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Il vetro in Calabria: vecchie scoperte, nuove acquisizioni


Premessa Ancora una volta va ascritto a merito di Adele Coscarella l’aver portato la Calabria alla ribalta degli studi sul vetro antico e preindustriale in genere. Nel 2003 e nel 2007 uscirono infatti a sua cura gli atti di due importanti incontri di studio sull’argomento, che aprirono la via alla riflessione su una classe fino ad allora trascurata dall’archeologia calabrese. Nel 2011 ha nuovamente sollecitato i colleghi dell’Università e della Soprintendenza a proseguire nel cammino cogliendo l’occasione delle prestigiose Giornate Nazionali di Studio sul vetro promosse dal Comitato Nazionale Italiano AIHV, per la prima volta ospitate in Calabria. Tra rivisitazioni e aggiornamenti il panorama calabrese delle conoscenze sul vetro che si offre al lettore nelle pagine a seguire è quanto mai vario e ricco di spunti di interesse non solo in relazione ai reperti presentati ma anche in relazione ai contesti di provenienza: centri urbani e necropoli, monumenti pubblici e ville, relitti sottomarini, chiese e castelli. Aumentano le attestazioni di fornaci da vetro, soprattutto in età medievale e moderna. Emergono con chiarezza la vivacità e la raffinatezza della Calabria in età romana imperiale, ben esemplificate da due esemplari di fabbrica “sidonia” quali il bicchiere da Thurii/Copia e la bottiglia da Crotone oppure dai tozzi balsamari di Torretta di Crucoli o infine dalle eleganti bottiglie con decorazione a snake-threads da Gioia Tauro, indizi degli intensi rapporti commerciali con il Mediterraneo Orientale, le cui rotte investivano soprattutto la Calabria Ionica, come peraltro confermato dal Relitto Orsi di Punta Scifo. Per non citare la bottiglia di vetro verde decorata a cerchi incisi che dalla Palestina arrivò forse nelle mani di uno dei primi vescovi di Thurii, dove ricevette lo status di straordinario oggetto liturgico con le iscrizioni, per noi purtroppo poco comprensibili, inneggianti alla salvezza eterna dell’anima in Dio. Ancora più stretto appare il legame con l’Oriente nell’apprezzare l’importanza, la consistenza e l’eleganza dei vetri bizantini, soprattutto nell’ambito funerario, ma anche in quello del culto, si pensi ad esempio alle leggiadre lampade sospese di San Fantino di Palmi. Colpisce la varietà delle perle di pasta vitrea. Nelle età successive il vetro non tramonta, ma assume le forme di gettoni per il controllo del peso delle monete, di lastre colorate e sagomate per transenne da finestra nell’Abbazia Florense, di raffinate suppellettili per le mense di nobili castellani. Mancano dal quadro la Magna Graecia e l’età ellenistica, capitoli non facili perché il materiale vitreo non è molto. Tuttavia un vero monumento di eccezionale pregio quale la coppa di Varapodio, nota anche erroneamente come di Tresilico, attende ancora di essere affrontato e studiato come merita. Simonetta Bonomi Soprintendente per i Beni Archeologici della Calabria

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Il vetro a Bisanzio

Filippo Burgarella

L’argomento che sono stato invitato a trattare in occasione di questo Convegno è tra i più interessanti che mi sia stato dato di studiare nel corso della mia carriera di bizantinista, attento alla storia e alla civiltà di Bisanzio tanto nella capitale sul Bosforo, Costantinopoli, quanto nella provincia, in particolare in quella italiana. Il vetro costituisce, infatti, un argomento strettamente imparentato con quello relativo a un’altra risorsa e creazione tipicamente bizantina, quale è per l’appunto la seta1. Eppure le fonti primarie sono piuttosto reticenti riguardo al vetro e ai suoi centri di produzione, sicché occorre spigolare in esse con somma attenzione e scrupolosa diligenza per desumerne testimonianze chiare e precise. E allorquando si interrogano i manuali moderni di immediata consultazione, come l’opera di Louis Bréhier La civilisation byzantine, terzo volume de Le monde byzantin2, oppure ancora il The Oxford Dictionary of Byzantium3, vi si trovano solo cenni molto generici e cronologicamente discontinui, che saranno qui oggetto di ulteriore e approfondita attenzione. Nulla si trova invece nel secondo tomo del The Byzantine Empire4, parte integrante della Cambridge Medieval History. E portando l’attenzione su opere compilate in tempi più recenti, possiamo trovare alcune notizie specialmente nel primo volume de Il mondo bizantino, apparso anche in traduzione italiana5. Le nostre conoscenze del vetro a Bisanzio e del sistema e dei centri di produzione sono limitate dal fatto che tal genere di prodotto e mercanzia sfugge alla regolamentazione stabilita e accolta nel cosiddetto Libro dell’eparca degl’inizi del X secolo. Evidentemente, a Costantinopoli e sotto l’autorità dell’eparca, o eparco che dir si voglia, il prefetto della Città, non vi erano corporazioni di vetrai o di venditori di vetrerie e cristallerie. Invece vi erano altre corporazioni di arti e mestieri, come quelle dei sericoltori, dei cambiavalute, dei cerai, dei profumieri, dei saponai e via elencando, per le quali disponiamo perciò di notizie almeno sufficienti6. Tuttavia il vetro era un prodotto con il quale i Bizantini avevano assidua dimestichezza nel corso della loro storia e nella loro vita quotidiana. E nelle loro città dovevano esserci dei vetrai con i loro forni o fornaci. Prova ne sia quanto prevede riguardo a questi ultimi il trattato dell’architetto Giuliano d’Ascalona, opera del VI secolo, nella quale sono raccolte norme e consuetudini della Palestina dell’epoca. Ebbene in quest’opera, meglio nota col titolo dell’edizione francese pubblicata alcuni anni or sono, Le traité d’urbanisme, così si legge:

Burgarella 2006: 119-131 (Traduzione inglese: 373-382). Bréhier 1970: 52 s. 3 Kazhdan 1991: 853 ss. 4 Hussey 1967. 5 Morrisson 2007: 224, 392, 400, 418. 6 Morrisson 2008: 279 ss., 285 ss. Cfr. Koder 1991. 1 2

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“I vetrai, come i fabbri specializzati nella fabbricazione di asce, pale e altri grandi utensili di questo tipo e come i fonditori di statue, non devono assolutamente esercitare il loro mestiere all’interno delle città. Nel caso che fosse necessario per loro abitare in città e quivi svolgere il lavoro, dovranno farlo nei quartieri poco popolati e posti in posizione decentrata. Il fuoco che essi adoperano costituisce, infatti, un grande pericolo per gli edifici e provoca condizioni di permanente insalubrità per le persone”7. Una simile norma rivela certamente sensibilità ecologica, premura per la salute e l’incolumità degli abitanti di città o villaggi e attenzione per la sicurezza pubblica. Riguarda, in ogni caso, quell’ambiente palestinese che è parte integrante di quell’amplissima area medio-orientale che fu caratterizzata, tra Antichità e Medioevo, da un’intensa produzione di vetro di alta qualità. Allora, e quindi nell’Impero bizantino d’epoca tardo-antica e comunque anteriore all’espansione islamica del VII secolo, i centri più attivi e noti della produzione di vetro erano la Siria, la Fenicia e appunto la Palestina, nella quale si distinguevano per tal genere di produzione Tiberiade e le città costiere. Di ciò abbiamo notizia e conferma anche nelle stesse fonti giudaiche talmudiche8. Mestiere pericoloso e usurante era quello del vetraio, come risulta dal passo testé richiamato di quel trattato d’urbanistica del VI secolo e da qualche altra notizia tràdita dalle fonti greco-bizantine dei secoli seguenti. Esse ci danno, infatti, notizia perfino d’incidenti sul lavoro per il fabbricante del vetro, il cui mestiere lo esponeva a gravi rischi per l’uso del fuoco nei forni vetrai. Questi forni o fornaci, appunto ad alto rischio, vanno distinti dagli altri, destinati alla cottura del pane o alla produzione di manufatti in argilla, terracotte o ceramiche. Sappiamo, ad esempio, che un vetraio fu accecato dalla fiamma mentr’era al lavoro. Si tratta di un mendìco cieco che viveva nella prima metà del VII secolo ad Alessandria d’Egitto insieme con altri due compagni di sventura, ugualmente ciechi. Alla domanda rivoltagli da due visitatori illustri, il futuro patriarca di Gerusalemme Sofronio e Giovanni Mosco, circa l’origine e il motivo della cecità, costui rispose: “Io ero un vetraio. Mi bruciai gli occhi col fuoco e così divenni cieco”9. Questa autodichiarazione d’invalidità contratta sul lavoro ci viene riportata dallo stesso Giovanni Mosco nella sua opera Il Prato spirituale. Sia pur incidentalmente rispetto al discorso qui sviluppato, merita attenzione che tutti e tre i mendicanti, incontrati da quegli illustri pellegrini nella sede di accattonaggio presso le Quattro Porte di Alessandria, erano divenuti ciechi per invalidità sul lavoro. Oltre al vetraio, ce n’era un altro dal passato ugualmente operoso e onesto: un ex marinaio, che dichiarava d’aver perso la vista per un’affezione oculare e conseguente leucoma durante la navigazione di ritorno dall’Africa. Loro compagno era un ex malfattore, un tempo profanatore di tombe e forse anche archeologo clandestino, che affermava d’aver avuto gli occhi cavati dalle unghie di un morto il quale, prodigiosamente destatosi, lo puniva per il sacrilego spoglio dell’arredo e degli indumenti funerari. Costui così riferiva, molto verosimilmente per mascherare un incidente dai contorni ancora più loschi, forse un’aggressione punitiva certamente non da parte di defunti. I due pellegrini, Sofronio e Giovanni Mosco, si premurarono di fare una relazione scritta di quanto esposto dai tre mendicanti, per conservare memoria soprattutto della meritata disgrazia, autentica punizione divina, di quel malfattore. Una relazione scritta che si rivela di notevole interesse ai fini del nostro discorso per le sia pur esigue informazioni sullo sfortunato vetraio10. Il fatto che il vetro fosse prodotto e lavorato in ambienti palestinesi spiega perché qualche vetraio, segnalato dalle cronache greco-bizantine, sia indicato come appartenente alla comunità giudaica. E’ il caso di quell’anonimo vetraio che, nel VI secolo, punì il giovane figlio perché convertito alla fede Saliou 1996: c. 11, 1-2, 40 s. Ibidem: 96 ss., 118 ss. Cfr. De Benedetti 2009: 26 ss. 9 Maisano 1982: c. 77, 112 ss. Di questa traduzione, sempre a cura di Riccardo Maisano, è stata pubblicata un’edizione più recente: Napoli 2002. Per il testo greco: De Journel 1946. 10 Ivi: c. 77, pp. 112 ss. 7 8

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cristiana grazie alla frequentazione di coetanei che la professavano. La notizia è riportata da Michele Glica, un annalista greco-bizantino del XII secolo e quindi di alcuni secoli dopo l’avvenimento, ch’egli collocava sotto il regno dell’imperatore bizantino Giustino II e al tempo del patriarca di Costantinopoli san Mena. Risalta tuttavia la palese incompatibilità cronologica fra i due personaggi storici, dato che san Mena, patriarca dal 536 al 552, fu contemporaneo di Giustiniano, imperatore dal 527 al 565, e non di Giustino II, nipote e successore del precedente e al potere dal 565 al 57811. Ne consegue, per l’interessante vicenda, una datazione certamente al VI secolo, ma oscillante al tempo dell’uno o dell’altro sovrano, anche se il richiamo a san Mena fa supporre piuttosto il regno di Giustiniano. Narra l’annalista che il ragazzo, ormai convertito, partecipava anche alla liturgia eucaristica e si accostava alla comunione. Aggiunge che la punizione paterna consistette nello spingere il giovinetto nel forno, da cui tuttavia il malcapitato uscì indenne per miracolo. Un miracolo attribuito alla prodigiosa protezione della Theotòkos, riferito subito a san Mena, il patriarca di Costantinopoli dell’epoca, e comunicato da quest’ultimo all’imperatore. Il sovrano, a detta dell’annalista, non esitò a punire con la pena capitale il genitore, come se questi avesse davvero spinto e arso il figlio nella fornace della sua bottega di vetraio12. Comunque sia, il vetro accompagna la splendida civiltà di Bisanzio in tutte le sue fasi. Certamente, in àmbito orientale, bizantino o islamico, vi erano fabbriche primarie produttrici di materia prima sotto forma di lingotti, ottenuti dalla soda, o natron egiziano, e silice o sabbia pura, proveniente forse dalla Palestina. E vi erano altre fabbriche che dalla materia prima ricavavano il prodotto finito13. Non è un caso, d’altra parte, che quell’anonimo mendicante cieco, ex vetraio, fosse stato incontrato dall’autore de Il Prato spirituale e dal suo compagno di pellegrinaggio ad Alessandria d’Egitto. Ancora provincia dell’Impero bizantino e prossima a diventare dominio islamico, l’Egitto abbondava di nitro, o salnitro o boraco, elemento indispensabile per la fusione della silice o ossido di silicio. Esso, infatti, consentiva di abbassare la temperatura di fusione del silicio a livelli raggiungibili nelle fornaci dell’epoca. Anche dalle fonti agiografiche della stessa indole di quella di Giovanni Mosco, ancorché di provenienza copta, abbiamo notizia della produzione di nitro in Egitto, nella Valle della Nitria, wādī-an-Natrūn, la quale evidentemente prendeva il nome dal prodotto che vi abbondava. Significativamente la Nitria costituiva un’area di frequentazione e presenza nonastica, come in particolare risulta dalla Vita copta di san Macario il Grande, o san Macario l’Egiziano. Fiorito nel IV secolo e contemporaneo e, per molti versi, anche discepolo di sant’Antonio abate, egli era nato da genitori che possedevano cammelli usati proprio per il trasporto del nitro dalla cava, sulla montagna di Natrūn, al Cairo. Lo stesso Macario vi fece, per qualche tempo, l’esperienza di cammelliere insieme con i tanti altri che, alle dipendenze della sua famiglia, erano addetti al trasporto del nitro14. A Bisanzio, in ogni caso, il vetro era prodotto o utilizzato come materia per tessere destinate alla composizione dei mosaici o per vetrate variopinte e istoriate, per gioielli e oggetti di oreficeria o per ampolle e flaconi, come pasta di base per manufatti artistici quali i cammei. Ed è certo che i più raffinati e ricercati prodotti di vetreria sono destinati agli stessi usi delle seterie, anche come strumento di politica estera e simbolo dello sfarzo e dello splendore di Bisanzio e della sua corte nelle relazioni internazionali. Qui giova richiamare un passo del De Caerimoniis aulae Byzantinae di Costantino VII Porfirogenito, il dottissimo basileus del X secolo, il quale fu anche un provetto scrittore ed erudito15. Il passo in questione offre una testimonianza quanto mai interessante ai fini del nostro discorso, tanto più che si tratta di una notizia concernente le relazioni della corte costantinopolitana con l’Italia al tempo delle dominazio-

Grumel 1958: 356, 435. Bekker 1836: 506. 13 Morrisson 2007. 400; Djebbar 2002: 315 ss. Cfr. inoltre Rashdi 2002: 669 ss., 674 ss. 14 Pirone 2012: 21 ss. 15 Toynbee 1987. 11 12

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ne bizantina sul Mezzogiorno, cioè in pieno X secolo e sotto la dinastia macedone16. Infatti, Costantino VII Porfirogenito vi registra un caso emblematico dell’uso che vesti e drappi serici, da un lato, e pregiati oggetti in vetro, dall’altro, avevano come sostitutivi del danaro contante, in questo caso dei nomismi, o nomismata, in operazioni di trasferimento di valuta dalla capitale alla periferia e all’estero. Scrive il dotto basileus che, nel 934-935, l’imperatore Romano I Lecapeno inviò una spedizione nel Mezzogiorno d’Italia e sollecitò anche l’intervento dell’alleato re d’Italia, Ugo di Provenza, contro i dinasti longobardi dei principati di Capua e di Salerno, ribelli all’Impero e invasori dell’adiacente tema imperiale di Longobardia, corrispondente all’attuale Puglia e a parte della Basilicata. Per finanziare le operazioni belliche dell’alleato, il sovrano costantinopolitano gli inviò cento libbre d’oro, pari a 7.200 nomismi, oltre a vari oggetti preziosi o prodotti rari. I quali sono così elencati, evidentemente sulla base dei registri ufficiali dell’archivio di corte o degli uffici centrali delle finanze statali: in contante, un centenario in oro, cioè 7.200 nomismi; in oggetti, ben undici esophorìa, indumenti o drappi di lusso17, una coppa di onice, diciassette candelabri o lampade in vetro, trenta pacchetti d’incenso, cinquecento pacchetti di profumi e unguenti o oli aromatici. Altri doni sono destinati a conti e vescovi del seguito del re d’Italia18. Quei candelabri o lampade certamente in vetro sono, con ogni probabilità, le cosiddette lampade per Sant’Eugenio, uno dei santi martiri protettori di Costantinopoli19. Sono, in ogni caso, indicativi della qualità raffinata dei centri di produzione vetraria costantinopolitani o comunque orientali. Quei doni sono, per l’occasione, offerti all’attenzione e all’apprezzamento degli interlocutori della diplomazia bizantina e degli alleati dell’Impero in Occidente. E’, d’altra parte, risaputo che la raffinatezza estetica e la perfezione tecnica dei manufatti in vetro e cristallo bizantino, quale che ne fosse il centro di produzione, si imposero durante tutto il Medioevo all’attenzione e all’apprezzamento degli occidentali. Prova ne sia quel che a loro riguardo scriveva, probabilmente nella prima metà del XII secolo, il monaco latino Teofilo nella sua opera De diversis artibus, sulla quale in epoca moderna e contemporanea si è molto soffermata l’attenzione degli studiosi20. Per lui i prodotti vetrari bizantini raggiungevano livelli d’eccellenza, al punto di costituire altrettanti modelli per chiunque, in Europa occidentale, si proponesse di riprodurli o imitarli. Il monaco Teofilo perciò scriveva con ammirazione del colore azzurro, o zaffiro, delle lastre di vetro bizantine: colore che era pressoché impossibile ottenere o riprodurre in ambito latino e occidentale. E scriveva della capacità tecnica dei Greci, cioè dei Bizantini, di fabbricare coppe con disegni in oro raffiguranti uomini, uccelli o animali. Descriveva altresì il procedimento tecnico di fabbricazione di tali prodotti di vetreria e cristalleria, ottenuti appunto da un tipo di vetro incolore di esclusiva produzione bizantina. E descriveva infine la perfezione tecnica delle vetrate bizantine21. Non è il caso in questa sede di soffermarci sulle preziose annotazioni e considerazioni del monaco forse benedettino Teofilo sulla vetreria e cristalleria bizantine, perché esse ben si prestano a essere oggetto di uno studio specifico. Tanto più che le sue annotazioni si palesano interessantissime sotto il profilo tecnico22, anche in ciò che riguarda la costruzione delle fornaci e le diverse fasi e produzioni dell’industria vetraria.

Burgarella 1989: 413-517, in part. 459 s. Burgarella 2006: 124. 18 Il passo è edito con traduzione inglese e commento a cura di Haldon 2000: 214. Cfr. inoltre Reiske 1829-1830: I, 662 s. 19 Rosenquist 1994: 52-59. 20 Hendrie 1847: XV ss. Vale la pena di leggere tutta la prefazione dell’editore ottocentesco: III ss. Dell’opera esistono due traduzioni italiane: Caffaro 2000; Grandieri 2005. 21 Hendrie 1847: 132 ss (l. II, cc. 13 ss.). 22 Ibidem, II, 1: 118 ss. 16 17

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Merita tuttavia attenzione il fatto che ora accenniamo: la descrizione di Teofilo precede la Quarta Crociata del 1204, sicché essa accoglieva e registrava i molteplici motivi che ispiravano l’ammirazione dei Latini - fossero Franchi, Germanici, Italiani o Inglesi - verso i pregiati manufatti provenienti dall’Impero bizantino. Vien fatto di pensare che quest’ammirazione abbia avuto, per così dire, la funzione di orientare le operazioni di bottino dei conquistatori di Costantinopoli al tempo della Quarta Crociata: costoro non esitarono a mettere le mani sul patrimonio di beni artistici, di gioielli e reliquiari, di cristallerie e smalti, disponibile nell’antica capitale sul Bosforo e offerto indifeso alle loro razzie e al loro sacrilego saccheggio23. D’altra parte, un inventario di quanto trafugato allora a Costantinopoli e disperso in Occidente è già stato fatto da qualche secolo e pubblicato in varie sedi e occasioni. Merita, in ogni caso, di esservi evidenziato quanto ha attinenza con l’argomento che qui ci interessa24. Si è fatto cenno all’Italia in epoca bizantina. Ebbene, va tenuto presente che l’argomento del vetro ben si presta ad essere lumeggiato in relazione a essa. Un riferimento è ora d’obbligo: dovevano esserci in Italia, specialmente nella Calabria bizantina, fornaci per la produzione del vetro. Il cosiddetto Anonimo di Zuretti, ovvero l’opera anonima dal titolo L’arte sacra e divina della crisopea, cioè della tecnica di fabbricazione dell’oro, si colloca certamente nel filone cospicuo dei trattati di alchimia, manuali destinati più alla lettura e alla circolazione come testo letterario e documento di un sapere teorico che non come libro d’istruzione per usi pratici. Altrettanto avveniva, del resto, per i manuali relativi alla formula di un’altra importante risorsa bizantina, il fuoco greco, sulla quale tuttavia vigeva il più rigoroso segreto di Stato25. L’Anonimo lascia nondimeno intravedere parecchi elementi utili al nostro tema: elementi preziosissimi per chiunque abbia interesse e attenzione per la Calabria bizantina o post-bizantina e comunque medioevale, perché l’opera ci è pervenuta in un manoscritto vergato a Oppido Mamertina nel 1377-1378. Esso è oggi conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana: si tratta del Vaticano greco 1134. Nell’opera in questione si segnalano non pochi accenni ai vari tipi di forno o fornaci, a quelli per manufatti in creta o in argilla a quelli per il vetro. Vi si indicano con dettagli tecnici significativi, ancorché desunti dalla manualistica allora circolante, i procedimenti di fusione del vetro. Soltanto che tutto sembra inteso nei termini di un lavoro da svolgersi nel cosiddetto forno alchemico. Il che, per la verità, non ci sorprende, dato che altre produzioni tipicamente bizantine, come quella del fuoco greco, or ora ricordato e “capolavoro” – ci si consenta di dire – dell’industria bellica bizantina, sono note attraverso il filone della letteratura alchemica d’epoca basso-medioevale e moderna26.

Cfr. Meschini 2004; Ronchey, Braccini 2010: 412 ss. Cfr. l’opera ottocentesca, e sempre fondamentale, ristampata alcuni anni fa: Riant 2004. 25 Burgarella 2010: 216-221. 26 Colinet, Paris 2000: c. 80, 141 ss. Cfr. i vari contributi editi in Coscarella 2003; Coscarella 2007. 23 24

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I manufatti vitrei nei contesti funerari tardoantichi e altomedievali della Calabria e delle regioni limitrofe: testimonianze materiali e ritualità Franca C. Papparella Il est connu comme la poterie vitreux et céramiques trouvés dans la tombe représente le dépôt de type ritual. Ces types attestés dans la tombe sont bien pertinentes à l’ensemble d’accompagnement, mais le dépôt d’un seul conteneur, ce qui la cruche et amphore en céramique, en verre ou en bouteille, est d’être lu par l’attribution d’un objet symbolique. La cruche, donc la bouteille peut être considéré que ces contenants d’eau bénite deviennent rappel du matériel et tangible de baptême. Souvenir du repas? Ou objets destinés a contenir de l’eau bénite ou de l’encense? Ils traduisent en tout cas la nécessité d’une aide au défunt dans la tombe. (Février 1987)

È noto come il vasellame vitreo e ceramico rinvenuto all’interno della sepoltura costituisca il corredo di tipo rituale, ovvero oggetti appartenenti al defunto e utilizzati nella quotidianità che, poi, durante l’ultimo saluto vengono deposti nella tomba. Tema della ricerca è analizzare nei molteplici aspetti le diverse testimonianze vitree presenti nelle necropoli tardoantiche e altomedievali della Calabria con un raffronto con quelle che sono le attestazioni materiali di altra parte del territorio dell’Italia meridionale, come la Basilicata e la Puglia. Si impongono necessariamente osservazioni di carattere generale in quanto il campione analizzato a livello regionale e extraregionale non risulta sufficiente. La scarsità di documentazione, conseguenza di scavi di emergenza e di un inadeguato stato dell’edito, porta inevitabilmente a uno stato della ricerca frammentato che rende lacunosa una possibile seriazione crono-tipologica delle evidenze attestate. Ricerche future con scavi sistematici di necropoli e secondo il corretto approccio metodologico1 stabilito dall’archeologia funeraria potrebbero chiarire i molti dubbi e confermare o meno le diverse ipotesi di lavoro. Interessante, difatti, sarebbe potere trattare il corredo vitreo non solo da un punto di vista meramente morfologico ma anche nell’associazione dei manufatti, nella relativa posizione di questi rispetto al corpo dell’inumato, nonché in riferimento alle altre variabili che costituiscono la social persona, come l’età e il sesso del defunto (fig. 1). L’analisi dei dati a disposizione ha evidenziato che la suppellettile vitrea deposta in tomba è percentualmente meno rilevata rispetto a quella che è l’attestazione di ceramica, se si esclude per il territorio

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La Rocca 1988: 238 e più in generale per altri riferimenti bibliografici Papparella 2009: 12-15.

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Fig. 1. Schema riassuntivo dei fattori costitutivi del costume funerario.

esaminato l’esempio di Botricello che su diciotto tombe contenenti vasellame otto erano in vetro2, o il caso di Vaste di Lecce, necropoli rupestre di fine IV-V secolo3; tale dato rapportato alla concezione del vetro quale materiale pregiato può essere letto come indice dello status sociale del defunto, anche se, per il periodo cronologico in esame, sono note le problematiche concernenti la presenza/assenza del corredo e dei relativi elementi che lo compongono4. Si è desunto, altresì, che il vasellame è costituito essenzialmente da forme da mensa connesse alla funzione potoria e a contenere liquidi, come bottiglie, brocchette e bicchieri, caratterizzati da diverse morfologie e funzioni, ma che al momento del riuso funerario divengono “generici contenitori di liquido” così come asserito nel 1994 da Roberto Meneghini nell’analisi delle cosiddette “ampolle funerarie”, vitree e ceramiche, rinvenute nelle sepolture intramuranee della città di Roma5.

Aisa, Corrado 2007: 221. D’Andria, Mastronuzzi, Melissano 2006. 4 Young 1977; Blake 1983; La Rocca 1988 e 1992; Brogiolo 1997; Delogu 1997, La Rocca 2007; Paroli 2007. 5 Valenzani, Meneghini 1994: 335. 2 3

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Fig. 2. Fondo Giuliano, Vaste (LE), t. 163 (da D’Andria, Mastronuzzi, Melissano 2006).

Fig. 3. Fondo Giuliano, Vaste (LE), t. 383 (da D’Andria, Mastronuzzi, Melissano 2006).

Ma se la suppellettile presente all’interno delle sepolture è relativa al vasellame da mensa usato già nella quotidianità, un oggetto di esclusivo uso funerario è stato ritenuto la fiala fusiforme6 (tipo Isings 105). Unico esemplare noto nel nostro territorio, allo stato attuale dell’edito, è quello della tomba 508 di Vaste, alto circa cm 27 e posto vicino al capo dell’inumato. Tale tipo di contenitore, dalle analisi effettuate in altri contesti geografici, doveva contenere vino, forse pregiato, e il significato della presenza in sepoltura potrebbe essere correlato anche a quell’aspetto rituale di aspersione di acqua e di vino sui morti di cui ci parla Paolo Peduto7, nell’ambito però del VI-VII secolo, e su cui si tornerà nelle note conclusive. Passando ora a esaminare le tipologie vitree presenti nei diversi contesti funerari, seguendo uno schema diacronico, la necropoli di Gelsi di Terranova (CS)8, ascritta al IV secolo, è esempio di recupero di alcuni unguentari9, di cui però si ha solo la notizia bibliografica senza alcun apparato grafico o fotografico. È risaputo che l’unguentario è una forma molto attestata nell’ambito della ritualità funeraria romana per l’intrinseca funzione che esso stesso svolge, e la non attestazione nei secoli successivi dimostra proprio il cambiamento, la trasformazione di una pratica rituale. Esemplificativo di una intenzionale associazione di materiali è il caso della necropoli pugliese già citata. Il contesto funerario di Fondo Giuliano di Vaste, indagato e pubblicato da Francesco D’Andria10, è costituito da 130 sepolture escavate nel banco roccioso e pertinenti a un edificio di culto. Di queste, 14 hanno restituito manufatti vitrei, sia come unico oggetto di corredo che in associazione con altri elementi. Dall’analisi dei manufatti si è evidenziata l’associazione quasi costante del contenitore di liquidi e dell’elemento potorio. Quest’ultimo è rappresentato dal bicchiere della forma Isings 106, che in una tomba femminile (t. 163) è associato a uno spillone in bronzo e a una coppa in vetro (tipo Isings 96) decorata nella parte inferiore con archi a rilievo raccordati da bugne (fig. 2). L’esemplare, per quanto noto nel tipo di decorazione, seppur poco frequente, è privo di confronti puntuali per la posizione della stessa. Il bicchiere (tipo Isings 106), la coppa e un orecchino in oro sono stati recuperati in giacitura secondaria all’altezza delle ossa del braccio sinistro, prova di una effrazione della tomba. Una sepoltura di riutilizzo (t. 383), invece, restituisce una anforetta in ceramica dipinta e il bicchiere troncoconico (tipo

Paternoster 1999: 34; Uboldi 2005: 233, 237. Note sono le ipotesi di identificazione funzionale del manufatto, difatti è stato ritenuto come contenitore per toilette, ma anche per vino pregiato. Superata è invece l’ipotesi che tale recupero sia ascrivibile a un uso esclusivamente ecclesiastico, come dimostrato dai rinvenimenti in tombe femminili. 7 Peduto 1984: 60. 8 Papparella 2009: 179-180 per la bibliografia di riferimento. 9 Genericamente ascritti a età tardoantica sono altri unguentari rinvenuti nel sepolcreto di Pietrenere di Palmi (Papparella 2009: 92). 10 D’Andria, Mastronuzzi, Melissano 2006. 6

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Fig. 4. Fondo Giuliano, Vaste (LE), t. 386 (da D’Andria, Mastronuzzi, Melissano 2006).

Fig. 5. Fondo Giuliano, Vaste (LE), t. 258 (da D’Andria, Mastronuzzi, Melissano 2006).

Isings 106); tali oggetti sono pertinenti all’ultimo inumato e sono deposti vicino al capo (fig. 3). Ancora a una tomba multipla (t. 386), relativa a cinque individui di cui uno di età adulta, uno adolescenziale e gli altri di età infantile, è pertinente il corredo costituito da una brocchetta in vetro11 e da un bicchiere decorato con bugne in blu12 (fig. 4). Questo tipo di bicchiere si rinviene anche in sepolture della Basilicata, come nel contesto funerario di Herakleia, dove nella tomba 8 è associato a un bicchiere troncoconico13, e nella tomba alla cappuccina di Ponte S. Giuliano14, sempre nel materano. Esula dalla tipica associazione di materiali l’esempio della tomba 258 in cui sono deposti, in tempi diversi, due individui di età adulta. Alla prima inumazione è attribuita una coppa in vetro molto frammentaria, mentre alla inumazione recente, di sesso femminile, sono riferite una brocchetta e una olletta in vetro (tipo Isings 68), deposte vicino al capo (fig. 5). Forse in questo caso l’associazione degli elementi costitutivi del corredo ha previsto, insieme al contenitore per liquidi, l’olla che potrebbe rappresentare il contenitore per gli alimenti. Vi sono anche tombe caratterizzate da altri tipi di oggetti associati a un solo elemento in vetro, quale la fiala fusiforme (tipo Isings 105), la cui funzionalità è stata rapportata a contenitore per unguenti o profumi, ma non si può trascurare il risultato delle analisi chimiche che hanno rilevato tracce di vino, come detto in precedenza, seppur in contesti diversi. La fiala è stata rinvenuta sul cuscino funebre, quindi ancora una volta presso la testa del defunto (fig. 6, a). Nella stessa area funeraria, si segnalano, inoltre, una coppa in vetro verde contigua al capo (fig. 6, d) rinvenuta nella t. 146; la brocchetta in vetro (tipo Isings 133) dalla tomba di riutilizzo (t. 399), deposta anch’essa alla sinistra del capo dell’ultimo inumato (fig. 6, b); dalla tomba 520 un bicchiere sempre appartenente alla forma Isings 106 posto alla sinistra del cranio della deposizione più recente (fig. 6, c) in associazione a una moneta recuperata vicino al braccio destro. Tale tipo di bicchiere è noto anche in Calabria, relativamente al recupero da una tomba multipla, secondo l’Orsi pertinente alla chiesa dei SS. Pietro e Paolo15 a Cirò (KR); nelle aree sepolcrali della Basilicata, come nel caso prima citato di Herakleia (fig. 7), dove in una tomba maschile è stato rinvenuto insieme a un compasso in bronzo, che ci riporta probabilmente al

Si segnala un esemplare del tutto similare conservato nel Museo di Reggio Calabria, ascritto al IV secolo ma privo di contesto di rinvenimento: Andronico 2003: 66, tav. XX,143. Per la nomenclatura tipologica, Stiaffini 2004: 20. 12 Stiaffini 1999: 97-99. 13 Giardino, Lapadula, Auriemma 1998. 14 Papparella 2009: 221 con bibliografia relativa per l’attribuzione cronologica, ma meglio ascrivibile al IV-V secolo per il tipo di decorazione. 15 La chiesa insiste sulle strutture dell’Apollonion: Orsi 1932: 24, 34-35, 50. 11

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b

c

a d Fig. 6. Fondo Giuliano, Vaste (LE), a: t. 508; b: t. 399; c: t. 520; d: t. 146 (da D’Andria, Mastronuzzi, Melissano 2006).

Fig. 7. Herakleia (MT) (da Giardino, Lapadula, Auriemma 1998).

mestiere del defunto, e in una tomba femminile è associato a monili in argento e bronzo16. Ancora, in questa regione è presente nella necropoli di VI-VII secolo di località Porcili di Viggiano (PZ), un esemplare è stato rinvenuto (t. 125) insieme a una olletta biansata e un altro unitamente a una brocchetta (t. 119)17. Ma nella ritualità funeraria di VI-VII secolo si afferma ampiamente il bicchiere a calice, con coppe dal diverso profilo; tale manufatto è attestato come deposito funerario, nonché, se esterno alla sepoltura18, come indizio dell’espletamento del rito del refrigerium, come accade nel caso di Celimarro di Castrovillari, dove due frammenti di piede a disco sono stati rinvenuti in strato con ceramica da fuoco e consistenti tracce di bruciato19 (fig. 8). E ancora, fra gli esemplari noti nel territorio20 e rinvenuti all’interno delle tombe, si cita quello recuperato a Caraconessa di Umbriatico21 (fig. 9, d), caratterizzato da un corto stelo e da una ampia coppa; i due bicchieri a calice della necropoli di Avicenna nel foggiano (fig. 9, a-b) e quello da Rutigliano (fig. 9c), sempre in Puglia. Quest’ultimo esemplare, caratterizzato dalla profonda coppa e da un corto stelo, fa parte di un corredo femminile molto ricco, fra cui oltre a una brocchetta in ceramica si segnala un pettine in osso e una coppia di orecchini in oro22. Sempre dallo stesso contesto funerario, da una tomba con due deposizioni infantili (t. 8), proviene una brocchetta in vetro frammentaria nel collo, caratterizzata da un’ansa a nastro sormontante l’orlo e piede ad anello, i cui confronti vengono rintracciati in simili esemplari in bronzo23.

Giardino, Lapadula, Auriemma 1998: 345-346, fig. 2. Russo et alii 2009: 83-86, figg. 14-15. Non si evince se il bicchiere, integro, sia stato deposto all’esterno o all’interno della sepoltura, sebbene gli Autori relativamente alla tomba 119 parlino di corredo rituale esterno. 18 È noto l’uso del bicchiere non solo nella funzione potoria ma anche come signaculum, così come il recupero in sepoltura di un solo frammento di piede viene interpretato come monile, come nel caso di Castelluzzo di Sotto di Cirò (Aisa, Corrado, c.s). 19 Roma 2001: 29-50. 20 Trattasi di recuperi non sistematici, pertanto è impossibile qualsiasi ipotesi di lavoro. 21 Attianese, Palopoli 1977: 21, fig. 22; Aisa, Corrado: fig. 24.1 (c.s.). 22 Salvatore 1981: 133-135, fig. 4.d. 23 Bertelli 1999: 143.

16 17

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Fig. 8. Celimarro, Castrovillari (CS) (da Roma 2001)

a

b

c

Fig. 9. a-b, Avicenna (FG) (da Bertelli 1999); c, Rutigliano (BA) (da Salvatore 1981); d, Caraconessa, Umbriatico (KR) (da Attianese, Palopoli 1977).

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d


Nell’ampio panorama delle attestazioni ascrivibili al VI-VII secolo la bottiglia, nelle diverse varietà morfologiche, sembra essere l’elemento caratterizzante di molti depositi funerari, specie per il territorio calabrese24. Difatti, oltre a quella della tomba multipla di Santa Maria di Zarapotamo (CZ)25, rinvenuta contigua al cranio degli inumati, si possono citare i pregiati esemplari di Tropea (VV)26, la bottiglia in vetro azzurro dalla tomba di Rufino di Casignana Palazzi (RC)27, la bottiglia globulare della tomba infantile di Santa Maria del Mare28, deposta alla destra del capo (fig. 10, f), la bottiglia rinvenuta in una tomba maschile nel cimitero dei Santi Quaranta di Lamezia Terme29, e ancora quella rinvenuta nel cimitero di Cropani30, caratterizzata da volontarie striature di colore rosso intimamente assimilate alla massa vitrea di fondo. Da questa stessa area sepolcrale proviene la bottiglia contraddistinta da anello tubolare interno31 (fig. 10, a) i cui confronti più prossimi si rintracciano nei recuperi funerari del vicino sito di Botricello32 (fig. 10, c) e di Silipetto di Crucoli33 (fig. 10, b). Ancora dal cimitero di Botricello si segnalano alcune bottiglie dalla particolare morfologia, come quella a corpo piriforme34 (fig. 10, e) e quella caratterizzata da alto collo cilindrico, corpo globulare strigilato e decorato da filamenti di colore bianco35, rinvenuta fra le ginocchia di una giovane donna (fig. 10, d). Tale esemplare trova puntuali confronti con il manufatto recuperato a Ceramidio di Cirò Marina (KR), anch’esso in una tomba femminile36, e ascrivibile anche questo al pieno VII secolo. Esempi di bottiglie in vetro dal corpo globulare provengono anche dai contesti funerari di Avicenna (fig. 10, g-h)) e di Merine di Lecce37 (fig. 10, l), così come sempre ad Avicenna è stato rinvenuto un esemplare dal profilo quadrangolare (fig. 10, i). Un’attenzione particolare merita una piccola fiasca, non solo per la particolarità del manufatto ma anche per lo sviluppo della problematica connessa all’uso di deporre specifici oggetti contigui al capo dell’inumato. Il manufatto è stato rinvenuto nella necropoli di Pagliarone di Marsiconuovo (PZ) e caratterizza insieme ad altri oggetti di corredo (armi, speroni) l’inumazione di un adulto (t. 43). La fiasca è in vetro di colore blu e presenta una particolare decorazione (fig. 11)38. L’importanza del reperto risiede nella posizione in cui è stato rinvenuto all’interno della tomba, ovvero vicino al capo del defunto, e nella morfologia. Difatti, il tipo potrebbe trovare confronto con le ampolle in ceramica usate dai pellegrini. Le eulogie sono note per essere contenitori39 di acqua benedetta, di oli, che i pellegrini portavano con sé al ritorno del loro viaggio in Terra Santa, così come noto è il significato taumaturgico e di protezione che ad esse veniva attribuito.

A titolo esemplificativo si cita per il territorio della Basilicata la bottiglia “monoansata” dalla t. 4 di Herakleia, di cui però non si ha documentazione grafica (Papparella 2009: 202, per tutti i riferimenti bibliografici). Anche per gli altri riferimenti bibliografici degli esempi di seguito prodotti si rinvia a Papparella 2009. 25 Ruga 1998: 379-396. 26 Noti nelle citazioni bibliografiche ma non editi. 27 Cardosa 2007: 91-92. 28 Raimondo 2003: 308, tav. I. 29 E. Donato, Lo scavo della chiesa dei SS. Quaranta Martiri a Caronte di Lamezia Terme. Poster nelle XV Giornate Nazionali di Studio sul Vetro AIHV (Università della Calabria, 9-11 giugno 2011). 30 Aisa, Papparella 2003: 322, tav. VI. 31 Aisa, Papparella 2003: 321, tav. V. 32 Aisa, Corrado 2003: 348, tav. IX, fig. 19. 33 mav.comune.crucoli.kr.it; scheda dott. Alfredo Ruga. 34 Aisa, Corrado 2003: 340, fig. 18, tav. III. 35 Aisa, Corrado 2003: 342, fig. 17, tav. II. 36 Aisa, Corrado 2003: 342, nota 11. 37 D’Angela 1982: 176, tav. 52, fig. 3; Bertelli 1999: 143, tav. II, 5. 38 Russo, Pellegrino, Gargano 2012: 269-272, fig. 9. 39 L’indagine allo stereomicroscopio ha messo in evidenza la presenza di tracce di ocra rossa all’interno del manufatto: Russo, Pellegrino, Gargano 2012: 272. Sarebbe interessante a tal proposito riuscire a comprendere il significato del contenuto. 24

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c

a

b

d

e

g

f

h

i

l Fig. 10. a: Cropani (CZ), t. BB (da Aisa, Papparella 2003); b, Silipetto, Crucoli (KR) (da mav.comune.crucoli.kr.it); c, Botricello (CZ) (da Aisa, Corrado 2003); d, Botricello (CZ) (da Aisa, Corrado 2003); e, Botricello (CZ) (da Aisa, Corrado 2003); f, Santa Maria del Mare (CZ) (da Raimondo 2003); g, Avicenna (FG) (da D’Angela 1988); h-i, Avicenna (FG) (da Bertelli 1999); l, Merine (LE) (da D’Angela 1982).

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Fig. 11. Pagliarone, Marsiconuovo (PZ), t. 43. Eulogia (?) (da Russo, Pellegrino, Gargano 2012).

Dalla disamina dei dati a disposizione sembra che nell’arco del IV-V secolo le tipologie attestate in sepoltura siano propriamente pertinenti al corredo di accompagnamento, nel significato delle necessità materiali del defunto, anche dopo la morte40, tanto che si ha quasi costantemente l’associazione del contenitore per liquidi e il bicchiere, ovvero quegli oggetti che costituiscono il servizio da mensa41. È rilevante osservare per i secoli successivi, certo allo stato attuale dell’edito e con tutte le premesse metodologiche poste all’inizio del contributo, che non si assiste a un cambiamento nella pratica funeraria come quella di deporre il materiale vitreo in tombe femminili, maschili, di adulti e bambini, e si potrebbe parlare, quindi, di un corredo “neutro”; in molti casi, però, si assiste a un cambiamento e a una trasformazione del numero e del tipo di manufatti; si ha, cioè, una sorta di “riduzione” e di scelta formale del deposito funerario, con la sola deposizione del vasellame atto a contenere liquidi, sia esso in ceramica che in vetro, rinvenuto ancora in modo eretto così come doveva essere in origine, dimostrazione, forse, che questi recipienti all’atto dell’interramento fossero pieni. I campioni analizzati, inoltre, hanno dimostrato che tale suppellettile è stata rinvenuta, nella quasi totalità dei casi, presso la testa del defunto42, sia come unico elemento di corredo che in associazione a elementi di abbigliamento e di ornamento personale. Ma il cambiamento della ritualità funeraria da comprendere attraverso la deposizione di un solo recipiente, quale la brocchetta e l’anforetta in ceramica, o la bottiglia in vetro, è da leggere con l’attribuzione di una valenza simbolica all’oggetto, ovvero nel significato di un dono piuttosto che di “un’idea di un aldilà comprensivo di funzioni materiali”43. Tale oggetto potrebbe essere considerato uno di quei manufatti già scelti durante il proprio battesimo, che ognuno porta con sé durante tutta la vita e, infine, nella tomba. A supporto di tale tesi è il noto passo del monaco piacentino Antonino

Giuntella 1998: 67; per la problematica e alcuni esempi: Papparella 2009. Per il concetto di servizio da mensa: Paternoster 1999: 33. 42 Interessante per il parallelo che potrebbe intercorrere è la presenza all’interno delle catacombe di alcune ampolle vitree murate nella fronte esterna del loculo e sopra la mensa dell’arcosolio; d’ordinario presso l’angolo rispondente al capo del defunto: cfr. De Santis 2000. 43 Peduto 1984: 59. 40 41

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che nel suo ritorno dalla Terra Santa osserva come terminato il battesimo tutti scendono nel fiume Giordano per la benedizione vestiti con la sindone e con molti altri oggetti che conservano per la sepoltura (Completo baptismo omnes descendunt in fluvio pro benedictione induti sindones et multas com alias species quas sibi ad sepolturam servant (Antonino Piacentino, Itin. Ant. Plac., 567-570). A ulteriore testimonianza del nesso battesimo-sepoltura si vuole ricordare il confronto che fa S. Paolo nella Lettera ai Romani (6, 3-6) tra il battesimo e la morte di Cristo, e ancora Leone Magno, nella Epistola 16,3 riportando i motivi per cui si deve battezzare solo durante la festività della Pasqua e della Pentecoste, rapporta il rito dell’immersione battesimale ai tre giorni all’interno della sepoltura prima della resurrezione44. Da rilevare è, inoltre, che nella liturgia moderna della Chiesa occidentale il rito dell’ultima raccomandazione e commiato per il defunto, di norma previsto in chiesa, ma che può avvenire anche presso il luogo di sepoltura, viene espletato dal sacerdote con l’aspersione di acqua benedetta45 e incenso sul feretro, mentre pronuncia una esortazione con queste parole: (…) Affidiamo alla terra il corpo mortale del nostro fratello nell’attesa della sua resurrezione. La brocchetta, quindi la bottiglia potrebbero essere considerati quei contenitori di acqua benedetta che divengono ricordo materiale e tangibile del battesimo, e forse funzionali all’aspersione dell’acqua sul corpo del defunto nel momento del seppellimento. Difatti, a supporto di quanto detto si ricorda il Trattato contra Greci del monaco agostiniano Antonino Castronovo che tra i riti funerari dei Greci, ovvero dei Bizantini, annovera proprio la consuetudine di gettare acqua e vino sul corpo dei morti46. In ultima analisi si vuole sottolineare un altro dato che ci conferma indiscutibilmente l’importanza dell’intento con cui il contenitore ceramico e vitreo viene deposto all’interno della tomba: casi emblematici dimostrano come in alcune sepolture di riutilizzo il corredo relativo alla deposizione primaria viene conservato, quasi a simboleggiare una sorta di “rispetto” forse proprio per quella valenza rituale a esso attribuito47.

(…) dum in baptismati regula, et mors intervenit interfectione peccati, et sepulturam triduanam imitatur trina demersio. Et ab aquis elevatio, resurgentis instar est de sepulcro, cfr. Deichmann 1993: 96. 45 L’acqua viene benedetta durante la notte di Pasqua. 46 Peduto 1984: 60. Un importante contributo sulla origine e l’uso dell’acqua nel significato di lustrale e benedetta è in Barraud 1870. L’autore riporta non solo i numerosi passi veterotestamentari, ma anche esempi tratti dal mondo classico come alcuni versi del VI libro (vv. 226-231) dell’Eneide di Virgilio, relativamente all’esequie funebri di Miseno, quando Corineo, consumatosi il rogo, asperse con vino le ceneri raccolte in un’urna di metallo e purificò i presenti con acqua lustrale spruzzata con un ramoscello di ulivo fruttifero. 47 Papparella 2012: 241. 44

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Vetri iscritti da Copia Thurii. Ultimi bagliori da una città dei Bruttii Alessandro D’Alessio, Silvana Luppino The excavations carried out on several occasions from 1969 to the present day in the site of the Roman city of Copia have returned a significant amounts of glass materials, whose state of preservation, usually fragmentary, induced to operate a strict selection of the most significant pieces already at the time of the edition of the 5 preliminary reports in Notizie degli Scavi. From recent excavations, instead, come the two finds subject of this paper, that the intrinsic characteristics and context of discovery clearly isolate themselves from the others of difficult assignment. The first of them is what remains of a beaker due to the well known production of the so-called “sidonian” masters (first century AD), bearing an inscription surely integrable ΚΑΤΑΧ [ΑΙΡΕ ΚΑI ΕΥΦΡΑΙΝΟΥ], the only of its kind, with the exception of another from the necropolis of Cornus in Sardinia, found in Southern Italy. To the Late Antiquity is dating the second finding: a fragmentary bottle Isings 103, on which are preserved the remains of a very interesting Greek inscription, only partly intelligible, but without doubt one of the oldest evidence of spread of Christianity in Calabria. Le campagne di scavo condotte a più riprese dal 1969 ad oggi nel sito della colonia latina di Copia (193 a.C.), municipium dall’89 a.C. ed in vita fino al VII secolo d.C., hanno restituito rilevanti quantità di reperti vitrei riconducibili a svariate tipologie, il cui stato di conservazione, generalmente frammentario, indusse ad operare una rigida selezione degli esemplari più significativi già all’epoca dell’edizione dei 5 rapporti preliminari in Notizie degli Scavi1. Per dare un’idea, si segnala il totale di 1.381 frammenti censiti qualche anno fa da D. De Presbiteris2, provenienti da una sola delle tre grandi aree scavate nella campagna del 1975, rimasta inedita, ovvero l’area di Parco del Cavallo, che rappresenta il centro di Copia Thurii (fig. 1). Da scavi più recenti3 provengono invece i due reperti oggetto del presente contributo, che per le loro peculiarità intrinseche e per il contesto di rinvenimento, si distaccano nettamente dalla congerie di frammenti vitrei di difficile attribuzione morfologica, presenti sopratutto nei livelli di abbandono della città. Si tratta, infatti, di un bicchiere e di una bottiglia frammentari, entrambi con iscrizioni in greco, ben inquadrabili sul piano sia tipologico che cronologico. Per quanto riguarda il bicchiere, che tratteremo nelle pagine immediatamente seguenti, esso è stato rinvenuto nel 1999 nel corso degli scavi condotti all’esterno della Porta Nord di Copia, nell’area a destinazione funeraria ubicata lungo i lati Est e Ovest della plateia A (fig. 2). La necropoli presenta almeno due diverse fasi di utilizzo, di cui la prima con grandi mausolei databile tra I e II secolo d.C.,

Sibari I, 1969; Sibari II, 1970; Sibari III, 1972; Sibari IV, 1974; Sibari V, 1988-89. Luppino, De Presbiteris 2003: 496 ss. 3 Greco, Luppino 1999. 1 2

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Fig. 1. Sibari-Thurii-Copia. Parco del Cavallo: pianta generale (da Greco, Luppino 1999).

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Fig. 2. Sibari-Thurii-Copia. Porta Nord: pianta dell’area funeraria.

Fig. 3. Sibari-Thurii-Copia. Mausolei e tombe fuori Porta Nord (da Greco, Luppino 1999).

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la seconda con gruppi di sepolture ad inumazione di varia tipologia (cassa di laterizi con copertura di tegole piane, alla cappuccina, cassa di tegole o fossa terragna), disposte intorno ai mausolei e, nel settore occidentale, anche all’interno dell’edificio settentrionale, a partire dalla fine del II e per tutto il III secolo d.C. e oltre (fig. 3)4. Alcune delle tombe si presentavano già manomesse in antico e per lo più depredate, per cui in genere non molto significativi sono i resti dei corredi funerari. In particolare, l’US 77, da cui proviene il manufatto in esame, è indicativa della situazione stratigrafica relativa ai livelli di abbandono della necropoli: il materiale ceramico recuperato si dispone infatti in un arco cronologico piuttosto ampio: dal vasellame in terra sigillata italica all’anfora Dressel 2-4, fino alla coppa in terra sigillata africana A 1/2 (Hayes 10) ed alle patine cinerognole5. S. L.

Il primo rinvenimento che presentiamo è un frammento di bicchiere iscritto in vetro soffiato a stampo bipartito, di colore verde chiaro trasparente (fig. 4), riconducibile alla ben nota produzione dei c.d. maestri “sidonii” del I secolo d.C. Si tratta infatti di un vaso con orlo lievemente esoverso tagliato a spigolo vivo, del diametro ricostruibile di cm 7,2, e corpo cilindrico decorato a rilievo; l’altezza del frammento conservato (a sua volta ricomposto da quattro frammenti combacianti) è pari a cm 4,8 su un totale presumibile di 7,8, mentre lo spessore massimo della parete eccede appena il millimetro. In base ai numerosi confronti con altri manufatti analoghi, la decorazione può essere così integralmente ricostruita: due palmette stilizzate verticali, poste in posizione simmetrica lungo la circonferenza del vaso (alle linee di giuntura dello stampo), ne suddividono la sintassi in parti eguali; dall’alto verso il basso si susseguono due listelli paralleli e una duplice coppia di palmette stilizzate e contrapposte, le quali si stendono orizzontalmente al di sopra di un’iscrizione o motto certamente integrabile in ΚΑΤΑΧ[ΑΙΡΕ ΚΑI ΕΥΦΡΑΙΝΟΥ] (Rallegrati e sii di buon animo); subito al di sotto, nella porzione non conservata del vaso, correvano altri due listelli paralleli e un ramo orizzontale continuo a piccole foglie oblique, posto immediatamente sopra il fondo. Ora, la tipologia di questi piccoli ed eleganti vasi, già impostata da D. B. Harden negli anni ‘30 e ‘40 del secolo scorso6, si è via via arricchita di nuove testimonianze, che non hanno tuttavia inficiato il quadro sostanziale tracciato dallo studioso, semmai integrandolo e precisandolo. Conseguentemente, anche il nostro bicchiere viene a inserirsi a pieno titolo nel Gruppo F della sua sinossi, e precisamente nel sottogruppo F ii, i cui esemplari recano appunto la più corretta forma verbale ΚΑΤΑΧΑΙΡΕ, laddove nella pur diffusa serie F i ricorre invece ΚΑΤΑΙΧΑΙΡΕ7. Altra caratteristica distintiva, che pure ci consente di assegnare lo specimen di Copia al secondo ambito tipologico/paleografico, è poi costituita dalla forma della Α, lettera che ricorre cinque volte nell’iscrizione e che presenta una barretta risalente dall’estremità inferiore del tratto obliquo di sinistra negli esemplari del sottogruppo F ii8, mentre in quelli della serie F i essa assume le sembianze di una minuscola ‘v’ (fig. 5). Infine, l’appartenenza al repertorio F ii è confermata anche dalle proprietà dimensionali del manufatto, il cui diametro all’orlo è come detto ricostruibile in

P. Munzi, in Greco, Luppino 1999: 131, 136; M. T. Granese, ibidem: 141 ss. L’US 77 corrisponde al livello di accumulo individuato all’interno del perimetro del monumento funerario con facciata ad esedra. Era uno strato di terreno bruno scuro, ricco di materiali ceramici, molto simile a quello soprastante e che copriva le rasature delle strutture. 6 Harden 1935, con bibl. precedente; Id. 1944-45. 7 Harden 1935: 171-173. Per una rassegna pressoché completa dei bicchieri del Gruppo F si vedano inoltre McClellan 1983: 76-77, Stern 2000, Ead. 2001: 53-55, 125-126; von Saldern 2004: 251 e ArveillerDulong, Nenna 2005: 183, tutti con bibl. Più in generale sulla produzione in vetro soffiato dentro matrice v. tra gli altri Stern 1995, Wight 2001 e la bibliografia citata infra, nota 12. 8 «An upward-slanting slash» in Stern 2000: 166. 4 5

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Fig. 4. Sibari-Thurii-Copia. Area funeraria fuori Porta Nord (scavi 1999, US 77): frammento di bicchiere con iscrizione ΚΑΤΑΧ[ΑΙΡΕ ΚΑI ΕΥΦΡΑΙΝΟΥ] (foto A. D’Alessio, dis. L. Di Santo).

Fig. 5. Bicchieri iscritti “Harden F i e ii” (da Stern 2000).

cm 7,2, in perfetta corrispondenza con gli esemplari integri del medesimo tipo, a fronte di un diametro lievemente maggiore (cm 7,5/7,6) in quelli F i, nei quali è pure attestato il basso piede ad anello. Nel complesso, i vasi del Gruppo F mostrano una discreta diffusione geografica a partire dalla metà e seconda metà del I secolo d.C. In Italia e lungo la costa orientale dell’Adriatico, bicchieri come questi sono notoriamente attestati in diverse zone del centro-Nord (da Tarquinia a Castelleone di Suasa presso Ancona, dalla necropoli di Craveggia in Piemonte fino a Zara in quella di Nona per quanto concerne la serie F i)9, mentre il vaso di Copia e un altro da Cornus in Sardegna10 sono a quanto ci consta gli unici ritrovati al sud e i soli peraltro della varietà F ii. Più numerosi risultano invece i rinvenimenti effettuati altrove e gli esemplari conservati in Musei e collezioni private europei, statunitensi e del Vicino Oriente: dalla Svizzera al Mar Nero, in Grecia e specialmente a Cipro e in Palestina e

Tarquinia-Corneto: Fiorelli 1876: 38; Castelleone di Suasa: Helbig 1884: 203 s.; Zara-necropoli di Nona: Ravagnan 1994a: 17, 124, n. 232; cfr. Larese 2004: tav. VII, n. 232. A questi si aggiunge un esemplare al Museo di Firenze: Laviosa 1958. 10 Taramelli 1914: 271, fig. 30. 9

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Fig. 6. Sibari-Thurii-Copia. Parco del Cavallo (scavi 1994, Saggio 10, US 1): frammenti di bottiglia iscritta tipo Isings 103 (foto A. D’Alessio).

Siria11, dove l’intera produzione “sidonia” ebbe origine nel secondo quarto del I secolo d.C.12. Di qui essa si irradiò nel bacino del Mediterraneo e in area continentale con percorsi e modalità di diffusione che restano ancora da precisare, ma che vertono in sostanza sull’esportazione, nei diversi mercati dell’Impero, di manufatti realizzati in un singolo centro (Sidone?) o in una serie di centri locali collegati, e/ovvero sulla migrazione di artigiani e botteghe, e dunque degli stampi necessari alla fabbricazione dei vasi, a Cipro e in Grecia, in Italia e altrove13. A questo interrogativo è evidentemente legata anche l’interpretazione del bicchiere di Copia – l’unico del genere, come si è già sottolineato, rinvenuto finora in Italia meridionale dopo quello di Cornus. Ci riferiamo chiaramente alle ragioni della presenza di un vaso “sidonio” iscritto ΚΑΤΑΧΑΙΡΕ ΚΑI ΕΥΦΡΑΙΝΟΥ in una periferica seppur gloriosa città dei Bruttii. Sebbene non direttamente associato a una sepoltura14, la sfera funeraria sembra in ogni caso probabile per il contesto di utilizzo ultimo, o meglio di deposizione, del prezioso manufatto, in linea con quanto verificato per altri bicchieri dello stesso tipo: pensiamo ad esempio a quello della serie F i dalla necropoli di Nona a Zara e, di nuovo, a quello F ii dalla necropoli sarda di Cornus. Del resto, la cronologia stessa dei mausolei di Porta Nord appare largamente compatibile con la datazione del vaso, come di altri vetri rinvenuti nell’area15. Di certo, la funzione primaria del bicchiere con il relativo motto non doveva però essere che potoria e conviviale, legata al consumo del vino e beneaugurante – di sapore “epicureo” saremmo tentati di dire. Ma appunto di un’ispirazione che travalica i piaceri e i confini stessi dell’esistenza, per dilatarsi nell’oscuro regno dell’oltretomba in una pur ricercata prospettiva di vita ultraterrena. Altra questione è invece se il bicchiere sia stato importato a Copia direttamente dall’Oriente – come riteniamo probabile, vista la singolarità stessa del rinvenimento nell’intero panorama dell’Italia meridio-

V. supra bibliografia di riferimento. McClellan 1983: 71 ss. Questa risulta costituita allo stato attuale da un repertorio di 13 gruppi, variamente apparentabili per forma, stile della decorazione ed epigrafia. 13 Sintesi della problematica (a partire dall’attività del vitrarius siriaco Ennione) in Harden 1935 e Id. 1987: 153, McClellan 1983, Ravagnan 1994b: 376-377, Bonomi 1996: 15-16, Stern 2001, von Saldern 2004: 237-245. 14 Ma v. supra riguardo la destinazione funeraria dell’area fuori Porta Nord. 15 Fra i quali si segnalano due bicchieri di diversa tipologia dalla stessa US 77. 11 12

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Fig. 7. Sibari-Thurii-Copia. Parco del Cavallo (scavi 1994, Saggio 10, US 1): disegno ricostruttivo della bottiglia (A. D’Alessio, G. Troiano).

nale –, o attraverso la mediazione di un diverso mercato, o se non si debba addirittura pensare a una sua produzione in loco. Se così fosse, dovremmo ipotizzare la presenza a Copia, se non di artigiani “sidonii”, quantomeno degli stampi fabbricati da quelli, o riprodotti altrove, e giuntivi in qualche modo entro la fine del I secolo. Un’ipotesi, però questa, allo stato attuale indimostrabile e tutto sommato remota, a cui resta più in generale preferibile quella di un’importazione di prodotti e merci, anche di pregio, che poneva la città lungo le principali rotte commerciali del Mediterraneo nella prima età imperiale. Alla tarda antichità e oltre – all’alba di un mondo nuovo, è lecito dire – ci riporta invece il secondo rinvenimento che qui presentiamo (fig. 6). Si tratta di 17 frammenti parzialmente ricomponibili (frr. I, II, III,1-3, IV,1-2, V,1-5, VI e VII,1-4) di una bottiglia in vetro di un intenso colore verde, realizzata con la tecnica della soffiatura libera, su cui si conservano gli scarsi resti di una complessa e interessantissima iscrizione in greco a lettere maiuscole incise, solo in parte intellegibile. Infatti, se la notevole frammentarietà e la parziale alterazione della superficie del vetro non impediscono di ricostruirne con una certa precisione forma, tipologia e schema della decorazione, ben più ardue risultano la trascrizione e comprensione del testo superstite. Ma procediamo con ordine. La forma della bottiglia è di certo quella di una Isings 103 (fig. 7)16, come indica il profilo sia dei frammenti della pancia e della spalla – sui quali ultimi (III,1-3) si riconosce anche l’attacco del collo –, sia di quelli in cui si conserva una limitatissima parte del fondo (V,1-5)17. Il diametro massimo del contenitore è così ricostruibile in cm 10 ca., quello del fondo a 4 ca., mentre qualche dubbio permane sull’esatto profilo e le dimensioni effettive del collo, e dunque sull’altezza complessiva del manufatto. La sopravvivenza di due piccoli frammenti del collo stesso (I-II), solcato da due scanalature orizzontali (una posta immediatamente sotto l’orlo, l’altra più in basso a una distanza di cm 2) e il confronto con altri oggetti simili (v. infra), ci consentono comunque di proporre una restituzione integrale della bottiglia, per uno sviluppo verticale massimo pari a cm 14 ca. Una restituzione che può essere altresì estesa allo schema decorativo del vaso, costituito, dall’alto verso il basso e senza soluzione di continuità, da due scanalature parallele

16 17

Isings 1957: 121-122. Lo spessore dei frammenti varia da mm 2 del collo e della spalla a mm 1 della parte inferiore della parete.

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poste all’altezza della spalla e da tre sottostanti solcature ravvicinate18, cui seguono sei serie accostate di cerchi concentrici centrati sul diametro della pancia19, e infine una triplice solcatura e due scanalature parallele poste in prossimità del fondo, con sequenza dunque speculare a quella della spalla. Su questo articolato registro, realizzato con un sapiente lavoro di intaglio a rotina, sia gli spazi compresi tra le scanalature e solcature, sia quello subito soprastante la scanalatura alta della spalla, sia ancora le aree delimitate dai cerchi concentrici, vengono a costituire i campi epigrafici di altrettante iscrizioni incise in lettere greche di altezza diversa a seconda della posizione e della superficie disponibile. I testi si sviluppano di conseguenza su cinque righi sovrapposti e apparentemente continui (rr. a-b-c + e-f)20, con la sola eccezione di quelli all’interno dei cerchi (d1-3I-VI), distribuiti a loro volta su tre righi21. Ora, sfortunatamente, la scarsa percentuale di conservazione della bottiglia fa sì che l’apparato epigrafico si presenti pesantemente mutilo e, pertanto, di lettura ed esegesi estremamente difficoltose. Tuttavia, dopo un’attenta osservazione dei frammenti e delle caratteristiche paleografiche delle iscrizioni, se ne può tentare quantomeno una trascrizione e una prima, benché parziale interpretazione22. In base all’esame autoptico dei frammenti, dunque, malgrado non se ne colga ancora l’esatta disposizione sulla tettonica del vaso, i testi possono essere così trascritti: Fr. III,1-3 a.

---]ΜΕΙΝΑ ΚΑΙ Σ[---

b.

---] ΑΕΙΜΝΗΣΤΕ ΨΥΧΗ ΚΑΙ ΜΝ[---

[---]

c.

---]ΗΣΙΜΕ ΚΥΡΙΩ [---].Α ΚΑΙ ΣΩΘΩ[---

[---].ΙΔΩ[---]

d.

Fr. VI

[---]

ΚΑΛΕΙ

[---]ΗΡΕ

ΔΕΚΑ

[Ζ]ΩΗ

ΛΕ

e.

---]. ZHΣΩΦIΛ[---

---]TOΣ ΔIA[------]ΝΟΝΙΝΑ K[---]

f.

---]Ω ΠΡOΣ Σ(vel O)[---

---] KAI AΞIOΣ ΖΩHΣ E[---

1 2 3

a. b. c. d. e. f.

Fr. V,1-5

Fr. IV,1-2

---]MEINA kaˆ S[-----] ¢eimn»ste yuc» kaˆ mn[hsqÍ -----]»sime kur…ñ [---].A kaˆ swqî[men --[---] / [---]HRE / [z]w»; kale‹ / DEKA / LE ---]. zÍ Sèfil[--- (vel zÍj vel z»j(aij) ï f…l[e ---]) ----]NON INA K[-----]TON ANTILA[-----]W prÕj S(vel O)[-----] kaˆ ¥xioj zwÁj E[---

---]TON ANTIΛA [---

---].I∆W[-----]TOS DIA[--

La distanza tra le scanalature e solcature è rispettivamente pari a cm 0,5 e 0,6. Ciascuna serie è costituita da fitte linee concentriche, comprese tra due ampie scanalature pure circolari, poste a delimitare una superficie libera di cm 3,1 di diametro. Il diametro complessivo di ogni cerchio è pari a cm 5,1. 20 Altezza delle lettere: rigo a. mm 4; rigo b. mm 5; rigo c. mm 6; rigo e. mm 2,5; rigo f. mm 3. 21 Altezza delle lettere nei cerchi: mm 4. 22 A questo proposito colgo l’occasione per ringraziare sentitamente, per gli utili suggerimenti, i colleghi G. Bevilacqua, A. Coscarella, A. E. Felle, L. Saguì e A. Zumbo, e ancora i Professori V. von Falkenhausen e D. Feissel, fermo restando ovviamente che quanto di seguito dirò ricade sotto la mia esclusiva responsabilità scientifica. 18 19

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Ebbene, come si vede, gli elementi per una lectio proficua dei testi non sono molti, né dirimenti. Tralasciando per ora il rigo a. perché eccessivamente mutilo23, nel rigo b. del frammento III,1-3 si legge chiaramente ¢eimn»ste yuc», ovvero “anima indimenticabile”, “eternamente memorabile”, cui segue un kaˆ MN[--- solo ipoteticamente integrabile in mn[hsqÍ (“che sia ricordata”, “che se ne conservi la memoria”), il che manifesterebbe una speranza e un auspicio di ricordo, di nuovo, dell’anima, come riscontrabile in altri casi analoghi: ad esempio nell’iscrizione sepolcrale dall’area sopraterra del cimitero di Panfilo a Roma, dove ricorre appunto la formula mnhsqÍ yuc¾ per il Karikos lì sepolto nel IV secolo d.C.24. Il tema della morte e della (auspicata) rimembranza dell’anima sembra dunque attestato sulla bottiglia; così come quello della salvezza eterna e dell’invocazione al Signore per conseguirla, quali si ravvisano nel kur…ñ [---].A kaˆ swqî[--- (verosimilmente swqî[men) del rigo c. del medesimo frammento III,1-325. Più complicata è la lettura e traduzione delle poche parole superstiti di quelle incise all’interno dei cerchi concentrici, che potrebbero individuare brevi motti isolati o una più lunga frase scaglionata lungo la circonferenza del vaso. Ce ne restano comunque solo due serie su sei, per così dire “impaginate” – a quanto pare entrambe – su tre righi sovrapposti (d.1-3): certamente quella nel cerchio del frammento V,1-5; probabilmente anche l’altra del frammento IV,1-2. Questa, infatti, conserva soltanto parte del secondo e terzo rigo, dove si riconosce abbastanza facilmente, sotto un non meglio identificato tronco di parola [---]HRE, il nominativo [z]w». Di cosa precisamente si tratti non ci arrischiamo a dire, ma per quanto sopra evidenziato – e per la frequenza evidentemente elevatissima dell’associazione di termini quali yuc», sèzw nelle sue diverse flessioni, kÚrioj e appunto zw» nella letteratura e fraseologia patristica26 –, è possibile e forse ragionevole pensare che ci si riferisca qui, ancora una volta, alla vita eterna (dell’anima). Non meno ardua risulta la cognizione di quanto è scritto nell’altro cerchio superstite (fr. V,1-5), dove si osserva un kale‹, e poi DEKA / LE, ma francamente, a parte il “chiama” del primo rigo, sul resto si può dire al momento ben poco. Innanzitutto non è chiaro se la lettura debba essere dška / LE, oppure DE KA/LE (che avrebbe forse ancor meno senso), o se piuttosto quanto inciso qui non continuasse nel successivo cerchio perduto27. Venendo infine agli ultimi due righi, e. ed f., l’analisi testuale si complica ulteriormente. Nel rigo e., il zÍ Sèfil[---] del frammento IV,1-2 potrebbe indicare un nome proprio, quello di un Sofilo al quale, o alla cui anima, nuovamente, viene indirizzato un augurio di vita (eterna)28; a meno che – e sarebbe forse più congruo – non debba leggersi zÍj (o z»j[aij]) ï f…l[e], ovvero un più comune

Ma vi si potrebbe riconoscere, nel ---]MEINA kaˆ S[---, quanto resta di due nomi di persona, forse una donna e un uomo (che sia quest’ultimo il presunto Sèfil[---] del rigo e. al frammento IV,1-2 ? V. infra). 24 V. più di recente Velestino 2000: 514 (con bibl.), dove si richiama opportunamente l’opinione del Marucchi in merito al valore dogmatico dell’espressione “che sia ricordata la sua anima” e alla nota iscrizione latina di Agape nel cimitero di Priscilla a Roma, in cui si rivolge l’invito ai fratelli riuniti in preghiera a ricordarsi (meminisse) di pregare anche per la cara defunta, onde ottenere da Dio la sua salvezza (... ut Deus omnipotens Agapen in saecula servet). In Calabria può citarsi invece, anche questa a puro titolo di esempio, un’iscrizione in greco su lastra marmorea frammentaria da Reggio della metà circa del V secolo, in cui mn»sqhti k(Úri)e ... individua un’espressione «molto comune (ed in numerose varianti) sia nei documenti cristiani che in quelli bizantini …», Buonocore 1988: 5. 25 Qui, inoltre, ---]HSIME è con ogni probabilità integrabile in cr»sime, o meglio Ñn»sime, ossia con un’aggettivazione elogiativa relativamente comune nelle iscrizioni funerarie, espressa in questa sede al vocativo e riferibile evidentemente a un nome maschile; non, tuttavia, al seguente kur…..., la cui ultima lettera, sebbene fratturata, non può che essere W, da cui appunto il dativo kur…ñ. 26 Basti sfogliare ad esempio il Patristic Greek Lexicon edito da G. W. H. Lampe nel 1961 per averne immediata contezza. 27 Forse dška – se così deve assumersi –, potrebbe alludere al numero sacro e perfetto, simbolo di perfezione, pure attestato nella patrologia e in taluni passaggi neotestamentari (v. ancora A Patristic Greek Lexicon di Lampe, s.v.), ma è ovvio che si tratta in questo caso di una pura suggestione, che andrà eventualmente vagliata nel prosieguo dello studio. 28 Si veda, a titolo puramente indicativo, il zÍ KÚrioj kaˆ zÍ ¹ yuc» sou nei Settanta Interpreti dell’Antico Testamento, 1, Re, 25-26. 23

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esclamativo “vivi o caro/amato !”29. Pressoché incomprensibili appaiono d’altro canto le lettere [---] TOS DIA[---] [---]NON INA K[---] del frammento V,1-5, mentre [---]TON ANTILA del frammento VI potrebbe ipoteticamente restituire tÕn ¢ntila[bÒnta (“… Dio piacendo”). Al rigo f. invece, oltre al [---]W prÕj S(vel O)[---] del frammento IV,1-2, si riconosce un ---] kaˆ ¥xioj zwÁj E[---] (“e degno/meritevole di vita”) nel frammento V,1-5. Anche in questo punto tornerebbe pertanto un probabile riferimento alla vita (eterna). Fin qui la possibile trasposizione di quel che resta delle iscrizioni. Vediamo ora di trarre brevemente, se non delle conclusioni – che sarebbero a questo stadio premature e rischiose –, almeno qualche spunto di riflessione. Innanzitutto la datazione della bottiglia. Come noto, la forma Isings 103 con decorazioni a fasce e/o cerchi o meno, o con decorazioni figurate, individua una produzione variegata e di lunga durata che dal tardo II (se non già dalla fine del I secondo S. Bonomi30) si protrae ininterrottamente fino al IV/V secolo d.C.31. A fronte dei rinvenimenti numerosissimi effettuati nei diversi territori dell’impero, nei Bruttii, e più in particolare sul versante ionico della regione, si conosce a quanto ci consta una sola bottiglia simile iscritta, proveniente da una tomba femminile della necropoli di Cugno dei Vagni (Nova Siri, MT): bottiglia decorata con solcature orizzontali sulla spalla e da quattro serie di cerchi concentrici sul corpo, provvista di una breve iscrizione in latino di carattere commemorativo e augurale, databile alla prima metà del III secolo d.C.32; ovvero in un orizzonte cronologico, storico e specialmente socio-culturale ben diverso da quello cui rinvia il vaso di Copia. In questo caso, infatti, le peculiarità intrinseche all’oggetto e il confronto strettissimo con un esemplare pressoché identico (ma in vetro blu) da una collezione privata Israeliana33, il quale presenta la stessa successione di linee e cerchi concentrici pur essendo anepigrafe (fig. 8), inducono a datare la bottiglia di Copia a non prima del IV secolo d.C.34. Un rimando tanto stringente, questo con l’area siro-palestinese – dove con ogni probabilità tali suppellettili venivano prodotte35 –, da lasciar ipotizzare una medesima provenienza anche per il nostro pezzo. Vi è tuttavia di più. In base al confronto proposto, si può ritenere che il vaso sia stato importato a Copia direttamente dal Vicino Oriente o per il tramite di un qualche mercato “intermedio”, e forse che solo dopo il suo arrivo in città vi siano state apposte le iscrizioni (per così dire “caratterizzandolo” e “personalizzandolo”). Diversamente, si dovrebbe immaginare che l’oggetto sia giunto a Copia già iscritto, o che ve l’abbiano portato gli stessi ‘incisori’ o committenti dei testi, o i suoi acquirenti36.

In entrambi i casi si tratterebbe comunque di un’esortazione-augurio che trova confronto in Calabria, ad esempio, in una più antica iscrizione latina (IV secolo d.C.) dalla necropoli di Lazzàro presso Reggio, dove compare l’espressione bi/bas in Deo rivolta al defunto, Ionisi (per Dionysi), menzionato anche qui al vocativo: v. da ultimi Buonocore 1988: 6-7 e Costabile 1988: 255 ss., con bibl. L’espressione dulcis anima, associata all’acclamazione pie zeses e alla croce monogrammatica, ricorre invece su una lampada vitrea incisa del tardo IV - inizi V secolo d.C. dalla villa tardoantica di Faragola (Ascoli Satriano): Turchiano c.s. Cfr. più in generale Vattuone 2006: 752-754. 30 Bonomi 1986: 437-438; cfr. Ead. 1996: 141, n. 324. 31 Per un elenco ancorché incompleto di bottiglie Isings 103 con decorazione a cerchi concentrici o a fasce intersecantisi, provenienti non di rado da contesti funerari, si veda Paolucci 1997: 114 ss., nota 105; inoltre Larese 2004, p. 81. 32 Giardino, Alessandrì 1999. L’iscrizione recita (H)EMINIS APRILL(A)E PROPINAVIT VIVE ZESES: (Questa bottiglia) ha versato (vino) in quantità ad Aprilla. Bevi e vivi. 33 V. Christie’s Antiquities, Thursday 10 June 2010: 43, n. 64. 34 Più che la paleografia, sono lo stile di scrittura e la fraseologia che pure orientano verso questa datazione, o non molto oltre (debbo tale notazione al Professor Feissel, che ringrazio). 35 Cfr. ancora Bonomi 1986 e Arveiller-Dulong, Nenna 2005: 474 ss. 36 La risposta a tali interrogativi potrebbe risiedere nell’interpretazione tecnica delle iscrizioni, ovvero se esse siano stata apposte sulla bottiglia in fase di produzione, oppure incise a freddo con uno strumento a punta sottile, o ancora rilavorandone (o meglio “ritemprandone”) la superficie. 29

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Fig. 8. Bottiglia tipo Isings 103 da una collezione privata Israeliana.

Chiedersi chi fossero costoro, o comunque i possessori della bottiglia – semplici fedeli o importanti esponenti della locale comunità cristiana, se non del clero –, induce inoltre a riflettere sulla funzione, il significato e il contesto d’appartenenza e impiego del pregiato manufatto. Sfortunatamente, le condizioni del suo rinvenimento non ci aiutano molto in questo senso: come si dirà più avanti, infatti, i frammenti del vetro sono stati recuperati in uno strato sicuramente riferibile alle fasi di abbandono della città. Malgrado le alterne e tormentate vicissitudini che debbono aver interessato i materiali già in uso a Copia durante la sua agonia e il successivo oblio, il fatto che la bottiglia sia stata ritrovata presso l’ambitus B1/3 a Est del c.d. Emiciclo-Teatro (v. fig. 1) – cioè in un’area abitativa e che non sembra essere mai stata destinata a luogo di sepoltura –, porterebbe ad escludere che essa facesse parte del corredo di una tomba. E tuttavia, la destinazione funeraria del vaso, con i suoi espliciti e reiterati richiami alla memoria e alla salvezza dell’anima e con l’invocazione al Signore, non può essere rigettata tout court37, sebbene lasci spazio anche ad altre interpretazioni, come quella di un possibile utilizzo in ambito liturgico-cerimoniale38.

Bottiglie in vetro in corredi tombali di V-VI/VII secolo d.C., alcune delle quali avvicinabili alla forma Isings 103, sono attestate in Calabria in diversi contesti funerari: dalla necropoli di Santa Maria del Mare a Stalettì a quelle di Roccelletta di Borgia, di c.da Basilicata a Cropani, di Marina di Bruni a Botricello e ancora di Piano della Tirena a Nocera Terinese (CZ): cfr. Papparella 2009, con documentazione e bibl. 38 In ogni caso, sarebbe decisamente interessante sapere se e cosa la bottiglia abbia mai contenuto. Il saggio 10, che l’ha restituita, cade in corrispondenza dell’edificio posto immediatamente a Ovest dell’ambitus B1/3, adombrando la possibilità che il vaso fosse custodito al suo interno; dal che si aprono diversi interrogativi in merito alla sua appartenenza e ai soggetti proprietari o utilizzatori dell’edificio stesso (cfr. infra, osservazioni di S. Luppino). 37

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Fig. 9. Sibari-Thurii-Copia. Parco del Cavallo: scavi 1994, Saggi 8, 10 e 11 (ril. e dis. P. Vitti).

Come che sia, la bottiglia restituisce senza dubbio una vivida e originale testimonianza del Cristianesimo dei primi secoli a Copia Thurii39 e nell’intera regione40: sorta di palinsesto, salvifico e “dogmatico” al tempo stesso, che nel radicale cambiamento di prospettiva rispetto alle pur immanenti istanze escatologiche del paganesimo, ben documenta – se mai ce ne fosse bisogno – la straordinaria carica rivoluzionaria del nuovo euanghèlion di Cristo. A. D. E’ dunque all’annuncio di Cristo che rimanda in tutta evidenza, benché mutilo, l’apparato epigrafico della bottiglia di Copia: un credo e una fede che avevano trovato un saldo radicamento in città probabilmente già sullo scorcio del IV secolo, quando diverse strutture risalenti alla prima e media età imperiale furono riadattate proprio appannaggio della locale comunità cristiana, con significative ripercussioni sullo spazio e sullo scenario urbano.

Non si tratta ovviamente dell’unico reperto ‘cristiano’ dalla città. Al IV secolo sembra risalire ad esempio un piccolo disco in ceramica (tappo?) con chrismòn graffito, rinvenuto nel 1969 al Parco del Cavallo (Sibari I, 1969: 99, n. 10, fig. 98; Guzzo 1979: 22; Buonocore 1988: 60), mentre tra V e VI secolo si datano una lucerna con la raffigurazione della colonna con capitello sorreggente una colomba ad ali spiegate (Sibari V, 1988-89: 410, n. 159, figg. 387, 496) e un’altra con chrismòn gemmato (Sibari V, 1988-89: 390, n. 76, figg. 387, 491), entrambe dal cantiere di Prolungamento Strada. 40 Sulle tradizioni, non certamente affidabili, di una diffusa evangelizzazione dei Bruttii sin dalla seconda del I secolo, ovvero dal devenimus Rhegium di S. Paolo del 61 d.C. (Atti 28, 13), cfr. tra gli altri Buonocore 1988: XV ss. (con bibl.), il quale sottolinea però giustamente come dalla documentazione epigrafica e monumentale si evinca una presenza effettiva del Cristianesimo e una relativa organizzazione ecclesiastica solo a partire dalla metà del IV secolo. 39

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Fig. 10. Sibari-Thurii-Copia. Parco del Cavallo: fronte degli edifici sul lato nord della plateia E-O, subito a ovest dell’ambitus B1/3 (foto A. Tosti).

Fig. 11. Sibari-Thurii-Copia. Parco del Cavallo (scavi 1994, Saggio 8): ambitus B 1/3, visto da sud (da Greco, Luppino 1999).

Come si è accennato, i frammenti della bottiglia iscritta sono stati trovati al Parco del Cavallo nel corso di un saggio effettuato nel 1994 all’interno e a ridosso dello stretto ambitus (vicolo di m 1,90) denominato B1/3, delimitato dai muri di due edifici attestati sulla plateia B (figg. 1 e 9-10), e punto di scorrimento in senso Nord-Sud verso la stessa. L’US 1, da cui provengono, si caratterizzava per l’estrema eterogeneità dei materiali (databili dall’epoca arcaica a quella tardo-imperiale), testimonianza di ciò che resta dell’ultimo livello relativo all’abbandono della città, scavato nella campagna del 1972 senza raggiungere alcun piano di calpestio41. Ben più complessa si presentava la stratigrafia sottostante, una volta asportata l’US 1, a documentare i numerosi interventi di sistemazione (canalette e basolato) che vi si sono succeduti (fig. 11). Per quanto riguarda gli edifici che affiancano l’ambitus, essi rispecchiano puntualmente la situazione già nota nelle altre zone della città: pur con molti e comprensibili rifacimenti e adattamenti, e con massicci reimpieghi di materiali, si continua infatti ad abitare, fino all’abbandono, in aree che insistono su strutture dei primi secoli d.C. e, senza soluzione di continuità, di epoca ellenistica. In particolare, resti di apparati decorativi (affreschi ed elementi architettonici di riuso) ed una accurata tecnica costruttiva caratterizzano gli ambienti della casa posta immediatamente a ovest dell’ambitus, sì da mostrare una residenza non modesta del II/III secolo d.C.42, che ha subito molte trasformazioni nella sua ultima fase di vita, ipoteticamente proprio in ragione di una sua appartenenza a un importante personaggio di fede cristiana. A questo proposito, sembra lecito riallacciarsi agli esiti delle campagne di scavo condotte nei primi anni 2000 nell’area delle terme pubbliche di Copia, che dopo la metà del IV secolo d.C., forse a seguito di un evento traumatico (bellico o sismico), furono fortificate e profondamente ristrutturate ad uso della comunità cristiana, secondo le più recenti ipotesi di G. Noyé, che ringraziamo per le cortesi anticipazioni sugli scavi da lei condotti nell’area delle terme di Copia dal 2000 al 200443. Com’è noto, la studiosa propone infatti la creazione della sede vescovile di Thurii prima della più antica data documentata della fine del V secolo44, ovvero l’insediamento nell’area delle terme del primo gruppo episcopale precedentemente

Cfr. S. Luppino, in Greco, Luppino 1999: 123 s. P. G. Guzzo, in Sibari III, 1972: 296 ss. 43 Notizie preliminari in Lattanzi 2004: 1024-1025; cfr. inoltre Noyé 2001: 606-607. 44 Per quanto riguarda la torre, la sua realizzazione si inquadra perfettamente nel clima storico e culturale dell’epoca. In non poche città e campagne dei Bruttii, come di tutta la parte occidentale dell’impero, vengono infatti erette ora una serie di strutture di difesa costituite sia da recinti murari, quali l’oppidum di Reggio nel cuore della città, sia da vere e proprie cittadelle come i praetoria di Scolacium e Vibona, posti sulle colline sovrastanti gli abitati. Per una messa a punto generale delle problematiche in questione si vedano Noyé 2001, Ead. 1991 e Martin, Noyé 1988. 41 42

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Fig. 12. Sibari-Thurii-Copia. Parco del Cavallo (scavi 2000-2004): la trasformazione delle Terme in complesso ecclesiastico, residenziale e artigianale (G. NoyĂŠ).

Fig. 13. Sibari-Thurii-Copia. Parco del Cavallo (scavi 2000-2004): la trasformazione delle Terme in complesso ecclesiastico, residenziale e artigianale. La chiesa I (foto G. NoyĂŠ).

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Fig. 14. Sibari-Thurii-Copia. Parco del Cavallo (scavi 2000-2004): la trasformazione delle Terme in complesso ecclesiastico, residenziale e artigianale. Localizzazione delle fornaci per la produzione ceramica e del vetro (G. Noyé).

Fig. 15. Sibari-Thurii-Copia. Parco del Cavallo (scavi 2000-2004): fornace per la produzione del vetro (foto G. Noyé).

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Fig. 16. Sibari-Thurii-Copia. Porta Nord (scavi 1974): iscrizione funeraria in lingua greca (foto A. D’Alessio).


alla fine del IV, con l’erezione di una probabile torre fortificata, la sistemazione di due edifici di culto con battistero e di altre strutture di servizio ed abitazioni (figg. 12-13). La presenza di due fornaci circondate da muretti a secco, in uso accanto alle chiese tra la fine del IV e il V secolo (fig. 14), ha inoltre indotto ad ipotizzare il controllo da parte del clero della produzione artigianale (o industriale?) della città. La prima fornace (fig. 15), collocata tra la fortificazione ed il battistero, protetto all’esterno da un grosso spessore di intonaco, fu utilizzata a lungo per la fusione del vetro. Essa è costituita da un semicerchio di pietre di dimensioni medio-piccole, legate con malta e circondato da strati sovrapposti di carbone, cenere e concotto. Due muretti costruiti con materiali molto eterogenei la isolavano dallo spazio circostante. La stessa fornace sembra essere stata interamente rifatta dopo una prima fase di utilizzo e ha sicuramente funzionato per la realizzazione della vetrata sovrastante l’altare della vicina chiesa, come attestano i numerosissimi frammenti rinvenuti. Si ricordano, inoltre, all’interno della chiesa medesima, piccoli oggetti preziosi in pasta di vetro policroma ornata di fili dorati. La seconda fornace, in mattoni refrattari, istallata nelle vicinanze, era usata invece per la produzione di ceramica e, come l’officina dei vetrai, è delimitata da blocchi di reimpiego. Il V secolo segna insomma una chiara e perentoria appropriazione degli spazi urbani da parte della Chiesa e del clero. Sarà solo a partire dalla metà circa del VI secolo che i vescovi di Thurii, i quali si recheranno a Roma per partecipare ai concili fino alla fine del VII, si trasferiranno con buona parte della popolazione sul sito vicino dell’anonimo phroúrion citato da Procopio45. Prima di concludere, un’ultima considerazione si desidera avanzare in merito alla presenza nella città romana di Copia di reperti che a partire dall’età imperiale e fino ad epoca tarda, tramandano la sopravvivenza della lingua greca: non soltanto i vetri che sono stati qui presentati, ma anche un epitaffio mutilo inciso su una lastra marmorea, trovato nel 1974 e datato tra II e III secolo d.C., proveniente dalla necropoli di Porta Nord46 (fig. 16). Tale sopravvivenza, peraltro attestata altrove nei Bruttii (largamente a Reggio e nel suo territorio ad esempio), comprova non soltanto la coesistenza di elementi greci e latini dopo l’istituzione del municipium, ma anche il perdurare della cultura e della tradizione greca sia in documenti privati (iscrizioni funerarie) che a carattere più propriamente “pubblico”. In particolare, la testimonianza della bottiglia iscritta, pur nella sua lacunosità, sembrerebbe ridimensionare quanto sostenuto da G. Fiaccadori circa una progressiva estraneità all’uso della lingua greca da parte dei ceti dirigenti (latifondisti, gerarchie ecclesiastiche e funzionari imperiali) delle città della Magna Grecia nei secoli dal III al VI47. Per quel che concerne l’area di Reggio, ad esempio, è stato ben dimostrato che se per tutta l’età giulio-claudia e oltre il greco continua a rappresentare, accanto al latino e in maniera all’incirca paritetica, la lingua ufficiale dei tituli pubblici del municipium, come pure degli epitaffi privati, non di meno in seguito, tra III e V secolo, la documentazione epigrafica rivela un persistente e diffuso bilinguismo, mentre sarà la conquista bizantina del 536/7 d.C. a riportare definitivamente nella regione l’uso anche ufficiale del greco48. A Copia Thurii d’altra parte, come già osservava Guzzo, «la denominazione dell’abitato nella piana, lontano erede della Sibari achea, sembra essere stata Thurii, così come tramanda Procopio: la menzione, al tempo presente (Bell. Goth. VII, XXVIII, 3 Loeb), è la più recente (547 d.C.) che se ne abbia … In Procopio non c’è memoria, come d’altronde in scrittori più antichi di lui, eccettuato Strabone, della denominazione ufficiale di Copia … [mentre] la persistenza del nome Thurii è [evidentemente] dovuta alla vitalità del sostrato italiota»49. S. L.

Procop. VII, XXVIII, 8 (ed. Loeb). Sibari V, 1988-89: 266, n. 82, fig. 247. 47 Fiaccadori 1994. 48 Documentazione, discussione e bibliografia in Costabile 1988; cfr. inoltre Id. 1989, Rohlfs 1972: 199 ss., Id. 1974, Mosino 1988. 49 Guzzo 1979: 23. 45 46

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Reperti vitrei dalle recenti indagini archeologiche nell’alto Tirreno cosentino: novità dall’antica Cerillae (Cirella-Diamante, Cosenza) Gregorio Aversa, Fabrizio Mollo During an emergency excavation activity in the municipality of Diamante (Cosenza), in the sea spot of modern Cirella in 2008, the regional archaeological bureau of the Italian Ministry of Culture brought to light two ancient baths containing lots of fragmentary terracotta materials and also some glass pieces. These ancient remains, like the already known necropolis along the number 18 National Road in the nearby area, belong to a building that dates back to the Middle Roman Empire. One of the two baths, probably used for food production ( fish or wine), was completely full of archaeological materials that were made between the end of 1st and the end of 3rd century after Christ. Amongst the glass pieces there are cups, dishes, glasses, bottles and unguentaries. The archaeological context explains the strong relationships that the rich members who lived in Cerillae had within the Roman Empire. Come noto, il sito romano presso la moderna frazione di Cirella costituisce uno dei principali insediamenti di cui abbiamo attestazione tramite la Tabula Peutingeriana1. Inoltre, esso viene menzionato da Strabone e da tutti quegli autori antichi che si riferiscono alla linea di demarcazione tra territorio dei Lucani e territorio dei Brettii2. Né va trascurata la posizione marginale rispetto alla bassa piana del fiume Lao che ne fa il luogo ideale per un impianto portuale connesso forse alla memoria del portus parthenius Phocensium ricordato da Plinio il Vecchio (NH, III, 72). Ciò nonostante, a prescindere da una probabile fase lucana, che al momento può ipotizzarsi sulla base di suggestioni ricavabili dalle fonti letterarie, i rinvenimenti effettuati tra il promontorio e la zona del mausoleo di Cirella denunciano sicure presenze soltanto per l’età romana imperiale e consistono in resti di una imponente villa costiera e in parte di una necropoli imperniata attorno al monumento funerario a pianta circolare3. A questo quadro ben noto, vengono oggi ad aggiungersi importanti ritrovamenti avvenuti nel corso del 2008 in corrispondenza della propaggine sud-occidentale dell’ampio promontorio roccioso (fig. 1). Un intervento di emergenza nell’ambito di un cantiere di manutenzione straordinaria operato dal comune di Diamante per la sistemazione pedonale tra via Vittorio Veneto e via Porto ha permesso alla Soprintendenza di indagare un tratto di struttura intercettata nel corso di lavori edili che prevedevano la sistemazione di un viottolo pedonale e del relativo muro di contenimento a monte di esso. Le emergenze murarie intercettate consistono nei resti di due vasche di forma rettangolare pertinenti ad un edificio più ampio lambito dai lavori comunali e, probabilmente, riferibili ad una struttura produttiva

Tab. Peut. VII, 1. Strab. VI, 1, 4; Sil.It., Pun. VIII, vv. 578-580; Guid., Geo. 34 e 72; An. Rav., Cosm. IV, 32 e V, 2. 3 La Torre 1990: 67-89. Per il mausoleo si veda La Torre 1999: 289-292. Sulla necropoli: De Franciscis 1960: 421-426. 1 2

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Fig. 1. Carta archeologica di Cirella.

di una certa importanza situata nelle immediate adiacenze della villa marittima sul promontorio che, dai dati materiali, desumiamo dismessa con la tarda antichità. L’intervento, coordinato da chi scrive e curato sul campo dal dott. Fabrizio Mollo e dalla dott.ssa Chiara Cosentino, ha restituito all’interno delle due vasche un possente scarico di materiale archeologico, resti ossei e suppellettili che rivela un interessantissimo palinsesto esteso su un arco cronologico tra primo impero e media età imperiale che risulta fondamentale per ricostruire le principali fasi di vita del sito di Cerillae (fig. 2). Le strutture archeologiche emerse sono costituite da grossi muri in cementizio ed in blocchi di calcare dolomitico, visibili in due punti distinti lungo il viottolo moderno, rispettivamente a Nord e a Sud dello stesso. In sezione, inglobato nel muro a secco che bordava la stradina pedonale verso monte, lato est, si legge una serie di strutture murarie e stratigrafie: una canaletta con struttura in muratura e fondo in laterizi, riempita da strati archeologici, poggiata ad un muro con andamento NE-SO, che a sua volta si interseca ortogonalmente con un altro muro SE-NO. Ai due muri, di cui si conserva l’angolo Est, si lega uno spesso strato di intonaco parietale rivestito da intonaco biancastro ed un piano pavimentale in cocciopesto, collegato a due grandi vasche che ha fatto pensare in un primo tempo ad un impianto per la salagione del pesce e di cui si conoscono esempi nella vicina Maratea4. La vasca meglio conservata (fig. 3), ampia m 2,65 x 1,55 e profonda, nell’angolo sud-est, circa m 1,50, e m 0,74 in quello Sud-Ovest, presenta sulle pareti uno spesso strato di intonaco bianco, sicuramente

4

Botte 2009: 71-104.

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Fig. 2. Veduta del sito di Via Porto.

Fig. 3. La vasca di Via Porto.

idraulico che riveste i quattro lati, mentre il fondo, in costante pendenza da est ad ovest, presenta anch’esso uno spesso strato di rivestimento pavimentale di colore biancastro, suggerendo la funzione della vasca quale probabile lacus vinarius. La pendenza da Est ad Ovest, anche molto accentuata, suggerisce infatti di collocare sul lato corto Ovest probabilmente un’apertura per la fuoriuscita del liquido. Il riempimento delle vasche è costituito da più strati di terreno scuro, con tantissimo materiale archeologico, oltre a resti faunistici e malacologici sicuramente riferibili a resti di pasto. Il materiale, conservato in grossi frammenti, è costituito da abbondanti anfore commerciali, vetri, metalli, ceramica comune da cucina e da mensa, lucerne, terra sigillata africana, del tipo A e D, ceramica africana da cucina e documenta una frequentazione riferibile ad una fase databile tra fine I e fine III sec. d.C. L’intero contesto, come vedremo, offre un importante spaccato della realtà archeologica di Cerillae che appare ben inquadrata tra la fondazione della monumentale villa marittima e la menzione fornita dagli itinerari. Alla luce di questi nuovi rinvenimenti appare quindi di assoluto rilievo la menzione in un testo epigrafico rinvenuto nella chiesa di S. Prassede a Roma5. Si tratta di una tabula di pretoriani che, tra gli altri collocati a riposo, ricorda un bucinator Caius Verus proveniente da un centro abbreviato in CERI che altro non può essere che Cerillae, non esistendo nessun altro sito in tutto l’Impero romano che inizi con le medesime quattro lettere; dal momento che i centri di provenienza dei pretoriani noti dalle molte liste rinvenute hanno tutti consistenza amministrativa, trattandosi di colonie o municipi, non si esclude che anche Cerillae avesse quindi rango municipale. L’iscrizione è databile all’epoca di Commodo per cui si è in condizione di meglio contestualizzare questo centro nell’ambito delle relazioni con la capitale dell’impero anche per il tramite di un personaggio il cui status potrebbe accordarsi con le attività produttive connesse con le produzioni ittiche o vitivinicole che le nuove testimonianze materiali fanno supporre. L’emergere di un riferimento archeologico così puntuale permette di avanzare con maggiore verosimiglianza una ricostruzione che si affianchi a valutazioni di ordine storico generale già espresse spesso per via indotta6 e che già avevano suggerito una particolare rilevanza del sito nel corso del II secolo d.C. G. A.

5 6

Colini 1930:153-161; 1932: 511; 1933: 24-27, n. 95. La Torre 2008: 497-517.

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Il contesto di Cirella offre un discreto campione di reperti vitrei, provenienti da diversi contesti (fig. 4). In questa sede analizzeremo l’apprestamento produttivo individuato nel 2009 in loc. Porto e faremo qualche accenno alla necropoli, scavata nei decenni passati (fig. 1, sito indicato con il nr. 9); entrambi i contesti sono riferibili alle fasi medio e tardo-imperiali di Cerillae. Il primo ambito di analisi è la vasca. Il riempimento è costituito da più strati di terreno scuro, con tantissimo materiale archeologico, oltre a resti faunistici e malacologici. Il materiale, conservato in grossi frammenti, è costituito da numerosa ceramica e metalli, vetri e numerosi frammenti ossei relativi ad animali consumati in pasto. All’interno della vasca 1 sono state rinvenute numerose classi di materiali, alcune di particolare pregio: anzi tutto abbiamo ceramica fine da mensa, delle produzioni terra sigillata africana A (soprattutto coppe Lamboglia 1a e c, 2a, scodelle Hayes 5c) (fig. 5a); numerose sono le lucerne, del tipo a perline ed africane, alcune con disco decorato. Particolarmente interessante la presenza del materiale anforico, di produzione italica (Dressel 2/4, Dressel 20) spagnola (Pascual 1, Almagro 50), e africana (I), mentre i vetri colorati, di varie tipologie e produzioni, suggeriscono la notevole ricchezza del contesto di provenienza, probabilmente una villa di grande lusso (fig. 5b).

Fig. 4. Il promontorio di Cirella.

Abbiamo, inoltre, un ricco campionario di ceramica comune da mensa, con vasi per versare/mescere (brocche, ollette, anforette), vasi per mangiare/bere (piatti, coppe, piatti/coperchi), per preparare (bacini) e di ceramica comune da cucina, sia di produzione locale che africana da cucina (pentole, tegami, casseruole, piatti/coperchi tipo Ostia I, fig. 18 e fig. 261, Ostia III, fig. 267, Lamboglia 10a); infine i caratteristici tegame ad ingobbio rosso interno, riferibili a tipi databili tra fine I e II sec. d.C. (fig. 5c-d). L’assenza di terra sigillata italica e di anfore tipo Dressel 1, la presenza di lucerne e terra sigillata africana A permettono di datare il contesto tra la seconda metà/fine del I sec. d.C. e la fine del III sec. d.C. Ma venendo ai reperti vitrei, abbiamo un totale di 32 individui, distribuiti nelle UU.SS. 3, 19 e 227.

Per la problematica, a livello generale, si cfr. i classici Isings 1957, Grose 1989, Stern 1995, De Tommaso 1990 e Sternini 1995. Per la situazione in Italia meridionale cfr. innanzi tutto Piccioli-Sogliani 1999 e 2003 ed i lavori di Coscarella 2003 e 2007. 7

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Il grafico (fig. 6) testimonia le attestazioni percentuali del N.M.I. degli individui; si tratta, prevalentemente, di forme aperte. Sicuramente la più attestata è quella del bicchiere, per un totale di 14 individui e con tipologie piuttosto standardizzate8. Si tratta di esemplari di bicchieri, in tutto sette, con orli indistinti oppure estroflessi o rientranti, dal caratteristico corpo carenato e soprattutto dalla presenza, poco sotto l’orlo, di un sottile filamento orizzontale applicato; gli esemplari in oggetto (riferibili alla tipologia Roffia9) sembrano essere prodotti nell’area del Mediterraneo orientale tra III e IV sec. d.C. (fig. 7). Altri sette esemplari sono riferibili a bicchieri/coppette in vetro incolore con orlo ingrossato leggermente rientrante. Il vetro biancastro potrebbe suggerire forse un’identificazione con il tipo Isings 85b, databile tra II e III sec. d.C., la cui attestazione non sembra nota in Italia meridionale10. Piuttosto interessante anche l’attestazione delle coppe, in totale sei esemplari. Annoveriamo una coppa Isings 44a11 (fig. 8), un frammento di orlo del tipo con prese a festoncino, noto come Isings 4312 (fig. 9), entrambi databili nel corso del II sec. d.C. oltre a due individui di coppa con labbro ingrossato e svasato all’esterno, riferibili con ogni probabilità alle coppe Isings 42, databili nel corso del II sec. d.C.13

a

b

c

d

Fig. 5. a, coppa TSA A Lamboglia 4-36-A; b. anfora Almagro 50; c. olla con anse a nastro; d. casseruola in AC Lamboglia 10a.

Per i bicchieri cfr. ad es. Foy, Nenna 2003: 227-296. Per la tipologia con sottile filamento sotto l’orlo cfr. anche Foy 2010: 344-349. 9 Roffia 1993: 90, 235, fig. 3.4.2., nrr. 82-85. 10 Isings 1957: 102-103. Cfr. anche Rütti 1991: passim. 11 Cfr. un esemplare dagli scavi di Vibo Valentia. Cfr. Rotella 2003: tav. III, fig. 4. 12 Cfr. Benedetti, Diani 2003: 241-251, figg. 3-4. Per un esemplare analogo cfr. Andronico 2003: 53, tav. IX, nr. 88. 13 Cfr. tra gli altri Isings 1957: 58-59. 8

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Fig. 6. Grafico delle attestazioni dei reperti vitrei.

Due soli sono i frammenti di piatti, tra cui uno tipo Isings 115, con labbro ribattuto all’esterno14. Almeno cinque sono i frammenti di orlo e collo di unguentario/balsamario in vetro trasparente di colore bianco, in due casi con orlo svasato obliquo e lungo collo cilindrico, mentre altri due presentano orlo a tesa orizzontale, più o meno scanalato superiormente, assimilabili al tipo Isings 82. Tra i pezzi più significativi anche due frammenti con orlo trilobato di brocchetta in frammenti, forse tipo Isings 56b, con collo cilindrico, ansa a doppio bastoncello impostato sull’orlo, in vetro trasparente di colore bianco (fig. 10). Concludiamo la nostra analisi con alcuni frammenti di orlo, del tipo arrotondato con ansa a nastro insellata, (fig. 11a) e di fondo di bottiglia monoansata, probabilmente Isings 50b, di produzione occidentale e databili tra fine I e II sec. d. C.15 A questa forma possono attribuirsi i due frammenti di fondi quadrangolari tra cui uno con iridescenza di colore giallo dall’US 19 e un frammento di larga ansa a nastro verde, piegata ad angolo retto, a fitte costolature, impostata sulla spalla e saldata al collo, e databile anch’essa tra tardo I e II sec. d.C.16 (figg. 11b-c) Per finire ricordiamo anche un frammento di coperchio campaniforme a patina biancastra17, un fondo globulare di balsamario/unguentario di bollo impresso a caldo [ LCT] (fig. 149295) (fig. 12). Queste le attestazioni relative all’abitato, mentre praticamente nulle quantitativamente sono le testimonianze funerarie della Cerillae romana, provenienti dalla necropoli rinvenuta nel 1960 durante la costruzione della S.S. 18 (che annoverava due tombe “alla cappuccina” e trentasette tombe a cassa) (fig. 13). I poveri corredi sono costituiti da poco materiale ceramico (per lo più bicchieri in pareti sottili e lucerne), oggetti di ornamento personale e due monete, databili tra la prima metà del II e gli inizi del III secolo d.C.

Andronico 2003: 100, tav. XXXVII, nr. 301. Cfr. Foy 2010: 254-257, figg. 261-270. 16 A tal proposito cfr. Roffia 1993: 152, 259, nr. 348. Un esemplare analogo da Scolacium (Spadea, Mancuso 2007: 174, fig. 6). 17 Cfr. Foy 2010: 242-243, fig. 441. 14 15

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Fig. 7. Bicchieri in vetro.

Fig. 8. Coppe e piatti in vetro.

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Abbiamo un’unica tomba che contiene reperti vitrei, ovvero la tomba 11, con un unico elemento di corredo costituito da una coppa ricostruita in vetro incolore con sfumature verdastre, confrontabile con analoghi esemplari databili tra II e III sec. d.C. (fig. 14)18. Riassumendo, i pochi dati provenienti dai contesti di Cirella delineano una koinè di circolazione ed attestazione di manufatti in vetro soffiato databili tra fine I e fine III sec. d.C., un quadro che coincide anche con la situazione nota dalla vicina Blanda, dove l’edizione sistematica del contesto a cura di G. De Tommaso ha evidenziato una particolare presenza di manufatti vitrei, collegati ad una fase di particolare ricchezza e sviluppo del sito proprio tra II e III sec. d.C.19 Le attestazioni risultano essere in linea con il repertorio tipologico noto nel resto della Calabria, con particolare riferimento ai bicchieri ed alle coppe mentre i tipi più tardi, analogamente ad altri contesti, sembrano per la gran parte di produzione orientale20. Nel caso di Cerillae, il fatto che la gran parte delle attestazioni archeologiche si riferisca al periodo fine I-III sec. d.C., come conferma anche la presenza del Mausoleo in laterizi di loc. Tredoliche ed il floruit delle villae marittimae, ci spinge ad ipotizzare in questa fase l’esistenza di un ceto emergente piuttosto ricco, capace di dotarsi di residenze lussuose e confortevoli, di farsi seppellire in sontuosi mausolei e quindi di acquistare oggetti di particolare pregio quali i contenitori in vetro, espressione del proprio status elevato. F. M.

Fig. 9. Coppa Isings 43.

Fig. 10. Unguentario Isings 56b.

Si potrebbe trattare forse di una coppa tipo Isings 80, tipologia peraltro poco comune. Cfr. Isings 1957: 96 e tra gli altri Foy 2010: 381, n. 712. 19 De Tommaso 2006: 297-309. 20 Per un quadro calabrese cfr., oltre ai contributi editi nell’ambito del presente convegno, anche Coscarella 2003a: 527-530. Il legame con il mondo orientale sembra collegato proprio al naturale ruolo strategico che la regione svolge nel Mediterraneo (Arslan 2007: 355-357). 18

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Fig. 11. a. bottiglia monoansata Isings 50b; b. corpo di bottiglia Isings 50b; c. ansa di bottiglia Isings 50b.

Fig. 12. Fondo con bollo LCT di balsamario.

Fig. 13. La necropoli di loc. Tredoliche.

Fig. 14. Coppa dalla tomba 11.

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Vetri dal castello di Cosenza: vecchi recuperi per un inquadramento storico-archeologico attraverso l’archeometria Domenico De Presbiteris This work deals whit the preliminary results of a chemical characterization analysis of seventeen sample of variously coloured post-Medieval glass fragments found in the archaeological site around the Castle of Cosenza (Calabria - Italy). All glass fragments are now kept in the Civic Museum of Cosenza. According to a preliminary macroscopic examination, the pottery fragments are aged between 13 ͭ ͪ and 19 ͭ ͪ centuries: in addition to the furnishings pottery fragments, we also found twenty-six glass fragments of various morphology and typology. In most cases the fragments have been analysed by means of a scanning electron microscopy with energy dispersive X-ray spectroscopy (SEM/EDX) and by applying the Laser Ablation Inductively Coupled Plasma Mass Spectrometry (LA-ICP-MS) method to determine trace elements and REE concentrations.The chemical characterization analysis of twenty-six glass fragments has allowed us to gain information about the geographical origin of each element and about the glassmaking technology. 1. Analisi archeologica Nel 2007 durante il riordino della collezione archeologica del Museo Civico dei Bretti e degli Enotri di Cosenza dovuto al trasferimento della sede museale dai locali della Biblioteca Civica Cosentina al complesso monumentale di Sant’Agostino, è stato individuato un cospicuo numero di suppellettili di eterogenea classe e fattura provenienti dall’area del castello normanno-svevo che domina la città1, La presenza nei depositi museali del materiale citato si deve ad un fortuito recupero avvenuto, alla fine degli anni Ottanta del Novecento, durante le operazioni di pulizia effettuate lungo il versante orientale esterno alle strutture del fortilizio. Il preliminare e sommario esame del materiale archeologico, benché decontestualizzato e dunque privo di una sequenza stratigrafica di riferimento, ha comunque portato al riconoscimento di un variegato numero di suppellettili ceramiche caratterizzate non solo dall’eterogeneità delle classi ma anche dalla diversità delle forme vascolari e per la differente funzione d’uso. L’esame macroscopico dei reperti, ancora non sottoposti ad inventario né a preliminari fasi di pulizia e di restauro conservativo, ha consentito di riferirli ad un arco cronologico compreso tra il XIII e il XIX secolo. Si tratta di un ampio periodo in cui gli ambienti del fortilizio furono destinati a svariate destinazioni: ricordiamo, infatti, che la struttura voluta sulla cima di colle Pancrazio da Federico II di Svevia, venne trasformata intorno al 1430 in residenza reale (vi dimorarono prima Luigi III d’Angiò e Margherita di

La possibilità di intraprendere questo studio si deve alla disponibilità della dott.ssa Maria Certoso, Direttore del Museo Civico dei Brettii e degli Enotri e della dott.ssa Silvana Luppino, Funzionario-Archeologo della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria. 1

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Savoia e successivamente re Alfonso e re Ferdinando I d’Aragona), successivamente, a metà del 1500, fu adibita a prigione per poi essere ristrutturata nel corso 1700 per ospitare il seminario arcivescovile2. Nel 1800 la struttura, trasformata in caserma militare, venne occupata prima dalle truppe napoleoniche e successivamente da quelle borboniche. Solo dopo la metà del XIX secolo il maniero venne destinato a carcere. L’intento di sottoporre ad uno studio sistematico tali reperti, attraverso l’ausilio dalle moderne tecniche archeometriche, è motivato dal fatto che sul territorio regionale si lamenta, ancora oggi, nonostante gli scavi programmati o d’emergenza, in contesti urbani e/o extra urbani, la penuria di lavori su contesti stratigrafici post-medievali e sulle testimonianze materiali recuperate. Una lacuna questa che penalizza la conoscenza di un ampio periodo storico in cui la Calabria è stata al centro, come sottolineato più volte dagli storici, di fiorenti attività produttive e commerciali3. Animati dalla volontà di approfondire le conoscenze sulle testimonianze di cultura materiale post-medievali e di quanto attorno ad esse ruota (approvvigionamento di materie prime, tecniche produttive, traffici commerciali, “gusto” degli acquirenti etc.) si presenta, in questa sede, un limitato numero di manufatti vitrei, fortemente frammentati. Si tratta nel complesso di ventidue reperti riconducibili, grazie anche all’ausilio dei dati archeometrici, ad un numero di diciotto individui testimoni di una ricca varietà morfologica e cronologica. L’intero materiale vitreo, dopo un preliminare esame autoptico finalizzato alla catalogazione, è stato sottoposto ad analisi geochimiche. Dai diciassette reperti sono stati prelevate piccolissime porzioni di vetro sottoposte, al fine di eliminare dalla superficie qualsiasi impurità che avrebbe potuto falsare i risultati delle analisi chimico-fisiche, a lavaggio con ultrasuoni. Alla preliminare fase preparatoria è seguita quella analitica in cui i frammenti, opportunamente preparati, sono stati sottoposti ad analisi geochimiche utilizzando due diverse metodologie d’indagine, il SEM-EDX e il LA-ICP-MS. Il corpo vetroso dei manufatti, per lo più soffiati a stampo, si presenta quasi sempre incolore data la presenza all’interno della “fritta” di percentuali quasi equivalenti di ossidi di ferro e di manganese che conferiscono alla massa vetrosa una colorazione neutra4. Non mancano, comunque, esempi di manufatti che presentano all’interno della massa vetrosa Terre Rare particolari. Dal punto di vista qualitativo le superfici di alcuni oggetti, oltre a presentare fenomeni di degrado come l’iridescenza, la perdita di brillantezza e di trasparenza, si caratterizzano anche per una massa vetrosa connotata da piccole bolle d’aria di forma tonda o ellittica, inequivocabile segno di una non perfetta qualità delle produzioni5. Tra il materiale esaminato si presenta di particolare interesse il frammento di una piccola bottiglietta/fiala in vetro violaceo, con orlo a tesa ispessito impostato su di un collo cilindrico la cui superficie esterna è decorata da lunghe scanalature verticali (tav. I, a). Le indagini di laboratorio effettuate sul reperto hanno appurato la presenza nella massa vitrea di minerali come il boro e il neodimio, sostanze queste che indirizzano verso una produzione industriale dell’oggetto. Ad una boccetta da inchiostro appartiene, invece, un frammento di parete e una porzione di fondo non combacianti (tav. II, a). La consueta forma del manufatto, nonostante l’estrema frammentarietà, ha consentito non solo di individuare [stabilire?] puntuali confronti tipologici provenienti da contesti calabresi ma anche di datare tra il XVII e il XIX secolo l’oggetto6. Le analisi di laboratorio condotte sui campioni prelevati, hanno confermato l’ipotesi che le due pareti siano pertinenti ad un unico oggetto.

In merito alla storia del Castello di Cosenza e alle sue diverse trasformazioni e destinazioni d’uso, Borretti 1983: 44 e ss.; Agnello 1962: 175; Egidi 1961: 120. 3 Galasso 2009: 47-49; Caridi 2009: 56-60. 4 Per le caratteristiche apportate dalla presenza di ossidi di ferro e di manganese all’interno della fritta: Fiori, Vandini, Mazzotti 2004: 75-78. 5 Cuteri, De Natale 2007: 156. 6 Cuteri, De Natale 2007: 152, Fig. 5. 2

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Di difficile attribuzione ad una forma precisa e dunque ad una cronologica certa, a causa delle ridotte dimensioni del frammento e per l’assenza di puntuali confronti bibliografici, risulta il piccolo fondo apodo con conoide pronunciato (tav. I, b). Con molta probabilità si tratta di una fiala/bottiglietta realizzata in epoca contemporanea come lascia intuire la tecnica di esecuzione dell’oggetto: il fondo apodo e il pronunciato conoide risultano realizzati in un’unica attività fase produttiva. Il manufatto in vetro giallo-arancio è identificabile con una saliera con piccolo pomello a forma di pigna sormontante quello che rimane di due piccole vaschette circolari realizzate a stampo (tav. II, b). L’oggetto, privo della seconda coppetta e parzialmente frammentato nella prima, sembra essere realizzato per la forma, per il grado di purezza e per spessore del vetro, secondo procedimenti industriali ascrivibili al XVIII-XIX secolo. Se i reperti sin ora analizzati per le caratteristiche morfologiche possono essere riferiti all’età contemporanea, si possono, invece, ascrivere al Rinascimento i due lunghi e stretti colli e i due fondi “a piedistallo” o “tronco-conico” con accenno di vasca e porzione di conoide pronunciato relativi a due bottiglie in vetro incolore, con corpo globulare (tav. I, c) 7. Si tratta di una tipologia di bottiglia che trova ampia diffusione dalla fine del secolo XIV sino al XVI come dimostrano i rinvenimenti archeologici e gli innumerevoli confronti iconografici desumibili da dipinti o affreschi provenienti da contesti centro settentrionali8. Il primo esemplare (frammenti CSV7 e CSV3), si connota per la presenza di un lungo collo, rastremato al centro, con orlo svasato e bordo arrotondato, impostato su di un corpo dal profilo globulare terminato da un fondo “a piedistallo” caratterizzato da un conoide pronunciato9. La seconda bottiglia (frammenti CSV8 e CSV2) pur mantenendo la stessa tipologia di forma presenta una imboccatura meno svasata e maggiori dimensioni del fondo a piedistallo10. Entrambi i soggetti presentano, inoltre, forti iridescenze e in alcuni punti la superficie dei manufatti risulta ruvida al tatto. Accanto alle bottiglie si segnalano alcuni fondi riconducibili a differenti tipologie di bicchieri; appartiene ad un bicchiere a calice il fondo a piedistallo privo di traccia indicativa dell’esistenza di uno stelo o del tipo di coppa (tav. II, c)11. Di non facile definizione morfologica è il frammento di un secondo fondo a “piedistallo” con bordo tubolare e conoide interno pronunciato, in vetro incolore (tav. II, d). Esemplari simili sono stati riferiti indifferentemente a calici, a bottiglie o a coppe in quanto non è sempre possibile stabilire con sicurezza la forma d’appartenenza. Con molta probabilità il frammento rinvenuto a Cosenza, per le ridotte dimensioni (Ø piede cm 4,5, altezza max conoide cm 4,5) e per la sottigliezza del vetro che costituiva la vasca, probabilmente svasata o emisferica, potrebbe appartenere ad un calice definito “a campana” o “a piedistallo”12. Questa tipologia di bicchiere, realizzata con la tecnica della soffiatura libera in un unico pezzo, è ampiamente documentata in contesti archeologici cinquecenteschi e seicenteschi13.

Stiaffini 1991: 240-242; Barrera 1991: 349, fig. 2, n. 48; 354, fig. 5, n. 9. Per i ritrovamenti archeologici, Minini 2003: 71, fig. 1; Stiaffini 1991: 241-242; Stiaffini 1991: 488, n. 11. Tra le innumerevoli testimonianze iconografiche dei secoli XV e XVI in cui compaiono bottiglie dal caratteristico fondo “a piedistallo” si citano tra gli altri la Natività di Paolo Uccello, nel Duomo di Prato e la Nascita del Battista di Domenico Ghirlandaio nella chiesa di S. Maria Novella, a Firenze. Un confronto iconografico puntuale con gli esemplari qui proposti si riscontra nelle suppellettili in vetro raffigurati nell’Ultima cena di Gerolamo Romanino (1542-1543) nel Duomo di Montichiari (BS), Guarnieri, Verità 2006: fig. 2, 1; Montinari 2003: 82-84, figg. 4, 6, 10; Ciappi 1991: 302, fig. 23; Stiaffini 1991: 255, fig. 2; Ciappi 1995: 56; Ciappi 2006: 44-45, 65-67, n. 3. 9 Vannini 1987: 625, n. 3461, Tav. p. 640; Gasparetto 1986: 207, n. 235. 10 Gasparetto 1986: 127, n. 1. 11 Barrera 1991: 352, Fig. 8, n. 30; Cini 1985: 542, n. 945, Tav. LXXXVII 12 Guarnieri, Verità 2006: 256; Guarnieri 2003: 139; Cini 1985: 540. 13 Guarnieri 2003: 139; Guarnieri, Verità 2006: 254, fig. 4, 24; Uboldi 1991: 47; Boldrini, Mendera 1994: Tav. I, 15-16; Vannini 1987: 624, n. 3459; Cini 1985: 542, Tav. LXXXVII, 943. 7 8

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Ad una bottiglia comparabile per tipologia a esemplari attestati nei secoli XIV-XV si deve riferire il frammento di bocca ad imbuto con orlo arrotondato e collo decorato da costolature oblique poco rilevate e segnato da un “collarino” (tav. I, d)14. Proprio quest’ultimo elemento decorativo, applicato a caldo sembra costituire, assieme alla forma dell’orlo, l’elemento discriminante per una attribuzione cronologica al XIV-XV sec.15. Allo stesso arco cronologico, con ogni probabilità, si riferisce il collo di una piccola bottiglia di cui non si è in grado di fornire, per la mancanza di elementi, la tipologia del corpo. Il frammento è caratterizzato da orlo verticale a sezione quadrata impostato su un breve collo cilindrico e da una colorazione azzurra; un cromatismo, caso unico tra i reperti vitrei provenienti dal castello di Cosenza, determinato dal rapporto ferro-manganese in matrice piombica all’interno della fritta (tav. I, e)16. Ancora ad un’altra bottiglia appartiene la porzione di fondo umbonato notevolmente pronunciato in vetro verde (tav. I, f). Il conoide fortemente rientrante al centro, privo di qualsiasi indizio che permetta di avanzare ipotesi sulla forma del corpo, presenta similitudini con fondi rinvenuti in contesti stratigrafici di XV-XVI secolo dell’Italia centro settentrionale. La presenza di una coppa dal profilo troncoconico è ancora documentata da un frammento di parete. L’oggetto, realizzato attraverso la tecnica della soffiatura a stampo, presenta una parete decorata con losanghe rilevate, mentre l’orlo verticale e impreziosito da due filamenti circolari sovrapposti inseriti immediatamente al disotto del labbro (tav. II, e). Esempi di forme potorie similari, per lo più rinvenuti in contesti emiliani e veneti, sono datati, sulla base del contesto stratigrafico di riferimento, al XV-XIV secolo17. Con molta probabilità anche l’esemplare cosentino, sulla base dell’associazione con materiali di cui è stato possibile proporre, su base bibliografica, una datazione al XV-XVI secolo, potrebbe inquadrarsi nel medesimo arco cronologico. Ad un altro singolare vaso potorio o ad una probabile coppa si riferisce l’esiguo frammento di vasca con relativo piede troncoconico (tav. II, f). La superficie esterna della vasca e del piede presentano un elegante motivo decorativo a filigrana, probabilmente realizzato in vetro lattimo, che trova confronti con calici datati tra la fine del XV e la metà del XVI secolo18. Tra il XII e il XIII secolo si ascrive, invece, il fondo con conoide pronunciato su piede ad anello e attacco di vasca dall’andamento lievemente svasato, pertinente ad un bicchiere troncoconico (tav. II, g). Esemplari di vasi potori simili trovano confronti in contesti stratigrafici del centro-nord e del sud della penisola e puntuali testimonianze nelle raffigurazioni pittoriche19.

Cipriano 1984: 135, Tav. XXIX, n. 227. In merito alla funzione del “collarino” secondo alcuni deve intendersi come indicatore di misura, secondo altri come elemento funzionale ad un migliore utilizzo del manufatto, Guarnieri, Bosi, Bandini Mazzati 2006: 182; Fossati, Mannoni 1975: 57-81. 15 La necessità, funzionale o puramente estetica, di munire i colli di bottiglie di collarini costituiti dal rigonfiamento della parete del collo si diffonde nella seconda metà del sec. XIV soprattutto nelle regioni centro-settentrionali della penisola, come attestano sia i rinvenimenti archeologici sia le fonti iconografiche (Ciappi 1995: 53, fig. 57). Solo nel corso del XV secolo si registra un cambiamento: in questo periodo, infatti, fanno la comparsa bottiglie munite di un collarino costituito da un filamento di vetro arricciato, applicato a caldo nel punto di minor larghezza del collo. L’esemplare rinvenuto a Cosenza potrebbe costituire a sua volta una variante tipologica in quanto presenta un collarino non arricciato con una bocca ampiamente svasata. L’esame della bibliografia sino ad oggi analizzata non ha consentito di trovare puntuali confronti tipologici quindi cronologie certe a cui far riferimento per la datazione dello stesso. In merito a bottiglie su cui è possibile riscontrare le due tipologie di collarini: Guarnieri 2006: 182, fig. 25, n. 20-21; Montinari 2003: 80-81, figg. 2 e 4; Stiaffini 1999: 154, fig. 1; Ciappi 1999: 288, fig. 7; Tisseyre 1997: 424425; Visser Travagli 1995: 66, figg. 5 e 6 p. 69; Whitehouse 1987: 328, fig. 5, n. 34-36, 38. 16 In merito si rimanda ai risultati delle analisi chimico-fisiche di seguito allegate. 17 Guarnieri 2007: 142; Zuech 2007: 68, 70, fig. 1, n. 9. 18 Minini 2011: 152, fig. 5, 4; De Vitis 1991: 185, Tav. XXXIX, n.1, p. 186. 19 Ciarrocchi 2009: 682-683, fig. p. 684, n. 4; Andronico 2003: 98, 289, Tav. XXXVII; Guarnieri 1999: 101, tav. 23, nn. 25-27; Guarnieri 1997: 57, fig. p. 60, n. 8. 14

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Tav. I

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Tav. II

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Per completezza di dati si segnala, accanto al materiale appena analizzato, la presenza di altri cinque frammenti caratterizzati da ridotte dimensioni: l’estrema frammentarietà non consente, al momento, di proporre nessuna attribuzione a tipologie di manufatti. Diverso è invece il discorso relativo a due frammenti di lastre da finestra sottoposti ad analisi al fine di individuare quegli elementi in traccia capaci, assieme all’analisi macroscopica, di determinare l’ambito cronologico di riferimento. Appare ben evidente, da quanto sopra illustrato, che i vetri recuperati dall’area del castello sono riconducibili a due ampi periodi cronologici; un primo gruppo, composto da quattro suppellettili, può essere ascritto al XVIII-XIX secolo, come suggeriscono tra l’altro i numerosi frammenti ceramici, da mensa e da dispensa ma anche da toilette, recuperati contestualmente. Il secondo nucleo, composto da dodici frammenti, sembra potersi riferire ad un ambito cronologico compreso tra il Bassomedioevo e il Rinascimento, ovvero tra la fine del XIV e il XVI secolo. Allo stato attuale della ricerca, per la mancanza dei dati relativi ai contesti stratigrafici pertinenti all’immondezzaio in cui il materiale vitreo era stato scaricato, non si ha la possibilità di attribuire una puntuale datazione. Ciò nonostante, sembra comunque possibile formulare ipotesi sulla presenza di tali manufatti all’interno del maniero e sul loro probabile impiego. Con molta probabilità i reperti riferibili ad età moderna e contemporanea erano a disposizione delle truppe francesi acquartierate nel castello. Le fonti d’archivio riferiscono, infatti, che nel 1806 l’impianto fortificato ospitò una guarnigione di soldati napoleonici guidati dal Generale Messen. Le cronache riferiscono, inoltre, che le strutture del maniero vennero completamente danneggiate poiché i “francesi” utilizzarono gran parte delle strutture lignee, come la porta di ingresso, le porte interne e le finestre fino ai tavolati su cui poggiavano i pavimenti del piano superiore, come legna da ardere. Dopo il 1815, con il ritorno della Calabria sotto la corona Borbonica, la struttura fu nuovamente occupata da truppe tedesche al soldo del re di Napoli, e continuò ad essere utilizzata come “caserma difensiva”. Dopo i il primo trentennio dell’Ottocento il forte veniva utilizzato, forse solo saltuariamente, ma sempre a fini militari. Nel 1835, infatti, vi fu impiantato, sulla torre ottagonale, il telegrafo ottico, come testimonia un disegno del 1852. Il secondo gruppo di vetri, dodici frammenti per lo più relativi a forme chiuse e a vasi potori, inquadrabili cronologicamente tra il XV e il XVI secolo sembrano riferirsi al periodo storico in cui il castello ospitò illustri personaggi. Dalle Cronache si apprende, infatti, che il maniero, pur mantenendo la funzione di baluardo difensivo, ospitò nell’anno 1472 Re Ferdinando I D’Aragona e la sua corte, come risulta dagli atti rilasciati in Nostri fel.r Castri Civit.s Consentie. Una presenza questa che giustifica il rinvenimento all’interno di un “butto” di manufatti vitrei di buona fattura. Proprio la raffinatezza delle forme vascolari, unitamente alla qualità del vetro, portano ad ipotizzare che tali suppellettili facessero parte di una mensa elitaria. Infatti, vasi potori e bottiglie in vetro incolore o con leggere sfumature verdastre erano destinati a contenere vino rosso20. Una caratteristica questa confermata dalle testimonianza iconografiche dell’Italia centro-settentrionale.

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Fiorillo 2005: 66.

387


2. Tecniche analitiche (Donatella Barca) In questa indagine sono presentati i risultati di una caratterizzazione geochimica di diciassette frammenti di reperti vetri da incolori a variamente colorati. Lo studio geochimico è stato condotto presso il Dipartimento di Scienze della Terra, Università della Calabria utilizzando due diverse metodologie: la metodologia SEM-EDX (modello FEI Quanta 200) per l’analisi degli elementi maggiori e la metodologia LA-ICP-MS, in cui lo spettrometro di massa al Plasma (Elan DRCe della Perkin Elmer/SCIEX) è associato ad un laser allo stato solido Nd-YAG (213 nm modello UP213 della New Wave) per determinare la composizione degli elementi in traccia e delle Terre Rare. Prima di procedere all’analisi geochimica, i piccoli frammenti, prelevati dai reperti vitrei, sono stati accuratamente lavati in un bagno di ultrasuoni con acqua millipore al fine di rimuovere ogni residua traccia di suolo. Successivamente i reperti sono stati fissati su un vetrino porta-oggetto, utilizzando una goccia di resina epossidica, avendo cura di rivolgere il lato “fresco”, ovvero privo di tracce di alterazione, verso l’alto. Durante le analisi eseguite con la tecnica LA-ICP-MS ciascun vetrino, contenente circa 5 o 6 reperti, è stato inserito nella camera campionatrice insieme ai vetri standard NIST SRM612 e NIST SRM610 prodotti dal National Institute of Standard and Technology. Su ciascun campione sono state effettuate 5 analisi puntuali con uno spot di circa 50 micron. La calibrazione esterna è stata eseguita sul vetro standard NIST SRM 612 (50 ppm), mentre per la standardizzazione interna è stata utilizzata la concentrazione della SiO2 relativa a ciascun frammento vitreo determinata tramite l’analisi in EDX21. Al fine di valutare l’accuratezza dei dati analitici i valori medi delle analisi eseguite sullo standard NIST SRM 610 (500ppm), inserito nella sequenza analitica insieme ai reperti da analizzare, sono stati paragonati, elemento per elemento, con i valori riportati in letteratura22. Le accuratezze calcolate come differenza percentuale tra il valore misurato e il valore certificato sono sempre inferiori al 10% con la maggior parte degli elementi che plottano nel range +/-5%. 2.1. Risultati e discussioni. I reperti vitrei sottoposti ad analisi contengono concentrazioni elevate di SiO2 (62-73%), Na2O (9-17%) e CaO (6-14.4%) (Tabella 1. Il contenuto in K2O è variabile; la maggior parte dei campioni mostrano concentrazioni comprese tra 1,5% - 3% (in peso) ma ben cinque campioni si discostano da tali valori e presentano un’ampia variabilità con concentrazioni a volte bassissime (K2O compreso tra 0.3 e 0.9% in peso nei campioni CSV11 e CSV14) a volte elevate (K2O attorno al 6% in peso nei campioni CSV3, CSV7, pari a 9% in peso nel campione CSV15). Sulla base del diagramma binario K2O-MgO riportato in fig. 1 è possibile individuare due gruppi composizionali ed alcuni outliers. Il primo gruppo è costituito dai campioni CSV2, CSV4, CSV8, , CSV10, CSV12 (MgO attorno al 2% in peso e K2O attorno al 3% in peso), il secondo gruppo è costituito dai campioni CSV1, CSV6, CSV13, CSV16, CSV17, ed è caratterizzato da alti contenuti in Mg e bassi in K; infine i restanti campioni mostrano una certa dispersione. I campioni CSV3 e CSV7, mostrano alti contenuti in K e bassi contenuti in Mg molto simili tra loro, confermando che per le loro caratteristiche geochimiche potrebbero essere frammenti di uno stesso oggetto. Inoltre i frammenti appartenenti al I gruppo mostrano concentrazioni di Na-K-Mg per cui possiamo ipotizzare che tali composizioni intermedie siano state ottenute dalla rifusione di frammenti vitrei sia a “natron” sia a “plant ash”23 (fig. 1). Il campione CSV15 oltre a mostrare un altissimo contenuto in K è l’unico che presenta bassissimo contenuto in Alluminio e contenuti in alcali (Na e K) confrontabili tra loro (tab. 1), tali concentrazioni,

Fryer et al. 1995: 308; Longerich et al. 1996: 39. Pearce et al. 1997: 123-129 Tab.6; Gao et al. 2002: 187, Tab.5. 23 Verità et alii 2002: 261-271; Verità 1999: 114-115; Verità, Toninato 1990: 169-175. 21 22

388


Fig. 1. Grafico binario K2O verso MgO. Si riconoscono due gruppi composizionali, uno dei quali è molto simile al campione T1687 studiato da Verità et al. 2002 riportato sul diagramma (+). Le sigle dei campioni outliers sono indicate nel grafico.

Table 1. Sample CSV1 CSV2 CSV3 CSV4 CSV6 CSV7 CSV8 CSV10 CSV11 CSV12 CSV13 CSV14 CSV15 CSV16 CSV17 CSV18 CSV19

SiO2 Al2O3 Na2O K 2O CaO MgO 66,62 1,89 15,22 3,06 6,82 3,56 68,16 2,25 12,45 3,39 7,59 1,87 61,85 4,22 16,26 6,11 5,9 3,47 74.32 1,41 11,72 3,02 5,79 2,15 69,05 1,48 14,57 1,83 7,6 3,44 62,02 3,63 12,96 6,45 8,29 3,42 72,71 3,13 9,3 2,78 6,38 1,93 65,06 2,31 16,95 3,31 7,44 2,51 72,63 2,56 12,49 0,32 8,11 2,76 68,15 2,56 14 2,87 6,49 2,14 69,08 1,95 8,9 2,77 10,79 3,77 64,67 2,74 9,06 0,88 14,42 5,68 71,89 0,9 7,64 8,93 9,15 0,55 67,39 2,38 12,76 1,59 9,65 3,47 68,5 2,17 10,64 1,81 11,58 2,99 64,14 1,57 16,8 2,05 8,27 5,83 67,56 2,33 10,27 2,54 10,26 4,3

paragonabili a quelle dei vetri prodotti a Murano durante il XIX secolo24, confermano le ipotesi fatte sulla base dell’esame macroscopico del frammento e ci permettono di attribuire la sua produzione ad un’epoca recente (XVIII-XIX secolo). Per quanto riguarda gli elementi in traccia per ciascun reperto sono stati analizzati 41 elementi tra tracce e Terre Rare i cui valori medi e relativa deviazione standard, dei più significativi, sono riportati in Tabella 2. La distribuzione delle concentrazioni degli elementi in tracce ha confermato le ipotesi avanzate in base all’analisi morfologica dei manufatti. Alcuni reperti, presentando composizione chimica molto simile, po-

24

Verità et alii 2002: 264.

389


Tab.2 Concentrazione degli elementi in traccia e Terre Rare determinate tramite LA-ICP-MS. Le concentrazioni sono espresse in ppm. Le concentrazioni rappresentano il valore medio di 5 analisi eseguite su ciascun frammento vitreo. CSV1

CSV2

CSV3

CSV4

CSV6

CSV7

CSV8

B Sc

39,78

63,10

49,83

56,63

55,21

57,91

1,59

2,61

1,50

1,48

1,09

1,34

Ti Cr Mn

785

813

622

228

247

546

6,98

11,56

7,67

10,28

13,03

4,66

12,33

9100

CSV10

CSV11

CSV12

95,52

2562

114

2,76

1,96

0,88

1004

1641

130

23,99

60,37

CSV13

CSV14

CSV15

CSV16

CSV17

CSV18

CSV19

87,01

64,06

24,39

48,06

40,68

70,14

1,21

2,16

2,62

0,96

1,90

1,42

0,75

2,58

817

1209

805

162

699

653

264

56,43 1367

4,12

8,85

20,87

68,65

4,86

10,58

14,90

8,39

23

11435

3604

1777

1923

3293

14423

620

5526

12085

7988

96,18

23,16

8767

8870

2407

9242

Fe Co

2479

4914

2502

1914

2079

2359

4596

3792

213

5073

5246

13567

240

3352

3309

2327

5841

29,94

13,11

10,59

2,41

13,95

10,29

16,20

2,06

8,46

15,61

19,64

3,78

0,40

9,13

9,34

18,51

20,18

Cu

15,99

20,36

11,51

102

15,66

10,41

23,22

24,95

112

22,89

44,82

19,72

8,18

78,43

80,09

12,26

43,43

Ni Rb

18,82

14,32

17,34

5,84

10,17

7,49

15,48

4,73

5,70

17,01

14,25

12,89

1,37

7,58

8,48

13,11

15,99 21,98

15,60

13,42

56,92

17,20

12,94

53,05

16,09

22,77

0,59

16,05

22,45

26,20

136

23,05

23,78

10,65

Sr

542

232

465

273

661

443

280

498

48,06

255

761

760

49,58

228

216

932

718

Y Zr Nb

3,32

5,98

14,99

1,64

2,30

13,00

6,96

6,62

1,18

5,81

7,03

5,02

1,08

4,85

4,47

2,02

7,34

152

94

163

9,63

9,85

149

107

294

109

93,74

283

82,29

11,99

125

112

10,25

350

2,49

2,71

3,24

0,90

0,83

3,02

3,31

4,86

0,42

2,70

3,60

2,51

0,57

2,57

2,21

0,81

4,46

Sb Ba

0,45

0,81

0,52

4,70

0,50

n.d.

0,68

2,40

0,36

0,68

0,56

18,14

0,98

352

364

0,38

0,81

494

478

301

60,94

145

306

87,75

312

137

9,47

205

160

La

6,62

8,18

11,07

1,71

2,27

10,75

8,92

7,39

2,49

7,70

8,46

7,10

0,67

7,25

6,39

2,09

8,91

Ce

12,07

16,13

20,57

2,95

3,48

19,64

17,33

15,24

1,07

15,51

15,68

12,77

1,00

12,09

11,44

3,44

16,95

Pr Nd Sm

1,47

1,76

2,48

0,34

0,55

2,39

1,95

1,78

0,88

1,65

1,89

1,65

0,14

1,40

1,46

0,45

1,84

6,10

7,81

9,20

1,06

2,40

8,75

7,88

6,64

94,91

7,40

7,58

6,50

0,30

5,41

5,53

2,21

7,38

1,04

1,43

1,98

0,38

0,46

1,54

1,52

1,38

1,04

1,37

1,33

1,20

0,16

1,10

0,83

0,41

1,68

Eu Gd Tb

0,13

0,28

0,23

n.d.

0,10

0,16

0,28

n.d.

n.d.

0,16

0,30

0,29

n.d.

0,27

0,19

n.d.

n.d.

0,95

n.d.

1,82

0,57

0,21

1,52

1,44

0,88

n.d.

0,93

1,22

1,25

0,28

1,04

0,85

0,38

0,90

0,14

0,22

0,28

n.d.

0,07

0,31

0,16

0,20

n.d.

0,16

0,14

0,14

n.d.

n.d.

0,15

n.d.

0,20

Dy

1,16

0,84

2,30

n.d.

n.d.

2,18

1,02

1,12

0,31

1,38

0,96

0,85

n.d.

0,91

0,74

0,41

1,66

Ho Er

0,17

0,21

0,51

n.d.

n.d.

0,49

0,29

0,22

n.d.

0,22

0,16

0,15

n.d.

0,22

0,21

n.d.

0,21

0,52

n.d.

1,86

0,13

0,18

1,21

0,64

0,93

n.d.

0,45

0,67

0,43

n.d.

0,33

n.d.

0,40

0,83

Tm

0,08

n.d.

0,28

n.d.

n.d.

0,26

n.d.

0,13

n.d.

0,06

n.d.

n.d.

n.d.

n.d.

0,10

n.d.

0,11

Yb Lu

0,65

n.d.

1,18

n.d.

n.d.

1,68

0,60

0,69

n.d.

0,40

n.d.

0,57

0,21

n.d.

n.d.

n.d.

0,72

n.d.

0,07

0,32

n.d.

0,02

0,28

0,12

0,14

n.d.

0,09

n.d.

n.d.

0,11

n.d.

n.d.

0,05

0,10

Hf

3,35

2,43

3,51

0,25

0,30

3,13

2,61

6,30

2,44

2,54

6,61

1,64

0,13

2,59

2,71

0,35

Ta Pb

0,20

0,22

0,26

0,10

0,16

n.d.

0,20

0,39

n.d.

0,18

0,33

0,19

n.d.

0,10

0,16

n.d.

0,30

12,48

15,51

12,50

72,92

145

11,72

17,55

180

157

17,32

19,76

215

65,04

3125

3174

588

32,26

417

438

219

212

213

7,60

trebbero essere frammenti di uno stesso oggetto, in particolare: il reperto CSV16 mostra concentrazioni degli elementi in traccia simili al reperto CSV17, analogamente il frammento CSV3 è geochimicamente simile al reperto CSV7 ed infine i due reperti CSV2 e CSV8 mostrano concentrazioni degli elementi in traccia molto simili. Il diagramma binario Sr/Ba-Co (fig. 2), grazie anche all’utilizzo di simboli diversi, evidenzia la sovrapposizione puntuale dei campioni che potrebbero essere frammenti di uno stesso oggetto. I campioni CSV16 e CSV17, inoltre, si caratterizzano anche per un maggiore contenuto in piombo (Pb= 3125-3199 ppm) ed un alto contenuto in antimonio (Sb= 368-364 ppm), dati evidenziati nell’istogramma di fig. 3. In merito alla colorazione dei reperti si è osservato che i campioni incolori presentano un rapporto Mn/Fe compreso tra 0.85 e 3.6, pertanto, nel grafico Mn/Fe-Fe (fig. 4) sono circoscrivibili in un’area ben precisa del diagramma, evidenziando che il ferro e il manganese rivestono un ruolo fondamentale come agenti coloranti o decoloranti nel vetro. La bassa concentrazione di Mn nei reperti CSV10, CSV14 e CSV15 ne influenza la colorazione, rispettivamente azzurra, verde e giallo-arancio. Il colore verde del campione CSV14 può essere ricondotto non solo all’alto contenuto in ferro, ma anche a valori più elevati in cromo e vanadio, il colore giallo arancio del reperto CSV15 è da correlare all’alto contenuto di potassio (tab. 1 e tab. 2). Il campione CSV11 è l’unico reperto analizzato che presenta una colorazione viola attribuibile alla presenza del neodimio (Nd = 94.9 ppm), un metallo cromoforo appartenente al gruppo delle Terre Rare, che conferisce ai vetri tonalità che variano dal violetto al rosso-vino sino a tonalità di grigio. L’istogramma riportato nella fig. 5 evidenzia che una concentrazione elevata di neodimio si riscontra esclusivamente nel reperto CSV11. Lo stesso campione mostra inoltre contenuti estremamente elevati in boro), tale elemento venne introdotto nella preparazione del vetro borosilicato, noto anche come “pyrex”, agli inizi del secolo scorso (fig. 6). L’introduzione del boro consente la produzione di un vetro molto resistente agli agenti chimici e agli sbalzi termici, grazie al basso coefficiente di dilatazione; le caratteristiche geochimiche del reperto CSV11 ci permettono, dunque, di affermare che si tratti di una produzione di vetro molto recente. L’utilizzo della microscopia elettronica con associata la microanalisi (SEM/EDX) e della tecnica analitica LA-ICP-MS hanno consentito di caratterizzare chimicamente ventidue reperti vitrei rinvenuti nei pressi del Castello di Cosenza. Tale caratterizzazione ha permesso di suddividere i reperti in due diversi gruppi composizionali e di individuare alcuni campioni chimicamente differenti e pertanto considerarti outliers.

390


La maggior parte dei reperti mostra elevati valori di magnesio ed inoltre la presenza del potassio e del sodio induce a ritenere che nella preparazione della amalgama vetrosa siano state impiegate ceneri vegetali provenienti da piante costiere. Le concentrazioni degli elementi in tracce hanno evidenziato una maggiore variabilità geochimica all’interno dei gruppi composizionali ed hanno consentito, laddove si è osservata la coincidenza delle concentrazioni degli elementi in tracce, l’individuazione di più frammenti appartenenti ad uno stesso oggetto. Lo studio geochimico ha permesso, inoltre, di individuare il legame esistente tra composizione chimica e colorazione; a tale proposito si è osservato come il rapporto Mn/Fe sia determinante ai fini della colorazione del vetro e come, in molti casi, la presenza di un solo elemento cromoforo può essere decisiva per la colorazione assunta dal vetro. Interessante ad esempio è la colorazione assunta dal campione CSV11 attribuibile al neodimio, elemento chimico appartenente al gruppo delle Terre Rare, la cui presenza determina la colorazione viola del reperto.

Fig. 2. Diagramma Sr/Ba-Co, il grafico evidenzia la sovrapposizione di alcuni campioni che potrebbero essere frammenti di uno stesso oggetto, si tratta dei campioni CSV2 con CSV8, CSV3 con CSV7 e CSV16 con CSV17. Per evidenziare maggiormente la similitudine geochimica, le coppie di frammenti sono state indicate sul grafico con simboli diversi.

Fig. 3. Istogramma del contenuto di Sb e Pb (in ppm) nei reperti vitrei analizzati. I due frammenti CSV16 e CSV17 mostrano un contenuto di tali elementi nettamente superiore a tutti gli altri reperti studiati.

391


Fig. 4. Diagramma Mn/Fe-Fe. Tutti i reperti incolori mostrano un rapporto Mn/Fe molto prossimo ad 1. Al contrario i reperti colorati mostrano o bassi contenuti del Mn che è un l’agente decolorante o alti contenuti di ferro che è l’agente colorante.

Fig. 5. Istogramma del Neodimio che evidenzia l’alto contenuto di tale elemento cromoforo esclusivamente nel reperto vitreo CSV11 dalla tipica colorazione violetta.

Fig. 6. Istogramma del Boro. L’alto contenuto in boro, introdotto agli inizi del secolo scorso nella produzione vetri “pyrex” per conferire al vetro la capacità di resistere agli sbalzi termici, sottolinea la produzione recente del reperto vitreo CSV11.

392


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Vetri romani dal Tirreno Calabrese. Catalogo dei materiali rinvenuti a Vibo Valentia(VV) e Gioia Tauro (RC) Anna Maria Rotella, Maria Teresa Iannelli In this study we describe the glass materials found in two area located in the Tyrrhenian coast of Calabria: the city of Valentia, Roman municipium, and Métauros today’s Vibo Valentia and Gioia Tauro, respectively. Anna Rotella has analyzed glass materials discovered in 2 necropolis, the first located in Vibo Valentia contrada Olivarelle which is on north-eastern boundaries of the Roman city along the road Capua-Regium, the second one escavated in the modern Vibo Marina’s center and connected to a villa. The necropolis in contrada Olivarelle is characterized by a high prevalence of inhumation rite while incineration is found in 15% of burials only; the necropolis has been in use in two periods lasting from Flavian age and the early III A.D. Glass materials have been discovered in 4 burials only (n. 54,90,97 and 600): in the first 3 graves we found several glass ampullae/ balsamaries type ISINGS 82 which may be dated to the II A.D.; in the grave n. 600, a monumental burial with a very reach corredum, located near “Istituto tecnico per geometri” formerly “Liceo Scientifico”, we found 15 glass balsamaries, almost all deformed by fire action. Only 3 of the latter balsamaries can be identified as type ISINGS 8/28A, of the earlier kind (between Tiberian and Flavian age ); we also found 7 pawns e 10 glass grains of necklace. The necropolis discovered in Vibo Marina, which belonged to the area of influence of Valentia, is connected to a villa located near the sea. This villa is organized into terraces and very likely was also provided of small harbour employed for tuna fishing. The area surrounding the villa has been inhabited from the prehistory up to the VII A.D. period of definitive abandonment. In 5 of the excavated graves we discovered glass fragments related to 3 bottles type ISINGS 92, a classic bottle for wine produced in west in the III A.D. and thereafter up to the end of IV A.D.; types ISINGS 103 and ISINGS 82ab2 likely produced between the II and III A.D.; in the grave n. 244 which has a double deposition pattern we found one green grain of necklace, and two pendants made of blue glass. One of the latter likely represents a Dolphin’s head. The necropolis excavated in Gioia Tauro from the seventies to the nineties of the last century, is characterized by the most refined glass materials found in the Tyrrhenian coast of Calabria. M.T. Iannelli has identified two bottles of oriental production (n. 48842 e 148843). These bottles belong very likely to the Syrian style called “Flower and Bird “ which was typical of this region during the II A.D.; indeed, the bottles are almost intact and have a very peculiar decoration with floral as well as bird themes. Another highly refined bottle (n. 118988), is similar to the type 11 LANCEL 1967, and may be dated to the end of I – early II A.D. Finally, we describe more standard glass material like some ampullae/balsamaries (n. 148844 e 148845) type ISINGS 82A2 and a glass for cosmetics (n. 148846) type ISINGS 36 b a type common in this area between the end of the I and III A.D. The preliminary study of the glass material discovered in the Gioa Tauro’s necropolis once again confirms that the city of Métauros was among the most important commercial centers of the Messina strait area.

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Vibo Valentia* Anna Maria Rotella Nell’anno 194 a.C. il senato di Roma delibera la deduzione della colonia latina con il nome di Valentia e venticinque anni dopo, nell’89, la città diventa municipio con un regime di autonomia ed ordinamento quattuorvirale in cui, la rafforzata posizione dei Municipales, li vedrà affidatari delle maggiori cariche pubbliche1. Le indagini archeologiche effettuate sul sito non hanno ancora consegnato molti elementi sull’organizzazione urbanistica della città relativamente alla fase dell’istituzione della colonia ed al momento gli elementi più significativi sono quelli emersi nello scavo della necropoli a sud-ovest in località Piercastello2 (tav. 1). Numerosi invece sono i dati sulla città per il periodo compreso tra gli ultimi decenni del I sec. a.C. e tutta l’età imperiale, quando si delinea una monumentalizzazione diffusa dell’impianto urbano3 con ricche domus e un edificio termale pubblico4, oltre ad un fiorente quartiere artigianale per la lavorazione dell’argilla5 e una necropoli a nord-est dell’abitato, in contrada Olivarelle. La prima parte dello studio del materiale vitreo che qui presentiamo è relativo appunto a questa necropoli, posta al margine nord-ovest dell’abitato, dove è stato ipotizzato il passaggio della via Capua Regium6. Le ricerche archeologiche, sia antiche che recenti7, hanno interessato vari settori di quest’unica ed estesa necropoli, della quale oggi è possibile definirne i limiti ovest8, nella zona “Nuovo Liceo”, est (tomba lungo la strada che porta al cimitero)9, nord (saggi lungo la strada provinciale)10 e sud, nello scavo in proprietà Purita11 (tav. 2). Complessivamente tutte le indagini hanno consentito di evidenziare la presenza di 125 tombe12, di cui il 79% sono state rinvenute negli anni settanta del secolo scorso, nel settore denominato “necropoli De Caria”13. Su quest’area sono riprese le ricerche nel 1999, individuando ulteriori settori del cimitero,

*Si desidera ringraziare il Soprintendente dott.ssa Simonetta Bonomi per avere autorizzato questo lavoro; la dott. ssa Maria Teresa Iannelli per la fiducia ed il sostegno; il personale del Museo di Vibo Valentia che ha come sempre agevolato e reso possibile lo studio dei materiali; in particolare i restauratori Giuseppe Pontari e Rossella Valia e la disegnatrice Marianna De Nino cui si devono i disegni di tutti i pezzi ed Antonio Montesanti per l’elaborazione grafica dei disegni e delle tavole. Iannelli 1995: 46-49; Zumbo 2008: 547-592. 2 Crimaco, Proietti 1989: 787-810; Rotella 2003: 293-315; Palomba 2009: 461-498; Cannatà 2011: 129-149. 3 Paoletti 1994: 486-495 4 Rotella 2009: 86-95. 5 Iannelli 1989: 651-656 e Rotella, D’Andrea 1990: 5-17. Un rinvenimento recente ancora inedito, effettuato in occasione dell’ampliamento del palazzo comunale, ha consentito di approfondire le nostre conoscenze circa l’organizzazione del quartiere artigianale. 6 Givigliano 1994: 304-311. 7 Capialbi 1832: 23; Orsi 1921: 476; Iannelli 1986: 671-672; Paoletti 1989: 499-500. 8 Nell’area ad Ovest della strada provinciale, nel 2000 è stata effettuata un’ampia indagine. 9 La tomba, una cappuccina di embrici, è stata evidenziata dello smottamento della strada che conduce al cimitero cittadino. 10 In quest’area tra il 1999 e il 2000, in occasione di lavori di ammodernamento dell’asse viario, le indagini si sono concentrate sul lato est dell’arteria stradale, lungo una stretta fascia di circa due metri. Sono state documentate complessivamente 8 sepolture ma tutte senza corredo. 11 Questo lotto di necropoli, denominato “Purita” dal nome del proprietario, confina a nord con la proprietà De Caria. L’indagine si è svolta tra il mese di ottobre del 1983 e l’aprile del 1984. Lo scavo però è stato interrotto nella fase di messa in evidenza delle tombe mentre ne erano state evidenziate tre. 12 Di questo gruppo di sepolture 6 non sono state indagate: 3 tombe nel cantiere Purita, la tomba presente lungo la strada che porta alle mura Greche e due tombe evidenziate nell’area del “Liceo Scientifico”. 13 Settore così denominato dal nome del proprietario del terreno. Dell’indagine nella necropoli in Contrada Olivarelle, sono state date solo notizie generiche in Sabbione 1979: 396-397. 1

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Tav. 1. Vibo Valentia, foto da satellite con localizzazione rinvenimenti.

Tav. 2. Necropoli Olivarelle, aree dei rinvenimenti.

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tra i quali si evidenzia, per la particolarità del rinvenimento14, quello su cui è stato costruito il nuovo edificio per il “Liceo scientifico”, oggi “Istituto tecnico per geometri”15. Ad eccezione delle quattro epigrafi16 reimpiegate sul fondo della tomba 7817, datate per motivi epigrafici al II sec. d.C., la necropoli è inedita (tav. 3) L’orientamento delle sepolture esplorate per l’81% delle tombe risulta parallelo a quello dell’attuale tracciato stradale che, come si è detto, forse ripercorre quello dell’antica via romana. Il rimanente 19% delle tombe è orientato in senso est-ovest. Dallo scavo risulta che in due soli casi le tombe appartenenti a ciascuna delle fasi evidenziate, interferiscono tra di loro: si tratta delle tombe18 16 e 42; la realizzazione di quest’ultima taglia, rispettivamente, le sepolture 1419 e 4320. Allo stato attuale delle nostre conoscenze, nonostante i notevoli problemi legati alla ricomposizione dei corredi, è possibile ipotizzare che le deposizioni con orientamento est-ovest siano quelle relative alla fase d’uso più antica di questa necropoli. Le tombe più recenti, presentando tutte andamento parallelo alla strada, fanno ipotizzare che il loro orientamento sia, in qualche modo, legato alla direzione dell’asse viario antico. In questa fase, inoltre, si riscontra un notevole incremento dell’uso della necropoli, considerato che ad essa si riferiscono tutte le cremazioni, tranne una (la tomba 35), sia in fossa semplice che con le pareti in muratura. Complessivamente nella necropoli in contrada Olivarelle, il rito crematorio è attestato nel 15% delle sepolture, delle quali il 72% realizzate in fosse terragne, ed il 28% a cassa, in opera laterizia. (tav. 4). Per quanto concerne l’organizzazione degli spazi, all’interno della necropoli, solo nella zona nord-ovest della proprietà De Caria è stata evidenziata la presenza di un recinto, del quale rimane il lato est, su cui è un’apertura ed a cui si legano i due lati perpendicolari di esso, asportati in parte, durante i lavori di sbancamento che hanno preceduto lo scavo. I muri costruiti con pietre delimitano un’area destinata ad un gruppo di undici sepolture21, tutte senza corredo, orientate in senso nord-sud e quindi riferibili alla fase d’uso più recente della necropoli; sempre in questo gruppo, le tombe 15 e 24, del tipo a cassa in opera laterizia, non presentano muretti sul lato ovest, ma si legano alle corrispondenti porzioni di muro del recinto; proprio la presenza di un recinto funerario e quindi la delimitazione di uno spazio all’interno della necropoli, lasciano supporre l’esistenza di altre delimitazioni, forse, asportate durante le precedenti fasi d’uso22. Nel settore della necropoli indagato nella proprietà De Caria, il 39% delle tombe rinvenute presenta il corredo che, nonostante la confusione operata nel corso degli anni, consente di fissare la cronologia delle due fasi d’uso identificate, tra l’età flavia e l’inizio del III secolo d.C.

Una breve sintesi è in Lattanzi 2001: 997-998. Le prospezioni hanno rilevato, nella fascia subito a Sud-Est della strada provinciale, la presenza di strutture archeologiche diffuse. In corrispondenza delle zone indiziate sono stati effettuati nove saggi di controllo che hanno confermato i dati evidenziati dalle prospezioni. 16 Le quattro epigrafi (invv. 92790-92794) vengono indicate come genericamente provenienti da “scavi eseguiti nella città di Vibo” (cfr. Buonocore 1984: 58-60, figg. 3-6,). 17 Si tratta di una inumazione in fossa terragna con copertura piana di mattoni senza corredo, essa è riferibile alla prima fase d’uso della necropoli. All’interno della sepoltura, presso la testa sono stati recuperati 14 chiodi di ferro che ci permettono di ipotizzare la presenza di una cassa lignea. 18 La prima è una tomba a cassa di laterizi con copertura alla cappuccina e orientamento nord-sud; la seconda è una struttura quadrata con cassa in opera laterizia coperta da frammenti di embrici e orientata in senso nord-sud. 19 La sepoltura, un’inumazione a cassa in opera laterizia con copertura alla cappuccina di embrici è orientata in senso Est-Ovest. 20 Si tratta di una fossa terragna, sconvolta, coperta da un embrice con orientamento est-ovest. 21 Si tratta delle tombe: 6-10, 15-16, 19 e 23-24. 22 Traccia di ulteriori raggruppamenti di ambiti familiari si possono ipotizzare anche nel caso delle tombe 45-53, 32-34 e 36-39. 14 15

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Tav. 3. ProprietĂ De Caria, pianta scavo necropoli 1978.

Tav. 4. Tombe e corredi necropoli Olivarelle.

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Il corredo delle tombe, nel 16% dei casi è costituito da una lucerna23, che in dieci deposizioni risulta essere stata collocata presso i piedi del defunto24. Tra gli oggetti di ornamento personale sono stati recuperati un gruppo di materiali in bronzo: un anello nella sepoltura 72, tre spatole per il trucco nella tomba 69, un ago nella tomba 42, ed infine due paia di orecchini in oro nelle sepolture 29 e 37. Invece, solo due, sono le monete ritrovate in altrettante sepolture: nella tomba 8325, dove la moneta è stata recuperata nella bocca dell’inumato, interpretabile quindi come obolo a Caronte, e nel riempimento della tomba 5326. Anche i pochi materiali vitrei recuperati in questo lotto di necropoli si inquadrano nello stesso ambito cronologico e sono stati rinvenuti solo in tre tombe, la 5427, la 9028 e la 9729, tutte orientate in senso Nord-Sud. Tra queste sepolture quella che ha restituito più vetri, disposti sia attorno alla testa che presso i piedi dell’inumato, è la tomba 9030; purtroppo dei cinque unguentari recuperati durante lo scavo, tre sono dispersi ed i due residui corrispondono ad ampolle/balsamari di forma Ising 82b2, databili al II secolo d.C. Nella tomba 97 è stato rivenuto solo un orlo di balsamario, che a causa dell’impossibilità di definire lo sviluppo del collo, si può solo, genericamente, riferire al tipo Isings 8231, mentre frammenti forse relativi ad un’altra ampolla/balsamario, molto deformata per effetto del fuoco, sono stati recuperati nella tomba 5432. Rimanendo nell’ambito della stessa necropoli, di notevole interesse risulta il corredo dell’unica sepoltura (tomba 600) indagata nel lotto del “Liceo Scientifico”33: una cremazione inglobata in un piccolo monumento a pianta quadrata (tav. 5). Le ceneri del defunto ed il suo corredo risultano riposti in una piccola fossa terragna quadrangolare, centrale34, attorno alla quale è stata messa in opera una struttura con alzato a gradini, costruita con larghi muretti, edificati con frammenti di laterizi legati da malta. Purtroppo l’elevato del monumento risulta

Purtroppo solo 5 delle lucerne recuperate sono riferibili con certezza ad altrettante tombe per le altre i dati in nostro possesso sono discordanti. Le 24 lucerne recuperate riferibili a tipi Loeschcke X, Deneauve VIIA e VIIB e Fabbricotti Ia ampiamente attestati nell’impero romano tra il terzo quarto del I e il III secolo d. C. 24 Si tratta di 9 tombe ad inumazione la T 20, 29, 32, 33, 36, 48, 61, 64, 99 e di una cremazione la T 90 in fossa terragna con embrici di base e sulle testate, il cui corredo comprende anche 5 bottiglie-unguentari di cui due si presentano nel catalogo infra nn. 2-3. 25 La moneta D: Marco Aurelio; R: concordia stante con patera (145-160 d.C.). 26 In questa tomba è stato recuperato un semis con testa di Saturno e prua (dopo l’89 d.C.). 27 Si tratta di una cremazione in fossa terragna con unica copertura costituita da un cumulo di pietre. Nel giornale di scavo è riportata la notizia della presenza del corredo, costituito da una lucerna “romana con disegno a rilievo” e da “un’anforetta in vetro”. 28 Inumazione in fossa terragna con fondo e testate costituiti da embrici. 29 La tomba è a cassa in opera laterizia con copertura piana di laterizi. Si tratta di un’inumazione. 30 Nella tomba 90, presso l’embrice di testata, in corrispondenza dei piedi, è stata rinvenuta un’”anforetta” di vetro in frammenti e sul lato opposto, presso la testa, è stata recuperata metà di una “bottiglietta”. Ancora presso i piedi del defunto, a destra è stata rinvenuta una “bottiglia di vetro con il collo alto, il corpo basso e l’orlo estroverso” ed a sinistra una lucerna tipo Deneauve VIIA. A sinistra della testa sono state trovate, integre, sia una “bottiglia”, identica a quella recuperata ai piedi, con il fondo sotto il “tegolone” ed il collo verso l’interno e un’ulteriore “bottiglia-unguentarium” con il collo verso l’esterno. Degli oggetti di corredo della T 90, sono state reperite solo due bottiglie lacunose del tipo Isings 82b2 (nn. 2-3 del catalogo). Nel Museo, riferita alla stessa sepoltura, è conservata una lucerna del tipo Fabbricotti Ia ma non è citata nel giornale di scavo. 31 Cfr catalogo n. 4. Nel riempimento della sepoltura sono stati, inoltre, recuperati un chiodo in ferro oltre ad alcuni frammenti a vernice nera. 32 Cfr. infra n. 1 del catalogo. All’interno della sepoltura sono stati inoltre recuperati un gruppo di chiodi in ferro ed una lucerna, Deneauve VIIA. 33 La sepoltura è stata indagata col saggio n. 6. 34 m 0,90 x 0,70. 23

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Tav. 5. Tomba 600, pianta e parte del corredo.

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completamente asportato già in antico, infatti rimane un unico filare nell’angolo nord-est. La tomba trova confronto con tre sepolture indagate nel lotto De Caria, che presentano anch’esse pianta quadrangolare con uno spazio dedicato alla deposizione del defunto, ma in nessuno dei tre casi è stata accertata la presenza di un alzato nè di un corredo altrettanto vario e ricco35. La tomba 600 ha restituito, tra i tanti oggetti di corredo: 14 monete di bronzo36, di cui quattro riferibili ad Augusto37 ed una a Sesto Pompeo, databile dopo il 45 a.C.38, unitamente a molti frammenti in lamina di bronzo, tra cui un contenitore quadrato con decorazione a nervature concentriche39 e quattro anelli40. Sono stati recuperati, inoltre: parecchi frammenti di elementi in osso ed in avorio variamente decorati, oltre ad uno stilo, quattro astragali ed alcuni elementi di ferro la cui forma non è identificabile per il pessimo stato di conservazione; un gruppo di frammenti ceramici di piccolissime dimensioni tra cui si riconoscono due lucerne, una del tipo a volute ed una con disco decorato a rilievo41. A questo gruppo di oggetti sono da aggiungere: 7 pedine42, 10 vaghi di collana43 e 15 unguentari vitrei deformati per effetto del calore44 (tavv. 6-7). Questi ultimi purtroppo, a causa della fusione, non sono riconducibili a nessuna delle molte forme note, fatta eccezione per tre esemplari45 che rimandano al tipo 8/28A della Isings, nella variante più antica con il collo più corto del corpo, ampiamente attestato nel mondo romano tra l’età tiberiana e quella flavia. Il quadro complessivo dei materiali rinvenuti in questa ricchissima sepoltura, rinviano alla seconda metà del I secolo d.C. Passiamo ora all’altra necropoli scavata a Vibo Valentia Marina, in località Santa Venera. Va premesso che, dopo la deduzione della colonia latina, nel territorio vibonese è documentata una crescente diffusione degli insediamenti in villa, con estese aree produttive che, nel caso degli insediamenti marittimi, è possibile supporre abbiano beneficiato delle opportunità di scambio commerciale legate alla presenza del grande porto della città. Anche nelle ville presenti su questo territorio, tra il II e il III secolo d.C., è attestata una fase di monumentalizzazione, che ne distingue la funzione prevalentemente residenziale46. Sia i vecchi rinvenimenti47, ai quali oggi possiamo aggiungere altri due ambienti rilevati come “ruderi” sulla pianta del “Porto di Santa Venere” del 188648, che le recenti indagini svolte in questa località, indicano la presenza di un insediamento di notevoli dimensioni caratterizzato, da una certa monumentalità (tavv. 8-9) Le tre campagne di scavo condotte tra gli anni 1994 e 200249, hanno consentito

Tombe di queste dimensioni sono attestate nella Proprietà De Caria: la T 71, inumazione (m 3,70x2,20 con fossa terragna interna è m 1,75x1,00) e la T 88, incinerazione (3,20x3,70m con fossa terragna di m 1,40x1,80). Attualmente ho in corso l’edizione completa del corredo. 36 Le monete sono in pessimo stato di conservazione per effetto del calore della cremazione di esse un esemplare ha ancora un frammento di osso attaccato ad una delle facce. 37 La schedatura delle monete è stata fatta dalla dott. G. Gargano che ringrazio per la costante disponibilità. 38 D/testa gianiforme con le sembianze di Sesto Pompeo; R/prua a destra. 39 Questo tipo di contenitore, generalmente interpretato come calamaio o contenitore per cosmetici, è databile all’età imperiale, cfr. Mercando 1982: 115-116. 40 Potrebbe trattarsi sia di elementi legati alle vesti o di applique su oggetti in materiale deperibile. 41 Le esigue dimensioni dei frammenti recuperati non permettono di definire meglio i due esemplari. 42 Cfr. infra nn. 5-10. 43 Nn. cat. 11-19. L’esemplare n. 11 trova confronto con un pezzo rinvenuto a Vibo Valentia nell’abitato (cfr. Rotella 2003a: 214-215, nn. 21-23). 44 Nn. cat. 21-35. 45 Nn. cat. 21 e 23-24. 46 Iannelli 1995: 58-62; Sangineto 1994: 580. 47 Iannelli 1989: 695-696. 48 La pianta è in corso di pubblicazione da parte dello scopritore (cfr. Montesanti 2012: 227). 49 Le tre campagne di scavo, effettuate per conto della Soprintendenza per i Beni archeologici della Calabria sono state dirette dalla Dott. M. T. Iannelli, e seguite sul campo da chi scrive. 35

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Tav. 6. Tomba 600, pedine e vaghi di collana.

Tav. 7. Tomba 600, unguentari fusi.

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Tav. 9. “Ruderi� e Fontane localizzati sulla Pianta del Porto di Santa Venere (1886).

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Tav. 10. Vibo Marina, pianta scavo necropoli 1994-2002.

di esplorare una porzione di necropoli inquadrabile tra la fine del I ed il III secolo d.C.50 (tav. 10). Il complesso funerario è da riferirsi alla villa attestata nell’area già alla fine dell’Ottocento, con rinvenimenti e indizi che si susseguiranno fino agli anni trenta del secolo successivo, quando, durante i lavori per la costruzione di due tratti ferroviari, quello statale e quello regionale, vennero rinvenuti

In località Santa Venera, a causa di lavori di edilizia privata, si è potuta indagare una fascia di terra compresa tra il vecchio tracciato della ferrovia calabro-lucana e il piede del declivio. Lo scavo archeologico in estensione è stato preceduto da due campagne di prospezioni, che hanno permesso di riconoscere, sull’area, due distinte zone di interesse, la fascia lato mare limitata ad ovest dal tracciato ferroviario, dove è stata confermata la presenza di strutture murarie in estensione e quella a monte della strada interpoderale, dove è stata evidenziata la presenza di un nucleo diffuso di sepolture. 50

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alcuni pezzi di notevole pregio artistico51. Purtroppo oltre a questi elementi, che dovevano decorare ambienti di rappresentanza della villa, nulla è noto delle strutture relative all’insediamento, fatta eccezione per un pavimento a mosaico geometrico, rinvenuto a valle del vecchio tracciato ferroviario. La villa, data la morfologia del sito, è probabile che si sviluppasse verso il mare, con una disposizione organizzata a terrazzi. La poca disponibilità di terreno utile per l’agricoltura e la presenza di un piccolo approdo52 permette di supporre che l’economia di questo insediamento, dovette essere connessa alla pesca, forse in particolare, a quella del tonno53. Le tre campagne di scavo effettuate oltre alle informazioni sulla necropoli, hanno consentito di acquisire anche una serie di dati sulle diverse fasi di frequentazione dell’area che risulta in uso fin dalla preistoria. Alcuni utensili di ossidiana e di selce sono stati recuperati sia negli strati superficiali che nel riempimento di tre sepolture. Per quanto concerne le fasi d’uso storiche, uno strato riferibile ad una risistemazione dell’area, ha restituito un nucleo di frammenti di vernice nera, inquadrabili tra la fine del IV e il I secolo a.C.54, ma nessuna traccia di struttura riferibile a questa fase. L’area come indicano i materiali rinvenuti negli strati superficiali, continua a essere frequentata55 fino alla fine del I secolo d.C., quando viene impostata sul margine est della villa, la necropoli, che rimarrà in uso fino al III secolo d.C. In riferimento alla fase d’uso posteriore alla necropoli, i materiali recuperati nello strato di obliterazione, permettono di stabilire la continuità di frequentazione dell’area fino a tutto il VII secolo d.C., epoca in cui la zona viene definitivamente abbandonata. Si tratta di un gruppo di frammenti di orli in sigillata africana D2 e in africana da cucina56, un frammento di anfora olearia del tipo Keay LXII e infine tre frammenti di bicchiere a calice tipo Isings11157 che confermano la datazione della fine d’uso (foto n. 12). Forse è all’ultimo periodo d’uso che devono essere riferiti alcuni lacerti di fondazioni in pietra, identificati nella zona nord dell’area di scavo58, ma la mancanza di elementi riferibili ai piani di frequentazione delle strutture, non consentono di definirne né lo sviluppo né la funzione delle strutture. Complessivamente sono 90 le tombe scavate, che appaiono simili per struttura59 a quelle documentate nella coeva necropoli in contrada Olivarelle di Vibo Valentia, anche se qui è attestato il solo rito inumatorio e il 17% delle sepolture sono multiple e bisome60. La presenza di tombe riutilizzate indica

Iannelli 1989: 695-696 con bibliografia precedente e Iannelli 1995: 49-50. Sono stati rinvenuti il busto in basalto di un personaggio femminile databile all’età claudia (41-54 d. C.) ma anche una copia dell’Artemide di Dresda (primi decenni del I sec. d.C.) ed ancora, una statua di divinità barbata (138-192 d.C.) e un’Arianna addormentata (fine II-III secolo d.C.) (cfr. Faedo 1994: 607-612). 52 Tale ipotesi è stata fatta da Givigliano 1989: 755-757. 53 Eliano, Hist. Anim. 15,3 e Archestrato, Edhypath, fr. 24 54 Si tratta di:un piedino di coppa a conchiglia, IV-III sec. a.C.; tre frammenti di orlo di coppa tipo Morel 2635; quattro frammenti di orlo di coppa, genere Morel 2900; un orlo di piatto tipo Morel 1461b ed infine un frammento di orlo di coppa con decorazione graffita. 55 Oltre ai frammenti a vernice nera sono stati recuperati un gruppo di frammenti a vernice rossa interna, un frammento di orlo di anfora tipo Dressel 1A e uno del tipo Pelichet 46. 56 Riferibili ai tipi EAA I, XLI, 6 e L, 12 o anche LI, 5 e XLIX, 8 e LI, 3 e tipo XLII,6. 57 Cfr. cat. nn. 44-46. 58 Si tratta di una piccola porzione delle fondazioni in pietra di due (?) possibili ambienti, di cui quello più a nord sembra avere andamento curvilineo mentre dell’altro resta parte di un angolo. 59 Il gruppo di sepolture indagate presenta una copertura costituita, in superficie, da pietre e frammenti di laterizi e quando le pareti delle fosse sono costituite da muretti, essi sono realizzati con frammenti laterizi di riutilizzo e malta. Il 48% delle tombe presenta copertura alla cappuccina di embrici, che, nel 71% dei casi, è impostata su una cassa di laterizi e nel 29%, su una fossa terragna. Il 19% delle sepolture presenta una copertura piana di laterizi che nel 62% dei casi è impostata su cassa in muratura mentre nel 38%, su fossa terragna. 60 Multiple sono le tombe 143 e 267, bisome la 141, 242, 244, 251, 262, 264, 266 e 297. Le tombe riutilizzate sono tutte a cassa di laterizi con copertura alla cappuccina, tranne la tomba 297 che presenta copertura piana. 51

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lo stretto legame familiare esistente tra i componenti del gruppo, come evidenziato dalla tomba 29261, in cui la cassa risulta riaperta subito dopo la morte del primo individuo, sul quale verrà adagiato il corpo del secondo inumato; e parimenti nel caso di tre sepolture di adulto, nel cui riempimento sono realizzate altrettante tombe di bambino62. Il complesso delle 90 sepolture indagate, è riconducibile ad un gruppo sociale omogeneo così come indicano i corredi, presenti nel 30% delle tombe, che appaiono omogenei sia nella composizione che nella tipologia delle forme vascolari presenti. Le tombe femminili restituiscono, in prevalenza, olle di produzione locale63 oltre ad elementi relativi all’abbigliamento e all’hornatus: un anello di bronzo, frammenti di bracciale, due aghi crinali in osso64. Tra gli altri oggetti sono stati rinvenuti, in quattro sepolture, un gruppo di borchie in ferro presso i piedi del defunto, relativi ai calzari, in otto tombe altrettante lucerne65 ed inoltre sei monete in altrettante deposizioni66. Cinque delle sepolture indagate hanno restituito oggetti in vetro. Si tratta di due bottiglie e un balsamario, la prima delle quali rinvenuta nella tomba 22167, riferibile alla forma Isings 92, classica bottiglia da vino la cui produzione si diffonde in Occidente alla fine del II secolo d.C. e la seconda relativa al tipo Isings103, nella sepoltura 26568 il balsamario è riferibile al tipo Isings 82ab2, nella tomba 10669; si tratta ancora di oggetti le cui tipologie sono inquadrabili tra il II e il III secolo d.C. (tavv. 11-12). I tre contenitori sono stati recuperati vuoti, dunque sicuramente deposti tappati e rimasti tali fino a quando le tombe non si sono riempite di terra. In particolare il balsamario rinvenuto nella tomba 106, cat. n. 37, è stato spostato verso l’alto, subito sotto i mattoni di copertura della tomba, dalla terra che ha riempito la cassa lentamente; è probabile, perciò, che il contenuto si sia volatilizzato immediatamente dopo la deposizione e che la conseguente leggerezza dell’oggetto, ne abbia reso possibile lo spostamento verso l’alto. Per quanto concerne la forma Isings 82b2, ampiamente attestata nel mondo romano occidentale, è diffusa anche in quest’area della Calabria come dimostrano le attestazioni di Vibo, nella necropoli De Caria, e di Gioia Tauro. In particolare il nostro esemplare è caratterizzato dalla presenza sul fondo di un bollo molto lacunoso che, al momento, è privo di confronto (tav. 11). Nella tomba 24470, una deposizione bisoma, sono stati recuperati un vago di collana di colore verde oltre a due pendenti in vetro blu, di cui uno rappresenta forse la testa di un delfino. Per finire, nel riempimento della sepoltura 26271, anch’essa bisoma, sono stati rinvenuti un piede ed un orlo di forma chiusa di dimensioni molto ridotte (tav. 12).

Cassa di mattoni con copertura alla cappuccina di embrici. Tombe 145/147, 223/225 e 195/211. Il 17% delle sepolture è di piccole dimensioni e quindi riferibile a bambini. 63 Le tombe nelle quali è attestata la presenza dell’olla o della brocchetta in ceramica comune, sono otto, ma frammenti di olle sono stati rinvenute sia nel riempimento di molte sepolture che negli strati di riporto. 64 Rispettivamente nelle tombe 304, 303, 297 e 209. 65 Tre tipo Deneauve VIIA e due tipo Ponsich IIIB2b di cui una con bollo CCORVRS e due del tipo Fabbricotti Ia. 66 Si tratta di monete in pessimo stato di conservazione di cui solo due sono riferibili alla prima metà del III sec. d.C. 67 Tomba a cassa di laterizi con copertura di mattoni piani. All’interno della sepoltura, l’inumato era disteso con la testa ad est; in prossimità della tibia destra, è stata rinvenuta vuota e inclinata, la bottiglia (cat. n. 36), presso i piedi un gruppo di chiodini in ferro ( relativi ai calzari?). 68 La tomba a fossa. Nell’angolo sud, tra l’embrice e la testa è stata recuperata la bottiglia di vetro (cat. n. 38) inclinata sulla pancia, con il collo rivolto verso la testa dell’inumato. 69 La struttura è a cassa di laterizi con copertura di mattoni piani. Durante lo scavo della copertura costituita da frammenti di mattoni e piccole pietre, è stata rinvenuta l’olla schiacciata. 70 Si tratta di una cassa di mattoni con deposizione bisoma. Nel riempimento interno sono stati recuperati tre piccoli pendenti di vetro, pertinenti con ogni probabilità ad una collana. 71 La tomba a cassa in muratura con copertura alla cappuccina, ha il fondo costituito da laterizi. L’inumato più recente ha la testa ad est ed è disteso con le mani unite sul bacino, mentre, presso la testata est, sono stati raccolti i resti dell’altro individuo. Nel riempimento sono stati recuperati due frammenti di vetro, un orlo e un fondo, non meglio definibili (nn. cat. 39-40). 61 62

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Tomba 221

Tomba 265

Tomba 106 Tav. 11. Vibo Marina, necropoli. Piante e corredi tombe 221, 265 e 106.

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Tomba 244

Tomba 262 Tav. 12. Vibo Marina, pianta e corredo tombe 244 e 262: frammenti US100.

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CATALOGO

Rimane orlo, collo e parte della spalla; ricomposto in vari frammenti. II sec. d.C. Cfr. infra n. 37.

1. Materiali vitrei fusi Tav. 4.1 Necropoli in contrada Olivarelle, proprietà De Caria (VV), T 54, 1978 (VV); Inv. 127045 = 127046. Vetro incolore trasparente. Ventiquattro frammenti di vetro fuso e contorti per effetto del calore, forse pertinenti ad un unico pezzo la cui forma non è definibile. Parzialmente ricomposti. Considerato lo stato di fusione è impossibile stabilirne la forma, ma si può ipotizzare si tratti di una ampolla/balsamario. L’uso di inserire nella cremazione ancora calda gli oggetti del corredo è ampiamente documentato nel mondo romano. In Calabria, esemplari fusi sono stati rinvenuti a Locri cfr. Barello 1992. A Vibo Valentia questo uso è documentato nella stessa necropoli cfr. infra cat. nn. 21-35. Un esemplare deformato per effetto del calore è presente anche tra i materiali della Collezione Capialbi, inv. C 1005 che, visti gli interessi del Conte e le modalità di formazione della raccolta, potrebbe essere stato rinvenuto nella stessa necropoli.

4. Balsamario Tav. 4 Necropoli in contrada Olivarelle, proprietà De Caria (VV), T 97, 1978 (VV); Inv. 127047. H 4,1 - L 4. Vetro trasparente incolore con striature bianco opaco; soffiatura libera. Orlo a tesa piana con estremità ingrossata ottenuta ripiegando il bordo all’interno. Collo cilindrico. Rimane orlo e piccola porzione del collo. II sec. d.C. Cfr. Isings 82. L’esemplare si può riferire solo genericamente, alla forma 82 manca infatti la possibilità di stabilire il rapporto tra collo e corpo. 5. Pedine da gioco Tav. 6. 5a, 5b. Necropoli in contrada Olivarelle, Nuovo Liceo Scientifico US 600. Invv. 127019 e 127020. H 0,6; Ø 1,6 e H 0,6; Ø 1,5. Vetro opaco nero poroso, fuso entro stampo. Forma discoidale, con faccia superiore convessa e base piana. Integre. Cfr. Meconcelli, Notarianni, Ferrari 1998: 23-24, 151-156; Sannazzaro et alii 1998: 79; Gabucci 1997: 478; Zampieri 1998: 196. A Vibo Valentia oltre agli otto esemplari rinvenuti nella tomba 600, due pedine sono state recuperate nello scavo in ambito urbano (cfr. Rotella 2003a, 214, nn. 21-22). Questi oggetti sono ampiamente documentati nell’antichità sia nel mondo greco che in quello romano, risultando particolarmente diffusi tra il I e il II secolo. Si è ipotizzato che l’uso di diverse colorazioni servisse per differenziarne il valore o fosse usato per distinguere i giocatori.

2. Ampolla/Balsamario Tav. 4. 2 Necropoli in contrada Olivarelle, proprietà De Caria (VV), T 90, 1978 (VV); Inv. 92799. H 12,9 - Ø 4,7. Vetro incolore con sfumatura bianca; soffiatura libera. Orlo estroflesso ed ispessito ottenuto ripiegando il bordo verso l’interno. Collo cilindrico lungo e sottile a profilo continuo con la spalla svasata. Rimangono orlo e collo. II sec. d.C. Cfr. infra n. 37. 3. Ampolla/Balsamario Tav. 4. 3 Necropoli in contrada Olivarelle, proprietà De Caria (VV), T 90, 1978; Inv. 92800. H 13,5 Ø 7,7. Vetro semitrasparente bianco con abbondantissime striature e microbolle; leggera asimmetria del collo; soffiatura libera. Orlo estroflesso orizzontale ispessito. Collo cilindrico lungo e sottile a profilo continuo con la spalla svasata.

6. Pedine da gioco Tav. 6.6a, 6b Necropoli in contrada Olivarelle, Nuovo Liceo Scientifico US 600. Invv. 127021e 127022. H 0,5; Ø 1,5 e H 0,6; Ø 1,6. Vetro opaco bianco, fuso entro stampo. Forma discoidale, con faccia superiore convessa e base piana. Integre. Cfr. n. 5.

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7. Pedina da gioco Tav. 6.7 Necropoli in contrada Olivarelle, Nuovo Liceo Scientifico US 600. Inv. 127023. H 0,5 - Ø 1,3. Vetro opaco bianco, fuso entro stampo, decorazione a gocce gialle e blu. Forma discoidale, con faccia superiore convessa e base piana. Integra. Cfr. idem.

Ignoto (inv. 59678) Rotella 2003a: 214-215, nn. 21-23. Nella stessa tomba sono stati rinvenuti altri due pezzi simili (cfr. infra n. 12). II-III sec. d.C. 12. Vago di collana Tav. 6.12a, 12b Necropoli in contrada Olivarelle, Nuovo Liceo Scientifico USS 600, 1999 (VV). Inv. 127055 e 127028. H 2,6 – Ø 1,9 e H 1,4. Vetro opaco colore vinaccia poroso; vetro avvolto attorno ad un sostegno con decorazione a spirale in bianco. Forma cilindrica, con corpo a profilo concavo con nervature parallele, basi piane e largo foro centrale circolare. Frammento. Cfr. infra n. 11.

8. Pedina/castone Tav. 6.8 Necropoli in contrada Olivarelle, Nuovo Liceo Scientifico US 600. Inv. 127024. H 0,6 - L 2. Vetro trasparente azzurro, poroso; fuso entro stampo. Forma quasi ovale, con faccia superiore convessa e base piana. Lacunosa. Cfr. idem.

13. Vago di collana Tav. 6.13 Necropoli in contrada Olivarelle, Nuovo Liceo Scientifico USS 600. Inv. 127048. Vetro opaco giallo; vetro avvolto attorno ad un sostegno con decorazione costituita da punti su fondo grigio al cui interno è una goccia azzurra che contiene un cerchio bianco con riempimento in blu. Forma sferica con largo foro circolare; superficie decorata ad “occhi”. H 0,9 - Ø 0,9. Ricomposto. Cfr. Settefinestre: p. 233, fig. 143. Nella stessa tomba (cfr. infra n. 15).

9. Pedine da gioco Tav. 6.9 Necropoli in contrada Olivarelle, Nuovo Liceo Scientifico US 600. Inv. 127025. H 0,6 - Ø 1,7. Vetro opaco nero, fuso entro stampo. Forma discoidale, con accia superiore convessa e base piana. Ricomposta da due frammenti. Cfr. idem. 10. Pedine da gioco Tav. 6.10 Necropoli in contrada Olivarelle, Nuovo Liceo Scientifico US 600. Invv. 127026. H 0,7 - Ø 1,7. Vetro opaco nero, fuso entro stampo. Forma discoidale, con faccia superiore convessa e base piana. Rimane metà dell’oggetto. Cfr. idem.

14. Vago di collana Tav. 6.14 Necropoli in contrada Olivarelle, Nuovo Liceo Scientifico US 600. Inv. 127049. H 0,8 - Ø 1,2. Vetro opaco grigio, poroso; vetro avvolto attorno ad un sostegno con decorazione costituita da punti in giallo e in bianco. A disco appiattito, con corpo a profilo concavo e largo foro circolare; superficie decorata da serie di punti. Ricomposto. Cfr. Esemplari simili sono stati rinvenuti nella stessa tomba infra nrr. 16-19.

11. Vago da collana Tav. 6.11 Necropoli in contrada Olivarelle, Nuovo Liceo Scientifico US 600. Inv. 127027. H 1,8 – Ø 1,4. Vetro opaco colore vinaccia poroso; vetro lavorato a lume con decorazione a spirale in bianco. Forma cilindrica, con corpo a profilo concavo e otto costolature parallele di spessore diseguale. Basi piane e largo foro centrale circolare. Ricomposto. Cfr. Mercando 1982: 328, figg. 185 e 198. Per l’età romana l’unico vago di collana rinvenuto a Vibo Valentia è stato recuperato nella via Milite

15. Vago di collana Tav. 6.15 Necropoli in contrada Olivarelle, Nuovo Liceo Scientifico US 600. Inv. 127051. H 1,4 - Ø 2,1. Vetro opaco vinaccia, poroso; vetro avvolto at-

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20. Castone/Pedina Tav. 6.20 Necropoli in contrada Olivarelle, Nuovo Liceo Scientifico US 600. Inv. 127056. H 0,2 - L 1,2. Vetro trasparente verde, poroso; fuso entro stampo. Elemento di forma romboidale con angoli e bordi arrotondati e con le due facce quasi piane. Integro.

torno ad un sostegno; leggermente deformato; decorazione costituita da serie di cerchi bianchi che contengono linea e punto blu. Forma quasi cilindrica, con corpo a profilo concavo, basi piane, largo foro circolare, superficie decorata con motivo ad “occhi”. Ricomposto con lacuna. Cfr. infra n. 13.

21. Balsamario Tav. 11.21 Necropoli in contrada Olivarelle, Nuovo Liceo Scientifico US600. Inv. 127033. H 8,6 - L 3,1. Vetro trasparente incolore con sfumatura verdeazzurra; soffiatura libera; deformato per effetto del fuoco. Labbro imbutiforme; collo cilindrico; corpo piriforme e fondo a profilo concavo. Integro. Età tiberiana - età flavia Cfr. Isings 8/28.

16. Vago di collana Tav. 6.16 Necropoli in contrada Olivarelle, Nuovo Liceo Scientifico US 600. Inv. 127053. H 1 - L 1,3. Vetro opaco azzurro scuro, poroso; vetro avvolto attorno ad un sostegno con decorazione puntiforme di colore giallo. Corpo cilindrico a profilo concavo. Frammento ricomposto. Cfr. infra nn. 14 e 17-19. 17. Vago di collana Tav. 6.17 Necropoli in contrada Olivarelle, Nuovo Liceo Scientifico US 600. Inv. 127052. H 0,9 - L 1,2. Vetro opaco, vinaccia, poroso; vetro avvolto attorno ad un sostegno con decorazione costituita da punti verdi e bianchi. Corpo a profilo concavo. Frammento. Cfr. Esemplari simili sono stati rinvenuti nella stessa tomba, infra nrr. 14, 16, 18-19.

22. Balsamario Tav. 11.22 Necropoli in contrada Olivarelle, Nuovo Liceo Scientifico US 600. Inv. 127031. H 4,3 - L 3,4. Vetro trasparente incolore con sfumatura verde chiaro; soffiatura libera; ripiegato su se stesso e deformato per effetto del fuoco. Collo cilindrico; corpo allungato; fondo a profilo concavo. Ricomposto. Cfr. Non reperibili.

18. Vago di collana Tav. 6.18 Necropoli in contrada Olivarelle, Nuovo Liceo Scientifico US 600. Inv. 127054. H 1,7 - L 1,1. Vetro vinaccia opaco e poroso; vetro avvolto su sostegno con decorazione costituita da punti gialli, verdi e bianchi. Corpo cilindrico a profilo concavo e largo foro centrale. Frammento. Cfr. infra nn. 14, 16-17 e 19.

23. Balsamario Tav. 11.23 Necropoli in contrada Olivarelle, Nuovo Liceo Scientifico US 600. Inv. 127030. H 8,1 - L 3,5. Vetro trasparente incolore con sfumatura verde chiaro; soffiatura libera; leggermente deformato per effetto del fuoco. Labbro imbutiforme, collo cilindrico strozzato all’attacco con il corpo piriforme. Rimane l’orlo, il collo e parte del corpo; ricomposto. Età tiberiana - età flavia Cfr. Isings 8/28.24.

19. Vago di collana Tav. 6.19 Necropoli in contrada Olivarelle, Nuovo Liceo Scientifico US 600. Inv. 127057. H 0,7 - Ø 1,1. Vetro opaco color vinaccia, poroso; vetro avvolto su sostegno con decorazione costituita da gocce di varie dimensioni gialle, azzurro e verde. Corpo quasi discoidale a profilo concavo con largo foro centrale. Ricomposto. Cfr. Esemplari simili sono stati rinvenuti nella stessa tomba, infra nrr. 14 e 16-18.

24. Balsamario Tav. 11.24 Necropoli in contrada Olivarelle, Nuovo Liceo Scientifico US 600. Inv. 127035. H 7,9 - L 2,3. Vetro trasparente incolore con sfumatura azzurro; soffiatura libera; deformato per effetto del fuoco. 412


29. Balsamario Tav. 11.29 Necropoli in contrada Olivarelle, Nuovo Liceo Scientifico US 600 (VV). Inv. 127034. H 6 - L 2,5. Vetro trasparente incolore con sfumatura azzurro; soffiatura libera; deformato e appiattito per effetto del calore. Corpo piriforme e fondo a profilo concavo. Ricomposto con lacune. Cfr. Non reperibili.

Labbro imbutiforme, collo cilindrico, corpo piriforme e fondo a profilo convesso. Ricomposto con lacune. Età tiberiana - età flavia Cfr. Isings 8/28. 25. Balsamario Tav. 11.25 Necropoli in contrada Olivarelle, Nuovo Liceo Scientifico US 600. Inv. 127036. H 6,2 - L 3,7. Vetro trasparente incolore con sfumatura azzurro chiaro; soffiatura libera; deformato e appiattito per effetto del fuoco. Labbro ingrossato, collo cilindrico, corpo piriforme, fondo a profilo convesso. Ricomposto con lacune. Cfr. Non reperibili.

30. Balsamario Tav. 11.30 Necropoli in contrada Olivarelle, Nuovo Liceo Scientifico US 600. Inv. 127040. H 3,3 - L 3,1. Vetro incolore con sfumatura azzurro chiaro trasparente; soffiatura libera. Fondo a profilo concavo. Ricomposto; leggermente deformato per effetto del fuoco. Cfr. Non reperibili.

26. Balsamario Tav. 11.26 Necropoli in contrada Olivarelle, Nuovo Liceo Scientifico US 600. Inv. 127038. H 6,2 - L 2,3. Vetro trasparente incolore con sfumatura vinaccia; soffiatura libera; deformato per effetto del fuoco. Corpo piriforme, fondo a profilo concavo. Ricomposto con lacune, vi rimane attaccato un frammento di vetro trasparente verde chiaro non pertinente all’oggetto. Cfr. Non reperibili.

31. Balsamario Tav. 11.31 Necropoli in contrada Olivarelle, Nuovo Liceo Scientifico US 600. Inv. 127042. H 2,8 - L 3,6. Vetro trasparente verde scuro con striature; soffiatura libera; deformato per effetto del fuoco. Fondo a profilo concavo. Ricomposto. Cfr. Non reperibili.

27. Balsamario Tav. 11.27 Necropoli in contrada Olivarelle, Nuovo Liceo Scientifico US 600. Inv. 127039. H 9,7 - L 3,1. Vetro incolore con sfumatura azzurro chiaro trasparente; soffiatura libera; deformato e appiattito per effetto del fuoco. Collo cilindrico, corpo piriforme, fondo a profilo concavo. Ricomposto con lacune. Cfr. Non reperibili.

32. Balsamario Tav. 11.32 Necropoli in contrada Olivarelle, Nuovo Liceo Scientifico US 600. Inv. 127032. H 5,2 - L 3,9. Vetro trasparente incolore con sfumatura verde chiaro; soffiatura libera; deformato per effetto del fuoco. Lacunoso. Cfr. Non reperibili. 33. Balsamario Tav. 11.33 Necropoli in contrada Olivarelle, Nuovo Liceo Scientifico US 600. Inv. 127043. H 3,5 - L 2,3. Vetro trasparente azzurro; soffiatura libera; deformato e accartocciato per effetto del calore. La forma del contenitore non è definibile perché il pezzo risulta accartocciato per effetto del fuoco. Lacunoso. Cfr. Non reperibili.

28. Balsamario Tav. 11.28 Necropoli in contrada Olivarelle, Nuovo Liceo Scientifico US 600. Inv. 127041. H 6,3 - L 2,3. Vetro trasparente incolore con sfumatura azzurra chiara e con striature e microbolle; soffiatura libera; leggermente deformato per effetto del fuoco. Corpo piriforme, fondo concavo. Ricomposto parzialmente. Cfr. Non reperibili. 413


34. Balsamario Tav. 11.34 Necropoli in contrada Olivarelle, Nuovo Liceo Scientifico US 600. Inv. 127044. H 4,7 - L 3. Vetro trasparente azzurro; soffiatura libera; deformato e accartocciato per effetto del calore. La forma è imprecisabile perché l’oggetto risulta deformato e accartocciato per effetto del fuoco. Lacunoso. Cfr. Non reperibili.

rilievo, molto lacunoso: foglia di edera, sul cui margine destro è una E, sormontata da N a sinistra mentre non è leggibile quella a destra. Ricomposta con lacune sul corpo e sul fondo. II sec. d.C. Isings 82a2. La variante del tipo a corpo troncoconico che presenta profilo continuo tra lungo collo e corpo è poco attestata nell’area occidentale dell’impero, mentre è ampiamente diffusa in oriente tra il II e il IV secolo. Il nostro esemplare trova confronto con un pezzo nel museo di Cagliari (cfr. Borghetti, Stiaffini 1994: 121, tav. 32, n. 284; II d.C.). Tra il II e il III secolo si inquadra l’esemplare rinvenuto nel Canton Ticino (cfr. Biaggio Simona 1991: 155156, tav. 26, fig. 70). Per quanto concerne il bollo esso non trova confronto con i materiali noti. A Vibo questa forma è documentata nella necropoli De Caria invv. 92799-92800 (cfr. infra) e sempre dalla città proviene anche il balsamario inv. C 1015 della Collezione Capialbi (sull’esemplare Capialbi è apposta la scritta “Cofano 1912”, dato questo che offre un ulteriore indizio della frequentazione in età romana, dell’area sacra greca). Il tipo, nella versione più tarda, per l’allungamento del collo e lo schiacciamento del corpo, trova confronto tra i materiali della necropoli romana di Gioia Tauro (cfr. infra).

35. Balsamario Tav. 11.35 Necropoli in contrada Olivarelle, Nuovo Liceo Scientifico US 600. Inv. 127037. H 6,8 - L 1,3. Vetro trasparente incolore con sfumatura azzurro; soffiatura libera; deformato e appiattito per effetto del fuoco. La forma del contenitore non è definibile, presenta un foro passante nella parte centrale. Integro. Cfr. Non reperibili. 36. Bottiglia Tav. 11.36 Vibo Marina, Località Santa Venera T 221, 1994 (VV). Inv. 92374. II-III sec. d.C. H 13,6 - L 9,9. Vetro trasparente incolore con sfumatura verde chiaro; soffiatura libera; il collo è decorato a metà da un filamento dello stesso colore applicato. Bottiglia con orlo leggermente estroflesso e con estremità ingrossata e arrotondata, breve collo cilindrico, corpo globulare, piede ad anello. Ricomposta con lacuna sulla pancia. Isings 92. Sul nostro esemplare il fondo risulta a profilo convesso e sul collo vi compare un filamento applicato. Per un esemplare conservato nel museo di Cagliari (cfr. Borghetti, Stiaffini 1994: 355 tav. 75, pp. 72 e 132; II-III sec. d.C.). Il nostro esemplare è inquadrabile per contesto, come proposto dalla Isings, alla fine del II secolo d.C..

38. Bottiglia Tav. 11.38 Vibo Marina, Località Santa Venera T 265, 2001 (VV). Inv. 127029. H 10,8 - Ø 8,2. Vetro trasparente incolore con sfumatura azzurra, rare bolle d’aria; soffiatura libera. Collo cilindrico leggermente strozzato all’attacco con la spalla arrotondata, corpo globulare. Fondo introflesso. Ricomposta manca parte del collo e l’orlo. III sec. d.C. Isings 103. Esemplari da contesti tombali in Biaggio Simona 1991: 170-172, tav. 28, fig. 73 (III-IV sec. d.C.). Il tipo di bottiglia nel suo sviluppo in età tardo antica è ben documentato in Calabria a Botricello (CZ) in un contesto di VI-VII secolo cfr. Aisa, Corrado 2003: tavv. IV, 7; VII, 13, 1617; VIII, 19. Il nostro esemplare che non si può

37. Balsamario Tav. 11.37 Vibo Marina, Località Santa Venera T 106, 1994 (VV). Inv. 92375. H 21 - L 11,4. Vetro incolore con sfumatura verde chiaro trasparente con striature e con tracce iridescenti di alterazione; soffiatura libera; orlo deformato. Orlo estroflesso orizzontale con estremità ingrossata ribattuta all’interno, lungo collo cilindrico che si svasa verso il basso. Corpo globulare schiacciato, fondo esterno concavo con bollo a

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44. Bicchiere a calice Tav. 12.44 Vibo Marina, Località Santa Venera US 101, 1994 (VV). Inv. 92584. H 2,4 - Ø 4,5. Vetro trasparente verde bottiglia; soffiatura libera. Piede a disco con estremità ingrossata e arrotondata ottenuta ripiegando l’estremità. Stelo tubolare pieno a profilo continuo con il fondo del bicchiere svasato verso l’alto. Rimane il piede e il fusto. Fine V-VI sec. d.C. Isings 111. Un esemplare simile al nostro è stato rinvenuto a Locri, in località Centocamere, cfr. Rubinich 2003: 175, tav. V, A6. Per una ampia attestazione in età tardo antica, in un contesto calabrese, del bicchiere a calice si veda Aisa, Corrado 2003: 349-350.

datare per contesto oltre il III secolo, ha collo cilindrico e leggera strozzatura alla base; esso rappresenta la fase iniziale dello sviluppo di questo contenitore. 39. Forma chiusa Tav. 12.39 Vibo Marina, Località Santa Venera T 262, 2001 (VV). Inv. 127063. H 0,4 - Ø 3. Vetro trasparente incolore con sfumatura azzurro chiaro; soffiatura libera; orlo deformato. Labbro a cordoncino orizzontale ribattuto verso l’interno. Collo a parete verticale Frammento di orlo e collo. 40. Piede Tav. 12.40 Vibo Marina, Località Santa Venera T 262, 2001 (VV). Inv. 127064. H 1,7 - L 3,4. Vetro trasparente verde scuro con microbolle d’aria; soffiatura libera. Piede a mandorla ingrossato ottenuto ripiegando l’estremità all’interno e con camera d’aria. Base d’appoggio e fondo esterno piano. Frammento.

45. Bicchiere a calice Tav. 12.45 Vibo Marina, Località Santa Venera US 101, 1994 (VV). Inv. 92586. H 3,4 – Ø orlo 8. Vetro trasparente con sfumatura verde chiaro e leggera patina iridescente; soffiatura libera. Orlo con estremità ingrossata a profilo arrotondato leggermente rientrante, parete a profilo concavo-convesso. Frammento di orlo e di piccola porzione della parete. IV-V sec. d.C. Isings 111. Cfr. Miraglia 1994: tipo 5, fig. 145, n. 31 (IV-V secolo).

41. Vago di collana Tav. 12.a Vibo Marina, Località Santa Venera T 244, 2001 (VV). n. 1. H 1,2 - L 0,5. Vetro verde-azzurro opaco. Perla cilindrica a sezione esagonale con foro passante verticale. Settefinestre, p. 241, fig. 152-153.

46. Bicchiere a calice Tav. 12.46 Vibo Marina, Località Santa Venera US 101, 1994 (VV). Inv. 92588. H 3,2 – Ø orlo 6. Vetro trasparente incolore con leggera patina iridescente; soffiatura libera. Orlo verticale leggermente ingrossato all’estremità a profilo continuo, con la parete che si allarga verso il piede. Frammento. Fine V-VII sec. d.C. Isings 111. In Calabria un esemplare simile è attestato a Botricello (cfr. Aisa, Corrado 2003: 354, tav. XV, 44.

42. Pendente Tav. 12.b Vibo Marina, Località Santa Venera T 244, 2001 (VV). n. 2. H 0,7 - L 1. Vetro blu intenso opaco. Resta un’estremità arrotondata con foro passante leggermente decentrato. Le esigue dimensioni del frammento non permettono una migliore definizione dell’oggetto. 43. Pendente Tav. 12.c Vibo Marina, Località Santa Venera T 244, 2001 (VV). n. 3. H 1,2 - L 2. Vetro blu intenso opaco. Rimane la testa di profilo di un animale stilizzato. La parte superiore è arrotondata e il foro passante è all’altezza degli occhi. Si potrebbe trattare di un pesce (delfino?).

A. M. R.

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Gioia Tauro Da qualche tempo si registra un nuovo, rinato interesse scientifico per la problematica storico archeologica relativa all’antica Métauros72, determinato anche da una più intensa collaborazione instauratasi tra la Soprintendenza per i Beni archeologici della Calabria e l’attuale Amministrazione comunale di Gioia Tauro. E’ recentissima la sottoscrizione della convenzione per l’allestimento del Museo che sarà ospitato nell’antico e centrale Palazzo Baldari, ubicato proprio su quel terrazzo naturale dove, finora, gli studiosi hanno localizzato l’insediamento di età greca, seppur ancora “non sufficientemente documentato”73. Lo studio dei materiali che qui si presentano, è il frutto del lavoro propedeutico all’allestimento delle collezioni museali di Métauros che per l’inizio del prossimo 2012 saremo in grado di presentare al pubblico74. Per quel che riguarda il carattere preliminare dello studio, si ritiene necessario precisare che, di recente, è stato ultimato il lavoro di restauro e il trasporto del materiale nella nuova sede di Gioia Tauro e che, solo da qualche giorno, sono iniziate le operazioni di revisione dei materiali e di ricostruzione dei corredi tombali, pertanto per alcuni dei pezzi che qui si propongono, al momento, non siamo in grado di fornire la ricostruzione completa dei corredi. Ovviamente, se questo rappresenta un grosso limite per la corretta comprensione e datazione dei materiali in esame, pur tuttavia, si considera opportuno pubblicarne una prima schedatura75, inserendoli nel contesto generale della necropoli rinvenuta in contrada Pietra, da cui provengono, e per la quale sono disponibili le notizie finora pubblicate76. L’attenzione alle problematiche archeologiche di Métauros ebbe inizio intorno agli anni sessanta del secolo scorso77 proprio con l’indagine della necropoli che offrì la maggior parte dei dati, tuttora disponibili per l’età greca, e mise in evidenza anche una successiva fase romana, durante la quale le sepolture furono sovrapposte a quelle precedenti di cui si era persa la memoria. La necropoli più tarda, probabilmente, è da mettere in relazione con altri rinvenimenti di età romana, databili tra II-III ed il IV sec. d.C., relativi a non meglio definiti gruppi di abitazioni, già noti all’Orsi e successivamente, in parte, scavati dal De Franciscis, sempre nella località Pietra, vasta zona, ormai quasi completamente edificata, che corrisponde alla parte pianeggiante del sito, prossima al mare.

Cfr. gli studi sulla chora reggina dell’Università di Siena: Cordiano, Accardo 2004; Cordiano, Accardo, Isola, Broggi 2006 con bibliografia precedente. 73 Soverini, Sabbione 1990: 147, dove quest’ultimo, sviluppa una precedente ipotesi di De Franciscis; con bibliografia precedente. 74 Si ringrazia il Soprintendente dott.ssa Simonetta Bonomi per avere dato impulso e sostegno all’iniziativa alla quale collaborano il collega Claudio Sabbione che nel tempo ha effettuato le indagini, finora, le più significative per la ricostruzione storica e la comprensione del sito; l’archeologa dott.ssa Roberta Schenal Pileggi attenta studiosa dei materiali; l’assistente Bruno Napoli rigoroso organizzatore; il personale del Museo nazionale “Vito Capialbi” di Vibo Valentia, nelle persone: dei restauratori Giuseppe Pontari e Rosella Valia, che hanno portato a termine il restauro di tutti i materiali archeologici; e degli operai: Giuseppe Verro e Vincenzo Ferraro che ne hanno curato il trasporto e la sistemazione. 75 Facciamo tesoro di una riflessione del De Franciscis, e riferita proprio alla città di Gioia Tauro, ma, che a nostro avviso, vale anche per molti altri siti calabresi e non : “Metauros, come si è visto è un paese senza storia; perciò i pochi dati che si ricavano da vecchie e nuove scoperte hanno ciascuno un loro particolare interesse ed ogni elemento, anche se minimo, conviene sia utilizzato e direi quasi sfruttato nel miglior modo possibile.” 76 Per i primi interventi sulla necropoli romana di Gioia Tauro, cfr. De Franciscis 1960: 43-51, tavv. VIa, e XII-XV; per lo scavo delle tombe nei cui corredi sono presenti materiali vitrei cfr. Sabbione 1975: 579-580; cenni ad alcuni pezzi sono anche in Agostino 2010: 119-120; per la bibliografia sugli scavi e le ricerche effettuate a Gioia Tauro si veda Soverini, Sabbione 1990: 148-152; un aggiornamento bibliografico è in Agostino, Sica 2009, III: 155-210. 77 In precedenza, l’Orsi aveva pubblicato la notizia di alcuni rinvenimenti in parecchie zone del moderno abitato di Gioia Tauro, che, in effetti, anche successivamente, furono proficue di scoperte archeologiche (cfr. Orsi 1902). 72

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Fig. 13.

Anche le ricerche più recenti, effettuate nell’arco degli anni novanta del secolo scorso, fino ad arrivare a quelle recentissime degli anni 2000-2011, che spesso si sono avvalse di tecnologie avanzate come le indagini geofisiche e i carotaggi, hanno confermato, la presenza diffusa, sempre nella località Pietra, di quartieri abitativi, ampliandone l’arco cronologico compreso tra il I sec. a C. ed il IV-V secolo d.C. E’ proprio in questa località che l’Amministrazione comunale di Gioia Tauro, in accordo con la Soprintendenza, ha effettuato alcuni espropri che ora costituiscono il primo, seppur limitato, nucleo del Parco archeologico urbano di Métauros. A questo stadio della ricerca archeologica e degli studi su Gioia Tauro, le ipotesi più plausibili, relativamente alla topografia della città antica, rimangono quelle formulate dal De Franciscis, nell’ampio articolo su Mètauros, riprese e maggiormente supportate dalle indagini successive di C. Sabbione78, fino a quelle attuali, secondo le quali i due centri (quello di età greca e quello romano) erano separati e relativamente distanti tra loro: il primo, di cui manca ogni genere di dato, probabilmente ubicato sul pianoro, il secondo, non strutturato secondo le modalità proprie delle città romane, ma sorto sulla zona pianeggiante prossima al mare, in funzione dell’attracco portuale, l’uformos citato da Strabone79, che forse è da collocarsi in corrispondenza di un’ansa dell’omonimo fiume, oggi identificato con il Petrace. Ma ritorniamo alla necropoli romana, da cui provengono gli splendidi e rari esemplari di contenitori vitrei oggetto del nostro studio. Le aree di scavo in cui sono state individuate le tombe che hanno restituito materiali in vetro, sono state indagate nel corso del 1975, nei lotti indicati col nome dei proprietari: Musumeci e Palumbo (fig. 13); la tipologia delle sepolture è simile in tutte le zone, così come il rito funerario che è quello dell’incinerazione; è stato individuato anche un corredo tipo che si ripete quasi costantemente in tutte le sepolture, comprese le nostre che in particolare vengono arricchite con gli esemplari in vetro. “Le tombe hanno generalmente copertura alla cappuccina con embrici e mattoni sesquipedali, trattenuti esternamente da grosse pietre irregolari che ne evitano lo scivolamento; la fossa ha spallette in muratura, costruite generalmente con mattoni quadrati 30 x 30, spezzati a metà. Il

78 79

Sabbione 2005: 252; cenni a questa problematica sono anche in Agostino, Sica 2009, I: 28. Strabone, 6,1,5.

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Fig. 14.

Fig. 15.

corredo quando è presente è deposto accanto ai piedi, vicino ai quali talvolta vi è traccia di calzari con la suola rivestita da piccole borchie. Il corredo tipo è costituito da un’olletta grezza, entro cui spesso vi è una lucerna e talvolta una moneta in bronzo, generalmente del II sec. d.C. Nel caso di corredo più complesso, esso è ospitato in piccole nicchie ricavate nella muratura delle spallette.”80 (figg. 14-15). Sempre Sabbione, nello stesso articolo accenna brevemente ai corredi di alcune delle tombe81 che annoverano i contenitori in vetro, descrivendone qualche particolare decorativo e datandoli al “II ed alla prima parte del III secolo d.C.”

Sabbione 1975: 579. Cfr. Sabbione 1975: 579-580; le tombe sono le nn. 13, 42, 127, 129; la n. 77 è citata, ma il corredo non viene descritto; inoltre tre esemplari in vetro (inv. nn. 20100, 148842, 148844) sono stati oggetto di confronto con altri provenienti da Palmi-Taureana (cfr. Agostino 2010: 118-120, figg. 6-8). 80 81

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Bottiglia Inv. n.148842; Tomba Musumeci n.13; h. cm 13,5; diam all’orlo cm 3,5, al corpo cm 11, al piede cm 5. Integra; vetro incolore lattiginoso con iridescenze argento, vetro soffiato con decorazione applicata. Associata con una brocchetta ed un’olletta acrome. Agostino 2010: 119 e 120 fig. 7. Collo cilindrico, orlo assottigliato e svasato verso l’esterno, corpo globulare, piede ad anello; decorazione tipo a “snake thread” su tutto il corpo. Affine, sempre per la forma a: Saldern 1980: pl. 22 n. 131; Von Las 210; Staffini, Borghetti 1994: pl. 132 n. 356 , considerata evoluzione della forma Isings 104 a-b. Deriva dalla forma Isings 104. Datazione: III-IV sec. d.C.

Bottiglia Inv. n. 14884382; Tomba Musumeci n. 42; H cm 17, 4; diam. all’orlo cm 3,2, al corpo cm 8, al piede cm 4,5. Integra; vetro incolore lattiginoso con iridescenze argento, soffiato con decorazione applicata. Associata ad un’olletta acroma. Agostino 2010: 119-120, fig. 8. Collo allungato con orlo estroflesso verso l’esterno; decorazione tipo a “snake thread” su tutto il corpo. Affine alla forma Isings 121b, ma il nostro esemplare è privo dell’ansa; affine anche a Lancel 1967, forma n. 10, pl. IX,56. Datazione: fine I-III sec. d.C. Per entrambe le bottiglie sopra descritte sia per la particolarità della forma che per la tipologia decorativa in cui si associano particolari fitomorfi e zoomorfi, seppur con grande cautela, ci sentiamo di proporre una produzione orientale, forse siriana; qui, appunto, all’inizio del II secolo d.C. si

Il n. d’inventario 20100, attribuito al pezzo in Agostino 2010: 119, non è corretto. 82

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diffuse il così detto stile “fiore e uccello” simile alla decorazione di entrambi i pezzi; successivamente gli artigiani orientali emigrano in Occidente, dove elaborano nuove forme e varietà decorative.

L’orlo è ribattuto e ripiegato all’interno; lungo collo cilindrico leggermente svasato in basso e all’attacco con il corpo lenticolare a profilo continuo; fondo leggermente concavo; il pezzo ha un confronto puntuale con un esemplare del museo di Cagliari, Stiaffini, Borghetti 1994: 121, tav. 32, n. 284, ma il nostro è più tardo a causa dell’allungamento del collo e dello schiacciamento del corpo (Maccabruni 1983: 152). Forma Isings 82A2; la forma è molto comune e diffusa con molteplici varianti.

Ampolle/Balsamari 1) Inv. n. 148844; Tomba Musumeci n. 127; H cm 18, diam. all’orlo cm 4,4, al collo cm 2,6, al corpo cm 9,8; consistenti tracce di deposito giallastro al fondo. Agostino 2010: 119-120, fig. 6, senza descrizione. 2) Inv. n. 148845; di minori dimensioni del precedente; cm 16,6; diam all’orlo cm 3,9, al collo cm 1,7 al corpo cm 7. Integri; vetro incolore con sfumatura verde chiaro; soffiatura libera. Associati con: brocchetta ed olletta acrome, lucerna con figura di un kantharos e bollo CIVNDRAC.

Bicchiere a sacco Inv. n.148846; Tomba Musumeci 129. H cm 7,7, diam all’orlo cm 4,6, al corpo cm 6,7, al piede cm 4,5. Integro; vetro incolore lattiginoso con iridescenze argentee. Soffiatura libera e filamento applicato. Associato con anforetta in argilla giallina con decorazione a rotellature sulla spalla. Orlo leggermente svasato decorato all’esterno con sottile filamento applicato sul collo, corpo carenato, fondo concavo anch’esso carenato e piede ad anello. Forma Hayes 1975: nn. 375-377, fig. 24. Datazione: II-III sec. d.C.

Bottiglia Inv. 118988; Tomba Palumbo 160. H cm 13, 8; diam all’orlo cm 3, al collo cm 2,2, al corpo cm 11,4, al piede cm 4,8, vetro bianco con iridescenze argentee; soffiatura libera. Associato ad un’olla acroma, dentro cui erano: una lucerna a becco tondo con figura di delfino ed una moneta

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in bronzo di Marco Aurelio (fig. 15). Collo cilindrico allungato con orlo introflesso; corpo schiacciato e piede a tromba; decorato su collo, spalla e alla massima espansione del corpo con solchi concentrici. Affine alla forma 11 di Lancel 1967, databile alla fine del I-inizio del II sec.d.C. Probabile produzione orientale.

la fattura della maggior parte di essi non trova confronto con quella degli altri pezzi che costituiscono i corredi, che risultano di modesta manifattura e comunque molto ripetitivi e standardizzati. Inoltre, come abbiamo visto, sembra alquanto probabile che alcune bottiglie siano preziosi pezzi d’importazione dall’Oriente e ciò confermerebbe, ancora una volta, la vocazione commerciale dell’insediamento di Gioia Tauro, inserito a pieno titolo nei traffici dello Stretto.

I materiali in vetro sopra descritti sono molto raffinati e pressoché unici nel panorama del materiale vitreo finora rinvenuto in Calabria,

M. T. I.

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Un edificio per spettacoli della città romana di Tauriana: materiali in vetro Rossella Agostino, Fabrizio Sudano The various and roman glass form considered became from archaeological area of Taureana where is possible to see public and private buildings belonging to the Brettia city of “Taurianoum” as well as to the Roman one of “Tauriana” exsisted between the second half of the I century b.C. and the III-IV A.D. Most of it dates from the 1st to the 2nd century. Il territorio di Palmi, ricadente nel territorio tirrenico della odierna provincia di Reggio Calabria ed oggetto, a cura della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria, di un progetto di ricerca sistematica da circa venti anni1, aveva già restituito qualche testimonianza di manufatti vitrei di età romana sia da contesto funerario che abitativo. Manufatti che, sia pure in maniera limitata, hanno permesso di avviare l’aggiornamento di una carta dei rinvenimenti di tale classe di reperti per la Calabria tirrenica meridionale2. Con il contributo presentato in questa sede, grazie ai risultati delle indagini condotte nell’anno 2010 sul pianoro di Taureana di Palmi, sede del Parco archeologico dei Tauriani, si può invece arricchire in maniera significativa il repertorio delle forme vitree attestate per l’età romana. Infatti, anche in questa fase preliminare di studio, è già evidente la loro numerosità e la loro appartenenza a diverse classi con interessanti nuove attestazioni quali le lastre da finestra. Lo scavo I reperti presentati di seguito in catalogo sono stati rinvenuti in una delle due macroaree (Area I) indagate nel settore centrale del pianoro a strapiombo sul mare (m 70 s.l.m.), sede dell’abitato dei Tauriani prima e della città romana di Tauriana dopo (fig. 1)3. In questa area, caratterizzata da un notevole declivio terrazzato in tempi moderni per scopo agricolo, partendo dalla localizzazione di una struttura muraria con andamento curvilineo documentata dalla carta topografica ottocentesca del De Salvo4, e dai dati della breve campagna di scavi effettuata nel 20015, sono stati scavati i resti di una struttura monumentale (figg. 2-4). Gli elementi costitutivi messi in luce, una cavea e un’arena, la fanno rientrare nella

Agostino 2002 con precedente bibliografia; Agostino 2005. Agostino 2010: 117-121. 3 Le indagini, dirette da R. Agostino, sono state coordinate sul campo da S. Mancuso e F. Sudano con la partecipazione di E. Donato (per i rilievi grafici), M. Labate, A. Casalicchio e D. Costanzo. Lo scavo, che ha previsto un intervento anche nel settore della nota strada basolata, coordinato da A. Rotella, è stato programmato nell’ambito del progetto di realizzazione del Parco archeologico dei Tauriani, finanziato con fondi APQ Beni Culturali Calabria curato dalla Soprintendenza e grazie ad un finanziamento del Ministero Economia e Finanze assegnato alla Provincia di Reggio Calabria. Il Parco è stato inaugurato nel mese di settembre del 2011. 4 De Salvo 1886. Lo studioso pensava “ad un anfiteatro, o più facilmente a qualche serbatoio d’acqua, forse per uso di bagni pubblici”. 5 Le indagini sono state dirette sul campo da M. M. Sica. 1 2

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Fig. 1. Veduta panoramica del pianoro di Taureana.

Fig. 2. Veduta dall’alto dell’Area I del Parco Archeologico dei Tauriani, con la strada basolata e l’edificio per spettacoli.

Fig. 3. L’edificio per spettacoli da Sud.

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Fig. 4. Planimetria dell’edificio per spettacoli.

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categoria degli edifici per spettacoli di età imperiale. Una sua definitiva caratterizzazione con puntuali confronti tipologici sarà possibile soltanto con il completamento delle ricerche ora limitate solo alla parte orientale. La cavea, aperta a Occidente, impostata su un asse N-S la cui lunghezza ricostruibile è di m 59,50 circa, è stata realizzata sfruttando nella parte centrale un pendio naturale roccioso che digrada verso Ovest. La solidità dell’edificio è garantita da una gabbia di sostruzioni che, superando il forte dislivello naturale, è costituita da due potenti strutture murarie speculari a forma triangolare, che chiudono la cavea, e da setti radiali, probabilmente sette per ogni lato. Un muro con andamento curvilineo culminante con un potente pilastro completa le sostruzioni. Si definisce così una superficie uniforme su cui era sviluppata la gradinata, ma soprattutto si realizza lo spazio di un ambulacro esterno, largo m 2,15 circa e coperto probabilmente da una volta, funzionale alla fruibilità della struttura con razionali percorsi di aditus/exitus. I setti radiali definiscono camere, allo stato attuale non comunicanti tra di loro, con copertura a volta, crollata sul piano di calpestio delle stesse. Non essendo stati individuati blocchi della gradinata in situ, non è possibile tentare una precisa ricostruzione degli spazi previsti nella cavea e la sua organizzazione in meniana e cunei. Lo spazio curvilineo attorno a cui si sviluppa la costruzione della cavea corrisponde ad un’area inferiore al semicerchio delimitata da una linea continua di blocchi di calcare su cui si realizza un alto muro in laterizi che definisce il podio e configura lo spazio delimitato come arena. Il muro del podio presentava, unitamente a sei feritoie rettangolari per l’illuminazione e l’aerazione all’interno della galleria, un’apertura sormontata da un arco funzionale alla comunicazione tra questa e il piano dell’arena attraverso un gradino alto 35 cm, così come per le prime due camere radiali di ogni metà. Il piano dell’arena era rivestito da un pavimento di lastre fittili disposte in più file in senso E-W, separate da spicchi triangolari di malta ad eccezione di un settore con una sorta di mosaico di laterizi frammentari e scapoli lapidei: forse un rattoppo o ad una decorazione intenzionale oggi non leggibile. Sull’asse N-S del monumento, nella posizione in cui generalmente negli edifici per spettacoli si localizzano gli aditus maximi, è visibile un vano rettangolare in fase con la struttura della cavea e chiuso su tre lati, con accesso solo sull’arena. Con un piano pavimentale ad una quota leggermente inferiore a quello dell’arena e lastricato in scapoli lapidei e malta, potrebbe essere riferito ad un vano di stallo per bestie e gladiatori, funzionale agli spettacoli. L’ambulacro esterno, anche per le sue dimensioni, potrebbe essere stato utilizzato come via di fruizione degli spettatori, mentre l’ambulacro definito dal muro del podio, collegato a vani che al momento sembrano comunicare solo con esso, in diretto contatto con l’arena, poteva essere funzionale allo spettacolo e quindi in uso solo per i suoi protagonisti. L’analisi dell’edificio, unitamente all’esame delle tecniche edilizie utilizzate, porta ad inquadrare cronologicamente la struttura in età imperiale. In particolare, l’evidente uso di una tecnica mista, con l’utilizzo di un’opera laterizia che imita l’opus vittatum, l’opus testaceum e l’opus incertum ed il loro utilizzo combinato, in assenza di altri elementi probanti, collocherebbe la costruzione della struttura alla seconda metà del I secolo. L’edificio rimase in uso forse fino al IV secolo quando, a seguito dell’editto di Costantino, giochi cruenti e spettacoli pagani vengono banditi e le strutture in cui essi si realizzavano abbandonati o in parte riutilizzati con destinazioni diverse. Una successiva fase di frequentazione dell’area, contemporanea o probabilmente successiva al disuso e abbandono dell’edificio, è stata evidenziata nel settore settentrionale dell’edificio. Lo spazio del c.d. “Vano Nord” fu infatti colmato con terreno sabbioso e materiale di scarico per alzare il piano di calpestio fino alla cresta del suo muro di chiusura settentrionale. Su quest’ultimo era stato impostato un muro, di uguale orientamento, costituito da elementi di riutilizzo e dotato di un’apertura centrale che consentiva la comunicazione con la parte finora non indagata, oltre il limite nord del Parco. Le trasformazioni riguardarono anche la parte settentrionale dell’ambulacro interno, con la spoliazione dei blocchi di calcare e le chiusure, tramite accumuli di pietre e blocchi, degli accessi alla galleria interna, forse per motivi di sicurezza legati a crolli.

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Ad un periodo contemporaneo o di poco posteriore a questa seconda fase, quando l’edificio era già defunzionalizzato o in stato di abbandono ed il piano dell’arena già coperto da spessi strati alluvionali, l’area viene utilizzata come una discarica a cielo aperto per rifiuti di ogni genere, favorita dalla stessa conformazione architettonica dell’edificio e dall’ampio spazio volumetrico. I manufatti in vetro I contesti di rinvenimento di tale classe di materiali sono del tutto particolari e purtroppo non hanno permesso di avere dei punti di riferimento cronologicamente diacronici dall’impianto dell’edificio al suo abbandono. Infatti, la loro provenienza si limita agli strati superficiali (US 1, 14, 15, 41 e 56) sconvolti dalle lavorazioni agricole nel corso dei secoli, e agli strati di abbandono e post-abbandono (US 66 e 110) dell’edificio per spettacoli. Strati questi ultimi che, come già sopraccennato, sono da riferirsi anche a colmate (US 67) e scarichi di materiali (US 50) che interessano le ultime fasi di vita del sito, quando l’edificio non era più in uso. Va sottolineata la buona percentuale di manufatti vitrei individuati, anche se la loro fragilità e il cattivo stato di conservazione ha consentito, al momento, di isolarne e farne oggetto di questo contributo solamente 46 esemplari6. Per una buona parte di questi inoltre, a causa dell’estrema frammentarietà, la possibilità di indicare confronti tipologici puntuali è stata molto ridotta, soprattutto per la mancanza di parti fondamentali per l’attribuzione a forme e tipi noti. Nella selezione operata in questa sede, limitata a forme riconducibili cronologicamente tra il I e il IV secolo d.C., quantitativamente predominano le forme aperte ed in particolare le coppe, con ben quattordici esemplari e le coppette con quattro frammenti. Tra le prime, distinte per le dimensioni medio-grandi, spiccano due frammenti provenienti da uno degli strati di abbandono (US 66): la bella parete di coppa (cat. n. 24; fig. 5) con vasca molto profonda decorata esternamente da un motivo a nido d’ape tra linee incise7 e il frammento di orlo di coppa con costolature (cat. n. 18). Quest’ultima, databile al I sec. d.C., è ottenuta con colatura a stampo in vetro azzurro trasparente, mostra costolature che si assottigliano verso il fondo ed è confrontabile con un esemplare proveniente da Campo Calabro8. Presente con diversi frammenti di piede – in catalogo nn. 20-22; ma la forma si ripete frequentemente tra i materiali a Taureana – è una coppa caratterizzata da un alto piede troncoconico e fondo piano in vetro incolore e trasparente avvicinabile ad una variante della forma 87 della classificazione Isings, inquadrabile cronologicamente nella seconda metà del II secolo d.C.9 Ancora tra le coppe è presente la forma Isings 85a (cat. n. 19), con orlo rientrante e vasca profonda10, databile tra la fine del I e il II secolo d.C. e un piccolo tratto della parete di un esemplare (cat. n. 23; fig. 6), caratterizzato da una decorazione a tacche allungate comunemente dette “chicchi di riso” su un fondo lattiginoso, che trova stringenti confronti con coppe da Aquileia, prodotte tra la fine del II e il III secolo d.C.11. Per quanto riguarda le coppette, gli esemplari al cat. nn. 33 e 35, presentano lo stesso motivo decorativo sul fondo esterno della vasca, costituito da un piccolo anello applicato al centro. Per il profilo del piede ad anello cavo, il n. 33 è inoltre confrontabile con un frammento proveniente da Reggio

I disegni e le foto dei materiali presentati sono di M. Labate, G. La Rosa e F. Sudano. Per la decorazione vicina ad un esemplare da Aquileia, cfr. Mandruzzato, Marcante 2005: 103, n. 271. 8 Agostino 2005: 55, fig. 9. 9 Isings 1957: 104. 10 Isings 1957: 101. 11 Mandruzzato, Marcante 2005: 99, nn. 260-262. 6 7

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Fig. 5. Coppa cat. n. 24.

Fig. 6. Coppa cat. n. 23.

Calabria, rientrante nella forma 44 Isings12. Sono presenti inoltre due esemplari (cat. n. 32 e 34), che ricordano la forma 42a isolata dalla Isings, con basso piede ad anello e spesso fondo ombelicato13. Tra le forme aperte si segnalano ben 7 piatti, tre dei quali (cat. nn. 41-42; figg. 7-8), conservati purtroppo parzialmente, caratterizzati dalla lavorazione a mosaico, con lo stesso motivo decorativo che si ripete, costituito da una teoria di fiori a sei petali contornati da puntini bianchi. Nell’ambito del I secolo d.C. si segnalano anche un kantharos (cat. n. 36), individuabile dal caratteristico alto piede a tromba confrontabile con la forma Isings 38a14 e un bicchiere (cat. n. 7), il cui profilo dell’orlo e della vasca ricordano la forma 34 della stessa classificazione15. Le forme chiuse rinvenute durante gli scavi dell’edificio per spettacoli di Taureana si limitano a bottiglie, balsamari, olle, una brocca e un aryballos. Le nove bottiglie che si presentano in questa sede coprono un arco cronologico compreso tra la seconda metà del I e il IV secolo d.C. Tra gli esemplari presi in esame: quattro orli, di cui due con ansa, e due fondi con marchi a rilievo, provenienti da uno strato superficiale (US 41), dall’US 110, uno spesso strato alluvionale che copriva il piano pavimentale dell’arena e dall’US 50, lo scarico di materiali immediatamente soprastante. Gli orli (cat. nn. 8-11) sono tutti orizzontali e ribattuti e si possono attribuire alle forme 50a e 50b della tradizionale classificazione Isings16; ma mentre al cat. n. 9 è associata un’ansa a doppia costolatura, il n. 10 presenta un’ansa a sottili nervature. I due fondi con marchi a rilievo appartengono invece a bottiglie con corpo a sezione quadrangolare in vetro verdeazzurro trasparente, appartenenti alla forma Isings 50. Se il n. 13 presenta un marchio costituito da un elemento trapezoidale con la base maggiore caratterizzata da due linee curve, con due elementi semicircolari ai lati, il fondo n. 12 è caratterizzato da un’ombelicatura e da un marchio con cerchio centrale e motivi ad angolo entro quadrato. Sempre tra le bottiglie è presente un esemplare (cat. n. 16) con orlo con listello sottostante applicato che sembra ricordare la forma 126 Isings, inquadrabile cronologicamente tra il III e il IV secolo d.C.

Andronico 2000: 44, n. 49; Isings 1957: 59. Isings 1957: 58. 14 Isings 1957: 53. 15 Isings 1957: 48. 16 Isings 1957: 63-66. 12 13

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Fig. 7. Piatto cat. n. 41.

Fig. 8. Piatto cat. n. 42.

presente anche tra i materiali da Aquileia e che sarebbe il manufatto più recente tra quelli presentati17. Per quanto riguarda i contenitori per unguenti, dei cinque balsamari, tutti a soffiatura libera, uno è integro (cat. n. 2; fig. 9), mentre degli altri si conservano gli orli (cat. nn. 3, 4, 6) e il fondo (cat. n. 5). Il balsamario n. 2, con i suoi 6,2 cm di altezza, rientra nel tipo De Tommaso 67 con corpo piriforme allungato, orlo obliquo, collo leggermente strozzato alla base e fondo piano. Costituito da un vetro turchino opaco, il balsamario proviene dall’US 67 e può essere datato nella seconda metà del I secolo d.C. Rimangono invece solo l’orlo obliquo e un breve tratto del collo cilindrico dei balsamari n. 3, in vetro verde trasparente, accostabile al tipo De Tommaso 43, databile in età flavio-traianea e n. 4, simile al tipo De Tommaso 32, prodotto dall’età flavia a quella antonina. Il balsamario cat. n. 6 sembra invece trovare un confronto con gli esemplari rientranti nel gruppo Cβ della classificazione Calvi sui manufatti vitrei di Aquileia, databile tra il II e il III secolo d.C.18. Appartiene ai balsamari di grandi dimensioni il fondo incavato in vetro verde trasparente n. 5, proveniente dalla discarica di materiali US 50 che occupava lo spazio dell’arena. La curvatura del profilo lo avvicina molto alla forma 82a2 della Isings, caratterizzato da un corpo a bulbo e inquadrabile cronologicamente nel II secolo d.C.19 È possibile annoverare anche un aryballos (cat. n. 1), caratterizzato da un orlo orizzontale ripiegato all’esterno e da un’ansa delfiniforme scanalata impostata sulla spalla. Tali caratteristiche rimandano a pezzi databili tra la seconda metà del I e il II secolo d.C.20. Tra le forme chiuse sono anche due olle (cat. nn. 38, 39), entrambe con orli a profilo semplice e brevi colletti rettilinei e l’ansa a quattro costolature molto probabilmente appartenente ad una brocca (cat. 17). Dallo scarico di materiali US 50 che si forma in una fase di post-abbandono dell’edificio, insieme a tutta una serie di rifiuti (resti di pasto, ceramiche, brandelli di strutture murarie) sono stati rinvenuti diversi frammenti di lastre vitree, il cui andamento rettilineo e il bordo ingrossato senza alcuna curvatura, ha fatto pensare a vetri da finestra, incorniciati in telai, molto probabilmente in legno21. In definitiva, anche se lo studio dei contesti e dei materiali è da considerarsi ancora in corso, è possibile affermare come la presenza di manufatti vitrei provenienti dall’edificio per spettacoli sia da riferirsi con certezza a momenti posteriori le fasi d’uso e comunque in giacitura secondaria, facenti parte originariamente dell’abitato romano di Taureana, posto poco più a oriente. I vetri, così come le altre classi di materiali ceramici (soprattutto di tipo comune e da fuoco) rinvenuti negli strati sopracitati, erano

Isings 1957: 156; Mandruzzato, Marcante 2005: 80, n. 137. Calvi 1968: 136. 19 Isings 1957: 98. 20 Buora 2004: 234, n. 580. 21 In generale, sulla produzione di questa particolare categoria di materiali, vedi Cagnana 2000: 184-192. 17 18

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Fig. 9. Balsamario cat. n. 2.

infatti frammisti a tratti di strutture murarie, intonaci e resti di pasto che testimoniano quindi una evidente ristrutturazione di parti dell’abitato o una loro ricostruzione in seguito a eventi traumatici non meglio individuabili. Tuttavia, la presenza di pezzi di notevole pregio tra questi rifiuti, dimostra il buon grado di agiatezza degli abitanti di Taureana in età imperiale e soprattutto l’inserimento della città nell’ambito dei traffici commerciali di questo tipo di prodotti.

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Catalogo

Confronti: De Tommaso 1990, tipo 32; Buora 2004: 169, n. 385. Datazione: Età flavio-antonina.

1 (tav. I, 1) Aryballos Provenienza: US 50 Stato: Frammento. Misure: H cm 3,4; Ø orlo cm 3,1. Colore e pasta: Bianco, dorato, opaco. Tecnica: Soffiatura. Descrizione: Orlo orizzontale ripiegato all’esterno; ansa delfiniforme scanalata impostata sulla spalla, tracce di doratura. Confronti: Buora 2004: 234, n. 580. Datazione: Seconda metà I - II secolo d.C.

5 (tav. I, 6) Balsamario Provenienza: US 50 Stato: Ricomposto da due frammenti. Misure: H cm 1,8; Ø fondo cm 9,4. Colore e pasta: Verde, trasparente. Tecnica: Soffiatura. Descrizione: Fondo incavato, breve tratto del corpo a bulbo. Confronti: Isings 1957, forma 82a2; Andronico 2000: 62, n. 125. Datazione: II secolo d.C.

2 (tav. I, 3) Balsamario Provenienza: US 67 Stato: Integro, leggermente scheggiato l’orlo. Misure: H cm 6,2; Ø orlo cm 2,2. Colore e pasta: Turchino, opaco. Tecnica: Soffiatura libera. Descrizione: Orlo obliquo; collo cilindrico leggermente strozzato alla base; corpo piriforme allungato; fondo piano. Confronti: Buora 2004: 107, n. 199; Scatozza-Höricht 1986: 58, n. 136. Datazione: Seconda metà I secolo d.C.

6 (tav. I, 5) Balsamario Provenienza: US 41 Stato: Frammento. Misure: H cm 8; Ø orlo cm 2,5. Colore e pasta: Turchino, opaco. Tecnica: Soffiatura libera. Descrizione: Orlo obliquo ingrossato al bordo, lungo collo. Confronti: Calvi 1968, gruppo Cβ. Datazione: II-III secolo d.C. 7 (tav. VIII, 1) Bicchiere Provenienza: US 67 Stato: Frammento. Misure: H cm 2,2; Ø orlo cm 5,6. Colore e pasta: Incolore, trasparente. Descrizione: Orlo lievemente svasato con labbro leggermente ingrossato, vasca a profilo concavo caratterizzata da tre sottili linee orizzontali applicate. Confronti: Isings 1957, forma 34; Bonomi 1996: 125, n. 284. Datazione: I secolo d.C.

3 (tav, I, 2) Balsamario Provenienza: US 110 Stato: Frammento. Misure: H cm 2; Ø orlo cm 4,4. Colore e pasta: Verde, trasparente. Tecnica: Soffiatura libera. Descrizione: Orlo obliquo, collo cilindrico. Confronti: Buora 2004: 147, n. 319. Datazione: Età flavio-traianea. 4 (tav. I, 4) Balsamario Provenienza: US 41 Stato: Frammento. Misure: . cm 4,4; Ø orlo cm 4. Colore e pasta: Bianco, opaco. Tecnica: Soffiatura. Descrizione: Orlo appiattito orizzontale, lungo collo cilindrico.

8 (tav. II, 1) Bottiglia Provenienza: US 50 Stato: Frammento. Misure: H cm 2,6; Ø orlo cm 5,1. Colore e pasta: Verdeazzurro, trasparente. Tecnica: Soffiatura.

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12 (tav. III, 1) Bottiglia Provenienza: US 110 Stato: Frammento. Misure: H cm 1,1, Lungh. base cm 6,1. Colore e pasta: Verdeazzurro, trasparente. Tecnica: Soffiatura a stampo. Descrizione: Corpo a sezione quadrangolare, fondo piano con ombelicatura e motivo a rilievo costituito da un cerchio e motivi ad angolo entro quadrato. Confronti: Per a forma, Mandruzzato, Marcante 2005: 71, nn. 81-82. Datazione: Seconda metà I sec. d.C. - II sec. d.C.

Descrizione: Orlo orizzontale, labbro ribattuto, collo cilindrico. Confronti: Bonomi 1996: 130, n. 291. Datazione: Seconda metà I secolo d.C. 9 (tav. II, 3) Bottiglia Provenienza: US 110 Stato: Frammento. Misure: H cm 3,6; Ø orlo cm 5,6. Colore e pasta: Verde chiaro, trasparente Tecnica: Soffiatura, modellazione a caldo. Descrizione: Orlo orizzontale, labbro ribattuto, collo cilindrico, spalla arrotondata, ansa a nastro a doppia costolatura impostata sulla spalla e saldata al labbro. Confronti: Ravagnan 1994: 138; 143, n. 264 (a stampo) e n. 277 (a mano libera); Mandruzzato, Marcante 2005: 70, n. 78. Esemplari di bottiglie con ansa costolata anche Scolacium: Spadea, Mancuso 2007:164. Datazione: Seconda metà I sec. d.C. - II sec. d.C.

13 (tav. III, 2) Bottiglia Provenienza: US 110 Stato: Frammento. Misure: H cm 1,3; lungh. base cm 4,5. Colore e pasta: Verdeazzurro, trasparente. Tecnica: Soffiatura a stampo. Descrizione: Corpo a sezione quadrangolare, fondo piano con marchio a rilievo, costituito da un elemento trapezoidale (?) con la base maggiore caratterizzata da due linee curve e con due elementi semicircolari ai lati. Si notano inoltre, lungo i bordi, tre brevi costolature e quattro piccoli tratti obliqui. Confronti: Per la forma, Mandruzzato, Marcante 2005: 76, n. 113; Buora 2004: 190, n. 449. Datazione: II secolo d.C.

10 (tav. II, 4) Bottiglia Provenienza: US 110 Stato: Frammento. Misure: H cm 3. Ø orlo cm 5,9. Colore e pasta: Azzurro, traslucido. Tecnica: Soffiatura, modellazione a caldo. Descrizione: Orlo orizzontale, labbro ribattuto, ansa nastriforme a sottili costolature, saldata al collo, immediatamente sotto il labbro. Confronti: Ravagnan 1994: 136, n. 259; Mandruzzato, Marcante 2005: 71, n. 81. Datazione: Seconda metà I sec. d.C. - II sec. d.C.

14 (tav. II, 5) Bottiglia Provenienza: US 110 Stato: Frammento. Misure: H cm 4,9; Ø orlo cm 5,5. Colore e pasta: Incolore, trasparente. Tecnica: Soffiatura libera. Descrizione: Orlo svasato con listello sottostante applicato, sottile risalto alla base del collo, tracce di decorazione a rilievo sulla spalla. Confronti: Mandruzzato, Marcante 2005: 80, n. 138. Datazione: Fine II - inizio III secolo d.C.

11 (tav. II, 2) Bottiglia Provenienza: US 50 Stato: Frammento. Misure: H cm 2,4; Ø orlo cm 4,8. Colore e pasta: Azzurro, traslucido. Tecnica: Soffiatura. Descrizione: Orlo orizzontale fortemente asimmetrico, labbro ribattuto, collo cilindrico. Confronti: Zampieri 1998: 146, n. 239. Datazione: Seconda metà I sec. d.C. - II sec. d.C.

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15 (tav. III, 3) Bottiglia Provenienza: US 41 Stato: Frammento. Misure: H cm 2; Ø orlo cm 8. Colore e pasta: Verdeazzurro, trasparente. Tecnica: Soffiatura. Descrizione: Orlo orizzontale ripiegato all’interno, breve tratto del collo.

19 (tav. IV, 2) Coppa Provenienza: US 41 Stato: Frammento. Misure: Hcm 2,2; Ø orlo cm 12,4. Colore e pasta: Verdino, trasparente. Tecnica: Soffiatura. Descrizione: Orlo arrotondato rientrante, lievemente ingrossato, vasca abbastanza profonda. Confronti: Isings 1957, forma 85a. Datazione: Fine I – II secolo d.C.

16 (tav. III, 4) Bottiglia Provenienza: US 41 Stato: Frammento. Misure: H cm 1,8; Ø orlo cm 6,8. Colore e pasta: Bianco, trasparente. Tecnica: Soffiatura. Descrizione: Orlo svasato con listello sottostante applicato. Confronti: Vicina a Isings 1957 forma 126; vedi anche Mandruzzato, Marcante 2005: 80, n. 137. Datazione: III-IV secolo d.C.

20 Coppa Provenienza: US 15 Stato: Due frammenti non ricomponibili. Misure: H cm 2,7; Ø piede cm 10,8. Colore e pasta: Incolore, trasparente. Tecnica: Soffiatura libera. Descrizione: Alto piede troncoconico, fondo piano, breve tratto della vasca. Confronti: Facchini 1999: 177, n. 412. Datazione: Seconda metà II secolo d.C.

17 Brocca (?) Provenienza: US 50 Stato: Frammento. Misure: H cm 7. Colore e pasta: Verde, trasparente. Descrizione: Ansa a nastro con quattro costolature.

21 (tav. V, 1) Coppa Provenienza: US 110 Stato: Frammento. Misure: H cm 3,1; Ø piede cm 8,6. Colore e pasta: Verde, trasparente. Tecnica: Soffiatura. Descrizione: Alto piede troncoconico, fondo piano, breve tratto della vasca. Confronti: Facchini 1999: 177, n. 412. Datazione: Seconda metà II secolo d.C.

18 (tav. IV, 1) Coppa Provenienza: US 66 Stato: Frammento. Misure: H cm 4,6; Ø orlo cm 10,2. Colore e pasta: Azzurro, trasparente. Tecnica: Colatura a stampo. Descrizione: Labbro quasi diritto con orlo levigato; sul corpo si conservano due costolature verticali sotto l’orlo che si assottigliano verso il fondo. Confronti: Zampieri 1998: 161, n. 261; Agostino 2010, Datazione: I secolo d.C.

22 Coppa Provenienza: US 67 Stato: Frammento. Misure: H cm 3,6; Ø piede cm 13,6. Colore e pasta: Incolore, trasparente. Tecnica: Soffiatura libera. Descrizione: Alto piede troncoconico, fondo piano, breve tratto della vasca. Confronti: Facchini 1999: 177, n. 412. Datazione: Seconda metà II secolo d.C.

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23 Coppa Provenienza: US 56 Stato: Frammento. Misure: H cm 4,8. Colore e pasta: Trasparente, lattiginoso. Descrizione: Parete caratterizzata da una fascia decorata da una doppia fila di tacche allungate a “chicchi di riso” tra sottili linee orizzontali. Confronti: per la decorazione, Mandruzzato, Marcante 2005: 99, nn. 260-262. Datazione: Fine II-III secolo d.C.

27 Coppa Provenienza: US 14 Stato: Frammento. Misure: H cm 1,9. Colore e pasta: Verdino, trasparente. Descrizione: Orlo ripiegato all’esterno con anima interna. 28 (tav. V, 3) Coppa Provenienza: US 66 Stato: Frammento. Misure: H cm 1,3; Ø piede cm 6,4. Colore e pasta: Bianco, opaco con tracce di doratura. Descrizione: Piede a tromba con base segnata da un rigonfiamento.

24 Coppa Provenienza: US 66 Stato: Frammento. Misure: H cm 9,7. Colore e pasta: Bianco, opaco con tracce residuali di doratura. Tecnica: Soffiatura a stampo. Descrizione: Breve orlo estroflesso appena accennato, vasca molto profonda, decorata all’esterno da un motivo a nido d’ape compreso tra due sottili linee incise alla base e all’orlo. Confronti: per la decorazione Mandruzzato, Marcante 2005: 103, n. 271. Datazione: Seconda metà del IV secolo a.C.

29 (tav. V, 4) Coppa Provenienza: US 110 Stato: Frammento. Misure: H cm 1,1; Ø piede cm 4,2. Colore e pasta: Verde, trasparente. Tecnica: Soffiatura. Descrizione: Basso piede ad anello, fondo piano, breve tratto della vasca.

25 (tav. V, 2) Coppa Provenienza: US 110 Stato: Frammento. Misure: H cm 1,3; Ø piede cm 5,5. Colore e pasta: Bianco, opaco. Descrizione: Piede ad anello, fondo della vasca leggermente ombelicato, piccolo filamento applicato nella parte bassa della vasca.

30 (tav. IV, 3) Coppa Provenienza: US 50 Stato: Frammento. Misure: H cm 4,3; Ø orlo cm 10. Colore e pasta: Verdino, trasparente. Tecnica: Soffiatura. Descrizione: Orlo lievemente ingrossato, vasca profonda a profilo quasi rettilineo.

26 Coppa Provenienza: US 14 Stato: Frammento. Misure: H cm 1,3; Ø piede cm 4. Colore e pasta: Turchino, trasparente. Tecnica: Soffiatura. Descrizione: Piede con stelo su base a profilo rigonfio.

31 (tav. V, 5) Coppa Provenienza: US 56 Stato: Frammento. Misure: H cm 2,3; Ø piede cm 5,8. Colore e pasta: Bianco, opaco. Descrizione: Basso piede ad anello, fondo esterno decorato da tre cerchi concentrici applicati, fondo interno leggermente convesso, breve tratto della vasca.

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32 (tav. VI, 1) Coppetta Provenienza: US 15 Stato: Frammento. Misure: H cm 1,8; Ø piede cm 6,1. Colore e pasta: Verde, trasparente. Tecnica: Soffiatura. Descrizione: Basso piede ad anello; fondo spesso internamente convesso; vasca segnata da un filamento orizzontale applicato poco sopra il piede. Confronti: per la forma Isings 1957, forma 42a, p. 58 e Facchini 1999: 175, nn. 406-408; Andronico 2000: 54, n. 91. Datazione: Seconda metà I secolo d.C.

Descrizione: Basso piede ad anello; fondo interno leggermente convesso, all’esterno piccolo anello applicato al centro; vasca segnata da un filamento orizzontale applicato poco sopra il piede. 36 (tav. VI, 4) Kantharos Provenienza: US 67 Stato: Frammento. Misure: H cm 2,8; Ø piede cm 6,4. Colore e pasta: Verdino, trasparente. Tecnica: Soffiatura. Descrizione: Alto piede troncoconico con marcato fondo convesso; breve tratto della vasca. Confronti: Isings 1957, forma 38a; Casagrande, Ceselin 2003: 166, n. 243. Datazione: I secolo d.C.

33 (tav. VI, 2) Coppetta Provenienza: US 110 Stato: Quattro frammenti ricomponibili. Misure: H cm 1,4; Ø piede cm 6. Colore e pasta: Bianco, trasparente. Tecnica: Soffiatura. Descrizione: Piede ad anello cavo; fondo esterno con piccolo cerchio applicato al centro; breve tratto della vasca. Confronti: Isings 1957, forma 44; Andronico 2000: 44, n. 49. Datazione: I-II secolo d.C.

37 (tav. VIII, 4) Lastra vitrea Provenienza: US 50 Stato: Frammento. Misure: Dimensioni cm 5,9 x 8,2; spessore cm 0,3. Colore e pasta: Incolore, trasparente. Descrizione: Lastra con bordo ingrossato. 38 (tav. VIII, 2) Olla Provenienza: US 41 Stato: Frammento. Misure: H cm 3,1; Ø orlo cm 6. Colore e pasta: Bianco, opaco. Tecnica: Soffiatura. Descrizione: Orlo a profilo semplice arrotondato lievemente ingrossato, colletto a profilo concavo, spalla arrotondata segnata da un sottile filamento orizzontale applicato.

34 Coppetta Provenienza: US 110 Stato: Due frammenti ricomposti. Misure: H cm 0,8; Ø piede cm 4. Colore e pasta: Bianco, opaco. Tecnica: Soffiatura. Descrizione: Basso piede ad anello, fondo leggermente ombelicato. Confronti: Isings 1957, forma 42a; Andronico 2000: 54, n. 91. Datazione: II secolo d.C.

39 (tav. VIII, 3) Olla Provenienza: US 41 Stato: Frammento. Misure: H cm 1,7; Ø orlo cm 9,4. Colore e pasta: Incolore, trasparente. Tecnica: Soffiatura. Descrizione: Orlo cavo, arrotondato e ripiegato internamente, colletto a profilo rettilineo, breve tratto della spalla.

35 (tav. VI, 3) Coppetta Provenienza: US 15 Stato: Frammento. Misure: H cm 1,4; Ø piede cm 5,6. Colore e pasta: Verde, trasparente. Tecnica: Soffiatura.

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40 Piatto Provenienza: US 1 Misure: H cm 1,8. Colore e pasta: Brunastro. Tecnica: Lavorazione a canne (c.d. a mosaico). Descrizione: Decorazione a fiori con punto centrale e sei petali contornati da dieci punti bianchi. Confronti: per la decorazione, Casagrande, Ceselin 2003: 131-132, nn. 161, 162; Mandruzzato, Marcante 2005: 90, nn. 196, 198. Datazione: I secolo d.C.

Colore e pasta: Verdeazzurro, trasparente. Tecnica: Soffiatura. Descrizione: Orlo rientrante ingrossato, breve tratto della vasca. Confronti: Simile a Isings 1957, forma 46a. Datazione: I secolo d.C. 44 (tav. VII, 2) Piatto Provenienza: US 41 Stato: Frammento. Misure: H cm 2,4; Ø orlo cm 40. Colore e pasta: Verdeazzurro, trasparente. Tecnica: Soffiatura. Descrizione: Orlo cavo, ingrossato, estroflesso con risega interna, vasca a profilo concavo-convesso, ansa costituita da due elementi delfiniformi impostati sul corpo e che si ricongiungono sull’orlo formando una piccola linguetta. Confronti: Toniolo 2000: 148, n. 353. Datazione: Seconda metà I secolo d.C.

41 Piatto Provenienza: US 1 Stato: Frammento. Misure: H cm 1,2. Colore e pasta: Bianco, opaco. Tecnica: Lavorazione a canne (c.d. a mosaico). Descrizione: Basso piede ad anello, decorato da linee parallele; breve tratto della vasca con decorazione fiori con punto centrale e sei petali contornati da dieci punti bianchi. Confronti: per la decorazione, Casagrande, Ceselin 2003: 131-132, nn. 161, 162; Mandruzzato, Marcante 2005: 90, nn. 196, 198. Datazione: I secolo d.C.

45 (tav. VII, 4) Piatto Provenienza: US 41 Stato: Frammento. Misure: H cm 1; Ø piede cm 7,8. Colore e pasta: Incolore, trasparente. Tecnica: Soffiatura. Descrizione: Piede anello cavo, fondo piatto, vasca a pareti quasi rettilinee.

42 Piatto Provenienza: US 56 Stato: Due frammenti in connessione. Misure: H cm 2,9. Colore e pasta: Brunastro. Tecnica: Lavorazione a canne (c.d. a mosaico). Descrizione: Decorazione a fiori con punto centrale e sei petali contornati da dieci punti bianchi. Confronti: per la decorazione, Casagrande, Ceselin 2003: 131-132, nn. 161, 162; Mandruzzato, Marcante 2005: 90, nn. 196, 198. Datazione: I secolo d.C.

46 (tav. VII, 3) Piatto Provenienza: US 56 Stato: Frammento. Misure: H cm 1; Ø orlo cm 19. Colore e pasta: Bianco, trasparente. Descrizione: Orlo ingrossato a profilo semplice, con piccola risega interna, bassa vasca a profilo quasi rettilineo.

43 (tav. VII, 1) Piatto Provenienza: US 41 Stato: Frammento. Misure: H cm 2,8; Ø orlo cm 19,6.

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Tav. I

Tav. II

Tav. III

Tav. IV

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Tav. V

Tav. VI

Tav. VII

Tav. VIII

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BIBLIOGRAFIA Agostino R. (ed.) 2002, Palmi un territorio riscoperto. Revisioni ed aggiornamenti Fonti e ricerca archeologica, Soveria Mannelli. Agostino R. (ed.) 2005, Gli Italici del Métauros, Catalogo della Mostra, Museo Nazionale Archeologico di Reggio Calabria, Reggio Calabria. Agostino R., Corrado M. 2005, Il vasellame in vetro della Calabria tirrenico-meridionale: prodotti di serie, oggetti di lusso dall’età ellenistica all’età moderna, Atti XI Giornate Nazionali di Studio del Comitato Nazionale Italiano A.I.H.V. in onore di Gioia Meconcelli (Bologna, 16-18 dicembre 2005), pp. 53-62. Agostino R. 2010, Vetri romani da Taureana di Palmi: uso funerario e domestico in Trame di luce. Vetri da finestre e vetrate dall’Età romana al Novecento, Atti X Giornate Nazionali di Studio del Comitato Nazionale Italiano A.I.H.V. (Pisa, 12-14 novembre 2004), pp.117-121. Andronico E. 2003, Vetri da Reggio Calabria, Bova e Lazzaro (Motta San Giovanni), in Coscarella A. (ed.), Il vetro in Calabria. Contributo per una carta di distribuzione in Italia, Soveria Mannelli, pp. 47-116. Bonomi S. (ed.) 1996, Vetri antichi del Museo Archeologico Nazionale di Adria, Venezia. Buora M. 2004, Vetri antichi del Museo Archeologico di Udine, Udine. Cagnana A. 2000, Archeologia dei materiali da costruzione, Mantova. Calvi M.C. 1968, I vetri romani del Museo di Aquileia, Aquileia. Casagrande C., Ceselin F. 2003, Vetri antichi delle provincie di Belluno, Treviso e Vicenza, Venezia. De Tommaso G. 1990, Ampullae vitreae. Contenitori in vetro di unguenti e sostanze aromatiche dell’Italia romana (I sec. a.C. - III d.C.), Roma. De Salvo A. 1886, Metauria e Taureana, Napoli. Facchini G.M. 1999, Vetri antichi del Museo archeologico al Teatro Romano di Verona e di altre collezioni veronesi, Venezia. Isings C. 1957, Roman Glass from dated finds, Groningen/Djakarta. Larese A. 2004, Vetri antichi del Veneto, Venezia. Mandruzzato L., Marcante A. 2005, Vetri antichi del Museo Archeologico Nazionale di Aquileia. Il vasellame da mensa, Udine. Ravagnan G.L. 1994, Vetri antichi del Museo Vetrario di Murano, Venezia. Scatozza-Höricht L.A. 1986, I vetri romani di Ercolano, Roma. Spadea R., Mancuso S. 2007, Vetri da Scolacium romani e tardo-antichi: dati preliminari, in Coscarella A. (ed.), La conoscenza del vetro in Calabria, Atti della Giornata di studio (Università della Calabria, Aula magna, 12 marzo 2004), Soveria Mannelli, pp. 161-183. Toniolo A. 2000, Vetri antichi del Museo Archeologico Nazionale di Este, Venezia. Zampieri G. 1998, Vetri antichi del Museo Civico Archeologico di Padova, Venezia.

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La facciata “riscoperta” della cripta di San Fantino a Taureana: colori, forme e decori dei manufatti in vetro Rossella Agostino, M. Maddalena Sica “The rediscovery facade of the St. Fantino crypt in Taureana: colors, shapes and designs of handmade glass”. Recent archaeological investigations have brought to light the front and the environment of the entrance of the crypt. The glass materials are the only artifacts related to various life stages of the underground rooms. Among these some are referring to the oldest frequentation (late antiquity/early medieval), others are relevant to hanging lamps, such as the so-called islamic, attributable to the last  phase of life of the complex (Middle Ages). We propose the reconstruction of a specimen.

Il contesto

Tra l’ottobre del 2009 e il marzo del 2010 è stata condotta una campagna di scavo in occasione dei lavori di recupero e ristrutturazione della casa moderna posta a ridosso della chiesetta di San Fantino (Taureana di Palmi), per consentire la sistemazione definitiva per l’accesso alla cripta e, di conseguenza, la sua integrale salvaguardia1. La chiesa, di origine altomedievale2, sorge in un’area sepolcrale di età romana e medievale, inglobando la cripta, dedicata al culto del santo forse già da età tardoantica3. Dopo l’importante contributo di Antonio De Salvo alla fine dell’8004 nel quale veniva delineata la storia archeologica del pianoro tra la scoperta della cripta, avvenuta nel 1951, e l’abbandono totale dell’area, fino agli anni ’90, si collocano pochi ma importanti contributi scientifici sul complesso. In un articolo del 1964 Salvatore Settis illustrava le esigue quanto importanti informazioni relative alla necropoli romana e altomedievale, oltre alle fondamentali notizie relative al bios di San Fantino come riportato da Pietro vescovo5. Qualche anno dopo, Felice Costabile puntava, invece, sulla descrizione della cripta, oggetto di alcune campagne di scavo successive alla sua scoperta arrivando a interpretare il monumento originario come ninfeo di una villa romana tardo-imperiale, trasformato poi nel sepolcro del santo6. A partire dagli

Le indagini, condotte dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria e dirette dalle autrici, hanno interessato lo spazio antistante l’ingresso alla cripta, all’interno di un ambiente colmato da un potente deposito di terreno e detriti e interessato da consistenti e distruttivi interventi clandestini. Si ringrazia il Movimento Culturale San Fantino di Palmi per la collaborazione offerta nel corso delle stesse. 2 Agostino 1999: 192; Zagari 2006: 43. 3 Sono tuttora in corso indagini per verifiche stratigrafiche e cronologiche al fine di stabilire l’impianto di fondazione della struttura ed eventuali livelli di uso più antichi. 4 De Salvo 1886. 5 Settis 1964. 6 Per questa ipotesi Costabile 1976, seguito da Paoletti 1994: 497; contra Costamagna 2001: 79-80 la quale pensa che possa trattarsi di un monumento isolato, ubicato poco fuori la città romana e legato alla monumentalizzazione di una sorgente; da ultimo cfr. Zagari 2006: 39-40 la quale propone di identificare l’originario ipogeo come cisterna per la raccolta dell’acqua. 1

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Fig. 1. San Fantino. La chiesa altomedievale: navata laterale Sud.

Fig. 2. San Fantino. La cripta: resti della sinopia.

anni ’90 la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria ha avviato una serie di indagini mirate alla comprensione e alla definizione del complesso religioso medievale e di quanto riferibile a preesistenti, ma solo ipotizzate, strutture romane7. Tali interventi hanno portato alla scoperta della chiesa triabsidata altomedievale (fig. 1), a una serie di precisazioni stratigrafiche e cronologiche relative alle trasformazioni della chiesa dalla sua fondazione – tra VIII e IX secolo - fino agli inizi del ‘900 e, infine, alla messa in luce di un settore della necropoli della città romana successivamente interessata da diversi nuclei di sepolture dal tardo-antico al basso Medioevo8. Tralasciando le problematiche molto complesse dell’insieme ci soffermeremo, in questa occasione, sui dati che servono a illustrare, attraverso una breve presentazione, il contesto generale all’interno del quale si vanno a collocare gli ultimi e importanti rinvenimenti, primo fra tutti la scoperta di un ambiente di accesso alla cripta, dal quale provengono i manufatti vitrei oggetto dell’intervento, e i resti di una sinopia conservatasi sulla parete di fondo della cripta (fig. 2). Quest’ultimo eccezionale rinvenimento e la massa dei dati relativi all’intera struttura e alla necropoli circostante stanno permettendo precisazioni cronologiche, funzionali e tecnico-costruttive in grado di delineare meglio la complessità del progetto architettonico, le sue prerogative liturgico-religiose e le trasformazioni che si vanno registrando nel territorio, dopo la fine della Tauriana romana, a partire dal III-IV secolo d.C. L’intervento di scavo, lungo e soprattutto delicato per questioni di staticità delle strutture, i cui risultati per ovvie ragioni rimandiamo in altra sede9, ha consentito di registrare un potente deposito archeologico alto circa quattro metri in gran parte sconvolto da buche e interventi distruttivi operati nel corso della seconda metà del ‘900 quando, dopo la scoperta della cripta, sono stati continui gli interventi dei clandestini volti alla ricerca di un leggendario quanto fantomatico tesoro.

Parzialmente editi sono i risultati delle indagini archeologiche condotte in questi ultimi due decenni nell’area del complesso, con le prime sintesi in Agostino 1999, Agostino 2009; una messa a punto della documentazione è in Zagari 2006 (con bibliografia precedente). 8 Il nucleo delle tombe più antiche si fa risalire al IV-V secolo d.C., per queste non è stato ancora chiarito il rapporto con la cripta; al periodo compreso tra il VI e l’VIII-IX secolo si riferisce un nucleo di sepolture precedenti l’impianto della chiesa triabsidata; tra X e XII secolo (datazione al radiocarbonio) un nuovo nucleo sepolcrale si sovrappone alle precedenti sepolture e, su tutte, tra il XII e la fine del XIII secolo (datazione al radiocarbonio confermata da alcuni reperti ceramici), viene realizzata una fossa comune pluristratificata contente una trentina di individui (i risultati si riferiscono alla campagna di scavo condotta dalla Soprintendenza nel 2008). 9 Per tale motivo sono state adottate strategie di intervento fortemente condizionate dall’assoluta mancanza di dati sulla presenza e sulla consistenza delle strutture murarie e sul rischio di crolli delle stesse. L’edizione completa dello scavo è in fase di elaborazione. 7

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Fig. 3. San Fantino. La cripta: il crollo nell’ambiente di accesso, in corso di scavo.

In sintesi, l’indagine ha consentito di registrare: 1- nella porzione più superficiale (i primi due metri di spessore) una successione stratigrafica relativa alle fasi di abbandono e post-abbandono della cripta completamente inficiata dai disturbi moderni e dalla quale ricaviamo pochissimi dati sull’uso e la frequentazione di questo spazio fino alla fine del 1800-inizi del ‘900; 2- nella porzione inferiore (i sottostanti due metri di spessore) si è invece registrato il crollo delle murature e della volta dell’ambiente di accesso alla cripta (fig. 3): tra il materiale da costruzione, in buona parte di riuso, spiccano frammenti marmorei, lacerti di pavimentazioni a mosaico, laterizi con bolli; assenti materiali ceramici e metallici; 3- al di sotto una significativa ma brevissima successione stratigrafica relativa all’abbandono di questo spazio prima del crollo totale delle murature. L’asportazione del deposito appena descritto ha quindi messo in luce le pareti laterali di un grande vestibolo di accesso alla cripta e l’originaria facciata occidentale (fig. 4): sui muri sono leggibili i diversi interventi costruttivi che hanno interessato la vita della struttura ipogea, verosimilmente dal tardo-antico al basso Medioevo, che non trovano però riscontro nella documentazione stratigrafica completamente priva di elementi datanti la costruzione e la vita del complesso.

Fig. 4. San Fantino. L’ingresso alla cripta: la facciata, in corso di scavo.

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Fig. 5. San Fantino. L’ingresso alla cripta: l’area di ritrovamento dei vetri.

Fig. 6. San Fantino. I materiali vitrei: tavola di frammenti selezionati.

I manufatti vitrei

In questo quadro così carente di attestazioni cronologiche emerge la fondamentale presenza di un piccolo nucleo di manufatti - tutti vitrei - recuperati durante quest’ultima campagna di scavo, unici reperti che consentono alcune precisazioni finora insperate. Infatti, dall’unica e significativa, anche se molto ridotta, successione stratigrafica registrata al di sotto del consistente crollo proviene l’esiguo lotto di materiali. I vetri erano all’interno di uno strato relativo alla spoliazione/abbandono dell’ambiente, precedente il collasso totale delle murature che ha definitivamente obliterato l’accesso alla cripta10. Al momento del recupero, un frammento incolore di bicchiere e vari frammenti colorati attribuibili a lampade pensili11 risultavano concentrati in uno spazio molto ristretto posto a ridosso dell’angolo tra la facciata e il muro laterale Sud (fig. 5). 1) Un frammento di bicchiere, in vetro bianco (incolore) (fig. 6.1): orlo tagliato a spigolo vivo e polito a mola, parete verticale o troncoconica. All’esterno, subito sotto l’orlo, alcune linee incise orizzontali e parallele. Rare microbollicine12. Largh. 5,2; h 3,5; spess. 0,2; diam. 11. La forma ricorda il tipo Isings 106 (nelle varianti a-b) ascrivibile al IV-V secolo d.C. Abbastanza documentato in contesti tardoantichi soprattutto in Italia settentrionale e, in particolare, in ambito padano dove si presuppone l’esistenza di centri di produzione locale. Non sono numerosi in livelli posteriori all’età tardoantica, anzi sembrano scomparire del tutto tra VI e VII secolo13. Cfr. Isings 1957, forma 106 (varianti a-b); Roffia 1995, per contesti di IV-V secolo a Verona (Monte dei Pegni); Uboldi 1999: 284-285, tav. CXIX, nn. 4-5 (con decorazione a gocce applicate); Uboldi 2006, per esemplari da una necropoli tardo-antica di via Benzi a Como.

Lo strato, US 103, costituito da un terreno a matrice limo-sabbioso, misto a pietrame e ciottoli, presentava limitate dimensioni (m 1,00 x 0,40 ca., spess. max cm 20), dovute in gran parte ad interventi post-abbandono. 11 Le misure riportate nelle schede sono espresse in cm; i disegni della fig. 6 sono di R. Eliodoro; il disegno della fig. 13 è di M.M. Sica. 12 Per la descrizione delle bolle e della loro diffusione in questo e negli esemplari successivi si fa riferimento allo schema utilizzato da Sternini 1989: 20. 13 Stiaffini 1999: 102; sulla persistenza della forma in Italia nel corso del V-VII secolo cfr. Stiaffini 1985, forma A1, pp. 668-669 e forma A4, p. 674. 10

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Fig. 7. San Fantino. Frammento di ansa (n. 2).

Fig. 8. San Fantino. Frammento di ansa (n. 8).

2) Frammento di ansa verticale o appena obliqua (fig. 7), con bastoncello a sezione ovale e bottone di puntatura di forma sub-circolare aderente alla parete convessa del vaso. Colore verde con tracce di devetrificazione. Diffuse bolle di piccolissime dimensioni. Bottone: diam. 0,9; bastoncello: diam. 0,2; h totale 2,0. Il frammento trova confronti con la parte inferiore delle anse del tipo a gomito rialzato, pertinenti a lampade pensili triansate riconducibili al tipo Isings 134. Diversi esempi provengono da contesti calabresi di età altomedievale tra i quali anche uno o due esemplari, tipi Uboldi I.1 e I.2, dalla chiesetta altomedievale di Taureana. Isings 1957 forma 134. Per i contesti calabresi: Aisa, Papparella 2003: 324-326, tav. I 7, tav. II 10-13, per esemplari di VI-VII secolo d.C. provenienti da Cropani14; Aisa, Corrado 2003: 356366, in particolare tav. XVIII, nn. 66, 70-72, per i manufatti dalla basilica di Botricello (forse tipo a=Uboldi I.1, per il profilo dell’ansa); Crogiez 2003: tav. V, 131, per un esemplare da Malvito; Agostino, Zagari 2007: 348, per gli esemplari di Taureana; Andronico 2007: tav. XI, 44, per un esemplare da Reggio Calabria, datato al primo quarto del VII d.C.; Rubinich 2007:128, tav. III, 15, per il frammento da Bova15. 3) Tre frammenti di pareti di colore marrone con le caratteristiche ansette a goccia allungata, di colore verde (fig. 6.3). Diffuse microbollicine. Anse: h totale 3,5; pareti: spess. 0,1. 4) Due frammenti di pareti di colore marrone con ansette a goccia allungata, di colore marrone chiaro (fig. 6.4). Diffuse microbollicine. Anse: h totale 3,5; pareti: spess. 0,08. Si tratta di elementi relativi a lampade pensili del tipo cosiddetto ‘islamico’ - forma mutuata da prototipi vicino-orientali e introdotta in Italia a partire dall’XI secolo - molto diffuse e longeve con una particolare fortuna nel basso Medioevo16. Trovano confronti con un esemplare proposto come variante locale, attestante una produzione calabrese e proveniente dal monumento funerario di Sant’Elia lo Speleota a Melicuccà, sito distante circa quindici km da Taureana.

I frammenti di lampade pensili rinvenuti a Cropani provengono, forse, da una stratigrafia relativa alla zona centrale dell’abside della chiesetta cimiteriale cfr. Aisa, Papparella 2003: 318. 15 L’esemplare proviene da uno strato relativo alla ristrutturazione della sinagoga, datato fine V-inizi VI d.C. 16 Stiaffini 1991: 198-200, per i nostri esemplari cfr. tipo G2c. 14

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Cfr. Coscarella 2003: 155, tav. III, n. 9, per un frammento da San Niceto considerato molto simile ad un manufatto veneziano di XIII secolo; Agostino, Corrado 2007, per l’esemplare da Melicuccà. 5) Tre frammenti di pareti di colore marrone chiaro (fig. 6.5): esilissime, presentano filamenti applicati di colore verde, disposti quasi parallelamente. Diffuse microbollicine. Il frammento più grande: largh. 3,2; h 2,7; spess. 0,1. Pareti di lampada relative alla parte superiore del collo. 6) Quattordici frammenti di pareti esilissime, di colore marrone chiaro. Diffuse microbollicine. Il frammento più grande: largh. 4,0; h 2,0; spess. 0,08. Pareti di lampada relative alla spalla e parte del collo. 7) Due frammenti che attaccano di un fondo, in vetro marrone (fig. 6.7): piede ad anello cavo, realizzato ripiegando la parete su stessa, con conoide convesso pronunciato. Resti di una decorazione con doratura “a foglia”. Diffuse bolle d’aria di piccole dimensioni. Diam. 3,8; h 1,7; spess. max 0,5. L’esemplare è compatibile con manufatti di pieno Medioevo come mostrano alcuni confronti, non proprio puntuali anche per l’assenza di decorazioni, con manufatti calabresi provenienti dagli scavi di Piazza Italia a Reggio Calabria e dal Castrum di San Niceto, datati tra XII e XIII secolo. Cfr. Andronico 2003: 91, n. 255, tav. XXXII per l’esemplare da Reggio Calabria datato al XII secolo; Coscarella 2003: 156, tav. III, 12 per l’esemplare da San Niceto, seconda metà del XIII secolo, considerato come piede di una bottiglietta/ampolla. Per la decorazione v. Stiaffini 2004: 30; nel nostro caso è forse utilizzato il metodo che consiste nell’applicare la foglia d’oro incisa e poi ricoperta e protetta da un altro sottile strato di vetro, fatto aderire mediante riscaldamento. 8) Frammento di ansa verticale a bastoncello, con sezione ovale; bottone di puntatura di forma circolare, schiacciato (fig. 8). Colore bianco opaco, con patina marrone di giacitura, tracce di devetrificazione. Bottone: diam. 1,2; bastoncello: diam. max 0,5; h totale 2,4. Si tratta di oggetti per i quali la tecnica di lavorazione utilizzata è quella della soffiatura libera e, forse, associata allo stampo per il frammento più antico, il n. 1. I manufatti raggruppati nelle schede 3-4 sono tutti pertinenti alla categoria delle lampade vitree di tipo “islamico”, caratterizzate da piccole anse allungate con terminazione a occhiello (figg. 9, 11), impostante sul corpo in corrispondenza della massima espansione e predisposte per la sospensione e/o il trasporto mediante catenelle metalliche o corde. Ad essi abbiamo associato, per le identiche caratteristiche di colore, fattura e spessore, tutti i frammenti di pareti, sia lisce (n. 6) sia decorate con filamenti applicati (n. 5), aspetto decorativo quest’ultimo che, nel riguardare principalmente forme chiuse e soprattutto di lunga durata, affonda le radici nella tradizione di età romana ma copre tutto il medioevo17. I frammenti delle schede nn. 3-7 sembrano riferibili a due esemplari. Il primo (fig. 10) risulterebbe composto dalle tre anse di colore verde su corpo marrone cui andrebbero associati, soprattutto per la coesistenza dei due colori, i frammenti di pareti con decorazione a filamenti applicati (nn. 3 e 5). Al secondo esemplare (fig. 12) andrebbero invece attribuite le due ansette di colore marrone da associare ai frammenti di pareti lisce (nn. 4 e 6). Sulla base delle caratteristiche tecniche, colore e fattura, proponiamo di ricondurre allo stesso tipo di lampada, e verosimilmente all’ultimo esemplare descritto, anche il piccolo piede ad anello (n. 7)18. Tutti questi elementi, pur in mancanza dell’orlo, concorrono a integrare l’aspetto morfologico di questo tipo di lampada, già parzialmente proposto per il manufatto di Melicuccà. Gli esemplari di Taureana si comporrebbero così di un collo, alto e svasato decorato nella parte alta con filamenti applicati, di ansette a occhiello, impostate sulla massima espansione di

Cfr. Scarpati 1998: 192, con rimandi bibliografici in nota 335 nella quale si fa riferimento all’applicazione di cordoncini colorati, solitamente su forme chiuse, diffusa tra V e VIII secolo d.C. 18 L’attribuzione sembra confermata anche dallo spessore, esilissimo, dell’unico punto nel quale si è conservato l’attacco del corpo al piede. 17

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Fig. 10. San Fantino. Lampada pensile: gruppo dei frammenti (nn. 3 e 5). Fig. 9. San Fantino. Lampada pensile (n. 3): una delle anse a occhiello.

Fig. 11. San Fantino. Lampada pensile (n. 4): una delle anse a occhiello.

Fig. 12. San Fantino. Lampada pensile: gruppo dei frammenti (nn. 4, 6, 7).

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Fig. 13. San Fantino. Lampada pensile: proposta ricostruttiva degli esemplari 4, 6 e 7.

Fig. 14. San Fantino. Lampada pensile: particolare del piede con resti della decorazione.

un corpo tendenzialmente globulare e schiacciato e, infine, di uno piccolo piede ad anello (fig. 13) 19. La presenza di questo tipo piede, che oltre a presentare l’eccezionale decorazione (fig. 14) non compare mai associato agli esemplari calabresi finora rinvenuti, colma una lacuna contribuendo così a completare la forma del vaso, attestata quantomeno a livello sub-regionale20. Se poi queste caratteristiche debbano essere legate a centri di produzione locale non siamo ancora in grado di affermarlo con certezza, quantunque il rinvenimento di scarti di lavorazione e scorie di produzione sulla collina di Santa Marina di Delianuova in relazione al monastero21 e l’ipotesi dell’esistenza di officine/laboratori antichi per la produzione di oggetti vitrei nell’area di Troviano, poco distante dalla chiesetta di San Fantino a Taureana22, potrebbero indiziare la presenza di officine vetrarie nella Valle delle Saline in età medievale dislocate, presumibilmente, nelle aree prossime a monasteri e luoghi di culto. All’ambito delle lampade pensili sembra rimandare anche quanto si conserva di un minutissimo frammento di ansa, il n. 2, sulla base delle somiglianze formali e dimensionali con esemplari abbastanza diffusi in contesti calabresi di età altomedievale, con ascendenza dal tipo Isings 134. Questa forma, datata a partire dal tardo IV secolo d.C. e caratterizzata da un’ampia vasca dall’orlo ripiegato all’esterno sul quale si impostano tre piccole anse, perdura per tutto l’alto medioevo come mostrano i numerosi esempi rinvenuti in tutto il bacino del Mediterraneo e nell’Europa centrale, in ambiti prevalentemente cultuali e funerari23. Problematica è, inoltre, la presenza del bicchiere tardoantico (fig. 15), forma associata a una pluralità di funzioni che vanno dall’uso domestico - come vasellame da mensa - a quello liturgico e funerario

Nella fig. 13 viene proposta una possibile ricostruzione sulla base dei frammenti nn. 4, 6, 7 che sono certamente pertinenti allo stesso esemplare. La particolare similitudine tra tutti i frammenti 3, 4, 5, 6, 7 (per colore, spessori e lavorazione) induce a considerarli prodotti della stessa officina anche se non fa escludere l’ipotesi che possano essere riferiti ad un unico manufatto fornito di più anse. Per esemplari a più anse, in contesti extraregionali, cfr. Stiaffini 1999: 120; Lusuardi Siena, Zuech 2000. 20 Come variante locale di una produzione calabrese era stato proposto l’esemplare di Melicuccà in Agostino, Corrado 2007. Si ricordi che a queste lampade sono di norma associati bassi piedi ad anello o più sviluppati piedi di forma tronco-conica, quest’ultimi prodotti in sostituzione dei primi entro il XIII secolo (Lusuardi Siena, Zuech 2000: 244, nota 79; Corrado 2009: 158). 21 Zagari 2003: 231-233. 22 De Salvo 1886: 134; per una loro ipotetica attribuzione ad età romana Zagari 2006: 32. 23 Uboldi 1999: 291; Aisa, Corrado 2003: 356; da ultimo Corrado 2009: 155-156. 19

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Fig. 15. San Fantino. Bicchiere (n. 1).

Fig. 16. San Fantino. La cripta: particolare di uno degli affreschi, lato Sud.

fino a comprendere quello di lampada da illuminazione24. La cronologia “alta” di questi ultimi due frammenti li caratterizza come oggetti residuali da correlare, ipoteticamente, alle fasi più antiche di vita della cripta testimoniando così, per la prima volta, attività legate al culto finora non documentate per il periodo compreso tra la presunta morte del santo (inizi del IV secolo d.C.) e il IX secolo25. Infine, l’eccessiva frammentarietà e il cattivo stato di conservazione non permettono precisazioni formali, funzionali e cronologiche per il frammento n. 826. Osservazioni conclusive Allo stato attuale della ricerca va resa ragione delle evidenze archeologiche che nella lettura associata alle testimonianze letterarie ed epigrafiche consentono di definire alcuni punti importanti che qui delineiamo sinteticamente. Per quanto riguarda i manufatti vitrei provenienti dall’ambiente di accesso alla cripta, questi dimostrano una frequentazione del luogo a partire già dall’età tardo-antica/altomedievale che si protrae fino alla fine del XIII/XIV secolo, grazie al rinvenimento dei frammenti delle lampade pensili di tipo islamico. Tali dati cronologici sembrano trovare al momento una parziale conferma ricavata dalle analisi condotte su alcuni scheletri rinvenuti nella fossa comune pluristratificata, esterna alla chiesa: i due principali ranges di datazione al radiocarbonio denunciano un nucleo sepolcrale tra X e XII secolo ed un ultimo tra XII e la fine del XIII secolo; così come all’XI-XII secolo si fa risalire anche l’ultimo ciclo di affreschi superstiti all’interno della cripta27 (fig. 16). In conclusione, possiamo così sintetizzare: 1 – di essere in presenza di una originaria struttura interpretabile non più come ninfeo/fontana

Per un utilizzo dei bicchieri tronco-conici della forma Isings 106 come lampade cfr. Stiaffini 1999: 116; Coscarella 2003: 531. In generale per le lampade vitree di età tardo-antica e altomedievale Uboldi 1995. 25 Le fonti letterarie per la Tauriana altomedievale sono poco numerose; per questo periodo si hanno informazioni dalle Epistole del papa Gregorio Magno (fine VI-inizi VII d.C.) e della Vita greca di San Fantino il Vecchio di Pietro vescovo (seconda metà VIII secolo d.C.): Costabile 1976; Zagari 2006: 18-22. 26 Ai fini di un ipotetico indirizzo di ricerca possiamo proporre la pertinenza del frammento a un tipo di manufatto per contenere/versare liquidi, come le bottiglie/ampolle, anche se non può essere esclusa la possibilità che possa attribuirsi a lampade pensili del tipo a gomito rialzato, di dimensioni maggiori rispetto al frammento n. 2. 27 Ved. Zagari 2006: 35-37. 24

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Fig. 17. San Fantino. L’interno della cripta.

Fig. 18. Exultet di Cassino Barb. Lat. 592, ultimo quarto dell’XI secolo (part. da Sogliani 2007).

monumentale ma come cisterna di raccolta e distribuzione dell’acqua funzionale alla vita della città romana; 2 – quando la Tauriana romana cessa di esistere, la ipotizzata cisterna, verosimilmente non più funzionale ai bisogni della città, diviene sede di un culto locale, forse luogo di sepoltura del santo. A questa fase potrebbero ascriversi i due manufatti più antichi: il bicchiere/lampada28 di vetro incolore (n. 1) e la ipotetica lampada pensile (n. 2), elementi residuali della frequentazione dell’ipogeo in età tardoantica/altomedievale. Lo stato di conservazione dei pezzi e il contesto di ritrovamento non permettono di definire meglio la cronologia di questi manufatti genericamente riconducibili ad un arco cronologico compreso tra il IV e il IX secolo; 3 – l’ambiente ipogeo fu verosimilmente il nucleo originario di una basilica cimiteriale, intorno e sopra al quale si sviluppò, a partire almeno dall’VIII secolo d.C., la chiesa triabsidata parzialmente messa in luce e un complesso monastico, per il momento attestato solo dalle fonti29. La chiesetta si imposta sulla ricostruzione della cripta che contempla il rifacimento della volta di copertura e la realizzazione della “gabbia” di pilastri portanti: soluzione tecnica, e forse anche cultuale, con la quale si realizza un ambiente leggermente più basso e più stretto con quattro arcate cieche per lato e una più ampia sulla parete di fondo (fig. 17). In questa fase è forse prevista anche la nuova facciata d’ingresso interamente realizzata con spolia; 4 – un nuovo intervento, che prevede il rifacimento della parte alta della facciata, viene eseguito in maniera sommaria, riutilizzando gli stessi materiali e impiegando la stessa tecnica. È questa l’ultima fase costruttiva relativa all’uso della cripta il cui utilizzo si protrae forse fino al XIII-XIV secolo quando viene abbandonata e parzialmente spoliata, per motivi ancora imprecisati30. Tale abbandono sembra essere stato seguito da un evento catastrofico, probabilmente un sisma31, che provocò il crollo della volta e delle pareti laterali dell’accesso, sancendo in tal modo il completo e definitivo abbandono della cripta.

Per la problematica cfr. Stiaffini 1999: 116, ripresa da Aisa, Papparella 2003: 320. Ancora prima Sternini 1989: 50 nel confrontare i suoi esemplari, provenienti da una discarica industriale, con la forma Isings 106.2 parla di bicchieri/lampade dalla ”estrema semplicità morfologica…e versatilità funzionale”, caratteristiche che promossero la loro rapida diffusione in tutto il Mediterraneo. 29 Costabile 1976: 93-103. 30 Tra le cause annoveriamo le incursioni saracene riportate dalle fonti: von Falkenhausen 2009: 94-97. 31 Riferimenti probabili sono due sismi ricordati per quest’area: il terremoto del 1230 e quello del 1310. 28

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Fig. 19. Exultet 3 dell’Archivio Capitolare di Troia, seconda metà del XII secolo (part. da Sogliani 2007).

A questa ultima fase di vita dell’ambiente ipogeo sono da attribuire le lampade vitree di tipo islamico, manufatti spesso legati ad ambienti monastici e a luoghi di culto “tanto da far pensare ad un loro utilizzo esclusivo come lampade da chiesa”32. Considerate rare tra i rinvenimenti archeologici, il loro numero si è notevolmente accresciuto negli ultimi anni grazie al recupero da contesti prevalentemente, ma non esclusivamente, a carattere religioso33. In ogni caso si tratta di prodotti che attestano una discreta varietà nella tettonica del vaso come si evince anche da una recente tavola riassuntiva34: i raffronti tra i vari esemplari presentati sembrano dimostrare varianti che il tipo deve aver assunto nei diversi ambiti regionali con caratteristiche distintive che sembrano riguardare soprattutto il corpo, più o meno globulare sul quale si innestano tre o sei piccole anse a gomito, e il piede di forma troncoconica o ad anello. Una maggiore costanza sembra mantenere invece l’alto collo troncoconico, spesso avvolto da filamenti applicati. Ci troveremmo, comunque, in presenza di esemplari, anche ben rappresentati nell’iconografia tardomedievale, essenzialmente da contesti extraregionali. Nessuna delle testimonianze figurative della regione, tra X e XIV secolo, riporta infatti oggetti vitrei, così come rare rimangono

Stiaffini 1999: 119. Oltre agli esempi citati nella scheda 3-4, si ricordano i rinvenimenti in Italia settentrionale come quelli provenienti da un fossato a Meolo (Venezia) (datato al XIII secolo): Minini 1999; dal castrum di Ragogna (datato all’XI-XII secolo): Lusuardi Siena, Zuech 2000; dagli strati di distruzione della cappella del Castellum di Castiglione (datato entro la fine dell’XI secolo): Del Vecchio 2007: 96-98 o ancora i frammenti relativi a tre lampade da scavi urbani a Grado, loc. Fumolo (datate non oltre l’XI secolo): Marcante 2007: 49-50, fig. 1, nn. 9-10; da ultimo Corrado 2009: 156-159. 34 Corrado 2009: 159, figg. 13-14. 32 33

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le possibilità di individuare manufatti in vetro anche nei codici miniati, provenienti da scriptoria calabresi35. Il rimando nella documentazione extraregionale all’“iconografia degli oggetti” permette, però, di cogliere la presenza di lampade pensili simili alle nostre in rappresentazioni di contesti sacri di natura corale-collettiva: nell’affresco della basilica inferiore di S. Clemente a Roma datata alla fine dell’XI secolo; nell’Exultet di Cassino Barb. Lat. 592, conservato presso la biblioteca Apostolica Vaticana ed eseguito nell’ultimo quarto dell’XI secolo (fig. 18); nell’Exultet 3 dell’Archivio capitolare di Troia della seconda metà del XII secolo (fig. 19) e nell’affresco di Deodati Orlando, nella chiesa di San Pietro a Grado, datato al XIV secolo36. In tutti questi casi la tettonica del vaso è assimilabili ai nostri esemplari. Dunque, a partire dal XIII secolo – tutt’al più dal XIV secolo - si perde completamente memoria dell’ambiente ipogeo. L’evento catastrofico che ha sancito la completa distruzione dell’ambiente di accesso alla cripta e l’abbandono pressoché totale della chiesa ha contribuito al definitivo oblio dell’originario luogo di culto: solo la chiesa soprastante viene menzionata dal Terracina in occasione della sua visita nel 1551 cui seguirà, nell’anno successivo a cura del conte Pirro Spinelli, la ricostruzione della sola chiesa37.

Sogliani 2007: 242. Corrado 2009: 157, fig. 12a; Sogliani 2007: 245-246, figg. 5 e 6 per i rotoli dell’Exultet; Stiaffini 1999: 119120, fig. 123 per l’affresco di Deodato Orlandi. 37 Costabile 1976: 91. 35 36

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I gettoni di vetro arabi: moneta corrente o exagia? Daniele Castrizio It is widely known that the glass jetons in Sicily were used like coins during the Fāṭimid and in post Fāṭimid periods. Analysis of the data shows us the impossibility of this hypothesis.  The  glass  jetons  were used  exclusively as  coin  weights.  Their weight  was  in reference to the dirham and then, during the Norman and Swabian rulers, to the kharrūba. The example of the excavations of Reggio allows us to hypothesize that the glass jetons  were stored at civil or religious administration buildings. È opinione corrente, anche se mai compiutamente dimostrata, che i gettoni di vetro arabi1 rinvenuti in Sicilia e in Calabria abbiano svolto, tra il IX e il XII secolo, una funzione monetale di supplenza, motivata dalla comprovata assenza di coniazioni in bronzo da parte dei Saraceni che avevano occupato l’isola. Consapevoli della mancanza di prove a supporto di questa teoria, crediamo che, per avviare la necessaria riflessione scientifica sui gettoni di vetro arabi rinvenuti in scavi archeologici in Sicilia e in Calabria, e variamente presenti in collezioni private del territorio, occorre che tale classe di reperti sia inquadrata adeguatamente nei propri limiti numerici e di distribuzione. Prima di far ciò, però, ci sembra opportuno premettere alcune brevi note sul sistema monetale vigente in Sicilia durante la dominazione aghlabida e fatimida, facendo particolare riferimento alla situazione peculiare della numismatica araba siciliana. Al fine di gettare le basi delle future interpretazioni, faremo seguire a questo inquadramento un’agile messa a punto delle conoscenze dei pesi monetali nel mondo romeo, da cui i gettoni di vetro arabo derivano. In conclusione, passeremo a esaminare alcuni rinvenimenti paradigmatici di esemplari in vetro da Sicilia e Calabria.

La moneta “araba” di Sicilia La conquista da parte degli Arabi del regno Persiano, di gran parte dei territori romei nel Vicino Oriente, della Sicilia, dell’Africa occidentale e della Spagna fu un fenomeno relativamente rapido. La facilità delle vittorie arabe fu dovuta a una serie di fattori concomitanti, i principali dei quali si possono individuare nelle estenuanti campagne della guerra romeo-persiana, che avevano fiaccato entrambi i contendenti, e la novità della tattica bellica araba, contro la quale si rivelarono impreparati all’inizio tutti i popoli che risiedevano all’interno dell’ex Impero Romano d’Oriente, oltre che l’enorme disponibilità di uomini da inviare all’assalto, dovuta anche all’economicità del loro armamento. Sotto il califfo Omar, detto “il grande conquistatore”, gli Arabi ottennero una sola, spettacolare, vittoria contro i Romei nel 636 a Yarmuk, che permise loro di conquistare l’intera Siria, con le città

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Sui gettoni rimandiamo al classico Lane, Poole 1891. Più recentemente, Balog 1971-72; Balog 1973.

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più importanti che si arresero senza nemmeno combattere2. Popolo di beduini nomadi, gli Arabi per secoli erano vissuti ai margini della grande politica mediterranea. Dopo la conquista delle terre più ricche dell’intera ecumene nacque in loro la necessità di non soffocare l’economia regionale e quindi di fornire di moneta le popolazioni suddite. Durante la prima generazione si utilizzarono in preferenza le monete romee che erano in circolazione sui mercati locali, ma ben presto esse non dovettero essere più sufficienti. Incapaci di portare a termine in un primo momento una completa riforma monetale, gli Arabi decisero che le prime emissioni del loro governo fossero delle vere e proprie imitazioni3. La riforma del sistema monetale arabo fu compiuta solo nell’anno 75 dell’Egira (694/5 d.C.) ad opera del califfo ʾAbū Al-Walīd ʿAbd Al-Malik ibn Marwān (685-705). La nuova monetazione araba fu articolata su tre metalli, seguendo l’esempio di quella imperiale romea: il dinār (dal latino denarius, sc. aureus) d’oro, cardine del sistema arabo, fu coniato con il peso del nomisma romeo (anche se gli originari 4,56 g calarono presto a 4,25 g); in argento fu coniato il dirham (dal greco drachmé, dracma), una moneta di 2,95 g, che imitava la monetazione d’argento persiana sia per la forma del tondello che per il nome; in rame, su modello romeo, si coniò il fals (dal latino follis)4. La riforma ebbe un grande successo, non solo perché calibrata in modo tale da mantenere in circolazione, almeno all’inizio, le monete presenti nelle terre dell’Islam al momento della conquista, ma anche per la capacità delle emissioni arabe di rapportarsi alle principali valute mediterranee, in primis con le monete imperiali. Il dinār – battuto in una forma orientale (dagli Abbasidi e loro successori) e in una occidentale (battuta dagli Almoravidi della Spagna) – si diffuse in tutta l’Europa continentale. Anche il dirham argenteo, in concorrenza con i miliarenses romei, di cui assunse il nome nelle fonti occidentali, si diffuse persino in Italia centro-settentrionale. Dopo la conquista araba della Sicilia, il ruolo di capitale isolana passò da Siracusa a Palermo, forse perché la parte orientale dell’isola stava dimostrando una maggiore resistenza culturale alla pulizia etnica perpetrata dai dominatori arabi, mentre le terre occidentali erano state assegnate da subito a nuovi coloni berberi. Il sistema monetale siciliano, durante il lungo governo di Abū Ishāq Ibrāhīm II5 (875-902), nono emiro degli Aghlabidi in Ifriqiya6, venne reso differente rispetto a quello del resto dell’Islam7. La zecca di Palermo (chiamata nelle leggende monetale “la città di Siqilliyyah”), non emise più il dinār ma la sua quarta parte, chiamata appunto rubâ’î (“quarto”). Al posto del dirham e del quarto di dirham in argento, a partire dagli ultimi decenni del IX secolo, fu introdotta la kharrūba da un sedicesimo di dirham (pari a 0,20 g ca.). Il rubâ’î, in ambito locale, divenne la moneta più diffusa, perno degli scambi commerciali con Amalfi, Salerno Bari e Reggio, al punto da essere indicati nelle fonti latine della Campania, della Basilicata, della Puglia e dell’alta Calabria8, dove erano la moneta d’oro di riferimento per il sistema locale, con il nome di

Cfr. Donner 1981. Cfr. Bates 1994: 381-403; Domaszewicz, Bates 2002: 88-111. 4 Sulla monetazione araba vedi Castrizio 2005: 75-83. 5 Su Ibrahim II, vedi Jamil Abun-Nasr 1987: 54-61. 6 Di fatto, Abū Ishāq Ibrāhīm II, fu l’artefice della vera e propria conquista della Sicilia: fu lui a prendere Siracusa nell’878 e sempre sotto il suo governo fu presa Taormina nel 902. 7 Cfr. De Luca 2010a; De Luca 2010b. 8 L’ipotesi di una circolazione del quarto di dinār nell’attuale provincia di Reggio talmente diffusa da diventare moneta di conto persino nei documenti ufficiali amministrativi dell’Impero è stata smentita in seguito all’analisi numismatica del brebion della Metropoli di Rhegion. Le monete citate nel documento, infatti, non sono i quarti di dinār della dominazione saracena in Sicilia, ma i nuovi tarì di conto introdotti da Ruggero I per coordinare i vari sistemi monetali presenti nel Mezzogiorno d’Italia invaso dai Normanni. Essendo la moneta di conto ufficiale nel periodo normanno e sotto i primi decenni degli Svevi, è del tutto naturale che i documenti amministrativi del vescovo franco-cattolico di Reggio tenesse i suoi registri nella moneta ufficiale dei domini normanni. Sull’intera questione, vedi Castrizio 2005b: 1059-1064, con completa bibliografia.

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tareni. Tale parola deriva dall’arabo tarī, che significa “fresco” (sc. di battitura), e testimonia il successo di questa moneta. Già sotto i Longobardi, le zecche di Amalfi e di Salerno cominciarono a produrre in proprio imitazioni dei tarì arabi, anche se il contenuto aureo cominciò presto a diminuire sensibilmente. Dal punto di vista della circolazione monetale, la conquista saracena sembra segnare un’improvvisa fine di un’economia basata sulla moneta spicciola, grazie anche al fatto che i nuovi dominatori non coniarono il fals di rame nella zecca di Palermo, lasciando il mercato privo di moneta divisionale. In questi ultimi anni si sta tentando di rivalutare il ruolo economico svolto dalla kharrūba in argento, grazie anche a nuove tecniche di scavo che permettono di ritrovare le monete più piccole, fino a poco tempo fa semplicemente ignorate. La circolazione monetale araba aspetta ancora di essere determinata compiutamente, ma sembra accertato che, oltre ai quarti di danānīr locali, dovessero essere presenti monete in oro e in argento coniate nel resto del mondo islamico, mentre si rafforza l’ipotesi che i Saraceni non utilizzarono circolante romeo, sia quello di produzione locale, coniato prima della conquista, sia quello che poteva affluire dalla vicina Calabria9. L’idea che i gettoni in vetro potessero supplire a questa mancanza di circolante minuto poggia, scientificamente, esclusivamente sull’idea che l’economia siciliana, dal V sec. a.C. avvezza alla presenza di divisionali, mai e poi mai sarebbe potuta regredire al livello del baratto, data la visione ampiamente positiva della dominazione islamica, frutto di opere al confine con il celebrativo quali quelle di Michele Amari10, che hanno influenzato il giudizio dei posteri e costituito una vulgata difficile da contrastare. La realtà della situazione economica della Sicilia sotto la dominazione islamica, frutto della pulizia etnica ai danni dei Romani residenti e del conseguente insediamento di centinaia di migliaia di coloni berberi11, aspetta ancora di essere realmente studiata, senza pregiudizi e con imparzialità. Con certezza sappiamo solo che, dopo la conquista normanna dell’XI secolo, il sistema del catasto isolano era talmente incerto che dovettero essere inviati notai di lingua greca12, tutti provenienti dalla Calabria meridionale, per riformarlo e rendere sicure le liste di tassazione. Che tipo di economia bisogna ipotizzare per la Sicilia di IX, X e XI secolo? Se, come sembra accertato, non si può parlare di una vera e propria “economia monetale”, data la mancanza di circolante divisionale, cosa che rendeva impossibile il commercio minuto tramite moneta, bisognerà individuare nel quarto di dinār e nella kharrūba gli strumenti di pagamento utilizzati, segno di scambi di una certa consistenza e valore.

I pesi monetali nel mondo romeo e arabo I pesi arrivati sino a noi si possono dividere in due categorie: pesi commerciali (stathmia) e pesi di monete d’oro (exagia)13. Nei primi il sistema adottato è quello della libbra o litra, abbreviata con la lettera A, divisa in 12 once, ciascuna indicata come “Ω” o “Γ”, iniziali rispettivamente delle parole ΟΥΓΓΙΑ e ΓΟΥΓΓΙΑ. Gli exagia, invece, indicano il loro peso in nomismata o solidi, abbreviati in Oriente con la lettera N, in Occidente con SOL. Per quanto attiene alle misure attestate, senza entrare in dettagli, basterà dire che la libbra si componeva di 288 scripula o grammata. Tra i pesi commerciali erano usati, oltre la libbra, anche il semis (abbreviato “Ω G” o “Γ S”), il triens (“IIII”, “Ω ∆” o “Γ ∆”), il quadrans (“III”, “Ω ∆” o “Γ Γ ”), il sextans

Sull’assenza di apporti di monete romee nella circolazione isolana sotto il dominio saraceno, vedi Castrizio 2004: 111-147. 10 Cfr. Amari 1854-1872; Amari 1857-1887. 11 Cfr. Gabrieli, Scerrato 1979: 55. 12 Cfr. Trinchera 1865: passim. 13 Cfr. Castrizio 2001. 9

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(“II” o “Ω B” o “Γ B”), l’oncia (“I”, “Ω A” o “Γ A”), la semuncia (“XII” o “IB” = 12 scripula), la binae sextulae (1/3 di oncia), il sicilius (1/4 di oncia) e la sextula (1/6 di oncia). La libbra di solidi comprendeva 72 nomismata (“N OB” = nomismata 72), mentre il solidus (“SOL I” o “N”) era diviso, a sua volta, in 24 siliquae o keratia. Attestati pesi di 12 keratia (“IB”) e 8 keratia (“H” o “T”). Come risulta da una notazione di Michele Psello, l’oro e l’argento monetato si valutavano a peso, mentre il rame era contato a numero di monete, a riprova della fiduciarietà delle emissioni divisionali, a differenza di quelle in metallo prezioso, per le cui transazioni era sempre indispensabile una bilancia. Dai documenti pervenutici sappiamo anche che il primo a creare pesi per solidi aurei fu l’imperatore Giuliano nel 363, obbligando per legge ogni città ad avere uno zygostates, un pesatore ufficiale di monete. Una legge di Valentiniano II, Teodosio I e Arcadio, seguendo una norma similare di Graziano, Valentiniano II e Teodosio I, dà istruzioni al Prefetto al Pretorio di assicurare che ogni città, e persino ogni stazione di cambio, abbiano una dotazione ufficiale di pesi e misure (modii di bronzo o pietra, sextarii per i liquidi, pondera), perché ogni cittadino fosse sicuro, pagando le tasse, di avere sborsato il loro esatto ammontare. Un’altra normativa di Giustiniano I, nel 545, dava istruzione affinché i cittadini potessero ricevere dal Prefetto i corretti pesi e misure, e dal Comes Sacrarum Largitionum i pesi per i metalli preziosi. Tali pesi dovevano essere conservati presso la più importante Chiesa di ciascuna città. Per quanto concerne l’Italia, Giustiniano stabilì poi che ogni versamento o ricevuta in beni o denaro dovesse essere regolata con pesi e misure stabilite alla presenza del Papa di Roma e del Senato della città. Il ruolo della Chiesa viene a essere confermato da un editto (prostagma) del neo consacrato Patriarca di Antiochia Giovanni l’Elemosiniere, in cui l’uso di pesi e misure non conformi a quelli legali viene vietato categoricamente. Nel 1107 un’ulteriore serie di documenti ufficiali attestano che nel tempio di S. Acindino a Costantinopoli fossero conservati pesi e misure, e che si pagasse una tassa per poterli utilizzare. Una tale prassi è nota per altre chiese, con diverse tariffe, spesso diversificate per stranieri e residenti.

I gettoni di vetro siciliani I gettoni vitrei rinvenuti in Sicilia si presentano molto simili, per fattura e peso, a quelli coevi egiziani. Il primo studio complessivo si deve al Balog14, che ha presentato non solo un catalogo dei rinvenimenti di questa classe di materiali in Sicilia, ma ha dettato anche i termini della loro interpretazione, avallando l’ipotesi di un loro uso paramonetale. Le teorie del Balog sono state riprese anche di recente15, e costituiscono la vulgata cui molti numismatici e storici si attengono16. La questione, però, è stata riaperta recentemente da Christian Weiss17, sulla scorta dei cospicui rinvenimenti di gettoni in vetro effettuati a Monte Iato in Sicilia. Dalla sua catalogazione si evince che i 91 gettoni leggibili tra i 137 rinvenuti possono essere divisi in due diversi periodi: 10 appartengono al periodo fatimida, mentre 81 sono successivi alla conquista normanna e si prolungano fino all’epoca sveva. Rimandando allo studio del Weiss per quanto riguarda la suddivisione tipologica e l’attribuzione alle varie autorità emittenti, in questa sede ci preme rilevare come lo studioso propenda decisamente per un uso dei gettoni come pesi, rigettando l’ipotesi della loro fabbricazione, anche isolana, come monete. Come si evince dai grafici presentati dal Weiss, che prendono in considerazione anche i gettoni catalogati dal Balog, gli esemplari di epoca fatimida tendono a convergere ponderalmente verso le unità metrologiche del dirham e del doppio dirham. Alcune difformità di peso, sempre calante rispetto alla

Cfr. Balog 1975: 125-148. Cfr. Bates 1993: 539-545. 16 Cfr. Palma 2010: 67-76. 17 Cfr. Weiss in c.d.s. Ringrazio sentitamente l’A. per avermi usato la cortesia di inviarmi il draft del suo interessante articolo. 14 15

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norma, vengono spiegate dallo studioso a causa della corrosione che il vetro subisce nel suolo siciliano, tanto più evidente se si confrontano i pesi dei gettoni rinvenuti nell’isola con quelli ritrovati nel secco terreno egiziano, di norma più pesanti. Per parte nostra, non ci sorprende che i gettoni, in questa fase storica, abbiano permesso ai commercianti presenti in Sicilia di valutare il peso dei darahim e dei doppi darahim, poiché, come sta emergendo in questi ultimi anni, la circolazione “minuta” isolana durante l’occupazione fatimida era sostenuta dalla piccola kharrūba, dal peso teorico di 0,189 g. A nostro avviso, colpisce molto di più il notare che almeno il 60% dei gettoni di Monte Iato è di epoca normanna e sveva. Riguardo questi esemplari, si può riscontrare come dai dati di Weiss e di Balog si nota che il peso dei gettoni appaia orientato verso una variabilità tra 1,8 g e 4 g circa. Contrariamente a quanto dedotto dal Weiss, non riteniamo che ci sia, in questo caso, un allineamento verso il dirham, perché la variabilità dei pesi e, di più, il fatto che su 12 esemplari censiti a nome di al-Ḥāfiẓ, 4 siano superiori ai 3 g e 8 siano vicini ai 2 g, sembra mostrarci la ricerca di altri standard ponderali e metrologici. Lo stesso dato emerge dagli 8 gettoni anonimi, che sono da datarsi, secondo il Weiss a epoca sveva, dato il loro ritrovamento in contesti che presentano denari di Enrico VI. In particolare, il tipo con leggenda baraka (“benedizione”), che, a nostro avviso sembra rimandare alla “sacralità” del gettone stesso, e quindi al suo utilizzo come peso monetale garantito da un’autorità locale, sempre nelle tabelle del Weiss risulta confrontabile ponderalmente con quelli di epoca fatimida, mostrando pesi molto vicini a quelli standard per il dirham e il suo doppio. L’A. data, sulla base degli strati archeologici, tali gettoni all’epoca tardonormanna, verso la fine del XII secolo. Dopo questa disamina, ci preme sottolineare come, nonostante il loro numero elevato, nessuna evidenza sembra autorizzare un uso monetale o paramonetale dei gettoni, sia di quelli con impressa l’autorità garante, sia di quelli anonimi e fabbricati in loco. Decisiva, a questo proposito, ci sembra la notazione cronologica che ci forniscono gli scavi di Monte Iato, i quali mostrano come i gettoni vitrei non siano solo uno strumento utilizzato in epoca fatimide, ma, stando ai dati in nostro possesso, essi siano stati in uso soprattutto nel periodo normanno e svevo. La datazione post-fatimida, a nostro avviso, fa perdere consistenza al principale argomento addotto dai propugnatori dell’ipotesi monetale dei gettoni: l’assenza di moneta di bronzo divisionale, che avrebbe costretto gli abitanti della Sicilia a utilizzare dei surrogati, individuati in tondelli di vetro. L’epoca normanna e sveva, al contrario, è ricca di monetazione spicciola, e gli stessi scavi di Monte Iato e di Piazza Armerina attestano la presenza simultanea di numerario in bronzo coevo ai gettoni vitrei. Come spiegare, allora, la presenza di tanti gettoni in Sicilia? La risposta non può non tenere conto della loro riconosciuta utilità come pesi. Forti di questa considerazione, chiediamo: ma, se pesi erano, a cosa servivano? Che cosa avrebbero dovuto pesare? Dall’esame dei pesi degli esemplari ci sembra che la soluzione debba essere univoca: i gettoni di vetro servivano a rendere spendibile la kharrūba di argento e poi di mistura. Se riprendiamo i grafici del Weiss, che pure intuisce l’idea della pesatura della piccola moneta divisionale di circa 0,2 g, ci accorgiamo che i pesi dei gettoni sono orientati a calcolare le 10, 16 (pari a un dirham), 20, 32 (pari al doppio dirham) kharrūbe, permettendo a questi piccoli esemplari di essere spesi. Per calcolare i tarì normanni, il cui peso irregolare e comunemente eccedente avrebbe reso inutili dei gettoni di 1,1 g, dovremo vedere negli esemplari di circa 4 g lo strumento per pesare il c.d. Soldo regale, che valeva 2/3 del nomisma bizantino ed era pari a 6 tarì.

Gettoni di vetro arabi negli scavi archeologici di Reggio Un’ultima considerazione va fatta, a nostro avviso, per quanto riguarda i luoghi di rinvenimento dei gettoni vitrei. Nel caso di quelli rinvenuti a Reggio nel corso di scavi regolari effettuati dalla Soprintendenza della Calabria, dobbiamo far notare, sia pure in maniera preliminare, che i due esemplari riportati dalla catalogazione dell’Andronico sono riferibili agli scavi del 1925 dell’Area La Face di

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Piazza Duomo e alla campagna del 2022 da Piazza Vittorio Emanuele II18 (nota erroneamente come Piazza Italia). In entrambi i casi, i reperti rinvenuti contestualmente autorizzano a pensare che tali gettoni fossero collocati entro una struttura amministrativa: nel caso dell’Area La Face la presenza di sigilli bizantini in piombo, ancora inediti, fa comprendere che il sito insiste sull’Archivio del Vescovo franco-cattolico di Reggio in epoca normanno-sveva; per Piazza Vittorio Emanuele II, il rinvenimento nel 1889 di un importante tesoretto di tarì normanni nella medesima area19 lascia pensare, in via ipotetica e aspettando l’auspicabile pubblicazione dei dati di scavo20, che il gettone vitreo sia stato ritrovato all’interno del Palazzo di Ruggero I, di cui, a nostro avviso, restano cospicui resti negli scavi dell’ultimo decennio. Per concludere, in attesa di ulteriori conferme, ci sembra che il contesto amministrativo dei due rinvenimenti reggini ci induca a dover ipotizzare l’uso dei gettoni vitrei per la contabilità delle due principali autorità politiche della città: il duca e il vescovo.

Cfr. Andronico 2003: 83. Cfr. Travaini 1995: 364; per l’inquadramento del tesoretto nell’età normanna e non in quella bizantina, vedi Castrizio 2005b: 1059-1064. 20 Tale pubblicazione, vista l’importanza storica del sito archeologico, che mostra una stratigrafia del centro della città di Reggio dall’epoca greca fino al terremoto del 1783, è caldamente auspicabile, anche perché una piccola fonderia rinvenuta, datata dagli archeologi in maniera preliminare all’epoca normanna, potrebbe essere la sede della zecca che ha coniato un’imitazione del Follis anonimo di Classe C sotto Ruggero I.

18 19

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Le perle vitree policrome dalla Calabria altomedievale: indagini archeologiche e scientifiche Margherita Corrado, Marco Verità The results of analysis carried out on vitreous paste pearls belonging to jewels worn by inhumed defuncts of late VII century of a little village cemetery situated in the middle Calabrian Ionian, open up an amazing scenario. In addition to confirming the distance from analogous finds found in coeval burial grounds of Northern Italy Longobard culture, in fact these surveys veil commercial relationships between the extreme south offshoot of the Adriatic and the Orient glass manifactures as yet unsuspected about this manufactures category but already attested, and just in the same area about glassware. Therefore, it is necessary , the critical reappraisal of all similar evidences known until now in Calabria and the extension of the research of morphological comparisons inside Mediterranean confines. It is useful to try in develving into dynamics that involve the discovery of such amazing finds.

1. Premessa È tuttora un’evenienza molto rara, in Calabria, la scoperta di perle di pasta vitrea (opache e traslucide) entro sepolcri o livelli d’uso altomedievali indagati scientificamente. Dove presenti, poi, per vederle pubblicate occorre quasi sempre attendere l’edizione completa dello scavo che le ha restituite, sovente posteriore di molti anni al lavoro sul campo. L’esposizione al pubblico dei reperti costituisce un’eventualità ancora più remota. A complicare il quadro, la stagione potenzialmente foriera di siffatti elementi si riduce ad un paio di secoli appena - VI e VII -, poiché all’inizio dell’VIII il corredo di accompagno (sia personale sia rituale) e l’inumazione vestita scomparvero pressappoco insieme, qui come nel resto della Penisola1. In un panorama così poco favorevole all’approfondimento della ricerca sul tema, non ci soccorrono le collezioni storiche di antichità formatesi nell’Ottocento e nel primo Novecento in vari centri della regione, ché di norma non hanno dato spazio ad oggetti così “modesti”. Unica felice eccezione è la raccolta di Ernesto Palopoli a Torretta di Crucoli (KR), oggi parzialmente musealizzata, che infatti sarà necessario richiamare sovente2. Infilate di solito in collane, bracciali e orecchini, più di rado incastonate in fibule e anelli digitali o inserite in spilloni ferma-mantello di particolare pregio (fig. 1), ma talvolta isolate per fungere da terminazio-

Cfr., da ultimo, Papparella 2009: 25-38. La mancata contestualizzazione non giova, comunque, ad un corretto inquadramento cronologico dei reperti, di norma affidato proprio all’analisi del contesto, se noto, poiché solo episodicamente le caratteristiche morfologiche o tecniche dei vaghi sono tali da consentire di circoscriverne l’arco di vita e utilizzarli con profitto come indicatori cronologici. 1 2

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Fig. 2. Crucoli (KR), Museo “Melissa Palopoli”. Dodici vaghi di pasta vitrea relativi ad orecchini o ad un bracciale, da Umbriatico (KR), loc. Caraconessa.

Fig. 1. Crucoli (KR), Museo “Melissa Palopoli”. Spillone ferma-mantello in oro, cristallo e paste vitree.

Fig. 3. Crucoli (KR), Museo “Melissa Palopoli”. Vago di pasta vitrea già infilato in un orecchino, da Crucoli (KR), loc. Silipetto.

Fig. 4. Crucoli (KR), Museo “Melissa Palopoli”. Bracciali di paste vitree.

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ni di cordoni con valore amuletico3 o connesse ad arredi4, l’indiscutibile appartenenza delle paste vitree calabresi alla koiné mediterranea, sembra aver reso superfluo ogni sforzo teso ad identificarne i siti di lavorazione e le modalità di immissione in commercio. Le peculiarità tecniche già segnalate dalla scrivente nel 2004 in ordine ad alcune serie attestate solo nel medio versante ionico, però, e i risultati delle analisi condotte da Marco Verità al fine di compararle con soggetti di sicura matrice longobarda, rendono invece opportuno e urgente l’avvio di una campagna di analisi chimiche su tutto il materiale disponibile5.

2. Breve spoglio dell’edito Richiamare l’edito, prima di entrare nel vivo dell’argomento prescelto, è compito agevole e rapido che dà anche l’opportunità di aggiornare il quadro pregresso con la segnalazione di alcuni pezzi di acquisizione o esposizione recenti. Nel Cosentino, a Torre Broccolo di Paterno, tre grossi vaghi trasparenti di colore verde fanno parte del corredo femminile non scavato scientificamente cui spettano anche una decina di monili metallici e tre vasi, datati tra VI e VII secolo6. Singole gocce troncoconiche di pasta vitrea blu opaca ornano invece gli orecchini in bronzo della tomba n. 42 di Torre Toscana di Belsito7, sepolcreto non molto distante dal precedente e frequentato anch’esso nello stesso periodo. Passando al Crotonese, in contrada Caraconessa di Umbriatico, sede di un cimitero di VII secolo noto in letteratura per avere restituito manufatti di gran pregio8, una tomba infantile custodiva le dodici perline grossomodo sferiche, in giallo ambra, blu e verde, affluite nella collezione Palopoli (fig. 2). Le dimensioni molto contenute autorizzano a crederle pertinenti ad un braccialetto, specialmente in assenza di resti di orecchini a cerchio dotati di pendenti o con applicazione circolare saldata all’interno dell’anello9. Una grossa perla cilindrica di colore nero, invece, con filamento azzurro applicato all’esterno, era inserita in un orecchino bronzeo, a cerchio, rinvenuto in una sepoltura femminile di contrada Silipetto di Crucoli10 (fig. 3). Tra i manufatti altomedievali del Museo Civico di Cirò Marina già editi ma in attesa di esposizione, figurano poi sette vaghi trasparenti biconici, molto degradati, tutti in giallo salvo uno celeste11. Un soggetto simile, anch’esso di colore giallo, è documentato in agro di Cròpani12, nel Catanzarese, nello stesso sepolcreto di contrada Basilicata che restituisce un frammento di quelle perle cilindriche con anima metallica meglio note proprio grazie ai resti di una presunta collana dalla località Cappella di Cirò, anch’essa nella disponibilità del Museo cirotano citato13. Tornando a Crucoli, l’apertura al pubblico del Museo intitolato a Melissa Palopoli, sia pure in forma di esposizione provvisoria e parziale dell’omonima collezione, consente di apprezzare un nucleo di vaghi ora re-infilati per comodità in modo da formare tre bracciali (fig. 4), esposti nella vetrina dedicata ai reperti provenienti da tombe proto-bizantine dell’alto Crotonese.

Cfr. Aisa, Corrado 2007: 221, figg. 41, 44 (Cropani). Cfr. Corrado 2009: 161 (polykandilon). 5 Si ringrazia la prof.ssa Lusuardi Siena per avere acconsentito a presentare e analizzare detti risultati in questa sede con qualche mese di anticipo sulla data di edizione del volume su Trezzo d’Adda cui sono destinati: Corrado 2012. 6 Se ne ipotizza la pertinenza ad un unico monile: cfr. Roma 2001b: 168, fig. a p. 171 (in alto); Papparella 2001: 175, fig. 72. 7 Roma 2001a: 157, fig. 67 e a p. 154. 8 Cfr. Corrado 2004: 10-11, fig. 6. 9 Di quest’ultimo tipo, più raro, un esempio (perduto) è noto dalla contrada Prestica di Crotone: cfr. Corrado 2001a: 38. 10 Palopoli 1998: 56, fig. 33 (tomba D); Corrado 2001b: 33. 11 Aisa, Corrado 2007: 220. 12 Aisa, Corrado 2007: 220, fig. 40. 13 Aisa, Corrado 2007:220, figg. 38-39. 3 4

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Fig. 5. Crucoli (KR), Museo “Melissa Palopoli”. Bracciale di paste vitree.

Fig. 6. Crucoli (KR), Museo “Melissa Palopoli”. Bracciale di paste vitree.

Fig. 8. Crucoli (KR), Museo “Melissa Palopoli”. Bracciale di paste vitree.

Fig. 7. Crucoli (KR), Museo “Melissa Palopoli”. Vago di pasta vitrea ‘ad occhioni’.

Quello centrale (fig. 5) si compone di nove perle coniche trasparenti, nei colori blu, verde e giallo ambra, delle più semplici e ripetitive; il grano celeste a ‘melone’ è invece una faïence protostorica. Gli altri due, più cospicui e vari nella composizione, contano sia vaghi simili ai precedenti sia di tutt’altra forma, dimensioni e colori, alcuni trasparenti e altri opachi. Nel bracciale a sinistra (fig. 6), in particolare, oltre al pendente d’ambra posto all’estremità, si segnalano, tra i primi, un paio di grosse perle ovoidi, una sferica e una tubolare, mentre tra i secondi spicca la grossa perla sferoidale policroma con filamenti avvolti a spirale e pettinati a fiamma già nota dal Catanzarese14. Merita attenzione anche l’altra, assai più piccola, con occhioni bianchi e blu su fondo blu/nero, che ripete soggetti di tradizione romana attestati ad esempio a Locri15 ma anche nella stessa collezione Palopoli: uno è esposto in vetrina (fig. 7) mentre un altro è infilato nel terzo bracciale.

14 15

Aisa, Corrado 2007: 214, fig. 6. Rubinich 2003: 174, tav. V, A.5.

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Fig. 9. Vaghi di pasta vitrea da una tomba di VII sec. da Atella (PZ), contrada Magnone.

Fig. 10. Cropani (CZ), Antiquarium. Collana di paste vitree da Cropani (CZ), loc. Basilicata.

Quest’ultimo (fig. 8) contempla esempi di serie molto interessanti, talvolta non altrimenti documentate in territorio calabrese. È il caso del tubicino color verde acqua avvolto a spirale assimilabile, come accade sovente, a reperti dalla vicina Lucania16 (fig. 9). Passando ai grani opachi, lo stesso vale per la grossa perla ovoide che alterna al celeste del fondo esili nastri in bruno e in giallo, fin qui non attestata in regione. Dato interessante è poi la presenza di alcuni frammenti di vaghi multipli tipo Grancia/ Cotominello con anima vegetale coperta da strati sottili di vetro trasparente, peculiarità già segnalata nel convegno cosentino del 2004 in relazione ad alcuni dei reperti da Cropani allora esaminati in dettaglio e sui quali è perciò superfluo tornare in questa sede17. Proprio questi ultimi occorre altresì chiamare in causa per rispondere del vago assai lacunoso senz’altro pertinente alla serie di grani ogivali per collana o bracciale, originariamente a superfici lisce di un colore verde chiaro brillante, attestata finora solo in una sepoltura familiare in uso nel pieno e tardo VII secolo18 (fig. 10) scoperta nel cimitero cropanese di località Basilicata indagato dalla Soprintendenza fra il 1998 e il 200419. Proprio un esemplare di questa serie è stato oggetto di analisi, unitamente ad un semplice vago sferoidale schiacciato, trasparente, proveniente dalla stessa tomba. Prima di riflettere sui risultati delle indagini eseguite da Marco Verità, merita aggiungere al computo altri vaghi cilindrici policromi, ancora dalla località Basilicata20 e dall’alto Crotonese (fig. 11), probabilmente ‘imparentati’, in senso lato, con quelli ad ogiva, ma che solo future indagini scientifiche consentiranno di inquadrare in modo corretto. I due soggetti della collana cropanese già menzionata - un terzo ornava il pendente di un orecchino recuperato in un altro sepolcro -, hanno una certa somiglianza con le perle ‘a occhio’ della collana trovata nella tomba 16A del cimitero di VI-VII secolo scavato a Voghenza (FE)-Fondo Tesoro21. Ciò è tuttavia il risultato involontario di un accentuato deterioramento

Papparella 2009: 207, figg. 87 (a sn.) e 92 (al centro). Per la stessa ragione, si tace dei grani di pasta vitrea rinvenuti a Botricello (CZ)-Marina di Bruni: Aisa, Corrado 2007: 222, fig. 47. 18 Aisa, Corrado 2007: 214, figg. 4, 5, 8, 21. 19 Aisa, Corrado, de Vingo 2003. 20 Aisa, Corrado 2007: 214, figg. 4, 5, 7, 21. 21 Corti 2007: 74, fig. 3. 16 17

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Fig. 11. Crucoli (KR), Museo “Melissa Palopoli”. Coppia di grani cilindrici di pasta vitrea.

delle superfici nei punti critici che porta a vista le placche policrome sottostanti, ‘debolezza’ comune anche ai grani verdi ad ogiva e alla perla ovoide della stessa collana la cui superficie è ormai completamente usurata22. Per i due vaghi cilindrici della raccolta Palopoli illustrati alla fig. 11 non è stato invece possibile, fin qui, identificare alcun confronto convincente. M.C.

3.1 Indagini analitiche Fino al periodo industriale, il vetro veniva fuso da una miscela preparata con due sole materie prime principali. Nel periodo romano era utilizzato come fondente il natron (un minerale di carbonato di sodio, perlopiù ricavato dai giacimenti in Egitto) aggiunto ad una sabbia naturale nella quale si trovavano già mescolati nei rapporti ottimali la silice e il carbonato di calcio. A partire dall’VIII secolo questo vetro fu progressivamente sostituito da vetri di tipo ceneri vegetali23. Per la produzione vetraria nell’area mediterranea erano utilizzate ceneri di piante litoranee tipo Salsola Kali e Salicornia, composte prevalentemente da carbonati di sodio e calcio e secondariamente da solfati e fosfati di potassio, magnesio e di altri elementi. Queste ceneri venivano mescolate a della silice e quindi fuse. La composizione chimica del vetro dipende dal tipo di materie prime impiegate per la sua fusione e dalle loro quantità relative (rapporti di miscelazione). Come si è detto, il vetro veniva fuso da miscele di due sole materie prime principali, silice ed un fondente. L’impiego di materie prime naturali, non purificate, ha comportato l’aggiunta involontaria di vari elementi presenti nelle materie prime. I vetri di tipo ceneri sodiche e di tipo natron hanno entrambi composizioni classificabili come silico-sodico-calciche, ma si distinguono attraverso l’analisi chimica per le concentrazioni di potassio, magnesio e fosforo, più elevate nei vetri tipo ceneri vegetali. Inoltre venivano aggiunti elementi coloranti e opacizzanti anch’essi identificabili attraverso l’analisi chimica dei vetri.

22 23

Aisa, Corrado 2007: 215, figg. 8 e 9. Verità, Zecchin, Renier 2002; Uboldi, Verità 2003.

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Fig. 12. Sezione lucida del frammento CR-1 osservata al microscopio ottico. Lato lungo della foto: 3 millimetri.

3.2 Le analisi Sono stati analizzati frammenti di due perle policrome rinvenute nella tomba XXI del cimitero di Cropani-Basilicata, di seguito contrassegnate CR-1 e CR-2. Per la tipologia di lavorazione sono entrambe classificabili come vetri murrini, ottenute lavorando a caldo canne di vetro colorato (fig. 12), foto al microscopio ottico della sezione del frammento CR-1. Lato lungo della foto: 3 mm). I frammenti sono stati inglobati in resina acrilica, preparati in sezione lucida mediante abrasione e lucidatura con pasta diamantata da 3 micrometri e quindi metallizzati sottovuoto con carbone. Le composizioni chimiche quantitative medie dei vetri sono state determinate mediante microanalisi a raggi X a dispersione di lunghezza d’onda con una microsonda SX-50 Cameca dotata di tre spettrometri con cristalli Pet, LiF e tAP, scansionando il fascio elettronico su un’area di 30 x 50 µm e ripetendo le analisi in almeno tre diversi punti di ogni sezione. L’analisi prevedeva la misurazione di 22 elementi tra maggiori, minori e tracce (minima quantità rivelabile pari a circa lo 0,04% in peso per la maggior parte degli ossidi). Le misure medie erano corrette per l’effetto matrice e quantificate con il software PAP Cameca. I dati venivano ulteriormente corretti per confronto con vetri di riferimento analizzati nelle stesse condizioni strumentali. Per lo studio degli opacizzanti, è stato utilizzato un microscopio elettronico a scansione Jeol JSM-5900 mediante osservazione in elettroni retrodiffusi, tecnica che consente di identificare le diverse fasi presenti attraverso diverse tonalità di grigio. Le fasi individuate venivano quindi analizzate semi-quantitativamente mediante microanalisi a raggi X a dispersione di energia (Oxford Isis 300). 3.3 Risultati Le composizioni chimiche medie (comprendenti nei vetri opachi sia la fase vetrosa che quella cristallina) dei vetri componenti le due perle sono riportate in percentuale in peso degli ossidi in tabella (fig. 13). Le composizioni chimiche dei vetri nelle due perle risultano quasi identiche, suggerendo che esse siano state lavorate con gli stessi materiali (quindi, nella stessa manifattura e a breve distanza di tempo). Si tratta di vetri classificabili come silico-sodico-calcici fusi da una miscela di silice e di ceneri vegetali sodiche. Caratteristica dei manufatti di Coprani rispetto alla produzione di vetri di tipo ceneri vegetali è la concentrazione elevata di magnesio (MgO 4.2-5.2%) e modesta di fosforo (P2O5 0.150,28%). Questi dati suggeriscono l’impiego di ceneri vegetali di tipo particolare, non identificabile in altre analisi finora pubblicate. La silice utilizzata era di caratteristiche modeste, come dimostrano le concentrazioni relativamente elevate di allumina (Al2O3 1.5-2.3%) e ossidi di ferro (Fe2O3 0.6-0.9%) e titanio (TiO2 0.06-0.15%). 471


Fig. 13. Tab. 1 – Composizione chimica espressa in percentuale in peso degli ossidi dei vetri costituenti le due perle. Altri elementi analizzati e non rilevati: bario, antimonio, arsenico, cobalto, nichel. OP: vetro opaco; TR: vetro trasparente.

Al vetro trasparente incolore, sono stati aggiunti vari composti per ottenere la gamma cromatica delle perle. La colorazione verde e turchese è stata ottenuta aggiungendo del rame sottoforma di una scoria di lavorazione metallurgica, associato a piombo, stagno e zinco. La diversa colorazione si deve allo stato ossido-riduttivo del rame, più ossidato nel vetro turchese, più ridotto nel verde. L’intensa colorazione nera è stata ottenuta con aggiunte di ossidi di rame e manganese. Nel vetro bianco opaco sono state identificate al SEM delle particelle cristalline (zone bianche nella fig. 14) che dall’analisi mediante microanalisi a raggi X sono risultate composte da stagno e ossigeno (SnO2, cassiterite). Si nota che le particelle bianche risultano eterogenee sia per dimensioni (da qualche micrometro, fino ad aggregati di un centinaio di micrometri) che per dispersione nel vetro. Queste particelle determinano il colore e l’opacità del vetro bianco. Cristalli di cassiterite sono anche all’origine dell’opacità del vetro turchese, per il quale valgono le stesse considerazioni fatte per il vetro bianco. Il vetro rosso opaco della perla CR-1 è stato ottenuto mediante aggiunta di rame (probabilmente una scoria metallica, associato a piombo e stagno), ferro e manganese. Colorazione ed opacità sono dovute a particelle di rame metallico di dimensioni dell’ordine del micrometro, e in minor quantità a cristallizzazioni di cuprite (ossido rameoso)24. Infine il vetro giallo del frammento CR-2 è risultato colorato da particelle composte da stagno e piombo (stannato di piombo). Come si può vedere dalla fig. 15, il vetro giallo (zona chiara) appare molto eterogeneo, formato da fasce parallele nelle quali si individuano le particelle di pigmento (bianche nella foto SEM). Questi particolari sono indicatori dell’aggiunta al vetro fuso di un semilavorato preparato a parte (pigmento giallo ottenuto calcinando miscele di stagno e piombo). Per evitare la dissoluzione del pigmento e la perdita del colore, il fuso veniva quindi lavorato rapidamente.

3.4 Conclusioni La datazione archeologica dei reperti analizzati, fa sì che le perle murrine policrome di Coprani costituiscano uno dei primi esempi di vetri ottenuti da miscele di ceneri vegetali sodiche e silice. Come si è visto in fatti, per quanto oggi noto, la transizione da vetro di tipo natron a vetro di tipo ceneri è iniziata nell’ottavo secolo probabilmente in area medio-orientale (vetro islamico e bizantino). E’ sorprendente verificare che il cambiamento abbia riguardato già nelle sue prime fasi, dei manufatti complessi come quelli analizzati (vetro murrino policromo) con una vasta gamma cromatica che comprende anche colori di difficile realizzazione (in particolare, vetro rosso e giallo) e che verosimilmente potevano essere prodotti solo da centri vetrari tecnologicamente sviluppati. Se il vetro di tipo ceneri sodiche rimanda ad un ambito medio-orientale, più difficile è un’interpretazione dell’uso dello stagno come pigmento e opacizzante. Il suo impiego come pigmento bianco (cassiterite) e giallo (stannato di piombo) era già in uso da diversi secoli almeno per manufatti tipo

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Freestone, Stapleton, Rigby 2003.

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perle25. Iniziato probabilmente nel nord Europa, si era quindi diffuso anche in ambito islamico (e presumibilmente bizantino)26. L’ancora limitato numero di analisi di reperti vitrei opachi databili nel periodo considerato, non consente di dare all’uso di questo elemento un’interpretazione né cronologica né geografica più precisa. M.V.

Fig. 14. Particolare centrale della sezione lucida del frammento CR-1 di fig. 1, osservato al SEM. Grigio chiaro omogeneo in basso a dx, vetro rosso; grigio scuro con punti bianchi in alto a sx, turchese. Al centro, fasce di vetro nero (grigio scuro omogeneo) e bianco (zone con punti bianchi).

Fig. 15. Particolare della sezione del frammento CR-2 osservato al SEM. Zona chiara a sx: vetro giallo; zona grigia, vetro turchese.

25 26

Heck, Hoffman 2000. Tite, Pradell, Shortland 2008.

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4. Considerazioni finali e prospettive di ricerca Le analisi condotte da M. Verità sui due vaghi da Cropani-Basilicata confermano, dunque, la prevedibile distanza delle paste vitree calabresi dai reperti analoghi trovati in coevi sepolcreti di cultura longobarda del Nord Italia. Nello stesso tempo, però, l’uso di ceneri vegetali invece di natron nel processo di fabbricazione ne denuncia l’origine medio-orientale e adombra relazioni commerciali tra le coste meridionali dell’Adriatico e le botteghe vetrarie d’Oriente finora insospettate per questa classe di manufatti, specialmente in epoca così avanzata. Sul piano generale, poi, la datazione su base stratigrafica delle suddette perle al VII secolo costringe ad anticipare l’introduzione della nuova tecnologia, dimostrando nel contempo che la novità fu subito diffusa in tutto il mondo bizantino, non ultime le estreme regioni occidentali dell’Impero. Il fatto, comunque sorprendente, stupisce meno se si considera che proprio in cimiteri del medio Ionio calabrese sono stati rinvenuti vasi liturgici di VII secolo dalle forme peculiari, che ad oggi trovano confronti solo in ambiente urbano27. I corredi rituali, inoltre, contemplano talvolta bottiglie in vetro soffiato a canna libera dotate di anello interno28, altre caratterizzate da fasce in rosso assimilate alla massa vitrea29 o piuttosto, soffiate in matrice, da filamenti di vetro bianco opaco compenetrati nello strato di base30 (fig. 16.1), finora prive di riscontri - sul piano morfologico un parallelo è presente nel Cirotano (fig. 16.2) - salvo forse in una delle lampade imbutiformi dallo stesso sito31. Sono i medesimi i contesti che restituiscono pochi ma significativi esempi di suppellettile vitrea con funzione potoria32 e soprattutto illuminatoria di sicura fabbrica orientale posteriori al VII, sovente non altrimenti attestati in Calabria e talvolta nell’intera Penisola33. Anche questo vasellame fa la sua comparsa nell’Occidente bizantino quasi contemporaneamente all’apparizione sui mercati del Levante. Per finirla, l’afflusso costante di suppellettile vitrea di fabbrica medio-orientale lungo il versante ionico della Calabria, ormai documentato fin nell’VIII secolo e ipotizzato fondatamente per i successivi, garantì pure la circolazione precoce di perle opache policrome che rientrano nel novero dei vetri tipo ceneri vegetali, sì da coinvolgere la Penisola fin dall’inizio - un inizio leggermente anticipato (VII secolo) - nella distribuzione dei prodotti della nuova tecnologia. M.C.

Cfr. Aisa, Corrado 2003: 348, 372-373, tavv. X, n. 19, XXIII, nn. 106-107. Aisa, Corrado 2003: 348, tav. IX, n. 18, fig. 19; Aisa, Papparella 2003: 329, tav. V, n. 30. 29 Aisa, Papparella 2003: 329, tav. VI, n. 31. 30 Aisa, Corrado 2003: 342, tav. II, n. 2, fig. 17; Corrado 2009: 165. 31 Aisa, Corrado 2003: tav. XXI, n. 99, fig. 20 (4° a destra). 32 All’imbocco del Golfo di Squillace, nel sito del presidio militare che fin dal VI secolo occupava il braccio occidentale del Capo Rizzuto, più tardi sommerso dal mare, è stato rinvenuto un piede di bicchiere a calice in vetro soffiato celeste (fig. 17.1) che trova agevole confronto con soggetti di IX secolo attestati ad esempio sulla costa adriatica dei Balcani: cfr. Jurić 2001: 466, n. 61q., fig. a p. 428 (fig. 17.2). 33 Il cimitero rurale di Cropani - loc. Basilicata sembra avere esaurito la propria funzione nei primi decenni dell’VIII, un solo non trascurabile indizio insinua il dubbio che per l’annessa chiesetta l’abbandono vero e proprio possa risalire ad una data posteriore alla metà del secolo. La cronologia fissata in Oriente per la comparsa della variante delle lucerne pensili imbutiformi tipo 5 di Bet Shean (Hadad 1998 (nota 45): 72, fig. 5), infatti, di cui è stato trovato un esemplare (fig. 18.1) nello scavo dell’edificio di culto (Aisa, Papparella 2003: 326-327, tav. III, n. 21), orienta proprio in tale direzione. Il rinvenimento del tipo 2 delle medesime lampade vitree per polykandila (nella versione diffusa tra VIII e XI secolo) nella basilica di Botricello (CZ) - loc. Marina di Bruni (Aisa, Corrado 2003: 368, tav. XXI, nn. 97-98), distante appena tre chilometri in linea d’aria da Basilicata ma funzionale ad un insediamento di rango ben più alto, e per la quale la distruzione e l’immediato abbandono dopo la metà dell’VIII secolo sono documentati in modo inequivocabile (cfr. Corrado 2001: 549-550), ha rappresentato a sua volta un unicum (fig. 18.2) fino al recupero di un soggetto analogo in vetro giallo, nel 2007, nei pressi di Scolacium (informazione del dott. A. Ruga, che si ringrazia). 27 28

474


Fig. 16.1. Cropani (CZ), Antiquarium. Bottiglia baccellata da Botricello (CZ), loc. Marina di Bruni.

16.2. Crucoli (KR), Museo “Melissa Palopoli”. Bottiglia baccellata frammentaria da Cirò Marina (KR), loc. Ceramidio-Casoppero.

Fig. 17.1. Piede e stelo di bicchiere a calice da Capo Rizzuto (KR).

Fig. 18.1. Cropani (CZ), Antiquarium. Stelo di lampada pensile imbutiforme tipo 5 di Bet Shean, dalla chiesa di Cropani (CZ), loc. Basilicata.

17.2. Zara, “Arheoloških muzej”. Bicchiere a calice da una tomba di Ždrijac (IX secolo).

18.2. Cropani (CZ), Antiquarium. Steli di lampade pensili imbutiformi tipo 2 di Bet Shean, dalla basilica di Botricello (CZ), loc. Marina di Bruni.

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Fig. 19. Catania, Museo “Biscari”. Disco di polykandilon in bronzo di presunta fattura siciliana.


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La necropoli orientale di Scolacium (CZ). Vetri dai corredi Maria Grazia Aisa, Alfredo Ruga This report shows the results of a research done on some glass artifacts found during the archaeological excavations carried inside eastern cemetery of imperial Roman age (1st -3rd centuries A.D.) at Scolacium, roman town on the Gulf of Squillace (CZ-Italy). In particular this study focuses on certain type of burials and on the glass artifacts (ribbed cup, beakers, unguentarium, toilet bottle, plat, stemmed goblets). The most interesting pieces (a polychrome band glass bowl; two toilet bottles glasses with biconical body and ovoid body) are discovered in a inhumation burial.

L’intervento ed il contesto (tavv. I, II, III). L’intervento di scavo che ha interessato parte della necropoli Sud-orientale1 della colonia romana di Scolacium, nel Comune di Borgia, loc. Roccelletta (CZ), è stato determinato dalla realizzazione di un canale per la raccolta delle acque meteoriche, nell’ambito di un più vasto progetto che ha visto l’ampliamento e l’ammodernamento del sistema di raccolta delle acque piovane nel territorio della Marina di Borgia2. Il tratto di canalizzazione che attraversa l’area della necropoli romana è costituito da un condotto (largo m 2,60) la cui fondazione intacca superficialmente il terreno archeologico per una profondità oscillante tra m 0,20 e m 0,80. Esso corre per il primo tratto (m 1,20) in direzione NWSE, tra la SS 106 e la strada ferrata, parallelamente ai confini del Parco Archeologico di Scolacium, per poi piegare a 90° ed affiancare la ferrovia, che poi supera attraverso un breve sottopasso già esistente, per riversare le acque in mare. Il progetto originario non prevedeva saggi preventivi, per cui, in fase di realizzazione dell’opera, per ottimizzare il rapporto tra imprevisti e costi, le indagini archeologiche3 preliminari sono state effettuate esclusivamente sul percorso dove sarebbe stato costruito il canale. Esso, per evitare “pericolosi” approfondimenti, è stato quasi appoggiato sul piano di campagna, scavando soltanto quanto bastava a dargli la giusta pendenza per un corretto scorrimento dell’acqua. Dato lo scavo “in trincea”, i risultati acquisiti sono stati solo parziali ed una lettura più chiara e definitiva si potrà avere soltanto con indagini estensive dell’area. Si può in ogni caso affermare che, nella zona, si distinguono una fase più antica, esclusivamente cemeteriale - cui appartengono gran parte delle sepolture messe in luce - alla quale si

Cfr. Ruga 1996 e Ruga 2005. Messo in atto dal Comune di Borgia su finanziamento europeo (F.A.S. Fondo per le Aree Sottoutilizzate - CIPE n. 84/2000, APQ “Beni e Attività Culturali per il territorio della Regione Calabria” del 23 dicembre 2003 - SPA 3.2.1 ). 3 I lavori sono iniziati il 30 luglio 2007 e si sono prolungati, con interruzioni dovute alle condizioni metereologiche e ad assestamenti tecnici del progetto, fino al 5 dicembre dello stesso anno. Lo scavo, diretto per la S.B.A.C. dalla scrivente Dott.ssa M. G. Aisa, Archeologo Direttore Coordinatore, ha visto sul campo la collaborazione della Dott. ssa A. Amato, Archeologo esterno, e, per i rilievi, dei signori S. Lamberti, Disegnatore dell’Ufficio Scavi di Crotone, e D. Della Mora, Collaboratore esterno. 1 2

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1

2

Tav. I. 1: Pianta di Scolacium con la localizzazione, in grigio, dell’area di scavo; 2: veduta aerea di Scolacium (Archivio SBAC Reggio Calabria). 478


3

4

Tav. II. Necropoli sud-est. 3: Saggio II; 4: tombe us 127 e 128.

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sovrappone, almeno in parte, una fase più recente, tardoantica, in cui si riconoscono setti murari forse pertinenti ad un edificio di culto, nel settore centrale dell’area,4 e ad horrea, nel settore più prossimo alla ferrovia ionica5. Quanto al contesto, c’è da dire innanzitutto che la necropoli Sud-orientale di Scolacium mostra un elevato numero di sepolture organizzate in allineamenti, secondo file parallele e perpendicolari agli assi viari6. Dal momento che non è mai stata indagata in modo sistematico7, la realizzazione della trincea per il canale di raccolta delle acque è risultata utile per confermare alcuni dati, precedentemente acquisiti attraverso le raccolte di superficie, le ricognizioni e lo studio dei sistemi costruttivi dei dodici mausolei attualmente visibili, che coprono un periodo che dalla prima metà del I secolo d.C. (mausoleo n. 8) giunge fino al III secolo d.C. (tomba a camera n. 6). I lavori della trincea hanno evidenziato l’esistenza di almeno due grandi periodi di utilizzo dell’area. In un momento più antico, compreso tra la tarda età repubblicana ed il III secolo d.C., la zona era occupata da sepolture di vario genere e forma (tavv. II-III), cui, in fase tardoantica, oltre alla presenza di due tombe di infanti in anfore nord-africane che dimostrano la continuazione della stessa destinazione d’uso almeno fino al IV-V secolo, si affiancarono alcune costruzioni la cui funzione è ancora da definire. Il ritrovamento accanto e dentro la fabbrica scoperta nel saggio II di vetri riferibili a calici, forma Isings 1118, di V secolo d.C., potrebbe far supporre un impiego della stessa quale edificio di culto. La grande struttura US 208 rinvenuta nel saggio III, in associazione con materiale anforaceo tardo (anfore Late Roman B), sembrerebbe, invece, riferibile ad horrea funzionali ad una vicina area portuale. Ma sono le tombe, recuperate in numero considerevole, che hanno sostanziato lo scavo con le loro varie tipologie (tavv. II-III). Si distinguono infatti sepolture alla cappuccina a doppio spiovente realizzate con tegole piane, tombe a cassone costruite con mattoni dimensionalmente ben noti in città, quelle a cassone costruite in muratura e copertura di tegole ed infine alla cappuccina inglobate in una struttura cementizia costituita da pietrame e spezzoni di laterizi uniti da scarsa malta di terra e calce. Alla varia casistica di sepolture sopra citata si affiancano le tombe ad incinerazione, con i resti combusti del cadavere e di elementi di corredo deposti dentro caccabi con o senza coperchio, in terracotta, ma è stato recuperato, in passato, anche un esemplare in piombo. Non mancano infine tombe ad enchytrismos, tre in tutto, tra cui una in anfora a siluro nord-africana. Quanto ai corredi funerari, invece, sono piuttosto rari. Oltre ai materiali in vetro, di cui si parlerà di seguito, sono presenti talvolta lucerne fittili. Se ne segnalano in particolare una con becco triangolare a volute di età giulio-claudia, due con becco tondo, diffuse nel corso del II secolo d.C., ed una frammentaria africana, di forma Atlante X, databile alla fine del IV secolo d.C. Inoltre compaiono occasionalmente unguentari in terracotta ed un’olletta acroma.

Da qui provengono, tra gli altri, frammenti di lampade tipo Isings 111. Nel Saggio III, che costeggiava la ferrovia, è stata portata alla luce una struttura costituita da una serie di ambienti delimitati ad E da un muro (US 208) lungo m 18,80, realizzato in spezzoni di laterizi e pietrame uniti da malta e orientato N-S, su cui si innestano, perpendicolarmente, almeno quattro setti murari. Sulla scorta dell’importantissimo rinvenimento, si è deciso di spostare il tratto di canale più ad E, in prossimità della ferrovia, consentendo altre verifiche. 6 Ruga 1996 e Ruga 2005. 7 Tra gli anni ‘60 del secolo scorso e i primi anni del XXI, piccoli saggi e rinvenimenti, effettuati in vari tempi ed in modo casuale, hanno permesso di recuperare caccabi, frammenti ossei e resti di corredi combusti pertinenti a sepolture ad incinerazione esposti fin dal 2005 nel Museo del Parco Archeologico di Scolacium. Qualche reperto vitreo è stato pubblicato da Mancuso 2007: 163 e 175. 8 V. infra. 4 5

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5a

5b

6

Tav. III. Necropoli sud-est. 5 a e b: saggio IV; 6: scavo della tomba US 362 a.

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I materiali vitrei9 (tavv. IV-V-VI-VII). Sono passati sette anni dalla presentazione e messa a punto di materiali vitrei da Scolacium ad opera di Stefania Mancuso in questa stessa sede10. L’acquisizione di altri manufatti nel corso delle indagini programmate o di emergenza, effettuate tra gli anni 2007 e 2009 nel circuito cittadino e nelle aree necropolari circostanti, solo in parte presentati in questo contributo, permette di formulare varie considerazioni. Intanto essa consente di rafforzare il quadro delineato nel 2004, sulla scorta delle prime intuizioni di Agnes Bencze, che alla fine degli anni ‘90 del secolo scorso per prima ha pubblicato materiali dal sito11. I nuovi reperti confermano attestazioni tipologiche, cronologiche e di produzione ed ampliano il panorama delle presenze con alcune novità, aggiungendo nuovi tasselli nelle mappe di distribuzione di particolari forme e produzioni vitree. Contribuiscono così a colmare quei vuoti attribuibili non solo allo stato e alle modalità della ricerca sul campo (siano essi scavi occasionali, d’emergenza o programmati), ma soprattutto alla lentezza o parzialità con cui si pubblicano i reperti, a causa di oggettive difficoltà quale l’impossibilità di adeguati restauri su materiali spesso eccessivamente frammentati e con spessori ridottissimi che non agevolano neanche preliminari operazioni di ricomposizione. Anche nel caso delle recenti acquisizioni dalla necropoli Sud-orientale di Scolacium, si segnala che l’indagine delle aree sepolcrali ha restituito varie decine di frammenti di vasellame di diversa tipologia (soprattutto balsamari, bicchieri, piatti, coppette, calici/lampade) in vetro incolore o verdino trasparente, prodotto mediante soffiatura a canna libera, come attestano le numerose bolle d’aria presenti. L’eccessivo stato di frammentarietà, unito alla ridotta percentuale di parti morfologiche (orli e fondi) non consente, spesso, l’identificazione di tipi e produzioni, poiché è difficile ricostruire porzioni di dimensioni significative ai fini della restituzione grafica e della documentazione fotografica (v. foto generale). Rispetto a quanto già evidenziato dagli studi precedenti per altri settori urbani di Scolacium12, i materiali cui si è fatto cenno, certamente appartenenti a forme di tipo corrente e poco curate, provengono da contesti meglio indagati stratigraficamente, tombe e piani di frequentazione dei settori posti tra le strutture note e le sepolture. Pertanto si auspica che lavori sistematici di restauro possano migliorare la leggibilità e la conservazione dei reperti, al fine di precisare meglio gli aspetti tecnici, di provenienza e datazione e consentire una corretta interpretazione di relazioni commerciali e ambiti produttivi, anche locali. In generale comunque, in base ai contesti di rinvenimento tutti i frammenti vitrei possono essere inquadrati tra le produzioni che dal I secolo d.C. - in linea con la datazione di alcune tombe monumentali dell’intera necropoli13 - giungono almeno al V secolo d.C. Tra le testimonianze spiccano alcuni resti pertinenti a forme di cui sono ben note le cronologie e gli ambiti di produzione. Pertanto sarà di questi reperti che si presenterà una breve rassegna. L’attestazione più antica è data da una coppa profonda in vetro blu, frammentaria, a parete costolata (inv. 148315), prodotta mediante pressatura entro stampo, di forma Isings 3b14. Lo stato di conservazione, nonostante la parziale deformazione dovuta al fuoco della pira funebre, è buono e permette di apprezzare l’alta qualità del manufatto (tav. IV, 7), che mostra un orlo quasi dritto ed arrotondato,

Si desidera ringraziare in questa sede il rilevatore esterno sig. P. N. Morelli, cui si devono i disegni dei materiali qui presentati, e la Restauratrice collaboratrice esterna Dott.ssa R. Marrella, per i restauri. 10 Cfr. Spadea, Mancuso 2007. 11 Bencze 1996 e Bencze 1998. 12 Cfr. Spadea, Mancuso 2007: 163 (Terme del Vescovo, Teatro, Foro). 13 Cfr. Ruga 1996. 14 Isings 1957: 19-20 (deep bowl). Per la datazione ed altre problematiche del tipo si rimanda a Welker 1974: 18-24; Goethert-Polaschek 1977: 17-20; Scatozza Horicth 1986: 25-31, in particolare 27-30 per le coppe profonde; Grose 1984: 28-29 e Grose 1989: 244-249 (gruppo I); Roffia 1993: 64, n. 32; Mariano 1999: 9 e fig. 1; Roffia 2000, tav. I,1 e, più recentemente, Larese 2004: 15-16 (con stato delle ricerche sulle metodologie di fabbricazione del tipo) e Almagro Gorbea, Alonso Cereza 2009: 29-30. 9

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7

8

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Tav. IV. 7: Frammenti di coppa con costolature tipo Isings 3b; 8: parte inferiore di balsamario tubolare; 9: resti di balsamario tubolare deformato dal fuoco.

marcato all’interno da una piccola solcatura. Circa la presenza del tipo in ambito regionale si ricorda un esemplare similare conservato a Reggio, edito da E. Andronico15. Segue un cospicuo gruppo di resti di balsamari tubolari in vetro trasparente azzurro-verdastro soffiato, di forma Isings 8 / De Tommaso 60-70-7116, che confermano la diffusione locale di questo

Andronico 2003: 41-42. Isings 1957: 24 ; De Tommaso 1990: 82-84. Varie considerazioni in Scatozza Horicth 1986: 58 e soprattutto Buora 1998: 25-26. 15 16

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Tav. V. Frammenti di bicchieri a calice tipo Isings 111.

tipo, già riscontrata in precedenza a Scolacium17, e quella pressoché ubiquitaria regionale, in particolare nei centri della costa ionica (da Copia a Crucoli e Petelia, da Crotone a Locri e Rhegium)18. A titolo di esempio si presenta il frammento dall’US 113 (inv. 148316) (tav. IV, 8). Materiali analoghi sono stati recuperati anche all’interno di sepolture ad incinerazione, come nel caso del collo con orlo (inv. 148317) dall’US 206. Talvolta i reperti sono fortemente degradati o deformati dal fuoco, come l’esemplare quasi completo dall’US 120 (tav. IV, 9). Se riguardo a resti di orli e pareti di coppette e piatti nulla si può aggiungere al momento, se non che si tratti di minuti frammenti da contesti di I-II secolo d.C., qualche dato di una certa rilevanza anche per

Spadea, Mancuso 2007: 165 e 175. Per i ritrovamenti nelle località ioniche si rimanda, ad esempio, a: Luppino, De Presbiteris 2003: 502 (Copia); Ruga 2007: 193-194 (Petelia); Ruga 2007: 189-191 (Crotone); Barello 1992 e Rubinich 2003 (Locri); Andronico 2003 (Rhegium). Per Crucoli (loc. Piana Grande nella fraz. Torretta) si rimanda invece ad Aisa, Salerno in questo stesso volume. 17 18

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Tav. VI. 1: Frammento di parete di bicchiere nuppengläs tipo Isings 96; 12: coppa in vetro a mosaico da us 362 a; 13: unguentario a corpo carenato tipo Isings 7; 14: unguentario a corpo piriforme.

comprendere l’organizzazione degli spazi nella città tardoantica, può essere fornito dalla presenza nella necropoli di bicchieri a calice di forma Isings 11119, di cui rimangono piedi integri o frammentari, steli, qualche orlo e pareti, in genere realizzati in vetro trasparente giallo-verdastro o incolore (tav. V,10). Si tratta di manufatti pertinenti ad una tipologia già ben documentata a Scolacium e analizzata dagli studi precedenti20 con esemplari frammentati decontestualizzati, in seconda giacitura nell’area del Foro, o dai contesti abitativi e necropolari sulla collina del Teatro. Le nuove attestazioni confermano ancora l’amplissima diffusione del tipo a partire dal tardo V secolo d.C. e forniscono un utile terminus post quem per l’utilizzo della necropoli Sud-orientale, prima del definitivo abbandono a favore della nuova realtà cemeteriale posta sulla sommità della collina del Teatro e del settore in loc. Donnaci21. Tornando ai materiali, il loro reperimento all’esterno delle sepolture va messo in relazione essenzialmente con i rituali funerari

Cfr. Isings 1957: 139-140. Bencze 1998 e Spadea, Mancuso 2007. 21 Dove pure esisteva una basilica di cui è noto un capitello ionico a pulvino liscio edito da Arslan 1968 e Arslan 1971. 19 20

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quali la pratica del refrigerium (in associazione ad altri manufatti ceramici o vitrei22), o l’impiego delle lampade come signaculum, secondo un uso ben documentato altrove e forse anche in Calabria23. Non è escluso che l’ampliamento degli scavi possa portare a dimostrare che alcuni frammenti di calici, rinvenuti in strati associati a pochi brani murari, possano avere attinenza con un piccolo edificio cultuale, e che pertanto essi facciano parte di suppellettili d’uso liturgico, aggiungendo così Scolacium all’ampia casistica riscontrata lungo la costa ionica (Botricello, Cropani, Locri, Bova Marina, Reggio)24. Chiude la rassegna dei materiali frammentari, infine, una porzione di parete di bicchiere di forma Isings 96, della classe dei nuppengläser in vetro trasparente giallo-verde, decorato con ‘bolli’25 o ‘gocce’ di colore blu intenso a formare un motivo a triangolo (inv. 148318) (tav. VI,11)26. Il suo recupero porta a quattro il numero di attestazioni in città di oggetti di tal fattura, la cui presenza lungo la costa ionica calabrese è accertata a Cirò Marina-Apollonion27 e Copia-Thurii28. La rassegna di nuovi rinvenimenti da Scolacium sposta ora la nostra attenzione su alcuni esemplari pressoché integri recuperati all’interno di una sepoltura (tomba UUSS 326-326 a). Si tratta di un piccolo gruppo di oggetti, notevoli per qualità e tipologia. In relazione all’inumato, infatti, furono deposti come parte del corredo un piattello, almeno così viene comunemente chiamata questa forma, con la tecnica dei nastri accostati (scheda 1), un balsamario carenato (scheda 2) ed un balsamario piriforme (scheda 3).

Scheda 1. tav. VI, 12 Scolacium. Necropoli Sud-orientale. Tomba UUSS 326-326 a. H cm 1,9; Ø cm 10; spessore cm 0,35. Inv. 148312. Ricomposta da 6 frammenti. Piattello con vasca a parete bassa e incurvata, in vetro a mosaico a nastri policromi, realizzata con la tecnica di lavorazione a canne preformate e accostate in piano e modellazione su sagoma convessa; politura. L’asse mediano è sottolineato da una fascia in vetro azzurro. Bande colorate gialle, rosse e azzurre, di dimensioni differenti, si alternano simmetricamente, in rapporto anche a due fasce costituite da un’alternanza di rettangoli rossi e bianchi di vetro opaco. L’orlo è realizzato mediante l’uso di una canna a reticello; vetro giallo entro matrice di vetro trasparente. Datazione: metà del I secolo d.C. Produzione forse di officina dell’Italia Centro-meridionale. Bibl.: confronti tipologici per la forma e il partito decorativo sono istituibili con esemplari da Solona (Fedic 1977: 89, n. 173), Testona (Negro Ponzi Mancini 1988: 70-71), Enona/Ennona (Zara) (Dorigato 1986: 9-10) e di Aosta (Framarin, Mollo 2002: 230, n. 1.); nei musei di Treviri (Goethert-Polaschek 1977: 16, n. 6 e tavv. 1 e 28, n. 6) e Colonia (La Baume, Salomoson 1976: 39 e 40 e tav. I). Scheda 2. tav. VI,13 Scolacium. Necropoli Sud-orientale. Tomba UUSS 326-331. H cm 7,4; Ø cm 5,2; spessore cm 0,2. Inv.148313. Integro Balsamario a corpo carenato, con breve collo dritto che si imposta sulla spalla inclinata verso l’e-

Ardizzone 1995: 129. Per il refrigerium cfr. Giuntella, Borghetti, Stiaffini 1985: 55-63; per le questioni riguardanti il signaculum cfr. Stiaffini 1991: 183-184. 23 Per l’uso delle lampade sepolcrali cfr. Stiaffini 1994: 211. Per la Calabria si ricordano i casi di Reggio e il suo territorio (per i quali si rimanda ad Andronico 2003, passim) e Locri (per la quale cfr. Rubinich 2003: 171-177). 24 Ai rimandi bibliografici della nota precedente si aggiungano Aisa, Corrado 2003 a per Botricello (loc. Marina di Bruni) e Aisa, Papparella 2003 per Cropani (loc. Basilicata). 25 Così la Calvi per gli esemplari da Aquileia. 26 Per aspetti e problematiche cfr. ad esempio Buora 1998: 168. 27 Cfr. Aisa, Corrado 2003 b: 406. 28 Cfr. Luppino, De Presbiteris 2003: 498. 22

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sterno; parete diritta, inclinata verso l’esterno, carena a spigolo vivo e fondo appiattito. Vetro trasparente blu; soffiatura a canna libera forse in stampo aperto o modellatura. Datazione: prima metà del I secolo d.C. Produzione di officina Nord-italica o orientale. Bibl.: Isings 1957: 23, forma 7; Calvi 1968: 29 ss. (balsamario gruppo B); La Baume, Salomoson 1976, n. 30 e tav. III; Meconcelli Notarianni 1979: 92, n. 92; De Tommaso 1990, gruppo/ tipo 52; Croazia 1998: 96, scheda 2 (per la forma); Larese 2004: 37.

Scheda 3. tav. VI,14 Scolacium. Necropoli Sud-orientale. Tomba UUSS 326-331. H cm 9,2; Ø cm 3,8; spessore cm 0,25. Inv. 148314. Ricomposto da vari frammenti. Balsamario a corpo piriforme a base appiattita, con breve collo cilindrico dritto con orlo estroverso e labbro tagliato e levigato. Vetro trasparente azzurro, sottile. Soffiatura a canna libera; taglio e levigatura. Datazione: seconda metà del I secolo d.C. Produzione di officina verosimilmente Nord-italica. Bibl.: Isings 1957: 22-23, forma 6; Calvi 1968: 46, n. 71 (balsamario gruppo H1 a); Biaggio Simona 1991, fig. 62, n. 163.2.009; Barkóczi 1996: 83, n. 250 e tav. XX, 250; affine a Goethert-Polaschek 1977: 110, n. 575 e tav. 50, 575 e Croazia 1998: 102, n. 27. Per quanto riguarda il piattello n. 1, il tipo, abbastanza diffuso in alcuni centri dell’Italia Settentrionale (per esempio Aquileia, Adria e Luni) e con attestazioni anche in quella Sud-orientale, è attribuito da alcuni studiosi29, proprio sulla base delle frequenze ma senza elementi più solidi, ad officine operanti molto verosimilmente in Italia Settentrionale30, mentre con argomentazioni più valide altri autori attribuiscono le officine a centri specializzati dell’Italia Centro-meridionale31. Circa la sua datazione, inquadrabile per questa tipologia tra I secolo a.C. e prima metà I secolo d.C., l’associazione/contesto del pezzo scolacense permette di documentare il suo uso, al momento del seppellimento, intorno al 50-60 del I secolo d.C. La presenza di quest’oggetto permette di aggiungere un nuovo tassello alla mappa di distribuzione di manufatti prodotti con la tecnica dei nastri policromi, già attestati a Scolacium con un’incerta forma aperta32 ed altrove in Calabria con i frammenti di forma incerta da Strongoli-Petelia33 e di coppa da Reggio Calabria34. Per l’unguentario carenato n. 2 si può precisare che, al momento, costituisce l’unica attestazione nota in Calabria di questo tipo, Isings 7/De Tommaso 52, diffuso ad Aquileia e nel Veneto soprattutto in centri lungo l’Adige35, in Italia Centrale36 e Meridionale (Cuma, Pompei ed in area pugliese)37, e simile al tipo De Tommaso 51, che ne costituisce la variante centro-italica, di maggiore diffusione. Per finire, il pezzo di cui alla scheda n. 3 documenta il proliferare di una forma molto nota, prodotta anche ad Aquileia, e presente altrove in Calabria, per esempio a Reggio38.

Harden 1969: 50. Sulla diffusione in Italia Settentrionale (Veneto, Friuli, Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Liguria), zona istriana, dalmata e Svizzera si rimanda a Roffia 1993, con bibliografia di riferimento. Agli esemplari colà pubblicati si aggiunga una coppa dalla Valle d’Aosta (Glassway 2002: 230, n. 1; Larese 2004: 13-15). 31 Bonomi 1996. 32 Cfr. Mancuso 2007: 164 e 173, scheda 2. 33 Un esemplare forse di bottiglia dalla necropoli di loc. Manche: cfr Aisa-Corrado 2003 b: 406, scheda 9. 34 Necropoli di loc. S. Giorgio Extra cfr. Andronico 2007: 50. 35 Per alcuni aspetti tecnici della produzione e la diffusione si rimanda a: Larese 2004: 37 (con bibliografia precedente); Buora 1998: 21. Per Aquileia si veda anche Calvi, Tornati, Scandellari 1962: 15-16. 36 Cfr. Meconcelli Notarianni 1979: 96, schede 92-93 e Buora 1998: 21. 37 Grose 1989: 261; Larese 2004: 37. 38 Cfr. Andronico 2003: 46 e tav. VII, 55. 29 30

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Vetro e manifattura del vetro a Squillace tra XII e XVIII secolo Raffaella Cicero, Chiara Raimondo The excavation campaign carried out in the castle of Squillace in 2008 has allowed to retrieve a large number of glassy fragments. The finds made proved crucial to clarify certain stages of life; in almost every environment they were in fact recovered glass furnishings, lighting lamps to the pottery from the canteen. The most significant is represented by typological variety of artifacts, chronologically attributable to four different phases datable from the first half of the 13th century until the 17th-18th century, the last phase of life of the Castle. This richness and variety of materials is an indication not only of different manufacturing and production, also carried out on site as evidenced by the furnace put into light in one of the circles, but also trade and imports from other regions of Italy. These evidences show that, although under a deep economic degradation of which speak extensively the written sources, Squillace was, especially during the rule of Borgia (1494-1693), not only the place of production of ceramic artefacts and glassy, but also to import valuable that domestic instruments in the region was difficult to find.

Introduzione A distanza di 14 anni dall’ultima campagna di scavo, sono riprese nel 2008 le ricerche archeologiche nel castello normanno-svevo di Squillace, sotto la direzione scientifica della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria1. La lunga interruzione dell’indagine archeologica ha consentito, attraverso l’avanzamento degli studi, di affrontare con nuovo spirito e nuove conoscenze le problematiche riguardanti la storia del castello. Innanzitutto l’annosa questione dello spostamento dell’abitato dal sito della romana Scolacium a quello dell’attuale Squillace, la sua cronologia e le sue modalità, problematica che si è arricchita di un bagaglio importantissimo di dati archeologici grazie alle ricerche sulla Scolacium tardoantica2 e sul castrum bizantino di S. Maria del Mare di Stalettì3. Nell’ambito di questa diatriba storica, per la quale

Un sentito ringraziamento alla Dott.ssa Caterina Greco, all’epoca Soprintendente ad interim, al Dott. Roberto Spadea e alla Dott.ssa Maria Grazia Aisa che si sono succeduti come funzionari di zona. Non si può dimenticare il ruolo fondamentale avuto dall’Amministrazione della Città di Squillace ed in particolar modo del Sindaco On. Guido Rhodio per aver non solo reperito i fondi, ma per aver partecipato a tutte le fasi dello scavo con grande passione di storico e di primo cittadino. Desidero inoltre ricordare la Direzione dei Lavori, ricoperta dal prof. Mauro Francini, per la totale disponibilità nell’accogliere le mie richieste. All’indagine archeologica hanno partecipato nel ruolo di responsabili di settore: Raffaella Cicero, Paola De Idoné, Angela Bosco, Achiropita Scorpaniti, Francesca Conidi, come responsabile di magazzino Anna Pisano. I rilievi archeologici sono stati eseguito da Eugenio Donato e Amedeo Brusco. 2 Raimondo 2005: 567-584; Raimondo 2006: 519-558; Raimondo 2006a: 407-443; Raimondo 2006b: 407-443. 3 Raimondo 2000: 305-310; Raimondo 2002: 511-541; Raimondo 2004: 415-438; Raimondo 2006b: 407-443. 1

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si ricordano i fondamentali contributi di E.A. Arslan4 e di G. Noyé e della sua équipe5, gli scavi nel castello di Squillace permettono di chiarire non solo la cronologia e le modalità della sua fondazione, ma di intervenire in una ricostruzione storica che sembrava essere giunta ad una definitiva conclusione, che vedeva l’insediamento nato solo alla fine dell’XI secolo per volontà dei Normanni. La documentazione scritta, che in questa fase non sarà riesaminata se non nei dati salienti6, è particolarmente abbondante per tutti i secoli del bassomedioevo e per il XVI-XVIII secolo. Di conseguenza le macrofasi di vita del castello sono già note. Gli aspetti innovativi della ricerca sono più legati alla cultura materiale, in particolar modo alla nascita e all’evoluzione di una produzione che tutt’oggi è peculiare di Squillace, quella della ceramica. Difatti, oltre al contributo di A. Donatone7 che riguarda tuttavia manufatti ceramici decontestualizzati, nulla è stato prodotto in questi anni, nonostante gli scavi degli anni Novanta abbiano permesso il ritrovamento di migliaia di frammenti. Di particolare interesse è la definizione della nascita delle ceramiche invetriate policrome, di produzione appunto calabrese, fin’oggi datate alla seconda metà XIII-XV secolo, mentre alcuni dati provenienti dallo scavo di S. Maria del Mare di Stalettì, fanno presagire una cronologia anteriore di almeno un secolo in ambiti culturali e produttivi ancora da chiarire8. Per quanto riguarda il castello di Squillace, le indagini avevano attestato una frequentazione del sito dalla fine dell’XI secolo in poi, elemento che veniva confermato anche dall’assenza di documenti archeologici anteriori a questo periodo anche per il restante colle, indagato soprattutto al di sotto dell’attuale cattedrale. Il castello normanno si presentava nella sua prima fase organizzato intorno al donjon, un torrione rettangolare di oltre m 10 di larghezza, che comprendeva già in origine un pianterreno senza accesso dall’esterno, forse un magazzino per la conservazione delle derrate (fig. 1). L’edificio fu costruito subito in pietra a differenza di altri castelli della Calabria, come le motte di Scribla9 e S. Marco Argentano, che ospitarono prima una torre di legno, sostituita sul finire dell’ XI-primi del XII da una in pietra. Il primo piano del torrione era destinato al ricevimento degli ospiti e alle assemblee. Tale torrione ci dà un’immagine molto suggestiva della cittadella fortificata normanna che al contempo protegge e sorveglia la città che si sviluppa ai suoi piedi. I documenti scritti confermano che i primi castella calabresi erano delle turres o delle domus defensabiles la costruzione delle quali era stretto compito del conte o del duca. Agli inizi del secolo XIII, in un momento di gravi disordini politici, il torrione viene rinforzato con un muro a scarpa posto sul suo fianco Nord e, sul sito del futuro palazzo, un’aula provvista di un pavimento di malta fiancheggiata probabilmente da un balneum. I primi del XIII secolo sono fondamentali per la storia di Squillace: è in questo momento che per la prima volta l’insediamento viene infeudato sotto un conte ed alla presenza di un castellanus. Sotto Federico II, cui si deve probabilmente la costruzione della torre poligonale sul lato Est del recinto, il castrum Squillacii è tenuto da un castellanus non habens terram e da dieci servientes10. Da questo momento in poi si succedono casate importanti: i Lancia (1256-1266), i Monfort dopo la vittoria di Carlo I d’Angiò, i Marzano dal 1317, fino alla concessione della città da parte di Ferrante I d’Aragona al figlio Federico nel 1483 con il titolo di principe. Con Goffredo Borgia, inizia nel 1494 il principato di tale famiglia su Squillace, decimata demograficamente, dopo i tumulti e le sommosse dell’età angioina, da una pestilenza scoppiata poco prima del 1476, che costringe l’Universitas a chiedere al re nel 1492, l’esenzione del pagamento di alcuni fuochi. C. R.

Arslan 1981: 47-52; Arslan 1991: 461-484. Noyé 1991: 505-551; Noyé 2000: 211-280; Bougard, De Palma, Noyé 1988: 514-520; Bougard, Noyé 1986: 1195-1212; Bougard, Noyé 1989: 215-230. 6 Esaminata in Mafrici 1980 e in Gatta, Maiorano, Noyé, Raimondo, Spadea, Vori 1993: 503-520. 7 Donatone 1985. 8 Raimondo 2002: 511-541. 9 Pesez, Noyé 1989: 155-169. 10 Sthamer 1914: 65. 4 5

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I contesti cronologici I vetri che saranno analizzati provengono da quattro fasi cronologiche diverse. La prima è relativa alla fase anteriore alla prima metà del XIII secolo, periodo nel quale il perimetro delineato dal muro di cinta viene più volte modificato, restando il torrione l’elemento principale della fortificazione. La seconda fase è quella di XIII-XIV secolo, caratterizzata da importanti trasformazioni del castello che inizia a prendere le forme oggi conservate. Oltre al rinforzo a scarpa del torrione, viene aggiunta la torre poligonale sul lato Est (prima metà del XIII secolo) e quella circolare sul lato Ovest (seconda metà-fine del XIII secolo). La terza fase è quella di XV-XVI secolo, che vede sul lato Nord del torrione, la realizzazione di una cappella e, ad essa adiacente, un fucina per la realizzazione di oggetti in vetro (fig. 2). Questo impianto

Fig. 1. Foto aerea di Squillace.

Fig. 2. La fucina localizzata alle spalle della cappella cinquecentesca.

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Fig. 3. La fornace per la produzione di oggetti in vetro.

Fig. 4. La fornace collegata ad un canale di scolo.

artigianale constava di una fornace di cui è visibile la platea, di forma circolare (Ø m 1.20) composta da pietre di medie dimensioni, terra dura, frammenti di laterizi (mattoni e coppi) e grumi di malta (fig. 3). Alla fornace era collegato un canale di scolo dell’acqua, necessaria all’attività di produzione (fig. 4). La quarta ed ultima fase è quella relativa all’ultimo periodo di vita del castello (XVII-XVIII secolo), prima della distruzione dovuta al terremoto del 1783. I piani terra delle due torri angolari vengono trasformate in immondezzai ed è in particolare dalla torre poligonale che provengono i frammenti di vetro appartenenti a questa fase che saranno di seguito analizzati. C. R.

I manufatti in vetro11 La campagna di scavo del 2008 realizzata nel castello di Squillace ha restituito un cospicuo numero di frammenti vitrei riconducibili a varie tipologie funzionali. I ritrovamenti effettuati hanno contribuito ad arricchire la documentazione delle fasi di vita della struttura; in quasi ogni ambiente sono state, infatti, recuperate suppellettili in vetro, dalle lampade da illuminazione al vasellame da mensa. I materiali attribuiti alla prima fase di vita del castello, ovvero a prima del XIII secolo, sono stati trovati nell’area dove sarebbe sorta, durante il regno di Federico II, la torre poligonale. Provengono da altri ambienti messi in luce durante l’ultima campagna di scavi i materiali di seconda e di terza fase, datate rispettivamente tra il XIII e il XIV secolo e il XV-XVI secolo. I reperti attribuiti alla quarta e ultima fase, XVII- XVIII secolo, sono stati recuperati nel butto individuato nella torre federiciana, ormai all’epoca disattivata. Quasi tutti i materiali, di cui alcuni soffiati a canna altri in matrice, presentano uno stato di degrado12: iridescenza e opacità delle superfici, incrostazioni o deterioramento latteo. Molti di essi sono soggetti all’esfoliazione degli strati corrosi; in alcuni casi la corrosione è tale da non avere consentito l’individuazione del colore originario dei manufatti. È attribuibile a prima del XIII secolo un reperto costituito da un piccolo frammento di parete svasata di esiguo spessore, decorata con tre fasce orizzontali parallele di cui la centrale, più larga, dorata e le due laterali di colore bronzo (fig. 5); non sono stati individuati, allo stato attuale, confronti analoghi. Si datano alla seconda fase, XIII-XIV secolo, soprattutto suppellettili da illuminazione e forme chiuse, tra cui bicchieri e unguentari. Bisogna sottolineare che in alcuni casi l’esiguità dei frammenti non ha consentito un’attribuizione tipologica definitiva anche perché non è

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A corredo del testo non sono presenti disegni in quanto il materiale deve essere ancora sottoposto a restauro. Daintith 1988: 8-10; Pallecchi 2000: 27.

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inconsueto che alcuni contenitori vengano concepiti per un duplice impiego, di lampade o di bicchieri, oppure che un oggetto cambi nel tempo destinazione d’uso. Appartiene presumibilmente ad una lampada pensile o ad una piccola ampolla il frammento costituito da un fondo rientrante, con alto conoide a punta annerito dal fuoco (fig. 6.4), che trova confronti analoghi con alcuni materiali rinvenuti a Reggio Calabria, provenienti dal contesto medievale di Piazza Italia (scavi 2001-2004)13. Si ipotizza che possa appartenere ad una lucerna o, o comunque ad una forma aperta, un frammento costituito da un orlo arrotondato di medio spessore, di colore giallo chiaro, lievemente introflesso e con il bordo sottolineato da un sottilissimo listello (fig. 6.5). È riconducibile ad un vasetto14 un frammento in vetro sottile di colore giallo chiaro costituito da uno spesso filamento vitreo, sovrapposto e disposto orizzontalmente (fig. 6.2). Il fondo di bicchiere con bugna15 in rilievo (fig. 6.3) trova numerosi confronti, anche in ambito regionale, con materiali provenienti da Reggio Calabria16 (Piazza Italia, scavi 2001-2002, e alcuni esemplari presenti nel Museo Nazionale), da S. Niceto (RC)17, da S. Maria di Delianuova (RC)18 e da Vibo Valentia19. Analogamente ai suddetti materiali, appartiene alla fase di XIII-XIV secolo anche il frammento di una lampada pensile del tipo da moschea costituito da una parete globulare con una sottile ansa, composta da un filamento vitreo piegato ad angolo e applicato a caldo sulla parete (fig. 7), tipologicamente affine ad un reperto datato al XIII secolo, proveniente dal castrum di San Niceto20. Di analoga datazione è l’ansa a sezione circolare schiacciata che si ripiega a ricciolo nella parte inferiore (fig. 9), attribuibile ad una lampa-

Fig. 5. Frammento di parete di bottiglia (ante prima metà del XIII secolo, cat. n. 1).

Fig. 6. Frammenti di XIII-XIV secolo (cat. nn. 2-5).

Andronico 2007: 80-83. La cronologia dei materiali recuperati a Reggio Calabria oscilla dall’XI al XII secolo; occorre però specificare che Marina Uboldi (Uboldi 1995) per alcuni fondi larghi con conoide (che in assenza di parete è difficile identificare con certezza) propone una cronologia inquadrabile tra il XII e il XIII secolo, secondo il confronto con alcuni esemplari rinvenuti in Francia. 14 Vasetti di ridotte dimensioni vengono di volta in volta interpretati come piccoli contenitori per il sale e le salse piccanti o come vasetti da spezieria per contenere unguenti o sostanze medicamentose (Cfr. Stiaffini 1991: 244). 15 Stiaffini 1991: 233, n. 4, tav. V. 16 Andronico 2003: 86-87, nn. 232, 233, 235, 236, 237, tav. XXXI. 17 Coscarella 2003: 154-155, nn. 2- 4, tav. II. 18 Zagari 2003: 223. 19 Cuteri, De Natale 2007: 149 - 151, nn. 10 - 13, tav. II. 20 Coscarella 2003: 155, n. 9, tav. III. Un confronto analogo è stato inoltre trovato con un esemplare frammentario di lampada da moschea o da chiesa rinvenuto nello scavo del conservatorio di Santa Caterina della Rosa (Roma). Si veda a proposito Cini 1985: 551, n. 1020, tav. XC. 13

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Fig. 7. Frammento di parete globulare di lampada pensile (XIII-XIV secolo, cat. n. 7).

Fig. 8. Frammenti di XIII-XIV secolo (cat. nn.7, 8, 10, 11).

da pensile in seguito al confronto con un esemplare recuperato nel sito fortificato in località Castellaccio, nel comune di Cerisano (CS)21. Sebbene non siano stati individuati, ad oggi, in regione confronti più stringenti, si sottolinea che il suddetto frammento potrebbe appartenere anche ad una coppetta. Presenta tracce del pontello un piccolo fondo con decorazione costituita da un motivo a sottilissime striature ravvicinate (fig. 8.11); le ridotte dimensioni fanno ipotizzare che si tratti di un unguentario. Sono attribuibili a due differenti tipologie di bicchieri: il fondo di una coppa di bicchiere a calice bitroncoconico con avvio di stelo (fig. 8.10) e il frammento di piede a disco piatto, leggermente convesso verso il centro, con orlo arrotondato, attribuibile ad un bicchiere a calice (fig. 8.7). Il primo frammento è stato ricondotto ad una tipologia presente anche nell’esedra della Crypta Balbi22 a Roma nei contesti di XI-XV secolo, il secondo è simile ad una tipologia di bicchiere a calice presente nel Museo Nazionale di Reggio Calabria23. I frammenti inquadrabili nella terza fase, XV-XVI secolo, presentano caratteristiche tipologiche e di manifattura abbastanza differenti, come il collo di una bottiglia/ampolla in vetro spesso o l’applicazione plastica di colore giallo chiaro, costituita da una goccia in rilievo terminante superiormente in un peduncolo estroflesso (figg. 12-13), per la quale però non è precisabile il tipo di suppellettile di riferimento. Di notevole interesse è un frammento incolore di orlo e parete della coppa di un bicchiere decorato, tramite soffiatura in matrice, con un motivo ad esagoni di medie dimensioni a rilievo marcato (fig. 11), che trova stringenti confronti con alcuni esemplari toscani recuperati a San Giovanni Valdarno (AR) e datati al XVI secolo24. Sono connessi alla presenza della fornace i provini (fig. 12) recuperati nello strato di vita della struttura che probabilmente servì esclusivamente per una produzione funzionale alle esigenze quotidiane del castello. Nello stesso ambiente sono state recuperate anche due pareti, di cui una con un li-

Roma, Papparella 2003: 423, n. 8, tav. III. Non è invece attualmente specificabile l’attribuzione di un’ansa a sezione circolare schiacciata con parte dell’attacco della parete (fig. 8), stratigraficamente datata tra il XIII e il XIV secolo. 22 Cini 1990: 497, n. 554, tav. LXX. 23 Andronico 2003: 87, n. 238, tav. XXXI. 24 Boldrini, Mendera 1994: 507, III B, tav. IV. Si veda anche Stiaffini 1991: 233, n. 9, tav. V.

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stello orizzontale in rilievo e l’altra con delle striature che non sembrano casuali (figg. 13.16-17); il primo dei due reperti è identificabile sicuramente con un bicchiere, per l’altro si può ipotizzare che si tratti di un unguentario. Degno di nota è uno stelo a balaustro, con ingrossamento nella parte superiore decorata con uno spesso filamento vitreo disposto ad archetti (fig.14); lo stelo apparteneva ad un calice, la forma di vaso potorio destinato, soprattutto a partire dal XVI-XVII, secolo al banchetto aristocratico. Confronti

Fig. 9. Ansa a sezione circolare di lampada pensile (XIII-XIV secolo, cat. n. 9).

Fig. 10. Frammenti di XV-XVI secolo (cat. nn. 12-13).

Fig. 11. Frammento di orlo e parete di bicchiere decorato ad esagoni (XV-XVI secolo, cat. n. 14).

Fig. 12. Indicatori di produzione vetraria (XV-XVI sec., cat. n. 15).

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Fig. 13. Frammenti di XV-XVI secolo (cat. nn. 16-17).

Fig. 14. Frammento di stelo a balaustro di calice (XV-XVI secolo, cat. n. 18).

Fig. 15. Frammenti di XVII-XVIII secolo (cat. nn. 19-22).

generici sono stati riscontrati in esemplari lucchesi25 e in esemplari provenienti dal giardino di Santa Caterina della Rosa26 a Roma. Nel butto individuato nella torre federiciana, negli strati di XVII-XVIII secolo, sono stati recuperati frammenti di lampade e lucerne; queste ultime sono rappresentate da due piccole anse a ricciolo (figg. 15.19-20), piuttosto comuni dall’età altomedievale fino ai secoli tardi del

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Berti, Ciampoltrini, Stiaffini 1994: 565-567, n. 2, fig. 9. Cini 1985: 543, n. 961, tav. LXXXVI.

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medioevo, affini ad un’ansetta rinvenuta in uno strato di XVI-XVII secolo a Gerace27 (RC). Un’ansa a uncino, a sezione circolare schiacciata (fig. 15.21), è attribuibile ad una lampada; per quest’ultimo reperto però non è stato trovato un confronto significativo, così come per l’applicazione decorativa costituita da un bottoncino con una minuscola presa ripiegata verso l’alto (fig. 15.22) che, presumibilmente, doveva decorare le pareti di una coppa. Conclusioni Sostanzialmente il dato più significativo è rappresentato dalla varietà tipologica dei manufatti; ciò è indice non solo della differente manifattura e produzione, effettuata anche in loco come testimonia la fornace, ma anche dei commerci e delle importazioni dalle altre regioni d’Italia. Tutto ciò per provvedere alle esigenze di una corte raffinata come quella di origine spagnola dei Borgia, che si insediano a Squillace dal 1494 fino al 1693. Dunque, il recupero di alcune suppellettili vitree di produzione extra-regionale, o comunque affini a modelli attestati e documentati in regioni come il Lazio o la Toscana, rappresenta tangibilmente il primo dato archeologico che può essere messo direttamente in relazione alla presenza dei Borgia28 nel castello, a testimonianza che, seppure nel quadro di un profondo degrado economico di cui parlano ampiamente le fonti scritte, Squillace era non solo luogo di produzione di manufatti ceramici e vitrei, ma anche di importazione di instrumenta domestica di pregio che in regione era forse, in alcuni casi, difficile reperire. R.C.

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Di Gangi 2003: 218, n. 30, tav. V. Mafrici 1980:158-183.

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CATALOGO

Datazione: XIII-XIV secolo. Cfr.: Andronico 2007: 80-83.

1. Bottiglia (fig. 5) Squillace, castello, scavi 2008; US 2074. H cm 2,2. Fr. di parete svasata, decorata con tre fasce orizzontali parallele di cui la centrale, più larga, dorata e le due laterali di colore bronzo. Lo spessore della parete è esiguo. Vetro incolore, sottile, soffiatura a canna libera. Opalescente e iridato. Datazione: ante prima metà del XIII secolo.

5. Orlo (fig. 6.5) Squillace, castello, scavi 2008; Ambiente 1 US 1046. H cm 1,6. Fr. di orlo arrotondato, lievemente introflesso; il bordo è sottolineato da un sottilissimo listello. Vetro di colore giallo chiaro, spesso, con bolle d’aria; soffiato e modellato. La frammentarietà del pezzo non consente, allo stato attuale, di attribuirlo ad una forma precisa. Datazione: XIII-XIV secolo.

2. Forma chiusa (fig. 6.2) Squillace, castello, scavi 2008; Ambiente 1 US 1046. H cm 1,3, Ø cm 8. Fr. di orlo, costituto da uno spesso filamento vitreo sovrapposto e disposto orizzontalmente; parete leggermente svasata. Potrebbe appartenere ad un unguentario o ad un vasetto. Vetro di colore giallo chiaro, sottile; soffiato e modellato. Iridato. Datazione: XIII-XIV secolo. Cfr.: Stiaffini 1991: 244.

6. Lampada pensile (fig. 7) Squillace, castello, scavi 2008; Ambiente 1 US 1046. H cm 4,00. Fr. di parete globulare con esile ansa piegata ad angolo, costituita da un filamento vitreo applicato a caldo sulla parete. Vetro di colore non riconoscibile; soffiato e modellato. Iridato e incrostato. Datazione: XIII-XIV secolo. Cfr.: Cini 1985: 551, n. 1020, tav. XC; Coscarella 2003: 155, n. 9, tav. III.

3. Bicchiere a bugne (fig. 6.3) Squillace, castello, scavi 2008; Ambiente 1 US 1046. H cm 2,00. Fr. di fondo ad anello e parete di bicchiere troncoconico decorato con bugna in rilievo. Vetrodi colore non riconoscibile, sottile, soffiato e modellato. Completamente iridato e con incrostazioni. Datazione: XIII-XIV secolo. Cfr.: Stiaffini 1991: 233, n. 4, tav. V; Andronico 2003: 86-87, nn. 232, 233, 235-237, tav. XXXI; Zagari 2003: 223; Coscarella 2003: 154-155, nn. 2-4, tav. II; Cuteri, De Natale 2007: 149-151, nn. 10-13, tav. II; Agostino, Zagari 2007: 344-345, fig. 1, p. 351.

7. Bicchiere a calice (fig. 8.7) Squillace, castello, scavi 2008; Ambiente 3 US 1072. Fr. di piede a disco, piatto, leggermente convesso verso il centro, con orlo arrotondato. Vetro di colore non riconoscibile; soffiato e modellato. Iridato e incrostato. Datazione: XIII-XIV secolo. Cfr.: Andronico 2003: 87, n. 238, tav. XXXI. 8. Ansa (fig. 8.8) Squillace, castello, scavi 2008; Ambiente 3 US 1072. Lungh. cm 3,5. Ansa a sezione circolare schiacciata, con parte della parete. Non è precisabile il tipo di suppellettile di riferimento. Vetro di colore non riconoscibile; soffiato e modellato. Iridato e incrostato. Datazione: XIII-XIV secolo.

4. Conoide (fig. 6.4) Squillace, castello, scavi 2008; Ambiente 1 US 1046. H cm 3,00. Fr. di fondo rientrante interamente, con alto conoide a punta. Potrebbe trattarsi del fondo di una lampada pensile o di una ampollina. Vetro di colore non riconoscibile, annerito dal fuoco, sottile, soffiato e modellato. Opaco e iridato.

9. Lampada pensile (fig. 9) Squillace, castello, scavi 2008; Ambiente 3 US 1072. H cm 5.

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Ansa a sezione circolare schiacciata che si ripiega a ricciolo nella parte superiore. Potrebbe appartenere ad una lampada pensile o ad una coppetta. Vetro di colore non riconoscibile; soffiato e modellato. Iridato e incrostato. Datazione: XIII-XIV secolo. Cfr.: genericamente Roma, Papparella 2003: 423, n. 8, tav. III.

modellato. Iridato e incrostato. Datazione: XV-XVI secolo. 14. Bicchiere (fig. 11) Squillace, castello, scavi 2008; Ambiente 3 USM 123. H cm 3,9. Fr. di orlo e parete di coppa di un bicchiere decorato con motivo ad esagoni di medie dimensioni a rilievo marcato ottenuto tramite soffiatura in matrice. Vetro incolore, sottile, con bolle d’aria; soffiato in matrice. Iridato e incrostato. Datazione: XV-XVI secolo. Cfr.: Stiaffini 1991: 233, n. 9, tav. V; Boldrini, Mendera 1994: 507, III B, tav. IV.

10. Bicchiere a calice (fig. 8.10) Squillace, castello, scavi 2008; Ambiente 3 US 1072. H cm 2,2. Fr. del fondo di una coppa di bicchiere a calice bitroncoconico con avvio di stelo. Vetro incolore; sottile con bolle d’aria, soffiato e modellato. Deterioramento latteo. Datazione: XIII-XIV secolo. Cfr.: Cini 1990: 497, n. 554, tav. LXX.

15.Indicatori di produzione vetraria (fig. 12) Squillace, castello, scavi 2008; Ambiente 3 US 1045. N. 2 provini o ghiaccioli recuperati nello strato relativo alla fase di vita di una piccola fornace. Vetro incolore. Iridato e incrostato. Datazione: XV-XVI secolo.

11. Forma chiusa (fig. 8.11) Squillace, castello, scavi 2008; Ambiente 3 US 1072. Ø cm 2,9. Fr. di fondo con segno del puntello. Decorazione ottenuta tramite soffiatura entro matrice, con motivo a sottilissime striature ravvicinate. Potrebbe appartenere ad un unguentario. Vetro di colore non riconoscibile; soffiato in matrice. Iridato e incrostato. Datazione: XIII-XIV secolo.

16. Bicchiere (fig.13.16) Squillace, castello, scavi 2008; Ambiente 3 US 1045. H cm 2,9. Fr. di parete con listello orizzontale in rilievo. Potrebbe appartenere ad un bicchiere cilindrico. Vetro sottile di colore non riconoscibile; soffiato in matrice. Iridato e incrostato. Datazione: XV-XVI secolo.

12. Bottiglia/ampolla (fig. 10.12) Squillace, castello, scavi 2008; Ambiente 1 US 1023. H cm 3,2. Frammento di orlo di bottiglia/ampolla leggermente introflesso e collo troncoconico. Vetro spesso di colore non riconoscibile; soffiato in matrice. Incrostazioni e deterioramento dall’iridiscente al marrone. Datazione: XV-XVI secolo.

17. Parete (fig. 13.17) Squillace, castello, scavi 2008; Ambiente 3 US 1045. H cm 1,7. Fr. di parete con striature. Non è precisabile il tipo di suppellettile di riferimento. Vetro sottile di colore non riconoscibile. Iridato e incrostato. Datazione: XV-XVI secolo.

13. Applicazione decorativa (fig. 10.13) Squillace, castello, scavi 2008; Ambiente 1 US 1023. H cm 3,00. Applicazione plastica costituita da una goccia allungata in rilevo terminante, nella parte superiore, in un peduncolo estroflesso. Non è precisabile il tipo di suppellettile di riferimento. Vetro spesso di colore giallo chiaro; soffiato e

18. Calice (fig. 14) Squillace, castello, scavi 2008; Ambiente 3 USM 135. H cm 4,2. Fr. di stelo a balaustro con ingrossamento nella parte superiore decorata con uno spesso filamento vitreo disposto ad archetti. Vetro sottile di colore non riconoscibile. Iridato

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e incrostato. Datazione: XV-XVI secolo. Cfr.: genericamente, Cini 1985: 543, n. 961, tav. LXXXVI; Berti, Ciampoltrini, Stiaffini 1994: 565 – 567, n. 2, fig. 9.

Datazione: XVII - XVIII secolo. Cfr.: Di Gangi 2003: 218, n. 30, tav. V. 21. Lampada pensile (fig. 15.21) Squillace, castello, scavi 2008; torre federiciana US 2095. H cm 5. Ansa a uncino a sezione circolare schiacciata; probabilmente appartenente ad una lucerna. Vetro di colore non riconoscibile. Incrostato e iridato. Datazione: XVII-XVIII secolo.

19. Lucerna (fig. 15.19) Squillace, castello, scavi 2008; torre federiciana US 2085. H cm2,5. Ansetta a ricciolo, costituita da un sottilissimo filamento, appartenente ad una lucerna. Vetro incolore, sottile. Incrostato. Datazione: XVII - XVIII secolo. Cfr.: Di Gangi 2003: 218, n. 30, tav. V.

22. Applicazione plastica (fig. 15.22) Squillace, castello, scavi 2008; torre federiciana US 2079. H cm 2,2. Applicazione decorativa costituita da un bottoncino e da una minuscola presa ripiegata verso l’alto. Vetro incolore, sottile con bolle d’aria. Deterioramento latteo e iridescenza. Datazione: XVII-XVIII secolo.

20. Lucerna (fig. 15.20) Squillace, castello, scavi 2008; torre federiciana US 2095. H cm 1,3. Ansetta a ricciolo, costituita da un sottilissimo filamento, appartenente ad una lucerna. Vetro incolore, sottile. Incrostato.

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Trasporto di vetro grezzo: un documento dal relitto di punta Scifo (Crotone) Agnese Racheli, Roberto Spadea In the early 1900s, near Capocolonna promuntory, in the southern cost of Crotone, Paolo Orsi had previously recovered part of the cargo of marbles (columns, basis, cippi and labra), quarried from the caves of Proconnesis and Docimium in Phrygia; some inscriptions on the columns enable to date the artefacts to the late (second) 2nd century A.D. or to the early (third) 3rd century A.D. In 1983 the wreck of Lapidaria Navis was re-examined. A review of the finds from this study has allowed to be more precise about the composition of cargo, which also includes some fragments of slabs of raw glass.

Il relitto di Scifo All’inizio del ‘900, a pochi chilometri dalla città di Crotone (fig. 1) un relitto fu casualmente scoperto da pescatori nella baia di Scifo, posta sulla costa Sud del promontorio di Capocolonna (fig. 2), costa che rocce disseminate sul fondo rendevano estremamente pericolosa per le imbarcazioni che tentavano di approdare o che erano sospinte a riva dalla furia del mare. Nel 1908 fu ripescato dai fratelli Tricoli un labrum marmoreo, portato poi a Taranto, e l’anno seguente si recuperarono altri due grandi labra, frammenti di colonne ed alcuni blocchi di marmo. Nel 1915 l’impresa Forcellini, incaricata di reperire materiali per la costruzione del porto di Crotone, effettuò in due giorni un secondo recupero, per la prima volta sotto la direzione di un archeologo, Paolo Orsi, che alcuni anni dopo ne diede un puntuale resoconto nelle Notizie degli Scavi1 (fig. 3). Ad una distanza da terra di una decina di metri, ad una profondità di m 6-7, insieme a resti dello scafo, fu rinvenuto un eccezionale carico di marmi proveniente dall’Asia Minore e diretto quasi sicuramente alla capitale, il cui carico è stato oggetto di un’analisi approfondita da parte di P. Pensabene2. Il carico recuperato ebbe un destino singolare: i marmi, dopo numerose traversie, sono oggi suddivisi tra la città di Crotone, Corazzo di Scandale ed il nuovo museo di Capocolonna sul promontorio Lacinio3 (figg. 4-5).

Al primo recupero di un labrum effettuato da Antonio Tricoli (Sculco 1910: 11-12), ne seguirono altri l’anno successivo, compiuti sempre dai fratelli Tricoli; nel 1915 l’impresa che aveva l’appalto di reperire massi per il costruendo porto di Crotone effettuò una ricerca su più vasta scala, di cui diede notizia l’Orsi qualche anno più tardi (Orsi 1911; Orsi 1921). È stato giustamente notato che si trattò della prima indagine su un relitto diretta da un archeologo (Arata 2005: 9). 2 Pensabene 1978a; Parker 1992: 361, n. cat. 965; Pensabene 1994; Pensabene 2002: 33; 36-37; Ambrogi 2005: 256-258; 356-357; da ultimo si veda Arata 2005: 83-84, figg. 69-70; 159-160, cat. nn. 27; 83-85. Una breve sintesi in Racheli 2006b. 3 Una vasca, immediatamente dopo il rinvenimento, fu portata a Taranto e collocata davanti alla Prefettura e successivamente al Museo Archeologico; alcuni pezzi finirono più tardi al Museo Civico di Crotone e da lì parte al Castello e parte nel nuovo Museo Archeologico Statale o nei giardini della scuola elementare antistante; altri, 1

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Fig. 1. La Calabria centrale con il Marchesato di Crotone e il promontorio di Capocolonna.

Fig. 2. Il promontorio di Capocolonna con indicata la baia di Scifo.

Fig. 3. I marmi del relitto di Scifo sul molo del porto di Crotone in una foto degli anni 20 del ‘900.

Fig. 4. Crotone. Monumento nella rotonda di via Cutro impiegante i marmi del relitto “Orsi� di Scifo.

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Fig. 5. Un blocco del relitto “Orsi di Scifo” posto nel campo di calcio adiacente la chiesa di Santa Maria di Corazzo (Scandale, KR).

Ad una breve perlustrazione effettuata dal Lamboglia nel 19734, che accertò l’esistenza di altri marmi sul fondo, seguì5 dieci anni più tardi una intensa campagna di scavo6 che l’allora soprintendente Elena Lattanzi, già collaboratrice del Lamboglia, affidò alla cooperativa Aquarius diretta da Alice Freschi, nell’ambito di un puntuale programma scientifico di ricerca subacquea lungo la costa crotonese7. L’indagine consentì di recuperare altri elementi del carico, dell’attrezzatura di bordo e dello stesso scafo e di acquisire notizie sulla dinamica del naufragio stesso (figg. 6-8). Fu possibile accertare che la nave8, che in origine doveva misurare circa m 30/35 x 9, trasportasse circa 300 tonnellate di marmi, grezzi, lavorati e semilavorati9.

troppo pesanti, rimasero sul molo del porto fino al 1957, quando un sacerdote arbitrariamente ne trasportò alcuni alla chiesa di Santa Maria di Corazzo (Scandale); lì in parte furono usati all’interno della chiesa, in parte finirono ancora una volta abbandonati all’esterno dell’edificio. Nel 1998, con l’autorizzazione della Soprintendenza, alcuni di questi materiali furono recuperati e di nuovo riportati a Crotone per essere impiegati insieme ad altri all’interno di un monumento riproducente una nave oneraria romana realizzato dall’amministrazione comunale della città nella rotonda di via Cutro; nell’autunno di quest’anno (2011), anche questi marmi sono stati trasportati nel nuovo museo di Capocolonna, dove sono stati collocati tutti i marmi già depositati al Museo di Crotone ad eccezione di tre frammenti di colonna e due labra rimasti nella loro collocazione originale davanti al Museo. Anche il Monumento al Legionario, eretto in epoca fascista nell’odierna piazza Pitagora (poi dedicato ai Caduti sul lavoro e spostato nella rotonda all’incrocio tra via Cutro e corso Mazzini) aveva precedentemente impiegato un blocco del relitto “Orsi”. 4 L’indagine del Lamboglia del 1972 (Lamboglia 1973: 408-409; Lamboglia 1973-1974: 158-159) fu preceduta da altre esplorazioni già all’inizio degli anni ’60 del secolo trascorso: Roghi 1961: 55-61; Roghi 1971: 310-315. Sommarie notizie sul rinvenimento in Donarini Griva 1983: 8-9; Gandolfi 1985: 668; Moccheggiani 1986: 164. 5 La riscoperta del sito del relitto “Orsi” si deve alla segnalazione di un subacqueo crotonese, Michele Mungari. 6 Freschi 1983. 7 Lattanzi 1995-1996: 271, nn. 1-2. 8 I romani avevano parecchi tipi di imbarcazioni, rispondenti alla loro funzione, la cui varietà è raffigurata nel mosaico tunisino di Althiburus (Duval 1949: 119-149); si veda anche Rougé 1966: 113-115; Casson 1971: 93; de Saint Denis: 1974: 119-14; Pekary 1984: 172-192. 9 Pensabene 1998: 345-346; Pensabene 2002: 36-37; Arata 2005: 9; 83-84; 110; 159-160 (cat. n. 27). Il carico comprendeva almeno 10 bacini monolitici di varie dimensioni in marmo pavonazzetto (bianco con venature purpuree), destinati all’arredo di terme e giardini, 5 basi con zampe di leone agli angoli e 4 sostegni a base quadrata dello stesso marmo, 22 fusti o tronconi di colonne di varie dimensioni, sempre di pavonazzetto; 7 piedistalli in marmo proconnesio bianco venato di grigio, 8 blocchi in pavonazzetto, marmo frigio bianco e proconnesio), una lastra e vari frammenti di pavonazzetto.

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Fig. 6. Base di marmo pavonazzetto in situ dal fasciame del relitto “Orsi” di Scifo (scavo 1983).

Fig. 7. Resti in situ del fasciame del relitto “Orsi” di Scifo (scavo 1983).

Le dimensioni diverse dei manufatti consentivano di ottimizzare il carico della nave e di distribuirlo efficacemente, stivando gli oggetti più pesanti al centro e gli altri superiormente e ai lati; lo spazio di risulta era riempito con lastre, frammenti o sabbia, per rendere più stabile possibile il carico, evitando di far rimanere vuoti che consentissero spostamenti pericolosi per la sicurezza della nave. I pezzi più grandi erano, infatti, disposti sul fondo, il resto era in superficie e ai lati; al momento dell’impatto, secondo la ricostruzione di Alice Freschi contro gli scogli, la nave si spezzò in due, sbalzando gli oggetti più leggeri a destra e a sinistra, mentre quelli più pesanti affondarono con la nave. La data del naufragio può essere stabilita con buona precisione: due colonne (ne rimane una sola) recavano la data consolare del 200 d.C. (consoli Severo e Vittorino) (fig. 9), ed un blocco ed una colonna (dispersi) quella del 197 d.C., sotto il consolato di Laterano e Rufino10; l’ultimo viaggio della nave non dovette essere di molto posteriore.

10

Orsi 1911: 121-122; Orsi 1921: 494-496; Pensabene 1978a: 112, 115-116.

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Fig. 8. Planimetria del carico e dei resti dello scafo del relitto “Orsi” di Scifo individuati durante l’indagine del 1983.

Essa faceva forse parte di un convoglio che dall’Egeo, costeggiando le coste joniche, si dirigeva verso il Tirreno. Nella stessa baia, a ca. m 200 di distanza dal primo, è stato rinvenuto nel 1987 un altro relitto11 (fig. 10, n. 4) chiaramente distinguibile da quello “Orsi”, naufragato anch’esso probabilmente

L’indagine fu compiuta in seguito alla segnalazione del subacqueo crotonese Cantafora. È stato calcolato il volume del carico, che porta ad un tonnellaggio di ca. 300 tonnellate. Questo dato, unito alle dimensioni del carico sul fondo (m 24 x 15), fa ipotizzare una lunghezza di 30 m ca. per una larghezza di almeno 7 m, confermando il rapporto di 1:4 tipico delle navi da carico romane. Il naufragio è avvenuto per cause meteomarine: non sono state individuate, infatti, tracce d’incendio a bordo; la zona inoltre è soggetta a forti venti da Sud e Sud-Est e il fondale risultava particolarmente pericoloso per la presenza di scogli quasi affioranti. L’imbarcazione è affondata con la prua in direzione della costa. La maggior quantità di reperti ceramici ed i blocchi più pesanti sono stati rinvenuti nella zona centrale e meridionale: Freschi 1987: 6. 11

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Fig. 9. Colonna di marmo pavonazzetto recante la data consolare del 200 d.C. Museo di Capocolonna (Crotone).

Fig. 10. Gruppo marmoreo raffigurante Amore e Psiche. Museo di Capocolonna (Crotone).

all’inizio del III sec. d.C.12, e il cui carico13 era ugualmente costituito da marmo (lastre e blocchi), bianco e venato di grigio (proconnesio), per un totale ancora una volta di ca. 300 tonnellate, che sembra costituire un tonnellaggio standard per questo tipo di lapidariae naves. I due relitti di Scifo, insieme a quelli delle altre naves marmorum (sarcofaghi di Capo Rizzuto, colonne di Capo Cimiti, blocchi di marmo bianco di Cicala) (fig. 10, nn. 1, 2, 5)14, naufragate sulla costa del marchesato lungo la rotta che dall’Anatolia conduceva in Occidente15, sono il segno evi-

La datazione è stata proposta in base alla ceramica associata al carico marmoreo e soprattutto ai frammenti di anfore forma Kapitän I e II rinvenuti. 13 Almeno 20 blocchi di marmo. 14 Per una breve sintesi dei relitti delle naves marmorum naufragate sulla costa del marchesato di Crotone si veda Racheli 2006: 68-71. Oltre ai due relitti della baia di Scifo, possiamo contare lungo le coste del Marchesato di Crotone, altri quattro relitti: - Capo Rizzuto: relitto da cui provengono due sarcofagi frammentari, decorati con scene dionisiache. Si veda anche Arata 2005: 85, 110, 136, 155-156 (cat. n. 19); l’autore parla però di un sarcofago “a colonnette”, caratteristico della produzione microasiatica della prima metà del III sec. d. C. - Capo Cimiti: relitto con cinque colonne monolitiche di marmo cipollino verde di varie dimensioni, alla profondità di m 6 (Roghi 1961: 55-61; Roghi 1971: 310-315; Parker 1992: 113). Le colonne sono sei secondo Patrizio Pensabene: 5 intere più una spezzata di granito verde a fusto liscio monolitico (Pensabene 2002: 40; 45). - Capo Cicala: su un fondo di ca. 6 metri è stato individuato un relitto che trasportava un carico di blocchi di marmo bianco con venature; nei blocchi, lunghi fino a 6 metri, sono evidenti le gradinature di cava. Purtroppo non sono stati rinvenuti elementi del carico sicuramente associati che consentano di precisarne la datazione: Freschi 1983. - Da un relitto, ma probabilmente non quello “Orsi” di Scifo, provenivano anche i capitelli ionici e le basi di colonna realizzati in marmo bianco delle cave frigie di Dokimeon, già nelle collezioni del museo civico di Crotone (Pensabene 2002: 37). - Il relitto di Capo Bianco, già ritenuto antico (Freschi 1991; Racheli 2006: 68) è invece post medievale, come ha dimostrato l’indagine di C. Beltrame e S. Medaglia, con la collaborazione di L. Lazzarini, dell’Università di VeneziaCa’ Foscari (Beltrame 2008; Beltrame, Lazzarini, Medaglia 2012). 15 Pensabene 2002: 34; si veda anche per il trasporto marittimo Arata 2005: 29 e 135-136 (per le rotte delle navi trasportanti carichi di opere d’arte). 12

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dente dell’importanza di questo commercio16, che raggiunse il suo culmine appunto attorno al II-III sec. d. C.17, epoca cui sono assegnabili la maggior parte dei naufragi di carichi di marmo attestati nel Mediterraneo18.

Il carico: i marmi I marmi del relitto “Orsi” provenivano dalle cave del mar di Marmara (proconnesio) e di Docimium19 in Frigia (pavonazzetto e marmo bianco) ed erano probabilmente destinati alla capitale: sigilli plumbei20 apposti su alcuni blocchi fanno ritenere che almeno parte del carico fosse di proprietà imperiale21. Dalle botteghe di Docimium, specializzate in piccole sculture, cosiddette d’appartamento22, proveniva anche un piccolo gruppo23 (fig. 10), anch’esso in marmo pavonazzetto, mutilo, non completamente lavorato24 raffigurante Amore e Psiche, un soggetto molto amato in questa epoca25.

Fant 1993 (con bibliografia specifica per i singoli prodotti alla nota 87). Alla stessa epoca si possono assegnare la maggior parte dei relitti con carichi di marmo ritrovati lungo le coste dell’Italia meridionale e della Sicilia meridionale: Giardini Naxos, Marzamemi I e II, Isola delle Correnti, Camarina, Capo Granitola, Capo Cimiti, porto Cesareo (Freschi 1987, nota 11; Parker 1992; Maischberger 1997: 25-31). 18 Il marmo è, infatti, un elemento importante di un preciso programma ideologico che ne fa un simbolo del prestigio e delle capacità organizzative del potere, in grado, a partire da Augusto, di organizzarne l’estrazione e il trasporto su vasta scala (Pensabene 2002: 11-20 e soprattutto 17); anche in questo si può scorgere la volontà dell’autorità romana di imitare i grandi sovrani ellenistici che dell’impiego del marmo avevano fatto un manifesto ideologico (Pensabene 1998: 333-334; Pensabene 2002: 3-5). 19 Le cave di Dokimium furono disponibili nel 133 a.C., con l’annessione del regno di Pergamo. 20 L’Orsi ricorda la presenza di una “targhetta ansata di m (sic!) 165 x 42” (Orsi 1921: 494); su una colonna (non quella recante l’iscrizione) è visibile un quadrello di piombo mm 72 x 68 (Orsi 1911: 121 ); incassi quadrangolari per sigilli sono presenti sui blocchi di Corazzo. Pensabene 1978a; cfr. Baccini Leotardi 1979: 40-41; Baccini Leotardi 1989: 109-115; Pensabene 1998: 358-359 e 12-13 (incassi su blocchi a Ostia). 21 Anche la presenza nel carico del marmo pavonazzetto e soprattutto il fatto che ci fossero addirittura colonne realizzate con lo stesso pregiato materiale fanno ipotizzare che il marmo provenisse da un magazzino imperiale, anche se alcuni manufatti potevano essere destinati al mercato privato di lusso. Da Augusto in poi, infatti, l’imperatore si riservò il diritto di sfruttamento delle cave di Docimium, in cui veniva estratto questo marmo pregiato (chiamato poi “pavonazzetto” dai marmorari romani), che per valore seguiva immediatamente il porfido ed il cui colore rosso assumeva una precisa valenza ideologica. Le cave di Docimium furono favorite da una lunga tradizione d’uso del marmo pavonazzetto (che divenne un monopolio esclusivo dell’imperatore), da un’organizzazione del trasporto collaudata che superava le difficoltà della distanza tramite vie d’acqua, dalla presenza di officine specializzate (Pensabene, 1998: 357). 22 Pensabene 1978b; Pensabene 2002: 36-37 (Scifo); 40 (Capo Cimiti). Dalle stesse cave di Docimium potevano essere esportati, a seconda della varietà di marmo, oggetti finiti (marmo bianco) o semilavorati (pavonazzetto): Pensabene 2002: 37. I materiali lavorati documentano una vera e propria “industria”, articolata in officine itineranti (Pensabene 1998: 350), specializzate nella produzione di determinati oggetti, a volte anche su commissione, dietro invio di modelli in pietra: Pensabene 1998: 346, 355, 357; Arata 2005: 81 (con bibl. prec.): per le c.d. “sculture d’appartament”; Pensabene 1994: 312. 23 Il gruppo, rinvenuto negli anni ’60 del XX secolo, fu attribuito al relitto di Scifo: Pensabene 1978b; Pensabene 1994: 314; Pensabene 2002: 378, fig. 15. 24 Il volto di Psiche e le gambe di Eros mostrano chiaramente la mancanza della rifinitura finale, che avrebbe reso il pezzo troppo fragile durante il trasporto (Pensabene 1978b). Anche le colonne avevano del resto una fascia rilevata alle estremità che evitava sfregamenti e danni al resto della superficie: in esse sarebbero state realizzate le modanature di sommo ed imo scapo: Pensabene 1978a: 108; Barresi 2002: 72. 25 Altri soggetti molto diffusi sono Afrodite, Pan e Dioniso o i gruppi raffiguranti Leda ed il cigno, Satiro e Menade, Dioniso e Satiro, impiegate a volte nell’ornamento di trapezofori; si veda Arata 2005: 81, nota 340 (con bibliografia precedente). 16 17

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Fig. 11. La costa del Marchesato di Crotone con indicati i relitti delle naves marmorum individuate.

Fig. 12. Candelabro-portalucerna di ottone a stelo mobile. Museo di Capocolonna (Crotone).

Fig. 13. Bronzetto raffigurante la cattura della cerva cerinite da parte di Eracle. Museo di Capocolonna (Crotone).

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L’instrumentum di bordo ed il carico non marmoreo Una revisione dei materiali rinvenuti nel corso dell’indagine del 1983, effettuata durante i lavori per l’allestimento del museo archeologico di Capocolonna, inaugurato nel 2006, ha permesso però di accertare che la nave trasportava un carico misto, anche se certamente i marmi ne costituivano la parte più importante, come volume e come pregio. Il primo, importante, quesito che pone il relitto di Scifo è quindi sulle dinamiche e sull’organizzazione degli scambi26 e sulle modalità di commercializzazione di questa parte, per così dire residuale, del carico: è stato valutato, del resto, che per il commercio transmarino27 le merci d’accompagno costituissero il 20% del carico totale28. È possibile supporre sia un viaggio articolato, con l’acquisizione del carico in momenti successivi nei porti toccati dalla nave lungo le tappe del viaggio verso occidente oppure, come sembra forse più probabile vista la complessità dello stivaggio del carico di marmi, la formazione del carico in un grande porto commerciale (Efeso?)29. Alcuni oggetti si riferiscono sicuramente all’instrumentum della nave: pentole, casseruole, tegami, una padella di ferro, mortai, anfore (soprattutto riconducibili alle forme Kapitän I e II), una chiave ad anello e forse un’arma in ferro, di cui resta la concrezione, utilizzata dalla scorta che proteggeva la nave dalle incursioni dei pirati o dai ladri durante la sosta nei porti. La ceramica e le anfore sono tipiche dell’orizzonte egeo della media età imperiale30. Il numero di frammenti pertinenti ad olle ed a brocchette trilobate indurrebbe invece ad escludere che facessero parte dell’equipaggiamento della nave ma piuttosto a ritenerle elementi del carico, del quale faceva probabilmente parte anche un oggetto di pregio: un candelabro/portalucerne31 (fig. 12) di ottone32 a stelo mobile, con piede smontabile e pieghevole a forma di delfino con conchiglia in bocca; più complessa l’attribuzione di un bronzetto (fig. 13) raffigurante una delle fatiche di Eracle: la cattura della cerva cerinite33.

Un’attenta analisi dell’editto di Diocleziano (Duncan Jones 1974: 368) ha permesso di accertare che gli spostamenti su strada fossero da 28 a 56 volte più costosi rispetto alla stessa distanza percorsa via mare (cifre comparabili all’Inghilterra del XVII sec. o a quelle odierne dei paesi in via di sviluppo). Bisogna tuttavia aggiungere il costo di carico e scarico, e la minore possibilità di rottura data da un viaggio per mare. Le vie d’acqua interne, sempre molto più convenienti rispetto ad un trasporto via terra, erano invece 4.9 volte più care del trasporto marittimo. Protagonisti del commercio su vasta scala sono i mercatores e i negotiatores; è difficile stabilire in cosa consistesse in concreto la differenza tra i due gruppi, ma Rougé (Id. 1966: 290) ha convincentemente sostenuto che essa consistesse nella scala operativa. All’interno del commercio marittimo tre sono le figure principali: nauclerus, magister navis e navicularius; secondo Rougé i primi due sono sinonimi e indicano - grosso modo - gli agenti dell’armatore responsabili del carico e della sua vendita (Rougé 1966: 229-257). La proprietà imperiale del carico marmoreo, provata dai sigilli plumbei apposti sui blocchi in pavonazzetto, renderebbe suggestiva l’ipotesi che si possa essere verificato per le lastre di vetro quanto supposto per la ceramica; questa, infatti, può essere stata compresa in trasporti ufficiali dell’annona, specie in quanto i navicularii (che possono essere sia i finanziatori che i proprietari dell’annona, nel cui trasporto giocano un ruolo fondamentale) potevano aggiungere al carico una certa quantità di merci proprie, esenti da tasse (Jones 1964: 828; Rougé 1966: 376). Per l’organizzazione del commercio marittimo particolarmente sulla rotta oriente-occidente si veda Rougé 1966: 97-105; per l’analisi delle dinamiche commerciali relativamente alla ceramica cfr. anche Peacock 1997. 27 Sono documentati 1189 relitti (Parker 1992). 28 Parker 1984: 99-114; Sternini 1995: 127. 29 È possibile che alcuni elementi del carico fossero venduti via via nelle tappe del tragitto e reintegrati con prodotti acquistati in loco. 30 Racheli in c.s. 31 I candelabri, usati tanto nell’edilizia sacra che profana, pubblica o privata, erano oggetti di particolare pregio nel mondo romano e costituivano uno status simbol, segno della ricchezza e della raffinatezza del proprietario, che li ostentava negli ambienti di rappresentanza dell’abitazione. Per la tipologia del candelabro di Scifo, cfr. Pernice 1925: 19-20; Oberleitner et alii 1978, n. cat. 187 (da Efeso); Bailey 1996: tav. 133, n. cat. Q 3917. 32 L’ottone per l’età preclassica e classica è prodotto di gran pregio, tuttavia in età romana si diffonde dal II-I secolo a.C. e maggiormente da Augusto in poi (Giardino 1998: 189-191). 33 È possibile che facesse parte del carico o che costituisse un elemento cultuale; cfr. Lattanzi, in c.s. 26

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Fig. 14. Lastrine in scisto e marmo. Museo di Capocolonna (Crotone).

Fig. 15. Frammento di parete inv. 106.550. Museo di Capocolonna (Crotone).

Fig. 16. Frammento di parete inv. 106.550.

Sono state rinvenute anche alcune tavolette (fig. 14) di scisto e marmo, interpretate come una sorta di campionario; in alternativa poteva trattarsi di lastrine (coticula)34 impiegate come piccoli mortai per preparare colliri o cosmetici35. Infine alcuni esemplari di ceramica fine da mensa microasiatica, purtroppo molto mal conservati e frammentari.

Il vetro: vasi e lastre Lo scavo ha restituito cinque frammenti di vasi vitrei che è difficile attribuire al carico o all’equipaggiamento della nave.

Coticula significa pietra di paragone per saggiare l’oro e l’argento e il piccolo mortaio ricavato da essa e usato (Plin. XXXIII,126) dai medici per preparare collyria. 35 Patrizio Pensabene (Id. 2002: 37) ricorda un campionario da Aquincum presso il museo di Budapest. Per l’interpretazione di queste lastrine anche come piccoli mortai si veda l’attestazione di Plinio che ricorda la preparazione di colliri in coticulis (N.H. XXXI,100). Per l’evidenza archeologica si veda Guzzo 1974: 473, fig. 32, n. 100; Mercando et alii 1974: 194, fig. 67 (Porto Recanati, tomba 22), 391 (Porto Recanati, tomba II), 347; De Vos 1985: 27, fig. 11, tav. 63,7 (Settefinestre); Bailly 1994: 117, cat. n. 69, cat. n. 97 (scisto), cat. n. 98 (marmo), cat. n. 99 (Lione); Bliquez 1994; Paoletti 2002: 88, fig. 28; 39, 12 (Tomba di Luzzi, CS). 34

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CATALOGO

Fig. 18

n. 1 H cm 4.2 (cons.); largh. cm 4.5 (cons.); spessore cm 0.1. Inv. n. 106.550 (figg. 15-16). Frammento di parete di vaso a profilo convesso decorato all’esterno con due sottili linee parallele incise. Numerose bolle d’aria. Vetro soffiato incolore con leggera sfumatura verde acqua (Munsell N 7/ light gray). Cfr. Frost 1969: 12, fig. 4 n. 7.

L’esiguità del frammento non consente un’attribuzione puntuale (Ising 1957: 100-101, Calvi 1968: 57-58 fig. 142, tav. B, n. 536). Anche le bottiglie cilindriche, probabilmente destinate a contenere medicinali, di dimensioni minori e forse riferibili a produzioni orientali della seconda metà del II secolo, presentano affinità morfologiche con il frammento di Scifo: De Tommaso 1990: 79-80 (forma 63) (Stern 1991: 77-80) e la bottiglia Calvi 1968 gruppo C, classe 2, p. 147 (analoga ai vetri ciprioti e diffusa in Oriente) che sono legate per forma e tecnica di lavorazione con le hydriai con ventre a sezione rettangolare Calvi 1968, gruppo B, tav. 13,2; tav. D, 6 (di dimensioni sensibilmente inferiori attestate in Gallia, a Dura Europos e in Siria), pp. 82-83, I-II sec. d. C. Il tipo di orlo, che si può riferire a produzioni orientali, è attestato già su unguentari del I secolo d. C. (forma De Tommaso 18: De Tommaso 1990: 49-50), di dimensioni sensibilmente inferiori, attestati tra la tarda età augustea e l’età flavia tanto in Oriente quanto in Occidente (Stern 1977, n. 8; Hayes 1975, n. 229 da Cipro. Più vicini cronologicamente i balsamari del museo di Aquileia, importati dall’Egitto tra II e IV sec. d. C. e quelli siriaci del II sec. d.C., diffusi in Egitto, Siria ma soprattutto a Cipro: Calvi forma C a, 1 b, variante orientale (Calvi 1968 p. 133-140, tav. L, 5, n. 274. Un orlo simile presentano anche gli unguentari De Tommaso 65 (diffusi tra Asia Minore, Egitto, Siria tra la seconda metà

n. 2 Cm 5.8 x cm 3.8; spessore cm 0.05. Inv. n. 25.750. Frammento di parete di vaso a profilo convesso. Vetro incolore con leggera sfumatura verde acqua (Munsell N 7/ light gray); molto sfaldato e con patina bianca. Ricomposto da due frammenti. n. 3 Cm 3.7 x 3.4; spessore cm 0.35/0.05. Inv. n. 25.751. Frammento di parete a profilo convesso, il cui spessore diminuisce notevolmente, di colore verde acqua (Munsell N 5Y 7/1 light gray), sfaldato e con patina biancastra all’esterno. n. 4 Ø orlo cm 6.4; h. cm 4.1 (cons.); spessore cm. 0.5. Inv. n. 25.748 (figg. 17-18) Frammento di collo di bottiglia con orlo estroflesso, perpendicolare alla parete tagliato ed arrotondato, piano superiormente ed arrotondato inferiormente; collo leggermente ad imbuto; pareti spesse; vetro soffiato opaco verde chiaro (Munsell 5G 6/1 greenish gray).

Tra esse il Morin-Jean 1913 (ried. 1977): n. 80, p. 84) menziona un esemplare di Clemarais che reca un’iscrizione alla base FIRMI HILARI AD TYLOSIM AROMATICUM, ipotizzando che la tylosis fosse un’affezione delle palpebre e che questa bottiglia e quelle ad essa simili che portano il marchio FIRMI HILARI contenessero dei medicamenti (Trowbridge 1930: 150-151). 36

Fig. 17 515


del I sec. d. C. e il III sec. d. C.) e 66 (attestati in Palestina e a Cipro tra II-III sec. d. C.)37.

Tra gli oggetti del carico38 alcuni frammenti di lastre di vetro grezzo, destinato ad essere rifuso e lavorato a destinazione39:

n. 5 Ø orlo cm 5; h. cm 0.7 (cons.); spessore cm 0.05. Inv. n. 25.749 (fig. 19). Frammento di fondo, convesso inferiormente e umbilicato superiormente, di vaso con basso piede ad anello; vetro incolore con sfumatura verde acqua (Munsell 5Y 7/1 light gray). Forma Isings 85 a: coppa con basso piede ad anello databile al II sec. d. C. Cfr. Isings 1957: 101; Jennings 2004-2005: 81, fig. 4.14.1 (seconda metà del II sec. d. C.).

n. 7 Cm 22 x 10; spessore cm 4.2-4.6. Inv. n. 106.551 (figg. 21-22).

Fig. 19

n. 6 H cm 3.2 (cons.); largh. cm 2.7 (cons.); spessore cm 0.4. Inv. n. 153.121 (fig. 20). Frammento di parete; vetro soffiato; colore verde turchese (Munsell 5 G 6/2 pale green).

Figg. 21-22 È da notare che il carico del relitto deve aver subito parecchie azioni di disturbo: innanzitutto da parte dei pescatori, cui si deve la segnalazione del relitto all’inizio del ‘900 (Sculco 1910; Orsi 1911); in un secondo momento per effetto dell’azione di dragaggio dell’impresa Forcellini che tentava di recuperare massi per il costruendo nuovo porto di Crotone (Orsi 1921: 496) e per le condizioni del recupero dei marmi stessi: Paolo Orsi (Id. 1921: 493) parla di “due giorni di disperato lavoro”; infine, in tempi più recenti, ad opera dei subacquei dilettanti, che non possono non essere stati attratti da questi reperti, facilmente visibili e particolarmente appariscenti sott’acqua. Non è da escludere, vista la limitata profondità del relitto (forse in antico, per i fenomeni di sprofondamento di questo tratto della costa jonica, ancora minore) che questa parte del carico, che conservava un discreto valore economico ed era relativamente leggera, sia stata recuperata in parte già in antico. Sappiamo, del resto, dell’esistenza di questa pratica, soprattutto nei porti, affidata agli urinatores, specializzati nel recupero di carichi affondati, di cui è attestata una corporazione a Roma (CIL VI, 1872). 39 Per una bibliografia sul vetro grezzo dall’età del bronzo all’ellenismo si veda Stern 1999a: 23-24, note 1523; per l’industria del vetro della prima età romana cfr. Lightfoot 2003: 341-347; Stern 1999b. Per la distinzione tra la produzione e la lavorazione del vetro si veda Harden 1968: 15, nota 1. 38

Fig. 20 Il vetro è un materiale privilegiato per la conservazione di profumi, unguenti e medicinali. Prodotti orientali sono ampiamente documentatati in Italia per tutto il II sec. d.C.; ancora limitati in età traianea, il loro numero cresce in età antonina, in conseguenza del progressivo spostamento dell’industria degli unguenti dal centro dell’impero verso le regioni periferiche, tra cui una posizione dominante occupano Siria, Egitto e Cipro. È noto il balsamum judaicum, prodotto nei giardini di Gerico, passati nel patrimonio imperiale (Baldacci 1969); l’industria degli unguenti si sposta verso la periferia (Siria, Egitto, Cipro e le città renane) (De Tommaso 1990: 110-112). 37

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Frammento di lastra di vetro grezzo color verde smeraldo, scheggiata. Le modalità di raffreddamento hanno determinato un profilo convesso della faccia superiore, in cui sono evidenti numerose bolle d’aria, mentre le irregolarità della superficie su cui la lastra si è raffreddata hanno lasciato traccia nella faccia inferiore. Presenta tracce di scheggiatura dovute a percussione. Superficie liscia. n. 8 Cm 25 x cm 18.5; spessore cm 4.7 - 4.1. Inv. n. 25.746 (fig. 23). Frammento di lastra di vetro grezzo analogo al precedente; colore verde smeraldo. Presenta tracce di scheggiatura dovute a percussione e profonde crepe; lo spessore varia, come se la lastra si fosse raffreddata su una superficie non perfettamente piana. Superficie liscia.

Fig. 25

de oliva (Munsell 5 Y 5/4 olive). Presenta tracce di scheggiatura dovute a percussione. Superficie porosa. n. 11 Cm 3.5 x cm 2.3; spessore cm 1.8. Inv. n. 153.147 (fig. 26a ). Frammento di bordo di lastra di vetro grezzo; colore verde oliva (Munsell 5 Y 5/4 olive). Il lato aderente alle superfici di raffreddamento presenta uno spessore maggiore, in conseguenza delle modalità del processo stesso. Superficie porosa. n. 12 Cm 3.3 x cm 3; spessore cm 1.8. Inv. n. 153.146 (fig. 26b). Angolo di lastra di vetro grezzo; colore verde oliva (Munsell 5 Y 5/4 olive). I due lati dell’angolo presentano uno spessore maggiore, in conseguenza delle modalità del processo di solidificazione lungo le pareti della superficie di raffreddamento. Superficie porosa.

Fig. 23

n. 9 Cm 7.3 x cm 4.6; spessore cm 4.5. Inv. 106.551 b (fig. 24). Piccolo frammento di lastra di vetro grezzo; colore verde smeraldo, analogo al precedente. Presenta tracce di scheggiatura dovuta a percussione. Superficie liscia.

n. 13 Cm 3.5 x cm 2.3; spessore cm 1.8. Inv. n. 153.145 (fig. 26c). Frammento di lastra di vetro grezzo; colore verde oliva Munsell 5 Y 5/4 olive. Superficie porosa. n. 14 Cm 4.9 x cm 4.6; spessore cm 1.9. Inv. n. 153.128 (fig. 26d). Frammento di lastra di vetro grezzo, costituito da grumi irregolari e appuntiti. Colore verde oliva (Munsell 5 Y 5/4 olive).

Fig. 24

n. 10 Cm 11.7 x cm. 8.6; spessore cm 1.9. Inv. n. 25.747 (fig. 25). Frammento di lastra di vetro grezzo; colore ver-

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a

b

c

d

Fig. 26. Frammenti di lastra di vetro grezzo.

Questo tipo di lastra è il secondo prodotto del processo di calcificazione delle materie prime, ottenuto mediante la fusione della fritta, già parzialmente depurato e pronto per essere rifuso e lavorato. Il commercio del vetro è, infatti, come è noto, molto diverso da quello della ceramica, in quanto, grazie alla possibilità del vetro di essere rifuso, si avvicina maggiormente a quello dei metalli; per un arco cronologico molto ampio, addirittura dall’età del bronzo, osserviamo una tendenza a commercializzare su vasta scala il vetro grezzo, con un’interazione tra officine primarie e secondarie, ciascuna specializzata in una fase determinata della lavorazione del vetro40. Sappiamo che le officine primarie erano concentrate lungo la costa orientale del Mediterraneo41,

Sternini 1995: 135. Tra I e III secolo d.C. si può notare una grande omogeneità nella composizione del vetro grezzo, tale da far supporre quindi pochi luoghi produzione (officine primarie): i blocchi rinvenuti in contesti urbani, nelle officine, in luoghi di transito, depositi portuali e relitti permettono di ricostruire un grande commercio di prodotti semifiniti (Foy 2003: 24). 41 L’Egitto è ricordato soprattutto per la produzione del vetro incolore; sappiamo che ad Alessandria venivano impiegate nella fabbricazione del vetro terre vetrose reperibili solo in Egitto: Strabo, XVI, 2, 25; cfr. anche Ateneo, Deipn., XI, 784c. Pani di vetro in officine sono stati rinvenuti a Tell el Yaûdîyeh (piccoli pani di vetro rosso, databili al 1200-1090 a.C.) e a Wadi El-Natrum (frammenti di fritta) (Sternini 1995: 146; Nenna 2000); sono identificabili due gruppi chimici (Wadi Natrun e rive del lago Mariot) ma per vetri non esportati in Occidente, documentati dai rinvenimenti di Alessandria (Foy 2003: 24). Officine primarie per la lavorazione del vetro sono attestate lungo la costa siro-palestinese in Israele (Beth Shearim, Haifa, dove è (stata messa in luce un’enorme lastra datata al IV-VII sec. d. C. ma forse anche più tarda (araba); Gerusalemme; Kafr Yasif (masse di vetro grezzo) di V-VI sec. d.C.: Sternini 1995: 179; Jalame: vetro grezzo Sternini 1995: 179; Samaria: tracce di lavorazione nell’area del Foro dove sono state rinvenute masse di vetro fuso spesse cm. 1-2 di colore verde azzurro e verde oliva, oltre ad altri materiali, databili al IV o V sec. d.C., Sternini 1995, pp. 177-180 con bib. precedente) ed in Libano (Beirut; Sidone: Sternini, p. 186 con bib. precedente). Strabone (XVI, 2.25) ricorda le ottime sabbie, raccolte tra Tolemaide e Tiro, trasportate e fuse a Sidone, definita da Plinio artifex vitri (N.H. V, 76); Luciano ricorda il vetro proveniente da questa località come termine di paragone per la sua trasparenza (Amores, 26). Un’officina primaria è stata ipotizzata anche nell’isola di Creta, a Cnosso, tra il tardo II ed il III sec. d.C. (Sternini 1995, pp. 170-173 con bib. precedente). In Anatolia (Sternini 1995, pp. 197-198 con bib. precedente) una matrice in pietra, purtroppo fuori contesto, è stata rinvenuta a Bogazköy; la lavorazione del vetro è attestata fin dall’età del bronzo dal rinvenimento ad Atchana di un frammento di lingotto e di due scorie di vetro rosso opaco, datate al XV sec. a. C.; a Sardis abbiamo varie testimonianze di produzione vetraria: frammenti di crogioli (uno degli inizi del V sec. d. C., altri detti genericamente pre-bizantini), masse e pani in vetro datati al 400-616 d.C., frammenti di argilla vetrificata, gocce di vetro e frammenti di vasi deformati (Sternini 1995: 197-198). Per le officine della costa sud-orientale del Mediterraneo, tra Egitto e Siria si veda, ad esempio, Harden 1936; Harden 1944-1945: 81-95; Habdul-Hak 1965: 26-34; Kunina 1973: 101-150; Barag 1981: 73-81; Silvano 1988: 58-69; Freestone, Gorin Rosen 1999; Freestone, Gorin Rosen, Hughes 2000; numerose officine primarie e secondarie sono state individuate da Haifa e Tel Aviv (notevole sono quelli di Bet Eli’Ezer, Hadera della fine VII-inizio VIII sec. d. C.); in età imperiale le officine siro-palestinesi, molto dinamiche, dominano il mercato (Foy 2003: 24) ma subiscono una concorrenza dal II-III sec. d. C. (Foy, Jezogou 2003). Per l’ipotesi di un unico centro di produzione del vetro grezzo si veda la comunicazione di Picon in Gialanella 1999: 157-158 e, per i vetri di Jalame, Davidson Weinberg 1988. 40

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Fig. 27. Carta di distribuzione dei relitti con carichi di vetro grezzo (rielaborazione da Sternini 1995).

tra Siria, Fenicia ed Egitto; da esse partivano i carichi di vetro grezzo che, sotto forma di masse, pani, lingotti o lastre raggiungevano l’Europa42, ma anche l’India e l’Etiopia43. Plinio44, dopo aver ricordato la storia della scoperta della produzione del vetro da parte dei fenici sulle rive del fiume Belo, aggiunge che ai suoi tempi il vetro è prodotto, oltre che a Sidone, anche in Campania, sul fiume Volturno tra Cuma e Literno, in Gallia e Spagna, precisando le fasi della lavorazione con la duplice cottura del materiale vetroso. Alle attestazioni dei siti terrestri si aggiungono quelle relative al commercio transmarino, cui si riferisce la testimonianza di Cicerone45, che nella Pro Rabirio Postumo attesta l’arrivo a Pozzuoli di

Officine vetrarie che impiegano vetro grezzo sono state individuate dall’estremo ovest fino all’Europa orientale (Sternini 1995: 149-199). In Italia l’impiego di vetro grezzo è attestato a Roma, dove nella Basilica Hilariana sul Celio è reimpiegato un blocco di vetro grezzo databile tra II e VI sec. d.C. (Sternini 1995: 181) e a Torcello, dove è stata rinvenuta una massa vetrosa di fritta anche se le analisi effettuate escludono che si possa trattare di un’officina primaria di VII-VIII sec. (Sternini 1995: 185). 43 Il commercio del vetro grezzo nell’Egitto romano è descritto nel Periplus Maris Erythraei, capp. 49 e 56 (Müller 1855: 257-305; Vasson 1989) (l’opera è datata tra il 30-230 d.C., anche se recentemente ne è stata riaffermata la datazione alla metà del I d.C.): è ricordata l’esportazione di vetro grezzo verso Barugaza, sulla costa nord Occidentale dell’India, e Limurike, area sud occidentale dell’India, oltre che di vasi verso l’India e l’ Africa, verso cui provenivano importazioni anche dall’Arabia). Per il rinvenimento di pani in vetro lungo le piste carovaniere si veda Brun 2003, che ipotizza una produzione forse egiziana per i vetri di provenienza sconosciuta trovati in occidente tra IV e V sec. d.C., il cui colore preponderante, tendente al giallo e al verde oliva, farebbe pensare ad un contenuto di ferro ferrico per i vetri di questo colore, poco attestati in Siria e Palestina e bene in Egitto. Accenni a traffici di vetro anche in Plinio (N.H., XII, 19), che ricorda gli scambi tra l’Etiopia (cinnamomo) e la città di Okelis (vetri); per l’esportazione di vetri in India si veda: Stern 1991. 44 Plin., N.H., XXXVI, 191-194. 45 Pro Rabirio Postumo, XIV, 40: “Fallaces quidem et fucosae e chartis et linteis et vitro”. 42

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navi cariche di frammenti e lingotti di vetro. Una decina circa di rinvenimenti, soprattutto da relitti46 (fig. 27) offre l’evidenza materiale di un’interazione tra officine primarie e secondarie che dall’età del Bronzo prosegue ininterrottamente fino al pieno medioevo47. Veniamo al secondo problema: la provenienza del carico. Possiamo ipotizzare la rotta della nave di Scifo: probabilmente il marmo fu imbarcato a Nicomedia, dove affluivano sia il pavonazzetto dalle cave di Docimium (attraverso il fiume Sangario e per un breve tratto via terra) che, via mare, il proconnesio. In alternativa è possibile che la nave fosse partita da Efeso, dove il pavonazzetto sarebbe giunto tramite il fiume Meandro48 (fig. 28).

Per la commercializzazione del vetro grezzo, rivenduto sotto forma di lastre o di masse irregolari si veda la sintesi di Sternini 1995: 128-133. Età del Bronzo - Relitto di Ulu Burun, presso Kas (costa meridionale Anatolia), databile al XIV sec. a.C.; l’imbarcazione navigava verso occidente con un carico imbarcato in un porto della costa siro-palestinese o cipriota (Pulak 1998: II), costituito da lingotti di rame e stagno, ceramica cananea, resina, e vetro grezzo sotto forma di 170 lingotti verdi, blu o ambra, la cui forma indicherebbe un’origine egiziana e che risultano chimicamente uguali ai vetri egizi della XVIII dinastia ed alla composizione chimica dei monili micenei, oltre che da un’anfora colma di perle di vetro (Bass 1986: 278; Pulak 1988: 282; Sternini 1995: 128; Pulak 1998: II, 14, 35; Foy 2003: 24). III - II sec. a.C. masse di vetro grezzo nei relitti: - Sanguinaire A (golfo di Ajaccio), fine del III (inizi II?) sec. a.C.: una tonnellata ca. di vetro grezzo blu cobalto in blocchi di piccola taglia di vetro grezzo. Ateliers 1991: 55; Sternini 1995: 130; Alfonsi-Gandolfo 1997; FoyVichy-Picon 2000: 52; Foy 2003: 24. - Lequin 2 (fine del III sec. a. C.) (Pointe Lequin all’Isola di Porquerolles): vetro grezzo di colore blu, insieme ad anfore greco italiche e vernice nera; inedito: prima notizia in Pomey et alii 1992, I, 36-59; Sternini 1995: 130; Foy-Vichy-Picon 2000: 52. - Jaumegarde A, sulla costa meridionale della Francia (100 - 25 a.C.); è possibile che ci siano più relitti, quindi indistinguibili (Carrazé 1972: 85-86; Parker 1992: 221; Sternini 1995: 130) ; Foy-Vichy-Picon 2000: 52. - Epave de la Tradelière, al largo delle isole Lérins (30 a.C ), che ha restituito tracce di vetro grezzo: Foy 2003: 24. I-II sec. d.C. - Porto di Narbona (Nautique): lingotti provenienti da un carico affondato o caduti durante un trasbordo (I sec. d.C.) (Feugère 1992, fig. 16: lingotti colore giallo oliva; Foy-Vichy-Picon 2000: 52). II –III sec. d. C. - Relitto di Capo Glavat - isola di Mljet (Dalmazia meridionale) (Jurisic 2000: 61-63, con bibliografia precedente; Parker 1992: 278): frammenti di lastre di vetro grezzo (II sec. d.C.). - “Relitto del vetro” a Malamocco, nella laguna di Venezia. Il relitto, che ha restituito vetro grezzo, è stato inizialmente datato ad età post-medievale (D’Agostino 1990; D’Agostino 1996). Il rinvenimento di materiali di II-III sec. d.C. e la composizione stessa del vetro, che porterebbe a supporre la medesima epoca, ha reso problematica la datazione del relitto, inducendo anche lo scavatore a rivedere la proposta di datazione (D’Agostino in Radic Rossi 2009: 197). - Relitto Ouest-Embiez 1: 165 chili di vetro grezzo (carico principale), oltre a coppe vitree e vetri da finestra (III sec. d.C.) (Foy, Jézegou 1997a; Foy, Jézegou 1997b; Foy, Vichy, Picon 2000: 52; Foy, Jézegou 2003: 000; Fontaine, Foy 2007). III-V sec. d.C. - Relitto della baia di Mellieha (Malta) (fine II - inizi III d.C.): masse di vetro grezzo marrone, mortai forse di origine siriana, anfore greche e blu egiziano. Parker, in base al contenuto di antimonio del vetro ed agli inclusi dei mortai (non bollati), suggerisce un’origine nord italica, forse da Aquileia, piuttosto che dal sud Italia come ipotizzato dallo scavatore (Frost 1969: 11-13; Parker 1992: 274 -275; Sternini 1995: 132). 47 Per l’apporto alla problematica del rapporto tra officine primaria e secondarie offerto dall’interazione tra le analisi di laboratorio ed i dati archeologici, basato su contesti francesi, si veda soprattutto Foy-Vichy-Picon 2000. 48 Pensabene 1978: 113; Pensabene 2002: 78. 46

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Le officine vetrarie sono concentrate più a sud, sulla costa del Mediterraneo orientale; un secolo dopo il naufragio della nave di Scifo l’edictum de pretiis49 cita due qualità di vetro: l’alexandrinum, probabilmente decolorato, molto più pregiato di quello judaicum, probabilmente non decolorato e spesso verde azzurro o verde oliva, come quello delle lastre del relitto “Orsi” di Scifo. Un indizio potrebbe venire da un frammento di mortarium con largo labbro leggermente pendente ed arrotondato superiormente; sul labbro è presente un bollo50 in cartiglio rettangolare BELLICI ZMARAGDI51.

Fig. 28. Rotta della nave di Scifo (da Pensabene 1978a).

Il prezzo del vetro, di due qualità alessandrino e giudaico (Barag 1985: 113-116), è espresso in libbre (Ed. 16, 1a6): vetro alessandrino per tazze e vasi lisci: denari 30 x libbra, vetro alessandrino denari 24, vetro giudaico per tazze e vasi lisci: denari 20; vetro giudaico verdastro: denari 13; vetro per finestra di prima qualità: denari 8, di seconda qualità: denari 6 (Giacchero 1974; Paolichetti 2000: 45). 50 Cfr. Arslan 2002: la massima produzione di esemplari bollati si ha nel I-II sec. d. C.; dalla seconda metà del II i bolli sui mortai scompaiono. 51 Fr. di mortarium con parete convessa, largo labbro estroflesso, leggermente pendente ed arrotondato superiormente; sulla faccia superiore del labbro e perpendicolarmente ad esso è presente un bollo in cartiglio rettangolare con lettere rilevate BELLICI ZMARAGDI. Molto probabilmente il bollo è immediatamente adiacente al versatoio, incassato ed aperto ad imbuto verso l’interno, lungo il cui margine si è determinata la frattura, molto regolare. Argilla durezza media, granulosa, porosa; frattura irregolare; sensazione al tatto ruvida; numerosi inclusi grandi e medi bianchi e bruni e minuscoli lucenti; colore M. 5 YR 6/6 reddish yellow (il nucleo interno è più scuro); superficie esterna, colore Munsell 7.5 YR 6/7 light brown, mostra alcuni grandissimi inclusi bianchi, bruni, piccoli neri e minuscoli lucenti; inv. n. 25.753; h. cm 10 (cons.), largh. cm 28 (cons.). Misure bollo cm 4.9 x 2.3. 49

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L’officina di produzione di questi mortaria, che usano nei bolli indifferentemente il greco ed il latino, è stata identificata da J.W.Hayes52, sulla scorta di una segnalazione di H.Frost, nelle vicinanze di Ras el-Basit (identificata con l’antica Poisideion, a circa venticinque chilometri a sud ovest dei monti dell’Oronte); identica l’argilla e la forma del vaso, che si può osservare nell’esemplare integro dell’Agorà di Atene P.20013; il ritrovamento del relitto “Orsi” di Scifo potrebbe permettere, tra l’altro, di anticipare di circa un secolo la datazione proposta dall’Hayes per questi oggetti, la cui area di distribuzione si concentra principalmente lungo le coste orientali del Mediterraneo e nell’Egeo meridionale, anche se attestazioni isolate si hanno anche a Roma e in Dalmazia, Germania e Britannia. La cronologia e la composizione del carico non marmoreo della lapidaria navis naufragata nella baia di Scifo sono analoghi a quelli del relitto di Mellihea53. Lo Hayes inoltre precisa che l’argilla di questi mortai contiene tracce di polvere di vetro (adularia)54, lasciando supporre una stretta vicinanza tra officine ceramiche e vetrarie.

Hayes 1967. Il relitto fu scavato da Frost nel 1967 (Frost 1969). Cfr. anche Frost 1969; Parker 1981b: 322-323; Harden 1973; Parker 1992; 274, n. cat. 691 (mortaria siriani, pani di vetro, anfore Kapitän I ed altre di origine greca; datazione: 200-250 d. C.). 54 Tali tracce sono state individuate anche nell’argilla dei mortai del relitto di Mellihea (Frost 1969: 20) mentre non sembrano essere presenti nell’argilla del mortaio del relitto Orsi di Scifo. 52 53

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Vetro nella Crotoniatide: tra Petelia e Crimisa Roberto Spadea, Agnese Racheli In 2004 I offered together with Alfredo Ruga, the first data about the marketing of glass products between Petelia and Crotone in the 1rd century A.D. In this paper I examine the local context in the period in which Rome settles in Crotoniatide through two different institutional forms: the municipium (Petelia) and the colony (Croto). It is an opportunity to enrich the previous catalogue with the archeological documents from Palopoli Collection, which today is shown at the small but valuable Museum in Torretta di Crucoli. The analysis does not lead to new general results compared to the previous ones, but it adds something new to the small and meaningful catalogue which sees Petelia as the heart of trade and production, in line with what happens in other major markets of the Roman world.

Nel 2004 con Stefania Mancuso e Alfredo Ruga si era tentato di presentare un quadro delle produzioni in vetro che interessavano tre centri di grande importanza per il Brutium romano: Scolacium, colonia graccana rifondata da Nerva, Crotone, colonia romana dal 194 a.C., e Petelia, municipium dopo il passaggio di Annibale. Un progetto, da dire subito, piuttosto ambizioso che si proponeva di raccogliere il materiale più significativo, catalogandolo, classificandolo ed inquadrandolo nell’ambito delle infinite e ripetitive varianti. Era possibile con questo aggiungere la classe dei vetri (per lo studio della quale è da rammentare la traccia aperta brillantemente da Agnes Bencze alla fine degli anni Novanta del secolo scorso1) a quella delle merci che caratterizzano alcuni ambiti cronologici assai importanti dell’Impero romano e qui il riferimento è per le sigillate italiche, quelle africane, le orientali nonché per il più grande mercato delle derrate e dei contenitori, oltre agli altri manufatti d’uso quotidiano. Come è stato dimostrato è questo un periodo di grande crescita per Scolacium, giustamente vista da Agnese Racheli come un emporio affacciato sul mare Jonio2. Diversa invece la situazione di Crotone e Petelia, che sono più a Nord (fig. 1): uscita ridimensionata, la prima, dopo le guerre annibaliche, se la colonia di Roma fu fondata sul promontorio di Capo Colonna3 a seguito dello spopolamento e dell’abbandono dell’antico abitato (qualche dubbio comincia ad insorgere, stante ancora la presenza romana nel sito della città greca verso la collina del Castello. Il problema resta aperto.). Petelia, invece, staccata e ubicata a poca distanza da Crotone, assume maggiore rilievo nella geografia bruzzia dopo la seconda guerra punica.

Bencze 1995. Racheli 2005: 133. 3 Spadea 2004: 521-522. 1 2

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Fig. 1. Corografia della Calabria centrale antica.

E’ bene dire da subito che per l’argomento delle produzioni in vetro questo intervento aggiungerà poche novità al catalogo redatto da Alfredo Ruga nel 20044 del quale restano ancora valide le schede e le conclusioni e dove si poteva constatare, cosa del resto assai ovvia, come, nell’area compresa tra Crotone e Petelia, forme e motivi ripetuti e standardizzati richiamassero una moderna “globalizzazione” del mercato locale. Più di una volta ed in altre sedi è stato messo in evidenza il ruolo di queste due città con l’avvento di Roma. Inutile ritornare sul ruolo assunto con la presenza di Roma da Petelia fedele alleata di questa, che, poco dopo la fondazione della colonia Croto (194 a.C.), sembra assurgere a punto di riferimento, se nelle liste dei theorodokoi, sarà il theorodokos petelino Ophallios, di cui è evidente la radice italica del nome, ad accogliere i theoroi. Ma se questo riconoscimento può riferirsi ad una precisa fase che è quella del nuovo assetto del territorio, nondimeno non ci sembra di cogliere più avanti, attraverso la documentazione archeologica, una prevalenza o importanza maggiore di un centro rispetto all’altro. Ci limiteremo in questa sede a ricordare che nel corso del I secolo d.C. due famiglie di evergeti, i Megoni Leone a Petelia e i Futii Lolliani a Crotone, oggetto di studio da parte di Roberto Spadea, Roberta Belli Pasqua e Maria Letizia Lazzarini5, impostano lo stesso programma di onori ed elargizioni per persone appartenenti alla loro cerchia. Dallo studio comparato dei testi è possibile inferire dati importanti per le comunità di Crotone e Petelia con ipotesi di lavoro sulla topografia dei due centri. Aggiungendo poi alcune considerazioni sui materiali che una ricerca in costante progresso consente di ampliare (ma permetteteci di ricordare che gran parte del patrimonio petelino ha subito gravi colpi dall’archeologia clandestina), dovremo dire che ancora non è possibile formulare ipotesi definitive su quantità, evoluzioni degli standard qualitativi, preferenze, in un’area, caratterizzata, come prima si accennava, dagli stessi tipi e forme. Prima di presentare i materiali si ritiene importante una piccola digressione sullo stato di Crotone e Petelia all’inizio dell’Impero per comprendere quali movimenti interessassero le due città.

4 5

Ruga 2007. Lazzarini 2008.

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Fig. 2. Panoramica dell’odierno centro di Strongoli.

Crotone

Partendo da Crotone si osserverà come si è già detto in precedenza che la superficie della città era assai ridotta e per numero di uomini e per spazi abitati6. Ma questo non significa un totale abbandono. Della gente greca, a quanto pare, solo pochi gruppi, fra i quali quello degli ottimati, si erano arroccati sulla collina del Castello o avevano lasciato la città al momento del passaggio di Annibale. Nel grande spazio urbano doveva continuare in modo assai ridotto la vita con piccoli nuclei di greci e italici e l’attività portuale era ancora in essere (gli stessi theoroi non possono che avere approdato in questo porto, ancora il più noto nelle rotte che percorrevano la costa jonica). Il porto sembra essere ancora l’unica attività per tutto lo spazio di tempo tra la fondazione della colonia romana e il I secolo dell’Impero (basterebbe per questo richiamare un inciso da una lettera di Cicerone ad Attico nel 49 a.C. dove il porto di Crotone appare attivo e vitale7). L’antica città, come bene ha rilevato il Costabile8, è prostrata, ma non privata della sua autonomia. Ciò consente di pensare ad un abitato ridotto, ma sempre presente. La documentazione archeologica fin qui conseguita non permette di formulare ipotesi sulla cronologia della formazione di un nuovo nucleo abitato sul luogo della città greca. Intorno alla prima metà del I secolo d.C. tracce di interventi edilizi fanno pensare ad un’urbanizzazione più consistente. Lo spazio è ristretto intorno alla collina del Castello. Gli scavi della Soprintendenza hanno individuato resti di abitazioni e sepolture nella fascia, che da Piazza Pitagora va verso occidente (tombe del Municipio e della Banca Popolare di Crotone) e verso oriente sul limite della collina del Castello. Frammenti di tracciati stradali, che dall’abitato si spostano verso il territorio, sono stati scoperti in un cantiere della via XXV Aprile; una zona pubblica ha molte probabilità di essere rintracciata nello spazio della piazza del Duomo, che sembra essere stata originariamente concepita come area aperta e dove sono stati individuati livelli della prima età imperiale9. Potrebbero essere attribuiti a questo spazio le tre grandi

Spadea 2004: 520-521. Cic. Ad Att. IX, 19, 6. 8 Costabile 1984: 88. 9 Spadea 2004: 533. 6 7

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basi dei Futii10, di cui si è detto prima, comparsi nel corso del secolo scorso in aree intorno alla collina del Castello. Si tratta di basi in cui, oltre all’erezione di statue, si prevedono stanziamenti di denaro a favore della popolazione per celebrare periodicamente i personaggi onorati. Le iscrizioni hanno una sicura affinità con i grandi cippi della gens Megonia a Petelia. Il quadro archeologico, come si diceva, non è certo consistente, ma è da aggiungere che le indagini devono ancora considerarsi all’inizio. Vale la pena comunque richiamare la pregnante immagine che Petronio ricostruisce per Crotone romana definendola un “oppidum impositum arce sublimi”11 e passare ad un’altra realtà, Petelia, cui in questo momento viene attribuito rispetto a Crotone un ruolo di maggior rilevanza.

Petelia

Il centro (fig. 2) è ubicato sui rialzi che dominano la valle del Vitravo, affluente del fiume Neto, e guarda alle spalle l’importante altura delle Murgie, luogo di insediamenti che dall’Età del Ferro proseguono, quasi senza soluzione di continuità, sino alla prima metà del III secolo a.C.12 Del centro di Petelia si raccolgono importanti documenti sin dal V secolo a.C. dai quali si apprende che la città gravitava nell’orbita di Crotone. Nota da Strabone come metropoli dei Lucani13, successivamente (seconda metà del IV secolo a.C.) Petelia diventa brettia e i Brettii faranno di Petelia un importante punto di riferimento tra i loro insediamenti lungo la costiera jonica a Sud di Punta Alice. Non è possibile con i dati a disposizione avanzare ipotesi concrete sullo schema urbanistico originario dell’abitato petelino. Maggiori informazioni è possibile trarre per l’età romana. Restano ancora le tracce della precedente occupazione brettia e, accanto a queste, si osserva un’organica divisione degli spazi con un’area segnata da vie parallele che si innestano a pettine su due assi viari principali (fig. 3), il primo nordsud che si ricollegava alla viabilità extra urbana e il secondo, con andamento est-ovest, seguiva la conformazione del pianoro14. Le diverse orditure della maglia urbana sono state verificate nel corso degli scavi del metanodotto, condotti dalla Soprintendenza, e si giustificano pensando alla necessità di un razionale sfruttamento della particolare morfologia dell’altura sulla quale si adagia Strongoli. Nella zona bassa si identificano i due diversi settori del Foro scavati alla fine del XIX secolo e nel corso degli anni Sessanta appena trascorsi. Di particolare importanza è stato il rinvenimento nella zona compresa tra la via XXV Aprile e la Vigna del Principe di una delle basi di Megonio Leone, la cui iscrizione, come noto, recita che essa doveva essere collocata nel Foro superiore. Questa indicazione implica l’esistenza di un Foro inferiore. Tenuto conto del difficile articolarsi degli spazi petelini questa divisione non desta difficoltà: il Foro era organizzato su due livelli e doveva essere localizzato nella della Vigna del Principe15. Intorno all’area del Foro è da segnalare l’esistenza di un complesso sacro con iscrizione di Sex.Cedicius e A.Herius due dei IIIIviri quinquennales, che dedicano un tempio a Giove Ottimo Massimo16. Inoltre in prossimità dell’area del Foro, già in età imperiale, è nota l’esistenza di un complesso termale con fistule plumbee marcate con stampiglia Petelia17.

CIL X, 107, 108, 110. Petr., Satyr., 116. 12 Makalla 1983-1984. 13 Strabo, VI, 1, 3. 14 Spadea 2004. 15 L’indicazione proviene dalla seconda base iscritta dedicata a Manio Megonio Leone scoperta nel 1892 ed ora conservata nel Duomo di Strongoli. Cfr. in proposito Luppino 1982: 665, cui si deve lo studio più importante sull’ubicazione del foto petelino. 16 Luppino 1982: 665. 17 CIL X, 115. 10 11

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Fig. 3. Planimetria dell’odierno abitato di Strongoli. In colore arancio sono segnati i principali assi urbani antichi.

Un’ultima annotazione per lo stato del territorio intorno alle città. Qui pare di poter parlare di una campagna che si allontana ed isola i centri abitati, inquadrandosi fra praedia e latifundia propri di questo periodo. Non sono note al momento sepolture di età repubblicana nelle necropoli che si dispongono lungo le vie d’accesso in località “Lazzovino”, “Cento Carrolle” e “Fondo Castello” (fig. 3), dove sono state identificati e scavati monumenti funerari risalenti all’età imperiale18. Il riferimento principale è ai ricchi corredi funerari delle “Manche”, purtroppo saccheggiati, tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo appena trascorso da un “archeologia clandestina”, ancora attiva e di cui Strongoli è tra i principali epicentri. Materiali provenienti da precedenti saccheggi sono in tempi passati fortunosamente pervenuti a collezionisti locali, come la Famiglia Palopoli di Torretta di Crucoli ed hanno permesso di passare in rassegna un ricco panorama di produzioni, e locali e di importazione, con bronzi, coroplastica e ceramica a figure. Ed a materiali delle collezione Palopoli, il cui Museo è stato inaugurato ad ottobre 2010 e al cui ordinamento abbiamo lavorato, faremo riferimento nel nostro intervento. La qualità e quantità del materiale che, senza soluzioni di continuità, copre il quadro della Petelia osco-lucana scendendo fino a Petelia municipium di Roma, la distanziano dai comprensori vicini attribuendole un ruolo di assoluto rilievo e autonomia. Con i dati provenienti dagli scavi, deve rilevarsi a Petelia dominante la presenza di prodotti di Roma dalle ceramiche in pasta grigia, alle sigillate orientali, alle pareti sottili, alla sigillata italica, a quella a vernice rossa interna e ai contenitori anforici come Dressel 1 e Dressel 2/4 ben presenti nei contesti petelini. I ritrovamenti in vetro che presentiamo inquadrano forme consuete e corsive caratterizzate da un’uguale presenza di tipologie che bene rappresentano quella “globalizzazione” del mercato in questo 18

Capano 1980.

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Fig. 4. Unguentario forma Is. 8.

Fig. 6. Unguentario forma Is. 26.

Fig. 5. Unguentario forma tubolare conica.

Fig. 7. Unguentario forma Is. 26.

Fig. 8. Unguentario forma Is. 28a.

momento e che soddisfano le esigenze più disparate: da quelle del vivere quotidiano al costume funerario (corredi che in associazione ad altri materiali permettono di calibrare le cronologie). Il nuovo catalogo si riferisce ai materiali della collezione Palopoli e gli oggetti più significativi sono stati esaminati nel corso dell’allestimento del Museo. In questa sede si vuole offrire l’anteprima dello studio da noi avviato, ritenendo che valesse la pena di enumerare le forme principali del resto note nella classificazione Isings, oltre che nei repertori della Biagio Simona e della Calvi. Ed è quella dei balsamari in vetro soffiato la forma predominante ricordando che questi presentano numerosissime varianti e rammentando che la classe si riferisce a recipienti di piccolo volume e dell’altezza fino a 10,13 centimetri. Il campione esaminato presenta svariati tipi da quello tubolare a corpo biconico, a quelli a corpo biconico arrotondotato, a quelli a corpo ovoidale, a quelli campaniforme, a quelli a corpo conico schiacciato. Predomina il colore azzurro con la tecnica della soffiatura libera. Partiremo in questa rapida rassegna con gli unguentari dalla forma Isings 8, stiliforme con strozzatura (fig. 4), a quelle tubolari coniche (orlo estroflesso tagliato, arrotondato e strozzatura al collo fig. 519) o Isings 26 (figg. 6-7) o Isings 28 a (figg. 8-9). Poi la classe “candlestick” che è rappresentata da 19

Calvi 1968, gruppo E a 11 tav. A 11.

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Fig. 9. Unguentario forma Is. 28a.

Fig. 10. Unguentario forma Is. 28b.

Fig. 11. Unguentario forma Is. 28b.

una variante dalla forma 28 b (figg. 10-11) e da almeno 5 tipi della nota classe 82 con le varianti A1 (figg. 12-13-14) e A2 (fig. 15-16). Ancora, da segnalare un “globular unguentarium” in vetro giallastro (Isings 6, fig. 17) ed una bottiglietta-balsamario frammentaria in vetro giallo scuro (fig. 18) accanto ad una bottiglietta in vetro verde chiaro vicina alla forma Isings 104b (fig. 19)20 e che si data alla seconda metà del III sec.d.C., data fuori dell’arco cronologico dei materiali della collezione che coprono tutto il I secolo d.C. e particolarmente la seconda metà. Di rilievo una coppa (tipo “bowl with cut-out ridge”) Isings 69 a in tutto simile all’esemplare pubblicato da Alfredo Ruga nella precedente edizione21 con labbro breve, diritto caratterizzato da una modanatura esterna, parete diritta e fondo piatto (fig. 20), databile tra età flavia e II sec.d.C. Chiudono questo breve catalogo vari frammenti tra cui quello di un bel kantharos in vetro bleu (fig. 21). Si tratta di almeno 3 frammenti di vetro traslucido colato a stampo. La brunitura e la levigatura sono state effettuate a mola. L’orlo è tagliato e levigato; internamente è sottolineato da una filettatura incisa. Il prodotto si attribuisce ad officine dell’Italia centro meridionale o del Mediterraneo orientale22. Quest’unico pezzo colato a stampo della prima metà del I secolo d.C.è degno di assoluto rilievo ed attenzione. Ed infine, come nella volta passata, rammentiamo gli esemplari fusi ben noti nella pubblicazione Alfredo Ruga ripetendo che l’arco cronologico dell’insieme presentato copre tutto il I secolo d.C. e parzialmente il II d.C. Il piccolo elenco fa riflettere ancora una volta sull’importanza del sito Strongoli/Petelia per il quale basterebbe richiamare le forme provenienti dalla tomba detta “dei vetri” dal Gasperini (che ne pubblicò l’iscrizione nel 198623) e riedita da Alfredo Ruga nel 2004, che fanno ricco il variegato quadro delle tipologie presenti a Petelia tra I e II secolo d.C. Chiudiamo ripetendo che ancora dopo questo breve catalogo, se si confronta la situazione di Petelia con quella coeva di Crotone, emerge una situazione di relativo benessere e disponibilità economica dei

Isings 1957: 124, n. 104b “large funnel,body without base ring”, Calvi 1968, tipo A a, n. 296, tav. 23. Ruga 2007: 194, tav. VIII, 21. 22 Isings 1957 forma 39 datata al I sec.d.C. Bonomi 1996: 201, n. 451 (prodotto di officine dell’Italia centromeridionale e del Mediterraneo orientale. 23 Gasperini 1986: 153-154 (epitaffio di Ottavia Crotonide, moglie di Sesto Arellio Urso). 20 21

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Fig. 12. Unguentario forma Is. 82 A1.

Fig. 13. Unguentario forma Is. 82 A1.

Fig. 15. Unguentario forma Is. 82 A2.

Fig. 14. Unguentario forma Is. 82 A1.

Fig. 16. Unguentario forma Is. 82 A2.

Petelini, che si allinea con quella di Crotone dove una città, seppure ridotta nella sua grande superficie, dimostra vitalità mantenendo, come si è detto, efficiente il suo scalo portuale, punto di raccolta e di imbarco di legname e pece della Sila e di altre merci che dall’entroterra, ormai popolato di villae, di piccoli nuclei rurali e soprattutto di estesi latifondi imperiali24, giungono a Crotone per essere commerciati via mare. La condizione di Petelia potrebbe rivelare un maggiore benessere in ragione del suo rapporto privilegiato con Roma fin dal III sec. a.C., e della prosperità del territorio dove come a Crotone occorrerà considerare le ricchezze di nuclei familiari emergenti (Futii) fra i quali è obbligo sempre considerare la gente Megonia bene inserita nel contesto della città e del territorio. Testimonianza della presenza precoce di latifondi di proprietà imperiale nel territorio è l’iscrizione di Amethustus Caes(aris)n(atus) ser(vus) item colonus (cfr. Costabile 1984: 175). Altre iscrizioni (quella di Glucia Imperatoris Caesaris serva, madre di Flavius Theogenes, e l’ara dal Lacinio di Oecius libertus procurator Augusti, nonché due tituli urbani e una statua relativi a M. Ulpius Crotonensis per i quali cfr. Cil VI 15593 e 15595 e Bignamini 1997: 42) e bolli inediti (FISCCROT in cartiglio rettangolare, su tegole rinvenuti come copertura di una tomba di fine II sec. d.C. in via XXV Aprile) indicano quanto radicata sia la proprietà imperiale per tutto il periodo romano, a fianco alle tenute di pochi maggiorenti appartenenti all’ordo Decurionum come i Futii , Iulii e i Lollii ricordati da CIL X 107, 108, 109, 110. 24

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Fig. 17. “Globular unguentarium� forma Is. 6.

Fig. 19. Bottiglietta forma Is. 104b.

Fig. 18. Bottiglietta-balsamario frammentaria in vetro giallo.

Fig. 20. Coppa forma Is. 69a.

Fig. 21. Frammenti kantharos vetro bleu.

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Vetri preindustriali dal territorio di Crotone e dalla Sila. Un aggiornamento Domenico Marino, Margherita Corrado Des vases en verre soufflé que l’on peut dater de l’époque impériale romaine et jusque après la fin du Moyen Age ont été trouvés en 2009 et 2010 au cours des fouilles archéologiques menées dans le centre historique de Crotone, dans les chantiers de la Place Bartolo Villaroja et de la rue Discesa Fosso, où, pour la première fois, il a été possible d’etudier à grande échelle des restes de l’habitat romain sousjacent. D’autres objets d’époques médiévale et moderne proviennent des fouilles stratigraphiques effectuées au chateau de Santa Severina (cour intérieure de l’avamposto C) en 2008-2009. De plus, en Sila, les fouilles récentes dans l’Abbaye Florense de San Giovanni in Fiore (province de Cosenza) ont mis au jour principalement des fragments de carreaux de fenêtres qui, avec d’autres types d’objets, permettent de commencer à reconstituer l’ensemble du mobilier utilisé dans le fameux complexe monastique du Moyen Age á la Renaissance, revélant aussi l’existance d’un atelier de fabrication du verre jusqu’ici inconnu. Tous les objets cités, que nous presentons dans cet article pour la première fois en anticipant l’édition complète des résultats de nos fouilles, enrichiment nos connaissances après 2004. Les nouveaux elements confirment la grande varieté des verres retrouvés et done leur intérêt. I manufatti in vetro preindustriali rinvenuti a Crotone nei circa quarant’anni di scavi urbani condotti dalla Soprintendenza sono stati in gran parte già pubblicati nello scorso decennio nei due volumi curati da Adele Coscarella. È tuttavia possibile, oggi, arricchire il quadro dell’edito con l’aggiunta dei dati ricavati dalle indagini stratigrafiche svolte all’interno del centro storico nell’ultimo triennio (fig. 1). Cominciamo dal piccolo saggio (m 5x5 ca.) aperto nel 2010 in piazza Bartolo Villaroja, ubicata nel settore sud-ovest della città murata e già sede della chiesa parrocchiale di San Giorgio, d’impianto forse paleocristiano ma rimasta in uso fino al tramonto del Cinquecento. L’edificio è scomparso solo nel tardo XVIII secolo o più probabilmente nella prima metà del XIX per effetto di una sistematica demolizione1. Lo scavo di parte delle chiese basso-medievale e tardo-bizantina, nonché di un lembo del cimitero sottotante, connesso al tempio più antico, non ancora rintracciato fisicamente ma che a sua volta si era sovrapposto ai livelli di disfacimento di una domus tardo-repubblicana abbandonata intorno al III secolo d.C., ha restituito un piccolo nucleo di reperti vitrei in parte legati all’uso residenziale di quest’ultima e ai butti che si sovrapposero ai suoi resti prima dell’impianto della chiesa, in parte alla destinazione liturgica e funeraria assunta dall’area all’inizio dell’alto Medioevo. Ricordo per inciso che il primo vescovo di Crotone testimoniato con certezza è l’alamanno Jordanes, nel VI secolo, sicché la chiesa ubicata nell’odierna piazza Villaroja, peraltro distante pochi metri dal tratto delle mura di

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Una sintesi del tutto preliminare è proposta in Marino, Corrado, Ruga 2009 e Marino, Corrado 2010.

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Fig. 1. Mappa del castello e della città di Cotrone (1777-1778) con segnalazione dei siti che restituiscono reperti vitrei.

epoca giustinianea superstite su corso Vittorio Emanuele2, rappresenta, a tutt’oggi, il più antico edificio di culto cristiano rintracciato in città. Partendo dai vetri romani, appartengono a forme chiuse un orlo di bottiglia in vetro azzurro (Isings 50b) di prima età imperiale (fig. 2.1)3 e un fondo umbonato connesso alla vasca globosa (fig. 2.2) di una piccola bottiglia o balsamario. Un terzo frammento qui non riprodotto, opaco, di tonalità gialla, conserva parte del fondo apodo, appena concavo sulla faccia esterna, di una brocca databile al III-IV secolo d.C.4 Altri frammenti rimandano ad una serie di forme aperte: un paio di orli estroflessi (fig. 2.3-4) e altrettanti piedini ad anello pieno su cui s’impostano pareti a profilo leggermente ovoidale (fig. 2.5-6) appartengono a bicchieri di difficile ricostruzione e identificazione ma che con ogni probabilità s’inquadrano fra II e III secolo d.C.5. I più alti piedi ad anello pieno (fig. 2.7-8) connessi ad un fondo pressoché orizzontale, soffiati in matrice o fusi, sono invece riconducibili a piatti di I-II sec. o di IV sec. d.C.6.

Corrado 2001: 536-537, nota n. 18, figg. 4-5. Cfr. Rubinich 2003: 182-183, tav. VI, B2. 4 Cfr. Andronico 2003: 63, tav. XVIII, n. 130 (Reggio C.). 5 Cfr. Uboldi 2007: 84-85, fig. 2, nn. 10, 12-14 (Milano); per il fr. n. 7, cfr. Andronico 2003: 60-61, tav. XV, n. 119 (Reggio C.); per il fr. n. 6, qualora fosse pertinente, invece, ad un bicchiere Isings 109 di V secolo, cfr. Aisa, Corrado 2003: 372, tav. XXIII, n. 104 (Botricello). 6 Cfr. Uboldi 1999: 278, tav. CXVI, n. 5 (Brescia); Andronico 2003: 54, tav. XI, n. 92 (Reggio C.). 2 3

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Fig. 2. 1-8. Crotone - Piazza B. Villaroja. Vetri romani dagli scavi del 2010.

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Passando all’alto Medioevo, numerosi orli appena ingrossati e arrotondati alla fiamma, impostati su esili pareti ora quasi cilindriche ora più o meno svasate7 (fig. 3.1-8), a volte con filamenti applicati a scopo decorativo, appartengono a bicchieri a calice Isings 111 non anteriori al tramonto del V secolo, diffusi però in tutto l’alto Medioevo. La presenza di questa forma è confermata da due steli8 di tonalità verde e da un piede a disco (fig. 3.9-11) ma il conteggio dei soggetti è reso incerto dalla potenziale coincidenza morfologica con le lampade pensili tipo Uboldi IV.1 e IV.2, qui apparentemente assenti. A dispetto del mancato recupero dei relativi fondi a stelo cavo, come di quelli piani umbonati propri delle lucerne vitree triansate Isings 134, un paio di orli in vetro trasparente di tonalità azzurra, con le tipiche anse verticali saldate superiormente sull’orlo (fig. 3.12-13), attestano l’uso di queste ultime (Uboldi I.1)9, tra IV e VIII secolo, nel contesto della chiesa e del sepolcreto proto-bizantini10. Non sono stati rinvenuti, invece, nel corso dello scavo di piazza Villaroja, reperti vitrei risalenti al Medioevo o posteriori, quali sono invece documentati, pur se assai modesti, nel vicino complesso monastico di Santa Chiara, soppresso ai primi dell’Ottocento dopo una plurisecolare esistenza iniziata ben prima che un documento del tardo Quattrocento ne faccia finalmente menzione. D.M. - M.C.

Nella parte settentrionale della città storica, tra 2009 e 2010, la sorveglianza dei lavori comunali di ripavimentazione di Discesa Fosso ha consentito di indagare, lungo il tracciato, lembi di stratigrafie scampate fortunosamente ai pesanti interventi cinquecenteschi di costruzione della cinta urbica e alle più recenti distruzioni legate alla posa dei sottoservizi, recuperando anche qualche reperto vitreo post-medievale (fig. 4.5). All’incrocio con vico Giunti, invece, dov’è stata messa in luce parte dell’impianto termale di una domus tardo-repubblicana più tardi ristrutturata, affacciato direttamente su un’insenatura dell’antica linea di costa, i pochi ma interessanti manufatti in vetro di età imperiale (fig. 4.1-4) confermano continuità e intensità di una frequentazione che diverse centinaia di reperti fittili dicono ininterrotta almeno fino al VI secolo. Merita segnalare un frammento di orlo ripiegato all’esterno ad anello pertinente ad una coppa di ampio diametro in vetro azzurro (fig. 4.1), databile entro il II secolo d.C.11, e uno di bicchiere in vetro verde acqua, con orlo ingrossato verso l’interno e corpo ovoide (fig. 4.2), forse del tipo su fondo ad anello o con filamento applicato diffuso fra II e IV secolo ma che la decorazione a depressioni potrebbe, nel nostro caso, far slittare oltre12. Coeva (IV sec.), verosimilmente, è la bottiglia cui spetta l’orlo alla fig. 4.3. (scavi D. Marino - C. Raimondo, in studio)

Per un orlo molto ingrossato (fr. n. 2), ripiegato all’interno, su parete nettamente obliqua, cfr. Uboldi 1999: tav. CXXVIII, n. 7 (Brescia) e Falcetti 2001: tav. 55, nn. 327-329 (S. Antonino di Perti); per il fr. n. 3 cfr. Aisa, Corrado 2003a: 355, tav. XV, n. 45 (Botricello); per il fr. n. 4 cfr. Falcetti 2001, tav. 52, n. 236 (S. Antonino di Perti); per il fr. n. 5 cfr. Falcetti 2001, tav. 59, n. 422 (S. Antonino di Perti); per il fr. n. 6 cfr. Stevenson 2001: 92, fig. 7 (S. Vincenzo al Volturno); per il fr. n. 7 cfr. Falcetti 2001: tav. 53, n. 256 (S. Antonino di Perti); per il fr. n. 11 cfr. Stevenson 2001: 86, fig. 7 (S. Vincenzo al Volturno) e Aisa, Corrado 2003a: 354, tav. XIV, nn. 41-43 (Botricello). 8 Per il più integro, cfr. Andronico 2003: 72, tav. XXIV, n. 171 (Reggio C.); Aisa, Corrado 2003: 350, tav. XI, n. 20 (Botricello). 9 Cfr. Rubinich 2007: 130, tav. IV, nn. 34-37, 45 (Bova M.); Aisa, Corrado 2003a: 359-360, tav. XVII, nn. 5860, 62 (Botricello); per il n. 12 cfr. Aisa, Papparella 2003: 323, tav. I, nn. 2-3 (Cropani); per il n. 13 cfr. ibidem: 325, tav. II, n. 10 (Cropani). 10 Circa la morfologia e la diffusione sul piano regionale delle lampade vitree altomedievali, pensili e non, si rimanda alla sintesi proposta in Corrado 2009: 155-160, 164-167. 11 Cfr. Uboldi 2007: 84, fig. 2, nn. 3-4 (Milano). 12 Cfr. Marcante 2007: 50, fig. 2, nn. 8-9 (Grado). 7

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Figura 3

Fig. 3. 1-13. Crotone - Piazza B. Villaroja. Vetri altomedievali dagli scavi del 2010.

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Fig. 4. 1-4. Crotone - Discesa Fosso. Vetri romani dagli scavi del 2009-2010.

Quanto poi al vicino castello di Carlo V, così chiamato perché le sue forme attuali si devono proprio ai lavori fatti eseguire a metà del Cinquecento dalla Regia Corte13, le indagini archeologiche che periodicamente si svolgono hanno finora restituito soltanto vetri post-medievali (fig. 5.1-6), salvo rare eccezioni. A pochi vasi potori risalenti al primo Rinascimento14 si affiancano, preponderanti, boccette e bottiglie sia per inchiostro15 sia da farmacia, realizzate ormai industrialmente nei secoli a noi più vicini. Lasciata Crotone per l’entroterra, risalendo il fiume Neto, isolata su un acrocoro che supera i 300 metri di quota s.l.m., s’incontra Santa Severina, sede di un castello normanno ristrutturato e ampliato più volte nei secoli successivi finché nel Cinquecento, con i Caraffa, assunse pressappoco l’aspetto

Cfr. Severino 1988: 39-49. Si segnala, in specie, il frammento di fondo umbonato con costole verticali che s’irradiano dal centro,dov’è evidente lo stacco del pontello, e piedino a filamento applicato, schiacciato e segnato da tacche oblique, relativo forse ad un bicchiere troncoconico in vetro blu scuro, soffiato entro stampo, ascrivibile al XVI secolo: cfr. Uboldi 2007: 89, fig. 6, n. 36 (Milano). 15 Le boccette per inchiostro erano destinate al funzionamento del telegrafo ospitato all’interno del complesso negli anni in cui esso fu sede della Guardia di Finanza. Circa gli analoghi vetri da Vibo Valentia, cfr. Cuteri, De Natale 2007: 152, fig. 5. 13 14

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Fig. 4.5. Crotone - Discesa Fosso. Vetro post-medievale dagli scavi del 2009.

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Fig. 5. 1-3. Crotone - Castello di Carlo V. Vetri rinascimentali e posteriori dagli scavi del 1985-2010.

odierno16. Nel 2008-2009, lo scavo dei butti che dal tardo Settecento al primo Novecento hanno progressivamente riempito il cortile interno dell’avamposto C17, sito sul versante nord-ovest del fortilizio, a fronte di migliaia di frammenti di vasellame ceramico databile dal XII secolo in giù, ha restituito qualche raro reperto vitreo (fig. 6) che va ad affiancare la suppellettile potoria da mensa già esposta nelle vetrine del museo o attesta il ricorso al vetro anche per monili od oggetti devozionali in uso ai frequentatori del sito. Penetrando ulteriormente nell’interno, i risultati delle indagini stratigrafiche del 2007-2008 nell’abbazia florense di San Giovanni in Fiore (CS) destano grande interesse anche ai fini dell’argomento in esame. Esclusa completamente la chiesa, i saggi hanno interessato l’intera ala orientale del complesso fondato dai successori dell’abate Gioacchino e anche parte del chiostro sullo stesso versante18 (fig. 7). Gli scarichi di terreno misto a rifiuti rimossi all’interno del Saggio 3, aperto nei vani a sud della ‘sala capitolare’ e articolato in due settori (A e B), scarichi funzionali ad obliterare evidenze anteriori

Ceraudo 1998; Spadea 1998. Marino, Corrado, Ruga 2009; Marino, Corrado c.s. 18 Marino, Del Brusco 2009. 16 17

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Fig. 5. 4-6. Crotone-Castello di Carlo V. Vetri rinascimentali e posteriori dagli scavi del 1985-2010.

Fig. 6. Santa Severina (KR) - Castello Caraffa. Vetri dagli scavi del cortile interno dell’avamposto C del 2008-2009.

e innalzare il calpestio ad una quota uniforme, hanno restituito, nel secondo, attraversato per tutta la lunghezza dalla trincea della vecchia fognatura (fig. 8), oltre a vasellame ceramico e manufatti in metallo che datano dal Medioevo ai primi del Settecento, anche prove tangibili dell’esistenza di un’officina vetraria funzionante nel complesso badiale. Il dato era già a priori plausibile per analogia con realtà similari ma privo, finora, di riscontri. Gli scarti trovati in giacitura secondaria che segnalano il sito di lavorazione del vetro hanno forme abbastanza inconsuete, risultato, come ci conferma il professore Marco Verità, cui va il sincero ringraziamento di chi scrive per avere acconsentito ad esaminarli, della prolungata esposizione a temperature superiori agli 800° C. Nel merito, il materiale refrattario rinvenuto in US 73 (fig. 9.1-3), posto a contatto con del vetro trasparente di tonalità verde allo stato fuso, è stato esposto ad un calore così elevato (1000° C o più) da diventare a sua volta plastico e poter assumere la forma ritorta che vediamo, le cui ragioni sfuggono. Si tratta verosimilmente di un frammento di crogiolo. Un piccolo scarto documenta il passaggio successivo: è infatti una goccia di vetro trasparente di tonalità verde in cui si è parzialmente sciolto del materiale refrattario (fig. 10.1). Una colatura analoga si è invece depositata su materiale refrattario esposto a temperatura superiore agli 800° C (fig. 10.2), mentre su una striscia da US 57, che è forse caduta per terra, si colgono segni del contatto con utensili quand’era allo stato plastico (fig. 10.3).

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Fig. 7 Mappa del 1928 dell’Abbazia Florense di San Giovanni in Fiore (CS), con segnalazione dell’area interessata dagli scavi del 2007-2008.

Ma cosa produceva l’officina vetraria indiziata dagli scarti appena esaminati? Difficile rispondere. Gli scavi del 2007-2008 hanno restituito pochissimo vasellame in vetro, recuperato anch’esso esclusivamente nel settore B del Saggio 3. Un frammento è relativo alla vasca di un bicchiere a calice in vetro trasparente di tono verde acqua (fig. 11.1) e due, incolori ma con tracce di doratura, al piede ad anello (fig. 11.2) di un soggetto ascrivibile alla medesima forma19, d’origine altomedievale ma ancora attestata nel primo Rinascimento20. Altri due frammenti, entrambi incolori, appartengono al ventre globoso costolato e al fondo a rialzo (fig. 11.3), con alto conoide interno, di bottiglie che rinviano anch’esse al XV o XVI secolo21. Assai piÚ abbondanti sono i resti di vetri da finestra, recuperati sia nei due settori del Saggio 3 sia nei saggi 2 C, che ha indagato l’ambiente al di sotto della sagrestia, e 4, quest’ultimo aperto all’esterno del fronte sud dell’ala est, dunque al di là di un grande portale affacciato sull’atrio attiguo all’antica carraia diretta verso il Neto.

Cfr. Di Gangi 2003: 205, tav. III, n. 17 (Gerace). Per la coppa del calice, cfr. Di Gangi 2003: 205, tav. II, n. 5 (Gerace). 21 Circa il fr. n. 4, cfr. Uboldi 2007: 89, fig. 6, n. 43 (Milano). 19 20

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Fig. 8. 1-2. S. Giovanni in Fiore (CS) - Abbazia Florense. Gli ambienti indagati mediante i Saggi 3 A (1) e 3 B (2) negli scavi del 2007-2008.

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Fig. 9. 1-3. S. Giovanni in Fiore (CS) - Abbazia Florense. Frammento di crogiolo.

Grossi frammenti di lastre in vetro trasparente, incolore ma con una tenuissima tendenza alla tonalità verde acqua, sovente relativi a porzioni perimetrali delle stesse, provengono dai riempimenti di una sorta di canale e di due buche da palo ricadenti nel Saggio 2C22 (fig. 12.1). Si tratta di pannelli soffiati col metodo del ‘cilindro’, tagliato poi a caldo in senso longitudinale e posto nel forno di raffreddamento perché si distendesse con la dovuta gradualità23. Il procedimento è noto fin dal III secolo e ben documentato anche in

Alla formazione della US 612, cui si riferiscono quasi tutti i vetri in questione, non sembra poi estranea una certa ritualità di comportamento: il numero cospicuo e le dimensioni considerevoli dei frammenti, tuttavia insufficienti a ricostruire vetrate complete, lasciano infatti supporre la volontà di disfarsi in modo definitivo dei pannelli ormai inservibili senza tuttavia avviarli a discariche esterne. 23 Cfr. Dell’Acqua 2007: 19-30, in part. 21. 22

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Fig. 10. 1-3. S. Giovanni in Fiore (CS) - Abbazia Florense. Scarti della lavorazione del vetro.

Fig. 11. S. Giovanni in Fiore (CS) - Abbazia Florense. Vetri rinascimentali dagli scavi del 2007-2008.

Calabria24. La superficie dei nostri vetri è liscia, leggermente incurvata in alcuni punti ma priva d’increspature. Gli angoli superstiti consentono di supporre che i pannelli fossero di taglio geometrico - quadrangolari o rettangolari - senza che tuttavia sia possibile effettuare alcuna misurazione attendibile salvo quella degli spessori, oscillanti tra 2 e 3 millimetri. In un caso, però, la curvatura del margine esterno25 appare così accentuata (fig. 12.2) da suscitare il sospetto che si sia in presenza della parte arcuata26 di una vetrata a griglia, connessa ad una transenna in legno o altro materiale adatto allo scopo, e non dissimile ad esempio da quella, Aisa, Corrado 2003a: 373, tav. XXIV, n. 111 (Botricello); Aisa, Corrado 2003b: 407, fig. 30 (Sersale, loc. Borda). 25 Lo stesso frammento conserva tracce palesi dello strumento usato per ritoccare i margini della massa viscosa: cfr. Capriata 1998, in part. tav. XIII, n. 1. 26 La stessa lastra, e altre con lei, richiama l’attenzione su un altro aspetto: i tagli concavi, convessi e persino sinuosi di gran parte dei pannelli in questione dipendono forse da una loro prolungata esposizione ad una temperatura elevata ma inferiore a quella di fusione - in occasione di un incendio? -, tale comunque da causarne la frantumazione secondo particolari direttrici: cfr. Capriata 1998: 122-123, tav. XIII, n. 2. 24

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Fig. 12. 1-2. S. Giovanni in Fiore (CS) - Abbazia Florense. Frammenti di lastre da finestra dal Saggio 2C.

Fig. 13. 1. S. Vincenzo al Volturno (IS) Colle della Torre. Pannelli relativi ad una vetrata a griglia.

Fig. 13. 2. S. Vincenzo al Volturno (IS) Colle della Torre. Ipotesi ricostruttiva della finestra con vetrata a griglia.

più antica, nota da un ambiente sito sul Colle della Torre a S. Vincenzo al Volturno27 (IS) (fig. 13.1-2). I pochi frammenti in vetro incolore dai Saggi 3 A e 3 B hanno dimensioni molto più contenute e, a fronte di spessori compatibili con i precedenti, sembrano piuttosto rientrare fra i tasselli delle vetrate ornamentali di seguito descritte. Proprio l’area a sud della ‘sala capitolare’ restituisce, infatti, alcune decine di vetri piani colorati nei toni bruno, verde bottiglia, giallo paglierino, blu, celeste e rosa, altri sono invece incolori, di dimensioni molto contenute e dal profilo vario, per lo più incompleti, destinati a transenne da finestra o, meno probabilmente, sull’esempio di quanto attestato a S. Vincenzo al Volturno28 (IS), a pezzi di arredo liturgico (altari, tabernacoli, reliquiari)29. Le tessere dai margini

Circa il valore architettonico unito al significato simbolico delle vetrate medievali, cfr. Dell’Acqua 2003. Cfr. Dell’Acqua 2003, tav. 24. 29 Più dell’assenza di tracce di malta o collanti lungo i bordi, a smentire l’idea che possa trattarsi di sectilia, cioè elementi di rivestimento parietale o pavimentale di tradizione romana ottenuti per colatura di una massa vitrea o fusione di sezioni di canne preesistenti (cfr. Capriata 1998: 121), sta il fatto che questi, di norma, sono realizzati con lastrine di vetro opaco, laddove i ‘nostri’ pannelli sono invece trasparenti. 27 28

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Fig. 14. 1-6. S. Giovanni in Fiore (CS) - Abbazia Florense. Tasselli in vetro sagomati ‘a foglia’, con margini scheggiati.

finemente scheggiati con il grossarium, atto a ridurle alle dimensioni volute dopo averle tagliate col ferrum30, sembrano avere nella ‘goccia’ - o piuttosto una ‘foglia’ -, la forma più ricorrente (fig. 14.1-6). I tre esempi meglio conservati, uno in blu, il più integro, uno incolore e l’altro in bruno, provengono dalle UUSS 48 del Saggio 3 A e 60 del Saggio 3 B (fig. 15.1-3). Le altre tessere, purtroppo assai lacunose, sono tutte di taglio geometrico. Alcune, presumibilmente quadrangolari, attestate nei colori bruno, verde, azzurro e giallo, hanno uno o due margini arrotondati che sembrano derivare da tagli eseguiti quando la lastra non si era ancora raffreddata (figg. 16.1-4; 17.1-3) e che, in mancanza d’altre soluzioni tecniche plausibili, occorre pensare coincidenti con quelli effettuati all’apertura del cilindro31. Le altre, sagomate a nastro e forse anche a triangolo e a trapezio, incolori, sovente caratterizzate da increspa-

Cfr. Capriata 1998: 122. L’anomalia, segnalata anche a Mileto Vecchia, renderebbe opportuno un ulteriore approfondimento tecnico: cfr. Cuteri, De Natale 2007: 144, nota n. 14. Un esame tecnico accurato s’impone anche a fronte della presenza di ‘graffiti’ non riconducibili a danni di tipo meccanico riscontrati su alcuni frammenti minuti da S. Giovanni e da Mileto: vd. Ibidem: 144-145, tav. I (in basso, 3° fr. da sn.). 30 31

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Fig. 15. 1-3. S. Giovanni in Fiore (CS) - Abbazia Florense. Tasselli in vetro blu, incolore e bruno sagomati ‘a foglia’. 1

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Fig. 16. 1-4. S. Giovanni in Fiore (CS) - Abbazia Florense. Tessere di taglio geometrico in giallo, celeste, bruno e verde, con margini arrotondati.

ture ondulate che forse segnalano una velocità di raffreddamento diseguale tra le due superfici, sono invece rifinite per scheggiatura come le suddette ‘foglie’ (figg. 17.4-6; 18.1-3). Tutte sono state trovate nella US 48 per quanto attiene al Saggio 3 A e in diversi altri livelli di terreno, in stretta relazione fisica, all’interno del Saggio 3 B. I due soli pannelli rinvenuti all’esterno, nella US 707 del Saggio 4, sono anch’essi incolori ma accomunati da un accentuato degrado delle superfici, e conseguente esfoliazione della patina di corrosione (fig. 19.1-2), comune, peraltro, anche ad alcuni esemplari dai saggi condotti all’interno dell’ala est. Le forme, per quel che può dirsi di reperti così lacunosi, sembrano anch’esse geometriche. Il rinvenimento in giacitura secondaria di tutti i pannelli vitrei qui esaminati nulla può rivelare circa la loro cronologia, né dare attendibili indicazioni sull’ubicazione originaria delle vetrate. Se la mancanza di finestre nel vano che ha restituito le lastre della presunta vetrata a griglia, ad esempio, esclude qualsiasi rapporto tra i reperti e l’ambiente da cui provengono, suggerendo che i pali furono asportati e le relative buche colmate prima della costruzione della fabbrica cui spettano la sagrestia e il vano sottostante, anzi forse proprio in vista della loro edificazione, in merito ai vetri colorati è ragionevole supporre che fossero pertinenti a vetrate ornamentali previste dall’arredo originario dell’edificio di

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Fig. 17. 1-3. S. Giovanni in Fiore (CS) - Abbazia Florense. Tessere di taglio geometrico, in diversi colori, con margini arrotondati.

Fig. 17. 4-8. S. Giovanni in Fiore (CS) - Abbazia Florense. Tessere di taglio geometrico, incolori, con margini scheggiati.

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Fig. 18. 1-3. S. Giovanni in Fiore (CS) - Abbazia Florense. Tessere di taglio geometrico, incolori, con margini scheggiati. 1

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Fig. 19. S. Giovanni in Fiore (CS) - Abbazia Florense. Tessere incolori dalle superfici molto deteriorate.

culto annesso all’abbazia32. Ma di quale chiesa parliamo? Poiché le nostre lastrine colorate non sono, in effetti, molto caratterizzate sul piano tipologico, sulla base di forme, colori e degrado delle superfici è potenzialmente plausibile sia una loro attribuzione al XII secolo, dunque al c.d. oratorio di S. Giovanni Battista, già frequentato da Gioacchino sul finire del Millecento, sia al secondo quarto del XIII secolo, cioè contestualmente alla costruzione del complesso monastico voluto dal successore di Gioacchino e sorto, com’è noto, tra il 1215 e il 1230. La dott.ssa Francesca dell’Acqua, consultata al riguardo, ci ha confortati in questo senso. In definitiva, l’esistenza nella chiesa dell’abbazia florense di transenne da finestra con tessere di vetro colorato realizzate come sopra descritto, del tipo, cioè, già diffuso in epoca altomedievale sia nel Levante sia in Occidente e destinato ad una lunga fortuna nonostante l’affermazione trionfale delle vetrate policrome figurate dipinte a grisaglia, rappresenta una novità di assoluto rilievo e un indizio della qualità di un apparato decorativo altrimenti ignorato dalle fonti documentarie e purtroppo scomparso. Non sembrano invece essere presenti, nel complesso abbaziale di San Giovanni in Fiore, tessere dipinte, diversamente che a Mileto Vecchia33 (VV) e a S. Fantino di Palmi34 (RC). D.M.

Dell’Acqua 2003, tavv. 22.b e 48.a. Peduto, Fiorillo 2000; Fiorillo 2003: 245-258; Cuteri, De Natale 2007: 140-145, fig. 1, n. 1 e tav. I. 34 Agostino, Zagari 2007: 346-349, fig. 3. 32 33

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Vetri da Crotone. Addenda (scavi 2006-2008) Maria Grazia Aisa, Francesco Cristiano, Alfredo Ruga This report presents the glassy fragments coming from a part of the Roman settlement of Crotone, in the area of new “Teatro Comunale”. The most interesting pieces are fragments of ribbed cup, beakers, plats of imperial Roman age (1st-2nd centuries A.D.) and particularly a opaque mold-blown small cylindrical bottle, produced in or near of Sidon.

Alla prima presentazione e messa a punto di materiali vitrei da Crotone, fatta da R. Spadea e A. Ruga in questa stessa sede nel 20071, si è voluto dare seguito ora con questa breve comunicazione2, che va ad integrare anche altri dati della Crotoniatide romanizzata illustrati durante il convegno3. La necessità scaturisce dalla quantità di frammenti di manufatti vitrei che sono emersi nel corso di indagini estensive pluriennali nel cantiere dell’ex Ospedale Civile (S. Giovanni di Dio) di Crotone, destinato, con rimaneggiamenti, demolizioni e ricostruzioni, a diventare il nuovo Teatro Comunale4 (tavv. I,b e II). L’area indagata, pur con le limitazioni dovute a strutture ottocentesche da mantenere e sottoservizi altamente invasivi e distruttivi che hanno alterato e talvolta compromesso non poco i depositi pluristratificati, è collocata sulla sommità della collinetta di Poggioreale, di eccezionale rilevanza archeologica nell’ambito cittadino5, ricadendo nella zonizzazione dell’impianto urbanistico greco con orientamento N-S, in parte ricalcato dagli edifici ivi sorti in età imperiale romana.

Cfr. Spadea, Ruga 2007. Che non è stata oggetto di relazione al convegno, ma che qui si presenta per la liberalità e la sensibilità degli organizzatori, in particolare di A. Coscarella. 3 Spadea, infra e Racheli, infra. 4 Primi dati sullo scavo sono stati pubblicati da Aisa, Cristiano, Ruga, Cuteri 2010: 243-249. Altri dati e considerazioni, soprattutto sulla circolazione monetaria di età romana sono in Raimondo, Ruga 2010: 226-227. 5 Gli scavi del 2006-2008 hanno verificato la continuità di vita del sito che presentava strutture medievali, databili tra il XIII e il XIV secolo d.C., impostate su strati di abbandono e di frequentazione romana (II-V secolo d.C.), in fase con pochi resti di strutture e lembi pavimentali mal conservati in mattoni. Il tutto posto direttamente sui resti di età greca classica (V - inizio IV secolo a.C.) ed ellenistica (IV - III secolo a.C.), pertinenti alla zonizzazione dell’antica Kroton orientata N-S, con fasi del tutto analoghe a quelle già evidenziate per alcuni settori dell’abitato prossimi a questo cantiere e cioè l’area B.P.C. (per la quale si rimanda da ultimo a Racheli 2010) e l’area Via Tedeschi/Madia-Messinetti (cfr. Sabbione 1975: 589-595 e Sabbione 1976: 899-901). Sui rinvenimenti di XIX secolo si veda Sculco 1905: 19 ss. (qui l’autore segnala una cava di arenaria fina, che già intorno al 1889 aveva restituito alcuni monili d’argento e resti di sepolture, una grande anfora a pancia larga e un altare marmoreo – subito “frantumato” – provenienti dallo scavo per la fondazione dell’Ospedale Civile). 1 2

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I materiali I manufatti che qui si presentano non provengono da contesti funerari6 e costituiscono per Crotone una novità assoluta nel panorama delle attestazioni in età romana, permettendo di imbastire una trama di testimonianze in cui trovano agevole collocazione gli sparuti frammenti ‘da abitato’ cui si era fatto un timido cenno nel 2007, per altro complementari ai dati da contesti funerari cittadini (area B.P.C., Municipio…). Per questi nuovi materiali valgono le considerazioni espresse per Scolacium7: pur nell’eccessiva frammentarietà o incompletezza, non disgiunte talvolta da rimaneggiamenti e alterazioni dei depositi archeologici, quanto qui di seguito si presenta permette di apprezzare la varietà di forme, produzioni ed ambiti cronologici con alcune novità che aggiungono nuovi tasselli nella mappa di distribuzione non solo regionale, ma anche nazionale. Innanzitutto si segnalano molti frammenti di pareti, orli e fondi pertinenti essenzialmente a bicchieri, piatti e coppette in vetro incolore o verdino trasparente, prodotti mediante soffiatura a canna libera, come attestano le numerose bolle d’aria presenti. In attesa di restauri che consentiranno la ricostruzione di porzioni di dimensioni significative, utili alla restituzione grafica ed alla documentazione fotografica, indispensabili per poter stabilire confronti, si può segnalare la discreta presenza di coppe, bottiglie e piatti. I frammenti vitrei, in base ai contesti di rinvenimento, possono essere inquadrati tra le produzioni che dal I secolo d.C. - in linea con la datazione di altre classi di materiali associati - giungono in generale al IV secolo d.C., con qualche frammento di V secolo d.C. pertinente a orli e piedi di bicchiere a calice tipo Isings 111. Tra le attestazioni riferibili a forme di cui sono ben note le cronologie e gli ambiti di produzione se ne segnalano alcune in particolare, utili ad arricchire i quadri di ripartizione dei manufatti. Scheda 1. tav. III,1. Crotone. Via S. Paternostro - Via A. Daniele. Nuovo Teatro Comunale. Area B, US 150. Inv. scavo 41NTP07; H max. conservata cm 7,9; Ø max cm 7,7; spessore cm 0,07. Inv. mag. 6742/M; Inv. gen. 148319. Parte inferiore di balsamario a corpo cilindrico di stile ‘sidonio’ con decorazione a rilievo. Sulla parete pressoché verticale, decorata da un motivo vegetale (tre tipi di fogliame – edera, vite e olivo stilizzato - disposto a spina di pesce rispetto a un ramo orizzontale) organizzato in tre pannelli, si impostava la spalla (scomparsa) convessa, decorata a baccellature, come il ventre troncoconico, poggiato su basso piede a cerchi concentrici. Vetro bianco opaco. Soffiatura entro stampo in quattro parti (“mould-blown glass”). Datazione: tra l’inizio e la metà del I secolo d.C. Produzione siro-palestinese, forse sidonia. Bibl.: Isings 1957: 93-94, forma 78 b; Stern 1995: 166-168, nn. 75 e 76 e 304-305, nn. 75 e 76; Ravagnan 1994, n. 323-324; Larese 2004: 158.

Anche se nel cantiere (Area B settore IV) sono stati rinvenuti resti di sepolture tardoromane sconvolte, simili a quelle indagate nel vicino cantiere Madia-Messinetti/Via Tedeschi, i materiali sono stati rinvenuti in varie UUSS (30, 42, 150, 218, 301) relative a diverse attività antropiche di frequentazione, abbandono e distruzione tra prima età imperiale e secoli centrali del Medioevo. Si evidenzia comunque che soprattutto le azioni più tarde (tra IV e XIII secolo) devono aver distrutto o intaccato lembi di necropoli non rintracciate durante le indagini, perché poste fuori dal limite del cantiere: lo prova il riempimento US 150 di una grande fossa databile alla fine del IV secolo d.C. (su cui fu poi costruita una fornace bassomedievale per ceramiche per la quale cfr. Aisa, Cristiano, Ruga, Cuteri 2010: 243-249) al cui interno, oltre a materiali tardoantichi (frammenti ceramici, vitrei e monete), sono state recuperate alcune decine di unguentari fittili pressoché intatti o ricostruibili (inquadrabili tra le produzioni di età giulio-claudia) e frammenti di vasellame vitreo (come i frammenti di bottiglia sidonia cat. 1 e di coppa costolata cat. 2), che assieme a frammenti di lucerne farebbero pensare alla distruzione di corredi funerari di I e II secolo d.C. 7 Cfr. Aisa, Ruga, infra. 6

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Tav. I. a: localizzazione di Crotone; b: Crotone in etĂ romana imperiale con aree di rinvenimenti di vetri (elaborazione di Alfredo Ruga).

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Tav. II. Crotone. Cantiere Ex-Ospedale/Nuovo Teatro Comunale. Pianta degli scavi 2006-2008 (ril. Paolo N. Morelli).

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1c Tav. III. Crotone. Resti di bottiglia cilindrica soffiata a stampo di stile ‘sidonio’. 1a: disegno del profilo e del piede; 1b: vista frontale e del piede; 1c: frammento della parete e restituzione grafica dei tre pannelli decorativi di bottiglia simile (da Stern 1995: 305 n. 76).

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Tav. IV. Crotone. 2 e 3: Frammenti di coppa con costolature di tipo Isings 3 b; 4, 5, 6: Frammenti di piatti e coppe.

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Scheda 2. tav. IV,2. Crotone. Via S. Paternostro - Via A. Daniele. Nuovo Teatro Comunale. Area B, US 150. Inv. scavo 42NTP07. H conservata cm 3; Ø ric. cm 13,4; spessore cm 0,35. Inv. mag. 6742/M; Inv. gen. 148320. Due frammenti di coppa a parete profonda con costolature, in vetro monocromo trasparente verdino, realizzata mediante fusione dentro matrice8. Politura e molatura. Datazione: metà del I secolo d.C. Produzione di officine italiche. Bibl.: Isings 1957: 17-20, forma 3b (deep bowl); Welker 1974: 18-24; Goethert-Polaschek 1977: 17-20 e tav. 29, 15; Scatozza Horicth 1986: 25-31, in particolare 27-30 per le coppe profonde; Grose 1984: 28-29 e Grose 1989: 244-249 (gruppo I); Roffia 1993: 64, n. 32, Roffia 2000: tav. I,1 e, più recentemente, Larese 2004: 15-16 (con stato delle ricerche sulle metodologie di fabbricazione del tipo) e Almagro Gorbea, Alonso Cereza 2009: 29-30. Scheda 3. tav. IV,3. Crotone. Via S. Paternostro - Via A. Daniele. Nuovo Teatro Comunale. Area B, US 150. H cm 3; largh. cm 3,3; spessore cm 0,3. Inv. gen. 148321. Frammento di parete di coppa a parete bassa con costolature, in vetro monocromo realizzata mediante fusione dentro matrice9. Politura e molatura. Datazione: metà del I secolo d.C. Produzione di officine italiche. Bibl.: v. scheda precedente. Scheda 4. tav. V,7. Crotone. Via S. Paternostro - Via A. Daniele. Nuovo Teatro Comunale. Area B, US 150. H cm 2,9; Ø cm 20; spessore cm 0,5. Inv. gen. 148322. Frammento di orlo di piatto forma Isings 22, in vetro monocromo verde scuro. Fusione dentro matrice. Il tipo si caratterizza per il profilo abbastanza simile a quello di coeve produzioni ceramiche sigillate. Datazione: metà del I secolo d.C. Produzione di officina dell’Italia Settentrionale. Bibl.: Isings 1957: 38, forma 22; Zampieri 1998: n. 332; Larese 2004: 23 (con bibl. precedente). Scheda 5. tav. V,8. Crotone. Via S. Paternostro - Via A. Daniele. Nuovo Teatro Comunale. Area B, US 150. H cm 2,9; Ø ric. maggiore di cm 22; spessore cm 0,6. Inv. gen. 148323. Frammento di orlo di piatto forma Isings 22, in vetro monocromo verde10. Colatura a stampo. Datazione: tra l’età augustea e l’età flavia. Produzione di officina dell’Italia Settentrionale. Bibl.: v. scheda precedente Scheda 6. tav. V,9. Crotone. Via S. Paternostro - Via A. Daniele. Nuovo Teatro Comunale. Area B, US 150. H cm 1,2; largh cm 8,7; spessore cm 0,3. Inv. gen. 148324. Fondo di bottiglia monoansata con ventre a sezione quadrangolare e pareti rettilinee che si raccordano con una curva a quarto di cerchio alla base piana leggermente convessa, in vetro monocromo trasparente verde-azzurro. Realizzata mediante soffiatura in forma aperta.

Per gli aspetti tecnici della metodologia di produzione di queste coppe costolate si rimanda a Larese 2004: 15-16 (con bibliografia precedente) e da ultimo ad Almagro Gorbea, Alonso Cereza 2009: 29-30. 9 V. nota precedente. 10 Leggere differenze del profilo e del vetro fanno propendere per un frammento differente dall’individuo della scheda precedente. 8

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Datazione: I-II secolo d.C. Produzione di officine italiche. Bibl.: Isings 1957: 63-66, forma 50 a e 66-67, forma 50 b; Goethert-Polaschek 1977, forma 114, 193-196; Scatozza Horicth 1986: 43-48; Larese 2004: 58-59 (con disamina delle problematiche e ampia bibliografia precedente). Scheda 7. tav. V,10. Crotone. Via S. Paternostro - Via A. Daniele. Nuovo Teatro Comunale. Area B, US 150. Lungh cm 6; largh. cm 4,6; spessore cm 0,7. S. i. Frammento di ansa a nastro a cinque costolature in vetro monocromo trasparente verde. Datazione: I-II secolo d.C. Bibl.: v. scheda precedente. Scheda 8. tav. VI,11. Crotone. Via S. Paternostro - Via A. Daniele. Nuovo Teatro Comunale. Area B, US 150. H ricostruita cm 9; Ø cm 12,2; lungh. manico cm 7,5. Inv. gen. 148325. Casseruola o salsiera11 (trulla) a corpo profondo emisferico e fondo concavo su piede ad anello troncoconico pieno. L’orlo è ricavato ripiegando il labbro verso l’esterno arrotondandolo (a cordoncino)12. Manico orizzontale a nastro applicato sull’orlo. Vetro monocromo trasparente azzurro-verde. Soffiatura a canna libera e pinza. Datazione: tra la metà del I secolo e il II secolo d.C. Produzione di officine dell’Italia Settentrionale. Bibl.: Isings 1957: 92, forma 75 b (deep trulla); Scatozza Horicht 1986, forme 15-16, 37-38; Biaggio Simona 1991, forma 6.1, 89-90; Larese 2004: 52 (con ulteriori approfondimenti bibliografici). Il pezzo più importante e più antico è sicuramente ciò che resta di una piccola bottiglia cilindrica soffiata entro stampo (scheda 1), di provenienza orientale, unica attestazione al momento nota nell’attuale Calabria, ma che certamente deve aver avuto una diffusione maggiore, lungo le rotte obbligate che dal Mediterraneo Orientale conducevano verso Roma e il Tirreno Settentrionale. Altri due tasselli importanti sulla diffusione della coppa Isings 3 lungo la costa ionica calabrese ci sono forniti dai pezzi di cui alle schede 2 e 3. Di maggiore interesse è poi la presenza di porzioni di piatti colati a stampo Isings 22, finora assenti in Calabria, mentre nel resto d’Italia sono ben attestati in area vesuviana, ma poco frequenti, sulla scorta di quanto finora pubblicato, nelle regioni settentrionali. I numerosi frammenti di bottiglie tipo Isings 50 dimostrano ancora una volta la diffusione ubiquitaria di questi manufatti vitrei che, sulla scorta soprattutto dei recuperi nelle città vesuviane, erano diffusissimi in contesti abitativi (in associazione alle forme Isings 51 e Isings 62)13. Infine colpisce per la sua unicità nel panorama dei reperti vitrei calabresi la salsiera frammentaria tipo Isings 75b (scheda 8), generalmente abbastanza rara nei siti italiani (per es. Pompei, Ercolano, Verona e suo territorio)14.

Per la nomenclatura della forma (indicata anche come attingitoio) si rimanda al glossario del vetro Ferrari, Larese, Meconcelli Notarianni, Verità s.v. ‘Salsiera’. Così è già definita da Isings 1957: 92 ed ancora da Larese 2004: 52. 12 La forma generale della vasca, la tipologia dell’orlo e del piede riprendono quella delle coppe emisferiche Isings 44a, con l’aggiunta del manico orizzontale. Per le coppe si rimanda alla sintesi di Larese 2004: 49-50. 13 Per considerazioni varie cfr. Larese 2004: 58-59. 14 Cfr. Larese 2004: 52. 11

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Tav. V. Crotone. 7 e 8: Frammenti di orli di piatti tipo Isings 22; 9: frammento di fondo di bottiglia Isings 50 a o b; 10: frammento di ansa a costolature di bottiglia.

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Tav. VI. Crotone. 11: Resti di salsiera (trulla) di tipo Isings 75b.

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Materiale vitreo nei corredi funerari della necropoli romana scoperta a Crucoli (KR), loc. Piana Grande Maria Grazia Aisa, Ernesto Salerno The excavations of fourteen “alla cappuccina” (Capuchin tombs) and “a mausoleo” (at Mausoleum) tombs of the Roman (middle 2th - beginning 3th century A.D.) necropolis of Piana Grande di Crucoli, on the southern coast of Ionian sea, near the mouth of Nicà river, allowed the recoup of many glass containers that enlarge the list of glass expressions in the ancient territory of “ager Petelinus”. Some containers of balsams (often provided of libation devices for post mortem rituals), a little “unguentarium”, some so called “balsamari tozzi” and other little cylindrical bottles, were found in the graves. Those objects were deposited in “ad incinerazione” (incineration) and “ad inumazione” (inhumation) burials also.

La necropoli La necropoli di località Piana Grande di Torretta di Crucoli (KR) è stata scavata in occasione delle indagini preventive alla realizzazione di un sottopasso ferroviario carrabile, in un’area precedentemente saggiata tra il 2 agosto e il 3 settembre 19991. Le attività, riprese sul finire del 2008 e protrattesi fino al 28 marzo 20092, hanno permesso di individuare quattordici tombe di una necropoli probabilmente più vasta. Lo scavo ha confermato l’interesse archeologico del territorio gravitante sul Fiume Nicà, in età romana ricadente in ager Petelinus, e sede in antico di uno scalo marittimo3. In prossimità di tale fiume, inoltre, va ricercato il sito di Paternum riportato dall’Itinerarium Antoninii. La necropoli di Piana Grande si inserisce, in particolare, in un contesto territoriale densamente antropizzato in età romana4: diverse villae rusticae, variamente databili tra l’età repubblicana e il V secolo d.C., sono infatti dislocate sulle colline che delimitano la breve pianura di costa5. Il sepolcreto presenta tombe orientate approssimativamente E-W (tav. I), tra loro parallele e allineate con regolarità, a breve distanza le une dalle altre, forse disposte lungo un sentiero interno alla necropoli o, più plausibilmente, uniformate all’asse viario costiero. Per la posizione e la reciproca area Lo scavo fu diretto dal Dott. R. Spadea, Archeologo Direttore Coordinatore della S.B.A.C., coadiuvato dal Dott. M. Di Lieto, Archeologo collaboratore esterno; i disegni furono realizzati da C. Scuderi, Conservatore collaboratore esterno. 2 Lo scavo fu diretto da chi scrive, Dott.ssa M. G. Aisa, Archeologo Direttore Coordinatore della S.B.A.C., coadiuvata dal Dott. G. Nicoletti, Assistente tecnico-scientifico della stessa Amministrazione e dall’Archeologo collaboratore esterno Dott. E. Salerno; i rilievi furono realizzati da E. Lazzarin e S. Lamberti, Disegnatori della Soprintendenza, da P. N. Morelli e dall’Architetto G. Borgese, Disegnatori collaboratori esterni. 3 Cfr. Taliano Grasso 2009: 25-28 con bibliografia di riferimento; Lena 2009: 46. 4 Palopoli 1998: passim. 5 Capano 1981: 143. 1

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di rispetto le tombe dovevano essere segnalate con qualche accorgimento fuori terra, purtroppo irrimediabilmente danneggiato dalle arature superficiali. Le deposizioni sono di due tipi. Accanto alle comuni tombe “alla cappuccina” (tt. IV, VIII, IX, XI, XIII, XVI e T1S), si trovano strutture più monumentali, c.d. “a mausoleo” (tt. I, II, III, V, VI, VII, X, XII, T2S), costituite da una fossa di deposizione interna rettangolare, coperta con embrici disposti a doppio spiovente oppure a cassone e coppi sulle giunture, in cui è collocato il defunto, chiusa da una consistente platea, di forma parallelepipeda, di ciottoli fluviali e frammenti di laterizi, uniti da malta di cattiva qualità o a secco. La struttura superiore, in alcuni casi, doveva essere almeno in parte fuori terra, forse con un’edicola od un segnacolo, come si evince da alcuni lacerti individuati almeno nella t. V e dalla presenza, in molte, di dispositivi libatori per profusiones di bevande e/o profumi, usati nei rituali post mortem. Questi sono costituiti da due coppi affrontati e legati con malta o da tubuli, posizionati verticalmente sul fastigio, tra le giunzioni di embrici e coppi per le tombe alla cappuccina, o inglobati nella platea che ricopre quelle cd. “a mausoleo”. L’uso frequente di questo strumento6 per il culto dei defunti, ampiamente rintracciabile nell’Impero7 tra il I ed il III secolo d.C., è testimoniato anche in iscrizioni sepolcrali in cui è ricordato, in modo particolare, l’atto di infundere ossibus vina8. A Crucoli questo dispositivo si riscontra in entrambi i rituali attestati, crematorio (cinque), ad incinerazione diretta (busta sepulcra), ed inumatorio (nove). Probabilmente da associare a periodici rituali post mortem (cena novemdialis, Feralia, Lemuria, etc.), noti da numerose citazioni delle fonti9 e da iscrizioni tombali, sono i frammenti di una coppa in ceramica comune e di una bottiglia in vetro rinvenuta esternamente alla t. VIII, rispettivamente sul lato NW e NE, ed i frammenti di una pentola in ceramica recuperata nei pressi della t. XIII. Secondo i canoni del rituale religioso10 tutte le sepolture contengono reperti di corredo costituito, per lo più, da un’olla monoansata, a volte con tracce di fiammeggiature che testimoniano il suo utilizzo come pentola11, spesso associata ad una lucerna12. Si riconoscono due tipi di lucerne: a disco con becco tondo occupante parte della spalla e delimitato da un segmento orizzontale13 e a canale aperto, ansa verticale, disco depresso, becco tondo inquadrato da semivolute e spalla leggermente spiovente all’esterno14. Sette su dodici di esse recano il marchio di fabbrica. Si tratta dei bolli CIUNDRAC (Caius Iunius Draco)15 e CIUNALEX (Caius Iunius Alexius)16, che rimandano ad ateliers tunisini molto attivi soprattutto tra il 150 ed il 180 d.C., che esportavano in particolare in Italia Meridionale e Insulare. Altro elemento pressoché costante nei corredi è una moneta bronzea (tav. II), che, negli inumati, era posta nella bocca, il cosiddetto “obolo a Caronte”17.

Parmeggiani 1984: 210-212, con bibliografia di riferimento; Spalla 2005. Giuntella, Borghetti, Stiaffini 1985, con bibliografia di riferimento. 8 Ad esempio due cippi funerari ritrovati a Roma: C.I.L. VI, n. 23472; C.I.L. VI, n. 17061. 9 Tacito, Annales, VI, 5; Petronio, Satyricon, 65, Virgilio, Aeneis, V, 77, 98; Festo, 11; Servio, Ad Aen., III, 67; Arnobio 7, 20; Properzio 4, 16, 23; Ovidio, Fasti, 2. 10 Paoletti 1992: 265-277 e 315-316; Paoletti 2000: 148-150. 11 Lo status quaestionis sullo studio della ceramica comune in Calabria è affrontato in Colelli 2011: 100-103, con bibliografia precedente. 12 Parmeggiani 1984: 213-215, con bibliografia di riferimento. 13 Deneauve 1969: 180, tipo VII A becco I; Sapelli 1979: 93-101; Pavolini 1995: 454-464, 460. 14 Deneauve 1969, tipo V F; Pavolini 1995: 454-464, 460. 15 Sotgiu 1968: 74-77, n. 436; Joly 1974: 88, tav. LVI , 42; Pavolini 1981: 186-188, 187; Bonnet 1988: 97-107; Bailey 1988: 98, fig. 127; Schneider 1994: 127-142, 136, 139; Pavolini 1995: 460. 16 Sotgiu 1968: 70-73, n. 434; Joly 1974: 91; Pavolini 1981: 187; Bonnet 1988: 93-96; Pavolini 1995: 460; Paoletti 2002. 17 Cantilena 1999: 17-30 (si vedano all’interno altri contributi quali Gorini 1999: 71-82; Perassi 1999: 43-69); Passi Pitcher 1987: 25-26, 29, nn. 84-94, 114-119. 6 7

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Tav. I. Pianta della necropoli in loc. Piana Grande di Crucoli (KR) (Archivio S.B.A.C.).

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Tav. II. Tabella schematica delle tombe rinvenute nella necropoli di loc. Piana Grande di Crucoli.

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In tre tombe infine sono stati rinvenuti attrezzi da lavoro in ferro. In particolare nella t. V sono stati recuperati un coltello a lama corta e larga, un piccone-zappa ed una roncola, nella t. X una zappa o vanga ed infine nella t. XI un coltello a lama corta e larga. Non sappiamo se tali attrezzi siano da ricollegare al mestiere del defunto o, come nel caso del coltello in particolare, a “riti di fondazione”, accostandone l’uso a quello dell’ascia, secondo l’interpretazione data alla presenza di tale oggetto in alcune necropoli lombarde18.

I reperti vitrei I vetri recuperati nella necropoli di Piana Grande, oltre ad ampliare il repertorio delle forme circolanti in ager petelinus in età medio imperiale, caratterizzano significativamente i corredi. Infatti, al di là dell’uso prettamente rituale legato alle profusiones, potrebbero aver avuto una funzione rappresentativa della capacità economica del defunto19. I contenitori vitrei sono presenti in nove delle quattordici tombe scavate. Dei ventisei esemplari catalogati solo quattro sono stati recuperati integri (nn. 2, 4, 10, 16); per gli altri è stato necessario un primo intervento di restauro che ne ha permesso la resa grafica20. Quasi la totalità dei reperti presentano un forte degrado della superficie esterna su cui compare spesso una diffusa iridescenza, più raramente incrostazioni terrose, altri sono opacizzati. Un balsamario di piccole dimensioni riconducibile alla forma 6 della classificazione Isings21, è stato rinvenuto nella t. XII (n. 1, tav. III,1), in un contesto datato alla metà del II secolo d.C.; la forma, usuale in contesti di I secolo d.C. in Italia22 e nello stesso Bruzio romano23, è da considerare un significativo caso di attardamento. Unici nel panorama dei reperti vitrei attestati nell’attuale Calabria, tre piccoli balsamari a basso corpo conico schiacciato, che la Calvi24 definisce “balsamari tozzi”, riconducibili ai tipi 29 (nn. 2 e 3; tav. III,2-4) e 50 (n. 4; tav. III,5 e 6) della classificazione De Tommaso25. Frequenti sono i balsamari di grandi dimensioni o unguentari a candeliere classificati dalla Isings nella forma 8226. Originariamente prodotti in officine orientali e commercializzati nell’Impero tra la fine del I e la metà del III secolo d.C.27, sono ampiamente diffusi in Italia dall’Età Antonina28. La notevole presenza di varianti e sotto-

Passi Pitcher 1987: 23, note 45 e 46. L’acquisto di unguenti rientrava, infatti, nel novero delle spese funerarie (Dig., XI, 7, 37). Cicerone (De leg., II, 22) documenta dei costi sostenuti per le sostanze profumate usate durante il funerale, al momento della collocatio del cadavere sul letto funebre. In tal senso nella necropoli di Piana Grande si colgono aspetti già riscontrati per altri contesti dell’Italia romana (cfr. Filippi 2006: 63). 20 Grazie al lavoro della Dott.ssa R. Marrella, Restauratrice esterna, che ha curato il restauro dei reperti, e del sig. P. N. Morelli, Disegnatore esterno, che ha eseguito la resa grafica degli stessi, si è riusciti a descrivere le caratteristiche morfologiche peculiari di quasi tutti i reperti; solo in alcuni casi non è stato possibile determinarne l’altezza. 21 Questo tipo di balsamari, in quanto di ampia diffusione, non sono immediatamente riconducibili ad una specifica area di produzione (Roffia 1993: 100-102). 22 Le caratteristiche morfologiche del nostro esemplare con collo poco slanciato, rimandano, in effetti, a forme diffuse nel I secolo d. C.; i rinvenimenti di balsamari della stessa forma, ma con collo più allungato (cfr. Bonomi 1996: 31) sono sempre più frequenti in contesti di II secolo d. C. (Buora 2004: 21-23). 23 Un esemplare vicino al nostro di ignota provenienza si conserva nel Museo Civico Archeologico di Cirò Marina (Aisa, Corrado 2003: 403-404, n. 2). Altri sono segnalati a Reggio Calabria (Andronico 2003: 46, nn. 53 e 58) e nella necropoli di Piercastello a Vibo (Rotella 2003: 302, n. 15). 24 Calvi 1968: 138-140. Anche in Morin 1922: 182, sono considerati “dall’aspetto aberrante” per la loro fattura grossolana. 25 De Tommaso 1990. 26 Isings 1957: 97-99. 27 Croazia 1998: 80. In effetti è stata notata una particolare concentrazione di rinvenimenti di questi balsamari in Egitto (Isings 82 A1 e 82 A2) e a Cipro(Isings 82 B2) (si veda Stiaffini, Borghetti 1994: 90). 28 La forma è frequentemente attestata nella maggior parte delle necropoli romane di età medioimperiale (Buora 2004: 28, con bibliografia precedente). 18 19

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Tav. III. Balsamari c.d. “tozzi”. De Tommaso tipi 29 (nn. 1, 2, 3 e 4) e 50 (n. 5 e 6).

tipi riscontrati non consente sempre una immediata distinzione29 e si è ancora lontani da una esaustiva e convincente loro classificazione30. In Calabria la forma è variamente conosciuta da contesti datati tra il I ed il III secolo d.C., a Crotone (Isings 82A1, A2 e B2)31, Vibo Valentia32, Strongoli33, Sibari (De Tommaso tipo 54)34 e Luzzi

Biaggio Simona 1991: 130. Buora 2004: 27. Resta comunque fondamentale la classificazione in De Tommaso 1990. 31 Necropoli Municipio e necropoli di via Panella - Area B.P.C. (cfr. Ruga, Spadea 2007: 192). 32 Due balsamari a candeliere provengono dalla tomba 718 della necropoli romana di loc. Piercastello (cfr. Rotella 2003: 300, nn. 3 e 4. Vedi anche Ruga, Spadea 2007: 192, nota 28). 33 Dalla necropoli di Fondo Castello provengono un balsamario, genericamente ricondotto alla forma 82 della classificazione Isings, recuperato esternamente alla tomba 25, un altro (Isings 82a) era nella tomba 26; Ruga, Spadea 2007: 195. 34 De Tommaso 1990: 74, con bibliografia precedente. 29 30

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(De Tommaso tipo 47)35, altri esemplari, di incerta provenienza, sono conservati nei Musei di Cirò Marina (Isings 82B2)36 e Reggio Calabria (Isings 82A2)37. Tra gli esemplari di Crucoli, due38 sono riconducibili alla variante Isings 82A2 (nn. 5 e 6; tavv. IV e V), cinque alla variante 82B2 (nn. 7-11, 15; tavv. VI-X e XII,3; figg. 1 e 2). Infine, un balsamario “a corpo bulboso”39 e mancante del fondo, è stato recuperato nella t. VII. Particolarmente significativa è la presenza di bottiglie a corpo cilindrico frequenti nel Mediterraneo Orientale dal II secolo d.C.40 e diffuse nel mondo romano fino al IV secolo d.C.41, usate come contenitori di sostanze profumate o di medicinali42. Una bottiglia rinvenuta integra nella t. VII (n. 16; tav. XIII,1, fig. 3,1) rimanda ad esemplari campani43, mentre un’altra, frammentaria, rinvenuta nella stessa tomba (n. 18; tav. XIV,18) è confrontabile con un esemplare da Poitiers di II - inizi III secolo d.C.44. Più comune è invece la bottiglia recuperata in frammenti dalla t. T2S (n. 17; tav. XIII,2; fig. 3, 2) riconducibile al tipo/gruppo 63 della classificazione De Tommaso45, confrontabile con esemplari da Zara46, dal Mediterraneo Orientale47 e da vari contesti della penisola italiana48. Dalla stessa tomba provengono frammenti di un anforisco destinato a contenere unguenti profumati49, raffrontabile con la forma Isings 6050 (n. 20; tav. XV,1). Frammenti parzialmente combusti51 di un contenitore per unguenti accostabile al tipo 12 della classificazione De Tommaso52 e che trova confronti con un recipiente vitreo da Scolacium53, sono stati rinvenuti nella t. XI (n. 21; tav. XV,2). Tra i materiali frammentari si segnalano una fiale (n. 24; tav. XVI,1) ed un contenitore non classificabile (n. 25; tav. XVI,2). Dalla stessa t. VII proviene, infine, una coppa o piatto estremamente frammentario in vetro opaco fuso entro matrice (n. 26; tav. XVI,3) probabilmente destinato a contenere alimenti offerti durante il rito di sepoltura. Riconducibile alla forma 80 della classificazione Isings54 e prodotta sia in Occidente

De Tommaso 1990: 70, con bibliografia precedente. Aisa, Corrado 2003: 404-405, n. 5. 37 Andronico 2003: 62, n. 125. 38 Alla stessa variante potrebbero essere ricondotti altri due balsamari estremamente lacunosi (nn. 13 e 14). 39 Fiacchini 1999: 15; Isings 1957: 97, forma 82A1. 40 Ravagnan 1994: 138. 41 Le bottiglie a ventre cilindrico sono molto frequenti nei contesti anteriori alla prima metà del II secolo d.C. (Scatozza Höricht 1986 cit.). L’evoluzione morfologica della forma è descritta in Stren 1970: 79-80. 42 De Tommaso 1990: 79. 43 La forma, diffusa in età medioimperiale nel mondo romano, è attesta a Pompei ed Ercolano già nella seconda metà del I secolo d.C. Cfr. De Tommaso 1990: 78, n. 61. 44 Simon, Hiernard 2000: 340, n. 312. 45 De Tommaso 1990: 79-80, n. 63. 46 Datato al III secolo d.C. è conservato nel Museo Vetraio di Murano (cfr. Ravagnan 1994: 157, n. 284, con bibliografia precedente). 47 Si vedano per esempio le tre bottigliette in Matheson 1980: 82-83, nn. 221-223. 48 De Tommaso 1990: 79-80 con bibliografia precedente. 49 Bonomi 1996: 22. In generale sull’uso di questi contenitori si veda Taborelli 1994: 1-2. 50 Isings 1957: 77-78, forma 60. Per una evoluzione della forma si veda Taborelli 1994. 51 Era uso rompere gli unguentari contenenti aromi nella sepoltura in modo che il contenuto si spargesse nella tomba ed in seguito depositare i frammenti insieme agli altri oggetti di corredo, quando ancora la pira era calda (Rotella 2003: 297). 52 De Tommaso 1990: 46, tipo 12. 53 Spadea, Mancuso 2007: 175, n. 12, tav. III,2. 54 Isings 1957: 96. 35 36

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che in officine del Mediterraneo Orientale55, la coppa o piatto di Crucoli è confrontabile con un esemplare conservato al Museo Archeologico Nazionale di Cagliari datato tra il II ed il IV secolo d.C.56. Dal complesso dei dati di scavo e dai corredi funerari, la porzione di necropoli indagata in loc. Piana Grande può essere datata tra i decenni centrali del II secolo d.C. e i primi del secolo successivo. L’uso dei dispositivi libatori nelle tombe potrebbe, inoltre, indiziare un’origine orientale dei defunti deposti. E’ stato notato, infatti, come il loro utilizzo nelle tombe romane sia molto frequente in necropoli dislocate lungo le grandi vie di comunicazione con forti infiltrazioni etniche orientali, soprattutto di schiavi, affrancati e loro discendenti di origine greca ed asiatica, appartenenti ad un ceto medio dedito al terziario mercantile ed impiegatizio, o al piccolo artigianato. In questo ambiente, proprio nell’uso del condotto libatorio è stata riconosciuta una eco ben chiara delle usanze importate dai paesi d’origine57. Inoltre ad una tradizione di origine orientale va ricondotto lo stesso uso funerario di olei ed odores, attestata a Roma fin dall’età ellenistica58 e ben nota nel territorio Petelino59.

Stiaffini, Borghetti 1994: 90. Stiaffini, Borghetti 1994: 139, n. 421. 57 Parmeggiani 1987: 211-212 con bibliografia precedente. 58 Plinio (Hist. Nat., XIII, 26) tramanda dell’uso presso i romani di importare, dalla Siria e dall’Egitto, sostanze profumate quali il cinnammonum, il myrobalanum, il melobathrum, il galbanum, il laudanum e l’oenanthium. L’olio di rose era importato da Cirene e Napoli, mentre in quest’ultima preparavano essenze al nardo, “principale in unguentis” (Hist. Nat., XII, 42 ). Sull’uso dei profumi nell’antichità si veda Squillace 2010. 59 Contenitori vitrei per unguenti sono attestati nelle necropoli romane di Strongoli e Crotone, v. Ruga, Spadea 2007 con bibliografia precedente. 55 56

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CATALOGO60

rotondata; fondo piatto; pareti spesse maggiormente ingrossate sul fondo; si conserva un frammento del fondo e del corpo. Vetro di colore verde intenso. Soffiatura a canna libera. Sono presenti iridescenze ed incrostazioni post-deposizione. Datazione: metà del II secolo d.C. Cfr.: vedi scheda n. 2

1) Balsamario. Tav. III,1 Tomba XII. H cm 4,35; ø corpo cm 4,0; ø orlo cm 2,4. Inv. 148550. Orlo inclinato verso l’esterno, perpendicolare alla parete, ripiegato esternamente, ribattuto e con estremità arrotondata; breve collo dritto, appena sottolineato alla base da una leggera strozzatura; corpo globulare schiacciato, apodo; fondo leggermente concavo; pareti molto sottili. In frammenti, ricostruibile. Vetro trasparente verde. Soffiatura a canna libera. Datazione: metà II secolo d.C. Cfr.: Isings 1957, forma 6 /26a; Goether-Polaschen 1977, forma 70b, n 599; De Tommaso 1990: 42, tipo 7; Sternini 1990, pl. n° 19, 74; Biaggio Simona 1991: 130-131, tipo 8.1.14, n. 176.1.043, tav. 16; Roffia 1993: 110, n. 104; Lissia 1994: 106, nn. 21 e 22; Ravagnan 1994: 83, n. 150; Scatozza Höricht 1995: 56, forma 41; Bonomi 1996: 42, n. 39; Larese 1998: 19, n. 6; Facchini 1999: 46, n. 21; Toniolo 2000: 26, n. 15; Filippi 2006: 71 e 72.

4) Balsamario. Tav. III,5 e 6 Tomba VII. H cm 5,47; ø corpo cm 4,7; ø orlo cm 4,8. Inv. 148553 Orlo a tesa perpendicolare alla parete, estremità espansa e ribattuta superiormente; largo collo dritto con leggera strozzatura alla base; spalla inclinata verso l’esterno; fondo leggermente concavo; pareti sottili. Integro. Vetro trasparente verde con sfumature gialline. Soffiatura a canna libera. Sono presenti iridescenze e incrostazioni post-deposizione. Datazione: fine II - inizi III secolo d.C. Cfr.: Calvi 1968, nn. 292, 294-295; Hayes 1975, n. 583; Ghoetert Polaschek 1977, forma 73, nn. 664-665; Matheson 1980: 67, n. 172; Ravagnan 1994: 96, n. 176; De Tommaso 1990, tipo 50; Biaggio Simona 1993, tipo 8.1. 11; Buora 2004: 179, n. 415; Fadic 2006, forma 5, n. 50.

2) Balsamario. Tav. III,2 e 3 Tomba X. H cm 4,2; ø corpo cm 4,3; ø orlo cm 4,1. Inv. 148551 Orlo leggermente inclinato verso l’esterno, estremità ribattuta; largo collo cilindrico; spalla inclinata verso l’esterno, parete bassa e arrotondata; fondo piatto; pareti spesse maggiormente ingrossate sul fondo. Integro. Vetro traslucido di colore verde. Soffiatura a canna libera. Sono presenti iridescenze ed incrostazioni post-deposizione. Datazione: seconda metà del II - inizi III secolo d.C. Cfr.: Calvi 1968, nn. 290 e 291; De Tommaso 1990, tipo 29; Biaggio Simona 1993, tipo 8.1.11; Buora 2004, n. 416.

5) Balsamario. Tav. IV Tomba VII. H cm 16,8; ø corpo cm 11,17; ø orlo cm 4,1. Inv. 148554 Orlo orizzontale ripiegato verso l’esterno, lungo collo cilindrico leggermente rastremato verso l’alto e sottolineato alla base da una strozzatura; corpo conico schiacciato lenticolare a sezione ellittica con fondo depresso. Pareti molto sottili.

3) Balsamario. Tav. III,4 Tomba II. H. max. cons. cm 2,1; ø fondo cm 4,0. Inv. 148552 Spalla inclinata verso l’esterno, parete bassa e ar-

La datazione dei reperti vitrei non è assoluta, ma legata ai rispettivi corredi di rinvenimento. 60

Tav. IV: Balsamario tipo Isings 82A2, t. VII

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Si conservano 35 frammenti. Vetro traslucido di colore verdino. Soffiatura a canna libera. Sulla superficie si notano bolle d’aria e diffuse iridescenze. Datazione: fine II - inizi III secolo d.C. Cfr.: Isings 1957: 97-99, forma 82A2; Calvi 1968: 134-136, classe C1α2; Ghoetert Polaschek 1977, forma 72, nn. 639-640; Meconcelli Notarianni 1979, n. 198; Matheson 1980: 66, n. 168; De Tommaso 1990, tipo 35; Roffia 1993: 127, n. 294; Pini 1999: 17 e 20, fig. 3, d; Biaggio Simona 1993: 155-157, tipo 8.1. 11; Ravagnan 1994: 99, n. 184; Bonomi 1996: 8081, nn. 152-155; Croazia 1998: 138, scheda 90; Zampieri 1998: 38, n. 19; Fiacchini 1999: 246, n. 586; Lazar 2003: 186, n. 8.6.9., sl 50; Buora 2004: 172, n. 394; Fadic 2006: 43, forma 4, n. 40.

7) Balsamario. Tav. VI Tomba X. ø corpo cm 11,40; ø orlo cm 4,2. Inv. 148556 Orlo estroflesso ripiegato verso l’interno, arrotondato e ribattuto superiormente; alto collo cilindrico leggermente rastremato verso l’alto; fondo quasi piatto; pareti molto sottili. In frammenti, manca parte del corpo. Vetro incolore con sfumature verdi ed azzurrine. Soffiatura a canna libera. Sono presenti diffuse bolle d’aria, iridescenza e incrostazioni calcaree. Datazione: seconda metà II - inizi III secolo d.C. Cfr.: Isings 1957, forma 82B2; Meconcelli Notarianni 1979, n. 205; De Tommaso 1990, tipi 35 e 45; Simon-Hiernard 2000: 316, n. 286; Fadic 2006, forma 4, nn. 46-49; Buora 2004, n. 395.

6) Balsamario. Tav. V Tomba X. ø corpo cm 11,00; ø orlo cm 4,08. Inv. 148555 Orlo perpendicolare alla parete ripiegato verso l’interno e arrotondato, ribattuto all’interno e in basso, saldato a formare un anello tubolare schiacciato; alto collo cilindrico leggermente rastremato verso l’alto, con strozzatura alla base appena accennata; basso corpo lenticolare a sezione ellittica con fondo quasi piatto; pareti molto sottili. In frammenti, manca di parte del collo. Vetro incolore con sfumature verdi e azzurrine. Soffiatura a canna libera. Sulla superficie si notano diffuse bolle d’aria, iridescenze e incrostazioni calcaree. Datazione: seconda metà II - inizi III secolo d.C. Cfr.: Vedi scheda n. 5

Tav. VI. Balsamario tipo Isings 82B2, t. X.

8) Balsamario. Tav. VII Tomba II. ø corpo cm 9,46; ø orlo cm 4,1. Inv. 148557 Orlo estroflesso, ribattuto superiormente e arrotondato; collo cilindrico rastremato verso l’alto; basso corpo conico schiacciato, fondo piatto; pareti sottilissime. In frammenti, ricostruito nel corpo, parte superiore del collo e orlo. Vetro incolore con sfumature verdine. Soffiatura a canna libera. Si notano rade bolle d’aria di piccola dimensione. Datazione: metà del II secolo d.C. Cfr.: Isings 1957: 97, forma 82/ B2; Ghoeter Polaschek 1977, forma 72, n. 640; Meconcelli Notarianni 1979, n. 205; De Tommaso 1990: 61, forma 35; Ravagnan 1994: 102, n.

Tav. V. Balsamario tipo Isings 82A2, t. X.

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194; Stiaffini Borghetti 1994: 121, n. 284, tav. 32; Croazia 1998: 138, scheda 90; Zerbinati 1998: 196, n. 167; Simon-Hiernard 2000: 314-316, nn. 283-286; Lazar 2003: 186, n. 8.6.9. e sl 50; Fadic 2006, forma 4, n. 46.

640; Meconcelli Notarianni 1979, n. 198; Calvi 1968: 134-136, classe C1α2; De Tommaso 1990: 68, tipo 45; Biaggio Simona 1993: 155-157, tipo 8.1. 11; Roffia 1993: 127, n. 294; Ravagnan 1994: 99, n. 185; Bonomi 1996: 80, n. 152; Croazia 1998: 138, scheda 90; Fiacchini 1999: 246, n. 587; Pini 1999: 17, 20, fig. 3,d; Simon-Hiernard 2000: 316, n. 286; Lazar 2003: 186, n. 8.6.9., sl 50; Buora 2004, n. 395; Fadic 2006: 43, forma 4, n. 40. 10) Balsamario. Tav. IX, fig. 1 Tomba VII. H cm 15,48; ø corpo cm 8,50; ø orlo cm 3,90. Inv. 148559 Orlo orizzontale ribattuto all’interno; alto collo cilindrico; corpo conico schiacciato con spalla arrotondata verso l’esterno, fondo leggermente concavo; pareti sottilissime. Integro. Vetro incolore. Soffiatura a canna libera. Presenta diffuse iridescenze ed incrostazioni. Datazione: fine II - inizi III secolo d.C. Cfr.: Isings 1957: 97, forma 82B2; Ghoeter Polaschek 1977, forma 72, n. 640; Meconcelli Notarianni 1979, n. 205; De Tommaso 1990: 61, forma 35; Stiaffini, Borghetti 1994:121, n. 284, tav. 32; Ravagnan 1994: 103, n. 196; Croazia 1998: 138, scheda 90; Lazar 2003: 186, n. 8.6.9., sl 50; Larese 2004: 83, n. 586; Fadic 2006, forma 4, n. 46.

Tav. VII. Balsamario tipo Isings 82B2, t. II.

9) Balsamario. Tav. VIII Tomba T2S. ø corpo cm 11,15; ø orlo cm 4,00. Inv. 148558 Orlo estroflesso, ripiegato superiormente ed esternamente; alto collo cilindrico; corpo conico schiacciato con spalla inclinata verso l’esterno; pareti molto sottili. Frammentario, manca parte del collo ed il fondo. Vetro incolore. Soffiatura a canna libera. Sono presenti bolle d’aria di piccolissime dimensioni, diffuse iridescenze ed incrostazioni sulla superficie esterna. Datazione: fine II - inizi III secolo d.C. Cfr.: Isings 1957: 97-99, forma 82A2-B2; Ghoetert Polaschek 1977, forma 72, nn. 639 e

Tav. IX. Balsamario tipo Isings 82B2, t. VII.

11) Balsamario. Tav. X, fig. 2 Tomba X. H cm 17,5; ø corpo cm 10,15; ø orlo cm 4,05. Inv. 148560

Tav. VIII. Balsamario tipo Isings 82B2, t. VII.

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Orlo orizzontale ripiegato e ribattuto superiormente ed esternamente, leggermente inclinato; alto collo cilindrico; corpo conico schiacciato; fondo piatto. Pareti molto sottili. In frammenti, manca parte del fondo e del corpo. Vetro di colore azzurrino. Soffiatura a canna libera. Sono presenti bolle d’aria. Si notano diffuse iridescenze e incrostazioni calcaree. Datazione: seconda metà del II - inizi III secolo d.C. Cfr.: Isings 1957: 97, forma 82B2; Ghoeter Polaschek 1977, forma 72, n. 640; Meconcelli Notarianni 1979, n. 205; De Tommaso 1990: 61, forma 35; Stiaffini, Borghetti 1994: 121, n. 284, tav. 32; Ravagnan 1994: 6.9., sl 50; Fadic 2006, forma 4, n. 46.

Tav. XI. Balsamario “a bulbo” tipo Isings 82A1, t. VIII.

1998: 117, n. 57; Toniolo 2000: 62, n. 122; Andronico 2007: 49, tav. II; Ruga, Spadea 2007: 193, n. 9. 13) Balsamario. Tav. XII,1 Tomba III. H max. cons. cm 5,6; ø orlo cm 4,3. Inv. 148562 Orlo perpendicolare alla parete, ripiegato e ribattuto verso l’interno; collo cilindrico; pareti sottilissime. Si conservano frammenti dell’orlo e di parte del collo. Vetro di colore verde-azzurrino. Soffiatura a canna libera. Sono presenti diffuse bolle d’aria, incrostazioni e iridescenze. Datazione: Metà del II secolo d.C. Cfr.: Isings 1957: 97-99, forma 82; De Tommaso 1990: 68 e 70, tipi 45 e 49.

Tav. X. Balsamario tipo Isings 82B2, t. X.

12) Balsamario. Tav. XI Tomba VIII. ø orlo cm 3,35. Inv. 148561 Orlo ripiegato verso l’esterno, arrotondato e ribattuto; alto collo cilindrico con pronunciata strozzatura alla base; spalla inclinata verso il basso. Pareti sottili. Si conserva in 19 frammenti, manca il fondo e la parte inferiore del corpo. Vetro di colore verde trasparente. Soffiatura a canna libera. Sono presenti bolle d’aria. Datazione: ultimo quarto del II secolo d.C. Cfr.: Isings 1957: 97, forma 82/A1; Calvi 1968: 134 ss, gruppo Cɤ1; Meconcelli Notarianni 1979: 142, nn. 195-197, 204; De Tommaso 1990: 74, tipo 54; Ravagnan 1994: 97, n. 179; Lissia 1994: 133, nn. 80-81; Croazia

14) Balsamario. Tav. XII,2 Tomba VI. H max cons. cm 5,4; ø orlo cm 3,45. Inv. 148563 Orlo perpendicolare alla parete, ripiegato e ribattuto verso l’interno; collo cilindrico, pareti sottilissime. Si conserva un frammento dell’orlo e di parte del collo. Vetro di colore verde-azzurrino. Soffiatura a canna libera. Si notano diffuse bolle d’aria, tracce di incrostazioni ed iridescenze. Datazione: Seconda metà del II secolo d.C. Cfr.: Vedi scheda n. 13. 15) Balsamario. Tav. XII,3 Tomba VII. ø corpo cm 11,15; ø orlo cm 4,0. Inv. 148564

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In 51 frammenti, ricomponibile parte del collo e del corpo. Forma analoga al n. 10. Datazione: fine II - inizi III secolo d.C.

17) Bottiglietta cilindrica. Tav. XIII,2, fig. 3,2 Tomba T2S. ø corpo cm 4,5; ø orlo cm 3,0. Inv. 148496 Orlo perpendicolare alla parete, ripiegato verso l’esterno e verso l’interno, appiattito a formare una larga tesa cava internamente; breve collo dritto; spalla leggermente inclinata verso l’esterno; corpo cilindrico; apoda con fondo concavo. In frammenti. Vetro di colore trasparente. Soffiatura a canna libera. Opacizzato per alterazioni post-deposizione. Datazione: fine II- inizi III secolo d.C. Cfr.: Hayes 1975: 67, n. 200, fig. 6; Stern 1977: 77, n. 21; Matheson 1980: 82 e 83, nn. 221 e 223; De Tommaso 1990: 79-80, n. 63; Barkoczi 1996: 48-49, nn. 101-102, tav. XLVI; Zampieri 1998: 140, n. 232; Simon-Hiernard 2000: 339-340, n. 312. 18) Bottiglietta cilindrica. Tav. XIV,1 Tomba VII. H cm 8,0; ø corpo cm 6,1; ø orlo cm 3,7. Inv. 148497 Orlo estroflesso, perpendicolare alla parete, piegato verso l’esterno e ribattuto, superiormente, lateralmente e inferiormente, labbro arrotondato; breve collo dritto; spalla inclinata verso l’esterno; corpo cilindrico con pareti inclinate verso l’alto; fondo leggermente concavo; pareti sottili. Frammentaria. Vetro opaco. Soffiatura a canna libera. Sono presenti iridescenze e incrostazioni post-deposizione. Datazione: fine II- inizi III secolo d.C. Cfr.: Isings 1957: 121-122, forma 102 a; Simon-Hiernard 2000: 340, n. 312.

Tav. XII. Frr. di balsamari.

16) Bottiglietta cilindrica. Tav. XIII,1, fig. 3,1 Tomba VII. H cm 7,30; ø corpo cm 5,00; ø orlo cm 3,20. Inv. 148565 Orlo perpendicolare alla parete, ripiegato verso l’esterno e verso l’interno, appiattito a formare una larga tesa; breve collo dritto; spalla quasi orizzontale e corpo troncoconico che si raccorda con una leggera curvatura con il fondo appena concavo. Pareti sottili. Integra. Vetro trasparente con sfumature azzurrine. Soffiatura a canna libera. Si notano iridescenze sul corpo, sul collo e sull’orlo. Datazione: fine II - inizi III secolo d.C. Cfr.: De Tommaso 1990: 78-79, nn. 61 e 63; Scatozza Höricht 1986: 49, forma 26.

Tav. XIII. Bottigliette cilindriche da t. VII (1) e t. T2S (2).

Tav. XIV. Frr. di bottigliette cilindriche, t. VII.

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19) Bottiglietta cilindrica. Tav. XIV,2 Tomba VII. H max cons. cm 3,7; ø fondo cm 4,0. Inv. 148498 Corpo cilindrico e fondo appena concavo; pareti sottilissime. Si conservano 5 frr. del fondo e del corpo. Vetro trasparente con sfumature azzurrine. Soffiatura a canna libera. Si notano iridescenze e incrostazioni. Datazione: fine II - inizi III secolo d.C. Cfr.: vedi scheda n. 17.

23) Frammento. Tav. XV,4 Tomba T2S, US 8. ø orlo cm 3,45. Inv 148308 Contenitore per unguenti (?). Orlo svasato, tagliato e arrotondato. Si conserva un frammento. Vetro di colore trasparente. Soffiatura a canna libera. Si notano bolle d’aria e incrostazioni.

20) Anforisco. Tav. XV,1 Tomba VII. ø orlo cm 2,74. Inv. 148499 Orlo inclinato verso l’esterno, tagliato e arrotondato, labbro svasato; breve collo inclinato; piccole anse verticali, di forma tubolare, applicate sul collo e all’estremità inferiore del labbro, impostate ortogonalmente alla spalla; spalla dritta; pareti sottili. Si conservano sette frammenti, un’ansa si conserva integra, dell’altra solo l’attacco al collo; manca il corpo ed il fondo. Soffiatura a canna libera, anse fuse a parte e applicate a caldo. Vetro trasparente, opacizzato. Si notano incrostazioni ed iridescenze. Datazione: fine II - inizi III secolo d.C. Cfr.: Isings 1957: 77-78, forma 60; Taborelli 1994: 1-8, figg. 1 e 2.

Tav. XV. 1) Frr. di anforisco; 2) frr. di contenitore per unguenti; 3-4) frr. di orli e colli di possibili unguentari.

21) Contenitore per unguenti. Tav. XV,2 Tomba XI. H max cons. cm 5,05; ø orlo cm 3,03. Inv.148500 Orlo svasato, tagliato e arrotondato; collo cilindrico con accenno di parete globulare. Si conservano 2 frammenti. Vetro alterato da combustione. Datazione: ultimo quarto del II - inizi III secolo d.C. Cfr: Ghoeter Polaschek 1977, forma 70a, n. 572; Spadea, Mancuso 2007: 175, n. 12, tav. III, 2.

24) Frammento. Tav. XVI,1 Tomba T2S; US 8. H max cons. cm 5,7; ø corpo cm 4,0. Inv. 148309 Fiale. Si conserva un frammento del corpo fusiforme. Soffiatura a canna libera. Cfr.: Isings 1957: 126, forma 105; De Tommaso 1990: 76, tipo 57; Barkoczi 1996: 47, n. 94, tav. X; Zampieri 1998: 174, n. 289; Larese 2004: 94, nn. 290-291. 25) Frammenti. Tav. XVI,2 Tomba VII. H max cons. cm 6,26. Inv. 148310 Balsamario (?). Si conservano 6 frammenti del collo cilindrico. Vetro trasparente. Soffiatura a canna libera. Si notano diffuse bolle d’aria. Datazione: fine II - inizi III secolo d.C.

22) Frammenti. Tav. XV,3 Tomba XI. Inv.148307. ø orlo cm 4,0. Contenitore per unguenti (?). Orlo svasato, tagliato e arrotondato. Si conservano 2 frammenti. Vetro di colore trasparente. Soffiatura a canna libera. Alterazioni da combustione. Datazione: ultimo quarto del II - inizi III sec. d. C.

26) Coppa o piatto. Tav. XVI,3 Tomba VII. ø orlo cm 28,5. Inv. 148311 Orlo poco ingrossato con solcatura circolare all’interno (larga mm 2); parete leggermente

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concava fortemente rastremata verso il basso; piede distinto, solo parzialmente osservabile all’attacco con la parete, manca il fondo; pareti spesse. Vetro opaco fuso entro matrice. Cfr.: Isings 1957: 95, forma 80; Hayes 1975: 63, n. 176, fig. 6; Stiaffini, Borghetti 1994: 139, n. 421, tav. 102. Datazione: fine II - inizi III secolo d.C.

Fig. 1. Balsamario tipo Isings 82A2, t. VII.

Tav. XVI. 1) Frr. di fiale; 2) frr. di collo di possibile unguentario; 3) frr. di ciotola.

Fig. 2. Balsamario tipo Isings 82A2, t. X.

Fig. 3. Bottigliette cilindriche da t. VII (1) e da t. T2S (2).

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Aggiornamenti sul vetro in Italia

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Reperti di vetro nel complesso paleocristiano di Podvršje (Croazia) Šime Perović The archaeological research at the site of Podvršje in the vicinity of Zadar which were conducted during the last decade unearthed remains of an important Early Christian complex. Two connected churches (basilacae geminae) with ancillary rooms (pastophoria) were discovered and explored as well as a memoria and a cemetery north of the churches’ front. In addition to numerous stone fragments of the interior church furnishings, there was also a considerable number of glass finds and pottery. This paper deals with glass finds: conical oil lamp with three handles, an oil lamp with handles on the rim, fragments of a pedestal beaker (goblet) and finally many fragments of flat window panes. All finds can be dated to the period from the 5th to 7th centuries. Già dal IV secolo, in tutta la provincia della Dalmazia, soprattutto in ambito cittadino, vengono costruiti sontuosi edifici paleocristiani. L’architettura ecclesiastica urbana è rappresentata in genere dalle basiliche a tre navate, anche se a volte sono presenti edifici ecclesiastici a navata unica. La cristianizzazione dell’intera provincia della Dalmazia avvenne già nel VI secolo e si estese in profondità, fino all’entroterra della costa adriatica orientale1. Gli esempi di edifici paleocristiani di quel periodo sono numerosi, sia come nuove costruzioni, sia come riadattamento a luogo di culto di strutture pre-esistenti. Per quanto fra le nuove costruzioni paleocristiane di quel periodo in ambito rurale siano presenti basiliche di tipo classico, ad una o tre navate, si può affermare che, nelle campagne, il modello più diffuso è quello di un edificio con un’unica navata di cosiddetta “pianta complessa”. Si tratta di edifici con vani aggiunti disposti lungo i fianchi della navata centrale, che danno quindi l’impressione di essere costruzioni a tre navate. Sotto lo stesso tetto sono racchiusi tutti i vani necessari, come nartece, battistero, diakonikon, i sepolcri e, qualche volta, le cisterne2. Uno degli esempi di insediamento rurale paleocristiano è il complesso scoperto nel retroterra di Zara, nel villaggio di Podvršje (fig. 1). L’origine di questo sito deve essere collegata all’epoca della conquista romana, nel corso della quale di-

venne un piccolo agglomerato, probabilmente un vicus. Il suolo fertile di Podvršje giustifica senza dubbio la sua scelta. Anche le ampie e ricche saline nel territorio della baia di Ljubacki3 hanno indubbiamente svolto un ruolo importante. La continuità di insediamento dall’età romana ha dato esito in epoca paleocristiana alla realizzazione di una basilica di grandi dimensioni nella località di Podvršje - Glavčina. Nella prima fase, verso la metà oppure la seconda metà del V secolo, fu costruita una basilica a navata unica, con diakonikon e battistero sul lato meridionale, ed il sepolcreto sul lato orientale. Probabilmente, questa chiesa venne edificata in corrispondenza o nelle immediate vicinanze di un tempio romano dedicato a divinità siriane, la cui esistenza è testimoniata da un’iscrizione ritrovata sul rivestimento di un sepolcro monumentale4. Si tratta di una costruzione con una navata allungata che chiude ad occidente con una abside semicircolare. Lungo il muro meridionale sono stati impostati altri due vani collegati alla chiesa; il primo di essi, a cui si accede attraverso una porta nei pressi dell’abside, serviva molto probabilmente come diakonikon ed è organicamente collegato alla chiesa. Il battistero, ricoperto di tegole ed a forma di croce greca5, è attiguo al diakonikon. Verso la meta del VI secolo, fu costruita un’altra chiesa ad una navata lungo il muro settentrionale della chiesa originale. Anche il nuovo edificio

Uglešić 2009: 146. Uglešić 2009: 141. 5 Uglešić 2009: 140-144. 3

Jeličić-Radonić 1994: 24-25; Cambi 2002: 9-21. 2 Migotti 1995: 113-143; Uglešić 2002: 10-13. 1

4

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Fig. 1. La posizione geografica di Podvršje.

aveva approssimativamente le stesse proporzioni ed era dotato abside semicircolare, scandita all’esterno da basse lesene. Nel complesso questa chiesa ha le caratteristiche del primo stile bizantino e può essere situata cronologicamente nell’epoca di Giustiniano (fig. 2). Ad ovest della facciata delle due chiese è stato scoperto un cimitero. In tutto sono state identificate 22 tombe. A parte numerosi frammenti della struttura architettonica di pietra ed oggetti ecclesiastici, nel sito si ritrovano anche alcune epigrafi e molti frammenti di ceramica, tegole ed oggetti d’uso quotidiano. Insieme ad una piccola quantità di reperti di metallo, è stata scoperta anche una quantità considerevole di vetro. Questi frammenti dimostrano che, nella tarda antichità, il vetro oltre ad essere adoperato come lastra-oculus, aveva un impiego molto esteso e numerosi oggetti come lucerne ad olio e oggetti liturgici

e votivi (bottiglie, bicchieri, calici, vasetti, ecc.)6 erano fabbricati in questo materiale. Su un totale di più di 700 frammenti di vetro soltanto una quarantina è riferibile a recipienti, mentre la parte restante è costituita da frammenti di lastre da finestra del tipo colato in stampo. I frammenti di lastra di vetro in genere possono essere datati difficilmente7, ma nel caso della duplice basilica di Podvršje è stato possibile collocarli con una considerevole certezza tra V e VI secolo. Infatti, questi reperti sono stati ritrovati in tre strati ben distinti, uno corrispondente alle antiche fondamenta e due alle due fasi di costruzione della chiesa paleocristiana (figg. 3 e 4).

Uglešić 2009: 145-146. Fontaine, Foy 2005: 159-163; Fagnana, Zucchiatti 2004: 21-27. 6 7

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Fig. 2. Podvršje-Glavčine, pianta del complesso paleocristiano (secondo A. Uglešić).

Sono stati individuati in tutto 42 frammenti appartenenti a sostanzialmente quattro forme di vetro specifiche. La maggior parte di essi (29), sono orli, tutti simili, anche se è difficile attribuirli con sicurezza ad un tipo specifico; inoltre alcuni di essi fanno certamente parte dello stesso oggetto, cosicché il numero complessivo degli esemplari è con tutta probabilità inferiore. Accanto agli orli, sono stati riconosciuti anche otto

fondi con cono pronunciato, forse riferibili a bicchieri conici non decorati, o a lampade in forma di tazza oppure di piccolo vaso, o, infine, forse a bottiglie globulari (per quanto in quest’ultimo caso non sia stato trovato alcun frammento di orlo o collo che possa confermarlo). Sono stati riconosciuti anche l’estremità cilindrica di una lucerna ad imbuto, due frammenti di piede di calice e dieci piccole anse di fogge diverse.

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Figg. 3-4. Transenna dall’abside della chiesa di Giustiniano ed un frammento della lastra di vetro ricostruita.

a. Bicchiere

nanze di Kaštel-Sućurac)12. È molto probabile che i dieci esemplari di ansa trovati nella zona di Podvršje-Glavčine appartengano tutti a questo tipo di lucerna ad olio. I primi esemplari di questa forma sono datati all’inizio del IV secolo (si vedano le attestazioni di Gerasa, del Mitreo di Santa Prisca a Roma ed in siti dell’odierna Bulgaria)13, ma la loro produzione continuò fino a tutto il VII secolo. Per consentirne il funzionamento come lucerna un lucignolo veniva fatto galleggiare sull’olio al suo interno. Potevano essere appoggiate su una superficie piana, oppure appese con una catenella di bronzo fissata alle tre anse. La ricostruzione di questo modello di lampada appesa corrisponde perfettamente ai reperti di catenelle di bronzo scoperti a Crkvina in Galovac14 e nella chiesa a Gati15.

Analizzando con maggiore dettaglio i reperti in vetro il maggior numero dei frammenti sembra corrispondere a bicchieri di vetro non decorati di forma più o di meno conica. Le loro caratteristiche principali sono il fondo spiccatamente cavo e conico ed il corpo conico dal bordo ispessito. Le pareti sono per lo più spesse e sono ben visibili bolle di soffiatura e filamenti. Il colore prevalente è blu/verde, con pochi esempi di colore verde oliva o bruno8. Potevano servire sia come lucerne sia come bicchieri9.

b. Lucerna a tre anse

Anche le lucerne vitree troncoconiche hanno il fondo cavo e da questo progressivamente si sviluppa un recipiente rotondo o conico. Di solito hanno tre piccole anse fissate sull’orlo e sulle pareti10. Questo tipo di lucerna è comune nel Mediterraneo orientale, ma si ritrova anche nella penisola Appenninica11 ed altrove in Occidente. Sono presenti anche in numerosi siti archeologici paleocristiani in Croazia (Srima presso Šibenik, Galovac vicino Zadar, e Putalj nelle vici-

c. Lucerna ad imbuto

Un solo frammento appartiene ad una lucerna ad imbuto, con il fondo cavo allungato e la parte superiore incavata e cilindrica. Tale tipo di lucerna poteva essere appesa ed usata isolatamente, oppure essere inserita in un lampadario di metallo, il cosiddetto polycandilon. Il tipo appare per la prima volta in Palestina, più precisamente

Calvi 1968: 170-171; Fadić 1994: 217. Fadić 1994: 217; Stiaffini 1985: 667-688; Saguì 1993: 113-136; Foy 1995: 187-242. 10 Isings 1957, forma 134, 162; Duval, Jeremić 1984: 131; Buljević 1994: 259. 11 Curina 1983: 166-175. 8

Fadić 1994: 217-218; Belošević 1993: 121-142; Belošević 1998; Fadić 2005: 222 . 13 Baur 1938: 526; Isings 1957: 162. 14 Belošević 1993: 138. 15 Fadić 1994: 218-219.

9

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Fig. 5. Disegni delle forme degli oggetti vitrei rappresentati a Podvršje: a) bicchiere non decorato; b) lucerna ad olio conica con tre anse; c) lucerna ad olio in forma dell’imbuto; d) bicchiere a calice con gambo.

d. Calice

nella chiesa di San Giovanni Battista a Samara16, ed i primi esemplari possono essere datati tra V e VI secolo. Una simile datazione, V-VII secolo, corrisponde anche ad esemplari ritrovati a Gerasa ed in Bulgaria17. Questo tipo di lucerna è stato utilizzato fino al XIV secolo, come il precedente funzionava grazie alla presenza di un lucignolo al suo interno. Finora in Croazia lampade ad imbuto sono state trovate negli scavi di Crkvina a Galovac, nella chiesa di San Giorgio a Putalj, a Lovrečina nell’isola di Brač, e nella chiesa di San Giovanni a Zadar18.

Infine, sono stati rinvenuti due frammenti di piede di calice. Di solito essi sono composti di un piedino circolare, uno stelo ed una vasca troncoconica o arrotondata. Ricerche recenti hanno dimostrato che simili reperti si ritrovano con frequenza nelle località paleocristiane della Croazia (Srima presso Šibenik, Galovac vicino a Zadar, ed a Putalj vicino Kaštel-Sućurac)19. Venivano utilizzati come lumini votivi e forse si usavano anche nel rituale liturgico come i calici20. Vengono considerati come un tipo mediterraneo di vasellame di vetro e iniziano ad essere prodotti già dal III o dal IV secolo, restando in uso fino all’inizio del medioevo21 (fig. 5). I calici rientrano

Gyurky Katalin 1982: 157; Gasparetto 1977: 78-80. 17 Fadić 1994: 215. 18 Belošević 1993, 122; Fadić 1993: 136; Fadić 1994: 216-217. 16

Fisković 1983: 65-80; Fadić 2005: 228-229; Fadić 1993: 61-71; Belošević 1993:121-142. 20 Fadić 1994: 213; Perović 2010: 40. 21 Cunja 1989: 71-78. 19

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comunemente nel vasellame vitreo di V-VI secolo, limitato a poche forme, essenzialmente bicchieri, calici e bottiglie, ma varianti tipologiche e di decorazione. Il tipo di calice che è attestato da due esemplari nella necropoli di Ždrijac a Nin è caratterizzato da piede a forma di disco, stelo corto e cilindrico su cui posa la vasca di forma conica o arrotondta. Complessivamente la forma della vasca può essere ricondotta a tre varianti: ad U o arrotondata, a V o conica e a tulipano22. Sembra che perlopiù queste forme derivino dai modelli utilizzati nel V secolo, a loro volta derivati da una tipologia che appare già tra la fine del III e l’inizio del V secolo, Isings 111. La superficie esterna viene raramente decorata con applicazioni di fili di vetro, a ghirlanda o spirale, o ornata con nastri orizzontali23. Oltre ad essere usati come utensili da tavola ed in cucina, servivano come lucerne ad olio24. I calici di vetro usati come lucerne ad olio sono un reperto molto comune nelle località paleocristiane nella Croazia, ove servivano soprattutto come lumi votivi, ma forse anche nella liturgia, come calici25. Il gruppo di calici di vetro viene generalmente classificato come tipo mediterraneo di stoviglie da tavola26. I primi reperti datati III e IV secolo dopo Cristo vengono situati nell’area del Mediterraneo orientale e area del Mar Nero27 e nel IV e V secolo erano presenti in tutta la zona mediterranea, in particolare in Siria, Cipro, Grecia, Siracusa28. In queste località, questa forma di calice è accertata con considerevole frequenza anche all’VIII secolo. Nonostante dati strati-

grafici incompleti, sembra essere sopravvissuta, benché in quantità ridotta, fino al IX e X secolo, quando viene sostituita dal calice tipico del periodo medievale col gambo lungo soffiato o con gambo a sezione conica29. Forma di calice è stata particolarmente popolare anche nell’Italia del Nord e si ritrova in una serie di località dall’antichità tarda all’inizio del Medioevo30. Viene fatta l’ipotesi che gli esemplari trovati a Cividale Friuli, Borgo d’Aleu, Firenze, Fiesole, Chiusi-Arcisa, Nocera Umbra e Castel Trosino31 corrispondano ad una produzione dell’Italia del Nord. Ma le sole prove di una produzione locale riguardano Torcello dove gli scavi archeologici hanno portato alla luce una bottega del vetro, attiva nel VII e VIII secolo32. La stessa idea di una produzione locale nord italica si basa anche in un considerevole numero di frammenti trovati nella località Invillino, in Friuli Venezia Giulia, dove sono stati identificati 207 esemplari33. Produzione locale, con la certezza discutibile, si presume anche sulla

Harden 1975: 22. La partizione simile si trova anche in Uboldi 1993: 294, che distingue le forme coniche allungate, in forma di campanello del profilo S, poi in sferiche od ovali con contorni intrecciati, e Bierbrauer 1987: 160-162, che distingue tre tipi A-C. 23 Harden 1975: 21; Uboldi 1993: 296-298. 24 Fadić 1994: 214. Numerosi esemplari che suggeriscono una funzione votiva sono stati trovati anche nella memoria paleocristiana e nel cimitero a Majsan vicino a Korčula: Fisković 1983: 65-80. 25 Fadić 1994: 213-214; Fadić 2005: 228. 26 Isings 1957, forma 111, 139. 27 Stiaffini 1994: 211; Fadić 1994, 213-215. 28 Isings 1957: 139-140; Harden 1936: 171 ss.; Vessberg 1952: 124; Hayes 1975: 84 ss.; Auth 1976: 150 ss. 22

Fig. 6. Lucerna biconica con tre anse.

Uboldi 1993: 294; Uboldi 1991: 85; Lazar 2001: 72. 30 Sternini 1995: 243-289; Roffia 1996: 59. 31 Stiaffini 1994: 211; Paroli 2007: 6-15. 32 Tabaczynska 1977: 117; Stiaffini 1991: 180. 33 Bierbrauer 1987:221; Rottloff 2002: 239-252. 29

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base di esemplari di calici nella necropoli di Sovizzo dei Longobardi, i quali vengono attribuiti a botteghe dell’Italia del Nord attive in territorio bizantino34. Ma nonostante questo la parte più importante dei reperti vitrei del primo medioevo nell’Italia del Nord sembra essere importata.

Volturno35, nella località di Luni in strati dal VI secolo36, ed un esemplare di provenienza sconosciuta viene custodito a Milano (Civiche Raccolte Archeologiche e Numismatiche)37; anch’esso è datato fra il V ed il VI secolo. Per il momento sembra che la diffusione predominante di questo tipo d’oggetto sia da situarsi in una zona più vasta nell’Italia centrale e meridionale. Questo fatto ci spinge a ritenere il reperto da Podvršje il prodotto di botteghe italiche e non del Levante. Complessivamente questi reperti vitrei si inseriscono bene nel panorama finora prospettato della suppellettile da contesti paleocristiani. La tipologia corrisponde al repertorio standardizzato dei reperti in vetro tipico degli edifici e delle località paleocristiane e trova confronto nei ritrovamenti di Crkvina a Galovac e di San Giorgio a Putalj, permettendo di ipotizzare un’origine comune per tali materiali nei complessi ecclesiastici. È degna di segnalazione, invece, la lucerna biconica: si tratta di un oggetto molto raro, che si connota come reperto rappresentativo, anche al di fuori dell’ambito di questa ricerca, ed offre nuovi spunti per seguire l’evoluzione delle lucerne vitree a tre anse.

Oltre ai reperti descritti, a Podvršje è stato trovato un esemplare particolare e piuttosto raro di manufatto vitreo (fig. 6). Si tratta di una lucerna dal corpo biconico, con tre anse piegate a 90 gradi e fissate sull’orlo. Le anse dell’esemplare di Podvršje non si sono conservate, ma sono ben visibili le cicatrici sull’orlo, dove erano fissate. Tale tipo di lucerna poteva essere appeso per mezzo di catenelle di bronzo o semplicemente posto su una superficie piana. Si considera che questo tipo di lume sia stato direttamente influenzato dai modelli più piccoli delle lucerne troncoconiche con anse fissate alla parete (tipo b descritto sopra). Nonostante ciò, sembra che lucerne di questo tipo non fossero presenti nelle località del Mediterraneo orientale, mentre esemplari simili sono stati invece trovati nella zona archeologica di San Vincenzo al

Stevenson 1988: 198-209; Stiaffini 1991: 182-183. Roffia 1981-83: 214-215. 37 Roffia 1993:182. 35 36

34

Casagrande, Ceselin 2003: 194-195.

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Dati preliminari sui vetri dell’edificio con peristilio di Palmira (Siria) Miriam Romagnolo* It is presented here a preliminary research about late glass sherds (dating back to VI-VIII century A.D.) from the new excavations conducted, since 2008, by the Italian-Syrian joint mission in Palmyra (Pal.M.A.I.S), in the Peristyle Building, in an area never investigated systematically so far, the SW Quarter of the ancient city. Types, decorations and morphological repertoire provide a deeper knowledge of the history of Palmyra in the crucial transition period between late Byzantine and early Islamic era. Risale al 2007 la formazione della missione archeologica congiunta italo-siriana a Palmira (PAL.M.A.I.S.) costituita in seguito ad un accordo tra l’Università degli Studi di Milano e la Direzione Generale delle Antichità e dei Musei di Damasco (DGAM). Palmira (attuale cittadina di Tadmor, Repubblica Araba Siriana), posta in un’oasi del deserto siriano a metà strada tra il Mediterraneo e l’Eufrate, deve prosperità e ricchezza alla sua posizione e alle vie commerciali che l’attraversavano. Conobbe un periodo di straordinario sviluppo nella piena età imperiale romana, tra I e III sec. d.C., rimanendo ad ogni modo prospera e vitale fino alla prima età islamica (VII-VIII secolo d.C.). Dal 1980 è inserito nella lista dei siti classificati dall’Unesco come “Patrimonio dell’Umanità”. L’area oggetto di indagine da parte della missione è il Quartiere Sud-Ovest della città, che si estende su una superficie di 114.000 mq (misurando circa m 547x281), area centrale della città antica ma finora esclusa da ricerche sistematiche e per la quale si ipotizza una prevalente destinazione residenziale. I suoi confini sono definiti a sud-est dal muro perimetrale dell’Agorà, a sud e a sud-ovest dal settore delle Mura di Diocleziano compreso tra l’Agorà e la Porta di Damasco, a Nord-Ovest e a Nord-Est dalla Via Colonnata Trasversale e dalla Grande Via Colonnata (fig. 1). Nel 2007 è stato eseguito il rilievo generale piano-altimetrico completo del quartiere che ha

portato al campionamento delle evidenze strutturali visibili sul terreno (fig. 2). Tra 2008 e 2010 si sono svolte invece delle campagne di scavo stratigrafico nella struttura più imponente individuata nel quartiere, per quanto possibile giudicare dalle sole evidenze sul terreno, situata nel suo settore meridionale, nei pressi della cinta muraria tardo antica della città1. Si tratta dell’Edificio con Peristilio, il quale deve il nome alle colonne rimaste in vista, emergenti per circa metà della loro altezza dal terreno sabbioso (6 colonne per lato, delle quali in situ 12 su tre lati). L’estensione dell’Edificio è verosimilmente delimitata da due piccole strade con orientamento N/S. Durante lo scavo sono emersi vari ambienti e numerosi materiali dai quali risulta, per l’Edificio, un lungo periodo di frequentazione a partire dalla prima fase, collocabile in età Severiana, fino al VII-VIII sec. d.C., con un’alternanza di diverse fasi di ristrutturazione (fig. 3). Durante le tre campagne di scavo sono venuti alla luce circa un migliaio di reperti vitrei. Si tratta esclusivamente di frammenti, di cui il 70% è composto da pareti per la maggior parte non diagnostiche. Versano nella quasi totalità in pessimo stato di conservazione, essendo iridescenti e spesso ricoperti da una patina, nera o bianca, che non permette di riconoscere il colore originario del vetro2. Tra i colori però, quando riconoscibi-

Grassi 2008: 91-106; Grassi 2009a: 339-349; Grassi 2009b: 194-205; Grassi 2010: 1-25; Palmieri 2008: 107-118. 2 Russo 2007: 215; Kucharczyk 2004: 55; Meyer 1988: 188. 1

*Specializzanda presso l’Università degli Studi di Milano; membro della missione Pal.M.A.I.S. Desidero ringraziare la Prof. M.T. Grassi per la fiducia accordatami nell’affidarmi lo studio di questo materiale.

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Fig. 1. Pianta della città di Palmira con il Quartiere Sud-Ovest evidenziato in rosso (rielaborazione da As’ad-Schmidt Colinet 2005: 8, fig.7).

Fig. 2. Pianta del Quartiere Sud-Ovest di Palmira con in evidenza le unità edilizie.

600


Fig. 3. Pianta aggiornata al 2010 dell’Edificio con Peristilio di Palmira.

li, predominano i toni dell’azzurro e del verde3. Come caratteristico del vetro di quest’epoca, le pareti sono estremamente sottili4. Tutte le forme che sono state riconosciute sono inquadrabili cronologicamente tra l’epoca bizantina e la prima età islamica (epoca omayyade), ovvero tra VI e VIII secolo d.C., periodo in cui Palmira, per quanto riguarda i rinvenimenti di vetro, sembra inserirsi perfettamente nel quadro generale del Medio Oriente dell’epoca5.

Un totale di 287 frammenti sono potenzialmente diagnostici e si riferiscono ad orli, fondi, anse, pareti decorate, bracciali e vaghi di collana. La forma maggiormente rappresentata e riconoscibile è quella del calice su piede circolare (i cd. Wineglasses, corrispondenti al tipo Is. 111)6, per un totale di 47 frammenti (16,37%). Su 47 frammenti: 9 sono steli; 21 hanno il diametro non determinabile; 16 frammenti hanno il diametro compreso tra 4-5 cm (34%); 1 solo frammento ha il diametro di 6,5 cm. Si tratta di una forma che compare all’inizio del V sec. d.C. e si ritrova senza sostanziali cambiamenti morfologici fino all’epoca islamica (fig. 4, 5, 8.1, 8.4)7. Quella del calice su piede circolare a disco (che spesso presenta l’orlino cavo), con stelo sia cavo sia pieno, quasi sempre rettilineo, è una forma molto ben rappresentata in tutto il Medio Oriente; in quest’area geografica in epoca

Russo 2007: 215-229; Meyer 1988: 188; Kucharczyk 2001: 66; Kucharczyk 2004: 55; Dussart 2007: 71. 4 Kucharczyk 2001: 66. 5 Per quanto riguarda la tipologia, essendo questo il primo studio su vetri di Palmira provenienti da scavo stratigrafico e non da necropoli e non essendoci dunque precisi parametri di riferimento in studi precedenti su Palmira (tranne un’unica pubblicazione riferita ai vetri conservati nel Museo della città, vetri provenienti da necropoli o senza contesti documentati: As’adGawlikowska 1994: 5-36) ho fatto costante riferimento al volume Dussart 1998. 3

6 7

601

Isings 1957: 139-140. Dussart 1998.


Fig. 6. Frammento di collo di bottiglia in vetro azzurro ornato da filamenti applicati in vetro blu, dall’Edificio con Peristilio di Palmira.

All’interno dei ritrovamenti vitrei dall’Edifico con Peristilio palmireno possiamo annoverare, tra gli elementi tipici di questo periodo, degli orli di piccoli contenitori a fondo piano (pots) ripiegati esternamente (fig. 8.3), numerosi colli di bottiglia, tra cui un esemplare con decorazione a filamenti blu cobalto applicati (figg. 6 e 8.2)9, ed almeno tre frammenti di parete con decorazione a “pinzatura” orizzontale, pertinenti la pancia globulare di alcuni contenitori (flacons). Finora non è stato possibile effettuare nessun tipo di analisi chimica dei reperti rinvenuti. Le bottiglie, dopo i calici, costituiscono uno dei ritrovamenti più comuni, a Palmira come in tutto il Medio Oriente10: come nella maggior parte delle bottiglie di epoca bizantina le pareti sono spesso fini, hanno corpo globulare e collo

Fig. 4. Fotografia di uno dei calici meglio conservati, con piede a disco e stelo cavo integri, proveniente dall’Edificio con Peristilio di Palmira (Ø del disco cm 4,5; H > cm 4,4).

omayyade sembrano essere più frequenti i piedi con stelo pieno rispetto a quelli con stelo cavo, anche se le due tipologie sembrano convivere8. Il frammento meglio conservato (figg. 4 e 8.1), con piede e stelo cavo integri, proveniente dall’Edificio con Peristilio, ha il diametro del piede di cm 4.5 e l’altezza massima conservata è di cm 4,4.

Fig. 5. Parte di piede e stelo di calice dall’Edificio con Peristilio di Palmira.

Fig. 7. Frammento di parete ricoperta da patina bianca, ornata da decorazione cd. a “pinzatura”, dall’Edificio con Peristilio di Palmira. Foy 2000: 263-265; Lightfoot 2005: 174-176. Kucharczyk 2001: 66; Dussart 1998: 146; Kucharczyk 2005: 31; Kucharczyk 2006: 50-51; Foy 2000: 263-265; Meyer 1988: 205-207; Dussart 2007: 71. 9

10

Dussart 1998; Kucharczyk 2001: 66; Kucharczyk 2004: 57; Foy 2000: 275-278; Meyer 1988: 198202; Russo 2007:.218 e 227; Dussart 2007: 71 e 97. 8

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Fig. 8. 1. Frammento di piede e stelo cavo di calice; 2. Frammento di collo di bottiglia in vetro azzurro ornato da filamenti applicati in vetro blu; 3. Frammento di orlo di piccolo contenitore a fondo piano (pot); 4. Frammento di piede e stelo di calice.

alto. Il collo di bottiglia con filamenti blu da me preso in considerazione si inserisce nella tipologia delle funnelneck bottles11, ovvero bottiglie con collo a imbuto (figg. 6 e 8.2). Il frammento è di colore azzurro e ha un diametro ricostruibile di cm 6.5. L’orlo è tondo, estroflesso con un minuscolo occhiello visibile in frattura; sotto, a cm 2 dall’orlo, c’è un cordolino blu cobalto applicato sotto al quale vi sono dei sottili filamenti orizzontali, sempre blu, a distanza regolare di mm 2/4 l’uno dall’altro: se ne vedono cinque. Le pareti si inclinano leggermente verso l’interno. Per quanto riguarda invece la decorazione a “pinzatura” (fig. 7), essa si trova solitamente in orizzontale, nella maggior parte dei casi sulla spalla di bottiglie a corpo globulare di medie dimensioni (flacons) ed è molto diffusa sia in Si-

ria che in Giordania12. I frammenti provenienti dall’Edificio palmireno non sono di dimensioni tali da permettere il riconoscimento preciso di un tipo, ma la tipologia della decorazione è talmente specifica da rendere altamente probabile che si tratti proprio dei flacons descritti nel suo volume da O. Dussart13. Si tratta di dati preliminari, che permettono di inserire pienamente la città di Palmira, almeno per quanto riguarda i frammenti di reperti in vetro, nel quadro generale medio-orientale, ancora vitale in questo campo anche nella cruciale e spesso difficile epoca di transizione tra periodo tardo-bizantino e l’inizio della dominazione islamica.

As’ad-Gawlikowska 1994: tav. II fig. 2, tav. III figg. 9-13 e 17, tav. V, figg. 4-5; Foy 2000: 268-270; Dussart 1998; Meyer 1988: 205-206. 13 Dussart 1998. 12

11

Kucharczyk 2006: 50-51.

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La collezione di vetri antichi di Camillo Leone. Prime note Maria Grazia Diani*, Francesca Rebajoli** Camillo Leone (Vercelli, 1830-1907) was a notary very interested in antiquities and during all his life he collected a very rich group of art objects and ancient artefacts, which is now preserved and exhibited in the Museo Leone in Vercelli. In this collection we can find a big group of glass fragments, often quite small but which are ascribable to well known ancient production. Several and various glass working techniques are represented: mosaic glass with coloured bands, floral and spiral motifs, millefiori, reticello and also opaque glass fragments, flat glass with decorative function, decorated pearls. Here comes a first selection of these glass materials.

Camillo Leone nacque a Vercelli il 17 dicembre 1830 da una famiglia della borghesia locale. La sua vita fu divisa tra la professione di notaio e la grande passione per il collezionismo, soprattutto a partire dal 1870, quando si trovò unico erede del considerevole patrimonio familiare. Fondamentali per la formazione della sua raccolta di cimeli antichi furono l’amicizia e la frequentazione di molti intellettuali piemontesi (storici, archeologi, critici d’arte). Inizialmente Camillo Leone predilesse per la sua collezione reperti antichi di provenienza locale, mentre successivamente ampliò i suoi orizzonti sia cronologici, sia geografici, accogliendo testimonianze anche da altri territori e non esclusivamente archeologiche. A differenza di molti altri collezionisti a lui coevi, il Leone nella sua raccolta fu motivato non da mere ragioni estetiche, bensì dalla volontà di salvaguardare la storia vercellese e dal desiderio di creare un museo che fosse aperto al pubblico. L’eterogenea collezione di Camillo Leone, oggi conservata ed esposta al pubblico presso il museo di Vercelli a lui intitolato, si compone di reperti archeologici, dipinti, libri antichi ed opere d’arte decorativa (vetri, maioliche, porcellane, armi, tessuti, bronzi, oggetti d’arredo,…) che coprono un ampio arco cronologico.

Questa presentazione è dedicata a un consistente nucleo di frammenti in vetro, dei quali è possibile ricostruire, seppur parzialmente, la storia collezionistica1. Tra i personaggi con i quali Leone intrattenne contatti e scambi, spicca la figura del milanese Amilcare Ancona, noto collezionista, archeologo e numismatico, la cui importante raccolta fu messa all’asta nel 1892 e attrasse l’interesse di studiosi e di musei italiani e stranieri. La raccolta dell’Ancona comprendeva reperti archeologici egizi, etruschi, greci e romani di notevole importanza, insieme con cimeli risorgimentali, documenti ed autografi, medaglie e monete di varie epoche. Nell’archivio del Museo Leone si conservano una serie di lettere a lui indirizzate dall’Ancona, che testimoniano una fitta corrispondenza ed un fecondo scambio di materiali. Tra queste, due risultano di particolare interesse al nostro scopo. Nella lettera datata 2 maggio 1890, l’Ancona descrive un elenco di oggetti che manda in visione al Leone per verificare il suo interesse a un eventuale acquisto; tra gli altri, sono menzionati: “...diversi frammenti di vetri greco-etruschi dei quali i tre avvolti con carta rossa furono da me fatti pulire da una parte sola dal moleta lasciando greggia l’altra parte che serve ad assicurare dell’an-

Ringraziamo il geom. Amedeo Corio, presidente della Fondazione Istituto di Belle Arti e Museo Leone, la dott.ssa Anna Rosso, già conservatrice del museo e il dott. Luca Brusotto, attuale conservatore, per averci consentito lo studio dei materiali. Fotografie: Stefano Galloro. 1

*Regione Lombardia, Direzione Generale Cultura. Comitato Nazionale Italiano AIHV. **Museo Leone, Vercelli. Comitato Nazionale Italiano AIHV.

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Fig. 1. a) frammento di pendente a volto umano - b) frammento di amphoriskos.

tichità del vetro. Ella se crede potrà divertirsi a fare altrettanto cogli altri ed al caso se desidera di questi vetri ne ho tre grandi scatole piene per cui potrei cederne una parte”. Una seconda lettera, senza data ma sicuramente successiva al 17 maggio e precedente al 3 giugno 1890, conferma l’avvenuto acquisto da parte di Leone di una parte dei vetri colorati, poiché l’Ancona ne fissa il prezzo di vendita “... Scatola contenente un’infinità di frammenti vetro a colori £. 20”. Il Leone conserva memoria di questi acquisti nei suoi diari. Infatti il 4 maggio 1890 egli scrive: “Ieri poi ho ricevuto da Milano, dal Signor Amilcare Ancona, un’altra spedizione di oggetti antichi, cioè varie armi in selce, vari bronzi di scavo ed un campionario di frammenti vitrei greci, romani ecc., cosicché la mia raccolta cosmopolita continua sempre ad aumentare”.

È piuttosto frequente, nel collezionismo antiquario ottocentesco e dell’inizio del Novecento, la raccolta di materiali di questo genere, la cui provenienza, sebbene non accertabile con sicurezza, si può supporre che sia dall’area centro italica o vesuviana, in considerazione della tipologia dei materiali e delle produzioni che più frequentemente sono ivi attestate. Per restare in ambito nord italico, si può citare l’esempio della Collezione di Lodovico Pogliaghi, conservata nella sua casa museo al Sacro Monte di Varese2, nella quale sono presenti numerosi frammenti di vetri antichi dalle caratteristiche simili a quelli acquisiti dal Leone. In ambito romano, senza dubbio la Collezione di maggiore rilevanza è quella costituita da Evan Gorga3, che comprende oltre 150.000 vetri. Altre significative collezioni sono presenti in importanti musei europei: a titolo esemplificativo si può citare l’importante collezione di vetri a mosaico dell’Antikensammlung di Berlino, che il Museo acquisì nella prima metà del XIX sec.4. Fanno parte della Collezione Leone complessivamente 506 frammenti in vetro, spesso molto esigui, ma attribuibili a produzioni note. In questa sede si richiama l’attenzione solo su alcuni

La scatola contenente “il campionario di frammenti vitrei” è così giunta fino a noi, ed è stata in qualche modo ‘riscoperta’ recentemente nei magazzini del Museo Leone. Come già si è accennato, i vetri della collezione che qui si presentano sono estremamente frammentari, per lo più di dimensioni esigue; verosimilmente il loro interesse collezionistico risiede nelle loro caratteristiche estetiche: infatti presentano colori brillanti, tecniche di lavorazione e di decorazione preziose e raffinate.

Per una prima sintetica analisi della raccolta di vetri del Pogliaghi si veda: Diani, Tonini 2012; Moretti et alii 2012. 3 Saguì 1998. 4 Platz-Horster 2002. 2

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Fig. 2. Frammenti di probabile coppa costolata su piede, in vetro marmorizzato.

elementi di interesse tra i materiali raccolti dal Leone, rinviando la trattazione dettagliata dei frammenti allo studio complessivo della raccolta.

Per restare in ambito preromano, un esiguo frammento in vetro blu con filamenti applicati in superficie bianchi e gialli (fig. 1b), a formare un motivo decorativo a festoni, sembra riferibile a un amphoriskos realizzato con la tecnica della lavorazione su nucleo in argilla; cronologicamente si può collocare alla fine del II-I sec. a.C.7.

Tra i vetri preromani, è interessante soffermarsi su un frammento di pendente in vetro opaco bianco, blu e giallo, che raffigura un volto umano (fig. 1a). La produzione di pendenti in vetro realizzati per lavorazione su nucleo in argilla inizia a partire dalla metà del VII sec. a.C. lungo le coste orientali del Mediterraneo, in atelier siro-fenici e si diffonde in seguito in tutto il bacino del Mediterraneo, con un periodo di massima espansione nella seconda metà del IV e soprattutto nel III sec. a.C., specialmente a Cartagine5. L’esemplare in esame è estremamente frammentario e non è quindi possibile un’attribuzione tipologica certa; tuttavia dall’analisi del frammento si può supporre che appartenga alla tipologia di pendenti a testa maschile con barba liscia e capelli arricciati, assegnabile tra la metà del V e il IV sec. a.C.6.

Venendo all’esame dei materiali di età romana imperiale, si segnala il gran numero di vetri a mosaico, che sono riferibili a varie produzioni, per lo più assegnabili tra la fine del I sec. a.C. e l’inizio del I sec. d.C. Diversi frammenti sono da attribuire probabilmente a una coppa costolata su piede, in vetro marmorizzato color ambra variegato in bianco e in blu, che imita le più preziose pietre dure8 (fig. 2). È attestato anche il vasellame a nastri d’oro (fig. 3); nel nostro caso, trattandosi di frammenti estremamente esigui, la forma di riferimento non è identificabile, ma in genere si tratta di pis-

Per una trattazione di dettaglio si veda, da ultimo, Arveiller-Dulong, Nenna 2011: 21-33 (con bibliografia precedente). 6 Seefried 1982: tipo C I.

Grose 1989: Gruppo III. Grose 1989: Roman Cast Monochrome and Mosaic Vessels - Family I, 244-249; 248, fig. 122; nn. 250-279. Si veda anche De Bellis 1998: 54-55, 77-79, nn. 18-21.

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7 8

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Fig. 3. Frammenti di vasellame a nastri d’oro, particolare.

Fig. 4. Frammenti di coppe in vetro ‘a reticello’.

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Fig. 5. Frammenti di vetro a nastri colorati.

sidi, coppe emisferiche, oppure di balsamari globulari o con corpo carenato, la cui area di produzione è probabilmente da collocarsi in ambito italico9. Fanno parte della collezione frammenti di coppe emisferiche in vetro ‘a reticello’, costituito da canne sovrapposte in vetro incolore trasparente con spirale bianco opaco o giallo opaco e orlo in vetro blu, giallo, rosso (fig. 4). Inoltre diversi frammenti sono realizzati in vetro a nastri colorati (fig. 5): si tratta di produzioni per cui è in genere riconosciuta l’origine romano-italica10; notevoli sono le varietà cromatiche presenti: blu, rosso, giallo, bianco, verde e

rosso, talvolta con la presenza di canne trasparenti con spirale opaca bianca o gialla. Nel nostro caso, le forme non sono riconoscibili a causa dell’esiguità dei frammenti, ma in genere si tratta di piattelli o di coppe. Tra i motivi decorativi dei vetri a mosaico ivi attestati, si segnala un frammento di coppa (?) in vetro color ambra con spirali in vetro bianco opaco e un filamento ambra variegato in bianco sull’orlo, diritto (fig. 6, prima riga in alto, terzo fr. da destra). Tale motivo è attestato ad es. su coppe lisce11 o costolate; la spirale si presenta più o meno regolare e talvolta è associata con motivi floreali.

Per un inquadramento generale della produzione, della cronologia e della diffusione di questi oggetti di grandissimo pregio, si veda Mandruzzato, Marcante 2007: 30-31. Si veda anche Arveiller-Dulong, Nenna 2000: 152-156. 10 Si veda Mandruzzato, Marcante 2005: 25; cat. nn. 172-175.

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L’esemplare più simile a quello in esame è una coppa liscia, a fondo appiattito, conservata al Louvre, datata alla seconda metà del I sec. a.C. Pur essendo differente l’accostamento cromatico, la coppa presenta lo stesso tipo di decorazione sull’orlo e una serie di spirali piuttosto regolari, alternate a tessere bianche e gialle (Arveiller-Dulong, Nenna 2000: 144, n. 176).

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Fig. 6. Frammenti policromi di vetro a mosaico.

Fig. 7. Frammento di vetro millefiori.

Fig. 8. Lastrine di vetro colorato probabilmente fatte molare da Amilcare Ancona al fine di poterne apprezzare la decorazione.

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Un frammento di parete di forma non ricostruibile presenta invece una decorazione millefiori, costituita da un punto rosso con il centro bianco, circondato da petali gialli che formano un effetto ottico, su base ambra, talora variegata in giallo (fig. 7).

Infine, tra i vetri realizzati per soffiatura libera, si segnalano alcuni esemplari, qui non illustrati, con decorazione a macchie bianche disposte irregolarmente, oppure coppe costolate tipo Isings 17, con filamenti applicati a spirale sul corpo, tipiche produzioni nord-italiche della prima metà del I sec. d.C. Da questa prima sommaria analisi dei materiali che compongono la collezione di vetri acquisita dal Leone, si può osservare l’estrema varietà di produzioni pregiate caratteristiche dell’area centro e sud-italica, insieme con alcuni esemplari di probabile provenienza nord-italica.

Sono inoltre presenti lastrine utilizzate come rivestimento nella decorazione architettonica12 (fig. 8): probabilmente si tratta dei tre pezzi citati nel carteggio, che l’Ancona aveva fatto molare allo scopo di rendere più facilmente apprezzabili i motivi decorativi.

Sull’uso di questi rivestimenti in vetro, si veda Mandruzzato 2008: 154-155. 12

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BIBLIOGRAFIA Arveiller-Dulong V., Nenna M. D. 2000, Les verres antiques, I. Contenants à parfum en verre moulé sur noyau et vaisselle moulée VIIe siècle avant J.C. - Ier siècle après J.-C., Paris. Arveiller-Dulong V., Nenna M. D. 2011, Les verres antiques du Musée du Louvre, III. Parures, instruments et éléments d’incrustation, Paris. Baldissone G. (ed.) 2007, Camillo Leone. Una vita da museo. Memorie 1876-1901, Novara. De Bellis M. 1998, Cento frammenti di antichi vetri adriesi custoditi nel Rijks Museum van Oudheden di Leida (Olanda), Adria. Diani M.G., Tonini C. 2012, Nouvelles attestations de verres antiques dans le Musée de Lodovico Pogliaghi-Varèse (Italie), in Annales du 18e Congrès de l’Association Internationale pour l’Histoire du Verre (Thessaloniki, 2009), Thessaloniki, edd. Ignatiadou D., Antonaras A., pp. 128-132. Facchini G. M. 2007, Ritrovamenti e diffusione dei vetri a mosaico nell’Italia Settentrionale in età romana, Milano. Grose D. F. 1989, The Toledo Museum of Art, Early Ancient Glass. Core-Formed, Rod-Formed, and Cast Vessels and objects from the Late Bronze Age to the Early Roman Empire, 1600 B.C. to A.D. 50, New York. Hyalos Vitrum Glass 2002, G. Kordas (ed.), History, Technology and Conservation of Glass and Vitreous Materials in the Hellenistic World, Athens. Mandruzzato L., Marcante A. 2005, Vetri antichi del Museo Archeologico Nazionale di Aquileia. Il vasellame da mensa (Corpus delle Collezioni del Vetro in Friuli Venezia Giulia, 2), Pasian di Prato (UD). Mandruzzato L., Marcante A. 2007, Vetri antichi del Museo Archeologico Nazionale di Aquileia. Balsamari, olle e pissidi (Corpus delle Collezioni del Vetro in Friuli Venezia Giulia, 3), Pasian di Prato (UD). Mandruzzato L. (ed.) 2008, Vetri Antichi del Museo Archeologico Nazionale di Aquileia. Ornamenti e oggettistica e vetro pre- e post-romano (Corpus delle Collezioni del Vetro in Friuli Venezia Giulia 4), Trieste. Moretti C., Tonini C., Hreglich S., Diani M.G. 2012, “Lead glass with wonderful emerald colour”. A parallel between one of Antonio Neri’s recipes and the composition of a vessel in the Pogliaghi Museum, in Annales du 18e Congrès de l’Association Internationale pour l’Histoire du Verre (Thessaloniki, 2009), Thessaloniki, edd. Ignatiadou D., Antonaras A., pp. 448-552. Petrianni A. 2003, Collezione Gorga. Vetri, I. Il vasellame a matrice della prima età imperiale, Firenze. Platz-Horster G. 2002, Mosaic Glass Inlays in the Antikensammlung, in Hyalos Vitrum Glass, pp. 147-151. Rosso A.M. 2008, Guida al Museo Camillo Leone, Vercelli. Saguì L. (ed.) 1998, Storie al caleidoscopio. I vetri della collezione Gorga: un patrimonio ritrovato, Firenze. Seefried M. 1982, Les pendentifs en verre sur noyau des pays de la Méditerranée antique, Collection de l’Ecole française de Rome, 57, Roma.

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Un frammento di coppa bizantina con decorazione silver stain da Aquileia Luciana Mandruzzato Among the glass vessels of the Civici Musei di Storia ed Arte of Trieste part of the rim and the wall of a blue cup found in Aquileia has been detected. This object, although fragmentary, is quite interesting because of its peculiar decoration, covering both the surfaces of the vessel. On the outside wall a figurative scene was depicted, but only one male figure is preserved; the inside was covered with a geometrical decoration, only a part of which is still visible. The fragment has been recognized as another example of Byzantine silver stain and can be compared with a dish fragment from the Metropolitan Museum. Lo studio, per l’ormai prossima pubblicazione, della collezione di vetro antico dei Civici Musei di Storia ed Arte di Trieste nell’ambito della collana del Corpus delle Collezioni del vetro in Friuli Venezia Giulia ha comportato una completa rianalisi dei materiali, nella maggior parte dei casi inediti, della raccolta1. Tra i numerosi

coppa in vetro blu, che è stato con sicurezza riconosciuto come un raro esempio di contenitore decorato “ad impronta d’argento” o silver stain di epoca bizantina2. Inoltre, proprio grazie alla peculiarità della sua decorazione, è stato possibile identificare con certezza, sulla base di una seppur scarna descri-

Fig. 1. Disegno del frammento (scala 1:1), la decorazione è rappresentata completa dei motivi percepibili con luce radente (disegno di G. Merlatti).

oggetti esaminati, più di novecento tra frammenti e vasi integri, si distingueva, per la particolarità della decorazione, un frammento di orlo di

zione, tale pezzo tra quelli contenuti nell’elenco delle antichità appartenenti alla collezione Zan-

Un sentito ringraziamento a David Whitehouse che ha saputo indirizzarmi per il riconoscimento della tecnica di lavorazione e la cronologia corretta del pezzo; inoltre, grazie alla sua esperienza con manufatti così particolari mi ha aiutato a individuare le tracce degli elementi di campitura, ora perduti, della decorazione applicata in oro. 2

Vorrei ringraziare per la disponibilità sempre pronta Marzia Vidulli Torlo, curatrice delle collezioni archeologiche dei Civici Musei di Storia ed Arte di Trieste, la quale continua indefessamente a sostenermi ed incoraggiarmi nello studio della raccolta triestina di vetro antico. 1

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Fig. 3. Parete esterna del frammento.

tratti una lieve alterazione iridescente, il vetro è di colore blu intenso, con numerose bolle, spesso allungate in senso orizzontale, che a volte sono riconoscibili al tatto in superficie; inoltre, nello spessore della parete del vaso, si distinguono ad occhio nudo alcune inclusioni scure non fuse nel vetro che la compone. L’orlo è indistinto, leggermente rientrante e con labbro arrotondato, e sembra preludere ad una vasca emisferica appena schiacciata; la forma sembra quindi riconoscibile come una coppa abbastanza larga, ma non è possibile avanzare ipotesi sugli aspetti morfologici delle parti mancanti del vaso, quali la parte bassa della vasca ed il fondo (fig. 1). Le due superfici del vaso presentano una decorazione di colore grigio/giallastro chiaro, impressa sulla superficie senza alterarne lo spessore. Con l’ausilio di luce radente è stato possibile inoltre distinguere, su entrambe le superfici, le tracce di altri motivi decorativi ora quasi completamente scomparsi, che dovevano invece essere stati applicati con una tecnica decorativa diversa (fig. 2); una piccolissima porzione di tale decorazione è conservata solo sulla parete interna . All’esterno è raffigurata di scorcio una figura virile vista di spalle; il corpo muscoloso è parzialmente coperto da una veste succinta che lascia scoperte le gambe, le braccia e parte del torso (fig. 3). I piedi sono nudi, le gambe semiflesse (è visi-

Fig. 2. Dettaglio della parte interna del frammento con la decorazione visibile a luce radente.

donati, venduta dagli eredi della famiglia ai Civici musei triestini e contenente escusivamente reperti, non solo in vetro, rinvenuti ad Aquileia, dove gli Zandonati avevano i loro possedimenti3. Il frammento, ricomposto da cinque pezzi e con una piccolissima lacuna centrale, è di dimensioni ridotte. Si conservano una piccola porzione dell’orlo ed un tratto un po’ più esteso della vasca del vaso, che hanno tuttavia consentito di calcolare il diametro dell’imboccatura (Ø orlo 14,7; Ø max 15,5; H 4,5; sp. 0,16). La superficie è abbastanza ben conservata e presenta solo a Sulla composizione delle civiche raccolte archeologiche di Trieste e sulla collezione Zandonati in particolare cfr. Bravar 1993 e, più di recente, Vidulli Torlo 2008: 113, 115-118. 3

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quattro foglie cuoriformi disposte intorno ad un cerchiello; nei triangoli di risulta tra i rombi sono riconoscibili degli elaborati motivi ad arabesco. Infine, al di sotto di un’altra linea orizzontale, si trova una fila orizzontale di elementi a doppia voluta (fig. 4). È difficile proporre un’interpretazione sicura della scena figurata rappresentata sulla superficie esterna, anche perché di essa si conserva unicamente parte di una sola figura. Tuttavia l’abbigliamento ridotto, probabilmente per consentire maggiore libertà di movimento, fa pensare ad un atleta o forse, per analogia con la raffigurazione presente su un frammento di piatto conservato al Metropolitan Museum of Art di New York, ad un cacciatore; la posizione delle braccia potrebbe quindi essere collegata al gesto di lanciare una rete, di cui non si conserva traccia, su un ipotetica preda i cui movimenti vengono seguiti attentamente con lo sguardo. La qualità del vetro utilizzato ed i caratteri iconografici della decorazione figurata rimandano a modelli ancora ispirati al mondo romano, ma l’uso della decorazione ad impronta d’argento indica indiscutibilmente una produzione molto più tarda. Come noto questo tipo di decorazione, più frequentemente utilizzato nella

Fig. 4. Parete interna del frammento.

bile interamente solo quella sinistra) e saldamente piantate al suolo, mentre le braccia sono flesse all’indietro sul fianco destro; il volto, incorniciato da capelli ricciuti, è raffigurato di profilo e guarda attentamente verso avanti. Al di sopra della figura si trovavano delle doppie volute disposte orizzontalmente, delle quali ora resta solo una traccia parziale (fig. 1).

Fig. 5. Confronto tra il piatto del Metropolitan Museum (5a) e il frammento di coppa di Trieste (5b), evidenziato il dettaglio del piede (5a foto da Whitehouse, Pilosi, Wypyski 2000, p. 87, fig. 2).

realizzazione di bracciali con piccole decorazioni zoomorfe o geometriche, non è molto attestato sul vasellame4. Il confronto più stringente per il

L’interno era decorato con degli articolati motivi geometrico/vegetali disposti orizzontalmente su più registri; subito sotto l’orlo si trova una teoria di cerchielli composti da otto punti disposti intorno a punto centrale. Una sottile linea orizzontale delimita la seconda fascia, occupata da una serie di elementi romboidali contenenti

I bracciali, la cui decorazione è stata spesso scambiata per una decorazione dipinta, sono piuttosto frequenti 4

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frammento di Trieste è rappresentato proprio dal già menzionato fondo di piatto del Metropolitan5: entrambi i pezzi presentano una decorazione combinata tra silver stain e applicazioni in oro (in gran parte perdute); su entrambi sia la superficie esterna che quella interna sono interessate dalla presenza dei motivi decorativi; è probabile, infine, che la scena figurata di entrambi i vasi fosse relativa ad attività venatoria. Le analogie sono talmente stringenti, in particolare nella resa di alcuni particolari pittorici, da far pensare a prodotti di una medesima officina (fig. 5), che potrebbe essere stata collocata nel vicino oriente, forse a Costantinopoli, come proposto per il

piatto di New York, ma sicuramente comunque in un centro urbano importante dove potevano essere facilmente accessibili esempi originali di decorazione figurata tardo antica da utilizzare come prototipi per la scena di caccia. La combinazione tra “l’arcaicismo” dei caratteri iconografici e l’uso della tecnica silver stain, non attestata prima dell’VIII secolo, ma più frequentemente utilizzata nei secoli successivi, fanno propendere per una datazione del frammento triestino ad un momento non lontano dal X secolo d.C., cronologia già proposta per il piatto del Metropolitan, anche in base alle analisi chimiche condotte sulla composizione del vetro6.

in epoca medievale nel Mediterraneo orientale e nella penisola balcanica, si vedano a titolo esemplificativo le numerose attestazioni in Bulgaria (Djingov 1977) ed altri rinvenimenti in Israele (Spaer 200: 205, n. 484) e in Turchia (Whitehouse, Pilosi, Wypyski 2000: 93-95); in generale sul tema cfr. Davidson 1952. 5 cfr. Whitehouse, Pilosi, Wypyski 2000: 85-93.

6

cfr. Whitehouse, Pilosi, Wypyski 2000: 96. A rinsaldare l’attribuzione cronologica a questo periodo si vedano anche le considerazioni espresse riguardo la coppa del tesoro di San Marco a Venezia (cfr. Whitehouse, Pilosi 2001: 180).

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BIBLIOGRAFIA Bravar G. 1993, Vincenzo Zandonati e l’origine delle collezioni tergestine e aquileiesi, “Antichità Altoadriatiche”, 40, pp. 153-161. Davidson G.R. 1952, A Medieval Glass Factory at Corinth, “Journal of Roman Archaeology”, 44, pp. 297-324. Djingov G. 1978, Bracelets en verre à décor peint de la Bulgarie médiévale, in Annales du 7e Congrès de l’Association Internationale pour l’Histoire du Verre (Berlin-Leipzig 1977), Liége, pp. 149-157. Spaer M. 2001, Ancient Glass in the Israel Museum. Beads and Other Small Objects, Jerusalem. Vidulli Torlo M. 2008, La formazione della collezione glittica del Civico Museo di Storia ed Arte di Trieste, in Ciliberto F., Giovannini A. (eds.) Preziosi ritorni. Gemme Aquileiesi dai Musei di Vienna e Trieste, catalogo della mostra Fulgore di colori nel collezionismo asburgico: gemme aquileiesi per la prima volta tornate da Vienna e Trieste (Aquileia 2008-2009), Aquileia, pp. 113-119. Whitehouse D., Pilosi L. 2001, Byzantine Silver Stain: Another Example?, “Journal of Glass Studies”, 43, pp. 180-181. Whitehouse D., Pilosi L., Wypyski M.T. 2000, Byzantine Silver Stain, “Journal of Glass Studies”, 42, pp. 85-96.

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Studio archeometrico di vetri romani dal museo archeologico di Adria (RO) Filomena Gallo, Alberta Silvestri, Gianmario Molin, Alessandra Marcante, Simonetta Bonomi, Giovanna Gambacurta, Paolo Guerriero, Patryck Degryse, Monica Ganio The Archaeological Museum of Adria has a very rich collection of glass findings, spanning a large period of time (from about the 6th century BC to the 4th century AD) and including a large variety of glass types, related to particular historical periods and produced with different techniques. Furthermore, the site of Adria is particularly important in the glass history for its peculiar geographical position: located in the North Adriatic area it has acted as a link between the Eastern Mediterranean and continental Europe. For these reasons, an archaeological and archaeometric study was performed on 70 samples coming from the Museum of Adria, in order to expand the knowledge about the glass production and trade in the Mediterranean during Roman time.

1. Approccio archeologico

a chiarire le dinamiche che hanno portato al suo florido sviluppo. Lo studio sui materiali vitrei adriesi si inserisce inoltre in una più ampia linea di ricerca, che mira all’acquisizione di conoscenze sulla produzione e i commerci del vetro nell’area Nord-adriatica, particolarmente interessante in quanto collocata tra l’area del mediterraneo orientale, culla della civiltà del vetro, e l’area continentale europea. Gli studi finora condotti pertinenti a tale area permettono solo una parziale ricostruzione degli scambi commerciali e delle aree di produzione del materiale vitreo nel succedersi delle culture. Questo approccio, infine, porta ad una riconsiderazione profonda dell’oggettistica in vetro, non più apprezzabile solo in virtù dell’indubitabile qualità estetica e dell’apparente “bellezza” dell’oggetto, ma soprattutto come prodotto di una filiera economico-produttiva di ampio respiro e in questa ottica considerabile ai fini della datazione di un contesto e della sua valutazione socio-economica.

Il Museo Archeologico Nazionale di Adria possiede una ricchissima collezione di reperti di vetro1 che testimoniano lo sviluppo della storia del vetro dal VI secolo a.C. fino ai vetri romani del III sec. d.C. Essa comprende una notevole varietà di tipologie di vetri che documentano i principali filoni produttivi dell’età del Ferro (nucleo friabile) e romani altoimperiali (modellati su forma, a mosaico, a canne, quasi tutti colorati intenzionalmente) ed infine medio imperiali, soffiati liberamente od in stampo aperto (decolorati o naturalmente colorati). Tale varietà offre l’opportunità di affrontare un’indagine interdisciplinare di ampio respiro che, mediante l’integrazione del dato archeologico ed archeometrico, ha l’ambizione di arrivare a stabilire punti fermi nel quadro ancora aperto delle ricerche sulla vetraria antica. La ricca campionatura adriese, la quale ha interessato il prelievo da 70 oggetti diversi (fig. 1) ben si presta ad uno studio volto sia a definire le caratteristiche produttive e tecnologiche della produzione vitrea romana (tipologia e provenienza delle materie prime, tecnologie produttive, tecniche di colorazione e decolorazione) sia

1

Pubblicata per la maggior parte: Bonomi 1996.

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Fig.1. Campionatura vetro MAN Adria (RO): tipologie e quantitativi (un prelievo per esemplare). Le immagini sono tratte da: Isings 1957, Scatozza Hรถricht 1986, Mandruzzato , Marcante 2005, Mandruzzato , Marcante 2007 (frammenti non conteggiati).

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2. Studio Archeometrico

prendente e potrebbe testimoniare scambi commerciali con altre aree geografiche: la presenza di vetri a ceneri sodiche è infatti attestata nella regione mesopotamica durante il periodo sasanide3. Per quanto riguarda invece le sabbie utilizzate per la produzione dei vetri adriesi, i dati chimici indicano una composizione di bulk piuttosto omogenea e consistente con quella del tipico vetro romano, ottenuto con sabbie litoranee di tipo siliceo-calcareo (fig. 3). Anche i dati degli isotopi dello stronzio (fig. 4) evidenziano, per la maggior parte dei campioni, una segnatura isotopica prossima a quella dell’attuale acqua di mare (87Sr/86Sr= 0.70924), indicativa dell’utilizzo di sabbie costiere. Pochi campioni mostrano delle variazioni chimiche e isotopiche, che suggeriscono l’impiego di sabbie diverse; tra questi compaiono tre vetri blu e tutti vetri incolori decolorati con antimonio, il quale, è stato, con il manganese, il principale decolorante usato in epoca romana. In particolare uno dei vetri blu, il campione AD-B-4, è caratterizzato da tenori ben piÚ bassi di CaO e piÚ alti di Al2O3 rispetto a tutti gli altri campioni analizzati , mentre gli altri due blu e i reperti incolori presentano minori tenori sia di CaO sia di Al2O3 (fig. 4). Dal momento che, in linea generale, il tenore di CaO e Al2O3 è relazionato alle fasi carbonatiche e feldspatiche presenti nelle sabbie utilizzate, i dati raccolti indicano che i due vetri blu e i vetri decolorati con antimonio sono stati prodotti con una sabbia piÚ pura, meno ricca di calcite e feldspati rispetto alla maggioranza dei campioni. Per quanto concerne il campione blu AD-B-4, si presume invece l’impiego di una sabbia piuttosto ricca di feldspati e povera di carbonati, che spiegherebbe anche la sua elevata segnatura isotopica (fig. 4).

2.1 Tecniche analitiche Le metodiche analitiche impiegate per la caratterizzazione tessiturale e minerochimica dei reperti adriesi sono di seguito sinteticamente elencate2: t .JDSPTDPQJB PUUJDB WBMVUB[JPOF EFMMPNPHFneità del vetro. t .JDSPTDPQJP&MFUUSPOJDPB4DBOTJPOFDPO4Jstema a Dispersione di Energia (SEM-EDS): caratterizzazione tessiturale e micro-chimica delle fasi d neoformazione e degli agenti opacizzanti/coloranti presenti all’interno della massa vetrosa. t 'MVPSFTDFO[BB3BHHJ9 93' DBSBUUFSJ[[Bzione chimica di bulk dei vetri non decorati. t .JDSPTPOEB&MFUUSPOJDB &1." DBSBUUFSJ[zazione chimica di bulk dei vetri decorati; determinazione della concentrazione di Cl, S, Sb, Sn in tutti i vetri. t 4QFUUSPNFUSJBEJNBTTBDPOQMBTNBBDDPQQJBto induttivamente e multicollettore (MC-ICPMS): analisi degli isotopi di Sr e Nd (studio in corso‌. ). 2.2 Risultati 2.2.1 Materie prime A livello composizionale non appaiono sostanziali differenze legate a cronologia, tipologia e tecnologia di produzione dei manufatti (modellazione a nucleo friabile, colatura, soffiatura). Tutti i vetri sono infatti silico-sodico-calcici e nella maggioranza dei casi (64/70) sono stati ottenuti con il natron come fondente (fig. 2 a, b). Il natron è stato il fondente utilizzato dalla metà del I millennio a.C. fino al IX secolo d.C., quando venne soppiantato dall’uso di ceneri di piante. Sei reperti (3 verde smeraldo, 2 blu, 1 nero, fig. 2a) sono caratterizzati da piÚ alti valori di MgO (1.44-2.51wt%), K2O (1.01-1.97wt%) e P2O5 (0.36-1.29wt%), tipici di vetri prodotti utilizzando un fondente a base di ceneri sodiche. Il riscontro di un fondente estraneo alla tecnologia produttiva romana è un dato piuttosto sor-

2.2.2 Aspetti tessiturali, agenti opacizzanti, coloranti e decoloranti Vetri Opachi L’opacità di alcuni vetri adriesi è dovuta alla presenza di particolari composti cristallini (agenti opacizzanti) dispersi all’interno della massa vetrosa. Essi risultano essere costituiti da:

Per maggiori dettagli sulle condizioni analitiche utilizzate si rimanda a Silvestri et alii 2011 e Silvestri, Marcante 2011. 2

3 4

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Mirti 2009. Freestone 2003.


Fig. 2. Grafici (a) K2O vs MgO (b) K2O vs P2O5 di tutti i campioni analizzati. I campi composizionali dei vetri al natron e a ceneri sodiche sono tratti da Freestone et alii 2003. In (a) sono altresĂŹ riportate le immagini dei sei campioni a ceneri sodiche.

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Fig. 3. Grafico CaO vs Al2O3 di tutti i campioni analizzati. Il campo composizionale del tipico vetro romano è tratto da Silvestri 2008.

- Antimoniato di piombo: il suo utilizzo risale al XV secolo a.C.5. È impiegato come opacizzante e contemporaneamente come pigmentante, in quanto caratterizzato da un’intensa colorazione gialla. Esso è presente in tutti i reperti analizzati di colore giallo ed è sempre caratterizzato da tenori di ferro compresi fra 5.29% e 3.56% (fig. 5a). - Antimoniato di calcio: è il primo opacizzante impiegato nella storia della produzione vetraria, il suo utilizzo è noto già dalla metà del II millennio a.C.6. Nei reperti analizzati esso è presente in tutti i vetri bianchi, azzurri e pervinca (fig. 5b).

cronologia dei campioni. I vetri romani appaiono infatti sostanzialmente omogenei, siano essi incolori oppure colorati intenzionalmente o non intenzionalmente, mentre all’interno dei vetri pre-romani a nucleo friabile (solitamente colorati intenzionalmente) sono state riscontrate numerose fasi di neoformazione (wollastonite) e soprattutto residuali (cristalli di quarzo, solfuri di rame con segregazioni metalliche, gocce di rame in associazione con altri metalli, fig. 6), legate alle materie prime utilizzate per la realizzazione e la colorazione del vetro, suggerendo per le produzioni pre-romane una tecnologia produttiva meno progredita e standardizzata. La colorazione dei reperti analizzati è dovuta alla presenza di agenti cromofori (fig. 7a), quali cobalto per i vetri blu, rame per i vetri verde smeraldo, ferro per gli ambra, nero, azzurro/ verde chiaro e infine manganese per i viola e nel loro utilizzo si riscontra una continuità tecno-

Vetri Trasparenti Dal punto di vista tessiturale nei vetri trasparenti appaiono evidenti differenze legate alla

5 6

Newton 1990. Mass 1998.

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Fig. 4. Composizione isotopica e contenuti di Sr elementale dei campioni analizzati. Sono altresì riportati per confronto, dei dati di letteratura, identificati dai simboli vuoti in grigio (Freestone et alii 2003).

logica tra la produzione romana e pre-romana. I vetri incolori, invece, sono stati prodotti mediante l’aggiunta di agenti decoloranti, tra cui antimonio e manganese (fig. 7a).

ri, cronologicamente confrontabili con i vetri analizzati. La maggior parte dei vetri analizzati mostra la tipica composizione del vetro romano, fanno eccezione i reperti incolori, decolorati con antimonio, e due vetri blu, prodotti con una sabbia quarzosa più pura. In ogni caso la composizione isotopica dello Sr indica l’utilizzo di sabbie costiere, dato compatibile con una produzione levantina, benché siano necessari i dati degli isotopi del Nd a conferma di ciò. Un unico campione, di colore blu, è stato prodotto probabilmente con una sabbia molto ricca in fasi feldspatiche. Differenze tessiturali sono state rilevate nei vetri trasparenti in funzione alla cronologia: i vetri romani sono sostanzialmente omogenei, quelli pre-romani presentano fasi residuali e/o di neoformazione, suggerendo una tecnologia meno standardizzata. Nei vetri opachi si osserva una continuità tecnologica, relativamente al tipo di opacizzante utilizzato, dalla produzione

3. Conclusioni Lo studio finora condotto (e tuttora incorso per quanto concerne gli aspetti isotopici) sui vetri del Museo Archeologico di Adria ha permesso di identificarne materie prime e tecnologie di produzione. I vetri analizzati sono silico-sodico-calcici. Il natron è il fondente utilizzato per la maggior parte dei campioni, in accordo con la tipica tecnologia produttiva di epoca romana. Un’eccezione è costituita da 6 reperti prodotti con ceneri sodiche. Questo dato potrebbe testimoniare contatti con l’area mesopotamica, dove sono state riscontrate evidenze di vetri a cene-

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pre-romana a quella romana e questo indipendentemente dalla tipologia archeologica considerata. La colorazione dei vetri trasparenti è invece dovuta alla presenza di elementi cromofori, i quali possono essere aggiunti sia intenzionalmente (cobalto per i vetri blu, rame per i vetri verdi, manganese per i viola, ferro per nero e

gialli) che non intenzionalmente (ferro per vetri verde/azzurri). Anche in questo caso è evidente una continuità tecnologica tra produzione preromana e romana. Infine nel caso dei vetri incolori di Adria sono stati identificati entrambi i decoloranti principalmente utilizzati in epoca romana, antimonio e manganese.

Fig. 5. (a) Immagine SEM-BSE di cristalli di antimoniato di Pb e Fe (grigio chiaro), con habitus euedrale, immersi in matrice vetrosa (grigio scuro); (b) Immagine SEM-BSE di cristalli di antimoniato di Ca (grigio chiaro), con habitus euedrale, immersi in matrice vetrosa (grigio scuro).

Fig. 6. Immagini SEM-BSE di inclusi osservati all’interno di reperti preromani. (a)-(b). Fasi residuali: gocce di solfuri di rame con segregazioni metalliche; (c) Fase di neoformazione: cristalli di wollastonite con habitus aghiforme.

Fig. 7. (a) Diagramma ternario Fe-Cu-Co; (b) diagramma ternario Fe2O3-Sb2O3-MnO.

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BIBLIOGRAFIA Bonomi S. 1996, Vetri antichi del museo archeologico di Adria, Corpus delle collezioni Archeologiche del vetro nel Veneto, 2, Venezia. Freestone I. C., Lesli K. A., Thirlwall M., Grorin-Rosen Y., 2003, Strontium isotopes in the investigation of early glass production: Byzantine and Early Islamic glass from the Near East, Archaeometry, 45 (1), pp. 19-32. Isings C. 1957, Roman glass from dated finds (Archaeologica traiectina 2), Groningen-Djakarta. Mandruzzato L., Marcante A. 2005, Vetri antichi del Museo Archeologico Nazionale di Aquileia. Il vasellame da mensa. Corpus delle collezioni del vetro in Friuli Venezia Giulia, 2, Venezia-Trieste-Udine. Mandruzzato L., Marcante A. 2007, Vetri antichi del Museo Archeologico Nazionale di Aquileia. Balsamari, olle e pissidi. Corpus delle collezioni del vetro in Friuli Venezia Giulia, 3, Venezia-Trieste-Udine. Mass J. L., Stone R. E., Wypyski M. T., 1998, The mineralogical and metallurgical origins of roman opaque coloured glass, in McCray P. (ed.), The prehistory and history of glassmaking technology. Ceramics an civilization, vol. 8, pp. 121-144. Mirti P., Pace M., Malandrino M., Negro Ponzi M. 2009, Sasanian glass from Veh Ardasˇır: new evidences by ICP-MS analysis, Journal of Archaeological Science, 36, pp. 1061-1069. Newton R., Davison S. 1999, Conservation of glass, Ed. Butterworth-Heinemann, Oxford. Scatozza Höricht L.A. 1986, I vetri romani di Ercolano, Roma. Silvestri A. 2008, The coloured glass of f Iulia Felix, “Journal of Archaeological Science”, 35, pp. 14891501. Silvestri A., Molin G., Pomero V. 2011, The stained glass window of the southern transept of St. Anthony’s Basilica (Padova, Italy): study of glasses and grisaille paint layers, Spectrochimica Acta, Part B 66, pp. 81-87. Silvestri A., Marcante A. 2011, The glass of Nogara (Verona): a “window” on production technology of mid-Medieval times in Northern Italy, “Journal of Archaeological Science”, 38, pp. 2509-2522.

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La collezione dei vetri del Museo Archeologico di Ascoli Piceno: una nota preliminare* Sofia Cingolani This paper focuses on the glass of the Archaeological Museum of Ascoli Piceno (Marche) that holds in its collection an interesting group of items which it is possible to date between Classical and Hellenistic period and Medieval period. This work is a part of a wider project which has the aim of classifying glass materials of the principal museums of the Regione Marche and to contribute to widen our knowledge about their distribution in the middle Adriatic area in antiquity.

Il contributo rientra nell’ambito di un più ampio progetto di schedatura finalizzato alla realizzazione di un Corpus dei vetri delle Marche che prevede, in prima istanza, il censimento di quanto edito e la catalogazione di reperti, inquadrabili in un ampio arco cronologico che va dall’età ellenistica all’età medievale, conservati presso le principali sedi museali della regione1.

In questa sede si offre una parziale presentazione dei primi risultati di tale lavoro che si è scelto di avviare presso il Museo Archeologico Statale di Ascoli Piceno. Il Museo ospita nei suoi depositi una cospicua ed eterogenea collezione che, riflettendo il gusto tipico delle raccolte ottocentesche, essenzialmente incentrate su oggetti di particolare pregio estetico o degni di interesse antiquario, risulta composta da vasellame ed oggetti di ornamento inquadrabili tra l’età classica ed ellenistica, l’età romana e medievale e fino al periodo rinascimentale2. La maggior parte dei reperti presi in esame è da riferirsi all’area dell’ascolano e del territorio contermine; solo per pochi di questi, tuttavia, disponiamo al momento di informazioni certe sugli specifici contesti di provenienza. Ne consegue il carattere precipuamente documentario del presente contributo nel quale si è pertanto ritenuto opportuno trattare, tra i reperti presi in esame, solo quelli la cui presenza sul territorio risulta, di per sé stessa, degna di particolare interesse e tralasciare invece quelli che, proprio a causa della loro decontestualizzazione, hanno

* Ringrazio la dott.ssa Nora Lucentini, Ispettore della Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche e Direttore del Museo di Ascoli Piceno, per avermi dato la possibilità di visionare, schedare e pubblicare il materiale.

1

Nelle Marche manca a tutt’oggi uno studio sistematico dei materiali in vetro esposti presso i musei e dei nuclei di reperti, senz’altro ingenti, conservati negli annessi depositi e magazzini. Nell’ottica di un più ampio progetto volto alla creazione di una silloge del vetro in Italia, caldeggiato e già avviato con risultati significativamente positivi dagli studiosi del settore per alcune regioni, il progetto si propone l’obiettivo primario della schedatura, studio e successiva pubblicazione dei reperti in vetro conservati ed esposti presso i principali musei marchigiani, così da fornire una sistematizzazione organica del materiale confluito nelle raccolte. Uno studio di questo tipo rappresenta la prima indispensabile premessa da affrontare nell’ottica di un parziale quanto auspicabile allargamento delle conoscenze e potrebbe costituire un primo importante punto di riferimento per lo sviluppo di tale settore di studi in ambito marchigiano ed un fondamentale contributo al chiarimento delle problematiche connesse ad aspetti tipologici e distributivi delle produzioni vetrarie nell’area medio-adriatica.

La Civica Raccolta Archeologica sorge su un lascito che l’ascolano Alessandro Odoardi, vescovo di Perugia, fece alla sua città alla fine del XVII secolo. Su questo nucleo il Comune, negli anni successivi all’Unità di Italia, decise di creare un museo affidandone, fino al 1899, la direzione a Guido Gabrielli. Con Gabrielli, che in un tentativo di superamento dell’approccio meramente antiquario si fa promotore di raccolte sistematiche di oggetti archeologici nell’ascolano e nel territorio contermine, la collezione trova un decisivo impulso ed una maggiore coerenza scientifica (cfr. Lucentini 1999: passim e, per l’attività di Gabrielli, Laffi 1982: passim). 2

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Tav. I. 1-2: Amphoriskoi; 3-4: Alabastra; 5: pendente a testa di ariete.

perso parte della loro potenzialità informativa3. Si segnalano, pertanto, tra i più antichi vetri su nucleo, due amphoriskoi con decorazioni in giallo e bianco opaco su fondo blu (tav. I, 1-2) riconducibili rispettivamente alle forme 1 e 2 del “gruppo Mediterraneo I” inquadrabile tra la metà del VI e il IV sec. a.C.4 e due alabastra (tav. I, 3-4) annoverabili nel “gruppo Mediterraneo II” inquadrabile tra il IV e il III sec. a.C.5. Di questi ultimi l’esemplare maggiormente conservato ed assimilabile alla forma 15 Harden6, insieme ad altri oggetti destinati all’ornamento ed

alla cura del corpo, faceva parte del contenuto di una bella cista bronzea con decorazione figurata incisa proveniente da una tomba in località San Pietro Morico (Marche)7. Ancora, a produzioni del Mediterraneo orientale e specificatamente dell’area siro-palestinese inquadrabili tra V e III secolo a.C. si può ricondurre un pendente conformato a testa di ariete in vetro blu con particolari in bianco opaco (tav. I, 5) riferibile al tipo Tatton Brown A, IV a-b8. Per l’età romana la collezione conserva numerosi frammenti riferibili alle più note produzioni di pregio di età augustea in vetro millefiori e a reticelli, alcuni dei quali riferibili a coppe emisferiche Is. 1 (tav. II, 6-9) e coppe Is. 3 in vetro policromo marmorizzato (tav. II, 10-11). Cospicuo è poi il gruppo dei balsamari composto, accanto ad un esemplare con ventre “a goc-

Mi riferisco, ad esempio, a vari frammenti di balsamari deformati dall’esposizione al calore, ritagli e scarti di lavorazione del vetro che costituiscono evidenti indicatori di attività artigianali che purtroppo, in mancanza di dati sui contesti di rinvenimento, non possono essere opportunamente localizzate. 4 Harden 1981: 59. 5 Id.: 101. 6 Id.: 100. 3

7 8

628

Lucentini 1990: 387-391; Ead. 2002: 69, fig. 101. Tatton Brown 1981: 152, fig. 16.


Tav. II. 6-9: Is. 1 in vetro policromo; 10-11: Is. 3 in vetro verde oliva e in vetro incolore con filamenti bianco opaco.

cia” in vetro verdino molto sottile riferibile al tipo De Tommaso 38 (tav. III, 12), databile tra l’età augustea e l’età claudia, dalle forme seriali tipiche della produzione in vetro soffiato sempre realizzate in vetro a colorazione naturale e note, in tutto l’Impero, tra l’età tiberiana e l’età antonina. Nello specifico si segnala la presenza di balsamari con ventre “a goccia” ascrivibili ai gruppi De Tommaso 67, 60-67 e 60 (tav. III, 13-20) e al tipo tubolare De Tommaso 70 (tav. III, 21-23), forma di amplissima diffusione tra l’età tiberiana e l’inizio del II secolo9. A questi si aggiungano numerosi esemplari a ventre troncoconico riferibili ai gruppi/tipi De Tommaso 43 (tav. III, 24-26), forma molto diffusa in Occidente tra l’età neroniana e l’epoca antonina, e De Tommaso 46 (tav. II, 27-31) inquadrabile nel II secolo d.C. e presente, tra i nostri esemplari,

in due varianti distinte sulla base della presenza di una strozzatura più o meno accentuata sul punto di raccordo tra collo e spalla10. A produzioni di ambito orientale sembra ascrivibile, per la tettonica e la resa dei singoli elementi costitutivi, il balsamario olliforme Is. 68 (tav. III, 32), forma inquadrabile tra la seconda metà del I e il II secolo11. Si segnala, infine, un chiaro esempio di pastiche ottocentesca (tav. III, 33) realizzata mediante un restauro con gesso e costituita dalla combinazione tra l’orlo e il collo di una

Id., gruppo/tipo 43, 66-67, tipo 46, 69. Per l’esistenza di due varianti principali all’interno del tipo 46 si veda, inoltre, Mandruzzato, Marcante 2007: 18-19. 11 L’evidenziazione del collo sembrerebbe distinguere gli esemplari più tardi della serie (Bolla 2004: 219, tav. 4, fig. 34). Il breve collo svasato, la spalla rialzata e l’andamento generale del profilo inducono ad istituire confronti con esemplari dal Mediterraneo orientale e, in particolare, con uno datato tra III e IV secolo d.C. (cfr. Maccabruni 1994: 66, n. 28). 10

De Tommaso 1990: gruppo/tipo 60, 78, gruppo/ tipo 67, 81, gruppo/tipo 70, 83-84. 9

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Tav. III. 12: De Tommaso 38; 13-14: De T. 67; 15-17: De T. 60/67; 18-20: De T. 60; 21-23: De T. 70; 24-26: De T. 43; 27-31: De T. 46; 32: Is. 68; 33a: fiaschetta di produzione siriaca; 33b: balsamario De T. 45.

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fiaschetta monoansata di produzione orientale, probabilmente siriaca, orientativamente inquadrabile nel IV sec. d.C. e la porzione inferiore di un balsamario riferibile al tipo De Tommaso 45 con particolare diffusione in Italia settentrionale e Gallia tra la metà del II e i primi decenni del III d.C.12 Tre frammenti di piede a disco in vetro verdino ricco di bollosità e impurità (tav. IV, 34-36) sono riferibili a bicchieri a calice di forma non identificata: di questi, i primi due presentano gambo cavo e, per quanto conservato, una vasca dal profilo tendenzialmente troncoconico. Ad età bassomedievale si riferiscono, inoltre, due frammenti di fondi apodi con conoide pronunciato (tav. IV, 37-38) attribuibili alla ben nota forma del bicchiere apodo a profilo troncoconico ampiamente diffuso dalla seconda metà del XIII

a tutto il XV secolo13 mentre ad una forma di calice di ampia diffusione caratterizzata da vasca generalmente piuttosto svasata è riferibile la base a piedistallo con conoide molto pronunciato (tav. IV, 39) ottenuta, per soffiatura libera in un unico pezzo, tramite ripiegamento del fondo14. La schedatura è stata, infine, estesa ad una cospicua serie di calici inquadrabili tra XVI e XVII secolo cui, sebbene esulino dai limiti cronologici della presente ricerca nonché dalle specifiche competenze di chi scrive, si è scelto di dare nota in questa sede. Si tratta di calici con stelo a balaustro cavo e superiormente ingrossato15 (tav. IV, 40-43), con stelo a pomello decorato a stampo con baccellature16 (tav. IV, 44-45) e, infine, con stelo cavo conformato a leone e a mascherone alternati a rosette17 (tav. IV, 46-49).

Guarnieri 2007: 137, fig. 1, I. Ibid: 139, fig. 2,I. 15 Ibid: 139, fig. 3, VI. 15 Ibid.: 139-142, fig. 3, VII. 16 Ibid.: 42, fig. 3, VIII. 13 14

12

De Tommaso 1990: 68-69.

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Tav. IV. 34-36: calici con piede a disco Is. 111; 37-38: bicchieri apodi; 39: base a piedistallo; 40-43: calici con stelo a balaustro cavo; 44-45: calici con stelo a pomello baccellato; 46-49: calici con stelo conformato a leone e a mascherone.

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BIBLIOGRAFIA Bolla M. 2004, La “Tomba del medico” di Verona, “Aquileia Nostra”, LXXV, pp. 194-264. De Tommaso G. 1990 Ampullae vitreae. Contenitori in vetro di unguenti e sostanze aromatiche dell’Italia romana (I sec. a.C .- III sec. d.C.), Roma. Guarnieri C. 2007, Le forme potorie tra XV e XVI secolo a Ferrara e nel Ducato Estense: prima sistemazione tipologica ed alcune considerazioni sui contesti, in Ferrari D., Visser Travagli A.M. (eds.), Il vetro nell’alto Adriatico. Atti delle IX Giornate Nazionali di Studio del Comitato Nazionale AIHV (Ferrara, 13-14 dicembre 2003), Imola, pp. 137-145. Harden D.B. 1981, Catalogue of Greek and Roman Glass in the British Museum, I, London. Laffi U. 1982, Ricerche antiquarie e falsificazioni ad Ascoli Piceno nel secondo Ottocento, “Asculum”, II, 2. Lucentini N. 1992, Ascoli Piceno. Museo Archeologico Statale, in Bordenache Battaglia G., Emiliozzi A. (eds.), Le ciste prenestine, vol. I,2, Città di Castello, pp. 387-391. Lucentini N. 1999, Fonti archivistiche per la civica collezione archeologica di Ascoli Piceno, “Picus”, XIX, pp. 139-178. Lucentini N. 2002, Il Museo archeologico di Ascoli Piceno, Pescara. Maccabruni C. 1994, Vetri del Mediterraneo orientale, Milano. Mandruzzato L. , Marcante A. 2007, Vetri antichi del Museo Archeologico Nazionale di Aquileia. Balsamari, olle e pissidi, Udine. Tatton Brown V. 1981, Rod-formed Glass Pendants and Beads of the 1st Millennium BC, in Harden D.B. (ed.), Catalogue of Greek and Roman Glass in the British Museum, I, London, pp. 143-162.

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Per un corpus delle collezioni archeologiche del vetro in Abruzzo. Notizie preliminari sui manufatti di epoca medievale. Tania Di Pietro This research expounds the results of the morphological and contextual analysis of the over 2000 vitreous relics found during the archaeological digs conducted in the L’Aquila territory. It represents the first phase in the corpus creation of archaeological glass collections, which is an unprecedented project in the Abruzzo region. The overview of diagnostic vascular forms documented between the fourth and fifteenth century, informs about the ornaments typology used in the single contexts (religious, fortified, residential), and it permits asserting the uninterrupted consumption of vitreous artefacts.

Il contributo compendia i risultati dell’analisi morfologica e contestuale1 condotta sugli oltre 2000 reperti vitrei recuperati dagli scavi effettuati in territorio aquilano, che, sebbene frammentari in quanto di provenienza archeologica, presentano il vantaggio dell’attendibilità stratigrafica (fig. 1). Premessa la parzialità della documentazione disponibile, vincolata al numero e alla tipologia dei siti indagati, alla provenienza stratigrafica dei materiali e ai consueti fattori che limitano la conservazione dei manufatti vitrei (fragilità e riciclaggio in primis) (fig. 2), si presenta una panoramica della principali forme diagnostiche, limitando la trattazione ai recipienti vascolari e riservando ad altra sede quella del vetro per l’edilizia e degli ornamenti in pasta vitrea. I materiali, sovente iridescenti o coperti dalla patina di giacitura, informano sulla suppellettile in uso nei singoli contesti (religiosi, fortificati, residenziali) consentendo di asserire il consumo senza soluzione di continuità nell’Abruzzo interno di manufatti vitrei di produzione corrente nei vari strati sociali.

Per i secc. IV-X il tipo di contesto indagato (ecclesiastico) incide sulla tipologia della suppellettile rinvenuta. I manufatti, realizzati per soffiatura, denotano il tipico andamento rotatorio delle produzioni tardoantiche2; il vetro, solo in un caso perfettamente incolore, si presenta più frequentemente nelle sfumature giallina, verde e azzurrina (tav. I). Contesti di fine IV-VII secolo hanno restituito forme aperte riconducibili alla morfologia del piatto3 (tav. I,13) e del calice, riconoscibile dai caratteristici piedi a disco, ad anello cavo rigonfio4 (tav. I,10) o arrotondato5 (tav. I,8-9), e da frammenti di coppe (tav. I,7) globulari (tav. I,4), con orlo estroflesso6 (tav. I,3) e troncoconiche, con orlo ingrossato introflesso7 (tav. I,1)

Stiaffini 1985: 684. Malpede 1999: 49, tav. II. 6; Saguì 2010: 60, fig. 41; Stiaffini 1999: 98, fig. 80, n. 12; Stiaffini 2004: 76, St.Bo. 421. 4 Brogiolo 1999: 640, tav. CXXIV.22; Ciarrocchi 2009: 682, tav.2.2; Falcetti 1988: 374, tav. XV.14; Isings 1957: 139, f.111; Murialdo 1997: 392, tav. I.19; Uboldi 1995: 111, fig. 3.13. 5 Brogiolo 1999: 640, tav. CXXIV.27; Isings 1957: 139, f.111; Saguì 2010: 62, fig. 44a; Stiaffini 1985: 675, tav. 1.8; Stiaffini 1999: 140, tav. I.6; Stiaffini 2004: 59, Me.X: 10. 6 Uboldi 2008: 262, fig. 1.1458a. 7 Cini 1990: 497, tav. LXX, n.542; Roffia 1988: 207, tav. VIII.8; Saguì 2010: 62, fig. 44b. 2 3

I reperti restituiti dagli scavi effettuati in territorio aquilano dalla Cattedra di Archeologia Medievale dell’Aquila sono attualmente in corso di studio da parte della sottoscritta nell’ambito del progetto di ricerca di Dottorato presso l’Università dell’Aquila e confluiranno in un repertorio dei manufatti. 1

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Fig. 1. Carta dei rinvenimenti archeologici in provincia dell’Aquila e delle principali esposizioni museali di materiale vitreo in Abruzzo.

Fig. 2. Percentuali dei reperti vitrei recuperati dagli scavi archeologici effettuati in territorio aquilano dalla cattedra di Archeologia Medievale dell’Università degli Studi dell’Aquila.

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o leggermente svasato (tav. I,2) a delineare un profilo campaniforme8. Variegato il repertorio morfologico delle lampade pensili. Lucerne con coppa troncoconica o subcilindrica e bordo tubolare schiacciato9 sono attestate in due varianti: con anse impostate con un’estremità sull’orlo e con l’altra sul corpo10 (tav. I,14); con anse a ghiacciolo11 (tav. I,12), corroborando la diffusione del tipo in Italia centrale12. Un frammento è riferibile alla lucerna ad anse orizzontali con orlo introflesso lievemente ingrossato13 (tav. I,18). Orli tubolari ripiegati all’esterno e pareti a profilo convesso (tav. I,16) o troncoconico (tav. I,5-6,11) sono variamente riferibili alla morfologia della coppa14 o della lampada15. Nell’Alto Medioevo proseguono le forme in uso nel VII sec. alle quali si associano frammenti diagnostici riferibili a lampade a gambo cavo16 con fondo più (tav. I,15) o meno (tav. I,17) spesso. Per i reperti di Pieno e Basso Medioevo (in vetro giallino, verde, azzurro o incolore), non registrandosi differenze morfologiche tali da consentire una rigida suddivisione cronologica, la datazione è stata evinta dall’analisi stratigrafica (tav. II). Nel XI-XIII sec. predominano quantitativamente i recipienti potori. Alla morfologia tipica

del bicchiere apodo17 (tav. II,20-21) troncoconico18 (tav. II,11) o cilindrico19 (tav. II,10), con bordo svasato o dritto e orlo arrotondato, si affiancano, dalla fine del XII-XIII sec., bicchieri con appliques pinzate disposte in file sfalsate e delimitate da un filamento incolore o blu20, di forma cilindrica21 (tav. II,1) o troncoconica22 (tav. II,2-4), in linea con le restanti regioni del Regno23. Fondi ad anello pieno sono pertinenti a bicchieri a pareti lisce o decorate24 (tav. II,15-19); basi umbonate con sporgenze rivolte verso il basso afferiscono alla forma del bicchiere troncoconico pinzato25 (tav. II,13-14). Esemplari di accurata fattura del tipo a bugne con nervatura blu a delimitazione dell’area pinzata e fondo dentellato, in vetro perfettamente incolore, provengono dal castello di Ocre (tav. II,1-4,13), che si distingue dagli altri contesti indagati per la ricercatezza del repertorio vitreo, che annovera forme accessorie da mensa, come

Stiaffini 1991: 233, tav. V.1.2. Fiorillo 2005: 149, tav. IV; Francovich, Gelichi 1980: 112, tav. 22.61; Guarnieri 1999: 60, fig. 8; Redi 1990: 139, 105; Stiaffini 1991: 233, tav. V. 1.2; Stiaffini 1997: tav. I.1; Stiaffini 1999: 110, fig. 99.2. 19 Stiaffini 1991: 249, tav. IX.1; Stiaffini 1999: 110, figg. 99.1, 102.1. 20 Bertelli 1987: 31-32. 21 Fiorillo 2003: 208, fig. 4.4; Fiorillo 2005: 149, 171, tavv. IV, XXVI.1-2; Francovich, Gelichi 1980: tav. XIXb; Nepoti 1991: 116, fig. 7; Stiaffini 1999: 105, fig. 93.4; Stiaffini 2004: 58, Fa.28; Uboldi 2008: 265-266, figg. 8,9.2168a, 1441b. 22 Coscarella 2003: 158, tav. II.1; Fiorillo 2003: 204, fig. 2.10; Fiorillo 2005: 149, 169, 172, 176, tavv. IV, XXIV.6, XXVII.2,5,6, XXXI.1,3-6; Francovich, Gelichi 1980: 112, tavv. 22.62,64-65,67, XIXa; Stiaffini 1991: 203, tav. III.3; Stiaffini 1999: 105, fig. 93.3. 23 Stiaffini 1991: 203, 233, tavv. III.4, V.4; Stiaffini 1994: 217, tav. 7.1-2; Stiaffini 1999: 107; Zagari 2003: 224, fig. 3. 24 Coscarella 2003: 159, tav. III.13; Fiorillo 2003: 204, fig. 2.2; Fiorillo 2005: 149, 169, tavv. IV,XXIV.1; Francovich, Gelichi 1980: 112, tav. 22.58. 25 D’archimbaud 1981: 535, 539, figg. 493.8, 502.5; Francovich, Gelichi 1980: 79, tav. 10.187; Guarnieri 1999: 60, fig. 9; Uboldi 2008: 265-266, figg. 8-9.2168a, 1441b. 17 18

Aisa, Corrado 2003: 387-388, tavv. XIII-XIV, nn. 37,43. 9 Stiaffini 1985: 67. 10 Aisa, Papparella 2003: 331, tav. II.11; Arena et alii 2001: 316, II.3.372-384; Brogiolo 1999: 639, tav. CXXIII.3; Saguì 2010: 60, fig. 41; Sternini 1999: 58, n. 26; Stiaffini 1985: 675, tav. 1.5; Stiaffini 2004: 71, Ag.236b; Uboldi 1995: 107, fig. 2.2; Zagari 2003: 228, fig. 5.5. 11 Aisa, Corrado 2003: 392, tav. XVIII.74-75; Bertelli 1999: 140, tav. I.2; Guarino, Mauro, Peduto 1988: 467; Luppino, De Presbiteris 2003: 520, tav. VIII.39; Saguì 2010: 60, fig. 41; Sternini 1999: 59, n. 31; Stiaffini 1999: 118, fig. 119.13; Stiaffini 2004: 72, Ste.1; Uboldi 1995: 111, fig. 3.11. 12 Stiaffini 1985: 67. 13 Aisa, Corrado 2003: 408, tav. Ie. 14 Mandruzzato, Marcante 2005: 96, n. 233. 15 Andronico 2003: tav. XXII.155; Falcetti 1988: 374, tav. XV.13; Sternini 1999: 58, n. 22; Stiaffini 1999: 104, 118, figg. 92.4, 119.13. 16 Aisa, Papparella 2003: 332, tav. III.19; Sternini 1999: 59, n. 35; Stiaffini 1999: 118. 8

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una coppa emisferica26 (tav. II,27), bottigliette (tav. II,12) e frammenti amorfi con decorazione filiforme (tav. II,5,7) e nastriforme27 (tav. II,6). Completano la panoramica dei materiali un bordo di fiala28 (tav. II,30) e piccoli fondi ad anello29 (tav. II,25-26). L’uso di bicchieri a pareti lisce (tav. II,22-23) e a bugne30 prosegue nel Basso Medioevo (tav. II,8-9,28), in associazione ai più numerosi recipienti con decorazione a rilievo ottenuti per soffiatura a stampo, denotando un allineamento alle vicende italiane31. Dischetti, ovali e losanghe costituiscono i decori impressi a rilievo su bicchieri e coppe32 (tav. II,35,37-39); costolature verticali od oblique ornano il corpo dei recipienti potori di forma chiusa33 (tav. II,36,41). Sono attestate anche fiaschette34, bottiglie a collo cilindrico e bordo dritto35 (tav. II,32) o estroflesso36 (tav. II,34,40) scevre di decorazioni

(tav. II,24), piccoli contenitori di forma chiusa37 e orli di fiala (tav. II,29,31). Esemplari databili tra il XV e il XVI secolo orientano ormai verso soluzioni rinascimentali38; cfr. per esempio manufatti polifunzionali come le ampolle, testimoniate da beccucci ricurvi39 (tav. II,33) e pareti ansate40, per le quali, dato il contesto religioso di rinvenimento, è ipotizzabile un impiego liturgico41.

Fiorillo 2005: 139. Fiorillo 2005: 149, tav. IV. 28 Stiaffini 1999: 118, fig. 121.5. 29 Andronico 2003: 142-143, tavv. XXXII.250 XXXIII.259; Coscarella 2003: 159, tav. III.11; Guarnieri 1999: 60, fig. 11. 30 Francovich, Gelichi 1980: tav. XIX.c; Stiaffini 1991: 233, tav. V.5; Zagari 2003: 224, fig.3; Gelichi 1990: 52, fig. 23.2; Redi 1990: 139, n. 111; Tisseyre 1997: E4. 31 Stiaffini 1997: 416-421; Stiaffini 1999: 111. 32 Brogiolo 1999: tav. XXI.1; Cini 1990: 503, tav. LXXI.561,569; D’Archimbaud 1981: 537, fig. 496.3-4,7; Galgani 2001: 588, tav. II.4; Giannichedda et alii 2005: 65, fig. 20.E2; Redi 1990: 139, n. 109; Stiaffini 1994: 217, tav. 7.6; Stiaffini 1997: tav. I.6; Stiaffini 1999: 110, fig. 99.6; Stiaffini 2004: 58, 59, St2.111, La1.2. 33 Ciarrocchi 2009: 686, tav. 6.6-7; D’Archimbaud 1981: 544, fig. 511; Galgani 2001: 588, tav. II.4; Gelichi 1990: 52, fig. 23.1; Redi 1990: 135, n. 101; Stiaffini 1991: 233, 241, tavv. V.9,VII.2; Stiaffini 1994: 217, tav.7.5; Stiaffini 1997: tavv. I.6, II.10; Stiaffini 1999: 110, figg. 99.9, 101.2,6; Visser Travagli 1995: 69, fig. 5. 34 Cini 1990: 505, tav. LXXII.578; Fossati, Mannoni 1994: 140, n. 53; Galgani 2001: 589, tav. III.5; Stiaffini 2004: 69, La1.B4. 35 Tisseyre 1997: F3. 36 Fossati, Mannoni 1994: 139, 147, nn. 7,77; Galgani 2001: 589, tav. III.1; Redi 1990: 135, n. 98; Stiaffini 1991: 239, tav. VI.3; Stiaffini 1999: 110, fig. 100.3. 26 27

Fossati, Mannoni 1994: 140, n. 35. Stiaffini 1999: 116. 39 Fossati, Mannoni 1994: 140, n. 67a; Stiaffini 1999: 111, 123, figg. 103.8, 128. 40 Fossati, Mannoni 1994: 142, n.73; Stiaffini 2004: 56, Go.45. 41 Stiaffini 1997: 416-421; Stiaffini 1999: 113-114. 37 38

638


639

Tav. I. Vetri tardoantichi e altomedievali dagli scavi effettuati in territorio aquilano.


Tav. II. Vetri di XI-XVI secolo dagli scavi effettuati in territorio aquilano.

640


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Il vetro a Ferento: materiali provenienti dalle campagne di scavo Ilaria Alfieri, Ilaria Tramontana The glasses, came from the excavations in the archeological area of Ferento (1994-2010), are inclued in to a chronological large variety according to the life phases of the city. The study was focus on archeological finds of the beginning of Middle Ages; the Ferento production was characterized by its good quality, mainly in roman time, made with the revolutionary glass blowing technique in large quantities. It was decorated, most of all, using simply geometric lines. The continuing an activity takes from roman time to the distruction of the city in 1172 a.C. because of the war against Viterbo.

Premessa

Saggio I

Le indagini archeologiche del sito di Ferento sono iniziate nel 1994 come cantiere didattico del Dipartimento di Scienze del Mondo Antico dell’Università degli Studi della Tuscia di Viterbo. Il sito di Ferento (fig. 1) si sviluppa su un dosso tufaceo delimitato, a Nord, dal torrente Vezza e, a Sud, dal Fosso dell’Acquarossa, su un pianoro di trenta ettari tra Montefiascone e i Cimini, a otto chilometri a Nord-Est di Viterbo. Gli scavi si sono incentrati dapprima su due aree del pianoro1 (fig. 2): una a Nord del decumano massimo e di fronte alle terme della città romana (Saggio I, nella fig. 3), mentre la seconda, ad Ovest, è localizzata ai limiti del sito, dove è emersa una importante area di necropoli (Saggio II). Dal 2001 i lavori hanno interessato una terza area, attualmente ancora in corso di scavo sotto la guida di Carlo Pavolini2, occupata in età romana da un edificio residenziale che si affaccia sul lato Sud del decumano e, addossato al teatro, da un impianto di cisterne di notevoli dimensioni (saggio III). Dal 2004, sotto la responsabilità di Elisabetta De Minicis3, sono state aperte due nuove aree (Saggio IV e V)4. I. A. - I.T.

Il materiale vitreo proveniente dallo scavo di Ferento è stato rinvenuto prevalentemente, nella parte orientale del Saggio I, in stratigrafie relative ad una serie di fosse lunghe adibite a fornaci metallurgiche, in epoca medievale, e nei livellamenti al di sopra di queste suddette5. Alcune centinaia di frammenti provengono, inoltre, da strati di riempimento di pozzi e cisterne idriche tardo-repubblicane, dalle tabernae di prima età imperiale collocate nella parte centrale del Saggio I e dai crolli e dalle macerie del loro abbandono avvenuto nel corso del VI-VII secolo d.C. A Ferento il vetro ascrivibile ad epoca romana è decisamente scarso e ciò ben si raccorda, da una parte, con gli sconvolgimenti delle relative fasi di vita dovuti ai profondi interventi di età medievale, dall’altra è giustificato dalla presenza di pavimentazioni negli ambienti per i quali si ipotizza che venissero regolarmente ripuliti e dalla mancanza di strati di accumulo e di scarti di strutture produttive che, nell’ambito della città imperiale, dovevano essere situate all’esterno dei quartieri abitati. Nell’ambito del saggio I, al di sotto del pavimento di una delle tabernae prospicienti il decumano, è stato rinvenuto un pozzo-cisterna (C 593) che si presentava sigillato, cronologicamente collocabile ad un periodo anteriore agli interventi urbani di età giulio-claudia. Il materiale vitreo recuperato all’interno di questo contesto è costituito da porzioni di pareti di forma

Romagnoli 2006: 5, fig. 1. Il prof. Carlo Pavolini è docente di Archeologia Romana e di Metodologie e Tecniche della ricognizione e dello scavo all’Università degli Studi della Tuscia di Viterbo. 3 La prof.ssa Elisabetta De Minicis è docente di Archeologia Medievale all’Università degli Studi della Tuscia di Viterbo. 4 Tramontana 2009: 3. 1 2

5

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Calabria, Patilli, Scaia 2004: 126.


Fig. 1. Localizzazione del sito archeologico di Ferento.

non identificabile a causa dell’alto grado di frammentarietà: la maggior parte di esse sono in vetro trasparente, mentre una piccola percentuale è in vetro opaco di colore bianco-avorio e di spessore molto sottile, caratteristica tipica dei manufatti vitrei di epoca romana. Per un solo frammento è stata possibile una ricostruzione grafica che ha permesso, in base ai confronti tipologici con materiale pubblicato, di ricostruirne la forma di appartenenza: si tratta di una porzione di unguentario (fig. 4) con bordo estroflesso ed orlo arrotondato, il cui tipo può essere datato tra il I secolo d.C. e il III secolo. Tutti i frammenti del pozzo-cisterna sono stati eseguiti con la tecnica della soffiatura a canna libera; le sfumature cromatiche spaziano dal celeste, al verde-azzurro, ma sono stati recuperati anche vetri gialli e grigi. Le tecniche decorative sono pressoché assenti, dato che la maggio-

ranza dei frammenti sono a parete liscia, mentre i restanti presentano una semplice linea incisa in superficie. Nel complesso la qualità del vetro documentato nel riempimento, nonostante la già citata frammentarietà in cui è ridotto, è abbastanza buona: la presenza di bollicine d’aria e di inclusi di varia natura è limitata, questo indica che gli artigiani che realizzarono gli oggetti utilizzarono miscele vetrose selezionandone con cura i vari componenti. A Ferento, la fase successiva è caratterizzata da fenomeni di distruzione e di abbandono più marcati già a partire dal V secolo e che culminano in quello seguente in concomitanza con gli eventi delle guerre gotiche. A questo periodo cronologico e in strati relativi ai crolli e alle macerie degli edifici preesistenti, è riconducibile la maggior parte del materiale

644


Fig. 2. Pianoro di Ferento. In evidenza i saggi scavati dal 1994 sino ad oggi.

Fig. 3. Vista panoramica del saggio I che si affaccia sul decumano. Sullo sfondo le terme ed il teatro romano.

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un bordo di coppa con orlo ribattuto, tre bordi di bicchieri con orlo arrotondato, un bordo di fiasca e un piede troncoconico di forma non identificata. I tre bicchieri, la coppa con orlo ribattuto ed un altro fondo apodo sono omogenei per cronologia, tutti riconducibili ad un arco cronologico relativo al V secolo d.C., periodo questo confermato dal rinvenimento, nel medesimo strato, di numerose monete risalenti ad un contesto tardoantico di IV-V secolo d.C. Tra X e XII secolo si assiste ad una rinascita ed espansione complessiva della città determinata anche dal notevole incremento demografico e dallo sfruttamento delle risorse agricole e minerarie del territorio: le tracce dell’attività metallurgica, connessa specialmente con l’estrazione del ferro, sono molto chiare fin dalla stratigrafia più superficiale e in particolar modo nel settore orientale del Saggio I , come si è già detto. I dati di scavo registrano, tra IX e XII secolo, un’assenza totale di prodotti vitrei coevi: a Ferento, i pochi elementi vitrei la cui produzione sembra protrarsi nel tempo, comprendono i piedini a disco di calice, alcuni bordi di brocche e di bottiglie, una parete di calice decorata con filamenti di pasta vitrea bianca ed un paio di bordi di bicchieri con orlo arrotondato.

Fig. 4. Unguentario soffiato a canna libera con bordo estroflesso e arrotondato; collo con leggera strozzatura alla base. Orlo di cm 2, incolore trasparente con sfumatura verde-azzurra, del I-III sec. d.C. (Cfr. Isings 1957: 41, forma 28).

vitreo ricostruito che, con alcune testimonianze risalenti al IV secolo comunque trova la sua collocazione nell’ambito del V secolo, con alcune attestazioni di forme la cui produzione si protrae anche nei secoli seguenti. Purtroppo, a causa dell’altissimo grado di frammentarietà e al cattivo stato di conservazione, le forme individuate con sicurezza sono molto poche:

Fig. 5. Grafico del tipo di vetro presente nel Saggio I.

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Fig. 6. Grafico dei colori del vetro ritrovati nel Saggio I.

La rarefazione dei vetri posteriori alla fine del VII-VIII secolo coincide con alcuni dati emersi dallo studio del materiale ceramico: la carenza di ceramica databile all’VIII-X secolo anche nelle stratigrafie relative a tale periodo corrisponde, difatti, ad una fase di restringimento dell’area urbana. Nel Saggio I (fig. 5), con l’84,41%, il tipo di vetro maggiormente attestato è quello trasparente seguito da quello semitrasparente con l’11,35%, mentre il tipo opaco è attestato con appena il 3,78%. A causa della presenza di patine di giacitura brunastre difficili da eliminare, non è stata possibile l’identificazione del tipo di vetro di alcuni pezzi (0,41%). La scala dei colori è molto ampia: nel Saggio I (fig. 6) a parte il vetro incolore, attestato per il 31,10%, la tonalità prevalente è l’incolore con sfumature verdastre in una scala che va dal verde (16,82%) al verdazzurro (22,71%), caratteristica peculiare della produzione vitrea di IV-V secolo d.C., causata dall’utilizzo di materie prime contenenti alte percentuali ferrose e dallo scarso o improprio uso del decolorante a base di manganese. La quasi totalità dei manufatti vitrei del Saggio I (fig. 7), ben 2298 frammenti su 2431 (94,53%) è stata

eseguita con la soffiatura a canna libera, tecnica di lavorazione che è sicuramente la scoperta più rivoluzionaria di tutta la storia della produzione vetraria6. I reperti sono quasi tutti a parete liscia, cioè privi di decorazioni: 2127 frammenti pari all’87,49% (fig. 8). La tecnica dell’incisione7, tipica del IV-V secolo d.C., è attestata con il 3,13% e rappresenta la tipologia decorativa più frequente nel Saggio I. Il materiale risalente al IV secolo d.C. presenta vetri incolori con sfumatura verdastra più o meno accentuata e decorazione assente o rappresentata da semplici linee incise; l’elemento distintivo è l’orlo del recipiente che si presenta tagliato, levigato o lascito a spigolo vivo. A questo periodo vanno ricondotti frammenti di bicchieri, di fiasche ed una porzione di

Sulla tecnica della soffiatura a canna libera cfr.: Harden 1936: 342, 327, 1151; Harden 1988: 87; Lissia 2000: 16; Morel 1979: 255; Newman 1993: 382; Stiaffini 1994: 222; Stiaffini 1999: 89-90; Scatozza Horicht 1986: 119; Sternini 1995a: 109-110. 7 Sulla tecnica decorativa dell’incisione cfr.: Stiaffini 1999: 92; Stiaffini 2004: 31; Scatozza Horicht 1986: 119; Sternini 1995: 120. 6

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Fig. 7. Grafico delle tecniche di lavorazione del vetro nel Saggio I.

fondo decorato appartenente, probabilmente, ad un piatto. La categoria dei bicchieri è molto ampia e comprende molte tipologie: l’orlo, come appena detto, può essere tagliato e levigato, oppure arrotondato alla fiamma, spesso ingrossato e arrotondato verso l’esterno, può essere caratterizzato da bordo dritto o estroflesso; il corpo troncoconico, cilindrico, campaniforme, ovoidale o conico. Solitamente il diametro della bocca è compreso tra i quattro e i sette centimetri, ma alcuni bicchieri di grandi dimensioni possono arrivare anche ai quattordici centimetri; i diametri dei bicchieri di Ferento si aggirano tra i cinque ed i sette centimetri. La tipologia del bicchiere nasce nel IV secolo d.C.8 per assolvere principalmente alla funzione potoria ed è caratterizzata da un orlo tagliato lasciato a spigolo vivo, molto più spesso levigato nel corso dello stesso secolo quando la caratteristica dell’orlo tagliato è presente in tutte le forme vitree9. Nel Saggio I sono stati riconosciuti dodici bicchieri (6,09%) ad orlo tagliato e levigato (fig.

9) tutti riconducibili al tipo in uso nel IV secolo, conosciuto come forma 106 del catalogo della Isings10, caratterizzati per lo più da parete liscia, cioè priva di decorazione, ad eccezione di due bicchieri in cui l’apparato decorativo è costituito da semplici linee parallele ed orizzontali che corrono lungo il bordo. Tra le fiasche (fig. 10) sono stati individuati due orli tagliati e levigati (1,02%). Sicuramente ascrivibile ad una produzione di IV secolo è un frammento di fondo decorato (fig. 11) rinvenuto durante le campagne di scavo: è un vetro incolore con sfumatura verde intensa recante parte di un “Chrismòn”, segno monogrammatico di invocazione costituito dall’intreccio delle lettere greche “X” e “P”, iniziali del nome Christòs, inciso che trova un confronto tipologico in un esemplare proveniente dall’antica Albingaunum datato proprio al IV secolo d.C. inoltrato11. La produzione vitrea di fine IV-V secolo è caratterizzata da una colorazione del vetro sempre tendente al verde, ma le sfumature sono più scure e cariche; la caratteristica predominante è, tuttavia, il progressivo cambiamento dell’orlo che non è più tagliato e levigato, ma ingrossato e arrotondato in quanto rifinito alla fiamma.

Stiaffini 2004: 19. Saguì 1993: 121; Stiaffini 1994: 207 e se.; Stiaffini 1999: 97-99; Sternini 1989: 29, tav. 4. 8 9

10 11

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Isings 1957: 126-130, forma 106. Massabò 2000: 178-179, n. 3; Paolucci 1997: 143.


Fig. 8. Grafico delle tecniche di decorazione del vetro nel Saggio I.

Fig. 9. Bicchiere con orlo dritto, tagliato e levigato; pareti leggermente svasate segnate da una serie di solcature costituite da linee parallele incise. L’andamento delle pareti presuppone una forma troncoconica. Orlo di cm 10, incolore con sfumature verde chiaro; IV sec. - prima metà V sec. d.C. (cfr: Isings 1957: 127-128, forma 106b; Sternini 1989: tav. 4, p. 29, n. 21; Caporusso 1991: tav. CLXIV, n. 10; SaguÏ 1993b: 119, fig. 4, n. 11; Price 1997: 227, fig. 188, n. 92; Sternini 2001: 46, fig. 9, n. 61).

Fig. 10. Bordo di fiasca con orlo tagliato e levigato; collo cilindrico. Orlo di cm 4; incolore trasparente con sfumatura verde chiaro, della fine III-inizi V sec. d.C. (cfr: Isings 1957: 102, forma 103; Sternini 2001: 59, fig. 15, n. 144).

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Tra le forme aperte più diffuse vi sono piatti e coppe (14 frammenti con il 7,11%) aventi tutti un bordo più o meno ingrossato e arrotondato alla fiamma; difficile, date le dimensioni dei frammenti che spesso non permettono di ricostruire il diametro, comprendere se si tratti di piatti o coppe. In alcuni casi presentano decorazioni incise e filamenti applicati dello stesso colore di base del vetro, ma in genere si tratta di vasi non decorati. I frammenti con filamenti applicati rinvenuti nel Saggio I sono pertinenti a piccole coppe e trovano i loro confronti più attendibili a Monte Gelato in contesti databili al III secolo d.C. avanzato; però, dato che questo tipo di decorazione è molto frequente in Italia dalla fine del VI e per tutto il VII secolo12, non si può escludere una datazione più ampia nel tempo. Ancora in relazione a piatti e coppe, sono stati riportati in luce numerosi frammenti il cui orlo, nella maggior parte dei casi, è ribattuto all’esterno e poi verso il basso e saldato alla parete esterna vaso creando cavità tubolari più o meno schiacciate (figg. 12-13). Questo tipo di orlo, con diciannove unità provenienti solo dal Saggio I ed una percentuale del 9,64%, ha trovato i confronti più attendibili nelle produzioni romane di V secolo nei contesti della Crypta Balbi13, del Palatino14 e del Lungotevere Testaccio15 dove alcuni sono pertinenti a piatti su piede del tipo Isings 11816; la forma, definita dalla Isings di origine orientale, anche perché ritenuta poco diffusa in Occidente; si rivela, invece, come detto poco sopra, numericamente ben attestata nei contesti urbani ai quali si aggiunge anche quello della Meta Sudans, sempre a Roma, che ha restituito una percentuale piuttosto rilevante di orli ribattuti provenienti però da strati datati al VI secolo e che forse, per questo, potrebbero essere considerati come residui più antichi17.

Le lampade, o lucerne, attestate maggiormente nei secoli in questione, sono quelle assimilabili alla forma Isings n. 13418 e sue varianti caratterizzata da una coppa su base apoda, con orlo fortemente ispessito o ribattuto caratterizzato dalla presenza di tre anse che scendono dall’orlo a tesa e spesso a base con incavo; il tipo ha una certa distribuzione che copre quasi tutta l’area italiana e vi compare a partire dalla fine del IV secolo e permane per tutto il Medioevo con notevole diffusione tra VI e VII secolo. Molto diffuse sono anche le lampade tipo Uboldi I,119, il cui prototipo deriva sempre da Isings 134, ma le anse hanno un profilo ondulato e sono applicate sulle pareti di vasi anch’essi con fondo apodo, talvolta con rientranza a leggero conoide e pareti tendenzialmente troncoconiche, a volte con profilo sinuoso e un rigonfiamento a metà altezza, orlo ingrossato o con piccola cavità tubolare. Le sei anse rinvenute nel Saggio I (3,05%), sono a gomito rialzato e ad occhiello con l’attacco inferiore a forma di goccia allungata. Tra le forme aperte, la classe più attestata a Ferento è quella del vaso potorio per eccellenza e cioè il bicchiere: ben sessantatré orli appartengono a bicchieri di V secolo, che costituisce, quindi, la classe vitrea più attestata a Ferento con una percentuale che sfiora il 32%. I bicchieri sono caratterizzati da orlo più o meno ingrossato e arrotondato alla fiamma, dalle pareti dritte o svasate, corpo probabilmente troncoconico o cilindrico e fondo apodo; purtroppo, a causa dell’altissimo grado di frammentarietà del materiale non è possibile risalire alla forma completa. La maggior parte dei bicchieri con orlo arrotondato sono privi di decorazione, mentre alcuni presentano linee incise parallele, mentre altri sono caratterizzati da filamenti di vetro applicati tono su tono. Un solo frammento, proveniente dal Saggio I, si distingue per la presenza, contemporaneamente, di linee incise e filamenti applicati; un altro presenta tracce di decorazione consistenti

Stiaffini 1990: 186; Maccabruni 1983: 179. Saguì 1993b: 113-136. 14 Sternini 2001: 21-75. 15 Sternini 1989: 43. 16 Isings 1957: 148, forma n. 118, nota 6. 17 Saguì 1993: 121, nota 20 e 122, fig. 6, nn. 25-27; Whiteouse 1985: 169, fig. 5, n. 54; Sternini 1989: 37, tav. 7, n. 44; Alvaro 1989: 383, fig. 279, n. 430. 12 13

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Isings 1957: 162, forma n. 134 e sue varianti. Uboldi 1995: 97, tipo I,1.


Fig. 11. Frammento di fondo di probabile piatto, caratterizzato da una decorazione geometrica ad incisione rappresentante un chrismòn di cui si conserva parte della lettera “P”. Vetro incolore trasparente con sfumatura verde chiaro, di IV sec. d.C. (cfr.: somiglianze a Massabò 2000: 178-179, n. 3, tav. I, n. 3; Paolucci 1997: 143).

Fig. 12. Bordo di piatto introflesso con orlo ribattuto all’esterno, saldato alla parete per tutta la sua altezza a formare una cavità tubolare nella parte alta, rifinito con un bordo leggermente ingrossato ed arrotondato in quella più bassa. Orlo di cm 22, vetro incolore trasparente con sfumatura verde chiaro, della prima metà del V sec. d.C. (cfr.: Saguì 1993b: 123, fig. 7, n. 48; Sternini 2001: 40, fig. 7, n. 31).

Fig 13. Bordo di coppa con orlo ribattuto sulla parte esterna e in basso, saldato alla parete formando due cavità tubolari. Orlo di cm 12, incolore trasparente con sfumatura verde, della fine del IV-V sec. d.C. (cfr.: Saguì 1993b: 123, fig. 7, n. 43).

Fig. 14. Il primo da sinistra è un piede di calice con base quasi piatta del diametro di cm 5.; cavità tubulare sul bordo. È un vetro incolore trasparente con sfumatura verde-azzurra, datato alla fine del V sec d.C. e oltre (cfr: Sternini 1989: 46, tav. XI, n. 65; Price 1997: 285, fig. 193, n. 150). Il secondo da sinistra è un piede di calice, con base quasi piatta, del diametro di cm 5 con bordo ingrossato e arrotondato; profilo leggermente concavo. Datato al V-VI sec. d.C. (privo di confronti).

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Fig. 15. Parete decorata con filamenti in pasta vitrea bianca opaca applicati a caldo, disposti a spirale in prossimità del bordo, a festone nella zona centrale. Il vetro è incolore e trasparente, databile al VI-VII sec. d.C. (cfr.: Stiaffini 1985: 675, tav. 1, n. 7; Stiaffini 1999: 102).

in piccole linee parallele bianche opache disposte trasversalmente sul pezzo e inglobate nello spessore del vetro. Inoltre, sono tutti soffiati a canna libera utilizzando un vetro di colore sempre riconducibile alle sfumature del verde, caratteristica, questa, molto comune nelle forme realizzate a cavallo tra la fine del IV e la prima metà del V, arco cronologico che segna un deciso cambiamento nella produzione vetraria: tendenza all’utilizzo di vetro di colore verdastro, arrotondamento ed ispessimento, come abbiamo visto, degli orli e cambiamento degli schemi decorativi e delle relative tecniche esecutive: dai semplici motivi incisi si passa progressivamente ai filamenti di pasta vitrea dello stesso colore del recipiente20. Le brocche/bottiglie sono, per le forme chiuse da mensa, tra le più documentate; caratterizzate dai tipi di orli più in voga nel corso del V secolo: arrotondato e ribattuto, si riferiscono, principalmente, alle forme 120, 124 e 126 del catalogo della Isings21. A volte le brocche e le bottiglie erano decorate da un singolo filamento di pasta vitrea applicato a spirale su tutta la superficie del vaso22 oppure solamente sotto il bordo23. Sul totale dei frammenti ricostruiti, ben diciassette (8,63%) sono riconducibili a fondi: sono tutti apodi e più o meno concavi e, a causa

delle loro dimensioni e per il fato che la frattura avvenga in genere immediatamente vicino al piede, non è stato possibile trarre informazioni utili né ai fini di una datazione cronologica né ai fini di una ricostruzione tipologica. Sempre tra i fondi non riconducibili a nessuna forma, sono stati collocati quei frammenti che non permettono di analizzare l’andamento delle pareti e di conseguenza di ricostruirne la forma precisa; sono stati inseriti, tra questi, quindici frammenti di piedi ad anello che possono essere distinti in due gruppi: con piedino ad anello in vetro pieno e con piede ad anello cavo. Tra i piedi vanno menzionati cinque frammenti di piede a listello24 a sezione schiacciata e profilo dritto o leggermente svasato; le pareti non si sono conservate e ciò non ne stabilisce l’attribuzione a forme sicure e, di conseguenza, una datazione. Tra l’altissimo numero di pareti, che rappresentano la quasi totalità del materiale vitreo rinvenuto a Ferento diverse recano elementi decorativi caratteristici: minuscoli reticoli e figure geometriche probabilmente ottenute mediante soffiatura dentro matrice o incise25 riscontrabili solo nei ritrovamenti del Saggio I. Spiccano, inoltre, alcune pareti in vetro trasparente di colore verde caratterizzate da uno schema decorativo tipico del IV-V secolo26: l’’applicazione di grosse pasticche in rilievo di colore blu.

Stiaffini 1999: 98. Isings 1957: 149-152, forma 120; 154-156, forma 124; 156-157, forma 126. 22 Isings 1957: 154, forma 124a. 23 Isings 1057: 155, forma 124b. 20

Isings 1965: 514-515, n. 195; 521, n. 63; Saguì 1993b: 118. 25 Stiaffini 1999: 89-92. 26 Stiaffini 1999: 98.

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Per il vasellame prodotto tra V e VI secolo è probabile che alcuni orli che in questa sede sono stati attribuiti a bicchieri, siano, invece, da associare ai piedi a disco rinvenuti in numero cospicuo a Ferento e si riferiscano, quindi, a calici, forma aperta notevolmente attestata in quasi tutti i siti italiani, prodotta dalla fine del V secolo in poi. Sono stati riportati alla luce, infatti, una quantità considerevole di piedini a disco sia con cavità tubolare, sia a sezione piena (fig. 14) pertinenti, quasi sicuramente a bicchieri a calice così come alcuni steli fortemente scheggiati e in pessimo stato di conservazione. Si può ipotizzare con certezza che la fabbricazione dei calici ferentani, rappresentati dal 4,57% nel Saggio I, avvenisse per soffiatura libera in un’unica bolla: infatti si notano, spesso, le tracce del pontello sotto il piede e altrettanto spesso i piedini non sono perfettamente circolari. La loro presenza è assicurata a Ferento dai piedini e dagli steli cilindrici, alcuni caratterizzati da un nodo di pasta vitrea, ma queste sono le uniche prove certe poiché è impossibile stabilire dai soli orli se siano bicchieri oppure calici, data l’assenza delle pareti che non permettono di stabilire l’andamento della coppa. Ad una produzione più tarda, a cavallo, tra VI e VII secolo, risale una porzione di parete in vetro incolore, rinvenuto nel Saggio I, di buona qualità esecutiva e di spessore estremamente sottile, impreziosito da nervature in rilievo, disposte a festone sul corpo e in spirali concentriche sotto il bordo. Sicuramente la parete è pertinente ad un bicchiere a calice, in quanto sono stati trovati numerosi confronti con calici con decorazione a festoni di filamenti bianchi in sepolture di fine VI-VII secolo a Nocera Umbra27, Castel Trosino28 e a Cividale del Friuli29; tale ipotesi è inoltre avvalorata dal fatto che i filamenti di pasta vitrea specie, di color bianco, sono un elemento tipico di questo periodo. Fra il materiale vitreo sono da considerare numerose lastrine piane, provenienti dal Saggio I, di spessore compreso tra i quattro e i cinque cm in ve-

tro incolore, oppure leggermente sfumato nei toni del grigio, forse relative a vetri da finestra. Alcune conservano ancora i bordi rifiniti ed angoli che ipotizzano la loro appartenenza a pannelli di forma rettangolare e presuppongono che il procedimento di realizzazione fosse quello del “cilindro” usato nel corso dell’XI-XII secolo per ottenere lastre lunghe e rettangolari, mentre il metodo definito a “corona” era più appropriato per i vetri tondi. Completano il panorama poco più di una ventina di piccole paste vitree di forma circolare a volte irregolare, dal profilo bombato e dal diametro che si aggira intorno al centimetro circa, identificate come pedine da gioco. Per alcune di queste paste vitree, però, si è supposto che si tratti di castoni di anelli poiché il profilo è sempre bombato, ma leggermente appiattito, la circonferenza risulta essere più regolare e le dimensioni leggermente inferiori. In ultimo va segnalato il recupero di frammenti i armillae in vetro opaco monocromo blu e nero ed alcuni vaghi di collana in pasta vitrea, provenienti esclusivamente dal Saggio I. Un fattore rilevante è la notevole quantità di basi multiple rinvenute durante gli scavi, che trova dirette analogie con quelle scoperte nei contesti di prima metà V secolo della Crypta Balbi30, del Lungotevere Testaccio31 e quelli del Palatino32, che indicano Roma come centro di maggiore produzione del Lazio di suppellettile con questo particolare tipo di fondo: probabilmente i cittadini di Ferento si servivano dei centri romani per l’acquisto di vasellame vitreo. Come negli altri centri dell’Italia centrale, a partire dalla fine del V secolo, comincia a circolare il bicchiere a calice che a Ferento, come già detto, è rappresentato dai piedini a disco rinvenuti in considerevole quantità. Un’altra analogia con Roma è rappresentata da un modello di decorazione riferito, indubbiamente, a produzioni più tarde di VI-VII secolo: una delicata parete di calice (fig. 15), rinvenuta nel Saggio I, reca dei festoni in vetro bianco opaco applicati sotto il bordo. L’attribuzione

Pasqui, Paribeni 1919: cc 171, 204, 215, 249, 268, 287, 315, 342. 28 Mengarelli 1902: cc 248, 268, 270, 299, tav. XI, 4. 29 Gasparetto 1982: 272, fig. 34, n. 34. 27

Saguì 1993: 118, 120, figg. 21-24. Sternini 1989: 43, figg. 60-62. 32 Sternini 2001: 31, 69, fig. 20, nn. 204-218. 30 31

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Fig. 16. Grafico del tipo di vetro presente nei Saggi IV e V.

Fig. 17. Grafico dei colori del vetro ritrovati nei Saggi IV e V.

di questo tipo di parete ad un calice, convalida che questa forma risulta ancora ampiamente attestata a cavallo tra questi due secoli, conferma che trova conforto nel ritrovamento di numerosi piedini circolari attribuiti ad una produzione di VI-VII secolo. Purtroppo, a causa dell’altissimo grado di frammentarietà, non è stato possibile, non solo, ricostruire l’intero schema di motivi incisi, bensì molto spesso le forme. Tuttavia

l’insieme degli esemplari più significativi sembra confermare che a Ferento, il tipo di incisione più realizzato fosse quello geometrico, consistente in particolar modo in linee parallele. I. A.

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Fig. 18. Grafico delle tecniche di lavorazione del vetro nei Saggi IV e V.

Fig. 19. Grafico delle tecniche di decorazione del vetro nei Saggi IV e V.

Saggio IV e V

Saggio IV ammontano a 269 frammenti, mentre, nel Saggio V, dal 2005 al 2011, i frammenti vitrei ammontano a 326, per un totale di 595. Nei Saggi IV e V (fig. 16), come per il Saggio I, il tipo di vetro maggiormente attestato è quello trasparente con il 79,49%, segue quello opaco con il 15,96% ed infine quello semitrasparente con il 4,53%. Il vetro incolore (fig. 17) è il più frequente, con il 51,09%, a seguire quello verde con

Il materiale vitreo proveniente dai Saggi IV e V di Ferento è ancora in fase di studio poiché le campagne di scavo a tutt’oggi non sono terminate. Il Saggio I, con la sua chiusura nel 2000, è stato studiato avendo a disposizione la raccolta completa dei dati. I reperti vitrei rinvenuti dal 2004 al 2010 nel

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Fig. 20. Fondo di cm 4,5 e parete di coppa soffiata a stampo con decorazione a rilievo consistente in tre fasce sovrapposte delimitate da linee parallele; nella parte inferiore sono presenti tre piccoli cerchi allineati, mentre in quella centrale è impresso un motivo vegetale costituito da una palmetta. Colore verde scuro e datato alla metà del I sec. d.C. circa (cfr: Matheson 1980: 53, fig. 132; Harden 1988: 166, n. 87).

il 17,14%, quello azzurro con il 10,92% e quello bianco con 10,04%. La quasi totalità dei manufatti vitrei dei Saggi IV e V (fig. 18), ben 557 su 595 (93,61%), è stata eseguita con la soffiatura a canna libera. I reperti sono quasi tutti a parete liscia; 276 nel Saggio IV e 290 nel Saggio V (fig. 19) che insieme sono pari al 97,16% della totalità. Nel Saggio IV sono stati rinvenuti solamente due pareti incolori a filamenti bianchi appartenenti probabilmente ad un coperchio del quale non è stato possibile effettuare un riconoscimento, nel Saggio V sono quattro: un frammento di parete incolore con filamenti applicati bianchi , uno marrone con filamenti tono su tono, uno nero con filamenti bianchi ed un frammento nero con filamenti grigi. La tecnica dell’incisione nei Saggi IV e V è presente solo con lo 0,50%, risultando, così, la decorazione a rilievo (1,17%) la seconda maggiormente effettuata. Le uniche forme riscontrate riguardano uno stelo di calice ritrovato nella campagna di scavo del Saggio IV del 2009 e un piede ad anello cavo, ritrovato nella campagna di scavo del 2006 nel Saggio V. Il primo caso, lo stelo è di forma cilindrica a fondo convesso, con un unico ingrossamento è collocabile con il periodo centrale del Medioevo33. Il secondo caso, il piede ad anello cavo, leggermente inclinato all’esterno e dall’estremità arrotondata, appartiene ai vetri non identificabili presenti a Ferento34.

33 34

Anche nel caso dei Saggi IV e V sono state rinvenute alcune pedine da gioco, tessere musive e scorie realizzate in pasta vitrea non significative; due pedine solo nel Saggio V, tre tessere musive dal Saggio V e una dal Saggio IV, tre scorie dal Saggio V e una dal Saggio IV, tutte provenienti da strati differenti di campagne di scavo di diversi anni. Il problema della frammentarietà dei materiali vitrei, mai come nel caso di questi due Saggi, ha causato l’impossibilità di ricostruire il panorama delle forme e dei conseguenti confronti dai cui trarre la cronologia degli stessi. I. T.

Conclusioni

Lo stato di conservazione in cui versa il materiale non è dei migliori: in alcuni casi i frammenti presentano un forte degrado sotto forma di vistose iridescenza e di fenomeni di desquamazione delle superfici (devetrificazione) che si sfaldano al minimo contatto. Le iridescenze sono provocate da fenomeni naturali come il prolungato interramento dei frammenti vitrei che porta all’erosione della superficie degli oggetti causata dall’acido carbonico presente nel terreno. Anche se in misura minore, moltissimi frammenti sono ricoperti da una patina di colore bruno e, in alcuni casi, specie per quelli rinvenuti in giacitura con pozzi di legno carbonizzati, risultano “macchiati” da chiazze di bruciato. Un notevole numero, poi, è caratterizzato da un’opacizzazione superficiale causata dal

Manacorda 1985: 545, fig. 940, tav. LXXXVII. Alfieri 2003: 138, n. 69, tav. II,9.

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quarzo presente nel vetro, che, a contatto con la terra, sale in superficie. La qualità del vetro è abbastanza buona soprattutto per i reperti di età romana, mentre per le epoche successive molti frammenti presentano spirali di soffiatura, bolle d’aria di varie dimensioni e puntini neri ad indicare che gli elementi della miscela vetrosa erano ricchi di impurità. La ricostruzione della tipologia vitrea si basa sull’analisi dei reperti più significativi che, ricostruiti graficamente, hanno permesso l’identificazione delle forme e la seriazione tipologica; 223 frammenti sono, infatti, confrontabili con forme note provenienti da scavi e le pubblicazioni relative ai maggiori siti archeologici italiani dove notevole e significativa è la presenza di materiale vitreo, tra cui spiccano sicuramente Torcello (Venezia), San Vincenzo al Volturno (Isernia), Luni (La Spezia), Ostia Antica (Roma) e gli scavi capitolini della Crypta Balbi; in seconda istanza è stato preso in considerazione il materiale vitreo conservato in collezioni museali pubbliche o private. Le analogie più frequenti ed attendibili sono state riscontrate con produzioni vitree della città di Roma e zone limitrofe: per Roma, in particolare, si sono rivelati fondamentali i dati emersi dagli scavi della Crypta Balbi, quelli della Schola Praeconum alle pendici del colle Palatino, le indagini dell’area del Foro Romano retrostante la Curia e la Basilica Aemilia e lo scavo dell’edificio portuale del Lungotevere Testaccio. Per le aree circostanti vanno citati gli scavi di Ostia Antica, quelli della villa romana di Settefinestre e quelli effettuati alla Mola di Monte Gelato. Non vanno tuttavia dimenticate alcune somiglianze sia morfologiche che tipologiche riscontrate con materiale proveniente dagli scavi di Ercolano e Pompei, in relazione, logicamente, ai reperti di età romana, ma anche con produzioni di Milano, Luni e dell’antica Albingaunum (l’attuale Albenga, sempre in Liguria). In ultimo, alcuni raffronti sono stati riscontrati anche nella città di Cartagine, in Tunisia, nelle aree scavate dalla Missione Italiana tra 1973 e il 197735.

35

L’abitudine al riciclo del vetro può spiegare come, molto spesso, nello scavo di siti archeologici, così come Ferento, il vetro riportato alla luce sia scarso; in tutti i saggi indagati, infatti, solamente l’unità stratigrafica 318 del Saggio I ha restituito un’altissima concentrazione di vetro, il che porta ad ipotizzare, anche se con cautela, che la bottega in questione fosse adibita come “deposito” per il riciclaggio e la raccolta di cocci e frammenti vitrei. A ciò si aggiungono le dimensioni estremamente ridotte e la conseguente impossibilità di trovare attacchi tra i vari pezzi. Un altro aspetto negativo è la “tendenza alla conservazione” delle classi vitree: con questo termine si intende che spesso gli orli e i fondi (che rappresentano le parti più significative del vaso), così come lo scavo ce le restituisce, possono riferirsi a più forme o addirittura a tipologie di recipienti diversi nella loro funzione. Per esempio, alcuni orli, nello stato in cui sono giunti a noi, possono indifferentemente appartenere a bicchieri o a calici, ma anche a lucerne e ad unguentari, che costituiscono una tipologia prodotta ininterrottamente, dalle epoche più antiche fino a tutto il Medioevo, senza subire sostanziali variazioni. Un altro problema è rappresentato dal fatto che molto spesso la frattura avviene appena sotto l’orlo od immediatamente sopra il piede, e questo non permette di risalire facilmente alla forma di appartenenza. Il contributo che i manufatti vitrei di Ferento danno allo studio del vetro in Italia sta nelle numerose conferme emerse confrontando i dati sulle produzioni vitree dei principali siti archeologici. I pochi residuali romani riflettono assonanze con produzioni coeve sia per le forme, le tecniche esecutive, sia per gli aspetti decorativi; sono attestate tutte le tipologie ed i metodi di lavorazione in uso a cavallo tra la fine del I secolo a.C. ed il III secolo. La modellazione su matrice è costituita dai bei frammenti di coppe costolate; la tecnica della soffiatura a stampo crea ricercate decorazioni in rilievo come nel caso della coppa con il motivo vegetale a palmette (fig. 20). Il decadimento della produzione vitrea intorno al IV-V secolo registrato in tutto l’Occidente, è evidente anche a Ferento: il materiale è

Alfieri 2002: 51-57, 87-101, 286-293.

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impoverito sia nelle forme che nell’esecuzione e l’attenzione è relegata all’aspetto esclusivamente funzionale del prodotto. Gli schemi decorativi, laddove presenti, si riducono a semplici linee incise, spesso parallele tra loro; il vetro è ricco di impurità e bolle d’aria ed assume una colorazione verdastra involontaria, dovuta alla notevole presenza di impurità nelle materie prime. Per il IV secolo le forme più in uso a Ferento sono le stesse degli altri siti dell’Italia centrale: il bicchiere, le fiasche e le coppe e la caratteristica saliente di questo secolo è anche qui evidente: tutti questi prodotti presentano il tipico orlo tagliato a spigolo vivo, più spesso levigato. Anche le tipologie decorative confermano il materiale di IV secolo: modesti schemi geometrici incisi, semplici linee, ma anche grandi pasticche in vetro colorato, poste in rilievo, comuni anche nel secolo seguente. Un passaggio importante dalle forme tipicamente di epoca romana a quella più propriamente presenti in età altomedievale, avviene alla

fine del IV secolo quando si assiste al progressivo cambiamento degli orli in tutte le forme conosciute; anche a Ferento si registra un notevole ispessimento ed arrotondamento degli orli, che non sono più tagliati, ma resi tondi alla fiamma. Le colorazioni del vetro si aggirano sempre sul verde, ma le sfumature sono più intense; dato ampiamente testimoniato in genere per i vetri di questo periodo, così come il bicchiere, in tutte le sue varianti riferibili alla forma Isings 106, che a Ferento regna indiscusso su tutte le forme in uso all’epoca. In conclusione, il materiale indagato nei Saggi di scavo è, sia per tipologia, sia per morfologia, molto omogeneo ed organico, ed è relativo a forme ampiamente attestate e diffuse, specialmente, in area romana e nell’Italia centrale, in relazione a vasellame prettamente da mensa, di uso domestico e quotidiano legato alla tipologia di Ferento, la cui funzione principale era quella abitativa; di fattura locale, non eccezionale, ma comunque buona. I. A. - I. T.

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Manufatti vitrei delle necropoli di Campochiaro: valore e simbolo nel rituale funerario dei cavalieri di Vicenne e Morrione Valeria Ceglia*, Isabella Marchetta** We present the catalogue of glass artefacts from graveyard sites of the medieval period at Vicenne and Morrione (Campochiaro-CB). The sites are known to the scientific community for the considerable presence of contextual depositions in tomb of man and horse. In this very peculiar ritual the symbolism becomes the main component in ethnicity and, at the same time, integration. The short presentation highlights the types and associations in the tomb of funerary gifts with other objects clothing and adornment personal by proposing new possible chronological reference elements. From the analysis emerged that glass goblets are associated to masculine tombs, while in the graves of female teenagers there is only the foot of goblet. It is drilled in its stem and reused as locket for necklaces. Le necropoli di Campochiaro (loc. Vicenne e Morrione)1 sono note alla comunità scientifica per l’inusuale pratica di sepoltura contestuale uomo-cavallo (fig. 1). La ritualità, assai peculiare, ricollega in maniera piuttosto evidente i cavalieri di Campochiaro alle tribù proto-bulgare dell’Europa nord-orientale. La commistione delle componenti culturali, leggibile attraverso i manufatti in tomba, offre molti spunti di riflessione, ma in questa sede si presentano alcuni dati relativi ai manufatti vitrei e, ancor più nello specifico, al vasellame in vetro rinvenuto a corredo delle deposizioni (fig. 2). Le tombe scavate nei due cimiteri di Campochiaro sono più di 4002.

Il cimitero di Vicenne, meno numeroso e con una più alta densità, è certamente caratterizzato da un rilevante numero di deposizioni con corredi articolati, mentre quello di Morrione comprende un consistente gruppo di sepolture nude a fronte di un nucleo connotato dalla particolare ricchezza delle inumazioni3. Le tombe sono del tipo a fossa terragna con rincalzo in ciottoli, sono disposte per file ordinate e orientate secondo i modelli noti per i cimiteri germanici. Non di rado è attestata la presenza di casse lignee testimoniate da grandi chiodi con testa circolare decentrata, mentre più raramente, e con particolare riferimento alle tombe con cavallo, sono state rinvenute quattro buche di palo, poste agli angoli della fossa, per il catafalco. La popolazione è quasi equamente ripartita tra individui di sesso femminile e maschile con un alto numero di deposizioni di adolescenti4.

* Soprintendenza per i Beni Archeologici del Molise distretto di Campobasso; mariavaleria.ceglia@beniculturali.it **Archeologa Specialista in Archeologia della Tarda Antichità e del Medioevo, Collaboratrice esterna della Soprintendenza; isabella.mt@libero.it. 1 Le foto dei reperti di Campochiaro sono state realizzate da Vito Epifani (Soprintendenza Archeologica del Molise) con eccezione delle collane delle tombe 94, 95, 106 e 139 in fig. 2 realizzate da Isabella Marchetta; le piante di scavo sono state realizzate da Eraldo Pasqualoni (Soprintendenza Archeologica del Molise); i disegni dei reperti sono stati elaborati da Cornelio Prezioso (Soprintendenza Archeologica del Molise) con eccezione della fig. 5 tratta da Genito 1991. I restauri dei reperti sono stati eseguiti da Tina Massimo (Soprintendenza Archeologica del Molise). 2 Il cimitero di Vicenne comprende 167 tombe, quello di Morrione, scavato parzialmente, 260. Per una recente sintesi si veda Ceglia 2010: 241-242 con bibliografia pregressa.

A Morrione sembrano identificarsi due diversi nuclei sepolcrali: un primo, probabilmente di poco anteriore, con deposizioni nude o con pochi elementi di corredo, addensato attorno a un monumento funerario tardo-antico; un secondo, più rado e ordinato, connotato da nuclei parenterali e riferibile a gruppi migratori. 4 Le analisi antropologiche sull’intero campione scheletrico dei due cimiteri è in corso di studio da parte della dott.ssa Belcastro. Una sintesi recente per Vicenne è in Belcastro, Bonifigli, Mariotti 2002: 1009-1029. Sostanzialmente inedito rimane invece il nucleo di Morrione. 3

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Fig. 1. Ubicazione delle necropoli di Campochiaro.

Le tombe femminili con corredo, nella quasi totalità dei casi, presentano collane in paste vitree colorate arricchite da vaghi in ambra o in argento. I vaghi sono numerosi e di diverse tipologie: cilindrici, sferici, del tipo “Grancia”, costolati, fusiformi, biconici, tubolari, a goccia e bugnati variamente associati tra loro (fig. 3). I pendenti sono presenti in poche collane e offrono un panorama di gusto multiforme: due crocette in bronzo e una monetina nella T. 28M5; monetine forate nelle tombe 15V e 133M6; due pendaglietti in bronzo e il piede di un calice vitreo forato7 in centro nella T. 114V. In particolare l’utilizzo

di quest’ultimo come pendente principale è un elemento caratterizzante delle necropoli di Campochiaro8: è attestato in 7 tombe con maggiore ricorrenza in quelle femminili (fig. 4). Nelle tombe maschili che presentano elementi in vetro, invece, più comunemente si riscontra il calice, deposto ai piedi del defunto o all’altezza della spalla. È documentato in 12 tombe con maggiore ricorrenza a Morrione (fig. 2). L’articolazione dei tipi a Vicenne si mostra più varia, mentre a Morrione si osserva una certa standardizzazione delle forme. Nella T. 22V ricorre il tipo più semplice dal

Ceglia 2008: 299. Le sigle posposte al numero di tomba indicano il cimitero di riferimento. 6 Nella T. 15 due folles molto usurati di IV secolo sono componenti di una collana con vaghi in pasta vitrea e ambra; nella T. 133 la monetina assai consunta è associata a una collana con pochi vaghi in pasta vitrea. 7 L’assegnazione alla forma funzionale è dovuta alla presenza esclusiva del calice tra i manufatti vitrei rinvenuti nelle tombe di Campochiaro.

8

Dischetti forati utilizzati come pendente sono attestati raramente. Alcuni confronti vengono da Cividale del Friuli, in particolare la T. 5 della necropoli Gallo di fine VI secolo e la T. 32 della necropoli di San Giovanni datata agli inizi del VII secolo, Longobardi…: X.49d, X.3e. Anche a Nocera Umbra, località Il Portone, è documentata la presenza di questo tipo di monile in una tomba femminile di adolescente, L’oro degli Avari…: 163, t. 69.

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Fig. 2. Pianta dei rinvenimenti con posizionamento delle tombe con reperti vitrei.

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Fig. 3. Alcune collane rinvenute nelle tombe di Campochiaro.

coppa con archetti disposti a petalo9 (fig. 6). È associato ad armi, tra cui punte di freccia a tre alette, a un vaso plasmato a mano e a una fibbia di tipo bizantino con placca fissa scudiforme e terminazione apicata.

profilo sinuoso con orlo arrotondato leggermente estroflesso e parete che si allarga verso il basso (fig. 5). Il gambo è corto ma slanciato. Il vetro è tendente al verde-azzurro con limitata bollosità. Costituisce l’elemento unico di corredo di una tomba di bambino. Molto più raffinato è il calice della T. 89V con corpo “a tulipano” su corto stelo e piccolo piede a disco. Il vetro è bolloso, di colore grigio-azzurro, di buona qualità. Il motivo decorativo, realizzato in filamenti bianchi molto aderenti, si sviluppa sotto l’orlo con un motivo a festone e nella parte bassa della

Confronti morfologici e decorativi calzanti sono da Romans d’Isonzo, Romans d’Isonzo...: 70, tav. XXVI, t. 43 e Nocera Umbra, Pasqui, Paribeni 1918: 174, fig. 20, t. 5; Rupp 2005: 194, tav. 12, n. 23. 9

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Fig. 4. Collane con pendenti in vetro.

Il calice della T. 152V è realizzato con la tecnica della soffiatura a canna entro stampo con successiva torsione del vaso per ottenere le costolature sulla coppa (fig. 6). Il profilo è lineare con una leggera curvatura sotto l’orlo, lo stelo è largo e corto e il piede a disco con un piccolo gradino esterno. La parte alta del corpo è decorata da linee concentriche a filamento bianco aderente. Questo tipo di calice è il più attestato a Morrione dove i manufatti sono certamente di maggiore qualità (fig. 7). Si discosta leggermente nella decorazione il calice della T. 91M in cui

l’applicazione filamentosa è rilevata e a linee ondulate che occupano un registro più ampio. Come è noto quella del calice è una forma molto longeva che sembra comparire già nel V secolo d.C. per diffondersi in maniera più significativa nel VII secolo e divenire assai comune per tutto l’VIII secolo10. Il panorama morfologi-

Per la cronologia iniziale della forma e per l’origine culturale si veda la più recente discussione in Stiaffini 2000: 122. 10

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Fig. 5. Corredo della tomba 22 di Vicenne.

Fig. 6. Catalogo dei calici rinvenuti nelle tombe di Vicenne.

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Fig. 7. Catalogo dei calici rinvenuti nelle tombe di Morrione.

co si articola in numerose varianti non ancora seriate con caratteristici piccoli piedi a disco con o senza modanatura e corto gambo tubolare su cui s’innestano corpi campaniformi, troncoconici o ovoidali con o senza strozzatura sotto l’orlo. La mappa di distribuzione in contesti funerari evidenzia un incremento delle presenze in tomba a partire dal VII secolo con un picco quantitativo nel secolo successivo11. Produzioni di calici da-

tabili al VII-VIII secolo sono state identificate presso la Crypta Balbi12 e a Torcello13, ma evidentemente le officine erano ben più numerose e le molteplici varianti tipologiche sono forse da ricollegarsi proprio al proliferare dei centri produttivi. L’acquisto di pani di vetro semilavorati ha certamente contribuito al moltiplicarsi delle vetrerie che non necessitavano di forni complessi per la realizzazione delle fritte, ma solo delle

11 Stiaffini 1985: 667-677; Sternini 1995: 243289; Stiaffini 2000: 123, in part. nota 121, che aggiorna la precedente ricerca.

12 13

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Saguì 1993: 131-132. Tabaczynska 1977: 166-167.


Fig. 8. Corredo della tomba 129.

successive fasi di fusione e ricottura, come supposto anche per Torcello14 e per le ultime fasi di produzione della vetreria di Crypta Balbi15. Tale ipotesi potrebbe formularsi anche per la fornace recentemente identificata a Benevento dove l’impianto artigianale, datato alla fine del VI-inizi VII, ha restituito numerosi pani di vetro e provini di realizzazione pertinenti a manufatti poi rinvenuti durante lo scavo. Tra i semilavorati, raccolti principalmente nell’immondezzaio che ha obliterato l’impianto produttivo, sono attestati anche pani di vetro marmorizzato16.

A questi dati, sommariamente esposti, vanno certamente assommati i dati di Campochiaro assai interessanti, giacché in 5 delle 12 sepolture con calice erano presenti monete tra gli elementi del corredo. Prevalentemente si tratta di monete coniate dopo la seconda metà del VII secolo e in un caso la cronologia si spinge al primo decennio dell’VIII secolo17. Per i calici, recentemente, è stata supposta la doppia funzione di vasi potori e contemporaneamente di lampade rinvenendosi di frequente in contesti religiosi associati ad un alto numero di lampade vitree18. I dati desunti dalle necropoli molisane non consentono di esprimere un’interpretazione a riguardo in considerazione del fatto che non sono stati ancora identificati i nuclei insediativi di riferimento. È possibile invece dire che il calice era in genere associato alle tombe maschili19

Leciejewic, Tabaczynska, Tabaczynski 1977: 103. Più di recente analisi chimico-fisiche sugli indicatori di produzione sembrano confermare l’ipotesi di utilizzo di semilavorati, Verità, Zecchin 2005: 37-43. 15 L’analisi chimica delle componenti vetrose ha rivelato, infatti, che i prodotti della vetreria erano per la maggior parte ottenuti dalla rifusione di rottami di vetro, Saguì, Mirti 2003: 87-92. 16 Lupia 1998: 66-69. Tra i reperti provenienti da Vicenne si segnala un piede di calice forato in centro, utilizzato come pendente nella tomba 90 in vetro marmorizzato blu e rosso con venature gialline forse ricollegabile alle produzioni beneventane. 14

Per la disanima dei dati numismatici relativi alle necropoli di Campochiaro si veda Arslan 2004: 87-133. 18 Stern 1985: 45-46; Roffia 1988: 209; Stiaffini 2000: 123. 19 Il dato si verifica anche nelle altre necropoli citate per confronto. 17

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con sole due eccezioni: la T. 129V (fig. 8) e 86M20, mentre nelle deposizioni femminili di adolescenti era più comune deporre il piede del calice forato a mo’ di pendente21. Le tombe con cavallo non hanno restituito calici e ciò lascia supporre che per i cavalieri di Campochiaro queste suppellettili non avessero un particolare valore simbolico nella rappresentazione etnica e sociale. Sembrerebbe piuttosto un elemento di competizione sociale dei restanti componenti del nucleo demico, giacché i calici sono associati a corredi di una certa importan-

za22. In un solo caso il calice è rinvenuto nella tomba di un adolescente fatto che, insieme alla deposizione del pendente vitreo nelle deposizioni di fanciulle, sottolinea la pratica di connotare con corredi sessuati anche i giovani inumati. Come sembra evidente gli spunti di discussione offerti dagli oggetti in tomba presentati meritano certamente riflessioni più approfondite. Tuttavia è sembrato opportuno presentarli preliminarmente in questa sede per consentirci di cogliere un’importante occasione di confronto e dibattito.

La T.129V, pertinente a una donna adulta, era isolata rispetto alle altre. È certamente una sepoltura importante dato che comprendeva una moneta aurea e orecchini d’oro, del tipo mammellato complesso rinvenuti prevalentemente in argento. Al contrario la T. 86M, pure di una donna adulta, comprendeva solo una collana in pasta vitrea colorata. Inoltre la deposizione era ubicata in un insieme fitto di tombe forse legate da legami parenterali. 21 Costituisce un’eccezione la T. 110, di un cavaliere e del suo cavallo, che ha restituito piede forato probabilmente donato come ex-voto coniugale.

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A Vicenne le T. 46 e 152 hanno restituito, un corredo d’arme con cinture multiple e monete auree; anche le T. 89 e 143 di Morrione presentavano accano alla panoplia completa monete auree, mentre le T. 81 91 e 171 il solo corredo d’arme. Solo la T. 95 di Morrione aveva il calice come unico elemento di corredo.

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Egnazia tardoantica: produzione e commercializzazione dei manufatti vitrei Giuseppe Schiavariello*, Enrica Zambetta** The city of Egnazia, crossed by via Traiana, was an important trade port of the Apulia’s Adriatic coast. In Late Antiquity, the influence and the prestige of the bishop favored a particular flourishing of the ancient center and a renovation of the urban articulation: in the NW area, the square’s arcades are divided into spaces for commercial activities, used between the late IVth and late VIth century AD. The vitreous artifacts found in this area, but also ceramic and metal objects, testify Egnazia’s active presence in the commercial relationships of that time. The features of the vitreous bulks reveal a good manufacturing, some of them are to be referred to a serial production. We cannot exclude a local production, if we consider some fragments probably related to frit and some artifacts with defects in workmanship.

Sequenza storica della città

portazione rinvenuti nei diversi settori indagati3. La diffusione del culto cristiano, per cui le fonti ricordano solo la presenza del vescovo Rufenzio4, deve essere ricondotta almeno alla fine del IV secolo, quando ad Egnazia fu costruita una basilica episcopale che, allo stato attuale delle ricerche, risulta essere la più antica documentata in Puglia5. La vitalità della città dal IV alla fine del VI secolo è riconducibile alla presenza della diocesi e al ruolo determinante dell’episcopus nella sua gestione6 e nella promozione di attività artigianali, tra cui probabilmente anche la produzione di manufatti in vetro7. All’XI secolo sono da datare invece le tracce dell’ultima e sporadica frequentazione dell’abitato, ormai concentrato nell’area dell’acropoli8. G. S.

Egnazia (fig. 1), antica città della Puglia meridionale, in provincia di Brindisi, sin dal 2001 è interessata da ricerche archeologiche condotte nell’ambito del “Progetto Egnazia: dallo scavo alla valorizzazione”, organizzato dalla sezione archeologica del Dipartimento di Scienze dell’Antichità dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, con la direzione scientifica di Raffaella Cassano1. Sede di un villaggio capannicolo fortificato dell’età del Bronzo, fu poi centro indigeno al confine tra Peucezia e Messapia e ancora municipium dopo la guerra sociale2. La presenza della via Traiana, che attraversa l’abitato per un lungo tratto, e di insenature naturali, attrezzate sin dal III secolo a.C. per l’ancoraggio delle imbarcazioni, resero questa città un importante scalo commerciale situato lungo il litorale del basso Adriatico, e favorirono altresì frequenti contatti con l’Oriente, come testimoniano gli autori antichi, le fonti itinerarie e i significativi materiali di im-

Donvito 1988; Andreassi 1989: 104-105; Chelotti 1993; Cassano et alii 2003; Fioriello 2003: 15-32; Fioriello 2004: 10-16; 73-76; Chelotti 2007; Cassano et alii 2008; Fioriello 2008a; Cassano 2010. 4 Rufentius, episcopus Egnatinae ecclesiae prese parte ai Concilî di Papa Simmaco I del 501 e 502. Per ulteriori approfondimenti, si rimanda a Cassano 2008-2009: 23, con bibliografia. 5 Fioriello 2007; Cassano 2009: 67. 6 Felle-Nuzzo 1993: 340-343; Cassano 2007a: 4344; Volpe 2007: 85-91; Cassano et alii 2008: 417; Cassano 2008-2009: 21. 7 Cassano 2007: 1263; Volpe 2007: 94. 8 Cassano 2008: 75-79, con bibliografia. 3

*Specializzando in Archeologia Classica, Università degli Studi di Bari Aldo Moro. **Specialista in Archeologia Post-Classica, Università degli Studi di Bari Aldo Moro. Desideriamo ringraziare la prof.ssa R. Cassano per aver permesso lo studio del materiale presentato e per la continua disponibilità con cui ha seguito questo lavoro; la prof.ssa C. Laganara per gli utili suggerimenti. 2 Una aggiornata sintesi della storia della città è in Cassano 2010. 1

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Fig. 1. Egnazia. Area archeologica, veduta aerea da SE: 1. Bacino portuale; 2. Area dell’acropoli; 3. Piazza lastricata e porticata; 4. Via Traiana; 5. Basilica episcopale. (Guardia di Finanza-Sezione Aeronavale di Bari-Palese).

Fig. 2. Egnazia. Area della piazza lastricata e porticata, veduta aerea da W: in primo piano, gli ambienti impostati in etĂ tardoantica sui lati W e S. (Guardia di Finanza-Sezione Aeronavale di Bari-Palese).

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La piazza porticata

te con il vicino porto della città, è confermata dal rinvenimento di contenitori da trasporto di produzione africana ed orientale, lucerne, stoviglie in terra sigillata, ma anche ami, pesi da rete e aghi per risarcirle. Tra la fine del V e gli inizi del VI secolo una ulteriore risistemazione interessò la medesima area: la maggior parte degli ambienti recuperò le strutture già esistenti con minime ristrutturazioni e senza notevoli variazioni nell’impostazione e nelle dimensioni, salvo per due ambienti interessati da una ripartizione interna. Anche l’uso di questo comparto sembra restare invariato. Particolarmente interessante è la destinazione di un vano situato nel settore N del portico interno occidentale, da cui provengono molti materiali connotati in senso cristiano, documentando quindi un suo ruolo specifico nella distribuzione di materiali pregiati sino all’inizio del VII secolo: frammenti di anfore e di sigillate contrassegnati da croci, una scodella in sigillata africana di forma Hayes 103 A, con la raffigurazione del Cristo benedicente, pendagli in metallo con monogramma e con croce, un Late Roman Unguentarium e uno spathion, forse usati per contenere olio sacro o acqua benedetta11.

I risultati delle indagini più recenti indicano che l’ampio spazio con funzione pubblica, impostato nel settore NW della città a partire dalla media età ellenistica, fu lastricato e delimitato da un portico dorico, con doppio propileo ionico di accesso verso W, verosimilmente in età traianea, in concomitanza con la sistemazione della via Traiana, come lasciano ipotizzare i materiali di scavo9 (fig. 2). Alla distruzione generalizzata di alcuni settori della città, imputabile forse ad eventi sismici che nella seconda metà del IV secolo sconvolsero il Mediterraneo orientale10, seguì una rapida riorganizzazione, riscontrabile nel potenziamento monumentale degli edifici cristiani e nell’ampliamento degli impianti artigianali e commerciali. In questa temperie, la piazza fu ristrutturata per mezzo di numerosi ambienti costruiti all’interno e all’esterno dei portici ormai defunzionalizzati. I vani, per la costruzione dei quali si ricorse anche al reimpiego di cospicuo materiale architettonico proveniente dai portici, erano raccordati da un piano di calpestio esteso sul lastricato plateale. La destinazione commerciale di questi ambienti, connessi verosimilmen-

Fig. 3. Attestazione delle forme dei manufatti vitrei calcolate in rapporto al peso e al totale dei frammenti.

Una dettagliata relazione sulle nuove acquisizioni è in Cassano 2007a: 7-21; Mastrocinque 2007. 10 Cassano 2008-2009: 19; Cassano 2010: 93. 9

Cassano 2007: 1261-1263; Cassano 2008-2009: 29-33. 11

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Fig. 4. Vasellame da spezieria: 1. Vasetto. Vasellame da mensa: 2. Calice; 3. Coppa; 4-5. Bottiglia.

Ulteriori conferme della vitalità di Egnazia in età tardoantica, specialmente in relazione all’iniziativa dell’autorità ecclesiastica, vengono sia dal rinvenimento di un mattone con bollo che reca la croce apicata, proveniente dal crollo della copertura di un ambiente12, sia di numerose monete, la maggior parte di piccolo taglio, riferibili con ogni probabilità allo svolgimento delle nundinae, fiere periodiche che si tenevano principalmente nell’ambito delle sedi episcopali13. G. S.

mensa (fig. 4): bicchieri, calici, coppe, bottiglie, brocchette e piatti; ad oggetti da spezieria (fig. 4): vasetti; all’edilizia e all’illuminazione (fig. 5): lastre da finestra, lampade e tessere; all’ornamento e allo svago (fig. 6): armille e pedine da gioco16. I reperti mostrano generalmente un elevato stato di frammentazione e risultano caratterizzati da pareti estremamente sottili (cm 0,1-0,4). Rari i casi di pareti con spessore maggiore (cm 0,5-0,7) per lo più attestanti forme di grandi dimensioni, quali bottiglie. Lo stato di conservazione risulta quasi sempre interessato da fenomeni di degrado della superficie, quali iridescenza e patine di alterazione bruno-biancastre17 dovute alla lisciviazione del fondente alcalino per idrolisi, che determina spesso anche l’esfoliazione dei reperti in scaglie sottilissime18. Tra le forme da mensa destinate al consumo individuale di sostanze liquide si riscontra

I reperti vitrei

I risultati preliminari presentati in questa sede sono relativi allo studio dei frammenti vitrei provenienti da ambienti impostati nell’area della piazza in età tardoantica14. I 321 frammenti, pari a g 603, sono riferibili, secondo criteri di classificazione funzionale15 (fig. 3), a manufatti da

Mastrocinque 2007: 64-65. Cassano et Alii 2008: 419. 14 Si veda supra. 15 Stiaffini 1999.

I frammenti non identificabili sono 100. Goffer 2007: 134-138. 18 Montenero, Piccioli 2007: 331; Macchiarola, Ercolani, Amato 2009: 52.

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Fig. 5. Oggetti per l’edilizia e l’illuminazione: 1-2. Lampada; 3. Tessera in pasta vitrea; 4. Lastra da finestra.

la presenza di bicchieri in vetro incolore, in alcuni casi verde o giallo, che rinviano alla forma Isings 106, molto attestata in Italia e in ambito mediterraneo, prevalentemente in contesti di fine IV-prima metà V secolo19 sia come vaso potorio che come lampada. Sono per lo più troncoconici con orli (Ø cm 7-9) tagliati indistinti (tav. I. 1) o leggermente estroflessi (tav. I. 2), come a Otranto20 e a Ordona21; arrotondati, leggermente ingrossati ed estroflessi (tav. I. 3), o lievemente introflessi (tav. I. 4), simili a quelli rinvenuti a Ordona22, Vaste23 e Patù24; fondi

apodi leggermente umbonati25 (Ø cm 4-6) (tav. I. 5) che spesso presentano tracce evidenti dello stacco del pontello; rari quelli con sottile anello (Ø cm 4-7) (tav. I. 6). Sono presenti anche i calici, morfologia di vaso potorio diffusa a partire dal V secolo e dominante dal VI all’VIII secolo che, gradualmente, sostituisce il bicchiere a corpo troncoconico26, identificabile con la forma Isings 111. Nel contesto in esame, questi ultimi sono riconoscibili per lo più tramite i piccoli piedi a disco (Ø cm 4) (tav. I. 7) con stelo cavo a sezione cilindrica, alcuni dei quali presentano difetti di lavorazione, denotando una produzione seriale. Essi sono spesso in vetro incolore, in un solo caso verde. Si tratta di una forma molto diffusa in Puglia:

Per ulteriori confronti in Italia centro-meridionale si rinvia a Sternini 1995. 20 Giannotta 1992: 226, n. 17. 21 Giuliani, Turchiano 2003: 148, tav. VII, n. 1-3; 153, tav. XII, n. 1-2; 4-5. 22 Giuliani, Turchiano 2003: 148, tav. VII, n. 5-8; 153, tav. XII, n. 3. 23 D’Andria, Mastronuzzi, Melissano 2006: 309, n. 51. 24 Lippolis, Violante 1990: 191, tav. CXXI, n. 1-5. 19

Simili manufatti da Ordona: Giuliani, Turchiano 2003: 152, tav. X, n. 1-3; Vaste: D’Andria, Mastronuzzi, Melissano 2006: 309, n. 51. 26 Saguì 2010: 62. 25

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Fig. 6. Oggetti per l’ornamento e lo svago: 1. Pedina; 2. Armilla.

a Canosa27, Carpino28, S. Giusto29, Belmonte30, Rutigliano31, località Le Centoporte (Giurdignano)32 e Otranto33. Attestate alcune coppe con orli indistinti leggermente introflessi (Ø cm 12-14) (tav. I. 8); leggermente ingrossati o a cordoncino cavo (tav. I. 9) e piedi ad anello (Ø cm 5-8) (tav. I. 10). Sono realizzate in vetro incolore, ma anche in verde e in blu. Di particolare pregio l’esemplare con decorazione floreale a stampo, in vetro incolore, e quello con bordo costolato in blu (tav. I. 11). Per versare i liquidi erano usate bottiglie e brocchette. Le prime, realizzate in vetro per lo più incolore, in alcuni casi verde e in un caso giallo, sono attestate da orli con labbro (Ø cm 6) tagliato (tav. I. 12)34, o arrotondato (tav. I. 13), leggermente ingrossato, estroflessi, simili ad esemplari provenienti da contesti funerari altomedievali dell’Italia centro-settentrionale,

dalla Sardegna, e dalla Puglia: Carpino35, Merine (Lecce)36, Otranto37; ad anello pronunciato38 (tav. I. 14) o sottile, ribattuto verso l’esterno, come la forma Isings 133, e bottiglie di V secolo da Ordona39; alcuni colli cilindrici; fondi piani (Ø cm 5-9), leggermente umbonati (tav. I. 15)40, accostabili ad un esemplare di Carpino41, o su piede ad anello (tav. I. 16)42. Scarse le brocchette in vetro incolore, in un caso verde, attestate da un bordo ad anello con attacco d’ansa impostato appena sotto l’orlo (tav. I. 17); da anse a nastro o con costolature; da un beccuccio versatoio e da un piede ad anello (tav. II. 1). Pochi sono invece i frammenti relativi a piatti in vetro incolore, in un caso verde, riconoscibili tramite semplici bordi (Ø cm 11-19) a cordoncino cavo (tav. II. 2), riferibili alla forma Isings 9743; in un caso con filamento blu applicato lungo l’orlo; in due casi con applicazione di fila-

D’Angela 1988, tav. LXII, fig. 23; 136. Bertelli 1999: 143, tav. II. 5, con datazione al VIVII secolo. 37 Datazione al IV-VI secolo, in Giannotta 1992: 228, fig. 8:2, n. 36. 38 Simile alla Ising 50a, in Isings 1957: 63. 39 Giuliani, Turchiano 2003: 152, tav. IX. 40 La forma sembra derivare dall’Isings 104b, diffusa tra seconda metà del III e VII secolo. Isings 1957: 154. 41 D’Angela 1988: tav. LXII, fig. 23. 42 Sembra derivare dall’Isings 104a, attestata soprattutto in area orientale, in particolare da Karanis, in contesti di IV-V secolo. Isings 1957: 153. 43 Isings 1957: 117. 35 36

D’Angela 1990: 225. D’Angela 1988: 136-137, tav. LXIII, fig. 25-26. 29 Giuliani, Turchiano 2003: 144, tav. V, fig. 1-2; 4-5. 30 Ciminale, Favia, Giuliani 1994: tav. CLXV. 31 Datato tra fine VI-prima metà VII secolo, in Bertelli 1999: 142, tav. II, n. 3. 32 Bertelli 1999: 144, tav. III, n. 1-3. 33 Giannotta 1992: 225, n. 28, datato al IV-V secolo. 34 Un esemplare, proveniente dal soccorpo della cattedrale di Bisceglie, è datato al III-IV secolo: Todisco 1982: 187. 27 28

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Tav. I

mento costolato lungo il bordo (tav. II. 3)44. Tali piatti presentano piedi ad anello (Ø cm 5-10) (tav. II. 4), simili a manufatti da Ordona (metà V-inizi VI secolo)45 e Otranto (IV-V secolo)46, e in un caso difetti di lavorazione. Piccoli fondi apodi (Ø cm 4-5) e pareti globulari di ridotte dimensioni in vetro incolore o verde rinviano ai vasetti (tav. II. 5), simili alle piccole bottigliette-balsamario, contenitori particolarmente diffusi fino al III secolo per contenere unguenti, profumi, essenze, polveri per la cosmesi o medicinali, adatte alla conservazione di tali sostanze per la loro conformazione morfologica, ma anche a contenere sali e spezie47. Alcuni frammenti riconducono all’edilizia: lampade, lastre da finestra e tessere. Le prime, in vetro per lo più giallo, incolore e in rari casi verde, sono attestate da bordi (Ø cm 8-14) taglia-

ti indistinti (tav. II. 6) o leggermente estroflessi (tav. II. 7); tubolari (tav. II. 8), estroflessi; con filamento applicato al di sotto del bordo (tav. II. 9); leggermente arrotondati. Presentano pareti troncoconiche o globulari e su una di esse vi è un piccola applicazione circolare in pasta vitrea blu48. I fondi (Ø cm 1,7-2,4) sono apodi leggermente umbonati (tav. II. 10), assimilabili alle forme Isings 106d49 e Uboldi II.2, la cui base instabile, escludendo l’utilizzo come vaso potorio, riconduce all’illuminazione, come nella tradizione orientale50. Esemplari di questo tipo provengono da Belmonte51. Altri, terminanti in un’appendice a globetto in vetro pieno (tav. II. 11), sono simili al tipo Uboldi III.1, ampiamente diffuso in Italia52, in particolare in Puglia a S. Giusto53 e Ordona54.

Una lampada a gocce applicate blu è conservata al Museo di Cagliari: Giuliani, Turchiano 2003: 149-150. 49 Isings 1957: 130. 50 A riguardo si veda Uboldi 1995: 105. 51 Giuliani 1994: 376, n. 7 (fine V-VI secolo); 377-380. 52 In particolare dall’Italia centro-settentrionale e dalla Sardegna da contesti di V secolo; in generale in tutto il bacino del Mediterraneo tra IV e VII secolo: Uboldi 1995: 118. 53 Giuliani, Turchiano 2003: tav. III, fig. 2 (IV-VI secolo); tav. IV, fig. 6. 54 Giuliani, Turchiano 2003: tav. VIII, fig. 2. 48

La decorazione rinvia a frammenti datati tra metà I e III secolo rinvenuti a Carpino (D’Angela 1988: tav. LXI, n. 16), Corinto (Davidson 1952: tav. 54, fig. 612-613); nonché ad un piatto della collezione del Museo Archeologico Nazionale di Este, con filamento applicato solo su due porzioni del bordo (Toniolo 2000: 148, tav. XXXV, n. 353). 45 Giuliani, Turchiano 2003: 141, tav. II, fig. 21.2. 46 Giannotta 1992: 228; 236, fig. 8:2, n. 49. 47 De Tommaso 1990. 44

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Tav. II

Attestati inoltre alcuni frammenti di lastre da finestra (tav. II. 12), incolore e in verde (spessore cm 0,3-0,4), presenti anche a S. Giusto55 e Belmonte56, e una tesserina rettangolare in pasta vitrea il cui bulk non risulta osservabile. Alla sfera dell’ornamento e dello svago rinviano i due frammenti di armille (Ø cm 5-7), entrambi con bulk non osservabile: la prima a verga circolare liscia a sezione ellissoidale (tav. II. 13)57 e l’altra a verga a sezione ellissoidale con decorazione costolata ondulata (tav. II. 14)58. A questa categoria funzionale appartiene anche una pedina da gioco di forma circolare (Ø cm 1,8), in pasta vitrea blu con applicazione superiore circolare in bianco, e con superficie inferio-

re piana e superiormente convessa59. Concludendo, le caratteristiche intrinseche dei bulk, riscontrate attraverso l’esame autoptico, rivelano un livello manifatturiero medio-buono delle produzioni di uso comune60, per le quali si può ipotizzare una produzione locale, anche per la presenza di alcuni frammenti probabilmente riferibili a fritta61. Forse di importazione sono i frammenti di manufatti di particolare pregio, alcuni in blu, altri con decorazioni incise e dipinte. E. Z.

Giuliani, Turchiano 2003: 145. Giuliani 1994: 384-385. 57 Si confrontino gli esemplari da Ordona (Giuliani, Turchiano 2003: tav. XI, n. 1) e Vaste, con rimandi a Luni, Ostia e Siracusa, oltre che all’area siro-palestinese. Ulteriori attestazioni in vetro nero sia liscio che tortile a Cipro, Corinto, Karanis e a Ponte San Giuliano (Matera). D’Andria, Mastronuzzi, Melissano 2006: 304, n. 20; 289; D’Angela 1988: 138; Bertelli 1999: 141-143. 58 Possibili confronti si possono istituire con un’armilla a verga tortile da Carpino, datata genericamente al IVVI secolo: D’Angela 1988, tav. LXIV, fig. 28. 55 56

Simili sono i manufatti da Ordona (Turchiano 2000: 380; Giuliani, Turchiano 2003: tav. XI, n. 2) e Carpino (D’Angela 1988, tav. LXXI, fig. 2-3). 60 Ci si riferisce ai difetti di lavorazione per i quali si veda infra. 61 Si attende tuttavia una conferma dalle indagini archeometriche. 59

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Reperti vitrei provenienti dal complesso cultuale di San Laverio presso Grumentum (Grumento Nova, PZ) Ruggero G. Lombardi Les fouilles de l’église de Saint Laverio près la ville de Grumento Nova (Potenza-Italie) ont mis au jour une nécropole, placée chronologiquement, en fonction de la stratigraphie des découverts archéologiques, à l’époque romaine-impériale; sur ce cimetière a été réalisée l’église dédiée à Laverio, saint martyrisé, selon les sources de documentation, pas trop loin de ce cimetière. Dans les enterrements ils ont été retrouvés fragments vitreux; ils sont reconductibles aux formes des conteneurs pour baumier, des calices, des verres et des lampes. L’utilisation de ces artefacts vitreux, datants entre l’ère impériale et le début du moyen âge, liée à des rituels d’enterrement au cours de cette période. Dans l’enterrement d’une enfante a été trouvé un kit funèbre consistant en des articles personnels, y compris un collier vague des tesserae.

Le indagini archeologiche, condotte tra il 2008 e il 2010 dalla Cattedra di Storia dell’Arte Medievale dell’Università degli Studi di Bari ‘Aldo Moro’ in collaborazione con la Soprintendenza ai Beni Archeologici della Basilicata, hanno interessato l’area adiacente alla chiesa ottocentesca dedicata a San Laverio, non troppo lontano dal fiume Agri e dal circuito murario dell’insediamento romano di Grumentum (Grumento Nova-PZ) (fig. 1). Il sito in cui sorge questa chiesa è legato al culto di San Laverio (fig. 2), dal momento che Roberto da Romana, diacono di Saponara1, nella sua Passio Sancti Laverii redatta nel 1162, indica il luogo del martirio ubi duo flumina Acris et Sciagra connectuntur, quindi l’area nella quale attualmente è situata la chiesa ottocentesca; inoltre, tale fonte asserisce che, non molto tempo dopo l’editto costantiniano del 313, per volontà del popolo grumentino venne costruita una chiesa2

di grande bellezza attorno alla tomba del martire. Sempre secondo questo documento in età medievale le devastazioni saracene danneggiarono Grumentum e la chiesa dedicata a Laverio3; di seguito le reliquie del santo furono traslate in altri centri come Acerenza, Tito e Satriano. La fonte latina si chiude con la notizia della ricostruzione in dimensioni minori della chiesa di San Laverio da parte del santo monaco italo-greco Luca di Armento (923-995); tali informazioni sono confermate anche nel Bios di questo Santo, nel quale vengono menzionati i lavori di riparazione del tetto e delle murature della chiesa grumentina realizzati da Luca stesso4. Nei quattro saggi di scavo, aperti all’interno della chiesa e nell’area esterna ad essa, sono state rinvenute numerose sepolture di età romana e due sarcofagi, dei quali il primo è ornato con un bassorilievo raffigurante un bucranio posizionato tra due cantaroi, mentre, il secondo presenta

Roberto da Romana all’epoca della redazione della Passio era diacono della collegiata di Grumento Nova, anticamente chiamata Saponara; questo centro, distante poche centinaia di metri dall’antica Grumentum, venne popolato dai grumentini in seguito alle incursioni saracene del IX secolo; cfr. Falasca 2005: 91. 2 Cfr. Ughelli 1721: 485-496. Sulla Passio e le sue diverse redazioni cfr.: Racioppi 1881; Roselli 1790: 89; Bertelli et alii 2012, ove si troverà altra bibliografia di riferimento; in ultimo Fonseca c.s. 1

Per la datazione della distruzione di Grumentum cfr. Falasca 2005: 27-29. 4 Per quanto riguarda la Vita di San Luca di Armento cfr. AA.SS. Octobris XIII: 332-337. Questo santo anacoreta viene ricordato anche tra i fondatori dell’importante monastero lucano dei Ss. Elia e Anastasio a Carbone, nel territorio di Armento (PZ), che, pur non essendo visibile, è citato all’interno di numerosi documenti in greco (cfr. Fonseca, Lerra 1996). 3

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Fig. 1. Posizione geografica dell’antica città di Grumentum.

solo quattro acroteri sugli spigoli del coperchio5; probabilmente questi apprestamenti funerari gravitavano all’interno di una necropoli romana extraurbana. In quest’area cimiteriale sono state riportate alla luce alcune strutture architettoniche relative a un edificio religioso a tre navate, orientato e ascrivibile all’età tardo antica (fig. 3). Tracce della trasformazione di questo complesso in chiesa monoaulata, realizzata in età medievale, secondo quanto è attestato nella Passio, sono visibili in alcuni tratti murari inglobati nelle pareti della chiesa ottocentesca e in altri rinvenuti nei saggi di scavo6; a ciò va aggiunto il rinvenimento di numerose sepolture nell’area adiacente alla chiesa, che fa pensare a una frequentazione funeraria protrattasi a lungo nel tempo e strettamente connessa al culto di San Laverio (fig. 4).

Tra 147 frammenti vitrei rinvenuti è possibile distinguere 90 pareti, 38 orli, 15 fondi e 4 anse; di questi la maggior parte sono riconducibili a forme di balsamari, di calici, di bicchieri e di lampade. I balsamari afferiscono alla forma Isings 827 nelle varianti A1 e B2, riconoscibili per il fondo rialzato e la parete che tende a rastremare verso il collo; la loro datazione è fissata al II secolo d.C. (tav. I). Per quanto riguarda i calici la forma più attestata è la Isings 111 nelle varianti b e c8, caratterizzata dall’orlo ingrossato e introflesso, gambo corto e pieno terminante con piede a tromba depressa; questa tipologia è ascrivibile a un periodo compreso tra il V e il VII secolo d. C. (tav. I; fig. 5). I bicchieri sono riferibili alla forma Isings 106 in tre varianti: “a” con pareti svasate, fondo apodo

Cfr. Isings 1957: 126-130; le varianti A1 e B2 della forma Isings 82 sono corrispondenti ai tipi De Tommaso 31 e 44 (De Tommaso 1990: 57-58; 68). 8 Cfr. Isings 1957: 136; questa forma è corrispondente alla forma Stiaffini A.5 (Stiaffini 1985: 669-670). 7

5 6

Cfr. Bertelli 2011: 161; Bertelli et alii 2012. Cfr. Bertelli 2011: 161-163.

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Fig. 3. Strutture architettoniche riferibili alla chiesa tardoantica.

In base ai rapporti stratigrafici individuati nel sito, è possibile avanzare alcune considerazioni sulla funzionalità di questi manufatti vitrei in relazione ad alcune specifiche ritualità funerarie e al sistema di illuminazione artificiale del complesso cultuale di San Laverio. I balsamari sicuramente vanno ricollegati al rituale funerario che prevedeva il trattamento del corpo del defunto con olii aromatici e sostanze profumate, prima della tumulazione13. I contenitori di queste sostanze, realizzati in vetro e in ceramica14, in caso di cremazione venivano bruciati con la salma, mentre per la tumulazione venivano inseriti all’interno della sepoltura come simbolo evocativo di purificazione effettuata dal defunto prima del suo viaggio ultraterreno15. Al rito del refrigerium, che prevedeva la consumazione di un pasto nei pressi della sepoltura in memoria del congiunto, sembra possa relazionarsi il rinvenimento di calici e di bicchieri vitrei. Al termine di queste ritualità funerarie, tali manufatti venivano utilizzati dai famigliari

Fig. 2. Chiesa ottocentesca di San Laverio.

e orlo lievemente ingrossato; “c” caratterizzata da un’accentuata svasatura dell’orlo; infine, “d” riconoscibile per la sua forma conica, l’orlo estroflesso e leggermente ingrossato. I contesti stratigrafici di appartenenza di questi pezzi consentono di confermare il loro datazione a un periodo compreso tra V e VII secolo d.C.9 (tav. I, f). Dal punto di vista morfologico le lampade vanno suddivise in tre forme: conica, di piccole dimensioni e riconducibile al tipo 106 d, classificato da C. Isings10, ascrivibile al V-VI sec. d.C. Le restanti tronco-conica con pareti decorate con linee in rilievo, riferibile alla tipologia Uboldi II.211, e tronco-conica con anse per la sospensione, impostate sull’orlo o sulle pareti, relativa al tipo Uboldi I.412 sono riferibili a un periodo compreso tra il VI e il VII secolo d.C. (tav. I; fig. 6).

Per la ritualità funeraria in età antica con relativa bibliografia cfr.: Di Terlizzi 2005: 166-167; Montevecchi 2010: 168-169. 14 Nel sito di San Laverio va segnalato un unguentario fusiforme in ceramica, databile al II secolo d.C., rinvenuto all’interno della T. 103 (cfr. Bertelli et alii, c.s.). 15 Cfr. Montevecchi 2010: 168. 13

Cfr. Isings 1957: 126-130; Sternini 1995: 258-262. 10 Cfr. Isings 1957: 127. 11 Cfr. Uboldi 1995: 115. 12 La forma Uboldi I.4 risulta essere un esempio di evoluzione del tipo Isings 134, che costituisce il prototipo delle lampade da sospensione (Uboldi 1995: 109-110). 9

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Fig. 4. Strutture riferibili alla chiesa medievale.

del defunto come elementi di corredo-arredo per contraddistinguere la sepoltura del proprio congiunto dalle altre16. Durante la cerimonia dell’inumazione venivano inseriti all’interno della sepoltura alcuni oggetti personali del defunto; ad esempio nella T. 415, è stato rinvenuto un ricco corredo composto da un boccaletto in ceramica, alcuni spilli, una collana con vaghi in pasta vitrea e pendente a forma di brocchetta monoansata e elementi vitrei poligonali, impiegati probabilmente per il fissaggio del lenzuolo funebre o per la decorazione dell’abito; il contesto stratigrafico di pertinenza e la tipologia del recipiente fittile consentono di datare il corredo al VII secolo d.C. (fig. 7). Per quanto riguarda le lampade vitree è possibile individuare due funzioni a seconda della stratigrafia di appartenenza: simbolica per quelle rinvenute nei contesti funerari, dal momento che tali manufatti richiamano il concetto di lux aeterna e quindi di vita ultraterrena; relativa al sistema di illuminazione artificiale di ambienti per quelle identificate in strati pertinenti alla frequentazione della chiesa.

Lo studio dei materiali vitrei del complesso cultuale di San Laverio, databili tra il II e il VII secolo d.C., consente di ricostruire alcune ritualità legate al funus tra Tardantichità e Altomedioevo: trattamento del corpo del defunto, refrigerium, e posizionamento di elementi di corredo-arredo presso la tomba. La salma, dopo essere stata lavata, veniva trattata con essenze profumate, contenute in ampolle vitree; successivamente in caso di inumazione i cosmetici e i loro recipienti venivano introdotti all’interno della sepoltura stessa, per allontanare l’odore sgradevole della decomposizione17. L’estremo saluto al defunto veniva dato con il rito del refrigerium che consisteva nel consumare un pasto frugale, servito su suppellettile vitrea (calici e bicchieri), nei pressi della tomba del congiunto da parte dei famigliari. Infine oggetti vitrei come bicchieri e lampade venivano posizionati presso o dentro la tomba come elementi di corredo-arredo per facilitarne il riconoscimento.

Un sistema alternativo era l’incinerazione della salma, che prevedeva la combustione del cadavere insieme ai balsamari e ad altri oggetti presenti nel corredo funebre (cfr. Di Terlizzi 2005: 166-167; Montevecchi 2010: 168-169). 17

Per gli esempi di elementi di corredo-arredo nelle catacombe romane cfr.: De Santis 1994: 33-36; Felle, Del Moro, Nuzzo 1994. 16

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Fig. 5. Frammenti vitrei provenienti dal sito di San Laverio: calice e bicchiere.

Fig. 6. Frammenti vitrei provenienti dal sito di San Laverio: lampade.

Fig. 7. Corredo tombale rinvenuto nella t. 415.

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Tav. I. Forme vitree provenienti dal sito di San Laverio: a. fondo di un balsamario tipo Isings 82 A1; b. fondo di un balsamario tipo Isings 82 B2; c. fondo di un calice tipo Isings 111 b; d. orlo di un calice tipo Isings 111 c; e. orlo di una lampada-bicchiere tipo Uboldi II.2; f. orlo di un bicchiere tipo Isings 106 d; g. ansa impostata su orlo di una lampada tipo Uboldi I.4; h. lampada di piccole dimensione tipo Isings 106 d.

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Elementi in pasta vitrea dalle necropoli dell’età del ferro della Calabria Paolo Brocato, Alfonso Muscetta

The article analyzes the elements in vitreous paste found in iron age tombs of Calabria, reporting features and deployment. It also examines more specifically the case of the necropolis of Torre Galli.

Premessa

Il breve lavoro qui presentato riguarda un programma di studio più vasto inerente le necropoli dell’età del ferro della Calabria, rivolto in generale alla ricostruzione dello sviluppo e della trasformazione delle comunità stesse e, in particolare, alla ricerca di indicatori caratterizzanti status sociale e ideologia. In quest’ambito, che ha visto sviluppare l’indagine su filoni diversificati, un aspetto determinante è certamente caratterizzato dagli ornamenti femminili che, come noto, costituiscono non solo un indicatore di status o di classe di età, ma anche espressione di simbologie identitarie che sono alla base della coesione del gruppo1. Gli elementi in pasta vitrea, diffusi nei corredi fin dalle fasi più antiche dell’età del ferro, rappresentano una percentuale molto ridotta in proporzione agli altri ornamenti; diffusi in percentuali alquanto modeste rispetto alla totalità dei corredi di una necropoli e peraltro anche con attestazioni numericamente limitate, spesso dell’ordine di una unità, all’interno delle singole sepolture. Appare dunque evidente che si tratti di ornamenti la cui scarsa diffusione più che a tendenze o mode diffuse nell’ambito di queste comunità, vada piuttosto ricercata nel pregio del manufatto, dovuto alla difficoltà tecnica di realizzazione e alle fonti di approvvigionamento. Un aspetto di rilievo è il fatto che la diffusione di questi manufatti interessi individui femminili adulti e giovani, comprendendo tra questi ultimi anche gli infanti. In questa sede, considerati i limiti di spazio, si propone un inquadramento generale, con particolare riferimento alle attestazioni diffuse nelle necropoli calabresi. Il censimento effettuato consente un primo trattamento statistico dei dati: innanzitutto nella caratterizzazione tipologica e cromatica di questi elementi e, in secondo luogo, nella diffusione complessiva all’interno della popolazione funeraria e nella ripartizione per classi di età. Nella parte finale, a titolo sperimentale e dimostrativo, verrà esaminata la distribuzione di tali oggetti nell’ambito della necropoli di Torre Galli, al fine di sottolineare come i dati tipologici e quantitativi debbano poi essere contestualizzati nelle realtà specifiche. P. B.

Aspetti generali: quantificazione, tipologia, distribuzione Lo studio della presenza di elementi in pasta vitrea, all’interno dei contesti funerari calabresi dell’età del ferro, risulta condizionato da una documentazione lacunosa dovuta al fatto che in passato gli archeologi si limitavano solo ad una semplice registrazione della presenza degli esemplari vitrei. La mancanza, inoltre, di un lavoro complessivo su materiali di questo tipo ha portato a collocare gli elementi vetrosi in una posizione

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secondaria nello studio dei complessi funerari. Un’inversione di tendenza è rappresentata dagli studi della Haevernick che per prima ha cercato di fornire un quadro d’insieme delle problematiche relative alla produzione, alla circolazione ed alla cronologia dei materiali vetrosi, dall’età del bronzo fino alla romanizzazione, tentando anche di definire una prima suddivisione tipologica di

Si veda Brocato, Taliano Grasso 2011: 147-159; Brocato, Caruso 2009; Brocato, Caruso 2011.

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Torano6, Canale Ianchina7, Francavilla8 e Serra Ajello9, a cui si aggiunge il ritrovamento della sepoltura A di Calanna10; elementi sporadici, appartenenti a sepolture della necropoli di Canale Ianchina, provengono dal fondo S. Monteleone11, mentre un globetto di pasta vitrea è stato rinvenuto vicino alla tomba 137 e un altro vicino alla tomba 229 di Torre Mordillo12. Soltanto il 7% del totale delle sepolture esaminate è interessato da elementi di questo tipo (fig. 1): si tratta, generalmente, di elementi vitrei caratterizzati da un unico foro passante in coincidenza dell’asse di rotazione ed utilizzati per adornarne determinati oggetti, associati soprattutto ad ambra, faïence, bronzo, osso ed avorio. Il 43% di quelli di cui si è potuto definire la funzione specifica ornava una collana, altri fibule (5%), armille (3%) e bracciali (3%), mentre risulta incerta la funzione per circa il 46% di essi (fig. 2). Da notare, inoltre, come ogni monile sia caratterizzato da un unico elemento in pasta vitrea, salvo poche eccezioni13. Considerando la lacunosità della documentazione in nostro possesso, che in alcuni casi è relativa a scavi avvenuti all’inizio del secolo scorso,

tali materiali2. Il rinnovato interesse verso un simile argomento ha portato, negli anni seguenti, ad ulteriori studi con lo scopo di definire una tipologia più articolata, con particolare attenzione alla distribuzione areale dei tipi3. In questa ricerca sono stati censiti, tra quelli editi, circa 110 esemplari in 56 sepolture dei sepolcreti di: Torre Galli4, Torre Mordillo5,

De la Geniére 1977: 389-422: Tomba A2, p. 394; Tomba B1, p. 404. 7 Orsi 1926: Tomba 7, p. 226; T. 18 p. 233; T. 29 p. 245; T. 36 p. 248; T. 37, p. 249; T. 56, p. 268; T. 57, p. 269; sporadici pp. 278- 279; T. 89, p. 295; T. 93, p. 299; T. 103, p. 305; T. 108, p. 308. 8 Zancani Montuoro 1970-1971: 14, Tomba S.; Guggisberg, Colombi, Spichtig, 2009: 109, Tomba S2; Zancani Montuoro 1980-1982: 39, Tomba 8; Zancani Montuoro 1983-1984: Tomba 61+62, p. 31; T. 65, p. 39; T. 67, p. 43; T. 84, p. 87. 9 La Rocca 2009: 57-77: T. 10, p. 66; T. 19, p. 64 n. 11; T. 6, p. 70; T. 14, p. 72. 10 Procopio 1962: Tomba A, p. 24. 11 Paolo Orsi, dal fondo S. Monteleone, recupera, infatti, delle armille, in cui erano infilate perle di pasta vitrea e che erano state trafugate, insieme a molto altro materiale, dai contadini locresi all’interno delle tombe dell’altopiano di Canale Ianchina. (Orsi 1926: 276-279). 12 Pasqui 1888: 588; 671. 13 È il caso, ad esempio, del bracciale della tomba 6 di Serra Ajello, composto da dodici elementi in pasta vitrea che si alternano a quarantanove perle di ambra oppure della collana della tomba 17 di Torre Mordilllo composta da quattro elementi in pasta vitrea. 6

A tale proposito: Haevernick 1968, Haevernick 1972, Haevernick 1981. 3 In particolare si ricordano i contributi di: Gambacurta 1986, Gambacurta 1987, Bracci 2007. 4 Pacciarelli 1999: T. 41, p. 153, n. 30; T. 53, pp. 155-156; T. 69, pp. 160-161, nn. 12-15; T. 117, pp. 168-169, n. 13; T. 121, p. 169-170; T. 136, p. 173, n. 11; T. 198, p. 186, n. 14; T. 222, pp. 191-192, n. 7; T. 231, pp. 193-194, n. 15; T. 271, p. 199, n. 4; T. 279, p. 200, n. 6; T. 313, p. 202, n. 13; Pacciarelli 2000: 217-236. 5 Pigorini 1888: 239-268: Tomba I p. 245; T. XVII, p. 255; T. XXI, p. 257; T. XXXVI, p. 263; T. XLVIII, p. 268; T. LVIII, p. 465; T. LXI, p. 466; T. LXXVIII, p. 474; T. LXXIX, p. 475; T. LXXX, p. 475; T. XCI, p. 480; T. XCV, p. 575; T. CXII, p. 581; T. CXIX, p. 582; sporadico p. 588; T. CXLV, p. 590; T. CLIV, p. 649; T. CLXVIII, p. 653; T. CLXXX p. 656; T. CCXXVI, p. 670; sporadico T. CCXXIX, p. 671. 2

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Fig. 1. Il grafico evidenzia come elementi vetrosi siano presenti solo nel 7% del totale delle sepolture.

Fig. 2. Il grafico mostra le tipologie di oggetti composti con pasta vitrea.

risulta alquanto difficile cercare di definire una precisa tipologia dei vari pezzi: infatti per circa il 47% degli elementi vetrosi non se ne conosce, con certezza, la forma. Tra gli esemplari più noti, la forma maggiormente attestata è quella globulare più o meno schiacciata (34%), seguita da quella a tubetto/pendaglio (7%); si contano, poi, sei elementi a spesso dischetto e tre “ad occhi”, uno a forma di scarabeo, uno a forma ovale schiacciata, uno sfaccettato ed uno a forma di ciottolo (fig. 3). Un’ulteriore suddivisione può essere operata tra elementi in pasta vitrea monocromi e policromi. La categoria di quelli monocromi comprende il maggior numero di esemplari, con circa il 63% di elementi (fig. 4): la forma più attestata è quella globulare più o meno schiacciata, seguita da quella a spesso dischetto, a forma ovale schiacciata e

di ciottolo; è presente anche uno scarabeo14 (fig. 5). Il colore dominante è il bianco ed il chiaro ma numerose sono le attestazioni di ornamenti la cui gamma cromatica varia dall’azzurro/blu al nero/ scuro, al giallo15 (fig. 6). La tipologia non può essere definita per circa una ventina di esemplari a causa dell’incomple-

Gli elementi vitrei monocromi censiti sono 70: la tipologia a forma globulare più o meno schiacciata, conta 32 esemplari (il 46% del totale), gli elementi a spesso dischetto sono 6 (circa il 9% del totale) mentre si conta un elemento a forma di ciottolo, uno a forma ovale schiacciata ed uno scarabeo. Di circa 29 pezzi (il 42%) non siamo in grado di fornire una tipologia specifica. 15 Nello specifico 18 pezzi risultano chiari, 14 bianchi, 13 neri, 13 blu, 3 azzurri, 3 scuri, 1 granato; di tre non è possibile sapere quale sia il colore. 14

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Fig. 3. Il grafico rappresenta le tipologie più diffuse degli elementi in pasta vitrea.

Fig. 4. Il grafico mostra la prevalenza dei vaghi monocromi rispetto a quelli policromi.

tezza della documentazione edita. Gli elementi in pasta vitrea policromi sono, invece, inferiori di numero: tra questi fanno la loro comparsa quelli “ad occhi”16 ed una serie di pendagli, una perla ovale schiacciata ed una sfaccettata; continuano ad essere presenti ornamenti globulari17 (fig. 7). Questi ultimi sono distinti da un colore di fondo generalmente azzurro, blu o nero e decorati con motivi lineari, ondulati o a bande, in cui il colore dominante è il giallo ed il bian-

co, ma sono presenti anche decorazioni giallo/ nere, bianco/giallo e giallo/scuro/bianco (fig. 8). Il tipo con motivo ad occhio che, abitualmente, può essere profilato sul fondo della stessa perla o inserito in un fondo di diverso colore, sembra esclusivo degli ornamenti policromi, assieme ai pendagli, sette dei quali sono fiorellini con calice ondulato, orlato di giallo18 ed uno ha forma troncoconica simile ad un sacchetto stretto al collo ed arricciato19. Ornamenti di questo tipo sono generalmente segnalati come elementi tipici di tombe di bambini, bambine o donne di giovane età e riguardano un particolare status, relativo ad un ruolo

Cfr. Haevernick 1972. Per quanto riguarda gli elementi vitrei policromi, il numero è considerevolmente inferiore: si contano, infatti, solo 18 esemplari di cui 8 pendagli, 4 a forma globulare più o meno schiacciata, 3 “ad occhi”, 1 sfaccettato ed 1 a forma ovale schiacciata. Un solo elemento risulta imprecisato. 16 17

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Zancani Montuoro 1980-1982: 39-40. Zancani Montuoro 1983-1984: 87.


Fig. 5. Il grafico evidenzia quali siano le tipologie che caratterizzano gli elementi in pasta vitrea monocromi.

Fig. 6. I vaghi monocromi risultano essere generalmente di colore chiaro, bianco, blu o nero.

strettamente connesso a classi di età20. Questo è quanto avviene in aree come quella veneta21 o laziale22; nelle necropoli calabresi dell’età del ferro,

invece, sembra delinearsi una tendenza diversa. Sulla base delle notizie in nostro possesso, quando è possibile definire il sesso e l’età dei

Gambacurta 1986: 175. Cfr. Gambacurta 1986 e Gambacurta 1987. 22 In area laziale elementi vetrosi sono segnalati nelle sepolture di bambini ed infanti di Ficana (Jarva 1981; Brandt 1996), Osteria dell’Osa (Bietti Sestieri 1992), Colonna (Ghini, Guidi 1983), Guidonia località Le Caprine (Damiani et alii 1998), e Roma nel

sepolcreto presso il tempio di Antonino e Faustina (Gjerstad 1956), nell’area della regia di Brown (Guidi 1982; Modica 1993), sul Palatino (Carandini, Carafa 1995) e sull’Esquilino (Gjerstad 1956).

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Fig. 7. Elementi in pasta vitrea policromi distinti sulla base della loro tipologia.

Fig. 8. Decorazione degli elementi in pasta in pasta vitrea policromi.

Fig. 9. Il grafico mostra come gli elementi in pasta vitrea siano presenti soprattutto in tombe di adulti, ulteriore prova del fatto che possa trattarsi di beni di prestigio riservati a pochi individui.

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defunti si nota come gli elementi vetrosi siano segnalati, nella quasi totalità dei casi, in tombe femminili di adulte, in una sola tomba di giovane, in una di infante, in una di bambina, anche se numerosi sono i casi in cui non è possibile precisare l’età della defunta23 (fig. 9). Da un punto di vista strettamente cronologico, possiamo notare come elementi vetrosi monocromi e policromi siano presenti, costantemente, durante tutta la fase dell’età del ferro caratterizzata, soprattutto, da quelli di forma globulare più o meno schiacciata anche se con una diminuzione nella presenza di esemplari dalla fine del IX sec. a.C. Dal secondo quarto dell’VIII sec. a.C. compaiono i tipi a forma ovale schiacciata e sfaccettata mentre a partire dalla seconda metà dell’VIII sec. a.C. si trovano pendenti policromi ma solo nella necropoli di Francavilla. Il numero limitato di attestazioni indica che si tratta di un oggetto di ornamento, da considerarsi come un bene di prestigio indicatore, insieme ad altri, dello status della defunta. Attraverso oggetti di questo tipo poteva essere, infatti, veicolata un’esibizione del potere di acquisizione di un bene di prestigio, tanto che, in taluni contesti funerari, l’assenza o la scarsità di ceramica egea viene interpretata come interesse da parte di alcuni gruppi verso altri beni come la pasta vitrea24. Al di là della funzione ornamentale, può anche essere individuato un collegamento con la sfera magico-religiosa. È il caso, ad esempio, dell’esemplare “ad occhi” di Torre Galli o dello scarabeo di Torre Mordillo: allo scarabeo la superstizione popolare attribuiva poteri religiosi e medico-magici, collegati alla sfera della fecondità, della salute e della rinascita; oggetti del genere venivano, quindi, utilizzati per la protezione della fertilità femminile e della salute infantile. Alla credenza del valore benefico dello sguardo si collega la decorazione “ad occhi” dei grani come

quello della tomba 53 di Torre Galli che, posto sul petto della defunta, doveva proteggere da esseri malevoli e sguardi invidiosi25. Tali oggetti possono, infatti, assumere la valenza di amuleti, considerando soprattutto il simbolismo cromatico e i motivi decorativi dell’oggetto stesso.

Di circa il 69% delle sepolture non è possibile definire con precisione l’età del defunto e soltanto dall’analisi dei corredi si può tentare di definirne il sesso. Poco significativa è la presenza di elementi vetrosi in tombe di giovani (2%) e di bambini (2%), mentre risultano assenti nelle tombe di infanti. 24 Radina, Recchia 2006: 1563.

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A. M.

Il caso della necropoli di Torre Galli Nella necropoli di Torre Galli abbiamo un totale di dodici sepolture che presentano elementi in pasta vitrea all’interno del corredo, tutte pertinenti ad individui femminili. Queste si collocano nel periodo 1A (tt. 41, 117, 198, 121, 231, 222) e 1B (tt. 53, 69, 136, 271, 313) dell’età del ferro, mentre genericamente all’età del ferro si data una sola tomba (t. 279). Sotto il profilo della distribuzione planimetrica si può osservare come le tombe interessate dalla presenza di elementi in pasta vitrea si distribuiscano sia nel settore settentrionale che in quello meridionale dell’area indagata26. Nella fase più antica, le tombe interessate si concentrano a Nord (tt. 41, 117, 121, 222), mentre a Sud si osserva un’unica attestazione (t. 231, forse 198). In tal senso i dati rilevati trovano corrispondenza con la maggiore disponibilità di beni registrata per i gruppi familiari dell’area settentrionale rispetto ai gruppi meridionali, di estensione più limitata27. Soprattutto è possibile osservare che le tre attestazioni collocate a nord si concentrano nel gruppo C1 ed una nel gruppo A (t. 41). A Sud la tomba 231 viene invece compresa nel gruppo G1. Tutti i corredi delle tombe in esame, riferibili alla fase più antica del sepolcreto, includono un solo esemplare di vago

Pacciarelli 1999: 216. L’unica tomba la cui collocazione non è chiara è la tomba 198, questa infatti non appare segnalata nelle carte di distribuzione edite (Pacciarelli 1999: 103106). Tuttavia è segnalata nella pianta di Orsi (p. 21) sebbene nella versione con le correzioni il numero della tomba risulti abolito (p. 23). 27 Pacciarelli 1999: 97-98.

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in pasta vitrea, elemento indicativo che segnala la rarità e nello stesso tempo l’importanza dell’oggetto28. Nei tre casi documentati forma e dimensioni sono molto vicine tra loro, con un diametro compreso tra 10 e 12 mm e uno spessore tra 8 e 10 mm. Per tutti e tre gli esemplari è possibile identificarne la pertinenza. Infatti per gli esemplari dalle tombe 222 e 231 si tratta certamente di collane composte esclusivamente da elementi in ambra tra i quali è compreso il vago in pasta vitrea; nel caso invece della tomba 198 il vago faceva parte di una fibula o meglio era molto verosimilmente inserito nel suo ardiglione29. È quindi estremamente interessante, sebbene il campione sia molto limitato, osservare come vaghi simili, nella tipologia e nelle dimensioni, vadano a far parte ed arricchire ornamenti diversi. In entrambi i casi si ricerca il contrasto cromatico con l’ambra e, anche se in misura minore, con il bronzo, creando un effetto che si completa però soltanto nella sovrapposizione al colore del tessuto delle vesti. Nella fase più avanzata dell’età del ferro (1B) le attestazioni si distribuiscono in tre sepolture nel settore nord (tt. 53, 69, 136): due all’interno del gruppo B1 ed una nel gruppo C1 (t. 136). Si evidenzia dunque una certa continuità nel gruppo C1, dove alle tre precedenti attestazioni se ne aggiunge un’altra e due nuove presenze nel settore B1, privo di precedenti. Si delinea quindi una evoluzione nella distribuzione che probabilmente non è casuale ma che può rispecchiare capacità e tempi diversi di accesso alle risorse. Nel settore meridionale le due attestazioni certe, per la fase

1B, si distribuiscono rispettivamente nei gruppi G2 (t. 271) e G4 (t. 313), probabilmente ad indicare un progressivo allargamento dell’accesso a questi beni. Se consideriamo anche la t. 279, genericamente datata all’età del ferro, e le due attestazioni della fase precedente (t. 231 e t. 198) possiamo osservare come in quest’area la distribuzione appaia molto omogenea e non preveda più di una attestazione per gruppo, indicando una minore capacità di acquisizione di tali beni e di concentrazione all’interno dei singoli gruppi familiari rispetto ai gruppi dislocati a nord. Soltanto per gli esemplari provenienti dalle tombe 53, 69, 313 abbiamo una documentazione accurata, per gli altri risulta mancante. I vaghi provenienti dalle tombe 53 e 313 sono di forma globulare schiacciata con dimensioni che si aggirano tra i 10 e 12 mm di diametro e 4 mm di spessore per la prima tomba, mentre tra i mm 7 di diametro e i mm 4 di spessore per la seconda. Mentre nel primo caso il posizionamento all’avambraccio e il corredo non rendono perspicua l’attribuzione ad un preciso oggetto (fibula, collana?), per la tomba 313 Orsi aveva già proposto la pertinenza del vago ad una collana composita con perle d’ambra e saltaleoni d’oro30. Ben diverso il caso della tomba 69, i cui quattro vaghi in pasta vitrea sono di dimensioni più piccole e di forma non globulare, come negli altri casi, ma a sezione cilindrica. Le dimensioni sono certamente motivate dall’appartenenza ad un infante; la posizione di rinvenimento in prossimità del cranio, insieme a circa dieci vaghi in faïence, invece fa ritenere plausibile la pertinenza ad una collana con filo in materiale deperibile (cuoio?) oppure, anche se più complicato da dimostrare, ad elementi riferibili alla acconciatura. La distribuzione delle sepolture con perle in pasta vitrea, nella parte indagata del sepolcreto, va inquadrata nell’ambito più ampio della distribuzione degli ornamenti. In questa sede si propone una carta con la localizzazione delle sepolture divise per fasi (fig. 10). Come è stato già messo in

Dei sei esemplari attestati tre risultavano mancanti e quindi non sono stati editi, ci riferiamo a quelli provenienti dalle tombe 41, 117 e 121. I tre esemplari conservati invece sono caratterizzati per avere una forma globulare schiacciata con diversa colorazione: azzurra (t. 198), blu (t. 231), nera con solco orizzontale forse per l’inserimento di pasta bianca (t. 222). 29 Appare problematico, in assenza di maggiori dati, attribuire gli esemplari delle tombe 41, 117 e 121. Della prima in particolare non abbiamo alcuna indicazione sulla posizione del ritrovamento. Delle altre due la posizione sul collo (t. 117) e sul medio petto (t. 121), in vicinanza di pochi elementi in ambra e di fibule, non rende facile l’identificazione dell’oggetto di pertinenza. 28

Si veda il disegno di Orsi riproposto in Pacciarelli 1999: 202, fig. 41, in cui tuttavia la presenza del vago determinerebbe una asimmetria compositiva nella forma delle componenti e nel materiale stesso. 30

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evidenza da M. Pacciarelli: “Nel complesso dunque la zona settentrionale … ci appare occupata da una aggregazione di gruppi nelle cui tombe femminili si manifesta un’ampia disponibilità di coltelli, di rotoli di filati, di coppe di lamina, di oggetti di ferro, e di ornamenti pregiati… mentre nella zona meridionale si riscontra una generalizzata scarsità di rocchetti, coltelli, coppe, oggetti di ferro, ed una relativa disponibilità di ornamenti pregiati solo nel Gruppo G1”31. La distribuzione dei reperti in pasta vitrea conferma che nella fase 1A la differenziazione, interna al sepolcreto, è già in atto e che l’accesso ai beni è diversificato in rapporto ai gruppi32. Il caso della necropoli di Torre Galli, qui esaminato, pone in evidenza prospettive di ricerca che possono essere ulteriormente approfondite ma che, per ragioni di spazio non possono qui essere trattate. Le perle in pasta vitrea rappresentano un indicatore archeologico molto importante, la cui modesta distribuzione nei singoli sepolcreti spesso consente di individuare con immediatezza individui con accesso differenziato alla ricchezza. La scarsa attenzione verso questi oggetti, che potrebbero per alcuni apparire delle semplici “chincaglierie”, non rende conto della valenza e dell’importanza che questa classe di reperti riveste. Essi infatti sono significativi

non solo per la definizione del costume e della moda dell’epoca, ma anche per il fatto che tendono ad inserirsi in connessione ad ornamenti già rappresentativi di uno status sociale elevato. La perla di pasta vitrea inserita in una collana di ambra, di oro o di faïence o in una fibula va a costituire quello che potremo definire un “ornamento nell’ornamento”. In tal senso divengono fonte preziosa di un processo di distinzione che nell’ambito funerario, come certamente anche in vita, caratterizza gli individui femminili in maniera molto marcata. In questa direzione la diffusione di oggetti di pregio a partire dall’età del bronzo, attraverso i progressivi e sistematici contatti con il mondo egeo, indica una storia di lunga durata che interessa non solo il comprensorio delle Eolie e quello flegreo33 ma anche le coste tirreniche meridionali34. A titolo esemplificativo non è un caso che a Castellace (Oppido Mamertina), la tomba a fossa n. 3 del 1929, databile al bronzo finale, restituisca quattro vaghi di pasta vitrea35. La diffusione di questi materiali si estenderà nell’età del ferro, con il progressivo incremento dei processi di differenziazione sociale tipici di quest’epoca, consolidando rotte commerciali e di contatto ben più antiche. P. B.

31

Pacciarelli 2000: 233. Pacciarelli 2000: 236. Si vedano in particolare le mappe di distribuzione degli oggetti di pregio nei corredi femminili, ad eccezione degli elementi in pasta vitrea, alla p. 235.

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Giardino, Pepe 1999: 71-178. Pacciarelli 2000: 181-188. 35 Pacciarelli 2000: 193.

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Fig. 10. Distribuzione delle perle in pasta vitrea nelle tombe femminili del sepolcreto di Torre Galli.

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Oggetti in vetro dalla necropoli di Portavecchia di Nocera Terinese (CZ) Maria Grazia Aisa, Stefania Mancuso The necropolis located in Portavecchia of Nocera Terinese provides interesting elements for the reconstruction of ancient landscape area defined by the rivers Savuto and Grande. It is part of a larger occupation of the territory that in the Tirena’s Piano has its “fulcrum”. Most of the burials investigated, more than one hundred, is part of a chronological period between the fourth and third centuries B.C. Here we present the two sets of burials that offer interesting ideas for the continuity of life of the Tirena’s Piano. Le problematiche storico-archeologiche dell’area che gravita intorno a Piano della Tirena si inquadrano nella complessa ed articolata vicenda della storia della città ausone di Temesa e di ciò che essa ha rappresentato in termini di occupazione del territorio e di modalità insediative diversificate e differenziate nel corso del tempo1. Se è ormai accertata la localizzazione della città, a cui si fa riferimento nell’Odissea per le sue risorse minerarie, nel comprensorio tra Serra Aiello e Amantea2, le fasi classiche e, soprattutto, ellenistiche del centro si spostano verso S concentrandosi nell’area che ha il suo fulcro in Piano della Tirena: un pianoro naturalmente difeso, posto allo sbocco della valle del Savuto, a dominio del golfo di Sant’Eufemia, lambito dai corsi d’acqua Savuto e Grande e con la disponibilità di un’ampia superficie pianeggiante. Questa peculiarità topografica affida all’area un ruolo di straordinaria importanza nella strategia di occupazione delle città greche ad opera dei Brettii3. Le indagini compiute negli ultimi anni su Piano della Tirena4 hanno confermato questi dati e, soprattutto, hanno messo in luce elementi riferibili ad una frequentazione stabile dell’a-

rea anche in età romana5 (fig. 1). In linea con quanto evidenziato sul Piano anche i dati emersi nello scavo della necropoli in località Portavecchia di Nocera Terinese6, già segnalata nel 1840 da Pagano7, concorrono a definire il paesaggio antico sia da un punto di vista topografico che culturale. Della necropoli, che ben si inquadra nella problematica insediativa del territorio che insiste intorno a Piano della Tirena, sono state individuate 119 sepolture. Anche se la maggior parte di esse occupa un arco cronologico compreso tra il IV e il III secolo a.C., non mancano elementi che possono raccordarsi con la frequentazione di età romana. In particolare la presenza di balsamari in vetro caratterizza culturalmente alcune deposizioni e consente di riconsiderare anche la questione delle “città dei morti”8 finora note per Piano della Tirena e di

Greco 2009; Cicala 2009. Lo scavo della necropoli rientra nelle attività di archeologia preventiva programmate dalla S.B.A.C. in accordo con l’ANAS e coordinate dalla scrivente nell’ambito dei lavori di ammodernamento dell’autostrada A 3, SARC, nel tratto Falerna - Altilia Grimaldi. Tale indagine, svolta sotto la direzione scientifica della Dott.ssa M. G. Aisa, che ringrazio per la fiducia accordatami, è stata realizzata nel periodo compreso tra gennaio 2009 e agosto 2010 ed ha portato notevoli risultati per la conoscenza di questa parte di territorio. Una preliminare notizia è stata data nel corso del 50° Convegno di Taranto: cfr. Bonomi c.s., ma si rinvia allo studio in corso per la presentazione completa e sistematica di tutti i dati. 7 Pagano 1840: 365-366. 8 Per una impostazione di carattere generale sullo spazio destinato alle necropoli e sulla loro interpretazione cfr. D’Agostino 1985: 47-57. 5 6

Per una disamina della problematica cfr. Spadea 1982: 79-82; Spadea 1990: 165-176; Spadea 1991: 117-130; Valenza Mele 1991; Spadea 2009: 221-234; Greco 2009: 197-202; Cicala 2009: 203- 220; La torre 2009: 9-38. 2 La Torre 2002; Agostino, Mollo 2007. 3 Guzzo 1989; De Sensi 1995. 4 Spadea 2009: 221-227; Greco 2009: 197-202; Cicala 2009: 203- 220. 1

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Fig. 1. Ortofoto di Piano della Tirena con la localizzazione delle sepolture di età romana.

Fig. 2. Tombe 45 e 46 della necropoli di Portavecchia di Nocera Terinese.

inserirla all’interno di un più ampio discorso topografico e cronologico per quest’area. I dati presi in esame, per quanto esigui, contribuiscono alla definizione del paesaggio funerario, analizzato in modo diacronico, e si integrano con le informazioni finora note per quest’area per la fase romana. In particolare gli elementi che si possono considerare per il tema in oggetto si riferiscono a due

sepolture “alla cappuccina” (T. 45 e T. 46)9, vicine tra di loro con orientamento NE-SW, tagliate direttamente nel banco roccioso e realizzate con tegole di copertura, in un caso legate da coppi (fig. 2). In entrambe le sepolture è attestato il rito

Lo scavo è stato condotto sul campo dalle Dott.sse A. Maesano (T. 45) e S. Tarantino (T. 46). 9

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Fig. 3. Balsamario appartenente alla sepoltura n. 46.

dell’incinerazione. I corredi sono molto semplici. In un caso si tratta di un balsamario in vetro10 conservato quasi completamente integro11 (fig. 3) e in un altro di un piccolo balsamario integro ma deformato. Inoltre sono stati recuperati frammenti vitrei deformati anch’essi per l’azione del fuoco, tra cui si individua la parte superiore di un altro balsamario, di difficile inquadramento tipologico. A questi dati si può aggiungere ciò che sembra essere non una deposizione, ma piuttosto un’offerta rituale nelle vicinanze delle sepolture. Ancora una volta siamo in presenza di un balsamario, di diversa forma e tipologia12 rispetto ai precedenti. Questo elemento, oltre a rafforzare il dato della frequentazione dell’a-

rea in età romana, si evidenzia come interessante per essere vicino ad un altro contenitore dalla forma molto simile, ma di argilla (fig. 4)13. Questi dati di scavo si possono integrare con gli elementi già noti in bibliografia, che ampliano il quadro delle conoscenze di oggetti in vetro. Le più antiche segnalazioni di necropoli riferibili a questo specifico territorio risalgono a Paolo Orsi che nel 191414, volendo affrontare la problematica irrisolta della localizzazione della città di Temesa, aveva avviato ricerche sistematiche in quest’area, anche attraverso scavi15. In particolare ne fece eseguire uno a 110 m ad E della torre quadrangolare sul lato meridionale del Piano, dove in precedenza erano state rinvenute sepolture. L’indagine compiuta in quel momento e registrata in Notizie degli scavi16 forni-

Provenienza: Nocera Terinese Loc. Portavecchia T. 46. H cm 10,5; spessore orlo cm 0,1; diam. orlo cm 2. Colore: giallo ambrato scuro trasparente. Balsamario a corpo piriforme allungato, su piccola base leggermente concava; breve collo con strozzatura alla base, orlo estroflesso, labbro tagliato. Cfr.: Isings 1957, tipo 28a; De Tommaso 1990: 8081, tipo 67; Mandruzzato, Marcante 2007, n. 88; Zampieri 1998: 54-56, nn. 67, 70. 11 Questo contenitore descritto in dettaglio nella scheda, per tipologia rientra nella Isings 28a, ma si discosta dagli esemplari noti per il colore e le dimensioni leggermente più grandi. Seppur poco attestato nei balsamari di questo tipo, il colore giallo ambrato trasparente si ritrova in altre forme nel corso del I secolo d.C (cfr. Mandruzzato, Marcante 2007, n. 44; Zampieri 1998, nn. 26-27; Larese, Zerbinati 1998, nn. 58, 64). 12 Non è stato possibile effettuare il disegno e fornire le misure. 10

Per la problematica sui balsamari in argilla cfr. De Tommaso 1990: 13, nota 7 con bibliografia precedente. 14 Orsi 1916: 335-362. 15 Un folto carteggio conservato presso l’archivio della S.B.A.C. consente di ricostruire le vicende di cui si fece artefice l’Orsi su questo specifico territorio. Infatti al 19 marzo del 1914 risale la richiesta di Orsi indirizzata al Sindaco di Nocera Terinese e al sig. A. Ventura di poter effettuare uno scavo su Piano della Tirena. Gli scavi furono eseguiti dal fedele Carta, collaboratore e disegnatore di Orsi, che l’8 giugno relaziona al Soprintendente sul ritrovamento di cinque tombe, di una chiesetta a navata unica “di tipo normanno” e di alcuni scavi intorno alla torre di “fabbrica tarda”. 16 Orsi 1916: 352-354. 13

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Fig. 5. Disegno di bottiglia in vetro ritrovata nella sepoltura n. 4 (da Orsi 1916: 353, fig. 23).

Fig. 4. US 389 con i balsamari individuati.

sce alcuni elementi utili al tema qui trattato. In aggiunta alla segnalazione di “qualche traccia di vasellame vitreo” individuato nello scavo, alcuni oggetti in vetro vengono descritti come parte di corredo delle sepolture scavate. Delle cinque tombe recuperate, attribuite ad età romana, due presentavano oggetti in vetro, la n. 1 e la n. 4. Nella tomba n. 1 viene descritta la “culatta di un’ampolla vitrea sferica” posta accanto alla testa del bambino defunto, mentre nella tomba n. 4 viene individuata, sempre alla testa del defun-

to adulto, una bottiglia in vetro di cui restituisce anche il disegno (fig. 5). Se per i dati riferiti da Orsi mancano elementi di discernimento per una migliore e puntuale definizione cronologica, se non la sua stessa affermazione che riporterebbe le sepolture ad età tarda, per i materiali individuati nella necropoli sembra si possa fare riferimento, pur nella diversità e stato di conservazione degli oggetti, ad un arco cronologico che si attesta tra il I e il II secolo d.C.

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Una bottiglia di vetro dalle fasi altomedievali dalla Chiesa dei SS. Quaranta Martiri in Loc. Caronte a Lamezia Terme* Eugenio Donato The current contribution presents the funerary goods of a grave found during the excavation of the Church of the Forty Martyrs located within the Caronte Bath complex in Lamezia Terme. The funerary goods in question consist of a single glass bottle datable between the 6th and 7th Century AD. The grave was part of a necropolis of the High Middle Ages, situated at the interior of a small church. This Church represents the first phase of the complex stratification with a dating horizon between the 6th/7th and the 18th Century AD which was investigated during the excavation. Here a first research communication is offered from an excavation which is still undergoing studies. With the Church of the Forty Martyrs as the point of departure the research seeks to contribute with new observations to the study of the namesake monastery which is noted historically but so far not localized. In are more general aspect the research is likewise contributing to the knowledge about the High Middle Ages in the Lamezia area in which the current data may be inscribed among the earliest archaeological traces.

Le testimonianze archeologiche relative al periodo altomedievale nella piana lametina sono piuttosto scarse; tuttavia le ricerche condotte negli ultimi anni hanno permesso di inserire utili elementi nella discussione sull’insediamento in età bizantina. Per una migliore comprensione delle dinamiche insediative di questo particolare periodo storico molto utile risulta l’analisi delle varie fonti: storiche, topografiche e archeologiche. L’area compresa tra la Contrada di Caronte, lungo il fiume Bagni, e il torrente San Filippo, in particolare, costituisce un interessante osservatorio di quella che doveva essere l’organizzazione del territorio nella prima età bizantina. In questa particolare zona del territorio lametino, infatti, l’interessante dato toponomastico, caratterizzato da un discreto numero di agiotoponimi (S. Eufemia, S. Ippolito, S. Trada, S. Minà. S. Ermia, S. Pietro, S. Venere, S. Quaranta, S. Biagio), e da pochi ma interessanti ruderi di chiesette architettonicamente riconducibili a questo periodo (S. Ermia, S. Pietro, S. Trada), si intreccia con le ricerche storiche sul monastero dei SS. Quaranta Martiri e con le recenti indagini archeologiche nell’omonima chiesetta situata all’interno del complesso delle Terme di Caronte. Con i dati a disposizione non è difficile immaginare in questa zona un insediamento capillare volto allo sfruttamento delle risorse rurali e

disposto lungo i corsi d’acqua e comunque lungo i principali assi viari. Sebbene l’evidenza archeologica per il periodo in questione non sia ancora d’aiuto nelle altre aree del territorio lametino, si può ipotizzare una analoga realtà insediativa nelle altre principali aree della zona. A Nicastro, ad esempio, l’organizzazione del centro storico sembra articolata non tanto intorno al castello, ma piuttosto intorno agli antichi nuclei rappresentati dalla chiesetta della ‘Veterana’, di S. Teodoro, e di Santa Lucia, forse anteriori alla Neókastron di Niceforo Foca1.

* Desidero ringraziare il Dr. Roberto Spadea (Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria) per avermi affidato la conduzione dello scavo nella chiesa dei SS. Quaranta Martiri e l’allestimento della sezione medievale del nuovo Museo Archeologico Lametino. Ringrazio inoltre la Dott.ssa Stefania Mancuso per la collaborazione ricevuta nello studio di questo contesto archeologico, e il Direttore delle Terme Caronte S.p.A., sig. Emilio Cataldi per l’accoglienza e l’ospitalità ricevuta nel corso degli scavi e dello studio dei materiali. Per i disegni dei materiali si ringrazia Maria Vittoria Gabriele. 1 La città di Nicastro fu fondata prima del X secolo dai Bizantini in seguito all’abbandono di un più antico insediamento-Palaiopolis o Vetus Civitas -, il toponimo greco α è infatti utilizzato per città bizantine di nuova fondazione o rifondazione. E’ noto che fosse sede vescovile suffraganea della metropolia di Reggio Cala-

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Fig. 1. La chiesa dei SS. Quaranta Martiri (nel cerchio) all’interno del complesso termale di Caronte

La presenza bizantina è attestata nella piana dal ricordo di numerosi monasteri riconducibili a quel periodo storico (ad esempio quello di S. Costantino), così come accade per i principali centri del territorio come Feroleto Antico, Maida, Curinga2. Gli orecchini a cestello in argento, databili intorno al VI secolo d.C.3, provenienti da un rinvenimento fortuito nelle campagne di S. Pietro Lametino, costituiscono al momento l’unico reperto riconducibile alla fase e probabilmente anche in questo caso sono la testimonianza dell’élite

di uno di questi di piccoli insediamenti rurali. L’obiettivo di questo contributo non è quello di presentare un resoconto delle fasi di scavo e dei materiali rinvenuti nella chiesa dei SS. Quaranta Martiri, tuttora in corso di studio4, ma - prendendo spunto dall’iniziativa delle Giornate di Studio sul vetro - di soffermarsi sulla fase altomedievale, in particolare su una sepoltura (individuata nello scavo e quindi cronologicamente inseribile nella stratificazione rinvenuta) che presenta come corredo una bottiglia in vetro, tipologia di rinvenimento assolutamente inedita per l’area lametina5.

bria e il vescovo di Nicastro risulta menzionato in una lista di vescovadi dei primissimi anni del X secolo, la cosiddetta Notizia di Leone VI. Il quadro storico è quello della riconquista bizantina della regione, per opera del generale Niceforo Foca, alla quale seguì la fondazione di nuove fortificazioni d’altura tra le quali appunto Nicastro (Noyé 2001: 632-634. Per un quadro dell’indediamento medievale nel territorio alla luce dell’evidenza archeologica si veda Donato 2004). 2 Per questi aspetti si rimanda a Burgarella, De Leo 2001, in particolare pp. 79-61. Per i monasteri dell’area lametina si veda anche Parisi 2006. 3 Gli orecchini sono esposti nella sezione medievale del Museo Archeologico Lametino.

I materiali rinvenuti nello scavo della chiesa dei SS Quaranta Martiri sono in fase di studio. Tra i vari reperti non mancano alcuni frammenti di vetro di varie fasi cronologiche. Su questi frammenti sono state effettuate analisi chimiche nell’ambito di una tesi di laurea discussa da Marco Carito all’Università degli Studi della Calabria, nel Corso di Laurea in Scienze e Tecniche per la Conservazione e il Restauro dei Beni Culturali, Dipartimento di Scienze della Terra (relatore prof. Vincenzo Formoso, co-relatore dott. Eugenio Donato). I dati delle analisi saranno pubblicati al termine dello studio dei materiali. 5 Per la sintesi regionale si fa riferimento a Papparella 2009. 4

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La Chiesa dei SS. Quaranta Martiri.

almeno nelle ultime fasi, al complesso termale, interessata negli anni passati, da uno sbancamento meccanico che, asportando gli strati e le strutture più tarde, aveva messo in luce resti delle fasi medievali. In quella circostanza, in particolare, erano venute alla luce resti dell’abside e una serie di tombe. Una di queste, una sepoltura foderata da grossi laterizi romani, restituiva una brocchetta in terracotta databile tra VI-VII secolo (fig. 2)7, che, insieme alla tipologia delle tombe, rappresenta un elemento fondamentale per l’inquadramento cronologico delle fasi più antiche. La presenza di questo tipo di mattoni, prodotti tra III e IV secolo d.C., è anche un importante elemento di cronologia perché permette una serie di confronti con analoghe sepolture altomedievali (databili tra fine V-inizi VII sec. a.C.)8 per le quali era frequente il riutilizzo dei laterizi romani, e costituisce anche un indizio sulle preesistenze antiche nell’area delle terme di Caronte poiché le strutture di epoca romana dalle quali sono stati presi i mattoni dovevano trovarsi certamente nelle vicinanze della fabbrica9. Gli scavi archeologici, condotti nell’ambito di un progetto di valorizzazione e ristrutturazione della parte più antica del complesso termale, hanno permesso di individuare, in uno spazio assai ri-

La chiesa intitolata ai Santi Quaranta Martiri si trova all’interno del complesso termale di Caronte (fig. 1), nel Comune di Lamezia Terme, e rappresenta l’unica testimonianza di un antico culto, studiato soprattutto negli aspetti storici e topografici, che affonda le radici nella storia medievale del territorio6. Della struttura, un piccolo edificio a pianta rettangolare (m 7,30 x 10,91) orientato ad Est, rimane il prospetto principale caratterizzato da un ingresso rettangolare sormontato da una nicchia ad arco, ai lati della quale si trovano due piccoli rosoni circolari. La tecnica costruttiva, insieme allo stile della facciata permettono di collocare questa fase della chiesa in un periodo molto tardo (XIX secolo) e costituiscono un intervento successivo in questo edificio caratterizzato da una storia molto più antica. Al momento degli scavi la chiesa si presentava senza copertura e con i muri perimetrali parzialmente crollati (ancora visibile era invece, sul pavimento in malta, l’altare in muratura, anch’esso riconducibile alle fasi più recenti dell’edificio), praticamente scomparsa la parte Est, collegata

Si tratta di una brocchetta acroma, praticamente integra (H cm 13,5) con corpo globulare schiacciato, fondo piatto (Ø fondo 7 cm), collo cilindrico leggermente svasato sotto l’orlo, ingrossato e leggermente sporgente, e con decorazione incisa sulla spalla caratterizzata da un triplice motivo ad onda. L‘unica ansa è a bastoncello e impostata tra spalla e collo. La brocchetta trova facilmente confronto nella numerosa casistica regionale del settore, databile tra VI e VII secolo d.C.. Si vedano in proposito Di Gangi, Lebole 1998: 765, fig. 4; Rotella, Sogliani 1998: 774, fig. 4; (per la discussione su questi materiali si veda anche Raimondo 1998: 535537). Un confronto particolarmente stringente è in Mollo 2002: 207-208, in particolare n. 11, e Tav. II, c. Utili confronti si trovano ugualmente in Papparella 2009, che rimandano allo stesso ambito cronologico. 8 Si veda, ad esempio, Raimondo 2006: 546; Papparella 2009: 17. Per alcune considerazioni sui laterizi nel medioevo in Calabria si veda Donato 2001. 9 L’ipotesi sembrerebbe comunque confermata dal rinvenimento nel corso degli scavi di una lucerna di età romana. 7

Fig. 2. Brocchetta acroma in terracotta proveniente da una delle sepolture altomedievali

De Sensi Sestito 1999. Per quanto riguarda i dati degli scavi si segnala che una selezione dei materiali rinvenuti è esposta nella sezione medievale del nuovo Museo Archeologico Lametino curata dallo scrivente (Spadea 2002: 25-35) 6

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Fig. 3. Planimetria schematica della chiesa con indicazione delle principali fasi edilizie. Prima fase (in nero) VI-VII secolo; seconda fase (grigio) post XI secolo. La costruzione della chiesa più grande (databile genericamente prima del XIV secolo) oblitera la fase precedente tagliando una serie di tombe (in tratteggio) disposte intorno alla chiesetta più antica. Una di queste tombe (XIII) ha restituito la bottiglia in vetro.

stretto al di sotto del pavimento della chiesa, una complessa stratificazione compresa tra VI-VII e XVIII secolo, evidenziando l’importanza e la continuità del culto in questa particolare zona del lametino nei secoli (da non sottovalutare il legame con gli aspetti terapeutici dell’acqua sulfurea). In particolare la prima fase (fig. 3) corrisponde ai resti di una chiesetta, più piccola di quella attuale, della quale rimangono i resti dei muri perimetrali Nord e Sud10 (fig. 4). La chiesetta era circondata da una serie di tombe11, situate imme-

diatamente all’esterno12. Di queste tombe alcune sono foderate da grossi laterizi romani reimpiegati, una è terragna, altre, probabilmente, erano ricavate nel banco roccioso, affiorante soprattutto sul lato Ovest della struttura. Una di queste tombe (fig. 5), la T. XIII, è stata rinvenuta nell’angolo Sud-Est della chiesa attuale, sotto la stratificazione dei vari rifacimenti medievali e postmedievali. Priva di copertura, verosimilmente asportata nelle fasi successive, era realizzata in parte sagomando il banco roccioso rivestito poi di laterizi, parzialmente con una spalletta in muratura, sempre con gli stessi laterizi di reimpiego, e conservata in parte, essendo stata tagliata, dalla costruzione della chiesa medievale. Il taglio, che ha interessato la parte terminale, ha

Forse alcune pietre individuate vicino al muro Sud potrebbero costituire l’accenno della piccola abside orientata ad Est. 11 Fino ad ora le tombe attribuibili alla fase altomedievale sono cinque, ma lo scavo in alcune zone della chiesa non è ancora concluso. Gli interventi causati dalla costruzione degli edifici moderni purtroppo non permettono di estendere lo scavo. 10

Non esistono elementi per valutare la presenza di tombe all’interno della chiesa in questa fase, a causa delle sovrapposizioni delle fasi successive. 12

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Fig. 4. Particolare del lato Sud della chiesetta altomedievale rinvenuto nel corso dello scavo.

tranciato anche gli arti inferiori dello scheletro13 di un individuo adulto, di sesso maschile, in posizione supina e in giacitura primaria14. La tomba ha restituito un unico elemento di corredo, costituito da una bottiglia (fig. 6) in vetro molto sottile, soffiato e modellato, apoda, con fondo ri-

entrante (diametro fondo cm 7), corpo globulare solcato da costolature oblique. Il collo è leggermente svasato verso l’alto, anche se il pezzo è lacunoso nella parte superiore (altezza massima cm 16,3). La bottiglia, rinvenuta in frammenti soprattutto all’altezza del torace, doveva essere posizionata a destra o a sinistra del capo e successivamente scivolata15. Sebbene non frequentissima in analoghi contesti altomedievali calabresi, la bottiglia rispecchia la cronologia che emerge dalla tipologia delle tombe e dei materiali in essi rinvenuti e può es-

Non si tratta dell’unica tomba intaccata dalla realizzazione della chiesa medievale, infatti una tomba terragna viene tranciata, sempre all’altezza degli arti inferiori, dalla costruzione dell’abside mentre un’altra tomba, del tipo con i laterizi di reimpiego, è stata individuata all’interno dell’abside medievale ma non è stata ancora scavata. 14 Sulle sepolture rinvenute all’interno della chiesa (anche su quelle medievali e postmedievali) sono in corso analisi antropologiche a cura della dott.ssa Cinzia Mantello alla quale si devono queste informazioni. 13

Sulla posizione degli elementi di corredo si rimanda a Papparella 2009: 28-29. 15

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Fig. 5. La tomba XIII in corso di scavo.

sere datata tra VI e VII secolo16. La fase successiva rinvenuta negli scavi si riferisce alla realizzazione di una chiesa più gran-

de che oblitera quella precedente, intaccando ma ‘rispettando’ le sepolture antiche. Si tratta di un edificio a pianta rettangolare internamente organizzato in tre navate separate da grossi pilastri rettangolari, con abside semicircolare sporgente, e due nicchie laterali ricavate al termine delle due navatelle. La pianta dell’edificio non permette una datazione precisa essendo una tipologia piuttosto comune tra l’XI e il XIV secolo. Tra i materiali dello scavo tuttavia si segnalano reperti interessanti come una moneta di età normanna che potrebbe attestare la frequentazione in quel periodo. La fase più importante rinvenuta negli scavi, alla quale verosimilmente potrebbe essere ricondotto l’impianto suddetto, si data comunque al periodo angioino, con una fase di ricostruzione della chiesa (con i chiari resti dell’impianto del cantiere), accompagnata da rinvenimenti di varia natura (ceramica, monete, resti di intonaco dipinto, ecc.). Al di là delle puntualizzazioni cronologiche (che saranno più precise al termine degli studi sui materiali), uno degli aspetti più importanti del dato archeologico è che ancora nel Medioevo la chiesetta è in

Il tipo deriva da forme tardo romane es. Stiaffini 1985: 671, o László Barkóczi, Antike Gläser, Roma, 1996: 91-92 schede 285 (h. pezzo cm 13.8, diam 5.2) e 286 (h. cm 20, diam. 7.3) e tavv. XXIV e LXIII e p. 120 scheda 387 e tav. XXXV (bottiglia senza ansa, a orlo svasato, corpo globulare interamente però segnato dalle costolature, e base apoda rientrante, databile tra IV e V sec. d.C.) che cita confronti precedenti come Hayes 1975 = J. W. Hayes, Roman and Pre-Roman Glass in The Royal Ontario Museum. A Catalogue , Toronto 1975 (forma piccola: scheda nr. 282, tav. 22; nr 306 tav. 13), e perdura in tutto il bacino orientale del Mediterraneo fino al VII secolo d.C. (si vedano anche Coscarella 1990: 96; Stiaffini 1990: 248). Per la Calabria un confronto utile è quello di Cropani (Aisa, Papparella 2003: 329, tavv. V-VI), ma è interessante notare come la stessa forma si trovi in ampolle/balsamario riconducibili allo stesso ambito cronologico, ad esempio a Botricello (Aisa, Corrado 2003, in particolare alcuni esempi dalla tav. 6 alla tav. 9, dove si trovano forme simili ma con dimensioni differenti, così come accade a Stalettì (Raimondo 2003: Tav. 1). 16

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Fig. 6. La bottiglia rinvenuta nello scavo della tomba XIII.

vita ed è anzi oggetto di costosi rifacimenti17. Nel XVII secolo la chiesa viene completamente ricostruita perdendo l’aspetto medievale, ma, a giudicare dalle sepolture rinvenute, il sito è ancora un punto di riferimento molto importante nella zona. La chiesa dei Santi Quaranta Martiri è al momento l’unico contesto archeologico altomedievale dell’area lametina. Gli interessanti dati di cui si dispone grazie agli scavi permettono di aggiungere un importante tassello nella storia di

questo territorio che nell’alto medioevo rivestiva un ruolo strategico sia per la sua posizione lungo la viabilità interna, sia per la presenza delle acque sulfuree, curative e di forte simbologia religiosa (i Santi Quaranta Martiri, appunto). Ancora oscuro, ma potrebbe essere chiarito con la prosecuzione degli scavi e delle indagini sul territorio, il rapporto di questa chiesetta molto antica, ma mai dimenticata nei secoli (come dimostrano i continui rifacimenti) con il monastero dei Santi Quaranta Martiri, fino ad ora mai localizzato18.

Non bisogna dimenticare che a partire dalla metà dell’XI secolo, inoltre, con la costruzione dell’abbazia benedettina di Santa Maria di Santa Eufemia voluta dal Guiscardo, il monastero dei Santi Quaranta si trova un vicino ‘scomodo’. I rapporti tra questi due grandi protagonisti della storia medievale del territorio, anche alla luce delle nuove evidenze archeologiche sono oggetto di studi da parte dello scrivente, non solo in seguito allo scavo della chiesetta bizantina, ma anche grazie alla campagna di scavi nella basilica normanna effettuati nel 2006 e in fase di pubblicazione.

Il problema della localizzazione del monastero dei SS. Quaranta Martiri è stato affrontato in De Sensi Sestito 1999, in particolare pp. 168 e ss.. Incrociando i dati delle fonti storiche e delle ricognizioni nel territorio della Badia presentate dalla professoressa De Sensi con l’evidenza archeologica, ritengo che sia possibile, in via ipotetica, localizzare la sede del monastero proprio nell’area delle terme.

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Ampolle vitree da alcuni musei diocesani della Calabria* Francesco Floro Procopio, Rossella Renzo

The research carried out in some of the diocesan museums of Calabria, led to the choice of a group of nineteenth-century glass containers, adorned with a rich decoration in openwork and chiselled silver. Precious objects, probably of neapolitan manifacture, which reached Calabria for church’s altars and the secular tables of illustrious people.

La ricerca condotta presso alcune sedi vescovili e chiese calabresi ha portato alla riscoperta di tre coppie di ampolline vitree1 di XVIII-XIX secolo adorne di una ricca decorazione in argento traforato e cesellato, oggi conservate rispettivamente presso la chiesa della Santissima Annunziata di Mesoraca (KR), il Palazzo Arcivescovile di Santa Severina (KR) e la Certosa di Santo Stefano del Bosco a Serra San Bruno (VV). Piccoli contenitori vitrei destinati a contenere il vino e l’acqua per la celebrazione eucaristica, le ampolle trovano citazione sin dall’XI secolo nella descrizione della messa del monaco cluniacense Uldarico: …item in ampullas duas infundit vinum et aquam…2. Solitamente tali contenitori sono realizzati in vetro, in peltro, in oro o in argento, come stabilito nel Sinodo di Würzburg del 12983. Il vetro, materiale più economico rispetto ad altri, viene utilizzato più spesso per le implicite caratteristiche di lucentezza e di duttilità4. Nel Medioevo le officine vetraie realizzano ampolle vitree appositamente per le chiese de-

nominate “ampolete ab altare”, la cui morfologia non si discosta molto dal vasellame da mensa utilizzato per servire in tavola olio e aceto5. Esse sono più spesso riconoscibili negli strati archeologici grazie al tipico beccuccio ricurvo, trovando attestazione dal XIV-XV secolo sia in complessi ecclesiastici che in contesti domestici6. La coppia di ampolle da Mesoraca7 (fig. 1) si presenta elegante nella forma e nella ricca decorazione in argento finalizzata ad impaginare l’intera superficie vitrea incolore. Il manufatto vitreo mostra: un basso piede circolare con sovrapposta una decorazione argentea realizzata con un giro di fogliette gigliate; un ventre globulare che si prolunga in un collo cilindrico ed un bordo dall’orlo orizzontale ingrossato; un beccuccio versatoio ricurvo con sovrapposto un ornato costituito da elementi vegetali; quindi un’ansa ad “orecchio” interamente rivestita da un motivo argenteo a fogliame. In origine sicuramente in vetro, i tappi sono andati perduti. Ricca ed articolata è anche la decorazione della lamina argentea traforata e cesellata presente sul ventre, caratterizzata da motivi vegetali che racchiudono un medaglione centrale comprendente dei fiori8. Tale rivestimento richiama numerosi esemplari italiani e più da vicino i soggetti provenienti dalla Cattedrale di S. Pietro a

*Desideriamo esprimere la nostra gratitudine alla prof. Adele Coscarella per la sua costante disponibilità e i preziosi consigli. Un sincero ringraziamento va alla prof. Giovanna Capitelli e al dott. Giorgio Leone per gli utili e proficui colloqui. Ancora sentiamo di esprimere il nostro più sentito ringraziamento al dott. Giuseppe Barone di Santa Severina per l’indispensabile aiuto. 1 Accanto ai casi oggetto di analisi, si ricordano altri esempi di ampolle calabresi depositate nel Museo Diocesano di Catanzaro (Aita 2006: 338; Leone 2002: 658; Sergi 2007: 273, fig. 3) e nel Tesoro della Cattedrale di Tropea (VV) (Caputo 2006: 324; Preiti 2002: 423; Picciotti 2002: 115). 2 Migne 1853: 724. 3 Montevecchi, Vasco Rocca 1988: 138. 4 Stiaffini 1993: 249.

Stiaffini 1999: 123. Stiaffini 1999: 113-114. 7 Misure ampolla: H cm 13; cm 3. 8 Lo studio del fiore come tipologia decorativa, e più in generale dei motivi fitomorfi, è oggetto di studio in Leone 2003, in cui l’autore mette in evidenza come il motivo floreale è spesso utilizzato come motivo simbolico legato al “rigoglio spirituale” oltre che costituire una caratteristica propria dello stile barocco. 5 6

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Fig. 1. Mesoraca (KR), Chiesa della Ss. Annunziata. Ampolliera con ampolle.

Fig. 2. a. Faenza (RA), Cattedrale S. Pietro. b. Venezia, Chiesa S. Eufemia Vergine Martire. c. Galliera (BO), Chiesa S. Venanzio Martire. d. Bucine (AR) Chiesa S. Apollinare. e. S. Quirico d’Orcia (SI) Chiesa S. Maria di Vitaleta.

Fig. 3. S. Severina (KR), Palazzo Arcivescovile. Ampolle con vassoio.

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Faenza (RA), dalla Chiesa di S. Venanzio Martire a Bologna (BO), dal Monastero di S. Giovanni Evangelista di Parma (PR) e dalla Chiesa di S. Eufemia Vergine Martire a Venezia (VE), quindi in questi casi un ambito relativo all’Italia Nord-Orientale9 (fig. 2 a, b, c). I motivi decorativi fitomorfi delle ampolle e il gusto compositivo prettamente rocaille dell’ampolliera10 portano a proporre una datazione alla metà del XVIII secolo per questi esemplari, non supportata da dati documentari sull’area di produzione o di acquisto dell’oggetto. La coppia di ampolle da Santa Severina11 (fig. 3) è il risultato della tecnica della soffiatura, con l’impiego della molatura nella realizzazione del motivo decorativo a volute presente sulla parte centrale del vaso. In questo caso il manufatto vitreo si presenta privo di piede, con corpo globulare modanato, breve spalla arrotondata, collo cilindrico e orlo espanso con beccuccio versatoio sporgente. Il contenitore vitreo è, in questo caso, trattenuto e sostenuto da un impianto in cordoli di argento: due cerchi ornati, comprendenti un motivo a losanghe, un manico decorato con motivi fitomorfi e zoomorfi ed un coperchietto a cupolino12. Lievemente diverse si presentano le due basi in argento13, entrambe a piedistallo: una risulta liscia, adorna solo nella base sagomata di un cerchio zigrinato (fig. 4); l’altra mostra sulla svasatura un giro di baccellature sbalzate in negativo e una fascia decorata da un giro di perline (fig. 5). Quest’ultima decorazione, certamente originale, richiama da vicino il motivo decorativo del vassoio destinato a sorreggere le

ampolle. Questi vasa sacra trovano riscontro puntuale nella composizione formale e nell’apparato decorativo in due coppie di ampolle dell’Italia centrale, conservate rispettivamente presso la Chiesa di S. Apollinare in Bucine (AR) e la Chiesa di S. Maria di Vitaleta a San Quirico d’Orcia (SI) 14 (fig. 2 d, e). La coppia di ampolle da Serra San Bruno15 (fig. 6), realizzata in vetro soffiato privo di decorazione, appartiene alla cosiddetta tipologia “a brocca”16, con corpo panciuto e lungo collo con beccuccio versatoio. Come nei casi precedentemente analizzati, il corpo vitreo è inglobato in una struttura in argento ad anello con due filari di cerchi perlinati, un manico sinuosamente reso che richiama puntualmente quello delle ampolle di Santa Severina nella forma e nei motivi decorativi ed un coperchietto con decorazione a sbalzo17 (fig. 7). I coperchietti recano la duplice punzonatura “FB”18 “800” presente anche sul vassoio in argento, di forma oblunga19.

Anche tali manufatti recano nella parte centrale l’impiego della tecnica della molatura nella realizzazione della decorazione a carattere vegetale. Inoltre, negli esemplari toscani il motivo decorativo differenzia l’ampolla destinata a contenere il vino da quella per l’acqua: la prima presenta grappoli d’uva e foglie, la seconda canne di palude. La distinzione del contenuto è resa ancora più evidente dai coperchietti, i quali presentano rispettivamente una perla bianca per l’ampolla destinata a contenere l’acqua e una di colore rosso per l’ampolla destinata a contenere il vino. Né il motivo decorativo, né i coperchietti distinguono la destinazione d’uso delle ampolle da Santa Severina. 15 Misure ampolla: H cm 15.5-12.5; cm 4 16 Montevecchi, Vasco Rocca 1988: 139. 17 Il coperchietto dell’ampolla destinata a contenere il vino è ornato da un grappolo d’uva, quello dell’ampolla per l’acqua reca invece una spiga di grano. 18 Generalmente gli argenti sono contrassegnati con le iniziali del nome e cognome del maestro argentiere: nel caso specifico le lettere “FB” potrebbero essere attribuiti ai maestri Felice Baldi o Francesco Brignola entrambi attivi nel napoletano intorno alla metà del XIX secolo (Catello 1996: 66). 19 Il vassoio è decorato ad incisione, con motivi decorativi vegetali. Ripropone il tema del grappolo d’ uva e della spiga di grano presente sui coperchietti, sistemati in posizione chiastica, molto probabilmente con allusione all’eucarestia. 14

Per tali esemplari viene proposta una produzione locale. Nessuno di essi reca punzone. 10 Ampolliera in argento con quattro piedi e manici decorati con motivi vegetali. Al centro, tra due teste di cherubini, è applicato un sostegno con due coppie di anelli: quelli di maggiore dimensione, destinati a trattenere le ampolline, sono avvolti da un giro di perline che si ritrovano sul gambo di sostegno, mentre i due più piccoli, destinati all’alloggiamento dei tappi sono privi di decorazione. 11 Misure ampolla: H cm 16; cm 5. 12 Al momento non è stato identificato il significato delle cifre “64” e “347” impresse sotto i coperchietti. 13 Diversità dovute al restauro postumo di una. 9

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Fig. 4. S. Severina (KR), Palazzo Arcivescovile. Ampolla.

Fig. 5. S. Severina (KR), Palazzo Arcivescovile. Ampolla.

Fig. 6. Serra San Bruno (VV), Certosa di Santo Stefano del Bosco. Ampolle con vassoio.

La Calabria è depositaria di un ricco patrimonio di oggetti liturgici20 in vetro ed argento, prodotti in gran parte in botteghe napoletane o siciliane. Ma sulla base dell’edito va ricordata l’esistenza di maestri vetrai itineranti nel Mezzo-

giorno sin dall’ età medievale21 e recentemente è stata individuata attività vetraria anche in alcune località della Calabria22. Ciò induce a riflettere sul luogo di produzione di tali manufatti vitrei calabresi.

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Fig. 7. Serra San Bruno (VV), Certosa di Santo Stefano del Bosco. Ampolle (particolare dei coperchietti).

Fra gli altri : Frangipane 1933; Leone 2002b.

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Bertelli 1987: 33. Coscarella 2009: 93-94, nn. 23, 26.


Allo scopo di fornire una corretta datazione dei nostri manufatti ed una proposta interpretativa del luogo di produzione è necessario, oltre all’analisi stilistica ed iconografica, ricollegarci allo studio delle vicende che le “arti minori“ attraversano nel regno di Napoli nel corso dei secoli XVIII-XIX23. Numerosi sono i bandi emanati in questi secoli al fine di porre rimedio ai crescenti abusi nel campo della lavorazione dell’argento. Solo col 1690 si impone l’uso del punzone sugli argenti per attestare l’avvenuto pagamento dell’imposta allo stato o alla corporazione. Tale politica, intesa a controllare la produzione di materiale prezioso nella capitale del regno, comporta una contrazione nella produzione degli argentieri operanti nelle diverse zone del Mezzogiorno, i quali iniziano a limitare la loro attività a lavori di finitura, pulitura e doratura di argenti realizzati a Napo-

li. Sulla scorta di documenti di archivio si può però supporre ancora nel 170024 il sopravvivere di maestranze argentarie in alcune zone della Calabria25. Nella nostra regione sono noti numerosi argenti privi di punzonatura. Questo potrebbe avvalorare l’ipotesi di una produzione regionale da parte di maestranze formatisi probabilmente in ambito napoletano. Tuttavia non può essere esclusa una provenienza dalla capitale del Regno: l’assenza del bollo potrebbe forse costituire un esempio di evasione fiscale26 o essere il frutto di un rapporto di fiducia tra l’argentiere ed i committenti, soprattutto quando questi ultimi sono notabili o esponenti di gerarchie ecclesiastiche27. Per i nostri esemplari, in assenza di una specifica punzonatura e di dati d’archivio, si preferisce al momento proporre una produzione di un artigiano meridionale nell’arco cronologico compreso tra la metà del XVIII e i primi del XIX secolo.

Scuole argentarie in Calabria sono documentate già a partire dal XII secolo (Lipinsky 1972-73: 158-159). 25 Sorrenti 2002: 208. 26 Sorrenti 2002: 204. 27 Lojacono 2007: 171. 24

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Catello 1972: 51-90.

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Nuovi dati sui manufatti vitrei di Gela medievale Salvina Fiorilla Les fouilles effectuées au cours du dernière demi siècle dans la ville de Gela ont révélé ainsi que des autres materiaux, aussi des objets en verre. Ces sont verres et bouteilles souvent fragmentaires, mais utiles pour identifier les formes et le type de verre utilisé. L’examen de ces verres permet de proposer un aperçu des objets en verre utilisés sur la table entre les XIIIe et XIVe siècles dans le sud de la Sicile.

Le ricerche condotte negli ultimi decenni in alcuni centri siciliani da Palermo a Marsala, a Segesta a Gela hanno evidenziato la presenza di manufatti di vetro, spesso frammentari e difficilmente ricomponibili ma utili per conoscere le forme ed il tipo di vetro utilizzati1. Gela è uno dei centri più interessanti della Sicilia meridionale per il numero di esemplari ritrovati. Qui negli anni ’70 del ‘900 in Piazza S. Giacomo, dinanzi all’omonima chiesa, erano stati ritrovati una serie di pozzi riempiti con ceramiche e vetri in epoca medievale. Successivamente, negli anni ’80, altri esemplari molto frammentari sono stati ritrovati nella cisterna di via Ventura che doveva far parte delle strutture annesse al convento delle Clarisse e in via Cairoli nel cuore del centro storico; negli anni ’90, poi, altri frammenti vitrei sono stati recuperati nell’area della chiesa di S. Maria del Gesù a nordovest dell’abitato storico e nel pozzo del teatro Eschilo a sudovest dell’abitato (fig. 1).

I manufatti ritrovati sono nel complesso riconducibili alle tipologie già note da Piazza S. Giacomo che a tutt’oggi rappresentano il gruppo più numeroso e vario di recipienti di vetro2. Si tratta di un complesso di una sessantina di frammenti pertinenti a forme aperte e chiuse che a seguito del restauro hanno permesso di ricomporre 26 esemplari3. I manufatti individuati, per il 50% bicchieri e coppe e per il restante 50% bottiglie e boccali, presentano dimensioni diverse e sono realizzati alcuni con la tecnica del vetro soffiato a canna libera, altri con la tecnica del vetro eseguito a stampo entro matrice. Al gruppo dei vetri soffiati a canna libera appartiene il 90% dei manufatti. Si distinguono bicchieri e bottiglie, alcuni decorati ed altri privi di decorazione. I bicchieri decorati presentano orlo a fascia svasata segnata da filamento rilevato e parete cilindrica decorata a piccole bugne, su fondo concavo segnato all’esterno da filamento rilevato o da piede applicato con cordone

L’area di S. Giacomo nel medioevo restava al di fuori dell’abitato, lungo la strada da Palermo giungeva a Siracusa oggi nota come Corso Vittorio Emanuele. La piazza è stata realizzata dopo la seconda guerra mondiale a seguito della distruzione di parte di un quartiere periferico dalla città di Gela; non è ancora chiaro se l’area nel medioevo fosse abitata o fosse di pertinenza della chiesa.. Vi furono recuperati sei pozzi riempiti con materiali medievali e i frammenti di vetro furono ritrovati nel 1975, nei pozzi che si trovavano a sud del corso Vittorio Emanuele all’incrocio con la via Entimo che, attraversando il versante meridionale della collina conduce al porto medievale. Per le prime notizie sul ritrovamento dei pozzi e sui materiali: Ragona 1979: 89-102, fig. 13; Fiorilla 1995: 286-287. Per la pubblicazione completa Fiorilla 1996. 3 Ibidem: 166-272. 2

In questa sede si tralasciano i rinvenimenti del complesso dei benedettini di Catania o di Castel Maniace a Siracusa dei quali non si sa nulla. Per i vetri di Marsala si veda Tisseyre 1995: 247-254; per quelli di Segesta, Molinari 1997: 159-165. I vetri rinvenuti allo Steri di Palermo con esclusione dei rari esemplari pubblicati (Falsone 1976: 110-122) sono conservati nei magazzini del Museo archeologico unitamente all’ingente quantità di materiali ritrovati nel corso degli scavi degli anni ’70 del secolo scorso. Per i vetri della villa del casale di Piazza Armerina si veda Gentili 1999; parte dei vetri rinvenuti nell’insediamento di Ortigia a Siracusa sono esposti al Museo Paolo Orsi nella vetrina dedicata ad Ortigia medievale, gli altri sono conservati nei magazzini dello stesso museo. Per una sintesi sui problemi connessi ai vetri ritrovati cfr. Tisseyre 1997. 1

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Fig. 1. L’abitato di Gela : 1. Piazza S. Giacomo; 2. Cisterna di Via Ventura e chiesa di S. Maria del Gesù; 3. Via Cairoli ; 4. Teatro Eschilo.

pinzato (fig. 2). Si caratterizzano per il colore bianco giallo del vetro ed il filamento chiaro; solo in un caso la parete è priva di decorazione e le bugne compaiono all’interno di una fascia delimitata da filamenti in blu e posta al di sotto dell’orlo (fig. 3 ). I bicchieri privi di decorazione presentano orlo indistinto e parete cilindrica che tende a svasare nella parte superiore su fondo rientrante all’interno (fig. 4,a); un esemplare di dimensioni medio grandi, conservato per la parte superiore, presenta orlo a fascia risparmiata e mostra sulla parete tracce della decorazione a smalto con motivi policromi (fig. 4,b). La stessa forma dei bicchieri privi di decorazione presentano anche alcuni bicchieri decorati sulla parete con motivi a stampo a tutto campo del tipo a nido d’ape o serie di solcature avvolgenti (fig. 5). Del gruppo delle forme aperte fa parte anche una coppa su alto piede decorata con costolature realizzate con la tecnica della mezza

stampatura4. Le forme chiuse sono rappresentate nella maggior parte dei casi da esemplari con orlo indistinto, lungo collo svasato segnato da un rigonfiamento globulare al centro, parete globulare schiacciata, presumibilmente su basso piede sottile (fig. 6,a). E’ attestato anche un boccale a bocca trilobata, decorato con bugne disposte su una fascia orizzontale, delimitata da filamenti in blu che potrebbe aver fatto parte di un servizio unitamente al bicchiere simile già considerato (fig. 4). Un’unica bottiglia presenta orlo a fascia pendente a sezione triangolare su collo cilindrico lievemente rigonfio, segnato nella parte centrakle da un gruppo di cordonature e parete globulare decorata a stampo con motivo a nido d’ape (fig. 6,b); si distingue dagli altri esemplari per lo spessore del vetro decisamente maggiore ed il colore verde grigio.

4

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Fiorilla 1996: 292-293, nn. 9-10.


Fig. 2. Bicchieri decorati a bugne da Piazza S. Giacomo.

Fig. 3. Bicchiere e boccale con decorazione a fascia da Piazza S. Giacomo.

Fig. 4. Bicchieri in vetro soffiato: senza decorazione (a); con tracce di decorazione a smalto (b) da Piazza S. Giacomo.

Fig. 5. Bicchieri con decorazione a stampo da Piazza S. Giacomo.

Benché realizzati con tecniche diverse i vetri di Piazza S. Giacomo provengono da un contesto unitario e omogeneo rappresentato da ceramiche d’uso che potrebbero essere collegate alla città medievale o più sicuramente all’ordine religioso, forse quello dei Templari che si occupava della chiesa5; le ceramiche includono manufatti da fuoco, da dispensa e da mensa. Tra le ceramiche da mensa in gran parte rivestite, sono attestate prevalentemente protomaioliche tipo Gela, seguono per numero le invetriate piombifere verdi e solo pochi sono gli esemplari di protomaioliche decorate in bruno. Il complesso di ceramiche che a tutt’oggi è il più numeroso tra quelli recuperati nella Sicilia meridionale può essere datato tra la metà del XIII e i primi decenni del XIV secolo. Pertanto pare

evidente che anche i vetri devono essere attribuiti allo stesso periodo cronologico e questo significa che tra la metà del ‘200 e gli inizi del ‘300 circolavano a Eraclea - Terranova vetri prodotti con tecniche diverse: alcuni soffiati a canna libera, altri eseguiti a stampo entro matrice con decorazione a rilievo, altri ancora, come la coppa costolata, realizzati con la tecnica della mezza stampatura6. Ampliando l’indagine ai rinvenimenti degli altri scavi urbani i bicchieri decorati a bugne e quelli privi di decorazione sono attestati anche in via Cairoli unitamente a protomaioliche tipo Gela, nell’area della chiesa di S. Maria del Gesù nei livelli del XIII secolo e nel pozzo del teatro Eschilo in un contesto del XIV secolo. Bicchieri

Per un’ampia e dettagliata analisi delle tecniche di lavorazione del vetro, cfr. Stiaffini 1999. 6

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Fiorilla 1996: 34-36

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Fig. 6. Bottiglie in vetro soffiato (a) e decorazione a stampo (b) da Piazza S. Giacomo.

Fig. 7. Frammenti di bicchieri decorati a stampo da via Ventura.

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decorati a stampo seppure molto frammentari sono stati ritrovati invece nel pozzo di via Ventura in un contesto della seconda metà del XIV secolo. Si tratta di bicchieri caratterizzati da vetro molto sottile e trasparente di colore giallo intenso e decorati a stampo con piccoli motivi a nido d’ape quasi calligrafici (fig. 7); sembrano rappresentare una fase più recente rispetto ai vetri di S. Giacomo. Considerando che alla forte prevalenza di vetri soffiati a canna libera (90%) corrisponde una minore percentuale di vetri a stampo (10%), sembrerebbe che già tra la fine del ‘200 e gli inizi del ‘300 nell’ambito di una produzione diffusa e consolidata di vetri soffiati, cominciassero ad entrare in uso vetri eseguiti a stampo. Ricerche condotte su alcuni dei frammenti vitrei di Piazza S. Giacomo indicano che si tratta di vetri “ di tipo non europeo e probabilmente da inserire in un contesto medio orientale; vetri ottenuti utilizzando fondenti di duplice natu-

ra: natron e ceneri di piante erbacee. Verosimilmente vetri provenienti dall’ areale egiziano denominati “Egypt II”7; dato questo che sembra coerente con la presenza del Porto e l’avvio di traffici commerciali con l’intero bacino del Mediterraneo fin dagli anni immediatamente successivi alla fondazione della città voluta da Federico II negli anni ’30 del ‘200. A differenza di quanto finora osservato per la Sicilia occidentale dove la produzione sembra ottenuta utilizzando come fondenti ceneri di piante erbacce e dunque risulta essere di tipo europeo e più precisamente locale8 i vetri in circolazione a Gela sembrerebbero importati o quantomeno prodotti con una “fritta” importata. Inoltre, a differenza di quanto finora rilevato nel resto dell’Italia, pare accertato che a Gela, alla fine del ‘200, circolavano vetri ottenuti con tecniche diverse il che potrebbe indurre a riesaminare le datazioni relative alla produzione e all’uso dei vetri a stampo.

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Fiorilla, Triscari, Sabatino in c.s. D’Angelo 1991.


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Vetri dalle necropoli tardoantiche dal territorio di Camarina (Sicilia). Vecchie e nuove acquisizioni Giovanni Di Stefano De la nécropole du territoire de Camarina (Chiaramonte, Santa Croce Camerina, Piombo) viennent  de plusieurs verre (Isings  formes  46, 14, 133,  106b, 96, 5, 103,  104b,14,41,83), confirmant un événement modeste négociation par l’élite rurale de petite taille.

I vetri rinvenuti nei corredi funerari delle necropoli romane e tardo antiche del territorio di Camarina, nella Sicilia Sud-orientale, costituiscono nel panorama regionale una vera peculiarità (fig. 1). Per tutti valga la fiasca tipo Isings 104 b (fig. 2) rinvenuta nel 1890-91 in una tomba della necropoli di località Carbonaro (Chiaramonte Gulfi, l’antica Acrillae, oggi al Museo P. Orsi di

Siracusa). Questo vetro è uno dei vasi più notevoli rinvenuto in Sicilia: la scena di venatio con rete trova confronti in un sarcofago dei Musei Capitolini e in vari altri vasi della Valle del Reno o nell’ambiente 30 della Villa di Piazza Armerina. Alcune rese stilistiche (i cespugli stilizzati; le ombreggiature lungo le linee di contorno) e tecniche (ombreggiature rese ad incisioni) permettono di attribuire il prodotto a una fabbrica di

Fig. 1: necropoli romane tardo antiche con vetri del territorio di Camarina nella Sicilia sud-orientale 1. Carbonaro; 2. Mazzarrone; 3. Michelica; 4. Tabuna; 5. Caucana; 6. Santa Croce Camerina; 7. Ciarciolo; 8. Treppiedi; 9. Piombo; 10. Mirio; 11. San Nicola.

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Fig. 2. Siracusa, Museo Regionale: vetro romano con scena di caccia.

Fig. 3. Pisside da Chiaramonte Gulfi ( II-III sec. d. C.).

Colonia databile fra il 320-340 (Di Vita 1999: 1 e ss). Dalla stessa necropoli proviene una coppa a corpo biconico con piattino/coperchio della forma Isings 46/a, databile al II-III secolo d.C. (Fallico 1967: 407; Glassway 2004: 37). Da un sepolcreto della stessa regione geografica dell’alto corso del Dirillo, località Mazzarrone, proviene un bicchiere con corpo carenato con piattino coperchio, questo della forma Isings 46/a (Fallico 1967: 407. Nel 1906 Paolo Orsi aveva scavato nell’altopiano modicano una necropoli a fossa databile al IV sec. d. C., in località Michelica, dalla quale provengono ben sette vetri, oggi esposti al Museo di Ragusa (Glassway 2004: 69).

Gli esemplari provenienti da Michelica sono tre brocche, forma Isings 14 (figg. 4-5) una bottiglia, forma Isings 133, una coppa, forma Isings 42 (fig. 6) e un bicchiere, forma Barkòczio, tav. 39, 39.4 (Isings 1957: 212). Un gruppo di bicchieri provenienti dalla necropoli cristiana ad ipogei di Ragusa-Tabuna furono rinvenuti nel 1967: cinque bicchieri della forma Isings 106 b ben databili al IV secolo d.C. (figg. 7-8) (Fallico 1967: 409). Dall’area costiera, dall’abitato tardo antico e bizantino di Caucana provengono, dall’area del

Fig. 4. Brocca da Modica (IV sec. . C.).

Fig. 5. Brocca da Modica (IV sec. . C.) Michelica.

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Fig. 6. Brocca da Modica (IV sec. . C.) Michelica.

villaggio un balsamario forma Isings 28b e una coppa forma Isings 96 e poi da Santa Croce Camerina, da aree di sepolture, un piatto forma Isings 5 e una bottiglia, forma Isings 104b, di III sec. d.C. (Isings 1957: 213; Glassway 2000: 70). Ancora da un sepolcreto, databile fra il II e il III sec. d.C., lungo la costa meridionale della Sicilia, da località Ciarciolo, provengono vari vetri: due bottiglie a forma Isings 103 (fig. 9) e Isings 104b, esposte a Ragusa, e poi due coppe, forma Isings 42 e una bottiglia, forma Isings 104b (Rizzone, Sammito 2001: 120). Sempre da area modicana, dal cimitero a fosse di località Treppieddi del III-IV secolo d.C., provengono due brocche, forma Isings 14 e una bottiglia, forma Isings 104b (fig. 10) (Glassway 2000: 70). Alcuni scavi in varie necropoli del territorio camarinese hanno consentito di recuperare, ancora, vari altri vetri, ad oggi inediti.

Fig. 8. Bicchiere da Ragusa (IV sec. . C.).

Fig. 9. Bottiglia da Modica (III-IV sec. d. C.) Ciarciolo.

Necropoli di Contrada Piombo (Ragusa) L’area in cui ricadono la necropoli e i resti dell’abitato, di cui si conoscono vari cospicui indizi, è ubicata a Nord-Est della torre quattrocentesca del Piombo in prossimità di “Cava di Randello”, dove scorre il torrente Rifriscolaro, forse l’antico Oanis. Dalla necropoli romana del Piombo sono state scavate fra il 1981-1989 (Di Stefano 1998: 271-284; Di Stefano 2001: 145-147) circa trecento sepolture, molte delle quali erano già state

Fig. 7. Bicchiere da Ragusa (IV sec. . C.).

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violate in antico. Le tombe ricavate profondamente in un compatto banco roccioso, sono di tipo a fossa, orientate secondo la direzione Est-Ovest e coperte con scaglie o lastre lapidee di forma regolare. In moltissimi casi le lastre di copertura delle fosse sono dei conci di arenaria di riempimento (cornici) provenienti probabilmente da edifici o da una necropoli monumentale di epoca classica di Camarina o del suo territorio. Le coperture, poste trasversalmente sulla fossa, sono alloggiate in appositi incavi nel piano roccioso e si presentano fortemente cementate con una malta di calce bianca e una gettata di coccio pesto che li ricopre interamente. Nel soprassuolo della necropoli si sono rinvenute molte stele e frammenti di edicole che dovevano rendere il sepolcreto monumentale. Le fosse funerarie sono sempre di forma rettangolare, con le pareti lievemente scampanate verso il fondo. In alcune sepolture si sono individuate delle deposizioni multiple. Per i corredi rinvenuti nelle tombe, la necropoli di contrada Piombo può datarsi dal II secolo d.C. al IV secolo. In età bizantina la parte centrale del sepolcreto fu nuovamente rioccupata da una monumentale e singolare tomba, una vera e propria cella ipogeica, coperta con volta a botte. Dalla T. 3 proviene una bottiglia completamente frammentaria, dalla forma irriconoscibile, e poi dalle TT. 72, 262, 269, 292 quattro bottiglie, forma Isings 104b, del III-IV secolo d.C., e dalle TT. 35 e 263 due brocche, forma Isings 14, databili al IV secolo d.C. (Isings 1957: 120).

to sul bordo sinistro del vallone, in località Mirio-Papalossu di Santa Lena (scavi 1990-1993) in corrispondenza di un edificio religioso. Questo lembo urbano, verosimilmente rioccupato anche durante il X-XI secolo d.C., deve essere identificato con il casale Sanctae Crucis de Rosacambra. Il sepolcreto di C.da Mirio, costituito da 101 sepolture, appartiene alla fase post-costantiniana del sito e rappresenta un campione fondamentale per la ricostruzione del popolamento dell’entroterra di Caucana, sia per la determinazione delle pratiche funerarie, probabilmente ancora pagane, sia per le importanti ceramiche e per la circolazione monetaria, sia per l’esame biologico del campione scheletrico (Ventura 20062007: 70). Il sepolcreto rimase in uso per quasi un secolo (dal terzo decennio del IV al terzo decennio del V secolo d.C.) testimoniando come la comunità che utilizzò il sepolcreto lo fece, probabilmente, per tre generazioni. Secondo la distribuzione dei corredi ceramici e delle monete è probabile che le fossae furono occupate dalla comunità contemporaneamente e simultaneamente, aggregando le sepolture per nuclei familiari (forse otto famiglie di quattro individui per generazione). Sono stati rinvenuti corredi formati prevalentemente da lucerne della forma VIII dell’Atlante (TT. 49, 53, 64, 88, 93 e 95) e della forma X (T. 67). Nelle tombe 66, 77, 91, 97 e 53 erano presenti anche lucerne dette tripolitane (forma XIII dell’ Atlante) (Ventura 2006-2007: 77). Nella tomba n. 66 era pure presente un bicchiere ad orlo svasato, vasca tronco conica e fondo conoide, della forma Isings 106b, databile al IV secolo d.C..

Necropoli di contrada Mirio (Santa Croce Camerina) Il sepolcreto sub divo di località Mirio (S. Croce Camerina - RG) venne esplorato nel 1989 (Di Stefano 2001: 146). È ormai certo che lungo il vallone Fontana si addensarono, fra la tarda antichità e l’epoca bizantina, forse in corrispondenza di tratturi confluenti su una viabilità paralitoranea attestata dall’Itinerarium per marittima loca, piccoli abitati rurali con singolari edifici monumentali (Bagni di Mare; Vigna di Mare) e chiesette (Pirrera). Probabilmente prima della conquista araba un piccolo nucleo urbano si era marginalizza-

Necropoli di S. Nicola (Chiaramonte Gulfi) Con una breve campagna di scavi nel 1994 è stata ripresa l’esplorazione del cimitero di S. Nicola (Chiaramonte Gulfi), nel sito dell’antica Acrillae-Gulfi (Distefano 2001: 147). Le tombe scoperte sono quindici, tutte integre, ubicate vicino la chiesa bizantina di S. Nicola.

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Le tombe sono del tipo a fossa, coperte quasi sempre con rozze lastre di calcare poste trasversalmente alle sepolture. Le tombe sono orientate da Est verso Ovest e disposte parallelamente in lunghe file. In genere le deposizioni sono monosome, ma non mancano anche quelle plurime. Ăˆ stata recuperata anche una grande stele in calcaree con rozza croce scolpita. Dalla tomba 1 proviene una coppa ben conservata a vasca troncoconica e piede ad anello dalla forma Isings 42 e un balsamario della forma Isings 83 (Isings 1957: 75). I vetri inediti (forma Isings 104b e forma Isings 14) dalle necropoli di Piombo, Mirio e S. Nicola sono abbastanza frequenti nelle necropoli siciliane fra il III e IV secolo d.C.. Queste forme sono tra l’altro diffuse nel sepolcreto di Modica.

La presenza di brocchette avvicinabili alla forma Isings 14 da Piombo (TT. 35 e 263) ripropone la problematica di produzioni regionali. La regione camarinense, anche alla luce dei rinvenimenti degli anni passati (al Carbonaro di Chiaramonte Gulfi), fra il III e il IV secolo d.C., partecipa attivamente ad un largo movimento commerciale di oggetti di pregio, seppure con un numero ridotto di esemplari, segno della presenza di èlites molto modeste. Piuttosto nuove risultano, invece, le attestazioni di prodotti poco conosciuti in precedenza: le tazze forma Isings 41, note da Chiaramonte Gulfi e da Ciarciolo e i balsamari Isings 83. Per questi materiali saranno necessari confronti con altre aree regionali prima di ipotizzare dinamiche distributive.

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Conclusioni


Alla conclusione delle tre giornate di studio dedicate a Il vetro in Italia in età basso medievale, i risultati ottenuti sono alquanto soddisfacenti. Molti gli apporti nuovi sulle testimonianze vitree delle diverse regioni d’Italia, specie del Mezzogiorno e delle isole, coadiuvati da studi di archeometria; diversificate le indagini a largo spettro. L’Italia con questa iniziativa ha assunto una nuova luce nel campo dello studio dei manufatti vitrei basso medievali e rinascimentali, con ricerche che hanno arricchito le conoscenze sul patrimonio formale nonché stilistico-decorativo, incentrando gli interessi su tematiche differenti. Notevole l’apporto fornito dai dati cronologici, unitamente a quelli formali, fatto che darà un particolare input alla ricerca, mettendo in risalto, oggi e solo oggi, lo stato delle indagini fra le aree del Settentrione e quelle del Meridione. I contributi presentati forniranno una nuova valenza e ricchezza scientifica al volume che li raccoglie, la cui lettura aumenterà notevolmente le nostre conoscenze su una problematica fino ad oggi frammentaria e disorganica. Gli spunti di trattazione e novità nel settore sono stati numerosi e variegati tanto da costituire a volte un punto importante di partenza per ricerche future, specie per i territori meridionali dell’Italia. Mi sembra, e lo si evince meglio dai contributi presentati, che le prospettive di sviluppo e articolazione degli studi proposti abbiano subìto con questa occasione di incontro un notevole approfondimento, apportando novità e argomentazioni idonee a dipanare alcune delle problematiche inerenti il vetro nel Medioevo, un tempo carente di attestazioni, oggi con una nuova visione, arricchita e variegata, dell’intero territorio italiano con l’imprescindibile interazione con gli scavi archeologici. Questi ultimi stanno facendo emergere un nuovo quadro delle attestazioni frutto dei diversi gruppi di ricerca che stanno conducendo sul territorio peninsulare un lavoro più sistematico, offrendo preziosi spunti di riflessione su alcuni dei problemi, come, tra gli altri, la definizione di quei vetri smaltati di ispirazione islamica per i quali sembra cominciare a definirsi anche la produzione in Italia meridionale. E ancora, interessanti recenti dati archeologici sono scaturiti sulla scoperta e definizione di impianti artigianali localizzati in contesti differenti, urbani e castrensi, dell’Italia centro meridionale e insulare. Non di meno, seppur nella positività di tali apporti nuovi e inediti, è bene considerare tale opportunità come una fase importante di passaggio per percorrere una strada comune in cui tener conto che la penisola italiana ha subito nei diversi secoli del Medioevo governi differenti tali da incentivare diversamente le economie locali, così come i contatti esterni sono stati dissimili nel tempo fra Nord, Sud e Mediterraneo. Certo il Meridione lamenta l’indispensabile aiuto dei documenti d’archivio ben presenti invece al centro-Nord, lacuna che parzialmente potrebbe essere colmata col supporto dei dati archeologici. Mi sembra sempre più opportuno, come programma futuro, il dover sviluppare inizialmente degli studi regionali, pur tenendo in conto le aree circonvicine, per fornire dati su territori circoscritti che tendano ad ampliare lo sguardo solo successivamente. Occorrono, mi piace auspicare, la pubblicazione di più corpora, supportati da dati stratigrafici e di contesto di appartenenza per sviluppare quelle tematiche di carattere morfologico e produttivo che non divaghino, come spesso accade, con confronti fra aree spesso non legate culturalmente in età post classica. Come abbiamo avuto modo

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di verificare in questa particolare occasione, nelle differenti regioni del Sud-Italia lo stato delle attestazioni sembra essere in parte diverso dalle restanti aree italiane, nonostante la presenza degli oggetti di importazione: occorre capirne i motivi, siano essi sociali, politici e/o economici, certo dovuti a motivi storici e di carattere produttivo spesso dettati da influenze culturali dalla diversa origine. Ne è un esempio calzante il caso Calabria, che con la sezione specifica ha dato modo ancora una volta di verificare che la terza tappa di incontro regionale continua a dare molte occasioni per approfondire le tematiche su queste particolari “antiche trasparenze”, fino a pochi anni fa del tutto ignote al vasto pubblico di studiosi del vetro. A mio parere, queste tre intense giornate di studio hanno costituito un punto fermo nella ricerca sul vetro medievale e post medievale, ma anche di età classica, tanto quanto è derivato dalle novità prodotte nei posters. Uno sguardo d’insieme, quindi, finalmente allargato a tutto il territorio italiano, peninsulare e anche insulare, un’opportunità positiva di incontro che troverà nel prossimo futuro ampio sviluppo di ricerca. Adele Coscarella

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RICERCHE

Collana del Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti

Elenco dei volumi pubblicati: I.

Armando Taliano Grasso, Il santuario della kourotrophos a Kyme eolica, 2008.

II.

Franca Caterina Papparella, Calabria e Basilicata: l’archeologia funeraria dal IV al VII secolo, 2009.

III.

Paolo Brocato, Necropoli etrusche dei Monti della Tolfa, 2009.

IV.

Salvatore Medaglia, Carta Archeologica della provincia di Crotone, 2010.

V.

Paolo Brocato, La tomba delle Anatre di Veio, 2012.

VI.

Adele Coscarella, Paola De Santis (a cura di), Martiri, santi, patroni: per una archeologia della devozione. Atti X Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana (15-18 settembre 2010), 2012.

VII. Adele Coscarella (a cura di), Il vetro in Italia: testimonianze, produzioni, commerci in etĂ basso medievale. Atti XV Giornate Nazionali di Studio sul Vetro A.I.H.V. (9-11 giugno 2011), 2012.

Elenco dei supplementi pubblicati: 1. Paolo Brocato, La necropoli enotria di Macchiabate a Francavilla Marittima (Cs): appunti per un riesame degli scavi, 2011. 2. Franca Caterina Papparella, Temi di iconografia ebraica e cristiana nella ceramica tardoantica del territorio dei Bruttii, 2011. 3. Paolo Brocato, Nicola Terrenato (a cura di), Nuove ricerche nell’area archeologica di S. Omobono a Roma, 2012.

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Finito di stampare nel mese di ottobre 2012 a cura di conSenso Publishing Rossano (CS) - Italy.