Sud Sound System LUNEDÌ 9 – Vignacastrisi Cisco MARTEDÌ 10 – La piazzetta di San Cataldo (Le) Tobia Lamare vs Papa Gianni & Ggd MERCOLEDÌ 11 – Cisternino (Br) Marta sui tubi MERCOLEDÌ 11 – Ostuni Dalla/De Gregori MERCOLEDÌ 11 – Al relitto di Otranto (Le) Gopher MERCOLEDÌ 11 – Il Ciringhito di Torre dell’Orso (Le) Tobia Lamare & The Sellers VENERDÌ 13 – San Pancrazio Salentino (Br) Afterhours VENERDÌ 13 – Cisternino (Br) Peppe Voltarelli SABATO 14 – Cisternino (Br) Quintorigo DOMENICA 15 – Soleto

Bandabardò DOMENICA 15 – Vernole (Le) 99 Posse DOMENICA 15 – Cisternino (Br) Andrea Rivera LUNEDÌ 16 – Parco Gondar di Gallipoli (Le) Motel connection e Marco Carola LUNEDÌ 16 - Melendugno Camillorè e Roy Paci MARTEDÌ 17 - Melendugno Radici nel cemento, Africa Unite MARTEDÌ 17 – Parco Gondar di Gallipoli (Le) 99 posse, Fantan Mojah, Million Stylez, Dennis Bovell, Nesli MERCOLEDÌ 18 – Parco Gondar di Gallipoli (Le) J – Ax MERCOLEDÌ 18 – Al relitto di Otranto (Le) Ballarock dj set GIOVEDÌ 19 – Parco Gondar di Gallipoli (Le) 2 many dj’s GIOVEDÌ 19 – Sould Food di Torre dell’Orso (Le) Evy Arnesano VENERDÌ 20 – Parco Gondar di Gallipoli (Le) General Levy, Daddy Freddy, Tenor Fly, Top Cat VENERDÌ 20 – Piccolo bar di Torre dell’Orso (Le) Tobia Lamare & The Sellers SABATO 21 – Piazza Libertini di Lecce Stefano Bollani SABATO 21 – Torre Regina Giovanna (Br) Alberto Camerini MERCOLEDÌ 25 – Parco Gondar di Gallipoli (Le) Boo Boo Vibration MERCOLEDÌ 25 – Al relitto di Otranto (Le) Andrea Mi VENERDÌ 27 – Parco Gondar di Gallipoli (Le) Ghetto eden vs Inoki EVENTI 61


PICASSO A OTRANTO

Continua con grande successo al Castello di Otranto (Le) la mostra “Pablo Picasso – La materia e il segno. Pittura, ceramica, grafica” che andrà avanti sino al 26 settembre. Un’estate per poter osservare 86 opere che ripercorrono un arco di tempo molto vasto e racconta l’ecletticità dell’artista: dal 1904, con l’esposizione della prima incisione mai realizzata dal grande maestro - Il pasto frugale - che fa parte della serie Suite des saltimbanques, per arrivare a una delle sue opere incisorie più famose, la serie della Tauromaquia (1957) e un corpo unico di 38 ceramiche in cui il segno di Picasso è più che mai evidente e riconoscibile. La selezione è completata da 8 opere miste realizzate dal 1905 al 1971: un disegno a pastello del 1919 Olga’s left profile raffigurante la splendida moglie Olga; Deux femmes gouache (tecnica del guazzo) realizzata a Parigi nel 1920; le celebri

incisioni Saltimbanques del 1905; il Baccanale del 1955; Il pittore e la modella disegno a china del 1971; due incisioni su linoleum - Baccanale con acrobati (1959) e Toros en Valauris (1954). Nell’ambito della mostra sono partiti anche i labora-

tori ludico-artistici “Che spasso con Picasso!” e “Quell’Asso di Picasso!”. Info e prenotazioni: 199.151.123 - infoline@sistemamuseo.it; www.picassoaotranto.it

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