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anno XIV n. 3 - giugno 2011

Chi ha spento la luce a Veglie? Da anni ormai è consuetudine per il nostro comune avere di sera strade o quartieri interi al buio. Questa situazione comporta per i vegliesi grossi disagi e danneggia l’immagine della nostra cittadina, che assume un aspetto di degrado e decadenza. L’assenza di illuminazione rende le nostre strade insicure e mette a rischio l’incolumità dei passeggeri degli autoveicoli e dei pedoni. La fitta oscurità può, inoltre, favorire la microcriminalità. Il buio di interi quartieri crea seri disagi a chi voglia uscire di casa a piedi, andare a fare jogging, passeggiare in bicicletta o altro, perché non vedere ciò che si ha davanti mette in scacco la gente: si sa “l’ignoto fa paura!”. Diversi lettori hanno scritto lettere di lamentela e di denuncia ai siti web vegliesi, senza ottenere mai risposta dalle ammini-

strazioni di turno. In tanti abbiamo ipotizzato, nel corso degli anni, che il problema risiedesse nelle scarse finanze comunali e nella volontà delle amministrazioni di risparmiare sull’illuminazione pubblica. Ma sembra che le cose in realtà non stiano così. Controvoci ha deciso di fare chiarezza, una volta per tutte, sulla vicenda, rivolgendo le domande dei nostri lettori direttamente all’Assessore ai Lavori Pubblici, Valerio Armonico, e all’azienda che ha vinto l’appalto per la manutenzione della pubblica illuminazione, la Omega Impianti di Nardò. Leggendo la risposta dell’Assessore Armonico, che trovate di seguito, sembrerebbe che la causa di questi disservizi sia da imputare principalmente all'obsolescenza delle

linee elettriche. La risposta dell’assessore “I black out sono causati dalla messa a norma dell’impianto”, che in un primo momento può sembrare comica, è in realtà più seria che mai e forse potrebbe spiegare le ragioni di questa disfunzione. La ditta appaltatrice sembra non aver tenuto conto del fatto che le linee sulle quali andava ad effettuare i lavori di messa a norma erano vecchie e non avrebbero retto le migliorie che si stavano apportando. Contattata telefonicamente, però, la Omega Impianti non risponde alle nostre domande e ci rimanda agli organi ufficiali del nostro Comune (l’Ufficio Tecnico e/o l’Ufficio di Polizia Municipale) presso i quali è possibile visionare il progetto tecnico. Marco Palma

Domande - Sono anni ormai che l'illuminazione pubblica, in diverse zone della nostra cittadina, è carente o totalmente assente. Saprebbe spiegarci il motivo di questo disservizio che crea non pochi disagi e rende le strade vegliesi pericolose e insicure? - Cosa sta facendo l'attuale amministrazione per ovviare al problema? - Quanto tempo ci vorrà prima che Veglie possa riavere una illuminazione completa, degna di un paese evoluto e sicuro?

Risposte dell' Assessore ai LL.PP. V. Armonico In relazione ai quesiti formulati per le vie brevi allo scrivente, in merito alla situazione del servizio di pubblica illuminazione dell’abitato di Veglie, premesso che con il Contratto pubblico d’appalto Rep. N. 3647/09, l’amministrazione comunale ha affidato alla Ditta la manutenzione, ordinaria e straordinaria, di tutto l’impianto esistente (intesa come prestazione di manodopera, al fine di conservarlo in perfetto stato di manutenzione ed efficienza; la fornitura di energia elettrica; la fornitura e posa in opera di lampade ad alto rendimento; la fornitura e posa in opera di quadri controllori con riduttore di potenza; la fornitura e posa in opera di armature – secondo quanto previsto in progetto). Il contratto, pertanto, prevede l’esecuzione di lavori di ampliamento e di adeguamento dell’impianto esistente alle vigenti norme in materia di sicurezza, oltre alla gestione del servizio, compresa la fornitura dell’energia elettrica. Come i cittadini hanno riscontrato a seguito dell’esecuzione di alcuni lavori, in particolare la messa a norma dei quadri di comando degli impianti con l’istallazione di idonei apparecchiature di protezione (interruttori differenziali), si sono verificate numerose interruzioni del servizio, dovute all'attivazione del sistema di protezione degli impianti che, per motivi di sicurezza, interrompe l’erogazione della corrente in presenza di assorbimenti anomali. La causa di queste interruzioni è da imputarsi alle dispersioni presenti lungo le linee elettriche che in molti casi hanno un'età superiore ai 30 anni. Ovviamente queste questioni tecniche non sono immediatamente risolvibili, in quanto necessitano di lavori di ricerca dei tratti in cui si è verificata la dispersione elettrica o addirittura il corto circuito

con la necessità di dover sostituire interi tratti di linea elettrica. Oltre a queste problematiche, si sono verificate alcune mancanze da parte della ditta appaltatrice, prontamente rilevate da parte degli uffici competenti al fine di fare attivare la Ditta agli adempimenti di competenza. Come Assessore continuerò a sollecitare continuamente gli uffici e i direttori dei lavori affinché possano adottare soluzioni tecniche tese alla risoluzione delle problematiche, che nelle ultime settimane si sono verificate con particolare regolarità, questo e tutto quanto altro necessario per ripristinare la funzionalità del servizio. Fermo restando che, in caso di necessità, ci si riserva di adottare tutti i provvedimenti necessari. Intervista rilasciata a Marco Palma


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Pagina Locale

Anno XIV N° 3 - giugno 2011

Veglie e il progetto "Borghi fioriti" Se davvero potesse nascere la cultura del bello condiviso Qualche giorno fa il Comune di Veglie ha pubblicizzato l’iniziativa “Borghi Fioriti”, un progetto teso a promuovere e valorizzare il territorio, testimoniando l’amore per la natura attraverso la realizzazione di un evento o allestimento con i fiori. Nel manifesto, stampato dall’Amministrazione, si leggeva che, grazie al contributo di alcuni fioristi locali che hanno aderito, “Porta Nuova si sarebbe trasformata in una grande isola floreale”. Non ho avuto la fortuna di vedere l’allestimento ma, quando ho letto questo manifesto, ero appena tornata da Spello, un borgo bellissimo vicino ad Assisi, caratteristico per i suoi vicoli stretti e fioriti, che da alcuni anni partecipa al concorso nazionale Comuni Fioriti, ovvero un concorso che ha lo scopo di premiare le amministrazioni che si impegnano attivamente nell’abbellimento della propria città sia direttamente, migliorando la presenza e la qualità floreale negli spazi pubblici comunali, sia indirettamente, stimolando la cittadinanza a decorare con fiori giardini, case, locali pubblici, aziende e scuole. Spello, nello specifico, cerca di stimolare i propri cittadini attraverso un concorso locale, promosso dalla Pro Loco, che mira ad abbellire con decorazioni floreali vicoli, spazi urbani e particolari abitativi esterni, stilando poi una speciale classifica dei partecipanti. E’ naturale che la visita a Spello e il progetto del Comune di Veglie mi abbiano portato ad alcune riflessioni, anche alla luce della novità dell’iniziativa dell’Amministrazione e delle motivazioni dei cittadini di Spello che avevo interrogato di fronte a quello splendore, peraltro condiviso con alcuni amici vegliesi incontrati per caso nella cittadina umbra. Il primo pensiero è stato quello di immaginare i vicoli della Veglie vecchia tappezzati di piante e fiori, vivacizzati da mille colori e da inebrianti profumi. E’ stato un bel pensiero perché un fiore riesce ad animare una città, facendone parlare le mura, ed esprime in qualche modo anche la cultura di un paese. Mi sono chiesta allora se i vegliesi riuscirebbero mai a ornare le loro abitazioni e i loro vicoli con fiori e piante non solo per il loro personale piacere, ma anche per rendere più bello il proprio paese, come mi hanno detto di fare gli spellani da me incontrati in quella bella vacanza umbra. Purtroppo la risposta che mi sono data non mi è piaciuta, perché guardando Veglie con l’occhio critico di chi ama il proprio paese e vorrebbe sempre migliorarlo, mi sono accorta che i vegliesi sono troppo chiusi nel loro orticello per realizzare un qualcosa che sia “per il paese” e non solo “per se stessi”. Basti pensare alla fine

no

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ingrata di tanti alberi e/o piante sistemate nelle vie del paese e lasciate inevitabilmente al loro destino perché “piante di nessuno” e non piante di Veglie e di conseguenza di tutti i vegliesi! Un’amara osservazione che, nel contesto dell’iniziativa promossa dal Comune, mi ha fatto concludere che la cultura del bello condiviso non fa parte del nostro modo di pensare. Poiché non le possediamo materialmente, siamo, infatti, più propensi a distruggere, senza nemmeno rendercene conto, le piccole bellezze che ci sono state regalate, sol perché non le sentiamo nostre, che a tutelare ogni minimo particolare che, secondo il comune senso di appartenenza, possa rendere più bello e più accogliente il nostro paese. Ecco perché credo che l’iniziativa dei “Borghi Fioriti”, promossa e pubblicizzata dall’Amministrazione, possa avere un senso solo se inserita nell’ambito di un progetto ambientale e culturale che si ponga come obiettivo primario quello di sensibilizzare i vegliesi sui temi della cura e dell’attenzione verso il paese, della qualità urbana, del rispetto e della valorizzazione dell’ambiente in cui viviamo. Al di là della sporadica trasformazione di Porta Nuova in una grande isola floreale, lo scopo fondamentale dovrebbe essere, infatti, quello di far riscoprire ai vegliesi valori basilari, come l’identità del territorio, il senso di appartenenza ad una comunità e l’amore per il proprio paese. Ciò significa che servirebbe prima di ogni cosa un cambiamento di mentalità, perché dovremmo imparare a sentire il paese come un bene che appartiene, nello stesso tempo, a ciascuno di noi e a tutti, ovvero un bene condiviso di cui dobbiamo imparare a prenderci tutti un po’ più cura, proprio come facciamo con la nostra casa, perché vivere in un contesto bello e curato è di per sé un elemento che sprona ad avere sempre più cura dell’ambiente, fin dai piccoli gesti. Spero quindi vivamente che il progetto "Borghi Fioriti" possa essere da stimolo per l’Amministrazione per intraprendere un percorso culturale che, ripartendo dalla voglia di costruire positività, amore per la natura, spirito d'accoglienza, miri a sviluppare dei comportamenti che durino nel tempo, scommettendo concretamente, e con iniziative a largo raggio, sul verde e sui fiori, per costruire nuove forme di turismo e dando al paese un’immagine diversa, ovvero quella di un immenso giardino fiorito, sorridente e accogliente, proprio come la Spello di cui mi sono innamorata.

Fiaccolata della Pace 2011

La Fiaccola della pace è arrivata allo stadio Helvia Recina di Macerata alle 20.30 di sabato 11 giugno 2011 ed a portarla c’era il nostro atleta VEGLIESE Alessandro Alemanno. Ad attenderlo oltre alle autorità civili, politiche e religiose c’erano 80.000 persone pronte per poter poi dare il via al 33° Pellegrinaggio Macerata – Loreto. La fiaccola, benedetta dal Santo Padre Benedetto XVI

è partita da Roma mercoledì 8 giugno, ha percorso 500 km ed è stata portata di corsa da atleti della Marche, dell’Umbria, dell’Abruzzo e delle Puglie. Ad avere l’onore di accendere il braciere nello stadio Helvia Recina di Macerata è stato il nostro atleta vegliese Alessandro Alemanno.

Cecilia Costa in finale Cecilia è giunta in finale al Premio Mia Martini, insieme ad altri 49 finalisti, dopo una lunga selezione cominciata con l'audizione di 32.000 artisti dai quali ne sono stati selezionati 250. Alla finale è stata ammessa grazie ad un brano inedito del grande violinista salentino Maestro Alessandro Quarta dal titolo "Una reale follia" che sarà il brano che gareggerà per il premio finale.

Sabrina Lezzi


Anno XIV N° 3 - giugno 2011

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Attualità

Quattro SI decretano la vittoria del popolo sovrano

Il 12 e 13 giugno più della metà degli italiani è andata a votare per i quattro quesiti referendari, decretando il successo di uno strumento altamente democratico che spesso gli italiani non utilizzano per disinteresse e disinformazione: il referendum. Il referendum non è mai morto, come vorrebbero alcuni nostri governanti, che

preferirebbero attuare la loro volontà e non quella degli italiani. Nei momenti cruciali della vita del nostro paese, il referendum ha sempre funzionato benissimo: un referendum ha determinato la nascita della Repubblica Italiana; un referendum ha sancito il passaggio da uno stato cattolico ad uno stato laico, con l’introduzione, nel nostro ordinamento, della legge sul divorzio e di quella, ahimè, sull’aborto, fino ad arrivare a quest’ultimo, che ha abrogato leggi importanti dell’attuale governo. La vittoria dei SI di qualche settimana fa è un chiaro segnale del fatto che tra istituzioni e cittadini esiste uno spaventoso scollamento e che i governi spesso non sono rappresentativi della volontà degli elettori, ma di interessi personali o di parte. Gli italiani hanno dimostrato di non voler più accettare passivamente le scelte imposte dall’alto; hanno capito di dover “insorgere” pacificamente, con determinazione e compattezza, per riprendere in mano il loro presente e futuro. Per una volta non hanno vinto i partiti politici, ma il senso civico del popolo italiano. Non sono state le parole dei rappresentanti politici, in alcuni casi arrivate soltanto negli ultimi giorni, a mobilitare le masse, ma è stato l’impegno personale di tanti cittadini che hanno dato informazione, hanno sensibilizzato i concittadini con ogni mezzo, utilizzando internet, facebook, youtube, posta elettronica, sms, ma anche forme più tradizionali come i dibattiti (interessanti quelli organizzati a Veglie dal neonato Comitato per l’acqua pubblica), il volantinaggio, il passaparola diretto. Ha vinto il popolo sovrano! Daniela Della Bona

Dal Presidente del Consiglio ai consigli per l'estate Da Brunetta alla bruschetta, dai voti a Scilipoti Cari amici vicini e lontani, se le ultime vicende elettorali hanno portato il buon umore alla maggioranza degli elettori, c'è da ricordare che i miracoli avvengono di rado e le tasse aumentano molto più frequentemente e malvolentieri (per chi le paga) di quanto s'immagini. Infatti se il governicchio Scilipotidipendente tira a campare col voto di fiducia e senza diminuzioni di stipendio, i precari, incazzati come non mai, rifiutano il solito ministro per la pubblica amministrazione che offre la solita minestra a base d'insulti. O Mora o Brunetta son solo modi di dire. Sta di fatto che il primo l'hanno arrestato e il secondo, durante gli sproloqui che s'ostina a fare contro l'Italia peggiore, non l'arresta nessuno. Eppure, mai come oggi, il ministro appare precario sulla sua seggiola, sempre ammesso che ne abbia una sotto... Ciancio alle bande, dopo la P2 e la P3, ora arriva l'Italia migliore (si fa per dire): quella della P4. Tremano le ministre Prestigiacomo, Gelmini e Carfagna tirate in ballo dal faccendiere Bisignani, un uomo non certo destinato alla santità (nonostante i suoi contatti col Vaticano), intrallazzato a destra e a manca che promette ora di fare rivelazioni più sconvolgenti di quelle del divino Otelma su Radio2 e che anche a sinistra potrebbero fare un certo effetto... Casini per tutti? Altro che Bunga Bunga, l'estate rischia di diventare rovente e di finire ancor più nel pallone. Infatti son vicende, come quelle pseudocalcistiche degli ultimi tempi, non certo da... Signori, quando alla lealtà sportiva si preferiscono i... Doni. E guai quando i palloni

finiscono a fin di... Paoloni. Per fortuna che ci sono i liberi servi come Ferrara che, con mutandoni eolici extra, fan soffiare un po' di vento a favore del premier alle prese con Bossi che mostra il pollice verso, con la Santanchè che saluta col dito medio e i tanti parlamentari che non riescono a mettere le dita sul pulsante per votare (vedi foto del mitico Domenico Scilipoti). Vorrei concludere con i consigli per l'estate. Meglio una bella Bruschetta che l'indigesto Brunetta; meglio la mousse al caffè che La Russa alla difesa; meglio il gelato alla crema che il congelato D'Alema; meglio una poesia scritta che un'intercettazione Letta; meglio un buon consiglio che questo ultimo presidente... Buona estate a tutti! Gian Piero Leo


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Attualità

Anno XIV N° 3 - giugno 2011

Genitori e figli tra dovere di vigilanza e diritto alla privacy Questa mia riflessione nasce da una notizia apparsa sul Corriere della Sera lo scorso aprile: un figlio sedicenne porta in tribunale la madre per violazione della privacy, dopo che la donna entra di nascosto nel suo profilo facebook. Al di là dei rapporti particolari tra quella madre e quel figlio, mi chiedo: ma a chi non è mai capitato di indagare sulla vita del proprio figlio, sulle sue abitudini e comportamenti fuori dalle mura domestiche, sulla qualità delle amicizie che frequenta? E quando lo si è fatto, lo scopo era quello di “farsi i fatti suoi” o di vigilare per il suo stesso bene? Qual è, dunque, la linea di confine tra il diritto-dovere di vigilanza di un genitore sul proprio figlio, specie se minorenne, e il diritto del figlio ad avere la propria privacy? Indubbiamente è giusto che i nostri ragazzi abbiano i loro spazi, i loro piccoli segreti, la loro “vita privata”. Ma se, ad esempio, un genitore ha motivo di temere che qualcosa non stia andando per il verso giusto, non è forse sacrosanto, anzi doveroso, che indaghi, controlli, “invada”, se necessario, la sua sfera privata allo scopo di capire cosa stia accadendo? Le risposte dei nostri figli, per quanto convincenti, potrebbero non bastare a far luce su eventuali problemi o disagi. Con tutto quello, poi, che accade oggigiorno, un genitore non può permettersi di abbassare la guardia, di abbandonarsi ad una cieca fiducia. Un genitore non deve mai smettere di vigilare ed indirizzare i propri figli, anche se li vede già abbastanza grandi da poter fare le proprie scelte da soli. I ragazzi di oggi sono bombardati da messaggi negativi ed adoperano strumenti pericolosi (internet, social network, cellulare), che noi adulti abbiamo messo nelle loro mani senza spiegare loro le tante insidie che possono nascondere. Penso che noi adulti dovremmo, invece, aprire gli occhi ai nostri ragazzi, e prima ancora, aprirli noi sui tanti rischi esistenti, in modo da aiutare i nostri giovani a riconoscerli e a discernere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Solo così cresceranno consapevoli dei guai in cui potrebbero incappare senza rendersene conto. Ignorare o tacere i pericoli per paura di “stressare” o spaventare i figli, non li aiuta di certo a prendere piena consapevolezza della realtà che li circonda. Staccare il cordone ombelicale, d'altronde, non significa smettere di educare o di vigilare su un figlio, lasciarlo libero di autogestirsi, di rispettare o meno le regole famigliari, ma significa educarlo proprio al rispetto delle regole, in modo che cresca responsabile e maturo e possa pian piano acquisire piena e vera autonomia. Da un punto di vista prettamente legale, il minore, pur essendo

Dacci oggi la nostra acqua quotidiana L’acqua, diritto universale e inalienabile, secondo quanto ribadito dal compendio della Dottrina sociale della Chiesa, è un bene troppo prezioso per obbedire alle ragioni del mercato e per essere gestita con un criterio esclusivamente economico e privatistico. Consapevoli della sacralità dell’acqua, i Cristiani dovrebbero sentire come un dovere la difesa di “sorella acqua” impegnandosi nell’affermazione di una cultura di profondo rispetto di un bene tanto prezioso quanto a rischio. E’ questione di giustizia. Ma prima ancora è questione di sopravvivenza come sanno bene quanti operano nelle zone più a rischio, dove un solo, preziosissimo bicchiere di acqua fa la differenza tra la vita e la morte. Basti pensare che ogni anno muoiono un milione e mezzo di bambini per carenza di acqua. La via maestra è indicata da Benedetto XVI quando afferma che l’uso dell’acqua deve essere razionale e solidale, frutto di un’equilibrata sinergia tra il settore pubblico e quello privato. Ed è ciò che oggi la società civile chiede alla politica, anche in alcuni paesi occidentali. Anche in Italia. don Cosimo Rolli

soggetto di diritto, “non ha ancora raggiunto una capacità di discernimento tale da consentirgli l’autonomo esercizio dei propri diritti e doveri”. Per la legge è dunque incapace di agire giuridicamente da solo. “La sua giovane età richiede che sia sostituito, aiutato e sostenuto dai genitori sia nell’esercizio dei suoi diritti, che nell’adempimento dei suoi doveri”. La legge, inoltre, riconosce ai figli “spazi di autonomia e di libertà al fine di uno sviluppo completo ed armonico della personalità”, ma, allo stesso tempo, chiede ai genitori di “vigilare su di essi e impartire una educazione tale da consentire al minore di discernere il bene dal male e tale da correggere i suoi difetti e propensioni negative”. Di conseguenza, davanti alla legge, i genitori rispondono insieme ai figli minorenni di eventuali danni da questi ultimi cagionati a terzi, ma anche a se stessi, proprio in virtù di quegli obblighi alla vigilanza e alla correzione che hanno. Ma come si può correggere un comportamento sbagliato se non si è a conoscenza dello stesso? Come si può vigilare pienamente sul figlio, se non si conoscono tante cose di lui? E come fare a conoscere veramente un figlio, senza entrare nella sua vita privata? Forse basterebbe riuscire ad instaurare con lui un dialogo sincero, aperto, basato sulla fiducia reciproca. Ma quanti di noi possono vantarsi di avere un rapporto così con la propria prole? Quante variabili, anche esterne all’ambiente familiare, condizionano la genuinità del dialogo genitori-figli? Quante volte noi genitori ignoriamo situazioni importanti che riguardano i nostri figli o “cadiamo dalle nuvole” se accade qualcosa di inaspettato che li coinvolge? Eppure la vigilanza sul minore è un obbligo imposto dalla legge. Come genitore, dunque, riesco a comprendere le ragioni di una madre che si improvvisa “detective”. Ha diritto a farlo? Non ne ha? Considerato quanto prescritto dalla legge, non solo ne ha il diritto, ma ne ha addirittura il dovere, proprio perché, al minore, non è riconosciuta piena capacità di discernimento, né adeguata maturità. Per concludere mi piacerebbe capire, poi, cosa voglia dire per quel sedicenne “difendere la propria privacy”, visto che milioni di cosiddetti "amici" (spesso sconosciuti) possono leggere i “fatti” suoi su facebook, mentre la madre no. Daniela Della Bona

Questo numero sarà distribuito presso: Parrocchia SS. Rosario, via Dante - Tabacchino ricevitoria di Lezzi Neviana, p.zza XXIV Maggio - Tabacchino "della Madonnina" di Marciante, Via Vittorio Veneto - L’Angolo della Focaccia, via Bosco - Biblioteca Comunale, via D.Chiesa - Centro Ufficio di G. Conte, via Carmiano - Lavanderia Alida, piazza Costituzione - "Non solo edicola" Conte, via Vittorio Veneto - Bar "Primo Caffè", via Leverano.


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Arte e Cultura

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Il frantoio ipogeo di largo S.Vito a Veglie Recentemente, in occasione di alcuni eventi culturali, è stato reso fruibile al pubblico il frantoio ipogeo situato nell’antico borgo di S. Vito. Recuperato (nota 1), è divenuto un piccolo “museo” d’archeologia industriale di gran rilievo storico culturale. L’interno, molto suggestivo, riesce a coinvolgere emotivamente il visitatore proiettandolo direttamente in uno spazio e un tempo lontani da quelli odierni. Questo pone davanti agli occhi quello che è stato il crudo lavoro degli uomini, degli animali ed il processo produttivo. Il frantoio, conosciuto oggi come il trappeto ipogeo di largo S. Vito, è uno dei tre indicati nel borgo, vicino alla chiesa di S. Vito, nei documenti del 1500. Nel 1749 risulta di proprietà di Nicola Maria Greco, nel 1763 del Capitolo della terra di Veglie oggi di proprietà comunale.

Foto n. 1

Il Sito Anche se il suo ingresso è collocato su di un’area di pertinenza comunale tra via Novoli, via Carmiano e via Cavallera, l’ipogeo prosegue sotto il piano stradale e due costruzioni di via Novoli. Sull’area sono presenti una cisterna a campana per l’approvvigionamento idrico e una fossa quadrata per lo stoccaggio. La tipologia Lo schema planimetrico è mistilineo, formato da un unico grande vano centrale e da altri minori articolati principalmente su tre lati. (Dis. 1) Questo è divisibile in tre tipologie d’ambienti, rispondenti a specifiche funzioni. Il primo più ampio, collocato all’ingresso, è lo spazio della molitura. Questo permetteva altre attività del processo produttivo e di riposo, delle persone e degli animali. Il secondo con il soffitto più basso, posto al centro, è quello della torchiatura. Il terzo, situato soprattutto sui lati, è quello del deposito formato dall’insieme di piccole cellette di stoccaggio, per l'olio, le olive e la sansa. All’interno si accede tramite una scala che immette direttamente nell’ambiente principale. Impianto e attrezzature Il frantoio di medie dimensioni è composto da: una vasca con una pietra molare; quattro torchi, “cuensi”, tre alla calabrese e uno alla genovese; alloggiamenti per pali verticali in legno, “alberi”; quattro pile di decantazione, “angili”; un pozzo, “sintinaru”; per la raccolta dell’acqua di vegetazione “sintina”; una postura per l’olio con tre pile; un deposito con cisterna e pila sull’angolo; 6 “sciave”, di cui tre al momento risultano semi aperte e tre chiuse; un deposito per sansa, Disegno 1 “infiernu”; uno spazio adibito a stalla; due gradoni ad angolo scavati nelle pareti, adibiti al riposo delle persone; uno spazio per il camino. è formata da una vasca, con al centro una base circolare, “petra ti funnu”, in pietra dura, “petra ia”, e da una pietra molare, “petra ti lu trappitu”, fatta girare intorno ad un’asse verticale di legno, ”arganu”, dall’azione di una stanga spinta da asini. Ogni torchio, “cuensu”, è dotato da una base in pietra dura circolare, “delfino”, e una pila di decantazione, “angilu”, in pietra leccese, “liccisa”, incassati nel banco tufaceo. Quello alla calabrese (Foto 2) è caratterizzato da due grandi viti senza fine di legno, “fusuli”, poggiati su basi in pietra tufacea, un pancone di legno molto pesante e due dadi controfilettati,”capu ti lu fusulu”, con piccole leve, che si avvitano e svitano sulle singole viti. Quello alla Genovese (Foto 3), “manna”, è formato da una monovite con testa, “capu ti lu fusulu”, in cui era inserita la leva, “stanga”, una panca più sottile che scorre in due guide e una trave di legno superiore, “palombola” controfilettata, che accoglie il vitone. La base, “delfino”, è più larga rispetto a quella dei torchi alla calabrese, per questo erano utilizzati i “fiscoli” e le “pasture” grandi per “manna”. Anche se all’interno sono presenti due alloggiamenti per torchi alla genovese, solo uno è stato attivo, in quanto completo di “delfino” e di pila di decantazione. L’albero” (Dis. 2), non ricostruito all’interno del frantoio, era un congegno utilizzato come moltiplicatore di forza. Fatto girare con delle piccole leve dagli addetti, avvolgeva una grossa corda collegata alla leva del torchio trasmettendogli una prolungata pressione. Le “sciave” sono caratterizzate da celle rettangolari, tranne una semicurva di diversa fattura posta sulla parete d’ingresso. Prima erano tutte chiuse da un muro di tamponamento, servite da un passaggio. Ora ne rinveniamo solo una fornita d’apertura a porta e due a finestre, su cui alloggiavano le ante che chiudevano gli ambienti per facilitare il riscaldamento e la fermentazione delle olive. 1) ANTONIO MONTE, Progetto definitivo ed esecutivo per il recupero del trappeto ipogeo di Largo San Vito, online.it/ consultato il 02/03/2010. ANTONIO MONTE, Le miniere dell’oro liquido, Archeologia industriale in terra d’Otranto: i frantoi ipogei, ed. del grifo, Lecce, 2000, pag. 55. A seguito di un cedimento della strada,… avvenuta nel 1996, l’amministrazione …nel mese di giugno 1999 diede incarico per l’elaborazione del progetto preliminare di recupero del frantoio. Il progetto è stato in parte finanziato (65%) dal gruppo di Azione Locale Nord-Ovest

Foto n. 2

Foto n. 3

Foto n. 4

Salento “Terra d’Arneo” Programma leader II,Sottomisura 3: Turismo rurale _ Azione 3.1 del Pal e in parte (35%) dai singoli enti beneficiari cioè dal comune. 2) FLAVIO VETRANO, Antichi frantoi a Veglie, nei documenti storici, Controvoci, Veglie, anno XIV n°1 – marzo, 2011. 3) A.S.L. Catasto Onciario di Veglie del 1749. 4) A.S.L. Catasto Onciario di Veglie del 1763.


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Arte e Cultura

Anno XIV N° 3 - giugno 2011

Disegno 2

Queste sono riconoscibili soprattutto dalla presenza d’altri due elementi: dal foro verticale sul soffitto delle celle, da cui erano versate all’interno le olive dal piano stradale; dal canaletto inciso sul pavimento interno delle celle, che convogliava l’acqua rilasciata dalle olive durante la fermentazione in un pozzetto esterno. Rispetto all’ambiente principale, i loro piani di calpestio sono rialzati di un gradino. Il pozzo per raccogliere l’acqua di vegetazione, profondo circa 8-9 metri e largo 1,50, è situato al centro di tre pile di decantazione, leggermente sottoposto. Lo scavo Se pur il frantoio è completamente scolpito “zùccatu” nel banco tufaceo, si riscontrano al suo interno vari interventi di scavo eseguiti in tempi differenti è la costruzione in blocchi di tufo, di pilastri, pareti e piccole volte. Le ingiunzioni sono state realizzate per rinforzare la struttura, sistemare piccoli crolli, chiudere e dividere alcuni ambienti. Lo scavo è realizzato con l’aiuto di piccoli attrezzi, tra cui una zappetta “zùeccu”, da specifiche maestranze “zùccaturi”. Una volta realizzato l’ambiente d’ingresso, un atrio scoperto con gradoni, con il metodo dello scavo verticale, dall’alto, si è proceduto con lo scavo orizzontale degli ambienti, con piani di calpestio e altezze differenti, realizzando per prima il soffitto, poi le pareti laterali verticali, per ultimo piano di calpestio. Incisi nel tufo, si possono leggere tutti quei segni lasciati nel tempo dal lavoro degli uomini, e degli animali. Particolare è il solco creato dagli asini intorno alla macina, “lu carrarieddru ti lu ciucciu”. Sulle pareti sono incise due croci, delle piccole aste e numeri per fare i conti. Caratteristico è lo scavo posto in fondo, in cui era depositata la sansa, che segue l’antico metodo d’escavazione dall’alto in uso nelle cave. Tutti gli elementi che lo costituiscono sono differenti dal resto, scavati orizzontalmente, più vicini ad una cisterna o fossa granaia allungata inglobata al frantoio durante la sua realizzazione o ampliamento: Le pareti laterali sono scavate concave, allargandosi nella parte inferiore; la volta costruita con conci di tufo presenta un foro quadrato; la pianta allungata, trapezoidale; il piano di calpestio più basso di un gradino; lo scavo più liscio (Foto 4). Morfologie e strutture d’ambienti simili si riscontrano in altri luoghi, è non sono collegati ai frantoi: una si accerta a pochissimi metri dell’ipogeo, sotto il piano stradale di Via Novoli; un’altra all’inizio della strada sferracavalli, allu menga; due più lunghi alle spalle del cimitero a Veglie; tre semi distrutti nell’antichissima abbazia medievale di S. Maria delle Tagliate a Nardò (Foto 5 ); due a Monteruga, tra il villaggio e la masseria Ciurli. Un altro ambiente con le pareti concave chiamato la grotta dei cordari, scavato su una parete rocciosa, è presente nel parco archeologico greco-romano a Siracusa. Il processo produttivo Il conferimento delle olive al frantoio avveniva dalla strada. Attraverso dei fori verticali scavati nel tufo si versava il frutto direttamente all’interno delle “sciave” nell’attesa della molitura. Per produrre l’olio commestibile il frutto era macinato nell’arco di poco tempo, per quello pesante, molto acido e grasso, destinato alle industrie ed all’illuminazione, le olive erano tenute nelle “sciave” a lungo, chiuse da ante, per farle riscaldare e fermentare. Il frutto, immesso successivamente nella vasca di molitura, era franto dalla ruota “la petra ti lu trappitu”. La pasta prodotta era infilata nelle “pasture” grandi, poggiata sui fiscoli e sottoposta alla prima pressatura col torchio alla genovese. Successivamente, rimpastata, era infilata nelle “pasture” più piccole posate sui fiscoli e rispremuta col torchio alla calabrese. Foto n. 5 Il liquido che fuoriusciva era convogliato, da un incavo circolare presente nei delfini, in un canaletto che lo immetteva nella pila. Qui avveniva la decantazione; l’olio si separava dall’acqua di vegetazione “sintina”. L’olio era raccolto in un recipiente, con un piatto molto schiacciato chiamato “mappu”, e depositato all’interno delle pile o della cisterna prima del trasporto. L’acqua di vegetazione, “sintina”, era raccolta con le “quartare” dalle pile di decantazione e convogliata tramite dei canaletti incisi nel tufo nel pozzo d’assorbimento, “lu sintinaru”. La pasta spremuta, “sansa”, era depositata in un ambiente specifico, “l’infiernu”, in quanto riscaldandosi produceva molto calore, nell’attesa di essere estratta dal piano stradale attraverso un foro e smaltita. Conclusione Il recupero e l’apertura dell’ipogeo, è stato un grande evento per tutta la comunità manifestato con enorme partecipazione e interesse. Lavorare in futuro per la sua valorizzazione, dovrà essere un altro obbiettivo importante. Flavio Vetrano

5) Le “pasture” erano dei sacchi circolari con un foro centrale, in cui veniva inserita la pasta delle olive, sistemate tra due fiscoli e incolonnate. Queste non permettevano alla pasta di fuoriuscire dai lati durante la spremitura.

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Fede e Spiritualità

Don Giuseppe Paladini. Un Prete, Prete

Un breve profilo di don Giuseppe Paladini, morto il 25 maggio u.s. Nato a Leverano il 18.07.1016, ordinato sacerdote il 28.06.1942, nominato parroco alla “Madonna della Consolazione” il 19.03.1957, parroco nella Chiesa Madre di Leverano dal 26.09.1982 sino al 28.06.1999. Dal gennaio 2006, sino a pochi giorni prima della morte, ha celebrato la Santa Messa in casa dove riceveva per confessioni e conversazioni. Suo papà morì in guerra dopo pochi mesi dalla sua nascita. Di suo papà aveva un forte rammarico per non averlo conosciuto e lo amava immensamente. Sapeva quello che voleva e i suoi programmi pastorali, concreti e chiari, si ispiravano al Concilio Vaticano II, specialmente alla Costituzione Dogmatica “Lumen Gentium” e alla Costituzione Pastorale “Gaudium et Spes”. Lungimirante, favoriva la pastorale interparrocchiale senza mortificare quella parrocchiale. Ripeteva spesso una confessione di don Primo Mazzolari: “Mi sono stancato di tutto, fuorché di essere parroco”. Attraverso l’Azione Cattolica si impegnava a formare laici, apostoli, missionari. Con passione pastorale spendeva le migliori energie fisiche, morali e spirituali per l’edificazione di una famiglia parrocchiale che diventasse fermento evangelico nel mondo. Credeva e fino alla fine ha creduto e ha amato il suo sacerdozio facendo innamorare altri giovani dell’ideale sacerdotale. Mentre lui era parroco alla Consolazione, furono consacrati tre sacerdoti diocesani, don Cosimo Rolli, don Salvatore Paladini e

Un sacerdote stava camminando in chiesa verso mezzogiorno e, passando dall'altare, decise di fermarsi lì vicino per vedere chi era venuto a pregare. In quel momento si aprì la porta, il sacerdote inarcò il sopracciglio vedendo un uomo che si avvicinava; l'uomo aveva la barba lunga di parecchi giorni, indossava una camicia consunta, aveva una giacca vecchia i cui bordi avevano iniziato a disfarsi. L'uomo si inginocchiò, abbassò la testa, quindi si alzò e uscì. Nei giorni seguenti lo stesso uomo, sempre a mezzogiorno, tornava in chiesa con una valigia... si inginocchiava brevemente quindi usciva. Il sacerdote, un po' spaventato, iniziò a sospettare che si trattasse di un ladro, quindi un giorno si mise davanti alla porta della chiesa e quando l'uomo stava per uscire dalla chiesa gli chiese: "Che fai qui?" L'uomo gli rispose che lavorava in zona e aveva mezz'ora libera per il pranzo e approfittava di questo momento per pregare. "Rimango solo un momento, sai, perché la fabbrica è un po' lontana, quindi mi inginocchio e dico: Signore, sono venuto nuovamente per dirti quanto mi hai reso felice quando mi hai liberato dai miei peccati... non so pregare molto bene, però ti penso tutti i giorni... Beh, Gesù... qui c'è Jim a rapporto". Il padre si sentì uno stupido, disse a Jim che andava bene, che era il benvenuto in chiesa quando voleva.

don Fernando Paladini e tre sacerdoti religiosi, padre Fernando Paladini, padre Antonio D’Agostino e padre Vincenzo Rosato. Mentre era parroco alla Chiesa Madre, furono consacrati due sacerdoti diocesani, don Alessandro D’Agostino e don Cosimo Zecca e due sacerdoti religiosi, padre Giovanni Savina e padre Mauro Conte. Ogni anno nei mesi di gennaio e febbraio, per tre giorni alla settimana, le tre parrocchie di Leverano programmavano un corso di formazione per gli operatori pastorali. Le materie di studio: Cristologia, Sacra Scrittura, Dogmantica, Liturgia e Catechetica. Amava pregare anche con lo studio. I suoi autori preferiti erano: don Primo Mazzolari, padre David Maria Turoldo, il Cardinal Carlo Maria Martini, don Tonino Bello, mons. Bruno Forte. Amava chi lo faceva soffrire, sapeva guidare e obbedire, sapeva parlare e, di più, ascoltare, era riverente ma non si piegava mai, rispettoso e mai adulatore, generoso, povero, profondo conoscitore dell’uomo e appassionato ricercatore di Dio. Faceva suo il programma di S. Paolo: “Guai a me se non evangelizzo”. Pensando alla morte esclamava: “Quanto vorrei chiamarti ‘sorella’, come Francesco, ma non ho la sua fede. Lenta si avvicina e silenziosa per non farmi paura; e io ti desidero e ti temo, anzi, non temo te, perché tu ‘la porta sei’. Al di qua il carico del mio male, di là il mistero, spero all’ingresso di trovare una mano materna che in silenzio mi accompagni al cantuccio preparato dalla bontà infinita”. Sulla tomba ha voluto inciso un versetto del salmo 88, a lui molto caro: “Canterò in eterno la misericordia del Signore”. don Cosimo Rolli

Il sacerdote si inginocchiò davanti all'altare, si sentì riempire il cuore dal grande calore dell'amore e incontrò Gesù. Mentre le lacrime scendevano sulle sue guance, nel suo cuore ripeteva la preghiera di Jim: "Sono venuto solo per dirti, Signore, quanto sono felice da quando ti ho incontrato attraverso i miei simili e mi hai liberato dai miei peccati... non so molto bene come pregare, però penso a te tutti i giorni... Beh, Gesù... eccomi a rapporto!" Dopo qualche tempo il sacerdote notò che il vecchio Jim non era venuto. I giorni passavano e Jim non tornava a pregare. Il padre iniziò a preoccuparsi e un giorno andò alla fabbrica a chiedere di lui; lì gli dissero che Jim era malato e che i medici erano molto preoccupati per il suo stato di salute, ma che tuttavia credevano che avrebbe potuto farcela. Nella settimana in cui rimase in ospedale Jim portò molti cambiamenti, egli sorrideva sempre e la sua allegria era contagiosa. La caposala non poteva capire perché Jim fosse tanto felice dato che non aveva mai ricevuto né fiori, né biglietti augurali, né visite. Il sacerdote si avvicinò al letto di Jim con l'infermiera e questa gli disse, mentre Jim ascoltava: "Nessun amico è venuto a trovarlo, non ha nessuno". Sorpreso il vecchio Jim disse sorridendo: "L'infermiera si sbaglia... però lei non può sapere che tutti i giorni, da quando sono arrivato qui, a mezzogiorno, un mio amato

amico viene, si siede sul letto, mi prende le mani, si inchina su di me e mi dice: "Sono venuto solo per dirti, Jim, quanto sono stato felice da quando ho trovato la tua amicizia e ti ho liberato dai tuoi peccati.. Mi è sempre piaciuto ascoltare le tue preghiere, ti penso ogni giorno..... Beh, Jim... qui c'è GESU' a rapporto!" Da oggi, ogni giorno, non possiamo perdere l'opportunità di dire a Gesù: "Sono qui a rapporto!" E' strano come inviamo frasi e barzellette attraverso la posta elettronica..., però quando possiamo inviare messaggi spirituali, ci pensiamo due volte prima di condividerli con altri. E' strano come la lussuria cruda, volgare e oscena passi liberamente attraverso il ciberspazio, mentre il parlare pubblicamente di Gesù sia evitato nelle scuole o nell'ambiente di lavoro. E' curioso, vero? Ma ancora più strano è come qualcuno possa essere devoto a Cristo, la domenica, ed al tempo stesso essere un cristiano invisibile per il resto della settimana. E' strano pure se, quando hai terminato di leggere questo messaggio, non vorrai condividerlo con altre persone perché non sei sicuro di ciò che ne penseranno. Di ciò che penseranno di te. E' curioso, mi preoccupo più di ciò che la gente pensa di me che di ciò che Dio possa pensare di me! segnalata da Andrea Coppola


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Una storia come tante…

Tra l’indifferenza della gente e dei nostri amministratori Sono qui a raccontare una storia che forse in tanti conoscono, perché simili storie avvengono ovunque, in tutti i paesi, dal nord al sud dell’Italia, sono poche le eccezioni. Circa quattro mesi fa qualcuno mi ha chiamato per dirmi che nove cuccioli sono stati abbandonati in un recinto, senza aspettare un attimo sono corsa a dare una mano e da quel giorno fino ad oggi ho impiegato tutte le mie forze per cercare di risolvere la situazione. Vi parlo a distanza di tre mesi, i cuccioli non sono comparsi dal nulla, no, arrivano voci che qualcuno sappia perfettamente da dove vengono e conosca il responsabile, ma purtroppo nel mio paese il 50% della cittadinanza è ipovedente e i più colpiti da questo problema sono quelli “in alto”, si, coloro i quali dovrebbero rappresentarci… perciò, ancora una volta, saranno solo voci! È passato del tempo, insieme ad altri volontari siamo riusciti a trovare sistemazione a cinque cuccioli, ma agli ultimi quattro no: sono cresciuti da soli, in mezzo alla sporcizia perché nessuno ha dato l’autorizzazione per sistemare l’unico riparo che avevano questi poveri cuccioli, nessuno! E perché poi avrebbero dovuto? Alla fine sono solo cani. Il problema è diventato sempre più grande, perché ci sono stati altri abbandoni ed io, non sapendo più che fare, ho deciso di andare dal nostro Sindaco con la speranza di avere un appoggio, ma la risposta mi ha sconvolto: le femmine verranno sterilizzate e tutti e quattro i cuccioli verranno messi in mezzo alla strada. Ottimo vero?! Alla mia domanda: “Le sembra giusto?” La

risposta è stata: “I cani stanno bene in mezzo alla strada”, perché, ritornando al discorso di prima, in fondo sono solo cani! Eccoci qua, questa è la fine della storia. Inizio col dire che anch’io penso sia meglio la strada al canile, ma non credo sia una possibile soluzione ad un problema. Ho cercato di allungare il brodo, ho tappezzato il paese e Facebook di ogni tipo di annuncio, ma nulla. I cuccioli sono in mezzo alla strada, come mi è stato “consigliato”. Forse la maggior parte delle persone la pensa così, forse solo in pochi riescono a guardare un cane e a vedere nei suoi occhi qualcosa di più di un semplice animale. Io sono tra queste poche persone e ho deciso di dare voce al mio pensiero, proprio perché spero che un giorno le cose cambino. Vorrei non sentire più queste tristi storie, vorrei che la gente riuscisse a capire che i cani devono essere sterilizzati, soprattutto se non si ha la possibilità di far crescere in modo adeguato i cuccioli. I cani, i gatti e tutti gli animali non sono solo animali, ma hanno un cuore e soprattutto un cervello. Vorrei che la gente che si trova a rappresentare questo paese si ricordasse perché è lì e perché prende uno stipendio ogni mese, l’obiettivo dovrebbe essere migliorare, non chiudere gli occhi e far finta di nulla. Ringrazio quelle poche persone che mi hanno aiutato e che continuano a farlo, ringrazio il mio veterinario, che molto spesso risolve problemi non di sua competenza.In fondo, in un mondo in cui quasi tutti i Paesi vanno verso il declino, non è facile distinguersi. A. L.

La Settimana della Prevenzione Anche quest’anno io ho organizzato degli incontri di prevenzione sulle tossicodipendenze per ragazzi e genitori. Per oltre venticinque anni ho operato a Milano come volontario nel campo della prevenzione sulle tossicodipendenze, i diritti umani e la riabilitazione dei criminali. Rientrato da poco meno di due anni a Veglie, dove insegno nella scuola media del paese, ho portato con me il desiderio di aiutare i giovani studenti nelle loro scelte di vita, questo perché troppo spesso ho visto giovani e meno giovani “trasformarsi” da persone normali e felici di vivere la vita a tossicodipendenti, infelici ed incapaci di apprezzare il dono stesso della vita. Lo scorso anno ho organizzato alcuni incontri per la prevenzione alle droghe e quest’anno l’iniziativa si è trasformata nella settimana della prevenzione. Sono 450 i giovani coinvolti e ben sei gli incontri organizzati. L’oratorio di Carmiano, presenti i ragazzi e i loro genitori, le scuole medie di Veglie, dove l’amministrazione, sensibile e presente per queste problematiche, ha patrocinato l’incontro, e la scuola media di Leverano. Per ultimi, ma non meno importanti, l’Istituto Comprensivo Polo 1 e Polo 2 di Carmiano e l’Istituto per i Servizi Commerciali e Turistici di Carmiano. In questi due ultimi incontri, grazie soprattutto alla sensibilità ed attenzione verso le problematiche giovanili della Giunta Comunale di Carmiano nelle vesti del Sindaco, Dott. Giancarlo Mazzotta, del vice Sindaco, Avv. Giovanni Erroi e dell’Assessore alle Politiche Sociali, Dr. Cosimo Petrelli, si è riusciti a coinvolgere oratori d’eccezione quali: Dott. Imerio Tramis, Sostituto Procuratore della Repubblica, che ha esposto a tutti, in modo semplice e comprensibile, l’attuale legislatura, le procedure legali e le pene previste a seguito di arresti per spaccio o segnalazioni per possesso personale di sostanze stupefacenti, situazione che i giovani spesso ignorano o snobbano. Il tossicologo Giacomo Greco il quale, con una spiccata capacità di relazionarsi con i giovani, ha esposto un mix d’esperienza come medico del Sert (Servizi Tossicodipendenze) ed una forte conoscenza degli effetti e danni legati all’abuso di alcool e droghe. E per concludere il Presidente dell’Associazione "Gli Amici della Vita" , Enrico Comi (www.enricocomi.com), ex tossicodipendente, che ha esposto ai giovani la propria esperienza personale evidenziando l’estrema facilità con la quale si inizia e le insormontabili difficoltà legate alla disintossicazione. L’intento principale di queste lezioni di prevenzione è quello di

Alcool, droghe e i nostri figli

far riflettere i giovani invitandoli a ragionare su cosa è giusto e sbagliato dando delle informazioni semplici e corrette sui vari tipi di droghe, incluse le “ nuove “ droghe e le cosiddette “ droghe leggere“, perché solo la conoscenza semplice e diretta, trasmessa da una persona che ha vissuto sulla propria pelle questa esperienza, rischiando seriamente di perderla, può portare i giovani a riflettere davvero e indirizzarli verso la strada della sopravvivenza. Ci racconta il Prof. Mattia, molti affermano che le droghe “leggere” non fanno male. Abbiamo chiesto ai giovani quanti ne conoscono che hanno iniziato a fumare spinelli, e fra questi, quanti di loro sono riusciti a smettere e quanti invece stanno fumando spinelli con maggior frequenza e quantità. Inoltre abbiamo chiesto quanti ne hanno visti che asserivano di non voler mai e poi mai provare la cocaina o l’ecstasy ma poi, con il passare del tempo, lo hanno fatto. Sono stati loro stessi a capire che pensare di smettere quando si vuole è soltanto un’enorme bugia. Abbiamo anche parlato di sigarette e di alcool ed i risultati sono stati più che soddisfacenti, a dirlo non siamo noi ma i giovani stessi ai quali abbiamo chiesto di scrivere un pensiero. Ecco alcuni stralci: "E' stato un incontro molto interessante. Mi ha fatto capire che basta un piccolo tiro per farti diventare dipendente e non è facile uscirne"; "Questo incontro è stato molto educativo e coinvolgente per noi ragazzi perché ci sono stati chiariti in modo efficace i dubbi che ci siamo posti"; "Questo incontro mi è piaciuto molto perché mi ha fatto capire l’importanza di parlare di questo argomento. Spero se ne faranno altri"; "Dopo questa lezione ho capito molte cose importanti per la vita… Io spero che qualche persona che oggi era presente a questa lezione, che ha già fatto esperienza con la droga, abbia capito veramente che la vita è più importante della roba"; "È stata la più bella lezione sulla droga, mi ha fatto capire veramente il danno che provoca"; "Per me è stato molto importante e interessante questo incontro, ero sul punto di piangere pensando a quanti amici sono in contatto con questa robaccia" . Un particolare ringraziamento a tutte le persone che hanno contribuito alla realizzazione con contributi economici, con l'organizzazione e la logistica. Per il prossimo anno vogliamo raddoppiare la quantità di incontri.

Giovanni Mattia


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Associazione Ecopacifista Socio Culturale VAS/onlus – Veglie

A.A.A. cerco volontari per far nascere a Veglie l’associazione ecologista "Ciò che io so della Scienza divina e delle Sacre Scritture l'ho imparato nei boschi e nei campi. I miei maestri sono stati i faggi e le querce, non ne h o a v u t i a l t r i . Tu imparerai più nei boschi che nei libri. Alberi e pietre ti insegneranno più di quanto tu possa acquisire dalla bocca di un maestro". (San Bernardo) Ciao fratelli e sorelle. Nel famoso film di Franco Zeffirelli “Fratello Sole, Sorella Luna”, un film che consiglio a tutti di vedere, trovai la risposta alle mie tante domande; collimava moltissimo con quello che volevo, con quello che si celava dentro di me e che non riuscivo a leggere e a manifestare ma che sarei diventato 34 anni dopo… Il messaggio di San Francesco, il poverello di Assisi, era esorbitante: l’umiltà, la carità, la fratellanza, la pace e l’amore verso il Creato, verso tutti gli esseri viventi, animali e vegetali. Un immenso calore, la piena voglia di vivere e di incamminarsi nella giusta strada che Gesù ci ha tracciato. Lo comprenderete leggendo le sue parole nel “Cantico delle creature”: una poesia che incarna tutto ciò che Gesù voleva, perché l’Uomo diventasse figlio di Dio. Ed io nel mio piccolo l’ho seguito, lottando in ogni dove, contro ogni ingiustizia e in difesa di chi non ha voce. Non immaginate quanto cammino ho dovuto fare, in primis per manifestare questa mia vocazione verso gli ultimi. Ho dovuto scavalcare la diffidenza e l’indifferenza dei tanti cittadini e quanti piedi ho pestato perché potessi difendere una spiaggia, il mare, l’aria che respiriamo, i boschi, il randagismo e i diritti civili, da ogni forma di inquinamento, contro l’emarginazione giovanile, contro ogni ingiustizia. Veglie, la mia seconda patria, rientra nel contesto dei paesi inquinati, nella cosiddetta “Terra d’Arneo”, un territorio che riceve l’inquinamento sia dall’Ilva di Taranto che dalla Centrale a carbone di Cerano. Riflettiamo sul perché di tante malattie tumorali che affliggono molte famiglie! Veglie è una terra meravigliosa, perfino l’erba ha il suo splendore. Un territorio maestoso: osservatelo minuziosamente, entrate nelle campagne, abbandonatevi alla varietà di colori che ci regala la natura, ammirerete centinaia di specie di uccellini. Una terra, a dire il vero, tradita e violentata dall’uomo… Non oso parlare dello scempio compiuto per anni e anni senza che nessuno vi si opponesse; case, ville e attività commerciali costruite sulla spiaggia, sulle dune, sugli scogli, nel bacino, l’accesso alle spiagge vietato da strade rese private. Chiedetemi perché, allora, i Verdi a Veglie. Primo perché la difesa del Creato entri nel DNA di ogni cristiano, e mi rivolgo in particolare ai giovani… Siete davvero voi il futuro di questa terra martoriata, in primis contro l’indifferenza e poi contro la negligenza e i danni perpetuati dagli adulti.

Diamo valore ai colori di quanto c’è di bello, naturale e storico intorno a noi, impareremo ad ascoltare il profumo dei mille fiori, il cinguettio degli uccelli, il canto di ogni primavera; parleremo con il mare, diverremo i figli del mattino. Facciamo nostro quel raggio di sole che ci dà la carica per esistere e, non ultimo, ascoltiamo meglio l’insegnamento di Gesù, per riprenderci la strada già tracciata dal primo ecologista al mondo, San Francesco di Assisi. E se volete la conferma che Dio esiste, osservate quel muro, ove in un forellino tracciato dal tempo persiste un granello di terra sospinto dal vento: in esso, dopo l’invernata, è nato un fil d’erba. Ecco… arrivati in primavera è nato un fiorellino giallo… Quando riuscirete ad ammirarlo direte “ Sì! Dio esiste!”, ma esiste in ogni donna che procrea un bimbo, esiste in ogni uomo che ha dato alla sua vita un senso, attraverso l’amore e il rispetto del prossimo. Esiste nel maestoso mare, nel grido delle onde e in ogni pioggia, esiste nell’immenso cielo con le sue stelle e i pianeti, esiste nel sorriso di un ammalato e nel dolore di ognuno di noi, perche Gesù non ci lascia mai soli. Ma occorrono gli occhi e le orecchie di un ecologista, perché possiamo confonderci con la natura. Vi chiedo, ora, se mai sarà possibile sposare la causa ecologista con la preghiera e l’attivismo, se davvero saremo capaci di dare volto e gambe all’animo laico/cristiano che è in noi, molto spesso celato dall’odio, dall’egoismo, dall’ignoranza… Riusciremo noi a renderci liberi profeti? Io sto cercando di mettere le radici dei Verdi in questo paese e dintorni, seguendo l’impronta di San Francesco d’Assisi. Chi mi seguirà? Iscrivetevi ai Verdi Ambiente e Società/onlus, per infrangere il muro dell’omertà e dell’indifferenza e costruire dell’altro insieme a voi, fratelli e sorelle, uniti per l’amore del Creato e per una Veglie migliore! La nostra speranza è avere la possibilità di vedere cosa c’è di sbagliato nel mondo ma, allo stesso tempo, di capire come renderlo migliore. Capire come possiamo voltare pagina, per portare avanti la storia umana e cominciare a prenderci le nostre responsabilità per la cura del pianeta, per cogliere opportunità che ancora non si conoscono, e per godere di questa splendida esperienza chiamata vita sulla Terra. “Se io potrò impedire a un cuore di spezzarsi non avrò vissuto invano.Se allevierò il dolore di una vita, o guarirò una pena,o aiuterò un pettirosso caduto a rientrare nel nido non avrò vissuto invano”. Domenico Giglio - Coord. Reg. Puglia VAS - Onlus – per adesione cell. 3891812252


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Rifiuti, loro ciclo e prospettive di sviluppo Ammonta al 15% la raccolta differenziata dei rifiuti della Puglia nell'anno 2010, valore che risulta esiguo se posto a confronto con quello delle regioni del nord-Italia. Le direttive UE prescrivono il raggiungimento della soglia minima del 50% di raccolta differenziata rifiuti (rdr) entro l' anno 2020 per non incorrere nella comminazione di sanzioni pecuniarie. Il territorio salentino, segnatamente, ha evitato la crisi ecologica per merito delle altre provincie pugliesi, che hanno provveduto a smaltire le tonnellate di rifiuti in esubero. La riapertura (nel 2009 ndr) degli impianti di biostabilizzazione di Cavallino e di Ugento hanno contribuito ad alleviare la difficile situazione, ma rappresentano interventi temporanei destinati ad essere per lo più sostituiti da manovre meglio strutturate. Le discariche “ospitano” il 91% dei rifiuti della Puglia. In queste la frazione indifferenziata viene separata in componente umido e secco, entrambe subiscono poi la cd. "biostabilizzazione" da cui vi si ottiene rispettivamente, rifiuto biostabilizzato da discarica (rbd) e combustibile da rifiuto (cdr). Analizzando più nel dettaglio la provincia di Lecce, si può osservare come questa non sia in grado di smaltire pienamente i propri rifiuti che perciò restano in discarica. La biomassa avanzata potrebbe essere riutilizzata come fertilizzante ovvero entrare miratamente all'interno di processi termico- innovativi, quali la pirolisi o la gassificazione, ottenendovi gas per centrali a ciclo combinato con consequenziale produzione di energia elettrica. Dalla combustione del cdr si ottiene mero calore, forma di energia dai bassi rendimenti se raffrontata con quella generata da una centrale a ciclo combinato. I danni provocati da uno scorretto processo di smaltimento dei rifiuti e le relative ripercussioni sulla salute pubblica sono strictu sensu connessi al loro aumento e al diverso grado di tossicità che questi recano. I siti disponibili per far posto alle discariche sono in esaurimento ed il processo di "incenerimento" si rivela una scelta pseudoefficiente. Esaminando gli inquinanti emessi nell’aria dagli inceneritori (diossine, NOx, metalli pesanti, polveri sottil ecc) ed il loro grado di incidenza si è notato che gli effetti nocivi si estrinsecano maggiormente sulla salute delle popolazioni residenti in prossimità degli impianti, sia perché vengono inalati più in fretta sia perché, su tali persone, più facilmente avviene il contatto cu-

taneo (cd. nocività diretta). Si ricordi poi la cd. nocività indiretta, provocata dal consumo di prodotti agricoli coltivati nelle immediate adiacenze degli impianti in questione. Il corpo umano riesce a metabolizzare solo parte della quantità di sostanze tossiche eliminandole attraverso i vari organi, ma quando queste superano le soglia di media assorbibilità possono contribuire a provocare danni alla salute, talvolta irreversibili. Si è avuto un aumento del fenomeno delle malformazioni congenite e dei disturbi cronici legati all’inquinamento ambientale. Parimenti preoccupanti sono i dati che giungono dall' OMS sulla elevata percentuale di neoplasie eziologicamente connesse all’ inquinamento atmosferico. L'analisi empirico- economica, in questo campo, impone anzitutto di ottenere un aumento considerevole della quantità di frazione riciclata avendo però cura, in pari tempo, di stabilire metodi idonei di utilizzazione termica per il rifiuto cd. non riciclabile. Si rende necessario perciò, investire in impianti moderni e all’ avanguardia, utilizzando tecniche che risultino efficienti ma anche adeguate ad assicurare il maggior rispetto possibile del territorio. Dal profilo fiscale ciò corrisponde alla diminuzione della Tarsu e della Tia, tasse che dipendono dall’impatto ambientale dei rifiuti. Ma è con un’ analisi prettamente sociale che bisogna arrivare perché ci vuole un grande sforzo ideologico per comprendere l’inquinamento in tutta la sua gravità. L’arretratezza culturale delle politiche ambientali, il loro compromesso economicistico e la mancanza di un sentimento comune continuano ad ergersi come insormontabili ostacoli per il raggiungimento di una “etica della creazione dei valori naturali”, solo allora si comprenderà tutta la fragilità della natura, bene non eterno ma caduco. Donato Vese: Ha curato l'ambito giuridico e lo stile. Laurea in Giurisprudenza Università Cattolica del Sacro Cuore Giancosimo Sanghez de Luna: Ha curato l'ambito Scientifico. Laurea in Chimica Industriale, Università Alma Mater Studiorum. Bologna Michele Cicconetti: Ha curato l'ambito Economico.

Silvio dal Giudice Presidente, perché con una minorenne? Ar...core non si comanda!

mi scalpa da ridere

vignetta di Alberto Gennari

Stagione Politica Fortunatamente il clima torrido della politica italiana è stato raffreddato; il centrosinistra ha attaccato la "Vendola"... Calcio Scommesse Signori, come faceva a truccare le partite? A tutti portavo "Doni" Faranno strada Complimenti sinceri a chi sta lavorando per l'ampliamento della strada Veglie – Porto Cesareo. Sicuramente sarà pronta per la stagione balneare. Peccato però che adesso il tratto per "Lapillo Beach" sembri ancora più stretto di prima...


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Spazio ai lettori

Chi trova un amico trova un tesoro Il libro dei Proverbi dà grande importanza all’amicizia, riferendosi non in termini astratti ma rivolgendosi alla persona, come “amico”, “uomo fidato”, “prossimo”, “vicino”. Spesso si antepone l’amico al fratello perché l’amico è vicino in ogni circostanza: “Un amico vuol bene sempre, è nato per essere un fratello nella sventura” (Prov. 17, 17). Alcuni, però, si servono dell’amicizia per sfruttare la condizione sociale ed economica dell’amico e, nel gioco perverso, compromettono il rapporto fino alla rovina: “Ci sono compagni che si rovinano a vicenda, ma anche amici più affezionati di un fratello”(Prov. 18, 24). La vera amicizia contempla l’assenza di invidia, di calcoli, di offese. L’amico calunniato ha motivo di dire, con dolore: “Se mi avesse insultato un nemico, l’avrei sopportato; se fosse insorto contro di me un avversario, da lui mi sarei nascosto. Ma sei tu mio compagno, mio amico e confidente; ci legava una dolce amicizia, verso la casa di Dio camminavamo in festa”(Salmo 55, 13-15). I saggi elencano alcune cause che concorrono alla perdita dell’amicizia: la diffamazione “chi calunnia divide gli amici”(Prov.16, 28); la promessa non mantenuta; l’insulto “con la sua bocca il bugiardo rovina l’amico”(Prov.11, 9); il tradimento dei segreti dell’amico “chi va in giro sparlando svela il segreto, ma l’uomo fidato tiene nascosto ciò che sa”(Prov.11, 13); il biasimo “chi copre la colpa cerca l’amicizia, ma chi la divulga divide gli amici”(Prov.17, 9). La sapienza proverbiale consiglia di essere cauti nelle amicizie, a non fidarsi del primo amico, a metterlo alla prova prima di fargli delle confidenze, perché alcuni si mostrano amici solo per convenienza: “Molti proclamano la propria bontà, ma una persona fidata chi la trova?”(Prov.20, 6). Ci sono amici solo di nome, che nel tempo delle avversità si dileguano, soprattutto se l’amicizia è fondata sul denaro, sul potere: “Le ricchezze moltiplicano gli amici, ma il povero è abbandonato dall’amico che ha…. Molti sono gli adulatori dell’uomo generoso e tutti sono amici di chi fa doni”(Prov. 19, 4. 6). L’amico vero è un tesoro senza prezzo; ama in ogni circostanza, nella buona e nella cattiva sorte, perché il legame di amicizia è più forte e vivo di quello della parentela, in quanto è fondato su una scelta di affinità personali, di ideali che si incrociano in un dialogo sincero e sereno. “Profumo e incenso allietano il cuore e il consiglio dell’amico addolcisce l’animo. Non abbandonare il tuo amico né quello di tuo padre, non entrare nella casa di tuo fratello nel giorno della tua disgrazia. Meglio un amico vicino che un fratello lontano”. (Prov.27. 9-10) Come respirando incenso e profumi delicati si riprende vita, come i profumi ci fanno sentire in festa, rallegrano lo spirito e lo corroborano, così i consigli sani e sinceri degli amici fanno risuscitare

e danno consolazione all’animo. L’amicizia è un grande dono di sè, del proprio tempo e non solo dei “ritagli”; dà la gioia della presenza non richiesta; è dolce come la sapienza, in uno scambio autentico di pensieri e sentimenti che provengono dal cuore. Per gli orientali anche l’amico di famiglia è lasciato quasi in eredità al figlio. Infatti al giovane viene raccomandato di considerare in maniera feconda gli amici del padre, che potrebbero essere come altri padri (i nostri padrini di Battesimo); di non ricorrere al fratello soltanto per necessità, di tenere presente che in certi casi bisogna fidarsi pienamente degli amici e non pensare solo ai parenti, talora lontani. Amicizia è dolcezza nella reciprocità di cuori che si aprono e comunicano: “E’ una gioia sapere dare una risposta; una parola detta al momento giusto è gradita!” (Prov.15, 23). E’ come un bacio sulle labbra, una risposta sincera: “come mele d’oro su un vassoio d’argento cesellato, è una parola detta a suo tempo”(Prov. 25,11). Vivere l’amicizia nella generosità e dedizione, consente di farsi “prossimo” a chi vive in stato di smarrimento e sconforto, in stato d’indigenza o nel deserto di sentimenti; favorisce un rapporto di fiducia reciproca, talvolta con la semplice presenza, per la condivisione della sofferenza, in religioso silenzio. Anche Gesù Cristo, essendo vero uomo oltre che vero Dio, ha sentito il bisogno dell’amicizia; i primi discepoli erano i suoi amici, tanto che nel secondo discorso dell’ultima cena disse: “Voi siete miei amici….Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il padrone, ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi”(Gv. 15, 14-15). Nel caso di Lazzaro e delle sue sorelle, Gesù dimostrò un’amicizia profonda e forte; egli pianse l’amico morto con grande dolore. Gesù nella sua missione di guarire l’umanità dal peccato, salva i peccatori e per fare ciò li ama, si interessa di loro, li visita, vive vicino a loro, tanto che, dai suoi denigratori, è definito “amico dei pubblicani e dei peccatori”(Mt. 11, 19; Lc.7, 34). Il sapiente dei Proverbi ammonisce: “Il povero è disprezzato dai suoi stessi fratelli, tanto più si allontanano da lui i suoi amici. Egli va in cerca di parole, ma non ci sono”(Prov.19, 6-7). Il sapiente ribadisce: “Una parola buona è un albero di vita!”(Prov. 15, 4). Allora, la pianta meravigliosa dell’amicizia, una volta spuntata e radicata, va coltivata. L’amicizia si coltiva accettando l’altro così com’è, talora con la sua malattia e debolezze che rendono impossibile una vita normale per l’uno, che rendono difficile per l’altro esprimere la propria disponibilità alla condivisione. All’amico si resta fedele, senza temere di perdere “l’argento”, cioè il denaro, il tempo, perché l’amicizia è un bene dal valore inestimabile, che trova grazia al cospetto del Signore, nostro Dio. Perciò: una certa tenerezza ci attende e si costruisce, ogni giorno.

La festa di San Giovanni 2011

Tra fuochi , musica e preghiera

Prof.ssa Rosa Casilli


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Anno XIV N° 3 - giugno 2011

Ausate San Giuanni!

Soluzione Crucipixel pubblicato su Controvoci n. 1 anno XIV marzo 2011

Antica preghiera tradizionale dedicata a San Giovanni “Ausate San Giuanni!” è un’antica preghiera popolare. Forse molti di voi la conoscono già. Io l’ho sentita recitare spesso dalla mia cara nonna, che ormai da qualche anno non c’è più. Ricordo che in piena notte, svegliata dai tuoni improvvisi e forti del temporale, si metteva seduta sul letto e la ripeteva in dialetto leccese doc, come preghiera e forse anche come forma di scongiuro. In realtà, è una via di mezzo tra una preghiera e una filastrocca e viene recitata con tono cantilenato. Ho scoperto che è conosciuta anche qui a Veglie e in tanti altri paesi della provincia. Ne esistono diverse versioni nei vari dialetti salentini; alcune presentano delle variazioni su tema. Vi riporto le più importanti in modo che possiate apprezzare le diversità di pronuncia e di vocaboli di cui è ricco il nostro dialetto salentino. Veglie Ausate San Giuanni e no durmire ca sta besciu tre nuegghie ti l'aria inire una ti acqua, una ti jentu, una ti tristu e male tiempu. A mare a mare a do no canta iaddhru a do no luce luna male nu fare, male nu fare, male nu a fare a nuddhu fiju ti criatura. San Cesario di Lecce Ausate San Giuanne e nnu durmire ca sta bisciu tre nuvole camenare una te acqua, una te ientu, una te triste e maletiempu. Portale a ddu nu canta gallu a ddu nu lluce luna a ddu nu vive anima alcuna. Tuglie (1^ versione) Azzate, San Giuvanni, e nu durmire, ca visciu tre nuveje camnare una te acqua, una te ientu, una te triste e mmaletiempu. Portale addhai ci ni canta caddhu, addhai ci nu luce luna, addhai ci nu nasce nuddha anima criatura (2^ versione) Ddisciate San Giuvanni, c’aggiu vistu tre nuveje una te acqua, una te ientu, una te triste e mmaletiempu. Ziccale tutt’etre e mintale intra na crutta scura Addhu nu vive nuddha anima criatura. Editore:

Anno XIV N° 3 - giugno 2011 Via Dante, 1 - 73010 Veglie (Le) Registrazione Tribunale: iscritto al n. 677 del registro della stampa del tribunale di Lecce il 19 marzo 1998

Galatina Azzate San Giuvanni e nu ddurmire ca visciu thtre nuveje caminare una de acqua, una de vientu, una de tristu mmaletiempu. Vane addhrai ci nu canta callu e nu lucisce luna, addhrai nunn'ave addhra anima criatura ca la Madonna mmienzu llu campu nu time nè tronu nè llampu Montesano Salentino Azzate, San Giuvanni, e dduma le cannile, ca ieu visciu tre nule vinire: una de acqua, una de ientu, una de tristu maletiempu. San Giuvanni se zzò, le cannile ddumò, lu maletiempu passò. Vernole A Vernole questa preghiera vede al centro delle invocazioni non più San Giovanni ma Santa Rosalia. Santa Rosalia subbra nnu munte sstia, tridici pecureddhere sta uardà idde tre nnule passare, una te acqua, una te jentu, una te tristu maletiempu addhu le facimu scire? addhu nu canta caddhru, addhu nu lluce luna, addhu nun cce nuddhra anima criatura. Galatone Asate, San Giuanni, e no durmire, ca s'onu iste tre nuule passare, una ti acqua, una ti ientu, l’addrha ti tristu mmaletiempu. Pigghia la scera e portala a mmare, addhrai ci no face male. Addhrai ci no canta gallu, addhrai ci no luce luna, addhai ci no nasce nuddhra anima criatura.

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a cura di Daniela Della Bona Grafica

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Casarano Azzate, San Giuvanni, e nun durmire, ca s'anu viste tre nuule passare, una de acqua, una ientu, l’addha de tristu maletiempu. Pija la scera e portala a mmare, addhai ci nu face male. Addhai ci nu canta gallu, addhai ci nu luce luna, addhai ci nu nasce nuddha anima criatura.

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