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n째 4 - Dicembre 2008


Paridea Rivista trimestrale della Consigliera di Parità Provincia di Massa-Carrara N. 4 Dicembre 2008 Registrazione del Tribunale di Massa-Carrara n° 397 del 22/2/2008 Edito dalla Provincia di Massa-Carrara Direttore responsabile Giuliano Bianchi Comitato di Redazione Luisa Del Mancino, Francesca Frediani, Annalia Mattei Hanno collaborato a questo numero Nadia Bellè, Rita Biancheri, Sara Bonni, Corinna Conci, Barbara Dell’Amico, Eleonora De Montis, Carla Gassani, Annalia Mattei. Grafica e impaginazione Studio MAX snc Le illustrazioni di questo numero sono di Annalia Mattei e le foto provengono dall’archivio personale della famiglia Mattei. L’illustrazione a pagina 11 è pubblicata su gentile concessione di Astorina srl. Stampa Stamperia dell’ Amministrazione Provinciale

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S

OMMARIO

Editoriale

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Donne e mercato del lavoro. Una fotografia ancora sconfortante

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Donne che donne

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In Toscana un patto per favorire l’occupazione femminile di qualità

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Da Biancaneve ad Eva Kant….

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Esiste un antidoto per i conflitti, la violenza e le discriminazioni?

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Dal Merit System allo Spoil System…all’italiana

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Spoil System del Ministero del Lavoro verso l’autorità contro le discriminazioni tra donna e uomo

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Occupazione Femminile: la nota dell’ex Consigliera Nazionale di Parità

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Scuola delle donne pedagogiste

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La Consigliera di Parità e le Referenti di Genere: chi sono e cosa fanno

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Si segnala che…

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Editoriale Buone feste e Felice anno Nuovo !!!! Questa è, fra tutte le frasi, quella più ripetuta in questo particolare periodo dell’anno. La ripeto anch’io qui, con tutta la mia più grande convinzione, perché sono fermamentissimamente convinta che mai come ora di auguri vi sia un gran bisogno. Di auguri e di impegno. Nulla va nel verso giusto, nella umana “civiltà”. La luna di miele fra società civile e consumismo sfrenato è finita: l’amore per il profitto ha mostrato tutti i suoi limiti come fondamento e colonna portante dell’economia, il sistema si sta pericolosamente avvicinando al collasso. Dobbiamo ripensare e rifondare tutto quanto forma l’ossatura della coesistenza civile, dai diritti di tutti e di tutte, e non solo di qualcuno, ai doveri di ognuno, che siano “piccoli” - come non gettare per strada l’incarto delle caramelle - o “grandi” come ergersi a difesa delle libertà civili, dalle regole del “libero” mercato, che tanto libero non può più essere visto gli abusi che ne vengono fatti, al valore etico che può rivestire il più piccolo degli acquisti… E non possiamo delegare, dicendo e credendo che tanto “noi” ben poco possiamo fare. Le regole ci vengono imposte da scelte fatte passando sulle nostre teste... Se la Fed o la BCE ritoccano i tassi d’interesse o l’Opec interviene sul prezzo del petrolio modificando le quantità di greggio estratte, noi possiamo solo limitarci a faticare un pò di più per permetterci il pieno di carburante, ma il pieno, sempre lo dobbiamo fare… Sembra…. ma non è così. Qualcosa possiamo fare, se solo decidiamo di farlo. Dalla scelta del prodotto da mettere nel carrello all’autovettura meno chic però più rispettosa dell’ambiente, al professionista che fa la ricevuta senza neppure chiedere se la desideri, le nostre non sono scelte irrilevanti. Se da soli contiamo zero, molti zero dietro ad un numero indicano invece grosse cifre, pesanti cifre. Che contano, eccome se contano. E poi noi, che siamo “grandi”, abbiamo un’altra arma: siamo educatori. Con le parole, meglio con l’esempio, possiamo forgiare le nuove generazioni. A cui la nostra indifferente rassegnata indolenza sta scippando il futuro. E non sono i giovani di qualcun’ altro. Sono i “nostri” figli, i “nostri” nipoti, il “nostro” stesso futuro. Per questo dico qui: ci auguro che il 2009 (felice anno nuovo!!!) ci porti la consapevolezza dell’importanza del nostro impegno e la voglia e la forza per dargli vita. Possiamo partire con poco, un piccolo passo per volta. Se vuoi cambiare il mondo, inizia col cambiare te stesso. Pensateci.

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Annalia Mattei Consigliera di Parità Provincia di Massa - Carrara


Donne e mercato del lavoro. Una fotografia ancora sconfortante Rita Biancheri * L’occupazione femminile resta tuttora debole (vedi tabella sottostante) e condizionata da un retaggio storico che ne svaluta l’importanza in un modello dominante che ha posto al centro una struttura familiare basata sulla divisione dei ruoli; da cui derivano politiche di welfare caratterizzate da una “cronica inadeguatezza”, non solo per l’esiguità dei trasferimenti ma anche per politiche sociali ancora rivolte ad un modello di famiglia con un solo lavoratore. E’ noto che il modello italiano incorpora ancora una certa categorialità e selettività ed è il meno efficace a compensare il costo dei figli. Un paradosso per un paese familista che ne riconosce la funzione essenziale ma che non riesce ad invertire i trend di bassa natalità che evidenziano la sofferenza in cui si trovano le famiglie. Fonte Eurostat 2005

Italia Media EU 25 Media EU 15

Tasso di attività

maschi 74,6 77,8 78,9

femmine 50,4 62,5 63,2

Tasso di occupazione Tasso di disoccupazione

maschi 69,9 71,3 72,9

femmine 45,3 56,3 57,4

maschi 6,3 8,4 7,6

femmine 10,1 10,0 9,1

Oltre ai noti problemi relativi alle carriere, ai differenziali salariali, alle difficoltà del reinserimento lavorativo l’Italia esclude una gran parte della componente femminile dal mercato del lavoro, ne inibisce le aspirazioni, perde i loro talenti e tutto questo influisce sullo sviluppo economico dell’intero paese. Il trend occupazionale, varia, a seconda dei carichi di cura e il differenziale con l’Europa resta ancora elevato, in quanto in molti paesi, sono state attivate politiche del lavoro e famigliari che consentono un maggiore possibilità di conciliazione. Per esempio una normativa sui congedi parentali che vede aumentare le richieste maschili, una copertura di asili nido che risponde a più della metà delle richieste(Danimarca) mentre in Italia l’offerta copre solo il 9% dei potenziali fruitori. Nonostante sia indubbiamente cresciuta l?occupazione femminile la famiglia continua ad avere, di fatto, un peso ideologico e pratico diverso sugli uomini e sulle donne e costituisce un ambito di resistenza che influenza ancora in maniera consistente le scelte di vita con inevitabili conseguenze sull’impegno lavorativo e sociale. Va anche segnalato che l’aumento della presenza delle donne riguarda in particolare il lavoro dipendente e che il fattore contesto familiare incide significativamente sulle carriere e sulle forme di lavoro. Alcuni dati che evidenziano il fenomeno riguardano le presenze di donne nei consigli di amministrazione delle grandi aziende che arrivano ad uno scarso 2% (13,9% Gran Bretagna, 10,5% Francia, 2,7% Qwait). In uno studio Mc Kinsey sui modelli organizzativi si è stimato che la redditività delle aziende con almeno il 30% dei posti di responsabilità “in rosa”è superiore alla media del 10,8%. Oppure se si parla di investimenti finanziari quando sono gestiti da donne sembra che vi siano performance più elevate. Ad esempio è stato sottolineato come lo stile decisionale si diverso in quanto le donne in posizione di leadership tendono a delegare di più rafforzando modalità più cooperative. Un’altra contraddizione che richiama la vischiosità del nostro sistema sono i tassi sui prestiti bancari ad imprese gestite da donne che sono in media più cari dello 0,3% malgrado che il tasso di fallimento (1,9%) sia inferiore a quello maschile (2,4%). Il Rapporto Luiss 2008 fornisce questi ulteriori dati (vedi tabella a lato) Politica Economia Cultura e Arte Comunicazione professioni Infatti i tempi delle donne, eterogenei e M F M F M F M F flessibili, spesso costringono ad un’auto progettualità nell’organizzazione e Italia 89,0 11,0 84,5 15,5 81,5 18,5 62,2 37,8 ripartizione del tempo rispetto a biografie Francia 71,1 28,9 69,7 30,3 59,1 40,9 60,8 39,2 maschili più proiettate sulla carriera. Indicatori che rilevano un cambiamento, Germania 66,0 34,0 92,9 7,1 70,1 29,9 60,2 39,8 ad esempio correlato a titoli di studio più G. Bretagna 68,4 31,6 64,0 36,0 59,3 40,7 44,1 55,9 elevati, registrano segnali poco significativi Spagna 81,5 18,5 88,5 11,5 70,1 29,9 80,5 19,5 e percentualmente ridotti rispetto ad una diffusione più ampia, che potrebbe far Scandinavia 65,9 34,1 87,6 12,4 77,5 22,5 65,1 34,9 parlare di trasformazione in termini anche Quote % tra i leader generazionali. Ma anche se c’è stata una

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ridefinizione delle relazioni tra i sessi, che ha determinato ruoli meno gerarchici e più negoziali all’interno del rapporto di coppia, oltre ad un’effettiva collegialità nelle decisioni fra i coniugi, permangono ancora asimmetrie significative sia nel mercato del lavoro che nella sfera privata; per cui le difficoltà di conciliare è avvertita maggiormente dalle donne e, di conseguenza, è attribuito a loro, ancora una volta come destino sociale, il peso di fornire soluzioni individuali alle disfunzioni del sistema. Una recente fotografia dell’ISTAT ci fornisce una fotografia ancora sconfortante, le donne dedicano al lavoro familiare 5h20’e gli uomini 1h35’. Comparativamente il monte ore per le prime è maggiore, mentre per i secondi significativamente inferiore, facendo registrare così la più consistente asimmetria. Parallelamente le donne lavorano meno in ambito produttivo rispettivamente 35 e 43 ore e questo dato investe anche il grado di soddisfazione; mentre anche in assenza di figli per gli uomini entrare a far parte di una coppia significa ridurre il tempo per il lavoro familiare, per le donne l’effetto è opposto per cui gli altri tempi non possono che esserne fortemente condizionati. Inoltre per i maschi una riduzione del tempo per il mercato del lavoro corrisponde ad una parte cospicua di tempo da dedicare alle attività di tempo libero mente per le femmine si ha semplicemente una sostituzione delle attività. Tali ostacoli risultano evidenti dai bassi tassi di fecondità, 1,3 per l’Italia, ma anche dall’aumento delle famiglie, sempre più nucleari, composte dai genitori con un unico figlio. Inoltre, la scarsa partecipazione dei padri alla cura dei figli si ripercuote anche sull’applicazione della legge sull’affidamento condiviso e sul perdurare di famiglie monogenitoriali, che trovano nel solo ruolo materno l’espletamento delle

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principali funzioni che devono essere garantite ai minori. Un progetto educativo interrotto, dunque, ma anche conseguenze materiali che si esplicitano in un preoccupante aumento dei rischi legati alla femminilizazione della povertà. La ricerca su Conciliare lavoro e famiglia. Una sfida quotidiana (Istat 2008), analizzando gli esiti della conciliazione sull’uso del tempo, mette in evidenza il perdurare di alcune problematiche e le peculiarità dell’Italia nel contesto internazionale e si legge: “In sintesi, nonostante la riduzione della simmetria tra partner restano a carico delle donne le attività routinarie più onerose e meno gratificanti di lavoro familiare e soprattutto quelle “obbligatorie”: agli uomini resta ancora il privilegio di scegliere non solo “se” partecipare, ma anche in “cosa” e ciò si traduce spesso nella scelta di attività sporadiche e comunque più gratificanti.“(p.99) Ma all’interno della coppia questa disparità non si traduce in conflittualità o elevato grado di insoddisfazione e il lavoro domestico continua ad essere simbolicamente identificato con le donne. Tale effetto dominante non fa percepire alle donne stesse le diverse responsabilità familiari, anche se la mancanza di tempo affligge soprattutto chi lavora con un contratto a tempo pieno, tale categoria avverte più acutamente la mancanza di corrispondenza tra aspettative e tempo obbligato. “Part time e flessibilità oraria rappresentano per le donne strategie di organizzazione del tempo di lavoro che favoriscono in misura diversa la conciliazione con i carichi di lavoro familiare. Non poter ricorrere a nessuna di queste strategie e gestire, di conseguenza, elevati sovraccarichi di lavoro determina evidenti difficoltà di conciliazione e impatta fortemente sulla qualità della vita percepita. Completamente diverso il discorso

per gli uomini, per i quali il lavoro part time e la possibilità di fruire di flessibilità oraria non rappresentano strumenti in grado di migliorar la qualità della vita percepita. Il part time, in particolare, pur consentendo di dedicare più tempo alla vita familiare sembra associarsi ad una maggiore insoddisfazione. Una migliore qualità della vita percepita si associa invece, tra gli uomini, a fattori di natura diversa che chiamano i causa, tra l’altro, la composizione della famiglia, la condizione lavorativa della partner e la gratificazione derivante dal lavoro svolto.” (Istat 2008, p.211) Un altro significativo elemento è, infatti, il part time prevalentemente femminile, ancora scarso percentualmente e motivato da necessità di cura per la maggior parte dei casi che ricade non solo sul presente delle donne ma anche sui salari differiti. Il quadro è completato ulteriormente dai dati relativi a donne che non hanno mai lavorato che sono il 46,1% della popolazione femminile. Le ragioni sono varie ma non c’è dubbio che la percentuale più elevata è rappresentata dalla necessità di cura (45,1%).Se si vuole delineare un profilo questo riguarda in misura maggiore le donne del nord, con un basso titolo di studio e un partner con un lavoro autonomo. Inoltre, l’8,5% segnala che i familiari non erano d’accordo e il 13,8% sceglie fra i diversi items quello relativo ad altri motivi familiari. Ma ancora un dato importante lo si trova fra le donne che hanno lasciato l’occupazione produttiva, il 38,3%, che non avrebbe voluto farlo e altre che invece cercano lavoro ma non riescono a raggiungere questo obiettivo soprattutto al sud. Un “effetto scoraggiamento” che ancora pesa non solo sulla condizione femminile ma sull’intera famiglia per cui come scrive Ferrera ”Senza riforme coraggiose le famiglie italiane (e soprattutto le madri italiane) sono destinate a restare intrappolate nel circolo vizioso dell’inattività sussidiata o nel vuoto pneumatico della cosiddetta incapienza: niente reddito da lavoro (regolare), niente


aiuti dallo Stato, molta povertà (p.85). Un paese bloccato Come sottolinea Ferrera nel suo libro, “Il fattore D”, siamo in un circolo vizioso una anoressia riproduttiva di cui l’Italia sembra essersi ammalata, che sfocia in pochi servizi che a sua volta bloccano l’occupazione. L’analisi che viene fatta rischia di scambiare gli effetti per le cause mentre, sarebbe importante focalizzare la questione del ristagno economico nel non allargare l’accesso alle competenze femminili. Solo così anche le rappresentazioni collettive dominati subirebbero dei cambiamenti con la possibilità di innescare un circolo virtuoso che superi gli stereotipi più diffusi e promuova nuove dinamiche di sviluppo. Per esempio due economiste Casarico e Profeta hanno calcolato che l’ingresso nel mercato del lavoro di sole centomila donne oggi inattive farebbe crescere il nostro PIL di 0,28 punti l’anno, consentendo un incremento della spesa pubblica del 30%. Oggi le donne che potrebbero lavorare sono più di 5 milioni, una condizione spesso non scelta ma subita una vera e propria trappola dell’inattività. Inoltre, come abbiamo visto con l’indagine Istat anche i soli dati quantitativi mettono in luce come l’aumento dell’occupazione

garantirebbero maggiori entrate economiche e le donne potrebbero essere più autonome e soddisfatte e garantire, allo stesso tempo, una maggiore sicurezza sociale. Per quanto riguarda il sempre è più preoccupante problema dell’invecchiamento della popolazione i demografi sottolineano l’attuale fase di “avvitamento” , per cui la propensione ad avere figli è legata anche a elementi materiali e ad un welfare residuale che scarica sulla famiglia, invece di sostenerla, i costi della riproduzione sociale. Le donne giovani, ad esempio, vogliono avere figli ma non vogliono scegliere tra lavoro e famiglia. Il ritardo alla nascita del primo figlio poi è da attribuire ad un mercato del lavoro rigido, a posti precari a nuove insicurezze, riguardanti soprattutto le donne che permangono più a lungo in ruoli professionali a tempo determinato e in posti che molte volte non corrispondono al titolo di studio. Se analizziamo comparativamente la situazione degli altri paesi europei a famiglie più numerose corrisponde un modello culturale che condivide maggiormente i carichi di cura all’interno della coppia e una conciliazione più favorevole, attraverso i servizi sociali, delle responsabilità

familiari. L’Unione Europea dagli anni ‘90 ha avviato campagne di sensibilizzazione, prodotto direttive, individuato strumenti e misure a favore dell’armonizzazione dei diversi tempi di vita con uno sguardo particolarmente attento alla flessibilità degli orari. L’analisi comparata ha però rilevato che nessuna politica pubblica finora si è dimostrata sufficientemente articolata per conseguire i risultati attesi. Le ricerche in questo settore segnalano la necessità di interventi caratterizzati da continuità, dove elemento prioritario diventa il coinvolgimento di tutti gli attori in un progetto condiviso e coordinato nei molteplici ambiti in cui organizziamo la nostra vita quotidiana. Ancora si registrano carenze nell’informazione sui congedi, penalizzazione economica soprattutto se si tiene conto dei differenziali di reddito tra uomini e donne per cui la valorizzazione delle buone pratiche e maggiore informazione e sensibilizzazione sembrano alcune delle possibili vie da seguire. Ne deriva, sulla base di queste importanti indicazioni, che gli studi di genere non hanno valore solo rivendicazionista per le donne rispetto alle pari opportunità ma, al contrario, diventano un tema centrale per far crescere l’economia. Su questa linea anche le politiche di conciliazione non sono più solo viste come concessioni ai lavoratori ma anche come strumento per accrescere la produttività e conseguire risparmi, contenere i livelli di assenteismo, rafforzare lealtà e motivazione, avere il proprio personale già formato che ritorna in azienda con tempi più brevi dopo una maternità sono tutte convenienze anche per il datore di lavoro. In sintesi, la sfida prima che finanziaria è culturale, naturalmente non trascurando l’importanza di incentivare l’attuazione di buone politiche che realizzino fattivamente l’equità di genere.

* Docente del Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università di Pisa.

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Donne che donne Nadia Bellè *

La storia ci ha mostrato che gli uomini detengono da sempre i poteri concreti; dai primi tempi del patriarcato hanno giudicato conveniente tenere la donna in stato di minorità, i loro codici le sono ostili. In tal modo la donna fu posta concretamente come “l’altro”. Tale condizione serviva gli interessi economici dei maschi e conveniva inoltre alle loro presentazioni ontologiche e morali. Però pensavamo che l’imperfetta cittadinanza che continua a caratterizzare il quotidiano del genere avesse registrato notevoli progressi da quando la donna, come scriveva Michelet, era l’essere relativo. Ma non è così, di recente è apparso un articolo a firma di Geminello Alvi sulle pagine del Giornale che recitava così “chi rovina la scuola

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è il suo essersi trasformata in uno scassato gineceo di laureate in crisi di nervi, che educano alla noia gli studenti con la stessa stanca fretta con cui fanno la spesa. Perché questo è ora in Italia la scuola: luogo dove non solo la cultura massificandosi s’è immiserita; come previsto da Nietzsche. Ma inoltre pure sede di procedura devirilizzante, per esclusiva somministrazione di insegnanti donna”. Che dire, forse Geminello Alvi sarà convinto che la Gelmini ci salverà dalle scuole matriarcali, così intitola il suo pezzo, ma forse dovrebbe conoscere la storia di tutte quelle donne che si sono impegnate e che hanno sacrificato la loro vita per intraprendere la carriera scolastica. Una per tutte Italia Donati, figlia di poverissimi contadini della Val di Nievole, in provincia di Pistoia,

vissuta alla fine dell’800, alla stregua di molte colleghe era stata spinta ad intraprendere la “carriera” scolastica dalle misere condizioni della famiglia. Si era dunque trasferita in un piccolo paese della campagna pistoiese, Porciano, dove però era stata costretta a subire la corte pressante del primo cittadino, che le aveva imposto di vivere in una casetta attigua alla propria. A seguito delle maldicenze di cui era stata fatta oggetto, in particolare dopo essere stata accusata di avere abortito, reato gravissimo a quel tempo, la Donati ricorse, senza alcun esito, al procuratore del Re, costringendo le autorità comunali a promuovere un’inchiesta che si era conclusa con un documento ufficiale apertamente schierato in difesa della maestra. La scelta di cambiare abitazione non servì a


placare i pettegolezzi, che, anzi, ricevettero alimento dalla nuova situazione: la ragazza venne infatti accusata di essere l’amante del figlio del proprietario di casa e di aspettare un figlio da lui. Non ebbe miglior esito il trasferimento predisposto dal Comune e dal nuovo sindaco. Gli abitanti della frazione nella quale avrebbe dovuto prendere servizio Italia, inviarono messaggi oltraggiosi, nei quali dichiaravano di non essere disposti ad accettare l’“avanzo” dei porcianesi. Dopo ulteriori vessazioni, il corpo di Italia Donati, fu trovato, il giugno del 1886, nel deposito d’acqua di un mulino, insieme ad una lettera con la quale disponeva che il suo corpo fosse lasciato al Tribunale per l’autopsia e che alle esequie partecipassero soltanto bambine e bambini, compresi i suoi scolari, e i quattro incappati, oltre ad una missiva destinata al fratello Italiano. All’autopsia, che dimostrò peraltro la sua innocenza, seguì il modesto funerale, così come lei aveva predisposto, e l’interramento nel paese tanto odiato poiché la famiglia non poteva permettersi la spesa per il trasferimento della salma. Il dibattito che scaturì dalla tragedia raccontata dal redattore viaggiante del Corriere della Sera Carlo Paladini, mise in evidenza che la condizione di molte maestre, soprattutto di quelle rurali, non era molto diversa. Tragedie analoghe a quella della Donati accadevano un po’ dovunque e la loro situazione era stata denunciata, fra gli altri, da Matilde Serao e lo stesso Corriere della Sera aveva dato notizia di numerosi casi analoghi e, più in generale, delle difficili condizioni

di vita delle maestre rurali, in larga misura riconducibili alla legislazione scolastica post unitaria. Il legittimo desiderio di una ragazza povera di uscire dalla propria miserevole condizione e di emanciparsi, suscitava il biasimo generale. La maestra e l’impiegata delle poste, erano allora gli unici lavori non manuali aperti alle donne. L’unità d’Italia era molto recente e l’analfabetismo altissimo. I vari governi del tempo si erano proposti di stroncarlo istituendo scuole rurali in ogni frazione, ma i comuni lesinavano i già scarsi fondi disponibili: le insegnanti erano mal pagate, maltrattate, confinate in aule indecenti, private di materiale didattico e persino del gesso e dell’inchiostro, isolate tra la gente diffidente e ostile all’intrusa e all’istruzione perché sottraeva i bambini ai lavori dei campi. Le maestre hanno avuto il grande merito di insegnare a leggere e a scrivere, tra enormi disagi e difficoltà, a generazioni di scolari dell’Italia unitaria. La storia personale della Donati si inserisce nella storia del nostro paese: un paese chiuso, arretrato, misogino e pieno di pregiudizi. Le leggi, le tradizioni, il costume, le idee, le regole sociali congiuravano tutte contro il sesso femminile. La legge Casati, infatti, affidava ai Comuni le competenze sulla scuola elementare e sui maestri, i quali si trovavano praticamente in balia delle amministrazioni locali, che potevano licenziarli a loro piacimento e pagavano loro stipendi inferiori al minimo legale. La stessa legge permetteva, inoltre, in alcuni casi, di istituire le “scuole miste”, nelle quali i maestri insegnavano, in orari diversi,

sia ai bambini che alle bambine e percepivano uno stipendio molto basso, che veniva oltretutto decurtato di un terzo nel caso che l’insegnante fosse una donna. Le difficili condizioni delle finanze comunali indussero a un abuso nell’istituzione di questo tipo di scuole e ad un massiccio impiego di maestre, le quali si ritrovarono così ad occupare il gradino più basso nella gerarchia scolastica e, in quanto donne spesso lontane dalle famiglie, a subire pesanti discriminazioni. Questa è sola una delle tante storie di donne che credevano nel valore dell’istruzione e che mai avrebbero pensato che dopo più di un secolo qualcuno avrebbe avuto l’ardire di accusare le insegnanti dello sfascio della scuola italiana e delle lacune degli studenti o meglio dei “ciucci e decelebrati che sculettano per le aule con le bocche semiaperte e gli occhi vuoti, incapaci di formulare un qualsiasi enunciato dotato di senso”. Voglio terminare ricordando solo un’ultima cosa, nel periodo fascista il sistema formativo ha espresso una politica scolastica fortemente antifemminile che si è protratta fino a circa vent’anni orsono e che con grandi rivendicazioni chi ci ha precedute era riuscita a cambiarla: oggi si sta tornando indietro, stanno rimettendo tutto i discussione. Tilde Giani Gallino scriveva: “nella cultura dell’uomo, la donna può avere una storia personale, ma non può fare la storia in nessun campo”.

* Consulente di materia in Sociologia del Lavoro - Dipartimento di Studi Sociali dell’Università degli Studi di Firenze

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In Toscana un patto per favorire l’occupazione femminile di qualità Carla Gassani * L’occupazione femminile rappresenta una risorsa strategica per lo sviluppo dell’economia Toscana. Questa l’idea al centro del Patto per l’occupazione femminile, firmato a Firenze nel luglio scorso, anche dalla Provincia di Massa – Carrara. Questo patto è il primo in Italia che vede coinvolte una Regione – la Regione Toscana, tutte le Amministrazioni Provinciali, la Consigliera Regionale di Parità, la Commissione Regionale per le Pari Opportunità, nonché le Organizzazioni Sindacali e le Associazioni Datoriali che con questo atto si impegnano a sostenere azioni per promuovere l’occupazione femminile e per rimuovere gli ostacoli che di fatto impediscono una piena partecipazione delle donne allo sviluppo economico locale. Punto di partenza del patto è la considerazione che, nonostante siano stati fatti alcuni passi in avanti per quanto concerne l’occupazione delle donne, ancora molto resta da fare per raggiungere l’obiettivo di Lisbona di avere, entro il 2010, un tasso di occupazione femminile pari al 60%. Il tasso di occupazione delle donne assume infatti in Toscana valori ancora lontani dal questo livello: la media regionale è pari al 55% e ben al di sotto del tasso di occupazione maschile. Le donne risultano inoltre essere più precarie degli uomini, questo significa che se lavorano, lo fanno a condizioni contrattuali peggiori. Mentre il lavoro instabile e precario incide nella componente femminile per il 15%, per la componente maschile assume valori pari all’11%. In particolare le donne risultano nettamente svantaggiate nei percorsi di stabilizzazione: a distanza di 6 anni da un avviamento al lavoro con un contratto a termine, solo il 42% della componente femminile risulta essere stabilizzata contro il 61% di quella maschile. Permangono inoltre differenziali retributivi tra i generi. La difficoltà per molte donne di partecipare pienamente al mercato del lavoro, anche attraverso

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un’occupazione di qualità, risulta spesso legata a problemi di conciliazione tra tempi di vita e di lavoro. La divisione dei ruoli tra i generi, tutt’oggi esistente nella nostra società, implica che il carico del lavoro di cura di minori, di anziani o di persone con handicap, ricade per lo più sulle spalle delle donne, strette pertanto nella doppia presenza del lavoro per la famiglia e del lavoro per il mercato. Il patto intende affrontare tutte queste tematiche andando ad individuare una serie di azioni e di impegni, a cui la Regione e le Province contribuiscono, attraverso le risorse finanziarie messe a disposizione dal Fondo Sociale Europeo. Tra le principali azioni troviamo: - gli incentivi per l’assunzione di donne con contratti a tempo indeterminato, sia a tempo pieno che part time, in particolare donne over 35 anni - la Carta formativa I.L.A.-Individual Learning Account, una carta di credito prepagata che permette di “acquistare la propria formazione”, nell’ottica della personalizzazione del percorso formativo, ma anche di finanziare alcune misure di accompagnamento quali ad esempio servizi di baby sitteraggio - il programma PARI pre crisi gestito da Italia Lavoro, volto a favorire l’inclusione sociale e l’inserimento di lavoratrici svantaggiate attraverso incentivi - i voucher di conciliazione per l’acquisto di servizi per la cura di anziani, minori e persone disabili al fine di consentire alle donne di frequentare

corsi di formazione professionale o di cercare attivamente un’occupazione Nel patto vengono inoltre indicate alcune azioni ritenute prioritarie per favorire l’occupazione delle donne tra cui: - lo sviluppo, in ottica di genere, dei Servizi Provinciali per l’Impiego anche attraverso la Referente di Genere, una figura professionale istituita dal PIGI – Piano di Indirizzo Generale Integrato 2006/2010 della Regione Toscana. La Referente di Genere si occupa di promuovere le pari opportunità tra donne e uomini nelle aziende e nel territorio, contribuendo a creare le condizioni favorevoli all’accesso delle donne nel mercato del lavoro anche attraverso attività di animazione e di sviluppo della rete. In questo importante documento programmatico troviamo anche l’impegno della Regione Toscana a promuovere progetti pilota per favorire la presenza di donne immigrate in ruoli di responsabilità, ma anche azioni volte a potenziare i servizi per la prima infanzia al fine di avere entro il 2010 almeno il 33% dei bambini e delle bambine 0- 3 anni, inseriti in strutture, così come indicato dall’Unione Europea. Le parti sociali si impegnano inoltre a svolgere in raccordo con i Servizi per l’Impiego azioni di marketing territoriali volte a favorire l’occupazione femminile nonché sensibilizzare le aziende al fine di creare una cultura favorevole alla conciliazione tra tempi di vita e di lavoro, attraverso l’impiego di orari flessibili, la diffusione nell’uso dei congedi parentali, la promozione del part time e del telelavoro. Il patto riconosce infine un ruolo fondamentale e strategico alla formazione continua suscettibile sia di favorire la crescita professionale ma anche quale strumento utile per diffondere una cultura delle pari opportunità e di contrasto alle discriminazioni di genere.

* Referente di Genere della Provincia di Massa-Carrara


Da Biancaneve ad Eva Kant… Annalia Mattei * Le favole parlano sempre del bene che trionfa sul male, del cattivo sconfitto che fugge e del buono portato in trionfo.. con l’inevitabile finale “ e vissero tutti felici e contenti”.. Ma se grattiamo un pochino al di sotto delle semplici parole, delle cadenze pacate, dei dolci sussurri per addormentare sereni i bambini, ecco che esse mostrano un diverso universo. La madre naturale è sempre dolce e buona, la matrigna sempre bella, perfida e cattiva, la principessa sempre in pericolo e per quanto si dia da fare, se non arriva il principe azzurro a salvarla e’ destinata a soccombere ad eventi più grandi lei. Che si tratti della Sirenetta di Cristian Andersen,- che ricordiamo, nella versione originale si trasforma in ondina rinunciando per la seconda volta a se stessa, pur di non uccidere un amore incapace di riconoscerla – o quella rivisitata e corretta di Walt Disney, che si tratti di Minni o Paperina, gli eroi della storia sono sempre i maschietti, che magari apparendo solo per un minuto, facciamo due , come il Principe Azzurro di Biancaneve, con un unico bacio risolvono un’intera esistenza di stenti. Di quello che si può dedurre esaminando le favole della nostra società, ne parlerò in un altro tempo ed in un altro luogo, magari citando fonti più autorevoli di me… Ma alcune caratteristiche della percezione del ruolo femminile sono talmente evidenti che balzano agli occhi: la principessa, sottomessa per quanto lottatrice, per aspirare ad una esistenza degna – come comprimaria si intende, poiché il Re sarà sempre il consorte deve essere salvata dall’eroe della storia… che si tratti pure di un eroe distratto, che se la perde nel corso di una festa… Alcune favole moderne si chiamano fumetti. Alcuni di essi hanno anni di vita alle spalle, poiché queste favole , non più legate alla ripetizione orale, possono

arricchirsi di molteplici episodi delle esperienze dei loro personaggi. Come Diabolik…. E qui il discorso comincia a farsi molto intrigante. Quasi tutti gli autori, sia di favole, sia di fumetti, sono ed erano maschi. Le loro storie rispecchiano ciò che delle donne pensavano loro e la società di cui fanno o facevano parte. Diabolik no ….Diabolik nasce nel 1962 “ creato da Angela e Luciana Giussani”. Due donne, due anime coraggiose gettano il “cuore oltre l’ostacolo” e cominciano a lavorare in un universo maschile ancor prima che le femministe sessantottine scendano in piazza… E con che personaggio, poi. Tanto per cominciare, è un antieroe. D’accordo, è bello come Lucifero, il più bello fra gli angeli, ma come Lucifero, è un malvivente. Peggio, è un criminale. Uccide senza scomporsi. Sempre con uno scopo e mai per sfizio, ma lo fa con disinvoltura e senza rimorso, che si tratti di propiziarsi un furto od una fuga. E’ intelligente, anzi geniale, con un suo codice di comportamento distorto a cui è fedele… Ma non esattamente riconducibile al Codice Civile. La proprietà privata gli interessa solo nella misura in cui può appropriarsene…

ammesso ne valga la pena… Eppure un simile personaggio funziona, inizia a vendere, anzi vende così bene che ancora esce regolarmente in edicola, ha un sito Internet, parecchi fan clubs, serie a cartoni animati in Tv e film al botteghino. Fa pure pubblicità , anche positiva, perché odia la crudeltà fine a

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se stessa… Forse prendendo in contropiede le stesse autrici, Diabolik, un personaggio antipersonaggio tale da non avere neppure un nome proprio, magari fittizio come Clark Kent per Superman, funziona. Ed ecco quindi che bisogna trovargli una compagna. E compare Eva Kant. Neppure lei è un fiorellino di campo, all’inizio sappiamo di lei che si tratta di una giovane, bellissima vedova bionda con gli occhi di smeraldo, cui le chiacchiere imputano la morte violenta del marito. Siamo in presenza di un’altra figura contro? Eva Kant rappresenta una donna diversa, così come Diabolik è diverso? Dovrebbe essere così, in fondo le menti pensanti sono due donne, e molto diverse dallo stereotipo femminile del tempo. Ed invece no, Eva è al di fuori solo della legge. Malvivente compagna di un malvivente, anzi criminale compagna di un criminale,come si affanna a ripetere il povero ispettore Ginko, che in quanto “buono” dovrebbe essere l’eroe della storia, e che invece è solo l’ottima spalla. Per il resto, per anni, Eva è la “classica” eroina delle favole: giovane, bella, bionda e fragile. Per cavarsi dai guai ha bisogno del “Lui” di turno. E seppure esordisce col salvargli la vita - cosetta non da poco, lui doveva “soltanto” essere ghigliottinato, in fondo è pur sempre un criminale- e lo fa con una intuizione geniale ed una freddezza da killer, dopo un simile esordio, in quanto compagna del Re del Terrore, siede alla destra del trono, ma non sul trono. Quando lo fa, è solo perché Lui è momentaneamente assente. Magari in galera, dalla quale lei deve salvarlo usando la propria mente eccellente, alla quale abdica appena il Re riappare. Se lui è presente, lei è insicura, gelosa, irrazionale- persino superstiziosa come una vecchia zitella- e se condivide i suoi piani lo fa solo perché sono talmente ambiziosi e complessi da non poter essere portati a compimento in solitudine. Anche se non la vediamo mai con un grembiule mentre spolvera o mentre cucina (che mangino solo al ristorante?) è pur sempre una “casalinga” in attesa che lui rientri dal lavoro. Con qualche ansia in più, dato il lavoro in questione, ma perfettamente calata nel ruolo. A tal punto che queste sue caratteristiche femminili - e per fortuna che non ha gli occhi azzurri, altrimenti potrebbe essere Barbie - a volte sono di intralcio al lavoro di lui.. Che le perdona tutto perché la ama, ma le insicurezze di Eva a volte lo mettono di cattivo umore, per non dire nei guai. Se si

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inalbera – e sempre per futili motivi, come il timore di altre donne, che lui a volte frequenta, ma solo per lavoro! – Eva è anche capace di piantarlo in asso nei momenti meno opportuni.. Una “moglie” perfetta, insomma, anche se sposata non è. Ma li finisce l’anticonformismo. Ed il bello è che tale idea di moglie alla destra del trono nasce nella mente di due donne. Perché? Eppure sono due toste… Uscirsene con la pubblicazione di un fumetto che poi ispirerà un genere, nel lontano 1962, donne in un mondo di uomini, con un personaggio il cui fascino – notevole ! fra l’altro – è di essere un personaggio “oltre”, che fa dell’essere criminale una tale espressione di arte da tenere aggrappati a se migliaia di lettori, che apprezzano ogni finale sconfitta del “bene” normalmente inteso, significa saper pensare “oltre” gli schemi… Però il loro è un prodotto commerciale, devono tener conto del pubblico dei lettori. Forse Eva agli inizi, per anni dopo l’inizio, è la “casalinga-compagna” – non la vediamo stirare, ma non la vediamo neppure organizzare un “suo” colpo – del grande criminale per adeguarsi alle aspettative di chi leggeva le storie. Quindi, seppure forse le Giussani non condividessero lo stereotipo, il pubblico italiano è stato per anni più che disponibile ad accettare che il povero ispettore Ginko si ritrovasse con le mosche in mano a due tavole dalla fine, ma non a vedere Eva che pensava indipendentemente da Diabolik. C’è di fare qualche profonda riflessione, che avendovi dato lo spunto, lascerò a voi completare… Però, sia resa grazie agli dei, Eva nel tempo evolve, cambia. Negli anni (oltre quaranta) cresce, smette di essere la complice necessaria e diventa la vera compagna di vita. Se la sua bellezza resta statica nel tempo, è sempre giovane, bionda e bellissima (è una favola, no?) lei nel tempo diventa la Regina del Terrore, conquista il trono, non vi sta più accanto. Ci impiega un tempo notevole, ma riesce a convincere il compagno della propria capacità di sopravvivere. Avergli innumerevoli volte salvato la vita, in situazioni a volte impossibili, lo ha portato a ritenere Eva capace di essere anche senza di lui. Anzi, è arrivato a pensare che in certe situazioni lei sia più implacabile di lui. Al punto tale che da “Diabolik” si stacca una costola- non potrebbe essere diversamentee nasce una testata chiamata “Eva Kant”.

Timidamente, non sempre, e senza troppo scalpore, ma ogni tanto Eva è protagonista di se stessa; sia nella propria testata, spesso celebrativa, sia nella pubblicazione ordinaria, Eva pensa per se e di se. Organizza anche qualche colpo, per i proprii scopi, e , miracolo, lui ha imparato a farle da complice, e, miracolo dei miracoli, “non so cosa hai fatto e perchè l’hai fatto, ma se l’hai fatto, avevi una buona ragione per farlo” le dice in uno degli ultimi episodi, pur essendosi lei intromessa in un suo piano e con ciò avendo ritardato un suo colpo…. In un episodio iniziale, solo per aver liberato dei prigionieri, Eva rischia il soffocamento… Sappiamo così che Eva, “Quando Diabolik non c’era” o “Lontana da Diabolik” sa cavarsela alla grande senza aspettare che arrivi qualcuno a regalarle – o meglio, venderle a caro prezzo – la vita che sogna. Si sono bloccate le vendite? No. E’ cambiato il pubblico pagante, ora son tutte donne? Non credo, compro Diabolik e sono una donna, ma vedo un sacco di maschietti comprarlo come me…. Quindi il cambiamento di Eva, oltre ad aver piacevolmente sorpreso me, non ha allontanato dalla testata i lettori maschili…. Intrigante, non pensate? Il pregio di Diabolik, oltre alla particolarità dei suoi protagonisti (Eva e Diabolik da un lato, la duchessa Altea e Ginko dall’altra, due donne straordinarie per due uomini forti) è che è lo specchio della società che lo circonda: all’inizio il mondo criminale è pieno di contrabbandieri, assassini e ladri, ora sono presenti mafia, droga, delitti ambientali, commercio di organi , tutte cose contro cui lo strano codice di comportamento di Eva e Diabolik, che uccidono con sovrana indifferenza, prevede una lotta senza quartiere, e forse è anche per questo che ci sono simpatici… E’ interessante notare che adesso, in quell’universo è prevista una Eva compagna paritetica di Diabolik. Che pure così, capace di pensiero e comportamento indipendente, la ama più di prima. Perché adesso la ama davvero, per ciò che è, non per ciò si immaginava fosse. Il mio augurio a tutte coloro che ancora si sentono le Biancaneve e Cenerentola di turno, in attesa che il principe azzurro le liberi dalla cenere, è di crescere come Eva Kant … da non intendersi come una istigazione a delinquere ( non fraintendete!!!) ma a mutare il modo di intendere e presentare se stesse.

* Consigliera di Parità Provincia di Massa - Carrara


Esiste un antidoto per i conflitti, la violenza e le discriminazioni? Corinna Conci ed Eleonora De Montis * Esiste un antidoto per i conflitti, la violenza e le discriminazioni? Più che una cura, esiste un modo per prevenire questi comportamenti problematici. Esiste l’informazione e la consapevolezza, esiste il conoscere che rende comprensibili le differenze e le avvicina. Punto di partenza è sempre la convinzione che l’azione di prevenzione delle tematiche in discussione deve passare attraverso la promozione del benessere privilegiando l’intervento nelle sedi scolastiche. Da sempre la scuola e gli insegnanti in particolare sono chiamati a svolgere un ruolo chiave nella prevenzione e nella gestione di tali problematiche; in particolare negli ultimi tempi sono giunte agli istituti notevoli sollecitazioni sia a livello ministeriale che provinciale. Il Centro Antiviolenza di Parma propone cicli di incontri nelle scuole, sia di tipo formativoinformativo per gli studenti sia di confronto con gli insegnanti che ne sentono l’esigenza. I progetti vedono coinvolte le operatrici, le avvocate, le psicologhe-psicoterapeute, le volontarie e le formatrici del Centro Antiviolenza. Solitamente si opera nelle scuole primarie e secondarie di primo e secondo grado con progetti diversi e specifici per età e classe. Il lavoro può concretizzarsi in laboratori costituiti da più incontri oppure interventi singoli a titolo di sensibilizzazione. Per quanto riguarda la metodologia, le attività si svolgono in piccoli gruppi o in plenaria, tramite diverse attività, alcune delle quali interattive (tra le altre, simulate o giochi di ruolo), in quanto metodi più creativi a volte

possono essere più stimolanti per gli/le alunni/e. I contenuti degli interventi sono molteplici. La violenza è purtroppo sempre più frequente così come le

problematiche inerenti ad essa. La presenza di discriminazione tra uomo e donna, tra amici, tra figli e genitori, tra alunni ed insegnanti evidenzia che da un lato chi agisce violenza ha appreso una modalità inadeguata di relazione e di gestione delle proprie risorse, e dall’altro che spesso la vittima in qualche modo giustifica e tollera tutto questo. La prevenzione delle discriminazioni è un tema sempre più complesso e pressante: la differenza tra i generi e tra individui dello stesso sesso, se condizionata da stereotipi, può incrementare le discriminazioni

di genere in maniera più o meno evidente, compromettendo i rapporti di relazione tra pari e tra questi e gli adulti. I messaggi stereotipati sull’immagine maschile e femminile, veicolati dai media, spesso rinforzano e diffondono idee distorte relative alle attitudini e ai ruoli dell’uomo e della donna. Infatti, nella cultura tradizionale, l’uomo e la donna sembrano dover possedere determinate caratteristiche. Anche il bullismo è una problematica violenta: le sue dinamiche sono legate ad aspetti psicologici delle figure del ‘bullo’, della ‘vittima’ e degli altri attori. La prevenzione della violenza implica un lavoro sui concetti di conflitto, autostima, comunicazione assertiva e gestione delle emozioni. L’attenzione è volta a sollecitare le abilità nel riconoscere le emozioni, gestirle e sulla conseguente capacità di comunicare i propri sentimenti. Anche la stima di sé e le capacità di valorizzare gli aspetti positivi delle esperienze sono caratteristiche fondamentali per una buona comunicazione. E’ importante inoltre l’acquisizione di alcune capacità assertive come l’autorealizzazione nel rispetto degli altri e la consapevolezza dei diritti della persona.

* Volontarie dell’Associazione Centro Antiviolenza di Parma

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Dal Merit System allo Spoil System ...... all’italiana Barbara Dell’Amico * L’articolo 6 della Legge n. 145/2002 (Disposizioni per il riordino della dirigenza statale e per favorire lo scambio di esperienze e l’interazione tra pubblico e privato), denominata Legge Frattini (dal nome del suo promotore), ha introdotto una sorta di “semestre bianco” per le nomine ai vertici dei consigli di amministrazione o degli organi equiparati degli enti pubblici, delle società controllate o partecipate dallo Stato e delle Agenzie o altri organismi. Incarichi di questo tipo, conferiti nei 6 mesi precedenti allo scioglimento anticipato delle Camere, possono essere revocati, confermati, modificati o rinnovati entro 6 mesi dal voto di fiducia dal Governo entrante. Il medesimo articolo estende inoltre lo stesso meccanismo ai rappresentanti del Governo e dei Ministri, in ogni organismo e a qualsiasi livello, nonché ai componenti di comitati, commissioni e organismi ministeriali e interministeriali, nominati dal Governo o dai Ministri. Si può con sicurezza affermare che la Legge Frattini introduce anche nell’ordinamento italiano il sistema dello Spoil System, retaggio del sistema anglosassone, che indica la facoltà riconosciuta alla parte politica vincitrice nella competizione elettorale, di collocare persone di fiducia nei posti chiave dell’apparato burocratico: da qui il nome che evoca “la presa delle spoglie da parte del vincitore”, come se si parlasse di un un bottino di guerra. Data la natura controversa dell’istituto

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dello Spoil System, la Corte Costituzionale, tramite la Sentenza n. 233/2006, ha fornito una chiave di lettura della Legge Frattini: secondo la Corte lo Spoil System da la possibilità agli organi politici di scegliere i soggetti idonei ad assicurare l’efficienza ed il buon andamento dell’azione amministrativa sulla base dell “intuitus personae”, ovvero sulla loro coerenza rispetto all’indirizzo politico statale.

Tuttavia, nella sentenza n. 104/2007, la stessa Corte ha precisato che lo Spoil System rappresenta un’eccezione limitata agli incarichi di diretta collaborazione con l’organo politico in quanto occorre, per le altre categorie, salvaguardare il dettato costituzionale che garantisce il principio incontrovertibile del buon andamento della Pubblica Amministrazione (art. 97 e 98 della Costituzione) Inoltre,


secondo la sentenza n. 103/2007 della Corte Costituzionale, la legge Frattini, non potrà mai applicarsi in maniera automatica pertanto, il dirigente, può essere sottoposto alle direttive del vertice politico, ma non può essere messo in condizioni di precarietà nel caso si sancisca un automatica decadenza, essendo necessaria una specifica verifica di opportunità e il rispetto della garanzia del giusto procedimento. Su questa linea anche il Consiglio di Stato che, con la sentenza n. 4554/2006, ha escluso la revocabilità dell’incarico di direttore di un istituto di ricovero e cura a carattere scientifico (I.R.C.C.S.) “in quanto l’incarico ( di promozione e coordinamento dell’attività scientifica dell’istituto) non ha ad oggetto l’attuazione dell’indirizzo politico e quindi non è retto dal principio dello Spoil System ma dal principio del merit system”. Il sistema dello Spoil System dunque, entro certi limiti, è legittimo e ammesso, ma non potrà essere applicato verso organismi indipendenti, imparziali e di garanzia, come ad esempio la Consigliera Nazionale di Parità, in quanto è l’Ordinamento Italiano, nonché la stessa legge ispiratrice, a presiedere esplicitamente contro possibili attacchi da parte del potere politico. Nelle grandi democrazie in cui lo Spoil System si applica, dagli Stati Uniti alla più vicina Germania, c’è una netta distinzione fra ciò che è appannaggio del governo e ciò che invece esula dalle sue competenze, in base alla divisione dei poteri, al principio di legalità, imparzialità e al buon andamento della Pubblica Amministrazione.

* Tirocinante presso ufficio della Consigliera di Parità di Massa-Carrara

COMUNICATO STAMPA DEL 23/10/2008 Spoil system del Ministero del Lavoro verso l’autorità contro le discriminazioni tra donna ed uomo. Protestano le Consigliere di Parità della Toscana: viene minata l’indipendenza di questo organismo Le consigliere di parità della Toscana protestano con fermezza contro l’iniziativa del Ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, il quale il 13 ottobre u.s. ha avviato un procedimento di spoil system secondo la l. 15/7/2002 n. 145 (cd. Legge Frattini) per la “verifica dei presupposti “ della nomina della Consigliera Nazionale di Parità, la prof.sa Fausta Guarriello, effettuata con decreto del 22 gennaio 2008. Tale iniziativa, appare infondata sotto il profilo normativo, in quanto la figura della Consigliera di Parità è nominata attraverso una valutazione di carattere tecnico (deve possedere competenza ed esperienza pluriennale in materia di lavoro femminile, parità e mercato del lavoro), svincolata da ogni considerazione di carattere politico, ha un mandato triennale e per legge non è soggetta a revoca o decadenza in caso di ricambio governativo. Ma soprattutto è un ufficio con funzioni di controllo delle discriminazioni per ragioni di sesso e di promozione del principio costituzionalmente garantito di eguaglianza tra uomo e donna, ed in forza di questo fondamentale compito di tutela di interessi di natura individuale e collettiva di rilevanza costituzionale è definito dalla legge “funzionalmente autonomo”. E tale autonomia ed indipendenza di funzioni è prevista sia dalla legge dello stato (Codice delle Pari opportunità) che dalle Direttive Comunitarie (2002/73/CE e 2006/54/CE). Sarebbe gravissimo se questa Authority antidiscriminatoria indipendente, tenuta ad esercitare il proprio controllo in maniera imparziale, fosse soggetta alle interferenze della politica : perderebbe il suo carattere di terzietà e non sarebbe più in grado di tutelare i soggetti (donne ed uomini, ma soprattutto le donne) discriminati nel lavoro e nella formazione in ragione della loro appartenenza sessuale. L’iniziativa appare tanto più ingiustificata tenendo presente che la Consigliera Nazionale di Parità in carica è Fausta Guarriello, stimatissima docente universitaria di Diritto del Lavoro, consulente dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, riconosciuta tra le figure di massima competenza non solo nazionale in materia di legislazione sul lavoro femminile e le pari opportunità, autrice di moltissimi testi sulla contrattazione e sul diritto antidiscriminatorio. Le Consigliere di Parità della Toscana contestano fermamente l’iniziativa ministeriale, ritenendo che essa costituisca un gravissimo precedente. Le Consigliere fanno un appello a tutti i soggetti ed organismi che hanno a cuore le pari opportunità perché sostengano la Consigliera Nazionale e affermino la sua indipendenza. Le Consigliere regionali e provinciali della Toscana Marina Capponi Consigliera di Parità Effettiva della Toscana Agostina Mancini Consigliera di Parità Supplente della Toscana Marica Bruni Consigliera di Parità Effettiva della Provincia di Pistoia Maria Grazia Maestrelli Consigliera di Parità Effettiva della Provincia di Firenze Marilena Pietri Consigliera di Parità Effettiva della Provincia di Arezzo Marisa Vicario Consigliera di Parità Effettiva della Provincia Grosseto Maria Giovanna Lotti Consigliera di Parità Effettiva della Provincia di Livorno Emanuela Tempestini Consigliera di Parità Effettiva della Provincia di Lucca Annalia Mattei Consigliera di Parità Effettiva della Prov. di Massa Carrara Clara Fanelli Consigliera di Parità Effettiva della Provincia di Pisa Micaela Venturi Consigliera di Parità Effettiva della Provincia di Prato Bruna Giannini Consigliera di Parità Effettiva della Provincia di Siena

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Occupazione femminile: la nota dell’ex Consigliera nazionale di Parità

Di seguito pubblichiamo la nota dell’ex Consigliera Nazionale di Parità Fausta Guarriello, n. 14995 del 23 luglio 2008, scritta in occasione del dibattito parlamentare inerente alla conversione in legge dei Decreti n. 93/08, n. 97/08 e n. 112/08, inviata ai Ministri del Lavoro e per le Pari opportunità, alle Commissioni parlamentari competenti, a singoli parlamentari In qualità di Consigliera nazionale di parità, organismo istituzionale garante dell’attuazione dei principi di pari opportunità e di non discriminazione tra donne e uomini nel lavoro, desidero esprimere viva preoccupazione, anche a nome della Rete nazionale delle Consigliere di parità che coordino, in merito all’incidenza negativa che le previsioni normative dei Decreti legge n. 93/08, 97/08 e 112/08, approvati dal Consiglio dei Ministri e attualmente alle Camere per la conversione in legge, potranno avere sul mercato del lavoro femminile. Alcune delle norme contenute in tali Decreti incidono negativamente sull’occupazione

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femminile sotto vari aspetti, accrescendo i differenziali salariali tra uomini e donne a parità di mansioni svolte e favorendo o accentuando le discriminazioni dirette e indirette nei luoghi di lavoro. I provvedimenti in materia di detassazione degli straordinari e dei premi aziendali ad personam, nonché del lavoro supplementare, contribuiscono infatti ad accentuare i differenziali salariali fra uomini e donne (mediamente attorno al 25% secondo il recente studio Isfol commissionato dal Ministero del lavoro, ma che incide in misura maggiore proprio sulle voci variabili del salario) a causa della rilevata impossibilità/difficoltà delle donne ad un sistematico prolungamento degli orari di lavoro dovuta all’ineguale ripartizione tra uomini e donne del lavoro di cura non solo dei figli ma anche di familiari in condizioni di bisogno. Segnalo, in particolare, che l’abrogazione della legge n. 188 del 17 ottobre 2007 sulle dimissioni volontarie, legge approvata con voto quasi unanime dal Parlamento nella scorsa legislatura su iniziativa delle parlamentari di tutti gli schieramenti politici, lascia prive di tutela le lavoratrici in un momento particolarmente critico quale quello della gravidanza e del rientro dalla maternità, nel quale più facilmente sono a rischio di discriminazioni, in spregio al principio costituzionale che riconosce valore sociale alla maternità. L’abrogazione della citata legge non consente, infatti, più alcun controllo pubblico sull’ odiosa pratica, ancora ampiamente diffusa - come emerge anche dall’esperienza quotidiana delle Consigliere di parità e dalle rilevazioni effettuate dagli Ispettori del lavoro - delle cd. dimissioni in bianco, che il datore di lavoro usa discrezionalmente

quando ritiene opportuno, in particolare in caso di gravidanza o al rientro dalla maternità, respingendo le donne nelle spire del lavoro sommerso. Risulta altresì sorprendente l’abrogazione di una legge che ha l’obiettivo di affermare un principio di civiltà giuridica, quello della volontarietà delle dimissioni, a così breve distanza dalla sua entrata in vigore, senza averne potuto verificare in concreto l’efficacia. Qualora poi le motivazioni del provvedimento fossero da rinvenire nella eccessiva rigidità del meccanismo ivi previsto, ben si potrebbe intervenire sul decreto di attuazione con una semplificazione delle procedure, da individuarsi in sede di dibattito parlamentare. L’insieme di queste misure, in controtendenza rispetto ad un’evoluzione legislativa che, a partire dalla legge n. 903/77, ha sempre più favorito l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro attraverso la garanzia dei loro diritti, incide in maniera negativa sulla situazione dell’occupazione femminile in Italia e sulle condizioni di vita delle donne che lavorano, già segnata da un forte ritardo rispetto agli altri paesi europei e agli obiettivi di “piena e buona occupazione” fissati dalla strategia di Lisbona. L’assenza di misure di promozione dell’occupazione femminile regolare, in particolare nel settore dei servizi di cura alla persona e alla famiglia, come segnalato anche di recente da uno studio di Bankitalia, nonché la carenza di misure di welfare a sostegno dei giovani e della famiglia, allontana ancor più il nostro Paese dal raggiungimento degli obiettivi europei facendo della questione del lavoro femminile una vera emergenza nazionale.


Scuola delle donne pedagogiste Sara Bonni * Livorno, settembre 2008 La Scuola delle donne pedagogiste ha messo radici a Livorno ed è diventata un appuntamento stabile nel panorama della ricerca sulla cultura di genere, che vede riunite pedagogiste e docenti universitarie provenienti da tutta Italia. L’iniziativa è promossa dal Comune di Livorno in collaborazione con l’Università di Firenze (Scienze della Formazione), il Centro Donna, la Commissione Provinciale di Pari Opportunità e la Provincia di Livorno. Obiettivo della Scuola Donne Pedagogiste è quello di promuovere un luogo d’incontro in cui discutere il complesso rapporto tra genere ed educazione, unendo le competenze di alcune delle massime esperte italiane di pedagogia con gli interrogativi di giovani donne, studentesse universitarie, dottorande, ricercatrici, insegnanti, operatrici di servizi socio-educativi sul territorio e negli enti locali che vogliono avvicinarsi a questo interessante filone di studi per conoscerlo e svilupparlo. La Scuola, giunta alla sua quarta edizione, è stata dedicata quest’anno al tema del viaggio inteso come fattore stimolante di percorsi di formazione e auto-formazione femminile. Il viaggio, metafora di cambiamento, di rottura e di trasformazione può rappresentare un prezioso momento formativo se diviene oggetto di un’attività riflessiva da parte delle donne e viene inserito in un ripensamento più ampio della propria biografia personale. I viaggi, metaforici o reali, intrapresi dalle

Dipartimento Scienze dell’Educazione e dei Processi Culturali e Formativi

donne nel corso della storia sono stati spesso viaggi difficili, dolorosi, ma al tempo stesso necessari per uscire da una condizione di subalternità, di passività o di oppressione. Viaggi non solo individuali ma anche collettivi che, soprattutto negli ultimi decenni, hanno visto le donne unite nella volontà condivisa di vedersi riconosciuti diritti e libertà fondamentali. A partire dalle storie di vita, dai racconti e dalle autobiografie, letterarie e romanzate, la Scuola si è proposta di ricostruire alcuni percorsi emblematici di auto -formazione e di crescita di identità femminili. L’auspicio, credo avverato, è che queste storie possano fungere, a loro volta, da stimolo e da modello per le giovani

donne di oggi, incoraggiandole a riflettere criticamente sulla propria identità e su i propri progetti e desideri di vita futura. Il seminario, tenutosi nelle giornate di venerdì 26 e sabato 27 settembre 2008 presso il Palazzo della Gherardesca, polo decentrato della Facoltà di Scienze della Formazione presso Livorno, è stato molto partecipato, denso di contributi e con contributi scientifici di alto livello, che sono stati messi a confronto con i risultati di ricerche che si dedicano, appunto, ad approfondire le complesse tematiche di genere e contribuiscono a meglio definire un “pensiero pedagogico al femminile”.

* Referente di genere della Provincia di Massa-Carrara

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La Consigliera di Parità e le Referenti di Genere: chi sono e cosa fanno LA CONSIGLIERA DI PARITÀ

LE REFERENTI DI GENERE

E’ una figura istituzionale nominata dal Ministero del Lavoro, di concerto con il Ministro per le Pari Opportunità, su designazione della Provincia. La normativa prevede l’istituzione di una Consigliera Effettiva e di una Consigliera supplente. Nella nostra Provincia - con il decreto del 2 ottobre 2006 - sono state nominate Annalia Mattei, Consigliera effettiva e Francesca Freudiani, Consigliera supplente

La Referente di Genere è una figura professionale istituita dal PIGI – Piano di Indirizzo Generale Integrato 2006 – 2010 della Regione Toscana al fine di favorire l’occupazione e l’occupabilità femminile nell’ambito del Sistema Provinciale per l’Impiego. Nello specifico la Referente di Genere fornisce un supporto tecnico alla Consigliera di Parità e all’Assessorato alle Politiche Attive del Lavoro, al fine di favorire l’attuazione delle politiche delle pari opportunità, promuovere azioni positive con particolare riferimento alla conciliazione tra tempi di vita e di lavoro, sviluppare un modello integrato di interventi di Politiche Attive del Lavoro.

Quando rivolgersi alla Consigliera Se sei una donna o un uomo che ha subito o pensa di aver subito una discriminazione fondata sul sesso: - nell’accesso al lavoro e/o alla formazione professionale - nel livello di retribuzione - nello sviluppo di carriera - nel vivere serenamente la tua maternità e paternità nel lavoro Se sei un ente pubblico e intendi: - accedere a finanziamenti previsti dalla legge per promuovere azioni positive - costruire un Comitato d’Ente - presentare il Piano di Azioni Positive Se sei un’azienda privata e vuoi ricevere informazioni per: - accedere ai finanziamenti previsti dalla legge per promuovere azioni positive - presentare progetti di riorganizzazione aziendale sulla flessibilità - costituire un Comitato Pari Opportunità - redigere un Piano di Azioni Positive La Consigliera riceve su appuntamento Per fissare un appuntamento puoi o telefonare allo 0585/816706 - 672 – 706 o inviare una mail agli indirizzi: consiglieraparita@provincia.ms.it oppure referentedigenere@pro vincia.ms.it Puoi anche inviare un fax al numero: 0585/816730 L’ Ufficio della Consigliera si trova presso: Assessorato alle Politiche del Lavoro e Formative Via delle Carre, 55 – 54100 Massa Tel 0585 816729 Fax 0585 816730 Cellulare 334 8509699 E- mail: consiglieraparita@provincia.ms.it Sito internet: http://portale.provincia.ms.it/ Apertura al pubblico: dal Lunedì al Venerdì, dalle ore 9.00 alle ore 13.00, sabato su appuntamento

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Le Referenti di Genere si trovano presso: Ufficio della Consigliera di Parità Via Delle Carre, 55 – 54100 Massa Tel.: 0585 816706 - 0585 816672 referentedigenere@provincia.ms.it


Il prossimo 10 dicembre, presso il Salone del Consiglio Provinciale, Palazzo Banci Buonamici, la Consigliera della Provincia di Prato, con il Patrocinio della Commissione Provinciale Pari Opportunità, dell’Ordine degli Avvocati e di AIGA di Prato, organizzerà un convegno dal titolo “Sicurezza e salute della lavoratrice madre. Le prospettive aperte dal nuovo Testo Unico”. I lavori inizieranno alle 9,15 e si protrarranno nel pomeriggio. Per ulteriori informazioni: consigliera.parita@provincia.prato.it Si ricorda che, in occasione della giornata dell’8 marzo 2009, la Consigliera Provinciale di Parità organizzerà un incontro seminariale sulle problematiche relative al tema della maternità, cui verrà dato ampio risalto pubblicitario attraverso tutti i principali canali informativi. La Regione Toscana dal 2005 ha recepito il principio dell’assunzione di un’ottica di genere in tutte le politiche e le azioni regionali, come nuova politica regionale di genere in attuazione di una scelta di governo legata alla promozione delle pari opportunità. Per questo la Regione Toscana, ha intenzione di attuare un tour sugli stati generali delle Pari Opportunità, con l’obiettivo di rendere noto il lavoro svolto fino ad oggi, cogliendo anche l’occasione per presentare la nuova proposta di Legge Regionale “Cittadinanza di genere e conciliazione vita-lavoro”. Al termine del tour si terrà una giornata conclusiva sugli stati generali delle pari opportunità dove verranno presentate anche le proposte emerse dagli incontri, che confluiranno in un documento finale che costituirà un impegno costante per la realizzazione delle politiche e delle azioni in materia di pari opportunità. Per informazioni sul calendario degli incontri si rimanda al sito della Regione Toscana, www.regione.toscana.it C’è anche la Provincia di Massa-Carrara tra le 22 “zone franche urbane” selezionate da una commissione istituita presso il Dipartimento Politiche di Sviluppo del Ministero dello Sviluppo economico: il territorio interessato è quello contermine a cavallo dei comuni di Massa e Carrara che abbraccia la zona industriale con i suoi contorni, per una popolazione complessiva di 30 mila abitanti. Riuscire ad essere ricompresi tra le zone franche urbane, un’esperienza sperimentata con successo in Francia, significa poi poter accedere a incentivi e agevolazioni fiscali e previdenziali per un periodo di cinque anni per nuove attività, piccole e micro imprese, costituite entro il 2009 o che abbiano fatto investimenti. Per ulterio informazioni si rimanda al sito dell’Amministrazione Provinciale, http:\\portale.provincia.ms.it SENTENZE Cassazione: licenziamento ad nutum del lavoratore? I motivi vanno indicati esattamente La Cassazione con sentenza n.23107 del settembre 2008, decidendo sull’Appello proposto da T. Italia Spa, ha confermato la decisione del Tribunale di Napoli del 27.2.2002, n. 3698, con la quale era stato annullato il licenziamento disciplinare intimato al dipendente, reo di aver mandato con il cellulare aziendale migliaia di sms privati, in quanto ad altri colleghi, autori dello stesso illecito era stato semplicemente addebitato l’importo della bolletta.Per il Giudice dell’Appello l’azienda, nei confronti di altri lavoratori resisi responsabili del medesimo comportamento, non aveva reagito in maniera tale da dimostrare che il fatto era così grave da ledere, in modo irrimediabile, il rapporto fiduciario. Non erano infatti state adottate le stesse sanzioni disciplinari gravi, ma solo il rimborso del costo delle chiamate, o la sospensione di tre giorni. Inoltre l’azienda non aveva in alcun modo precisato se questi altri casi fossero caratterizzati da circostanze peculiari, rispetto a quanto fatto dal dipendente ricorrente A fortiori la Corte precisa che il fatto addebitato non presentava gli elementi richiesti dall’art. 43 lett. B, del CCNL per giustificare il licenziamento in tronco, e precisamente non presentava “grave nocumento morale o materiale”, oppure la “commissione di delitto in connessione con l’esecuzione del rapporto di lavoro. La portata innovativa della Sentenza della Sezione Lavoro della Corte di Cassazione (n. 23107/2008) sta nel aver chiarito che “la discrezionalità del datore di lavoro nel graduare la sanzione disciplinare non è arbitraria e che perciò egli debba illustrare anche nei casi in cui sai previsto il licenziamento ad nutum*, in forma persuasiva, le ragioni che lo inducono a ritenere grave il comportamento illecito del dipendente, tanto da giustificare la più grave delle sanzioni, si tratti di giustificato motivo di cui alla L. n. 604 del 1966, art. 1, oppure della giusta causa di cui all’art. 2119 c.c.”. *Secondo le modifiche introdotte dalla L. n. 108/1990 il datore di lavoro può licenziare ad nutum il lavoratore: senza comunicare la decisione per iscritto e senza motivarla (Art. 2118 c.c.) solo nei confronti di particolari categorie • lavoratori domestici; • coloro che hanno raggiunto l’età pensionabile; • lavoratori assunti in prova; • dirigenti Cassazione: i Comuni possono costituirsi parte civile nei processi per violenza sessuale La Cassazione da il via libera alla possibilità delle Amministrazioni Comunali di costituirsi parte civile nei processi per abusi sessuali promossi dalle donne vittime di tali abusi. Secondo la sentenza n. 38835/2008 questi abusi arrecano danno economico e morale anche al Comune in cui si sono verificati e questo legittima l’ente pubblico a costituirsi parte civile nel processo per violenza sessuale. I Comuni possono pertanto richiedere “il risarcimento dei danni morali e materiali relativi all’offesa, diretta e immediata, dello scopo sociale”. La Suprema Corte ha accolto il ricorso del Comune di Roma, a cui la Corte d’Appello aveva negato il diritto al risarcimento del danno, in relazione ad un episodio di violenza sessuale avvenuto ai danni di una 69enne straniera. La donna era stata vittima di una violenza sessuale ad opera di un giovane di 31 anni che aveva agito sotto l’influsso della cocaina. Secondo gli Ermellini “gli abusi sessuali ledono non solo la liberta’ morale e fisica della donna, ma anche il concreto interesse del Comune di preservare il territorio da tali deteriori fenomeni avendo lo stesso posto la tutela di quel bene giuridico come proprio obiettivo primario”. Il Comune in cui si verifica l’abuso infatti puo’ conseguire un danno economico “dalla frustrazione delle finalita’ e degli scopi dell’ente per le diminuzioni patrimoniali eventualmente subite dagli organi comunali predisposti per alleviare i traumi delle vittime di abusi sessuali”. Cassazione: no all’assegnazione del lavoratore a mansioni più elementari anche se equivalenti Con la Sent. n. 24293/2008 la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione ha sentenziato che è impossibile assegnare a mansioni di operatore di call center il dipendente che precedentemente aveva mansioni più qualificate in ambito amministrativo.E’ doveroso da parte dell’azienda disporre una preventiva comparazione delle mansioni di provenienza e di destinazione, ai fini della valutazione del rispetto dell’art 2103 c.c, e dunque della legittimità del trasferimento a mansioni ritenute “più elementari” da un ufficio ad un altro. La Suprema Corte ha confermato la Sentenza di primo grado, richiamando la sua consolidata giurisprudenza al riguardo, mettendo in evidenza che, nonostante una formale equivalenza di tipi di mansione, di provenienza e di destinazione al medesimo livello di inquadramento contrattuale, vige il principio secondo cui “le mansioni di destinazione devono consentire l’utilizzazione, ovvero il perfezionamento e l’accrescimento del corredo di esperienze, nozioni e perizia acquisite nella fase pregressa del rapporto”. “Quindi, - ha aggiunto la Corte di Cassazione-, la precedente sentenza della Corte d’Appello di Roma nella causa in oggetto, ha correttamente valutato le mansioni di provenienza del dipendente come più ricche di quelle di destinazione, anche perché svolte in collegamento e in collaborazione con altri uffici della società, e connotate da non indifferenti occasioni di crescita professionale. Quelle di destinazione sono state ritenute elementari, estranee alle esperienze professionali pregresse, aventi in sé un maggior rischio di fossilizzazione delle capacità della dipendente”. La giurisprudenza è orientata a sostenere che “non sussiste automaticamente in ogni modifica quantitativa delle mansioni, una riduzione delle stesse, ma solo laddove esse finiscano per impedire l’arricchimento della professionalità acquista nella fase pregressa del rapporto, tale da comportare un abbassamento del globale livello delle prestazioni del lavoratore con un consequenziale impoverimento della sua professionalità” ( Vedi anche Cassaz. n. 10284/00).

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Paridea 4 Dicembre 2008