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Progetto realizzato da

Consorzio Atesino delle Pro Loco

Il Consorzio Atesino delle Pro Loco in collaborazione con UNPLI di Padova e le Amministrazioni Comunali presenta

Viviamo la Bassa

a spasso tra Ville, Musei e Parchi

Progetto realizzato da

in collaborazione con

Consorzio Atesino delle Pro Loco

Comune di Carceri

Comune di Casale di Scodosia

Comune di Comune di Comune di Granze Megliadino San Vitale Montagnana

Comune di Ponso

Comune di Pozzonovo

Comune di Borgo Veneto - Loc. Saletto

Comune di Stanghella

Comune di Urbana


Progetto realizzato da

Consorzio Atesino delle Pro Loco in collaborazione con:

Ringraziamenti: Contributo della Regione Veneto. Foto: Archivio fotografico Consorzio Atesino delle Pro Loco e Gruppo Bassa Padovana. Testi: Agostino Merlin, Gianni Barollo, Giada ZandonĂ . Collaborazioni: Roberto Soliman, Claudia Vigato, Riccardo Merlin, Alice Cavatton. Comitato tecnico: Consorzio Atesino delle Pro Loco. Realizzato in collaborazione con: Progetto culturale di promozione turistica Euganeamente, Agenzia di Comunicazione Futurama snc - Monselice. www.euganeamente.it - www.futuramaonline.com


Il Presidente Consorzio Atesino delle Pro Loco Giuliano Venturini

A SPASSO CON LA STORIA

Il Progetto “A Spasso con la Storia” nato nel 2014 si propone e ripropone, attraverso questa nuova pubblicazione, la promozione e la valorizzazione del territorio e della cultura storica della Bassa Padovana attraverso una terza edizione dal titolo “Viviamo la Bassa a spasso tra Ville, Musei e Parchi”. Grazie al coordinamento messo in atto dal Consorzio Atesino delle Pro Loco e dalla Regione Veneto in collaborazione con le Pro Loco ed i Comuni di Stanghella, Granze, Megliadino San Vitale, Casale di Scodosia, Pozzonovo, Carceri, Ponso, Urbana, Montagnana e Borgo Veneto Località Saletto si propone di dare visibilità e far conoscere i “gioielli culturali” del territorio Atesino. Questi straordinari luoghi, così vicini a noi e così unici, sono al centro di una rete di promozione, con itinerari guidati per Vivere la Bassa Padovana. Le proposte comprendono visite guidate ai musei ed ai luoghi caratteristici del territorio a cura dell’associazione culturale Historia Tourism, con presentazione dei prodotti tipici locali, degustazioni ed intrattenimenti folcloristici. Il progetto vuole rivolgersi non solo ad appassionati, visitatori, soci pro loco e turisti, bensì vuole porsi come occasione di scoperta e apprendimento dei tesori culturali presenti sul territorio della Bassa Padovana passando per i banchi di scuola. Si vuole coinvolgere gli istituti scolastici dei comuni di Urbana, Montagnana, Saletto, Carceri, Ponso, Megliadino San Vitale, Stanghella, Pozzonovo e Casale di Scodosia rivolgendosi alle scuole primarie attraverso la conduzione di interventi didattici da parte di una guida turistica del territorio. Tramite questo progetto e grazie alle attività messe in atto dalle Pro Loco e dai Comuni si vuole dare una maggiore conoscenza e consapevolezza alle persone che vivono nel territorio, ai turisti e ai visitatori, delle meraviglie culturali ed architettoniche presenti. Maggiore conoscenza significa quindi maggiore partecipazione alla tutela ed alla valorizzazione dei tesori che si trovano nel territorio, per stimolare la volontà di dare un aiuto concreto alla conoscenza, alla salvaguardia ed al miglioramento del territorio Atesino.


Stanghella

A SPASSO CON LA STORIA

STANGHELLA MUSEO CIVICO ETNOGRAFICO Il Museo Civico Etnografico di Stanghella, sorto nel 1980 per merito del Gruppo Bassa Padovana diretto dal Prof. Camillo Corrain, si propone oggi come centro di documentazione sulla colonizzazione umana del territorio che dai Colli Euganei si spinge sino all’Adige, contribuendo ad evidenziarne una storia insediativa propria e talvolta originale, quasi sempre caratterizzata da soluzioni di tipo autarchico. La disposizione su tre piani dei vari settori del museo, segue una sequenza cronologica a ritroso e precisamente da quando le campagne erano popolate ed organizzate in contrade e corti, nel periodo preindustriale, all’inizio della meccanizzazione agraria e del grande esodo. Tale aspetto è curato nei settori posti al piano terra, dall’osteria alle officine rurali. L’ambiente “dell’osteria” è stato ricreato con elementi provenienti da vecchie osterie locali come i lunghi tavoli fratini del seicento, le botti di varie dimensioni ed altri vari contenitori vinari. Su una parete è stesa una grande rete a strascico dei primi del ‘900 localmente detta regagna. Si è cercato di ricreare il tipico ritrovo degli adulti della passata civiltà rurale. L’osteria quindi come luogo di incontro e di discussione dove anche i più umili potevano esprimere un parere. Le “officine rurali” sono dedicate ai mestieri portanti dell’agricoltura e precisamente i fabbri, i carradori e i maniscalchi, spesso operanti nelle grandi corti padronali ma non di rado anche in piccole officine sistemate in modestissime “casone”. L’attrezzatura della bottega del fabbro qui esposta è stata integralmente asportata e rimessa nello stesso ordine di lavoro dal luogo ove originariamente si trovava. A dominare le varie attrezzature esposte è sicuramente il vistoso mantice, azionato a mano ed utilizzato per mantenere ben acceso il carbone del crogiolo su cui veniva arroventato il ferro da modellare poi con il martello sull’incudine. La bottega del carradore


Stanghella

A SPASSO CON LA STORIA

era un’officina assolutamente indispensabile per le attività agricole. Vi si fabbricavano o vi si aggiustavano carri, calessi, birocci e molti altri mezzi di trasporto dai più umili ai più signorili. Nella sala sono esposti due torni da legno e tutta l’attrezzatura necessaria alla costruzione ed al montaggio di una ruota. L’attività del maniscalco invece richiedeva meno attrezzatura: per ferrare gli animali da traino era sufficiente un deschetto, piazzato solitamente all’aperto, con sopra raschietti, chiodi, martello e ferri per cavallo, mulo, asino e buoi. Al primo piano nella sala di destra è esposta la grande carta catastale del “Retratto del Gorzon” lunga 7,95 metri e larga 3,385 metri, disegnata con colori a tempera. Essa è composta da 121 listelli di cartoncino originariamente incollati su tela di lino, dopo il restauro del 1980 reincollati su lino e canapa. Recentemente è stata effettuata la digitalizzazione fotografica ad altissima risoluzione dell’antica carta catastale. Fu commissionata dal Rettorato ai Beni Inculti di Venezia al perito Ercole Peretti che la ultima nel gennaio del 1633. Trattandosi di una carta tematicamente attenta alla bonifica ed alla catastazione delle proprietà terriere del territorio a sud dei colli Euganei da sottoporre ad interventi di bonifica, presenta una particolare attenzione nella descrizione della rete idraulica e della parcellazione indicando per quest’ultime il nome del proprietario e l’estensione misurata in campi, quarti e tavole. Anche i nuclei abitati sono rappresentati con una certa dovizia di particolari anche se si deve annotare la mancanza di alcuni paesi già sviluppatisi all’epoca dell’ultimazione della carta quali: Granze, Stanghella e Barbona. Non meno minuziosi sono i tracciati degli antichi percorsi di terra denominati talvolta semplicemente come “argini”. La carta è in scala approssimativamente di poco superiore a 1:10.000 e grazie a ciò diventa un validissimo strumento comparativo per esplorare la primitiva situazione ambientale della Bassa Padovana, prima cioè che i lavori di bonifica ne avessero cancellato l’antico assetto, rimasto pressoché invariato dalla preistoria.


Stanghella

A SPASSO CON LA STORIA

Nella mansarda dapprima si incontra la sala della “Ruralità” ove sono esposti gli oggetti d’uso quotidiano per il lavoro, per la casa e per la persona. Superato l’archivio, si accede alla sala della “Colonizzazione antica” dove trovano spazio gli importantissimi reperti ritrovati presso la stazione neolitica di Selva di Stanghella. In tale stazione, scoperta durante i lavori di scavo e pulizia del fiume Gorzone ad una profondità di circa 4 metri, sono venuti alla luce i resti scheletrici umani di almeno 28 individui, ora conservati presso il Museo archeologico di Este, di cui 11 maschi, 12 femmine e 5 bambini. A testimonianza di questo primitivo insediamento, in una grande vetrina posta al centro della sala, si possono osservare ossa di diverse specie animali quali il cinghiale, il bisonte, ed il cervo, nonché un cranio ben conservato di un esemplare di Orso delle caverne. Ossa che offrono il quadro faunistico del paleoambiente in cui si trovava ad insistere la stazione. Ma corna, cubiti e frammenti di ossa lunghe costituivano anche materia prima da cui ricavare strumenti per le attività di sostentamento che caratterizzavano la primitiva economia dell’epoca. Si possono vedere infatti esempi di fusaiola e aghi che venivano utilizzati per la filatura e la cucitura e ancora diversi punteruoli, lisciatoi e spatole dalla accurata lavorazione. L’insediamento di Selva ci ha restituito inoltre un abbondante corredo di manufatti in selce tra cui numerose lame e raschiatoi. Notevole è la quantità di schegge e lamelle riportate alla luce. Splendide per forma, dimensioni e accuratezza di lavorazione, sono le punte di pugnale di cui la maggiore è lunga 13 e larga 4, 6 cm. All’estremità destra della vetrina sono ben visibili alcuni pali di bonifica in legno. Dietro di essi una foto, ricostruisce graficamente le capanne con struttura portante in legno che dovevano formare i villaggi delle aree paludose di cui si narra la storia. Nella sala della “Ceramica” sono raccolte, iniziando dal tardo medioevo, le terracotte ed il vasellame caratterizzanti l’evoluzione nel tempo delle tecniche di lavorazione e di decorazione. Preziosissime sono le due scodelle e il piattello di legno di


Stanghella

salice dipinti con ornamentazioni che richiamano schemi islamici. Tali oggetti provengono da tombe della chiesa di San Paolo a Monselice e sono databili agli inizi del XIV sec. Gli altri tre esemplari del corredo sono conservati a Monaco di Baviera. All’interno del Museo Civico è ospitata la Pinacoteca intitolata al Maestro e artista concittadino Pietro Favaro, costituita nel 1993 dalla donazione di 66 opere che l’artista stesso ha fatto al Comune e che vanno dal 1930 al 1990. La Pinacoteca presenta inoltre opere di illustri pittori del ‘700 e ‘800 veneziano e del ‘900.

PARCO PUBBLICO CENTANINI

Realizzato attorno al 1865 per volere di Marc’Antonio Centanini, è situato nel centro cittadino dirimpetto alla composita Villa Centanini, a lato della sede del Museo Civico Etnografico, e vanta una superficie di circa 6 ettari. L’impostazione si rifà al modello di “giardino romantico”, in voga nell’800. L’accesso avviene da via Roma ed il suo spazio è organizzato in tre aree separate da cortine arboree. Le prime due aree sono mantenute a prato, mentre la terza è caratterizzata dalla presenza di un laghetto circondato da collinette su cui svettano piante secolari. Al suo interno si incontrano specie vegetali tipiche dell’antica foresta padana accanto a svariate specie arboree esotiche. I visitatori, hanno l’opportunità di ammirare da vicino un mondo vegetale quasi del tutto scomparso dal nostro territorio. ___________________________________________ MUSEO CIVICO ETNOGRAFICO Piazza Otello Renato Pighin, 21 - 35048 Stanghella (Pd) Tel. 0425 95670 - museo.stanghella@museibassapd.it biblioteca@comune.stanghella.pd.it Periodo apertura: Da marzo a settembre: sabato e domenica dalle 15.00 alle 18.00 Da ottobre a febbraio: sabato e domenica dalle 14.30 alle 17.30 Per gruppi e scolaresche tutti i giorni su prenotazione.

A SPASSO CON LA STORIA

Via Roma - Stanghella


Granze GRANZE MUSEO CIVICO DELLE CENTURIAZIONI

A SPASSO CON LA STORIA

Il Museo Civico delle Centuriazioni di Granze raccoglie manufatti e oggetti provenienti principalmente dall’area del comune e dal territorio tra Adige e Colli Euganei. La scelta di Granze, quale sede di questa esposizione, è motivata dal fatto che il territorio comunale, in età romana, fu al centro di diverse divisioni agrarie, identificate dalle numerose fotografie aeree all’infrarosso termico le quali hanno evidenziato queste lineazioni che a tutt’oggi sono ancora in parte tratti di strade, carrarecce, fossati che delimitano i confini delle proprietà. Il percorso espositivo presenta inizialmente quattro carte tematiche su pannelli luminosi che, a varie scale, illustrano gli interventi di sistemazione agraria di carattere centuriato in tutta la Bassa Padovana. Tali azioni di bonifica vennero probabilmente reiterate, nel corso del I - II d.C., per ben tre volte a causa di un problema legato allo scolo delle acque. Nelle sale sono esposte, in diverse vetrine, reperti romani legati al mondo dell’edilizia (frammenti di pavimentazione, intonaci, tessere musive, mattoni di diverse misure fra cui alcuni bollati), della casa (frammenti di anfore, olle e patere, pesi da telaio, frammenti di ceramica grigia e ceramica sigillata, due frammenti in cotto con inciso il gioco magico – religioso della trea) e dell’ambito funera-


Granze

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rio (frammenti di urna cineraria contenenti residui di ossa, un lacrimatorio, un vasetto di ceramica sigillata e una moneta dell’imperatore Gallieno del 260 d.C.). Un reperto significativo dell’esposizione posto al centro della sala è un cippo gromatico in trachite, con inciso sulla sommità il segno di decussis. Per spiegare l’uso di questo reperto è stata ricostruita, al di sopra dello stesso, una groma in legno, sul modello di quella ritrovata a Pompei, un pannello luminoso illustra con immagini il posizionamento e il procedimento per tracciare i cardi e i decumani. Il più importante monumento romano è la Stele funeraria scoperta nel 1902 in località Calalte, allora di proprietà della famiglia Ferretto Federico. Si tratta di un manufatto in calcare, ascrivibile alla prima metà del I sec. d.C., con ritratto del defunto e con iscrizione che ricorda Publio Papirio Sereno figlio di Publio. Una frattura alla fine dell’iscrizione non permette di conoscere con esattezza gli anni di Papirio. È probabile che manchi una sola cifra, per cui l’età potrebbe essere di venti o quaranta anni. Il busto del defunto, rivestito di tunica e toga, si presenta in posizione frontale. I lineamenti del volto assumono la rigidità e la severità della maschera funebre. Purtroppo alcuni tratti fisionomici non sono ben leggibili per la corrosione della pietra. Da notare la caratteristica pettinatura a ciocche virgolate sulla fronte, le orecchie larghe e sporgenti, la mano destra stesa sul petto che tiene un lembo della toga: quest’ultima posa la ritroviamo in molti altri monumenti dello stesso genere, forse era tipica di qualche rituale religioso. Il panneggio delle vesti è reso con un sistema di pieghe che, pur nella sua schematicità, acquista una funzione decorativa. La stele è opera di officina locale e si rivela come esempio di arte romana “popolare” e “provinciale”. È esposta nell’atrio dell’edificio comunale poiché il suo considerevole peso non ha permesso la collocazione all’interno del museo. Il 26 ottobre 2014 è stata inaugurata una nuova sala espositiva nelle cui vetrine sono raccolti reperti rinvenuti negli ultimi anni. I più antichi risalgono al terzo millen-


Granze

A SPASSO CON LA STORIA

nio a.C. con varie selci dell’industria campignana; sono inoltre esposte: una fusarola, un rocchetto e frammenti di ceramica dei Veneti Antichi rinvenute in località Grimana di Granze. Nelle altre vetrine sono visibili diverse ceramiche del periodo medioevale, in particolare frammenti di ceramica arcaica (XII – XIII sec. d.C.), nelle altre sono esposte ceramiche graffite di vasi, piatti, ciotole del XV – XVI secolo assieme a vetri di ampolle e bicchie-

ri risalenti al XVII secolo. Un oggetto particolarmente raro è la Bocca o Boccatura che serviva per calibrare la quantità di polvere da sparo delle antiche bombarde. Il materiale esposto nelle varie vetrine testimonia di insediamenti continuativi nel territorio di Granze a partire dal neolitico al paleoveneto, al periodo romano, medioevale fino ai giorni nostri.

DAL VILLAGGIO DI SANTA CRISTINA ALL’ODIERNA PARROCCHIALE L’antico villaggio di S. Cristina di Vescovana, probabilmente verso la fine XIV sec. d.C., si è trasferito a destra del fiume S. Caterina (antica Fossa Lovara), infatti, nella visita pastorale, il vescovo Barozzi, nel 1486, descrive l’antica chiesa in stato di abbandono e non più ufficiata da tanto tempo. La nuova chiesa dedicata a S. Giovanni Decollato fu edificata dalla nobile famiglia Pisani nel 1570 accanto alla villa padronale, essi avevano acquistato nel 1486, dal ramo padovano degli Estensi, un vastissimo territorio che comprendeva Vescovana, Stanghella, Boara Pisani e parte di Solesino. La popolazione del vecchio villaggio di Santa Cristina si era spostata più a nord, in terreni più salubri, vicino alla località Gazzolo, di proprietà della famiglia


Purtroppo, anche a quei tempi, la mancanza di fondi rallentava notevolmente i lavori, la chiesa, con enormi sacrifici, fu costruita dalla popolazione locale. Uno scalpellino, sicuramente sotto dettatura di una persona che conosceva bene il latino, scolpì nella vera in trachite la seguente frase: “DECVNTA - ANNO SALVT – 1586 – BNDÆ C PT PO” cioè: DECVNCTA(ta) – ANNO SALUT(is) – 1586 – B(e)N(edicta) Æ(terno) C(ristina) P(osuit) T(itulum) P(ute)O. La traduzione dovrebbe quindi essere: “Non essendo ancora completata la chiesa, nell’anno di salute 1586, Cristina, benedetta a Dio Eterno, diede il titolo al pozzo”. Negli anni sessanta del secolo scorso il pozzo, che si trovava davanti alla canonica, venne demolito e la vera in trachite venne spostata nel lato nord della chiesa su un basamento a finto pozzo. Nel 1984 questa incisione fu fotografata e pubblicata in un quaderno del Gruppo Bassa Padovana: “Granze 1984 - Una contrada un paese un comune”. Nel 2009, il Gruppo Bassa Padovana, in accordo con il parroco, ha trovato una degna e sicura sistemazione nel portico nord della chiesa. È il documento più antico della parrocchia di Santa Cristina, una testimonianza della volontà e della fede di una comunità. La chiesa infine fu consacrata il 15 ottobre 1594. __________________________________ MUSEO CIVICO DELLE CENTURIAZIONI Via della Libertà, 36 - 35040 Granze (Pd) Tel. 0429 690209 Periodo apertura: Sabato e domenica dalle 15.00 alle 18.00 su prenotazione. Per gruppi e scolaresche tutti i giorni su prenotazione.

Granze

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padovana Conte. Sorse quindi la necessità di edificare una nuova Chiesa, che si volle dedicata, come l’antica, a Santa Cristina. I lavori iniziarono nel 1582, come è inciso sull’architrave della porta d’ingresso. Naturalmente, per la costruzione dell’edificio, occorreva acqua per l’impasto delle malte, quindi, il primo lavoro fu la costruzione del pozzo.


Casale di Scodosia

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CASALE DI SCODOSIA VILLA CORRER Villa Correr, è stata costruita verso la fine del XVII secolo come dimora estiva della famiglia Correr, una nobile famiglia di origini veneziane che possedeva cospicue proprietà nel sud-est del paese. La villa è emblema significativo dello splendore veneziano che risale ai tempi della sua dominazione, dagli inizi del Quattrocento alla fine del Settecento. Costruita con materiali recuperati dalla precedente abitazione rustica del 1500, ad oggi mantiene ancora immutato il suo giardino, le decorazioni su intonaco in terra naturale e le finestre a medaglioni di Murano.Un atto notarile risalente al 1857 attesta che la villa fu venduta dai Correr ad Antonio Ferrari, il quale compì molteplici modifiche all’abitazione e alle proprie adiacenze, trasformandola da villa domenicale estiva a maestosa casa colonica. Nel 1921 i fratelli Dalla Francesca comprarono villa e terreni adiacenti. Dopo varie divisioni dei terreni tra i fratelli, l’avvocato Mario e la moglie Enrichetta Fiorentino divennero gli unici proprietari della villa e dei terreni. Nel 1980 lo stabile fu venduto al comune di Casale di Scodosia che da qualche tempo l’ha adibita a mostre, musei e molteplici iniziative culturali come il Civico Museo etnografico-archeologico, ricco di materiale derivante proprio dalle vecchie scuderie della villa stessa e la mostra nazionale dell’antiquariato. Di fronte alla villa si apre un grande giardino settecentesco con un’aiuola ellittica nel mezzo. La struttura dello stabile rispecchia gli antichi moduli rurali: un esempio ne sono i camini sporgenti che caratterizzano la facciata posteriore. La villa si sviluppa su quattro piani. Il piano terra era destinato alle abitazioni degli addetti ai lavori di giardinaggio, scuderia, manutenzione ma anche alle cucine. Il mezzanino era il luogo per il deposito di masserizie oltre ad essere l’abitazione della servitù: maggiordomo e camerieri. Il piano nobile era abitato dai proprietari e dagli ospiti e prevedeva perfino una cappellina privata per la preghiera. Il sottotetto, creato solo in un secondo momento da Antonio Ferrari, era utilizzato come


__________________________________________ VILLA CORRER Via Altaura - 35040 Casale di Scodosia (Pd) Tel. 347 6440150 - prolococasalediscodosia@atesinoproloco.net Periodo apertura: Maggio - settembre

Casale di Scodosia

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granaio. La villa si prolunga verso est con altre strutture come le stalle, le scuderie, i granai. Sono inoltre presenti portici e seccatoi per tabacchi. Dinanzi a questo complesso edilizio si apre un enorme cortile pavimentato con pietre di trachite di forma rettangolare e un grande prato con piccoli arbusti e piante di tamerici. Il retro della villa è occupato da un ampio parco che ospita diverse piante secolari oltre a cespugli di ortensie e gigantesche siepi di bosso. Sono inoltre presenti un rifugio antiaereo, costruito agli inizi della seconda guerra mondiale, e un’antica ghiacciaia semi interrata. Il complesso si presenta molto articolato per le continue trasformazioni ed ampliamenti attuati dal XVI secolo. Il Settecento ci restituisce una villa con planimetria tradizionale avente la consueta impostazione tripartita con il salone al centro e stanze laterali ai lati; sono inoltre presenti colombara, barchessa e grande corte. A pianta rettangolare, si eleva per quattro piani e presenta un lungo prospetto principale, impaginato su diciassette assi forometrici. Si apre al piano terra con portale archivoltato ed ha trifora al piano superiore, balconata, con coppia di porte finestre con architravi e sormontata da una cornice. Le arcate a tutto sesto, inquadrate da lesene con piedistallo e capitello di ordine dorico, sono state tamponate. Il primo e il secondo piano hanno finestre rettangolari con cornici impreziosite da cimasa, che diventa timpano curvilineo al piano nobile. Il lungo prospetto della facciata principale è abbellito dai pinnacoli ornamentali, a forma di piccoli obelischi, posti in copertura. Ad oggi l’ala est della villa che in passato era adibita a seccatoi e scuderie è affidata alla Pro Loco di Casale di Scodosia. Il parco è attualmente aperto al pubblico e anni fa è stato arricchito con un laghetto, dei giochi per bambini e un percorso vita; inoltre sedie, tavoli e chioschi sono a disposizione di famiglie e visitatori e sono collocati in più punti all’interno del parco.


Megliadino San Vitale

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MEGLIADINO SAN VITALE CHIESA DELL’ANCONESE La chiesa di Santa Maria dell’Anconese (che negli antichi documenti appare col nome di Iconia, del Conesio, del Carnese, Cavoese) sorge in piena campagna, a sud di S.Vitale. Si pensa che fino al 970 fosse stata la pieve di Megliadino e si è certi che quando i diritti parrocchiali passarono a S. Fidenzio, essa divenne cappella di un piccolo monastero di monache benedettine alle quali spettavano decime in Este, nella stessa Scodosia e alcune terre presso S. Vitale di Megliadino. Appare nel testamento di quel Tancredi figlio di Ugo, che nel 1145 lascia suoi beni a S. Vitale  e  ove, oltre a nominare la chiesa di S. Silvestro, parla dei “fines (proprietà) de Carnese et Melliadino”. Fu a lungo abbandonata e parte del tetto e delle sue murature furono utilizzate per la costruzione della chiesa delle Carceri. Nel ‘400 fu in qualche modo rimessa “in vita” da alcuni fedeli che in essa veneravano quell’antichissima, miracolosa immagine della Madonna  (Madonna Greca) che ora è sistemata sull’altar maggiore e che appare alquanto ritoccata. Sarà quell’immagine quella “icona” o “iconia” o “ancona” che col tempo ha portato il piccolo tempio ad essere contraddistinto con il nome di “Anconese”? Tuttavia anche la devozione a quella sacra immagine dev’essersi di molto affievolita se nella sua quinta visita il Barozzi così la descrive: “…Da quel che ne rimane, si vede che la chiesa era di forme eleganti sia all’interno che all’esterno, ove  vi sono pilastri equidistanti e ben fatti. All’interno è lagra passi 4, lunga 8 e alta 3 e mezzo  (ricordiamo che il passus di quell’epoca equivale a m.1,738) e ha verso oriente tre absidi semicircolari che ancora esistono con la loro unica finestrella. Nella parete a sud vi sono una porta e tre finestre e in quella occidentale (la facciata) una porta e un tondo. Nell’angolo sud-est vi è un campanile che pur se privo di grosse pietre alla base è ancora integro. L’ingresso è pieno


__________________________________________ CHIESA DELL’ANCONESE Via Anconese - 35040 Megliadino San Vitale (Pd) Tel. 347 1588164 - prolocomegliadinosanvitale@atesinoproloco.net Periodo apertura: Tutto l’anno

Megliadino San Vitale

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di rovi. É priva di pavimento e di tetto e all’interno l’intonaco mostra qualche pittura. Si dice che i campi limitrofi di sua proprietà siano passati sotto l’abbazia di Carceri e non si sa per qual diritto e si  dice che così sia stato per pietre e altro. Ora è senza alcun reddito ed è abbandonata”. Risulta facile, guardando oggi la chiesa, intuire quali siano le sue primitive parti. A oriente le tre absidiole semicircolari di cui parla il Barozzi non esistono più, vi è al loro posto un piccolo presbiterio a pianta quadrata (è tuttavia possibile che il presule alludesse a un’abside circolare di discrete dimensioni e di due molto piccole sulla destra e sulla sinistra della prima, ma appena rientranti nella stessa parete). Verso occidente poi si pone in netta evidenza quel notevole allungamento della fabbrica di cui parla la settecentesca lapide dell’interno, mentre è altrettanto chiaro un rialzamento del soffitto. Un campanile si erge ora sulla sinistra dell’edificio e non ha nulla a che vedere con quello descritto sul resoconto della “visita”, che doveva sorgere invece a sud-est e cioè sulla destra dell’antica facciata. L’antica chiesa è quindi racchiusa in quel recinto murario centrale sulle cui pareti esterne a nord e a sud sono evidenti le lesene di sostegno e sul cui tessuto murario (in special modo a nord, dove l’intonaco non accomuna le murature) spiccano le antiche pietre romane e (a sud) le tracce di tre piccole finestrelle. Oggi la chiesetta è per fortuna ben tenuta dall’amore dei fedeli della contrada, ma non è da dimenticare l’appassionata opera di un “piccolo” parroco che qualche anno fa si è molto adoperato per toglierla dall’abbandono, favorendo i necessari restauri e contribuendo ad altre piccole scoperte, come quel lacerto d’affresco, per esempio, in cui un San Sebastiano “spunta” nei suoi semplici tratti.


Carceri

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CARCERI MUSEO DELLA CIVILTÀ CONTADINA Al primo piano del grande Chiostro dell’Abbazia di Santa Maria del ‘500 è stato inaugurato nel 2002 il Museo della Civiltà Contadina. L’allestimento, curato dagli architetti Eugenio e Marianna Barato, permette l’esposizione di moltissimi attrezzi, utensili e oggetti (oltre un migliaio), tanto da renderlo uno dei più ricchi e significativi musei di questo genere. Il materiale espositivo proviene in buona parte dalle famiglie del paese, diversi attrezzi e mezzi agricoli sono stati ceduti gratuitamente dalla famiglia Capuzzo di Conselve. L’esposizione segue un ordine ben definito, con un percorso sistematico e riguarda: la lavorazione della terra, la semina, la raccolta del frumento, del granoturco, della barbabietola; l’ambiente della stalla; il ricordo delle “rogazioni” e le benedizioni delle stalle. Vari settori presentano varie lavorazioni come: i lavori domestici, la lavorazione della canapa e la tessitura, il calzolaio, il falegname e il fabbro. Sono esposte le unità di misura e di peso, oggetti riguardanti i giuochi dei ragazzi e il tempo libero. È riprodotta un’aula di scuola con i banchi, la cattedra, la lavagna, la stufa, le carte geografiche e il materiale scolastico in uso 50 anni or sono. All’interno è presente una sala con diversi


ABBAZIA DI SANTA MARIA Fondata nel XII secolo dai monaci Portuensi Agostiniani e passata ai Camaldolesi nel 1407, è stata, sino alla soppressione (1690), una delle abbazie più ricche di storia, cultura, ospitalità e religiosità del Nord Italia, tanto da meritarsi l’appellativo di “Montecassino del Veneto”. Sul finire del XVII secolo il complesso, a cui era annesso un podere di ben 20.000 campi, venne acquistato dai Carminati che lo trasformarono in una grande azienda agricola. Parte dei chiostri vennero abbattuti e gran parte degli edifici, come ad esempio la splendida “Foresteria” (XVI sec.), vennero destinati a ricovero per gli animali,

Carceri

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reperti della prima e seconda guerra mondiale che testimoniano esperienze tragiche che hanno inciso profondamente nell’esistenza delle famiglie di quel periodo storico. Un’altra ala del Chiostro, nonostante le trasformazioni avvenute lungo i secoli, testimonia ancora la vita dell’Abbazia dove erano ubicate le celle dei monaci oggi trovano posto alcune carrozze per il trasporto delle persone e i carri agricoli utilizzati per usi diversi. Nel grande corridoio centrale sono esposti vari attrezzi e contenitori che servivano per la produzione e conservazione del vino. In due celle comunicanti si può constatare quali erano gli oggetti usati nella cucina e nella stanza da letto.


Carceri

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per le attrezzature agricole e per la servitù. Tra gli edifici che attualmente compongono il complesso abbaziale si evidenziano tre elementi architettonici di indubbia importanza. L’ingresso, opera probabilmente risalente al XV secolo, abbellita da una merlatura a “coda di rondine” e, al primo piano da una loggetta a quattro archi. A fianco di

questo edificio si eleva la torre di guardia. La chiesa, costruita dai Regolari Portuensi verso la fine del XII secolo, fu più volte rimaneggiata ed ampliata sino a raggiungere, tra il XVI ed il XVII secolo, l’attuale assetto architettonico per opera dei cenobiti Camaldolesi. Al suo interno sono custodite opere pittoriche di notevole


Carceri Un inestimabile gioiello è inoltre il Battistero, in origine era la torre d’angolo del chiostro romanico salvatasi, assieme al presbiterio, al coro e a parte del campanile, dall’incendio del 1242 e pure da quello del 1643. Al suo interno conserva una serie di splendidi affreschi alcuni ascrivibili al XV sec. che evidenziano in maniera inequivocabile gli influssi della scuola del Giotto. Il chiostro Romanico o chiostrino, costruito tra il XII ed il XIV secolo dai padri fondatori dell’Abbazia oggi ne rimane solo un lato; poca cosa purtroppo, ma certamente sufficiente per far comprendere l’originario splendore dell’edificio. Tale lato, salvatosi probabilmente perché addossato alla Chiesa, è caratterizzato da una fuga di colonnine binate intercalate da una più robusta, tutte in marmo rosso di Verona, che delimitano il porticato da cui un tempo i frati accedevano alle sale di servizio. Il chiostro Rinascimentale fu edificato per volontà dei padri Camaldolesi nel XVI secolo ed è costituito da una vasta costruzione, con archi a tutto sesto sostenuti da colonne in pietra d’Istria, che racchiude un cortile al cui centro spicca un maestoso pozzo in marmo rosso di Verona sormontato dallo stemma dei Camaldolesi. Al primo piano di questo edificio si segnala la sala della Biblioteca le cui pareti sono state decorate con affreschi raffiguranti Santi, Profeti e dottori della Chiesa, opera del Salviati o della sua scuola. ___________________________________________ MUSEO DELLA CIVILTÀ CONTADINA Via Camaldoli 35040 Carceri (Pd) Tel. 0429 619777 Periodo apertura: Visite guidate sabato e domenica pomeriggio.

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rilievo tra cui “l’Annunciazione” di Lucca da Reggio, “la Crocifissione” attribuita alla Bottega di Guido Reni e due lunette affrescate probabilmente da Iacopo da Montagnana.


Ponso PONSO - CESAZZA CHIESA SANTA MARIA AI PRATI

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Sorge piuttosto lontano dall’attuale centro urbano, lungo quello che fu un antico “argine” che nel medioevo permetteva i collegamenti con Casale e Vighizzolo, costeggiando per alcuni tratti la grande palude denominata “Lago di Vighizzolo”. L’edificio è oggi una delle pochissime testimonianze di architettura romanica ancora presenti nel territorio della Bassa Padovana e l’appellativo “Cesazza” (e sue varianti) con cui i locali la stanno ad indicare non è un dispregiativo ma indice della sua innegabile vetustà. Nelle immediate vicinanze, lungo la strada arginale “della Motta” che dalla Crosarazza scendeva verso la Palude, sorgeva la Chiesa di Michele appartenente al monastero della Vangadizza di Badia. Una inscrizione presente nella “Carta del Retratto del Gorzon” indica appunto “Motta della Giesia de S. Michel”. La chiesetta, un tempo parrocchiale, è a pianta subrettangolare, lunga quasi 18 m e larga circa 9,5 m, con un campanile posto sull’angolo nord-est alto circa 14 m terminante con un tetto a cuspide. Oggi vi si accede solo dall’interno ma un tempo, una porticina rivolta a nord, ne permetteva l’accesso dall’esterno. A differenza di altre chiesette campestri in stile roma-


Ponso

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nico questa non presenta la tipica abside sporgente all’esterno. In origine tale abside era presente ed è andata abbattuta o parzialmente inglobata nella struttura dai ripetuti rifacimenti subiti nel tempo. Il Vescovo Barozzi infatti, nella sua visita del 1489, ne testimonia la presenza e la descrive a “5 facierum ad rotunditatetendentium-cinque facce tendenti alla rotondità”. Nel XVI secolo subisce una devastante inondazione e abbandonata tanto che nella visita del 1587 l’E.mo Federico Cornelio la descrive così: “Sembra quasi una stalla, ed è totalmente priva di decorazioni”. Già nelle visite Pastorali del ‘700 la chiesetta risulta ristrutturata ed in buono stato anche se da tempo è ormai divenuta solamente chiesetta campestre i cui paramenti vengono trasportati quando necessitano dalla Parrocchiale.


Ponso

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Molti segni di queste vicissitudini si notano sulla sua struttura muraria. Lo zoccolo, costituito prevalentemente da un insieme caotico di frammenti di laterizi di varie epoche (anche romana) e blocchi trachitici di varie dimensioni, ne è il testimone più antico, mentre la parte alta ed il campanile dovrebbero essere di epoca rinascimentale. L’interno è semplice, ad una sola navata con tetto in coppi sostenuto da capriate in legno e tavelle in cotto. Il pavimento è in tavelle in cotto piuttosto lise posate prevalentemente a “spina-pesce”. Al centro della navata è posta una lapide marmorea che testimonia la sepoltura in quel luogo di un “Rettore”avvenuta nel 1747. Possiede tre altari: quello a settentrione è dedicato alla Beata Vergine ed è il più antico. Sulla parete settentrionale e nell’ultimo tratto della parete meridionale, dopo un’attenta e meticolosa opera di restauro, campeggiano ora una serie di splendidi affreschi che la rendono molto interessante sotto il profilo estetico ed al tempo stesso costituiscono una base per una migliore datazione dell’edificio o delle sue evoluzioni. Di pareti interamente affrescate parla il Vescovo Barozzi sempre nella già citata visita pastorale del 1489, mentre in quella del 1587 la si descrive totalmente spoglia. Fu probabilmente in questo lasso di tempo, forse in occasione di qualche pestilenza o di qualche grave epidemia, che le pareti vennero rintonacate a


Ponso Tra questi affreschi meritano di essere menzionati: due ritratti della “Madonna con Bambino”, “L’annunciazione” e un “San Giovanni”. La gamma di colori usati e la tecnica pittorica portano ad ascriverli al tardo Trecento. _______________________________ CHIESA SANTA MARIA AI PRATI Via Vittorio - Località Chiesazza 35040 Ponso (Pd) Tel. 0429 95030 - 335 7514207 Periodo apertura: Domenica per Messa Vespertina ore 18.00. Per gruppi e scolaresche su prenotazione.

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calce nascondendo così alla vista tali affreschi sino al secolo scorso.


Urbana

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URBANA MUSEO CIVICO DELLE ANTICHE VIE Il Museo è distribuito su cinque locali e l’ingresso avviene dal portale cinquecentesco del Monastero. La prima stanza a cui si accede è l’osteria che rievoca, da un lato, il ruolo di accoglienza e ricovero svolto da Monasteri e Abbazie e, dall’altro, costituisce uno spazio di sosta e ristoro per i visitatori del Museo. Alcune stanze sono rispettivamente dedicate agli antichi strumenti da viaggio (veicoli, abbigliamento, etc.), ai lavori di strada (ambulanti, piccoli artigiani, saltimbanchi, etc.) e agli antichi giochi di strada. Molto importante è la sala della cartografia storica in cui si racconta l’evoluzione del territorio e dei suoi tracciati viari principali avvenuti nel corso dei secoli ed in particolar modo nel medioevo.

MONASTERO DI SAN SALVARO La chiesa di San Salvatore, o San Salvaro come il volgo la denomina dai tempi più remoti, sorge accanto alla riva destra del Fiume Fratta, nell’omonima frazione che dista qualche chilometro dal centro di Urbana. Viene menzionata per la prima volta in un atto notarile del 1084 mentre da un documento del 1099 si apprende che vi è attiva una scuola di formazione sacerdotale. Tale scuola non va intesa come un vero e proprio Seminario ma bensì un gruppo di persone che vivono in comunità, intorno ad un superiore, per prepararsi a diventare sacerdoti. Sebbene tale chiesa dipenda da quella di Casale, grazie proprio alla presenza di questa Scuola, riesce comunque a vivere di luce propria, tanto che nel 1100 Folco, Marchese di Montagnana, elargisce a tale chiesa (per l’anima sua e dei suoi genitori) una vasta proprietà che si estendeva tra Trecontadi e la selva di Carracedo. Nel 1181 il vescovo Gerardo, su esortazione di Papa Alessandro III e su preghiera dei Marchesi d’Este, concede la


Urbana

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Chiesa di San Salvaro ed i suoi possedimenti all’Abbazia di Santa Maria delle Carceri all’epoca retta dai monaci Agostiniani di Porto di Ravenna. Da questo momento San Salvaro diverrà un Priorato. Nel 1407, Papa Gregorio XII soppresse l’ordine degli Agostiniani Portuensi ormai ridottisi per numero ed importanza e, nel contempo, affida l’Abbazia delle Carceri ed il Priorato di San Salvaro ai monaci Camaldolesi di Giorgio. Verso la metà dello stesso secolo a questi subentrano i Camaldolesi di San Michele di Murano.


Urbana

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Nel 1690, Papa Alessandro VIII sopprime i complessi monastici di San Salvaro e Carceri che nel 1693 verranno acquistati, assieme a tutte le proprietà, dalla facoltosa Famiglia Veneziana dei Conti Carminati. Da questo momento la chiesa di San Salvaro sarà sempre retta da Sacerdoti diocesani mentre il monastero, dapprima riadattato ad uso abitativo, verrà pian piano abbandonato a se stesso sino a diventare quasi un rudere. Nel 1995 verrà acquistato dalla Parrocchia e dal Comune di Urbana con il proposito di restauralo e dargli nuovo vigore.


Urbana __________________________________________ MUSEO CIVICO DELLE ANTICHE VIE Via Marconi, 10 - Località San Salvaro di Urbana 35040 Urbana (Pd) - Tel. 347 6238422 info@museosansalvaro.it www.museosansalvaro.it Periodo apertura: Dal 1 febbraio al 30 giugno e dal 1 settembre al 30 novembre, domenica e festivi, dalle 16.00 alle 19.00. Tutti i giorni per gruppi e scolaresche su prenotazione.

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La chiesa di questo complesso monastico, nonostante i numerosi rifacimenti succedutesi nei secoli, presenta ancor oggi, almeno all’interno, tutta la sua semplice e antica bellezza. Interessantissimo è il “Pantocratore” (o Cristo Salvatore benedicente) posto nella conca dell’abside che alcuni critici d’arte lo fanno risalire alla seconda metà del trecento, cioè in pieno periodo gotico. Il Monastero dopo il recente restauro è stato in parte destinato a centro parrocchiale, in parte ad Ostello della Gioventù ed in parte a Museo dedicato alle Antiche Vie. Il Gruppo Bassa Padovana ha voluto istituire un simile Museo proprio in questo luogo soprattutto per esaltarne l’importante funzione sociale svolta, seppur involontariamente, nei secoli. Sorgendo accanto ad un corso d’acqua e lungo un antico tragitto che collegava l’Estense con il Basso Veronese, fu certamente luogo di passaggio, di sosta e di ristoro per pellegrini, commercianti, ambulanti e quanti svolgessero attività che contemplavano lunghi spostamenti. Un luogo quindi dove ci si poteva riposare, rifocillarsi e soprattutto si aveva l’opportunità di scambiarsi notizie, idee e, talvolta, ideali.


Borgo Veneto Loc. Saletto

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BORGO VENETO LOC. SALETTO PIEVE DI SAN SILVESTRO È piccola ma molto suggestiva la chiesetta altomedioevale situata in località “Dossi”, a pochi chilometri a nord di Saletto, sulla strada che porta al fiume Frassine. In origine fu un ospitale e “xenodochio”, luogo cioè ove pellegrini e poveri trovavano rifugio e ospitalità. Il primo documento che tratta di questo tempietto dedicato a S. Silvestro risale al 1145; è un testamento, in cui il marchese Tancredi lascia al figlio Manfredo una certa quantità di terreno presso “Sancto Silvestro”. Il tempietto è composto da una navatella a pianta rettangolare di circa dodici metri e mezzo per sei e mezzo, chiuso verso levante da un’abside semicircolare; a occidente, sulla facciata di linee semplici, s’alza un piccolo campanile di linee tardogotiche, aggiunto sicuramente qualche secolo dopo. I muri perimetrali sono piuttosto spessi e composti da un “opus” eterogeneo fra i cui mattoni irregolari spiccano pietre e marmi provenienti dalle strutture romane che sicuramente sorgevano su quei dossi che l’Adige lambiva quando passava su questa terra. Vi sono molte particolarità, come le sottili finestrelle a doppia o a semplice strombatura e quella croce sopra l’ingresso principale usata dai costruttori lombardi dall’VIII al XII secolo, possiamo affermare che l’edificio da duecento anni almeno già esisteva, quando per la prima volta se ne parlò nel suddetto testamento. Recenti lavori di scavo effettuati all’interno del tempietto hanno messo in luce i resti di precedenti piccole chiese; la più antica di queste posa le sue spesse fondamenta entro il perimetro interno dell’attuale, mentre di un’altra antica costruzione restano invero poche tracce presso il muro dell’abside. Queste scoperte confermano per il nostro piccolo edificio un’origine lontanissima: sembra che già esistesse ai primi tempi dell’invasione longobarda. Le tombe rinvenute infatti tra le fondamenta del primo edificio e quelle dell’attuale retrofacciata hanno portato gli studiosi a datare la sepoltura di quegli scheletri (adulti e bambini) intorno alla fine del VI secolo; indubbia testi-


__________________________________________ PIEVE DI SAN SILVESTRO Via Garzara, 110 - 35046 Borgo Veneto Loc. Saletto (Pd) info@parrocchiasanlorenzosaletto.com Tel. 0429 89192 Periodo apertura: Visitabile tutti i giorni.

Borgo Veneto Loc. Saletto

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monianza di ciò sono le particolarità dei pochi oggetti di corredo ritrovati. Molto evocativo è l’interno, ove sotto le vetuste capriate ancora più intensamente si respira un’atmosfera antica, resa ancor più suggestiva dai colori dei recenti restauri. Subito sulla sinistra si nota il pilastro che regge lo spigolo interno del campanile, alla cui base è inserito un blocco in trachite con iscrizioni romane, poi, vista l’esiguità dello spazio, l’occhio facilmente corre sulla piccola abside il cui recente restauro ha riproposto i colori vivaci delle antiche pitture. Sulla parete circolare s’intravvede la traccia d’una Madonna in trono ai cui lati probabilmente trovavano posto due figure di santi, uno di questi, appena leggibile, potrebbe essere un S. Rocco. Ed eccoci poi sulle figure laterali: cinque Madonne in trono con Bambino e un S. Silvestro Papa. Le Madonnine sono chiuse in riquadri e, tranne la prima, subito sulla sinistra dell’abside, di poco differente dalle altre per il suo trono più ricco, il viso di tre quarti e le aureole in rilievo leggero, tutte sono pressoché uguali; sembra proprio che il pittore abbia usato il cartone forato e il tampone per riportarle sull’intonaco. Certamente questa fu la tecnica di base e lo si vede dal bordo in rilievo di certe piccole campiture di colore. Il cosiddetto “stampo” era infatti per lo più usato da quegli artisti del popolo che erano chiamati a dipingere quadri votivi, mentre il pennello, in diverse misure, serviva loro sia per coprire le campiture dei fondi, sia per ritocchi e particolari (visi e dorature) sia per le eventuali scritte, in cui appariva la data e il nome del committente. A parte quella figura scabra del S. Silvestro che col suo coloratissimo fondo verde, campeggia sulla destra dell’abside, tutte le madonnine, come detto, rispondono a una iconografia pulita ed elementare; tuttavia spiccano per i loro vivacissimi colori, frutto di un coraggioso restauro.


Montagnana

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MONTAGNANA LA CITTÀ MURATA La città è cinta da una cortina muraria medievale quasi intatta lunga circa 2 chilometri, con 24 torri e due imponenti porte fortificate: Castel San Zeno e la Rocca degli Alberi. I primi insediamenti umani risalgono all’età del bronzo; nel I secolo a.C. giunsero i Romani che bonificarono e centuriarono il territorio, che divenne così centro di commerci e comunicazioni, come ci documentano i resti della vasta necropoli dei Vassidii, conservata nel locale Museo. Centro di Sculdascia in epoca longobarda, nel X secolo fu corte dominicale di Ugo di Toscana, e passò poi in eredità ad Azzo d’Este, che ne fece un avamposto fortificato contro vicentini e veronesi. Nel 1242 Ezzelino da Romano occupò e distrusse la città, ma rafforzò l’antico Castel San Zeno con l’imponente Mastio che oggi porta il suo nome. A fine XIII° secolo la città passò ai Carraresi, Signori di Padova, che completarono ed ampliarono la cinta muraria, e costruirono nel 1360-62 la Rocca degli Alberi. Consegnatasi ai Veneziani nel 1405, la città perse d’importanza militare ed accrebbe quella economica, grazie all’arginatura dei fiumi, alla bonifica e allo sviluppo agricolo del territorio, arricchendosi nel contempo di palazzi pubblici e privati e del Duomo. Seguirono i periodi napoleonico, austriaco, e nel 1866 l’annessione al Regno d’Italia.

VILLA PISANI Alla metà del secolo XVI, Francesco Pisani, nobile veneto di finissimo gusto e di notevoli possibilità finanziarie, decise di costruirsi una dimora che fosse il centro propulsore delle sue attività; per questo assunse il maggior architetto del suo tempo e uno dei massimi della storia, il Palladio. Il cubo dell’edificio, che rappresenta una delle prime applicazioni di questo modello, è scompartito da colonne doriche e ioniche, secondo un canone tipicamente rinascimentale.


Un indiscutibile pezzo di Venezia trasportato in terraferma è il Palazzo Magnavin – Foratti, esempio di grazia e gentilezza dell’architettura gotica veneziana del XV secolo. Notevole il portale di pietra tenera e l’ampio portico a tre arcate diviso da colonne sormontate da capitelli con volte a vela, che si richiamano ai motivi dei fondaci veneziani. Coevo e di un certo interesse il dipinto raffigurante la Madonna col Bambino.

Montagnana

PALAZZO MAGNAVIN-FORATTI

Se il secolo XIV fu caratterizzato dalla costruzione delle mura, opera degli ambiziosi signori padovani Da Carrara, il secolo successivo vide il lavoro pacifico di tutta la comunità di Montagnana, unita nella costruzione del suo edificio cittadino: il Duomo. All’interno opere di Veronese e Buonconsiglio.

CHIESA DI SAN FRANCESCO Facciata in stile romanico, all’interno è presente l’opera di Palma il Giovane “Madonna con Bambino e Santi”. La chiesa è annessa ad un convento di Suore Clarisse. __________________________________________ PRO LOCO MONTAGNANA Via G.Marconi, 42 - 35044 Montagnana (PD) Tel. 0429 81290 prolocomontagnana@tiscali.it Periodo apertura: Visitabile tutti i giorni: 8.30-12.30; 15.30-18.30.

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DUOMO DI SANTA MARIA ASSUNTA


Pozzonovo

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POZZONOVO VILLA CENTANINI Primi insediamenti paleoveneti nel territorio risalgono al neolitico lungo il vecchio argine del “Gorzon” nell’attuale località Capolcastro. Prime fonti scritte si trovano nel periodo medievale nel codice “Catastico di Ezzelino” (1250 circa) in cui è citata la “contrata Puthei Novi” – contrada Pozzo Novo. Verso la metà del XIV secolo è presente un sacerdote fisso e probabilmente il primo edificio adibito al culto, dedicato a “Sancta Maria” e si può calcolare in circa 200/300 persone il primo nucleo pozzonovano. Il paese a partire dal 1457 viene confermato dalla definizione di “parrocchiale”. Segni della religiosità degli abitanti rimangono i numerosi capitelli che troveremo lungo il percorso. Ricordiamo quello detto del “Ponticello” risalente alla metà del XIX secolo e restaurato nel 2007 che si trova a fianco della rotonda prima dell’ingresso in paese e al cui interno è conservata una statua in pietra di Vicenza raffigurante la Madonna Immacolata. Giunti al centro di Pozzonovo troviamo la Chiesa, risalente agli inizi del XVIII secolo e ristrutturata nel XIX. La facciata fu costruita in stile classico nel 1910 mentre il campanile risale alla fine del Settecento. All’interno si possono ammirare il crocifisso cinquecentesco, la pala della Natività di Maria, l’organo del 1804, restaurato nel 1996 con il contributo della comunità di Pozzonovo, e la Madonna in trono con bambino, terracotta ingessata e dipinta del ‘400, del fiorentino Nanni Bartolo detto il Rosso. Poche centinaia di metri e troviamo l’opera più rappresentativa di Pozzonovo: il Pozzo, in trachite e pietra d’Istria, opera di Marco Pezzolo del 1886. Sulla strada che ci porta alla frazione di Stroppare incontriamo alcuni edifici di grande importanza storica che richiamano le vicende della bonifica delle valli cominciate dai Carraresi e proseguite dai Veneziani: la cinquecentesca Villa Centanini, già Polcastro, di proprietà comunale e in fase di restauro. Sita in località Capolcastro, il complesso include la villa vera e propria, una barchessa e una cappella gentilizia dedicata a San Gaetano, recentemente restaurata. Dell’originario giardino ottocentesco, realizzato tra la villa e la barchessa e del quale si è quasi totalmente perduto il disegno, rimangono alcuni esemplari arborei di notevoli dimensioni. __________________________________________ VILLA CENTANINI

Via Roma, 58 - 35020 Pozzonovo (Pd) Tel. 324 9066092 - prolocopozzonovo@tiscali.it Periodo apertura: Visite su prenotazione


Granze - Cà Conte Rusconi-Camerini - Via Ca’ Conti, 12 Sorge piuttosto lontano dal centro del paese e la si raggiunge imboccando la strada alberata che fiancheggia la parrocchiale di Santa Cristina. Il complesso inizialmente dovette essere probabilmente una fortificazione degli Estensi a guardia dell’Argine Conselvano, una delle principali vie di comunicazione medioevale della Bassa Padovana che in quel tratto gli passava accanto. Quando divenne proprietà della famiglia Conte fu destinato a casino di caccia e a dimora estiva, indi, nell’Ottocento passando ai Marchesi Rusconi Camerini fu trasformata come attualmente possiamo ammirala. All’interno numerose stanze sono abbellite con affreschi seicenteschi, mentre la barchessa è stata recentemente ristruttura per ospitare eventi pubblici e privati. Accanto all’ingresso principale si incontra l’oratorio privato di famiglia che, secondo le cronache locali, svolse per un certo periodo di tempo funzione di Parrocchiale.

Luoghi da Visitare

Sant’Urbano Palazzo Loredan Via Priula, 1 Sorge in aperta campagna, piuttosto lontano dal centro urbano , lungo l’antico alveo della Rotta Sabadina, un importante diversivo dell’Adige che per secoli ha costituito una delle principali vie per i trasporti fluviali interni e di comunicazione tra l’area Atestina, l’area Euganea e Padova. L’edificio, a tipica pianta quadrata, fu costruito dalla nobile famiglia veneziana dei Nani che qui vantava da tempo numerose proprietà. Nell’ottocento passò quindi ai Loredan e nel novecento, dopo aver conosciuto per molti anni il degrado dell’abbandono, è stato rilevato dall’Ente Ville Venete che, restaurandolo, ha riportato agli antichi splendori gli affreschi cinquecenteschi presenti al piano nobile. In particolare il salone centrale è caratterizzato da tre splendidi affreschi di tipo mitologico: due raffiguranti alcune scene del Ratto d’Europa ed il terzo dedicato a Diana che si bagna con le Ninfe. Le pareti della prima stanza dell’ala destra sono spartite da architetture con tre paesaggi, mentre quelle della stanza accanto sono decorate da colonne corinzie e grandi medaglioni ovali che racchiudono le “Quattro virtù teologali”. Le due stanze dell’ala sinistra sono invece decorate con grottesche.

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ALTRI LUOGHI DA VISITARE:


Luoghi da Visitare

Dai primi anni ’90, lungo la già citata strada alberata che dal centro di Granze porta alla villa, in occasione della Festa Patronale del 24 luglio si svolge una particolare manifestazione denominata Infioriata. L’infiorata è una tecnica molto particolare che consiste nel riprodurre disegni, quadri, tappeti di varie forme e dimensioni, realizzati direttamente su strada e colorati con i petali dei fiori, sementi, foglie e tutto ciò che la natura fornisce. A Granze, in particolare, i disegni realizzati riguardano principalmente la simbologia del Corpus Domini e della vita e del martirio di Santa Cristina, ma non mancano anche disegni astratti o figure geometriche. Durante la settimana antecedente l’evento l’intero paese si mobilita per decorare nel migliore dei modi questo tratto di strada che farà da tappeto naturale alla processione di chiusura della festa patronale.

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Villa Estense - Palazzo San Bonifacio – Ardit - Via Roma È la struttura architettonica che accoglie chi giunge nel paese di Villa Estense e ne è il suo edificio più antico. La sua costruzione risale al XVI secolo ad opera di Ludovico III dei San Bonifacio. Fu costruito sopra un precedente edificio fortificato indicato nella mappa del Retratto del Gorzon e le cui tracce sono state confermate durante alcuni recenti lavori di restauro. L’edificio si compone di un corpo centrale ai cui lati si muovono due ali che gli conferiscono una particolare forma a U. Poggia su uno zoccolo e si eleva per tre piani più la soffitta un tempo abitabile. Le facciate dei piani superiori sono scandite da due ordini di lesene con capitelli tuscanico-dorici. La facciata non è in asse, infatti l’angolo nord arretra di 50 cm, come spesso avveniva quando la nuova costruzione si elevava sopra un edificio precedente. Il palazzo è circondato da un grazioso giardino impreziosito da numerose statue raffiguranti alcuni guerrieri della Famiglia, simili a quelle poste a guardia dell’ingresso principale. Un’ampia scalinata in trachite, ingentilita da statue di putti, costruita nel XVII secolo, porta direttamente al maestoso salone delle feste decorato con stucchi e colonne rinascimentali. Nelle immediate vicinanze sorge il piccolo oratorio privato dedicato a S. Giuseppe in cui riposano le spoglie di molti discendenti del Casato. Del palazzo fanno parte le stalle e le barchesse dove in origine si allevavano cavalle di razza. L’intero complesso è vincolato dal 1927 come Monumento Nazionale.


Museo Civico Etnografico Piazza Otello Renato Pighin, 21 - 35048 Stanghella (Pd) Tel. 0425 95670 - museo.stanghella@museibassapd.it biblioteca@comune.stanghella.pd.it Museo Civico delle Centuriazioni Via della Libertà, 36 - 35040 Granze (Pd) Tel. 0429 690209 Museo della Civiltà Contadina Via Camaldoli - 35040 Carceri (Pd) Tel. 0429 619777 Chiesa Santa Maria ai Prati Via Vittorio - Località Chiesazza - 35040 Ponso (Pd) Tel. 0429 95030 - 335 7514207 Museo Civico delle Antiche Vie Via Marconi, 10 Località San Salvaro di Urbana - 35040 Urbana (Pd) Tel. 347 6238422 - info@museosansalvaro.it www.museosansalvaro.it Pieve di San Silvestro Via Garzara, 110 - 35046 Borgo Veneto Loc. Saletto (Pd) Tel. 0429 89192 - info@parrocchiasanlorenzosaletto.com Pro Loco Montagnana Via G.Marconi, 42 - 35044 Montagnana (Pd) Tel. 0429 81290 - prolocomontagnana@tiscali.it Pro Loco Casale di Scodosia Via Altaura - 35040 Casale di Scodosia (Pd) Tel. 347 6440150 - prolococasalediscodosia@atesinoproloco.net Pro Loco Megliadino San Vitale Via Anconese - 35040 Megliadino San Vitale (Pd) Tel. 347 1588164 - prolocomegliadinosanvitale@atesinoproloco.net Pro Loco Pozzonovo Via Roma, 58 - 35020 Pozzonovo (Pd) Tel. 324 9066092 - prolocopozzonovo@tiscali.it


Consorzio Atesino delle Pro Loco l Consorzio ha lo scopo di coordinare le iniziative promosse dalle singole Pro Loco e funge da collegamento tra le stesse ed i vari Enti ed Associazioni operanti nel territorio, con lo scopo di valorizzare e promuovere le eccellenze locali e la crescita socio-culturale delle comunità locali. È un soggetto giuridico di coordinamento e indirizzamento che programma degli obiettivi comuni tra le singole Pro Loco e le relative Amministrazioni Comunali di appartenenza. Il Consorzio di Pro Loco crea sinergie tra queste due realtà: si ha quindi la possibilità di incidere nel territorio, partecipando alla governance e portando avanti gli obbiettivi delle singole Pro Loco. Questi obiettivi sono stilati annualmente e devono essere legati alla promozione e sviluppo del territorio in cui si opera. Gli ambiti di partecipazione sono quelli turistici, storici, culturali ed enogastronomici. Le attività hanno normalmente una cadenza annuale, derivati da proposte delle varie Pro Loco del Consorzio. Le linee operative di ogni singola attività non devono discostarsi dagli obiettivi strutturali programmati. Un’altra funzione del Consorzio è di fungere da legame tra UNPLI Unione Nazionale delle Pro Loco d’Italia, Regione, Provincia di appartenenza e le Pro Loco. Tale legame si esplicita con manifestazioni, organizzate e svolte a rotazione nelle varie Pro Loco dove moltissimi volontari lavorano in favore del proprio paese. www.atesinoproloco.net

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Viviamo la Bassa 2018  

Tramite questo progetto e grazie alle attività messe in atto dalle Pro Loco e dai Comuni si vuole dare una maggiore conoscenza e consapevole...

Viviamo la Bassa 2018  

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