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n째 4 - Gennaio 2010


Paridea Rivista trimestrale della Consigliera di Parità Provincia di Massa-Carrara N. 4/2009 Gennaio 2010 Registrazione del Tribunale di Massa-Carrara n° 397 del 22/2/2008 Edito dalla Provincia di Massa-Carrara Direttore responsabile Giuliano Bianchi Comitato di Redazione Luisa Del Mancino, Francesca Frediani, Annalia Mattei Hanno collaborato a questo numero Roberta Allegro, Irene Biemmi, Chiara Guastalli, Beatrice Gusmano,Veronica Laringi, Chiara Lensi, Annalia Mattei, la Redazione del sito www.ingenere.it (Francesca Bettio, Marcella Corsi, Annalisa Rosselli, Annamaria Simonazzi, Paola Villa), Ilaria Tarabella Grafica e impaginazione Digit srl Le illustrazioni di questo numero sono di Annalia Mattei e le foto provengono dall’archivio personale della famiglia Mattei Stampa Stamperia dell’Amministrazione Provinciale

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OMMARIO

Editoriale La bellezza delle donne. Bionde come angeli, more come streghe...

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Le radici culturali della violenza di genere L’invasione degli Ultracorpi

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Tv e socializzazione ai ruoli di genere

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Enrosadjra. Diventare di colore rosa

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Nove miliardi per chi? Il sesso della Finanziaria

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L’avvocato risponde Si segnala che‌

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Editoriale Ho deciso di dirvi “Buon 2010”con un ricordo ed un augurio.... Il ricordo, recente, è un bellissimo regalo che mi ha fatto il caso e che pertanto voglio condividere con voi...Ero stata invitata durante la Festa della Toscana, dal Comune di Massa, alla presentazione di “L’altra metà del mondo” libro scritto da Rita Levi Montalcini e Giuseppina Tripodi... Una bella iniziativa che dimostrava l’assunto del detto “istruisci un uomo ed avrai una persona istruita, istruisci una donna ed avrai istruito una comunità”... parlando dell’impegno che la Fondazione LeviMontalcini porta avanti istruendo l’altra metà del cielo nell’altra metà del mondo..Era prevista la presenza della coautrice, ma nessuno avrebbe mai preteso o si sarebbe mai aspettato che... Invece, quando sono arrivata, ho scoperto che la Signora, La Professoressa, aveva deciso di passare un

piacevole pomeriggio insieme a tutti noi, e se ne era partita da Roma per farsi un giretto fino a Massa... Non avete idea dell’energia che quella fisicamente fragile donnina ( ha la consistenza delle fate, fatta di pensiero e di sogni ) riesce a trasmettere a chi le sta intorno. La definizione “forza della natura” è stata coniata per Lei. AverLa incontrata è stata una esperienza incredibile, che vorrei mettere dentro una bottiglia ed offrire a tutte quelle ragazzine- anzi, anche ai maschietti- che nella vita vogliono solo l’apparire e non l’essere, per mostrare loro come la via

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più difficile,quella della sostanza e non della sola forma, sia quella che a lungo andare ( ragazzi, la vecchiaia sarà pure una brutta malattia ma allo stato attuale dei fatti, non prenderla è peggio ) premia... Con serenità, vitalità, profonda dignità ed un gusto meraviglioso per la vita, che fa sì che alla bella età di un secolo compiuto ( la Signora tiene a specificare, cento anni e sei mesi ...) quello che ti frulla per il capo sia la progettazione del futuro, anche se magari non ci senti molto bene e ci vedi peggio, ma “le capacità cerebrali, con la crescita esponenziale dell’immaginazione, sono molto migliori di quelle dei vent’anni” ( cfr. letterale Rita Levi Montalcini ) e sei in grado di sfruttare ogni singolo minuto perché “ho molto lavoro da fare”... Lei davvero è tanto intelligente quanto bella, e bella tanto quanto intelligente, perché la vera bellezza, il vero fascino, lo charme, la classe, la capacità di ammaliare, non sono nei lineamenti, nella mancanza delle rughe o nel corpo perfetto, ma sono in un’energia luminosa come un sole che fa volgere verso chi la possiede chiunque passi vicino...E’ intelligenza e dolcezza, sicurezza di sé e amore verso l’altro, ricordi del proprio passato e sogni per il proprio futuro... lacrime e sorriso, e tutto assolutamente “vissuto e vero”... Ed una simile, profonda, inossidabile, imperitura capacità di fascinazione non è cosa che si possa ottenere con qualche operazione chirurgica... Infine, l’augurio : che tutti noi possiamo, nel tempo che viene, arrivare a possedere anche una sola scintilla di questo meraviglioso fuoco.... BUON 2010 A TUTTI

Annalia Mattei Consigliera di Parità Provincia di Massa-Carrara


La bellezza delle donne… Bionde come angeli, more come streghe... Annalia Mattei * C’è una variante, interessante e curiosa, alla famosa nascita della prima donna dalla costola di Adamo, che forse è sconosciuta ai più.... Si legge nel primo capitolo della Genesi: “Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò” ( Genesi, 1:27 ), mentre un capitolo dopo, si ripete, con parole diverse, prima la creazione dell’uomo con polvere del suolo (Genesi 2:7) e poi, dalla costola di Adamo (Genesi 2:22), la creazione della donna chiamata Eva. Se dal primo capitolo nasce la romantica leggenda che l’anima dell’uomo, creata con entrambe le connotazioni, una volta divisa sia alla perpetua ricerca della metà mancante, che naturalmente ritrova quando si innamora, dal secondo nascono invece alcune stuzzicanti domande...Se “maschio e femmina” erano già creati, che bisogno c’era di ricreare Eva dalla costola di Adamo? Perchè Dio si è preso questo disturbo, considerando quanto ancora avesse da mettere a punto nei primi momenti della creazione? E’ qui, che il racconto si fa interessante... I commentatori della Torah sostengono che prima della nascita di Eva, Adamo notò Lilith – secondo alcuni la prima donna, secondo altri un’entità immortale femminile presente nell’Eden - che però non gli piacque. Altre fonti sostengono invece che per un periodo Lilith ed Adamo vissero serenamente nel giardino dell’Eden, fin quando non si scontrarono in un furioso litigio, nato da una precisa richiesta di carattere sessuale di Adamo

che Lilith, La Seduttrice, non ha proprio in mente di soddisfare: «Ella disse ‘Non starò sotto di te,’ ed egli disse ‘E io non giacerò sotto di te, ma solo sopra. Per te è adatto stare solamente sotto, mentre io sono fatto per stare sopra.» Questo perchè, dicono gli studiosi, Adamo rappresenta il genere umano, quindi migliore eticamente, moralmente, sapienzialmente e spiritualmente, rispetto a Lilith, che per quanto creata da Dio nei sei giorni della Creazione, è un “demone” che sta nel mondo dell’impurità, nell’ “altro lato”. Ma Lilith a sentirsi offendere proprio non ci sta, urla il nome di Dio, chiamandolo in un certo senso come testimone dell’offesa e lascia volontariamente, prima della Caduta, il Paradiso Terrestre – ed Adamo -, e non avendo toccato l’ Albero del Bene e del Male, detto anche della Conoscenza (bello spunto di riflessione vero? Siamo puri se siamo ignoranti.... ma questa è un’altra storia, soprattutto un altro articolo) resta immortale. In un libro chiamato “ L’Alfabeto di Ben-Sira”, si dice anche che Adamo, dispiaciuto per il litigio e angosciato dalla solitudine, chiese a Dio di inviare tre angeli da Lilith per riportarla indietro, ma che questa, trovato altro da fare, rifiutò di tornare, garantendo però agli ambasciatori celesti che, in cambio della cortesia, non avrebbe mai fatto del male a chi avesse invocato il nome della loro triade. Farà una vita particolare, in fondo è un demone, in alcune leggende diviene la Luna Nera, in altre colei che uccide i bimbi nei primi 20 giorni di vita....

Ma Adamo adesso è solo e chiede a Dio di provvedere alla bisogna, creando una compagna, citando parole recenti di Benedetto XVI che “nata dalla sua costola, non lo dominasse” ...Bontà sua, il papa aggiunge anche “ e non ne fosse dominata” ... tant’è ecco compare Eva. Com’è andata a finire lo sappiamo e per particolari curiosi (cosa fece Adamo per i 130 anni dopo la cacciata durante i quali non volle incontrare Eva ?) consiglio un giretto in Internet... Ma la riflessione è molto interessante: nei miti, nelle leggende, nei racconti popolari si aggregano e si condensano gli archetipi della cultura umana. Non e’ quindi irrilevante notare come il mito di Lilith (quello negativo, in quello positivo e precedente lei è il Volto della Dea che presiede ai parti) sia nato contemporaneamente al passaggio, fra 6000/8000 anni fa, da una società matrifocale, dove il “focus”, il punto importante, era appunto la madre, ad una patriarcale, dove il focus è il “dominio” maschile. Nulla di strano se in quella società in mutamento -e che mutamento- una femmina anche se nata dal medesimo Creatore, che “maschio e femmina li fece”, perché in grado di opporsi al volere maschile venne connotata per maggior dispregio come “demone” e non come “donna”, e proprio in virtù di quel potere, auto espulsa dal Paradiso. Dove non si sente più meritevole di tornare, come demone vissuta in compagnia di demoni, impura fra gli impuri, immortale, non toccata dal peccato originale, atto cui non partecipa, ma dannata già prima,

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per la sua indipendenza e per il suo orgoglio. Una società che sta virando verso il potere fisico del maschio che fa il guerriero ed il conquistatore non si può permettere il lusso di considerare un diverso tipo di potere, il potere della nascita, della collaborazione, il potere forte, ma “dolce” della donna che non combatte ma guida, cura, protegge. E così, non potendo eliminarlo del tutto – senza il potere della nascita, la società non si perpetua – quel potere viene negato, mutilato, ridotto. La Dea che protegge la nascita diventa per presunzione il demone a cui si imputano le morti dei neonati. L’orgogliosa creatura che Adamo, fulcro della creazione, nota come suo parifino al litigio finale – diviene oscuro mostro, madre di mostri... E sorge Eva, nata dopo, non prima come Lilith, di e da Adamo, parte di lui ( potrei dire la parte migliore, ma qui non rileva ) senza velleità di superiorità - “perché non lo dominasse”- o di controllo, Lilith, colei che seduce, potere che si esprime senza bisogno di forza, sono rimosse in partenza, e la compagna diventa semplicemente colei che allieta la solitudine. Una persona con cui scambiare quattro chiacchiere sul tempo ( e pensate che noia, non cambiava mai..) non per discutere di politica, non parliamo di calcio che è ancor più complicato.... Se Lilith è oscura, con lunghi capelli e strane frequentazioni – è molto amica del serpente, arcano simbolo e sunto di saggezza e sapienza, che però non la tenta, lei di sapienza ha già la sua - così come in fondo è

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oscuro il desiderio, Eva è bionda e solare, ignorante del proprio potere di donna, che avrebbe comunque, ma così nascosto, così cacciato lontano con Lilith, da averne perso la consapevolezza, che finalmente è innocua... E l’archetipo ritorna : bionda è la Fata Madrina, mora la strega cattiva... Bionda la principessa in pericolo (con buona pace di Biancaneve, che se avesse avuto anche i capelli biondi con la pelle eccessivamente bianca sarebbe sembrata non in pericolo, ma malata..) mora la matrigna cattiva... Forse si era perso il ricordo di Lilith e del suo orgoglioso rifiuto alla sottomissione, ma il messaggio aveva continuato a girare.... Il posto della donna è a fianco al focolare, a crescere i figli nel culto del marito, che può finalmente mostrare ciò che con la donna fa la differenza: la forza, la forza fisicamente intesa, che si esprima con bicipiti possenti o eserciti schierati, nella società che diventa patriarcale il potere dell’uomo diventa sopraffazione. Non occorre rivangare la storia.... Ma credevo che da certi archetipi ci fossimo allontanati, non tanto perché giallo e nero sono colori e non c’è nulla di più incerto del colore dei capelli di una donna, e lo so ben io che li ho avuti anche verdi, ma perché credevo che dopo anni di fatiche fossimo alla fine giunti a considerare le donne -bionde, more, rosse, candide oppure arcobaleno- come membri effettivi delle moderne società, con pari dignità e degne della medesima considerazione dei nostri coinquilini maschi.... Sì, certo, c’era ancora qualche

particolare da sistemare, ma sembrava fossimo sulla buona strada... E poi? Ascoltando quello che sulla donna trasmettono i media italiani (non europei, dove la storia ha continuato a muoversi magari lentamente ma nella giusta direzione), perché non raccontiamoci frottole, anche la pubblicità più breve e meno notata è un codice in grado di parlare della società cui appartiene, l’immagine che ne deriva è desolante : si direbbe che la storia in Italia abbia fatto una brusca inversione ad U ...contro tutte le norme sul traffico.... e sia tornata all’immagine di una donna tranquillamente sottomessa, contenta di lasciare le decisioni ad altri, felice di fare da siparietto, stacchetto, balletto, ed obbligata perciò ad essere sempre giovane, bella, disponibile... dove l’intelligenza è un optional scomodo..l’eterna giovinezza il sogno di tutte ( e di tutti ) mentre la vecchiaia il demone da sconfiggere... Lilith è stata cacciata di nuovo... peggio, si è lasciata cacciare di nuovo... possiamo solo sperare che se gli angeli torneranno a cercarla, questa volta accetti l’invito, poiché all’interno di ogni donna c’è una Lilith orgogliosa e sicura di sé che chiede di esprimersi e negarle quella possibilità significa negare a noi stesse la possibilità di esprimerci nella nostra completezza. E negare alla nostra civiltà la possibilità di sfruttare tutte quelle meravigliose e positive energie che fanno di noi ciò che orgogliosamente siamo: donne. *Consigliera di Parità della Provincia di Massa-Carrara


Le radici culturali della violenza di genere Beatrice Gusmano* Leggo come urgente una pubblicazione dedicata interamente ai corpi delle donne. Urgenza che nasce dal contesto culturale e politico dell’Italia, paese che si è storicamente contraddistinto per una particolare affezione nei confronti della cultura patriarcale. La forza di tale cultura è da ricercarsi nella capacità di renderla tanto invisibile nelle teorie quanto radicata nelle pratiche. Per la suddetta ragione, il riferimento alla materialità simbolica dei corpi delle donne mi sembra un’esigenza indispensabile in questo momento storico. All’origine di questo meccanismo di dominio patriarcale vi è la classica separazione tra sfera pubblica e sfera privata: gli spazi pubblici rappresentano da sempre l’arena privilegiata di presentazione delle maschilità, e in particolar modo della maschilità che è stata definita egemonica, intendendo con questa espressione una configurazione di pratiche che produce e riproduce una maschilità normativa a cui disabili, omosessuali, non occidentali, effeminati, poveri devono aderire. In breve, “gli spazi sociali, pubblici e visibili rappresentano plasticamente le identità dominanti, patriarcali ed eteronormative” (Antosa, Premessa a Omosapiens 2. Spazi e identità queer, 2007). Come entrano dunque le donne in questi spazi pubblici di dominio maschile? Attraverso lo sguardo maschile, come ha ben descritto il sociologo Pierre Bourdieu: “il dominio maschile, che le costituisce [le donne] in quanto oggetti simbolici, il cui essere è un

essere-percepito, finisce col porre le donne in uno stato permanente di insicurezza corporea o, meglio, di alienazione simbolica: le donne esistono innanzitutto per e attraverso lo sguardo degli altri” (Bourdieu, Il dominio maschile, 1998, ediz. it. 2009, pag. 80). Lo sguardo maschile di cui parla Bourdieu necessita però di una precisazione: si tratta di uno sguardo maschile dominante, normativo, che tenta di marginalizzare e svalutare ogni tipo di soggettività che ne mette in discussione l’egemonia. I recenti fatti di cronaca forniscono degli esempi concreti di tali operazioni di repressione: tra tutti, l’espressione di “utilizzatore finale”, usata dall’avvocato Ghedini per difendere il premier italiano dopo il caso delle escort, sottintende una svalutazione non solo del femminile al rango di oggetto, ma proprio del corpo femminile nella sua materialità. Corpo che viene quindi oggettificato in funzione del desiderio maschile, presentato come un’urgenza biologica che la donna non può rifiutarsi di soddisfare. “Il corpo non è una «cosa», è una situazione” (Beauvoir, Il secondo sesso, 1949, ediz. it. 1999, pag. 60), ovvero un’interpretazione del significato culturale che gli viene attribuito. Nella cultura occidentale, le donne vengono rappresentate attraverso il loro corpo. Di contro, il corpo maschile viene smaterializzato e, perpetrando l’aristotelica scissione tra corpo e mente, assurge a soggetto universale che, proprio in virtù della

sua pretesa universalità, è privo del particolarismo dato dalla corporeità. Tale distinzione ontologica della tradizione filosofica occidentale implica inevitabilmente una gerarchia tra i termini in gioco: la mente ha la supremazia sul corpo, l’uomo sulla donna. Ma c’è un altro aspetto che viene più spesso taciuto, ovvero che la cultura patriarcale nella quale viviamo si basa su un principio di eteronormatività: si dà per scontato che le relazioni affettive avvengano tra soggetti di sesso opposto, e a questa eterosessualità viene assegnata una normatività legata al modo appropriato in cui esprimerla. Così anche le/gli eterosessuali, per raggiungere la piena integrazione sociale, devono sottostare a una forma di relazione che è prevista come monogamica, duratura, tesa alla riproduzione. Usando le parole di Butler, si può dire che il genere è intellegibile nella misura in cui si allinea con il sesso, il desiderio e la pratica sessuale (Scambi di genere, 1990, ediz. it. 1998). Nel momento in cui questa coerenza viene meno, come è reso esplicito dall’esistenza di omosessuali, lesbiche, transessuali e intersessuati, il sistema inizia a vacillare e si assiste ad un’inaudita espressione di violenza di genere. In questa sede vorrei mettere in relazione, attraverso alcuni esempi, questa violenza con il nostro sistema culturale che utilizza i soggetti che ha marginalizzato al fine di giustificare le politiche securitarie del governo,

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il quale ha criminalizzato i migranti come i principali agenti della violenza contro le donne. Recentemente sono stati pubblicati i dati dell’indagine ISTAT sulla violenza maschile sulle donne: la stragrande maggioranza di queste violenze avviene tra le mura domestiche ed è agita da uomini vicini alla vittima (parenti, amici, colleghi, conoscenti). Nonostante questo dato statistico, la violenza contro le donne continua a essere letta come conseguenza di un problema individuale: chi ha agito violenza era sotto l’effetto di alcool o droga, era stressato per il lavoro, aveva dei problemi psicologici. Così facendo, si nasconde ancora una volta che la violenza contro le donne è una conseguenza diretta della cultura maschilista. Sulle donne viene così agita una doppia violenza: quella fisica/psicologica/ emotiva oggetto delle statistiche, e quella politica attraverso cui i corpi delle donne sono strumentalizzati in diversi modi, più o meno palesati (ad esempio, per inasprire le misure antimigranti attraverso il pacchetto sicurezza). A questo proposito, non si può non citare la recente mancata approvazione della proposta di legge Concia che prevedeva un’aggravante per i reati di omofobia all’interno del pacchetto sicurezza: anche in questo caso, un evidente esempio di come la violenza contro lesbiche e gay possa essere utilizzata per fini strumentali. Per chiarire meglio questo punto, forse occorre esplicitare come anche questa forma di violenza abbia radici culturali e, per farlo, mi soffermerò brevemente sulla decostruzione del termine correntemente usato per definirla:

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omofobia. Tale termine, dal punto di vista etimologico, risulta improprio, poichè mette in rilievo l’elemento della reazione negativa individuale. La parola “omofobia” viene coniata negli anni ’70 dallo psicologo Weinberg per descrivere quella “paura irrazionale di trovarsi in luoghi chiusi con persone omosessuali”. Negli anni successivi si sono andate affermando definizioni capaci di correggere lo sbilanciamento clinico di quest’espressione e di dare anche il giusto peso alla dimensione socio-culturale implicata, in quanto l’omofobia si presenta essenzialmente come fenomeno condiviso culturalmente e socialmente. L’omofobia, infatti, non appartiene alle fobie comunemente intese per due ragioni centrali che ne evidenziano la componente di pregiudizio: le emozioni associate alla fobia sono la paura e l’ansia, mentre quelle associate al pregiudizio sono l’odio e la rabbia; le persone fobiche vivono la propria paura come irragionevole, mentre le persone con pregiudizi credono che la loro ostilità nei confronti di una determinata categoria di persone sia giustificata e condivisibile. Dal presente distinguo emerge dunque come l’omofobia non costituisca una fobia, bensì un atteggiamento pregiudiziale che si esprime attraverso l’uso di un linguaggio offensivo nei confronti delle e degli omosessuali, attraverso la svalutazione implicita dell’esperienza omosessuale stessa e attraverso la violenza fisica vera e propria. Per concludere, si può dunque affermare che la violenza contro le donne e quella contro lesbiche, gay e transessuali abbiano la stessa origine: una matrice culturale, e non individuale.

L’ultimo esempio che vorrei portare riguarda i corpi delle donne su cui più spesso viene agita violenza: l’Italia ha infatti il triste primato per omicidi di transessuali nell’Unione Europea. A questa violenza fisica, tesa ad annullare le soggettività non conformi, si aggiunge la violenza linguistica dei media, i quali annullano anche l’identità scelta dalle vittime: sono poche le testate giornalistiche che hanno connotato come donne le transessuali uccise negli ultimi anni, confermando quanto scritto da Butler quando afferma che “la matrice culturale grazie alla quale l’identità di genere è diventata intellegibile impone che certi tipi di «identità» non «esistano»” (Butler, Scambi di genere, 1990, ediz. it. 1998, pag. 23).Forse ci sono corpi che sono meno delle donne rispetto ad altri. Come femminista e accademica, ciò che propongo è abitare i margini che il potere ha costruito per noi, condividendo questi margini con altre soggettività marginalizzate, perché se appoggiamo il discorso moralizzante che condanna migranti e transessuali finiamo per diventare complici di questa cultura patriarcale. Ancora una volta, mi sento di condividere l’opinione di Butler quando afferma che “lo scopo non consiste nel restare ai margini, bensì nel partecipare a qualunque rete o zona marginale venga generata da altri centri disciplinari e costituisca un dislocamento multiplo di quelle autorità” (Butler, Scambi di genere, 1990, ediz. it. 1998, pag. XL). * Dottoressa di ricerca in Sociologia e Ricerca Sociale, Università degli Studi di Trento


L’invasione degli Ultracorpi Ilaria Tarabella* 28 Settembre 2009 L’Infedele di Gad Lerner propone in diretta il documentario “ Il corpo delle donne” ed è subito bufera! Per almeno due settimane non si farà altro che parlare di come le donne vengano rappresentate in televisione e per alcuni come il documentario dia una visione decisamente esagerata, per altri come sia vero che l’immagine televisiva sia scempio della donna. Addirittura le Veline di Striscia qualche giorno dopo (palesemente costrette ed indottrinate da Antonio Ricci & Co.) fanno una dichiarazione sul fatto che non siano donne-oggetto/solo-corpo, ma esseri parlanti e pensanti che fanno solo un lavoro riprendendo il concetto di Varietà. Ma cosa volevano dimostrare? Che “oltre alle gambe c’è di più”?! Notevole il fatto che finalmente, dopo decenni, alle veline sia stato concesso il dono della parola, grazie proprio a quella polemica meritoriamente sostenuta da Gad Lerner a proposito dell’immagine televisiva delle donne. Ma c’è un fatto ancor più sconcertante, siamo andati oltre l’utilizzo della donna come oggetto in ambito televisivo, abbiamo deciso che si dovevano anche sfidare le leggi del tempo e della gravità, sfoggiando mascheroni in similpelle plasmati dalla chirurgia estetica.

Questo concetto della “Morte ti fa bella” sta oltremodo riducendo il femminile ad un concetto/oggetto plastificato e decerebrato. L’allarme donne oggetto in TV, fu lanciato da Lucia Annunziata che nel 2004, da presidente della Rai, si occupò del caso e s’indignò per la “scossa”, lo stacchetto sexy che faceva la ballerina durante il quiz “L’Eredità” su RaiUno. Fu anche approvata una delibera, per cui i programmi avrebbero dovuto avere più rispetto della figura femminile. Lodevole iniziativa che rimase lettera morta. Che in Italia, ci sia una quantità abusata e abusante di corpi femminili nudi è ormai cosa nota anche all’estero: il “Financial Times” definì “naked ambition” la determinazione dell’esercito di letterine, ereditiere e vallette svestite e mute. L’elemento voyeuristico sempre più crescente rispecchia, a parer mio, l’individualismo, la perdita del concetto di identità e coppia, sesso e amore, la crisi dei tessuti familiari che stiamo attraversando. Anche il ritorno ad una figura femminile arcaica e primitiva denota l’involuzione del presente. Il paradosso è come questa involuzione venga accompagnata da uno sviluppo tecnologico e da avanzate ricerche in campo di chirurgia estetica, il tutto risuona di un postmodernismo

decadente da melanconico film di fantascienza. Questa nuova Invasione degli Ultracorpi omologante, attraverso l’elemento distintivo corpo, sta contagiando un’intera generazione e forse anche oltre. Verrebbe da chiedere “chi stabilisce i canoni di una bellezza così stereotipata?”, dato che non esiste un canone di bellezza assoluto come dimostra la storia ed i mutamenti di modelli di bellezza che la percorrono. È nel XX secolo che si arriva ad una vera e propria cultura del corpo attraverso la cura dell’aspetto fisico (ginnastica, centri benessere, centri termali, diete, ecc.) che deve essere proporzionato, asciutto e muscoloso, questo perché a livello socio-politico assistiamo a degli importanti cambiamenti: anche per le donne si sviluppa un concetto del fisico magro e scattante, lasciandosi alle spalle quello di donna opulenta e quindi feconda, perché pronte a combattere per i propri diritti civili e politici. In periodi più recenti è tornato nuovamente in auge il corpo dalle forme abbondanti, molto trucco e abbigliamento che esalti il tutto. Anche se questo modello si accompagna ancora a quello filiforme/anoressico delle top model. Il fatto che questo culto del corpo si accompagni ad un continuo tam

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tam da parte dei mass media, in individuali egoistici ed edonistici. primis la televisione, ha portato Ma allora non abbiamo via d’uscita la maggior parte di donne (e come donne? Prima donne/madri anche uomini) LILITH - olio su tela di Ilaria Tarabella a rivolgersi alla chirurgia estetica principalmente per rimanere giovani e necessariamente per rimanere belle/i e desiderabili. Questo perché a livello sociopolitico assistiamo alla rarificazione delle famiglie, ad un aumento dei singles, al dilagare del concetto del “se sei bella/o hai più possibilità di….”, del corpo sempre più importante perché vita/lavoro ed una testa sempre più vuota nella società dell’apparire ed acquisire fama e notorietà. Anche l’allungamento della vita ha portato al desiderio di conservarsi al meglio, (streghe e/o sante) e poi donne/ esorcizzando l’idea della morte. bambole (stupide e/o prostitute)? La crisi dei cosiddetti valori È mai esistito il concetto di tradizionali ha quindi sicuramente donne e basta, senza unirlo agevolato la diffusione di valori necessariamente ad una funzione?

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Solo alcune filosofe e studiose femministe l’hanno fatto e ne hanno discusso, per il resto…il nulla. Non ci si sofferma neanche il pensiero, troppo occupate ad essere donne-casalinghe, donne-madri, donne-manager, donne-bambole, insomma, macchine perfette e funzionali a svolgere un ruolo/ compito ben determinato, ma determinato da chi? È qui che mi sento di dire che la colpa non è solo della società patriarcale e dei ruoli in cui l’uomo/maschio ci relega, ma anche e soprattutto nostra. Dove sono le donne che vogliono ribellarsi a questo concetto stereotipato in cui siamo (ri-)cadute? Dove sono le teste pensanti e menti critiche? Dove sono le madri che insegnano ai propri figli (maschi e femmine) il rispetto, l’autodeterminazione e l’indipendenza per se stessi e per gli altri? Io so che ci sono queste donne, il fatto è che è ora di emergere dall’appiattimento generale, perché non possiamo più permetterci di lamentarci restando nell’ombra, bisogna (re-)agire sia nel pubblico che nel privato delle nostre famiglie da cui poi nasce il tutto, anche la consapevolezza di un futuro meno apparente e più significante. * Esperta di Pari Opportunità del Centro per l’Impiego della Provincia di Massa-Carrara


Tv e socializzazione ai ruoli di genere Irene Biemmi* I mass media si affermano oggi come una potente agenzia di socializzazione per le nuove generazioni in grado di creare e diffondere su larga scala una definizione e una rappresentazione della realtà che si affianca a quella proposta dalla famiglia e dalla scuola. I bambini e le bambine hanno ormai a diposizione “due mondi” da cui attingere per elaborare e costruire la propria immagine personale e sociale: il mondo dell’esperienza diretta, con cui si interfacciano personalmente nel contesto di vita reale e nei rapporti faccia a faccia, e il mondo mediale che offre conoscenze indirette, filtrate e organizzate a priori dai media in base a logiche che trascendono da obiettivi di tipo educativo, essendo dichiaratamente orientate a finalità commerciali. Volendo addentrarci nel complesso rapporto tra media e minori, occorre in primo luogo prendere atto del fatto che nonostante la crescente diffusione dei nuovi media (internet, cellulari), i media tradizionali (radio, cinema, televisione) continuano ad avere un ruolo di assoluto rilievo nel consumo mediatico giovanile. In particolare guardare la tv risulta ancora oggi una delle attività prevalenti cui si dedicano i bambini e gli adolescenti nel loro tempo libero. L’indagine Doxa Junior & Teens 2007 mette a confronto le abitudini di fruizione mediatica di due fasce d’età: 5-13 anni (junior) e 14-18 (teens). Dallo studio emerge che per i junior tra le attività legate ai media la visione della televisione resta in assoluto la più ricorrente (assorbe in media 110 minuti ogni giorno, pari

al 64% del time budget giornaliero complessivo); nel caso dei teens, la composizione e il numero dei media con cui entrano in relazione in un giorno medio è molto più variegata (aumenta l’utilizzo di internet e cellulari) ma la televisione continua a rimanere un importante punto di riferimento che va ad occupare il 59% del tempo libero. Vista la centralità del mezzo televisivo nella vita dei giovani, appare importante esplorare l’immaginario che questo strumento veicola, con particolare riferimento ai modelli di ruolo proposti ai telespettatori dei due sessi. Quando si parla degli effetti della tv sui minori si tende spesso a fare riferimento ad una generica “audience infantile”, indistinta e omogenea al suo interno, che annulla e rende irrilevanti le peculiarità del pubblico maschile e femminile. La prospettiva di genere impone invece di differenziare e di interrogarsi sul tipo di correlazione esistente tra le rappresentazioni di genere divulgate a livello mediatico e i processi di costruzione identitaria di bambine e bambini, di donne e uomini. Risulta in particolare interessante valutare la capacità dei media di porsi come agenti di mutamento sociale, utili per una ridefinizione delle immagini tradizionali femminili e maschili. Relativamente al rapporto tra media e mutamento sociale sono rintracciabili in letteratura tre approcci paradigmatici1. Una prima concezione dei media come “specchio della realtà” vede la loro funzione come meramente riproduttiva dello stato-di-cose

presente: i media si limitano cioè a riaffermare e valorizzare le tendenze culturali e i ruoli sociali di genere già presenti nella società, ma non possono agire come anticipatori di cambiamento sociale. Nel peggiore dei casi i media risultano uno “specchio distorto” che non riesce neppure a stare al passo – cioè a rappresentare – cambiamenti già avvenuti nella società. Un secondo approccio si focalizza sui processi di ricezione enfatizzando la capacità dell’audience di decostruire i messaggi massmediatici portando avanti azioni di “resistenza culturale” e prevedendo “letture alternative” dei messaggi proposti. Questo approccio presuppone – forse un po’ troppo ottimisticamente – che le donne fruitrici dei messaggi massmediatici abbiano già acquisito una forte autocoscienza di genere e siano dunque immuni da eventuali messaggi sessisti, in quanto capaci di sottoporli a critica. Un terzo filone interpretativo concepisce i media come produttori di nuovi ambienti culturali in grado di favorire nuovi comportamenti e stimolare nuove definizioni delle identità maschili e femminili. Secondo questa terza prospettiva i media non si limiterebbero a rispecchiare lo stato di cose dominante ma sarebbero in grado di agire attivamente come mediatori e facilitatori delle ridefinizioni dei ruoli di genere. Se andiamo ad analizzare la realtà televisiva italiana dobbiamo purtroppo constatare che il primo dei tre approcci è probabilmente quello più adatto a descriverla: l’immaginario di

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femminilità, ma anche di mascolinità, che viene divulgato mediaticamente è ingessato sui più tradizionali stereotipi di genere e talvolta risulta addirittura anacronistico rispetto alla realtà corrente. I cambiamenti radicali intervenuti nella vita femminile negli ultimi decenni vengono raramente raffigurati nei programmi televisivi, fatta eccezione forse per alcune fiction in cui si presentano – talvolta in forma caricaturale – alcune immagini di donna moderna, nelle sue varie declinazioni: la “donna medico”, la “donna poliziotto”, la “donna avvocato”2. Più frequentemente si preferisce mostrare un ritratto femminile improntato ai rassicuranti ruoli di madre-moglie-casalinga oppure attingere all’immaginario parallelo – altrettanto stereotipato e per certi versi ancor più preoccupante – di “donna sexy”, oggetto del desiderio e dello sguardo maschile. Di fronte a questo quadro allarmate, il Comitato Media e Minori, che vigila sulla corretta applicazione del “Codice di Autoregolamentazione Tv e Minori” a tutela del target televisivo infantile, nel 2004 ha stilato un documento di denuncia dal titolo La rappresentazione della donna in televisione. Nel documento si afferma senza mezzi termini che «quello che la televisione rappresenta e rafforza ogni giorno è ”un modello” più che semplicemente un’immagine femminile. Le donne, questo ci dice la televisione, per lo meno quelle giovani e belle, trovano normale usare il proprio corpo e l’ammiccamento erotico continuo come un mezzo per “arrivare”. Questo è il messaggio prevalente, inequivocabile quanto

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inaccettabile». Se ne conclude che l’immagine delle donne che la tv propone, in particolare nella pubblicità e nell’intrattenimento, «non può essere certamente considerata positiva per l’equilibrato sviluppo dei minori». Tale rappresentazione del femminile opera negativamente a due livelli: sia sull’auto-percezione delle donne stesse (immagine personale) sia sulla percezione che delle donne maturano gli uomini e anche i minori (immagine sociale). Traducendo la questione sotto forma di domande, ci si chiede: «che idea si fanno delle donne gli uomini del futuro, cioè i ragazzi di oggi? Che le donne (eccettuate madri e sorelle, secondo il vecchio stereotipo), sono solo corpi da esibire o, come spesso accade nei talk show e reality show, donne in competizione per la conquista di un uomo? E che idea possono farsi le donne del futuro, cioè le bambine e le adolescenti? Che debbono affannarsi per costruirsi corpi e visi spendibili in un invasivo e onnipresente gioco di seduzione più o meno volgare allo scopo di sopravvivere?». In effetti i minori costituiscono il target più vulnerabile rispetto ai messaggi sessisti proposti perché non possiedono ancora gli strumenti necessari per valutarli criticamente. Il problema è amplificato dal fatto che negli ultimi anni i bambini non si limitano più a guardare i programmi rivolti al loro target di età ma sono diventati telespettatori dei programmi per adulti che vengono proposti nei palinsesti televisivi in prima e in seconda serata, orari in cui fa comodo credere che i più piccoli siano già a letto. In ogni caso, anche

se concentriamo la nostra attenzione sulla programmazione specificamente rivolta all’infanzia, vediamo che anche questa risulta funzionale alla riproposizione acritica di modelli sessisti e stereotipati. Si tratta di una programmazione fortemente orientata su base sessuale che presenta personaggi femminili e maschili tipizzati su base sessuale. A partire dagli anni ’70 – con una particolare enfasi negli anni ’80 – in Italia sono state condotte diverse ricerche volte ad analizzare la rappresentazione del femminile proposta nell’ambito della Tv dei ragazzi3. Questi studi consentono di ricostruire una casistica dei modelli proposti nei cartoni animati per bambine: «la donna contesa (tra due personaggi maschili), la donna sexy, frivola e vanitosa (ma attenta e decisa), la piccola orfana (dignità, coraggio e tante lacrime), la principessa guerriera o comunque l’aristocratica in armi (determinazione, spietatezza, ma anche aiuto degli oppressi), la campionessa sportiva (disciplina, sacrificio, spirito nazionalistico, rinuncia al privato per il ruolo pubblico), l’avventuriera (affascinante, seducente, generalmente cela una doppia personalità, va contro la legge ma con astuzia e eleganza)»4. Nell’ambito della programmazione per bambini la pubblicità spicca come un vero e proprio condensato di stereotipi di genere, finalizzata a ribadire, estremizzandoli, i


diversi ruoli che uomini e donne assolvono nella società. Ancora oggi gli spot televisivi di giocattoli destinati a bambini e bambine forniscono un esempio lampante di polarizzazione sessuale che vede una netta separazione tra le attività femminili (la cura delle bambole, dell’aspetto estetico e le faccende domestiche) e le attività maschili (competere, manipolare oggetti e fare sport). Gli spot “femminili” sono più frequentemente collocati in spazi chiusi (cameretta, cucina, salotto, luoghi per lo shopping o per i party) e tinteggiati di rosa; quelli maschili si svolgono in luoghi aperti e avventurosi (foreste, boschi, montagne, giungla), spesso connessi a situazioni di pericolo, dipinti con tinte cupe (grigio, nero, blu). I giocattoli per bambine sono castelli e casette, pupazzi e bambole, stoviglie in miniatura, accessori per la casa; quelli per i bambini sono veicoli, piste, bambolotti che rappresentano guerrieri ed eroi. Se la gamma di giocattoli pubblicizzati alle bambine è riconducibile al binomio “seduzione e riproduzione” e i valori di riferimento sono la bellezza e il glamour, i giochi maschili veicolano valori quali la velocità, la competizione, il coraggio, il rischio, l’avventura. Il tema della guerra è onnipresente nelle pubblicità rivolte al target maschile: «invece di promuovere l’idea del gioco collaborativo, festoso ed allegro, la pubblicità suggerisce una competizione, nella

quale la soddisfazione non nasce dal divertimento, ma dalla sconfitta dell’antagonista». Questo dato impone una riflessione. La riproposizione di modelli stereotipati su base sessuale appare dannosa e limitante non solo e soltanto per le bambine ma anche per i bambini i quali, per affermare la propria mascolinità, si vedono costretti ad assumere tratti di aggressività, competizione, forza, che magari sono totalmente estranei al proprio sentire e alle proprie inclinazioni naturali. Il progetto più ambizioso rimane quello delineato ormai più di trent’anni fa da Elena Gianini Belotti nel bellissimo saggio Dalla parte delle bambine: «restituire a ogni individuo che nasce la possibilità di svilupparsi nel modo che gli è più congeniale, indipendentemente dal sesso cui appartiene»6. Per raggiungere questo obiettivo è necessario costruire un “immaginario alternativo”, che presenti donne e uomini non più come due tipologie umane contrapposte e reciprocamente escludentesi, ma come entità potenzialmente interscambiabili, sia nelle relazioni che nei ruoli sociali e familiari. Per promuovere questo nuovo immaginario i mass media potrebbero iniziare a mostrare maschi e femmine in ruoli e attività tradizionalmente attributi al sesso opposto, cioè proporre contro-stereotipi di genere che forniscano agli uni e alle altre modelli di identificazione più variegati e svincolati dall’appartenenza

di genere. La Risoluzione del Consiglio d’Europa del 1995 concernente l’immagine dell’uomo e della donna nella pubblicità e nei mezzi di comunicazione già assumeva questa ottica propositiva affermando che: «la pubblicità e i mezzi di comunicazione possono apportare un notevole contributo al cambiamento dell’atteggiamento della società riflettendo la diversità dei ruoli e delle potenzialità delle donne e degli uomini, la loro partecipazione a tutti gli aspetti della vita sociale, nonché la ripartizione più equilibrata delle responsabilità familiari, professionali e sociali tra donne e uomini». Questo a patto che promuovano «un’immagine diversificata e realistica» delle possibilità e delle attitudini delle donne e degli uomini nella società e attivino misure volte ad eliminare messaggi sessisti o immagini degradanti sia femminili che maschili. 1: Per un approfondimento rimando all’Introduzione del volume di G. Grossi-E. Ruspini (a cura di), Ofelia e Parsifal. Modelli e differenze di genere nel mondo dei media, Raffaello Cortina Editore, Milano 2007. 2: Per un approfondimento si veda l’interessante contributo di Saveria Capecchi, Identità di genere e media, Carocci, Roma 2006. 3: A titolo esemplificativo si veda: M. D’Amato, Lo schermo incantato. La Tv dei ragazzi in Italia, Editori Riuniti, Roma 1989. 4: S. Ulivieri, Educare al femminile, ETS, Pisa 1995, pp. 113-114. 5: Cfr. C. Businaro- S. Santangelo- F. Ursini, Parole rosa, parole azzurre. Bambine, bambini e pubblicità televisiva, Cleup, Padova 2006, p. 80 6: E. Gianini Belotti, Dalla parte delle bambine, Feltrinelli, Milano 1973, p. 8.

*Ricercatrice Facoltà di Scienze della Formazione Università di Firenze

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Enrosadjra. Diventare di colore rosa Roberta Allegro e Veronica Laringi* Questa è la storia dell’incontro tra due donne, di età poco inferiore a 40 anni, in un paese dell’alta Toscana, all’interno di un borgo medievale, quello di Fosdinovo, arroccato intorno ad un castello, in una cornice ambientale molto suggestiva. Da un lato il mare e la foce del fiume Magra, e quando abbiamo la fortuna di avere chiare e limpide giornate, si può scorgere da lontano la Gorgona e la Corsica. Dall’altro lato le cime delle Alpi Apuane che d’inverno si ricoprono di neve che sembra non sciogliersi mai, neanche d’estate, a causa della presenza delle bianche cave di marmo. Più in là una distesa di alberi di castagno. Questa potrebbe essere l’ambientazione di film in costume o di una fiaba o perché no, di un film d’avventura . Ma torniamo alle “quasi quarantenni”: una nativa di La Spezia, con origini Tosco-Emiliane, vissuta per qualche anno a Parma per motivi di studio ed innamorata del mare; l’altra padovana trapiantata in Val di Fiemme in Trentino e perdutamente innamorata delle sue splendide montagne di adozione e del verde dei suoi prati. Entrambe catapultate in questo borgo medievale per “ragioni di cuore”, in una realtà apatica, cadenzata, lenta e poco produttiva, ma con una storia locale fantastica, che in pochi hanno saputo curare ed amare. Avendo “piccoli pargoli” da crescere ci siamo da subito trovate, confrontate e messe in discussione, pensando che un luogo melanconico come questo, e a tratti negativo, avrebbe potuto

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nuocere prima di tutto a noi stesse e poi ai nostri figli. Le diverse difficoltà trovate in ambito locale – la diffidenza della gente del borgo in particolare nei confronti dei cosiddetti “ forestieri”, le difficoltà in ambito familiare legate alle ore dedicate al lavoro di cura - anziché preoccuparci hanno avuto un effetto boomerang, nel senso che sono state, e continuano ad essere, il carburante necessario per cambiare le cose non solo per noi e per i nostri figli, ma anche per le altre madri e per i loro bambini e ragazzi, per le persone immigrate, per i disabili ed in generale per le persone che si trovano in difficoltà. Abbiamo così iniziato a lavorare - al limite del volontariato - all’interno della Biblioteca del paese, in un luogo rimasto che, seppur rimasto inattivo per quasi 20 anni, che nel corso di tre anni si è trasformato in un importante centro di aggregazione non solo culturale, ma anche sociale. Sulla scia di questa esperienza nasce Enrosadjra, un’associazione che abbiamo costituito insieme ad un’altra donna “forestiera”, nativa di Firenze, una professoressa di latino e greco in possesso di una cultura eccezionale e dotata di grande sensibilità e di un senso dell’umorismo speciale e travolgente. L’associazione è stata chiamata “Enrosadjra diventare di color rosa”, che più che l’intestazione sembra essere un piccolo racconto. Questo nome, del tutto particolare, è stato scelto da Roberta, in onore delle sue amate montagne. Enrosadjra è infatti un fenomeno naturale per

cui, in alcune ore della giornata, specialmente all’alba ed al tramonto, le montagne assumono un colore rossastro che gradatamente passa al viola per finire al rosa. Enrosadjra è una parola ladina ed è legata alla leggenda del Re Laurino e dei nani delle montagne che, all’interno del suo regno roccioso, possedevano un bellissimo giardino di rose. Un bel giorno il principe Lautemar arrivò in quel regno e rimase abbagliato sia dalla bellezza del giardino di rose sia dalla bellezza della figlia del Re di cui s’innamorò e rapì per farla sua sposa. Il Re infuriato inviò una maledizione sul suo giardino affinchè nessun umano avrebbe potuto più ammirarlo, ne’ di giorno ne’ di notte. Ma nella maledizione dimenticò il tramonto ed è proprio per questo motivo che al tramonto è possibile scorgere il rosa delle rose del giardino, che si riflette sulle montagne. Oltre al significato simbolico per la nostra associazione “diventare di colore rosa” rappresenta un auspicio, affinché il nostro modo di operare e di raggiungere i nostri obiettivi, possa avvenire in un clima sereno, positivo e propositivo, che ci permette di affrontare la realtà con un pizzico di ottimismo e poter trasformare le difficoltà in risorse. Questa associazione rappresenta inoltre il primo passo verso la creazione di un lavoro, una risposta alla crisi economica attuale che attanaglia il nostro paese e all’assenza di posti di lavoro in particolare per le donne. Nel mondo del lavoro come sappiamo non sono state ancora raggiunte le


pari opportunità, perché una donna si trova quotidianamente a scontrarsi con problematiche che riguardano la cura dei propri figli, il “dover correre avanti indietro” per portarli a scuola, a praticare uno sport, per far fare loro i compiti e così via. Tutto questo comporta una grande dose di elasticità negli orari - ma anche un’auto comoda, spesso dispendiosa da mantenere - per cui occorre un lavoro con orari flessibili. Al giorno d’oggi un lavoro in famiglia non basta più, anzi c’è poco lavoro, pertanto occorre non solo cercarlo ma anche costruirselo e questo è l’intento che ci siamo poste: inventarci un lavoro “senza piangerci addosso”. Abbiamo unito le nostre forze di donne, e non solo, coinvolgendo anche gli uomini che credono nelle donne e che lottano al loro fianco. La nostra associazione vuole essere un messaggio positivo e di speranza di riuscire a vedere tutte le cose diventar di colore rosa e di non demordere dinnanzi alle difficoltà, ma di usare l’ottimismo come uno dei principali protagonisti della trama della nostra vita. Anche se il nome della nostra associazione, e l’associazione stessa, possono sembrare molto femministi, in realtà non è così.La nostra non è una battaglia contro gli uomini, bensì una ricerca verso uomini e verso le donne senza alcuna distinzione di razza, di religione, di idee politiche. Quello che a noi interessa è creare una realtà circostante in cui poter trovare

solidarietà per gli emarginati e per le categorie più deboli, per i bambini, le donne, gli immigrati, le persone disabili, sostenendoli nella scoperta delle proprie potenzialità e risorse. Nel corso della nostra attività abbiamo incontrato donne fantastiche che ci hanno supportato ed incoraggiato a continuare nel nostro progetto e che continuano, con i loro preziosi consigli, a stimolarci nella realizzazione dei nostri obiettivi. Tutto questo può sembrare decisamente insolito: spesso nel mondo del lavoro, si dice che si lavora meglio con persone dell’altro sesso. In realtà per noi non è sempre stato così, alcuni uomini ci hanno infatti più volte ostacolate e criticate con parole e comportamenti, sentendosi in dovere di offendere, in maniera piuttosto degradante, il nostro operato, perché? E’ una domanda che ci siamo poste e che continuiamo a porci. Le risposte che ci siamo date sono legate al fatto che siamo donne, nonché al fatto che la nostra attività è stata sempre vista come puro volontariato e non come imprenditorialità, come volontà di crearci, in questo momento di grave difficoltà dell’occupazione, un lavoro retribuito. Tra le altre risposte che ci siamo date la nostra capacità di fare qualcosa di utile per il territorio nonché la nostra caparbietà nell’esporre le nostre idee senza pensare eccessivamente alle

conseguenze. Tutto questo ci porta però alla conclusione che ancora oggi non esistono le pari opportunità per diversi motivi. Perché siamo discriminate in quanto donne, e per di più capaci. Perché siamo riuscite dove molti hanno provato e fallito. Perché non siamo di origini locali e siamo scomode poiché non ci siamo mai schierate con l’opportunismo, ma siamo rimaste coerenti ai nostri principi. Perché siamo dalla parte dei più deboli ed il nostro lavoro si è concentrato sui bambini e sulla possibilità di offrire loro un sostegno allo studio, un aiuto alle mamme in difficoltà o con gravi situazioni familiari a seguito di sopraffazioni subite dai compagni e dai mariti. Perché siamo vicine alle donne immigrate, alle donne sfruttate dai propri datori di lavoro, ma anche ai padri che si sono presi le loro responsabilità e che da soli si impegnano nella crescita dei loro figli. A volte “vorresti gettare tutto alle ortiche” e magari ti domandi “ma chi me lo fa fare di andare al lavoro?”. Quando accade basta che qualcuno ti chieda un semplice consiglio per suo figlio o che ti trovi di fronte una stanza piena di ragazzini che chiedono il tuo aiuto per fare i compiti, che improvvisamente, soltanto per queste cose, decidi di continuare. *Socie fondatrici Ass. Enrosadjra

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Nove miliardi per chi? Il sesso della Finanziaria A cura della Redazione web www.ingenere.it*

Niente rivela le priorità di un governo come le sue decisioni in termini di priorità di spesa e di tassazione; per questo motivo l’approvazione della legge finanziaria è uno dei momenti cruciali del confronto politico. Anche quest’anno, con l’imposizione della fiducia, il dibattito nelle sedi istituzionali è stato limitato, ma non sono mancati gli echi delle voci forti e chiare dei vari portatori di interesse. Nessuna voce, come di consueto, si è invece fatta sentire per richiamare il governo agli impegni verso la uguaglianza di genere. In Italia nessuno è così ingenuo da pensare che le decisioni della Finanziaria siano neutre rispetto alle disuguaglianze sociali, ai settori produttivi, alla divisione Nord-Sud, ma c’è un silenzio assoluto sull’impatto delle politiche di bilancio sulla disuguaglianza tra uomini e donne per la quale il nostro paese vanta poco invidiabili primati.1 Non è così in altri paesi europei dove le leggi di bilancio sono valutate anche in una prospettiva di genere. Nel Regno Unito è attivo dal 2000 il Women’s Budget Group (www.wbg.org.uk), un comitato di esperte/i indipendenti e autofinanziati che in via ufficiale sottopone ogni anno al governo laburista un commento alla finanziaria. Per esempio, l’anno scorso ha condannato l’abolizione dell’aliquota per la fascia di reddito più bassa - dove le donne

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sono sovrarappresentate – sostituita da un credito di imposta al capofamiglia, generalmente uomo, giudicando questa misura dannosa per l’indipendenza economica femminile e per la lotta alla povertà infantile. Nei paesi nordici come Finlandia e Norvegia la valutazione in un’ottica di genere della legge di bilancio fa parte del percorso istituzionale della sua approvazione. In Svezia nel 2004 è stato lanciato un piano di sei anni per introdurre a tutti i livelli governativi la consapevolezza della non neutralità delle loro decisioni. Più di 120 provvedimenti sono stati valutati in un’ottica di genere e per questo scopo il ministro delle finanze è affiancato da 4 responsabili del coordinamento delle varie aree governative. Inoltre dal 2003 la presentazione del bilancio dello Stato al parlamento è accompagnata da una speciale appendice che analizza a fondo un aspetto della disuguaglianza tra uomini e donne. Per esempio, è stato calcolato il diverso costo della genitorialità per padri e madri in termini di mancato reddito da lavoro e, costruendo sui risultati di questo primo rapporto, negli anni successivi sono state analizzate la maggiore debolezza femminile sul mercato del lavoro e le differenze di reddito tra uomini e donne anziani. In Italia l’ultimo governo Prodi aveva istituito una commissione di esperti per la valutazione della

Finanziaria, ma si è riunita una sola volta ed è stata sciolta dall’attuale governo che si è dichiarato non interessato. Certo che quest’anno la commissione non avrebbe avuto un compito facile. L’impatto di una Finanziaria che muove 9,2 miliardi di euro, tra risorse che arrivano dallo scudo fiscale (3,9 miliardi) e da rimodulazioni di bilancio (a partire dai 3,1 miliardi del fondo del Tfr), e che contiene misure che vanno dal pacchetto welfare alla stretta sugli enti locali, dai rimborsi Ici ai Comuni al Patto sulla salute, dalla Banca del Sud al credito d’imposta per la ricerca, ecc., non è facile da valutare, tanto meno il suo impatto dal punto di vista di genere. Tuttavia, mettendosi gli occhiali giusti, appare sempre chiaro quale tipo di famiglia il governo, coscientemente o meno, stia promuovendo. Stiamo andando verso una famiglia dove il lavoro retribuito e quello di cura sono più equamente distribuiti tra uomini e donne, o si preferisce rafforzare il modello tradizionale, con gli uomini sempre più impegnati fuori casa a lavorare per il mercato e le donne vincolate al lavoro domestico?Andiamo per esempio a guardare le spese per le infrastrutture che sono cruciali per la mobilità dei cittadini. E di conseguenza – aggiungiamo noi – anche per l’organizzazione della famiglia. Un’indagine del 2006 che ha confrontato l’uso del tempo in 9


www.ingenere.it

È un portale di informazione, approfondimento e dibattito su questioni economiche e sociali analizzate in una prospettiva di genere. In rete da poche settimane, ha già raggiunto un numero consistente di iscritti al sito e alla newsletter quindicinale. E’ animato da una redazione composta da cinque economiste: Francesca Bettio, Marcella Corsi, Annalisa Rosselli, Annamaria Simonazzi, Paola Villa, che nei loro diversi settori di competenza da anni si occupano di studi genere. Caporedattrice è Roberta Carlini (giornalista), l’editore è la Fondazione Brodolini, lo storico istituto che porta il nome del padre dello Statuto dei Lavoratori e che da molti anni dedica le proprie ricerche, oltre che ai temi del lavoro e dell’esclusione sociale, anche alle questioni attinenti alla differenza di genere. Convinzione comune della redazione e del vasto comitato di collaboratrici e collaboratori è che l’economia vada riletta con uno sguardo che assuma la differenza tra i sessi e denunci le disuguaglianze; che le donne possano fare la differenza, in Italia e nel mondo; e che sempre più, nella crisi che investe il mondo del lavoro e dell’economia, e dunque la nostra società, ci sia bisogno di un approccio interdisciplinare aperto, che metta in rete tutte le scienze sociali. Ma senza specialismi, anzi con un linguaggio accessibile a tutte e tutti, perché le buone idee, se ci sono, possano tradursi immediatamente in proposte e pratiche politiche. dei principali paesi europei ha rilevato che gli uomini italiani sono quelli che svolgono meno lavoro domestico e impiegano più tempo negli spostamenti.2 Sono impegnati negli spostamenti 22 minuti al giorno più delle donne (media nazionale del 2002, valida anche per i piccoli centri, e che sarebbe interessante conoscere per le sole aree intorno alle grandi città). D’altro canto le giovani donne occupate che vivono in coppia (25-44 anni) sono riuscite dal 1988 al 2002 a diminuire di mezz’ora al giorno il tempo dedicato al lavoro domestico, scaricandolo in parte sui partner e in parte all’esterno, ma non hanno guadagnato tempo libero perché il risparmio è stato assorbito dagli spostamenti. Sappiamo del resto che la necessità di non sprecare tempo per andare al lavoro, quando già il lavoro di cura assorbe molte risorse, limita le scelte lavorative delle donne ed è un ostacolo alla loro partecipazione al mercato del lavoro. Il problema probabilmente si va aggravando, con l’espulsione dalle città delle giovani coppie a causa dei prezzi elevati delle case e degli affitti. Un eccellente rapporto di Legambiente appena uscito, Pendolaria3, stima l’aumento dei pendolari delle ferrovie extraurbane dal 2007 al 2009 in 200.000 unità che arrivano a 2.630.00 al giorno (peccato che i dati del rapporto non

siano MAI disaggregati per sesso). Tuttavia la Finanziaria 2010 conferma l’Italia come l’unico paese in Europa che finanzia strade e autostrade con risorse pubbliche che sono doppie rispetto a quelle previste per le ferrovie nazionali e regionali. In questi tempi di vacche magre si sono trovati 400 milioni di euro di sussidi agli autotrasportatori e 470 milioni per il Ponte sullo Stretto che si sommano a 1,2 miliardi di euro già stanziati dal Cipe. Inoltre per le opere ferroviarie il 70 per cento delle risorse necessarie per coprire il costo dell’opera restano ancora da reperire; questo è vero solo in misura inferiore al 40 per cento per le opere stradali. Questo degli investimenti in infrastrutture è solo un esempio relativamente piccolo, anche se significativo. Ci sono altri esempi più eclatanti di come la Finanziaria abbia un impatto sulla disuguaglianza di genere, come la stretta sugli enti locali - provincie e comuni - che nel prossimo triennio otterranno 229 milioni in meno. I Comuni sono i principali responsabili della fornitura di servizi sostitutivi del lavoro di cura. A titolo esemplificativo, il bilancio di previsione del comune di Modena per il 2009 prevedeva oltre 90 milioni in investimenti e circa 200 milioni di euro di spesa corrente, di cui 107, pari a più del 50%, destinati a servizi per famiglie, persone in difficoltà e sistema

economico locale. Se il fabbisogno di questi servizi non è soddisfatto dagli enti pubblici, sarà la famiglia, cioè ancora quasi unicamente le donne, a doversene fare carico, dato che il ricorso al mercato non potrà essere molto ampio per l’impoverimento costante delle famiglie italiane nel tempo. Potremmo proseguire negli esempi con la proroga della cassa integrazione in deroga, ricordando che la quota di donne in cassa integrazione ordinaria tra gennaio e luglio 2009 era del 21 percento contro il 79 per gli uomini; e quella in Cigs e in deroga era del 34 percento contro il 66 per gli uomini.4 Scegliere di favorire la Cassa integrazione come ammortizzatore sociale, quando per esempio le donne sono il 56 per cento dei lavoratori a progetto e sono sovra rappresentate tra quelli a tempo determinato, conferma il modello di famiglia sottostante questa Finanziaria: gli uomini sempre più impegnati lontano da casa a guadagnarsi il pane e le donne limitate nella loro autonomia e libertà. Niente male per una Finanziaria apparentemente “neutra”. 1: Secondo l’indice di uguaglianza di genere costruito da un gruppo di esperti per i paesi dell’Unione Europea, siamo nel gruppo degli ultimi della classe in compagnia di Grecia, Malta, Cipro e Spagna. Si veda Plantenga J. et al. 2009, Towards a European Union Gender Equality Index, Journal of European Social Policy , Vol. 19: 19-33. 2: Sabbadini L.L. e Romano M.C., Principali trasformazioni dell’uso del tempo in Italia, presentazione, Torino 2006 3: Legambiente , Pendolaria 2009, www. legambiente.eu/documenti/2008/1022_ pendolaria09/index.php 4: Stime su dai INPS riportate in Carfagna e Sacconi, Italia 2020: Programma di azioni per l’inclusione delle donne nel mercato del lavoro, 1 dicembre 2009.

*E’ possibile inviare commenti accedendo al sito www.ingenere. it ed iscriversi alla newsletter direttamente a quest’indirizzo http:// www.ingenere.it/user/register/?destin ation=newsletter

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L’Avvocato risponde Diritto dovere alla maternità-paternità Gentile Avvocato, sono una lavoratrice autonoma ed in base al testo unico delle disposizioni in materia di tutela e sostegno della maternità e paternità so che il padre del mio bambino ha diritto di astenersi dal lavoro per tutta la durata del congedo di maternità, percependo l’80% dello stipendio. Il congedo di maternità prevede per la lavoratrice madre il diritto di astensione dal lavoro per un periodo di cinque mesi allora mi chiedo per quale motivo il mio compagno, se è vero che ha un diritto autonomo ed identico al mio nei confronti di nostro figlio, deve vedersi riconosciuti solo tre mesi di astensione dopo il parto e non tutti e cinque i mesi previsti dalla legge? Il caso che è stato sollevato da una madre, lavoratrice autonoma, affetta anche da una malattia di rilievo, fa riferimento, come richiamato dalla Signora, al diritto dovere alla maternità-paternità. La norma prevede per la madre la possibilità di astenersi dal lavoro per un periodo di cinque mesi in base alla cosiddetta maternità obbligatoria e lo stesso per il padre se la madre è casalinga, è in malattia, oppure se è lavoratrice autonoma che non usufruisce del diritto all’astensione. La Signora si è rivolta al Tribunale di Firenze per vedere effettivamente riconosciuto questo diritto per il suo compagno, nella sua totalità, dato che l’INPS, invece, vedeva riconosciuto allo stesso la possibilità di astenersi dal lavoro con l’80% dello stipendio solo nei tre mesi successivi al parto. Il Tribunale di Firenze, seguendo un orientamento già inaugurato dalla Corte Costituzionale, ha stabilito come il padre abbia un diritto autonomo e speculare a quello della madre, pertanto, qualora la lavoratrice sia

Chiara Guastalli* casalinga, in malattia, oppure lavoratrice autonoma che non usufruisce del diritto all’astensione, sarà il padre a poter usufruire di tutto il periodo previsto e, quindi, anche dei due mesi precedenti la presunta data del parto. La decisione di merito ha voluto evidenziare che mentre prima, la maternità era vista per salvaguardare la salute della madre, oggi invece, si intende in senso complessivo come tutela della salute anche del bambino ed il ruolo del padre è fondamentale,anche quando la compagna è nelle ultime settimane di gestazione. Va da sé che gli ultimi mesi prima del parto sono momenti delicati, talvolta pieni di preoccupazioni e di ansie, pertanto, dare vicinanza morale e materiale alla madre in questo periodo vuol dire stare vicino anche al nascituro: come un padre, un Uomo, deve fare. Ciò che stupisce, ma fino ad un certo punto, è che pur disponendo la legge in questo modo, le varie interpretazioni giurisprudenziali erano state volte in modo tale da non applicarla alla lettera, facendo sì che il congedo potesse essere chiesto, da parte del padre, solo per i tre mesi dopo il parto e ledendo, come sempre, senza tanto clamore, senza levata di scudi, il soggetto più debole, cioè la madre. La giurisprudenza, in questo caso, ha avuto coraggio, ha sfidato i pregiudizi ed ha vinto. *Avvocato esperta in materia Antidiscriminatoria e Diritto del Lavoro appartenente all’elenco di Avvocate/i a supporto dell’Ufficio della Consigliera di Parità della Provincia di Massa-Carrara Ordine degli Avvocati di Massa-Carrara

Congedo di paternità Gentile Avvocato, ho sentito parlare del “congedo di paternità”. Vorrei sapere che cos’è e se tutti i padri possono beneficiare dello stesso congedo dal lavoro quando nasce un figlio come avviene per la madre. Grazie. L’art. 28 del D.lgs. n. 151/2001 (Testo Unico delle disposizioni in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità ) riconosce al padre lavoratore il diritto al congedo di paternità per tutta la durata del congedo di maternità o per la parte residua che sarebbe spettata alla lavoratrice madre, in caso di morte o di grave infermità della stessa ovvero di abbandono del figlio da parte della madre, nonché in caso di affidamento esclusivo del bambino al padre. In tali ipotesi, il padre lavoratore ha diritto di astenersi dal lavoro nei primi tre mesi dalla nascita del figlio, purché presenti al datore di lavoro un’adeguata certificazione, salvo che per l’abbandono, oggetto di una mera dichiarazione di responsabilità. Recentemente, la Corte Costituzionale ha riconosciuto anche ai padri libero.professionisti ( e non più soltanto ai padri lavoratori

Chiara Lensi* subordinati ) il diritto di percepire l’indennità di maternità, in alternativa alla madre. Del resto, l’esigenza di coinvolgere e responsabilizzare maggiormente la figura paterna nella gestione del menage familiare ha sorretto anche altre recenti riforme legislative. È il caso, ad esempio, della Legge 8 febbraio 2006, n. 54 (“Disposizioni in materia di separazione dei genitori e affidamento condiviso dei figli”), con cui il legislatore ha voluto affermare a chiare lettere il principio della bigenitorialità, inteso quale diritto del figlio ad un rapporto completo e stabile non con uno, ma con entrambi i genitori, e ciò anche laddove la famiglia attraversi una fase patologica, con conseguente disgregazione del legame sentimentale e, talvolta, anche giuridico dei genitori conviventi. *Avvocato esperta in materia Antidiscriminatoria e Diritto del Lavoro appartenente all’elenco di Avvocate/i a supporto dell’Ufficio della Consigliera di Parità della Provincia di Massa-Carrara Ordine degli Avvocati di Pistoia

Per inviare quesiti alle/agli avvocate/i scrivete a referentedigenere@provincia.ms.it

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PROGETTI E INIZIATIVE La Consigliera di Parità della Provincia di Massa-Carrara sta portando avanti un progetto dal titolo “Scuola: parità e lavoro” che prevede il coinvolgimento delle classi V delle Scuole Secondarie Superiori. L’obiettivo del percorso è quello di aprire una riflessione con gli studenti e le studentesse sulla presenza di stereotipi di genere nella società e sulla cultura della differenza, favorendo la consapevolezza che ognuno di noi può essere artefice del cambiamento. Alla fine degli incontri si prevede la proiezione di alcuni cortometraggi sul tema delle pari opportunità nel mondo del lavoro a cui seguirà un dibattito coordinato da un’animatrice esperta su questi temi. E’ attivo il profilo su Facebook e il blog della Consigliera di Parità che potete trovare all’interno del sito www.provincia. ms.it sotto il link Consigliera di Parità collocato nella colonna di destra della Home Page. Avviso pubblico per la costituzione di un elenco di esperte/i in Diritto del Lavoro e in Materia Antidiscriminatoria – Riapertura dei termini di presentazione delle domande per l’annualità 2010: dal 1 al 30 giugno 2010. L’avviso pubblico è finalizzato a costituire un elenco di Avvocate e Avvocati a supporto dell’ufficio della Consigliera di Parità, in esecuzione dell’articolo 36 del D. Lgs. 198/2006 “Legittimazione processuale”, che prevede la facoltà di ricorrere innanzi al Tribunale in funzione di giudice del lavoro o, per i rapporti sottoposti alla sua giurisdizione, al Tribunale Amministrativo territorialmente competente, su delega della persona che vi ha interesse, ovvero di intervenire nei giudizi promossi dalla medesima. Le persone interessate possono presentare domanda su apposita modulistica scaricabile dal sito www.provincia.ms.it (Sezione Consigliera di Parità sotto la voce “Bandi e finanziamenti”). Per informazioni e adesioni all’iniziativa rivolgersi a: 0585/816706-729, e-mail: referentedigenere@provincia.ms.it

FINANZIAMENTI ALLA CREAZIONE D’IMPRESA

A  fronte della situazione di emergenza economica la Regione Toscana, nell’intento di favorire l’accesso al credito, concede garanzie gratuite sino all’80% dei finanziamenti richiesti dalle Piccole e Medie Imprese per liquidità o investimenti . SI EVIDENZIA un intervento specifico per le imprese femminili.  Gli interventi e le misure di cui all’oggetto sono i seguenti:  Garanzia liquidità La garanzia rilasciata è gratuita e diretta, per un importo massimo garantito non superiore al 60% dell’importo di ciascun finanziamento o prestito partecipativo. L’importo massimo garantito è fissato in Euro 500.000,00 per singola impresa. La garanzia può essere elevata fino all’80% per le operazioni: a favore di PMI femminili (ex. D.Lgs. 198/2006); a favore di PMI giovanili (costituite prevalentemente da persone che non hanno ancora compiuto 35 anni di età); a fronte di prestiti partecipativi; di capitalizzazione dell’impresa.  Garanzia investimenti La garanzia rilasciata è gratuita e diretta, per un importo massimo garantito non superiore al 80% dell’importo di ciascun finanziamento, leasing o prestito partecipativo. L’importo massimo garantito è fissato in Euro 800.000,00 per singola impresa, tenuto conto del capitale già rimborsato. Investimenti delle imprese femminili La garanzia rilasciata è gratuita e a prima richiesta e copre fino all’80% dell’operazione finanziaria. L’importo massimo garantibile per singola impresa è pari ad Euro 100.000,00. Sui finanziamenti garantiti con il presente prodotto, non potranno essere acquisite garanzie reali, bancarie o assicurative. (Per questa tipologia di prodotto, esiste una graduatoria separata e fondi separati). Le imprese interessate ad avere maggiori informazioni possono contattare Fidi Toscana www.fiditoscana.it o le associazioni datoriali del territorio

La Consigliera di Parità: chi è e cosa fa È una figura istituzionale nominata dal Ministero del Lavoro, di concerto con il Ministro per le Pari Opportunità, su designazione della Provincia. L’attività della Consigliera ha come obbiettivo principale quello di raggiungere l’uguaglianza sostanziale tra donne e uomini nel lavoro e lottare contro le discriminazioni di genere sul lavoro

La Consigliera riceve su appuntamento Per fissare un appuntamento puoi o telefonare allo 0585/816706 o inviare una mail agli indirizzi: consiglieraparita@provincia.ms.it referentedigenere@provincia.ms.it Puoi anche inviare un fax al numero: 0585/816685

L’ Ufficio della Consigliera si trova presso: Assessorato alle Politiche del Lavoro e Formative Via delle Carre, 55 – 54100 Massa Tel 0585/816729 Cellulare 334/8509699 Sito internet: http://portale.provincia.ms.it/ Apertura al pubblico: dal Lunedì al Venerdì dalle ore 9.00 alle ore 13.00, sabato su appuntamento

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Provincia di Massa-Carrara Via delle Carre, 55 54100 Massa Tel. 0585 816729 consiglieraparita@provincia.ms.it


Paridea 4 Gennaio 2010