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Numero 0 - Ottobre 2007

Consigliera di ParitĂ  Massa Carrara

Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale


Paridea

Paridea Rivista trimestrale della Consigliera di Parità Provincia di Massa Carrara N. 0 Ottobre 2007 in attesa di registrazione presso il Tribunale di Massa Carrara Coordinamento editoriale Riccarda Bezzi Redazione Nadia Bellè, Riccarda Bezzi, Sara Bonni, Carla Gassani, Francesca Frediani, Annalia Mattei. Hanno collaborato a questo numero Elena Emma Cordoni, Chiara Crudeli, Debora Ricci, Tutor Obbligo Formativo. Le illustrazioni di questo numero sono di Sabina Feroci. Grafica e impaginazione Thetis srl Stampa Tipografia Avenza Grafica

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Paridea

Sommario

Editoriale

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Chi sono e cosa fanno le Consigliere di Parità

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Più lavoro per le donne, più equilibrio retributivo tra i due sessi

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Bilancio di Genere nell’Amministrazione Provinciale. Un’anali si esplorativa: lo sport

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Donne e Lavoro: le donne salvano la demografia imprenditoriale toscana

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Focus: la dispersione scolastica e le adolescenti apuane

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La costruzione sociale della donna

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Conciliazione Tempi di Vita e di Lavoro

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Dottrina e giurisprudenza

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Paridea

Editoriale

Accolgo favorevolmente questa nuova iniziativa delle Consigliere di parità provinciali, Annalia Mattei e Francesca Frediani, in occasione dell’anno europeo delle pari opportunità. Innanzitutto per la modalità di realizzazione: una rivista trimestrale impegnerà ad investire nella comunicazione e diffusione delle attività dell’Assessorato (ma non solo) sulle tematiche di genere; e questo non è cosa da poco. Secondariamente, ma non per importanza, perché Paridea, è nata in un’ottica più ampia di realizzare un “prodotto congiunto” che riesca ad integrare a livello informativo i diversi ambiti, da quello occupazionale e formativo, a quelli economico e sociale a favore del gender mainstreaming. Un obiettivo ambizioso, ma sempre più necessario per riuscire ad integrare la dimensione di genere su tutti i livelli della programmazione provinciale. Il mio è quindi un augurio sentito, a tutte e tutti, di riuscire negli obiettivi programmati. Raffaele Parrini Assessore alle Politiche Formative, del Lavoro e all’Istruzione Quando a Riccarda è venuta l’idea di un periodico che informasse e “formasse” sulle tematiche di genere, la prima reazione che ha innescata è stata “ma perchè nessuno ci ha pensato prima?! “, domanda alla quale ci siamo date la seguente risposta. Il periodo di “interregno” fra la scadenza delle precedenti Consigliere, Stefania Giusti ed Elisabetta Barbana, alle quali colgo l’occasione per porgere il meritato riconoscimento per il lavoro svolto, necessitava di una iniziativa che evidenziasse la presenza di un simile importante e delicato ruolo istituzionale, in Provincia, quello della Consigliera. Perciò ho subito colto con entusiasmo la proposta e ho coniato il nome “Paridea”, una idea (o dea?) pari. Paridea come opportunita’ per tutte di esprimere il concetto di pari opportunita’ con la sensibilita’ che ognuno ritiene più consono declinare per se stessa, il proprio lavoro, la propria famiglia, la propria istruzione, e magari, perché no, il proprio tempo libero. Il periodico è nato con l’intenzione di informare, comunicare, divulgare le tematiche al femminile, anche con una funzione di aggiornamento normativo e giuridico. E con l’ulteriore proposito di riuscire ad integrare, anche se a livello informativo, i soggetti che a livello istituzionale si occupano delle tematiche di cui la Consigliera è investita. Paridea vuol rappresentare solo un piccolo contributo al programma di lavoro della Consigliera di Parità in materia di politiche di genere; ed è un contributo a cui vi chiedo di partecipare. Vi invito pertanto,voi che leggerete: se Paridea vi piace, se avete idee da comunicare, esperienze da condividere, allora contattatemi ed inviatemi materiali. Perché l’idea di parità (in tutto e per tutto) per essere reale, vissuta, e vivibile deve essere patrimonio del mondo. Mi auguro che questo impegno editoriale venga capito nelle sue finalità e obiettivi e che possa diventare veramente un momento di sintesi per le politiche di parità tra uomini e donne. Annalia Mattei Consigliera di Parità

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Paridea

Chi sono e cosa fanno le consigliere di parità Hai avuto difficoltà a vivere serenamente la tua maternità/ paternità e il lavoro Il fatto di essere donna/uomo è stato causa di licenziamento

Per le imprese

Vuoi valorizzare la presenza femminile nella tua azienda Vuoi accedere ai finanziamenti per la realizzazione di azioni positive previsti dal D.Lgs 198/2006 Vuoi presentare progetti sulla riorganizzazione aziendale e sulla flessibilità in base alla L. 53/2000 e al D.L. 151/2001

Per gli Enti

Le Consigliere di Parità sono organi del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, con la doppia funzione di promuovere politiche di pari opportunità tra uomini e donne nel lavoro e di agire in giudizio per far accertare l’esistenza di situazioni discriminatorie. Nell’esercizio delle loro funzioni, le Consigliere di Parità sono pubblici ufficiali. Le Consigliere di Parità sono componenti di diritto nelle commissioni tripartite, organo di concertazione per le politiche attive del lavoro e della formazione professionale Perché rivolgersi alla Consigliera di Parità

Per donne e uomini

Hai subito una discriminazione: nell'accesso al lavoro nell'accesso a corsi di formazione nello sviluppo della carriera nel livello di retribuzione

Devi costituire il comitato Pari Opportunità dell’Ente Devi presentare il piano di Azioni Positive in base al D.Lgs 198/2006

l’Imprenditoria femminile della CCIAA dal 2001 al 2007. Fa parte della Commissione Provinciale Pari Opportunità dal 2004 in rappresentanza di Associazione di Categoria del settore turistico. L’Ufficio delle Consigliere è presso l’Assessorato alle Politiche Formative e del Lavoro, Via delle Carre, 55 Massa Telefono 0585 816729 Cell 334 8509699 consiglieraparita@provincia.ms.it Le Consigliere ricevono su appuntamento. Per ulteriori informazioni sulle attività delle Consigliere di Parità www.provincia.ms.it

Per i Sindacati

Per collaborare alle azioni previste dalla legge Le Consigliere di Parità della Provincia di Massa-Carrara sono Annalia Mattei, effettiva Francesca Frediani, supplente Annalia Mattei è funzionaria del settore creditizio e bancario dal 1986. Si occupa da oltre 10 anni, in ambito sindacale, delle politiche di genere, sia tramite il “coordinamento donna”, che attraverso le proprie funzioni di dirigente sindacale. Nell’ambito della propria attività sindacale importante è il supporto allo sportello Mobbing della Camera del Lavoro di Massa-Carrara. Francesca Frediani è imprenditrice del settore turistico. E’ stata componente del Comitato per

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Paridea

Più lavoro per le donne, più equilibrio retributivo tra i due sessi Elena Emma Cordoni* Il dato con il quale preferisco aprire questo commento sull’occupazione femminile viene dal Parlamento europeo nell’anno delle Pari Opportunità. Nel mese di marzo scorso l’assemblea di Strasburgo ha approvato la relazione sulla parità tra uomo e donna in cui viene evidenziata la necessità, anzi l’obbligo, di colmare il divario retributivo tra i due sessi di quel 15/20 per cento finora a vantaggio degli uomini. Una differenza tra i 3.800 e i 10.000 Euro all’anno a sfavore delle donne, divario che aumenta nel nostro Paese. Situazione tanto grave da indurre i sindacati, in Inghilterra, a proporre di togliere agli uomini il 40 per cento del loro stipendio per darlo alle donne. Durante la giornata dell’8 marzo, in Italia, anche il Presidente Napoletano ha ricordato che l’occupazione femminile é «ancora ben lontana dall’obiettivo del 60% previsto dal Consiglio Ue di Lisbona del 2000 per il 2010. E’ vero che il tasso di occupazione delle donne italiane sta crescendo un po’ più rapidamente di quello degli uomini, ma lo squilibrio è ancora altissimo, uno dei più alti in Europa». Nello stesso giorno, le deputate dell’Unione hanno firmato una mozione che sarà discussa nelle prossime settimane in Parlamento e che contiene alcuni obiettivi da raggiungere: realizzare politiche volte a promuovere maggiori opportunità e diritti per le donne nel mercato del lavoro, combattere le violenze e gli abusi contro le donne e i bambini, valorizzare le risorse femminili negli ambiti decisionali a tutti i livelli. Così come il sottosegretario al Lavoro, Rosa Rinaldi, ha lanciato il bollino rosa per le aziende che rispettano i diritti

delle donne, una sorta di premio a chi non discrimina. Non basta dunque dire, in modo neutro, che occorre incrementare l’occupazione: dobbiamo cominciare a dire che senza aumentare il numero di donne lavoratrici non c’è alcuna possibilità, per l’Italia, di aspirare ai livelli di benessere e di protezione sociale del nord Europa. Nell’Europa a 25, tutti i nuovi Stati membri hanno un tasso di occupazione femminile superiore al nostro ed è anche grazie a questo vantaggio che le previsioni di benessere che li riguardano sono molto più ottimistiche di quelle che riguardano noi. Le economie più deboli registrano un divario tra uomini e donne che lavorano che va dai 25 punti di Italia e Spagna, ai 30 della Grecia e ai 42 di Malta, mentre in nazioni come la Svezia e la Finlandia la differenza si riduce a meno di 5 punti (rispettivamente, 3 e 4). In Italia l’occupazione, ora in leggero rialzo, riguarda anche la componente maschile, cresciuta dello 0,8 per cento (+117.000 unità) ma, in misura più accentuata, quella femminile aumentata del 2,4 per cento (+216.000 unità). Tuttavia, siamo ancora lontani dagli obiettivi di Lisbona. Il precariato di questi anni, altra peculiarità italiana, vede al primo posto le donne e rimarca il gap tra i due sessi in modo profondo: i parasubordinati hanno un reddito annuo di circa 14.000 euro, pari a 1.166 euro lordi mensili, mentre quello delle donne arriva in media a 7.000, cioè 500 euro lordi mensili, quindi al di sotto della soglia di povertà. L’ultima finanziaria cerca di porre rimedio proponendo di trasformare i rapporti di collaborazione

coordinata e continuativa in rapporti di lavoro subordinati, attraverso la regolarizzazione dei periodi pregressi. Ma perché in Italia le cose stanno così? Perché le donne italiane incontrano più difficoltà di tutte le altre a trovare spazio nel mondo del lavoro? Tutte le ricerche continuano a sottolineare l’incredibile carico di responsabilità e di fatica che grava sulle spalle delle donne italiane, perché la distribuzione dei compiti di cura all’interno delle famiglie si modifica troppo lentamente, i servizi continuano ad essere carenti e l’organizzazione del lavoro continua ad ignorare i tempi di vita delle persone in generale e delle donne in particolare. E le donne continuano a reagire come possono: alcune rinunciano, altre rinviano la maternità, altre ancora subiscono precarie condizioni di lavoro. Eppure, le ragazze italiane investono nella loro formazione, studiano più a lungo e con più successo dei maschi, si preparano a costituire il nerbo di una società più colta e qualificata. Cosa possiamo fare per liberare le loro energie, in modo che l’Italia intera possa nutrirsene e prosperare? Nella Legge Finanziaria 2007 sono state introdotte misure importanti per promuovere l’occupazione femminile. Si adottano, per la prima volta, incentivi selettivi e differenziati tra donne e uomini che tengono conto della mancanza di parità nelle posizioni di partenza. Con l’introduzione dello sconto IRAP legato all’abbattimento del cuneo, nelle zone del Sud e nelle aree depresse del Centro-nord, assumere una donna a tempo indeterminato farà risparmiare alle imprese tra i 150 e i 170 € in più al mese. Sono stati stanziati 300 milioni di Euro nel triennio per una nuova rete di servizi alla prima infanzia. Si sono introdotte prime tutele per la malattia e la maternità per le lavoratrici precarie e un percorso per la stabilizzazione. Alla domanda che ci viene fatta su come tirare fuori il Paese dalle secche della stagnazione economica e della rassegnazione sociale, io rispondo così: le donne vanno scelte come il soggetto principale di riferimento, come il terminale delle nostre politiche, come il soggetto su cui investire per i necessari processi di modernizzazione di cui ha bisogno il nostro Paese se vuole crescere. *Deputata DS, Presidente della Commissione bicamerale degli Enti Gestori di Previdenza

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Bilancio di Genere nell’Amministrazione Provinciale. Un’analisi esplorativa, lo Sport. Chiara Crudeli, Carla Gassani, Debora Ricci*

Il Bilancio di Genere rappresenta ormai un obiettivo strategico sia a livello Europeo sia Nazionale. A livello comunitario la sua importanza è sottolineata con forza dalla Commissione Europea1 che nella Road Map per la promozione delle pari opportunità donna uomo, per il periodo 2006 – 2010, sottolinea l’importanza di “sostenere il bilancio di genere”. A livello nazionale la presente legislatura ha mostrato un grosso interesse al Bilancio di Genere testimoniata sia dalla delega alla Ministra alle Pari Opportunità Pollastrini per la promozione della Gender Budget Analysis, sia dalla costruzione in atto di una legge nazionale che sta avvenendo anche attraverso il coinvolgimento dei territori che hanno realizzato sperimentazioni in questo ambito. Anche la Provincia di Massa Carrara ha vissuto un’esperienza in questa direzione, frutto di un obiettivo strategico inserito nel Programma della Legislatura 2003 – 2008 e di una sinergia d’intenti che ha coinvolto attivamente l’Assessorato Provinciale al Bilancio e allo Sport, la Consigliera Provinciale di Parità e la Commissione Provinciale Pari Opportunità. Ma che cosa è il Bilancio di Genere?

Questo concetto affonda le proprie origini nella IV conferenza mondiale delle donne tenutasi a Pechino nel 1995 in cui, nella piattaforma elaborata, è stato approvato il Mainstremaing di Genere come una strategia efficace per promuovere l’uguaglianza tra donne e uomini. Per Genere si intende la differenza tra donne e uomini che non è soltanto sessuale, ma soprattutto sociale, è pertanto appresa e può cambiare nel tempo o presentare variazioni tra le culture o all’interno di una stessa cultura. Mainstreming significa invece “mettere al centro della corrente”, in sostanza mettere al centro del dibattito politico, ed in particolare della valutazione delle politiche, la differenza di genere. In questo senso le politiche non sono neutre, ma sono suscettibili di avere ricadute differenti sulle donne e sugli uomini. E questo soprattutto perché l’economia risulta ancora oggi costituita da due mondi: un mondo visibile del lavoro pagato o retribuito, ed un mondo invisibile - in termini di prodotto interno lordo - del lavoro di cura o del lavoro domestico, che ricade soprattutto sulle spalle delle donne. Il Bilancio di Genere consiste in sostanza nell’applicazione del Mainstreming di Genere alle politiche di bilancio, con l’obiettivo di integrare la prospettiva di genere a tutti i livelli di costruzione del bilancio pubblico. In particolare mira a ristrutturare le entrate e le uscite del bilancio, al fine di assicurare che le necessità delle donne e degli uomini siano prese in considerazione. Percorsi di spesa e di tassazione hanno, infatti, implicazioni diverse per cittadine e cittadini perché sono suscettibili di determinare un impatto diverso sulla rispettiva capacità di produrre per il mercato e per la famiglia.

La Gender Budget Analysis realizzata sul bilancio della nostra amministrazione provinciale si è articolata sia nell’analisi trasversale delle spese in base alla classificazione proposta dalla metodologa australiana Sharp, sia nella valutazione in ottica di genere delle politiche del personale dell’ente, sia nell’analisi settoriale sullo sport al fine di rendere evidente l’attenzione che questo settore ha verso le donne e gli uomini che vivono o vorrebbero vivere le varie attività sportive. I risultati di queste attività sono stati resi noti in una pubblicazione, disponibile anche on line sul sito della provincia www. provincia.ms.it (Settore Sport), in cui emergono una serie di raccomandazioni su eventuali azioni da mettere in atto da parte dell’ente, al fine di promuovere le pari opportunità donna uomo. Da sottolineare l’interesse mostrato recentemente dall’amministrazione provinciale sia ad aprire un confronto con la rete delle province e dei comuni per la diffusione del bilancio di genere, attraverso la dichiarata intenzione da parte della Giunta Provinciale di sottoscrivere il Protocollo d’Intesa, sia soprattutto attraverso la volontà di proseguire l’esperienza di disseminazione dei risultati sul territorio presso gli altri enti locali. * Consulenti Pari Opportunità Comunicazione della Commissione al Consiglio, al Parlamento Europeo, al Comitato Economico e Sociale e al Comitato delle Regioni “Una tabella di marcia per la parità tra donne e uomini 2006 – 2010”

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Donne e lavoro: le donne salvano la “demografia imprenditoriale” toscana La dinamica imprenditoriale del 1° semestre 2007, sono sempre di più coloro che detengono un ruolo gestionale. Ancora una volta le imprese guidate da donne crescono di più di quelle non femminili. Sono inoltre sempre di più le imprenditrici che detengono un ruolo gestionale. La crescita fatta segnare dalle amministratrici supera infatti quella dei colleghi maschi. A fine giugno 2007, le aziende guidate da donne sono state 96.948 su 417.725 imprese, con un’incidenza del 23,2% sull’intero complesso, ed una crescita tendenziale del +1,2%, contro il +0,5% delle altre imprese. Aumentano del +2,6% le amministratrici nelle aziende della Toscana, contro il +1,7% dei colleghi maschi, raggiungendo quota 66.668 (il 34,3% delle imprenditrici), e rappresentando il 25,3% degli amministratori. Il quadro emerge dall’Osservatorio sull’Imprenditoria Femminile, primo semestre 2007, curato da Unioncamere Toscana, in collaborazione con Regione Toscana, su dati forniti da Infocamere relativi al Registro Imprese delle Camere di Commercio. Rispetto ai territori benchmark (ovvero, monitorati per la valutazione e miglioramento di attività e processi aziendali, didonne. it - ndr), la crescita della Toscana-rosa si pone al di sopra di Lombardia, Veneto, Piemonte, è uguale a Emilia Romagna, e inferiore solo alle Marche. In linea con l’andamento generale, la crescita imprenditoriale femminile è stata significativa nell’entroterra (+1,6%; +0,8% le maschili); e più contenuta sulla costa (+0,7%; nulla le restanti). In particolare, vanno al di là del valore medio regionale le performance delle province di Prato (+3,1% le femminili, +1,2% le non), Firenze (+2,1%,

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+1,1%) e Siena (+1,4% e +0,2%). Sono nella media, quelle di Pisa (+1,1, +1,0%), Grosseto, Pistoia (per entrambe +1,0% e +0,8%). A Livorno tornano a crescere (+0,9%), nonostante una flessione delle imprese non femminili (-1,8%). Di segno negativo Arezzo (-0,3%) e Lucca (-0,1%), in controtendenza alle non femminili. Le imprese rosa rappresentano una quota più alta della media toscana (23,2%) nelle province di Grosseto (28,8%), Livorno (26,7%), Massa Carrara (25,3%) e Siena (23,9%); mentre i valori più bassi si riscontrano nell’area metropolitana: Firenze (21,2%), Pistoia (21,8%) e Prato (22,7%). Prosegue la crescita (+3,0%) delle forme societarie a maggioranza femminile, trainata soprattutto dai risultati delle società di capitali al femminile (+9,4%). Sostanzialmente stabile è rimasto lo stock delle ditte individuali, che resta la veste giuridica più diffusa all’interno dell’universo imprenditoriale femminile (circa il 60%), mentre raggiungono quota 1.073 (+3,6%) le cooperative. La dinamica per settori ha visto, ancora una volta, un più nell’edilizia (+8,3%; +4,2% le non femminile), dove tuttavia solo il 5,1% delle imprese è a conduzione femminile, a conferma del fatto che il settore rimane appannaggio dell’universo imprenditoriale maschile. Il contributo imprenditoriale al femminile nelle costruzioni avviene in prevalenza e limitatamente attraverso imprese di tipo societario (il 69% delle imprese femminili delle costruzioni), tipicità tutta al femminile in un settore dove il 71% delle imprese sono ditte individuali, presumibilmente a causa del fatto che, considerate le attitudini professionali tipicamente maschili del settore, queste imprenditrici non possono assumere all’interno

dell’impresa un ruolo operativo, attività generalmente svolta dall’imprenditore nel caso in cui l’impresa sia individuale. Le imprese in rosa hanno toccato punte di crescita elevate anche nei settori dei servizi alle imprese (percentualmente il +4,7%), e più dettagliatamente nelle attività immobiliari (+309, ovvero +5,3%), professionali e imprenditoriali (+156, +3,8%) e nel settore dell’informatica (+49, +3,6%). In crescita anche le imprese femminili nel settore degli alberghi e della ristorazione (+138, +1,8%); dei servizi sociali e alla persona (+103, +1,2%). Nel commercio non raggiungono quote soprendenti, (+45, +0,2%), tuttavia il dato diventa importante se confrontato con quello dell’imprenditoria non femminile (-653, -0,8%). Le imprese femminili diminuiscono nel comparto agricolo e sono in genere stagnanti nel manifatturiero (+48 imprese, +0,3%), ad eccezione dei settori alimentari (+48, +3,1%), fabbricazione dei metalli e prodotti in metallo (+41, +5,2%), meccanica strumentale (+20, +6,3%) e, ancora di più, nelle confezioni (+125, +4,6%), ricompreso nel comparto della moda, il quale, d’altro canto, pur rallentando il ritmo della caduta di imprese iscritte, continua a manifestare segnali di stagnazione (-54, -0,7%), a causa soprattutto della diminuzione delle imprese del tessile (-152, -6,3%). A fine giugno, sono le straniere a determinare la crescita delle figure imprenditoriali toscane di sesso femminile. Le italiane rimangono, di fatti, sostanzialmente stabili (-0,2% vs. -0,5% degli imprenditori maschi), mentre aumentano le comunitarie (+5,3% donne e +17,5% maschi) e le extra comunitarie (+8,5% +9,8%). In particolare, per le comunitarie sono aumentate le imprenditrici Rumene


Paridea (+165, +26,0%), entrate dal 1° gennaio a far parte della Comunità Europea, le Ceche (+27, +30,9%), le Polacche e le Tedesche (in assoluto per entrambe +18, e in percentuale rispettivamente +5,7% e +2,1%). Tra le extra-comunitarie crescono più significativamente le Albanesi (+59, +25,4%), le Senegalesi (+13, 21,3%), e le Cinesi (+347, +13,7%), quest’ultime le più numerose (2.889). Tra le imprenditrici italiane diminuiscono di 426 unità le figure imprenditoriali nate in Toscana, mentre le connazionali aumentano di 102 posizioni. In riguardo al ruolo imprenditoriale risultano in forte crescita le amministratrici, le quali hanno aumentato la loro consistenza del +2,6%, con un ritmo di crescita superiore rispetto a quello dei colleghi maschi (+1,7%), coerentemente con quanto accadeva un anno fa (+3,0% vs. +2,3%). Le amministratrici toscane rappresentando il 25,3% del complesso degli amministratori, raggiungendo quota 66.668 unità. Gestiscono in maniera equidistribuita, sia società di capitale (30.623 posizioni, il 46%), dove rivestono, per lo più, il ruolo di amministratore unico quando non consigliere (rispettivamente il 34,1% e 33,7%), sia società di persone (30.258 posizioni, 45%), con un veste prevalentemente di socio amministratore (15.051 unità, ovvero il 49,7% delle amministratrici, quasi esclusivamente in società in nome collettivo), o socio accomandatario (14.661 posizioni, il 48,5%). Le amministratrici sono quasi esclusivamente italiane (nel 93% dei casi, in linea con il dato complessivo pari al 92%), e hanno un età media di 47 anni, di un anno inferiore, al valore medio femminile (48 anni), e di tre a quello dei colleghi maschi che detengono la medesima carica (50 anni). In forte diminuzione è invece il numero delle socie (-2,0%) ed ancora di più quelli di sesso maschile (-2,9%), mentre non ha subito grosse variazioni il numero delle titolari di ditte individuali. Il punto di vista di Pierfrancesco Pacini - Presidente di Unioncamere Toscana. “La demografia imprenditoriale relativa ai primi sei mesi del 2007 ha ancora una volta mostrato la maggiore vitalità dell’universo imprenditoriale femminile. Una compagine composta da donne altamente qualificate che

si fanno strada all’interno degli assetti imprenditoriali, conquistando sempre di più ruoli di tipo gestionale. Infatti la costante e più significativa crescita osservata delle amministratrici rispetto ai colleghi maschi ci conferma che oggi, diversamente da quanto avveniva in passato, le donne che decidono di intraprendere sono sicuramente più motivate ed intenzionate a ricoprire un ruolo di primo piano all’interno dell’impresa.” Unioncamere Toscana, è da sempre a fianco di queste donne attraverso iniziative volte a promuovere queste individualità al femminile, rivolgendosi in particolare a chi decide di avviare per la prima volta un’attività imprenditoriale e alle problematiche annesse a questa fase di avvio. Infatti, nell’ambito del Progetto di “Women on Board of Local Development” Unioncamere Toscana, con la collaborazione di EuroChambres, ha deciso di dar vita ad un servizio di informazione, coordinamento dell’attività di orientamento imprenditoriale fornita dalle Camere di Commercio Toscane; mentre, con la collaborazione della Regione Toscana, a breve prenderà avvio la seconda edizione del mentorig imprenditoriale al femminile “Madre Figlia”. Tutte le informazioni relative a queste due

iniziative saranno a breve disponibili sul sito di Unioncamere Toscana. Info: Unioncamere Toscana http://www.tos. camcom.it/ Il punto di vista di Ambrogio Brenna – Assessore all’innovazione e alle attività produttive della Regione Toscana. “L’universo imprenditoriale femminile mostra grande vitalità, e questo è un bene per tutta l’economia della Toscana. Le imprese guidate da donne crescono sempre di più; si tratta di un fenomeno che vede protagoniste persone altamente qualificate in grado di ricoprire ruoli gestionali sempre più importanti. Le donne imprenditrici conquistano così, rispetto ai colleghi maschi, ulteriori spazi nei vari assetti delle aziende.” E’ questo il commento di Ambrogio Brenna, assessore all’innovazione e alle attività produttive della Regione Toscana, ai dati presentati oggi dall’Osservatorio sulle imprese femminili. “Le imprese femminili crescono anche in virtù dello spirito d’iniziativa proprio non soltanto delle donne toscane, ma anche delle donne immigrate e di donne italiane provenienti da altre regioni. La Toscana dimostra così la propria capacità di attrazione nei confronti di coloro che intendono investire, ha aggiunto Brenna. E’

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Paridea pertanto opportuno continuare ad investire sempre di più nella ricerca tecnologica e nell’innovazione, rendere più agevole e sempre meno oneroso l’accesso al credito, soprattutto per quanto riguarda le PMI a titolarità femminile.” Per l’assessore regionale è fondamentale, per chi programma e deve operare delle scelte: “poter disporre di un valido strumento conoscitivo/informativo, quale è l’Osservatorio sulle imprese femminili in Toscana, una delle iniziative che fanno parte del Programma Regionale per la promozione dell’imprenditoria femminile toscana. La collaborazione intrapresa con Unioncamere Toscana si sta rivelando altamente proficua - ha concluso Brenna -, in quanto consente di attivare un monitoraggio preciso e puntuale, utile affinché sia resa periodica un’analisi di ordine statistico e socio-economico relativamente alle imprese toscane guidate da donne. Ed è importante sottolineare il fatto che tale collaborazione proseguirà anche in avvenire.” Fonte: Elaborazione Unioncamere Toscana su dati Infocamere Stockview

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Focus: la dispersione scolastica e le adolescenti apuane. Tutor per l’Obbligo Formativo Mondo giovanile e dispersione scolastica rappresentano due dimensioni purtroppo ancora strettamente collegate fra di loro. Nella provincia di Massa Carrara il lavoro per ridurre questo fenomeno di “emorragia” endemico al sistema dell’istruzione procede da tempo e col tempo ha chiamato in causa sempre maggiori attori della rete ottenendo risultati significativi. Attualmente i minori nella fascia di età compresa tra i 14 e i 18 anni fuoriusciti dal percorso scolastico, sono circa duecento; un numero su cui si può discutere ma che in raffronto a quasi tutte le altre province toscane è molto contenuto. Questo fenomeno di drop out, determinato spesso da situazioni di disagio sociale, familiare e personale, tocca inevitabilmente anche l’universo femminile. Se da un punto di vista di genere non si evidenziano significative differenze nella percentuale dei ragazzi che scelgono di abbandonare il percorso scolastico (47% donne e 53% uomini), esistono invece alcune marcate caratteristiche proprio in relazione al sesso di appartenenza. Le adolescenti apuane mostrano,

tendenzialmente, una maggior consapevolezza dell’importanza che la formazione riveste per la propria crescita personale rispetto ai loro coetanei maschi. Un dato che si evince in primis, dal maggior numero di rientri a scuola da parte delle femmine, dopo aver usufruito di specifiche azioni di supporto sul piano della motivazione e dell’orientamento da parte dei tutor dell’Obbligo Formativo. Si evidenzia, inoltre, una maggior predisposizione a scegliere di proseguire la formazione attraverso percorsi formativi all’uopo finanziati dalla Regione Toscana e dalla Provincia di Massa Carrara, finalizzati a conseguire una qualifica e ad assolvere così al diritto-dovere alla formazione. In linea con questa tendenza, spicca l’esiguo numero delle ragazze Apuane che hanno scelto l’Apprendistato come canale di assolvimento dell’Obbligo Formativo. La ricerca di un lavoro sembra, dunque, non essere percepita come funzionale alla loro crescita formativa e personale.


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La costruzione sociale della donna Nadia Bellè* Questo articolo, mi è gradito perché mi permette di riflettere sulla costruzione sociale della donna riportandomi alla mente due opere principali della letteratura e della saggistica del Novecento. Opere che hanno avuto e continuano ad avere un respiro universale e che hanno attinto da fonti letterarie, storiche, antropologiche e filosofiche, approfondendo una particolarità: l’unicità e la differenza della condizione femminile, della femminilità e dell’essere donna. Opere quali “Una stanza tutta per sé” di Virginia Woolf e “Il secondo sesso” di Simone De Beauvoir che hanno bene analizzato e affrontato i temi delle donne dalla sessualità alla maternità, dalla famiglia al lavoro salariato e dall’alienazione alla compromissione della donna nella propria oppressione alla liberazione. La celebre frase con la quale si apre la seconda parte del libro della De Beauvoir, “Donne non si nasce, lo si diventa” prefigura con largo anticipo la nozione della costruzione sociale dei sessi e il concetto di genere, in un mondo che ha sempre appartenuto agli uomini e che ancora oggi mantiene l’aspetto che essi gli hanno impresso. Questa frase scritta più di cinquanta anni fa, rispecchia ancora la condizione attuale di moltissime donne e può essere letta come una nuova questione sociale, come una cittadinanza imperfetta che non riguarda solo gli ambiti della vita civile politica delle donne, ma segna anche la sfera delle istituzioni ed organizzazioni religiose, fin dentro la struttura di base della società, quella familiare. Detto questo, è importante esaminare la cittadinanza imperfetta collegandola ad un ambito specifico come quello del lavoro, che ha costituito, nel ‘900, uno dei cardini

della cittadinanza, dell’appartenenza piena all’organizzazione sociale. L’espressione nuova questione sociale richiama quella che si manifestò per la prima volta alla fine dell’800 con l’avanzare della civiltà industriale, con la sua potenza produttiva crescente che si accompagnava all’ineguale distribuzione delle opportunità e delle ricchezze prodotte. La presenza delle donne nel mondo del lavoro è documentata dai censimenti della popolazione italiana, che fotografarono, in decenni successivi, l’evolversi del fenomeno e le sue sfaccettature. Queste rilevazioni evidenziarono, però, fin dall’inizio le difficoltà di classificare le donne per professioni, soprattutto nei comuni rurali, nonché rilevarono l’esistenza di differenziazioni nel modo di percepire la propria attività da parte delle stesse donne nelle varie province italiane. Registri fiscali e parrocchiali spesso omettevano i mestieri e le professioni riguardanti le donne. Questo perché, mentre l’identità sociale maschile è stata definita soprattutto in relazione al mestiere, quella femminile è dipesa essenzialmente dallo stato civile (sposata, nubile, vedova) e dalla posizione occupata all’interno della famiglia (figlia, moglie, madre, sorella). Inoltre, rispetto alle tradizionali omissioni delle rilevazioni statistiche, così che per tutti, uomini e donne, il dato quantitativo risulta pesantemente deformato, nel caso delle donne la sottostima è accentuata dal carattere intermittente e spesso informale del lavoro: un’intermittenza sempre superiore a quella maschile, anche quando questa è ampia, come nelle epoche di scarsa garanzia occupazionale. Mancava, infatti, nelle donne la coscienza del proprio lavoro,

la consapevolezza di svolgere un’attività qualificabile come lavorativa. D’altro canto nella stessa opinione pubblica, nonostante per millenni il sesso femminile abbia prestato il suo apporto all’economia delle famiglie e degli Stati, fu solo con la rivoluzione industriale che cominciarono ad emergere le questioni ed il concetto di donna lavoratrice, e di un certo tipo di donna lavoratrice, la più umile, poiché non tutte le donne che lavoravano rientravano nella “categoria”. L’emersione della consapevolezza del lavoro femminile, con questa trasformazione economica, portò la donna a diventare un problema per la società a causa di considerazioni morali e biologiche e di valutazioni filosofiche, che indussero a pensare che il lavoro delle donne fosse un rischio sociale. Queste riflessioni sottolinearono gli aspetti generali di sfruttamento e subordinazione economica e sociale che da un certo tipo di lavoro sarebbero derivati alla donna, oppure rilevarono l’incompatibilità di ogni lavoro extradomestico femminile con le funzioni materne e familiari. Ne conseguiva una percezione della donna quale essere fragile, sensibile, da proteggere poiché portatrice in fieri di vita nuova e, quindi, da escludere da lavori faticosi, sia manualmente che intellettualmente, o pericolosi. Per i pensatori risorgimentali, in particolare, la naturale collocazione della donna era nella famiglia, ove la stessa avrebbe dovuto condurre un’esistenza ritirata, in uno stato di dipendenza dal padre prima e dal marito poi, e ove avrebbe dovuto dedicarsi ad alcune funzioni considerate a lei tipiche, materne e familiari. Nei secoli dei lumi e della dichiarazione dei diritti universali Rousseau, uno dei più convinti assertori della fondamentale uguaglianza

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Paridea di tutti gli uomini e nel contempo della subalternità femminile, scrive nell’Emilio: che non vi è alcuna parità fra i sessi. Il maschio non è maschio che in certi momenti, la femmina è femmina per tutta la vita, dato che tutto la richiama costantemente al suo sesso. Il destino femminile era, dunque, tutto racchiuso nelle mura domestiche e si realizzava nella cura e nell’educazione dei figli, in una subordinazione totale all’uomo, al cui servizio dovevano essere impiegate tutte le energie disponibili. Il lavoro extradomestico delle donne era escluso poiché avrebbe perso “in gare ambiziose la pace dell’anima, la verecondia e la dignità della vita“.Anche i positivisti finirono per rimarcare alcune considerazioni sulla naturale inferiorità femminile e per giustificare ulteriormente lo stato di fatto di subordinazione delle donne, elevandolo a paradigma, attraverso un’abbondante documentazione scientifica. Essi pertanto finirono per “contrabbandare come scientificamente fondati i costumi, le ingiustizie ed i pregiudizi del proprio tempo” Nella metà dell’ottocento molti studi a carattere antropologico, biologico, medico erano rivolti alla donna e alla sua natura, utilizzando concetti e termini mutuati dalla teoria dell’evoluzione. Si sosteneva che l’inferiorità della donna non fosse dovuta alla sua condizione sociale, ma fosse biologica, adducendo tra l’altro, l’argomento dei caratteri del genio. Secondo questo argomento la donna può essere madre del genio senza essere geniale. L’inferiorità della donna che si voleva dimostrare era di fatto premessa e veniva riproposto il dualismo passività-attività, apatiacreatività, potenzialità-attualità; si criticarono le pretese di uguaglianza dei sessi e si rapportò il sesso femminile ad uno stato d’infanzia che “l’allontana maggiormente sotto gli aspetti più importanti dal tipo ideale della razza”. Queste speculazioni si preoccupavano soprattutto della donna borghese, mentre l’operaia avrebbe continuato ad affrontare quotidianamente il lavoro extradomestico, a cui si sommava quello domestico, con la prospettiva di incontrare l’opposizione maschile al suo inserimento in fabbrica non certo per questioni morali, ma solamente perché alle donne venivano elargiti salari molto più bassi di quegli degli uomini e, pertanto, rappresentava per gli stessi una concorrenza. In quegli anni erano, comunque,

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aumentate le difficoltà economiche del ceto medio, difficoltà che potevano essere superate e risolte con l’inserimento delle donne borghesi nella società e nel mercato del lavoro. Il lavoro di queste donne avrebbe, infatti, contribuito al risanamento del bilancio familiare, ma queste donne dovevano confrontarsi con una mentalità e con l’opinione corrente, secondo la quale il lavoro, per una donna di estrazione borghese, costituiva un declassamento sociale e morale. Le famiglie borghesi consideravano, infatti, il lavoro lesivo dell’onore delle proprie figlie ed erano, pertanto, proprio le donne borghesi che incontravano più ostacoli delle operaie nell’inserimento lavorativo poiché le abitudini ed il costume imponevano loro un destino di moglie e di madre. Così come per la famiglia anche per il mondo del lavoro la prospettiva di genere e l’uso di fonti diverse da quelle più frequentemente utilizzate, apre importanti squarci sulla realtà lavorativa femminile, sollecitando una riflessione sulle strutture economiche: dall’analisi dei mestieri a quella sul lavoro servile, dall’indagine sui lavori praticati dalle donne nelle città e nelle campagne, a quella sull’uso del corpo e delle sue funzioni, l’allattamento per esempio, come risorsa economica; dall’esame dei patrimoni delle donne alle ricerche sulle migrazioni femminili dettate dall’esigenza di sopravvivenza o di miglioramento delle proprie condizioni di vita. Lo stereotipo dell’uomo come “naturalmente” superiore alla donna in forza della sua intelligenza e delle sue capacità, ancora agli inizi del 1900 in Italia condiziona l’universo normativo. Illuminante la lettura di un passo, che illustra il “fondamento”dell’istituto dell’autorizzazione maritale a vendere e comprare. Istituto che, anche dopo la sua cancellazione dal codice civile di tutti i paesi occidentali, ha continuato e continua a far sentire il suo peso nella vita delle donne e nella costruzione dell’identità delle bambine e delle ragazze. “In forza del matrimonio si costituisce la famiglia, che è una ristretta società, ma che, come ogni altro consorzio, ha leggi proprie e un capo che la governa. Capo naturale della società domestica è il marito, perché la sua forza, la sua attività, la sua intelligenza prevalgono su quella della donna […]. Il consenso del marito deve innanzi tutto intervenire nelle donazioni, escluso, come è logico, le manuali;

nelle alienazioni e nelle ipoteche di beni immobili, implicando esse trasformazioni e vincoli patrimoniali: nei mutui passivi, onde impedire che la moglie inconsideratamente, con prestiti rovinosi o ingiustificati, depauperi il suo; nella cessione e nella riscossione di capitali, essendo opportuno, che la moglie sia sorvegliata e consigliata, qualora è in possesso di non indifferenti somme di denaro” Molti autorevoli intellettuali si sono impegnati in studi per contribuire alla definizione della parola “lavoro”, tra questi anche Hannah Arendt che in “Vita activa” afferma che la parola “lavoro” intesa come sostantivo, non

designa mai il prodotto finito, il risultato dell’attività lavorativa, ma rimane un sostantivo verbale, mentre il prodotto stesso è invariabilmente derivato dalla parola che indica l’opera, anche quando l’uso corrente ha seguito così strettamente gli effettivi sviluppi moderni che la forma verbale della parola “opera”è quasi caduta in disuso. La parola “lavoro” racchiude in sé innumerevoli significati e per meglio comprenderli dobbiamo introdurre una serie di distinzioni: tra lavoro produttivo e improduttivo, tra lavoro specializzato e non specializzato e infine la più importante delle precedenti perché di significato più elementare, di tutte le attività in lavoro intellettuale e manuale. Delle tre, tuttavia, solo la distinzione tra lavoro produttivo e


Paridea improduttivo coglie il nocciolo della questione, e non è accidentale il fatto che i due maggiori teorici in questo campo, Adam Smith e Karl Marx, vi abbiano basato l’intera struttura della loro argomentazione. La vera ragione dell’elevazione del lavoro nell’età moderna fu la sua “produttività” e l’affermazione apparentemente blasfema di Marx che il lavoro (e non Dio) creò l’uomo o che il lavoro (e non la ragione) distinse l’uomo dagli animali, fu solo la formulazione più radicale e coerente di un’idea con la quale tutto il mondo moderno era d’accordo Inoltre Smith conveniva con l’opinione pubblica moderna nel disprezzare il lavoro improduttivo come parassitario, in effetti una specie di perversione del lavoro, come se non fosse degna del nome di lavoro se non un’attività che arricchisse il mondo. In altre parole la distinzione tra lavoro produttivo e improduttivo contiene, benché in modo distorto, la distinzione più fondamentale tra lavoro e opera E’ caratteristico di ogni lavoro il fatto di non lasciar nulla dietro di sé, il fatto che il risultato del suo sforzo è speso. Questo sforzo, malgrado la sua labilità, nasce da un grande bisogno ed è motivato da un impulso più potente di qualsiasi altro, perché la vita stessa vi si fonde. L’età moderna, in generale, ebbe la tendenza quasi irresistibile a considerare ogni lavoro come opera e a parlare dell’animal laborans in termini molto più adatti all’homo faber, sperando ogni volta che solo un altro passo fosse necessario per eliminare del tutto il lavoro e la necessità. Un fatto significativo a riguardo, già avvertito dagli economisti classici, ma approfondito da Marx, è che la stessa attività lavorativa, indipendentemente dalle circostanze storiche e dalla sua posizione nella sfera privata o in quella pubblica, possiede una “produttività” sua propria, per quanto possano essere futili e non durevoli i suoi prodotti. Questa produttività non consiste in alcuno dei prodotti del lavoro ma nel “potere” umano, la cui forza non si esaurisce nella produzione dei mezzi per la sussistenza e sopravvivenza ma è capace di fornire un “surplus”, cioè non più necessario per la propria “riproduzione”. E poiché non il lavoro in sé, ma il sovrappiù di “forza lavoro” umana spiega la produttività del lavoro, l’introduzione di questo termine da parte di Marx , come osservò

giustamente Hegel, costituì l’elemento più originale e rivoluzionario di tutto il suo sistema. Diversamente dalla produttività dell’opera, che aggiunge nuovi oggetti al mondo umano artificiale, la produttività della forza- lavoro produce oggetti solo incidentalmente e in primo luogo si occupa dei mezzi della propria riproduzione; poiché la sua forza non si esaurisce dopo che la riproduzione è stata assicurata, può essere usata per la riproduzione di qualcosa di più che un processo vitale, ma non “produce” mai altro che vita. “Ogni attività compiuta in pubblico può raggiungere una superiorità mai conseguita in privato, e la superiorità, per definizione, ha bisogno della presenza di altri, la quale, a sua volta, necessita della formalità del pubblico, costituito da propri pari, e che non può essere la casuale presenza familiare dei propri eguali o inferiori. E’ rispetto a questa significatività multipla del dominio pubblico che il termine “privato”, nel suo originario senso privativo, ha senso”. La distinzione tra una sfera di vita privata e una pubblica corrisponde all’opposizione tra dimensione domestica e dimensione politica, che sono esistite come entità distinte e separate almeno dall’avvento dell’antica città-stato; ma l’affermazione del dominio sociale, che non è né privato né pubblico, a rigor di termini, è un fenomeno relativamente nuovo la cui origine coincise con il sorgere dell’età moderna e che trovò la sua forma politica nello stato nazionale. Il tratto distintivo della sfera domestica era che in essa gli uomini vivevano insieme perché spinti dai loro bisogni e dalla loro necessità. La forza che li spingeva era la vita stessa, i penati, gli dei della casa, erano, secondo Plutarco “gli dei che ci fanno vivere e nutrono il nostro corpo” - che, per la sua conservazione individuale e la sua sopravvivenza come vita delle specie, ha bisogno della compagnia di altri. Che la sopravvivenza individuale fosse compito dell’uomo e la sopravvivenza della specie compito della donna era evidente, ed entrambe queste funzioni naturali, il lavoro dell’uomo per provvedere al nutrimento e quello della donna nel mettere al mondo dei figli, erano soggetti ai bisogni impellenti della vita. La sfera sociale, dove il processo vitale ha stabilito il suo dominio pubblico, ha liberato una crescita innaturale del naturale; ed è contro questa crescita, non propriamente

contro la società, ma contro un dominio sociale in costante crescita, che la sfera privata e dell’intimità, da una parte, e quella politica (nel più stretto senso della parola), dall’altra, si sono dimostrate impotenti. Ciò che abbiamo chiamato crescita innaturale è considerato di solito l’aumento in costante accelerazione della produttività del lavoro. Il fattore singolarmente più importante in questa crescita è stato sin dall’inizio l’organizzazione del lavoro, già visibile nella cosiddetta divisione del lavoro che precedette la rivoluzione industriale; anche la meccanizzazione dei processi lavorativi, il secondo più grande fattore di produttività, si basa su quella. In quanto lo stesso principio di organizzazione proviene chiaramente dalla sfera pubblica piuttosto che da quella privata, la divisione del lavoro è precisamente ciò che avviene quando l’attività lavorativa sia sottoposta alle condizioni della sfera pubblica, un processo che sarebbe impensabile nell’intimità della sfera domestica Questo chiarimento tra pubblico e privato è un approccio essenziale per guardare al rapporto dell’essere femminile con il lavoro, attraverso una storia delle origini del concetto di lavoro e delle caratteristiche che costituiscono la distinzione essenziale, di senso e di valore, tra la sfera pubblica e la sfera privata. Distinzione che al di là di tutte le rivalutazioni “moderne” o le scoperte del lavoro privato delle donne, è profondamente radicata nel sociale e all’interno di ogni individuo e ha fondato tutta una linea di pensiero sul significato del lavoro per le donne. *Consulente Centro Impiego della Provincia di Massa-Carrara

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Conciliazione Tempi di Vita e di Lavoro Annalia Mattei

La Consigliera di Parità ha promosso il Progetto “Lavorare a Comano” della Cooperativa “La Quercia” presentato a valere sulla L. 53/2000. Qui di seguito alcune sue considerazioni. “Conosco e personalmente frequento il bellissimo territorio della Lunigiana da quanto datano i miei ricordi, con le verdi colline digradanti fra l’abbraccio degli Apennini e delle Alpi Apuane, attraversata da tutti i suoi fiumi, con la sua lunga e travagliata storia… Conosco la straordinaria bellezza di questa terra e la tenacia dei suoi abitanti, il calore delle sue genti e la bontà della tradizione, la saggezza dei suoi “vecchi” e la forza dei suoi giovani… Ma altrettanto bene purtroppo conosco la lunga storia degli “emigranti” che hanno lasciato questa terra per disperdersi in tutto il globo, di interi paesi che hanno visto generazioni di figli abbandonare i padri, le madri, le mogli per andare in luoghi talmente lontani che mai hanno permesso un ritorno, di boschi che lasciati a se stessi ritornano foreste, di campi che non lavorati ritornano prati. Di vecchie fabbriche dismesse che ormai non producono che ruggine…Di questo lento abbandono,necessitato o voluto, le spese maggiori le hanno pagato le donne. A volte esse stesse “migranti”- in altre città, luoghi estranei comunque, o proprio in altre nazioni se non continenti- a volte ridotte alla stregua di vedove, pur col marito vivente, a volte obbligatoriamente divenute caparbi capi famiglia , femministe ante litteram, a difesa di famiglie smembrate… Conoscendo tutto questo, avendolo toccato, nelle voci ruvide dei vecchi durante i loro racconti che sanno di

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favola triste, vivendolo ancora ogni giorno nei “miei” paesi della “mia” Lunigiana, dove nessun giovane ( femmina o maschio ormai non fa differenza, entrambi pendolari degli affetti ) lavora in paese, apprezzo in particolar modo un progetto di donne – ma non solo – per un futuro diverso, non avverso, che “porti” lavoro e non faccia partire. Un progetto che nel conciliare il lavoro e la vita di qualcuno, permetta che anche altri possano sfruttare migliori opportunità per “restare”, sulla propria terra, nella propria famiglia… Un progetto semplice nello sviluppare un concetto quasi rivoluzionario nella sua ovvietà- lavoriamo meglio, lavoriamo meno, lavoriamo tutti, lavoriamo qui – ma che nel cogliere l’opportunità

che la nostra legislazione consente e promuove, può essere l’iniziosicuramente lo spunto – non per riportare, in fondo i giovani già sono qui, per “radicare” nel tessuto sociale lacerato da sempre, le giovani forze che ne possono rinvigorire le trame sfilacciate. Non posso far altro che dare il mio appoggio a questo progetto, formulando la speranza che questo sia un esempio, il primo, ma non il solo, di quello che può essere fatto per migliorare la vita di tutti. E’ necessaria solo la voglia di cominciare, il resto viene da sé. E che questa voglia venga dall’antica terra di Lunigiana, nata dalle sue donne, ma non solo per queste, è motivo di plauso ulteriore”.


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Dottrina e Giurisprudenza Rubrica a cura di Riccarda Bezzi*

AGGIORNAMENTO NORMATIVO Programma Obiettivo 2007 Azioni Positive E’ stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 217 del 18.09.2007 il Programma Obiettivo per l’anno 2007, di cui alla legge 125/91, elaborato dal Comitato nazionale di parità e pari opportunità nel lavoro. Il Programma è volto a finanziare progetti che abbiano come obiettivo la promozione della presenza delle donne negli ambiti dirigenziali e gestionali e in tutti i ruoli e posizioni di responsabilità all’interno delle organizzazioni, nonché il consolidamento di imprese femminili che favoriscano il superamento delle disparità salariali nei percorsi di carriera. Le destinatarie dei progetti sono donne occupate, iscritte, associate, lavoratrici in situazioni di precarietà, disoccupate madri, donne di età maggiore di quarantacinque anni, giovani neolaureate e neodiplomate nonché imprese femminili attive da almeno due anni. I soggetti finanziabili sono i datori di lavoro pubblici e privati, le cooperative e i loro consorzi, i centri di formazione professionale accreditati, le associazioni di varia natura e le organizzazioni sindacali nazionali e territoriali e gli ordini professionali. La durata massima dei suddetti progetti non potrà essere superiore ai 24 mesi. Le domande di partecipazione devono essere inoltrate su apposito modulo predisposto, a mezzo posta con raccomandata con ricevuta di ritorno, al Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale – Comitato Nazionale di Parità e Pari Opportunità – Via Fornovo, 8 – 00192 - Roma, entro il 30 Novembre del 2007.

Maternità: diritto al congedo e all’indennità esteso anche alle lavoratrici iscritte alla gestione separata ed alle lavoratrici a progetto E’ stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 247 del 23.10.2007 il Decreto Ministeriale 12 Luglio 2007 che introduce maggiori tutele per la maternità. In particolare, l’astensione obbligatoria dal lavoro si applica anche alle lavoratrici a progetto e alle professioniste iscritte alla gestione separata, che potranno accedere all’indennità di maternità autocertificando l’astensione effettiva dall’attività lavorativa. Direttiva per le Pari Opportunità nella Pubblica Amministrazione Il 23 maggio 2007 è stata firmata dal Ministro per le Riforme e le Innovazioni nella Pubblica Amministrazione Luigi Nicolais e dal Ministro per i Diritti e le Pari Opportunità Barbara Pollastrini la direttiva che si propone di attuare il principio delle pari opportunità nella Pubblica Amministrazione. Valorizzare le differenze è un fattore di qualità dell’azione amministrativa, attuare le pari opportunità significa innalzare il livello dei servizi con la finalità di rispondere con più effecienza ed efficacia ai bisogni delle cittadine e dei cittadini. Il testo del programma, del decreto e della direttiva sono scaricabili dal sito www.provincia.ms.it alla pagina Consigliera di Parità, sezione Riferimenti normativi.

PILLOLE GIURIDICHE La Cassazione torna a tutelare la lavoratrice madre. La Corte di Cassazione, con sentenza n. 3629 del 16 febbraio 2007, ha fornito alcuni chiarimenti in merito alle modalità di accertamento dello stato di gravidanza delle dipendenti da parte dei datori di lavoro. La sentenza ha preso in esame il caso di un licenziamento di una lavoratrice, licenziamento giustificato secondo il datore di lavoro dal fatto che la dipendente non aveva spedito il certificato medico. La Suprema Corte ha precisato che, al fine del riconoscimento della tutela della maternità, è sufficiente che il datore di lavoro sia a conoscenza dello stato di gravidanza della dipendente, dato conosciuto dal datore di lavoro nel caso di specie, non rilevando, ai fini della legittimità del licenziamento, il mancato invio della certificazione prevista dalla legge. Il licenziamento pertanto è stato dichiarato nullo.

* Collaboratrice Consigliera di Parità

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Consigliera di ParitĂ  Massa Carrara

Provincia di Massa Carrara Via delle Carre, 55 54100 Massa Tel. 0585 816729

consiglieraparita@provincia.ms.it


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