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RICERCHE Collana del Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti

VII

Il vetro in Italia: testimonianze, produzioni, commerci in età basso medievale. Il vetro in Calabria: vecchie scoperte, nuove acquisizioni. Atti XV Giornate Nazionali di Studio sul Vetro A.I.H.V.

Università della Calabria Aula Magna, 9-11 giugno 2011 a cura di

Adele Coscarella

Università della Calabria 2012


Enti promotori Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti - UniversitĂ della Calabria, 

Comitato Nazionale Italiano Association Internationale pour l’Histoire du Verre (A.I.H.V.) XXXTUPSJBEFMWFUSPJU  JOGP!TUPSJBEFMWFUSPJU

Con il contributo di Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti - UniversitĂ della Calabria FacoltĂ  di Lettere e Filosofia - UniversitĂ  della Calabria Istituti Riuniti di Vigilanza Impresa Regionale Servizi Studio Consenso

Coordinamento scientifico: Ermanno A. Arslan, Maurizio Buora, Adele Coscarella, Maria Grazia Diani, Annamaria Larese, M. Giuseppina Malfatti, Luciana Mandruzzato, Cesare Moretti+, Francesca Seguso, M. Cristina Tonini, Marina Uboldi Comitato organizzatore: Adele Coscarella, Maria Grazia Diani, Cesare Moretti+ Comitato di revisione scientifica dei testi: Adele Coscarella, Maria Grazia Diani, Luciana Mandruzzato, Teresa Medici, M. Cristina Tonini, Marina Uboldi Editor manager: Giuseppe Francesco Zangaro Coordinamento autori: Anna Caputo

Direttore della Collana: Giuseppe Roma Recapiti: Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti - UniversitĂ della Calabria Ponte P. Bucci, Cubo 21b - 87036 Arcavacata di Rende (Cs) - Tel. 0984 494315 - Fax 0984 494313 XXXBSDTUBSVOJDBMJUt&NBJMJOGP!BSDTUBSVOJDBMJU Š2012. Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti - UniversitĂ  della Calabria. Ăˆ vietata la riproduzione non espressamente autorizzata anche parziale o ad uso interno o didattico con qualsiasi mezzo effettuata. Volume pubblicato con il contributo della FacoltĂ  di Lettere e Filosofia e del Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti dell'UniversitĂ  della Calabria. ISBN 978-88-903625-76 In copertina: Calice da Celico, chiesa di San Michele. Curia arcivescovile di Cosenza (foto G. ArchinĂ  per StudioPrimoPiano).

II


IndIce Maria Giuseppina Malfatti Giuseppe Roma Adele Coscarella

VII VIII IX

David Whitehouse La datazione della vetreria dell’agorà centro-meridionale (“Agorà south-centre” glass factory) a Corinto

1

Maurizio Buora Dietro lo specchio. Un frammento di custodia in osso dal castello superiore di Attimis

5

Elisabetta Neri, Marco Verità La produzione di tessere musive vitree a Milano tra IV e VI secolo? Un’indagine archeologico archeometrica

13

Carlo Stefano Salerno, Alessandra Scanga L’uso della polvere di vetro come carica nella pittura antica e moderna: strati preparatori, pellicola pittorica e vernici

31

Il vetro in Italia: testimonianze, produzioni, commerci in età basso medievale Silvia Ciappi Le testimonianze iconografiche: precisazioni e nuovi percorsi per un’analisi storico-artistica Maria Grazia D’Amelio, Carlo Stefano Salerno Materiali e fornaci per il mosaico tra Umbria, Toscana e Roma: dalla polimatericità medievale alla pasta filata del ‘600 nella Fabbrica di San Pietro

39 41 55

Maria Brondi Badano, Giacomo Badano, Simone Cagno, Koen Janssens Le vetrerie di Altare nel Basso Medio Evo

71

Daniela Stiaffini La produzione e il consumo dei manufatti vitrei a Pisa nel basso medioevo

83

Giuliana Guidoni, Adele Coscarella I vetri dalle indagini degli anni Ottanta a Rocca Sillana (Pomarance, PI)

97

Fabio Redi Il vetro in Abruzzo: situazione della ricerca e degli studi

109

Lucina Vattuone Vetri dorati di diversa antichità nell’Italia Meridionale

119

Rosa Fiorillo Monili in vetro dall’Italia meridionale. Primi dati

139

Francesca Sogliani Nuovi dati sulla produzione e la circolazione del vasellame vitreo in Campania provenienti da un contesto di scavo tardomedievale: la Rocca Montis Dragonis

III

147


Rosanna Ciriello, Isabella Marchetta, Sabrina Mutino Su alcuni reperti provenienti dal Castello di Melfi (PZ): dati preliminari e prime considerazioni sulle produzioni di suppellettili vitree di XIII secolo nel Vulture-Melfese

171

Roberta Giuliani, Anna Ignelzi Produzione e circolazione dei manufatti vitrei nella Capitanata basso medievale alla luce di alcuni contesti di scavo (Montercorvino, S. Lorenzo in Carmignano e Masseria Pantano presso Foggia)

195

Daniela Rossitti Castel Fiorentino (FG): un frammento dipinto

215

Caterina Laganara, Enrica Zambetta Vasellame da illuminazione e da mensa dal sito di Siponto (Manfredonia, Foggia): ultimi dati

221

Paul Arthur, Simona Catacchio Alla corte del Castello di Lecce: il vetro a tavola

237

Francesca Spatafora, Emanuele Canzonieri Un impianto artigianale per la produzione del vetro nella Palermo di età normanna

259

Adalberto Ottati Vetri medievali dalla Villa del Casale di Piazza Armerina

271

Lavinia Sole Vasellame in vetro dalle cisterne del Castello di Butera

287

Edoardo Santini Vetri da una mensa signorile rinascimentale nella Sardegna aragonese

301

Fabio Pinna, Daniela Musio Il vetro nella Sardegna medievale: nuovi dati dall’indagine archeologica del Palazzo di Baldu (Luogosanto, OT)

Il vetro in Calabria: vecchie scoperte, nuove acquisizioni

315

331

Simonetta Bonomi Introduzione

333

Filippo Burgarella Il vetro a Bisanzio

335

Franca C. Papparella I manufatti vitrei nei contesti funerari tardoantichi e altomedievali della Calabria e delle regioni limitrofe: testimonianze materiali e ritualità Alessandro D’Alessio, Silvana Luppino Vetri iscritti da Copia Thurii. Ultimi bagliori da una città dei Bruttii

341

353

Gregorio Aversa, Fabrizio Mollo Reperti vitrei dalle recenti indagini archeologiche nell’alto Tirreno cosentino: novità dall’antica Cerillae (Cirella-Diamante, Cosenza)

371

Domenico De Presbiteris Vetri dal castello di Cosenza: vecchi recuperi per un inquadramento storico-archeologico attraverso l’archeometria

381

IV


Anna Maria Rotella, Maria Teresa Iannelli Vetri romani dal Tirreno Calabrese-Catalogo dei materiali rinvenuti a Vibo Valentia (VV) e Gioia Tauro (RC) Rossella Agostino, Fabrizio Sudano Un edificio per spettacoli della città romana di Tauriana: materiali in vetro Rossella Agostino, M. Maddalena Sica La facciata “riscoperta” della cripta di San Fantino a Taureana: colori, forme e decori dei manufatti in vetro

395

425 443

Daniele Castrizio I gettoni di vetro arabi: moneta corrente o exagia?

457

Margherita Corrado, Marco Verità Le perle vitree policrome dalla Calabria altomedievale: indagini archeologiche e scientifiche

465

Maria Grazia Aisa, Alfredo Ruga La necropoli orientale di Scolacium (CZ). Vetri dai corredi

477

Raffaella Cicero, Chiara Raimondo Vetro e manifattura del vetro a Squillace tra XII e XVIII secolo

491

Agnese Racheli, Roberto Spadea Trasporto di vetro grezzo: un documento dal relitto di punta Scifo (Crotone)

505

Roberto Spadea, Agnese Racheli Vetro nella Crotoniatide: tra Petelia e Crimisa

529

Domenico Marino, Margherita Corrado Vetri preindustriali dal territorio di Crotone e dalla Sila. Un aggiornamento

539

Maria Grazia Aisa, Francesco Cristiano, Alfredo Ruga Vetri da Crotone. Addenda (scavi 2006-2008)

557

Maria Grazia Aisa, Ernesto Salerno Materiale vitreo nei corredi funerari della necropoli romana scoperta a Crucoli (KR), loc. Piana Grande

Aggiornamenti sul vetro

569

587

Šime Perovic Reperti di vetro nel complesso paleocristiano di Podvršje (Croazia)

589

Miriam Romagnolo Dati preliminari sui vetri dell’edificio con peristilio di Palmira (Siria)

599

Maria Grazia Diani, Francesca Rebajoli La collezione di vetri antichi di Camillo Leone. Prime note

605

Luciana Mandruzzato Un frammento di coppa bizantina con decorazione silver stain da Aquileia

613

F. Gallo, A. Silvestri, G. Molin, A. Marcante, S. Bonomi, G. Gambacurta, P. Guerriero, P. Degryse, Monica Ganio Studio archeometrico di vetri romani dal museo archeologico di Adria (RO)

619

V


Sofia Cingolani La collezione dei vetri del Museo Archeologico di Ascoli Piceno: una nota preliminare Tania Di Pietro Per un corpus delle collezioni archeologiche del vetro in Abruzzo. Notizie preliminari sui manufatti di epoca medievale Ilaria Alfieri, Ilaria Tramontana Il vetro a Ferento: materiali provenienti dalle campagne di scavo Valeria Ceglia, Isabella Marchetta Manufatti vitrei delle necropoli di Campochiaro: valore e simbolo nel rituale funerario dei cavalieri di Vicenne e Morrione Giuseppe Schiavariello, Enrica Zambetta Egnazia tardoantica: produzione e commercializzazione dei manufatti vitrei Ruggero Giuseppe Lombardi Reperti vitrei provenienti dal complesso cultuale di San Laverio presso Grumentum (Grumento Nova, PZ)

627 635

643 661

671 681

Paolo Brocato, Alfonso Muscetta Ornamenti in pasta vitrea e faïence dalle necropoli dell’età del ferro della Calabria

689

Maria Grazia Aisa, Stefania Mancuso Oggetti in vetro dalla necropoli di Portavecchia di Nocera Terinese (CZ)

701

Eugenio Donato Una bottiglia di vetro dalle fasi altomedievali dalla Chiesa dei SS. Quaranta in Loc. Caronte a Lamezia Terme

707

Francesco Floro Procopio, Rossella Renzo Ampolle vitree da alcuni musei diocesani della Calabria

715

Salvina Fiorilla Nuovi dati sui manufatti vitrei di Gela medievale

721

Giovanni Di Stefano Vetri dalle necropoli tardoantiche dal territorio di Camarina (Sicilia). Vecchie e nuove acquisizioni Adele Coscarella Conclusioni

727

735

VI


Sono felice e onorata di salutare la pubblicazione degli Atti delle Giornate di Studio svoltesi presso l’Università della Calabria nel giugno del 2011, anche se c’è in me un profondo sentimento di tristezza nel ricordo del Presidente Cesare Moretti che ne aveva salutato l’apertura, pur non potendola presenziare. L’incontro con gli studiosi e i ricercatori dell’Università di Arcavacata di Rende, e di altre università del Meridione d’Italia, è stato occasione per uno scambio proficuo nel campo della ricerca e momento felice di conoscenze personali che ci auguriamo possano continuare per l’approfondimento degli studi, specificamente per ciò che riguarda il vetro, in terre tanto ricche di testimonianze storiche e artistiche. Per la bella esperienza avuta e per l’utilità che deriva dallo studio sul campo, il Comitato Italiano dell’AIHV si impegnerà ad organizzare incontri periodici in sedi dislocate lungo tutta l’Italia, tornando a breve presso sedi universitarie del Sud d’Italia. Un grazie particolare va alla professoressa Adele Coscarella e al suo gruppo per l’organizzazione dell’evento e l’ospitalità offertaci che hanno reso le Giornate di Studio proficue e piacevoli. Un grazie anche a tutti i partecipanti e ai componenti del Comitato Nazionale italiano dell’AIHV che si sono impegnati nella divulgazione dei nostri programmi e delle nostre pubblicazioni. M. Giuseppina Malfatti Angelantoni Presidente Comitato Nazionale Italiano A.I.H.V.

VII


Ho il piacere e l’onore di salutare e dare il benvenuto, a nome del Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti dell’Università della Calabria e a titolo personale, ai colleghi e a tutti i partecipanti alle XV Giornate Nazionali di Studio sul Vetro. Un particolare saluto e ringraziamento va alla collega Adele Coscarella per avere, con l’impegno e la dedizione che tutti le riconosciamo, organizzato quest’incontro che ha per tema “Il vetro in Italia: testimonianze, produzioni, commerci in età basso medievale”. Il Convegno costituisce senza dubbio, vista la partecipazione di numerosi e qualificati studiosi, un’occasione preziosa di confronto costruttivo. In un campo come quello archeologico dove, anno dopo anno, il territorio restituisce nuovi reperti che, oltre ad arricchire la storia degli studi, gettano nuova luce sul valore del manufatto vitreo e sulla sua comprensione polisemica. Negli ultimi decenni, infatti, sotto la spinta della cosiddetta “cultura materiale” anche la disciplina archeologica è stata il più delle volte piegata allo studio degli aspetti sociali dello sviluppo (una specie di Storia economica, senza gli strumenti di indagine di questa disciplina), trascurando lo studio del documento in sé anche in quella dimensione che Barthes chiama translinguistica, la quale presuppone un significato al di là delle diverse materie di espressione (linguaggio orale, scritto, immagine, forma non scritta…). È il caso del manufatto vitreo, che, per sua natura, offre diverse angolature di lettura. Si immagini solamente il contenuto simbolico del vetro e non penso solo alle grandi vetrate volute da Suger a Saint-Denis e capaci di creare diversi aggregati significanti, ma anche ai singoli oggetti: “Bisogna preoccuparsi che anche il vaso sia pulitissimo e della natura del fuoco; solamente il vetro e l’oro sono le più costanti e pure di tutte le materie e godono nel fuoco” (Andreani S. (ed.), Crasellame. Lux obnubilata, prima traduzione in italiano del commento anonimo del 1666, Roma).

Nella chiesa dei primi secoli è il calice di vetro, però, e non l’oro, che viene giudicato più confacente alla natura della Chiesa e usato dal sacerdote. Il tema che queste intense giornate di studio affronteranno sarà, per tutti i motivi appena enunciati, interessante e, sono sicuro, foriero di nuove prospettive in questo campo della ricerca. Giuseppe Roma Direttore del Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti Università della Calabria

VIII


In anni recenti, ricerche documentarie, archeologiche, archivistiche e iconografiche hanno ampliato notevolmente le nostre conoscenze sulle produzioni del vetro in età medievale e moderna. Un punto fermo nella ricerca sul periodo cronologico in esame, il Basso Medioevo, fu posto nel 1991, anno di pubblicazione del Convegno Internazionale sulle produzioni del vetro preindustriale curato da Marja Mèndera: in quella occasione, problematiche sui processi produttivi di età medievale furono messe a confronto con studi di altre nazioni europee col fine comune di indagare sulla ricostruzione storica delle basi economiche e sociali del Medioevo. L’aspetto tecnologico nonché l’organizzazione del lavoro fino ad allora ci erano noti solo dall’esempio della vetreria di Monte Lecco, che fu seguito dagli studi più puntuali nell’area della Media Valdelsa (Gambassi e Montaione), dalle analisi di varia natura sull’arte vetraria a Pisa e più in generale nella Toscana e non ultimo dell’Emilia Romagna, del Veneto e della Sicilia. Ma i nuovi modi di fare archeologia si affermavano e si moltiplicavano sempre di più sul territorio italiano da Nord a Sud e nelle isole e le diverse potenzialità informative, insite anche nel manufatto stesso, continuarono a raccontare la storia del quotidiano, degli oggetti d’uso, della loro produzione e circolazione, fornendo ulteriori elementi nuovi di discussione e raffronto. La carta diacronica dei centri di produzione vitrea in Italia dal 1991 si è ampliata nelle sue segnalazioni, andando a colmar dei vuoti prima eclatanti (mi riferisco, in particolare, al vuoto prima esistente delle segnalazioni relative alla Calabria). Certo la ricerca è in itinere, ma come abbiamo avuto modo di verificare nel corso degli studi su tali argomentazioni, la coordinata ricognizione sistematica di territori e di quel patrimonio dissepolto giacente nei Musei o magazzini, continua a fornire dati nuovi che vanno a convergere nella più generale ricostruzione storica dell’arte vetraria in Italia. Il Medioevo, una delle quattro grandi epoche storiche in cui viene tradizionalmente suddivisa la storia d’Europa, è caratterizzato dallo sviluppo di forme di governo basate su signorie e vassallaggio, con il crescente potere reale e la rinascita di interessi commerciali. E’ nei primi secoli del Basso Medioevo che si sviluppano nuove tecniche, fra cui, ad esempio, la produzione di lastre di vetro ottenute per soffiatura, stirando le sfere in cilindri e tagliandoli ancora caldi per appiattirli quindi in fogli. Venezia nel XIII-XIV secolo continua a sviluppare nuove tecnologie (tra queste l’invenzione del cristallo) oltre ad un fiorente commercio di stoviglie ed altri oggetti di lusso, unitamente al diffondersi delle maestranze, non soltanto venete, che circolano sul territorio italiano diffondendo così l’industria del vetro. Circolazione di maestranze e di prodotti, sviluppo dei centri di produzione, commerci mediterranei attivi, gestione feudale degli impianti, caratterizzano i secoli centrali e finali del Basso Medioevo, con trasformazioni, anche tecnologiche, economiche e sociali, in età rinascimentale. E’, infatti, tra il XV e il XVI secolo che si assistono a notevoli cambiamenti anche nella differenziazione fra produzione vetraria di lusso, quindi destinata agli usi di corte, e produzione vetraria di uso comune, fatto che produce di conseguenza una netta trasformazione e differenziazione nella scelta delle forme: servizi di “bottiglieria” e calici variamente resi, contrapposti al vasellame e

IX


alla suppellettile vitrea per uso quotidiano della mensa, dell’illuminazione, della spezieria per uso domestico. Tutto ciò porta a dei cambiamenti. Ciò dimostra che i secoli del Medioevo sono scanditi da tappe importanti che vanno definite e meglio puntualizzate in ambiti territoriali circoscritti quanto nazionali, nel campo dello studio ed evoluzione morfologica quanto nel luogo di manifattura di prototipi diffusi poi in altri siti. Oggi, in questa particolare occasione di convivio, nuovi dati verranno prodotti in settori di indagine diversi. Il Convegno si prospetta ricco e denso di novità nelle diversificate trattazioni comprese nella sezione relativa alle testimonianze vitree, produzioni e commerci in età basso medievale; nuovi apporti ci saranno con la sezione relativa ai poster, dai più ampi limiti cronologici; quindi un quadro aggiornato sarà fornito dai numerosi contributi relativi alla sezione Calabria che continua, con questa che possiamo definire, la terza tappa, a produrre elementi nuovi di indagine per una visione sempre più dettagliata della storia del vetro dell’estrema regione peninsulare dell’Italia. Adele Coscarella Università della Calabria

X


La datazione della vetreria dell’agorà centro-meridionale (“Agorà south-centre” glass factory) a Corinto David Whitehouse* Originally, the workshop was thought to have closed in 1147, when the Normans supposedly carried off the glassmakers to Sicily, perhaps to establish a new industry. There is, however, no evidence that the workshop closed in 1147 or that glassmakers were taken to Sicily. Moreover, glass made there has been redated to the late XIII-early XIV centuries, and is closely similar to vessels produced in Italy at this time. I suggest that the workshop at Corinth was not the inspiration for glassmaking in Italy; but that it made imitations of Italian products; indeed, perhaps the glassmakers migrated from Italy. Fin dalla sua scoperta nel 1937, la cosiddetta vetreria “dell’Agorà centromeridionale” (“South Centre” glass factory) a Corinto ha occupato un posto di primo piano negli studi sulla produzione vetraria in età medievale1. I prodotti dell’officina includono bicchieri soffiati a stampo, bicchieri con gocce o costolature verticali e bottiglie2. Oggetti simili, come oggi sappiamo, sono stati rinvenuti in tutta la penisola italiana e nelle regioni limitrofe. Per lo storico del vetro, i tre quesiti più importanti riguardo all’officina vetraria dell’Agorà centro-meridionale sono: (1) quando ebbe inizio la produzione, (2) quando essa terminò e (3), soprattutto per gli studiosi di produzione del vetro nell’Europa Occidentale, quale fu il suo rapporto con la produzione di vetro in Italia? Una risposta al primo quesito – quando cominciò la produzione? – venne fornita nel 1940 da Gladys R. Davidson, che paragonò alcuni dei prodotti ai vetri egiziani e concluse che il centro di produzione era stato impiantato da profughi Greci provenienti dall’Egitto nel 1007-1012, periodo in cui il califfo al-Hakim aveva perseguitato i suoi sudditi di fede cristiana. La Davidson concludeva anche che la produzione fosse cessata nel 1147, quando Normanni provenienti dalla Sicilia avevano razziato Tebe e Corinto, catturando artigiani tebani specializzati nella lavorazione della seta e prendendo ostaggi corinzi. Con l’eccezione di tre emissioni più antiche e di una più recente, le monete rinvenute nel sito sembravano supportare questa visione. In quel momento, la mancanza di evidenze dalla Sicilia impedì alla studiosa di dare risposta alla terza questione3.

* Il 17 febbraio 2013, con il volume in bozza, David Whitehouse inaspettatamente e prematuramente ci ha lasciati. E’ stato un grande onore averlo tra i partecipanti delle XV Giornate Nazionali di Studio AIHV. Ricordiamo con affetto lo studioso e l’amico (n.d.r.). 1 Davidson 1940. 2 Davidson 1952: 107-122. 3 Davidson 1940: 233-234.

1


La Davidson ribadì le sue idee riguardo l’avvio e il termine cronologico del centro di produzione nel 1952, affermando che esso “fiorì per tutto l’XI secolo e agli inizi del XII secolo”4. Negli anni Sessanta, ritrovamenti in Italia cominciarono a rivelare una stretta somiglianza tra i vetri medievali italiani e i prodotti realizzati a Corinto. Prendendo per buoni i dati relativi alla cronologia della produzione del vetro corinzio, sia D. B. Harden sia io stesso abbiamo supposto che la risposta alla terza domanda – quale fu il suo legame con la produzione vetraria in Italia? - potesse essere che artigiani vetrai provenienti da Corinto si fossero stabiliti in Sicilia o nell’Italia meridionale e avessero prodotto vetri per il mercato locale5. Infatti, Ljubinka Kojić e Marian Wenzel concludevano che un bicchiere a gocce, rinvenuto in una tomba a Veličani in Herzegovina insieme a una moneta coniata nel o dopo il 1356 era stato importato dalla Puglia6. Nel frattempo, A. H. S. Megaw, scavando la fortezza nota come Salanda Kolones a Paphos di Cipro, trovò una bottiglia di un tipo che la Davidson riteneva fosse realizzata a Corinto, in un contesto databile al 1222, quando il castello fu distrutto da un terremoto. Questa scoperta indusse Megaw a suggerire che l’officina vetraria di Corinto continuò ad operare “nella seconda metà del dodicesimo secolo”7. In seguito, tenendo conto dei ritrovamenti in Italia e a Paphos, la Davidson (allora signora Saul Weinberg) scrisse, “Io non più insisterei sulle datazioni precise dell’inizio e la fine della vetreria ‘dell’Agorà centro-meridionale’8. In una conferenza tenutasi nel 1989 e pubblicata nel 1991, ho rivisto l’evidenza sulla datazione del centro produttivo di Corinto e dei vetri appartenenti ai tipi prodotti a Corinto rinvenuti in recenti scavi in Italia9. I confronti italiani appartenevano quasi esclusivamente al XIII e XIV secolo. Allo stesso tempo, ho volto la mia attenzione al lavoro sull’architettura medievale a Corinto di Robert L. Scranton, che concludeva che gli edifici che ospitavano la vetreria a Corinto “continuarono ad esistere almeno fino al XIV secolo”10. Ho citato anche un passo dalla cronaca di Niceta Coniate (ca. 11401213), la nostra sola fonte di informazioni sull’attacco normanno del 1147, testualmente: “Così egli [Ruggero II] poi caricò sulle sue navi le ricchezze di Corinto e i corinzi più nobili”. Non si fa menzione di maestri vetrai, né di artigiani in genere. “Data la similarità, – concludevo – dei prodotti del workshop con i vetri di XIII e XIV secolo in Italia, dovremmo considerare seriamente la possibilità che la sua attività sia cominciata e terminata nel periodo dell’occupazione franca e che i vetrai fossero italiani”. La prova di questa affermazione sulla datazione della vetreria giunse nel 1993, quando Williams e Zervos pubblicarono il rapporto preliminare dei loro scavi a Corinto dell’anno prima. Rinvenimenti da depositi stratificati, che “si pensava rappresentassero le ceramiche e i vetri che erano in uso per almeno venticinque anni prima dell’invasione catalana del 1312,” includevano vetri dei tipi realizzati nell’officina dell’Agorà centro-meridionale. Williams concludeva che questi rinvenimenti “richiedono la rivisitazione dei prodotti della vetreria bizantina nell’Agorà centro-meridionale, poiché molto di quello che fu trovato lo scorso anno nei livelli Franchi sembra essere simile alle forme prodotte nell’officina”11. Sebbene Williams in un secondo momento abbia offerto una soluzione di compromesso all’enigma della vetreria centro-meridionale – “la conclusione che forse meglio spiega l’evidenza è che i vetrai abbiano praticato la loro arte nel quartiere bizantino del XII secolo e successivamente gli artigia-

Davidson 1952: 83, 87. Harden 1966: 70-72; Whitehouse 1966: 177-178. 6 Kojić, Wenzel 1967: 88-89. 7 Megaw 1959: 61. 8 Weinberg 1975: 133. 9 Whitehouse 1991. 10 Scranton 1957: 68. 11 Williams, Zervos 1993: 22. 4 5

2


ni franchi abbiano utilizzato la stessa area”12 – sembra estremamente probabile che i bicchieri soffiati a stampo, i bicchieri con gocce o costolature verticali e le bottiglie siano stati prodotti da immigrati italiani nel tardo XIII – inizi XIV secolo.

Ringraziamenti Ringrazio il dr. Marco Leo Imperiale per la traduzione del testo originale inglese.

BIBLIOGRAFIA* Davidson G. R. 1940, A Medieval Glass Factory at Corinth, “American Journal of Archaeology”, 44, pp. 297-324. Davidson G. R. 1952, Corinth, Results of Excavations Conducted by The American School of Classical Studies at Athens, Volume XII, The Minor Objects, Princeton, New Jersey. Harden D. B. 1966, Some Glass Fragments, Mainly of the 12th-13th Century A.D., from Northern Apulia, “Journal of Glass Studies”, 8, pp. 70-79. Kojić L., Wenzel M. 1967, Medieval Glass Found in Yugoslavia, “Journal of Glass Studies”, 9, pp. 76-93. Megaw A. H. S. 1959 , A Twelfth Century Scent Bottle from Cyprus, “Journal of Glass Studies”, 1, pp. 58-61. Scranton R. L. 1957, Medieval Architecture in the Central Area of Corinth, The American School of Classical Studies at Athens, vol. XVI, Princeton New Jersey. Weinberg G. D. 1975, A Medieval Mystery: Byzantine Glass Production, “Journal of Glass Studies”, 17, pp. 127-141. Whitehouse D. 1966, Ceramiche e vetri medioevali provenienti dal castello di Lucera, “Bollettino d’Arte” quarta serie, 45, pp. 171-178. Whitehouse D. 1991, Glassmaking at Corinth: A Reassessment, in Foy D., Sennequier G. (eds.), Ateliers de verriers de l’Antiquité à la période pré-industrielle, Actes des 4èmes Rencontres de l’Association Française pour l’Archéologie du Verre (Rouen, 24-25 novembre 1989), Rouen, pp. 73-82. Williams II C. K., Zervos O. H. 1993, Frankish Corinth 1992, “Hesperia”, 62, pp. 1-52. Williams II C. K. 2003, Frankish Corinth: An Overview, in Williams II C. K., Bookidis N. (eds.), Corinth XX: Corinth, The Centenary, 1896-1996, Atene, pp. 423-434.

*Un ringraziamento va a Kenneth L. Burns, Corning Museum of Glass, Corning (NY) per la consulenza bibliografica (n.d.r.).

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Williams 2003: 431.

3


Dietro lo specchio. Un frammento di custodia in osso dal castello superiore di Attimis Maurizio Buora Ten years are ongoing archaeological excavations in the Upper castle of Attimis (near Udine). In 2010 we found a bone fragment of a glass mirror case: it belongs to a group dated, north of the Alps, from mid-XII c. to the mid-XIII c. It belongs to the German material culture: in the same region at the time the Aquileia’s Patriarch and his nobility, of German origin, spoke in German. The glass mirror often appears in contemporary works. Beginning of the XIII c. is attested trade of glass for mirrors from Germany to Genoa, hundred year before production was switched in Murano, with the help of a German master. Da una decina di anni la Società friulana di archeologia-ONLUS organizza campagne annuali di indagine nel comune di Attimis (provincia di Udine) (fig. 1) ove sono all’attenzione due distinti siti, rispettivamente occupati da un insediamento dell’età dei Goti (prima metà del VI sec. d. C.)1 e da un castello medievale, attestato dai documenti a partire dal 1106 e abitato almeno fino al terremoto del 1511, evento che causò tra l’altro l’abbandono di numerose strutture fortificate, ormai non più utili alla difesa del territorio, nel momento in cui i proprietari si erano trasferiti nei palazzi cittadini di Udine. Le indagini di questo decennio hanno prodotto scarse tracce di vetro, per lo più ridotte a minutissimi frammenti. Abbondano invece i frammenti di ceramica grezza, comuni a tutta la numerosa serie di insediamenti fortificati del Friuli, accanto ai quali si collocano alcune classi di ceramica trecentesca, come la lionata e la maiolica arcaica cui fa seguito la graffita. Il grande numero di punte di freccia, di parti di corazza e un elmo2, oltre che l’abbondanza di scorie ferrose, attestano che il castello ebbe, almeno nella prima parte della sua storia, una funzione eminentemente militare. Alla fabbricazione/riparazione delle armi era certo addetto almeno un fabbro, la cui officina si trovava nella stanza A e scaricava liquidi (forse l’acqua che l’artigiano utilizzava nel suo lavoro?) in una vasca posta entro un muro esterno. Essa fu chiusa intorno alla metà del XIII secolo. Al suo interno si trovavano, tra l’altro, due speroni di tipo germanico e una moneta veneziana, oltre a numerosissimi frammenti di vasi in terracotta3. La maggior parte del materiale recuperato proviene dalla stanza D (fig. 2). Essa occupa uno spazio che originariamente doveva essere esterno alla parte fortificata, in quanto il piano di calpestio scende ripidamente verso nord. In una fase di risistemazione del castello – forse in seguito a un terremoto? – vi fu un allargamento della parte insediativa con la costruzione di parte di una nuova cinta più esterna. Al fine di rendere abitabile questo nuovo spazio fu progressivamente rialzato il livello con lo scarico di abbondante materiale, per lo più costituito da macerie edilizie. Tra esse figurava un’enorme quantità

1 2 3

Su questo si rimanda ai volumi Goti nell’arco alpino orientale e Goti dall’Oriente alle Alpi. In parte pubblicati da Vignola 2003. Una prima presentazione in Buora, Cassani, Fumolo, Lavarone, Sedran 2011.

5


Fig. 1

Fig. 2

di ceramica, soprattutto grezza, che negli strati più profondi presenta forme tipiche del XII e del XIII secolo e talora è stata rinvenuta in associazione con monete coeve.

Parte della custodia di uno specchio medievale Nel corso delle operazioni di manutenzione del sito e di pulizia dell’area archeologica effettuate nella campagna del 2010 è stato rinvenuto un oggetto di grande interesse. Si tratta della parte anteriore destra di una custodia in osso di uno specchio di vetro (fig. 3). Essa misura cm 4,9 di altezza x 1,2 di larghezza. La parte sinistra è molto rovinata. Lo spessore, minore al centro, non supera 2 millimetri. Il tipo è ben noto in area tedesca ed è stato studiato più volte da Ingeborg Krueger, specialmente tra il 1990 e l’anno 2000. Per quanto, a motivo della fragilità, non sia stato finora recuperato alcun oggetto intero del genere, dalla quindicina di frammenti finora noti è tuttavia possibile avere informazioni precise sulla loro forma e sulle loro dimensioni. In linea di massima le due valve raffiguravano rispettivamente una dama, per lo più con lunga treccia, come nel nostro caso, di fronte alla quale stava nell’altra valva un uomo, con lunga capigliatura e lunga veste, talora posto dietro a un ampio scudo, di varia forma e altezza. L’area di distribuzione delle attestazioni note si estende dalla zona di Amburgo alla città di Londra, a sudest tocca Vienna (con due esemplari) e a sudovest si ferma al convento di Hirsau nel Baden-Württemberg e ai dintorni di Monaco di Baviera, sulla Lech (fig. 4). Pertanto il frammento di Attimis è il solo in ambito italiano e anche il più meridionale. Per quanto ad Attimis si sia rinvenuta solo una minima parte della custodia originaria, è possibile riconoscere il tipo della dama. Diciamo che le dame della serie si assomigliano tutte, benché in alcuni dettagli esse si differenzino. Ciò è tipico di una produzione non standardizzata, che non solo modifica dimensioni e forma della custodia stessa (ad es. con lato superiore arrotondato, o merlato, come nelle cornici della successiva pittura gotica, o richiamante la parte superiore dei troni su cui siede la Madonna…), ma riprende e reinventa ogni volta un modello. Nondimeno esistono precise somiglianze. Nel nostro caso la lunga treccia, che arriva all’altezza delle gambe, è comune a due altre dame poste nella

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Fig. 3

Fig. 4

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medesima posizione, in custodie dal castello di Beaumont di Esneux, in Belgio4 e da Litomerice5, in Cechia. In comune con queste ha anche il gesto della mano sinistra protesa in avanti e le pieghe della veste, che si compone di due parti: una, che scende dal braccio, piega con elegante curva verso terra: dietro a questa vi è altra parte distinta, in tutti i pezzi, da quattro pieghe. Molto simile è anche il rendimento della capigliatura, con lunghe ciocche di diversa larghezza (esattamente come a Litomerice). Infine alquanto simile è anche il rendimento dei tratti del volto, alquanto sommario. Nel nostro pezzo vi sono dunque affinità con diverse altre teche dello stesso gruppo, provenienti con tutta evidenza dalla medesima officina. Sulla base degli esemplari rinvenuti a nord delle Alpi è possibile una datazione compresa tra la metà del XII e la metà del XIII secolo. Essa si basa su considerazioni relative alla moda, come le ampie maniche cascanti e la lunga treccia delle dame o la forma del lungo scudo, e su valutazioni di carattere stilistico. Tolgono ogni dubbio rinvenimenti ben datati, come quello dell’antica fortezza di Warberg in Bassa Sassonia, distrutta nel 1199 e non più ricostruita6. Sulla base dei risultati degli scavi, in special modo degli ultimi anni, è possibile affermare che il castello di Attimis ebbe un forte rinnovamento alla metá del XII secolo. Nel 1151 il marchese Vodalrico di Attems, rientrato dal marchesato di Toscana, riprese possesso dei beni della moglie, che erano stati lasciati ai vassalli7. Probabilmente allora furono intrapresi lavori edilizi e fu inserita all’interno della struttura fortificata una zona ove lavorava un fabbro per la fabbricazione o riparazione anche di armi. In base ai dati oggi noti, si presume che verso la metá del XIII secolo vi sia stata una nuova radicale ristrutturazione di tutta l’area, che sigilló alcune strutture, come la vasca di scarico precedentemente in funzione per l’officina del fabbro. Tra il materiale allora obliterato vi fu anche un pregiato sigillo (annesso a un documento perduto) dell’imperatore bizantino Alessio Comneno I8. Tra il materiale compreso nella vasca chiusa verso la metá del XIII secolo vi sono anche i due speroni di un tipo diffuso specialmente in area tedesca, ma non ignoto in Slovenia9. Ció dimostra la notevole diffusione presso i reparti militari del Friuli, – in special modo di questa parte del patriarcato di Aquileia che fino al 1250 si appoggió fortemente su famiglie nobili e personaggi di origine tedesca – della cultura materiale di origine tedesca. Confermano questa temperie culturale anche i toponimi di indubbia origine tedesca medievale e le notizie secondo le quali alla corte di Wolfger (detto anche Folchero) von Erla a Passau sarebbe stata composta, prima del 1204, la seconda parte del Poema dei Nibelunghi, prima che lo stesso Wolfger divenisse patriarca di Aquileia e quindi spostasse la sua sede (e corte) a Cividale10.

Gli specchi nella letteratura medievale La stessa Krueger ha più volte ampiamente indagato sia i riferimenti letterari sugli specchi nel medioevo sia le attestazioni di una loro produzione. Non necessariamente gli specchi dovevano essere di vetro, dato che sono noti specchi metallici fin dall’antichità. Peraltro le fonti spesso insistono Riprodotte in Krueger 1990: 269, fig. 12 a-b e Krueger 1995: 213, fig. 4, a-b. Sulle circostanze del rinvenimento, in tre occasioni, dei frammenti, si veda Krueger 1995: 201-210. Più relazioni sugli scavi condotti nell’area, a partire dal 1969, sono state presentate ai congressi della Federazione archeologica del Belgio: es. Eubelen 1994. I resti attualmente visibili sono datati al XII-XIII secolo (cfr. “Revue du Nord”, 60, 1978: 906). Dai documenti storici si sa che negli anni Quaranta del XII secolo passò dal possesso della famiglia de Duras a quella di Walcourt (Le patrimoine monumental 265): forse in quell’occasione furono intrapresi lavori di ripristino e ammodernamento. Nel 1154 risulta in possesso del vescovo Enrico II de Leez (Kupper 1981: 430). Un documento del 1177 lo indica come diruto. 5 Krueger 1995: 211, fig. 3, a-b. 6 Krueger 1990; Krueger 1993; Krueger 1995; Krueger 2000. 7 Su di lui e le vicende del periodo si rimanda a Venuti 1996. 8 Buora, Nesbitt 2011. 9 Nabergoj 2009: 340, n. 100, lettere e e f (dal fiume Ljublianica). 10 The Nibelungen Tradition, 138. 4

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sugli specchi vitrei: il vetro è materiale molto fragile e dato che si parla di specchi molto piccoli non è escluso che eventuali frammenti non siano stati riconosciuti o siano stati trascurati. L’autore di un commentario all’apocalisse scrive Per vitrum ergo, ex quo specula fiunt, non incongrue moralis intelligentia accipit; quia sicut homo quidquid turpe in facie gerit, in speculo deprehendere potest11. L’autore – un tempo creduto sant’Ambrogio di Milano - viene oggi comunemente identificato con il monaco benedettino Berengaudus che avrebbe composto quest’opera intorno all’860 nell’abbazia di Ferrières-en-Gâtinais, presso Parigi. Essa sarebbe poi stata ricopiata più e più volte a partire dall’XI secolo: non è escluso, riteniamo, che qualche “ammodernamento” possa essersi inserito nell’opera stessa. Le attestazioni sugli specchi si infittiscono poi fino a toccare il massimo nel XIII secolo. Anche sant’Antonio da Padova (1195-1231) in una sua predica ricorda che speculum nihil aliud est quam subtilissimum vitrum12. Nel romanzo di Tristano di Gottfried von Strassburg scritto, pare, intorno al 1210, si cita più volte lo specchio in vetro. Ad es. al v. 11004 si ricordano “zwei Spiegelglas”, mentre lo specchio citato al v. 6613 sembra riflettere l’immagine dello scudo lucidato e dipinto d’argento di Tristano. Infine i due amanti conservano l’uno per l’altro un amore così puro che il suo splendore pare confrontabile con quello di uno specchio di vetro piuttosto che con quello di uno specchio di metallo (v. 11726)13. Nei trattati di mistica, specialmente medievale, lo specchio è spesso allusione alla visio Dei14. Il termine speculum designa uno specifico genere letterario, che considera episodi della sacra scittura e specifici concetti cristiani. È appena il caso di ricordare, per la seconda metà del Duecento, lo Speculum Astronomiae di Alberto Magno. Per quanto riguarda l’Italia nordorientale piace citare un autore del Friuli meridionale, Tommasino da Cerclaria, ovvero originario presumibilmente di una località oggi posta tra Cervignano del Friuli e Strassoldo, non lontano dalla strada che da Aquileia volgeva verso Udine15. Egli nato in Friuli – come dice espressamente – scrisse un’opera in alto tedesco medio, che non era la sua madrelingua e di cui si scusa. L’autore, che si indirizza a un pubblico di lingua e cultura tedesche, è stato considerato “il primo grande scrittore didattico europeo che abbraccia la vita laica nella sua totalità”16. L’opera fu composta in otto mesi tra 1215 e 1216: tra le infinite sentenze moraleggianti contenute nei quindicimila versi che la compongono, non manca il riferimento allo specchio. Il verso 1763 riporta Swer sich besiht in spiegelglase, Den dunket krump sin selbes nase ovvero wer sich im Spiegel anschaut, den dünkt seine Nase krumm (“ a chi si guarda in uno specchio di vetro il proprio naso sembra storto”) con chiara allusione alla distorsione dell’immagine che si verifica in uno specchio convesso di piccole dimensioni17. Nello stesso periodo è attivo, forse anche nel medesimo territorio, Walther von der Vogelweide. Egli menziona (122, 24) la sentenza di un antico saggio (che è poi Catone), secondo la quale per durevolezza il sogno e lo specchio di vetro possono essere paragonati al vento18. Vi furono certo rapporti tra Tommasino da Cerclaria e Walther von der Vogelweide: lo confermerebbe tra l’altro la risposta di Tommasino alla critica di Walther rivolta al papa 19. Questi rapporti paiono dipendere dalla loro vicinanza a Wolfger (in italiano Folchero) di Erla, dal 1204 patriarca di Aquileia 20. La metafora delExpositio super septem visiones libri Apocalypsis, in Migne, Patrologia Latina, 17, Parisiis, 1845, 765-970, part. 801, citato da Krueger 1990: 235. Su di lui e sul suo testo, che fu ricopiato tra XI e XII secolo, si veda Visser 1996: specialmente 12-18. 12 Citato da Krueger 1990: 238. 13 Okken 1996: 338. 14 Le citazioni sarebbero infinite e non si limiterebbero solo alla trattatistica religiosa, a partire da San Paolo (I Cor., 13, 12: per speculum et in aenigmate) per arrivare almeno fino a Bergman (Come in uno specchio del 1961). 15 Marcato 1990: 30. 16 Così D. Rocher, citato da Schulze-Belli 2006: 827. 17 Singer 2001: 46. 18 Singer 2001: 416. 19 Schulze-Belli 2006a: 833. 20 Schulze-Belli 2006b. 11

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lo specchio compare poi più volte nell’opera di Boncompagno da Signa, che fu forse in contatto con Tommasino 21. Proprio Boncompagno da Signa compone nel 1205 un libro intitolato Amicitia, in cui esiste anche un capitolo che si chiama De amico vitreo, in cui egli illustra le specificità del vetro22.

Gli specchi nelle fonti documentarie e archeologiche Il documento più antico, e più noto, sulla produzione e il commercio degli specchi di vetro è il contratto del 24 luglio 1215. La parte più interessante riporta Ego Arnulfus de Basle promitto tibi Henrico Medico deferre tibi in Janua cent(enaria) IIII boni vitri et pulchri de meliori et pulcriori, quam invenire potero in Alamania, ad faciendum speculos et de meliori fornace. Il tutto al prezzo di lib. III denariorum januirorum pro singulo cent(enario) mihi dare debes. Dunque all’inizio del XIII secolo è attestato un commercio di vetri per specchi dalla Germania a Genova. Ma da quale regione della Germania? La Krueger suppone dalla Germania meridionale o dalla Svizzera. O forse dalla Lorena, dove per il tempo non vi è alcuna attestazione, ma nella quale successivamente è ben attestata la produzione di specchi vitrei. Va anche detto che nel XIII secolo a Basel al posto della attuale Augustinerstrasse esisteva un vicus speculorum23. Un altro contratto, di un secolo posteriore, ci documenta l’avvio della produzione di specchi a Venezia. Nel 1317 tre Veneziani si unirono con un quodam magistro de Alemania qui vitrum a speculis laborare sciebat24. Poi la società non ebbe seguito, ma da questo ricaviamo che fino a quel momento i Veneziani non avevano idea della produzione di specchi e del processo tecnologico necessario. Dal periodo gotico sono ben note artistiche custodie in avorio e in osso di specchi con raffigurazioni allusive alle fatiche di amore o all’espugnazione del castello di amore etc. Il frammento della nostra custodia di specchio, rinvenuto in un castello con specifica vocazione militare, riflette il rapporto tra cavaliere e dama come veniva cantato dalla poesia contemporanea, specialmente di area tedesca. Esso dimostra come oggetti di una certa raffinatezza potessero trovarsi anche in luoghi che oggi tendiamo a considerare periferici e che nell’ottica di quel tempo – per ragioni di carattere politico, strategico e commerciale – potevano avere un diverso valore. Attesta ancora una volta la diffusione della cultura materiale dell’area tedesca in una zona che solo dalla metà del Duecento sarà pienamente inserita in una circolazione per così dire “italiana”. Allora la netta connotazione guelfa dei patriarchi di Aquileia e la conseguente progressiva sostituzione dei vassalli di origine germanica con altri di origine peninsulare (laziale, con Gregorio di Montelongo a partire dal 1250) dovette ispirare notevoli mutamenti nell’orientamento culturale, nella moda e nel commercio con un progressivo cambiamento della cultura materiale. La presenza del nostro specchio, che forse poté essere un dono oppure un ricordo portato a una dama da qualcuno, ci fa riflettere su un periodo in cui la produzione e il monopolio dei vetri non era saldamente in mano ai Veneziani.

Schulze-Belli 2006a: 828. Krueger 1990: 238. 23 Krueger 1990: 240-241. Peraltro una Spiegelgasse si trova anche a Zurigo e altra a Vienna. 24 Cfr. Zecchin 1987: 23 segg. 21 22

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La produzione di tessere musive vitree a Milano tra IV e VI secolo? Un’indagine archeologico archeometrica1 Elisabetta Neri2, Marco Verità3 The paper aims to test the hypothesis – known in literature – of the existence of a workshop producing glass tesserae in Milan. The topic is addressed by means of an interdisciplinary approach, but with a fundamental role played by archaeometric analyses performed on the sites of San Lorenzo (late 4th-early 5th c.) and San Giovanni alle Fonti (late 5th-early 6th c.). The analyses show how the supply of raw materials and the colouring and opacifying techniques change between the late 4th and the early 6th century. The tesserae from San Lorenzo appear to have been imported, while most of those from San Giovanni – opacified with a tin-based procedure, not recorded so far in any other analysed mosaic glass from Italy – could perhaps have been produced locally.

1. Introduzione Il tema della produzione delle tessere musive vitree, sebbene finora poco considerato, non va trascurato nel panorama della ricostruzione dei commerci e, più in generale, del ciclo produttivo dei manufatti vitrei, soprattutto nei secoli IV-VI, quando anche in ambito occidentale i mosaici parietali utilizzano consistenti quantità di tessere vitree4. Le tessere vitree vengono ricavate a partire dal taglio di piastre (pizze) formate colando su un piano il vetro colorato e opacizzato. Un’operazione che non richiede una particolare capacità tecnica nella formatura del prodotto semi-finito, ma che presuppone una grande abilità per ottenere un’ampia varietà di colori con differenti sfumature. Solo il dosaggio attento di coloranti, l’aggiunta di pigmenti di sintesi bianchi, gialli o di altra natura e il controllo della fusione e dell’atmosfera del forno permette di ottenere un’ampia gamma cromatica. Complessa è anche la produzione delle piastre a foglia d’oro, in cui la sottile lamina metallica (spessore inferiore al micrometro) è sigillata a caldo tra un vetro soffiato di spessore inferiore al millimetro – la cartellina e un vetro colato più spesso – il supporto5. Questo testo divulga parte dei risultati dell’omonima ricerca, insignita del premio “Claudia Maccabruni”. Ci piace pensare che la studiosa, incuriosita, avrebbe percepito questo studio in continuità con i suoi interessi, con le sue passioni. Il progetto è nato nell’ambito del dottorato di ricerca di Elisabetta Neri (tutor prof.ssa Silvia Lusuardi Siena); Marco Verità ha svolto interamente la parte analitica; la discussione dei risultati è condivisa dai due autori. 2 Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano / Labex RESMED, UMR 8167, Université Paris-Sorbonne. 3 LAMA (Laboratorio di Analisi dei Materiali Antichi), Sistema dei Laboratori, Università IUAV di Venezia. 4 L’incidenza economica di questa produzione è stata di recente sottolineata con stime quantitative per l’ambito bizantino in: James 2006: 44-47; Culter 2002. 5 Vari procedimenti sono possibili per la saldatura dei tre strati; tuttavia è in corso da parte degli autori uno studio comparato dei bordi di piastra e dei ricettari, accompagnato da un’accurata analisi archeometrica dei vetri di supporto e delle cartelline che consente di proporre ipotesi interpretative sul processo impiegato (Neri, Verità 2012; Conventi, Neri, Verità 2012). 1

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La realizzazione delle piastre è da relazionare al sistema produttivo dei manufatti vitrei, per cui com’è noto il modello di riferimento proposto dagli studi più recenti prevede che almeno dal I sec. d.C. e fino all’VIII-IX sec. d.C. la lavorazione avvenisse in due strutture distinte. In pochi grandi forni a bacino, per ora individuati in Egitto e in Palestina, si produceva il vetro grezzo trasparente6 che veniva trasportato nei centri secondari, dove veniva decolorato, colorato e opacizzato per ottenere stoviglie, piastre musive, sectilia, lastre per finestre oppure oggetti ornamentali7. Per quanto riguarda gli atelier secondari per la produzione vitrea per mosaico di epoca tardoantica e altomedievale, lo stato degli studi non permette di definire un quadro organico. I pochi siti noti in letteratura, peraltro spesso individuati sulla base di indicatori aleatori, non consentono di comprendere se la produzione del vetro soffiato e quella del vetro musivo potevano essere compresenti, oppure se un numero ristretto di fabbriche altamente specializzate producessero il vetro da mosaico. Se per alcune vetrerie, come quella altomedievale di Torcello, oggi – contrariamente a quanto si riteneva8– si può escludere la produzione musiva9, in altre, come quelle delle ville tardoantiche svizzere di Avenches, Augst e Orbe, gli scarti sembrano indicare la realizzazione contestuale di vetro soffiato e di vetro da mosaico10. Peraltro non si sa se in un solo sito venisse prodotta l’intera gamma di colori o se ci fossero centri specializzati nella realizzazione di alcuni colori. Per il vetro a foglia d’oro, come per quelli rosso opaco e rosa si è, infatti, supposta l’esistenza di centri specializzati, dato l’impiego di tecniche particolarmente sofisticate. Nonostante gli studi finora effettuati non permettano di definire un quadro di riferimento per il loro ciclo produttivo, le tessere musive sono dei manufatti potenzialmente privilegiati per lo studio della tecnologia vetraria proprio per la presenza, oltre a sabbie e fondenti, di decoloranti, coloranti, pigmenti, opacizzanti e foglia metallica. In questo senso risulta fondamentale l’apporto delle analisi archeometriche11 in grado di caratterizzare, in un panorama in via di definizione, non solo le materie prime impiegate, ma quali varianti nel loro uso siano dovute a ragioni cronologiche piuttosto che geografico-culturali. Se per i fondenti è noto che il natron in età altomedievale viene progressivamente sostituito da ceneri vegetali sodiche o potassiche a seconda degli ambienti di produzione, meno chiari sono i fenomeni che determinano le variazioni degli altri additivi. Se in passato è stato ipotizzato un passaggio alla fine dell’impero romano per i decoloranti dall’antimonio al manganese12 e nel tardo medioevo per gli opacizzanti dall’antimonio allo stagno13, le più recenti analisi portano a riconoscere un panorama molto più complesso in cui in età tardoantica e altomedievale vengono da un lato mantenute le tradizioni tecniche romane e dall’altro rinnovate, forse in base all’interazione con altri saperi tecnici e ad una mutata disponibilità delle risorse14, dettata dal mutato assetto geopolitico.

Questo modello interpretativo è stato formulato in seguito alle scoperte archeologiche attuate da un gruppo di lavoro israelo-palestinese e inglese dei grandi forni a bacino palestinesi (Brill 1988; Freestone, Gorin Rosen, Huges 2000), localizzati in prossimità delle sabbie del fiume Belus. Un’équipe di lavoro francese ha impostato una ricerca analoga in prossimità delle sorgenti di natron in Egitto, i cui dati sono sintetizzati in La route du verre 2000 e in particolare in Nenna, Picon, Vichy 2000 con aggiornamenti in Nenna 2007. 7 Un censimento delle fornaci secondarie note da scavi archeologici in ambito europeo è contenuta in Sternini 1995. L’analisi del problema della visibilità archeologica dei centri di produzione per il vetro musivo è affrontata in Neri 2012a. 8 Leciejewicz, Tabaczynska, Tabaczynski 1977. 9 Verità, Renier, Zecchin 2002: 261 ss. e Verità, Zecchin 2005. 10 Amrein 2007, Amrein 2001. 11 Sul ruolo delle analisi archeometriche in relazione alla definizione delle proprietà chimiche del vetro e per una sintesi aggiornata sui metodi di indagine cfr.: Verità 1996; Verità 2000; Verità 2000A; Gratuze 1994; Gratuze 2005: 158-160. 12 Sayre 1963. 13 Verità 2000. 14 Tite 2008; Verità 2009; Verità, Neri c.s.; Neri, Lusuardi Siena, Verità 2011; Mirti, Davit, Gulmini 2002. 6

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Per Milano, capitale tardoantica in cui dovevano essere presenti numerosi edifici a mosaico, esistono solo studi non sistematici con approccio storico-artistico; nessuna domanda specifica è stata finora formulata circa le problematiche produttive e le loro implicazioni15. L’ipotesi della presenza di un’officina che produce a Milano vetro colorato per le tessere dal IV al XII secolo è già stata cautamente avanzata da M. Mendera16, come anche è stato riconosciuto un gruppo di maestranze che mette in opera le tessere attivo nello stesso arco cronologico. Si tratta tuttavia di ipotesi, seppur ragionevoli, non provate dal punto di vista archeologico, né precisate in ambito storico-artistico; questo ha condotto a conclusioni divergenti sull’origine e la datazione in seno a cui sarebbero nate manifatture e competenze. Il Bertelli e il Nordhagen hanno ad esempio supposto che tra IV e V sec. si fosse formata una bottega milanese per la messa in opera del mosaico: l’uno supponendo un origine locale delle maestranze17, l’altro una provenienza orientale18. A fronte di una situazione bibliografica in cui le cronologie dei cicli musivi sono fluttuanti e la natura delle maestranze problematica, ci sembra di dover riesaminare il problema prendendo in considerazione fonti diversificate. Pertanto oltre ai cicli musivi in situ, vengono esaminati soprattutto i lacerti di decorazione musiva e settile, le tessere sciolte e i sectilia, gli scarti di produzione rinvenuti durante scavi archeologici19, le fonti che citano direttamente o indirettamente le decorazioni parietali a mosaico20. Fanno eccezione le analisi condotte durante il restauro sulle tessere appartenenti al catino absidale di S. Ambrogio, le uniche edite (Fiori et al. 1999). 16 Mendera 2000: 121. 17 Bertelli 1986: 333-349; Bertelli 1997: 1-28. Per lo studioso l’imperizia emerge dalla difficoltà di gestire lo spazio, dalla rappresentazione di figure classiche scorciate, dall’uso dell’espediente delle vesti bagnate per rendere il movimento e dalla presenza di linee rosse che demarcano le figure. Lo studioso deduce che il mosaico è “un’imitazione ingenua di un modello teodosiano”. 18 Nordhagen 1988: 162-177. Per l’autore la rappresentazione sarebbe stata realizzata da maestranze orientali perché ha sfondo aureo e rappresentazioni dei volti tipica dei modelli orientali preiconocolasti. 19 Oltre ai noti cicli parzialmente conservati in situ (i due catini absidali di San Aquilino, la cupola di san Vittore in ciel d’oro (Kosinka 1992: 157-160), il catino absidale di sant’Ambrogio (Il mosaico di Sant’Ambrogio 1997) e alla famosa lastra con agnello e tarsie vitree proveniente da Sant’Ambrogio di datazione incerta (Lusuardi Siena 1990)– di cui sono consultabili le relazioni di restauro-, diversi sono i contesti archeologici da cui provengono tessere o sectilia sciolti e lacerti musivi parietali. Nel battistero di San Giovanni alle Fonti sono state messe in luce dagli scavi ottocenteschi – in parte esposti al museo archeologico e già pubblicati in Lusuardi Siena 1997: 131-132 e 173) e da quelli degli anni sessanta (Ariis et al., c.s.) lacerti musivi, tessere sciolte e sectilia in pasta vitrea. Anche a San Lorenzo gli scavi dell’inizio del Novecento hanno riportato alla luce numerosi materiali appartenenti alla decorazione parietale in pasta vitrea: tarsie (Lusuardi Siena 1990: 133-134), tessere sciolte, lacerti musivi, scarti di taglio e di produzione. A Sant’Ambrogio oltre ai noti lacerti conservati alla Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia e alle Civiche Raccolte del Castello Sforzesco di Milano (Bertelli 1987), sono state in occasione del restauro campionate alcune tessere ancora oggi esaminabili ed effettuate delle analisi archeometriche (Fiori et al. 1999). Ci sono inoltre segnalazioni dei rinvenimenti di tessere negli scavi delle Terme Erculee, del mausoleo imperiale e del palazzo imperiale (David 1994: 115-121) e di uno scarto di produzione (pane di vetro giallo) rinvenuto presso il monastero maggiore – i materiali sono indicati anche negli inventari della Soprintendenza; si auspica di averne presto accesso-. 20 Il retore, poeta e in seguito vescovo di Pavia Ennodio fu testimone del rinnovamento laurenziano di Milano, registrando anche la committenza di opere musive: vide il sacello di S. Sisto presso S. Lorenzo e dettò lui stesso il titulus da apporre ai mosaici, che con un’immagine felice chiamò lumina vitae (I mosaici di S. Sisto sono documentati nel XVII sec. Il Bascapè nel 1569 e il Puricelli nel 1653 riferirono rispettivamente che la cappella di S. Ippolito era lavorata a mosaico e laborata ad musaycam, cfr. David 1994: 115, nota 4). La basilica di San Nazaro, forse già dotata di un mosaico absidale agli inizi del V sec., ospitava alla fine del V-VI sec. una serie di ritratti dei vescovi di Milano sulle pareti, accompagnati da distici scritti da Ennodio (Neri 2012). E ancora il retore celebrò i marmora, picturas tabulas del sublime lacunar del battistero di S. Giovanni, ricordò inoltre gli interventi decorativi (forse a mosaico) in S. Calimero e nella Basilica Apostolorum (Lusuardi Siena 1992: 199-242). Michelangelo Cagiano d’Azevedo ha supposto l’esistenza di mosaici realizzati su committenza laurenziana anche in S. Ambrogio (Cagiano d’Azevedo 1963: 55-76). Il Versus de Mediolano civitate (VIII sec.) e le Gesta archepiscoporum mediolanensium, probabilmente volute dall’arcivescovo Arnolfo (XI sec.), fonti anteriori o contemporanee al crollo di XI sec. dell’edificio, ci assicurano della 15

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I contesti interessati sono soprattutto gli edifici pubblici di committenza imperiale (il palazzo, le terme, il mausoleo) e gli edifici di culto tra cui soprattutto San Lorenzo, le chiese e il battistero del complesso episcopale e Sant’Ambrogio (fig. 1). In questa sede si rendono noti i risultati delle indagini archeometriche che hanno interessato i contesti di San Lorenzo e di San Giovanni alle Fonti, battistero del complesso episcopale. I materiali originariamente in opera nella volta della basilica di San Lorenzo sono verosimilmente riferibili alla decorazione parietale originaria –attribuibile alla fine del IV sec.-inizi V sec., ricordata dal Versus de mediolano civitate nell’VIII sec. Le stesse tessere devono probabilmente essere state rimesse in opera nella volta ricostruita in seguito al crollo di fine X sec., come deducibile anche dalle Gesta archepiscoporum mediolanensium21. I reperti di San Giovanni alle Fonti, rivenuti negli strati generatisi in seguito alla distruzione volontaria dell’edificio nel 1394, sono verosimilmente da attribuire alla decorazione di fine V- inizi VI secolo, celebrata da Ennodio22, con possibili rifacimenti posteriori. Scopo dello studio è quello di determinare la tecnica di realizzazione delle tessere (il tipo di vetro, di opacizzanti e di coloranti impiegati) e di individuare attraverso il confronto con le analisi note possibili peculiarità del supposto atelier milanese, in modo da cogliere elementi di continuità e di trasformazione rispetto alla tradizione vetraria romana.

2. Tecniche di analisi Il grave stato di degrado della maggior parte delle tessere ha richiesto leggere abrasioni e una preliminare osservazione al microscopio ottico per individuarne il reale aspetto e la gradazione cromatica. Si è cercato di campionate tutti i colori e le tipologie (foglia d’oro, opache, traslucide). Dalle tessere musive sono stati staccati mediante taglio a secco dei frammenti che sono stati inglobati in resina acriricchezza decorativa di S. Lorenzo auro tecta. Secondo le testimonianze del Bossi la basilica di S. Tecla doveva avere una decorazione a mosaico, la cui cronologia è indefinibile, se non come post fine V sec. – data di costruzione dell’abside – e ante XV sec. – data della demolizione dell’edificio –, ma più probabilmente precedente al cantiere di epoca romanica, e quindi o di V-VI secolo o carolingia (Bossi 1808). 21 I materiali conservati nei matronei di san Lorenzo e pertinenti al complesso sono stati messi in luce durante i lavori di scavo e di restauro compiuti nella zona negli anni 1936-1940 (Chierici, Calderini, Cecchelli 1951) non condotti con intenti scientifici, ma per ‘risanare’ il monumento liberandolo definitivamente dagli edifici ad esso addossato. Gli scavi hanno interessato l’interno di San Lorenzo, ‘ambulacri compresi’, lo spazio antistante la facciata della basilica e sono stati svolti anche alcuni sondaggi in piazza Vetra (cfr. Museo della basilica di San Lorenzo di Milano. Catalogo degli oggetti secondo il loro collocamento 1943). Per i materiali di interesse non si conosce il punto di prelievo. L’analisi comparata dei reperti con la lettura stratigrafica degli elevati (Fieni 2004) e le fonti documentarie che menzionano il mosaico permettono di riconoscere che la chiesa doveva avere un rivestimento musivo in età tardoantica e che in seguito al crollo della volta in età ottoniana questo venne restaurato. La basilica di S. Lorenzo, secondo recenti studi fondati su base archeometrica (Fieni 2004), sarebbe da attribuire al primo decennio del V sec. Per una discussione più ampia sui mosaici e il loro contesto si veda Neri 2012a. 22 Per le considerazioni circa il contesto di rinvenimento degli apparti decorativi della fase laurenziana e per una lettura complessiva di questi si rimanda alle considerazioni formulate in Lusuardi Siena, Sacchi 2004. La lettura dei giornali di scavo ha permesso di individuare in maniera approssimativa i punti di rinvenimento delle tessere e dei lacerti musivi e di constatare che tutti i reperti sono stati ritrovati sul pavimento della fase di VI secolo, insieme ad altri materiali dell’apparato decorativo quali stucchi, marmi, intonaci, in strati generatasi in seguito alla volontaria demolizione del battistero avvenuta nel 1394 per lasciar spazio all’avanza della facciata del duomo visconteo, dopo uno spoglio sistematico dell’apparato decorativo e degli elementi architettonici, decretato dal 1355. I mosaici sono probabilmente stati in opera fino al momento della demolizione, anche se forse in parte integrati da intonaci o dalle loro stesse pitture prepartorie. Il carmen II, 56 di Ennodio, scritto per celebrare l’intervento del vescovo Lorenzo nel battistero, ricorda però la realizzazione di un sontuoso apparato decorativo (marmora picturas tabulas sublime lacuna/ ipse dedit templo) a cui sono generalmente associati i mosaici. La datazione al VI secolo dall’apparato musivo sembra anche confermata dalle analisi archeometriche: alcune tessere sono realizzate a partire da un vetro primario diffuso tra fine V e VII secolo (Ariis et al., c.s.).

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17

Fig. 1. Carta distributiva delle attestazioni materiali e documentarie delle decorazioni musive a Milano in etĂ tardoantica e altomedievale.


lica in stampi cilindrici in teflon di 2.5 cm di diametro, nei quali era possibile collocare più campioni. I dischi così ottenuti sono stati abrasi con carte di carburo di silicio a grana via via più fine e lucidati con pasta diamantata da 3 mm di diametro. Dopo osservazione delle sezioni lucide al microscopio ottico in luce riflessa, i campioni sono stati metallizzati sottovuoto per essere analizzati mediante microscopia elettronica a scansione SEM e microanalisi a raggi X. I reperti sono stati osservati al SEM (microscopio elettronico Philips XL30) in elettroni retrodiffusi, modalità che consente di distinguere aree a diversa composizione chimica attraverso diverse tonalità di grigio dell’immagine. Le osservazioni servono ad individuare le fasi presenti (vetrosa e cristalline) e zone di vetro non alterato (di una tonalità più chiara rispetto al vetro alterato) nelle quali effettuare le analisi. La composizione chimica quantitativa viene determinata mediante microanalisi a raggi X a dispersione di energia EDAX utilizzando un fascio elettronico regolato a 20 kV scansionato durante l’analisi su una superficie più ampia possibile (analisi media), escludendo comunque zone alterate. I tempi di conteggio variano tra 100 e 300 secondi. I conteggi netti (conteggi sul picco meno conteggi sui fondi) vengono corretti per l’effetto matrice mediante un programma ZAF fornito dalla FEI. Nelle condizioni analitiche utilizzate la minima quantità rilevabile è pari a circa lo 0.1% in peso per la maggior parte degli ossidi analizzati. Nelle stesse condizioni sono stati analizzati vetri di riferimento a composizione nota; i coefficienti ottenuti per ciascun elemento dal rapporto tra concentrazione misurata e concentrazione esatta sono stati usati per correggere ulteriormente le analisi dei campioni incogniti.

3. Risultati Nelle tabelle 1 e 2 vengono riportate le composizioni di alcune delle tessere analizzate, i cui risultati analitici sono significativi in relazione allo scopo prefisso. Una discussione approfondita sarà effettuata in altra sede23. I risultati sono di seguito discussi distinguendo il vetro di base (vetro trasparente incolore) e le tecniche di colorazione e opacizzazione. Tab. 1: Composizione chimica espressa in percentuale in peso degli ossidi delle tessere vitree del Battistero di San Giovanni alle Fonti (V-VI sec.); OP =opaca, TR=translucida, TRA=trasparente SiO2 Al2O3 Na2O SG.Bl.op3 SG.Bl.b1 SG.Bl.b2 SG.A1 SG.Ve1 SG.Ve2 SG.Ve3 SG.Ve4 SG.Ve5 SG.Ve6 SG.A2 SG.E1 SG.Ve.Gi1 SG.F3 SG.F4 SG.VE.1a SG.B4 SG.Gi1-a SG.Ar.d SG.C2 SG.Vi.b SG.Bi1 SG.Au.as SG.Au.1s

blu blu blu blu verde anice verde anice verde anice verde anice verde anice verde smeraldo verde chiaro verde giallo verde giallo verde giallo verde giallo verde giallo giallo giallo arancione rosso vinaccia bianco oro giallo-verde oro incolore

OP TR TR TRA OP OP OP OP OP OP TR OP OP TR TR TR TR OP OP OP TR OP TRA TRA

66.6 67.6 67.0 66.8 64.0 66.5 66.5 66.0 65.5 60.4 65.6 62.3 62.4 65.0 64.5 62.5 64.4 63.4 41.2 55.8 66.3 65.3 65.8 69.0

2.18 2.40 2.50 1.88 2.40 2.35 2.35 2.40 2.25 2.50 2.30 2.27 2.60 2.20 2.30 2.15 2.25 1.50 2.70 3.40 2.25 2.30 2.55 2.15

14.2 17.5 17.0 20.7 18.0 18.0 18.2 18.2 18.3 15.5 19.6 18.2 18.8 19.0 19.2 20.0 20.0 16.8 10.8 13.3 19.8 16.9 19.3 19.0

K 2O 0.50 0.52 0.63 0.30 0.52 0.52 0.52 0.60 0.45 0.69 0.56 0.48 0.36 0.48 0.53 0.25 0.50 0.31 1.35 1.21 0.46 0.45 0.38 0.64

CaO MgO 6.90 6.65 6.90 5.70 7.00 6.20 6.30 7.00 6.00 6.80 6.25 5.90 6.30 6.70 6.70 6.60 5.60 5.05 4.95 6.45 6.40 6.40 5.90 4.90

0.51 0.85 0.90 0.80 1.00 0.88 0.87 0.90 0.90 0.80 0.92 1.05 1.25 0.80 0.85 1.15 0.80 0.38 1.25 1.80 0.93 0.90 1.15 0.60

SO3

P 2O 5

Cl

0.40 0.26 0.13 0.25 0.27 0.30 0.28 0.25 0.25 0.23 0.28 0.25 0.27 0.20 0.24 0.22 0.43 0.18 0.25 0.20 0.28 0.24 0.25 0.30

0.17 0.07 0.07 0.02 0.06 0.09 0.08 0.08 0.05 0.15 0.08 0.07 0.07 0.10 0.08 0.05 0.06 0.03 0.45 0.50 0.06 0.08 0.08 0.12

0.55 0.85 0.78 1.40 0.75 0.80 0.78 0.85 0.90 0.75 1.05 1.00 0.65 1.00 0.90 1.00 1.20 0.80 0.55 0.70 0.83 0.70 0.80 0.70

TiO2 Fe2O3 MnO Sb2O3 0.05 0.18 0.20 0.07 0.28 0.16 0.15 0.15 0.22 0.09 0.14 0.21 0.55 0.13 0.13 0.13 0.23 0.05 0.35 0.54 0.20 0.30 0.50 0.10

1.45 1.10 1.45 1.40 1.10 0.80 0.82 0.90 0.85 0.94 0.85 1.10 1.75 0.90 0.80 1.30 1.20 0.35 2.20 3.40 0.75 1.15 1.25 0.60

0.95 0.85 1.40 0.08 1.55 0.90 0.90 0.85 1.00 0.53 0.88 1.10 1.95 0.30 0.40 0.10 0.45 0.03 0.65 0.38 1.60 1.70 1.90 0.42

3.70 0.70 0.25

1.15 1.10 0.45 0.43 0.55 0.55 0.25

CuO 0.34 0.15 0.20 0.18 0.05 0.38 0.35 0.67 0.70 2.00 0.70 0.45 1.10 1.10 2.10 0.40

0.09

4.40 1.60

PbO SnO2 1.15 0.18 0.37 0.40 1.05 0.40 0.40 0.55 0.57 7.00 0.13 4.70 2.80 1.80 1.90 1.00 2.20 9.30 27.0 8.00

0.08 2.00 0.40 0.40 0.10 1.50 1.00 0.05 0.65 0.15 0.20 0.25 1.00 0.30 1.70 1.15 1.10

CoO As2O3 0.25 0.05 0.06 0.04

ZnO

0.05 0.08 0.07 0.04 0.03 0.04 0.05 0.04 0.03

0.04 0.10 0.12 0.08 0.09 0.20

0.40

0.45 1.60

0.05 1.10 1.20

2.50

0.20

Per la discussione analitica dei risultati delle tessere del San Giovanni alle Fonti si rimanda a Neri, Conventi, Verità c.s. 23

18


Tab. 2: Composizione chimica espressa in percentuale in peso degli ossidi delle tessere vitree di San Lorenzo (fine IV sec.-inizi V)

SL.1E SL.1E SL.2H SL.2H SL.2I SL.2I SL.1G SL.1G SL.1F SL.1F SL.2L SL.2L SL.2M SL.2M SL.2N SL.2N SL.1D SL.1D SL.1A SL.1A SL.1C SL.1C SL.1B SL.1B SL.2O SL.2O SL.2P SL.2P

blu grigio blu grigio verde anice scuro verde anice scuro verde anice chiaro verde anice chiaro verde chiaro verde chiaro verde scuro verde scuro rosso bruno strat. rosso bruno strat. rosso rosso bruno bruno omog. omog. viola bruno viola bruno grigio bruno grigio bruno grigio grigio incarnato incarnato bianco bianco oro oro verde-giallo verde-giallo oro oro incolore incolore

OP OP OP OP TR TR TR TR TR TR OP OP OP OP TR TR TR TR TR TR OP OP OP OP TRA TRA TRA TRA

SiO2 Al2O3 Na2O K2O CaO SiO2 Al2O3 Na2O K 2O CaO

MgO MgO

68.0 68.00 66.5 66.50 67.7 67.70 63.5 63.50 62.7 62.70 66.3 66.30 66.0 66.00 66.8 66.80 66.4 66.40 69.0 69.00 66.8 66.80 67.7 67.70 64.8 64.80 68.0 68.00

0.65 0.65 0.78 0.78 0.55 0.55 1.13 1.13 1.25 1.25 0.62 0.62 0.65 0.65 0.63 0.63 0.70 0.70 0.61 0.61 1.25 1.25 0.62 0.62 1.20 1.20 0.57 0.57

2.30 2.30 2.30 2.30 2.30 2.30 2.95 2.95 3.00 3.00 2.47 2.47 2.43 2.43 1.83 1.83 2.45 2.45 2.93 2.93 2.15 2.15 2.34 2.34 3.01 3.01 2.33 2.33

17.3 17.30 18.5 18.50 18.4 18.40 18.2 18.20 17.5 17.50 17.0 17.00 17.5 17.50 18.7 18.70 17.3 17.30 15.3 15.30 17.8 17.80 15.7 15.70 17.8 17.80 19.0 19.00

0.60 0.60 0.52 0.52 0.60 0.60 0.53 0.53 0.47 0.47 0.65 0.65 0.72 0.72 0.49 0.49 1.00 1.00 1.50 1.50 0.58 0.58 0.55 0.55 0.43 0.43 0.58 0.58

7.05 7.05 6.30 6.30 7.40 7.40 6.40 6.40 5.80 5.80 7.00 7.00 7.00 7.00 6.70 6.70 7.30 7.30 8.60 8.60 7.00 7.00 6.70 6.70 6.00 6.00 5.90 5.90

SO3 SO3 0.30 0.30 0.27 0.27 0.22 0.22 0.28 0.28 0.25 0.25 0.18 0.18 0.27 0.27 0.27 0.27 0.23 0.23 0.20 0.20 0.30 0.30 0.42 0.42 0.22 0.22 0.28 0.28

P2O5 P 2O 5 0.12 0.12 0.09 0.09 0.12 0.12 0.12 0.12 0.13 0.13 0.14 0.14 0.12 0.12 0.12 0.12 0.17 0.17 0.11 0.11 0.07 0.07 0.11 0.11 0.12 0.12 0.08 0.08

Cl

Cl

0.95 0.95 1.03 1.03 1.10 1.10 0.93 0.93 0.90 0.90 1.08 1.08 1.10 1.10 1.17 1.17 0.90 0.90 0.80 0.80 0.95 0.95 0.62 0.62 1.02 1.02 1.20 1.20

TiO2 TiO2 0.06 0.06 0.15 0.15 0.05 0.05 0.43 0.43 0.50 0.50 0.08 0.08 0.11 0.11 0.12 0.12 0.12 0.12 0.07 0.07 0.10 0.10 0.07 0.07 0.48 0.48 0.14 0.14

Fe2O3 MnO Sb2O3 CuO Fe2O3 MnO Sb2O3 CuO 0.70 0.70 1.10 1.10 0.65 0.65 2.90 2.90 3.20 3.20 2.25 2.25 2.10 2.10 1.15 1.15 0.97 0.97 0.45 0.45 0.82 0.82 0.72 0.72 3.27 3.27 0.70 0.70

0.63 0.63 0.77 0.77 0.80 0.80 1.62 1.62 1.70 1.70 0.98 0.98 0.48 0.48 2.00 2.00 0.84 0.84 0.10 0.10 0.67 0.67 0.57 0.57 1.63 1.63 0.73 0.73

1.10 1.10 0.65 0.65 0.05 0.05 0.05 0.05 0.23 0.23 0.41 0.41 0.25 0.25 0.38 0.38 1.20 1.20 3.76 3.76 0.40 0.40

0.09 0.09 0.75 0.75 0.04 0.04 0.25 0.25 1.75 1.75 0.70 0.70 0.60 0.60

PbO SnO2 CoO As2O3 ZnO PbO SnO2 CoO As2O3 ZnO 0.07 0.03 0.05 0.07 0.03 0.05 0.22 0.07 0.22 0.07 0.62 0.62 0.60 0.60 0.23 0.23 0.46 0.46

0.05 0.05 0.22 0.22 0.11 0.11 0.05 0.05

0.16 1.15 1.15 0.16 0.25 0.25 0.13 0.13

0.05 0.05 0.04 0.04 0.05 0.05

0.07 0.00 0.00 0.07

Vetro di base Per confrontare la composizione del vetro di base (vetro trasparente incolore, al quale erano aggiunti i vari componenti coloranti e opacizzanti), dalle analisi delle tessere sono state sottratte le concentrazioni degli elementi collegabili ad aggiunte relative a colore e opacità (piombo, stagno, rame, antimonio; anche il ferro per i vetri rossi), ricalcolando quindi a 100% la composizione così ottenuta. Il vetro impiegato nella fabbricazione dei reperti delle tessere di San Lorenzo e di San Giovanni è classificabile come silico-sodico-calcico, costituito prevalentemente da silice (SiO2), ossido di sodio (Na2O) e di calcio (CaO). Le modeste concentrazioni di alcuni ossidi significativi dal punto di vista archeometrico (magnesio: MgO, potassio: K2O, fosforo: P2O5) sono tipiche di vetri ottenuti per fusione di una miscela di sabbie siliceo-calcaree e natron, utilizzata in particolare in epoca romana e fino all’VIII-IX sec. Le maggiori concentrazioni di ossidi di potassio, magnesio e fosforo del vetro rosso (SG-C2) e di quello arancio (SG_Ar.d) nelle tessere del San Giovanni alle Fonti, fanno invece ritenere che essi siano stati fusi impiegando miscele di silice e ceneri vegetali sodiche, fondente ottenuto per combustione di piante litoranee come Salsola kali L. e Salicornia sp. In questi vetri si riscontrano anche elevate concentrazioni di ossido di piombo (PbO fino al 20%). Per quanto riguarda il vetro delle tessere a foglia d’oro, si distinguono in entrambi i siti due tipologie: una giallo-verde (SL-2O, SG-Au.as), l’altra perfettamente incolore (SL-2M, SG-Au.1s). La tonalità giallo-verde era appositamente ricercata attraverso l’impiego di sabbie contaminate da significative quantità di ferro (oltre a questo elemento, sono elevate le concentrazioni di titanio e allumina) e decolorando parzialmente il vetro con manganese. Il vetro perfettamente incolore nella tessera SGAu.1s, è stato invece ottenuto usando sabbie piuttosto pure (il contenuto in ferro è circa la metà rispetto alle altre tessere a foglia d’oro) e decolorando il vetro con antimonio oltre che con manganese. L’aggiunta dei due decoloranti (antimonio e manganese) ha permesso di raggiungere la tonalità incolore anche nella tessera MSL-2P, sebbene le sabbie di partenza non siano particolarmente pure (concentrazioni di ferro e titanio relativamente elevate). In ambedue i tipi di tessere, la foglia metallica ha spessori inferiori a mezzo micrometro ed è costituita da oro puro (Au 100%), tranne che per la tessera SL-2O (oro 99%; argento 1%). La composizione della cartellina (spessore tra 0.5 e 0.7 mm) è sostanzialmente uguale a quella dei supporti. Diversa è invece la qualità ottica: vetro omogeneo nelle cartelline, eterogeneo e con molte bolle nei supporti. Coloranti e opacizzanti A San Lorenzo e a San Giovanni il colorante delle tessere blu è l’ossido di cobalto, elemento con un’elevata capacità colorante e quindi aggiunto in piccola quantità, ad un vetro contenente anche manganese. Nelle tessere del battistero si riscontrano tracce di rame, ma la sua concentrazione è troppo scarsa per poter modificare l’intensa colorazione data dal cobalto. È probabile quindi che il rame, oltre a piombo e ferro (in concentrazione più elevata rispetto ad altri vetri) siano stati aggiunti involontariamente, attraverso il minerale di cobalto. La tessera di San Lorenzo presenta invece tracce di rame e di manganese non significative, che non permettono di formulare le medesime considerazioni. Le tessere blu si distinguono in traslucide, nelle quali si individuano al microscopio ottico molte

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Fig. 2. Sezione lucida di frammenti di tessere verde-anice (da sinistra a destra SG-Ve3, SG-Ve4, SG-Ve5) al microscopio ottico.

Fig. 3. Particolare al microscopio elettronico SEM della sezione lucida della tessera SL-1A. Al centro una particella di fosfato di calcio (grigio chiaro) circondata da bolle, e numerosi piccoli cristalli (bianchi) di antimoniato di calcio dispersi nel vetro.

Fig. 4. Particolare al microscopio elettronico SEM della sezione lucida della tessera verde anice SG-Ve1. Bolle e cristalli di ossido di stagno (zone bianche) aggregati o dispersi nel vetro.

Fig. 5. Particolare al microscopio elettronico SEM della sezione lucida della tessera verde smeraldo SL-1F con due particelle di bronzo: i punti bianchi sono costituiti da stagno, le zone arrotondate grigio chiaro da rame.

bolle e rari aggregati cristallini bianchi (SL-1E, SG-Bl.bo1 e SG-Bl.bo2), e opache. Queste ultime sono opacizzate con cristalli di antimoniato di calcio, come la tessera di San Lorenzo (SL-1E), in cui i cristalli sono rari e piccoli (1µm). Sorprendentemente la tessera SG-Bl.bo1 è opacizzata con antimoniato di calcio, mentre la tessera SG-Bl.bo2 con ossido di stagno (cassiterite). Ancora più sorprendente è la presenza di antimonio sciolto nel vetro di quest’ultima tessera (Sb2O3 0.25%). Le tessere verdi sono state distinte in due gruppi: quelle verde anice, colorazione piuttosto insolita nelle tessere musive vitree dell’epoca, e le altre. Per le prime, sono state campionate a San Lorenzo la più chiara (SL-2I) e la più scura (SL-2H), mentre per quelle di San Giovanni è stata campionata l’intera gamma (cinque tonalità), dalla più chiara SG-Ve1 alla più scura SG-Ve5 (fig. 2). In entrambi i siti il vetro trasparente è colorato in verde anice con rame e ferro. Per le tessere di San Lorenzo: la SL-2H è opacizzata con cristalli di antimoniato di calcio24, mentre la SL-2I con particelle Sono state individuate anche rare particelle di ossido di stagno derivanti probabilmente dalla dissoluzione di frammenti di bronzo (lega rame-stagno), usati per colorare il vetro. Si riscontrano anche particelle di materiale silico-alluminioso con elevate quantità di magnesio e calcio e alcune microsfere di una lega rame-piombo, anch’esse derivanti probabilmente dal bronzo. 24

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Figg. 6 e 7. Particolari al microscopio elettronico SEM della sezione lucida della tessera bianca SG-B1. Cristalli di ossido di stagno (zone bianche) aggregati o dispersi nel vetro.

di fosfato di calcio le quali, oltre che agire da opacizzanti, hanno generato numerose bollicine gassose con un particolare effetto traslucido. La stessa tecnica è stata usata anche nelle tessere viola-bruno (SL-2N) e grigia (SL-1A) (fig. 3) nelle quali si sono individuate numerose bolle e particelle composte da calcio e fosforo. Per le tessere verde anice di San Giovanni l’esame delle sezioni lucide al microscopio elettronico individua particelle opacizzanti di dimensioni fino a 150 micrometri, più abbondanti nelle tessere SG-Ve1 (fig. 4) e SG-Ve5, composte da stagno e ossigeno (ossido di stagno, cassiterite). Sorprendentemente, nella tessera SG-Ve2 sono presenti anche rare particelle di antimoniato di calcio, opacizzante in genere usato in alternativa alla cassiterite. Va anche osservato che in tutte queste tessere (con l’esclusione della SG-Ve1) si riscontra una significativa quantità di antimonio sciolto nel vetro, pur non essendo stati individuati cristalli di antimoniato di calcio. Si tratta di un caso analogo a quello rilevato per alcune tessere blu. Le altre tessere verdi presentano differenti tonalità in entrambi i siti: per le analisi sono stati selezionati i colori verde marcio e verde smeraldo. Il vetro della tessera verde marcio traslucida con bollicine di San Lorenzo (SL-1G) è stato colorato con ossidi di ferro e rame; sono state inoltre aggiunte particelle di terracotta per modificarne la tonalità. Quella del San Giovanni alle Fonti (SG-Ve.Gi.1) è colorata solo con ferro (rame non rilevato), e la tonalità è modificata con aggiunta di particelle gialle di stannato di piombo. Si individuano anche rare particelle bianche di ossido di stagno, forse formatesi a seguito della decomposizione del pigmento giallo di stannato di piombo. La tessera verde smeraldo di San Lorenzo (SL-1F) è stata colorata sciogliendo nel vetro frammenti o scorie di lavorazione del bronzo: lo dimostrano i resti metallici indissolti di una lega di rame e stagno individuati al SEM nelle striature scure di questa tessera (fig. 5). Quella del battistero (SG-Ve6) ha una concentrazione elevata di rame. Nella sezione osservata al microscopio ottico si notano accanto a numerose particelle bianche (ossido di stagno), anche rare particelle gialle composte da piombo e stagno (stannato di piombo). Anche nel vetro di questa tessera l’analisi ha individuato tracce di antimonio, senza che siano stati individuati cristalli contenenti questo elemento. Mentre a San Giovanni non sono state ritrovate tessere rosa, a San Lorenzo se ne riscontra un cospicuo numero, da cui è stata campionata la SL-1C. La sua composizione chimica rivela una sofisticata tecnica descritta in un recente lavoro sulle tessere usate negli incarnati dei mosaici romani25. Particolarmente interessante è il confronto delle tessere bianche dei due siti: se a San Lorenzo la tessera SL-1C è opacizzata con antimoniato di calcio, a San Giovanni la tessera SG-Bi1 bianco avorio 25

Verità, Santopadre 2010.

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ha caratteristiche molto particolari. La sezione lucida al microscopio ottico appare eterogenea con addensamenti di particelle bianche, che esaminate al SEM sono distinguibili in cristalli geometrici e microcristalli raggruppati in aggregati di forma allungata; questa caratteristica indica che l’ossido di stagno è stato preparato a parte e quindi introdotto nel vetro fuso e rapidamente mescolato e colato (figg. 6 e 7).

Pigmenti Tessere gialle, verde-giallo e arancio opache sono abbondanti tra i reperti del battistero, mentre meno significativa è la loro presenza tra le tessere di San Lorenzo. Le analisi di queste tessere sono state quindi effettuate solo nel contesto di San Giovanni. Indipendentemente dall’aspetto, le tessere gialle sono state colorate con minuscoli cristalli (dimensioni dell’ordine del micrometro) che si trovano dispersi nel vetro o aggregati in particelle di alcune decine di micrometri. Cristalli e aggregati si trovano localizzati lungo delle venature che chiaramente dimostrano come essi siano stati aggiunti al vetro e grossolanamente mescolati. L’analisi mediante microanalisi a raggi X, ha rivelato una composizione piuttosto omogenea delle particelle gialle costituite principalmente da piombo e stagno (PbO 58-62%; SnO2 28-32%) oltre a silice (SiO2 5% circa) e ferro (Fe2O3 1%). Si tratta di cristalli di stannato di piombo. La tessera arancio (SGAr.d) è stata realizzata aggiungendo ad un vetro trasparente di tipo ceneri vegetali sodiche, notevoli quantità di piombo (PbO 27%) oltre a rame e ferro e in minor quantità stagno e zinco. L’elemento colorante è il rame che forma cristalli molto piccoli di cuprite (Cu2O). Le venature scure corrispondono a zone di vetro trasparente verde privo dei pigmenti o a zone rosso cupo opaco colorate da cristalli di cuprite più sviluppati rispetto alle zone arancio. Piombo, ferro e zinco sono elementi che si trovano comunemente nei vetri arancio di epoca romana. È noto che questi elementi aiutano la separazione dei pigmenti dal fuso durante il raffreddamento (fenomeno che si verifica solo in presenza di opportune condizioni di ossido-riduzione); come per il vetro rosso, è probabile che essi fossero contenuti in una scoria metallica di rame26. Tra le tessere rosse di San Lorenzo sono state campionate, una, nella quale venature rosso opaco si alternano a venature trasparenti incolori (SL-2L), l’altra dall’aspetto omogeneo (SL-2M). La composizione chimica delle due tessere è risultata simile: microparticelle di rame metallico e cuprite sono all’origine dell’aspetto rosso opaco. La separazione dei composti coloranti è stata favorita dall’aggiunta di ferro al fuso, probabilmente come ossido ferroso. Questo composto serve anche a modificare la tonalità, spostandola verso il rosso-bruno. Sono state riscontrate anche tracce di antimonio (elemento che facilita la formazione della colorazione rossa), forse aggiunto attraverso la rifusione di un vetro opaco. L’analisi della tessera rossa di San Giovanni (SG-C2) individua i medesimi elementi (rame e ferro) aggiunti ad un vetro di base di tipo ceneri sodiche, nel quale si rilevano anche piombo, stagno e zinco. Anche in questo caso è probabile che questi elementi siano stati aggiunti sottoforma di una scoria metallica. Avendo trovato gli stessi elementi nella tessera verde (SG-VE.1a), è probabile che si trattasse di una scoria di lavorazione di leghe di rame. Si segnalano infine tra le tessere del San Giovanni alcune particolari colorazioni ottenute con sofisticate tecniche. Nella tessera verde-giallo (SG-VE.1a) al vetro trasparente verde brillante colorato con rame e ferro (sono presenti anche piombo, stagno e zinco, come nelle tessere rosse a cui si rimanda per la discussione), sono stati aggiunti pigmenti neri (non analizzati), gialli (stannato di piombo), bianchi (cassiterite) e frammenti di terracotta. Una particolare tecnica, finora mai individuata in tessere musive si riscontra nella realizzazione di tessere vinaccia (SG-Vi.b), dove ad un vetro trasparente colorato in viola con manganese è stato aggiunto un pigmento rosso scuro (fig. 8); si tratta di particelle lamellari composte da ferro e ossigeno (probabilmente ematite, ossido ferrico, Fe2O3). Le dimensioni relativamente importanti delle lamelle di pigmento (fino a 0.5 mm), la loro dispersione irregolare nel vetro e la presenza di numerose bolle

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Frestoone et alii 2003.

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fanno supporre che questo colorante preparato separatamente, sia stato aggiunto e rapidamente disperso nel vetro fuso e subito colato in piastre per evitarne la dissoluzione. La tessera viola di San Lorenzo (SL-2N) presenta invece una consueta colorazione con il manganese e l’aggiunta dell’ossido di ferro per correggere verso il bruno la tonalità viola intenso; in questo caso l’aspetto è omogeneo e i composti sono completamente dissolti nel vetro traslucido.

Fig. 8. Sezione lucida della tessera vinaccia SG-Vi.c osservata al microscopio ottico.

4. Discussione Il vetro di base In entrambi i siti – San Lorenzo e San Giovanni – il vetro di base impiegato è di tipo silico-sodico-calcico. Si tratta di vetro di tipo natron con l’eccezione di alcuni colori. Mentre a San Lorenzo anche le tessere rosse sono realizzate a partire da un vetro tipo natron, a San Giovanni le stesse tessere sono state fuse impiegando miscele di silice e ceneri vegetali sodiche. Com’è noto, per il rosso e l’arancione l’utilizzo di vetro di base tipo ceneri era molto diffuso in età romana perché facilitava il complesso processo di colorazione. Si riscontra quindi, sotto questo aspetto, in entrambi i contesti una piena continuità con la tecnologia vetraria romana, ma un differente approvvigionamento per le tessere rosse. A tal proposito si può sottolineare che le tessere trovate nel battistero milanese sono simili a quelle provenienti dal battistero degli ortodossi di Ravenna, anche per la presenza di stagno e zinco – elementi non comunemente attestati in percentuali così significative nelle tessere rosse romane27. Ciò fa supporre che le tessere rosse dei mosaici del battistero milanese e di quello ravennate provengano dallo stesso centro di produzione attivo tra V e VI sec. Sulla base delle classificazioni proposte da Freestone28, analizzando le correlazioni tipiche tra alcuni ossidi presenti nella sabbia siliceo-calcarea usata per fondere i vetri tipo natron, è possibile riconoscere le provenienze del vetro grezzo, o almeno stabilire l’appartenenza a diversi gruppi che testimoniano relazioni commerciali. In San Lorenzo la maggior parte delle tessere sono realizzate a partire dal vetro grezzo classificato come ‘vetro romano’ o blue-green, caratterizzato anche dall’uso dell’antimonio come decolorante29. Le altre (SL-1F, SL-1G, SL-2O) sono realizzate a partire da un vetro Levantine prodotto sulle coste palestinesi. Verità 2010. Freestone 2005 con bibliografia precedente. 29 Jackson 2005. Fanno eccezione le tessere per il maggior quantitativo di alluminio la SL-2O (oro), la SL- 1A (grigio), la SL-1G la SL-1F (verdi). 27 28

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In San Giovanni alle Fonti oltre al tipo ‘vetro romano’ (riscontrato nelle tessere: gialla SG-Gi1a, blu trasparente SG-A1, oro incolore SG-Au1s), tessera oro verde-giallo (SG-Au.as) e verde-gialla opaca (SG-VeGi1) si riconosce l’impiego del tipo di vetro HIMT (alto contenuto di ferro, manganese e titanio), diffuso nel mediterraneo occidentale tra V e VII secolo e ipoteticamente ritenuto proveniente dall’Egitto o dall’Italia meridionale30. Infine una parte significativa delle tessere colorate del San Giovanni (ad esempio la anice SG-Ve2, e la blu BL.Bo2) sono realizzate da un vetro incolore o colorato contenente antimonio, probabilmente derivato dalla rifusione di rottami di manufatti vitrei più antichi. Bisogna tuttavia ricordare che l’origine del vetro grezzo determina i luoghi di produzione del vetro primario, in genere distanti dai centri secondari, dove il vetro veniva lavorato per essere trasformato – in questo specifico caso – in tessere a foglia d’oro o colorate. L’individuazione delle tipologie di vetro al natron sono quindi utili per stabilire una datazione per quanto approssimativa, ma non per individuare i centri di produzione del materiale musivo vitreo. Nell’ipotesi, sempre più probabile – come diremo in seguito –, che a Milano esista un centro produttivo, attivo solo tra V e VI sec., si può notare, se si comparano i due contesti analizzati, un cambiamento tra fine IV e inizi VI sec. nell’approvvigionamento del vetro grezzo, forse dovuto all’attivazione di differenti contatti commerciali e nel sito più tardo un’applicazione più consistente della pratica del riciclo di rottame.

La decolorazione Indicazioni sulle modalità di decolorazione sono state condotte sulle tessere a foglia d’oro. Sia a San Lorenzo che a San Giovanni sono stati riconosciuti a livello macroscopico due tipi di oro: uno con vetro neutro-incolore, l’altro con vetro giallo-verde, che le analisi hanno mostrato essere ottenuti a partire da vetri primari differenti per composizione e decolorazione con antimonio e manganese per il vetro perfettamente incolore, mentre solo con manganese nel tipo verdastro. Inoltre se a San Lorenzo a partire dal vetro più impuro viene realizzato il vetro perfettamente decolorato, a San Giovanni sembra esserci un’intenzionale selezione di vetri primari di diversa provenienza: uno più puro per la realizzazione delle tessere incolori ed uno più contaminato per quelle verdastre. Più in generale questi risultati permettono di contraddire quanto spesso affermato in letteratura31 ovvero che l’antimonio non sia più usato come decolorante a partire dal IV sec. Questo è valido a condizione che, come effettivamente sembra, le tessere d’oro di San Giovanni alle Fonti non siano di reimpiego. L’impiego nello stesso mosaico di due tipi di tessere d’oro sembra appositamente ricercata per dare una differente luminosità alla lamina metallica: più caldo su un vetro verde-giallo, più argenteo con uno decolorato. Questo effetto ottico è confortato anche da prove sperimentali verificate dagli autori con pizze moderne. L’impossibilità di un’osservazione ravvicinata dei partiti decorativi non permette di comprendere se ci sia una logica precisa nella messa in opera dei due tipi di oro; tuttavia essi sono stati riscontrati, nel fondo aureo del mosaico delle nicchie di Sant’Aquilino e nella volta del San Vittore in cielo aureo, probabilmente mescolati per rispondere ad un criterio estetico di movimento ed evitare un eccessivo appiattimento dello sfondo. Non sappiamo se i due tipi di piastre auree fossero importate da atelier differenti o prodotte con diversi vetri nello stesso laboratorio artigiano. Si può tuttavia notare che per entrambi i tipi sono riconoscibili dai bordi di piastra realizzati con differenti tecniche; questo potrebbe suggerire uno stesso gruppo di maestranze capace di scegliere il vetro primario con cui lavorare in base alle richieste dei musivarii che le mettevano in posa. L’impiego di differenti tipologie di tessere oro sembra essere una pratica, seppur poco indagata, diffusa in età tardoantica e bizantina, proprio per favorire l’effetto di splendore e rilucenza, così ricer-

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Freestone, Greenwood, Gorin Rosen 2002. Sayre 1963, Sayre 1965, Jackson 2005.

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cato nei canoni estetici del periodo, attraverso cui bellezza e ostentazione si mescolano32: tra i casi noti in cui sono state individuate più tipologie di tessere auree si può ricordare le basiliche ravennati, San Polieucto a Costantinopoli (sec.VI) e la moschea di Damasco (sec. VIII)33.

Gli opacizzanti A San Lorenzo le tessere sono opacizzate con antimoniato di calcio, che nelle chiese dell’Urbe è impiegato fino almeno al VII sec., in continuità con la tradizione romana. A San Giovanni alle Fonti invece la maggior parte delle tessere sono opacizzate con ossido di stagno, il cui uso è indubbiamente una novità nel panorama degli opacizzanti delle tessere musive vitree mentre era già in uso in altri manufatti di produzione nord-europea.34 Trattandosi di una tecnica mai impiegata prima nelle tessere vitree dei mosaici, le indagini escludono che queste tessere possano essere di reimpiego. In termini ipotetici l’utilizzo dello stagno e in generale le divergenze rispetto alla tradizione operativa romana potrebbero forse essere riconducibili alla presenza gota a Milano tra V e VI sec. Proprio in questi secoli il mutato assetto geopolitico deve aver creato non poche variazioni dal punto di vista commerciale e reso probabilmente più difficile l’approvvigionamento di certe materie prime, attivando canali alternativi per realizzare prodotti che nelle intenzioni ricordassero il fasto di quelli romani. Non sembra improbabile d’altronde che popolazioni barbariche con una grande esperienza metallurgica abbiano introdotto varianti nell’arte vetraria: la sintesi dei pigmenti utilizza elementi metallici e richiede competenze prossime ad un procedimento metallurgico, il controllo della temperatura e dell’atmosfera di cottura sono abilità necessarie in entrambi i settori. Se da un lato quindi l’opacizzazione a base stagno sembra segnalare un saper fare più locale e una rottura rispetto a una produzione centralizzata, dall’altro sottolinea un importante passaggio tecnologico e il probabile impiantarsi di un’officina più prossima che risponde alla crescente richiesta di materiali. Nell’analisi di diverse tessere blu e verdi, accanto allo stagno si è trovato anche antimonio in genere sciolto nel vetro, raramente sottoforma di cristalli di antimoniato di calcio o piombo. La coesistenza di stagno e antimonio non ha alcuna spiegazione tecnologica in tessere di questo tipo. Si deve supporre quindi che esse siano state preparate rifondendo del vetro più antico contenente anche antimonio. A seguito del processo di rifusione eventuali cristalli di antimonio si sono sciolti lasciando un fuso trasparente che è stato quindi opacizzato con l’aggiunta di stagno. Degno di nota è anche, in alcune tessere di San Lorenzo, l’uso di fosfato di calcio, forse aggiunto sottoforma di ossa calcinate, per causare lo sviluppo di bollicine gassose. Questa tecnica è stata individuata anche in una parte delle tessere del battistero neoniano35, in quelle della cattedrale di Petra

Per il valore della luce nell’arte bizantina e in particolar modo nel mosaico cfr. James 1996 e James 2006. Emblematiche sono le note fonti che citano il rifulgere dei mosaici nella Santa Sofia giustinianea: Procopius, De aedificis I, i, 23 ss.: ‘l’intero soffitto era stato ricoperto con oro puro in cui si combinano bellezza e ostentazione, un tempo il rifulgere del marmo prevaleva, ora rivaleggia con quello dell’oro’; Paulus Silentiarius, descriptione Sanctae Sophiae, 668: ‘il soffitto è riempito di tessere dorate da cui un fiume splendente di raggi dorati si riversa che colpiscono gli occhi di un uomo con inestimabile forza. È come se si guardasse il sole a mezzogiorno in primavera quando dora la cima di una montagna’. 33 Carbonara, Muscolino, Tedeschi 1999: 709-718 hanno individuato due tipologie di tessere a foglia d’oro e attribuito un valore cronologico: quello verde sarebbe più antico rispetto a quello ambrato. Harrison, Gill 1986 hanno riconosciuto per le tessere di San Polieucto tre tipi di oro e di argento posto su vetri paglierino, marrone e oliva; Gautier, Van Berchem 1969 nell’analisi delle tessere della moschea di Damasco, secondo fonti accertate donate dall’imperatore di Bisanzio, ha individuato 4 tipi di oro: marrone scuro, marrone chiaro, incolore con resti di laterizi alla base, verde incolore. 34 Tite, Pradell, Shortland 2008 documenta un uso dello stagno in Inghilterra, Francia e Cecoslovacchia nel II-I a.C. e in Scozia nel I-II d.C. Hoffman et alii 2000, Heck, Hoffmann 2000 documentano l’uso dello stagno in ambito merovingio (V-VI sec.). A differenza di quanto riscontrato nei vetri opacizzati con cassiterite di epoca più tarda, lo stagno è stato calcinato (trasformato in ossido per riscaldamento) da solo e non come stannato di calcio. La dispersione della cassiterite è stata quindi difficoltosa, e ciò spiega l’eterogeneità di queste tessere e la presenza di grumi di cassiterite. 35 Verità 2010. 32

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sec. VI-VII36 e della basilica di Amorium sec. IX37 a Huarte e Apamea (sec. V)38 e in altri contesti del Mediterraneo orientale. È ragionevole pensare che questa nuova ricetta si diffonda, forse in ambito bizantino, per la difficoltà di approvvigionamento dell’antimonio. Tuttavia proprio a Milano negli smalti dell’altare d’oro di Sant’Ambrogio (quindi nel IX sec.) troviamo ancora impiegato l’antimonio come opacizzante39. Dato che suggerirebbe una ragione economica della sostituzione: sicuramente l’antimonio era molto più costoso (ma anche molto più efficace come opacizzante) rispetto alle ossa calcinate e quindi il suo impiego era limitato ai manufatti di pregio. Possiamo quindi classificare le tessere in base agli opacizzanti in tre gruppi. 1. Quelle rese opache con antimonio prodotte in continuità con la tradizione romana oppure di reimpiego, dallo spoglio di edifici romani mosaicati. Si tratta della maggior parte delle tessere di San Lorenzo e di una piccola parte, di quelle di San Giovanni. 2. Quelle opacizzate con ossido di stagno, presenti a San Giovanni e attualmente senza confronti, per cui si può supporre una produzione locale, che trova riscontri in ambito nordeuropeo. 3. Quelle rese traslucide tramite fosfato di calcio, presenti a San Lorenzo. Queste potrebbero essere importate e, se effettivamente si può riconoscere in questa tecnica una matrice orientale, portate dagli artigiani forse provenienti dall’Oriente, ammesso che le materie circolassero con le maestranze.

I coloranti e pigmenti Per quanto riguarda le tecniche di colorazione in entrambi i contesti si può innanzitutto riscontrare che la gamma cromatica è completa e dettagliata. Nei verdi e nei blu si riconoscono fino a 5 sfumature. In generale gli artigiani che hanno prodotto le tessere hanno una buona capacità di realizzare i colori e di creare diverse tonalità. Le tonalità cromatiche sono cercate con precisione, aggiungendo a vetri colorati pigmenti per modificare il colore: ne sono un esempio la tessera verde di San Giovanni alle Fonti (SG-Ve1a), in cui il colore verde brillante dato dal rame e dal ferro è corretto dall’aggiunta di pigmenti neri, gialli, bianchi e frammenti di terracotta, o ancora la tessera viola bruno di San Giovanni (SG.Vi.b) che non risulta avere riscontri in altri mosaici, in cui la colorazione data dal manganese viene modificata con l’aggiunta di ematite. Colorazioni peculiari sono poi ottenute sia nelle tessere di San Lorenzo che in quelle del battistero, servendosi da sottoprodotti della lavorazione dei metalli. A San Giovanni ad esempio il rosso (SG-C2) e una tonalità del verde (SG-Ve1a) sono state apparentemente ottenute dall’impiego di scorie della stessa lega bronzea. A proposito dell’uso dei derivati metallurgici risulta particolarmente significativa l’individuazione di frammenti indissolti di bronzo nella tessera verde scuro di San Lorenzo (SL-1F). Inoltre in numerose tessere sono impiegate particelle rossastre di terracotta appositamente aggiunte sia per colorare (ad esempio nei grigio-marroni di San Lorenzo SL-1D e SL-1A), sia per modificare la tonalità dei colori (ad esempio nel verde chiaro di San Giovanni alle Fonti SG-Ve1a e nel rosa di San Lorenzo SL-1C). Oltre a questi elementi di continuità tra i due siti, si rilevano delle caratteristiche che segnano invece lo scarto cronologico e i diversi canali di approvvigionamento del vetro grezzo. A San Lorenzo le tessere blu sono colorate con ossido di cobalto e non servendosi di vetro di riciclo blu, come spesso attestato in età tardoantica e altomedievale e riscontrato a San Giovanni alle Fonti. Per la difficoltà di reperire il minerale di cobalto40, venivano rifusi manufatti più antichi in vetro blu, ivi comprese anche le tessere musive, per modellarne di nuovi: una pratica riscontrata in numerosi siti archeologici e documentata anMarii, Rehren 2009. Wypyski 2005. 38 Lahanier 1987. 39 Verità 2009. 40 Gratuze et al. 1992. 36 37

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che nel De diversis artibus 41. A San Lorenzo sono inoltre presenti numerose tessere in pasta vitrea rosa, non individuate tra il materiale del battistero. Tra le colorazioni peculiari vi sono le tessere verde-anice presenti in entrambi i contesti esaminati. Altrettanto particolare risulta la colorazione rosso vinaccia di San Giovanni alle Fonti (SG-Vi.b) ottenuta con lamelle di ematite.

5. Conclusioni Le analisi aprono un panorama complesso e articolato: in una generale continuità con il sistema produttivo romano, si inseriscono variazioni sia nel modo di opacizzare che nell’uso di pigmenti. In particolare l’opacizzazione con ossido di stagno tra la fine del V e l’inizio del VI sec. risulta finora nell’ambito musivo senza confronti coevi in ambito occidentale e quindi potrebbe essere indice di una produzione locale. Questa tecnica innovativa esclude che le tessere siano di reimpiego, invalidando l’idea sostenuta da altri studiosi che nega una produzione ex novo in epoca tardoantica e altomedievale a sostegno di un reimpiego esclusivo delle tessere di spoglio dei monumenti antichi42. Le tessere milanesi sono prodotte alla fine del IV-inizi del V sec. soprattutto a partire da vetro primario, mentre un secolo dopo la maggior parte dei materiali sono prodotti riciclando vetro colorato, malgrado rimangano attivi i canali di approvvigionamento del vetro primario. Oltre all’impiego dello stagno, sono state individuate altre ricette peculiari, prive di confronti con altri contesti, indicatrici di una produzione locale: il verde anice e il rosso vinaccia. Emerge tuttavia un quadro di ricette che presuppongono più provenienze per le tessere, quadro che sembra escludere che un gruppo di maestranze unitario abbia prodotto tutto il materiale vitreo. La maggior parte delle tessere di San Lorenzo e alcune del San Giovanni sono simili a quelle dei mosaici delle basiliche di Roma. È impossibile stabilire se le tessere siano state tagliate da pizze prodotte e importate o se piuttosto si tratti di tessere di spoglio di mosaici più antichi presenti anche nella stessa Milano. È possibile inoltre che gli edifici mosaicati della Milano imperiale fossero dotati di tessere prodotte in loco con una tradizione artigianale romana: soprattutto negli anni finali dell’impero la città ospitava maestranze di altissimo livello, la cui presenza permise il radicarsi di saperi che influirono non poco, nonostante i repentini cambiamenti politici, sulle tradizioni dei secoli seguenti. In conclusione a San Lorenzo troviamo tessere realizzate seguendo la tecnologia romana, siano esse prodotte o importate o reimpiegate, e una parte di materiale proveniente forse dall’Oriente (uso del fosfato di calcio). A San Giovanni invece riscontriamo un consistente gruppo di tessere realizzate probabilmente in loco con una ricetta forse di influenza nord-europea (uso dello stagno), una parte importata da centri attivi e non localizzati (ad. es. le rosse) e pochissime in linea con la tradizione romana, reimpiegate oppure prodotte in officine che continuavano questa tradizione tecnica. Sembra quindi acquistare consistenza l’ipotesi di un centro produttivo locale, individuabile solo alla fine V- inizi VI secolo, quando vengono prodotte le tessere per il battistero e forse per altri edifici milanesi introducendo specifiche innovazioni. Non si può escludere la presenza di un atelier secondario attivo anche nei secoli precedenti. Se Milano sullo scorcio dell’Altomedioevo può essere un luogo in cui il lavoro di molti artigiani è stato al servizio di chi per avere un ritorno di immagine ha commissionato rivestimenti lussuosi, sublimi soffitti, si rafforza anche l’ipotesi della presenza di centri produttivi locali in Italia Settentrionale in età romana, ipotesi di recente ripresa e messa a punto proprio da Claudia Maccabruni43. Lì con l’acribia e l’ampiezza di vedute che le erano proprie, la studiosa sottolineava che tracce di produzione del vetro sono riscontrabili soprattutto in età tardoantica e altomedievale e come la via archeometrica potesse essere risolutiva in questa annosa questione. Ci piace pensare di aver fatto un piccolo passo in questa direzione. Freestone 1993; Heck-Hoffmann 2000; Mirti, Davit, Gulmini 2002; Theophilus, De div. Art. II, XII . Freestone 2005. 43 Maccabruni 2004: 215-231. 41 42

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L’uso della polvere di vetro come carica nella pittura antica e moderna: strati preparatori, pellicola pittorica e vernici Carlo Stefano Salerno, Alessandra Scanga A very fine and colorless glass powder, introduced as additive, has been found in the paintings of the XV century, not only in some pigments, but also in vanishes and preparatory layers. In this study the technical sources are investigated from antiquity to the modern age, and a survey on the recent publications allow to us to confirm that the presence of glass powder is connected to the polymerization of the oil. I pigmenti in vetro sono stati prodotti e utilizzati in passato per motivi legati alle difficoltà nella reperibilità di alcuni materiali, alla loro stabilità e ai costi. Il più noto di essi è lo smaltino che si diffonde nel corso del XV secolo come sostituto del più costoso lapis, che sino a pochi anni fa, non è stato oggetto di indagini chimiche approfondite, né di confronti con i ricettari1 (fig. 1). Un progresso nella conoscenza della composizione dei gialli in vetro si deve agli studi condotti da N. Penny, A. Roy, e M. Spring dedicati ai dipinti di Paolo Veronese conservati presso la National Gallery di Londra. Questi hanno evidenziato come questo particolare tipo di pigmento, detto giallo di fornace, più costoso del giallo a base di soli ossidi di stagno e piombo, fosse impiegato per particolari aree limitate del dipinto corrispondenti alle lumeggiature2 (fig. 2). Uno degli elementi che ha contribuito a limitare la fortuna dei pigmenti in vetro è la loro granulometria necessariamente elevata, a causa dello scarso potere coprente, ma anche la difficoltà di stemperare il pigmento in acqua dovuta al materiale pesante e tendente a depositarsi sul fondo, separandosi dal liquido. Queste difficoltà tecniche sono descritte molto bene dalle fonti storiche. L’Armerini afferma ad esempio che, come il paonazzo, lo smaltino è “più grosso e di manco corpo”, e denuncia la difficoltà di applicazione dei due pigmenti scrivendo che “tanto più è fresca la calce tanto meglio si adoperano ambedue”. Ancora nel XVI secolo Cristoforo Sorte riferisce della necessità di introdurre additivi organici o di miscelare i pigmenti vetrosi con altri colori. Tra gli additivi ricordiamo il latte, l’amido (la semola) e i leganti proteici3. Malvasia riferisce che lo smaltino poteva essere applicato a fresco e a spruzzo mediante l’uso di una cannula4. Andrea Pozzo, ricorre all’espediente di applicare il pigmento in due fasi che prevedono, dopo la prima stesura, una schiacciatura cui segue una seconda applicazione sempre a fresco5. L’introduzione di una polvere di vetro incolore finemente macinata sia nello strato pittorico che I problemi di decolorazione dello smaltino in mezzo oleoso sono stati evidenziati e discussi da Plester J. 1969: 62-64, ma sino a pochi anni fa si riteneva che lo smaltino fosse un vetro potassico colorato con la cobaltite, ed erano poco note le ricette specifiche per la sua produzione (Salerno 2001: 51-57, fig. 1). 2 Penny, Roy, Spring 1996: 4-49, fig.2. 3 Sorte 1960-1962. 4 Malvasia 1678. 5 Pozzo 1996, “Breve Istruzione “, 1696. Salerno, Tommasi Ferroni 1999: 293-302. 1

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Fig. 1. J. Plester Studies in Conservation, 1962, N. Penny, A. Roy, M. Spring Veronese’s Paintings in the National Gallery Technique and Materials: Part II, in National Gallery Technical Bulletin, n. 16, 1996, pp. 4-49.

Fig. 2. P. Veronese, La pace fra i coniugi o Unione Felice, 1565, olio su tela, (186x186 cm.), Londra, National Gallery è presente giallolino di tipo II in vetro mescolato con bianco di piombo: sotto è presente una lacca rossa. N. Penny, A. Roy, M. Spring 1996, Veronese’s Paintings in the National Gallery Technique and Materials: Part II, in National Gallery Technical Bulletin, n. 17, pp. 32-55.

Fig. 3. A. Roy, M. Spring, C. Plazzotta 2002, Raphael’s Early Work in the National Gallery Paintings before Rome, in National Gallery Technical Bulletin, n. 23, pp. 4-35.

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nelle mestiche dei dipinti su tavola, è una scoperta ancora più recente. Si tratta di un fenomeno che appare legato in modo particolare alla tecnica ad olio su tavola, la cui funzione viene compresa solo in tempi recenti. Sulla questione della funzione della polvere si era imbattuta Simona Rinaldi nel commento alle ricette del De Mayerne, pubblicate nel 1996, chiedendosi se fosse attendibile la funzione finalizzata alla polimerizzazione degli oli, dichiarata nel manoscritto. La Rinaldi riportava in nota il parere di Marco Verità che allora piuttosto scettico circa il legame tra vetro e tempi di essiccazione dei leganti oleosi6. I pittori che hanno utilizzato il vetro incolore in Italia, fino ad ora identificati, sono Giovanni Santi, Perugino, Raffaello, Amico Aspertini e Lorenzo Lotto7. La Madonna Ansidei di Raffaello, conservata presso la National Gallery di Londra, è stata uno dei primi dipinti ad essere analizzato8. Gli studiosi inglesi hanno ipotizzato subito che la presenza del vetro potesse essere associata alla polimerizzazioni degli oli. Seppure alcuni dubbi sulla funzione della polvere di vetro possano far ritenere che ci possano essere altri scopi, appare certo che essa sia legata alla tecnica ad olio. Infatti, proprio nel dipinto di Raffaello è stata rinvenuta la presenza di questo materiale anche nella missione che è utilizzata per l’applicazione della lamina metallica (fig. 3). Un contributo recentissimo da parte di K. Lutzenberger, H. Stege, C. Tilenschi9 ha evidenziato come la maggior parte dei dipinti in cui è stata rilevata l’aggiunta di polvere di vetro, risale ad un periodo compreso tra il 1470 al 1530, periodo che coincide con lo sviluppo della tecnica ad olio per la quale tale accorgimento sembra adattarsi in modo peculiare. Eppure la cautela induce a prendere in considerazione anche altre ipotesi. In questo periodo di grandi cambiamenti tecnici per la tecnica ad olio, la polvere di vetro può costituire un materiale stabile e durevole, trasparente e privo di interferenza con gli altri pigmenti. E’ possibile che il vetro potesse agire come addensante per ottenere effetti materici, ma la sua presenza per un periodo breve, sia nelle preparazioni che nelle pellicole pittoriche, rende questa ipotesi poco probabile. E’ anche possibile che gli Speziali commercializzassero le lacche unite alla fine ed invisibile polvere di vetro per aumentarne il peso in modo da trarne maggiore guadagno, in particolare per la lacca di grana, kermes, difficili da preparare e da macinare. E’ possibile che per schiacciare ed estrarre il colorante di origine animale, cioè la lacca rossa, si utilizzasse la polvere di vetro. Ma la questione è complicata10. Le fonti aiutano a ripercorrere le tappe dello sviluppo nell’uso del materiale già citato. Il riferimento più antico che abbiamo potuto rinvenire riguarda il papiro di Leida11. Nella ricetta n. 57 per scrivere lettere in oro si consigliava l’uso “dell’arsenico color oro 20 dracme, vetro polverizzato, 4 statere; oppure bianco d’uovo 2 statere; gomma bianca 20 statere, zafferano”12. La possibile funzione del cristallo utilizzato come inerte con lo scopo di conferire una massa alla superficie, è da scartare poiché è detto chiaramente che, dopo avere eseguito la scritta, era necessario lasciare asciugare e pulire con un dente. Tuttavia, vetro è la traduzione di Berthelot della parola greca Cristallo, da intendere, come polvere di cristallo di rocca utilizzata per macinare. Nella recente edizione del papiro di Leida a cura di A. Caffaro e G. Falanga la traduzione del termine “polvere di vetro” è “polvere di Cristallo”13. L’impressione che il minerale da polverizzare sia particolarmente duro si è rivelata sbagliata, grazie all’intervento di Molin, in sede di dibattito su questo tema, è stato possibile chiarire: l’esigenza di Rinaldi 1995: 262 parla dell’orpimento. Egli si serve dell’orpimento, che è il più bel giallo che si potrà avere, ma secca assai tardivamente, e mescolato con tutti gli altri colori li uccide. Per farlo seccare, bisogna aggiungervi un po’ di vetro macinato. 7 Si veda il catalogo della mostra a Roma Scuderie del Quirinale. Poldi 2011: 281-291, in particolare 282. 8 Roy, Spring , Plazzotta 2002: 4-35. 9 Lutzenberger, Stege, Tilenschi 2010: 365-372. 10 Sulla lacca si veda Kirby, White 1996: 56-80. 11 Il Papiro di Leida è databile tra la fine del III e l’inizio del IV d.C., edizione di Berthelot 1968: 291, ricetta n. 57. 12 Berthelot 1968: 291, ricetta n. 57 “Escriture en lettres d’or: Arsenic couleur d’or, 20 drachmes; verre pulvérisé 4 stateres; ou blanc d’oeuf, 2 statere: gomme blanches, 20 statères, safra, .. aprés avoir écrit, laissez séchee et polisses avec une dent”. 13 Caffaro Falanga 2004: 41; lo stesso accade per l’edizione di R. Halleux 1981. 6

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introdurre della polvere di vetro in fase di macinatura è legata alla esigenza di contrastare la tendenza del pigmento ad attaccarsi al pestello. L’idea che il pigmento si macinasse con difficoltà si ricava anche da C. Cennini che parla questa volta con certezza dell’uso della polvere di vetro per la macinatura dell’orpimento14. In alcuni casi la polvere di vetro è citata in modo specifico per alcuni pigmenti come nel Manoscritto Bolognese in cui è utilizzata assieme a uova e conchiglie macinate per ottenere un pigmento bianco15. Soltanto all’inizio del XVIII secolo con il De Mayerne, la polvere di vetro nella tecnica pittorica è citata con uno scopo specifico. Egli riferisce che l’olio di papavero, utilizzato dai pittori olandesi per rappresentare le nature morte, aveva la caratteristica di essere particolarmente lento nell’essiccare e che l’addizione di vetro polverizzato ne facilitava l’asciugamento senza alterare i colori. De Mayerne parla dell’orpimento “lavoro con il Giallo. Egli si serve dell’orpimento, che è il più bel giallo che si potrà avere, ma secca assai tardivamente, e mescolato con tutti gli altri colori li uccide. Per farlo seccare, bisogna aggiungervi un po’ di vetro macinato16. L’accorgimento tecnico che era previsto inizialmente in relazione alla macinatura di un pigmento specifico come l’orpimento e, come abbiamo visto, per una scrittura che imita l’oro con una tecnica a tempera, diviene un accorgimento destinato a migliorare il comportamento del legante oleoso prima non utilizzato, favorendone l’essiccazione. Alla fine del Seicento la testimonianza del Baldinucci ribadisce che ”il vetro ridotto in polvere sottilissima, che mescolata con quei colori, che per lor natura difficilmente seccano, gli fa seccare prestamente”17. Inoltre, la polvere di vetro compare come materiale che facilita l’asciugatura dei colori ad olio nelle ricette riportate dagli autori spagnoli Pacheco (1649) e Palomino (1724). In conclusione, si può affermare che la tesi della polvere di vetro come accelerante il processo di polimerizzazione negli oli è ripetuta e consolidata in diverse fonti tecniche per un periodo compreso tra il XV e il XVIII secolo. Per il vetro in polvere nella vernice la questione è più complessa. Le citazioni sono molto più rare al punto che, come fanno notare recentemente K. Lutzenberger, H. Stege, C. Tilenschi, Graf ha sostenuto che all’origine di questa idea ci sia un antico errore di trascrizione18. Straub tuttavia ha trovato la polvere di vetro nella vernice di un dipinto di Lukas Moser del 1431 raffigurante la Maddalena e questo dato obbiettivo riapre la questione19. Nelle fonti tecniche i riferimenti a questo tema sono rari e piuttosto recenti. Abbiamo recuperato tre citazioni interessanti relative alla presenza del vetro nelle vernici. La prima si trova nel Trattato sopra la vernice (1720) del Buonanni20 nella quale viene evidenziato che la polvere di vetro aiuterebbe a sciogliere a caldo nell’ olio la resina, altrimenti poco solubile. Inoltre il vetro è ritenuto accelerante della vernice e definito un “seccante” da Francesco Agricola21. Nella seconda citazione risalente al 1803 il Tingry nel suo Traité théorique et pratique sur l’art de faire et d’appliquer les vernis”, consiglia per dipinti di pregio una vernice composta da “366,86 gr. di mastice pulito e lavato, 45,85 gr. di trementina pura, 15,28 gr. di canfora, 152,85 gr. di vetro bianco pesto, 1,00057 Kg di essenza eterea di trementina” In questo caso il vetro è presente in una ricetta in cui manca del tutto l’olio22.

Cennini 1972: 96-97. Merrifielf 1849: 480, ricetta 185, per fare un “bel bianco”suggerisce di utilizzare “uova, conchiglie e vetro ben polverizzato”. 16 De Mayerne 1995: 262. Nella nota 9 sempre a p. 262: per altri riferimenti nella tradizione inglese si veda: Talley 1981; Smith 1692; Bardwell 1756. Vedere pure Harley 1982: 87-88. 17 Baldinucci F. 1681: 239. 18 Lutzenberger, Stege, Tilenschi 2010: 365-372. 19 Lutzenberger, Stege, Tilenschi 2010: 365-372. 20 Buonanni 1786. 21 Agricola 1789: 36. 22 Tingry 1803: 156-158. 14 15

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Infine, nella terza, L. Marcucci nel suo saggio risalente al 1816, propone una vernice ad essenza per smaltare i quadri. Utilizzando “dell’acqua ragia once 12 (33gr, 07), della mastice lavata once 4 (113 gr, 02), della trementina oncia mezza (14 gr, 13), della canfora (3 gr, 53) e del vetro pesto oncia una (28 gr, 25)”. Fondendo tutto a fuoco lento, si pone infine la canfora23. Sulla scorta delle citazioni contenute nelle fonti tecniche possiamo dunque affermare che le più antiche sono relative a tecniche a tempera, ma hanno come scopo specifico soltanto quello di coadiuvare la macinatura di minerali difficili da preparare. La seconda funzione che emerge è quella relativa all’uso dell’olio come catalizzatore della polimerizzazione. Nelle mestiche è anche presente la polvere di vetro e persino nella missione di un dipinto. Le vernici, costituite da resine poco solubili, soprattutto quelle dure che venivano sciolte nell’olio a caldo o a bagnomaria, erano di non facile preparazione e la presenza di vetro è citata per favorire la solubilizzazione della resina. Una seconda possibile funzione del vetro come carica inerte poteva consistere nella sua funzione di aiutare a contrastare il ritiro dell’olio, altrimenti molto plastico, in una tecnica che, per molti pittori era ancora ritenuta inaffidabile, evidenziando alterazioni cromatiche, o anche fenomeni vistosi di crettatura come si osserva in molte opere di Piero della Francesca e in alcune opere di Giovanni Bellini. Ancora all’inizio del ‘500 la fortuna della tecnica ad olio non era un’acquisizione definitiva; al contrario Vasari ci informa che Domenico Beccafumi preferiva utilizzare una tecnica a tempera perché temeva che l’olio potesse subire alterazioni24. Il vetro è anche un materiale che dalla metà del 500 conosce una grande fortuna, dagli invetriati di Luca della Robbia, agli smalti di Limoges . Tutto ciò era ben noto a Leonardo da Vinci che riferisce di esperimenti finalizzati a proteggere i dipinti dalle alterazioni delle vernici, ricorrendo al vetro. Non potendo sottoporre la pellicola pittorica a temperature elevate egli sperimenta metodi per la applicazione di un vetro sottile, con diverse tecniche, ma, ciò che più conta, è la sua lucida consapevolezza che la tecnologica vetraria poteva offrire nuovi sviluppi anche nella conservazione delle opere d’arte. Per Leonardo questo problema relativo alla conservazione dell’opera d’arte nel tempo è un tema centrale dibattuto anche in relazione alla scultura: “Dice lo scultore la sua arte essere più degna della pittura , conciosiachè quella è più eterna per temer meno l’umido, il fuoco, il caldo e il freddo, che la pittura”. Ma in questo caso il problema della durata per Leonardo non è centrale in quanto “tale permanenza nasce dalla materia, e non dall’artefice”. Tuttavia Leonardo osserva di nuovo che anche in pittura, “dipingendo con colori di vetro sopra i metalli, o terra cotta, e quelli di fornace far discorrere, e poi pulire con diversi strumenti, e fare una superficie piana e lustra, come ai nostri giorni si vede fare in diversi luoghi di Francia e d’Italia, e massime a Firenze nel parentado della Robbia, i quali hanno trovato modo di condurre ogni opera in pittura sopra terra cotta coperta di vetro” 25. Leonardo è il primo pittore, artista, ad avvertire l’esigenza di uguagliare la scultura per quanto concerne la “durevolezza”, ed è il primo a studiare concreti mezzi per raggiungere questo fine. Pur non essendosi conservata nessuna opera di Leonardo che possa essere messa in rapporto con le sue sperimentazioni volte a ottenere opere durevoli, nell’incompiuto “Trattato della Pittura”, possono essere individuati passaggi talmente espliciti che meritano di essere attentamente esaminati. Egli si muove, almeno trenta anni prima del Varchi, da una osservazione teorica e discute a lungo del paragone tra pittura e poesia. Tra le osservazioni avanzate da coloro che sono in favore di questa, c’è proprio il valore dell’arte in rapporto al tempo. La poesia è più eterna della pittura, essendo quest’ultima soggetta a logorarsi nel tempo. Ma a questa mancanza Leonardo sostiene che si possa rimediare e la “pittura si può, dipingendo sopra rame con colori di vetro, farla molto più eterna”26. Marcucci 1816: 160. Vasari G. 1568 (ed. cons. 1965), vol. VII: 347-348. 25 da Vinci L. 1990: 30-31. 26 da Vinci L. 1990: 16. 23 24

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Lo stesso argomento si incontra nuovamente in Leonardo, ma questa volta a sostegno della pittura nei confronti della musica: “La musica, che si va consumando mentre ch’ella nasce, è men degna della pittura, che con vetri si fa eterna”27. Dunque, il vetro entrava nella sperimentazione tecnica finalizzata alla produzione di opere durevoli e a Leonardo non sfuggiva la potenzialità di questo materiale che aveva consentito agli artisti di Limoges di realizzare dipinti “con colori di vetro sopra metalli” citando, la stessa espressione di Leonardo28. Un contributo sostanziale nella soluzione di questo problema si deve al recente contributo di Patrizia Riitano che ha condotto delle prove sperimentali in base alle quali è risultata una evidente accelerazione della polimerizzazione della mestica e dei pigmenti29. Perciò, questo dato conferma la lunga sequenza di citazioni tratte e raccolte qui dalle fonti tecniche, riducendo sensibilmente le altre ipotesi formulate, come la ricerca di effetti di materialità, o quelle legate alle proprietà reologiche del materiale per l’applicazione del pigmento. In conclusione, attraverso una lettura delle fonti, emerge una persistenza di informazioni, come quella relativa alla macinatura dell’orpimento con polvere di vetro, che ritroviamo, anche a distanza di molti secoli, in contesti e situazioni completamente diverse e che nonostante tutto, continuano a sopravvivere, anche quando appaiono ormai superate a testimonianza della continuità nella trascrizione di testi manoscritti come quella che abbiamo evidenziato dal Papiro di Leida, a Cennino Cennini, al De Mayerne.

da Vinci 1990: 25. da Vinci 1990: 30-31. 29 Riitano, Seccaroni 2008: 98. 27 28

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Il vetro in Italia: testimonianze, produzioni, commerci in etĂ basso medievale


Le testimonianze iconografiche: precisazioni e nuovi percorsi per un’analisi storico-artistica Silvia Ciappi The windows in the Upper Basilica’s apse in Assisi, made between 1255 and 1270, represent “a privileged observatory” to investigate the events in the history of the stained glass in Italy. Comparisons with some German stained glass, made in the 12th century especially in Mainz and Cologne, allow to intertwine a cultural, religious and figurative network that converged in the Assisi’s Basilica, the centre of European Christendom. New forms of artistic expression of Gothic art were generated by the insertion in the roman glass tradition of trans-alpine culture, thanks to the presence of northern glass makers and most of all the circulation of drawings, sketches and cartoons. Questo studio intende approfondire le vicende relative alla circolazione dei maestri vetrai e, più raramente di manufatti di vetro, nel XIII-XIV secolo, riprendendo un dibattito che è stato oggetto di indagini da parte di studiosi di diversa nazionalità e formazione. Sono stati, infatti, i percorsi tracciati dagli artigiani, dagli artisti, ma anche le frequenti e cicliche migrazioni delle comunità monastiche attraverso l’Italia a favorire la diffusione e l’innesto di caratteri stilistici riconducibili a botteghe o aree geografiche, talvolta molto distanti. L’intento di quest’indagine è di far luce in un tessuto denso di avvenimenti prendendo avvio dall’analisi delle vetrate istoriate dell’abside della basilica superiore di Assisi che, tra la metà e la fine del XIII secolo, fu il centro di confluenza di maestranze transalpine specializzate nel settore delle vetrate istoriate. Gli artigiani provenienti dall’Europa centro-settentrionale sono stati artefici dell’ideazione dell’intero progetto decorativo delle finestre dell’abside della chiesa superiore assisiate e responsabili dell’innesto di linguaggi figurativi che hanno dato avvio sia a declinazioni stilistiche innovative che alla ripresa di tecniche esecutive proprie della tradizione romana, rimasta pressoché inalterata nel corso dei secoli altomedievali. In questa prima ricognizione sono accostati avvenimenti che da un lato rendono più nitide le intrigate vicende che affondano le radici nei secoli altomedievali ma dall’altro lasciano, inevitabilmente, spazio a nuove zone d’ombra che meritano successive indagini. Per non complicare la presentazione di questi primi risultati incentrati sulle vicende relative alle vetrate assisiati si è intenzionalmente esclusa l’analisi delle vicende del vetro potorio, sia quello per uso comune che, come noto, presenta una costante omogeneità tecnica e formale, che quello di pregio che è in gran parte riconducibile alla cultura federiciana con tutte le implicazioni di influenze e sovrapposizioni stilistiche che riguardano questo importante capitolo dell’arte italiana, esteso oltre l’area meridionale, tanto da lasciare tracce tangibili lungo tutti i percorsi segnati dagli spostamenti dell’imperatore1. Un esempio è offerto dall’affresco nella navata centrale della basilica superiore di Assisi, attribuito alla cerchia di Jacopo Torriti, che illustra le Nozze di Cana, dove è raffigurato in netta 1

Ciappi 1991: 267-286; Ciappi 1994; Ciappi 1999.

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evidenza, sino ad assumere una rilevanza simbolica, un bicchiere decorato con gocce colate e pinzate, che testimonia la capillare circolazione di manufatti realizzati nelle fornaci federiciane nel secondo quarto del XII secolo, sebbene formalmente semplificati (fig. 1)2. Il fulcro dell’indagine, cardine artistico saldamente definito cronologicamente, è offerto dalle vetrate dell’abside della basilica superiore di Assisi, realizzate tra la metà e la fine del XIII secolo, che si presentano come un “osservatorio privilegiato” per individuare convergenze e stratificazioni culturali, prima ancora che figurative, tanto da segnare il punto di avvio della storia delle vetrate italiane. Le finestre istoriate della basilica superiore, ancor prima delle testimonianze pittoriche avviate almeno un ventennio più tardi, si presentano come la manifestazione artistica più innovativa e prestigiosa del Medioevo e delineano uno scenario figurativo talmente articolato da consentire il collegamento con avvenimenti apparentemente disgiunti, consentendo puntuali riferimenti a opere coeve o appena precedenti realizzate in area transalpina. Il rapido processo di canonizzazione di San Francesco avvenuto nel luglio del 1228, a soli due anni dalla morte del santo, coincise con la posa della prima pietra per la costruzione della basilica. L‘edificio fu consacrato nel 1253 da papa Innocenzo IV, tornato nel 1250 dall’esilio a Lione, dove era fuggito pressato dall’imperatore Federico II e dove aveva potuto ammirare interi cicli di vetrate istoriate restando, di conseguenza, influenzato e affascinato dalle soluzioni narrative che erano amplificate dalla luce filtrata e modulata attraverso le tessere policrome e dalle sfumature chiaroscurali ottenute con la grisaille. Sono questi gli avvenimenti sostanziali che hanno dato avvio a una rete di relazioni, artistiche, tecniche, ma anche di sottili equilibri religiosi e politici, che si sono sviluppate, evolute e trasformate sullo sfondo del palcoscenico assisiate che, già nella struttura architettonica, rappresentava un’innovazione. Le campate slanciate, le volte a crociera e le ampie finestre a traforo con sviluppo verticale traevano, infatti, origine da edifici di marca francese. Si trattava di un modello desueto per l’Italia e, con ogni probabilità, la scelta accordata al linguaggio gotico intendeva alludere alla freschezza e alle novità avanzate dalla predicazione francescana che si distaccava dai tradizionali schemi dottrinali. Quando il papa consacrò la basilica le ampie finestre a traforo erano chiuse con vetri a fasce intrecciate composte con disegni geometrici modulari, di cui resta un frammento nella vetrata della cappella di San Pietro di Alcantara nella chiesa inferiore, formata da parti assemblate alla metà del XX secolo, ora conservata nel Museo del Sacro Convento di Assisi e databile agli anni immediatamente successivi la costruzione della basilica, nel secondo quarto del XIII secolo (fig. 2)3. Sono presenti motivi decorativi che trovano puntuali confronti con vetrate di ambito transalpino e in particolare con la finestra a disegno geometrico e grisaille della chiesa di Sant’Elisabetta a Marburgo in Assia, non lontano dall’abbazia benedettina di Fulda, databile introno al 1240 e di un altri esemplari della chiesa cistercense di Neukloster-Mecklenburg (fig. 3)4. Già in epoca altomedievale i pannelli delle finestre erano composti, salvo pochissime eccezioni, da tessere di vetro che formavano disegni e motivi geometrici, privi di applicazioni pittoriche, come è risultato evidente dalla ricostruzione dei frammenti di San Vincenzo al Volturno, riferibili all’IX secolo5. La funzione di quelle finestre, realizzate in loco da un’officina appositamente allestita in prossimità del cantiere, era quella di consentire alla luce di penetrare all’interno della struttura architettonica attraverso il filtro colorato del vetro che creava una modulazione variabile delle tonalità cromatiche in grado di modellare lo spazio sottolineato, o meglio posto in evidenza, dai riflessi che mutavano in relazione dell’intensità della luce solare. Il vetro, infatti, proprio per la corposità materica e la trasparenza, come già aveva notato Plinio (Nat. Hist., XXXVI, 24, 64), accentuava i particolari architettonici, tanto da delineare una continuità morfologica con le decorazioni realizzate in pasta vitrea, in mosaico o in opus sectile e stabilire una gerarchia di preziosità 2

Ciappi 1991: 282-283, fig. 2; Ciappi 1995: 49, fig. 47. Marchini 1973: 158-159, tav. CXXIX; Martin 1998: 335-336, n. 281, tav. 336, fig. 147. 4 Martin 1998: 80-81. 5 Dell’Acqua 1998. 3

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Fig. 1. Bottega di Jacopo Torriti, Nozze di Cana. Assisi, Basilica superiore, navata centrale, parete destra (part.).

Fig. 2. Pannello superiore proveniente dalla cappella di San Pietro di Alcantara (b1). Assisi, Museo del Sacro Convento.

Fig. 3. Vetrata a grisaglia con disegni geometrici. Marburgo, Chiesa di Sant’Elisabetta.

ornamentali. In tal senso le tessere vitree delle finestre del complesso monastico di San Vincenzo al Volturno dimostrano come la funzione delle vetrate, prima della diffusione dell’arte gotica, fosse sostanzialmente architettonica con un’assoluta continuità linguistica, concettuale e tecnica propria della tradizione tardo romana. I numerosi frammenti di vetrate emersi durante le campagne di scavo, sottoposti ad analisi, hanno rivelato la persistenza dell’impiego di procedimenti di tradizione tardo romana nella preparazione delle lastre e, inoltre, la colorazione delle tessere vitree del monastero molisano, non diversamente da quanto riscontrato nel cenobio di Farfa e in uno strato della Crypta Balbi del VII secolo, era ottenuta con ossidi metallici e con l’impiego di tessere staccate da mosaici parietali di epoca romana sottoposte a nuova fusione6. A quella consuetudine di reimpiegare tessere musive faceva riferimento il presbitero Teofilo tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, nel trattato Diversis artibus, descrivendo un procedimento che, con ogni probabilità, aveva appreso durante il soggiorno a Colonia, centro della Renania, che, come noto, in epoca imperiale fu una delle regioni più attive nella

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Saguì 1993: 131; Dell’Acqua 1997; Dell’Acqua 1998: 203, nota 9.

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Fig. 4. Profeti. Augusta, Cattedrale (part.).

lavorazione del vetro e dove erano presenti numerose tracce delle tecniche vetrarie romane, rimaste inalterate in epoca altomedievale, grazie alla fervida attività svolta dai cenobi monastici7. Ritornando alle vicende delle vetrate di Assisi la bolla papale Decet et expedit, emanata il 10 luglio dl 1253, ribadiva la necessità che fosse dato avvio a una decorazione adeguata alla basilica francescana che, ricordando quanto già espresso da Vitruvio nel De architectura, doveva manifestare: auctoritas, dignitas, magnificentia. La funzione delle vetrate era quella di enfatizzare il racconto religioso che diveniva un manifesto narrativo in grado di esprimere, con appropriate e sintetiche immagini, concetti teologici complessi e altrimenti difficili da trasmettere ai fedeli. In sostanza le vetrate dell’area absidale, edificata secondo la concezione gotica e con stretta analogia con quanto attuato nel 1248 nel Duomo di Colonia, prima di ogni altra cosa dovevano coinvolgere emotivamente i fedeli e successivamente, a una lettura più attenta, rivelare quei principi vitruviani che la chiesa aveva accolto e adeguato alla concezione cristiana8. Tuttavia tra il progetto decorativo e la realizzazione pratica si poneva un ostacolo non indifferente: all’epoca nessuna bottega attiva in Italia era in grado di realizzare vetrate istoriate, composte di vetri colorati e di tessere dipinte a grisaille che raffigurassero scene narrative compiute. Al contrario in Germania tra XI–XII secolo, negli stessi anni in cui Teofilo componeva il trattato De diversis artibus, era stato realizzato nella cattedrale di Augusta, in Baviera, il ciclo dei Profeti a grandezza naturale in posizione frontale che esprimeva una forte suggestione devozionale (fig. 4)9. I messaggeri divini, infatti,

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Teofilo, lib. II, cap. XII, Dell’Acqua 2003a: 157-158, note 396, 402. Per le vetrate del Duomo di Colonia, Rode 1974. 9 Dell’Acqua 2003a: 67-68, tav. 35a. 8

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Fig. 5. Frammento di vetrata, da una finestra dell’Abbazia di Mileto Vecchia. Mileto, Museo Diocesano (inv. 167).

rappresentavano un tramite tra la Dio e l’umanità, rendendo più duttile la comunicazione e l’afflato sacrale. Inoltre l’effetto luministico, dovuto al vetro dipinto e istoriato contribuiva ad amplificare e divulgare concetti allegorici e religiosi secondo il giudizio espresso dal teologo francese Ugo di San Vittore, nel XII secolo, che enunciava come la luce illuminando colorat, intendendo che il bagliore divino si materializza e dà corpo a tutto ciò che è terreno in modo che l’umanità gioisca dei benefici salvifici10. Per ovviare alla mancanza in Italia di maestri vetrai capaci di realizzare finestre istoriate consone all’importanza della basilica assisiate, alla metà degli anni Cinquanta, fu incaricata una bottega, la cosiddetta “bottega gotica”, proveniente dall’area di Magonza e di Colonia dove operavano maestri dotati di una radicata familiarità e conoscenza tecnica dell’arte vetraria11. Per quanto papa Innocenzo IV conoscesse le vetrate della Francia la scelta cadde su maestri di area germanica perché le finestre dell’abside, bifore con decorazione posta in senso orizzontale, si collegavano a schemi di area renana rispetto all’impianto invece adottato nelle chiese francesi, caratterizzate dalla raffigurazione svolta secondo l’asse verticale12. Evidentemente in Italia non era conservata memoria delle vetrate con decorazioni a grisaille di epoca bizantina e normanna delle quali erano, con ogni probabilità, rimasti frammenti esigui e in aree geograficamente troppo distanti dal centro umbro, invece aperto a collegamenti e scambi con il nord transalpino. Un precedente di vetrata istoriata a figura intera è rappresentato dal frammento di una tessera vitrea emerso in prossimità dell’abside dell’abbazia benedettina della Santissima Trinità a Mileto Calabro, insieme con altre con decorazione a grisaille conservate nel locale Museo Diocesano13. La lastra di color ametista raffigura un occhio e parte di una capigliatura a ricci ottenuti con pittura a grisaille ancora visibile, malgrado evidenti tracce di devetrificazione e danni subiti durante un restauro, è riferibile all’XI secolo, quindi precedente agli esemplari di area germanica (fig. 5). Quel frammento, 10

Ugo di San Vittore, cap. XII, in PL., t. CL.XXVI, 1854, col 820; Dell’Acqua 2003a:14, nota 1. Castelnuovo 1994; Martin 1994; Martin 1998: 22-26. 12 Martin 1994: 188. 13 Fiorillo 2000: 230-231, fig. 8A; Fiorillo 2003a: 219-220, fig. 1,10; Fiorillo 2003b: 245, 249, 249, tav. I, 1, fig. 12. Roberto di Granmesnil, prima di giungere a Mileto, aveva trascorso soggiorni a Roma, a Capua e in Puglia dove aveva potuto osservare edifici basilicali che furono probabili fonti d’ispirazione per l’abbazia calabrese. 11

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con le dovute proporzioni, doveva appartenere a una figura intera alta circa un metro e, con ogni probabilità, era stato realizzato in un’officina locale per quanto non sia stato trovato materiale di scarto, ma è noto che le sabbie della vicina Tropea, con l’aggiunta di soda, erano ottime per la composizione della miscela vetrosa. Ciò offre un’ulteriore conferma della veridicità della produzione vetraria italiana in quei secoli, ma anche conferma il livello tecnico raggiunto dalle officine di area sud tirrenica dedite alla realizzazione di tessere piane, dopo quanto già emerso in area campana e pugliese14. Resta incerto se l’attribuzione debba riferirsi a un maestro vetraio di origine bizantina, tesi sostenuta da Rosa Fiorillo, o se si tratti di un artista normanno giunto a Mileto al seguito di Roberto di Grantmesnil, abate del monastero normanno di Saint-Evroult-en-Ouche, protetto da Roberto il Guiscardo, principe di Salerno e dal fratello Ruggero I conte di Calabria, secondo quanto sostenuto da Francesca Dell’Acqua che ha tenuto conto di esemplari simili emersi in varie località europee15. Puntuali analogie con il frammento miletino sono state riscontrate con altri frammenti di vetro piano dipinto con motivi antropomorfi e in particolare con una testa maschile, riferibile all’ IX-X secolo, trovata a Champlieau, nel Nord-Est della Francia, mentre un altro frammento con immagine simile, ma in posizione di tre quarti, proviene dalla chiesa benedettina di Schwarzach, nella diocesi di Strasburgo ed è databile alla fine del X secolo16. Entrambe le tesi forniscono validi fondamenti di verità e, comunque si siano svolti i fatti e si dia credito alla tradizione bizantina o a quella normanna, quello che in questa sede interessa è che l’abbazia militina rappresenta un esempio concreto della circolazione di maestranze, di tecniche, ma soprattutto della fluida recettività nei confronti di nuovi linguaggi che si innestavano in ambiti culturali preesistenti, dando seguito a un costante scambio tra il mondo occidentale e quello orientale. Pur non potendo considerare la tessera di Mileto un precedente rispetto a quanto realizzato nel cantiere assisiate è, comunque, interessante considerate quel frammento e il contesto di esecuzione come un esempio della circolazione di linguaggi che hanno avuto ripercussioni ed esiti duraturi nei secoli successivi. E’, infatti fuori dubbio, che la diffusione del cenobitismo cluniacense, sostenuto dal papato in opposizione all’espansione del cerimoniale bizantino, abbia fatto sì che i Normanni siano stati i protagonisti di un fenomeno di progressiva latinizzazione di motivi figurativi nord europei adattati alla cultura italiana e meridionale in particolare. Per quanto riguarda la produzione vetraria, pur non riferendosi esplicitamente agli avvenimenti di Mileto, non è escluso che gli artigiani normanni che erano originati di una regione dedita alla produzione del vetro e memori di quell’antica koinè tecnica dovuta alla colonizzazione romana, siano i responsabili dell’immissione di nuovi linguaggi figurativi e tecnici che, in una cultura fortemente legata alla tradizione romana, trovavano un terreno fertile per nuovi sviluppi. Se diamo credito al ruolo svolto dalla presenza normanna nel processo di inserimento della cultura transalpina con conseguente sviluppo di attività, come quella vetraria, allora le vicende relative a due insediamenti normanni nell’Italia centro-settentrionale (in Liguria e in Toscana) non vanno considerate, se pur la cautela è d’obbligo, disgiunti dagli avvenimenti meridionali ma, anzi, assumono caratteri più definiti che meritano una disamina più attenta che va oltre il racconto leggendario. L’origine della produzione del vetro ad Altare, nell’entroterra savonese, è infatti, tradizionalmente imputata alla presenza nel XII secolo di monaci benedettini che avevano chiamato artigiani francesi per avviare la produzione di vetro in un’area dove le materie prime erano facilmente reperibili17. Analogamente alcuni frati originari della Normandia, i Fratres de Cruce de Normandia, si erano insediati alla fine del XII secolo in Toscana a San Vivaldo, luogo boschivo e impervio della Valdelsa (area geografica tra Firenze e Siena) dove era possibile reperire le materie prime necessarie per la lavorazione del vetro e dove di lì a poco la produzione vetraria avrebbe avuto, avvenimento che non sembra 14

Peduto 2000; Colonnesi 1999; Bertelli 1987, Bertelli 1990. Dell’Acqua 2003b: 277-278; Fiorillo 2000: 230-231; Fiorillo 2003b: 245; Fiorillo 2003c: 220. 16 Becksmann 2001:151, fig. 5; Dell’Acqua 2003a: 62-68; Fiorillo 2003b: 247-248. 17 Malandra 1983; Mallarini 1995; Badano Brondi 1999. 15

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Fig. 6. Mosè e il roveto ardente. Colonia, Duomo, Stephanuskapelle.

Fig. 7. Mosè e il roveto ardente. Assisi, Chiesa superiore, abside (finestra A-VIII, a3).

casuale ma anzi una diretta conseguenza, un notevole sviluppo nella vicina area compresa tra Gambassi, Montaione e San Gimignano18. In entrambi i casi la presenza dei frati è riconducibile al quel fenomeno di eremitismo e di risorgenza di vita spirituale che distingue l’inizio del secondo millennio, ma si può anche collegare con l’avvio di attività produttive dislocate in prossimità della via Francigena, importante arteria viaria medievale, che collegava Canterubury a Roma, costantemente percorsa da pellegrini, artisti e artigiani19. Chiudendo questa parentesi, che merita una più approfondita analisi che si spinge oltre le vicende del vetro interessando il vasto fenomeno della migrazione religiosa, e ritornando alle vicende assisiati le prime finestre a motivi geometrici che chiudevano l’abside della chiesa superiore dovevano apparire alquanto modeste e inadeguate alla struttura della basilica e al ruolo religioso e politico che assumeva la chiesa francescana. Fu, di fatto, una scelta inevitabile quella di chiamare maestri vetrai transalpini che introdussero soluzioni narrative sconosciute in area italiana e che furono i diretti responsabili della circolazione di modelli utilizzati per vetrate, ma anche per opere pittoriche e miniature. Si deve all’accuratezza degli studi iconografici e stilistici condotti da Frank Martin sulle vetrate assisiati il merito di avere individuato le tracce della bottega gotica o oltremontana indicando confronti che attestano la fitta circolazione di disegni e di cartoni utilizzati come traccia per opere di identico soggetto ma spesso, adattati, con le opportune modifiche, a soggetti diversi. Era, infatti, una pratica costante, che si riscontra anche nei secoli successivi, che i cartoni (disegno della vetrata a grandezza naturale eseguito a carboncino e inchiostro di china o sanguigna) fossero utilizzati in più occasioni, modificandoli e adeguandoli ad ambienti e situazioni narrative diverse, pur mantenendo inalterato il tratto originario. Un esempio particolarmente calzante è offerto da una vetrata, databile al 1280 e in origine destinata alla Dominikanerkirche di Colonia, ora conservata nella Stephanuskappelle del duomo, che raffigura la scena del Roveto Ardente (Dio appare sopra alcuni alberi, mentre la zona inferiore brucia con alte fiamme, la verga di Mosé, che si è tolto i sandali, è trasformata in un serpente e un montone si nutre di foglie verdi che miracolosamente sono rimaste indenni dall’attacco del fuoco) che è modulata su

18 19

Mendera 1989. Mendera 1998: 45; Ciappi 2004: 34-35.

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Fig. 8. Giona rigettato dal pesce. Assisi, Chiesa superiore, abside (finestra A-VI, a4).

Fig. 9. Resurrezione di Cristo. Assisi, Chiesa superiore, abside (finestra A-VI, b4).

un medaglione di Assisi, a sua volta modellato su un precedente cartone utilizzato dalla bottega transalpina per le miniature realizzate dell’Evangeliario di Aschaffenburg, di area renana (figg. 6-7)20. Il confronto stabilito tra la vetrata di Assisi e quella realizzata in area germanica non rappresenta un caso isolato ma, grazie a minuziosi confronti iconografici condotti su quanto rimane delle vetrate originali, su coeve miniature, codici e immagini pittoriche, conferma quanto fosse capillare la circolazione di disegni e di maestranze che divenivano il tramite concreto per la diffusione ad ampio raggio di linguaggi originati in paesi e in centri culturali distanti e, apparentemente, privi di legami e di scambi. Appartiene, ad esempio, alla cultura figurativa transalpina la soluzione di contrapporre scene tratte dall’Antico Testamento con altre che illustrano episodi del Nuovo Testamento, intenzionalmente poste in posizione speculare con l’intento di stabilire una continuità e una correlazione nell’impaginato iconografico. Puntualmente questa soluzione trova precisi riferimenti con opere coeve o appena precedenti, e non solo vetrarie, di area germanica21. Un esempio particolarmente calzante, anche per l’immediatezza narrativa, è offerto dai medaglioni ovati muniti di doppia cornice della bifora della finestra dell’abside (indicata come fin. VI) dove sono contrapposti episodi vetero e neo testamentari nel meditato intento di sottolineare l’affinità dottrinale delle sacre scritture, rese più comprensibili e d’immediato impatto devozionale per la scelta di soluzioni pittoriche che evidenziavano affinità descrittive e aiutavano a decodificare la complessa teologia cristiana. Sul lato sinistro è raffigurato l’episodio di Giona rigettato dal pesce dopo tre giorni trascorsi nel ventre del grosso pesce, mentre nella luce destra della bifora il medaglione illustra la Resurrezione di Cristo che appare nella stessa posizione eretta e frontale di Giona, nell’atto di alzare le braccia e oltrepassare il bordo del sarcofago dopo tre giorni dalla sepoltura (figg. 8-9)22. Quelle vetrate sono riconducibili, secondo la tesi sostenuta da Martin, allo stile di una bottega attiva intorno al 1260 nell’Austria meridionale che, con ogni probabilità, ebbe contatti con maestri vetrai veneziani trasferitisi oltre le Alpi, più esattamente nella zona di Salisburgo, area

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Martin 1994:182, figg. 6, 13; Martin 1998: 24-28; n.5, 235, tav. 8. Martin 1998: 20-21, nota 19. 22 Martin 1994: 181; Martin 1998: 250, nn. 44-45, tavv. 45, 50. 21

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Figg. 10 e 11. Arnolfo di Cambio, frammenti della decorazione della facciata del duomo di Firenze. Firenze, Museo dell’Opera di Santa Maria del Fiore.

dove, peraltro, sono attestati sin dall’inizio del XIII secolo frequenti scambi tra maestranze locali e artisti lagunari23. La decorazione delle vetrate del transetto e della navata della basilica superiore fu ripresa nell’ultimo quarto del XIII secolo quando si registrano motivi riconducibili all’arte pisana e lucchese, influenzata dalle soluzioni figurative adottate da Nicola e Giovanni Pisano e da quella taglia di maestri pugliesi che aveva raggiunto la Toscana al seguito degli spostamenti di Federico II, coniugando motivi latini con altri propri della maniera greca di matrice meridionale che, in area centrale, si sovrapponevano a caratteri stilistici di matrice bizantina presenti a Pisa, città portuale tradizionalmente soggetta all’influenza mediorientale. Giunti alla fine del XIII secolo ogni traccia della presenza di maestri oltremontani è scomparsa sia per quanto riguarda le vetrate che gli affreschi, inizialmente affidati a una bottega di maestri provenienti dal sud dell’Inghilterra o dal Nord della Francia e, negli anni ’80 del Duecento, ultimati da Cimabue e dai più noti pittori di scuola romana. Nell’ultimo ventennio del XIII secolo l’iniziale decorazione della basilica assisiate in stile gotico, inteso come novità opposta alla tradizione in una sorta di parallelismo con quanto predicato da San Francesco, lasciava spazio a una rilettura in chiave “moderna” della cultura romana a conferma dell’avvenuta codificazione dell’ordine francescano, da tempo inglobato nell’ufficialità ecumenica. Non è casuale, ma anzi una diretta conseguenza delle vicende di quegli ultimi anni del XIII secolo, che nel 1290 fosse attivo ad Assisi il pittore Jacopo Torriti che, con Pietro Cavallini e Filippo Rusuti, introdusse le novità stilistiche maturate in ambito romano che si distinguono per avere attuato la fusione tra la pittura classica e il ductus bizantino, dando avvio a un nuovo linguaggio figurativo, modulato in ampi spazi narrativi e in soluzioni decorative lontane da ogni influenza transalpina. Ugualmente i pannelli ideati da Arnolfo di Cambio nell’ultimo decennio del Duecento per la facciata del Duomo di Firenze, composti con inserti di paste vitree, creavano soluzioni formali ed estetiche riprese dalla tradizione musiva romana, coniugate con motivi precedentemente sperimentati da Nicola Pisano, di cui Arnolfo era stato allievo. Le tessere di vetro erano inserite in supporti lapidei che, attraverso il netto contrasto cromatico e la lucentezza dell’oro, ponevano in risalto il manufatto plastico, con l’intento accentuare la modulazione chiaroscurale che plasma e modella lo spazio (figg. 10-11)24. Ugualmente la soluzione ideata da Arnolfo di utilizzare sfere di vetro bianco per gli occhi della Madonna, detta appunto Madonna degli occhi di vetro, conservata al Museo dell’Opera di Santa Maria del Fiore di Firenze, era ispirato a modelli della statuaria romana proprio per sottolineare la posizione ieratica e scultorea della vergine che emerge dal dossale realizzato in marmo corallino e im23 24

Martin 1998: 28-32. Neri Lusanna 2005, n. 2.9: 242-245; Bracci 2005.

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Fig. 12. Madonna con Bambino (Madonna degli occhi di vetro). Firenze Museo dell’Opera di Santa Maria del Fiore.

Fig. 13. Duccio, Vetrata. Siena, Duomo, abside.

preziosito con incrostazioni di vetro dorato e policromo. Nello stesso tempo le sfere oculari in vetro dovevano far sì che lo sguardo divenisse reale, terreno e coerente con i principi di teologia umanizzata diffusi alla fine del XIII secolo (fig. 12)25. Il vivace fermento che aveva animato il cantiere di Assisi che, nell’ultimo decennio del Duecento, vide affermarsi la figura di Cimabue, della scuola romana e di lì a poco di Giotto, non è estraneo alla realizzazione della vetrata dell’occhio del duomo di Siena attribuita senza ombra di dubbio a Duccio di Buoninsegna ed eseguita tra il 1287 e il 1288 (fig. 13)26. Senza entrare nel merito del valore artistico dell’opera risulta di particolare interesse, in questo percorso volto a individuare scambi e sovrapposizioni stilistiche, considerare come i quattro santi posti nei pannelli a lato della Vergine, tra i quali i protettori di Siena, Sant’Ansano e San Bartolomeo, siano inseriti entro cornici polilobate o mistilinee secondo un modello proprio delle vetrate transalpine della metà del XIII secolo (fig. 14). Un puntuale confronto è offerto da una vetrata della chiesa di Sant’Agnese a St. Walpurgis nell’Alta Stiria, ora conservata al Germanisches Nationalmuseum di Norimberga (fig. 15)27. Ma ciò che è singolare è che la soluzione della cornice polilobata non trova alcun riscontro nella pittura di Duccio. Di conseguenza si può affermare che quella scelta sia decorativa, ma anche coerente con la concezione di spazio chiuso e delimitato, sia imputabile al solo intervento del maestro vetraio che era venuto, non passiamo sapere in che modo, in contatto con motivi decorativi di matrice transalpina, con ogni probabilità riconducibili, alla presenza di bozzetti e di disegni, ancora in circolazione in area assisiate a distanza di oltre trent’anni dall’attività e dalla presenza in loco dei maestri oltremontani responsabili delle finestre absidali. In effetti quelle cornici, che appaiono stilisticamente attardate rispetto alle novità ideate da Duccio nella stessa vetrata, confermano il ruolo autonomo e non secondario svolto dal maestro vetraio che pur ope25

Neri Lusanna 2005, n. 2.17, 262-267; Verdon 2005: 100-102. Carli 1946; Bellosi 2003: 15-16. 27 Martin 1998: 141-142, figg. 58, 60. 26

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Fig. 14. Duccio e maestro vetraio, Sant’Ansano. Siena, Duomo, abside.

Fig. 15. Sant’Agnese. Norimberga, Germanisches Nationalmuseum.

rava a diretto contatto con il pittore senese, al corrente di quanto di più innovativo era ideato sia nel cantiere assisiate che in ambito fiorentino, dove da un lato persisteva la tradizione pittorica legata a Cimabue e dall’altro erano sperimentate soluzioni, ancora embrionali e incerte, ma prontamente accolte dai giovani Giotto e Duccio. Per questo motivo quelle cornici tradizionali, che delimitano uno spazio architettonicamente circoscritto, non contrastano con l’assoluta modernità espressa da Duccio nella raffigurazione spaziale e prospettica del trono marmoreo della vergine e con l’utilizzo pittorico della grisaille nella rappresentazione dei volti, nella delicatezza degli incarnati che alternano sfumature rosacee al sottile tratteggio della barba e dei capelli. Sono motivi che trovano puntuali confronti nell’opera pittorica del maestro senese che, già a questa data, anticipa soluzioni proprie dell’arte del Trecento nel modo di concepire lo spazio e nella ricercata eleganza riservata ai particolari che caratterizza la pittura senese, ormai lontana dalle vicende del cantiere di Assisi. Un ricordo va al professor Giuseppe Marchini e a Padre Gerhard Ruf e un grazie a Frank Martin per avermi messa al corrente delle sue ricerche sulle vetrate di Assisi.

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Materiali e fornaci per il mosaico tra Umbria, Toscana e Roma: dalla polimatericità medievale alla pasta filata del ‘600 nella Fabrica di San Pietro Maria Grazia D’Amelio, Carlo Stefano Salerno The goal of this paper is to reconstruct the process that lead to producing mosaics, in which glass becomes the preferred component. We also analyse how the work was organised, and the actual role of the medieval pictor in this process, before mosaicists became simple copyists, as they were considered in the Modern Age. Nello sviluppo della tecnica del mosaico tra Medioevo e Moderno affiora la tendenza a limitare l’uso di materiali diversi in modo progressivo per arrivare, nel corso del XVII secolo, all’impiego esclusivo di materiale vitreo. L’obbiettivo è quello di realizzare una “pittura musiva” sempre più competitiva con le tecniche tradizionali e con la coeva pittura ad olio su tela. Uno sguardo diacronico su un numero selezionato di opere consente, sia pure con cautela, di proporre una possibile sintesi delle tendenze e dei fenomeni spesso apparentemente contraddittori, individuando temi spesso poco noti anche ai restauratori e agli storici dell’arte, come per esempio la divisione del lavoro e l’organizzazione del cantiere. La tecnica del mosaico medievale, come è noto, è molto diffusa nell’arte cristiana, dai primi secoli al XIV secolo, con le sue ampie superfici in tessere dorate, ma anche con quelle qualità peculiari del mezzo espressivo, raggiunte grazie alla scomposizione cromatica, all’accostamento impressionistico di colori puri, a volte complementari che consente sfruttare le diverse potenzialità espressive del mezzo. Questa tendenza sarà poi superata nel primo Cinquecento con gli Zuccati a Venezia , che raggiungono virtuosismi tali da far ritenere al Vasari che questa tecnica potesse competere con la pittura1, per giungere nel corso del Seicento a Roma, nell’ambito del cantiere della Fabrica di San Pietro, alla scelta della sostituzione di dipinti con copie in mosaico con una chiara esigenza di imitare la tecnica pittorica e la conseguenza di snaturare la tecnica tradizionale2. Nel Medioevo abbiamo una netta prevalenza della alternanza di paste vitree e materiale lapideo, spesso associati tra loro in un gioco alternato tra riflessi e assorbimento della luce, il più delle volte ritenuto non casuale, ma funzionale ad una contrapposizione lucido-opaco che Nordhagen non ha ritenuto legata alla disponibilità dei diversi colori o dipendente da un principio di economia dei materiali3. Talora sono presenti anche inserti di materiali preziosi o semipreziosi, quali madreperla, cristallo di Giorgio Vasari sottolinea la qualità del mosaico tale da imitare la pittura, giudicando i mosaici eseguiti “con tanta diligenza et unione e talmente accomodati i lumi, le carni, le tinte, l’ombre, e l’altre cose, che non si può veder meglio, né più bel opera di simil materia”, Vasari 1568 (ed. cons. 1965) vol. VII, 347-348. 2 Carlo Fontana scrive che le copie in mosaico “si fanno per renderli eterni”, cfr. Fontana 1697: c. 8r. Vedi anche Bonaccorso 2001: 115-124. 3 Nordhagen 1998: 45-100. Per meglio comprendere, basta ricordare il caso celebre dei mosaici della navata della Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. 1

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Fig. 1. Ravello, Cattedrale, Ambone Rogadeo. Particolare di “Giona nella Balena”.

rocca4 ma anche altri materiali che, come il vetro sono artificiali, ovvero materiale fittile utilizzato per ottenere tessere in terracotta, talvolta anche colorata e invetriata. Questo materiale, che spesso coesiste assieme al lapideo e al vitreo, è stato ampiamente impiegato nel caso ben documentato e studiato dei due amboni del duomo di Ravello datati rispettivamente alla metà XII e quasi alla fine XIII secolo 5 (fig. 1). Si tratta di frammenti di ceramica islamica inseriti ed utilizzati come tessere per la decorazione in colori diversi dal blu, al verde ai bruni. Naturalmente il materiale non è prodotto allo scopo, cioè non nasce per l’impiego nel campo della decorazione musiva, ma è un caso di riuso, per quanto, come osservato durante la discussione seguita al nostro intervento da parte di Paolo Peduto, si tratti di un materiale importante e tenuto in grande considerazione6. La tendenza ad utilizzare materiale ceramico, terracotta invetriata e dipinta è diffusa anche a Vene7 zia , che deteneva forse la più autorevole tradizione, spesso però sopravvalutata generalizzando e semplificando il fenomeno ritenuto dalla critica comunque una costante a partire dal primo Duecento8. Tuttavia anche i documenti relativi alla decorazione del Duomo di Orvieto, in modo continuativo dalla metà del trecento alla fine del XVI secolo, testimoniano con particolare insistenza dell’uso di tessere in terracotta9. Dai documenti apprendiamo, come già ha dimostrato da Luigi Zecchin, che ad Orvieto si producevano lastre in terracotta dipinta e invetriata appositamente realizzate in piastre per trarne Vedi l’esempio dei mosaici di San Clemente, vale a dire quelli dell’arco trionfale (XI sec.) e del catino absidale (1123). In essi sono presenti inserti di madreperla, cristallo di rocca e una tavolozza di ben 33 colori di tessere vitree. Cfr. Borsook 2000: 97-138 e 155. 5 Seccaroni, Moioli 2001: 51-66. 6 Ringraziamo Paolo Peduto per aver sottolineato questo aspetto. In questa sede, non ci si addentra negli interventi di restauro che richiederebbero un ben diverso approfondimento. 7 M.Verità, comunicazione orale, limitatamente ad alcuni colori particolari, forse più difficili da ottenere in vetro. 8 Si tratta del documento del 1218, ritrovato da Anna Maria Giusti, relativo al ringraziamento di Papa Onorio III a Sebastiano Zini, per l’invio di un maestro per l’esecuzione del mosaico di San Paolo e per chiedergli di procurare altri due mosaicisti, cfr. Giusti 1994: 300. Tuttavia, è noto che anche a Venezia, per paradosso, in alcuni periodi scarseggiano le maestranze e precisamente all’inizio del Quattrocento e nel XVII secolo. 9 La storia del mosaico a Orvieto ha inizio con la decorazione trecentesca di Andrea Orcagna e costituisce un punto di riferimento costante fino al XVIII secolo, quando si pongono i grandi problemi dei restauri. Per i documenti: Luzi 1866; Fumi 1891. 4

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Fig. 2. Cimabue “San Giovanni”, abside del duomo di Pisa.

tessere da tagliare come quelle vitree10. Le tessere di terracotta invetriata di diversi colori (ma con prevalenza di vitro albo) erano mattonelle di dimensioni standard, con molta probabilità le stesse adottate per il vetro, in modo che l’incisor vitri (l’addetto al taglio delle tessere) non dovesse cambiare la tecnica del taglio a seconda dei materiali11. Le ciangule o tabulette, erano quindi prodotte specificatamente per i mosaici12. Questa tecnica si protrasse ancora nella seconda metà del Cinquecento ad Orvieto dove erano attivi Paolo Rossetti e Cesare Nebbia, gli stessi mosaicisti e gli stessi pittori che lavoravano a Roma per la decorazione della Basilica Vaticana, fornendoci indirettamente notizie sui materiali impiegati anche a Roma, sotto la direzione di Girolamo Muziano prima (Cappella Gregoriana) e poi, di Cesare Nebbia, Giovanni De Vecchi e Cristoforo Roncalli (Cappella Clementina e Quattro tondi con gli alla base della Cupola)13. Ricordiamo che la storia del mosaico a Roma, nel periodo immediatamente precedente, è costituita da pochi episodi, tra i quali sono14 i due casi commissionati da Agostino Chigi in Santa Croce in Gerusalemme (Baldassarre Peruzzi) e nella cappella gentilizia in Santa Maria del

“Et il Camerlingo promette dargli tutti li smalti, vetri, et cocce, et pietre tagliati, olii, et altre misture per fare colla etc”, cfr. Luzi 1866: 514. 11 Harding 1988: 129. L’immagine è riprodotta in Tomei 1990: 77 si veda oltre fig. 3. 12 Zecchin 1990, vol. 3, 351-356; Riccetti 1999: 61-74; Harding 1989: 72-102, in particolare 81-89. Della decorazione musiva del Duomo di Orvieto si conserva “La Natività della Vergine”, (1365), già collocata sulla facciata del duomo nel triangolo sopra il portale, ora Londra, Victoria and Albert Museum, oltre a cartoni e altro materiale presso il Museo dell’Opera del Duomo. 13 Si tratta di notizie molto importanti in quanto i mosaici furono oggetto di rifacimenti e di pesanti interventi di restauro, nonostante la tecnica fosse stata scelta anche per la sua durevolezza. Per avere una idea dei materiali utilizzati allora dai mosaicisti attivi a Roma per la Basilica di San Pietro si può osservare i tre mosaici di Paolo Rossetti, in particolare la pala centrale con “Santa Caterina di Alessandria” firmata e datata 1594, nell’altare dei Fornai della chiesa di in S. Maria di Loreto , che, in largo anticipo sui tempi, appare realizzato con tessere vitree, poche tessere in terracotta, sembrerebbe, ad una osservazione autoptica, non dipinta, e ancora un uso piuttosto esteso di tessere dorate. 14 Dopo le decorazioni di Santi Cosma e Damiano (Felice V) e quelle del tempo di Pasquale I in Santa Cecilia in Trastevere, nei secoli XI-XII, con i mosaici a San Clemente si assiste ad un grande sviluppo della tecnica musiva. cui segue la decorazione di Santa Maria in Trastevere XII, il Sancta Sanctorum e i mosaici dei più grandi pittori romani attivi tra il duecento e l’inizio del secolo successivo. 10

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Popolo (per la quale egli ingaggia un mosaicista da Venezia, Luigi de Pace)15. A questo filone che ci condurrà nel corso del Cinquecento da Orvieto verso Roma, si affiancano altre importanti notizie relative ai materiali per il mosaico e alla loro produzione, che ci rimandano all’inizio del 400 e riaprono la questione delle relazioni tra Firenze e Venezia. A Firenze dove era ancora molto viva la tradizione del mosaico impiegato per la decorazione duecentesca del Battistero, furono attive nel XIII secolo anche maestranze venete, accanto ad artisti lucchesi, fiorentini dell’ambito di Coppo di Marcovaldo e numerose personalità artistiche. Una occasione documentata di scambio tra Firenze e Venezia, ma assai più tarda, è legata al soggiorno di Paolo Uccello che per ben 5 anni, dal 1425 al 1430, fu impegnato a Venezia per la preparazione di cartoni per i mosaici della Basilica di San Marco16. Questo momento è stato individuato da Maria Andaloro come primo sintomo di cambiamento nella direzione della separazione dei due momenti fondamentali, vale a dire l’ideazione e l’esecuzione17. Questo passaggio che segnerebbe la svolta tra il medioevo e il rinascimento, in realtà appare non facile da comprendere, in quanto non molto è noto circa il lavoro dei pittori mosaicisti. Infatti intendendo rigidamente e gerarchicamente distinte le operazioni, si dovrebbe pensare che questa separazione sia già presente nel periodo medievale18. Proprio in questo periodo sono attivi i più grandi pittori che tra il Duecento e il Trecento risultano impegnati, più che nella decorazione pittorica, in quella a mosaico, che, certamente era più impegnativa dal punto i vista dei tempi di esecuzione e del costo dei materiali. Basta ricordare Pietro Cavallini, Jacopo Torriti, Filippo Rusuti, lo stesso Giotto. Sul tema della divisione dei compiti si è soffermato S. Settis segnalando il ruolo fondamentale del capomastro nella decorazione dell’abside del Duomo di Pisa, un’opera particolare per la durata della sua esecuzione, per l’affidamento dei lavori a tre diversi capomastri, e la presenza di numerosi aiutanti con ambiti di attività non facili da definire19. Lo schema utilissimo che proposto da Settis evidenzia la presenza costante di Francesco il primo pittore responsabile della decorazione 20 con accanto numerosi aiuti, e poi la presenza costante di Cimabue per tutto il tempo della decorazione21; anche il pittore toscano ebbe diversi collaboratori che si alternano in periodi di tempo più frammentari. Alcuni studiosi hanno accentuato l’idea di una rigidità nella divisione del lavoro, tra ideazione, elaborazione del progetto e del disegno preparatorio, preparazione del materiale secondo un principio gerarchico che è proprio della cultura medievale; oltre ad Annamaria Giusti, recentemente Maria Andaloro 22 ha riproposto il tema citando il noto esempio del mosaico di Torriti dell’abside della Ba-

Nel 1518 Raffaello chiama a Roma Luigi da Pace per la decorazione musiva della Cupola della Cappella Chigi in Santa Maria del Popolo. Singolare l’uso del mosaico dipinto ad imitazione del mosaico nella stanza della Segnatura di Raffaello. A Roma la rinascita del mosaico coincide con la decorazione della cappella Gregoriana (1576 ss), segue ad una lunga interruzione dopo il ricchissimo momento tra il tardo 200 e il 300. 16 Borsi, Borsi 1992: 289. Purtroppo non si conservano opere in mosaico realizzate dai cartoni del pittore fiorentino, se non dei disegni di geometrie complesse che sono dei possibili motivi decorativi elaborati dal pittore per i mosaici pavimentali. 17 Andaloro 2009: 23-30; Andaloro 1997: 110 (nota 49), 119; Merkel 1973: 384-397; Merkel 1977: vol. II, 658, 662-664; Merkel 1987: 20-30; Rossi Scarpa 1991: 287-303; De Vio 2010: 135-150. 18 Per comprendere in che misura le tecniche cambiano, è sufficiente confrontare la tecnica di Giotto ad Assisi con quella di Giotto a Padova oppure verificare la crescita di personalità artistiche altrimenti ignote all’interno delle botteghe come quella di Palmerino di Guido nella decorazione giottesca della Cappella della Maddalena nella basilica Inferiore di Assisi. Questi esempi evidenziano, peraltro, solo alcune delle contraddizioni rispetto alle schematizzazioni della storiografia. Sul tema della gerarchia e della divisione del lavoro si veda Zanardi 2002: 39. 19 Settis 1995, vol. 1, 285-290; Settis 1979 (ediz. 2005), 49-50; Trenta 1896. 20 Si tratta della prima fase durante la quale Francesco di Porta a Mare realizza il Cristo al centro della calotta absidale. 21 Cimabue subentra al primo maestro nel 1302-3 realizzando la figura di San Giovanni. 22 Andaloro 2009. 15

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Fig. 3. J. Torriti “Incisor Vitri”, dal mosaico del catino abisdale di San Giovanni in Laterano.

silica di San Giovanni in Laterano, che raffigura l’incisor vitri nell’atto di tagliare le tessere, vale a dire impegnato in un lavoro meccanico e di minore responsabilità23 (fig. 3). Nella ricostruzione della tecnica esecutiva, l’importanza della definizione dei ruoli, è evidente se si considera il destino successivo del mosaico che conduce appunto ad una separazione sempre più netta tra ideazione ed esecuzione specialmente a partire dal Seicento, con la conseguenza, come è accaduto recentemente, del determinarsi di una sorta di disinteresse degli storici dell’arte per il mosaico moderno, che, essendo la traduzione di un progetto, disegnato o dipinto, è ritenuto estraneo alla attività dell’artista, un prodotto freddo e distante, ancora più di quanto si possa considerare una copia dipinta; basti pensare, come esempio unico ma clamoroso che posso citare, all’attività intensa di Pietro da Cortona nella Basilica di San Pietro, dove i mosaici realizzati dai suoi cartoni hanno contribuito sicuramente alla diffusione del linguaggio barocco forse più delle famose opere dipinte ed autografe, sfuggendo tuttavia all’interesse degli storici, perché non autografe24. Questo vuol dire che il mosaico ha rischiato di diventare terra di nessuno, non solo non è ritenuto un’opera autografa, non è nemmeno una copia ma la traduzione con altra tecnica e altri materiali di un’invenzione altrui25. La distinzione tra capomastro e incisor viti illustrata nel mosaico di Jacopo Torriti è a nostro parere da intendere come una rappresentazione schematica della divisione del lavoro, gerarchica nei ruoli. Cito ad esempio i capitelli trecenteschi del Palazzo Ducale a Venezia, in cui abbiamo anche un esempio di divisione del lavoro nel famoso capitello con i cinque martiri lapicidi e tre scultori. Si possono distinguere, con tre abbigliamenti diversi il Capomastro, lo stipendiato e l’apprendista26. Si tratta in ogni caso di un modo per illustrare le differenze tra i tre ruoli, utilizzando un solo elemento schematico sintetico, che tuttavia non esaurisce tutti i compiti che ciascuno dei singoli può compiere. Tomei 1990: tav.VIII. Nella monografia sul pittore questa attività è del tutto trascurata, cfr. Briganti 1966. 25 La copia servile che viene invocata nel processo citato da Andaloro 2009: 29; ricordo che nel processo celebrato in presenza di Tiziano e Tintoretto dei due lavoratori di mosaico contrapposti, uno degli Zuccati e l’altro dei Bianchini, il procuratore avrebbe affermato “non mi convincerete affatto che un mosaicista è tenuto ad essere pittore. La Repubblica “vi paga per copiare servilmente e fedelmente i cartoni dei pittori”, cfr. Sand, Lavange 1987: 14. 26 Wolters 1976; Franzoi, Pignati, Wolters 1990; Romanelli 2004. 23 24

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Fig. 4. A. Filarete “Danza di Filarete con i suoi aiuti” (Particolare), Roma, già Porta della Basilica di San Pietro.

Il ruolo del pittore, del mosaicista e degli altri collaboratori non è dunque da intendere in modo semplificato e rigido come quello schematicamente raccontato dall’iconografia del catino torritiano di San Giovanni che ha lo scopo di evidenziare in una forma sintetica il ruolo distinto tra pittore e mosaicista, ma non può illustrare nel dettaglio la divisione dei compiti e di tutte le attività necessarie per la realizzazione dell’opera. Qualcosa di analogo è possibile scorgere nella schematica rappresentazione quattrocentesca della porta bronzea della Basilica di San Pietro del Filarete in cui il maestro e gli aiuti sono raffigurati insieme nella famosa danza; la squadra e il compasso associati al maestro rappresentano soltanto simbolicamente l’ideazione ma non possono illustrare che in modo parziale tutte le fasi del lavoro da lui stesso eseguite. Allo stesso modo i singoli strumenti che gli aiutanti detengono non possono che raffigurare una unica fase del loro lavoro, sia pure rappresentativa della attività svolta all’interno della bottega artistica. L’elemento distintivo nel ruolo svolto dal maestro e dai collaboratori non può essere confinato nelle singole operazioni, altrimenti si dovrebbe pensare che l’esecuzione sia tutta da demandare alla sequenza di aiutanti, ciascuno con un unico compito (fig. 4)27. Il taglio delle tessere riguarda la prima fase, come anche la preparazione delle superfici, la esecuzione della sinopia, la preparazione della malta di allettamento o, nel caso del mosaico moderno in ambito romano, dello stucco, la sua applicazione, l’esecuzione del disegno preparatorio, soltanto dopo questa serie di operazioni inizia la fase della applicazione delle tessere. Inoltre, in relazione alla qualità dell’opera, è possibile dividere il lavoro (come del resto avviene in pittura) nell’esecuzione dei fondi, degli elementi decorativi, dei panneggi e, in ultimo, della figura umana, dei volti. Se pensiamo al Cimabue che rimane per tutta la durata del cantiere sul ponteggio con diversi collaboratori e un solo pictor, allora è più chiaro che egli stesso deve aver preso parte attiva alla esecuzione del mosaico che difficilmente, possiamo confinare nella sola esecuzione del disegno preparatorio, operazione molto sintetica e veloce, relativa per altro ad una sola gigantesca figura. La qualità del mosaico è strettamente legata alla selezione dei materiali, all’accostamento dei colori del tutto assenti nel disegno preparatorio, al modo di rappresentare le linee di contorno che, come noto, non solo determinano le forme ma anche i volumi la scelta degli andamenti, cioè la distribuzione

Vedi la “danza di Filarete con i suoi aiuti”, cfr. Beltramini 2000: vol. 2, 480-487 in particolare 486. E’ universalmente riconosciuta la presenza di diversi collaboratori non solo gerarchicamente organizzati, impegnati anche nell’esecuzione del modellato. 27

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Fig. 5. Particolare del mosaico, Roma, Santa Maria in Trastevere, Catino absidale (Secolo XII).

Fig. 6. Pietro Cavallini particolare del mosaico Roma, Santa Maria in Trastevere.

delle tessere a seguire i profili, la resa finale della figura; tuttavia l’atto primo del lavoro coincide con la selezione e l’acquisto dei materiali28. E’ proprio questa fase che ben documentata nella attività di Cimabue a Pisa. Il pittore presente con diversi aiutanti per tutti i 94 giorni di durata del cantiere, inizia la sua attività recandosi dai vetrai pisani per l’acquisto del materiale29. Dei suoi due fornitori, Betto Corcello “della cura di Santa Cecilia in Pisa”, gli vendeva tessere di vetro dorato e nero, e Bacciameo di Giovenco, produceva per il pittore vetri “lavorati et colorati facere debet iusta intentionem et voluntatem magistri Cimabovis pictoris (“deve fare vetri lavorati e colorati secondo le direttive e la volontà del maestro Cimabue pittore”30. Pochi anni dopo Andrea Orcagna tentò invece di rifornirsi degli smalti a Venezia31; Cimabue è inoltre citato nei documenti “cum uno famulo”, cioè con un allievo; sono spesso registrate le singole giornate di lavoro, i nomi dei collaboratori Barile, Cagnasso, Garoccio (già Ganaccio) Parduccio, Pogavansa, Turetto e Vanne32. Non sfugge ad esempio a Settis che Turetto, colui che è presente sia nel primo cantiere con Francesco, che nella seconda fase cimabuesca è chiamato pictor, a differenza di altri aiuti33. Possiamo osservare notevoli differenze di carattere tecnico-stilistiche nel modo di eseguire il mosaico evidenti dal confronto tra vari diverse opere di area romana a cavallo tra il XII e il XIV secolo. Si può osservare molto bene, grazie alle immagini ravvicinate del mosaico absidale di Santa Maria in Trastevere una tessitura irregolare, un uso del colore impressionistico, che ricorre ad accostamenti tali da generare luminosità pittorica, esattamente come nei più apprezzati mosaici tradizionali (fig. 5). In quest’opera le tessere sono tuttavia quasi esclusivamente vitree, con la sola eccezione dei massimi chiari che sono invece lapidei34. Nella stessa chiesa, a distanza di pochi anni

Anch’esso documentato da Giusti 1994: 281-342, in particolare 299. Sono commentati con grande attenzione da Giusti 1994: vol. I, 292; invece Maria Andaloro (Andaloro 2009: 23-30) tende a individuare il ruolo di Cimabue nella parte a suo giudizio ritenuta più qualificante, cioè alla esecuzione del disegno preparatorio. 30 Settis 1979: 209-210; Giusti 1994: 299. 31 La Giusti deduce che non esistevano vetrerie a Firenze. I documenti completi sono solo in Trenta, mentre la Ragionieri nella monografia di L. Bellosi dedicata a Cimabue, pubblica solo quelli direttamente relativi a Cimabue. 32 Ragionieri 1998: 382-383; Novello 1995: 285-290. 33 Settis 2005: 49. 34 Tiberia 1996: 116-117. 28 29

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Fig. 7. Pietro Cavallini “Giudizio Universale”, (affresco). Roma Santa Cecilia in Trastevere, particolare della tecnica esecutiva.

assistiamo ad un cambiamento notevole nella tecnica con i mosaici di Pietro Cavallini (fig. 6): da un lato cambia sensibilmente la tessitura, la forma delle tessere che tende molto a regolarizzarsi, quasi geometricamente, in funzione della precisione delle linee di contorno, dei passaggi chiaroscurali solidi e definiti. Tuttavia, a fronte di questo, i materiali sono meno preziosi, si fa ricorso ad un più ampio uso delle tessere lapidee, si introducono anche delle tessere in terracotta non dipinta. Dal punto di vista più strettamente stilistico, il risultato finale sembra essere l’esito della diretta partecipazione al lavoro da parte del pittore che si traduce nella maniera unitaria e sistematica di ordinare gli andamenti delle file delle tessere che accompagnano geometricamente le forme, in modo simile allo stile pittorico di Pietro Cavallini nel ciclo di Santa Cecilia in Trastevere in cui la tessitura è ottenuta attraverso un tratteggio che lambisce in modo analogo le forme, i volumi , le luci e le ombre (fig. 7). La decorazione torritiana dell’abside di Santa Maria Maggiore presenta alcune analogie nella tendenza alla regolarizzazione della tessitura, differenziandosi invece per la scelta di materiali con l’introduzione di tessere dorate e in foglia d’argento che difficilmente possiamo dissociare dal suo diretto coinvolgimento artistico. Osservando il già ricordato mosaico di Cimabue a Pisa, si può sottolineare la totale rispondenza stilistica rispetto ai suoi dipinti, come pure la distanza che lo separa dalle successive prove di Giotto, sia pure note in frammenti, come i due angeli superstiti, che dovevano appartenere alla famosa Navicella nella parete interna del portico della Basilica di San Pietro. Maria Andaloro ha individuato nella esecuzione del disegno preparatorio l’elemento di qualità che Cimabue può aver assicurato nel cantiere di Pisa, che contribuisce ad accentuare la qualità del mosaico, comunque a suo parere dovuto ai pittori musivari35. Seppure non possiamo che cercare di ricostruire una situazione ipotetica di cantiere, dobbiamo tentare di precisare alcuni dati. La sinopia è il vero disegno preparatorio, ma un disegno, molte volte vivace e pittorico, molto diverso dal risultato finale, che diviene stilizzato, iconizzato, irrigidito entro linee di contorno secondo il gusto, gli obbiettivi formali e le intenzioni artistiche. Basti pensare al famoso caso del volto vivo di Jacopo Torriti nella Sinopia del Padre Eterno in Assisi, rispetto alla redazione finale del dipinto36 (figg. 8-9). La sinopia non appare sufficientemente vincolante per il mosaicista, è una indicazione stilisticamente insufficiente per la traduzione finale in mosaico, ancora di più dicasi per il disegno preparatorio vero e proprio che deve essere realizzato sullo strato di allettamento Andaloro 2009: 23 ss. Tomei 1990: 59-61. Si tratta del Cristo della Creazione nel secondo registro della Basilica Superiore di S. Francesco di Assisi. 35 36

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Fig. 8. J. Torriti “Cristo Pantocrator” sinopia

Fig. 9. J. Torriti “Cristo Pantocrator”. Assisi, Basilica Superiore.

delle tessere, quello che nel mosaico antico è chiamato nucleus, e che nel mosaico moderno, a Roma, sarà chiamato genericamente stucco. E’ questo un disegno sintetico, spesso realizzato con campiture semplificate di cui restano tracce di colore a mio parere insufficiente per conferire una particolare qualità o rispecchiare le intenzioni artistiche del maestro37. Per quel che è noto del cantiere medievale, la collaborazione potrebbe dividersi tra magister e i diversi famuli, o allievi, tra i quali dividere le esecuzioni di figure e fondi, di motivi decorativi e di panneggi, in ragione del diverso impegno e della gerarchia di importanza tra le diverse parti del mosaico. Gli allievi crescono nella bottega artistica e gradualmente da addetti al taglio delle tessere, alla stesura dello stucco, alla applicazione delle tessere nei fondi passano a collaborare alla esecuzione del mosaico. E’ quanto emerge da alcune notizie d’archivio per esempio circa il ruolo polifunzionale di Giovanni di Bonino in grado di lavorare sui mosaici, come sulle vetrate, o anche di lucidare le statue di marmo38. Per i dipinti murali Bruno Zanardi ha giustamente ritenuto necessaria la predisposizione di un modello piccolo oltre al disegno preparatorio grande39. Questo che nel mosaico viene eseguito sull’arriccio e che solitamente chiamiamo sinopia, nei pochi casi medievali noti, come Sant’Appollinare in Classe e San Lorenzo a Milano, appare piuttosto sintetico e veloce. Il disegno preparatorio vero e proprio, cioè la semplice trasposizione fatta sullo stucco di allettamento delle tessere è una guida ancora più sintetica e veloce, a volte con i colori indicati con numeri in modo funzionale alla esecuzione del mosaico. In entrambi i casi si tratta di una esecuzione rapida, che non richiede tempi lunghi e la presenza assidua come quella,

Si veda Santopadre, Sidoti, Bianchetti 2009: 274-275. In alcuni casi la sinopia è un disegno molto sintetico come per esempio - tra i rari esempi conservati - quello del Sacello di Sant’Aquilino in San Lorenzo a Milano o quello di Sant’Apollinare in Classe a Ravenna, entrambi sintetici e “veloci”. Analogamente le sinopie medievali dei dipinti murali sono in genere molto schizzi rapidi, sebbene sia indicato, in modo comunque sintetico, il chiaroscuro. 38 Giovanni di Bonino era stato assunto per la prima volta a Orvieto nel 1325, per lavorare alla vetrate del coro, ed alcuni decenni più tardi tornò a lavorare sui mosaici della facciata. Il contratto con Andra Orcagna del 14 giugno 1358 stabilisce che Giovanni di Bonino doveva scolpire, dipingere, lucidare figure in marmo così come lavorare ai mosaici che gli venivano concessi 15 mesi dalla firma del contratto per portare a termine i suoi lavori in corso a Firenze. Su questo vedi R. Offner “ A corpus of fiorentine painting”, New York, 1931.79, sez. IV, I Andrea Orcagna, 1962, pp. 12-9 (sic). Per le vetrate di Giovanni di Bonino vedi: Marchini 1973: 167-192; Harding 1989: 72-102, in particolare 81-89. 39 Circa il cantiere pittorico sono fondamentali le osservazioni di Bruno Zanardi relative all’esistenza di un disegno preparatorio, inteso come la traduzione di un progetto preliminare, cfr. Zanardi 2002: 61. Harding Doumbarton Oaks Papers 43, 1989, pp. 73-102; il disegno del modello doveva essere anche a grandezza naturale come dimostrerebbero le spese di Andrea Orcagna per la carta (bambagina o pergamena che fosse). 37

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documentata assai bene, di Cimabue relativa ai 94 giorni consecutivi, corrispondenti a tutta la durata del lavoro sul ponteggio. Il che se da un lato induce a ritenere che il ruolo del pittore sia attivo nella diretta esecuzione del mosaico, quello dei diversi aiutanti e del pictor Turetto, sia da considerare non limitato alla esecuzione di singole circoscritte operazioni. Si tratterebbe di una forzatura simile a quella che vede il cantiere come una macchina organizzativa in grado di programmare il lavoro, di progettarlo nei minimi dettagli. Risulta invece che i materiali cambiano, le tecniche cambiano, e nel caso dei dipinti di Giotto e della sua bottega, come delle Storie Francescane, cambiano del tutto tecniche e materiali40. E’ additrittura sorprendente il cambiamento nelle tecniche da Cimabue alla scuola romana a Giotto e ancora tra Giotto della Maddalena e Giotto di Padova.41 Alcune parti non finite, come la cantoria attribuita a Puccio Capanna, o altri casi, come il riquadro delle storie Francescane con San Francesco che porta al Sultano d’Egitto la pace di Cristo, nelle aree in cui è caduta la pellicola pittorica rivelano un analoga stesura di linee molto disordinate che saranno corrette gradualmente man mano che il disegno definitivo prende forma (fig. 10). Credo pertanto sia difficile definire in senso stretto i compiti degli aiutanti e quelli dei pittori veri e propri. Si può ragionevolmente ipotizzare che sia il magister ad assegnare agli apprendisti e ai diversi collaboratori dei compiti definiti, secondo le loro capacità che potevano passare dal taglio delle tessere, alla loro applicazione, affiancando mosaicisti più esperti, magari salendo gerarchicamente dai fondi agli elementi decorativi, sino alle figure umane con i panneggi e, infine, ai volti delle figure (le teste). Il ruolo del magister inizia a manifestarsi nel caso del duomo di Pisa con la scelta la ricerca preliminare del materiale per fare il mosaico, non solo quello in commercio, ma anche da far produrre secondo le sue direttive, come ha messo in luce Annamaria Giusti42. Questa circostanza aiuta ad evidenziare come la scelta dei materiali sia strettamente connessa al risultato finale che si intende perseguire. Proprio per questa ragione è utile riflettere sui materiali e la loro produzione. Giova qui ricordare che, come ha evidenziato anche Maria Mendera, nel medioevo sorgevano vetrerie di diverso tipo e alcune, quelle che sorgono nei pressi delle fabbriche43, producono vetro per mosaici fatto fare anche da bicchierai, che spesso non sono veneti ma che hanno bisogno di materiali e semilavorati che si fanno venire da Venezia (rubino e altre materie prime): tuttavia sono spesso di altre provenienze. Tra Duecento e Trecento a Pisa è documentata una tradizione vetraria autonoma testimoniata dai documenti relativi ai mosaici per il catino absidale di Cimabue: si conoscono i nomi dei vetrai operanti nella città marinara ed è noto che a Firenze per i mosaici si ricorre alla tecnologia dei maestri pisani44. Poco dopo la metà del trecento, come risulta dall’elenco pubblicato da Luigi Zecchin, l’Orcagna per i mosaici del Duomo di Orvieto si rivolge a Venezia per l’acquisto dei materiali, per poi rinunciarvi Zanardi 2002: 142-146 (per i colori brillanti le stesure e i trapassi di tono propri del Miracolo del fanciullo di Suessa), 152-153. Zanardi ha evidenziato le innovazioni non solo tecniche ma anche stilistiche nelle opere certe di Giotto, ad Assisi e a Padova, ma ha anche evidenziato come il cambiamento di tecnica, ad esempio nel Miracolo del Fanciullo di Suessa corrisponda a un cambiamento stilistico e consenta di raggiungere risultati formali assolutamente inediti. Aggiungerei soltanto che la distanza che separa Cimabue come pittore murale da Giotto, è ancora superiore a quella che separa il maestro delle storie francescane dal Giotto della Maddalena e di Padova, i veri ambiti in cui si compie la grande trasformazione tecnico-stilistica della pittura di Giotto. 41 Si passa in pochi anni dalle pontate con disegno preparatorio a fresco e la pellicola pittorica interamente a tempera, come nel duecentesco maestro di san Francesco, alle stesure mediante giornate di lavoro con esecuzione a sottili tratteggi alle nuove rivoluzionarie stesure pittoriche, trasparenti e luminose, che sviluppano la funzione chiaroscurale della linea di contorno. 42 Nel 1302-1303, Cimabue non solo si riforniva da vetrai pisani come dai documentati Betto Corcello “della cura di Santa Cecilia in Pisa” che forniva tessere di vetro dorato e nero e Bacciameo di Giovenco, ma sceglieva egli stesso il materiale e lo faceva produrre secondo le sue direttive (Giusti 1994: 300). I documenti sono pubblicati da Trenta 1896: 25-27. 43 Per esempio a Orvieto e Roma. Su questo si veda Harding 1988: 126, che sottolinea la collocazione della fornace trecentesca nei pressi del duomo di Orvieto. Mendera 2000. 44 Nel Convegno XV Giornate Nazionali di Studio sul vetro AIHV Università della Calabria-Aula Magna, 9-11 giugno 2011 Il vetro in Italia: testimonianze, produzioni, commerci in età basso medievale, la Stiaffini ha presentato un lavoro sulle fornaci per il vetro a Pisa, con importanti notizie tratte da scavi archeologici. 40

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Fig. 10. Maestro delle Storie Francescane “San Francesco che porta al Sultano d’Egitto la pace di Cristo” Assisi, Basilica Superiore, particolare.

forse a causa dei costi più elevati e si privilegia la produzione locale a rivolgendosi alle fornaci allestite nei pressi del Duomo45. Il caso di Alessio Baldovinetti (1425-1499) testimonia quanto sia importante nel mosaico la padronanza della tecnica del vetro per tentare di risparmiare sul costo dei materiale 46. Come accaduto a Pisa e a Orvieto47, e più tardi a Roma, i maestri vetrai impiantano fornaci locali; alla fine del ‘500, per la produzione dei materiali per la decorazione della basilica di San Pietro erano attive botteghe di quelli che a Roma erano detti fornaciari, di diversa provenienza, non solo veneti come precedentemente creduto 48. Per esempio, il contratto del 1601 per la fornitura di smalti per la Cappella Clementina è stipulato con il bicchieraio Nardo Cocchi da Perugia, probabilmente legato al vicino Piegaro49, un centro di produzione per il vetro come ha evidenziato recentemente Daniela Stiaffini50. Altri vetrai citati nei documenti hanno diverse provenienze, come Giovan Battista Tremei da Cremona e i fratelli Giovanni Antonio e Giulio de’ Rachettis da Altare di Monferrato51. Un altro vetraio proveniente da Sabbioneta, vicino Cremona, attivo è nel 1605 è Francesco Barafalio detto appunto da Sabbioneta52. Nel 1359 Andrea Orcagna inviò a Venezia “al luoco dove si fa el vetro per lu musaico”, il fiorentino Donnino di Guglielmo, con precise istruzioni sul materiale da acquistare. Non solo abbiamo una lista di colori con i gradi allora utilizzati, ma anche la testimonianza della provenienza da Venezia ricercata ma poi non adottata a causa dei costi elevati Zecchin 1990, vol. 3, 351-356. 46 Alessio Baldovinetti, oltre a un mosaico per il Battistero di Pisa e a un altro sempre per Pisa (portale esterno) esegue il restauro dei mosaici del Battistero. Egli riferisce nei suoi Ricordi, di aver appreso da un tedesco l’arte di fare i mosaici e, inoltre, sono documentati i suoi legami con Piegaro (cfr. Ciappi: 2006: 32; Acidini Luhcinat 1991: 164-165). 47 Su Orvieto si veda il recente contributo di Mendera 2000, con bibliografia precedente. 48 Cornini 1986: 29-35; Petochi, Alfieri, Branchetti 1981: 88. 49 Belmonte, Salerno 2008: 93-96. I documenti si conservano presso l’Archivio di Stato di Roma, da ora in poi ASR, 30 Notai Capitolini, Paulus Roverius, B. 5, c. 4r. 50 Stiaffini 1995: 33. 51 A proposito di De Rachetti, Badano Brondi riporta molte testimonianze di membri della famiglia come Giovanni Racchetti che fu prima in Normandia, poi a Londra (entro il 1635) poi Giulio Cesare Racchetti anche lui in Inghilterra a Oldswinford nel Seicento; infine cita Michele Rachetti, proprietario della Manifattura di Vetro “Minories Glasshouse nel 1678-1680 (cfr. Badano Brondi 1999: 78). Sui De Rachetti o De Racchetti in Inghilterra si veda Thorpe WA 1935: vol. I , 132. 52 ASR, 30 Notai Capitolini, Paulus Roverius, B. 5, c. 239r. 45

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Così l’unico vetraio veneto, attivo a Roma all’inizio del Seicento è Pietro Pomodoro, fornitore degli smalti per l’iscrizione del “TU ES PETRUS” che corre alla la base della cupola di San Pietro 53. Un altro vetraio altarese è Giovan Antonio Zappa che nel 1605 allestisce una fornace a Roma a sue spese che mantenne per tutta la durata del lavoro54. A Roma la ripresa del mosaico era legata, come già detto, alla scelta di decorare la cappella Gregoriana (commissionata nel 1576), iniziativa di grande rilievo artistico ed economico, che parte nella più totale assenza di una tradizione locale nell’arte musiva. Ma già, a distanza di pochi anni, nel 1581 la Fabrica del Duomo di Orvieto decide di compare gli smalti a Roma e non nel più vicino centro di Piegaro55. Questa circostanza testimonia la capacità di organizzazione del lavoro, di richiamare le maestranze e di scegliere i vetrai in ragione della qualità dei materiali prodotti e delle condizioni economiche offerte. La terza famiglia importante di origine altarese è quella dei Sappa . Infatti, nel 1617 compare un Giovan Antonio Zappa da Noli, fornitore degli smalti utilizzati per il restauro della Navicella di Giotto, eseguito da Marcello Provenzale (1575-1639)56. E ancora un altro vetraio altarese è attivo nella Roma del Seicento: si tratta di Matteo Buzzone, molto apprezzato da Papa Urbano VIII con il quale sono documentati rapporti diretti. Addirittura, egli ebbe la privativa del diritto di bollo papale per le sue manifatture57. E’, però, a cavallo tra 500 e 600 che avviene il grande cambiamento con l’esclusione - dai materiali per il mosaico - delle tessere in terracotta dipinta. In un contratto, datato 1602, stipulato tra la Fabrica e Nardo Cocchi vetraio di Perugia per la decorazione della cupola della cappella Clementina in San Pietro si legge: “Che in detto smalto non vi sia sorte alcuna di cocci e di terrecotte colorite e adornate, ma tutti habian da essere smalti finissimi et buoni come sopra’’58. A dispetto della durevolezza attribuita al mosaico (ricordiamo l’entusiastico giudizio di Vasari), queste opere sono andate perdute o sono state pesantemente restaurate. Una testimonianza unica che consente di osservare la tipologia dei materiali allora utilizzati è costituita dalle tre pale in mosaico di Paolo Rossetti, eseguite nel 1594 per l’altare dei fornai in Santa Maria di Loreto. Qui sono ancora presenti alcune tessere in terracotta, forse dipinte poiché le poche tracce di pigmento sono di dubbia interpretazione. I vetrai che, come detto, provenivano da aree geografiche diverse, si stabilirono dunque a Roma impiantando le loro fornaci presso la Fabrica di San Pietro 59. E’ poco noto che la dipendenza tecnologica da Venezia era legata all’incapacità per i vetrai attivi a Roma di produrre il vetro rosso (rubino), e, conseguentemente, tutti quei colori per i quali il rosso era necessario, come l’arancio, e, soprattutto i colori difficili e importantissimi per gli incarnati60. Questi ultimi, nel Cinque-Seicento, erano ancora surrogati con materiale lapideo, in particolare con la pietra detta cottanello, proveniente dal reatino61. Maria Mendera ha indagato la diffusione della tecnologia per produrre il vetro rosso, concludendo che, ai tempi di Antonio da Pisa, essa era sconosciuta in Toscana e che solo nel Quattrocento se ne trovano tracce nei trattatelli toscani pubblicati dal Milanesi. Nonostante questo, a Roma nel Cinquecento e per tutto il Seicento sembra non essere nota la procedura per la produzione del rubino. Solo nel 1731 con Alessio Mattioli si riuscì a

ASR, 30 Notai Capitolini, Paulus Roverius, B. 5, c. 232r.. ASR, 30 Notai Capitolini, Paulus Roverius, B. 5, cc. 236rv. 55 Fumi 1891: 110. 56 ASR, 30 Notai Capitolini, Paulus Roverius, B. 9, c. 248v. 57 Mallarini 1995: 135; Badano Brondi 1999: 53; Mallarini 1995: 135. 58 ASR, 30 Notai Capitolini, Paulus Roverius, B. 5, c. 9v. 59 Mendera 2000: 97-138. 60 Moretti, Salerno 2006: 510-515. 61 Si tratta di scelte anche legate ai costi per le quali non è sempre facile definire le cause precise. Si ricorda, a esempio, che Paolo Rossetti nel 1594, per il già citato altare dei Fornai a Santa Maria di Loreto a Roma realizzò tre pale in mosaico con le tradizionali tessere dorate, ma per gli incarnati utilizzo tessere vitree e non più prevedibile pietra da taglio. Viceversa sono ancora presenti tessere in terracotta. 53 54

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produrre il vetro rosso, svincolando la Fabrica da una lunghissima dipendenza dalla Repubblica veneta62. Ma questa non è l’unica novità: nel Seicento a Roma si ha un’autentica “forzatura” della tradizionale tecnica del mosaico utilizzato per imitare in modo fedele la tecnica a olio. Questa esigenza, legata alla scelta di sostituire le pale d’altare con copie in mosaico, portò a una modificazione dei materiali, costituiti da allora esclusivamente da smalti vitrei, ma accentuò al tempo stesso l’esigenza di disporre di una più ampia gamma cromatica. Se esaminiamo i colori disponibili a Orvieto, alla metà del Trecento, tra i materiali provenienti da Venezia in data 4 dicembre 1359, scopriamo che sono elencati 40 colori, cioè 11 colori ciascuno con diversi gradi63: cioè 5 gradi per gli azzurri, 10 gradi per le lacche, il biffo, i verdi , il rosso, il giallo, tre gradi soltanto per il nero, il verdaccio e per gli incarnati. Alla metà del Seicento nella Fabrica di San Pietro i colori sono abbondantemente triplicati giungendo a 14764. Questo excursus mette in luce il lungo processo che determina la produzione di un mosaico in cui il vetro è il materiale privilegiato, tecnologicamente in grado di soddisfare le più difficili esigenze di controllare le gradazioni cromatiche, escludendo non solo i materiali preziosi inseriti in epoca Medievale, quelli economici come i lapidei, quelli anch’essi economici ma legati all’esigenza di ottenere colori non facilmente disponibili come le terracotte dipinte. La caratteristica che più di ogni altra ha determinato la fortuna del mosaico, ovvero la durevolezza, per la quale si è attribuito al vetro un ruolo essenziale, non è stato un obbiettivo centrato, soprattutto a causa della perdita di adesione delle tessere causata dallo stucco a olio che era stato introdotto per aumentare i tempi di esecuzione del mosaico. A questi danni si aggiungono le alterazioni proprio di quegli smalti (quelli di Alessio Mattioli) molto lodato per la pregevole opacità adatta a replicare le pennellate di un dipinto; in effetti alcune tessere di determinati colori nel tempo sono virate nel colore e, talvolta, a causa delle composizioni instabili, subiva un processo di deterioramento65. Il vetro per i mosaici non era prodotto solo in piastre (o in pizze), ma anche in pasta filata come risulta dai documenti di pagamento per le forniture che Alessio Mattioli produsse per la decorazione della Cappella di San Giovanni nella Chiesa di San Rocco66, circostanza che consente di sfatare il mito del legame tra la pasta filata e il mosaico minuto settecentesco, da cui i precedenti legati ai micromosaici di Marcello Provenzale si distinguono per l’uso di microtessere in vetro tagliato67.

D’Amelio 2002: 131-140; Moretti, Salerno 2006: 13-23; D’Amelio, Salerno 2009: 521-532. Azzurri con i suoi gradi lib. 100 cioè 20 per ogni grado [vale a dire 5 gradi] Lacca sono 5 gradi 50 lib cioè 10 per digrado Biffa co’ gradi suoi 50 lib cioè 10 per digrado Verde co’gradi suoi lib 50 cioè lib 10 per digrado Vermiglio co’gradi suoi lib 50 cioè lib 10 per digrado Bianco candido 50 lib Giallo co’gradi suoi lib 50 cioè lib 10 per digrado Incarnatione co’gradi suoi lib 50 cioè lib 16 per digrado [vuol dire tre gradi soltanto] Verdaccio co’gradi suoi lib 50 cioè lib 16 per digrado [vuol dire tre gradi soltanto] Ariento libre 30 Nero co’gradi suoi lib 30 cioè lib 10 per digrado [vuol dire tre gradi soltanto] 64 Il foglio conservato presso la British Library, London, Maps 6, Tab 3, p. 5 è stato pubblicato per la prima volta da Mc Phee 2006: 353-373; successivamente il foglio è stato oggetto di uno studio specifico di D’Amelio, Salerno 2010: 71-84. 65 Moretti, Morna, Medici, Salerno, Verità 2008: 37-40. 66 Lisbona, Biblioteca Nazionale di Ajuda, documenti in corso di pubblicazione. 67 I micromosaici di Marcello Provenzale conservati presso la Galleria Borghese mostrano chiaramente che le tessere sono tagliate. 62 63

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Le vetrerie di Altare nel Basso Medio Evo

Maria Brondi Badano, Giacomo Badano, Simone Cagno, Koen Janssens In the years 1969-1989 the “Istituto Internazionale di Studi Liguri” effected several archeological campaings at the Palazzo della Loggia in the Priamar fortress in Savona, Italy. The 20-year long excavation yielded a total of 682 glass shreds dated from the IX century to present times. This is a preliminary report on the analysis of 15 of the most ancient samples by proton induced X-ray and Y-ray emission (PIXE-PIGE). It appears that all of the samples are soda-lime silica in composition. Most of them, including the oldest ones (dated to the IX and XII centuries) have high iron and alumina content (more than 3,5%) suggesting the use of local sand as a source of silica. These samples could come from Altare, the glassmaking site closest to Savona. We briefly review the history of Altare in the light of these findings.

Le prime testimonianze d’archivio Altare nel 1142 divenne feudo del Marchese Enrico, capostipite del casato dei Del Carretto1. La partecipazione del Marchese Enrico alla II Crociata, il lungo e favorevole rapporto tra i Signori del Monferrato e gli Imperatori Bizantini d’Oriente rappresentano una realtà troppo a lungo trascurata riguardo a probabili influenze sulla vetreria di Altare. Nel 11622 Enrico I venne investito, dall’Imperatore Federico Barbarossa, del marchesato di Savona, che comprendeva anche alcuni territori circostanti. Il 25 luglio 11793 lo stesso Enrico I riconosce alla città di Savona la piena autonomia civile e politica. Contemporaneamente dichiara di rinunciare completamente al pedaggio “super homines de Cairo et de Cruxferrea et de Bolcili et de Carcaris, de Dego et de Altari”. Appartengono a questi anni i nomi di due vitreari, Pietro e Nicola. Registrati dal notaio Cumano4 in atti del maggio 1178 e del dicembre 1179, il primo, Petrus vitrearius, è presente a Savona come testimone in una divisione di beni, il secondo, Nicola vitrearius, è costretto a cedere, per i debiti contratti, un suo immobile, in Fossalvaria (attuale Via Pia), in prossimità del porto. Essi sono probabili commercianti del vetro di Altare, di ceneri sodiche, di vetro rotto e di esemplari provenienti dall’Oriente. Il vuoto documentario degli Archivi savonesi riguardo ai vetrai di Altare, negli anni successivi al 1217, quando roga ancora il notaio Saono, è colmato dai notai di Genova con la registrazione di alcuni contratti, a cominciare dalla seconda metà del secolo XIII. I generi di esportazione talvolta, invece che

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Moriondo G.B. 1788-1790, Monumenta Aquensia , Charta divisionis inter VII Marchiones De Vasto, I, coll. 53-56, n. 42. 2 Moriondo G.B. 1788-1790, Monumenta Aquensia, II, coll. 330-331, n. 70. 3 A.S.S., Il cartulario di A. Cumano e G. Di Donato 1178-1188, a. cura di L. Balletto et al., Roma 1978, n. 302 e n. 309. Il cartulario contiene le imbreviature degli atti rogati dal notaio Cumano dal maggio 1178 al maggio 1182 e poi dal notaio Giovanni Di Donato fino al marzo 1188. 4 A.S.S., Not. A. Cumano, maggio1178 (manca nell’imbreviatura la data del giorno); 12 dicembre 1179.

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nel porto di Savona, vengono caricati sulle spiagge di Albisola, Celle, Varazze5. Una delle prime testimonianze documentarie di esportazione di vetri riguarda la spedizione di una barca, carica di anfore e altri vasi vitrei, dalle spiagge di Albisola a Marsiglia il 15 giugno 12716. Dal 1288 altri contratti di vetrai di Altare con vitrerii genovesi indicano la tipologia produttiva delle fornaci (A.S.G., Not. ant., cart. 68/1, c.135v., Not. Nicolao de Porta, 23 febbraio 1288). Nel 13287 (not. Guglielmo de Plano), “a conferma di antecedenti concessioni”, si verifica un fatto di straordinaria importanza per i commerci dei vetrai di Altare: i Marchesi di Savona concedono ai fedeli sudditi libertà, franchigie e immunità motivando il loro gesto con “i molti e graditi servizi che ricevettero a Communi, et Universitate, Hominibus et Personis castri et ville Altaris, Naulensis Diocesis, per l’affezione speciale che ad essi portano”. Segue nell’ordine la formula : et sperant in futurum, considerantes et pro Dominorum interesse Suorum , subiectos suos habere locupletes, et eorum commoda perquirere diligenter, ossia i Marchesi sperano che i loro sudditi acquisiscano ricchezze e perseguano i loro utili nell’interesse proprio e dei loro Signori.

Libero mercato in territorio feudale Con la soppressione delle taglie feudali da parte dei Marchesi , l’economia altarese entra in una fase di floridezza, contraddistinta dall’afflusso di forestieri da Genova, da Savona, dall’entroterra piemontese , mentre alcuni cognomi sembrano già appartenere a Venezia8. Quando, nel 1364, dopo circa un secolo e mezzo di silenzio, incomincia a rogare il notaio Leonardo Rusca, sulla documentazione privata si susseguono ripetutamente sei cognomi di vetrai, registrati per l’acquisto di soda e la vendita di vetrame. Nel corso del Quattrocento sono più di venti i cognomi ricorrenti. I contratti aumentano considerevolmente nel secolo successivo con nomi nuovi. Membri delle famiglie vetraie, verso la fine del XIV secolo, acquistano case e magazzini a Savona per disporre di centri d’appoggio per i i loro commerci. Il vetro lavorato viene spedito in tutte le più importanti città marittime italiane peninsulari e insulari, con particolare riguardo a Genova, Roma, Napoli, verso la costa provenzale (Nizza e Antibes), a Barcellona, in Barbaria, in Partes Orientales. La spedizione del vetrame è effettuata tramite una forma giuridica di commercializzazione in uso a Genova, l’accomandita. Nel secolo XIV sono ancora i mercanti savonesi a farsi garanti delle transazioni dei vetrai ; successivamente i produttori acquistano una totale autonomia. Nella seconda metà del Quattrocento, membri delle famiglie altaresi cominciano essi stessi a pilotare galee e saettie (la saettia, leggera e molto veloce, era armata con 24 remi) per i trasporti . Altare, unico centro vetrario del savonese, diventa un vero nodo commerciale per il mercato ligure, come conferma il trasferimento ad Altare di “vitrerii” genovesi, quali Pantaleone Chighisola, Francesco da Zoagli, Luca Chighisola, registrati in documenti del secolo XV, con altre presenze nel secolo successivo (Malandra 1983). I più comuni articoli di vetro elencati dai notai tra la seconda metà del tredicesimo secolo e il sedicesimo sono i seguenti: amole da una pinta cum gropo e sine gropo, olinali subtiles , ciati cebareti et terzairoli, bodroni (boccali), goti cardinales, amole de ecclesia, “cummifi”, pincte, bocelle o boceriis pro medicamentariis, bocerii pro argenti servatici, ventose modo siculi, urinalia, ciati schacharri (a stampo, decorati a quadretti), mensure pro taberna, mensure pro vino, campanelle a la Brexana, campanelli a media costa, lampades communes, lampades a nave, lampades a Iudeis, lampades cum cerculo et sine, salere de pede alto, sexenderii, bugie, tacie, taciete, medie tacie, copeti de molexe, scachi vitrei a filatoribus sericarum, botoni pro lampadibus, amphule de pede, amphulete diversorum colorum, amphule pro hospitiis et pro taberna, amphule et phiale pro 5

Cerisola 1968: 28-29. Malandra 1983: 40. 7 A.S.T., Ducato del Monferrato, Provincia d’Acqui, mazzo 1. Il documento è prodotto da A. Roascio 2007: 180-201. 8 Gasparetto 1958: 53-54. Nel 1215 vive ad Altare, dove vende legna di quercia a Rinaldo di Sanremo, Manfredo Pisano, nome che diventerà famoso nella storia del vetro (A.S.S., Il Cartolare di Uberto II, 18 gennaio 1215, nn. 191 e 192). 6

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navis, amphule pirete, campane parve a la Brexana, a media costa, vinarie, amule de fundo plano, cratera seu tacie, vasa vitri cristallini, fondi plani (piatti piani), ciati cum pede et sine pede, ciati seu ghoti ad Venecianam, cum o sine circulo arsuti, goti del manego, duplicibus tinetis, goti a patrone, ciati de pomo (con il gambo ornato da un rigonfiamento), goti o ciati picati (intagliati), cum o sine rigis, calices, goti pro taberna, de geldonia (decorati ”a ghiaccio”), ciati escarleti (preziosi), ciati cevareti cum o sine fileto arsuti super orlo (ornati da un filo di colore diverso sull’orlo), ciati basareti (con una larga base), de molexe, de medicinis, ciati de corona, ciati imperiali, ciati de Roma pulchri, boteglie, samborini, fiaschi de lo colo corto, bofaria, ecc.. Al momento della pubblicazione dello Statuto dell’Arte9, nel 1495, i maestri vetrai di Altare sono proprietari di vetrerie a Milano, Pavia, Piacenza. Successivamente impiantano fornaci nei territori prossimi ad Altare, in Piemonte (Barge, None, Saluzzo, Casale, Asti, Cerisola, Leinì, Ivrea, Alessandria, Vercelli), nel Savonese, nelle città della Lombardia (Brescia, Vigevano, Cremona, Como, Mantova) dell’Emilia (Bologna, Ferrara, Modena, Reggio, Guastalla, Mirandola), a Roma, a Napoli, a Palermo. Attratti dalla purezza delle materie prime e dalle folte foreste, nel 1425, membri delle famiglie Massari, Buzzone, Biancardi, Ferro, Bormioli si dirigono verso la Provenza dove diventano i produttori più numerosi10. Accanto a una manifattura di carattere utilitaristico, nella fornace dei Ferro ad esempio, non veniva trascurata un’oggettistica di lusso con decorazioni a smalti policromi. Dalla Provenza i maestri si spinsero verso il Nord della Francia, dove espressero il meglio di sé fondando vetrerie altamente qualificate11. Un’interessante documentazione, riguardante la produzione di vetro piano, prima della scoperta della colata della lastra da parte dell’altarese Bernardo Perotto, è offerta da Francesco Podestà12 in “Il porto di Genova”. Risulta dai “Cartulari dei Salvatori del Porto e del Molo” che nel secolo XV provvedevano i vetri per il faro i maestri vetrai Luchino Mase e Lanzarotto Beda, entrambi di Altare. Insieme al Beda provvedeva i vetri un Raveta Pisano il quale “parrebbe che in tale industria fosse anche più esperto”, osserva Francesco Podestà. Qualche anno dopo, il I febbraio 1465, Cristoforo Pisano di Altare magister et faber vitrorum si obbliga a fabbricare e a consegnare i vetri necessari al fanale, “garantendoli ben fusi, chiari e della lunghezza di due palmi di canna e larghi un palmo ed un quarto”. A Cristoforo Pisano succedono un Gio: Cerodo (Saroldi) e un Antonio Biancardo, anch’essi della stessa terra.

Le materie prime dei vetrai di Altare a) La “solda”. Almeno fino agli inizi del Seicento il porto di Savona è il principale punto d’arrivo della maggior parte delle materie prime destinate alle fornaci vitree altaresi ed è il maggior punto di vendita dei vetri lavorati prodotti in Altare, scrive Guido Malandra. La solda, denominata anche barrilia o cineres garbelee, è importata dalla Siria, dalla Barbaria, da Tunisi, de partibus Oceane. Dopo il 1500 troviamo soda proveniente de Ade, del tipo Oceane, proveniente de Cartagena, solda de Linguadoc, solda lingue Occitane (Provenza), solda de Hispania, de Catalogna, de Alicante. Giunge talvolta in sacchi, ma più spesso alla rinfusa ed è trasportata ad Altare in “corbe” o “sporte”, quest’ultimo termine , nel Cinquecento, pare possa essere inteso anche come unità di misura specifica della “solda”. Il notaio Antonio Guglielmi, nel marzo 1399, registra la vendita, da parte del vitrerio Tardona Sarasino a Massari Antonio e a Bordoni Antonio, di tanta soda di Siria (solda seu cinis garbelea) per fiorini 49,9. Nel maggio dello stesso anno Tardona Benedetto vende a Massari Leone cantari 14,60 di soda di Siria. Il 13 dicembre 1400 (not. A. Guglielmi) il vitrerio genovese Antonio de Clavaro prende in locazione a Savona un magazzino dove conserva 9

A.S.T., Monferrato, Feudi, Mazzo 5, fasc. 2. Foy 1988: 67-79. 11 Mallarini 1995: 24-53. 12 Podestà 1913: 326-331. 10

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cenere “garbelea”ossia soda di Siria, per le vetrerie di Altare. Sono più frequenti e di maggiore consistenza gli acquisti di soda della Catalogna, di Tunisi, della Barbaria, ma ancora nel maggio 1475 il vitrerio Francesco Pavese vende a Bordoni Giovanni cantari 3,97 di soda di Siria per fiorini 13,18 e a Bertoluzzi Giovanni cantari 4,60 per fiorini 16,2 (Not. Moreno Lodovico)13.

b) “Arena a ciatis et arena alba” presenti sul territorio. Il 19 luglio 1322, Ughetto del Carretto, discendente di Corrado del Carretto, cede alla Comunità di Cairo il guado e i boschi di sua proprietà col consenso del nipote Manfredino, mentre lo stesso Manfredino conserva per sé due cave, strettamente legate alla produzione del vetro e i proventi provenienti dai bandi: “terram albam de Culerio et lapides de virreriis que sunt in posse Carij et prope jugum Japolasce”. Terram albam è la terra refrattaria usata dai vetrai per costruire i crogioli, mentre è evidente che lapides sono le rocce quarzifere usate come vetrificante. Da fonti documentarie, cartografiche e catastali – osserva Simone Lerma14 - il toponimo Japulasce è identificabile con Ciapurasca o Ciapulassa, località situata nei pressi di Ferrania, oggi Piccapietre. Nel luogo della cava, ancora negli anni Settanta del XX secolo, dopo le detonazioni venivano alla luce cristalli di allume di rocca di ragguardevoli dimensioni e concrezioni cristalline di quarzo. Il prefetto Chabrol15, nell’accurato studio della geologia del territorio del Dipartimento di Montenotte, si era avvalso dell’attività di ingegneri minerari francesi e della collaborazione di alcuni eruditi e ricercatori locali. “Al Colle di Altare – egli scrive – la sommità degli Appennini è essenzialmente formata da una roccia cristallina composta di quarzo, feldspato bianco e diallagio. Sopra Altare, presso la cima della catena, andando verso Quiliano, s’incontra, in località Bocca d’Orso, una roccia serpentinosa, incassata nello gneiss[...] Sul Monte Castellano, presso Altare, c’è un banco di sabbia micacea con un banco di arenaria in decomposizione, molto tenera e a grana fine, usata dalle vetrerie di Altare “. Sul finire del secolo XIX compaiono i primi lavori di alcuni studiosi, Arturo Issel, Gaetano Rovereto, affiancati per alcuni settori da Mazzuoli, De Stefani, i quali fissano, in numerose pubblicazioni, la maggior parte dei capisaldi stratigrafici. Nel 1939 viene pubblicata la monumentale monografia di G. Rovereto dal titolo “La Liguria geologica”. Dopo la pausa bellica, negli anni Cinquanta, le ricerche riprendono ad opera di studiosi dell’Università di Parigi, seguiti dalle Università di Torino, Pavia, Milano, Genova. Il Prof. Claudio Capelli, attuale docente di geologia del Dipartimento per lo Studio del Territorio e delle sue Risorse all’Università di Genova, nella sua tesi di Dottorato16, si dedica in particolare allo studio del “dominio brianzonese ligure”. Al termine di un lungo e fondamentale periodo di ricerca, egli è in grado di affermare: La roccia che sovrasta Altare, in particolare al Colle di Cadibona (o Colle di Altare), appartiene al gruppo degli ortogneiss, metagranitoidi del basamento pre-Carbonifero, contenenti quarzo e feldspati. Sulla Bocchetta di Altare affiorano agglomerati di feldspato bianco, visibili a occhio nudo. Allego l’analisi di un campione di roccia dovuta al Prof. Capelli (Tesi di Dottorato 1993).

13

Malandra 1983: 241-256. A.S.T. Paesi di nuovo acquisto, Langhe, Feudi, mazzo1, add,1, fasc. 1. Il documento è prodotto da S. Lerma 2007: 111-113. 15 Chabrol de Volvic (1824), Statistica del Dipartimento di Montenotte, a cura di G. Assereto 1993: 161-188, Savona. 16 Capelli 1993, Il magmatismo acido nel quadro dell’evoluzione varistica e pre-varistica del basamento brianzonese ligure. Tesi di Dottorato di Ricerca in Scienze della Terra (ined.). 14

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Tab. 1. Analisi di rocce dell’Appennino Ligure - Colle di Cadibona Campione

EL1

CS33

CS195

SiO2

71,43

70,56

71,55

Al2O3

14,78

14,48

14,92

Fe2O3

1,98

3,35

2,16

MnO

0,01

0,03

0,08

MgO

0,48

0,88

0,61

CaO

1,62

1,04

1,21

Na2O

3,27

3,12

3,52

K2O

4,12

3,97

3,87

TiO2

0,2

0,38

0,29

P2O5

0,19

0,22

0,19

P.F.

1,7

1,74

1,35

Tot.

99,78

99,77

99,75

E’ probabile che piccoli quantitavi di silice venissero importati, tuttavia il prezzo basso della sabbia quarzifera rendeva antieconomico il ricorso al notaio e le forniture registrate, in arrivo a Savona, sono minime. Nella seconda metà del secolo XV si registrano alcune importazioni dalle cave romane con la distinzione tra arena a ciatis e arena alba17, terra refrattaria quest’ultima adatta per la costruzione dei crogioli. Dal 1512 diventano centri d’importazione Canneva18 e la Provenza.

Reperti archeologici Nei lunghi secoli di storia del vetro altarese, nessuna fornace era stata mai abbandonata con i suoi crogioli, i suoi colaticci di vetro, i resti della lavorazione, ma ogni volta ricostruita riadattando i vecchi materiali. Dal momento in cui lo sviluppo urbanistico del paese si consolida per l’aumento delle capacità economiche dei vetrai, i forni di appartenenza familiare, incominciano a sorgere nel portico delle abitazioni. Il portico è già menzionato in un atto del 22 agosto 1473 del notaio Anselmo De Parseundis di Quargento19, il quale, per ordine dei Signori Marchesi, “sub porticu Joannis de Perotto”, roga, sulla base dei precedenti atti, “publicum instrumentum traditurum et tradendum Universitati”. Al momento della fondazione della Società Artistico Vetraria, nel 1856, i forni vennero riuniti in un unico capannone. Fu così che la continuità determinò una carenza di frammenti diagnostici e di indicatori di produzione, utili a ricostruire la storia più antica della vetreria altarese. Quando si venne a conoscenza delle relazioni preliminari sulle campagne di scavo (1969-1989), avviate dal Prof. Nino Lamboglia nel Palazzo della Loggia del Priamar di Savona, l’attenzione si focalizzò su una possibile analisi del materiale vetroso ricuperato. Alla base la consapevolezza storica che Savona era stata la sede naturale della maggior parte delle transazioni dei vetrai di Altare, e le classi abbienti le maggiori fruitrici di questa produzione.

17

Malandra 1983: 257. La località “Caneva” è menzionata in un atto del notaio di Savona Uberto II (il Cartolare di Uberto II, 1214-1215), il 19 gennaio 1215, quando “in Brandale”, alla presenza del Podestà di Savona Robaldo Cristiano, Bongiovanni de CANEVA emancipa il figlio Rolando. Un Rufini canevarii (di CANEVA) è pure menzionato in un atto di Arnaldo Cumano il 12 maggio 1182. 19 Roascio 2007. 18

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Nel 2008, un dottorando dell’Università di Anversa, Simone Cagno, di origine torinese, per lo svolgimento della sua tesi: Compositional analysis of historical glass, PhD dissertation, University of Antwerp, Department of Chemistry, 2011, dovette richiedere campioni di vetri medievali ai centri vetrari italiani; fu così che si rivolse anche all’Istituto per lo Studio del Vetro e dell’Arte Vetraria di Altare e conseguentemente, nella carenza di ogni tipo di reperto, all’Istituto Internazionale di Studi Liguri. Lo scavo del Palazzo della Loggia aveva restituito 682 frammenti riferibili a un ampio arco cronologico che, dall’epoca tardo antica, giungeva agli anni Cinquanta del XX secolo. Gli archeologi ipotizzavano si trattasse di vetri del polo vetrario più vicino a Savona. Nella relazione “Vasellame vitreo di età medievale e postmedievale20 “di Donatella Ventura , i materiali sono suddivisi secondo un criterio cronologico sulla base delle forme. Prevale in essi la tonalità incolore, cui s’aggiungono tutte le tonalità del verde, del giallo trasparente tendente al marrone, del blu, impiegato quest’ultimo specialmente per le decorazioni. E’ evidente l’ubiquità delle forme e dei colori nei reperti vitrei del Priamar e della Vetreria di Monte Lecco21. Assente ovunque il rosso opaco o trasparente, vetro di difficile esecuzione e probabilmente non ancora sperimentato in questi siti. Il dottorando di Anversa, Cagno Simone, scelse 20 tra i reperti più significativi. Ne analizzò 15, in collaborazione col Prof. D. Strivary e col Dr. F. Mathis, con metodologia PIXE (Particle Induced X-Ray Emission) - PIGE (Particle Induced Y-Ray Emission) - Tab. 2a e 2b - presso il Centro Europeo di Archeometria dell’Università di Liegi. Mi trasmise in seguito i risultati con l’autorizzazione a presentarli alle XV Giornate di Cosenza sul Vetro - AIHV.

Tipologie di vetri rinvenuti negli scavi del Palazzo della Loggia della fortezza del Priamar di Savona (Ventura 2001) Periodo III (IX-XII sec.) Due frammenti, n. 1419-1420, sono caratterizzati da pareti di notevole spessore e da una decorazione realizzata con marcate costolature, attribuibili alla forma del calice costolato. I reperti provengono da livelli cronologici inquadrabili tra il IX e il XII secolo.

Periodo IV (metà XIII sec.) Appartengono a questo periodo frammenti di fiale, lampade, orinali, una lastra da finestra di vetro incolore, conoidi di bicchieri o di ampolle, forme chiuse dal collo cilindrico o con l’imboccatura aperta, svasata, simile all’amola. Colli di forma tronco-conica presentano una decorazione effettuata tramite soffiatura in stampo, consistente in una serie di nervature che si interrompono poco al di sotto del bordo. Frammenti di forme chiuse (forse vasi) sono rappresentati da basi “a piedistallo”con attacco di alto piede ad anello, interno cavo, con conoide molto pronunciato. I bicchieri apodi sono, per la maggior parte, a corpo tronco-conico con parete appena svasata liscia o decorata. Quattro frammenti di bicchiere, di cui uno con piede ad anello pieno, sono decorati a pastiglie, con gocce ottenute con pinzatura a caldo. Alcuni frammenti presentano una decorazione mediante soffiatura in matrice, di cui uno con motivo a piccole bugne, due sono caratterizzati da costolature poco marcate, due da un motivo a quadrati (i goti schacharri elencati dai notai di Altare ?), uno a rombi, un altro frammento presenta una decorazione costituita da nervature verticali e sottili linee orizzontali. Tre sono i frammenti di bicchieri con filamento blu sul bordo, di cui uno con decorazione sotto il bordo avvolta a spirale. Cinque fondi di bicchiere hanno piede ad anello pieno applicato o vuoto all’interno.

20 21

Ventura 2001: 409-425. Fossati, Mannoni 1975: 56-68.

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Periodo V (secc. XV-XVI) Tra i materiali dello scavo sono venuti in luce “anse” a sezione circolare di probabili ampolle, varie basi di calice diversamente decorate: steli di calice a balaustro, steli di coppa ornati da un rigonfiamento, steli decorati con l’applicazione in rilievo di un filamento in vetro blu ad andamento ondulato. Forme chiuse sono rappresentate da colli cilindrici o svasati all’attacco della spalla, con listello molto irregolare applicato a caldo. Un esemplare presenta una decorazione con nervature verticali parallele in vetro lattimo.

Campioni analizzati (fig. 1) Periodo III (IX-XII sec.) Calici. Il frammento n. 1419 – Inv. PL 15950 – presenta una parete di forma emisferica di una probabile coppa. La decorazione è caratterizzata da una costolatura molto pronunciata su vetro di notevole spessore. Il vetro è giallo-marrone bolloso. Anche il frammento n. 1420 – Inv. PL 30230 – potrebbe appartenere a una coppa di calice. E’ caratterizzato da una decorazione realizzata con una marcata costolatura su vetro spesso. Il colore è giallo chiaro trasparente, con microbollicine.

Periodo IV (metà XIII sec.) N. 1421 – Inv. PL 18919 – Fondo di bicchiere apodo di colore verde, con tracce del puntello. Corpo presumibilmente tronco-conico, Microbollicine (puliga, nel gergo vetraio altarese). Diam. fondo mm 32. N. 1424 – Inv. PL 7326 – Base di ampolla o di coppetta con conoide arrotondato e tracce del puntello, di vetro sottile, incolore, trasparente e limpido. Diam. fondo mm 55. N. 1429 – Inv. PL 7104 – Parete di bicchiere di colore tendente al marrone, decorato a rilievo con una goccia di grandi dimensioni, applicata a caldo. N. 1431 – Inv. PL 4087- Frammento di vetro sottile, incolore, trasparente con microbollicine. N. 1439 – Inv. PL 15455 Probabile parete di un certo spessore di bicchiere apodo, costolato (?). Vetro giallo chiaro trasparente con microbolle. N. 1462 – Inv. PL 15454 – Parete superiore di lampada pensile di colore verde scuro. N. 1464 – Inv. n. 18366 – Probabile porzione di parete di lampada o di orinale. Vetro incolore, bolloso, tendente al giallino, con evidente devetrificazione.

Periodo V (secc. XV-XVI) N. 1472 – Inv. PL 40062 – Piede di piccolo calice di vetro verde. N. 1474 – Inv. PL 36001 – Conoide di bicchiere di vetro verde. N. 1480 – Inv. PL 21179 – Frammento di vetro verde di forma non identificabile. N. 1482 – Inv. PL 8887. Porzione di corpo di bottiglia. Diametro mm 108. Vetro verde scuro molto spesso.

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Fig. 1. Alcuni campioni esaminati. (Foto S. Cagno).

Tab. 2. Concentrazioni medie nei reperti di Savona espresse in % w/w (Dati completi pubblicati in Cagno et al. 2012)22 Savona A Savona B secolo X-XVI XIII-XVI Na2O 13 ± 1 14 ± 1 MgO 3±1 3±1 Al2O3 5±2 5±1 SiO2 64 ± 3 62 ± 3 P2O5 0.5 ± 0.1 0.4 ± 0.2 SO3 0.3 ± 0.2 0.2 ± 0.1 Cl 1.1 ± 0.2 0.7 ± 0.1 K2O 2.1 ± 0.4 6±1 CaO 9±3 7.5 ± 0.9 TiO2 0.20 ± 0.09 0.08 ± 0.03 MnO 0.8 ± 0.7 0.5 ± 0.1 Fe2O3 1.3 ± 0.4 0.5 ± 0.1 Cagno S., Brondi Badano M., Mathis F., Strivay D., Jjanssens K., Study of medieval glass fragments from Savona (Italy) and their relation with the glass produced in Altare, in “Journal of Archaeological Science” 2012, di prossima pubblicazione. 22

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Risultati e loro interpretazioni I vetri analizzati (fig. 1, tab. 2) rientrano nel gruppo chimico silico-sodico-calcico. Si tratta di un vetro di netto carattere mediterraneo dove la percentuale di sodio è superiore al potassio, con valori non sempre costanti, che variano nel rapporto sodio /potassio da 4,7/1 a 8,75/1. Raggiungono nel calice 1472 il rapporto 13,02/1, mentre nei campioni 1424, 1431, 1439, 1480 il rapporto oscilla tra 1,7/1 e 2,5/1, per quanto il tenore di Na2O si mantenga sulla media del 14%. La caratteristica che contraddistingue la maggior parte di questi vetri è l’elevato tenore di allumina, riconoscibile nell’impiego di sabbie quarzifere contenenti feldspati . Particolarmente nei campioni n. 1424 – 1431 – 1439 – 1480 si evidenzia la correlazione positiva tra K2O e Al2O3, compatibile con l’impiego di rocce metagranitoidi (tab. 1) affioranti presso Altare, contenenti feldspato potassico (Capelli 1993). Il contenuto di Al2O3 è superiore a quello dei vetri - fine XIV/ inizio XV sec. - di Monte Lecco (Fossati, Mannoni 1975), dei vetri muranesi dei secoli XI-XIV (Verità, Zecchin 2006). I frammenti n. 1424, 1431, 1439, 1464, 1474, 1480 raggiungono tenori di Al2O3 oscillanti tra il 4 e il 5%, paragonabili ai vetri di Colle Val d’Elsa dei secoli XIV-XVI (Cagno, Mendera et al. 2010), mentre i reperti n. 1420, 1421 presentano una percentuale di Al2O3 compresa tra il 7 e l’8% circa (fig. 2). Due campioni del XIII secolo, il n. 1462 e il n. 1429, contengono rispettivamente il 2,28% e il 2,14% di allumina, concentrazioni che si trovano nel vetro veneziano di alta qualità realizzato con ciottoli di quarzo. Nel caso del campione 1472, ad alto tenore di sodio, la composizione è simile a quella dei vetri al natron, tipici del periodo romano e alto-medievale, si tratte probabilmente di reperto residuo di uno strato più antico o proveniente da contesto disturbato.

Fig. 2. Al2O3 vs. Fe2O3. Confronto tra i campioni savonesi e alcuni campioni toscani (Cagno et al. 2010).

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Relativamente al rapporto Na2O/K2O, il gruppo B (Tab. 2) contenente Na2O tra 12,7 e 15,5 % - K2O tra 5 e 7,5% è tipico dei vetri prodotti con ceneri cosiddette europee, più ricche in potassio di quelle siriache. Il gruppo A (Tab. 2) contenente Na2O tra 11 e 15% - K2O tra 1,5 e 2,8% presenta tenori di potassio simili ai vetri prodotti con ceneri del Levante. Anche alcuni campioni a basso tenore di potassio presentano un tenore di allumina elevato, tipico di sabbie conteneneti elevate impurezze di allumina (Tab. 2). Frammenti di calice costolato n. 1419 e n. 1420 datati dal X al XII secolo . Tenuto conto dei bassi tenori di MgO (1,83 - 1,71%) e di K2O ( 2,34 - 2,40%), è evidente che i vetri derivano dall’uso di ceneri come fondente, unite a sabbie impure. I tenori di Al2O3/Fe2O/TiO2 raggiungono rispettivamente il 3,71/ 2,04 / 0,3% nel primo calice, il 7,65/ 1,30 /0,15% nel secondo . Entrambi i reperti contengono vetri colorati/opachi di riciclo evidenziati dalla presenza di abbondanti tracce di antimonio, di tracce minori di piombo, di rame, di zinco. Tuttavia la concentrazione di questi elementi sembra essere troppo bassa per influire sulle caratteristiche del vetro: ciò suggerisce che essi siano stati introdotti a seguito di rifusioni precedenti di vetro di natura diversa. Il colore giallino, dovuto alla presenza di sesquiossido di ferro, è lo stesso dei bicchieri costolati del XIII secolo soffiati in matrice e presenti tra i reperti del Priamar. Il bicchiere n. 1429 , con decorazione “a pastiglie”, e il frammento di lampada n.1462, come si è detto, hanno una composizione simile (MgO e K2O intorno al 2-2,5% ) ai vetri veneziani (XI-XIV secolo - Verità Zecchin 2006). I tenori di Al2O3 variano da 2,14 a 2,28%, con indicazione quindi di una sabbia di composizione diversa da quella usata per gli altri frammenti diagnostici .Tuttavia, per quanto concerne la lampada n. 1462, l’alta percentuale di calcio (14,4%) riporta all’impiego di rocce di elevata quantità di calcite come ingrediente addizionale, a differenza di quanto fatto dai Muranesi. Il frammento di bicchiere di colore giallino n. 1439 ha un elevato tenore in potassio (7,46%) e in allumina (4,28%). Il piede di calice n. 1472, di vetro verde iridescente, ha come base un vetrificante siliceo più puro dei precedenti. La percentuale di allumina-ferro è rispettivamente del 2,89-0,85%. Il campione è datato XV-XVI secolo, ma, considerati i tenori di sodio (14,2), di magnesio (0,74) e di potassio (1,09), potrebbe essere un frammento di vetro al natron, inserito, per la manipolazione del substrato, in uno strato archeologico posteriore. Elevati i tenori di Cu2O e di PbO (2300 e 3200 mg/g rispettivamente), simili a quelli trovati in frammenti di vetro al natron dello stesso colore ritrovati nel sito Altomedievale di San Genesio (CAGNO et al. 2011). Il reperto 1482 – forma chiusa in vetro verde scuro per prodotti enologici - è confermato come vetro ad alto contenuto di calce ma una percentuale di soda (8.72%) non trascurabile, prodotto probabilmente con pietra calcarea macinata, e diverso dal vetro HLLA - High Lime Low Alkali fuso nel Nord Europa.

Conclusioni Dei numerosi reperti rinvenuti nel palazzo della Loggia del Priamar ne furono analizzati soltanto 15, tra i più antichi. Il panorama è incompleto e, nel complesso delle composizioni del XIII secolo, mancano, ai fini di una comparazione, le analisi delle forme chiuse e del vetro piano per finestra. Un dato significativo, derivato dallo studio dei materiali, conferma l’impiego della tecnica di soffiatura entro matrice intorno alla metà del XIII secolo. La ricerca è appena iniziata e dovrà essere in seguito approfondita. Tuttavia, sulla base di un confronto con le rocce metagranitoidi affioranti presso Altare, contenenti feldspato potassico, è possibile ipotizzare che molti dei frammenti analizzati appartengano a vetri silico-calcio-sodici prodotti in loco, in due tempi, col sistema della “fritta”. Tra i frammenti esaminati non esistono vetri potassici di tipo forestale. I frammenti di calice costolato più antichi e datati

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tra il X e il XII secolo, a differenza di altri prodotti con ceneri europee, sembrano avere alla base ceneri del Levante. Dal confronto con la documentazione d’archivio savonese, appare infatti evidente la duplice importazione di ceneri sodiche dall’Oriente e dai lidi mediterranei provenzali e ispanici.

Maria Brondi - Comitato Tecnico Scientifico - Istituto per lo Studio del Vetro e dell’Arte Vetraria di Altare Piazza del Consolato 4, 17041 Altare - Italia Simone Cagno, Prof. Koen Janssens - Universiteit Antwerpen, Departement Chemie Campus Drie Eiken B0.20, Universiteitsplein 1, B -2610 Antwerpen - Belgium Giacomo Badano - Commissariat à l’Energie Atomique 17, rue des Martyrs - 38054 Grenoble Cedex 9 - France.

Ringraziamenti

Un particolare grazie al Prof. D. Strivary, al Dr. F. Mathis del Centro Europeo di Archeometria dell’Università di Liegi, al Prof. Claudio Capelli, docente di Geologia del Dipartimento per lo studio del Territorio dell’Università di Genova e al Prof. Carlo Varaldo per aver permesso lo studio dei vetri savonesi.

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La produzione e il consumo dei manufatti vitrei a Pisa nel basso medioevo Daniela Stiaffini The article aims to present some of the research regarding archaeological finding of Pisa in relation to the study of the glasses. In particular, after discussing the origins of the new findings, are analyzed the main problems about a chronological study of glasses of medieval age. Negli ultimi decenni indagini archeologiche e ricerche archivistiche hanno notevolmente ampliato la conoscenza sulla produzione e sul consumo dei manufatti vitrei a Pisa nella prima età moderna1. Non sono mancate segnalazioni che facessero prevedere un’attività lavorativa di non comune portata anche durante il medioevo2, ma sino alla recente scoperta avvenuta durante le indagini archeologiche svolte nel complesso dei Laboratori ex Gentili non si disponeva di alcuna testimonianza materiale che illustrasse nella loro realtà gli impianti produttivi e gli indicatori della produzione vitrea, relativi al medioevo3 (fig. 1).

Le officine vetrarie nel complesso dei Laboratori ex Gentili L’indagine archeologica svolta in questo cantiere ha portato al ritrovamento dei resti di una officina per la produzione del vetro, databile per giacitura stratigrafica a un periodo precedente alla fine del XII secolo. Di questa struttura restano la suola della camera di combustione, attraversata dal canale igneo (fig. 2), parzialmente obliterata da un muro e da un pilastro relativi a un complesso di case-torri edificate alla fine del XII secolo e i resti della cupola della fornace (fig. 3) riutilizzata come riempimento per la realizzazione di un piano relativo agli ambienti retrostanti le sopraddette case-torri, nelle cui murature sono stati reimpiegati anche frammenti di crogioli da vetro. Sulla base dei resti rinvenuti, soprattutto per la presenza di notevoli tracce di rivestimento vetroso, ricoprente l’interno della cupola, si può desumere che i resti della fornace in esame siano relativi a un forno fusorio per la liquefazione della miscela vetrificabile, dismesso in un periodo precedente alla fine

Si ringraziano per i permessi e la collaborazione i funzionari e il personale della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana. Un particolare ringraziamento per la loro disponibilità e il prezioso aiuto a Monica Baldassarri, Francesco Carrera, Marcella Giorgio, Caterina Toscani. I disegni sono di Marcella Giorgio (figg. 12-13). Le foto sono di Gianno S.N.C. (fig. 2), di C. Toscani (figg. 5, 6, 7, 8); di F. Carrera (figg. 3, 4, 9, 10, 11) e di C. Barbarito Amodeo (figg. 14-15). Stiaffini 1993a: 365-374; Redi 1994: 9-21, 23-63; Stiaffini 1994: 143-154. 2 Tangheroni 1973: 120-122. 3 Una notizia preliminare su questa indagine archeologica in Ducci, Carrera, Pasini, Bonaiuto 2010: 336-339. Desidero ringraziare Silvia Ducci della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, Daria Pasini e Marco Bonaiuto della Giano s.n.c., Francesco Carrera e Caterina Toscani dell’Università di Pisa per avermi fatto collaborare allo studio delle strutture e degli indicatori della produzione vitrea, e dei manufatti vitrei rinvenuti in questa indagine archeologica ed avermi gentilmente concesso l’opportunità di presentare i primi parziali risultati della ricerca, con lo scavo ancora in corso, in questa sede. 1

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Fig. 1. Pisa, centro storico. Siti di produzione: 1. Complesso dei laboratori ex Gentili, 2. Casa Gaetani in piazza Carrara-Lungarno Pacinotti. Siti che hanno restituito oggetti vitrei: 3. Cortile di palazzo Vitelli, 4. Piazza Dante, 5. Piazza dei Cavalieri, 6. Piazza Arcivescovado, 7. Bastione di Porta a Lucca, 8. Via Contessa Matilde, 9. Area retrostante chiesa di S. Michele in Borgo, 10. Via Toselli-vicolo dei Facchini, 11. Cortile di Palazzo Scotto, 12. via P. Gori.

Fig. 2. Forno fusorio. Suola della camera di combustione con tracce del canale igneo.

Fig. 4. Frammento di crogiolo con resti di miscela vetrificabile.

Fig. 3. Forno fusorio. Resti della cupola della camera di fusione.

Fig. 5. Prove di fluiditĂ .

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Fig. 6. Massetti di vetro verde e blu.

Fig. 7. Residui di lavorazione del vetro.

del XII secolo, quando l’area cambiò funzione d’uso con la costruzione delle case-torri4. Dai dati sinora emersi si può supporre che la fornace in esame fosse a due piani: una camera di combustione dove la legna ardeva all’interno del canale igneo e un piano superiore, diviso dal vano inferiore dal così detto “banco”, adibito a camera di fusione. Le indagini archeologiche proseguite nei mesi di agosto-novembre 2011, successivamente alla data di svolgimento del convegno, hanno portato al rinvenimento di una suola di una camera di combustione, attraversata dal canale igneo, appartenente a un altro forno fusorio di dimensioni più piccole rispetto all’altro situato a pochi metri di distanza da quest’ultimo, all’interno di una struttura prospicente l’attuale via Alberto Mario. Si può supporre, quindi, che l’officina vetraria, databile a un periodo precedente alla fine del XII secolo, dovesse essere un complesso produttivo piuttosto importante e articolato, stante la presenza di due forni fusori e non mi meraviglierei che successive indagini (la ricerca archeologica è ancora in corso) portassero ad ulteriori scoperte. Nello stesso lasso di tempo lo scavo archeologico ha portato al ritrovamento di una suola della camera di combustione, realizzata in mattoni, attraversata dal canale igneo, parzialmente obliterata da un muro di una costruzione successiva, in uno strato databile fra la fine del XII e il XIII secolo. Una struttura relativa a un forno fusorio pertinente a un’altra officina vetraria, impiantata in un’epoca successiva alla rasatura dell’impianto produttivo, precedentemente descritto e da mettere in relazione con il ritrovamento, in strati databili fra la fine del XII e il XIII secolo5, di una notevole quantità di indicatori della produzione del vetro. La grande quantità di frammenti di crogioli usati e rotti (fig. 4), alcuni dei quali di notevoli dimensioni, altri non ancora usati, con ogni probabilità prodotti presso l’officina stessa6; la notevole serie di testimonianze attestanti le varie fasi del processo di fusione della miscela vetrificabile come colature e prove di fluidità (fig. 5); i massetti di vetro trasparenti verdi e blu (fig. 6); oppure la testimonianza relativa alle fasi di lavorazione del fuso come i ritagli a ricciolo, oppure allungati, con i segni lasciati dalle forbici o dalle pinze, fili fini di vetro blu ammassati; attesta la presenza dell’intero ciclo produttivo del vetro. Di notevole interesse è la testimonianza dei cosiddetti residui di lavorazione del vetro (fig. 7), ovvero frammenti di vasellame vitreo soffiato a canna libera malriusciti e scartati, fra i quali si evidenziano alcuni esemplari relativi a forme note, rinvenuti in strati databili, fra la fine del XII e gli inizi del XIII secolo, e quindi sicuramente prodotti in quel periodo nella officina vetraria pisana: lampade pensili, ampolle e

Come è noto l’accidentale vetrificazione della parte interna della cupola del forno può avvenire solo nel forno nel quale si procedeva alla liquefazione della miscela vetrificabile, ad esempio, per la rottura dei crogioli in fase di fusione, e quindi nel solo forno da fusione e non in un forno da fritta nel quale si procedeva alla calcinazione delle materie prime (Stiaffini 1999: 41-68). 5 Stiaffini 1999: 69-74. 6 Stiaffini 1999: 69-74. 4

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Fig. 8. Bicchiere con piede ad anello di vetro rosso opaco, scartato in fase di soffiatura per evidenti tracce di malformazione.

Fig. 9. Pane di vetro celeste opaco e marmorizzato.

Fig. 10. Frammenti di lastre di vetro da finestra.

soprattutto bicchieri su piede ad anello, realizzati sia in vetro trasparente d’uso comune che in pregiato vetro opaco rosso7 (fig. 8). In base ai dati sin ora raccolti si può ipotizzare che nella seconda officina pisana si producesse per lo più vetro d’uso comune, incolore con sfumature dal verde chiaro al giallognolo, ricco di bolle d’aria, per lo più relativo a vasellame da mensa. Il ritrovamento in strati di XIII secolo di pani in vetro rosso opaco e in vetro opaco celeste marmorizzato (fig. 9), per la cui realizzazione erano necessarie materie prime pure e costose e tecniche di esecuzione raffinate, attesta anche la presenza di una produzione pregiata e probabilmente la vendita, oltre ai prodotti finiti, anche di semilavorati8. Il rinvenimento in strati databili alla prima metà del XIII secolo di frammenti di lastre piane, realizzate in un vetro di buona qualità, trasparente, di color ambra, viola e verde smeraldo (fig. 10) associati a blocchi di vetro della medesima qualità e dei medesimi colori fanno pensare, anche se si attendono le conferme dalle analisi di laboratorio, che in questa officina si fabbricassero anche vetri da finestra con il metodo del cilindro9. In conclusione, allo stato attuale delle ricerche, ma l’indagine archeologica è ancora in corso, si ha l’attestazione in questa zona della città della presenza di due officine per la produzione del vetro. La prima attiva in un periodo precedente la fine del XII secolo, quando ne fu decisa la distruzione a causa di un cambiamento d’uso dell’area trasformata in un complesso abitativo. Di questa officina vetraria, sino ad oggi (novembre 2011) si sono rinvenuti i resti di due forni fusori: uno più grande posto al di fuori della struttura dell’officina vetraria, come se fosse stato collocato in un cortile dell’officina vetraria, l’altra – di dimensioni più piccole – all’interno della struttura dell’officina, la quale aveva il fronte su una via pubblica (attuale via Alberto Mario). La seconda officina vetraria edificata a poco distanza da quest’ultima, era attiva in un periodo databile fra la fine del XII e il XIII secolo. Di questa seconda officina vetraria, sino ad oggi (novembre 2011) si è ritrovato il resto di un forno fusorio, da mettere in relazione a una notevole quantità di indicatori della produzione del vetro rinvenuti in strati databili fra la fine del XII e il XIII secolo. Come se alla fine del XII secolo, rasata la prima officina vetraria per fare spazio al complesso delle case-torri che si andavano costruendo in quell’area, si fosse deciso di contiCome è noto, per ottenere questo tipo di vetro si dovevano inserire, al momento della fusione della miscela vetrificabile, una piccola quantità di ossido di rame che avrebbe conferito al vetro la colorazione rossa e dell’opacizzante per avere, nel corso del raffreddamento del fuso, la separazione dei microcristalli che avrebbero reso il vetro non trasparente alla luce (Verità 1994: 285-287). Questa particolare tecnica benché non fosse sconosciuta durante il Medioevo, come attestano i ricettari (Archivio di Stato di Firenze, Miscellanea Manoscritti, 797, n. LXXXXIX; si veda anche Zecchin 1987: 120) non sembrerebbe così diffusa per realizzare suppellettili vitree da mensa. Il vetro opaco celeste marmorizzato era ottenuto tramite una miscela di colori diversi, così da imitare le pietre dure come onice, agata, calcedonio, diaspro. 8 Sull’argomento vedi Stiaffini 1999: 133-134. 9 Sui vetri da finestra e i metodi di esecuzione si veda la sintesi in Stiaffini 1999: 125-129. 7

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nuare la produzione vetraria in quella stessa zona, riedificando a non molta distanza un’altra officina vetraria, nella quale continuare la produzione sino a tutto il XIII secolo e forse oltre. In sostanza, in questa area di Chinzica, si ha l’attestazione della produzione di manufatti vitrei per un ampio lasso di tempo che, senza soluzione di continuità, va da un generico periodo anteriore al XII secolo sino a tutto il XIII secolo e forse oltre, in concomitanza ad altre aree produttive dedite alla realizzazione di oggetti in ferro e in bronzo. Abbiamo così un nuovo importante dato da aggiungere alla carta di distribuzione dei siti di produzione del vetro rinvenuti in contesti di scavo in Toscana che consta di sette strutture produttive per un vasto arco cronologico compreso fra il VII-VIII e il XIX secolo così localizzate: a Firenze, nello scavo di piazza della Signoria, furono trovate tracce di un sito produttivo databile al VII-primi decenni VIII secolo; all’età medievale sono ascrivibili l’officina vetraria di Germagnana (Firenze) databile fra XIII-XIV secolo, e quella di S. Cristina (Germagnana-Firenze); al XVI-XVII secolo sono databili tre forni fusori rinvenuti uno a Pisa nel cortile di un palazzo in via Coccapani angolo via Palestro, l’altro a Montopoli in Valdarno (Pisa) e una camera di ricottura con forno fusorio a Gambassi (Firenze); al XIX secolo risale una officina vetraria rinvenuta nei pressi del piazzale S. Donato a Lucca10.

Le attestazioni documentarie del XIV secolo Anche le fonti documentarie attestano la produzione di vasellame vitreo in città durante il medioevo. Ad esempio, nel Breve dei Consoli della Corte dell’Ordine dei Mercatanti dell’anno 1321, nel quarto capitolo, intitolato «Di fare iurare li mercatanti» fra «li nomi delle nostre arte et ministeri della dicta corte soctoposti», sono annoverati «li huomini dell’arte dei bechierari» ben distinti da «li homini dell’arte delli spechiari»11. Si deve precisare, però, che in area pisana, e più in generale in Toscana e in Umbria, con il termine «bicchieraio» ci si riferiva sia al maestro vetraio, che al padrone dell’officina vetraria, oppure al rivenditore di vasellame vitreo che non necessariamente era un vetraio. Il termine «bicchieraio», così di sovente rinvenuto nelle fonti documentarie, derivante dal manufatto vitreo che maggiormente si produceva e si vendeva durante il medioevo: il bicchiere12, di sovente raffigurato anche dall’iconografia medievale13, non è così pregnante di significato. Più preciso è il brano di una Provvisione del Consiglio del Senato del Comune di Pisa del 21 aprile 1321 con il quale si stabiliva che la «furnaces massacotti et bicchierorum […] deputate sunt ad faciendas ciatas, fialas et alia similia de vitro […]» dovevano essere installate in un’area distante dieci miglia dalla città e cinque dal mare. Coloro i quali avessero già installato «[…] furnaces in civitate pisana vel prope civitatem pisanam per miliarum decem vel prope mare per miliarum quinque» erano tenuti a rimuoverle entro il 1° giugno prossimo per non incorrere in una ammenda pecuniaria stabilita in cento lire di denari pisani14. Una norma, sicuramente dettata dalla presenza in città di officine vetrarie con forni per la produzione della fritta (il massacotto dei documenti) e fornaci per la fusione della miscela vetrificabile. Presenze ritenute pericolose per la possibilità di causare incendi e comunque fastidiose per la concentrazione di fumi, senza contare il notevole danno causato ai vicini per la confusione creata dai lavoranti e dai maestri vetrai. Avendo il provvedimento valore retroattivo, attesta la presenza in città della produzione vitrea negli anni precedenti agli inizi del XIV secolo.

Per informazioni su queste ricerche si rimanda a Stiaffini 1999: 139-146, ivi ampia bibliografia. Archivio di Stato di Pisa (da ora in poi ASP), Comune di Pisa, div. A, 9, c. 8 r., pubblicato in Bonaini 1857: 177187 e in particolare 183, 185; si veda anche Casini 1969: 39, nota 218; 102, n. 9. 12 Cantini Guidotti 1983: 85, si veda anche Piccinini 1981: 589-600. 13 Per una disamina del problema si rimanda a Ciappi 1991: 267-312. 14 ASP, Comune di Pisa, div. A, 74, c. 25r; si veda anche Casini 1955-1956: 150, n. 7.

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Altre testimonianze, anche se indirette, sono contenute in alcune carte dei «partitari maiorchini» degli anni 1304-1322: 1353-135515. Si tratta di registrazioni contabili riferibili a merci di proprietà di mercanti pisani in transito nel porto di Maiorca. Ad esempio, negli anni 1315-1322 vi si trovano annotazioni di tasse pagate per importazioni a Pisa di carichi di tartaro, una delle materie prime utilizzate per la composizione della miscela vetrificabile16. Oppure tasse pagate per l’esportazione da Pisa di centinaia di casse e botti di manufatti vitrei. Negli anni 1353-55 da Pisa arrivarono a Maiorca centoquattordici casse, tre botti e una costola di vasellame vitreo da mensa e due botti di fiale di vetro17. I pisani, alla metà del XIV secolo, esportavano botti contenenti «bicchieri di vetro» anche in Sardegna, caricandole nella stiva delle navi in partenza per l’isola, insieme ad altre merci18. Un’altra traccia della produzione cittadina di manufatti vitrei è contenuta nel Breve delle Gabelle della Porta Degazia del 1362. In un caso sono annotate le lievi tasse doganali per l’importazione di quantitativi di soda, uno dei principali e indispensabili ingredienti per la composizione della miscela vetrificabile. Nell’altro caso sono registrate elevate imposizioni fiscali per l’importazione di vetri lavorati provenienti da altre zone19. Si può dedurre, quindi, che a Pisa, alla metà del XIV secolo, non solo si producesse vetro, ma questa manifattura si avvalesse di un regime di protezione fiscale. La trattatistica attesta come nel corso del XIV secolo Pisa dovesse essere un centro piuttosto noto anche per la produzione e messa in opera dei vetri da finestra colorati oppure dipinti. Una testimonianza in tal senso è offerta dal trattato conosciuto come Memmoria del Magistero de fare fenestre de vetro di Antonio da Pisa20. Si tratta di un vero e proprio manuale di un artigiano contenente indicazioni precise e affidabili. Va precisato che non si tratta di un testo scritto da un vetraio, bensì del manuale pratico di un vetratista (cioè di colui che montava i vetri fissandoli con i listelli di piombo), anche se non manca di dare informazioni sulla produzione delle lastre di vetro da finestra. Da una parte, l’autore elenca i criteri di scelta dei colori delle lastre per comporre una vetrata, insegna a tagliare le lastre secondo la sagoma desiderata, e legare i vetri con il piombo; dall’altra parte accenna ai segreti per fare i vetri colorati più difficili, i coloranti da usare e dove reperirli, il segreto per ottenere i vetri rossi, oppure blu cobalto. Quindi Antonio da Pisa, dimostra di avere conoscenza vetrarie superiori a quella normalmente richieste a un vetratista e che può avere appreso frequentando maestri vetrari che facevano lastre di vetro da finestra21, forse proprio a Pisa.

Archivio Historico de Mallorca (d’ora in poi A.H.M.) Real Patrimonio, 3354 (per i codici contabili degli anni 13041322); 3355 (per i codici contabili degli anni 1353-1355; si veda anche Antoni 1977: 10-11. 16 Per la precisione furono importate a Pisa da Maiorca 61 pesi, 6 costoli, 60 barili, 9 botti e 7 «sarrias» di tartaro (Antoni 1977: 14; Antoni 1982: 296). 17 Antoni 1982: 296. Ecco alcuni esempi: il 4 luglio 1353 Giovanni di Gomo di Pisa trasportò a Maiorca sulla nave Cocca una costola e 1 botte di vetro; Bartolomeo Melli di Pisa sulla nave Panfilo, il 6 agosto 1353, trasportò a Maiorca 3 casse di vetro; il 2 dicembre 1353 Vanni del Fornaio di Pisa trasportò sulla nave Cocca dodici casse di vetro; Martino del Vita di Pisa il 28 gennaio 1354 portò a Maiorca dodici casse di vetri, mentre Baccio di Batuccio di Pisa trasportò sulla nave Cocca, il 16 luglio 1354, due botti di fiaschi, cinquantadue casse di vetri; Ugolino del Poltra di Pisa, il 6 agosto 1355 trasportò a Maiorca dieci casse di vetri e ripartì per Pisa il 2 settembre successivo, infine Romeo Grassolini di Pisa il 26 agosto 1355 portò a Maiorca dodici casse di vetri e ripartì per Pisa il 24 ottobre 1355; il 6 ottobre 1355 Giovanni Torti di Pisa sulla nave Panfilo portò a Pisa da Maiorca una botte e quattro caratelli di tartaro (Antoni 1977: 34-36; 49-50; 51-53). 18 Tangheroni 1973: 121. 19 ASP, Comune di Pisa, div. A, 240, cc. 2r, 14v, 15v; si veda anche Casini 1969: 129; Casini 1979: 411-412 e Antoni 1982: 297. 20 Biblioteca del Sacro Convento di Assisi, Ms. 692, pubblicato in Vetrata 1991: 24-49; con trascrizione e cura Paola Monacchia (Monacchia 1991: 55-69). Antonio da Pisa era così quotato da essere stato chiamato ad Assisi per realizzare le splendide vetrate della basilica di S. Francesco. 21 Verità 1991: 87-89. 15

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Le attestazioni documentarie del XV secolo Agli inizi del XV secolo alcuni fonti di carattere fiscale ci offrono un sintetico quadro della situazione produttiva della città. Le taglie e le prestanze (ossia un prestito obbligatorio, ordinato dai Priori e Gonfalonieri di Giustizia del Comune di Firenze, per recuperare i soldi spesi nella conquista di Pisa), costituiscono una fonte preziosa per documentare gran parte delle professioni e mestieri esercitate in città agli inizi del XV secolo. Nella taglia del 1402 sono menzionati quattro bicchierai: Cristofano della cappella di S. Lucia dei Ricucchi, gli eredi di Giorgio bicchieraio della cappella di S. Giorgio, Gemignano della cappella di S. Cristina, Matteo della cappella di S. Vito22; nelle prestanze del 1407 sono elencati sette bicchierai: oltre ai già citati Cristofano, agli eredi di Giorgio bicchieraio, e a Matteo, si sono aggiunti Francesco da Gambassi, residente con la moglie Iacopa nella cappella di S. Giorgio a Porta a Mare; Guidalotto da Gambassi della cappella dei Santi Cosimo e Damiano, Lorenzo detto Chiarafaccia, della cappella di S. Cristofano e Tomeo di Graziano della cappella di S. Lucia dei Ricucchi23. Nella taglia del 1412 sono elencati solo quattro bicchierai: oltre ai già citati Cristofano della cappella di S. Lucia dei Ricucchi, Francesco da Gambassi della cappella di S. Giorgio a Porta a Mare e Tomeo di Graziano della cappella di S. Lucia dei Ricucchi si aggiunge Antonio di Giorgio bicchieraio della cappella di S. Vito24. Quindi un totale di nove bicchierai attivi a Pisa fra il 1402 e il 1412. Resta, purtroppo, il problema del termine ‘bicchieraio’ che nelle fonti documentarie viene usato indistintamente sia per indicare il maestro vetraio, il proprietario di una officina vetraria, oppure il rivenditore di vasellame vitreo25. Ritengo plausibile l’ipotesi che Francesco da Gambassi, residente nella cappella di S. Giorgio a Porta a Mare, e Guidotto da Gambassi, abitante nella cappella di Ss. Cosimo e Damiano, proprio per la loro provenienza da Gambassi, noto centro per la produzione del vetro della Valdelsa, possono essere ritenuti maestri vetrai stabilitisi a Pisa per esercitare la loro professione26. In particolare Francesco da Gambassi potrebbe identificarsi con quel Francesco del fu Tomeo da Gambassi che appare in un documento del 5 aprile 1419 quando acquistò un pezzo di terra posto a Barbaricina da Mattea moglie di Giovanni del fu Cristoforo bicchieraio27 e che successivamente formerà una società per la produzione del vetro con Lodovico di Giovanni Massufero. Il catasto di Pisa del 1427-1428 attesta la presenza di una non meglio precisata «bottega d’arte di vetro» di proprietà del bicchieraio Leonardo di Neruccio della cappella di S. Pietro in Vincoli e di Prospero di Goro28. La scarna registrazione fiscale non permette, purtroppo, di capire se si trattava di un luogo di sola rivendita dei prodotti finiti oppure anche di un sito produttivo. Per avere la prima notizia certa della produzione di vasellame vitreo a Pisa durante il XV secolo si deve arrivare agli anni 1426-1429. Di questo periodo è un registro di debitori dell’officina vetraria di Lodovico di Giovanni Massufero di professione notaio e cittadino pisano e di Francesco di Tomeo da Gambassi di professione maestro vetraio (già citato precedentemente)29. I due soci stipularono un contratto di accomandita in base al quale Lodovico Massufero metteva a disposizione il capitale e deteneva la proprietà dei 2/3 dell’officina vetraria e dell’annessa bottega, Francesco di Tomeo da Gambassi

ASP, Comune di Pisa, div. A, 239, c. 250, n. 731; c. 45v, n. 824; c. 225, n. 1047; c. 14v, n. 1791; si veda anche Casini 1959-1960: 92-118. 23 ASP, Fiumi e Fossi, 1528, c. 3 v; n. 82; c. 1v, n. 27; c. 13r, n. 363; c. 89r, n. 2470; c. 77v, n. 2134; c. 2r, n. 43; c. 5r, n. 119; si veda anche Casini 1957: 193, 198, 205, 219, 225, 231, 257. 24 ASP, Fiumi e Fossi, 1529, c. 19r, n. 143; c. 20v, n. 557; c. 32r, n. 737; c. 20v, n. 1714; si veda anche Casini 1965: 103; Casini 1959-1960: 128, 249, 267, 274, 316. 25 Taddei 1954: 14-15. 26 Muzzi 1991: 139-160. 27 ASP, Ospedali Riuniti di S. Chiara, 2092, cc. 149r-v. 28 ASF, Fiumi e Fossi, 1557, c. 275r; si veda anche Casini 1964: 390. 29 ASP, Ospedali Riuniti di S. Chiara, 1960; si veda anche Casini 1961: 55-56; Antoni 1982: 295-309. 22

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metteva il suo lavoro e la sua esperienza di maestro vetraio e deteneva l’altra parte della proprietà. Il contratto prevedeva una durata dell’attività per alcuni decenni con la clausola che, se il bilancio della vetreria fosse risultato passivo, il sodalizio si sarebbe sciolto. L’officina vetraria con la bottega era situata in Pisa in un immobile, di proprietà di Gaddo di Ceo Gaetani, nell’area fra le attuali piazza Carrara e piazzetta S. Giorgio, in uno degli immobili oggi di proprietà Mazzarosa, forse la «casa del forno» ricordata in documento del 1563-1587 redatto per la divisione dei beni di Filippo di Benedetto Gaetani30 (fig. 1). Il fine della società di Lodovico Massufero e Francesco di Tomeo da Gambassi era la produzione di vasellame di uso comune da mensa (bicchieri, guastade, saliere, ampolle), ampolle da altare, lampade, bocce da distilleria, imbuti, orinali e dei curiosi bicchieri da uccellini. Era previsto anche la vendita del massacotto31 (ossia la fritta) ai «vagellai» che, con l’aggiunta di piombo, la usavano per invetriare la ceramica. Il vasellame prodotto veniva smerciato in città32 ed esportato nei paesi vicini come Cascina, Marti, Cevoli, Pontedera, Calci, Lari, Bientina e anche in località più lontane come Livorno, Lucca, Firenze e Piombino.

La diffusione dei manufatti vitrei a Pisa I depositi archeologici indagati a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso hanno restituito un certo quantitativo di vasellame vitreo, ascrivibile a un ampio arco cronologico compreso fra XII e XV secolo (fig. 1). Nonostante che la quantità di informazioni disponibili sia notevolmente aumentata grazie alle indagini archeologiche svolte in questi ultimi anni, i siti indagati nel centro storico cittadino sono pochi e non tutti gli scavi sono stati pubblicati33. Un altro problema è rappresentato dalla casualità delle indagini archeologiche, cosicché i dati oggi in nostro possesso non solo non coprono l’intero centro storico, ma non hanno nemmeno la stessa valenza scientifica, avendo alla base indagini diseguali per tipo di impostazione e risultati: scavi condotti con rigoroso metodo stratigrafico, ricerche condizionate da cantieri aperti per lavori di pubblica e privata utilità. Indagini che hanno interessato, altresì, contesti diversi fra loro con problematiche storiche, sociali ed economiche dissimili: siti di produzione, complessi ecclesiastici, contesti abitativi. Pur non disponendo di un quantitativo di dati sufficienti a proporre un quadro dell’uso dei manufatti vitrei a Pisa durante il medioevo, vorrei comunque presentare un primo bilancio dello stato delle ricerche. Il repertorio morfologico risulta variegato e rappresentativo dei tipi più frequentemente attestati durante il medioevo. È documentata una larga presenza di vasellame da mensa, con una percentuale maggiore di forme aperte su quelle chiuse. Il bicchiere, rappresentato da diverse tipologie, è il recipiente che trova la maggiore attestazione seguito dalle bottiglie di varie dimensioni, e, in minor numero dalle coppe e dalle ciotole. Un numero minimo di frammenti documenta la presenza delle lampade pensili destinate all’illuminazione degli ambienti, delle fiale da spezieria, delle lastre da vetro per la chiusura delle finestre e delle pedine da gioco. Tongiorgi 1975: 28-34. Con il termine massacotto nei documenti pisani come in altre zone della Toscana si definisce la fritta. 32 Fra gli acquirenti figurano Gaddo Gaetani, i Lanfranchi, ma soprattutto la classe commerciale della città: vinaioli, merciai, speziali, caciaioli, osti, mercanti, non mancano i religiosi, ad esempio, il monastero di Nicosia. 33 Queste le aree indagate: zona retrostante il complesso monastico di S. Michele in Borgo (Stiaffini 1987: 364368), l’area sottostante l’attuale piazza Dante (Stiaffini 1993: 693-710); un piccolo saggio in piazza dei Cavalieri (Stiaffini 2000: 233-234); l’indagine nel vicolo dei Facchini-via Toselli (Stiaffini in c.s.); scavo nel giardino dell’Arcivescovado (Pasquinucci, Storti 1989: 148, tav. 42). Vi sono, poi, i reperti ancora inediti, che ho avuto la possibilità di vedere grazie alla gentilezza dei direttori degli scavi e dei funzionari della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana. Manufatti interessanti provengono dallo scavo del cortile di Palazzo Vitelli, dall’indagine svolta nel bastone di Porta a Lucca, dallo scavo del cortile di Palazzo Scotto, da un saggio in via Contessa Matilde, da uno scavo eseguito in via P. Gori. 30 31

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Fig. 11. Pisa, via Toselli-vicolo dei Facchini, le forme vitree: coppe (VM1-VM8), coppa su piede (VM 10), ciotola “a bugne” (VM 11) (dis. Marcella Giorgio).

I reperti che pongono nuovi spunti di discussione alla ricerca sono quelli recentemente rinvenuti nello scavo del “chiasso” di via Toselli-vicolo dei Facchini relativi a immondezzai, formatosi fra la metà del XII e la fine del XIV secolo, relativi alle contigue case torri34. I frammenti, recuperati in stratigrafie affidabili e ben datate, hanno permesso di circoscrivere meglio periodi cronologici d’uso di alcune forme, confermando dati già noti dalla precedente letteratura, ma soprattutto permettendoci di anticipare di un secolo o addirittura di un secolo e mezzo la comparsa a Pisa di alcuni tipi e verificare la presenza di alcuni stilemi decorativi come l’applicazione di festoni a nastri serpentiformi. Questa indagine ha consentito, altresì, di ampliare il panorama delle forme vitree, realizzate in vetro di uso comune, a partire già dalla metà del XII secolo, testimoniando la presenza di tipologie poco note, oppure del tutto sconosciute finora a Pisa come le coppe, le ciotole e i bicchieri decorati “a bugne” 35. I reperti recuperati nello scarico relativo al cantiere per la costruzione e prima frequentazione dell’edificio A, databile dalla prima metà alla seconda metà del XII secolo, ha restituito oltre alle più comuni coppe a corpo emisferico (fig. 11, VM.3), a parete verticale (fig. 11, VM.1), a parete liscia, anche bicchieri soffiati a stampo con decorazione a rilievo, formata da una serie reiterante di costolature verticali leggermente inclinate verso sinistra.

Sullo scavo si veda quanto osservato in Baldassarri 2011. Desidero ringraziare Monica Baldassarri per avermi affidato lo studio dei reperti vitrei di questo scavo e avermi concesso di darne notizia in questa sede. 35 Stiaffini 2011 in c.s. 34

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Fig. 12. Pisa, via Toselli-vicolo dei Facchini, le forme vitree: bicchieri (VM 12, VM 14-VM 15, VM18-VM19, VM 21, VM30, VM 37, VM39, VM51), bottiglie (VM53-VM58, VM60), fondi a piedistallo (VM62-VM63), lampade (VM64-VM65), pedina da gioco (VM66) (dis. Marcella Giorgio).

Una tecnica già nota, ma attestata a partire dal XIV secolo36. È, quindi, grazie a questo scavo che ne possiamo anticipare la comparsa a Pisa alla metà del XII secolo. Non si tratta di una attestazione sporadica, perché il tipo è presente, senza soluzione di continuità in tutti gli scarichi successivi sino alla fine del XIV secolo, con una maggiore concentrazione e varietà decorativa (rombi, quadrati, bolli grandi e piccoli, nervature) a partire dagli strati della seconda metà del XIII-inizi XIV secolo con 33 individui (fig. 12, UM.30), per continuare negli strati del XIV secolo con 68 esemplari, e terminare alla fine del XIV secolo con 39 individui (fig. 12, VM.37). Il già citato strato ha restituito anche frammenti di bicchiere su piede ad anello cavo, ottenuto ripiegando la parete che nell’incurvarsi tocca appena il fondo rientrante (fig. 12, VM.14). In questo caso è possibile anticipare alla metà-seconda metà del XII secolo l’attestazione del tipo a Pisa, sin ora documentato da un solo esemplare rinvenuto nello scavo di piazza Dante, in uno strato databile dalla metà del XIII alla metà del XV secolo37. Un tipo di bicchiere, come abbiamo visto, prodotto nello stesso arco cronologico nella officina vetraria rinvenuta nel complesso degli ex Laboratori Gentili. Frammenti relativi a questo bicchiere sono presenti nel sito di via Toselli - via dei Facchini anche negli scarichi databili alla fine del XII-inizi XIII secolo con ben 59 individui (fig. 12, VM.15) e nel successivo scarico con altri 5 esemplari, manca invece negli strati del pieno XIII-XIV secolo. 36

Stiaffini 1991: 232-234. Stiaffini 1993b: 696-697, 701, n. 4v. Un tipo di bicchiere piuttosto noto nei dintorni di Pisa (Migliarino pisano, Ripafratta) e nell’area toscana (Pistoia, Grosseto, Prato) ma sempre in contesti di XIV secolo, mentre nell’area centro-settentrionale dell’Italia il tipo è già attestato nel XII-XIII secolo (Stiaffini 1991: 201-202 e relativa bibliografia). 37

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Fig. 13. Pisa, via Toselli-vicolo dei Facchini, ciotola “a bugne”.

Fig. 14. Pisa, via Toselli-vicolo dei Facchini, coppa su piede.

Dallo scarico relativo al cantiere per la costruzione e la prima frequentazione dell’edificio A, databile dalla metà alla seconda metà del XII secolo, proviene un altro interessante bicchiere. Si tratta di un vaso potorio a parete troncoconica su piede ad anello pieno reso peculiare dal notevole spessore della parete (fig. 12, VM.12) che ricorda nella conformazione del profitto una forma semplificata del cosiddetto Hedwig beaker ma al contrario di questo è privo di decorazioni. Lo scarico di rifiuti domestici, databile fra la fine del XII e gli inizi del XIII secolo ho restituito frammenti del bicchiere a “bugne”, un tipo che finora a Pisa non è stato trovato con molta frequenza (fig. 12, VM.18). Dallo stesso scarico proviene una ciotola a corpo globulare (fig. 12, VM.11 e 14) con decorazione a “bugne”, un tipo di reperto che definirei eccezionale che non ha confronti con manufatti vitrei sin ora rinvenuti in città. Un altro tipo di vasellame, sino ad oggi mai recuperato a Pisa e proveniente dallo stesso strato, è un bicchiere reso peculiare dalla decorazione ottenuta tramite l’applicazione di elementi nastriformi di vetro dello stesso colore di base del bicchiere (fig. 12, VM.19). Il panorama della classe di bicchieri è completato dalla presenza, in tutti gli scarichi del noto bicchiere a corpo tronco-conico o cilindrico, con fondo apodo, conoide rientrante, orlo ingrossato e arrotondato. È di particolare interesse segnalare la presenza, in uno scarico databile fra la fine del XII e gli inizi del XIII secolo, di una coppa su piede tronco conico (fig. 11, VM.10 e 14) e di un fondo a piedistallo (fig. 13, VM.63); due ritrovamenti eccezionali perché anticipano la presenza di questi tipi di basi di almeno un secolo e mezzo38. Scarsa la testimonianza di contenitori di forma chiusa, attestati da frammenti relativi ai fondi, alle porzioni di colli cilindrici e dei bordi imbutiformi rinvenuti per lo più negli scarichi relativi alla fine del XII-inizi XIII secolo. Si distinguono le bottiglie con piede ad anello cavo (fig. 12, VM.60), oppure con il fondo apodo e il corpo globulare. Vorrei concludere questa rassegna, segnalando la presenza di numerosi frammenti di bicchieri e di alcuni frammenti di bottiglie in un bellissimo vetro smaltato, ancora inediti, rinvenuti nello scavo del cortile di Palazzo Vitelli. Si tratta di vasellame da mensa di particolare pregio, probabilmente importato dall’area orientale del mediterraneo39. Lo scavo effettuato in via Contessa Matilde, ha restituito, invece, più esemplari del bicchiere apodo con parete tronco-conica, bordo arrotondato caratterizzato dall’altezza delle pareti, inferiore rispetto Stiaffini 1991: 251-255. Stiaffini 1991: 219-222. Ringrazio il direttore dello scavo e il funzionario della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana per avermi concesso la possibilità di anticipare le notizie in questa sede. 38 39

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a quella del tradizionale bicchiere apodo in uso dal XII a tutto il XV secolo. Una forma che appare verso il XIV-XV secolo, nota per gli esemplari integri di Prato e Pistoia, attestata anche dalla coeva iconografia, rinvenuto a Pisa per la prima volta in questo scavo40. Alla luce di queste nuove indagini, si può affermare che a Pisa durante il Medioevo si producesse vasellame vitreo per un ampio arco cronologico compreso fra il XII e il XV secolo. Manufatti che venivano smerciati in città e esportati nelle aree vicine, ma anche in Sardegna o nelle Baleari. Fra XIII e XIV secolo, in città si producevano anche lastre di vetro da finestra. Nonostante i pochi reperti vitrei provenienti dai non molto frequenti scavi cittadini, si può affermare che in città, durante il Medioevo e soprattutto fra XII e XIV secolo vi fosse un buon consumo di vasellame vitreo, soprattutto per l’uso della mensa (bicchieri, coppe, bottiglie).

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Per i confronti e le citazioni iconografiche Stiaffini 1991: 247 e relativa bibliografia. Ringrazio il direttore dello scavo e il funzionario della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana per avermi fatto visionare il materiale vitreo, ancora allo studio, ma di prossima pubblicazione, e per avermi concesso di anticipare le notizie in questa sede.

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I vetri dalle indagini degli anni Ottanta a Rocca Sillana (Pomarance, PI) Giuliana Guidoni, Adele Coscarella En 1985, la Surintendance pour le patrimoine archéologique de la Toscane, a mené une campagne de fouilles dans le site fortifié de Rocca Sillana (Pomarance, PI), approfondissement l’analyse stratigraphique dans la tour. Ces enquêtes ont permis de retourner un chevauchement évident dans les niveaux de fréquentation concernant les âges de la fin du Moyen Âge. La récupération particulièrement important et significatif des céramiques et des verres, permet de présenter des détails crono-typologiques sur les études des diverses vitreux récupérés, dans le cadre régional offert par la littérature scientifique récente. Il sito di Rocca Sillana o di Silano, insediamento fortificato nel comune di Pomarance (PI) parte della diocesi di Volterra, è stato a più riprese oggetto di interesse per le sue imponenti e maestose testimonianze poste ad una quota di m 530 s.l.m. a Sud del fiume Cecina1 (fig. 1). I primi interventi di lettura archeologica, condotti ad opera della Soprintendenza per i Beni archeologici della Toscana, si svolsero nei mesi estivi del 1985-1986 interessando principalmente alcuni ambienti e la torre centrale2. Al centro del sito fortificato (fig. 2), caratterizzato da alte mura in mattoni provviste di torrini poligonali, si erge l’alta torre quadrangolare, munita di un muro perimetrale di notevole spessore (circa m 3), una fra le più antiche strutture dell’originario impianto medievale3. Durante le due campagne di scavo è stato possibile individuare la prima cerchia muraria munita di feritoie, successivamente tamponate dal rinfodero in mattoni idoneo alla realizzazione delle successive mura. Attualmente la torre non ci appare in tutta la sua maestosità, essendo parzialmente crollata la zona superiore, come documentano invece le fotografie degli anni Settanta4. Su lato orientale della torre è ancora visibile l’accesso originario caratterizzato da una porta provvista di arco a tutto sesto, impostato su un architrave (fig. 3). Tale accesso, sopraelevato per motivi di sicurezza, era raggiungibile tramite una scala di legno che si poteva facilmente ritrarre in caso di pericolo5. Nel corso dei secoli l’impianto della rocca si trasformò e si potenziò (XIV-XV secolo), modificando l’articolazione del suo spazio interno, come testimonia la realizzazione di ampi ambienti voltati, uno dei quali si addossò alla torre, inglobandola in Il castello et curte de Ripamarrancia trova la sua prima attestazione in un documento del 1128 (A.S.F., Regesta Volterrane, n. 56, 1128; n. 72, 1167), mentre l’adiacente pieve di Silano risale al X secolo (Regestum Volaterranum, ed. F. Schneider, Roma 1907, nn. 25,27,45). 2 Guidoni Guidi 1987: 267-276. 3 Le prime fonti che ci parlano di Silano risalgono al X secolo e le testimonianze successive ci confermano l’egemonia di Volterra fno a quando i Fiorentini se ne impadronirono nel XIV secolo, cadendo in un degrado crescente fino al suo abbandono (per la bibliografia relativa, v. Guidoni 1987). 4 Nel 1985 la struttura fu consolidata dall’allora Soprintendenza per i Beni Architettonici e del Paesaggio di Pisa. 5 La ricostruzione ipotetica dell’articolazione interna della torre è stata realizzata dall’arch. Pier Berzi, che partecipò alle campagne di scavo: cfr. Aranguren, Camin, Castelli, Esposito, Guidoni, Montanarini, Perazzi, Wentkowska 2007: 119, fig. 23. 1

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Fig. 1. Posizionamento topografico di Rocca Sillana.

Fig. 2. Rocca Sillana, panoramica della fortezza.

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Fig. 3. Rocca Sillana, la torre e gli ambienti annessi (G. Guidoni).

Fig. 4. Rocca Sillana, campagna di scavo 1985. Stratigrafia del deposito interno alla torre (Soprintendenza per i beni archeologici della Toscana).

parte. Anche quest’ultima struttura, senza perdere la sua originaria funzione, subì delle ristrutturazioni, evidenti nella tamponatura della porta originaria trasformata in finestrella (usm 2052), connessa con un nuovo accesso, tutt’ora praticabile, posto sul lato occidentale, direttamente collegati agli spalti della rocca. La campagna di scavo svoltasi nel 1986 all’interno della torre e lo studio del relativo deposito archeologico (circa m 6) (fig. 4) si sono rilevati di grande importanza per la conoscenza della storia dell’insediamento e la ricostruzione della struttura stessa: mensole angolari, ballatoi in legno, scalette di comunicazione interna fra i piani caratterizzano l’impianto architettonico. Di rimando l’analisi stratigrafica del deposito interno portava a ipotizzare la presenza di una serie di butti idonei a rialzare a volte il livello di frequentazione. Una palese dimostrazione di quanto affermato ci giunge proprio dalla composizione delle us 2007-2009 caratterizzate da materiale di demolizione e dalla presenza di numerosi manufatti integri, anche di notevole pregio, utilizzati come riempimento. Questa fase era caratterizzata dal rialzamento del livello pavimentale (quota + m 4,70), di cui restano ancora visibili le buche e le scanalature per le travi di legno destinate originariamente a reggere un ballatoio. Questo era in connessione con una nuova porta d’accesso (l’originaria venne tamponata) tutt’oggi praticabile realizzata sul lato opposto a quella originaria6. Alquanto numerosi furono i reperti provenienti da tali livelli di riempimento, per lo più manufatti ricostruibili o poco frammentari, in ceramica policroma ingobbiata e graffita e maiolica. Diverse sono le fasi di vita documentate sin dall’origine dell’impianto di fine XI, strutturato sulla roccia e il cui livello d’uso attesta ancora le tracce di lavorazione dei materiali impiegati. Diversificati i recuperi dei materiali deposti, indicativi dell’evoluzione delle mense nell’arco di tempo di vita della struttura: 6

Guidoni Guidi 1987: 272.

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accanto alle brocche in ceramica acroma domina il boccale in maiolica arcaica come una grande varietà di stoviglie pregiate quali piatti da portata, ciotole e scodelle. Agli oggetti da mensa si associano oggetti legati all’abbigliamento, quali fibbie variegate nella forma unitamente ad armi da getto fra cui cuspidi di freccia e di balestre7, materiali variegati nell’uso che attendono parzialmente ancora di essere editi8. G. G.

*** L’esame delle strutture murarie in elevato dell’antico sito di Rocca Sillana e in particolare il riempimento interno della torre, qui in esame, hanno consentito di individuare le diverse fasi di vita (fig. 5) comprese tra la fine dell’XI - primi XII e la fine del XV - primi XVI secolo, periodo quest’ultimo in cui la fortezza fu definitivamente abbandonata9. Numerosi i materiali riportati alla luce comprendenti manufatti ceramici10 (maiolica arcaica, italo-moresca, ceramiche policrome ingobbiate e graffite con stemmi nobiliari delle famiglie di Pomarance, unitamente a quelle volterrane, pisane, senesi e fiorentine, lucerne), metallici11 (monete, fibbie, anelli, medagliette votive, un compasso, armi da getto, impugnatura da spada) e vetri che denotano la ricchezza delle mense medievali propria del mondo signorile. L’analisi stratigrafica delle struttura della torre ha consentito di proporre una ricostruzione dell’originario impianto e delle fasi di intervento successive. Mentre l’analisi stratigrafica orizzontale rafforzava l’ipotesi della presenza di una serie di butti12. I livelli d’uso individuati nella torre ad impianto quadrato restituivano un interessante stratigrafia che andava a caratterizzare le diverse fasi di vita, quindi i reperti che la componevano. Il cospicuo numero di manufatti è caratterizzato da frammenti di un certo pregio recuperati in un contesto affidabile e per questo costituiscono un nuovo apporto alla conoscenza dei materiali vitrei di epoca basso medievale e rinascimentale della Toscana. L’insieme dei reperti vitrei si presenta particolarmente ricco, per quanto non molto vario nel repertorio delle forme e delle tecniche decorative impiegate. Nonostante la frammentarietà e le implicite difficoltà di ricomposizione dei soggetti, si è riusciti ad individuare con una buona approssimazione, in alcuni casi, le forme di appartenenza che trovano nelle parti meglio conservate le caratteristiche per una attribuzione tipologica, consentendo di differenziare per periodi storici i tipi più attestati sulla tavola di età medievale e post medievale in un contesto castrense di particolare interesse strategico per il Comune volterrano, oggetto delle sue mire espansionistiche nonché delle dispute con il vescovo. Il gruppo di materiali vitrei recuperati è costituito da un totale di 1255 frammenti (fig. 6), di cui il 69,8% caratterizzato da un alto grado di frammentazione con dimensioni dell’ordine di 1-3 cm. La maggior presenza numerica di contenitori identificabili è documentata negli strati relativi alla fine del XIV secolo (us 2032, 2036, 2037) e alla fine del XV - primi XVI, epoca in cui il sito fu definitivamente abbandonato (us 2009-2007). E’ in particolare in quest’ultimo gruppo di materiali relativi all’ultima fase di vita che si annoverano il maggior numero di varietà di forme. Seguendo un ordine strettamente stratigrafico del recupero, gli strati più recenti documentano nell’us 2007 (con un totale di 52 frammenti vitrei), riferibile alla fine del XV - primi XVI secolo, testimonianze caratterizzate da una maggiore presenza di soggetti incolore rispetto al verde, riscontrabile

Aranguren, Camin, Castelli, Esposito, Guidoni, Montanarini, Perazzi, Wentkowska 2007: 120, fig. 25. Il 20 ottobre del 2007 fu inaugurata a Pomarance nello storico palazzo Ricci una esposizione di reperti provenienti dagli scavi effettuati nel comprensorio e comprendenti alcuni manufatti da Rocca Sillana. 9 Regestum Volaterranum cit., nn. 266,681-682,705,931,973; Repetti 1841: 795-796. 10 Coscarella, De Marco, Pasquinelli 1987: 277-288; Wentkowska, Guidoni 2004: 110-111; Aranguren, Camin, Castelli, Esposito, Guidoni, Montanarini, Perazzi, Wentkowska 2007: 122, 126-130. 11 Wentkowska, Guidoni 2004: 110-111; Aranguren, Camin, Castelli, Esposito, Guidoni, Montanarini, Perazzi, Wentkowska 2007: 120, 122-123. 12 Cfr. prima parte curata da G. Guidoni. 7 8

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Fig. 5. Rocca Sillana. Sezione stratigrafica della torre con attribuzione cronologica dei livelli di frequentazione.

più spesso su alcune pareti. Le forme identificate (fig. 7) si riferiscono essenzialmente a vasi potori: un bicchiere (h 8; Ø 6,5) troncoconico, incolore e liscio con conoide ribassato e orlo arrotondato lievemente espanso, e una base a piedistallo del diametro di cm 4,2 tale quindi da far proporre per le dimensioni l’appartenenza ad un calice. Maggiore presenza di contenitori meglio conservati nelle parti si riscontra nell’us 2009 (con 132 frammenti), forme chiuse e aperte di maggiore pregio estetico. La scarsa frammentazione dei reperti in questo livello di frequentazione di fine XV - primi XVI (28 pareti su 93 parti individuabili nel contenitore di origine) e la scarsa presenza di pellicola di devetrificazione ha consentito di decodificare il panorama cromatico delle attestazioni dominato dal beige chiaro tendente all’incolore con rare attestazioni dalle sfumature pertinenti al grigio. Le caratteristiche tecnologiche della maggior parte delle testimonianze sono il risultato di una soffiatura entro stampo con decorazioni a rilievo di tipo geometrico o in minor numero di soffiatura libera. Lo studio della classificazione tipologica ha documentato la presenza di vasellame destinato alla mensa con colli di bottiglie di medie dimensioni, come comprovano i caratteristici bordi, lievemente svasati con orlo arrotondato, del diametro di cm 3.8/4.0, anche trilobati con piccolo rigonfiamento, e l’altezza del collo compresa fra gli 8-9 centimetri. Lisci o con costolatura verticale o spirali

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Fig. 6. Rocca Sillana. Grafico quantitativo dei frammenti vitrei nelle unità stratigrafiche interne alla torre (A. Coscarella).

oblique e ben distanziate o molto fitte tanto da rivestire interamente la superficie, tali colli (fig. 8,a-b-c-d) sono i testimoni di una tipologia di manufatto, di forma chiusa e probabilmente globulare, largamente attestato dal XIV secolo e nei secoli seguenti come vasellame vitreo da mensa di uso comune13. A tali tipi di colli di bottiglia generalmente, come dimostrato dal recupero stratigrafico, viene associato il piede con base a piedistallo dall’orlo ingrossato e pieno, conoide pronunciato e attacco della vasca globulare (fig. 8,f). Altresì una differente forma di bottiglia è documentata solo nella sua parte superiore (fig. 8,e) con un orlo fortemente svasato e ingrossato poggiante su un corto collo che prosegue con una spalla spiovente, forse a denotare una forma cilindrica del corpo o meglio piriforme, rovesciata, se la si raffronta con l’esemplare raffigurato nel dipinto cinquecentesco di Alessandro Allori (Cristo in casa di Marta e Maria)14. Altre due testimonianze (fig. 8,g-h) relative a fondi, da conoide ribassato o convesso, ci documentano la presenza di contenitori apodi di forma chiusa (Ø 5,5; Ø 4,3) in cui l’andamento delle pareti fanno propendere per una bottiglietta globulare e per una piccola ampolla cilindrica. In genere il vasellame vitreo da mensa in questo arco cronologico risulta composto prevalentemente da bottiglie globulari e bicchieri. Ciò è testimoniato anche dai recuperi di Rocca Sillana, dove ancora nella stessa unità stratigrafica (us 2009) precedentemente analizzata, e in associazione con i colli di bottiglia esaminati, sono state rinvenute anche un certo numero di tipologie diversificate di bicchieri a calice che ci testimoniano il cambio repentino di scelte nel XV secolo delle produzioni del vaso potorio15. La presenza del calice è attestata da alcuni piedi troncoconici (fig. 8,l-m), lisci o con rare costolature, dall’orlo (Ø 6,4-7,0) ingrossato cavo o pieno, che si associano al tipo con base a piedistallo (Ø 4,8) (fig. 8,n) o al tipo di gambo dallo stelo a balaustro pieno16 con rigonfiamento compreso fra due nodi (fig. 8,o). Il numero di

Per un aggiornamento sull’evoluzione morfologica del vasellame da mensa nel XV secolo, cfr. Stiaffini 1999: 153-160. 14 Stiaffini 1994: 78, fig. 30. 15 Stiaffini 1994: 75-78; Stiaffini 1997: 417; Stiaffini 1999: 153-160 . 16 La stessa tipologia è attestata nell’us 2023 (totale frr. 22 di colore beige) stratigraficamente riferibile al XV secolo. 13

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calici e le diversificate tipologie attestate nei livelli stratigrafici di Rocca Sillana di fine XV-XVI secolo, ci confermano l’apparire e la diffusione di tali vasi potori in un periodo che vide una grande fioritura di queste forme sui banchetti aristocratici nonché sulle “mostre”17 a discapito dell’uso del bicchiere apodo medievale. Numerosi i confronti di tali manufatti nella Toscana con una maggiore attinenza con esemplari lucchesi18. E ancora, fra i materiali dell’us 2009 si conserva una coppa di bicchiere (fig. 7,i) soffiata a stampo e decorata con motivo a piccoli rombi contigui presenti fino all’orlo. Per questo soggetto, lacunoso del fondo, sulla base della similitudine delle caratteristiche delle qualità del vetro si propone, vista la forma delle pareti e i diametri riscontrati, l’associazione con uno dei piedi troncoconici (fig. 8,l), tali da attestare una morfologia che richiama ancora esemplari da Lucca19. Di rimando, fra le forme aperte attestate fra il XV e XVI secolo, alcune delle testimonianze recuperate20 si caratterizzano per la non comune morfologia: orli dal diametro di 8,4/9,0, arrotondati o rientranti, si prolungano in un corpo carenato caratterizzato da un motivo decorativo a losanghe o a costolature verticali (fig. 8,p-q) ottenute in stampo con un filamento sovrapposto in blu su vetro incolore. Un altro reperto, similare nella manifattura e rinvenuto in associazione, ci consente di ipotizzare la tipologia del fondo costituita da una vasca profonda, anch’essa decorata a stampo da un motivo a losanghe, fondo convesso e piede dentellato (fig. 8,r). Per tale morfologia dalla forma emisferica schiacciata è possibile ritenere che trattasi di una coppetta la cui funzione è dalla letteratura variamente interpretata (saliera/contenitore per salse piccanti)21 visto, tra l’altro, il rapporto diametro e altezza che esclude un contenuto liquido. Nella disamina stratigrafica, seguono, quindi, le us 2016 e 2024 cronologicamente riferibili al XV secolo. Qui i reperti vitrei sono essenzialmente caratterizzati dalla presenza del bicchiere troncoconico apodo, a fondo rientrante, con corpo basso e schiacciato dal diametro dell’orlo lievemente ingrossato e con diametro di poco maggiore dell’altezza. In gran parte realizzati a stampo, i bicchieri (fig. 9,a-bc-d-e) risultano più frequentemente decorati con solcature parallele e verticali più o meno fitte, e in minor numero di attestazioni con decorazione a rombi. Dominati dalla gamma cromatica del verde chiaro o incolore, tali esemplari di vasi potori, frequentemente attestati nel XIV-XV secolo, presentano una casistica in cui il motivo decorativo può interessare tutto il recipiente dal fondo all’orlo o arrestarsi poco sopra il fondo o fermarsi a poca distanza dall’orlo. Stessa tipologia di bicchiere (fig. 10) cilindrico costolato quasi fino al fondo, apodo con conoide ribassato, è attestato nei livelli stratigrafici di XIV-XV secolo (us 2028). Tali testimonianze sono, per le caratteristiche morfologiche, ulteriori prove tendenti ad avallare le teorie ampiamente formulate sulla diffusione del bicchiere inizialmente definito “gambassino” e poi più genericamente detto troncoconico per le differenti attestazioni di produzioni in altri siti della Toscana22. Per il caso specifico delle testimonianze di tali contenitori nella Rocca Sillana è plausibile ipotizzarne una produzione volterrana visto l’interesse suscitato da questo sito nel clima sociale, politico, culturale e economico di età medievale della città23. E ancora va rilevata la completa assenza in Per un’ampia e articolata trattazione sul rito del convivio, s.v. Stiaffini 1999: 168-171. Stiaffini 1994: 76-78, tav. 9 e bibl.; Berti, Ciampoltrini, Stiaffini 1994: 561-567, figg. 9, 11, 12(5) e bibl.. 19 Berti, Ciampoltrini, Stiaffini 1994: 564-565, fig. 9 (3). 20 A tale riguardo va evidenziato che alcuni attacchi sono stati recuperati con frammenti provenienti dall’us 2024 di XV secolo. 21 Stiaffini 1991: 251-252; Stiaffini 1997: 417. Per altre tipologie di saliere, v. Guarnirei 2006: 180, fig. 24 (12-14). 22 Mendera 1989: 74-76; Mendera 1991: 20-22; Stiaffini 1997: 417; Stiaffini 2000: 304-308. Per alcuni esempi di trattazione sulle forme potorie da Ferrara, s.v. Guarnieri 2007: 137-139, fig. 1 23 L’attestata produzione a Pomarance, su base documentaria (Coscarella, De Marco, Pasquinelli 1987: 277-281), di un certo numero di fornaci e di “stovigliai” nel Cinquecento avrebbe potuto far ipotizzare anche una produzione vitrea se il Comune di Volterra nel Quattrocento non avesse fatto esplicito divieto della realizzazione di fabbriche di vetro nel suo territorio (Mendera 1989: 28). 17 18

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questi strati Cinquecenteschi di qualsivoglia attestazione del calice, un ulteriore dato di conferma alle teorie formulate circa l’epoca di inizio della produzione di tali tipologie di vasi potori. Lo strato con maggior presenza di vetro è l’us 2032 (fine XIV secolo) che con i suoi 573 frammenti testimonia una particolare attestazione di tale materiale nella vita quotidiana della fortezza. Difficilmente identificabili in una precisa forma di attribuzione, le caratteristiche generali di tali testimoni riconducono ad una presenza massiccia di vetro del colore beige rispetto al verde con il 79% di pareti lisce o che conservano motivi decorativi come bugnette o losanghe o cerchi realizzati in stampo, fatto che lascia presumere l’appartenenza anche a bicchieri, presumibilmente associabili alle piccole porzioni di fondi apodi (14,6%) tali da far supporre l’esistenza originaria di almeno venti esemplari. Un dato comunque inconfutabile a prova della diffusione della bicchiere a bugne o troncoconico nel XIV secolo. Dei 137 frammenti vitrei contenuti nell’us 2036 e i 79 dell’us 2037 cronologicamente riferibili ancora al XIV secolo, in gran parte pareti e fondi di piccole dimensioni, incolori dal numero dominante rispetto al verde, si evidenzia, ancora, la presenza di bugnette di piccole dimensioni, pareti decorate da motivi romboidali e un piccolo bicchiere (Ø 4,7) (fig. 11) caratterizzato da una forma cilindrica con pareti costolate fino al fondo24. Seppur tali da non consentire di risalire con sicurezza alla forma originaria, le testimonianze materiali recuperate testimoniano ugualmente la compresenza di contenitori di uso comune unitamente a soggetti, di un certo pregio vista l’attestazione di tracce di oro su un gruppo di pareti25. La presenza di tali testimonianze denota l’uso di una vetreria di lusso di quei vetri dorati e/o smaltati di età basso medievale per i quali sono stati proposti diversi luoghi di produzione. Si giunge così stratigraficamente alle us 2040 e 2041 riferibili alla fine del XII - primi XIII secolo data l’associazione con reperti numismatici. Anche qui fra i 149 frammenti, notevole è la varietà delle attestazioni, seppur con poche forme ricostruibili. I bicchieri a bugne (fig. 12,b) del tipo cilindrico con piede ad anello (Ø 4,2-4,5), sensibilmente attestati, coesistono con un minor numero di bicchieri troncoconici apodi (Ø fondo 6,8) lisci o con costolature verticali poco rilevate (fig. 12,a) su toni di vetro verde come colore dominante. Ancora in questo periodo cronologico è attestata la presenza di pareti con decorazioni in oro. In ultimo, l’us 2042, testimone della prima fase di vita della torre, conserva solo tredici frammenti vitrei di colore beige intenso non decorati con qualche piccolo fondo ad anello del diametro di 6 cm privi di attacchi di pareti. In conclusione, il deposito archeologico analizzato, caratterizzato da una ininterrotta successione di livelli nei cinque secoli circa di vita, ha restituito in gran quantità testimonianze materiali prodotte durante la vita quotidiana che si svolgeva all’interno della fortezza. Le diversificate stoviglie in ceramica e in vetro sono indicativi della vita agiata che si conduceva all’interno dell’impianto fortificato, oltre ad essere il mezzo di conoscenza per noi delle tecniche produttive adottate nella loro realizzazione. Destinati ad un ambiente sociale elitario, prima sotto l’egemonia di Volterra e poi di Firenze, essi sono i testimoni dell’evoluzione delle attività artigianali dei diversi secoli del basso Medioevo, caratterizzato dalla presenza di manufatti in maiolica arcaica, italo-moresca, in zaffera associati a numerosi contenitori vitrei quali bicchieri a bugne o decorati a stampo, quindi calici e bottiglie, reperti a volte caratterizzati dalla presenza della doratura ottenuta con la tecnica a oro precipitato26. A. C.

Guarnieri 1999: 100-102, tav. 23 (21-23). Stiaffini 1994a: 221. Tali reperti sono oggetto di indagini archeometriche idonee a stabilirne con maggiore certezza la tecnica di realizzazione. 26 Stiaffini 1994a: 221. 24 25

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Fig. 7. Rocca Sillana. Vetro (disegno L. Altomare; rielaborazione grafica L. Di Santo).

Fig. 8. Rocca Sillana. Vetro (disegno L. Altomare; rielaborazione grafica L. Di Santo).

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Fig. 9. Rocca Sillana. Vetro (disegno L. Altomare; rielaborazione grafica L. Di Santo).

Fig. 10. Rocca Sillana. Vetro (disegno L. Altomare; rielaborazione grafica L. Di Santo).

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Fig. 11. Rocca Sillana. Vetro (disegno L. Altomare; rielaborazione grafica L. Di Santo).

Fig. 12. Rocca Sillana. Vetro (disegno L. Altomare; rielaborazione grafica L. Di Santo).

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Il vetro in Abruzzo: situazione della ricerca e degli studi Fabio Redi Archeological excavations in Abruzzo gave back glass objects that are the proof of the circulation of this kind of artifacts In Medieval and Renaissance Age, but at present moment there are no archeological findings of related productive structures. There are also no previous studies on glass production and trading in Abruzzo area. We are now introducing a summary of recorded data and a proposal of focused research, in particular in S. Maria della Vittoria Monastery area, near to Scurcola Marsicana village (AQ).

La produzione e l’impiego del vetro in Abruzzo non sembrano aver attratto particolarmente l’attenzione degli studiosi della materia e degli archeologi in genere, salvo lo stretto necessario nelle relazioni di scavo e nel censimento dei reperti. Se sfogliamo la bibliografia, oltre a non trovare studi specifici sul vetro, anche a causa di una certa limitatezza degli scavi archeologici d’ambito medievale rispetto a quelli classici, poche sono le attestazioni di reperti vitrei e le considerazioni settoriali sulle problematiche inerenti al vetro1. Con la moltiplicazione degli scavi archeologici degli ultimi dieci anni, credo che sia giunta a maturazione l’esigenza di fare il punto della situazione degli studi e delle ricerche per avviarne o potenziarne l’effettuazione e di porre la questione di indagini specifiche, mirate alla soluzione dei problemi attinenti alla sfera del vetro, sia sotto il profilo tecnologico e quantitativo della produzione di questo materiale, sia riguardo alla circolazione e all’impiego di manufatti vitrei. Premetto che, al momento, non abbiamo notizia del rinvenimento di strutture produttive in Abruzzo. D’altra parte l’esistenza di un artigiano-artista aquilano, un certo Amicus de Aquila, autore di una Crocifissione esistente a Bergamo, autografa del 1447 (fig. 1), e probabilmente di una Natività, oggi nel Museo Civico di Torino (fig. 2), e di un S. Paolo, custodito a Firenze in una collezione privata (fig. 3), a lui attribuiti già da Pietro Toesca2, sembra sottendere anche la presenza di un’officina locale, qualora non si tratti di una semplice bottega itinerante. Essendo ignoto, almeno secondo il Moretti, l’autore delle tre vetrate della chiesa aquilana di S. Flaviano, oggi conservate nel museo Nazionale della città, datate, le due raffiguranti S. Flaviano (fig. 4) e S. Pietro Celestino, alla prima metà del XV secolo per analogia figurativa con opere del Maestro degli affreschi di Loreto Aprutino, e fra Quattro e Cinquecento quella raffigurante S. Girolamo per affinità con Silvestro dell’Aquila e Saturnino Gatti, non è possibile attribuirne la realizzazione a botteghe locali, anche se forte appare la risposta affermativa3. Ancor prima della metà del XV secolo, esattamente fra il 1277 e il 1284 quando l’abbazia cistercense di S. Maria della Vittoria presso Scurcola Marsicana era in costruzione per volere di Carlo I Cfr. in Bibliografia. Toesca 1908: 247-261, figg. 1-15. 3 Moretti 1968: 75; Gabbrielli 1934; Matthiae 1959. 1 2

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Fig. 1. Amico d’Aquila, Crocifissione, Bergamo, Collezione Privata (immagine tratta da P. Toesca 1908, p. 253, fig. 8).

Fig. 2. Amico d’Aquila, Natività, Torino, Museo Civico (immagine tratta da P. Toesca 1908, p. 254, fig. 9).

Fig. 3. Amico d’Aquila, San Paolo, Firenze, Collezione Privata (immagine tratta da P. Toesca 1908, p. 255, fig. 10).

Fig. 4. San Flaviano, vetrata policroma dalla chiesa di San Flaviano (AQ) (immagine tratta da M. Moretti 1968, p. 75). 110


Fig. 5. Carta dell’Abruzzo con ubicazione dei siti menzionati nel testo.

d’Angiò che eresse il monumento per celebrare la propria vittoria su Corradino di Svevia ai Piani Palentini nel 1268, gli scavi archeologici da noi eseguiti negli anni 2000-2003 all’interno della chiesa4, con il rinvenimento di frammenti di lastre verdi e blu di vetrate policrome5, sembrano avvalorare l’ipotesi della presenza di una fornace da vetro nell’ambito del monastero, peraltro non ancora individuata dai nostri scavi. Fra i 34 frammenti di vetro rinvenuti, fra i quali vanno conteggiati un vago di collana di pasta vitrea e alcuni elementi di rosario restituiti dai corredi di alcune sepolture di XV-XVIII secolo6, alcune scorie di lavorazione del vetro sembrano confermare all’interno del monastero la presenza di una produzione per la realizzazione delle vetrate della chiesa e di altri oggetti per il culto o per l’uso quotidiano dei monaci. Quest’ipotesi sembra avvalorata dalle fonti scritte7. Nei riscontri dei pagamenti effettuati dall’amministrazione reale angioina nel 1282 troviamo infatti l’importo per le vetrate del refettorio del monastero e della chiesa8 pur non essendo specificato dove e da chi fossero state prodotte mancando ogni riferimento all’intestatario del pagamento. Il panorama che si ricava diacronicamente e diatopicamente dai dati di scavo editi, raggruppando i reperti per classi funzionali e per categorie delle aree di rinvenimento, vale a dire sepolture, ambienti residenziali o di culto, ecc., evidenzia la maggiore frequenza dei manufatti da contesti funerari e la loro qualità di elementi di corredo personale, cioè di abbigliamento, e rituali (fig. 5).

Redi 2003: 592-593; Id. 2006a: 183-192; Id. 2006b: 384-388. Iovenitti 2006: 210. 6 Iovenitti 2006: 207, 210, 214, 215; Pace 2006: 245-249, 252, 254. 7 Egidi 1909-1910: 252-291, 732-767, 125-175. 8 Redi 2006a: 186. 4 5

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Fig. 6. Collana in vaghi di pasta vitrea dal sepolcreto di Pescocostanzo (AQ) (immagine tratta da A.R. Staffa 1997, p. 139, fig. 19).

Fig. 7. Vaghi in pasta vitrea rinvenuti a Luco dei Marsi (AQ) (immagine tratta da P. Leocata, F. Redi, L. Ventura 2001, p. 309, n. 44).

I vaghi di collana o di rosario possono avere forma sferica o ellittica, cilindrica o cubica, avere superfici lisce o incise a linee parallele o sfaccettate, essere monocrome o policrome, alternate a vaghi d’ambra, d’osso o dorati. Nell’Aquilano si citano i ritrovamenti di collane di pasta vitrea o di vaghi sporadici da tombe a inumazione di V secolo a Peltuinum9 (fig. 5, n. 1), di VI-VII secolo a Pescocostanzo (fig. 6), in località Colle Riina (fig. 5, n. 2), dalle quali sepolture provengono anche tre balsamari, due dei quali di colore celeste10. Ancora di VI-VII secolo è l’ampolla di vetro rinvenuta in una sepoltura ad Amiternum11 (fig. 5, n. 3), mentre al IV-VII secolo sono attribuiti genericamente i reperti vitrei da sepolture di Castelvecchio Subequo12 (fig. 5, n. 4). Al XII-XVI secolo sono attribuiti frammenti di calici e bottiglie dal castello di Rovere13 (fig. 5, n. 5), mentre al basso medioevo sono riferiti i numerosi vaghi sporadici, da collana e rosario (fig. 7), provenienti dalle sepolture rinvenute sia a S. Maria della Vittoria presso Scurcola Marsicana14 (fig. 5, n. 6), sia a S. Maria delle Grazie a Luco dei Marsi15 (fig. 5, n. 7). Al XV secolo sono ascrivibili anche i “grani di rosario” di vetro che costituiscono il corredo personale dello scheletro n. 6 da noi rinvenuto a S. Potito di Ovindoli16 (fig. 5, n. 8). La provincia di Chieti ha restituito ancora elementi di collana in pasta vitrea di diversi colori, di V-VII secolo, da sepolture in località S. Maria di Palazzo (Iuvanum)17 (fig. 5, n. 9) e in località S. Vito Marina-Murata Bassa (S. Vito Chietino)18 (fig. 5, n. 10), oltre che a Villalfonsina, in località Morandici (fig. 5, n. 11), unitamente a vaghi d’ambra di VI-VII secolo19. Da sepolture di IV-VII secolo provengono anche oggetti di vetro riferibili a forme aperte, come la coppa molto frammentaria da S. Giovanni in Venere-Fossacesia (fig. 5, n. 12) (tomba n. 16)20, la brocchetta (fig. 8), il calice con coppa

D’Ercole, Martellone 2007: 578, fig. 16; 579, fig. 18. Staffa 1997: 137-141. 11 Staffa 1998: 162. 12 Giuntella 1994: 242. 13 Giuntella 1998: 284; Ead. 2002: 63. 14 Iovenitti 2006: 241, fig. 30; Pace 2006: 254; 247; 252, fig. 23; 254. 15 Leocata, Redi, Ventura 2001: 306; 309, fig. 9; 307; 309, fig. 44; 310, fig. 39. 16 Redi, Malandra 2003: 394. 17 Staffa 1997: 133-238, nt. 41. 18 Odoardi, Staffa 1996: 461; Staffa 1999: 41. 19 Aquilano 2001: 409. 20 Odoardi 2000: 231-232.

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Fig. 8. Brocchetta da S. Stefano in rivo maris, Casalbordino (CH) (immagine tratta da L. Tulipani 2001, p. 331, fig. 8, n. 2).

Fig. 9. Fondo di bicchiere contornato da peduncoli da S. Stefano in rivo maris, Casalbordino (CH) (immagine tratta da L. Tulipani 2001, p. 331, fig. 8, n. 13).

su basso stelo pieno, il bicchiere/lampada troncoconico apodo a fondo conoide, il bicchiere con base contornata da una serie di peduncoli (fig. 9), un frammento con croce latina incisa a doppio tratto (fig. 10), di colore verde chiaro, verde-azzurro, giallo, blu, incolore, , tutti dallo scavo di S. Stefano in rivo maris a Casalbordino21 (fig. 5, n. 13). Sono attestati anche balsamari in località Cimitero a Vasto22 (fig. 5, n. 14) e una bottiglia di vetro azzurrino, con orlo estroflesso arrotondato, piccola ansa laterale aggiunta, collo cilindrico e pareti rettilinee, di forma quadrangolare, databile al VI-VII secolo, all’interno di una cisterna in località Vessarella-Casino Vezzani (Crecchio)23 (fig. 5, n. 15). Dalla provincia di Pescara, oltre ai consueti manufatti vitrei da sepolture consistenti in lacrimatoi o in balsamari di V-VI secolo dal cimitero tardoantico di S. Clemente a Casauria24 (fig. 5, n. 16) o di VI-VII secolo dalle sepolture rinvenute in località Colle Fiorano presso Loreto Aprutino25 (fig. 5, n. 17) e un balsamario di vetro azzurro con collo cilindrico, corpo globulare, fondo apodo e orlo imbutiforme custodito nell’Antiquarium “Casamarte” di Loreto Aprutino26, dalla Val Pescara (fig. 5, n. 24) e da una villa tardoimperiale di Fagnano Alto, Comune di Città S. Angelo (fig. 5, n. 18), provengono due manufatti particolarmente degni di nota di età tardoantica. Dal primo sito provengono due frammenti di coppa di vetro inciso decorati con scena bacchica27(fig. 11), dal secondo un “prezioso frammento di forma aperta in vetro … con decorazione incisa”28. Riferimenti generici a “qualche frammento di vetro” rinvenuto in una delle trincee esplorative, e non datato, riguardano il sito di Villa Badessa (PE)29 (fig. 5, n. 19). Tulipani 2001: 329-331, 333. Staffa 1997: 133-238, nt. 41. 23 Staffa, Pellegrini 1993: 59, fig. 102. 24 Staffa 2003: 209. 25 Staffa 1998: 67; 69, fig. 162. 26 Custodi di meraviglie senza tempo 2009: 52. 27 Di Venanzio 2003: 197-202. 28 Staffa 2001: 139; 140, fig. 154. 29 De Pompeis 1980: 461. 21 22

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Fig. 10. Frammento vitreo con croce latina incisa da S. Stefano in rivo maris, Casalbordino (CH) (immagine tratta da L. Tulipani 2001, p. 331, fig. 8, n. 12).

Fig. 11. Coppa decorata con scena bacchica dalla Val Pescara (immagine tratta da E. Di Venanzio 1998, p. 197, tav. I).

Anche la provincia di Teramo è ricca di manufatti vitrei da scavi o da collezioni museali. Il sito archeologico di S. Lucia di Notaresco (fig. 5, n. 20) ha restituito interessanti corredi e ornamenti personali, da sepolture del VI-VII secolo, consistenti sia nei consueti vaghi di collana di pasta vitrea, color blu, fusa, con due facce troncoconiche e incavi per l’inserimento di grani decorativi non pervenuti30, sia in un pendaglio circolare di pasta vitrea (fig. 12). Si tratta di un oggetto di ornamento personale femminile, color ambra realizzato a stampo entro matrice, con appendicolo schiacciato con foro passante, con bordo modanato e rilevato rispetto al campo figurato sul quale spiccano un leone gradiente a sinistra sormontato da una stella a 5 punte e un crescente di luna31. Il manufatto, di particolare pregio, trova confronti in area orientale e in Italia. Dallo stesso sepolcreto di Notaresco provengono un

Fig. 12. Pendaglio in pasta vitrea dalla necropoli di S. Lucia di Notaresco (TE) (immagine tratta da P. Di Felice, V. Torrieri 2006, p. 315, n. 27916).

Staffa 1995: 110, figg. 60.27924, 60.27916; 111. Gizzi 1986: 260; 261, fig. 156; 264; 265, fig. 157; 266; 267; Staffa 1999: 29, fig. 5.4, 5.6; 45; Antonelli 2006: 315, fig. inv. 27924.

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Fig. 13. Calici rinvenuti a Castrum Truentinum (TE) (immagine tratta da A.R. Staffa 2009, p. 68, fig. 105).

balsamario di vetro verde-azzurro e un collo di bottiglietta trasparente verde, a vetro soffiato, con collo imbutiforme e con orlo a mandorla leggermente estroflesso32. Dagli scavi di Castrum Truentinum (Martinsicuro) (fig. 5, n. 21) provengono alcuni frammenti di calici di V-VII secolo consistenti in ben 12 esemplari con piedi a disco, corto stelo e grande coppa, di vetro trasparente con colori che vanno dal giallino all’azzurrino (fig. 13), oggi ospitati nell’Antiquarium locale, mentre i reperti di Notaresco si trovano nel Museo Civico Archeologico “F. Savini” di Teramo33. Le principali esposizioni museali della regione, in particolare teramane e chietine, sono rappresentate, come detto, dai piedi a disco, steli e coppe di calici di V-VII secolo dell’Antiquarium di Castrum Truentinum (TE), dai frammenti vitrei di IV-V secolo provenienti da Alba Adriatica (fig. 5, n. 24) e dal pendaglio di pasta vitrea con raffigurazione di leone, di VI secolo, custodito nel Museo Archeologico “F. Savini” di Teramo (fig. 5, n. 22). Nel Museo Archeologico “Villa Frigerj” di Chieti (fig. 5, n. 23) sono custoditi i vetri dorati paleocristiani della Collezione Pansa e alcuni esemplari di calici, lacrimatoi e frammenti amorfi dagli scavi e dalle ricognizioni a Peltuinum (AQ). Anche il Museo dell’Abruzzo bizantino e altomedievale di Crecchio (CH) (fig. 5, n. 15) contiene reperti vitrei molto interessanti: un vago di collana di pasta vitrea e un importante servizio da mensa altomedievale, composto da boccalini, bottiglie e coppe proveniente dagli scavi in località Vessarella-Casino Vezzani a Crecchio. Anse, fondi e pareti di oggetti di vetro riferiti al VII secolo si trovano nel Museo della Civitella di Chieti (fig. 5, n. 23). Una prima considerazione conclusiva riguarda l’epoca dei reperti, i luoghi di rinvenimento o di conservazione e le classi funzionali, come è sintetizzato nel poster della Dott.ssa Tania Di Pietro, che alleghiamo. Da esso si evidenzia che l’epoca dei reperti, sia da rinvenimenti archeologici sia da collezioni museali o esposizioni, si concentra nei secc.V-VIII, mentre più limitate, allo stato attuale delle nostre conoscenze, sono le acquisizioni di pieno e basso Medioevo. Gli scavi da noi condotti nel bacino aquilano e nella Marsica, entro chiese o monasteri, come S. Domenico, S. Basilio, S. Maria di Collemaggio in L’Aquila, S. Paolo di Barete, S. Maria del Monte di Paganica, Piana S. Marco, S. Lucia di Rocca di Cambio, S. Maria della Vittoria, S. Maria delle Grazie a Luco dei Marsi, hanno restituito in prevalenza materiali di vetro di XII-XIII secolo e successivi, come nei castelli di Tornimparte, Ocre, Rocca Calascio, S. Pio delle Camere da noi indagati. 32 33

Gizzi 1986: 260; 261; 264; 266; inv. 27924; Staffa 2000: 120. Staffa 2009: 68, fig. 105.

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Come abbiamo visto, i reperti più antichi, cioè quelli di V-VIII secolo, sono rappresentati in netta prevalenza da vaghi di collana di pasta vitrea e da brocchette o fiale per unguenti o balsamari e lacrimatoi provenienti da sepolture esclusivamente di sesso femminile. Sono presenti anche, sebbene più raramente, contenitori di vetro da mensa, come l’interessante servizio di bottiglie e boccalini del Museo di Crecchio (CH), da dispensa o recipienti per l’illuminazione e d’uso liturgico. Com’è noto, il calice si configura quale fossile guida della vetreria tardo antica: manufatto potorio di matrice orientale, esso si afferma in Occidente dal V secolo e si protrae oltre il VII. La situazione non muta sensibilmente nel pieno e basso Medioevo, sebbene si registri una certa inversione di tendenza fra manufatti da mensa rispetto a corredi di sepolture. Ma questo è imputabile probabilmente anche all’intensificarsi di campagne di scavo entro insediamenti castellani e ambienti residenziali laici o monastici. Alla presenza di spezierie o farmacie, attestate anche archivisticamente, come nel monastero di S. Domenico all’Aquila, sono attribuibili fiale o altro vasellame bassomedievale34. In conclusione, se non è stato possibile ancora reperire prove evidenti di centri produttivi di manufatti vitrei all’interno della regione, almeno per S. Maria della Vittoria, fra 1277 e 1282, esistono buone probabilità che con la ripresa degli scavi nell’area del monastero indagini mirate possano portare a risultati soddisfacenti. Anche attraverso una lettura finalizzata al rinvenimento di attestazioni di officine cittadine negli Statuti Comunali e nella documentazione archivistica aquilana: inventari, contratti, ecc., che c’impegnamo ad approfondire, mi auguro che possano prendere corpo indicazioni utili per il progredire degli studi sul vetro in Abruzzo.

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Colapietra 1999: 27, 74.

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Vetri dorati di diversa antichità nell’Italia Meridionale Lucina Vattuone The presence of gold-glasses in Southern Italy, though sporadic, includes a significant range of variants which may be dated back from the Hellenistic age up to the late antiquity; comparative studies even lead to the hypothesis that some of these glasses may have been produced in modern age. According to various testimonies, no local production centre has been identified until now. Gold-glasses are documented in Southern Italy rather as a result of imports made for various reasons, including collecting. Come ben sappiamo, i vetri dorati sono una produzione di lusso, elitaria, originaria del mondo antico. Per ‘vetri dorati’ intendiamo specificatamente quei manufatti vetrari nei quali l’ornamentazione è costituita dai motivi decorativi ricavati in una foglia d’oro applicata su vetro e nella maggior parte dei casi protetta da un altro strato di vetro. Gli scavi archeologici e la storia delle collezioni documentano la presenza – passata o attuale – di numerosi vetri dorati anche nell’Italia Meridionale: attestazione sporadica ma diffusa per tutto il territorio e comprendente una significativa gamma di varianti, databili dall’età ellenistica all’età moderna. In occasione di questo Convegno, si espone per la prima volta quello che potremmo chiamare un censimento dei vetri dorati di diversa antichità rinvenuti, conservati o transitati nell’Italia Meridionale dei quali finora si è rinvenuta traccia nella documentazione archivistica e bibliografica. Naturalmente, a motivo del limitato spazio a disposizione, questa è solo la sintesi di uno studio molto più ampio e complesso, schematizzata secondo la suddivisione geografica per territorio di provenienza o luogo di conservazione passato o presente. Abruzzo 1) Frammento di coppa/bicchiere [fondo con piede]1 Chieti, Museo Archeologico Nazionale (inv. 23989). Già Roma, Museo Kircheriano; già Sulmona, Collezione Giovanni Pansa. Divinità femminile con corona radiata, che nella mano destra sorregge una fiaccola: forse, ‘Aurora’. IV secolo d.C.

V. anche: Garrucci 1858: tav. XXXVI,2 p. 73; Garrucci 1864: tav. XXXVI,2 pp. 197-198; Vopel 1899: n. 37 p. 96; Leclercq 1923: n. 379, col. 1848; D’Emilio 2003: tav. L,5 pp. 611-613. (Fig.: rielaborazione grafica L. Vattuone). 1

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2) Frammento di coppa/bicchiere [fondo con piede]2 Chieti, Museo Archeologico Nazionale (inv. 23992). Già Roma, Collezione Evan Gorga; già Sulmona, Collezione Giovanni Pansa. Campo circolare delimitato internamente da una cornice incavata a dentelli ed esternamente dalle piccole porzioni semicircolari di foglia d’oro avulse dalla prima cornice. Al centro, i busti di Pietro e Paolo corredati dalle didascalie PETR[VS] e [PAV]LV[S]. IV secolo d.C.

3) Frammento di coppa/bicchiere [fondo con piede]3 Chieti, Museo Archeologico Nazionale, inv. 23990. Già Roma, Collezione Evan Gorga; già Sulmona, Collezione Giovanni Pansa. Parte del busto di un personaggio maschile e cristogramma. IV secolo d.C.

4) Frammento di coppa/bicchiere [fondo con piede]4 Chieti, Museo Archeologico Nazionale (inv. 23991). Già Roma, Collezione Evan Gorga; già Sulmona, Collezione Giovanni Pansa. Campo quadrangolare suddiviso in più parti dall’incrocio di linee orizzontali e verticali; all’interno di ogni piccolo quadrato, busti maschili in posizione frontale o di tertia. IV secolo d.C.

5) Frammento di coppa/bicchiere [fondo con piede]5 Chieti, Museo Archeologico Nazionale, inv. 23994. Già Roma, Collezione Evan Gorga; già Sulmona, Collezione Giovanni Pansa. Campo circolare delimitato internamente da una cornice incavata a dentelli ed esternamente dalle piccole porzioni semicircolari di foglia d’oro avulse dalla prima cornice. Al centro, madre e figlio di un gruppo di famiglia. IV secolo d.C.

V. anche: D’Emilio 2003: pp. 608-609, tav. L,2. (Fig.: rielaborazione grafica L. Vattuone). V. anche: D’Emilio 2003: p. 608, tav. L,1. (Fig.: rielaborazione grafica L. Vattuone). 4 V. anche: D’Emilio 2003: pp. 608, 611, tav. L,4. (Fig.: rielaborazione grafica L. Vattuone). 5 V. anche: D’Emilio 2003: pp. 608-610, tav. L,3. (Fig.: rielaborazione grafica L. Vattuone). 2 3

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Campania 6) Coppa/piatto6 Da Napoli. Già Roma, Collezione Giorgio Sangiorgi. Grande coppa con fondo piatto, bordo estroflesso verso l’alto e modanato all’interno; esternamente, tracce di foglia d’oro. Età ellenistica? 7-10) Quattro dischi7 Pompei, Casa degli Amorini dorati (Regio VI, Ins. 16, 7.38). A Pompei, nei primi anni del Novecento, fu scavata pressoché integralmente una grande e ricca dimora, che prese il nome dalla decorazione di quattro dischi di vetro inseriti nelle pareti: Casa degli Amorini dorati. Nel cubicolo I, in corrispondenza della posizione del letto addossato alla parete di fondo (settentrionale), le pareti erano impreziosite da quattro piccoli dischi di vetro decorati con la foglia d’oro (due in quella settentrionale ed uno per parte in quelle laterali). In tutti, al centro del campo con il fondo azzurro scuro, delimitato da una doppia cornice formata da linee dorate circolari racchiudenti fregi vegetali, si staglia un piccolo erote. Nel disco a destra sulla parete nord, l’unico conservatesi per intero, l’amorino alato, nudo tranne un leggero drappo svolazzante, stringe con le mani le zampe di un ariete che porta sulle spalle. Nel disco sulla parete est, conservato solo per metà e mutilo della cornice, l’amorino alato tiene ferma con entrambe le mani una faretra che porta sulle spalle. Metà I secolo d.C. 11-12) Due quadretti8 Pompei, Panificio di Terentius Nero [in passato identificato con P. Paquius Proculus] (Regio VII, Ins. 2, 3). Il 10 giugno 1868 venne scoperto che nel cubicolo f le pareti erano impreziosite da due quadretti di vetro decorati con piccole figure (amorini?) dipinte sopra l’applicazione di foglia d’oro in pessimo stato di conservazione. Metà I secolo d.C.

V. anche: Sangiorgi 1914: n. 301, p. 85. V. anche: Sogliano 1908: pp. 34-36; Cristofani 1966: pp. 78-79; Adriani 1967: pp. 113, 124; Seiler 1994: pp. 715-716, 791, 793, 796, 797. (Figg.: da Sogliano 1908). 8 V. anche: Fiorelli 1873: p. 28; Fiorelli 1875: p. 182; Sampaolo 1996: p. 468. 6 7

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Puglia 13) Coppa9 Londra, British Museum, inv. B.M. 1871.0518.1. Rinvenuta a Canosa, Tomba degli Ori. Lascito testamentario Felix Slade, 1871. Coppa di forma leggermente più abbondante della misura emisferica, formata dall’insieme di due coppe: quella interna con orlo ingrossato estroflesso e scanalato a comprendere l’orlo appena estroflesso della coppa esterna. Decorazione in foglia d’oro formata da una fascia orizzontale con doppio motivo di onde ricorrenti contrapposte, delimitante un campo circolare dominato da una rosetta composita a più strati sovrapposti di petali multiformi che nell’ultimo giro si alternano con la stilizzazione di foglie di acanto. Seconda metà III-inizio II secolo a.C. 14) Coppa10 Londra, British Museum, inv. B.M. 1871.0518.2. Rinvenuta a Canosa, Tomba degli Ori. Lascito testamentario Felix Slade, 1871. Coppa di forma leggermente più abbondante della misura emisferica, formata dall’insieme di due coppe: quella interna con orlo ingrossato estroflesso e scanalato a comprendere l’orlo appena estroflesso della coppa esterna. Decorazione in foglia d’oro formata da una fascia orizzontale con doppio motivo di onde ricorrenti contrapposte, delimitante un campo circolare dominato da una rosetta composita a più strati sovrapposti di petali multiformi che nell’ultimo giro si alternano con la stilizzazione di foglie di acanto. Seconda metà III-inizio II secolo a.C. V. anche: Heydemann 1869: p. 37; Vopel 1899: n. 486, pp. 77, 113; Dalton 1901: pp. 247-248; British Museum 1903: p. 62; Kisa 1908: p. 838; Dalton 1911: pp. 613-614; British Museum 1921: p. 143; Deonna 1925: p. 17; Leclercq 1923: n. 331, col. 1845; Wuilleumier 1930: p. 30; Bartoccini 1935: pp. 226-227, 247, tav. I; Honey 1946: p. 33; von Saldern 1959: nn. 2-3, pp. 46-48; Cristofani 1966: pp. 78-79; Forbes 1966: p. 148; Schüler 1966: p. 48; Adriani 1967: pp. 113-127; Harden 1968: pp. 21-24, 45-46, figg. 1-4; Bimson, Werner 1969; Oliver 1969: p. 9, nn. 1-2; Ciancio 1980: n. 1, pp. 31-32, tav. IX,1; Grose 1981: pp. 61-65, 67; Painter 1988: p. 262; Mazzei 1991: pp. 190-191, 196-202. (Fig.: rielaborazione grafica L. Vattuone). 10 V. anche: Heydemann 1869: p. 37; Vopel 1899: n. 487, pp. 77, 113; Dalton 1901: pp. 247-248, tav. V; British Museum 1903: p. 62; Kisa 1908: p. 838; Dalton 1911: pp. 613-614, fig. 388; British Museum 1921: p. 143; Deonna 1925: pp. 17-18, fig. 5; Leclercq 1923: n. 332, col. 1845; Wuilleumier 1930: p. 30, tav. X,5; Bartoccini 1935: pp. 226-227, 247, tav. I; Wuilleumier 1939: p. 363, tav. XXIV,3; Rostovtzeff 1941: I, p. 372, tav. XLIII,2-3 - III, nota 165, p. 1409; Honey 1946: p. 33; von Saldern 1959: frontespizio, pp. 46-48, nn. 2-3; Cristofani 1966: pp. 78-79; Forbes 1966: p. 148, fig. 25; Schüler 1966: pp. 48-49, fig. 3; Adriani 1967: pp. 113-127; Harden 1968: pp. 21-25, 45-46, figg. 5-9; Bimson, Werner 1969; Oliver 1969: p. 9, nn. 1-2; Foti 1972: p. 61, tav. XV; Ciancio 1980: n. 2, pp. 32-33, tav. IX,2; Grose 1981: pp. 61-65, 67; Painter 1988: p. 262; Mazzei 1991: pp. 190-191, 196202. (Fig.: rielaborazione grafica L. Vattuone). 9

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15) Coppa11 Taranto, Museo Archeologico Nazionale, inv. 40.058. Rinvenuta a Canosa, Tomba degli Ori. Originariamente incastrate l’una dentro l’altra, la coppa interna e la coppa esterna ora sono separate. Decorazione composta da fasce alternate di elementi vegetali (palmette stilizzate, tralci di edera) e di elementi geometrici (dentelli triangolari) delimitate da sottili linee dorate; foglia d’oro e colore rosato. Seconda metà III-inizio II secolo a.C. 16) Coppa12 Taranto, Museo Archeologico Nazionale, inv. 40.059. Rinvenuta a Canosa, Tomba degli Ori. Originariamente incastrate l’una dentro l’altra, la coppa interna e la coppa esterna ora sono separate. Decorazione composta da motivi vegetali di difficile lettura a causa del precario stato di conservazione; foglia d’oro e colore blu. Seconda metà III-inizio II secolo a.C.

Calabria 17) Coppa13 Reggio Calabria, Museo Nazionale Archeologico, inv. 6171. Rinvenuta a Varapodio, località Chiese Carcate (Tresilico). Largo orlo estroflesso, decorato con doppio motivo di onde ricorrenti contrapposte; in parete, fascia a meandro. Nel campo, composita scena di caccia: domina la scena un cavaliere che con il venabulum cerca di colpire un felino; più in basso, seduto su una roccia, un arciere scaglia le frecce contro due capridi e una lepre; ambientazione naturalistica sottolineata da un uccello che vola al di sopra del cavaliere, un grande albero frondoso che si piega sopra il felino, un arbusto alla destra dell’arciere. Metà III secolo a.C. V. anche: Bartoccini 1935: p. 246, tav. II; Wuilleumier 1939: p. 363; Harden 1968: n. b, p. 31, tav. II; Adriani 1967: p. 126, fig. 4; Oliver 1969: p. 10, n. 5; Ciancio 1980: n. 12, pp. 36-37; Lippolis 1984: pp. 446448, 451, n. 38. (Fig.: da Ciancio 1980). 12 V. anche: Lippolis 1984: pp. 446-449, 451, n. 39. (Fig.: da Lippolis 1984). 13 V. anche: Cananzi 1906: pp. 2, 8, tav. I,2; Moretti 1913; Sangiorgi 1914: pp. 83-84; Rostovtzeff 1941: I, p. 373, tav. LIV,1 - III, nota 165, p. 1408; von Saldern 1959: p. 48, nota 113; Cristofani 1966; Schüler 1966: pp. 48-50, fig. 6; Adriani 1967: pp. 112-113, 124, tav. V,a; Harden 1968: p. 32, fig. 31; Cooney 1969: p. 258; Oliver 1969; Foti 1972: p. 61, tav. XV; Harden 1980: p. 32, figg. 31-32; Auth 1983: p. 39; Spadea 1987: pp. 344-346; Costamagna 1999: pp. 139-141, 145-146, 155-157, 161; Agostino 2003; Corrado 2007: p. 331; Agostino 2007: pp. 106, 109; Agostino 2011: pp. 53-54, 61, fig. 4. (Fig.: da Agostino 2007). 11

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18) Frammento di bicchiere? [fondo]14 Crotone, Collezione Pasquale Attianese. Rinvenuta a Crotone, località Migliarello. Fondo di piccola forma aperta, internamente decorata con l’applicazione di foglia d’oro; manca lo strato vitreo di rivestimento. Decorazione disposta concentricamente a partire dal centro: piccolo cerchio, iscrizione mutila […]ESTR[…], tre cerchi. Epoca imperiale?

Sicilia 19) Frammento di coppa/bicchiere [fondo con piede]15 Catania, Museo Civico “Castello Ursino”. Già Catania, Museo dei Benedettini. Campo circolare delimitato da una linea dorata. Al centro di un’ambientazione agreste simboleggiata da due alberelli, figura stante di un Pastore in posizione frontale, il capo leggermente piegato verso la propria destra: giovane, imberbe, capelli corti e lisci, indossa una breve mantellina bordata (alicula) sopra una corta tunica con le maniche lunghe e strette bordate all’orlo, trattenuta in vita da una cintura ed ornata in basso da due decorazioni circolari; ha le gambe strette in fasce (fasciae crurales). Protende la mano destra aperta; gravita sulla gamba sinistra appoggiandosi al bastone che tiene con la mano sinistra, incrocia la gamba destra sull’altra. Ai suoi lati, due pecorelle dal vello ricciuto in atteggiamento divergente ma con lo sguardo rivolto indietro verso di lui. In alto, a sinistra, la legenda: PIE ZESES. IV secolo d.C. 20) Frammento di coppa/bicchiere [fondo con piede] Città del Vaticano, Musei Vaticani, Museo Sacro, inv. 60775.16 Già Catania, Collezione Barone Alessio Recupero; già Roma, antiquario Tommaso Capobianchi; già Londra, Collezione Charles W. Wilshere; nel 1893, donato da Charles W. Wilshere a Papa Leone XIII (1878-1903) in occasione del suo giubileo episcopale.

V. anche: Corrado 2007: pp. 331-332, 334, figg. 10-13; Agostino 2011: pp. 54, 61, fig. 5. (Fig.: rielaborazione grafica L. Vattuone). 15 V. anche: Libertini 1937: n. 787, p. 48; Morey 1959: n. 239, p. 43, tav. XXV; Zanchi Roppo 1969: n. 13, p. 25; Schumacher 1977: p. 92, nota 27; Paolucci 1994: p. 50; Vattuone 2003; Vattuone 2008. (Fig.: Foto Museo Civico “Castello Ursino”). 16 V. anche: Garrucci Descrizione: n. VI, p. 6; Garrucci 1858: tav. XIX,5 p. 42; Garrucci 1864: tav. XIX,5 p. 115; Garrucci 1876: tav. CLXXXVIII,5 p. 162; Vopel 1899: n. 418, pp. 2, 10, 13, 54, 85, 110; Leclercq 1923: n. 281, col. 1842; Morey 1959: n. 79, p. 19, tav. XIII; Zanchi Roppo 1969: n. 223, p. 189; Vattuone 2000; Vattuone c.s., Arch. Bibl. 66A, n. 348B - Arch. Bibl. 66B, 1893, n. 1. (Fig.: da Garrucci 1864). 14

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Campo definito da cornice quadrata delimitata da motivi triangolari ed ornata da punti in smalti colorati a significare gemme. Due personaggi maschili vestiti di tunica e pallio, la mano destra alzata nel gesto della parola (adlocutio), stanno in piedi ai lati di una colonna che con il suo capitello sorregge la didascalia GENESIVS, LVCAS. IV secolo d.C. 21) Frammento di coppa/bicchiere [fondo con piede]17 Oxford, Ashmolean Museum of Art and Archaeology University of Oxford. Già Catania, Collezione Barone Alessio Recupero; già Roma, antiquario Tommaso Capobianchi; già Londra, Collezione Charles W. Wilshere; già Oxford, Pusey House. Campo circolare delimitato da una linea dorata. Cristo in trono, allunga la mano destra nel gesto della parola verso Pietro e con la mano sinistra alzata mostra un testo scritto a Paolo. Seduti davanti a lui, sei personaggi maschili vestiti secondo la consuetudine romana (tre per parte) sono impegnati in una animata conversazione; alcuni tengono in mano un rotolo. Intorno, le relative didascalie: CRISTVS, PETRVS, [PAVL]V[S], TIMOTEVS, IVSTVS, SIMON, FLORVS. IV secolo d.C. 22) Frammento di coppa/bicchiere [fondo con piede]18 Oxford, Ashmolean Museum of Art and Archaeology University of Oxford. Già Catania, Collezione Barone Alessio Recupero; già Roma, antiquario Tommaso Capobianchi; già Londra, Collezione Charles W. Wilshere; già Oxford, Pusey House. Campo circolare delimitato da una cornice formata da due sottili linee dorate contenente la legenda DIGNITAS A[MICORVM VIVATIS FELIC]ITE[R IN PA]CE DEI ZE[SES]. Nel clipeo centrale i busti di Pietro e Paolo e le didascalie PETRVS e PAVLVS; in alto, il cristogramma. V. anche: Garrucci 1858: tav. XVIII,4 pp. 40-41; Garrucci 1864: tav. XVIII,4 pp. 111-114; Garrucci 1876: tav. CLXXXVII,4 pp. 159-160; Vopel 1899: n. 306, pp. 8, 16, 31, 53, 58, 85, 86, 107; Leclercq 1923: n. 144, col. 1834; Webster 1929: n. 104, p. 154, tav. VI, n. 2; Ladner 1941: n. 5, p. 33; Morey 1959: n. 364, p. 61, tav. XXXI; Sotomayor 1962: n. 470, pp. 194, 257; Testini 1969: n. 152, pp. 274, 314; Vattuone 2000. (Fig.: da Garrucci 1864). 18 V. anche: Seroux d’Agincourt 1923: III Peinture: tav. XII, p. 10, n. 27; Garrucci Descrizione: n. I, p. 4; Garrucci 1858: tav. I,2 p. 1; Garrucci 1862; Garrucci 1864: tav. I,3 pp. 6-15; Garrucci 1876: tav. CLXXI,3 pp. 117-121; Vopel 1899: n. 293, pp. 9, 16, 17, 23, 51, 59, 61, 64, 65, 68, 70, 76, 81, 82, 106; Kisa 1908: III, p. 881, fig. 363; Leclercq 1923: n. 131, col. 1833; Webster 1929: n. 103, p. 154, tav. VI,1; Morey 1959: n. 388, p. 64, tav. XXXII; Sotomayor 1962: n. 471, pp. 194, 257; Testini 1969: n. 153, p. 314; Faedo 1978: n. 3d, pp. 1048-1049, 1052, tav. LI,2; Vattuone 2000. (Fig. A: da Garrucci Descrizione - Fig. B: integrazione da Garrucci 1864). 17

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Intorno, sottili linee dorate separano la rappresentazione di episodi dell’Antico e del Nuovo Testamento: il profeta Isaia al quale si mostra il sole raggiante (Cristo); una orante (Maria?); Isaia viene segato da due carnefici; Cristo con il serpente, Cristo fa sgorgare l’acqua dalla rupe. IV secolo d.C. 23) Frammento di coppa/bicchiere [fondo con piede]19 Oxford, Ashmolean Museum of Art and Archaeology University of Oxford. Già Catania, Collezione Barone Alessio Recupero; già Roma, antiquario Tommaso Capobianchi; già Londra, Collezione Charles W. Wilshere; già Oxford, Pusey House. Campo definito da cornice quadrata delimitata da motivi triangolari ed ornata da punti a significare gemme. Su due registri, i busti di quattro personaggi maschili vestiti di tunica e pallio, identificati dalle didascalie PETRVS, PAVLVS, IVLIVS, SVSTVS; i due personaggi del registro inferiore, con la testa circondata da un nimbo, sono inseriti in un clipeo. IV secolo d.C. 24) Frammento di coppa/bicchiere [fondo con piede]20 Oxford, Ashmolean Museum of Art and Archaeology University of Oxford. Già Catania, Collezione Barone Alessio Recupero; già Roma, antiquario Tommaso Capobianchi; già Londra, Collezione Charles W. Wilshere; già Oxford, Pusey House. Campo circolare delimitato internamente da una cornice incavata a dentelli ed esternamente dalle piccole porzioni semicircolari di foglia d’oro avulse dalla prima cornice. Al centro, i busti di due giovani personaggi maschili vestiti di tunica e pallio, identificati dalle didascalie VRSVS e DION. In alto, in posizione centrale, piccola corona liscia dalla quale pendono nastri stilizzati (lemnisci). IV secolo d.C.

V. anche: Garrucci Descrizione: n. VII, p. 6; Garrucci 1858: tav. XXV,1 p. 52; Garrucci 1864: tav. XXV,1 pp. 140-142; Garrucci 1876: tav. CXCIV,1 p. 174; Vopel 1899: n. 380, pp. 10, 14, 25, 54, 55, 85, 109; Leclercq 1923: n. 221, col. 1838; Webster 1929: n. 79, p. 153; Ladner 1941: n. 19, p. 35; Morey 1959: n. 360, p. 60, tav. XXXI; Sotomayor 1962: n. 468, pp. 194, 257; Testini 1969: n. 150, pp. 276, 314; Vattuone 2000. (Fig.: da Garrucci 1864). 20 V. anche: Garrucci Descrizione: n. IX, p. 7; Garrucci 1858: tav. XVI,8 p. 38; Garrucci 1864: tav. XVI,8, pp. 103-104; Garrucci 1876, tav. CLXXXV,8, p. 156; Vopel 1899, n. 420, pp. 9, 12, 13, 54, 85, 110; Leclercq 1923, n. 261, col. 1841; Webster 1929, n. 99, p. 154; Morey 1959, n. 358, p. 60, tav. XXXI; Vattuone 2000. (Fig.: da Garrucci 1864). 19

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25) Frammento di coppa/bicchiere [fondo con piede]21 Oxford, Ashmolean Museum of Art and Archaeology University of Oxford. Già Catania, Collezione Barone Alessio Recupero; già Roma, antiquario Tommaso Capobianchi; già Londra, Collezione Charles W. Wilshere; già Oxford, Pusey House. Campo circolare delimitato internamente da una cornice incavata a dentelli ed esternamente dalle piccole porzioni semicircolari di foglia d’oro avulse dalla prima cornice. Nel clipeo centrale, busto di Cristo con il capo nimbato; intorno, alternati a rosette, personaggi maschili stanti vestiti di tunica e pallio, con la mano destra alzata nel gesto dell’adlocutio (si conservano quattro fiori e quattro personaggi), identificati dalle didascalie - ES, PETRVS, LVCAS, SVSTVS. IV secolo d.C. 26) Frammento di coppa/bicchiere [fondo con piede]22 Oxford, Ashmolean Museum of Art and Archaeology University of Oxford. Già Catania, Collezione Barone Alessio Recupero; già Roma, antiquario Tommaso Capobianchi; già Londra, Collezione Charles W. Wilshere; già Oxford, Pusey House. Campo circolare delimitato da una sottile linea dorata dominato da due personaggi stanti, maschile a destra e femminile a sinistra; riccamente abbigliati, entrambi alzano le mani in .atteggiamento di oranti. Al centro, in alto, il monogramma di Cristo; fra i due personaggi, un rotolo; a s., un altro cristogramma ed un arbusto sormontante qualcosa che sembra una roccia da cui sgorga un ruscello e alla quale pare addossata una cattedra. Lungo il bordo, la legenda DIGNTIAS AMIC[ORVM]. IV secolo d.C.

V. anche: Garrucci Descrizione, n. V, p. 6; Garrucci 1864, tav. XXV,4, p. 143; Garrucci 1876, tav. CXCIV,4, p. 175; Vopel 1899, n. 387, pp. 9, 15, 51, 85, 109; Leclercq 1923, n. 228, col. 1839; Webster 1929, n. 74, p. 153; Ladner 1941, n. 6, p. 33; Morey 1959, n. 363, p. 61, tav. XXXI; Sotomayor 1962, n. 469, pp. 194, 257; Testini 1969, n. 151, pp. 274, 314; Vattuone 2000. (Fig.: da Garrucci 1864). 22 V. anche: Garrucci Descrizione, n. VIII, pp. 6-7; Garrucci 1858, tav. XXV,4, pp. 52-53; Garrucci 1864, tav. XXV,3, pp. 142-143; Garrucci 1876, tav. CXCIV,3, p. 175; Vopel 1899, n. 139, pp. 8, 12, 13, 23, 42, 44, 45, 82, 101; Leclercq 1923, n. 483, col. 1856; Webster 1929, n. 80, pp. 153-154, tav. V,2; Morey 1959, n. 379, p. 63, tav. XXXII; Faedo 1978, n. 3e, pp. 1049-1052, tav. L,1; Vattuone 2000. (Fig.: da Garrucci 1864). 21

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27) Frammento di coppa/bicchiere [fondo con piede]23 Oxford, Ashmolean Museum of Art and Archaeology University of Oxford. Già Catania, Collezione Barone Alessio Recupero; già Roma, antiquario Tommaso Capobianchi; già Londra, Collezione Charles W. Wilshere; già Oxford, Pusey House. Campo circolare delimitato e suddiviso internamente da sottili linee dorate. Nel clipeo centrale, i busti di due sposi riccamente abbigliati, accompagnati dalla legenda PIE ZESES. Intorno, la ripetizione della figura di Cristo con la virga taumaturgica scandisce il susseguirsi di episodi dell’Antico e del Nuovo Testamento: Adamo ed Eva, Sacrificio di Isacco, Cristo fa scaturire l’acqua dalla rupe, Cristo guarisce il paralitico, Cristo resuscita Lazzaro. IV secolo d.C. 28) Frammento di coppa/bicchiere [fondo con piede]24 Oxford, Ashmolean Museum of Art and Archaeology University of Oxford. Già Catania, Collezione Barone Alessio Recupero; già Roma antiquario Tommaso Capobianchi; già Londra, Collezione Charles W. Wilshere; già Oxford, Pusey House. Campo circolare delimitato da una cornice formata da due sottili linee dorate contenenti la legenda [DIGNITAS AMI]CORV[M]; all’interno, forse tracce di abito femminile. IV secolo d.C. 29) Frammento di coppa [parete]25 Oxford, Ashmolean Museum of Art and Archaeology University of Oxford. Già Catania, Collezione Barone Alessio Recupero; già Roma, antiquario Tommaso Capobianchi; già Londra, Collezione Charles W. Wilshere; già Oxford, Pusey House. Campo circolare delimitato da una sottile linea dorata; Ercole che lotta con la cerva: dietro, la clava. IV secolo d.C.

V. anche: Garrucci Descrizione, n. II, p. 5; Garrucci 1858, tav. I,3, pp. 1-3; Garrucci 1864, tav. I,2, pp. 4-6; Garrucci 1876, tav. CLXXI,2, p. 117; Vopel 1899, n. 126, pp. 8, 16, 17, 47, 60, 61, 64, 73, 74, 75, 76, 81, 100; Leclercq 1923, n. 470, col. 1855; Webster 1929, n. 71, p. 153, tav. V, n. 1; Morey 1959, n. 366, p. 62, tav. XXXI; Sotomayor 1962, n. Ap 197, pp. 210, 257; Vattuone 2000. (Fig.: da Garrucci 1864). 24 V. anche: Garrucci Descrizione: n. XIII, p. 8; Morey 1959: n. 378, p. 63, tav. XXXII; Vattuone 2000. (Fig.: da Garrucci Descrizione). 25 V. anche: Garrucci Descrizione: n. X,7; Garrucci 1864: tav. XXXV,3 p. 191; Vopel 1899: n. 44, pp. 8, 33, 97; Leclercq 1923: n. 386, col. 1849; Webster 1929: n. 75, p. 153; Morey 1959: n. 369, p. 62, tav. XXXII; Vattuone 2000. 23

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30) Frammento di coppa [parete]26 Oxford, Ashmolean Museum of Art and Archaeology University of Oxford. Già Catania, Collezione del Barone Alessio Recupero; già Roma, antiquario Tommaso Capobianchi; già Londra, Collezione Charles W. Wilshere; già Oxford, Pusey House. Cornice ottagonale con motivo a dentelli; all’interno, protome di un felino a fauci aperte. IV secolo d.C.

31) Frammento di coppa [parete]27 Già Licata (?). Campo delimitato da una sottile linea dorata con raffigurazione del Miracolo delle nozze di Cana: al centro, Cristo con la mano destra alzata in atto benedicente; intorno a lui, sette idrie chiuse da coperchio. Notevole la somiglianza con un piccolo medaglione che il Garrucci testimonia a Parigi, nel Museo di Luigi Fould28. IV secolo d.C.

32) Medaglione29 Già Licata (?). Campo circolare delimitato da una sottile linea dorata; busto di giovinetto magro, vestito di tunica. Epoca moderna?

33) Medaglione30 Già Licata (?). Nel 1764, era montato in un dittico assieme al medaglione n. 34. Nel 1858 e nel 1864 presente a Parigi, Museo del Louvre. Campo circolare delimitato da una sottile linea dorata; a sinistra, busto di un giovane con viso oblungo; a destra, busto di un uomo maturo calvo, con molteplici rughe che gli segnano il viso oblungo.

V. anche: Garrucci Descrizione: 7, n. XI; Garrucci 1864: p. 211; Garrucci 1876: tav. CCIII,2 p. 196; Vopel 1899: n. 150, pp. 11, 101; Leclercq 1923: n. 495, col. 1857; Morey 1959: n. 382, p. 63, tav. XXXII; Vattuone 2000. (Fig.: da Garrucci Descrizione). 27 V. anche: D’Orville 1764: I, 123, tav. A. (Fig.: da D’Orville 1764). 28 Garrucci 1858: tav. VII,5 p. 22; Garrucci 1864: tav. VII,5 p. 65; Garrucci 1876: tav. CLXXVI,5 p. 139. 29 V. anche: d’Orville 1764: I, p. 123, tav. A; Garrucci 1864: p. 226; forse, Vopel 1899: n. 530, p. 114. (Fig.: da D’Orville 1764). 30 V. anche: d’Orville 1764: I, p. 123, tav. A; Garrucci 1858: p. 85; Garrucci 1864: p. 225; Vopel 1899: n. 508, p. 114. (Fig.: da D’Orville 1764). 26

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Sotto i ritratti, le didascalie: L CECILIVS M LIBERT. Epoca moderna?

34) Medaglione31 Già Licata (?) Nel 1764, era montato in un dittico assieme al medaglione n. 33. Campo circolare delimitato da una sottile linea dorata; coppia di lottatori nudi, il più giovane a destra, il più maturo a sinistra, colti durante l’azione. Epoca moderna?

35) Medaglione32 Già Licata (?). Campo circolare delimitato da una fascia con scena di caccia racchiusa entro due sottili linee dorate: in un paesaggio agreste, un giovane cacciatore nudo, aiutato da tre cani, insegue una bestia selvatica. Al centro, in posizione frontale, il busto di un uomo vestito di tunica e pallio, il volto segnato dall’età; a sinistra, la didascalia M PYCHVS. Epoca moderna?

36) Medaglione33 Già Licata (?). Campo circolare delimitato da una sottile linea dorata; in posizione frontale, il busto di un bambino vestito di tunica (forse, listata), capelli corti leggermente mossi, guance piene. Epoca moderna?

V. anche: d’Orville 1764: I, p. 123, tav. A; Garrucci 1864: p. 226; Vopel 1899: n. 503, p. 114. (Fig.: D’Orville 1764). 32 V. anche: d’Orville 1764: I, p. 123, tav. A; Garrucci 1864: p. 226. (Fig.: D’Orville 1764). 33 V. anche: d’Orville 1764: I, p. 123, tav. A; Garrucci 1864: p. 226. (Fig.: D’Orville 1764). 31

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37) Medaglione34 Già Licata (?). Campo circolare delimitato da una sottile linea dorata; in posizione frontale, il busto di un fanciullo vestito di tunica e pallio, guance magre, mento lungo. Epoca moderna?

38) Medaglione35 Già Licata (?). Campo circolare delimitato da una sottile linea dorata. In posizione frontale, i busti di una coppia di sposi con un figlio. A sinistra, l’uomo di età matura, con capelli corti e barba leggermente mossi, qualche ruga sul viso, con la mano destra trattiene le pieghe del vestimento; a destra, la donna ha corti capelli mossi che le circondano il viso, naso allungato; è vestita con tunica e pallio bordato; davanti a loro, un fanciullo in tenera età, con viso tondo e corti capelli ricciuti. Ai lati dei ritratti, le seguenti didascalie: uomo CORNELS[I?], donna RILARA, fanciullo PELAGIVS. Epoca moderna?

39) Medaglione36 Già Licata (?). Campo circolare delimitato da una sottile linea dorata. Due busti maschili, con il corpo in posizione di tertia convergente verso il centro, guardano verso lo spettatore; sono giovani, vestiti di tunica e pallio; quello di destra, di aspetto più maturo, ha davanti a sé un ramo di palma, quasi lo tenesse con la mano sinistra. In alto, la legenda PIE ZESES. Epoca moderna?

40) Medaglione37 Già Licata (?). Campo circolare delimitato da una sottile linea dorata. In posizione frontale, il busto di un uomo maturo con capelli corti e barba folta; è vestito di tunica e pallio; in basso, una V. anche: d’Orville 1764: I, p. 123, tav. A; Garrucci 1864: p. 226. (Fig.: D’Orville 1764). V. anche: d’Orville 1764: I, p. 123, tav. A; Garrucci 1864: p. 226; Vopel 1899: n. 514, p. 114. (Fig.: D’Orville 1764). 36 V. anche: d’Orville 1764: I, p. 123, tav. A; Garrucci 1864: pp. 227-228; Vopel 1899: n. 520, p. 114. (Fig.: D’Orville 1764). 37 V. anche: d’Orville 1764: I, p. 123, tav. A; Garrucci 1864: p. 227; Vopel 1899: n. 506, p. 114. (Fig.: D’Orville 1764). 34 35

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specie di gruppo di pieghe posto in orizzontale ricorda la posizione di una mano in ritratti virili su vetri dorati di IV secolo. A sinistra del capo, la didascalia BAL. Epoca moderna?

Italia (Italia Meridionale?) 41) Frammento di coppa [orlo]38 New York, The Metropolitan Museum of Art, inv. 23.160.76. Rogers Found, 1923. Decorazione in foglia d’oro e smalto blu; motivi geometrici e vegetali, tralcio di vite con grappoli. II secolo a.C.

Conclusioni

Come abbiamo potuto constatare, i vetri dorati di cui in qualche si ha notizia riguardo l’Italia Meridionale sono numerosi e molto vari. Cronologicamente, i più antichi sono le coppe di età ellenistica rinvenuti in Puglia e Calabria. Sia le coppe di Canosa [nn. 13-16] che la coppa di Varapodio [n. 17] facevano parte dei ricchi corredi funerari di persone di alto lignaggio. A queste coppe si può associare tipologicamente il frammento conservato presso il Metropolitan Museum [n. 41], di non precisata provenienza italica, forse meridionale. E’ inevitabile il loro stretto raffronto con la toreutica alessandrina e con alcune coppe ceramiche rinvenute nell’Agorà di Atene che per la forma, ma soprattutto per i particolari della decorazione, vengono ritenute di ispirazione alessandrina. Oggi gli studiosi sono generalmente concordi nel ritenere che le coppe vitree citate non siano il prodotto di un’officina locale (sia pure sotto l’influenza artistica tarantina e con maestranze di scuola alessandrina), ma siano state create nell’area alessandrina e quindi pervenute sulle coste italiche con l’importazione tramite le rotte marittime commerciali; addirittura, concordano sull’ipotesi che non solo le coppe in vetro dorato, ma tutto l’intero gruppo dei vetri rinvenuti nella Tomba degli Ori di Canosa sia di provenienza dal Mediterraneo Orientale, probabilmente alessandrina. La loro datazione è generalmente attestata intorno alla fine III, inizio II secolo a.C. Storicamente interessante è la conferma dell’importanza di Napoli quale centro di commercio antiquario: nel 1869 è documentato il transito delle due coppe ellenistiche di Canosa ora conservate al British Museum nel deposito dell’antiquario Valentino Barone; il Sangiorgi attesta come proveniente da Napoli un grande piatto [n. 6] di cui non precisa l’effettiva origine. Nell’antichità la tecnica della decorazione del vetro con la foglia d’oro era usata in diversi ambiti: non si possono non ricordare le lastrine con piccoli eroti trovate nella tomba di Filippo II di Macedonia a Vergina39, un disco (forse, il coperchio di una coppa) proveniente da Creta e conservato presso il British Museum40 e quello facente parte della Collezione Hamberg41 a Parigi.

V. anche: Alexander 1925: p. 183; Rostovtzeff 1941: I, p. 372, tav. XLIII,4 - III, nota 165, p. 1409; von Saldern 1959: n. 5, pp. 47-48; Oliver 1969. (Fig. da Oliver 1969). 39 V. anche: Barag 1990: p. 20, fig. 1. 40 V. anche: Dalton 1901: pp. 225, 248, tav. IV. 41 V. anche: Kisa 1908: p. 845, fig. 342. 38

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I dischi [nn. 7-10] e i quadretti [nn. 11-12] in vetro dorato ornati con figure di piccoli eroti rinvenuti in Pompei sono manufatti di pregio inseriti nella superficie delle pareti, per dare un tocco di raffinatezza alla decorazione architettonica di edifici appartenenti a personaggi della media-alta borghesia, che in tal modo desideravano anche offrire un segno evidente per sé e per gli altri del proprio avanzamento sociale e della floridezza della propria attività. Si può pensare che la loro produzione sia avvenuta in zona centroitalica, forse addirittura nella stessa Pompei, giacché alcuni studiosi ipotizzano l’esistenza in Campania di una bottega per la produzione di vetri dipinti fortemente influenzata da legami con l’ambiente alessandrino.42 Presso il Museo Archeologico Nazionale di Chieti sono conservati cinque vetri dorati frammentari facenti parte della Collezione Pansa43, di cui uno proveniente dal romano Museo Kircheriano [n. 1] e quattro [nn. 2-5] acquistati presso il collezionista romano Evan Gorga; per tutti, si può presumere che siano stati prodotti a Roma e rinvenuti a Roma. La documentazione archivistica e bibliografica testimonia o fa ipotizzare con quasi certezza che durante il Settecento vetri dorati antichi rinvenuti nelle catacombe romane furono trasportati in Sicilia per entrare a far parte delle collezioni private di importanti notabili. Vedi, ad es., il vetro dorato con la raffigurazione del Buon Pastore oggi conservato nel Museo Civico “Castello Ursino” di Catania [n. 19], già appartenente al Museo dei Padri Benedettini di Catania, che ampliavano la propria collezione commissionando a dotti monaci benedettini che facevano la spola tra Roma e la Sicilia l’acquisto di reperti antichi provenienti dalle catacombe romane. Sempre a Catania, è documentato che anche il patrizio Ignazio Paternò Castello, quinto Principe di Biscari, ed il Barone Alessio Recupero effettuarono più volte acquisti di reperti archeologici a Roma. La Collezione Recupero di vetri dorati poi ritornò a Roma presso la bottega antiquaria di Tommaso Capobianchi, dalla quale venne acquistata da Charles W. Wilshere che ne donò uno [n. 20] a Papa Leone XIII in occasione del suo giubileo episcopale ed i rimanenti [nn. 21-30] – assieme ad altri acquistati in altri momenti – li lasciò per testamento alla Pusey House di Oxford. I vetri dorati di IV secolo d.C., quindi, furono ritrovati a Roma; tramite il commercio antiquario furono portati nell’Italia Meridionale, talvolta ritornarono a Roma e dall’Urbe partirono per altre destinazioni. Nel panorama del diciottesimo secolo, non possiamo scordare che esiste anche un’ulteriore documentazione bibliografica che testimonierebbe la presenza di vetri dorati in Sicilia. Nel 1764, Jacques Philippe d’Orville, dissertando delle plurisecolari vestigia di Licata nella sua dettagliata opera sulle antichità della Sicilia, pubblica una tavola contenente la riproduzione di nove vetri dorati, di cui purtroppo non fa una menzione specifica nel testo. Come può essere che in Sicilia, proprio in quel preciso posto, il tempo avesse custodito un numero così rilevante di vetri dorati? E’ quanto meno anomalo. Finora non si è rinvenuta traccia di una produzione di vetri dorati sull’isola. Inoltre, è pure da tener presente che se il piccolo frammento con il Miracolo delle nozze di Cana [n. 31] sembra senz’altro antico (possibile produzione renana, IV secolo d.C.), quelli con i ritratti [nn. 3240] da sempre hanno suscitato dubbi sulla loro antichità e sono stati ipotizzati quali opere moderne. Dopo il parere del Garrucci e del Vopel, nel 1901 l’esemplare prudenza del Dalton ci conferma come – pur potendo vedere solamente la tavola – il confronto con quelli antichi ed altri sicuramente moderni lo avesse già fatto fortemente dubitare della loro antichità.

42 43

Faedo 1976: p. 43. Russo 1979: pp. 125-134.

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Dallo spontaneo confronto con vetri sicuramente antichi di III e IV secolo d.C. e con altri vetri dorati di sicura o quasi certa modernità, sorge fortemente il dubbio che, in effetti, quelli presentati dal d’Orville siano opera del medesimo disegnatore ‘moderno’ di oggetti antichi. Tutti i i ritratti presentano la stessa impostazione di base e le medesime caratteristiche fiosionomiche: capelli molto corti, occhi grandi, palpebre pesanti, naso importante, bocca medio-piccola ben disegnata, tuniche e clamidi dello stesso tipo, etc. Non può essere un caso. Sembrerebbe proprio che l’incisore abbia davvero avuto davanti gli oggetti per poterli ritrarre con tale precisione; alcuni sono montati su di un supporto, forse ligneo; due, addirittura, racchiusi in un piccolo dittico. Ciò potrebbe essere un indizio della maniera di impiego di tali oggetti e della loro produzione in epoca moderna per tale consuetudine. Il dato fondamentale è che noi non sappiamo per quale motivo il d’Orville abbia pubblicato questi vetri in corrispondenza della descrizione dell’antica Licata. Ad esempio, possiamo ipotizzare: a) che siano stati rappresentati in una pubblicazione sulle antichità della Sicilia perché parte di qualche collezione privata siciliana; b) che l’incisore abbia tratto l’ispirazione da vetri dorati conservati in luoghi a lui vicini (l’opera è stampata ad Amsterdam e il d’Orville è nato ad Amsterdam ma di origine francese: nel 1864 il Garrucci attestava che il n. 31 era simile ad uno conservato nel Museo Luigi Fould a Parigi e che il n. 33 era conservato presso il Museo del Louvre, sempre a Parigi). Comunque, purtroppo non possiamo constatare de visu la realtà dei fatti e su di essi non si conoscono dati recenti. Al termine di questa estrema sintesi, possiamo concludere che – ad esclusione di ipotetiche officine per la decorazione di piccole lastre di vetro usate per l’arredo situate in area centroitalica-campana – in questo momento lo stato degli studi non attesta centri di produzione di vetri dorati nell’Italia Meridionale in alcuna epoca e che tutti gli esemplari di cui si ha notizia sono pervenuti tramite le plurisecolari diverse vie commerciali. Non altro di più.

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Monili in vetro dall’Italia meridionale. Primi dati Rosa Fiorillo

La présence d’objets ornementaux en verre en Italie méridionale, comme en témoigne la récupération de nombreuses perles de colliers en pâte de verre et de bracelets en verre d’époque romaine et tardo-antique, semble se raréfier dès le haut moyen-âge. En effet, les découvertes de bracelets et colliers se révèlent peu nombreuses dans les contextes de fouilles des VIIème- XIème siècles et rares ou inexistantes pour les siècles successifs. Le collier parfaitement conservé retrouvé à l’intérieur d’une sépulture d’époque angevine dans l’église de Sant’ Andrea de Lama à Salerne, qui alterne perles en pâte de verre, éléments en os et petites pierres, est cependant l’indice d’une continuité de la production qui, au stade actuel de la recherche, semble trouver peu de confrontations sur le territoire étudié. Dans le but de mieux définir les techniques de production, les éventuelles importations, et ce qu’il reste au bas moyen-âge des anciens procédés de production de l’époque romaine, le recensement des pièces archéologiques du bas et du haut moyen-âge, issues de fouilles ou d’expositions muséales sur toute la péninsule, est en cours.

E’ noto che le pietre preziose, appannaggio dei ceti aristocratici che utilizzano monili in grado di rendere pubblico lo status sociale di appartenenza, nelle produzioni rivolte ad una committenza popolare sono rimpiazzate da elementi in grado di imitarne colore e lucentezza, in primis il vetro. Le tecniche di lavorazione e quelle di produzione rendono tale materiale altamente duttile e facilmente utilizzabile sia in oreficeria, sia in bigiotteria. Furono principalmente gli orefici ad impiegare, unitamente alle gemme, paste vitree in associazione a metalli preziosi come l’oro e l’argento, mentre il semplice assemblaggio di pietre false, tenute insieme da reticelle o corde in fibra naturale, poteva avvenire anche all’interno delle stesse botteghe artigiane che realizzavano le false gemme. I documenti dell’Italia meridionale non sembrano fornire indicazioni a riguardo e a tutt’oggi non conosciamo l’esatta provenienza dei vaghi impiegati nella realizzazione dei monili, seppure sembrerebbe ipotizzabile per la Calabria l’importazione di vaghi in vetro dall’area nordica1. Per la Campania, dove in area vesuviana a partire dal III sec. a.C. si diffuse la tecnica della lavorazione del vetro cammeo, monile in pasta vitrea, a strati sovrapposti, spesso di colori contrastanti, lavorato ad intaglio, e dove la capacità tecnica dei maestri vetrai si evidenzia attraverso alcune paste ad imitazione di pietre, come l’onice o la corniola, dobbiamo ritenere, in assenza di analisi specifiche, che la produzione di vaghi e false gemme continuò anche in età medievale. La realizzazione di tali oggetti, del resto, non richiedeva forni altamente specializzati, come si apprende da documenti veneziani che citano col termine veriselli le gemme false e testimoniano come queste potevano essere preparate in officine poste in contesti urbani. Un documento del 1292, emanato in seguito al trasferimento delle vetrerie da Venezia a Murano, concede licenza ad usare i fornini da veriselli anche in città, a condizione che le botteghe non si stanzino in prossimità di abitazioni2. La diversa specializzazione 1 2

Cfr. in questo stesso volume il contributo di Corrado, Verità. Moretti, Toninato 2001: 38.

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artigianale si evidenzia ulteriormente in un Capitolare del 1319 dove sono espressamente citati gli artigiani da fornelli che non necessitavano di fornaci, ma di piccoli forni sostenuti con aria soffiata a mantice3, all’interno dei quali potevano realizzare le loro “gemme” con l’ausilio di piccoli crogioli, non invetriati, coperti e sigillati con tappi di argilla (lutati), in grado di fondere al massimo 350-450 gr di vetro4. La produzione delle gemme false, dunque, poteva avvenire in piccole officine specializzate ma anche all’interno delle normali vetrerie, come indicano alcune ricette del quattrocento nelle quali si parla di crogioli aperti da porre in forni per vetro. La ricerca, ancora in corso, e di cui presento i risultati parziali, nasce in seguito al rinvenimento a Salerno di una collana in pasta vitrea, osso e giaietto, databile al XIV secolo (fig. 1). Recuperato in una tomba in terra del cimitero di età angioina sottostante la chiesa di S. Andrea de’ Lavinia5, il monile, al momento del recupero, si presentava con i vaghi in posizione primaria, infilati in un filo di fibra vegetale, ancora in parte esistente al momento del rinvenimento, completo di chiusura composta da un anello realizzato con la stessa fibra vegetale che agganciava l’ultima perla. Costituita da 12 vaghi in pasta vitrea azzurra, a sezione circolare, dal diametro compreso tra i dodici e i dieci mm, ciascuno distanziato da un piccolo vago in avorio, anch’esso tondeggiante di circa cinque mm, la collana reca al centro la perla di forma piramidale dal diametro maggiore, circa quattordici mm, e termina con un’alternanza di dodici perline in osso e lignite, probabilmente giaietto. La presenza del monile all’interno del cimitero tardo medievale lascia supporre una continuità d’uso delle collane in vetro, maggiormente attestate nei corredi funerari di età alto medievale, e forse di ulteriori ornamenti vitrei come bracciali e pendenti. Si è ritenuto necessario, pertanto, effettuare un primo censimento volto a verificare quanto presente sul territorio dell’Italia meridionale, con l’intento di definire le caratteristiche degli ornamenti per aree regionali in un arco cronologico che vede il passaggio dalla cultura romano-bizantina a quella bizantino-longobarda e poi a quella arabo-normanna, per concludersi con l’età angioina. In Campania le collane di perline, distinte tra monilia e catenae, fortemente attestate a Pompei, Cuma ed Ercolano6, appannaggio del ceto medio basso7, sembrano rare sia in età altomedievale che nei secoli successivi. Eppure bisogna ritenere che nella regione, così come in tutto il Meridione, usi e consuetudini di estrazione romano-bizantina tra IV e VII secolo non subirono radicali stravolgimenti nemmeno in seguito alla conquista longobarda. La scarsità di elementi connotativi della tradizione germanica e la presenza di monili ancora strettamente legati al mondo orientale indirizzano verso una probabile continuità dei modelli di tradizione locale. Il compimento dello spoglio della documentazione d’archivio della Soprintendenza archeologica, qualora se ne riuscisse ad avere autorizzazione, potrà fornire ulteriori indicazioni. Per l’area salernitana vaghi in vetro privi di specifica attribuzione d’uso provengono da numerosi siti indagati, sia alto che basso medievali. Nella maggior parte dei casi si tratta di contesti cimiteriali. La sporadicità di monili vitrei nei contesti abitativi credo vada messa in relazione con l’analoga saltuarietà di monili in materiale prezioso, entrambi oggetti che difficilmente andavano smarriti o buttati via, mentre il recupero frequente di singole perle vitree suggerirebbe l’eventualità della rottura della cordicella con la quale erano tenute insieme le perle di un monile i cui vaghi non furono totalmente recuperati. Il confronto tra gli elementi alto medievali, come la collana di Bisaccia8, e 3 4 5 6 7 8

Zecchin 1989: 241, 252. Moretti, Toninato 2001: 39. Fiorillo 2007. Scatozza, Horicht 1988: 72-75. Plinio, Nat. Hist., XXXV, 48. Peduto 1984: Tav. XIV, 7.

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Fig. 1

quelli di età successiva evidenzia il cambio di gusto. Le perle sfaccettate, che definiscono nella maggioranza dei casi le collane e i bracciali tardo romani, sono assenti negli strati più moderni, dove è predominante la perla liscia, di colore uniforme, tendente all’azzurro. Anche l’assemblaggio con ulteriori elementi sembra semplificarsi. I monili rinvenuti negli scavi di Cropani (CZ) evidenziano per l’alto medioevo una predilezione per le collane che alternano vaghi di pasta vitrea di forme e colori differenti, infilate anch’esse in semplici cordoncini in fibra naturale e privi di chiusura, ma composti vivacemente con elementi in ambra, osso e, in un caso, associati a elementi monetali9. L’inserzione di elementi numismatici nei gioielli, tipica dell’età tardo imperiale, continua dunque in età bizantina, e si attesta anche nella bigiotteria, ma sembra assente nel basso medioevo, dove invece l’ impiego di ambra e lignite, probabilmente giaietto, persiste. La probabile continuità produttiva delle perle vitree in area campana sembra trovare conferma oltre che dai rinvenimenti salernitani anche dallo scavo compiuto negli anni ’80 nell’area cimiteriale del S. Giovanni a Pratola Serra (AV). Qui le tombe 94 e 95, relative alla fase angioina, hanno restituito entrambe collane in pasta vitrea10. Nello specifico la T 95 ospitò un individuo adulto di sesso maschile, la cui collana rinvenuta all’altezza della spalla sinistra, è da considerare un dono funerario inserito al momento della sepoltura da un familiare di sesso femminile che, probabilmente se ne privò in segno di lutto. Il monile è costituito da nove vaghi in pasta vitrea azzurra, di cui uno di forma sferica e otto di forma rettangolare, che si alternavano in maniera non precisabile con tre perline in madreperla, otto in ambra e ventuno in giaietto o materiale analogo. Dalla tomba 95, relativa ad una sepoltura infantile, e ritenuta femminile sulla base della presenza di tale elemento, proviene la seconda collana, 9 10

Aisa, Corrado 2007. Pastore 1994.

141


indossata al momento della deposizione per la posizione occupata dai vaghi all’interno della tomba e, dunque, parte del corredo funerario. Tale collana impiega trentasei elementi in pasta vitrea azzurra di forma circolare, di cui trentadue dal diametro di circa quattro mm, e quattro di dimensioni maggiori, che andavano a definire la porzione centrale anteriore del monile. Se l’uso del vetro nelle collane e, dunque, la produzione di perle di varia forma e foggia, continua per tutto il medioevo, non sembra avere la stessa fortuna la realizzazione dei bracciali in vetro; la loro diffusione, che sembrerebbe mutuata dalla Siria (Palestina e regioni dell’Est del mediterraneo) dove la fattura di tali monili si attesta a partire dal III secolo dopo ed è caratterizzata dal colore nero opaco, è fortemente attestata nel Nord Italia, tra III e V secolo. In Italia meridionale bracciali in vetro nero, probabili imitazioni dei bracciali in giaietto, si certificano nel materano11 e, credo, debbano essere considerati oggetti di importazione. Il risultato del censimento a tutt’oggi (Tab. I) permette di evidenziare che: 1. il rinvenimento di monili vitrei all’interno di contesti funerari è maggiore rispetto a quanto si rinviene in ambito abitativo. Questo dato apre una problematica legata al probabile valore simbolico dell’oggetto; 2. la presenza di monili vitrei in contesti basso medievali è scarsa; 3. in Campania, dove la continuità di un uso di bracciali e collane in perle di pasta vitrea è attestata da vaghi sparsi e dalle collane di età angioina di Salerno e Avellino, le armille in vetro spariscono del tutto a partire dall’VIII secolo; 4. per poter avere un quadro maggiormente preciso è necessario estendere il censimento anche ai monili recuperati nelle isole e nell’Italia centro-settentrionale.

11

Mastronuzzi 1995: 222-223.

142


Località

Datazione

Oggetto

Bibliografia

Venosa (PZ)

VI-VII secolo

Orecchini in bronzo con pendenti in pasta vitrea

Aisa, Corrado 2007: 223 fig. 33; Papparella 2009: 249.

Cropani (CZ)

VI-VII secolo

Collana

Aisa, Corrado 2007: 224-225, figg. 4-14.

Cropani (CZ)

VI-VII secolo

Collana

Aisa, Corrado 2007: 227-228, figg. 15-19.

Cropani (CZ)

VI-VII secolo

Collana

Aisa, Corrado 2007: 229, figg. 22-23 e figg. 34-36.

Cropani (CZ)

VI-VII secolo

Perle multiple in pasta vitrea

Aisa, Corrado 2007: 230, fig. 24.

Cropani (CZ)

VI-VII secolo

Orecchini in bronzo con pendenti in pasta vitrea

Aisa, Corrado 2007: 229, fig. 21.

Cropani (CZ) Cropani (CZ) Cropani (CZ) Crotone Botricello (CZ)

VI-VII secolo VI-VII secolo VI-VII secolo II d. C. VI-VII secolo

Perla in pasta vitrea Perla in pasta vitrea Perla in pasta vitrea Collana Perla tipo Legoux 26

Aisa, Corrado 2007: 235, fig. 41. Aisa, Corrado 2007: 235, fig. 44. Aisa, Corrado 2007: 235, fig. 45. Spadea, Ruga 2007: 208, fig. 15. Aisa, Corrado 2007: 236, fig. 47.

Cirò Marina (KR) Museo Civico Archeologico

VI-VII secolo

Perle in pasta vitrea con anima bronzea

Aisa, Corrado 2007: 234, figg. 38-39.

Vibo Valentia, via Milite Ignoto

I-IV d.C. sec.

Vago di collana in pasta vitrea azzurro e giallo

Rotella 2003: 215.

Vibo Valentia Località Piscopio

VI-VII secolo

Bracciale in pasta vitrea

Inedito

Vibo Valentia Località Piscopio

VI-VII secolo

Bracciale in pasta vitrea

Inedito

Piana di Carpino (FG Avicenna

IV-VII secolo

Frammento di armilla tortile

D’Angela 1988: 136-139.

Lucera (FG) Località S. Giusto

V-VI secolo

n. 6 vaghi di collana in pasta vitrea, alternati a vaghi in ambra

De Sanctis, Giuliani 1998: 224.

Canne Terlizzi

Alto medioevo V-VI

Numero imprecisato di vaghi in pasta vitrea Vaghi in pasta vitrea

Gervasio 1938: . D’Angela 2003: 17.

Altamura-Località Belmonte

VII secolo

Encolpio cruciforme con vaghi di pasta vitrea Vaghi a goccia in pasta vitrea

D’Angela 2003: 17.

Altamura-Località Belmonte Altamura-Località Belmonte

VII secolo VII secolo

Vaghi in pasta vitrea Vaghi in pasta vitrea

D’Angela 2003: 17. D’Angela 2003: 17.

Rutigliano Contrada Purgatorio

VII secolo

Collana in pasta vitrea formata da 29 vaghi di forma diversa

D’Angela 2003: 20-21.

Rutigliano Contrada Purgatorio

VII secolo

Collana con vaghi in pasta vitrea; n. 1 vago di pasta vitrea isolato.

D’Angela 2003: 21

Vanze (LE) Fondo “Corrisce”

VI-VII secolo

n. 5 vaghi in pasta vitrea

D’Angela 2003: 27.

Vanze (LE) Fondo “Corrisce”

VI-VII secolo

n. 1 vago in pasta vitrea

D’Angela 2003: 27.

San Ferdinando di Puglia (LE) - Località Bellaveduta

VII-VIII secolo

n. 3 vaghi in pasta vitrea

Goffredo, Volpe 2005: 234-235, nota 70.

S. Maria al Bagno, Nardò (LE)

III-V secolo

n. 1 bracciale in pasta vitrea nera con riflessi gialli, a sezione circolare

Mastronuzzi 1995: 222, sch. 9.

Tab. 1

143


S. Maria al Bagno, Nardò (LE)

III-V secolo

n. 1 bracciale in pasta vitrea nera opaca, con motivo a cerchi ombelicati impressi

Mastronuzzi 1995: 222, sch. 10.

Monte Sant’Angelo (FG) Masseria Basso

Altomedioevo

Orecchini in bronzo e argento con vaghi in pasta vitrea

Campese Simone 2003: 110.

Monte Sant’Angelo (FG) Complesso ipogeo

Ultimo terzo del VI- prima metà del VII secolo

Vago di collana: una grande perla in vetro, sferica compressa, di vari colori, simile ad elementi di corredo rinvenuti nella tomba femminile della necropoli di Campopiano

Campese Simone 2003: 241.

S. Giusto

VI-VII secolo

n. 6 vaghi in pasta vitrea azzurra (unitamente a sette vaghi in ambra di forma circolare)

De Santis, Giuliani 1998: 225, 12-17.

Salerno S. Andrea della Lama

XIV secolo

Collana con vaghi di pasta vitrea

Fiorillo 2007.

Salerno S. Andrea della Lama

XIV secolo

Vago di collana in pasta vitrea

Inedito

Salerno - S. Pietro a Corte

XIV secolo

Vago di collana in pasta vitrea

Inedito

Avellino Bisaccia Località Pietra Durante

VII secolo

Collana

Peduto 1984:Tav. XIV,6-7.

Avellino - S. Giovanni di Pratola Serra

XIV secolo

Collana in pasta vitrea

Pastore 1992: 350.

Avellino - S. Giovanni di Pratola Serra

XIV secolo

Bracciale con uno dei cinque vaghi in pasta vitrea

Pastore 1992: 350.

Avellino - S. Giovanni di Pratola Serra

XIV secolo

Collana formata da circa sessanta vaghi di cui in pasta vitrea otto, di forma rettangolare, e ventuno sferica, associati a vaghi in ambra, osso e giaietto.

Pastore 1992: 350.

Benevento

VI-VII secolo, forse fino ai primi dell’ VIII

Perline di varia forma e colore

Rotili 1977: 81.

144


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Nuovi dati sulla produzione e la circolazione del vasellame vitreo in Campania provenienti da un contesto di scavo tardomedievale: la Rocca Montis Dragonis Francesca Sogliani The fortified settlement of Rocca Montis Dragonis (Caserta) is located on the top of Mount Petrino, in the middle of an area adjoining to northwest the plain of Sessa, to south the fertile plain of the “Campania Felix”, crossed by the river Volturno and extended until the volcan Vesuvius and to west the sea. Since the year 2001, there were going on annual archaeological excavations, runned by the Civic Archaeological Museum of Mondragone. The fortified settlement, known on written sources in the early 12th century, is a big size hilltop site, characterized by a group of interior spaces and structures rather complex and hierarchically distributed in three different areas. Important finds are the potteries and the numismatic evidence, and the metal and vitreous artefacts discovered in the excavation areas; imported ceramic production, as enamelled polychrome vessels, gave evidences of significant economic exchanges between the fortified settlement and the sites of central Italy. In particular the study of the production and the circulation of glass vessels rescued in the excavations and dated to the last phase of the fortified settlement (14th-15th c.), sought to deepen the knowledge about the manufactory and the distribution and use of glass vessels in south Italy, during the last decades of middle age. Most of the buildings investigated up to now on the hilltop plateau and in the first village, were in use until the 16th century, when the collapse of the roofs obliterates them, being the cause of the desertion of the entire settlement.

Il panorama della produzione e circolazione dei manufatti vitrei per l’età medievale in Italia meridionale si giova, grazie all’incremento delle indagini e degli studi degli ultimi decenni, di un insieme di dati particolarmente significativo che, dai primi approcci interdisciplinari condotti già nell’ambito dei convegni napoletani dedicati alle problematiche del vetro nell’Italia meridionale del 1998 e del 20011, sono stati ripresi nei successivi appuntamenti calabresi del 20042 e di questi giorni. Questi simposi hanno avuto un ruolo di grande importanza, perché per la prima volta si sono affrontate e confrontate con metodo multidisciplinare le problematiche del vetro antico e medievale in un’area del nostro Paese che se da un lato si rivelava particolarmente ricca sia di raccolte museali che di importantissimi rinvenimenti, dall’altro non era stata ancora oggetto - tranne qualche eccezione - di studi più ampi e sistematici, come invece è avvenuto per l’area settentrionale del Paese. I contributi scientifici contenuti negli Atti hanno permesso di allargare ulteriormente l’orizzonte conoscitivo, consentendo l’acquisizione di nuovi dati per la conoscenza del vetro nell’antichità e nel medioevo per tutte le regioni dell’Italia meridionale ed insulare, quindi la Sicilia, la Puglia, la Campania, la Basilicata, l’Abruzzo, il Molise e la Sardegna e la Calabria. In questa sede si presenta un ampliamento dei dati già noti per la Campania, illustrando un contesto di manufatti vitrei provenienti dal sito fortificato della Rocca Montis Dragonis (Mondragone, CE).

1 2

Piccioli, Sogliani 1999; Piccioli, Sogliani 2003. Coscarella 2007.

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L’insediamento fortificato di Rocca Montis Dragonis (Mondragone, CE).

Dal 1997 è in corso un progetto di ricerca sul sito fortificato della Rocca Montis Dragonis e sul territorio circostante, attualmente compreso nei confini amministrativi del Comune di Mondragone (CE)3 (fig. 1), nel corso del quale è stato possibile chiarire le vicende e le modalità insediative di questa parte della Campania settentrionale costiera tra l’età tardo imperiale e l’altomedioevo ed ancora in seguito, in età medievale e tardomedievale4. In un territorio, la cui vocazione insediativa è testimoniata dall’imponente mole di dati archeologici relativi ad insediamenti urbani e rurali di età romana, fortemente legati alle risorse economiche rappresentate da colture cerealicole, attività vitivinicola, pesca, produzioni casearie, officine ceramiche (anfore e laterizi) e serviti da una rete viaria importante, incardinata sulla via Appia e sulla via Domitiana, si registrano i consueti fenomeni di mantenimento di tali assetti almeno fino al IV-V secolo d.C.5, seguiti da una crisi generalizzata del sistema città/campagna che anche in quest’area è resa evidente da un notevole indebolimento del sistema economico-territoriale. Nel corso dell’altomedioevo, nuove forme di occupazione degli spazi si riflettono nella progettazione di sistemi di difesa dell’area in questione, sia nella piana prospiciente il mare che in altura, generando qui come altrove il fenomeno dell’incastellamento medievale, potenziato dallo stanziamento dei cavalieri normanni, in analogia con quanto avviene in altre parti dell’Italia meridionale. La Rocca Montis Dragonis (fig. 2) è un’imponente testimonianza di tale fenomeno; per l’intero insediamento, noto nelle fonti scritte dal XII a tutto il XVI secolo, è ora possibile declinare per periodi cronologici ben definiti le successive fasi di costruzione/frequentazione, dalla funzione originaria di presidio militare nell’altomedioevo, al castello “di pietra” in età normanna, alla potente Rocca di età federiciana, al castello “residenziale” di età angioina ed infine, in età vicereale, nuovamente alla fortificazione di controllo territoriale e strategico. La valenza della sua posizione geografica, a controllo della pianura a nord-ovest che si estende fino al Liri-Garigliano, delimitata dalle città di Traetto, Formia e Gaeta, dei rilievi ad est, a partire dalle pendici del Monte Massico, della fertile pianura della Campania Felix, a sud, attraversata dal fiume Volturno e che si estende fino al Vesuvio, della linea di costa e del mare ad ovest, ne ha garantito un ruolo di preminenza costante attraverso i secoli sotto il profilo strategicomilitare e altresì sotto il profilo economico, evidente nel controllo delle risorse territoriali e degli scambi commerciali. Ciò appare particolarmente leggibile in età sveva, quando la Rocca diventa uno dei castra exempta della Terra di Lavoro e ancor più in età angioina, quando costituì, per il Regno di Napoli, una delle fonti di reddito più importanti poiché legata al commercio europeo e mediterraneo6. Alla fine del XIII secolo la vitalità delle dinamiche commerciali e della vocazione produttiva nei territori controllati dalla Rocca si legge in un documento dell’anno 12707, presenti mercanti toscani e del Lazio, dove

Le indagini sull’altura del Monte Petrino, ove si sviluppa l’esteso insediamento fortificato della Rocca Montis Dragonis, si svolgono dall’autunno del 1997 a cura di un’équipe scientifica coordinata e sostenuta dal Museo Civico Archeologico di Mondragone, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica per le Province di Napoli e Caserta (ora Caserta, Avellino, Benevento e Salerno). Le ricerche, dirette da chi scrive assieme al Dott. Luigi Crimaco, Direttore del Museo Civico Archeologico, hanno preso l’avvio dall’analisi della bibliografia storica e delle fonti documentarie edite, da ricognizioni sul sito e nel territorio circostante e, in particolar modo, da un rilevamento topografico completo dell’insediamento fortificato. Dal 2001 sono in corso, con cadenza annuale, le campagne di scavo archeologico, condotte dall’anno 2005 in regime di concessione dal Museo Civico Archeologico di Mondragone. Dal 2008, su specifica convenzione, lo scavo rientra tra le attività pratiche della Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici di Matera (Università degli Studi della Basilicata). Per i dati fino ad ora pubblicati v. Crimaco, Sogliani 2007 e Crimaco, Sogliani 2009 (II ed. 2012), con bibliografia precedente. 4 Per la storia della ricerca archeologica sul territorio di Mondragone, v. Sogliani 2007. 5 Su Sinuessa v. Crimaco, Gasperetti 1993; più recentemente, sul territorio della colonia romana tra antichità e tardo impero v. Crimaco 2002 e Crimaco 2005. 6 Crimaco 2011: 265-266. 7 Reg. Ang. V (1266-1272), n. 7, p. 217: 10 ottobre 1270, XV Ind.: Reg. Ang. V (1266-1272), n. 7, p. 217: 10 ottobre 1270, XV Ind., Melfi: …Et additum fuit in litteris ut, quia ipsum milium habet (habent) in portu Rocce Montisdraconis, permittat eum (eos) ipsum ferre Neapolim cum barcis parvis, abinde Florentiam referendum... 3

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Fig. 1. Ubicazione topografica dell’altura di Monte Petrino (rielaborazione D. Roubis).

viene ricordata l’esistenza di un porto collegato alla Rocca Montis Dragonis, in cui venivano imbarcati i carichi di miglio per Napoli, per poi essere trasferiti a Firenze. Per tutto il periodo angioino la Rocca e la Terra Montis Dragonis risultano oggetto di donazioni a nobili e feudatari, a dimostrazione di una politica di gestione del potere fortemente e direttamente controllata da Carlo I, il quale aveva messo in atto, qui come nelle altre parti del Regno, un radicale rinnovamento della feudalità, che prevedeva la nomina di francesi e provenzali, a titolari delle più alte cariche sia laiche che ecclesiastiche. Sotto il regno di Roberto d’Angiò e della nipote Giovanna I, la Rocca continuò ad essere affidata in feudo a famiglie nobili, fino al 1326 ai Siginolfo, tra il 1327 e il 1373, ai del Balzo, ai d’Alneto e ai Tomacella8. L’importanza della Rocca tra la seconda metà del XIII e tutto il XIV secolo, in termini di controllo politico-territoriale ed economico affidato nelle mani della nobiltà fedele al Regno dal potere centrale, risulta evidente anche dalla documentazione numismatica9.

Per l’analisi dettagliata della documentazione scritta, nonché per la presenza di personaggi appartenenti al notabilato e alla nobilità che risiedevano nella Rocca e possedevano feudi nel territorio circostante, v. Sogliani 2002 e 2012a; Sogliani, Crimaco 2011. 9 Per i dati fino alle campagne di scavo 2005, v. Gargiulo 2011 e 2012. 8

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Fig. 2. Ricostruzione virtuale della Rocca Montis Dragonis (F. Gabellone).

Nella tarda età angioina Carlo III di Durazzo, salito sul trono di Napoli nel 1382, alla morte di Giovanna I, concesse in feudo al barone Francesco Dentice, suo fedele, la Rocca di Mondragone. Anche il figlio e suo successore Ladislao utilizzò il possesso della Rocca nell’ambito della sua politica di donazioni e concessioni per rafforzare attorno a sé la nobiltà locale, assegnando nel decennio successivo feudi della Rocca ai Russo di Sannazaro e ai Castelluccio di Marzano, i quali ne conservarono il possesso fino alla metà del XV secolo. In questo periodo la Rocca Montis Dragonis era una delle fortezze più importanti del Ducato di Sessa, coinvolta nel conflitto tra angioini e aragonesi per la conquista del Regno; nelle mani del duca di Sessa Marino Marzano viene assediata dalle truppe del Re Ferdinando I d’Aragona ed in seguito concessa in feudo, nel 1461, ai Carafa che la terranno fino al 1690. L’insediamento fortificato, completamente abbandonato dopo il XVI secolo e attualmente in stato di rudere, è costituito da tre nuclei (fig. 3): in posizione dominante si trova il complesso di edifici sul pianoro sommitale del Monte Petrino, esteso su un areale di circa 3500 mq e racchiuso da una cinta muraria che termina ad ovest con un imponente torrione semicircolare. Un palazzo di grandi dimensioni a più piani, con pianta ad “L”, ne modifica in età tardomedievale la porzione orientale. Sul versante occidentale di questo insieme arroccato sul crinale, si sviluppa un primo villaggio, racchiuso entro un’ulteriore cinta muraria, con due porte di accesso ed un torrione pentagonale all’estremità occidentale, una fitta sequenza di edifici con relative cisterne e un piccolo edificio religioso. Infine, sul versante sud dell’altura si dispone un secondo villaggio con abitazioni a due, tre o quattro ambienti allineate lungo strade che seguono grosso modo le curve di livello; una terza ed ultima cortina muraria racchiude ad est e ad ovest l’intero complesso con due tratti rettilinei disgiunti, orientati nord-sud. Un antemurale di notevoli dimensioni, potenziato da due torrioni si sviluppa lungo il crinale che scende verso il mare, a difesa dell’unico sentiero di accesso all’insediamento fortificato. Le indagini stratigrafiche effettuate sia sul pianoro sommitale che nel primo villaggio, hanno restituito una mole considerevole di informazioni e reperti ceramici, vitrei, in osso e metallici che hanno consentito di individuare fasi di frequentazione che vanno dall’altomedioevo (IX secolo) al periodo postmedievale (XVI-XVII secolo)10. 10

Per i dati sui rinvenimenti, v. i diversi contributi in Crimaco, Sogliani 2012.

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Fig. 3. Planimetria generale dell’insediamento fortificato di Rocca Montis Dragonis (M. Cerovaz, G. Bruno).


Fig. 4. Rocca Montis Dragonis. La fornace per il vetro: visione d’insieme dell’ambiente CF 18.

In particolare, relativamente ai rinvenimenti di manufatti vitrei, si segnala la presenza nei livelli di frequentazione di età medievale e tardomedievale del pianoro sommitale (CA B) e del villaggio sottostante (CA C), di un consistente numero di reperti e indicatori di produzione, questi ultimi provenienti soprattutto da alcuni ambienti ubicati a ridosso della cinta muraria meridionale del pianoro. Dei 12 corpi di fabbrica fino ad ora indagati, il CF 18 infatti risultava interessato da una seconda fase costruttiva relativa alla realizzazione di un impianto produttivo per la lavorazione del vetro. Il vano presenta una struttura rettangolare (fig. 4) con vano di accesso sul lato nord definito da due stipiti; la prima fase edilizia è caratterizzata da un pavimento in malta lisciata e compattata che viene in seguito rialzato compattando e spianando uno strato di crollo di coppi e tegole, legato da malta. Tale attività ha comportato anche il ripristino dei muri perimetrali ed un radicale cambiamento d’uso dello spazio interno, nel quale è stata inserita una fornace per vetro. La fornace presenta una struttura di base quadrangolare, incassata nei muri perimetrali dell’ambiente, su cui si imposta la volta di copertura a calotta semisferica, ancora in buona parte conservata, realizzata da filari irregolari di mattoni, posti in opera di taglio e tenuti insieme da malta (fig. 5a,b), la cui superficie interna si presenta calcinata. Il piano della fornace è costituito da un massetto di malta con grossi inclusi lapidei rivestito da laterizi di forma trapezoidale, disposti in maniera radiale attorno al centro, a definire un cerchio di cm 85 c.ca di diametro (fig. 6); a ridosso dell’apertura della fornace, immediatamente all’esterno e alla stessa quota del piano, si apre un foro quadrangolare direttamente comunicante con una nicchietta sormontata da ghiera in laterizi, ricavata sul lato ovest della base, funzionale alla raccolta della cenere, rinvenuta peraltro in corso di scavo (fig. 7). All’interno dell’ambiente CF 18 e ad ovest della struttura, in concomitanza con la fornace, sono state realizzate due piccole vasche in muratura contigue, una delle quali presentava il lato corto occupato da un piano obliquo e lisciato in superficie ed era riempita da terreno fortemente organico con numerosi grumi di carbone, frammenti di vetro e numerosissime scorie di lavorazione (fritta) (fig. 8), alternato a strati di cenere. Da segnalare inoltre la presenza di una riserva di acqua nella cisterna sottostante l’ambiente adiacente ad est, dotata di pozzetto, risorsa indispensabile nell’attività di produzione vetraria.

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Fig. 5a, b. Rocca Montis Dragonis. La fornace per il vetro: visione d’insieme dell’impianto (a); planimetria (b).

Lo studio dell’impianto produttivo per il vetro di Rocca Montis Dragonis è ancora in corso, in particolare per quanto riguarda l’individuazione della sua funzione specifica all’interno del ciclo di lavorazione dei manufatti, tuttavia il rinvenimento nei livelli coevi all’utilizzo dell’impianto di una brocca in ceramica invetriata contenente numerosi frantumi di vetro di varie epoche (v. infra), la raccolta della cenere nella nicchia sottostante il piano di cottura, che poteva essere utilizzata come fondente, la presenza di indicatori di produzione e di lavorazione dei manufatti, di utensili (fig. 9) nonché l’analisi autoptica dei grumi di fritta, della schiuma di fusione e di alcuni frammenti di vetro che hanno permesso di definire le colorazioni dei prodotti creati – rosso e blu – consentono di affermare che nell’officina dell’insediamento campano venisse eseguita buona parte del ciclo produttivo del vetro. In base ai confronti con impianti produttivi di età tardomedievale e post-medievale (fig. 10) sembra trattarsi un forno per la calcinazione delle materie prime, ossia per la preparazione della fritta, anche se l’impianto poteva essere utilizzato anche per la fusione dei frantumi di fritta mescolati a rottami di vetro all’interno dei crogioli, che potevano essere alloggiati sul piano del forno da fritta. Il rinvenimento in consistenti quantità di scorie di produzione del vetro nei livelli di obliterazione della fornace e di frequentazione dell’ambiente che la ospitava, nonché in altri ambienti ubicati sul pianoro sommitale ed anche nel villaggio sottostante (figg. 11 e 11bis) supporta l’esistenza all’interno dell’insediamento fortificato di una fiorente attività produttiva del vetro nella seconda metà del XV secolo, destinata anche alla realizzazione di prodotti finiti, come testimonia il rinvenimento di scarti di produzione quali masse vitree, colaticci e filamenti di vetro11. I dati stratigrafici collocano l’impianto produttivo nella seconda metà del XV secolo, periodo in cui l’insediamento è interessato da una sostanziale rifunzionalizzazione della parte sommitale e del villaggio sottostante. La fine dell’attività produttiva nei primi decenni del XVI secolo è accertata dai materiali ceramici e numismatici rinvenuti negli strati di crollo della struttura. La stima quantitativa dei rinvenimenti relativi a manufatti vitrei nel contesto di Rocca Montis Dragonis, calcolata in base ai dati relativi alle campagne di scavo 2001-200612, rivela peraltro una presenza discretamente significativa di tali manufatti, distribuita abbastanza omogeneamente nelle fasi di frequentazione databili tra il XIII ed il XV-XVI secolo, seppure inferiore, come di consueto, rispetto ai manufatti ceramici o metallici. Nel presente contributo si prenderanno in considerazione i reperti

In corso di studio sono tutti gli indicatori di produzione rinvenuti nello scavo, da sottoporre ad analisi archeometriche e quantitative e ad una sistematica suddivisione in base all’appartenenza ai diversi momenti del ciclo produttivo. 12 I materiali vitrei relativi alle successive campagne di scavo, fino al 2011, sono attualmente in fase di catalogazione e di restauro e saranno oggetto di studio in una prossima pubblicazione. 11

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Fig. 6. Rocca Montis Dragonis. La fornace per il vetro: particolare del piano di cottura.

Fig. 7. Rocca Montis Dragonis. La fornace per il vetro: particolare della nicchia per la cenere.

Fig. 8. Rocca Montis Dragonis. Vasche in muratura adiacenti la fornace.

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Fig. 9. Rocca Montis Dragonis. a) schiumarola (?) rettangolare (RMD ’04, US 1137/3); b) schiumarola circolare (RMD ’04, US 1139).

Fig. 10. Fornace da vetro (da Encyclopédie 1772, t: X planches, Verrerie en bois, pl. IV: Plan et coupe d’un Four de petite Verrerie à pivette, et différentes Opérations relatives à sa construction).

Fig. 11. Rocca Montis Dragonis. a) scorie di produzione (RMD ’04, US 1104); b) scorie e masse vitree (RMD ’04, US 1114).

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Fig. 11bis - Rocca Montis Dragonis. c) parete di crogiolo con resti di vetro fuso (RMD ’04, US 1137/3); d) prove di fusione (RMD ’04, US 1155).

rinvenuti nei livelli di crollo e obliterazione delle strutture indagate sulla Rocca, appartenenti quindi all’ultima fase di frequentazione e di abbandono dell’insediamento, inquadrabili cronologicamente, in base all’analisi comparata dei manufatti ceramici e metallici e dei rinvenimenti monetali, tra la fine del XV secolo e i primi decenni del XVI secolo. E’ possibile pertanto possibile registrare la presenza, oltre a frammenti non riferibili a precise morfologie, ma in ogni caso presenti con buone percentuali - maggiori nelle stratificazioni relative al periodo medievale - di alcuni manufatti diagnostici per l’interpretazione delle cronologie dello scavo. Interessante appare la presenza di materiali residuali, relativi a frammenti di contenitori utilizzati per la rifusione della materia prima, di cui si dirà oltre. Nel nostro contesto i frammenti riconducibili a forme e tipi rimandano a diverse categorie di manufatti d’uso quotidiano, tra le quali si annoverano balsamari, fiale, bicchieri, coppe, bottiglie e lampade. Il repertorio morfologico delle singole categorie di manufatti consente altresì una discreta articolazione dei tipi.

Balsamari (Tav. I)

Tre esemplari di balsamari provengono da uno stesso strato di deposito caratterizzato da un’alta percentuale di manufatti ceramici in gran parte ricomponibili relativi ad anforacei dipinti a bande rosse, vasellame invetriato e dipinto e smaltato policromo; due di essi sono stati rinvenuti in associazione con altri frammenti vitrei all’interno di una brocca rivestita da vetrina traslucida di colore giallo scuro (fig. 12). Lo strato (US 1137) riempiva uno spazio piuttosto ridotto nel CF 18, ambiente occupato dall’impianto produttivo, tra la struttura di copertura della fornace da vetro e il perimetrale dell’edificio, ed è databile, in base ai materiali e alle attestazioni numismatiche, ai primi anni del XVI secolo (Moneta di Federico III, Napoli 1496-1501; Luigi XII, Napoli 1501-1503). La morfologia degli esemplari rimanda ad una datazione di età romana (I sec. d.C.). Si tratta di un balsamario in vetro blu (fig. 13), da considerare uno scarto di produzione poiché appare fortemente deformato dall’azione del calore, del tipo con labbro estroflesso, corpo piriforme e fondo piano (Cat. 1, Tav. I) e di due esemplari in vetro azzurro chiaro, con corpo tubolare e fondo piano, privi del labbro (Cat. 2, 3, Tav. I).

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Fig. 12 - Rocca Montis Dragonis. Brocca rivestita di vetrina giallo scuro contenente frantumi di vetro (RMD ’04, US 1137).

Fig. 13 - Rocca Montis Dragonis. Balsamario in vetro blu (RMD ’04, US 1137).

Lampade (Tav. I)

Il vasellame da illuminazione, probabilmente attestato da un maggior numero di frammenti, relativi ad orli e pareti, tuttavia non classificabili con precisione, è sicuramente testimoniato da un esemplare di lampada a stelo, di cui è presente solo lo stelo parzialmente pieno (Cat. 4, Tav. I) in vetro verde, proveniente dal riempimento di una delle fosse di sepoltura di infante (US 178 riempimento, US 166 fossa) nella chiesa del villaggio (CF 30), a ridosso del pianoro sommitale (CA C). La tipologia di riferimento è la lampada a stelo derivante da prototipi orientali, la cui diffusione in ambito italiano è testimoniata da rinvenimenti distribuiti su tutto il territorio peninsulare già in età tardoantica e fino al tardo medioevo. Le lampade con vaschetta superiore ad imbuto e terminazione a stelo, venivano sospese mediante catenelle bronzee. Lo stelo a corpo cilindrico e fondo tondeggiante rappresenta, secondo Stiaffini, una delle principali varianti del Gruppo G2a, relativo alle lampade a stelo con corpo cilindrico13, con datazioni, confermate dai rinvenimenti archeologici, tra XII e XIII secolo Rinvenimenti di piedi di lampade a stelo sono diffusi nel Mediterraneo orientale e, per l’altomedioevo, a Roma e in Sicilia14, mentre sono ora noti anche per i contesti calabresi di Reggio Calabria, S. Niceto (sec. XII)15, Cropani (V-VIII), Botricello (età altomedievale). Supporti iconografici sono offerti da una miniatura della fine del XIII secolo che illustra il Canto della Laus Cerei (Biblioteca Nazionale di Napoli) e dal noto affresco giottesco raffigurante l’accertamento delle Stigmate, nella Basilica Superiore di Assisi, dove lampade a stelo sono alloggiate in un polykandilon di bronzo che sovrasta la scena16. Un secondo esemplare di lampada (Cat. 5, Tav. I), rinvenuto in località Cenito, durante una ricognizione che ha interessato un areale in cui insiste una villa rustica di età romano imperiale, appartiene al tipo designato con il termine lampada da moschea, di derivazione orientale attestata già dall’VIII secolo, e presente in Italia a partire dal XIII secolo e diffuso nel XIV17, caratterizzata da collo e piede troncoconici, corpo globulare con anse da sospensione applicate. In anni recenti sono stati incremenStiaffini 1991: 195-197. Per l’evoluzione tipologica delle lampade da illuminazione tra altomedioevo e medioevo, v. Uboldi 1995; Minini 2000: 272-277. 14 Tysseire 1999: 128. 15 Coscarella 2003a: 155, Tav. III, 7. 16 Sogliani 2004. 17 Uboldi 1995; Hadad 1998; Stiaffini 1999; Tysseire 1999. 13

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Fig. 14. Rocca Montis Dragonis. Frammenti di vetro rotto rinvenuti all’interno della brocca, Tav. I, cat. 3,4,6,8,10 (RMD ’04, US 1137).

Fig. 15. Rocca Montis Dragonis. Bicchiere a calice su piede troncoconico (Cat. n. 24, Tav. II).

tati i rinvenimenti di lampade di questo tipo in Italia: alle attestazioni provenienti dallo scavo della Crypta Balbi, datate al XIII-XIV secolo, si aggiungono dati da Pavia, Pisa18, Meolo (VE)19 e più recentemente da contesti calabresi, da S. Marina di Delianuova (RC), area del “monastero vecchio” (XIII-XIV secolo)20, dal castrum di San Niceto (Motta S. Giovanni, RC; XIII secolo)21, dall’insediamento fortificato di Castellaccio (CS) (X-XI secolo)22. Raffigurazioni di lampade pensili del tipo da moschea sono presenti nelle miniature dei Rotoli degli Exultet: sull’Exultet cassinese Barb. Lat. 592 (Biblioteca Apostolica Vaticana), eseguito nell’ultimo quarto dell’XI secolo23 in cui è rappresentata la Mater Ecclesia come personificazione che domina un edificio pieno di fedeli, illuminato da lampade pensili, fissate al soffitto da catenelle e nell’Exultet 3 dell’Archivio Capitolare di Troia, della seconda metà del XII secolo24, dove lampade simili sono sospese sotto le architetture che contengono la scena della Lettura dell’Exultet 25. L’esemplare in questione presenta la particolarità del fondo apodo e convesso, diversamente dal più noto piede troncoconico, le dimensioni piuttosto ridotte (ha un’altezza che non raggiunge gli 8 centimetri e un diametro massimo di 6 cm.) e le tre ansette applicate in modo piuttosto sommario e di fattura irregolare. La forma particolare delle anse le avvicina al già citato esemplare di Meolo, datato al XIII secolo, in particolare per la parte inferiore allungata e schiacciata sulle pareti, ed anche alla lampada “da moschea” rinvenuta nel cimitero del Monastero di S. Elia lo Speleota a Melicuccà (RC), datata al XIII-XIV secolo26. Purtroppo l’assenza di dati stratigrafici per l’esemplare di Cenito impedisce una sua precisa datazione; da segnalare tuttavia, anche se non dirimenti in proposito, sono alcuni reperti rinvenuti nelle vicinanze della lampada, relativi a lastre piane da finestra di forma ovale di incerta datazione e di una medaglietta religiosa della Crocifissione (XVI sec.).

Stiaffini 1991: 198-199. Minini, Davanzo, Davanzo 1997. 20 Zagari 2003: fig. 7. 21 Coscarella 2003a: tav. III, 8 e 9; v. anche Coscarella 2004. 22 Roma, Papparella 2003: tav. III,6. 23 Speciale 1994. 24 Magistrale 1994c. 25 Sogliani 2004. 26 Agostino, Corrado 2007. 18 19

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Fig. 16. Rocca Montis Dragonis. Bicchiere a calice con pareti decorate a stampo (Cat. n. 17, Tav. II).

Fig. 17. Rocca Montis Dragonis. Collo di bottiglia decorato con filamento blu (Cat. n. 28, Tav. III).

Coppe (Tav. I)

Tra i reperti rinvenuti in frantumi all’interno di una brocca invetriata, appartenenti a diverse tipologie e cronologie (fig. 14), è presente una coppa emisferica del tipo costolato (Cat. 6, Tav. I) in vetro azzurro, largamente diffusa nelle produzioni vitree della penisola nel I sec. d.C. e realizzata con la tecnica della colatura a stampo27, e alcuni fondi di coppe emisferiche e a pareti convesse caratterizzate da piedi ad anello, in vetro soffiato colore verde acqua, da mettere in relazione a manufatti di età romana (I sec. d.C.). Tra il vasellame da mensa in uso nell’ultima fase di frequentazione della Rocca sono presenti alcune forme aperte. Da uno dei livelli di crollo che obliteravano la piccola chiesa nel villaggio della Rocca (US 16) proviene una coppa (Cat. 10, Tav. I) decorata con filamenti blu disposti orizzontalmente sul bordo e con baccellature sulla parete, che deriva dal tipo di decorazione delle coppe costolate di età romana, ma è realizzata secondo la tecnica della “mezza stampatura”, secondo cui il recipiente veniva prima soffiato “a mano libera” e poi riposto in uno stampo per ottenere la decorazione a costolature. Tale tecnica trova la sua massima diffusione nelle produzioni vitree di fine XIV- XV secolo28. Ad uno stesso orizzonte cronologico, e sempre proveniente da livelli di crollo e abbandono delle strutture (US 17, CF 42, ambiente adiacente la chiesa) databili alla fine del XV sec. (monete di Ferdinando I, Napoli 1475-1488), appartiene una coppa a pareti lisce a corpo emisferico e bordo fortemente svasato (Cat. 11, Tav. I).

Bicchieri (Tav. II)

I bicchieri provengono prevalentemente dagli strati di crollo e abbandono di strutture abitative e di servizio ubicate sia sul pianoro sommitale (CA B) che nel villaggio sottostante (CA C). Appartengono a tipologie di un certo pregio ben inquadrabili nelle produzioni tardomedievali di XV-XVI secolo, nella fattispecie a bicchieri a calice con coppe emisferiche (Cat. nn. 12-14, Tav. II) o svasate a pareti inclinate (Cat. nn. 15-19, Tav. II) e piedi di forma troncoconica29 (fig. 15). Di particolare interesse è la presenza di pareti decorate (Cat. nn. 17, 20-23, Tav. II) che riflette il sopravvento del tipo di decorazione a rilievo ottenuta con la soffiatura entro stampo sulla decorazione a bugne

Facchini 1999: 23, cat. 388-391. Stiaffini 1991: 250-251. 29 Molto diffuso appare il tipo di bicchiere a calice con piede troncoconico nella Francia meridionale, con datazioni al XV-XVI sec.: Foy, Sennequier 1989: 265-282 e 399-400. 27 28

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che caratterizza la produzione di bicchieri di forma cilindrica o troncoconica fino alla fine del XIV secolo. La decorazione a stampo dei bicchieri consente il proliferare di motivi decorativi costituiti da losanghe, rombi, esagoni, cerchi, costolature, che è possibile riscontrare anche sui frammenti rinvenuti sulla Rocca, registrando peraltro un cambiamento nelle tecniche di produzione dei manufatti vitrei, ora indirizzate verso la realizzazione seriale dei manufatti30 (fig. 16). Numerosi frammenti di pareti sottili, con o senza decorazione a stampo, potrebbero anche appartenere al tipo di bicchiere cilindrico o troncoconico, senza dubbio il più diffuso per la facilità di lavorazione e il basso costo, altresì diffuso nelle stratigrafie di XV secolo, tuttavia l’estrema frammentarietà dei reperti non consente attribuzioni a parti specifiche del manufatto.

Bottiglie (Tav. III)

Ben rappresentate sono le bottiglie, tutte appartenenti alle tipologie ricorrente nelle produzioni italiane di XII-XIII secolo finora identificate31 e riscontrabili con attardamenti fino al XV secolo, caratterizzate da una certa uniformità tipologica; si tratta di bottiglie con corpo globulare o piriforme, base apoda o piede ad anello e stretto collo cilindrico, con bordo e imboccatura svasati (Cat. nn. 29-32, Tav. III: frammenti provenienti da livelli di crollo delle strutture). Ad una bottiglia probabilmente piriforme appartiene un collo svasato (Cat. n. 27, Tav. III), con orlo arrotondato e restringimento verso il corpo del manufatto, proveniente da un livello d’uso del CF 42 (ambiente di servizio a ridosso della chiesa nel primo villaggio), databile al XIV secolo mentre un collo cilindrico decorato a stampo con motivo a nervature, sottolineato ulteriormente da un filamento in vetro blu applicato orizzontalmente (Cat. n. 28, Tav. III) in vetro trasparente, con iridescenze sia interne che esterne (fig. 17), purtroppo senza provenienza stratigrafica, rimanda alle bottiglie globulari con collo cilindrico a profilo continuo e bordo verticale, ampiamente diffuse in diversi contesti italiani tra XIV e XV secolo32. La realizzazione di bottiglie decorate a stampo si diffonde parallelamente a quella dei bicchieri, attestando un incremento nella produzione semi-industriale del vasellame vitreo da mensa. Sull’esemplare in questione, la presenza della decorazione formata da fili di pasta vitrea blu riflette il gusto per l’ornato costituito da filamenti applicati a rilievo, di colore blu o trasparenti, già presente su bottiglie, brocche e coppe a partire dal XII secolo e diffuso anche oltre33. Per le bottiglie, varianti delle basi apode sono testimoniate, tra i manufatti in questione provenienti dai livelli di crollo di edifici nel villaggio (CF 32) e dal riempimento di una delle sepolture della chiesa (USS 158)34, da alcune basi a “piedistallo”, cioè con piede tronco-conico (Cat. nn. 33-35, Tav. III), in questo caso non molto alto e con conoide poco sporgente. L’introduzione di questo tipo di base rappresenta una novità a partire dalla metà del XIV secolo, affermandosi in particolar modo nel XV secolo tra le bottiglie soffiate a mano libera, riscontrabile in numerosi contesti di scavo nonché nelle rappresentazioni iconografiche. La forma della bottiglia è globulare, leggermente schiacciata, con alto collo cilindrico. Il panorama offerto dal vasellame vitreo rinvenuto nei livelli relativi alle ultime fasi di frequentazione dell’insediamento della Rocca Montis Dragonis, unitamente all’importante testimonianza costituita dall’impianto produttivo, che va ad incrementare il tuttora esiguo numero di strutture note sul

Stiaffini 1991: 232-234; sottolinea la presenza di questo tipo di decorazione anche nelle produzioni vitree francesi di XV-XVI sec.; Foy, Sennequier 1989: 222-225 e 395; Mendera 1989: 74-75. 31 Recenti rinvenimenti in area meridionale, databili stratigraficamente al XIII secolo, sono quelli di Segesta (TP), per cui cf. Molinari 1997: 162. Sulle attestazioni di queste tipologie in Sicilia, cf. da ultimo Tysseire 1997 e 1999. 32 Stiaffini 1991: 242-243 e 252-256. 33 Sogliani 2000: 403-404. 34 Il cimitero della chiesa (CF 30) è stato riutilizzato in più fasi, ciò giustifica la presenza di vetro e di ceramica in frammenti nei terreni di riempimento delle fosse, costituiti da strati di riporto secondario. 30

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territorio italiano35, in particolare per il tardo medioevo, afferma ulteriormente l’inserimento della Rocca nei circuiti produttivi e commerciali che caratterizzarono questa parte della Campania tra l’età angioina e l’età vicereale, peraltro ben indagati attraverso l’analisi delle testimonianze ceramiche e numismatiche36. La presenza inoltre di manufatti d’uso destinati alla tavola, di particolare pregio, quali calici e coppe, assieme alle bottiglie, da accostare al vasellame in maiolica policroma di importazione rinvenuto in scavo nelle stesse stratigrafie, riflette la presenza di un ceto dominante sul sito, protagonista delle dinamiche di potere territoriale prevalentemente nelle mani del regno angioino ed in seguito aragonese. Ben nota anche nelle fonti scritte è del resto la presenza di mercanti toscani e genovesi, dediti al commercio delle derrate agricole, prevalentemente grano, provenienti dal territorio controllato dalla Rocca, che rivitalizzarono il sistema economico già durante il regno angioino, coinvolgendo peraltro nuova manodopera e, di conseguenza, incrementando l’assetto demografico anche dell’insediamento fortificato nonché la nascita di nuovi villaggi e case rurali nelle campagne circostanti. Si andò estendendo pertanto progressivamente il raggio d’azione economica entro cui il sistema feudale della Rocca poteva agire, alimentando attività produttive e commerciali e movimenti di prodotti e di maestranze, in risposta alle nuove abitudini di consumo e di gusto. Occorrere ora valutare, in termini di impatto quantitativo e qualitativo il rapporto tra la fisionomia economica e produttiva della Rocca, per quanto riguarda i manufatti vitrei, nel periodo finale della sua frequentazione e le fasi iniziali, tra altomedioevo ed età sveva. Di ciò ci si occuperà attraverso lo studio in corso del pur consistente nucleo di reperti databili tra XI e XIV secolo.

Rassegne sui centri di produzione nell’antichità e in età post-antica sono in Sternini 1995: 137-200 (Italia e contesti fuori dall’Italia) e Stiaffini 1999: 139-146 (Italia). 36 Sogliani, Crimaco 2011; Antongirolami et al. 2011; Gargiulo 2011. 35

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Balsamari

Coppe

1 - RMD 04, CA B, CF 18, US 1137. Tav. I.

6 - RMD 04, CA B, CF 18, US 1137. Tav. I.

H 6,4; diam. max. 2,8; >< 0.2

H 4,5; diam. 11,6; >< 0.3.

Labbro estroflesso ed orlo tagliato ed arrotondato, corto collo cilindrico, corpo piriforme su base leggermente concava, apodo. Vetro di colore blu intenso, con bolle d’aria; soffiatura libera. Fortemente deformato dal calore, pareti schiacciate (scarto di fornace). Datazione: I sec. d.C.

Coppa con alto labbro liscio leggermente svasato, distinto dalla spalla, orlo arrotondato; vasca profonda, priva del fondo. La parete è decorata esternamente da costolature verticali, radiali, a rilievo, terminanti sul fondo. Vetro colore verde acqua, con iridescenze; colatura a stampo e successiva levigatura. Datazione: prima metà I sec. d. C.

Cfr.: Isings 1957, forma 8.

Cfr.: Isings 1957, forma 3b. Produzione occidentale.

2 - RMD 04, CA B, CF 18, US 1137. Tav. I.

7 - RMD 04, CA B, CF 18, US 1137. Tav. I.

H 6; diam. max. 1,9; >< 0,1

H 25; diam. fondo 5; >< 0,2/0,5.

Labbro diritto ed orlo tagliato ed appiattito, corpo tubolare piriforme su base leggermente concava, apodo. Vetro di colore azzurro chiaro, con bolle d’aria e striature; soffiatura libera. Datazione: I sec. d.C.

Fondo di coppa, con attacco di parete emisferica; piede troncoconico e fondo cavo. Vetro colore verde acqua. Datazione: prima metà I sec. d. C. Cfr.: Isings 1957, forma 20 (?). Produzione occidentale

Cfr.: Isings 1957, forma 8.

8 - RMD 04, CA B, CF 18, US 1137. Tav. I. H 2; diam 4,4; >< 0,1/2.8.

3 - RMD 04, CA B, CF 18, US 1137. Tav. I.

Fondo di coppa a pareti convesse, con piede ad anello e fondo piano. Vetro colore verde acqua, con iridescenze e patina biancastra. Datazione: seconda metà I sec. d.C.

H 1,4; diam. max. 2,7; >< 0.2

Rimane la base piana, apodo. Vetro di colore azzurro chiaro, con bolle d’aria e striature; soffiatura libera. Datazione: I sec. d.C.

Cfr.: Isings 1957, forma 42a (?). Produzione occidentale.

Cfr.: Isings 1957, forma 8.

9 - RMD 04, CA B, CF 18, US 1154. Tav. I.

Lampade

H 2; diam. 8; >< 0,5.

Fondo di coppa a pareti convesse, con piede ad anello ribassato e fondo piano. Vetro colore verde acqua.

4 - RMD 03, CA C, CF 30, US 178. Tav. I. H 5,2; diam. min. 0,8, max. 1,8; >< 0.1.

Stelo di lampada tubolare parzialmente pieno, a corpo cilindrico, fondo tondeggiante. Vetro di colore verde; soffiatura libera.

10 - RMD 01, CA C, CF 30, US 16. Tav. I. H 4,5; diam. 18; >< 0,9.

5 - Loc. CENITO. Villa rustica, da ricognizione. Tav. I.

Coppa con bordo concavo, orlo arrotondato e attacco di fondo troncoconico. Il bordo è decorato all’esterno da due filamenti vitrei di colore blu, mentre il fondo presenta delle costolature verticali radiali, realizzate mediante la tecnica della mezza stampatura. Vetro incolore. Datazione: XIV sec.

H 7,9; diam. orlo 5,8; diam. fondo 4; diam. max. 6,6; >< 0,2.

Lucerna a corpo globulare schiacciato, con alto bordo svasato, orlo arrotondato. Piccole anse ad orecchio, pinzate e saldate nella parte centrale del corpo, che terminano con filamenti appuntiti lungo le pareti del recipiente. Fondo convesso Vetro incolore, soffiatura libera.

Cfr. Foy, Sennequier 1989: 231-237 e 397, coppe decorate con filamenti blu in associazione a costolature in vetro incolore diffuse tra fine XIII e prima metà XIV sec. nel Midi della Francia.

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11 - RMD 02, CA C, CF 42, US 17. Tav. I.

orlo assottigliato, decorazione a “losanghe” accostate. Vetro incolore. Datazione: XV-XVI sec.

H 7; diam. 7; >< mm 0.5

Coppa emisferica con bordo fortemente svasato, orlo a sezione quadrata. Vetro incolore. Datazione: XV sec.

18 - RMD 04, CA C, CF 32,US 551, (strato di terra compattata UF 4), Tav. II.

Cfr. Stiaffini 1991, pp. 250-251, Tav. IX, 9.

H 2; diam. 8.6; >< mm 0.8

Coppa di bicchiere a calice, forma troncoconica con parete svasata, orlo assottigliato. Vetro incolore. Datazione: XV sec.

Bicchieri 12 - RMD 04, CA B, CF 18, US 1191 (strato sotto humus), Tav. II.

19 - RMD 04, no US, Tav. II.

H 3; diam. 10,4; >< mm 4.

H 2,4; diam. 7; >< mm 0,4/0,8.

Coppa di bicchiere a calice, forma emisferica, orlo arrotondato. Vetro incolore Datazione: XV-XVI sec.

Parete di bicchiere a parete liscia e corpo troncoconico, orlo arrotondato. Vetro incolore. 20 - RMD 04, CA B, CF 18, US 1138 (strato di crollo) , Tav. II. Largh., 2; lungh. 5; >< mm 2 Parete di bicchiere decorata con appliques in pasta vitrea. Vetro incolore, con iridescenze e patine.

13 - RMD 04, CA C, CF 42, US 644 (strato di terra sotto crollo edificio), Tav. II. H 2; diam. 8,2; >< mm 4

Coppa di bicchiere a calice, forma emisferica, orlo arrotondato. Vetro incolore Datazione: XV-XVI sec.

21 - RMD 03, CA B, CF 15, UF 2,US 1103 (strato di crollo interno cisterna), Tav. II. Parete di bicchiere decorata a stampo con motivo a “spina di pesce”. Vetro incolore. Largh. 42; lungh. 2; >< mm 3

14 - RMD 02, CAC, CF 42, US 17 (strato di crollo), Tav. II. H 3; diam. 6,2; >< mm 1,2

Coppa di bicchiere a calice, forma emisferica, orlo arrotondato. Vetro incolore Datazione: XV-XVI sec.

22 - RMD 02, CA B, US 1031 (humus), Tav. II. Largh. 3,5; lung. 2,1; >< mm 3 Parete di bicchiere decorata a stampo con motivo a baccellature.

15 - RMD 06, CA B, CF 252, US 1343, Tav. II. H 5; diam. 10; >< mm 2.

Coppa di bicchiere a calice, forma troncoconica, orlo assottigliato, lieve solcatura sotto l’orlo. Vetro incolore. Datazione: XV-XVI sec.

23 - RMD 02, CA C, CF 42, US 17, (strato di crollo), Tav. II. Largh. 3,4; lungh. 2; >< mm 2 Parete di bicchiere decorata a stampo con motivo a losanghe a rilievo.

16 - RMD 02, CA C, CF 42 US 17, (strato di crollo), Tav. II.

24 - RMD 03 CA B, CF 11, US 1037 (strato macerioso sotto humus), Tav. II.

H 2; diam. 14,4; >< mm 0,8

Coppa di bicchiere a calice, forma troncoconica, orlo assottigliato. Vetro incolore. Datazione: XV-XVI sec.

H 4; diam. 7,7; >< mm 2

17 - n. 25 CAC US 545, Tav. II.

Cfr. Foy, Sennequier 1989: 265-289 e 399, bicchieri con piede troncoconico diffusi tra fine XV e XVI sec. nel Midi della Francia.

Piede di calice di forma troncoconica; base ripiegata. Vetro verde Datazione: seconda metà XV-XVI sec.

H 2,5; diam. 7,4; >< mm 0,8.

Coppa di bicchiere a calice, forma troncoconica,

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25 - RMD 06, CA B, US 1280, Tav. II.

30 - RMD 03, CA B, CF 18, US 1191 (strato macerioso sotto humus), Tav. III.

H 1,8; diam. 7,5; >< mm 2/7.

Piede di calice di forma troncoconica. Vetro verde.

H 5; diam. 6,2; >< mm 1,5.

Fondo di bottiglia con base apoda e conoide rientrante. Vetro verde con iridescenze. Datazione: sec. XV.

26 - RMD 04, CA C, CF 32, US 634 (strato di terra sotto crollo edificio), Tav. II. H 1,5; diam. 8,4; >< mm 2.

Fondo di calice di forma troncoconica ribassata.

31 - RMD 03, CA C, CF 32, US 504 (strato di crollo sotto humus), Tav. III. H 7; diam. 5; >< mm 1,5.

Bottiglie

Fondo di bottiglia con base apoda e conoide rientrante. Vetro verde con iridescenze. Datazione: sec. XV.

27 - RMD 03, CA C, CF 42, US 342, Tav. III. H 5; diam. 2; >< mm 3.

Collo di bottiglia piriforme, fortemente svasato, con orlo assottigliato. Vetro incolore Datazione: seconda metà sec. XIV.

32 - RMD 03, no US Tav. III. H 3,5; diam. 6; >< mm 0,8/3

Fondo di bottiglia con base apoda e conoide rientrante. Vetro verde con iridescenze. Datazione: sec. XV.

Cfr. Stiaffini 1991, Tav. VII, 4 (da Ripafratta).

28 - RMD 03, no US, Tav. III. H 4,2; diam. 3,6; >< mm 1,8.

Collo di bottiglia cilindrico, con orlo lievemente rientrante e arrotondato. La superficie esterna è percorsa da nervature verticali interrotte da un cordoncino in filamento blu applicato, orizzontale. Soffiatura a stampo e rifinitura a mano libera. Datazione: seconda metà sec. XIV.

33 - RMD 03, CA C, CF 30, US 188 (riempimento fossa sepoltura USS 185), Tav. III. H 2,1; diam. 8,8; >< mm 1,5/3,2

Base di bottiglia globulare con piede troncoconico. Vetro verde con iridescenze. Datazione: sec. XV. 34 - RMD 03, CA C, CF 32, US 586 (accumulo di coppi coperto da humus nell’ambiente UF 1). Tav. III.

Cfr. Stiaffini 1991: 242-243.

29 - RMD 01, CA B, CF 11, US 1006 (strato macerioso sotto humus), Tav. III.

H 3; diam. 8; >< mm 1,2.

H 4,5; diam: 4,8; >< mm 4.

Base di bottiglia globulare su piede ad anello. Vetro verde con iridescenze. Datazione: sec. XV.

Fondo di bottiglia con base apoda e conoide rientrante. Vetro verde con iridescenze. Datazione: sec. XV.

35 - RMD 03, CA C, CF 32, US 586, Tav. III. H 3; diam. 8,2; >< mm 1,2/3

Base di bottiglia globulare su piede ad anello. Vetro verde con iridescenze. Datazione: sec. XV.

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Tav. I

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Tav. II

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Tav. III

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Su alcuni reperti provenienti dal castello di Melfi (PZ): dati preliminari e prime considerazioni sulle produzioni di suppellettili vitree di XIII secolo nel Vulture-Melfese Rosanna Ciriello*, Isabella Marchetta**, Sabrina Mutino*** The study presents a preliminary catalogue of glass objects coming from the Melfi’s Castle and relevant to the Swabian period. The concerned area is exactly located in the tower called “Marcangione” or “delle Carceri”. Although excavation were conducted in conditions of absolute emergency, a large number of glass and ceramics object were found and almost entirely composed. These glass findings present an highly refined manifacture, using polychrome enamels, gold leafs and Islamic incriptions. The peculiarity of this glass kits suggests a “special commission” by the Swabian emperor, perhaps for an important event, which took place in the Melfi’s Castle.

Il contesto

Il nucleo dei manufatti vitrei che si presenta è stato rinvenuto durante i lavori (anno 2009) relativi ad un lungo intervento di restauro e valorizzazione del complesso architettonico del castello di Melfi1 (fig. 1). In particolare l’area che ha restituito tali materiali, insieme con un cospicuo nucleo di frammenti ceramici, è occupata dalla torre detta “di Marcangione” o delle Carceri, ubicata nell’area N-E del castello. Sebbene le fasi iniziali delle operazioni di “svuotamento”, siano prive di indicazioni stratigrafiche, si è tentato, per quanto possibile, di riordinare filologicamente la successione degli strati seguendo le ultimissime fasi di scavo e svolgendo poi un’accurata analisi post-scavo di tutti i dati a disposizione. Per queste ragioni si contestualizzano i reperti presentati con un rapido accenno alla storia del castello così da evidenziare la griglia cronologica su cui si è lavorato. Il castello di Melfi è un complesso palinsesto architettonico ricostruito per molte parti in tempi recenti2.

*Direttrice del Museo Archeologico Nazionale “M. Pallottino” di Melfi. **Archeologa Specialista in Archeologia della Tarda Antichità e del Medioevo, collaboratrice esterna della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Basilicata. ***Archeologa della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Basilicata. 1 L’intervento è promosso dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e del Paesaggio della Basilicata ed è diretto dall’arch. A. Giovannucci. 2 Negli anni ’30 del XX secolo, a seguito di un violento terremoto, il castello fu oggetto di imponenti lavori di recupero; dopo circa 50 anni, ancora a seguito di un terremoto, furono promossi nuovi lavori di consolidamento. Attualmente la struttura vive una decennale fase di cantierizzazione volta, anch’essa, al consolidamento e alla valorizzazione del monumento.

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Fig. 1. Panoramica della collina occupata dal castello e dal borgo.

Fig. 2. Ipotesi ricostruttive del circuito murario di XI secolo.

Secondo le attestazioni documentarie un primo impianto fortificato sulla collina risale alla fine dell’XI-prima metà XII secolo3. Dalla ricostruzione del circuito murario operata dall’Aurora su base documentaria sembrerebbe che in una prima fase il castello fosse esterno alle mura o ubicato in altra posizione rispetto a quello oggi visibile4. Di questo primo complesso architettonico non è possibile ricostruire le fabbriche, poiché fu abbattuto dagli stessi abitanti di Melfi per volere di Ruggero II. Poco dopo un secondo impianto fu fatto edificare dallo stesso Ruggero, ma anche di questa struttura non si

Per una completa trattazione delle fonti documentarie e sulla ricostruzione della fisionomia della città di Melfi tra X-XVI secolo v. Aurora 1998: 59-97. 4 Contra Tranghese che ipotizza che il circuito murario pianificato in periodo normanno sia rimasto sostanzialmente immutato, comprendendo anche la collina del castello (Tranghese 1992: 175). 3

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Fig. 3. Pianta del castello con evidenza dell’impianto normanno secondo Lenzi.

possono ricostruire in maniera certa gli elevati5. Secondo l’analisi delle architetture operata da Gaspare Lenzi, che partecipò ai primi lavori di ricostruzione del castello negli anni Trenta6, questo secondo fortilizio consisteva in un palatium munito di quattro torri angolari coincidente, per grandi linee, con l’edificio che oggi ospita il Museo Archeologico Nazionale del Vulture Melfese7 (fig. 3). Di queste quattro torri, tre, ben riconoscibili nella pianta redatta nel 1695 su commessa dei Doria, sono ricomprese nelle murature attuali. La quarta, di cui rimane visibile un troncone sul muro N-E esterno, secondo l’ipotesi di Lenzi fu abbattuta per far posto alla Torre di Marcangione, innalzata con Federico II. Inoltre, a seguito dell’esame autoptico delle murature originarie dei corpi di fabbrica e dell’analisi della documentazione relativa agli interventi angioini, l’architetto attribuì all’età sveva anche la cd. turretta parvula, sul fianco orientale della cinta, e la torre detta dell’Imperatore ubicata a N del complesso fortificato (fig. 4). Sulla base degli stessi documenti angioini Isabella Aurora, al contrario, ha supposto che il nucleo originario normanno si svolgesse intorno alla Torre di Marcangione8. In assenza di scavi sistematici e di analisi stratigrafiche degli alzati della struttura castellare sembra Secondo Amato di Montecassino la città di Melfi non possiede ancora un castello agli inizi dell’XI secolo, mentre la presenza di un castello si evince da un documento del 1133. Melfi dovette schierarsi a favore di Tancredi di Conversano, se i suoi cittadini a seguito della vittoria normanna, furono costretti dapprima ad abbattere il castello cittadino per punizione e poi a ricostruirlo sotto l’egida del normanno, cfr. Amato di Montecassino: 77. 6 Lenzi 1935. 7 Medesima ipotesi in Rescio 1997: 137-168 e Masini 2006: 712 e 734. In particolare il confronto a supporto della tesi sembra trovarsi in maniera diretta con la domus di Lagopesole dove, scavi dell’ultimo decennio, hanno rivelato che l’impianto a pianta rettangolare con doppio cortile, quattro torri angolari e una gemina con ingresso è essenzialmente normanno con l’aggiunta del donjon e della cappella in età sveva (Giovannucci, Saccone 2000: 15-20; Peduto 2000: 9-14). 8 Aurora 1998: 67. 5

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Fig. 4. Pianta del castello dell’Archivio Doria con le aree citate nel testo.

difficile sostenere una delle due ipotesi ricostruttive delle fasi edilizie, tanto più che i materiali archeologici recuperati in passato, in aree differenti del castello, sono di età angioina9. A proposito di questi materiali, recentemente Rescio, sulla scorta di quanto scritto dalla Maetzke nel 1976, scrive che essi furono “gettati nella Torre di Marcancione all’inizio dei lavori diretti da Giovanni de Tullio”, ma nei registri inventari del museo essi sono assegnati ad operazioni di “svuotamento dell’ambiente attiguo alla Torre di Marcangione” e “cisterna” individuando, di fatto, una fase di frequentazione di età angioina (abbandono o uso?) dell’area centrale dell’attuale impianto.

Alcuni saggi di scavo furono condotti alla fine degli anni ‘80, ma manca ogni riferimento scientifico a questi interventi. Una breve sintesi relativa alle ceramiche è in Maetzke 1976 e 1977. Più recentemente la forchetta cronologica per questi materiali è stata ristretta al 1260-1292, sulla base del confronto con quelli di Trani, rinvenuti in uno scavo stratigrafico del 1993 (Rescio 1997: 143-168). 9

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Gli unici materiali provenienti dalla Torre di Marcangione sono quindi relativi al più recente intervento. Questi sono stati rinvenuti in strati di terra molto scura, quindi ricca di componenti organici, di consistenza piuttosto compatta negli strati più profondi fino al banco argilloso, intercettato a ca. 3 metri dal calpestio in uso al momento dei lavori (presumibilmente realizzato nel 1930). Inoltre sono stati riconosciuti almeno due strati di terra di differente colore, consistenza e quota. I materiali presentati testimoniano, quindi, una fase d’uso della torre riferibile all’età sveva con la dismissione del butto all’ultimo quarto del XIII secolo, ovvero quando nella zona della torre, cominciarono i lavori di ripristino e di innalzamento della cortina muraria10. Sulla base di queste considerazioni è possibile assegnare alla Torre di Marcangione la più antica fase edilizia finora attestata dal punto di vista archeologico. R.C.- I.M.

I materiali: forme e tipi

I vetri del castello di Melfi appartengono alla classe dei vetri da tavola realizzati con la tecnica della soffiatura. Il repertorio morfologico è piuttosto articolato, poiché accanto a forme consuete per il XIII secolo compaiono tipi funzionali assai peculiari. Il servizio per bere è costituito essenzialmente da bottiglie e bicchieri, poiché i calici sono quasi del tutto assenti. Tra i reperti, infatti, la forma è attestata in un unico esemplare identificato dal frammento di un ampio piede strombato su cui s’innesta uno stelo sottile non conservato. Il vetro ha spessore ridotto, è trasparente e con poche bolle. Sembrerebbe affine a un manufatto rinvenuto a Lucera11 e non trova confronto tra i calici di Lagopesole, dove la forma sembra diffondersi a partire dall’ultimo quarto del XIII secolo12. I bicchieri, più numerosi, consentono una maggiore articolazione dei tipi. Si suddividono in due grandi gruppi morfologici: stretti bicchieri cilindrici con conoide più o meno rilevata e alti bicchieri troncoconici con fondo umbonato su piccolo piede liscio. Relativamente ai bicchieri cilindrici, essenzialmente riferiti da fondi con attacco di parete, si evidenziano due varianti legate al piede: il fondo è sempre umbonato con conoidi minime, ma può essere apodo o con piede anulare applicato (fig. 5.1-2). In un caso il piede è marcato da un bordino di vetro pieno con sezione regolare, applicato a caldo, affine a un manufatto rinvenuto nel castello di Salerno e assegnato, per confronto, al XII-XIII secolo13 (fig. 5.1a). In generale il vetro ha spessori ridottissimi, è di ottima qualità, con poche bolle ed è quasi sempre trasparente. Dove le pareti si conservano per tratti più significativi sembrano lisce e prive di decorazioni applicate. Un unico frammento di parete, morfologicamente non diagnostico, è decorato con quattro bugnette, piccole e arrotondate applicate su vetro giallino. L’andamento verticale della parete fa pensare al tipo Stiaffini H2c.214, a sviluppo cilindrico, con larga diffusione e di più antica cronologia (fig. 5.4). Anche l’assenza assoluta di piedi pizzicati tra i reperti di Melfi spinge ad associare il frammento a un manufatto con piede ad anello semplice, fornendo un’indicazione cronologica anteriore al XIV secolo15. Il tipo con piede liscio è presente già dalla fine del XII secolo in Italia meridionale per dive-

Lenzi 1935: 139. Whitehouse 1966: fig. 31.4. 12 Fiorillo 2005: 67. 13 Marino 1992: 64-65, n. C.31. 14 Stiaffini 1991: 208. 15 A partire dalla prima metà del ‘300 è frequente la compresenza di piedi dentellati e corpi bugnati in bicchieri troncoconici o cilindrici strozzati verso l’orlo e alla luce dei dati emersi dai contesti siciliani l’associazione sembrerebbe un’evoluzione del più comune tipo cilindrico a piede liscio (Tisseyre 1997: 423; Molinari 1997: 159-161; Bertelli 2002: 241). 10 11

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Fig. 5. Bicchieri cilindrici a pareti lisce e bugnate.

nire frequente nel successivo anche in area centro-settentrionale16. Confronti di XIII secolo in ambito lucano e pugliese, vengono da Lucera, Fiorentino, Petrulla, Salpi, Torre di Mare17 e Lagopesole18. Inoltre alcuni frammenti sono segnalati da Whitehouse come provenienti da Melfi19. A testimonianza della grande diffusione del tipo in questo periodo nell’area apulo-lucana, si ricorda la già nota rappresentazione di bicchieri bugnati nel bassorilievo della lunetta della Cattedrale di Altamura (BA), datato entro il terzo decennio del XIII secolo20. I bicchieri troncoconici sono attestati in 8 esemplari. In particolare, due manufatti pressoché integri identificano due tipi molto diversi tra loro: il primo ha un piccolo piede anulare pieno e pareti rettilinee nella parte bassa del corpo, ma ampiamente svasate verso l’orlo arrotondato; l’altro ha un piede più ampio e il passaggio tra la parte bassa cilindrica e la strombatura è sottolineato da un’evidente carena. Entrambi sono realizzati in vetro trasparente che vira leggermente al giallino e hanno decorazione smaltata (fig. 6a). Per quanto riguarda il primo tipo, bicchieri simili, con fascia decorativa a motivi vegetali in oro e smalti, sono attestati nei limitrofi castelli di Lucera (fig. 6b) e Castel Fiorentino21, siti affini al contesto di Melfi sia dal punto di vista cronologico che socio-economico-politico. Il secondo tipo di bicchiere è associato nel contesto a una decorazione figurata di personaggi in corteo mal conservata e oggetto di dubbia interpretazione. Tra i soggetti si riconosce un uomo con copricapo arabo e corta veste fluente con panneggio tratteggiato da una linea centrale e reso secondo un lessico figurativo già noto nelle rappresentazioni ceramiche22. Per un quadro di diffusione v. Stiaffini 1991: 207-208. Bertelli 2002: 241-242 con bibliografia relativa ai confronti pugliesi. 18 Fiorillo 2005: 171, tav. XXVI, nn. 1-5. 19 Whitehouse 1981: 173, nn. 7, 9, 12-15. 20 Ciappi 1991: 279, fig. 1. 21 Whitehouse 1966: 176, fig. 30; Bertelli 1987: 30-32; Busto, Melilli 1995: 194-195. 22 Si tratta di due grandi piatti provenienti da Lucera (Whitehouse 1980: tav. VIId; e Melfi, Maetzke 1976: fig. 19). Attestato anche a Kunina, Albania, contesto con cronologia incerta (Mazzuccato 1985: fig. 2.20). 16 17

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Fig. 6. Bicchieri troncoconici smaltati confrontabili con manufatti da Lucera.

Infine due frammenti di orlo arrotondato sono riferibili a bicchieri troncoconici strombati (fig. 7). L’associazione della forma alla formula benaugurale islamica trova confronto a Lagopesole23 e a Palazzo di Baltu (Luogosanto, OT) in Sardegna24. In generale le produzioni smaltate nei contesti peninsulari non sembrano molto diffuse e rimangono riferibili a suppellettili suntuarie di rappresentanza. All’ampio excursus sulle produzioni di vetro smaltato elaborato da Stiaffini nel 199125 si aggiungono più recenti rinvenimenti in ambito peninsulare che, se non articolano ulteriormente il repertorio morfologico, consentono di spingere la cronologia fino al pieno XIV secolo. Mentre il dato di Calathamet conferma una committenza di fine XII secolo in ambiente arabo, a San Niceto un frammento di parete di calice con giglio racchiuso entro una fascia decorata a motivi pseudo-cufici in smalto e oro individua una committenza regia legata agli Angioini26, così come avviene a Lagopesole dove il bicchiere iscritto in arabo a smalto rosso rifinito in oro è legato alla prima fase angioina (1266-1285)27. I nuovi dati in corso di elaborazione relativi alla fortezza di Lucera sembrano invece confermare una produzione di età federiciana28. La presenza del tipo morfologico e decorativo per un lungo periodo è ulteriormente confermata dalla sua rappresentazione iconografica in due dipinti distanti geograficamente e cronologicamente. Il bicchiere troncoconico con fascia decorata compare, infatti, negli affreschi normanni della Cappella Palatina di Palermo29 e nel dipinto dell’Ultima Cena di un anonimo frescante abruzzese della metà del

Fiorillo 2005: 130, tav. XXX.1 I manufatti, in corso di studio, sono stati presentati durante il convegno, v. contributo Pinna, Musio in questo stesso volume. 25 Stiaffini 1991: 219-220. 26 Coscarella 2004: 186, fig. 1. 27 Fiorillo 2005: 130, tav. XXXI.1. 28 Rossitti cs. Si ringrazia la dott.ssa D. Rossitti per averci consentito, prima della stampa, la lettura della bozza del testo presentato alla XII Giornata Nazionale di Studio Comitato Nazionale AIHV tenutasi a Venezia nel 2006. 29 Tisseyre 1999: 250-260. 23 24

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Fig. 7. Bicchieri troncoconici svasati con iscrizioni islamiche a smalto.

XIII secolo30, nel primo caso come manufatto importato dalla corte normanna forse dall’area siro-palestinese, nel secondo come locale. In realtà la derivazione del repertorio formale e decorativo da prodotti orientali, siriani e egiziani di XI-XII secolo, è ancora molto discussa, ma l’attestazione precoce della loro penetrazione nella penisola è sostenuta proprio dalle citate pitture della Cappella Palatina (1132-1143). Non trovandosi riscontri specifici nel panorama dei rinvenimenti siciliani, se non per pochi frammenti strettamente pertinenti alla corte di Ruggero31, in accordo con quanto sostenuto da Philippe Tisseyre, sembrerebbe che “les modèles dessinés au plafond de la Chapelle Palatine sont spécifiquement Orientaux”32 costituendo un modello iconografico di manufatti vitrei indubbiamente importati. Probabilmente il quadro cambia nel secolo successivo, quando sembrerebbe emergere l’esistenza di fabbriche locali di vetri smaltati, dislocate principalmente in Italia meridionale. I nuovi dati sulle suppellettili vitree provenienti dai contesti di Siponto e Lucera33 spingono, infatti, a riconoscere produzioni locali di vetri smaltati avviate con l’ausilio di maestranze saracene. L’utilizzo dell’impasto vitreo “seppia pallido”, il repertorio decorativo omogeneo e la presenza di forme atipiche rispetto al panorama morfologico di XIII secolo, caratteristici dei reperti di Lucera, depongono a favore di una produzione nell’ambito della città34, pur in assenza del rinvenimento archeologico di fornaci produttive. Proprio a Lucera, inoltre, tra il 1223 e il 1233, è documentata la deportazione di Saraceni per volere di Federico II con conseguente apporto islamico nelle tecniche di produzione ceramiche e vetrarie. Tale contributo tecnologico-produttivo sembrerebbe tanto stimato che ancora nel XIV secolo, in un Ciappi 1999: 230, fig. 2; cfr. Matthiae 1969: 31-44. Si ricorda, tra questi, il bicchiere smaltato proveniente dal saggio III del Palazzo dello Steri a Palermo (Falsone 1976: 121, fig. 29; Stiaffini 1999: 105, fig. 94). 32 Tisseyre 1999: 254, con indicazioni bibliografiche relative. 33 Laganara Fabiano, Rossitti 2011: 137-148. 34 Laganara Fabiano, Rossitti 2011. Si osservi anche l’esistenza, nel territorio compreso tra Lucera e San Severo, del torrente Salsola poiché, secondo un’ipotesi di studio di Rosa Fiorillo, il toponimo si riferirebbe alla presenza della pianta Salsola Soda o Salsola Kadi, le cui ceneri sodiche erano adoperate come riducente nella fabbricazione del vetro (Fiorillo 2003: 207). 30 31

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BOTTIGLIE

BROCCHE

Fig. 8. Tavola delle bottiglie e delle brocche riconoscibili presenti nel contesto.

documento, si sottolinea come a Napoli si producessero suppellettili vitree alla maniera saracenorum35. Medesimo discorso vale anche per le bottiglie decorate a smalto, che compaiono numerose tra i reperti del castello di Melfi. Le forme sono di difficile lettura mancando completamente frammenti di pareti associabili a quelli diagnostici. Peculiare è la bottiglia a lungo collo cilindrico con orlo estroflesso e spalla arrotondata a sviluppo verticale confrontabile con un tipo da San Niceto rinvenuta in strati di XIII secolo36. Rispetto al confronto calabrese la bottiglia di Melfi mantiene la tipica decorazione a smalti e oro purtroppo non perfettamente leggibile (fig. 8.1). Molto meglio conservata è la decorazione della bottiglia a lungo collo cilindrico, leggermente rigonfio in basso, e profilo espanso purtroppo priva di altri elementi diagnostici (fig. 8.2). La decorazione in 35 36

Fiorillo 2005: 69. Coscarella 2004: 188, tav. II.3.

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Fig. 9. Coppa con decorazioni a smalto fitomorfe.

blu, oro profilato di rosso e tracce di verde conserva una serie di registri decorati con due lettere arabe nella parte prossima all’attacco della spalla forse da sciogliersi con la formula augurale “Albaraka” (Benedizione)37, formula attestata su un bacino murato nella chiesa di San Pietro in Grado38 datato all’XI secolo e confrontabile con prodotti coevi dell’Ifriqiyya39. Affini morfologicamente tra loro due colli di bottiglia cilindrici con orlo svasato segnato da un anello piatto trasversale. Al di sotto dell’orlo, in un registro delimitato dall’anello vetroso, la “tipica” decorazione in oro e smalto con disegno non riconoscibile per le pessime condizioni di conservazione (fig. 8.3-4). Nuda, di un vetro rosato di buona fattura, è una bottiglia dal lungo collo cilindrico e orlo ad anello appiattito. È associabile a un bordo ad anello pieno di cm 8. Il tipo, molto comune, si data al XIII-XIV secolo (fig. 8.5). In questo senso potrebbe trattarsi di una delle ultime suppellettili scaricate nel butto insieme ai frammenti di collo di bottiglie caratterizzati dai più comuni filamenti vitrei blu. Tra i vetri non smaltati si segnala anche un ampio fondo con conoide accentuata e piede ad anello pieno forse di una bottiglia di grandi dimensioni assimilabile a contenitori da dispensa più che da mensa. Un esemplare equiparabile per capacità è stato rinvenuto in Calabria, a San Niceto, e assegnato all’età federiciana40. Contenitori di maggiore capienza, ovvero con piedi che si attestano intorno ai cm 14, sono noti anche in Sicilia, nell’Abbazia Santa Maria della Grotta a Marsala, contesto datato alla fine del XII-metà XIII secolo41. Infine, tra le suppellettili databili alla prima metà del XIII secolo, due anse di rilevanti dimensioni con labili tracce di decorazione a smalto rosso e oro potrebbero appartenere a brocche, sebbene il tipo funzionale non sembri particolarmente diffuso (fig. 8.7-8). Gli unici confronti riportano, infatti, ancora una volta a Lucera, dove brocche decorate a smalto con ansa sono presenti in molti esemplari42. La forma è testimoniata nel contesto anche da un frammento di collo con l’attacco dell’ansa appena conservato. La superficie è decorata con un disegno di fiori tripetali e foglie cuoriformi a tappeto e probabilmente si associa ad altri due frammenti che specificano una forma piuttosto panciuta (fig. 8.6). Infine due piccole anse testimoniano la presenza di ampolle per cui non è possibile aggiungere altri dati.

Per l’analisi dettagliata delle iscrizioni v. Mutino infra. Berti, Tongiorgi 1981: tav. CV, nn. 20, 70. 39 Berti, Tongiorgi 1981: 76, n. 29. 40 Coscarella 2004: 186, tav. V.1. 41 Tisseyre 1995: 249. 42 Whitehouse 1966: 177, n. 313; Rossitti cs. 37 38

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Fig. 10. Coppa con iscrizioni islamiche.

Oltre al ricco corredo di vasellame da tavola per bere, che mostra una particolare abbondanza di forme chiuse e una peculiare ricchezza decorativa, sulle tavole del castello erano presenti anche importanti coppe di notevoli dimensioni. Un primo manufatto ha coppa profonda con profilo continuo ma manca dell’orlo e del piede cosicché rimane difficile identificarne il tipo (fig. 9). La seconda ha vasca profonda con evidente carena all’altezza del bordo e orlo piano ispessito all’interno. La fascia superiore ha una decorazione in oro e smalti molto fitta con iscrizioni arabe dorate e bordate di rosso su uno sfondo blu, di difficile interpretazione. Sul ventre della coppa si alternano medaglioni campiti ad arabesque in denso smalto verde a rilievo. Le dimensioni sono ragguardevoli con un diametro che supera i cm 25 nell’orlo (fig. 10). Confronti morfologici possono istituirsi con coppe islamiche provenienti da collezioni private esposte al Metropolitan Museum of Art di New York43 e al Royal Ontario Museum di Toronto e al Toledo Museum of Art44 e al L.A. Mayer Museum di Gerusalemme45 rispettivamente su alto e basso piede. Tuttavia l’assenza di molti degli elementi diagnostici per la definizione del tipo quali il piede e la parte terminale della vasca, impedisce un raffronto preciso. Si sottolinea, comunque, che nel contesto sono attestati due piedi conici svasati e piuttosto alti con attacco di parete compatibile con il tipo, ma non associabili con certezza alle due coppe appena descritte. Entrambi mantengono la caratteristica decorazione a smalto sulle pareti esterne. Un ulteriore suggerimento, soprattutto per la definizione della cronologia, viene anche Liber Astrologiae di Fedulo (Paris. Lat. 7330), codice miniato assegnato a un atelier svevo e datato 1220-124046. Nella serie dei disegni in appendice è possibile identificare sul banchetto alcune coppe da frutta a vasca profonda, presumibilmente in vetro, assimilabili ai tipi della Torre di Marcangione (fig. 11).

In particolare ci si riferisce alla tazza datata alla prima metà del XIII secolo, Glass of the Sultans: 240-241. Gilded and Enamelled glass…: 87-88, nn. 1.2, 8. 45 La coppa con diametro leggermente inferiore è pertinente a un gruppo datato tra 1270-1280, Gilded and Enamelled glass…: 41, 44, n. 11.6. 46 Un simile apparato decorativo, con iscrizioni in oro bordate in rosso su sfondo azzurro è su una tazza assegnata al 1260-1280, Carboni 2001: 350-351. 43 44

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Fig. 11. Banchetto con giocolieri da Liber Astrologiae di Fedulo (Paris. Lat. 7330).

Facendo una rapida sintesi sul repertorio morfologico possiamo dire che sebbene le forme funzionali mostrino tipi diversi tra loro, l’unitarietà cronologica e produttiva è determinata dalla presenza degli apparati decorativi in smalti e oro presenti sulla stragrande maggioranza dei reperti vitrei. Solo un più piccolo insieme di forme aperte con decorazioni fitomorfe a rilievo ottenute con smalto verde e azzurro, molto denso e di consistenza tenace sembra differenziarsi, ma la persistenza di alcuni caratteri formali quali il contorno a linea sottile in smalto nero e lo sfondo oro per il cartone decorativo assicura la pertinenza alla medesima facies produttiva47. Se ne distaccano completamente, invece, i pochi reperti di forme meno riconoscibili ma connotati dal filetto vitreo blu che caratterizza le produzioni del secolo XIII con ampio raggio di diffusione nell’intera Penisola (fig. 12). Certamente stupisce la mancanza assoluta di calici, attestati in un solo esemplare, e la presenza di un unico bicchiere bugnato, invece assai comune nei contesti di XIII-XIV secolo48. Inoltre, se si condivide l’ipotesi di individuare la produzione di questo tipo come caratteristica di ateliers federiciani49 con una delle probabili sedi proprio in Capitanata50, il dato risulta ancora più sorprendente. Alla luce di queste preliminari considerazioni sembrerebbe che nel castello di Melfi le suppellettili vitree siano caratterizzate da un gusto assai ricercato con una chiara volontà di originalità e raffinatezza, lontana dai “soliti tipi” che lascia intravedere, per l’intero nucleo, una committenza unica e precisa legata alla corte dell’Imperatore. I.M. Orofino 1996: 779. Per una sintesi sulla diffusione v. Stiaffini 1991. 49 Ciappi 1994: 93-103. Ciappi 1999: 227-232. 50 Laganara, Fabiano, Rossitti 2011: 138. Sulla base dei primi dati archeometrici effettuati su un campione vitreo da Siponto sembrerebbe identificabile una produzione omogenea per i bicchieri bugnati rinvenuti nel contesto. 47 48

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Fig. 12. Frammenti di suppellettili con filamenti concentrici blu.

I materiali: interpretazione delle iscrizioni islamiche decorative e analisi degli smalti

Dopo l’entrata in carica del provisor castrorum Rostaynus de Tarascono nel gennaio 1280, come consuetudine, una commissione di inchiesta fa ispezione nelle province di Capitanata e Basilicata per redigere gli inventari degli oggetti e delle scorte castellari51. Il 27 febbraio la commissione visita il Castello di Melfi. La possibilità di consultare questi elenchi avrebbe senz’altro consentito di stabilire un terminus post quem della distruzione di suppellettili d’eccezione, quali quelle rinvenute nella torre del Marcangione, che proprio le caratteristiche stilistiche consentono di attribuire ad un gruppo unitario. L’apporto delle analisi archeometriche52, finalizzate su ampia scala a stabilire i flussi commerciali e le aree generative delle produzioni, è stato fondamentale per la determinazione della composizione Si comincia il 7 febbraio 1280 a Troia; segue il vecchio castello di Lucera il 9 febbraio; il 15 febbraio Monte Sant’Angelo; il 19 febbraio San Lorenzo in Carmignano presso Foggia; il 21 febbraio Ordona e il 23 febbraio Rocca S. Agata. Quindi la commissione si sposta in Basilicata e visita, uno dopo l’altro, il 27 febbraio Melfi, il 2 marzo San Fele e l’11 marzo Acerenza. Purtroppo, al contrario di quanto accaduto per i castelli della Sicilia, sono state tramandate soltanto le date degli inventari, ma non gli stessi (v. Houben 1995: 78). 52 In occasione della comunicazione orale per il Convegno, il 10 giugno 2011, è stato possibile presentare i risultati preliminari di una più vasta campionatura ancora in corso di studio. La caratterizzazione dei reperti vitrei tramite microscopia ottica e microspettroscopia vibrazionale Raman è curata dalla dr.ssa M. Cristina Caggiani, sotto la direzione della prof. Annarosa Mangone, la microscopia elettronica a scansione accoppiata a spettroscopia in dispersione di energia è invece condotta dal prof. Rocco Laviano presso il Centro Interdipartimentale “Laboratorio di Ricerca per la Diagnostica dei Beni Culturali” dell’Università di Bari. Un ringraziamento particolare va alle prof.sse Annarosa Mangone per la cortese disponibilità e gli sforzi messi in atto ai fini di questa collaborazione, ed Angela Traini per i sempre preziosissimi consigli. Presso lo stesso laboratorio sono stati effettuati analoghi esami, nell’ambito di un più ampio progetto di ricerca sui contesti federiciani della Puglia, per quel che attiene alle ceramiche provenienti da Siponto, Castelfiorentino e Lucera (v. Mangone et alii 2009). 51

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del vetro e della natura dei pigmenti impiegati, nonché per l’individuazione dei processi di lavorazione della smaltatura e doratura dei manufatti. La caratterizzazione ha puntato in maniera particolare alla determinazione della tecnologia produttiva delle suppellettili, dal momento che, sebbene sia noto l’alto livello specialistico raggiunto dalle maestranze islamiche, non sono molti i risultati editi di indagini archeometriche che ne rilevino le procedure impiegate53. D’altro canto, le analisi di questo genere sin qui condotte hanno riguardato prevalentemente materiale decontestualizzato, incluso in collezioni, per l’ovvio miglior stato di conservazione, invece i reperti di Melfi si distinguono per la provenienza da un contesto di scavo, sebbene purtroppo non stratigrafico. In merito alla composizione del corpo vitreo, l’analisi al SEM-EDS conferma la presenza di sodio e calcio, dunque un vetro silico-sodico-calcico con il manganese come principale agente decolorante (fig. 14.1); queste caratteristiche risultano perfettamente compatibili con le produzioni islamiche. Per quanto attiene agli smalti, invece, l’esame al SEM consente di riconoscere al di sotto dello stato di degrado54, risultato di un processo di lisciviazione, una composizione piuttosto simile a quella del bulk, con l’aggiunta del piombo come bassofondente (fig. 14.2). La natura degli smalti blu viene dimostrata chiaramente con la microscopia Raman, che evidenzia il minerale lazurite presente nel lapislazzulo, quindi il pigmento blu oltremare (fig. 15.1). Anche questo dato, ben attestato nelle produzioni islamiche, riveste una particolare importanza, perché con il procedere delle analisi, sembra sempre più evidente che l’uso del lapislazzulo rappresenti una sorta di costante “federiciana”. Quanto agli smalti giallo-verdi, l’esame mostra trattarsi di una miscela di stannato di piombo (sale di stagno e piombo, con funzione opacizzante) e cobalto55 (fig. 15.2). Tale circostanza mette in evidenza l’ovvio utilizzo del meno pregiato cobalto, rispetto al lapislazzulo, laddove si voleva ottenere un colore diverso dall’azzurro. La decorazione rossa presenta residui superficiali di doratura. L’analisi al Raman evidenzia l’ossido di ferro in fase ematite, un componente delle cosiddette “ocre rosse, mentre quella al SEM-EDS mostra la presenza di piombo e silicio, che, in questa fase preliminare delle indagini, sembra attribuibile alla composizione dello smalto stesso (fig. 16.1). È stato analizzato anche il pigmento nero, presente come decorazione a glomeruli e visibile come linea di contorno di talune campiture in rosso. Il Raman ha evidenziato la presenza di ossidi di manganese in quantità elevate, tali da ottenere un effetto cromatico molto intenso. L’analisi al SEM conferma la presenza di questi ossidi in matrice vetrosa, dunque anche in tal caso sembra trattarsi di smalto, con presenza di piombo come bassofondente (fig. 16.2). Inoltre, è stata caratterizzata la decorazione puntinata bianca di alcuni manufatti, che ne ha individuato il fosfato di calcio. È noto in letteratura che questo composto venisse ottenuto dalla calcinazione delle ossa, come dimostra anche, al microscopio, la sua tessitura spugnosa (fig. 16.1). Le indagini archeometriche delle dorature, infine, hanno evidenziato due possibili tecnologie di produzione. In particolare, l’analisi al SEM consente di rintracciare lo smalto rosso al di sotto dell’oro; con il Raman si è potuto invece leggere un composto organico, la cui presenza è indiziata dal carbone (fig. 17.2). Questo può indicare l’applicazione della foglia d’oro su particolari collanti di origine ve-

In successive pubblicazioni scientifiche di settore si darà conto dettagliatamente dei risultati delle analisi, che qui vengono sommariamente indicati ed utilizzati soprattutto per le loro implicazioni nello studio dei materiali. Per il momento è utile segnalare la corrispondenza dei risultati ottenuti sui vetri di Melfi con quelli editi per i vetri smaltati islamici del British Museum; v. Freestone, Shapleton 1998. 54 L’effetto di tale fenomeno post-deposizionale, visibile al SEM come una patina nera, è la particolare iridescenza dei vetri. 55 La presenza del cobalto è in realtà presunta, dato che si trova in quantitativi inferiori al limite di rivelabilità dello strumento. 53

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Fig. 13. Manufatti con iscrizioni islamiche e ipotesi di scioglimento epigrafico.

getale, come la gomma arabica, oppure una tecnica di spennellatura di una miscela di oro e solvente organico, definita “oro liquido”. Quest’ultima tecnica era utilizzata per realizzare decorazioni molto complesse su oggetti tardo-medievali smaltati e dorati, come le lampade di moschea e, nel caso dei materiali di Melfi, è riconoscibile unicamente su talune pareti. La ricchezza degli stilemi decorativi del calligrafismo arabo, in un solo caso56 sembra lasciare il posto a motivi puramente ornamentali pseudocufici, per altro verso ben diffusi soprattutto sulle ceramiche di questo periodo. Le iscrizioni sin qui tradotte57 hanno, infatti, rivelato formule dedicatorie e benaugurali rivolte a colui il quale appartenevano i bicchieri e le bottiglie iscritti, utilizzati verosimilmente in particolari circostanze conviviali. Come visibile su due bottiglie tra i reperti rinvenuti, un frammento di parete ed uno di collo, non Si tratta della coppa in fig. 11, ancora indecifrata. Il catalogo del Museo del Cairo (v. Wiet 1929) contiene numerose lampade da moschea (pls. XXIX-LVII) con una fascia epigrafica molto simile sul collo, sottesa dalla medesima fascetta con medaglioni circolari. Si tratta di oggetti provenienti dalla madrasa del sultano al-Nasir del 1362-63. In tutti i casi l’iscrizione contiene un versetto coranico (Cor. XXIV, 35) che non si individua, però, sull’esemplare di Melfi. 57 Si ringrazia per la traduzione dall’arabo la professoressa Roberta Giunta dell’Università di Napoli “L’Orientale”. Il lavoro è ancora in corso e ci si auspica, nonostante le cattive condizioni di conservazione, di riuscire a completare la lettura dell’intero gruppo calligrafico. 56

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Fig. 14. Analisi al SEM-EDS e al SEM: tecnologia della produzione.

è infrequente la ripetizione di una sola parola senza soluzione di continuità a comporre un testo benaugurale. Nel primo caso (fig. 13.1), della fascia epigrafica in scrittura cufica con apici foliati ‫[ زعلا‬...] [-...] resta la lettera conclusiva di una parola e l’intera parola successiva: […]z al-‘izz […][…]ria, gloria. Quest’ultima corrisponde ad al-‘izz (“la gloria”), termine particolarmente frequente nelle iscrizioni di natura benaugurale, dedicate al possessore dell’oggetto, che generalmente rimane anonimo. Il ductus dell’ultima lettera della parola precedente sembra corrispondere a una zāy, circostanza che lascia facilmente supporre si tratti appunto della ripetizione di al-‘izz. Anche sul collo dell’altra bottiglia (fig. 13.2) la fascia epigrafica è eseguita in scrittura cufica con apici foliati ‫]…[ ]…[ـلا ربلا ربلا‬, ma su un fondo campito da elementi vegetali e geometrici. Le due sole parole restanti […] al-birr al-birr […] = […] devozione, devozione […] sono la ripetizione del termine spesso attestato nei testi di buon augurio, destinati anche in tal caso ad un anonimo possessore. È tuttavia opportuno precisare che le due sole lettere che compongono questa parola (bā’ e rā’) sono anche le prime due della parola al-baraka (‫ةكربلا‬, “la benedizione”), più frequentemente utilizzata nelle iscrizioni benaugurali, spesso anche in forma abbreviata o contratta. Non si può dunque escludere la possibilità che in questa iscrizione si auspichi per il possessore la benedizione di Dio, piuttosto che dichiarare la devozione nei suoi confronti. Passando ai bicchieri troncoconici, i due casi riferiti da frammenti del labbro presentano brevi porzioni di fasce epigrafiche in scrittura corsiva con numerosi punti usati come riempitivi del campo.

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Fig. 15. Microscopia Raman: analisi degli smalti blu e giallo-verde.

Nel primo (fig. 13.3) la presenza della waw di congiunzione centralmente sulla parte alta del rigo e, soprattutto, la prima parte della seconda parola ‫لابـ[ـقالا و مئا]دلا زعلا‬...[] lasciano facilmente supporre che si tratti di wa’l-iqbāl (“e il successo”), nella gran parte dei casi preceduto dal termine al-‘izz (“la gloria”), accompagnato dall’aggettivo al-dā’im (“perenne”). Lo scioglimento è dunque [al-‘izz al-d]ā’im wa’l-iq[bāl…] = [Gloria pe]renne e succ[esso…]. L’espressione al-‘izz wa’l-iqbāl, con o senza qualificativi, è molto spesso impiegata come incipit delle iscrizioni benaugurali in corsivo e se ne trova un confronto stringente con l’iscrizione su di una bottiglia siro-egiziana58. Nel secondo caso (fig. 13.4) si tratta di un’iscrizione dedicatoria. Le parole restanti nella fascia epigrafica fanno, infatti, riferimento a elementi del protocollo ufficiale di un personaggio autorevole. I pochi tratti residui della parte alta delle lettere della prima parola leggibile (al-malik) lasciano anche supporre la presenza del titolo al-sulṭān (“il sultano”). ‫؟ده[اجملا كلملا‬...][...]. Lo scioglimento sarebbe dunque […] al-malik al-mujā[hid?…], ovvero […] il re, il combattente della guerra san[ta?…]. Malgrado la sequenza di titoli, in molti casi le iscrizioni dedicatorie eseguite su oggetti non recano, però il nome del personaggio cui l’oggetto è destinato. Resta ferma, tuttavia, la testimonianza di una committenza regia.

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Un esemplare custodito nel Museo del Cairo; v. Wiet 1929: pl. III.

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Fig. 16. Microscopia Raman: analisi degli smalti rosso e nero.

In conclusione, sembra possibile attribuire ad un unico orizzonte stilistico i manufatti vitrei rinvenuti nella torre del Marcangione, dal momento che gli smalti policromi, le dorature ed il contorno a linea sottile in smalto nero mostrano, anche sulla base delle analisi archeometriche, la stessa tecnica di produzione. S. M.

Conclusioni

Le suppellettili vitree del castello di Melfi spingono a interessanti spunti di riflessione relativamente alle produzioni auliche nella corte di Federico II. La natura occasionale del recupero ha purtroppo cancellato un importante indicatore cronologico, ma alcuni dati desunti di confronto con contesti datati consentono di ipotizzare una seriazione dei tipi attestati. In particolare i vetri smaltati, che costituiscono il campione pi첫 significativo, forniscono un articolato repertorio di suppellettili suntuarie legate alle alte committenze regie.

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Fig. 17. Microscopia Raman: analisi dello smalto bianco. Analisi SEM delle dorature.

I tradizionali quadri campione relativi a questa peculiare produzione hanno potuto contare finora su rinvenimenti isolati di manufatti, con eccezione del ricco nucleo di Lucera, oggi oggetto di studi sistematici dopo la stagione di scavi del 1964. L’interessante repertorio morfologico di oggetti vitrei suntuari desunto dagli affreschi della Cappella Palatina costituisce, di fatto, un catalogo di prodotti importati, anteriori di poco più di un secolo, cui i manufatti di Melfi sembrano ispirarsi (fig. 18). Al puro elemento formale, che sottolinea evidentemente i contatti con i modelli orientali, si devono aggiungere anche i dati legati alle tecniche di produzione, quali l’utilizzo del lapislazzulo per ottenere l’azzurro e le peculiari tecniche per il decoro a smalto che impiega oro liquido per i decori di fino e colle vegetali per la stesura della foglia d’oro negli sfondi come documentato nelle produzioni islamiche. L’apporto islamico è inoltre sottolineato in maniera particolarmente evidente nelle fasce epigrafiche in scrittura corsiva, assolutamente uniche nell’attuale panorama dei rinvenimenti peninsulari. Il rimando più immediato per gli apparati decorativi sarebbe con prodotti Siriani ed Egiziani, soprat-

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Fig. 18. Tavola di confronto tra le suppellettili figurate nella Cappella Palatina e i reperti del castello di Melfi.

tutto lampade da moschea in tipi ben noti durante il XIV secolo59, sebbene i manufatti di Melfi siano assegnabili alla prima metà del XIII secolo. Tuttavia occorre sottolineare che, pur affini per repertorio morfologico e decorativo a prodotti islamici ampiamente documentati in area siro-egiziana60, rimangono privi di precisi raffronti per i tipi. L’ipotesi più ragionevole, in assenza di altri dati, sembrerebbe quella di considerare la produzione come locale, seppur fortemente influenzata. Vengono allora in mente quei saraceni siciliani, deportati a Lucera per volere di Federico II, che certamente introdussero nuovi modi e gusti produttivi. D’altra parte una certa influenza di gusto dei prodotti islamici è già largamente documentata nelle produzioni ceramiche circolanti su larga scala tra la fine del XII e il XIII secolo. Tra le ceramiche rinvenute nella Torre di Marcangione, infatti, sono presenti alcune coppe con iscrizioni pseudo-cufiche confrontabili con tipi di fine XI-XII secolo provenienti dall’Ifriqiyya61, ma Glass of the Sultan 2001: 230, n. 115 (1306-1310); 232, n. 116 (1329-1335); 235, n. 117 (1345). Per un’ampia panoramica sulle suppellettili vitree provenienti da collezioni museali, principalmente acquisite da collezioni private ma anche da scavo, si vedano i volumi Gilded and Enamelled glass…, Atti di uno dei più importanti incontri internazionali di studio sul vetro islamico tenutosi nel 1995, e Glass of the Sultan 2001, catalogo della mostra itinerante (The Metropolitan Museum of Art-The Corning Museum of Glass-Benaki Museum of Athens) sul tema tenuta tra il 2001 e il 2002. Tra i reperti affini a quelli di Melfi certamente devono segnalarsi i frammenti di bicchieri cilindrici custoditi nel Museo del Cairo (Carboni 2001: 46, n. 93 a, c) che recano un’iscrizione dorata su sfondo blu simile a quelle presenti sulla bottiglia (fig. 13.2) e sulla coppa (fig. 10) non ancora decifrata. La cronologia di riferimento per il bicchiere egiziano è anticipata rispetto ai reperti citati per confronto, poiché si attesta tra seconda metà del XIII-inizi XIV secolo, Carboni 2001: 46. 61 L’analisi del nucleo ceramico della Torre è in corso di studio e i materiali sono ancora inediti. Per questo convegno è stata condotta dalla dott.ssa Marchetta un’analisi preliminare dei frammenti ceramici per confrontare il dato proveniente dallo studio dei reperti vitrei. 59

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prodotti localmente circa un secolo dopo, in linea con un trend produttivo ampiamente diffuso, che vedrà la riproduzione degli stilemi islamici come puro fenomeno decorativo. Ciò non esclude comunque che, accanto a fabbriche locali che producevano manufatti “in voga”, circolassero anche quelli importati, come attestato in alcuni centri della Sicilia Orientale, della Puglia e della Campania. Certamente per i flussi di materiali islamici la direttrice tirrenica porti siciliani-Pisa e Genova62 rivestì un ruolo fondamentale, ma lungo le coste dell’Adriatico le dinamiche sembrerebbero ben diverse. Infatti, su questo tratto di costa, tra i prodotti importati, circolano soprattutto ceramiche bizantine e principalmente tramite i porti di Venezia, Otranto e probabilmente di Siponto, mentre tutto da chiarire è il ruolo di Brindisi in questa fase storica63. Presumibilmente anche gli oggetti in vetro seguivano le medesime rotte commerciali, ma il dato necessita di elaborazioni più lunghe sia per ragioni quantitative sia per le stringenti affinità tra prodotti importati e produzioni locali, che rendono più difficoltosa la classificazione autoptica rispetto ad altre classi di materiali. Tuttavia l’impressione generale, in questa fase preliminare di studio, è che, piuttosto che di prodotti importati, per le suppellettili vitree di Melfi si debba parlare di prodotti locali “ispirati” alle importazioni, per mano di abili maestri vetrai musulmani. Quello che invece contraddistingue in maniera chiara il contesto di Melfi è la particolare abbondanza di vetri dorati e smaltati, riferibili a un ricco corredo di suppellettili d’élite. Il dato sottolinea, evidentemente, il peculiare valore rivestito dalla città nella scacchiera di rapporti politici nel periodo federiciano, valore rimarcato anche dalla imponente stagione di ampliamento e riqualificazione che, alla morte di Federico II, investì il castello per volere di Carlo d’Angiò. R.C.- I. M.- S.M.

REFERENZE FOTOGRAFICHE Le figure 3-4, sono tratte da Lenzi 1935; la figura 2 è una rielaborazione della tav. II di Aurora 1998; le foto nelle figure sono state scattate dal fotografo Nicola Figliuolo (Soprintendenza Archeologica della Basilicata) con eccezione delle figg. 4 e 12 scattate da Isabella Marchetta; i disegni dei manufatti di Melfi sono stati realizzati da Rocco Pontolillo (Soprintendenza Archeologica della Basilicata); i disegni dei bicchieri di Lucera nella fig. 6 sono tratti da Whitehouse 1966; la tavola nella fig. 9 da Tisseyre 1991. Infine la fig. 13 è stata tratta dal Warburg Institute Iconographic Database, consultabile all’indirizzo http://war.burg.sas.ac.uk.

Molinari 1992: 501-522; Benente 2010. Secondo la sintesi di Saccardo, a Venezia vi era esigua circolazione di prodotti dell’Islam occidentale, assenza di lustri metallici andalusi, maioliche siculo-magrebine e graffite arcaiche tirreniche tra XII e XIII secolo, mentre i privilegi concessi da Costantinopoli ai Veneziani sin dal X secolo avevano “specializzato” le importazioni veneziane. Accanto a questi prodotti vi erano ceramiche importate dai contesti pugliesi che documentano scambi N-S nell’Adriatico e trasversalmente con l’area Dalmata (Saccardo 1998: 49-51; Arthur 2001: 658-659); sulla presenza di ceramica bizantina ad Otranto, Patterson 1993. Analogamente una breve sintesi sulla circolazione dei manufatti ceramici in Basilicata delinea una scarsa presenza di materiali ceramici importati dal Nord-Africa, poco frequenti prodotti bizantini a fronte di una massiccia presenza di manufatti pugliesi (Marchetta 2010: 188-191). 62 63

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Produzione e circolazione dei manufatti vitrei nella Capitanata basso medievale alla luce di alcuni contesti di scavo (Montecorvino, S. Lorenzo in Carmignano e Masseria Pantano presso Foggia) Roberta Giuliani, Anna Ignelzi The study of the glass relics from the archaeological sites of Montecorvino, San Lorenzo and Masseria Pantano has contributed to update our knowledge regarding the circulation of glass in Capitanata in the last phases of the Middle Ages and has provided us with new elements about the production of prunted glasses and of red opaque glass pots. The study makes us see in a new light the issues regarding glass production in Puglia and Southern Italy. I reperti vitrei presentati in questa sede provengono da siti della Capitanata sottoposti a indagini intensive negli anni più recenti: Montecorvino, sul Subappennino daunio, città fondata dai Bizantini nei primi decenni dell’XI sec., la cui parabola discendente ebbe inizio nel XIV sec. completandosi fra XV e XVI sec., e da S. Lorenzo in Carmignano, presso Foggia, casale e poi castrum, attestato sin dalla fine dell’XI sec. ed avviato ad un processo di declino fra XIV e XV sec. Si è inoltre considerato un piccolissimo nucleo di frammenti recuperati nel sito di Masseria Pantano, alle porte di Foggia, sede di una domus extraurbana di Federico II e di una masseria regia in età angioina1. I reperti vitrei oggetto di studio ammontano a 645, di cui 304 provenienti da Montecorvino, 334 da S. Lorenzo e 7 da Masseria Pantano (tav. I,1). I vetri analizzati sono prevalentemente soffiati a canna libera, tranne alcuni bicchieri soffiati entro matrice, e connotati da miscele di colore giallino (39,5%), verde chiaro (19%) o incolori (24,5%); meno numerosi appaiono i reperti di colore azzurro chiaro (5%) e rosso opaco (5%), ancor più rari quelli di colore blu intenso (1%). Si riscontrano, inoltre, miscele connotate da tonalità intermedie tra il giallo-verde (4,5%) e il verde-azzurro (1,5%) (tav. I,2). Le forme vitree in esame sono riferibili prevalentemente a vasellame da mensa (calici, bicchieri, bottiglie e vasetti) e da illuminazione (lampade), mentre rari appaiono i frammenti di vetrate (1 da Montecorvino, 8 da S. Lorenzo) (tav. I, 3). I calici sono attestati da 10 frammenti, fra i quali, accanto a frammenti di steli e piedi di tipo comune, di tradizione tardoantica-altomedievale (tipi 2 e 4; tav. II,1-2)2, che nel nostro caso provengono però con certezza da stratigrafie medievali di XIII-XIV secolo, e ad una coppa dalla forma emisferica (tipo 6; Le ricerche sono condotte dal Dipartimento di Scienze Umane dell’Università di Foggia, sotto la direzione di Pasquale Favia e Roberta Giuliani. Riguardo ai risultati si veda: per Montecorvino, Favia, Giuliani, Marchi 2007: 233-262; Giuliani, Favia 2007: 133-159; Favia, Giuliani, Mangialardi, Stoico 2009: 165-186; per S. Lorenzo, Favia, De Venuto, Di Zanni 2006: 534-568; Favia et alii 2007: 91-121; Favia et alii 2009: 382-391; per Pantano, Favia et alii 2007: 91-121; Favia, Annese, Giuliani, Massimo 2012. 2 Per il calice tipo 2 si vedano gli esemplari analoghi provenienti da Cropani (Aisa, Papparella 2003: tav. IV, n. 29), da Roma (Cini 1985: 545, n. 937) e da Castel San Pietro, Canton Ticino (Uboldi 1996: 173, tav. I, n. 2). Per il calice tipo 4 si vedano i reperti da Reggio Calabria (Andronico 2003: 71, nn. 165-166). 1

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tav. II,3), rinvenuta nella zona dell’episcopio di Montecorvino abbinata a ceramica di XIV-XV secolo, si registra la presenza di manufatti contraddistinti da elementi peculiari. Da S. Lorenzo proviene infatti un frammento di calice con stelo pieno ornato da un rigonfiamento all’innesto della coppa (tipo 3; tav. II,4), datato su base stratigrafica al XIII-XIV sec., con confronti che spaziano dall’età altomedievale3 al pieno Medioevo4; a Montecorvino è stato inoltre ritrovato un calice con gambo decorato da un cordoncino plastico applicato e pinzato (tipo 1; tav. II,5; tav. X,1), anch’esso in associazione con ceramiche di XIII-XIV secolo, che richiama l’esemplare ritrovato nel pozzo I di Lucera5 e manufatti segnalati a Lagopesole6, nel castello di Salerno e a Palermo7, oltre che in Liguria (Priamàr)8. Ancor meno comune appare il calice (tipo 5; tav. II,6; tav. X,2) rinvenuto nelle stratigrafie dell’episcopio che fiancheggia la cattedrale di Montecorvino, in associazione con ceramica più tarda (XIV-XV secolo), connotato da un lungo stelo, superiormente terminante in una sorta di disco che fa da base alla vasca, ornato da piccoli peduncoli disposti a raggiera, realizzati a pinzatura. Il manufatto, per quanto ci consta, trova in un reperto inedito di S. Angelo dei Lombardi in Irpinia, una possibilità di confronto molto stringente, estensibile inoltre ad un calice veneziano, anch’esso di età tardomedievale, conservato a Dresda9. Ancora da stratigrafie di XIVXV sec., individuate nell’area a NW della torre di Montecorvino, proviene uno stelo di calice tortile (tipo 7; tav. II,7), la cui decorazione a linee oblique, probabilmente ottenuta tramite l’uso di una matrice, trova un puntuale confronto con esemplari “a torciglione” provenienti da Reggio Calabria10 e da Cencelle11. La classe meglio rappresentata nei contesti esaminati è quella dei bicchieri, con 45 frammenti, pressoché quasi interamente riconducibili alla categoria dei manufatti ornati a bugne o piccole protuberanze (tipo 1, 39 fr.), che attestano la grande diffusione di questo tipo di contenitore potorio in Puglia12 nelle fasi centrali del Medioevo; ritrovamenti degli stessi bicchieri sono noti anche nel resto dell’Italia meridionale, in particolare in Calabria13, Sicilia14 e Basilicata15, senza trascurare le attestazioni provenienti da diverse aree centro-settentrionali della penisola16. Tra i nostri reperti in un solo caso è stato possibile risalire alla forma di pertinenza; si tratta del tipo di bicchiere a parete troncoconica e bordo Si vedano, tra tutti, gli esemplari di S. Vincenzo al Volturno (Stevenson 2001: figg. 7 e 65). Cfr. i reperti della Cattedrale di Bari (Bertelli 1994: 123, tav. II, n. 4) e dalla Torre Civica di Pavia (Nepoti 1978: 229, fig. 59, nn. 35-36; 231, fig. 60, n. 55). 5 Whitehouse 1966: 177. 6 Fiorillo 2005: 132-134, tav. XXV, n. 3. 7 Tisseyre 1998: fig. G2. 8 Stiaffini, Ventura, Nepoti 2001: 420, fig. 187, n. 1471. 9 Il calice veneziano si trova nel Museum für Kunsthandwerk Staatliche Kunstsammlungen di Dresda (Rec. Imp. JGS X, 1968: 185, n. 30). 10 Andronico 2003: 97, tav. XXXV, n. 283. 11 Del Vecchio 2003: 115, fig. 3, n. 2. 12 Per quanto riguarda il contesto regionale, bicchieri bugnati provengono inoltre da Lucera (Whitehouse 1966: 177), Fiorentino (Bertelli 1987: 30, figg. 13-16), Siponto (Laganara Fabiano, Rossitti 2004: 140, fig. 2b) e dalle ricognizioni di superficie a Petrulla, presso Foggia, e Salpi (Harden 1966: 74-75), da Bari (Bertelli 1990: 153), da Brindisi (Patitucci Uggeri 1976) e da Otranto (Giannotta 1992: 222-223); di recente sono stati segnalati rinvenimenti anche in un contesto rupestre del Tarantino (chiesa di S. Gregorio a Mottola; cfr. Caprara 2010: 59). 13 Bicchieri con bugne provengono da Reggio Calabria (Andronico 2003: tav. XXXI, nn. 233-235), S. Niceto (Coscarella 2003: tav. II, nn. 2-3-4), S. Marina di Delianova (Zagari 2003: 233). 14 Un bell’esemplare con corpo cilindrico decorato a bugne proviene dal Palazzo dello Steri a Palermo (Falsone 1976: 110-122); altri reperti provengono dal palazzo Sclafani (Falsone 1976: 121). 15 Bicchieri con bugne sono stati individuati a Torre di Mare, Metaponto (Bertelli 2002: 241-242, 244-245) e a Lagopesole (Fiorillo 2005: 171, tav. XXVI nn. 1-5; 172, tav. XXVII, nn. 2-3, 5-6; 176, tav. XXXI, nn. 1, 3, 5-6). 16 Nel Lazio sono noti vetri bugnati a Tarquinia (Whitehouse 1987: 317-331) e a Cencelle (Del Vecchio 2004: 115, fig. 3); in Toscana a Poggibonsi (Mendera 2003, tav. XXXVIII, nn. 1-8), Miranduolo (Quattrini 2003: fig. 185, nn. 1-9), Montarrenti (Cantini 2003: 167, tav. 39, fig. 3, nn. 1-2) e Campiglia (Bianchi 2003: 367); in Lombardia negli scavi del chiostro di S. Eustorgio (Uboldi 2003: 89, fig. 5). 3 4

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ad imbuto, separati da un cordoncino plastico applicato, documentato da un esemplare di S. Lorenzo; esso mostra sul corpo vitreo una decorazione a bugne distribuita su file orizzontali, rimarcate da linee di pittura, che attualmente appaiono di colore bruno (tav. III,1; tav. X,3). La particolarità del pezzo rimanda ad un oggetto raffinato, forse riservato ad una committenza elitaria. Esso rientra nell’esiguo numero di bicchieri connotati dalla distribuzione dell’ornamento a bugne all’interno di spazi scanditi mediante elementi applicati (cordoncini plastici) o dipinti; tali frammenti, associati a ceramiche di XIII-XIV secolo, provengono tutti dalle aree residenziali prossime alla chiesa di S. Lorenzo. La maggior parte dei bicchieri invece (forse anche a causa dello stato di conservazione estremamente frammentario), è connotata da pasticche applicate senza la presenza visibile di linee guida. Le bugne presenti sui 39 frammenti vitrei mostrano diverse morfologie e tecniche di realizzazione. Le più numerose (23) presentano forma arrotondata (tipo 1; tav. III,2), più o meno aggettante; in due esemplari le pasticche assumono invece l’aspetto di piccole gocce (tipo 2; tav. III, 3), mentre in 7 frammenti esse sembrano realizzate “a spirale” e con evidente segno del distacco dello strumento (tipo 3; tav. III,4); questi tre tipi risultano attestati sia a S. Lorenzo che a Montecorvino; esclusivamente a S. Lorenzo e a Pantano si rileva la presenza (in 6 casi) di applicazioni di forma stretta e allungata (tipo 4; tav. III, 5), mentre da Montecorvino proviene l’unico esempio di applicazione con parte apicale cava (tipo 5; tav. III,6). A questo stesso tipo di bicchieri si riferiscono probabilmente anche i due piedi ad anello, decorati da peduncoli realizzati in un sol pezzo (tav. III,7), che richiamano gli esemplari rinvenuti nel pozzo I di Lucera, a Fiorentino, a Petrulla, sempre nel Tavoliere17, ed in numerosi altri siti italici, oltre che a Corinto18. Come si è accennato, le testimonianze di questi bicchieri sono molteplici, ma attualmente la Puglia settentrionale sembra costituire, insieme alla Sicilia, uno dei comprensori di maggiore concentrazione dei rinvenimenti. Degna di nota è inoltre la presenza, nei contesti in esame, di un secondo tipo di bicchiere, realizzato tramite soffiatura entro matrice, rappresentato da un esemplare proveniente da Montecorvino (tav. IV,1) associato a ceramiche di XIV-XV secolo; esso presenta il fondo piano e il corpo troncoconico caratterizzato dalle pareti molto sottili (cm 0,1), decorate con costolature verticali appena accennate19. Tale reperto costituisce un’interessante testimonianza di produzioni di tipo seriale, affermatesi, come è noto, a partire dalla metà del XIV secolo e diffusesi in gran parte del territorio italico. Le pareti lisce, prive di decorazioni, sottili e incolori connotano i bicchieri del tipo 3 e 4, provenienti il primo dal suburbio di S. Lorenzo da un contesto di XIII-XIV secolo, l’altro, associato a ceramica più tarda, dall’area castrense del sito di Montecorvino. Il bicchiere tipo 3 (tav. IV,2), caratterizzato dall’orlo svasato e decorato con una rimarcatura dal colore blu cobalto, inserita nello spessore dell’orlo stesso, presenta stringenti similitudini con esemplari provenienti da Otranto20, Lagopesole21 e Campiglia22; il corpo troncoconico e il fondo piano, con umbone finemente rifinito e lisciato, caratterizzano invece il bicchiere di tipo 423 (tav. IV,3). Lo spessore sottile delle pareti di questi contenitori potori, l’accuratezza di alcuni loro dettagli e l’uso del colore blu cobalto (attestato peraltro anche da due frammenti di pareti di S. Lorenzo, decorati con cordoli applicati in questo colore) conferiscono ai reperti un carattere alquanto ricercato. Si veda rispettivamente Whitehouse 1966: 177, fig. 31, n. 2; Bertelli 1987: tav. XLVIII, n. 9; Harden 1966: 71, fig. 1. 18 Davidson 1952: fig. 14, nn. 742-744. 19 La decorazione realizzata tramite l’ausilio di una matrice sembra essere attestata anche su altri due pezzi rinvenuti a S. Lorenzo, morfologicamente non identificabili, uno dei quali caratterizzato da un motivo a foglie. 20 Giannotta 1992: 231, fig. 8:3, n. 83. 21 Fiorillo 2005: 172, tav. XXVII, n. 1. 22 Bianchi 2003: 367. 23 Caratteri simili mostrano alcuni reperti rinvenuti nella cattedrale di Bari (Bertelli 1994: 121, tav. I, nn. 1,3), a Cropani (Aisa, Papparella 2003: 326 e tav. III, figg. 14-15-16-17), nel Priamàr a Savona (Stiaffini, Ventura, Nepoti 2001: 410-411, fig. 184, n. 1425). 17

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Per quel che concerne le bottiglie, esse sono rappresentate da 8 esemplari provenienti dalle aree abitative di S. Lorenzo e dall’episcopio di Montecorvino, da contesti di XIII-XIV sec.; oltre ai tipi più comuni connotati da un rigonfiamento globulare del collo (tipo 1; tav. V,1), o semplicemente da un collo cilindrico con orlo dritto (tipo 2, var. 1; tav. V,2) o svasato (tipo 2, var. 2; tav. V,3), o ancora dal piede a disco con anello di base cavo (tipo 3; tav. V,4), le cui morfologie rimandano a reperti molto diffusi in ambito italico24, l’area castrense del sito di Montecorvino ha restituito un altro frammento di bottiglia (tipo 4; tav. V,5), associato a ceramiche di XV secolo, decorato con nervature ritorti forse realizzate con la tecnica della soffiatura in matrice, riconducibile a quella tradizione tecnologica preindustriale (documentata anche dai bicchieri di cui si è detto), nell’ambito della quale è possibile individuare confronti in area ligure e romagnola25. Tra le suppellettili da mensa è presente un vasetto (tavv. VI e VI bis), di piccole dimensioni, proveniente da un ambiente residenziale in uso tra XIII e XIV secolo, antistante la chiesa di S. Lorenzo, realizzato in vetro rosso opaco con striature marroni-nerastre. La miscela adoperata è connotata da un’assoluta opacità, dall’assenza di bollicine d’aria e dalla presenza di striature, ottenute evidentemente aggiungendo alla massa vitrea strisce di vetro opaco scuro26, che conferiscono all’oggetto un aspetto quasi marmorizzato; il procedimento di realizzazione del pezzo è probabilmente quello della soffiatura a canna libera, dal momento che non si osservano sulle superfici tracce ascrivibili ad una possibile matrice. L’assenza poi sul fondo del recipiente di segni riconducibili al distacco del pontello lascia presupporre un accurato lavoro di finitura del manufatto con l’eliminazione delle imperfezioni e delle tracce dovute al processo di lavorazione27. Nella Puglia settentrionale, come si illustrerà tra breve, si registra un’interessante concentrazione di attestazioni di vetro rosso opaco; va in ogni caso rilevato che il vasetto di S. Lorenzo costituisce l’unico esemplare di cui possa essere ricostruita la forma, forma che peraltro non mostra confronti immediati nel panorama delle produzioni vitree note nel territorio. Le lampade sono attestate da 10 esemplari. I tipi più comuni, prodotti sin da età tardoantica, sono caratterizzati dalla presenza di uno stelo realizzato in vetro sia cavo (tipi 1 e 2; tav. VII,1-2), sia pieno (tipo 3; tav. VII,3-4). I recipienti a stelo cavo, di ascendenza altomedievale, provengono dalle aree abitative di S. Lorenzo; il primo tipo mostra confronti con un pezzo di Fiorentino28 e con reperti siciliani di X-XII secolo29, mentre il secondo tipo appare assimilabile a manufatti noti in contesti di ambito orientale ed egiziano; i frammenti di lucerna a stelo pieno (tipo 3), provenienti dagli ambienti abitativi del castrum di Montecorvino, paiono richiamare raffronti con produzioni della vetreria veneziana di XI-XII secolo30. Peculiare è la lampada di tipo 4 (tav. VII,5), derivata da prototipi islamici, attestata da 5 ansette dalla forma ad occhiello innestate su fascette applicate al corpo della lucerna; solo uno di questi esemplari proviene da S. Lorenzo, mentre gli altri sono stati rinvenuti nell’area della cattedrale

Bottiglie simili al tipo 1 sono state rinvenute nel Salento, a Quattromacine (Bertelli 1999: 144, n. 10), a Reggio Calabria (Andronico 2003: tav. XXIX, n. 214), Lagopesole (Fiorillo 2005: 138-173, n. inv. 986, tav. XXIX, 3), Genova (Andrews 1977: 169, tav. XXXI, n. 8); manufatti analoghi al tipo 2 provengono dalla Cattedrale di Bari (Bertelli 1994: 125, tav. III, nn. 4-7) e dal castello di Lagopesole (Fiorillo 2005: 173, tav. XXVIII, figg. 2 e 4); esemplari simili al tipo 3 si registrano nella Cattedrale di Bari (Bertelli 1994: 129, tav. IV, nn. 1-3) e a Poggibonsi (Mendera 2003: 306, tav. XXXIX, nn. 1-3). 25 Cfr. per i rimandi liguri, Andrews 1977: 169, tab. XXXI, n. 8 e Stiaffini, Ventura, Nepoti 2001: 413, fig. 185, n. 1452; per l’ambito romagnolo, Guarnieri 2005: 123, fig. 23. 26 Il procedimento appare analogo a quello realizzato per ottenere i vetri a decorazione piumata (cfr. Sternini 1995: 123-124). 27 Sembra meno probabile che l’assenza della traccia del pontello possa essere riconducibile al mancato uso di questo strumento, il cui utilizzo doveva essere ormai definitivamente acquisito nei cicli produttivi medievali; sull’affermazione e la diffusione pressoché generalizzata di questo utensile sin da età romana cfr. Stern 2004: 47-48. 28 Bertelli 1987: tav. XLVIII, n. 11. 29 Tisseyre 1998: 135. Pl. 1c. 30 Gasparetto 1979: 85, fig. 16. 24

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di Montecorvino, attestando un uso di questi manufatti tanto in ambito domestico, quanto in contesti liturgici come lampada da sospensione. Tali reperti, datati in base all’associazione con le ceramiche tra XIII e XIV secolo, trovano stringenti confronti con esemplari rinvenuti a Siponto31 e a Quattromacine nel Salento32, ma anche in Calabria33 e in diversi siti dell’Italia centro-settentrionale, richiamando puntualmente esemplari provenienti da ambiti orientali, in particolare siriani, conservati in collezioni private di Damasco e di altre località, inquadrabili tra VIII e XIV secolo34. La maggior parte dei frammenti rinvenuti non consente di ricostruire la forma di pertinenza; il gruppo più abbondante è rappresentato dalle pareti (352 fr.), seguito dagli orli (41 reperti da Montecorvino, 23 da S. Lorenzo) di quattro tipi (arrotondati, ingrossati, ribattuti, appuntiti; Tav. VIII, fig. 1); meno numerosi sono i fondi (17 fr. da Montecorvino, 35 da S. Lorenzo), alquanto vari negli elementi morfologici (piani, conoidi o leggermente umbonati, dotati di anello di base sia in vetro pieno che cavo; Tav. VIII,2), mentre 3 sono le anse (a bastoncello e a nastro; tav. VIII,3), tutte ritrovate a S. Lorenzo. Dal medesimo sito provengono tre fondi umbonati, inquadrabili su base stratigrafica tra XIII e XIV secolo, ornati da un filamento avvolto a spirale sull’esterno della parete, che si diparte dal centro del fondo: in uno dei tre casi tale filamento appare ottenuto con pasta vitrea rossa opaca (tav. VIII,4; tav. X,4), in un altro con pittura bruna, nel terzo è visibile soltanto la traccia in negativo della decorazione stessa. In tutti e tre i pezzi si nota, sul fondo della coppa, un residuo di massa vetrosa sovrapposto ai filamenti decorativi, evidentemente determinato dal distacco del pontello usato per collocare i manufatti in forno, in modo da consentire l’adesione alle pareti dei decori applicati. Un cenno meritano infine gli 8 elementi, interpretabili ipoteticamente come scorie del ciclo di produzione del vetro, rinvenuti all’interno del riempimento di una fossa granaria nel suburbio di S. Lorenzo, in associazione con ceramiche di XIII-XIV secolo; se l’ipotesi fosse supportata da indagini archeometriche specifiche, in programma a breve, potrebbero aprirsi nuovi scenari sulla storia del vetro in Capitanata. A. I. In sintesi dunque i reperti presentati, inscrivibili in base alle stratigrafie in un orizzonte cronologico di XIII-XIV sec. per S. Lorenzo e Pantano, orizzonte che si prolunga fino al XV secolo per Montecorvino, paiono confermare in certa misura alcune tendenze già registrate dagli studi pregressi, come la netta preponderanza delle forme chiuse rispetto a quelle aperte, la riduzione del repertorio morfologico a manufatti da mensa (bottiglie e contenitori potori), oltre che a recipienti per l’illuminazione e di corredo liturgico, la comparsa a partire dal XIV secolo di produzioni di tipo seriale. Il materiale analizzato ci pare però, d’altro canto offrire qualche nuovo spunto di riflessione meritevole di approfondimento. Una piccola considerazione si vorrebbe rivolgere al dato, ampiamente registrato nei contesti medievali, della sensibile diminuzione dei calici rispetto alle stratigrafie dell’Altomedioevo35. Se da un lato le evidenze pugliesi esaminate confermano questa tendenza, tuttavia ci sembra di poter affermare che questo tipo di contenitore, sia pur divenuto decisamente meno comune nel Medioevo, non possa qualificarsi come un oggetto del tutto raro o limitato esclusivamente ad esemplari di lusso; nei contesti presi in esame i calici sono documentati infatti anche da reperti molto semplici, in linea con le produzioni tardo antiche; la presenza di manufatti più ricercati emerge nettamente in ogni caso, come dimostrano in particolare i pezzi del complesso episcopale di Montecorvino, da riferire a suppellettili liturgiche. Laganara Fabiano, Rossitti 2004: 140, fig. 2g. Arthur 1966: 195- 233. 33 Cfr. Coscarella 2003: 155, tav. III, fig. 9; Agostino, Corrado 2005: 58, fig. 20. 34 Pinder Wilson 1968: 111 e 118. 35 Stiaffini 1991: 211-212. 31 32

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Vero e proprio fossile guida delle stratigrafie del Medioevo centrale si conferma nel territorio della Puglia settentrionale il bicchiere ornato da bugne, manufatto diffuso su un areale geografico ampio, con presenze numericamente significative soprattutto in Italia meridionale e in Sicilia36. I reperti presentati in questa sede si aggiungono alla già nutrita serie di testimonianze di questo tipo di contenitore provenienti dalla Capitanata37, contribuendo ad arricchire il panorama dei ritrovamenti pugliesi, segnalati nei principali porti della regione (Siponto, Bari, Brindisi, Otranto), con una sensibile concentrazione nelle aree interne del territorio della Puglia settentrionale (tav. IX,1). Non si vogliono riaprire i termini del lungo dibattito che ha appassionato in passato gli studiosi, circa l’individuazione del luogo di produzione di questi caratteristici bicchieri (si è proposto, come è noto, Corinto, l’Italia meridionale, Venezia, l’Oriente o ancora una pluralità di luoghi, tenendo conto dell’ampio bacino della loro diffusione)38. Un dato, a nostro avviso, non secondario emerge però osservando la distribuzione di questi manufatti all’interno della topografia dei siti indagati: sia a S. Lorenzo che a Montecorvino essi sembrano documentati indistintamente nelle aree signorili, quanto nelle zone residenziali degli abitati; a masseria Pantano esempi provengono da uno degli alloggi di servizio circostanti la masseria regia; i bicchieri con bugne cioè (eccezion fatta forse per l’unico esemplare in cui le bugne appaiono distribuite all’interno di linee guida dipinte) sembrerebbero qualificarsi come oggetti non particolarmente esclusivi, destinati cioè ai ranghi più elevati della gerarchia sociale, ma probabilmente appannaggio di fasce di popolazione di livello medio o medio-alto, connotate da una discreta capacità di acquisto. Alla luce di queste considerazioni, sebbene ancor oggi non siano state acquisite prove certe dell’esistenza di ateliers del vetro in questo comprensorio (pur suggerita da indicatori di produzione ipoteticamente riferibili a manifatture vetrarie a Fiorentino e forse a S. Lorenzo)39, ci si chiede se non si debba riprendere in considerazione l’idea che la Puglia settentrionale possa aver ospitato almeno uno di questi centri di fabbricazione; la presenza dei vetri a bugne nelle città portuali potrebbe ipoteticamente indicare che la commercializzazione di queste produzioni potesse avvenire per via marittima su rotte adriatiche e transadriatiche; in alternativa si dovrà ipotizzare l’esistenza nel distretto della Puglia settentrionale di centri di afflusso e forse di mercato di manufatti prodotti altrove, probabilmente in Oriente o in area veneziana, tenendo conto dei fitti scambi documentati tra la Capitanata e queste realtà geografiche40. A stringere peraltro i legami tra la Puglia e le manifatture greche, o in generale orientali, concorre il gruppo di reperti contraddistinti dalla particolare miscela in vetro rosso. In Puglia, oltre al vasetto di S. Lorenzo, altri rinvenimenti, sia pur molto frammentari, sono segnalati a Montecorvino, a Siponto, nell’abbazia di Montesacro alle pendici del Gargano, da ricognizioni di superficie nel sito garganico di Castelpagano, nel Tavoliere a Motta della Regina e a Salpi sulla costa41 (tav. IX,2); una menzione di questo stesso tipo di vetro proviene anche da S. Vincenzo al Volturno e da Finalborgo in Liguria42. Come è

In verità recenti rinvenimenti toscani hanno confermato la possibilità, già ventilata in base alle evidenze materiali di Torcello e Castelseprio, che l’origine di queste produzioni risalga all’Altomedioevo (cfr. da ultima sul tema Mendera 1996: 297-298); al momento però nel territorio apulo mancano testimonianze del tipo in contesti dell’Altomedioevo. 37 Si veda supra l’elenco dei siti. 38 Cfr. per una sintesi delle diverse ipotesi Stiaffini 1991: 202-208. 39 Cfr. per Fiorentino Busto, Melilli 1995: 195; per S. Lorenzo cfr. supra. 40 Importazioni di vetro dalla Siria e dall’Egitto sono attestate a Bari nei primi decenni del XIII sec. (CDB, VI: 42); per questi apporti e in generale sugli intensi scambi di prodotti agricoli, materie prime e manufatti fra le coste pugliesi e l’ambito adriatico e orientale nel Medioevo centrale cfr. Martin 1993: 434-443. Cfr. anche le considerazioni di P. Favia a proposito del pieno inserimento della Capitanata e della Puglia nei flussi commerciali mediterranei, denunciato dalle suppellettili fittili (Favia 2012 con bibl. precedente). 41 Cfr. rispettivamente: Rossitti 2011: 144, Zambetta 2011: cat. scheda 10, Genga et alii 2011: 160, Genga et alii 2010 (Siponto); Haas 1995 (Montesacro); Harden 1966: 72-78, nn. 2-3, 10, 14b, 16, 181-b, 22 (Castel Pagano, Motta della Regina e Salpi). 42 Per i frr. molisani cfr. Stevenson 2001: 261. Si ringrazia S. Lerma per la segnalazione della lampada ligure di fine XIII-XIV sec., edita in Riflessi del passato: 11. 36

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noto, negli impianti produttivi collocati nell’agorà di Corinto sono stati rinvenuti 95 fr. di vetro opaco, molti dei quali di colore rosso con caratteristiche della miscela vitrea simili a quelle denunciate dal campione apulo; nella stessa Corinto sono stati inoltre recuperati resti di crogioli con tracce di vetro rosso opaco, evidentemente lavorato in loco43. Sarebbe forte dunque, non neghiamo, la tentazione di suggerire una provenienza di questi particolari manufatti, opera di ateliers di elevata specializzazione44, dalle officine corinzie. Tuttavia si è indotti ad una certa prudenza, in attesa di specifiche indagini archeometriche, tenendo conto che analisi effettuate sui sectilia tardo antichi (tra cui erano elementi in vetro rosso opaco) messi in opera nella villa di Faragola, presso Ascoli Satriano, che pure mostravano analogie di carattere iconografico e tecnico con i famosi pannelli in sectile rinvenuti al porto di Corinto, verosimilmente di produzione egiziana, hanno denunciato per i pannelli apuli affinità di tipo composizionale più stringenti con manufatti dell’area del Belus piuttosto che con quelli fabbricati in Egitto, confermando in ogni caso la difficoltà ad attribuire l’opera ad una bottega precisa tra quelle attive nel Mediterraneo45. Al momento dunque ci si limita a segnalare la peculiarità di queste attestazioni pugliesi che paiono aggiungersi ai manufatti in vetro dorato e smaltato ritrovati da D. Whitehouse a Lucera46 (e forse ai fondi dipinti venuti alla luce a S. Lorenzo) nel documentare apporti da Oriente bizantino e islamico di vetri pregiati. In sintesi dunque i materiali presentati offrono nuovi spunti di riflessione e suggeriscono ulteriori percorsi di ricerca sul panorama dei manufatti vitrei utilizzati nella Puglia settentrionale basso medievale, consentendo di rilevare: - una certa articolazione dei prodotti, negli aspetti tecnici, morfologici, decorativi, nell’intero quadro geografico della Capitanata, con la possibilità di individuare specificità tipologiche, anche dal punto di vista quantitativo, nei bicchieri decorati a bugne e nei vetri di colore rosso opaco; - un pieno inserimento di questo comprensorio territoriale nei prevalenti e più diffusi filoni produttivi, nelle sperimentazioni tecniche e nei flussi di scambio culturale del bacino del Mediterraneo, con la possibilità di evocare contatti e stimoli artigianali con l’Oriente bizantino e con il mondo islamico, favoriti dalla collocazione geografica, dalle vicende storiche, dai contesti economici e insediativi; - il consolidarsi dell’ipotesi dell’esistenza di uno o più centri produttivi dauni, anche con capacità di accenti specifici e peculiari; - la possibilità, sul piano delle figure dei committenti e consumatori di ipotizzare, al di là di una netta dicotomia fra prodotti di pregio e manifatture di uso comune, l’esistenza di fasce sociali di fruizione intermedia, che esprimono opzione per prodotti di medio livello, forse simboleggiati proprio dai bicchieri decorati a bugne. R. G.

Davidson 1940: 306; Davidson 1952: 83, cat. nn. 694, 699, 724, 730, 758, 802, 807. Si vedano sul vetro rosso opaco Freestone 1987 e Brill, Cahill 1988; sulle variazioni degli aspetti composizionali di questo vetro sul lungo periodo cfr. anche: Moretti, Hreglich 2007: 174-175. 45 Gliozzo et alii 2010: 409 con conclusioni generali anche sulle precedenti analisi più specificatamente condotte sulle lastrine in rosso opaco. 46 Whitehouse 1966. 43 44

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SCARTI-SCORIE ANSE ORLI NON ID. FONDI NON ID. PARETI NON ID. VETRATE VASETTI BOTTIGLIE LAMPADE BICCHIERI CALICI 0

50

100

150

200

250

300

350

400

BLU AZZURRO CHIARO ROSSO OPACO VERDE AZZURRO GIALLO VERDE VERDE CHIARO GIALLO CHIARO INCOLORE 0

30 4 50 4 45 1

20

40

60

7 6 3

80

100

120

2

40 35 30

MASSERIA PANTANO

25 20

MONTECORVINO

15

SAN LORENZO

10 5 0 CALICI

BICCHIERI

BICCHIERI CON BUGNE

LAMPADE

BOTTIGLIE

VASETTI

Tav. I. Fig. 1. Dati quantitativi - Fig. 2. Gamma dei colori vitrei Fig. 3. Distribuzione delle forme vitree.

202


Tav. II. Calici.

203


Tav. III. Bicchieri con bugne.

204


Tav. IV. Bicchieri.

205


Tav. V. Bottiglie.

206


Tav. VI Vasetti

Tav. VI bis Vasetti

Tav. VII. Lampade.

207


Tav. VIII. Forme non identificate.

208


Tav. IX Fig. 1. Distribuzione dei rinvenimenti di bicchieri ornati da bugne in Puglia Fig. 2. Ritrovamenti di frammenti in vetro rosso opaco in Puglia. 209


Tav. X: Fig. 1. Stelo di calice - Fig. 2. Stelo di calice Fig. 3. Bicchiere con bugne - Fig. 4. Fondo conoide.

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Castel Fiorentino (FG): un frammento dipinto Daniela Rossitti The finding at the Fiorentino Castle in northern Apulia, Italy of a fragment from an enamelled beaker belonging to the first group of aldrevandin-type glasses, can be interpreted according to two new perspectives. First it increases the knowledge of this type of production by showing that between 1250 and 1300 AD Apulia was in fact involved in the florid commercial route that bound the city of Venice to the rest of Europe; second it once more witnesses the richness of the social context of the site.

Un piccolo frammento di vetro smaltato spicca tra i rinvenimenti dell’insediamento castrale di Castel Fiorentino. La cittadina si colloca nella zona Ovest del Tavoliere delle Puglie, a ridosso dei rilievi del Subappennino dauno e al confine tra gli attuali territori di Lucera e Torremaggiore. L’insediamento sorge nei primi anni dell’XI secolo, ad opera del Catapano Basilio Boiohannes, come parte della linea difensiva creata dai Bizantini per arginare le mire espansionistiche dei Longobardi. Alle soglie del XIII secolo la città diventa possesso del demanio svevo. Federico II vi costruisce uno dei suoi palazzi residenziali: la domus che non fu mai visitata dal suo committente ma resta famosa per il topos storiografico della morte dell’imperatore. Dopo il 1254, nel passaggio al dominio angioino, è possibile che la città abbia attraversato un periodo di numerosi conflitti. Dal 1300 comincia il suo declino, che si accentua sempre più fino alla definitiva soppressione del vescovado nel 1410. Il reperto che è stato rinvenuto negli anni Ottanta nella zona urbana, nell’ambiente I Sud (US 1937) e sino ad oggi rimasto inedito, è costituito dalla parte superiore di una forma chiusa, quasi sicuramente un bicchiere cilindrico1 e si distingue per la ricercatezza del motivo decorativo e le caratteristiche tecnologiche che lo accomunano alla produzione dei bicchieri smaltati diffusa in Europa tra XIII e XIV secolo. Il frammento, in ottimo stato di conservazione, è realizzato in vetro perfettamente incolore, trasparente, lucido, con pochissime microbolle sparse e presenta nella parte superiore un’iscrizione incorniciata tra due fasce parallele orizzontali e nella parte inferiore un motivo decorativo probabilmente vegetale. L’iscrizione è in caratteri latini capitali gotici, realizzata con smalto bianco; delle tre lettere visibili è possibile riconoscere con certezza solo una G e ipotizzare la presenza di una R. La decorazione è realizzata applicando sulla superficie esterna smalti policromi con alcuni elementi dorati. Le fasce che racchiudono l’iscrizione sono gialle, bordate da una sottile linea rosso scuro, tendente al marrone; nella parte inferiore, invece, a destra è presente l’apice di un elemento vegetale in verde con la punta leggermente trasbordante dalla sottile cornice rossa, al di sotto un elemento ricurvo bianco con particolari e bordo dorati, forse un fiore (figg. 1 e 2). 1

L’ipotesi è stata fatta sulla base dei confronti individuati di cui si tratterà di seguito.

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Fig. 1. Castel Fiorentino, zona urbana.

Tra tutti i rinvenimenti vitrei del sito il reperto è associabile per le caratteristiche intrinseche e la decorazione solo ad un altro piccolo frammento smaltato e dorato con raffigurazione di volatile (fig. 3)2. Simili, infatti, sono le caratteristiche dell’impasto vetroso e del tratto rosso-bruno che incornicia la figura centrale, mentre i due reperti differiscono per la tecnica di realizzazione del soggetto principale: nel caso del frammento con volatile la figura risulta essere leggermente in rilievo. Nella regione frammenti con decorazione dipinta sono presenti solo a Lucera3, ad Otranto4 e a Lagopesole5. Gli esemplari rinvenuti a Lucera, di cui sono stati editi fin dagli anni Sessanta solo i reperti più integri6 e più recentemente presentati dalla sottoscritta a Venezia per le stesse giornate dell’AIHV7, si riferiscono a frammenti di bottiglie, bicchieri e lampade di vetro lucido, color ‘seppia pallido’ con decorazione dipinta con motivi geometrici o antropomorfi di cui si conservano, a volte, anche le iscrizioni a lettere cufiche. La presenze di tali caratteri epigrafici, lo stile della decorazione e il riconoscimento nello stesso contesto di vasellame da illuminazione islamico hanno indotto a riferire questi reperti ad una produzione di chiaro stampo orientale, importata8 o più probabilmente commissionata dalla corte alle botteghe della locale colonia saracena9. Nella zona portuale della cittadina di Otranto sono stati rinvenuti due frammenti di bottiglia di vetro blu con decorazione dipinta, datati in base al contesto al XV-XVI il primo e al XIII-XIV secolo il secondo. Si tratta di un frammento decorato con cerchi concentrici in bianco10 e di un collo con Busto, Melilli 1995: 501, n. 12.1.12. Il materiale recuperato nel fossato della cavalleria del castello svevo è stato datato sulla base del contesto tra la seconda metà del XIII e la prima del XIV secolo. 4 Frammenti rinvenuti nel castello e nella zona portuale della cittadina. 5 Materiale proveniente da un butto del castello e datato sulla base del contesto al periodo angioino. 6 David Whitehouse ha pubblicato solamente dieci dei cento frammenti rinvenuti (cfr. Whitehouse 1966); la restante parte dei rinvenimenti, personalmente esaminata ed in parte edita (Laganara, Rossitti 2010), è costituita da frammenti appartenenti a tutte le categorie funzionali tra cui spiccano diversi orli di lampade di tipo islamico (Stiaffini 1991: 198-199, tav. II.8), in cui sono ancora visibili le tracce dei motivi decorativi a caratteri cufici. 7 Rossitti 2012. 8 Whitehouse 1966: 177. 9 Rossitti 2012: 126-127. 10 Ciminale, Dell’Aquila 1998: 405-406, fig. 20. 2 3

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Fig. 2. Castel Fiorentino, zona urbana.

Fig. 3. Castel Fiorentino, Domus.

decorazione smaltata e dorata. In quest’ultimo la decorazione, costituita da due bande orizzontali contenenti un motivo a zig-zag giallo e puntini rossi, è stata genericamente riferita alla produzione bizantina di XII secolo11. Infine, dalla discarica angioina del castello di Lagopesole proviene un bicchiere troncoconico che reca nella parte centrale un’iscrizione in caratteri cufici in smalto rosso, rifinito in oro, attribuito alla produzione di un centro vicino quale Lucera o Napoli12, ed una bottiglia in vetro scuro, tendente al blu, dipinta con un punto centrale contornato da puntini disposti a raggiera in smalto rosso, motivo per cui è stato proposto il richiamo al lessico ornamentale comune nella ceramica pugliese13. Il più ampio e aggiornato panorama storiografico sul vetro aiuta a meglio inquadrare il frammento in esame, individuandone le eventuali matrici culturali. A partire dagli anni Settanta del secolo scorso, nonostante i primi esempi fossero conosciuti fin dalla prima metà del 180014, sono stati chiaramente identificati alcuni vetri smaltati di ‘tipo occidentale’, noti anche come ‘bicchieri del gruppo Aldrevandino’15, dal nome del magister Aldrevandinus artefice del più famoso esemplare appartenente a questo gruppo, oggi conservato al British Museum di Londra. Questi oggetti, il cui centro di produzione è stato localizzato sulla base delle fonti documentarie a Venezia tra il XIII e il XIV secolo, risultano essere prodotti di qualità ma non rari, diffusi tra i nobili, le persone facoltose e il clero16. Dagli studiosi Rosa Barovier Mentasti e Stefano Carboni, autori del recente contributo sulla produzione veneziana di vetro smaltato, presentato nel catalogo della mostra Venezia e l’Islam, sono stati riconosciuti due gruppi17. Il primo, simile ai prototipi islamici e meno diffuso, è caratterizzato da bicchieri cilindrici dal profilo slanciato con smalto applicato solo sulla parete esterna e l’uso della pittura d’oro. Il secondo comCfr Giannotta 1992: 223, 230, n. 78-79. Cfr Fiorillo 2005: 68-69, 130, tav. XXX, 1, a cui si rimanda anche per la bibliografia precedente. 13 Cfr Fiorillo 2001. 358; Eadem 2005: 68. 14 I primi esemplari di vasellame smaltato, conservati in quanto oggetto di interesse dei collezionisti della prima metà del XIX secolo, sono: il ‘bicchiere Aldrevandino’, realizzato per alcune famiglie tedesche tra il 1320 e il 1330, come attestano i tre stemmi dipinti sul corpo del vaso, iscritti anche nel registro degli stemmi di Zurigo, da parte di un magister che lavorava a Venezia, come documenta una sentenza podarile del 1331 (cfr Zecchin 1987: 17; Krueger 2002: 111-113); il ‘bicchiere Hope’, della collezione di Adrian Hope acquistato dal British Museum nel 1894, in seguito riconosciuto falso (cfr Tait 1968: 152); la coppa conservata a Basilea (cfr Baumgartner, Krueger 1988: cat. n. 118, a cui si rimanda per la bibliografia precedente); il bicchiere conservato a Francoforte (cfr Baumgartner, Krueger 1988: cat. n. 91) e quello conservato a Stoccarda (cfr Baumgartner, Krueger 1988: cat. n. 108). 15 Identificazione diffusa soprattutto nella letteratura anglosassone. Cfr. Krueger 2002: 111-114. 16 Krueger 2002: 116-117. 17 Barovier, Mentasti, Carboni 2007: 277-279. 11 12

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prende bicchieri dal profilo più tozzo con smalti applicati su entrambe le superfici in cui è più raro l’uso dell’oro. A questa produzione appartengono anche coppe e bottiglie dal corpo espanso, in vetro incolore, blu o rosso, con la peculiare decorazione smaltata in stile ‘occidentale’ spesso accompagnata da un’iscrizione latina in caratteri gotici. Lo schema decorativo consta di un motivo superiore, che funge da cornice tra fasci di linee orizzontali, ed uno centrale, in cui è rappresentato il soggetto principale. La decorazione della parte superiore può essere caratterizzata da semplici motivi geometrici ma più frequentemente da un’iscrizione, con un formulario estremamente vario18. Le immagini sul corpo del vaso sono ancor più diversificate e possono rappresentare motivi geometrici o araldici, come nel caso del famoso esempio del British Museum19, o più complessi come quelli zoomorfi, in cui è ricorrente la rappresentazione del pavone o del pellicano che nutre i piccoli con il sangue del proprio petto20, o ancora antropomorfi in cui sono identificabili sia sacre rappresentazioni21 che scene di amore cortese22. Frammenti appartenenti a questo gruppo sono stati rinvenuti in Italia (Finale Emilia e Cividale del Friuli)23, in tutta l’Europa (Finlandia, Svezia, Estonia, Repubblica Ceca, Slovenia, Austria, Inghilterra, Francia, Bosnia)24 ed anche nel bacino orientale del Mediterraneo (Acri)25. La grande diffusione di questa produzione italiana è attribuita agli accordi commerciali del centro lagunare sanciti dalla Lega Anseatica e ad i legami con i Cavalieri Teutonici che dopo la distruzione di Acri nel 1291 avevano stabilito il loro quartier generale in Laguna prima di stabilirsi definitivamente nelle terre germaniche26. Il frammento inedito di Castel Fiorentino tra tutti i rinvenimenti di vetri dipinti europei editi spicca per la sua somiglianza stringente proprio con il più famoso esemplare di questo gruppo. Identici sono l’impasto vitreo, la cornice dell’iscrizione e lo schema compositivo, mentre ad un’osservazione più attenta alcune differenze sono rilevabili nell’iconografia e nello stile. Si rinvengono, infatti, difformità nel tratto delle lettere, palesemente tracciate da mani differenti, e nel motivo principale della decorazione un fiore e non uno stemma, mentre risultano simili gli elementi accessori. Anche il formulario dell’iscrizione si discosta: le lettere G(R) individuate sull’esemplare pugliese non rientrano nella frase del bicchiere integro. Ad un’analisi ancora più approfondita delle caratteristiche stilistiche e tecnologiche sembra che nel frammento di Castel Fiorentino i tratti della decorazione siano realizzati con un tocco più preciso, almeno per gli elementi confrontabili. L’analisi comparativa, quindi, autorizza l’ipotesi che l’esemplare di Caste Fiorentino, nonostante le ridotte dimensioni, sulla base della decorazione presente solo sulla parete esterna e dei particolari in oro, possa appartenente al primo gruppo dei bicchieri aldrevandini, quello più antico e raro, caratterizzato dalla forma slanciata del corpo. Nulla, invece, si può aggiungere sull’altro frammento dipinto Nell’iscrizione può essere riportata l’indicazione del nome dell’artigiano, nella forma magister … me fecit, come nel caso del bicchiere di Londra, la formula di un brindisi, delle espressioni religiose o ancora altre di carattere cortese. Cfr Krueger 2002: 123-124. 19 Krueger 2002: 112. 20 Come nel caso dei frammenti di bicchieri rinvenuti a Mainds o a Greifswald (Germania). Cfr. Krueger 2002: 121, 123, 120, fig. 6. 21 Come nel caso del bicchiere di Lubecca (Germania) su cui sono rappresentati la Vergine e il Bambino in un’iconografia inusuale. Cfr. Krueger 2002: 122-123. 22 Come nel caso del bicchiere di Tartu (Estonia) in cui un uomo inginocchiato porge una ghirlanda di fiori ad una donna stante. Cfr. Krueger 2002: 126. 23 Per i rinvenimenti di Venezia si veda: Pause 1993: 235-241; Verità 1995: 88; per i rinvenimenti di Finale Emilia si veda: Currina 1988: 611; per i rinvenimenti di Cividale del Friuli si veda Testori 1992: 275. 24 Per la bibliografia si veda Krueger 2002: 117-118, 12 -122, 12 -126, 128. 25 Per la bibliografia si veda Krueger 2002: 118. 26 Barovier Mentasti, Carboni 2007. 18

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proveniente dallo stesso sito, né per la morfologia né per il motivo iconografico generalmente identificato con l’aquila federiciana. L’ipotesi, poi, di associare la diffusione di questa produzione ai Cavalieri Teutonici potrebbe essere ulteriormente avvalorata anche dal ritrovamento Dauno in quanto a poche decine di chilometri da Castel Fiorntino era l’edificio religioso di San Leonardo che insisteva nel territorio di Siponto, florido porto della Puglia meridionale, e il complesso monumentale di Torre Alemanna a Cerignola, edificati entrambi dai Cavalieri dell’ordine religioso-militare di Santa Maria dei Teutonici in Gerusalemme nella prima metà del XIII secolo, in seguito alle cospicua donazione di terreni da parte di Federico II all’ordine stesso. Così il ritrovamento di Castel Fiorentino acquista una duplice valenza: arricchisce il panorama di questa produzione inserendo anche la Puglia svevo-angioina nel florido circuito economico-commerciale che collegava Venezia all’Europa continentale e offre un ulteriore indice dell’elevato livello socio-economico del sito soprattutto se si considera che il contesto di rinvenimento non è la Domus federiciana ma una delle comuni abitazioni individuate nella zona urbana.

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Vasellame da illuminazione e da mensa dal sito di Siponto (Manfredonia, Foggia): ultimi dati Caterina Laganara*, Enrica Zambetta** This presentation analyzes the latest data on vitreous finds discovered in the abandoned port city of Siponto (Manfredonia). These data update quantitatively and qualitatively those already presented during the Conference held in Pisa in 2004. The privileged contextualization – the material mainly comes from residential buildings belonged to the late medieval – allows to dwell on the functional aspect in a reconstruction view of the current modalities.

La ricerca archeologica e il contesto urbano

La ricerca nel sito, Parco archeologico dagli anni ’90 (fig. 1), intrapresa a partire dal 2000 nell’ambito di un programma integrato tra l’Università degli Studi di Bari Aldo Moro e la Soprintendenza per i Beni archeologici della Puglia1 ha già prodotto alcuni interessanti risultati sui reperti vitrei per quanto attiene gli aspetti manifatturieri e cronologici, supportati dall’apporto archeometrico2. Il presente intervento si incentra sul materiale proveniente dagli edifici abitativi emersi nel comparto urbano indagato, con riferimento anche ai dati più recenti ricavati dalle ultime campagne di scavo (2008 e 2009) e considera solo qualche altro elemento recuperato in altri contesti funzionali, ancora in corso di studio. Della città sipontina, già colonia romana dedotta nel II secolo a. C., secondo la testimonianza liviana, che con alterne vicende vive fino alla seconda metà del XIII secolo, epoca del suo abbandono sancito da un rescritto manfrediano – il datum Orte –, gli scavi hanno portato in luce, vicino al tratto settentrionale della cinta muraria, un comparto periferico, caratterizzato da due ampi spazi di circolazione esterna intercomunicanti e da una serie di vicoli stretti e chiusi, che separano vari edifici (19) di diversa natura.

*Direttore scientifico della ricerca, Dipartimento di Studi Classici e Cristiani, Università degli Studi di Bari Aldo Moro. ** Specialista in Archeologia, Università degli Studi di Bari Aldo Moro, cui si deve nel presente contributo la classificazione dei reperti. Sui vari aspetti del progetto si rinvia al volume Siponto. Archeologia di una città abbandonata nel Medioevo, che presenta tra l’altro i risultati della omonima mostra permanente ospitata nel Museo Nazionale di Manfredonia (Laganara 2011). 2 In questa stessa sede, nelle X Giornate svoltesi a Pisa nel 2004 (Laganara Fabiano, Rossitti 2010), furono forniti, nell’ambito della ricognizione sistematica dei reperti vitrei nella Puglia settentrionale alcuni dati preliminari sul materiale recuperato nel corso delle prime cinque campagne di scavo effettuate dal 2000 al 2005 nella città portuale abbandonata di Siponto, dati riconsiderati da Daniela Rossitti in Laganara 2011. 1

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Fig. 1. Parco archeologico di Siponto.

Finora le tracce materiali hanno consentito per tre di essi (IX, X e XIV) di riconoscerne la funzione3: esempi di edilizia residenziale dell’ultima fase insediativa, inequivocabilmente identificati dalla presenza di focolari domestici costruiti in pietra. Pressocchè uniformi le planimetrie degli ambienti X e XIV, che racchiudono in un perimetro rettangolare una superficie di circa m2 44; l’ambiente X si diversifica per un piccolo corpo antistante, da riconoscere probabilmente, sulla base di confronti etnografici, come un vano per deposito, collegato tramite una scala ad un piano sovrastante4 (fig. 2). Si distingue invece, l’ambiente IX, contraddistinto da uno spazio più ristretto, preceduto da un cortile esterno, in cui è alloggiata una fossa per derrate alimentari, quindi riutilizzata come butto nel corso della vita dell’edificio. Abbastanza omogenee le caratteristiche costruttive: elevati, costituiti da due paramenti affiancati in opus incertum, realizzati in materiale lapideo locale o di reimpiego, messi in opera con o senza malta; coperture in coppi – ad uno spiovente lì dove accertato5 –; battuti in sabbia di calcarenite compattata e infine soglie con gradino, perchè sottoposte rispetto al piano di circolazione esterno. Questi edifici vivono sicuramente fino all’abbandono della città, lento e graduale piuttosto che improvviso e traumatico; lo attestano i rinvenimenti numismatici trovati in fase sui battuti, riferibili a nominali di età sveva fino agli ultimi denari emessi da Manfredi. Tutto il corredo domestico in ceramica, vetro e metallo e i dati archeozoologici, denunciano un buon livello socioeconomico, che ben si adatta all’importante ruolo portuale sull’Adriatico svolto senza soluzione di continuità dalla Siponto romana alla Siponto medievale, garantito dai collegamenti stradali tra entroterra e costa, di cui fondamentale il diverticolo della Traiana6.

I reperti vitrei

Su un totale complessivo di 1685 frammenti, la percentuale dei reperti vitrei recuperata negli edifici abitativi risulta, per la natura chiusa ed affidabile di questi contesti, la più elevata e significativa (fig. 3). Prevalgono i frammenti in vetro soffiato rispetto a quelli in pasta vitrea (fig. 4). 3 4 5 6

Laganara, Petronella, Zambetta 2011. Laganara et alii 2009: 148. Laganara, Busto, Palombella 2009: 213. Corsi 2011: 22.

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Fig. 2. Planimetria generale.

La pasta vitrea

Questa categoria è documentata da una tessera musiva in rosso opaco7, forse residuale; da due elementi relativi ad oggetti ornamentali; da frammenti di vasellame da illuminazione – anse di lampade – e da elementi decorativi di vasellame da mensa. Dal crollo dell’ambiente X, oltre che dalla pulizia dell’USM 606 effettuata nell’ultima campagna di scavo, provengono due frammenti di braccialetti: il primo di circa 8 cm di Ø è realizzato in pasta vitrea blu, decorato da dipinture a bande alternativamente azzurre e bianche (fig. 5); il secondo, di 6 cm di Ø, più semplice con verga a sezione ellissoidale (fig. 6)8. Si identificano con il tipo Stiaffini T2, caratterizzato da una verga liscia dal profilo circolare, ritrovato nel contesto di Santa Gilla a Cagliari e lì datato tra XI e XIII secolo9. La derivazione da modelli classici ha indotto a sostenere anche una cronologia più ampia – dall’Altomedioevo sino a tutta l’Età Preindustriale10 –. Gli esempi sipontini accrescono l’esigua documentazione finora nota nel Basso Medioevo. Cfr infra. In questo caso il colore del bulk non è osservabile per via delle patine di degrado brune. 9 Stiaffini 1991: 218. 10 Stiaffini 2004: 20. 7 8

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Fig. 3. Rapporti quantitativi dei frammenti vitrei per contesti.

Fig. 4. Rapporto quantitativo tra vetro soffiato e pasta vitrea nei contesti.

Il vetro soffiato: forme, tipi, decorazioni 11

La categoria funzionale più rappresentata è quella del vasellame da mensa rispetto al vetro da illuminazione e da spezieria (fig. 7). La forma più diffusa nel vasellame da mensa è il bicchiere (fig. 8; 9), così come in ceramica prevalgono le ciotole e le scodelle, elementi tutti che anche dal riscontro iconografico12 attestano nel Basso Medioevo l’affermazione del consumo individuale del cibo. Abbondanti i frammenti di bordi (Ø 8-11 cm) e fondi (Ø 4-6 cm) relativi a bicchieri troncoconici o cilindrici, dei tipi H2, datato tra XI e XIII secolo13 - il prevalente - e H3, datato al XIV secolo14. La cronologia dei nostri contesti ne conferma quindi la diffusa cirIl confronto cronotipologico rinvia al fondamentale lavoro di Daniela Stiaffini (Stiaffini 1991); non si riportano i numerosi rinvii bibliografici nei casi di forme e tipi persistenti nel Basso Medioevo e diffusi in ampi ambiti territoriali, per i quali si rimanda agli aggiornati contributi di Caprara 2009; laganara Fabiano, Rossitti 2010. 12 Ciappi 1991. Sogliani 2007. 13 Stiaffini 1991: 200. 14 Stiaffini 1991: 229. 11

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Fig. 5. Braccialetto in pasta vitrea blu.

Fig. 6. Braccialetto in pasta vitrea.

colazione nella prima metà del XIII secolo. Al tipo H2 si riferiscono frammenti di bordi indistinti (tav. I, 1, 2) o leggermente arrotondati, ingrossati e lievemente inflessi (tav. I, 3) o estroflessi (tav. I, 4); pareti in elevato stato di frammentarietà che documentano soprattutto un profilo troncoconico (sottotipo Stiaffini H2a,1) rispetto a quello cilindrico (sottotipi Stiaffini H2a,2; Stiaffini H2c,2). I fondi sono apodi con umboni più o meno pronunciati (sottotipi Stiaffini H2a,a; H3a,2; tav. I, 5); con piede ad anello sottile, applicato o pinzato (tav. I, 6), oppure ribattuto verso l’esterno a sezione ellissoidale (sottotipo Stiaffini H2a,a); un’altra tipologia è quella del piede dentellato (sottotipo Stiaffini H2c,1; tav. I, 7 (fig. 10). Le decorazioni sono applicate – filamenti al di sotto del bordo, dello stesso colore del corpo vitreo (sottotipi Stiaffini H2b – tav. I, 8 –; H3c,2 – con due filamenti –) o in blu (sottotipo Stiaffini H3b); pinzate – bugne sulle pareti (sottotipo Stiaffini H2c) e dentelli sui piedi –. Rare le decorazioni a stampo, presenti in alcuni frammenti – costolature15 (tav. I, 9; fig. 11) e losanghe (sottotipo Stiaffini H3b) (fig. 12) –, così come quelle dipinte. In queste ultime i motivi sono difficili da riconoscere per via delle patine causate dal degrado; in un unico frammento si individua una fascia che separa due registri: quello superiore decorato forse da elementi fitomorfi, quello inferiore da una stella a sei punte (tav. II, 1)16. Da tutti gli ambienti, ma in particolare dal X, provengono frammenti di calice, che contribuiscono ad attestare l’uso di questa forma anche nel XIII secolo, quando appare più rara e con caratteristiche manifatturiere differenti da quelle tardoantiche e altomedievali17, queste ultime contraddistinte da piccoli piedi a disco (Ø 4-5 cm) e corti steli. I nostri esempi presentano, infatti, steli in vetro pieno più lunghi (tipo Stiaffini I2, datato tra XI e XIII secolo18), lisci (tav. II, 2) o tortili (tav. II, 3), a volte decorati con nodi o con un rigonfiamento in vetro pieno (tav. II, 4; fig. 13)19, eseguiti a stampo, separatamente rispetto alla soffiatura a mano libera del corpo e piedi troncoconici (tipo Stiaffini I3, datato al XIV secolo20). E’ interessante richiamare la riflessione di Daniela Stiaffini sulla manifattura di questi oggetti in atelier specializzati da cui venivano immessi sul mercato a prezzi elevati. La vicinanza topografica rende altresì significativo per i reperti sipontini il riferimento della studiosa agli steli di calici, associati ad altro materiale vitreo pregevole e raro (brocche, coppe costolate, bicchieri smaltati), recuperati nel pozzo I del castello di Lucera, dove è lecito supporre la qualificata influenza di maestranze islamiche attestate dalle fonti21 per soddisfare la richiesta di una elevata committenza. Il richiamo è ad esemplari di Lapopesole di XIII- XIV secolo: Fiorillo 2001: 358, tav. 2bis g. Il richiamo è ad esemplari lucerini rinvenuti nel pozzo I del castello: Whitehouse 1966: 176, fig. 30.4. 17 Saguì 2010: 62. 18 Stiaffini 1991: 211. 19 Il confronto è con un frammento proveniente da Finale Emilia, datato al XIV secolo: Stiaffini 1991: 233, fig. 8, tav. V. 20 Stiaffini 1991: 235. 21 Stiaffini 1991: 211. 15 16

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Fig. 7. Le categorie funzionali.

Fig. 8. Bicchieri, ipotesi ricostruttiva.

Fig. 9. Varianti cronotipologiche dei bicchieri.

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Fig. 10. Bicchiere, piede dentellato.

Fig. 11. Bicchiere costolato.

Fig. 13. Calice, stelo.

Fig. 12. Decorazione a stampo, losanghe.

Fig. 14. Coppa costolata.

In questo analogo milieu si pone la presenza delle coppe, caratterizzate da diversi connotati morfotipologici: orli indistinti (tav. II, 5)22, leggermente arrotondati (tav. II, 6) o estroflessi (tav. II, 7), su base apoda o su piede (tav. II, 8), per lo più a corpo emisferico del tipo Stiaffini L3, datato al XIV secolo23; orli leggermente arrotondati o indistinti, su piede (Ø 5,5 cm) tipo Stiaffini M3, riferite allo stesso arco cronologico24. Queste ultime presentano una decorazione costolata (tav. II, 9; fig. 14), ma a Siponto è adottata anche quella geometrica tra due fasce, sempre a stampo (tav. II, 10). Il contesto stratigrafico in esame, come già evidenziato in quello di Savona25, autorizza ad anticipare la cronologia della tecnica a stampo, riscontrata sui bicchieri e sulle coppe, attribuita finora in letteratura a partire dal XIV secolo26. Meno frequenti, accanto ai più numerosi esemplari in ceramica – brocche e boccali –, gli oggetti per la mescita sulla tavola. Sono attestati alcuni frammenti di bottiglie globulari (fig. 15; 16; sottotipi Stiaffini O2a; O3a) con stretti colli cilindrici, bordi ingrossati leggermente estroflessi (sottotipo Stiaffini O2a1; Ø 4-5 cm (tav. III, 1; fig. 17) o ad anello (tav. III, 2), fondi apodi (sottotipo Stiaffini O2a,a; Ø 4,5 cm (tav. III, 3) o su piede ad anello (tav. III, 4; sottotipo Stiaffini O2a,β; Ø 8-12 cm), che si riferiscono alle cronotipologie Stiaffini O227, O328, coeve a quelle dei bicchieri29. Il diametro è difficilmente ricostruibile in base alle dimensioni dei frammenti. In un caso esso è di 9 cm. Stiaffini 1991: 235. 24 Stiaffini 1991: 236. 25 Ventura 2001: 412, n. 1438 fig. 184. 26 Stiaffini 1991: 232. 27 Stiaffini 1991: 214. 28 Stiaffini 1991: 237. 29 Si veda supra. 22 23

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Fig. 15. Bottiglie, ipotesi ricostruttiva.

Fig. 16. Varianti cronotipologiche delle bottiglie.

Le decorazioni in questo caso sono applicate: filamenti al di sotto del bordo, come nel sottotipo O3a,2, bottiglia globulare con collo cilindrico decorato da anello in pasta vitrea in rilievo avvolto intorno al collo dello stesso colore della bottiglia, o pinzate come nel caso del frammento con rigonfiamento al di sotto del bordo (tav. III, 5) e delle pareti decorate da sottile anello interno pinzato30 (del tipo Stiaffini O2a31 (tav. III, 6). Pochissimi i frammenti di microvasetti (fig. 18), del tipo Stiaffini R3, datato al XIV secolo32, per lo più riconoscibili tramite i piccoli bordi ad anello pronunciato (Ø 2 cm; tav. III, 7), dal corpo globulare o piriforme, utilizzati per contenere sali e spezie, senza escludere il contenuto di unguenti medicamentosi o di cosmetici. Le spezie erano, come noto, particolarmente usate nell’alimentazione medievale33, ingrediente principale delle salse che accompagnavano i cibi, secondo un’influenza islamica che permea i contesti di XIII secolo nell’Italia meridionale e in particolare nella Puglia settentrionale. Il corrispettivo in ceramica è la salsiera, ormai sempre meno rara nei contesti archeologici sia in quelli aulici

Si veda ricostruzione fig. 15. Si veda inoltre Stiaffini 1999: 103, fig. 91. 32 Stiaffini 1991: 244. 33 Fossati, Mannoni 1981: 317. 30 31

228


Fig. 17. Bottiglia, bordo.

Fig. 18. Microvasetto, ipotesi ricostruttiva.

Fig. 19. Lampada, ansa.

Fig. 20. Lastra da finestra.

che nell’edilizia residenziale, come ben attesta il sito di Castelfiorentino dove si rinvengono sia nella domus che negli edifici abitativi. L’ambiente IX inoltre restituisce 7 frammenti di beccucci cilindrici di ampolline (Ø 1 cm), del tipo Stiaffini Q3, datato al XIV secolo34, che la natura abitativa del contesto induce a legare all’uso sulla mensa, forse come oliere, piuttosto che a quello liturgico. Accanto all’illuminazione garantita dalle numerose lucerne in ceramica nella comune tipologia Delplace di origine bizantina e islamica35, è altresì attestato l’uso di lampade vitree. Sono presenti le tipologie note Stiaffini G2, G3, datate rispettivamente tra XI e XIII secolo e al XIV secolo36; Uboldi IV.337; ‘da moschea’ Coscarella n. 938, riconoscibili per lo più dalle appendici in vetro pieno a goccia (tav. III, 8), dalle anse in pasta vitrea applicate sul bordo o sulla parete globulare, in alcuni casi terminanti in una linguetta ornamentale (è il caso dell’ultimo tipo indicato, tav. III, 9; fig. 19). Si tratta Stiaffini 1991: 243. Delplace 1974: 83. 36 Stiaffini 1991: 195; 228. 37 Uboldi 1995: 122, fig. 5.33-34. Occorre però precisare che spesso gli orli e i fondi di queste forme, laddove si tratti di tipologie apode, come in questo caso e nel caso del tipo Isings 106 (Isings 1957: 126), sono difficilmente distinguibili dai bicchieri. 38 Coscarella 2003: 155. 34 35

229


di lampade per lo più da sospensione39 con orli indistinti, leggermente arrotondati o estroflessi, corpi troncoconici o globulari (tipo Coscarella n. 9) e fondi apodi (tipo Uboldi IV.3) o con appendice terminante in un globetto di vetro pieno o cavo a goccia (tipi Stiaffini G2b, G3). I pochi frammenti di lastre da finestra (spessore 0,2-0,6 cm; tav. III, 10; fig. 20), realizzate con il metodo del cilindro40, in totale 16, associati al rinvenimento di alcuni listelli fermavetro in piombo, lasciano ipotizzare l’apertura di qualche finestra nell’elevato di queste abitazioni. La rarità si giustifica con il fenomeno del riuso41, che a Siponto è ampiamente attestato anche per il materiale da costruzione: pietra e tegole.

Connotati tecnologici

Esame autoptico e indagini archeometriche, queste ultime ancora in corso e finora condotte su una campionatura preliminare per riconoscere sia la natura composizionale dei bulk – caratterizzazione chimico-fisica e morfo-mineralogica – e gli agenti cromofori, che i tipi di degrado – in relazione alle condizioni di giacitura (devetrificazione e formazione di patine superficiali) –, consentono di avanzare, insieme agli altri dati, qualche considerazione sulla realizzazione dei manufatti42. L’analisi statistica multivariata ha rilevato nei vetri sipontini elementi di omogeneità ed eterogeneità, determinati dalle materie prime impiegate. Tutti i frammenti vitrei analizzati sono risultati essere silico-sodico-calcici, con sabbia quarzifera, mentre si differenziano per l’uso del fondente a base di sodio, natron o Plant-ash. Un primo gruppo di frammenti si classifica come Low Magnesia Low Potash Glass, prevedendo l’uso come fondente del natron, minerale trovato nel deposito di Wadi El-Natrùn, fra il Cairo e Alessandria d’Egitto. Essi rientrano così nella categoria del Roman glass (IV sec. a.C.- IX sec. d.C.), che comprende i vetri prodotti in epoca romana, tipici delle città costiere della Siria, dell’Egitto, dell’Italia e delle Province Occidentali, caratterizzati dall’uso ricorrente di ossido di manganese come decolorante. Tale tipo di composizione può attestare o la pratica del riuso di rottami e/o oggetti finiti di vetro, molto diffusa nel Medioevo43, o indicare la presenza di frammenti residuali. Il secondo gruppo, invece, definito High Magnesia High Potash Glasses, deriva dalla fusione della sabbia quarzifera con una miscela di plant-ashes (ceneri vegetali sodiche, ottenute bruciando piante del deserto o originarie delle coste mediterranee come la salicornia44) secondo una ricetta attestata nel II millennio a.C. nel mondo islamico e a partire dal IX secolo d.C. nelle regioni occidentali. E’ significativo richiamare l’esplicita attestazione nelle fonti scritte della salicornia a Siponto. In sintesi, quindi, le indagini archeometriche sui frammenti sipontini indicano l’uso di sabbie e fondenti differenti45.

Le lampade venivano sospese al soffitto tramite catenelle e sistemi di vario tipo, singolarmente, oppure in gruppi inseriti in più elaborati supporti di metallo, i ‘polycandela’. Saguì 2010: 61. 40 Per il quale si veda Stiaffini 1999: 127. 41 Lo scarso numero di rinvenimenti di frammenti di lastre, non deve indurre a pensare ad un loro scarso utilizzo. Si trattava infatti di materiale edile ricercato nel Basso Medioevo e come tale spesso oggetto di spoliazione a seguito dell’abbandono. Fonti materiali provenienti da altri contesti coevi e fonti scritte, infatti, indicano che mentre nell’Europa settentrionale le finestre erano considerate un bene di lusso passibile di tasse apposite, in Italia e soprattutto al Sud, il vetro era molto utilizzato per sigillare le aperture, in quanto permetteva di illuminare in maniera naturale gli ambienti. Rossitti 2011: 145. 42 In tal modo vengono fornite importanti informazioni sulla tecnologia di produzione medievale (provenienza delle materie prime, tecniche fusorie e di lavorazione) e si cercano di individuare, ove possibile, i centri di produzione, grazie all’identificazione delle materie prime, dei composti impiegati per la colorazione e all’osservazione delle caratteristiche di superficie (brillantezza o l’opacità). I frammenti vitrei analizzati, risalenti al XII-XIII secolo (con frammenti di IV-VI secolo) sono: piedi e pareti di calici, bottiglie e lampade, alcuni incolori altri colorati blu, giallo, verde, rosa e rosso trasparenti e rosso opachi. Genga et alii 2008. Genga et alii a 2008. Genga et alii 2010. Genga et alii 2011. 43 Genga et alii 2008: 4. Genga et alii 2011: 157-158. 44 Sternini 1995: p. 35. 45 Genga et alii 2011: 157. 39

230


Tav. I

Le caratteristiche tecnologiche, colore e bulk, non sempre sono ben evidenziabili a causa dello stato di degrado46. Visibili in quasi tutti i casi croste superficiali (spessore 1,5 mm), patine e fenomeni di iridescenza. In particolare è stato possibile individuare due diversi tipi di degrado: fenomeni di gel-lamination e di pitting corrosion. Il primo riscontrabile soprattutto nei campioni a base plant-ashes e si caratterizza per la presenza di microfratture disposte ortogonalmente tra loro; il pitting corrosion, invece, è caratterizzato dalla formazione di piccoli pits e canali di dissoluzione, la cui presenza e profondità di penetrazione tendono ad aumentare nel tempo ed è visibile soprattutto nei campioni a base natron, dimostrando una maggiore resistenza di questi ultimi agli attacchi di agenti chimico-fisici e mettendo in evidenza la stretta correlazione tra il degrado del vetro e la sua composizione chimica. I frammenti presi in esame in questa sede rivelano la presenza consistente di vetro incolore47 trasparente soprattutto nelle forme del vasellame da mensa ed in particolare nei calici, ma sono così realizzati anche alcuni frammenti di lastre da finestra. Altri tipi di colorazioni sono il giallo (bicchieri, bottiglie, coppe, microvasetti, lampade) e il verde (bicchieri, bottiglie, microvasetti, lampade, lastre). Scarsamente presenti i frammenti marroni (bicchieri, bottiglie, microvasetti), rosa (bottiglie, coppe) e quelli in rosso opaco48 (bicchieri) e il blu49 (ampolline, bottiglie, coppe, lampade), colori più ricercati, senz’altro indice di una elevata manifattura. Per quanto attiene la qualità del bulk, presenti poche o pochissime microbolle circolari nelle forme di particolar pregio quali le coppe, i calici e in alcuni bicchieri; allo stesso tempo si notano numerose

Per conoscere lo stato di deterioramento del reperto archeologico e indagare le cause e le tipologie dei processi di alterazione sui frammenti sipontini è stata effettuata la caratterizzazione morfologico-strutturale tramite indagine SEM. 47 I vetri incolore e in giallo, blu e rosa si raggruppano in un unico cluster, escludendo un’aggiunta intenzionale alla miscela di agenti coloranti e decoloranti. La differente colorazione è attribuibile al Fe, contaminate nella sabbia e nel fondente, e all’interazione di questo con le differenti condizioni dell’atmosfera nella fornace. Genga et alii 2011: 157-158. 48 I vetri rosso opachi a Siponto sono caratterizzati da Cu, Fe e Sn. Genga et alii 2008: 6. Genga et alii 2011: 157-158. 49 Nei frammenti blu trasparenti a Siponto l’elemento cromoforo è il Co associato a Ni, Pb e Zn, lasciando ipotizzare l’impiego della ‘skutterudite’ per ottenere la tonalità blu dei vetri trasparenti. Genga et alii 2008: 6-7. Genga et alii 2011: 157. 46

231


Tav. II

bolle di piccole dimensioni circolari e oblunghe (Ø max 0,2-0,3 cm) nei manufatti di uso comune, nei quali sono presenti anche alcuni difetti di lavorazione (sbavature e imperfezioni nella realizzazione dei piedi ad anello di alcuni bicchieri, tracce evidenti dello stacco del pontello sia su fondi di bottiglie che su fondi di bicchieri) che indicano una lavorazione meno accurata e seriale. Non abbiamo sinora fornaci o indicatori di produzione per attestare con certezza una manifattura locale degli oggetti, e ancor meno ipotizzare una realizzazione della fritta, che richiede impianti più complessi. Tenendo conto della ben nota parcellizzazione dell’organizzazione manifatturiera in età medievale, è possibile supporre la presenza in un vivace centro portuale, quale la città sipontina50, di maestranze itineranti che quanto meno potevano modellare manufatti di uso comune. Il ritrovamento di oggetti anche più ricercati51, che richiamano la produzione aulica del vicino centro lucerino, oltre che quella dei castelli di Melfi52 e Lagopesole53, non esclude anche la realizzazione in loco di oggetti di uso più pregiato, oppure una loro eventuale importazione.

Laganara 2011a: 48. Ad una committenza elevata fanno riferimento i frammenti di vetro dipinto, le coppe costolate, i calici, oltre ai manufatti in blu e rosso opaco. 52 Intervento presentato da Rosanna Ciriello, Isabella Marchetta, Sabrina Mutino alle XV Giornate Nazionali di Studio, Comitato Nazionale Italiano AIHV (Cosenza, 9-11 giugno 2011). 53 Fiorillo 2001. 50 51

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Tav. III

Conclusioni

Lo studio del vetro proveniente da contesti archeologici abitativi con continuità di vita, se può apparire talora ‘deludente’ sotto il profilo della valenza estetica dell’oggetto e quindi della conseguente fruizione e valorizzazione, dimostra tutta la sua significatività. Oltre alla accumulazione di dati morfotipologici e tecnologici, la stretta connessione con il dato stratigrafico permette di sfruttare appieno il rispettivo potenziale informativo: è possibile acquisire elementi cronologici integrati con quelli ben più evidenti forniti dalle monete e dai reperti ceramici; è possibile realizzare una ricostruzione complessiva degli aspetti funzionali, socioeconomici e culturali in un’ottica di archeologia globale, sempre più da perseguire. Proprio nella prospettiva di questa ricostruzione che dal reperto va all’oggetto usato prima di essere scartato54, tutte le categorie di materiale, in particolare vetro e ceramica, devono essere pensate non come categorie tassonomiche a sé stanti, ma – anche per alcune strette affinità tecnologiche, oltre che funzionali – come parti integranti di un’insieme, quale è il corredo domestico nella realtà medievale.

54

Mannoni, Giannichedda 1996: 115; Laganara Fabiano, Busto, Rossitti 2008: 151.

233


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Alla corte del Castello di Lecce: il vetro a tavola Paul Arthur, Simona Catacchio

Over the last few years the University of Salento has been carrying out survey and excavations at the Castle of Lecce, a medieval building perhaps built by Emperor Frederick II, and substantially renovated during the sixteenth century under Emperor Charles V. One of the surviving medieval towers yielded a large rock-cut pit in its basement. The pit was perhaps backfilled during the seventeenth century with material dating substantially to the sixteenth. The overall quality of the artefacts suggests that many came from privileged social and functional contexts within the castle. The analysis of the glass from these excavations yields noteworthy results regarding the circulation and use of such tableware in southern Apulia between the thirteenth and sixteenth centuries. Its refined quality has very close analogies with glass manufactured in northern Italy, around the areas of Padua, Venice and Ferrara, thus representing the importance in the commission of such objects, many of which were almost certainly imported.

Il Contesto del Castello Gli scavi sistematici al Castello detto di Carlo V a Lecce, diretti dall’autore per l’Università del Salento, hanno preso l’avvio nell’estate 2004 e sono tuttora in corso, svolti in concomitanza con gli interventi di restauro da parte del Ministero dei Beni Culturali ed Ambientali. Fanno parte di una più ampia indagine sul monumento, diretto insieme al Prof. Benedetto Vetere, che prevede anche l’analisi delle fonti scritte e il rilievo ed analisi dell’intero complesso architettonico1. Dalle varie aree di scavo esplorate durante gli anni (fig. 1) risulta, finora, che il castello fu edificato su un’area libera, al margine orientale della città medievale. Il primo riferimento ad una fortificazione a Lecce risale agli anni 1241-1246 quando un “castrum Licii”, la cui manutenzione gravava sull’Universitas Licii, viene citato nel Reparatio castrorum dell’Imperatore Federico II. Sebbene la città doveva possedere qualche forma di fortezza già in età bizantina e poi normanna, quando era sede di Contea, non sembra, secondo le evidenze archeologiche, che fosse localizzata sull’attuale sito. Invece, alcuni strati e strutture rinvenuti nel cortile del castello lasciano ipotizzare che il suo primo nucleo fosse da datare proprio alla prima metà del XIII sec. Comunque, avrà assunto la configurazione tuttora evidente nel nucleo centrale del monumento, un quadrilatero con almeno due torri quadrate stanziate ai due angoli esterni alla città, in età angioina. Quella più maestosa è la torre magna o magistra, a cui si aggiungono la torre “mozza”, ed almeno una torre rotonda non più esistente. La torre mozza è chiaramente la più bassa delle due sopravissute, quadrata, e sviluppata su tre piani all’angolo sud-orientale della fabbrica medievale. Al primo piano si apriva la sala principale del castello, invece, il piano inferiore era semi-interrato ed accessibile direttamente dall’angolo SE del cortile del castello. Sarà dal piano inferiore di

1

Arthur, Tinelli, Vetere 2008: 344-347.

237


Fig. 1. Il Castello Carlo V, Lecce.

questa torre da dove proviene la maggior parte del vetro discusso in questa sede, su cui torneremo. In tutto il periodo, almeno dal tardo ‘200, il castello di Lecce rappresenterà un monumento di primissimo piano, sia per la sua posizione strategica, proiettato verso le vie per i Balcani, sia per la posizione di rilievo che Lecce stessa assumerà nella politica del meridione negli ultimi secoli del Medioevo. Avrà un momento di particolare splendore nel tardo ‘300 e ‘400. Nel 1384 passerà a Maria d’Enghien, Contessa di Lecce, che avrà la sua residenza nel castello. Lei prenderà come marito Raimondo Orsini del Balzo, conte di Soleto e poi, dal 1393 al 1406, principe di Taranto. In seconde nozze sposerà Re Ladislao d’Angiò-Durazzo. Con gli Statuta et capitula florentissimae civitatis Litii emanati sotto Maria d’Enghien il 14 luglio 1445, la città deve la riorganizzazione economica ed amministrativa. Nel 1420 il figlio di Maria d’Enghien, Giovanni Antonio Orsini del Balzo diviene principe di Taranto ereditando poi, nel 1446, la Contea di Lecce dalla madre. Con il suo assassinio nel 1463, la Contea è assoggettata al Regno di Napoli sotto Re Ferrante d’Aragona. Sarà nel castello di Lecce che Ferrante d’Aragona alla fine dell’anno otterrà il riconoscimento dai baroni della Contea come successore dell’Orsini. Da questo momento la fortezza assumerà il ruolo prevalente di caserma ed uffici, piuttosto che di corte signorile, com’era sotto i d’Enghien e gli Orsini. Ma sarà di lì a poco che gli aragonesi rimetteranno mano al castello per far fronte alla minaccia dell’impero ottomano, che già aveva aggredito la costa pugliese negli anni 1480-81, con la presa di Otranto. Il più grande intervento strutturale fu voluto dall’Imperatore Carlo V. L’ammodernamento del castello, che consisteva nella sua ricostruzione ed allargamento intorno al nucleo medievale, fu eseguito tra il 1539 e il 1549, e vede l’aggiunta di un nuovo ed imponente circuito difensivo quadrangolare e bastionato atto a rispondere ad aggressioni con artiglieria pesante. Con la battaglia di Lepanto del 1570 viene arrestata la potenzialità espansionistica dell’Impero Ottomano verso Occidente ed è posta fine all’opera di rafforzamento delle strutture difensive del Regno. Il Castello di Lecce cosi perderà il suo grande significato politico e strategico, per ridursi a presidio militare, ruolo che deterrà fino agli inizi del ‘900.

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Fig. 2. La Torre Mozza e l’area della fossa.

Con i lavori di ristrutturazione eseguiti verso la metà del ‘500, le torri di età angioina perderanno la loro originaria funzione difensiva. La torre mozza, in base ad una fitta serie di graffiti sulle pareti del suo piano semi-interrato, sembra che fu impiegata come prigione, almeno dalla metà del ‘600. L’ambiente, sin dalla sua costruzione, fu diviso in due da un imponente pilastro centrale quadrato da cui partivano due archi a sesto acuto, raccordando il pilastro con le pareti laterali est ed ovest, e fornendo supporto all’originale soffitto, nonché tavolato ligneo del piano superiore. Tra ‘500 e ‘600 nel quadrante sud-est dell’ambiente, fu tagliata una fossa a pianta quadrangolare e sezione tronco-piramidale attraverso il banco roccioso naturale sottostante, con una profondità di 3,82 m dal piano di calpestio

Fig. 3. La fossa, sezione.

239


(figg. 2-3). La fossa è stata rinvenuta coperta e sigillata da un doppio strato di grandi blocchi di calcare (US 12-50), disposti ortogonalmente uno sull’altro, legati con la malta. Sotto questa prima chiusura fu individuata un’ulteriore copertura, a volta, costituita da pietre sbozzate e malta. Non è del tutto chiaro a che cosa servisse questa fossa2, né se il suo uso fosse anteriore o contemporaneo alla fase in cui la torre fu utilizzata come prigione. Comunque, prima della sua chiusura, apparentemente nella prima metà del XVII sec., fu impiegata come discarica di una cospicua quantità di materiali, compresi oltre 100 monete, emissioni della Repubblica Veneta e di Siena, quasi 200 oggetti in metallo, ca. 15.000 frammenti di ceramica, e più di 700 frammenti di vetro, oltre ad abbondanti resti archeozoologici ed archeobotanici3. L’alta qualità di gran parte del materiale della fossa, databile perlopiù al ‘500, è tale da considerarla proveniente da ambiti sociali e funzionali privilegiati. È da questo importante contesto stratigrafico chiuso che provengono i vetri oggetto di questo intervento. P. A.

I reperti vitrei4 Il numero totale dei frammenti vitrei recuperati, equivale a 722 per un peso di 2.810 g (indice di frammentazione 0.25), dei quali solo 494, pari ad un numero minimo di 118 manufatti parzialmente ricostruiti5, vengono analizzati in questa sede a causa delle dimensioni degli altri frammenti, difficilmente riconducibili ad una forma specifica. L’obliterazione della fossa intorno alla metà del ‘600, diventa il termine ante quem per la datazione dei reperti, collocati nella maggior parte tra la seconda metà del XIV e la prima metà del XVI sec. Dal punto di vista quantitativo (fig. 4.1) prevalgono forme da mensa quali bottiglie, bicchieri e calici; tra i restanti frammenti si riconoscono forme aperte come ad esempio, coppe su piede, orinali, lampade pensili. Il vetro, solitamente trasparente, si presenta soprattutto incolore; poche sono le attestazioni di tonalità sul celeste chiaro, verde e grigio. Spesso la superficie risulta compromessa da fenomeni di alterazione e devetrificazione, tali da rendere il vetro fragile e poco leggibile; si nota inoltre la presenza nella massa vetrosa di bolle di piccole e medie dimensioni.

Vasellame da mensa Bicchieri Apodi La forma maggiormente rappresentata è il bicchiere, riportando il 44% sul totale dei rinvenimenti (fig. 4.1). La disamina del conteso in questione ha permesso di individuare diversi tipi ricorrenti all’interno di questa forma (fig. 4.2): I.

Cilindrico (H4-5a,1, Tav. I) Rappresentato da 13 esemplari di cui uno soltanto ricostruibile nella sua interezza (1). Si presenta con parete liscia, orlo indistinto e diametro tra 6 e 7 cm (2), si individuano 3 casi dove l’orlo è segnato da un leggero rigonfiamento (3)6. II. Troncoconico con orlo arrotondato e piede pinzato (H4-5a,1, Tav. I) 2

Nota come “cisterna 1” in Id.: 289-292. Id.: 348-352. Per i resti faunistici cfr. Dinoi 2011. 4 Colgo l’occasione di ringraziare gli organizzatori del Convegno per averci invitato a partecipare a queste Giornate di Studio, nonché il Prof. Paul Arthur per avermi concesso questa opportunità. Preziose si sono inoltre rivelate le osservazioni sul testo compiute da Marisa Tinelli, che ringraziamo. 5 L’esame dei reperti è stato effettuato osservando l’aspetto, il colore e la qualità del vetro; incrociando questi dati con il numero di fondi di bicchieri, bottiglie e calici meglio conservati, si è potuto individuare il numero minimo degli esemplari. Per la catalogazione tipologica ci si è riferiti alla proposta di classificazione di Daniela Stiaffini per i vetri afferenti al periodo medievale, Stiaffini 1991. 6 Guarnieri 2007: tipo I. 3

240


1

2

Fig. 4. Percentuali forme vitree riscontrate, 1; Percentuali delle varianti tipologiche nella classe del bicchiere apodo, 2.

L’altezza varia tra 8 e 9 cm, ed è attestato da 12 esemplari a parete liscia (4). Diversi sono i contesti soprattutto emiliani e ferraresi in cui viene documentata tale forma7. III. Troncoconico svasato Se ne riconoscono 2 varianti tipologiche8. La prima (42 esemplari, H4-5a,2, Tav. I) presenta altezza inferiore al diametro del corpo, che appare basso e schiacciato, le misure sono comprese tra i 5.5 cm di altezza, 8 cm di diametro dell’orlo e 6 cm per il fondo; in base all’andamento del corpo si distinguono 3 ulteriori varianti dimensionali (5; 6; 7). La seconda (H4-5a,1, Tav. II) presenta alto corpo e altezza maggiore del diametro, ne individuiamo un solo esemplare decorato con bugna pinzata (8); l’orlo é verticale, ma leggermente arrotondato, in un solo caso segnato da un rigonfiamento (9). Sono inoltre documentati esemplari decorati a stampo (H5c, Tav. III) con teorie di rombi impresse (10-12)9. IV. Sub-cilindrico (H5c, Tav. III) Attestato da 2 esemplari non integri decorati con teorie di cerchi impressi (13)10. V. Troncoconico con base dentellata (H5c-d, Tav. III) Tale categoria riscontrata in diversi contesti presenta solitamente decorazione a bugne sulle pareti, 7

Ferri 2006: 155, fig. 2.11; Guarnieri 2007: tipo II. Johns et alii 1973: fig. 32; Fossati Mannoni 1975: 65; Visser Travagli 1985: fig. 61.39; Boldrini, Mendera 1994: forma 4; Guarnieri 2007: tipo III. 9 Andrews 1977: 172-173; Barovier Mentasti et alii, 1982: 66; Cortelazzo 1991: fig. 104.12; Stiaffini 1991: 234 e 250; Giannotta 1992: 230, fig. 8.3; Boldrini, Medera 1994; Mendera 2000: tav. 1.1. 10 Barovier Mentasti et alii 1982: 66; Stiaffini 1990: fig. 109. 8

241


Tav. I. Bicchieri apodi: Tipo I, 1-3; Tipo II, 4; Tipo III, prima variante, 5-7.

Tav. II. Bicchieri apodi Tipo III, seconda variante.

242


Tav. III. Bicchieri apodi: decorazione a rilievo, 10-13; base dentellata, 14.

ma nell’unico esemplare qui rinvenuto il motivo decorativo della coppa è differente, caratterizzata da costolature verticali (14)11. A partire dalla seconda metà del XIV sec., il III tipo è senza dubbio quello più ricorrente, attestato anche in numerosi contesti di scavo nonché nell’iconografia coeva12. L’alta concentrazione dei bicchieri con motivi geometrici in Toscana ha indotto la Mendera ad identificare tale territorio come centro di produzione privilegiato per questo tipo, in specie dopo i rinvenimenti del classico bicchiere cd. “gambassiano” nei centri produttivi in Valdelsa (Pisa)13. Di importazione toscana infatti vengono considerati i manufatti del XIV sec. rinvenuti a Tarquinia (VT) e nello scavo del Palazzo Vitelleschi14, dove la decorazione non arriva mai all’orlo; mentre di produzione locale, ma d’ispirazione toscana, vengono considerati i reperti della laguna Veneta15. Fin dall’inizio del Trecento è dimostrata a Murano la presenza di vetrai toscani che davano un loro contributo originale: i documenti ci parlano della produzione a Murano di bicchieri “gambassini“, “fiorentini”, “pisanelli”e “pistoiesi”16.

11

Cfr. Fiorillo 2001: 360. Cini 1985: 538-539, tav. LXXXVI. 13 Stiaffini 1991: 234; Mendera 1999: fig. 4. 14 Newsby 2000: 260-262, fig. 6. 15 Pause 2000: 321, fig. 1.2 e 4. 16 Mendera 1990: 380-309. 12

243


Allo stesso tempo i prodotti veneziani non venivano eseguiti esclusivamente a Murano, ma i maestri vetrai che lavoravano da gennaio ad agosto, sfruttavano i cinque mesi di fermo della produzione per esercitare in centri della valle est del Po, ad esempio Vicenza, Padova, Ferrara, Ravenna, Ancona e Bologna, sebbene un decreto legge governativo del 1295 lo proibisse17. Nel nostro caso la decorazione occupa tutta la parete, e a volte anche il fondo del manufatto, permettendoci di attribuire gli esemplari con decorazione impressa alla prima metà del XVI sec., differenziandoli da quelli in uso tra XIV e XV sec., dove la decorazione termina a qualche centimetro dall’orlo, come evidenziato da numerosi confronti (Tav. III)18. Di rilievo a tal proposito è l’officina vetraria di Monte Lecco in Liguria, dove il bicchiere decorato a rombi impressi, costituisce la principale forma prodotta tra XIV e XV secolo19. Numerosi frammenti con motivi geometrici sono stati trovati a Corinto (XIII-XIV sec.), a Torcello (VE) nel III strato datato XIV-XV sec.20, a Cividale del Friuli (UD) (XIV sec.)21, in Puglia settentrionale (XII-XIII sec.) e nella laguna Veneta in contesti di XII e XV secolo22. Allo stato attuale degli studi non è possibile affermare, in seguito alla precocità dei rinvenimenti pugliesi, se effettivamente Venezia, come da alcuni sostenuto, sia stata il tramite attraverso cui tali tecniche decorative si sarebbero diffuse nell’Italia settentrionale e nell’Europa occidentale23; certa è invece l’ampia circolazione di tali forme in tutto il bacino del Mediterraneo e oltre che richiama la nostra attenzione sulle rotte commerciali praticate, piuttosto che sulla genesi delle decorazioni. La vastità dei ritrovamenti del bicchiere troncoconico con base dentellata ha dato adito negli ultimi anni a svariate ipotesi in merito alla sua origine e distribuzione, ma i dati in nostro possesso non sono sufficienti per fornire un parere definitivo. L’unica officina vetraria individuata per tali bicchieri corrisponde alla fornace meridionale di Corinto datata inizialmente all’XI-XII secolo per il ritrovamento di una moneta di Manuele I24, ma attiva come centro produttivo in epoca franca (XIII-XIV sec.)25, secondo quanto recentemente ribadito da David Whitehouse in tale sede. La prima teoria, ormai considerata inattendibile, fu formulata dalla Davidson che identificava Corinto come centro di produzione iniziale, e la migrazione di maestranze greche in Puglia e Sicilia, dopo la distruzione della città nel 1147 ad opera dei Normanni, la causa della diffusione e successiva produzione in Italia26. Nonostante l’assenza di dati certi, il moltiplicarsi dei rinvenimenti in Puglia a partire dal XII sec., basti ricordare i numerosi frammenti relativi questa forma di bicchiere documentati nel foggiano (XII-XIII sec.)27, in alcune fosse di scarico del castello di Lucera (XIII sec.)28, nello scavo di S. Pietro degli Schiavoni (BR) ascrivibili ancora al XIII secolo29 e ad Apigliano (LE) (XII-XIV secolo)30, nonché il ritrovamento a Corinto di forme di protomaiolica, considerate produzioni tipiche dell’Italia meridionale, ha permesso di supporre che i vetri fossero o importati dall’Italia, oppure imitati da maestranze locali o lì immigrate31. Sulla base delle attuali conoscenze e dei frequenti ritrovamenti avvenuti non solo in Italia e nell’opposta sponda adriatica, ma anche nell’Europa balcanica, la diffusione di tali produzioni sarebbe quindi avvenuta 17

AA.VV. 2004: 146. Cortelazzo 1991: fig. 104.12; Librenti 1991: 49, fig. 35. 29-30; Boldrini, Mendera 1994. 19 Fossati Mannoni 1975: 64. 20 Tabaczynska 1977. 21 Gasparetto 1979: 90, fig. 29-30. 22 Harden 1966: 17, fig. 19. 23 Bicchieri con motivi geometrici anche in Francia, Germania ed Inghilterra, Stiaffini 1991: 202-205, 234. 24 Weninberg 1975: 136-137. 25 Whitehouse 1991; Id. 1993; Williams II 2003: 430-431. 26 Davidson 1952. 27 Harden 1966. 28 Whitehouse 1966. 29 Patittucci Uggeri 1976. 30 Catacchio c.s. 31 Whitehouse 1993: 662. 18

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prima della distruzione normanna di Corinto32. A conferma di quanto esposto va ricordato l’esemplare di piede dentellato, identificato nell’area fortificata di VII-VIII sec. di Castelseprio (VA)33, gli esemplari rinvenuti negli scavi di Torcello (VE) in contesti datati al X sec.34, e nelle fasi di vita di metà VIII/fine IX sec. del villaggio a Poggio Imperiale (Poggibonsi-SI)35. Inoltre, sulla base dei frammenti di pareti di coppe con bugne a rilievo rinvenuti a Sardis ascrivibili al III secolo e in altri centri orientali36, si ritiene che l’origine di queste tecniche decorative possa essere siriaca. La successiva diffusione in Italia settentrionale sin dall’età longobarda e in quella meridionale oltre il XIII secolo37, lascerebbe supporre una continuità di produzione dall’età tardoantica - come ben testimoniano i ritrovamenti nel mediterraneo orientale - attraverso l’altomedioevo, sino a giungere al XIII-XV secolo, periodo di massima diffusione in tutto l’Occidente38. Sarebbe stata Venezia stessa, presente in Puglia dall’XI secolo, quale grande potenza commerciale tra XI e XIV secolo e considerati i suoi frequenti scambi con il vicino Oriente, ad importare in Italia i bicchieri e le coppe con decorazione a goccia e poi a diffonderli sulle coste adriatiche e nell’Europa39. Tuttavia, non può essere esclusa la possibilità di una produzione locale40 visto l’alto numero di rinvenimenti in Puglia e Sicilia, nonostante la scarsa documentazione archeologica in merito. Rappresentata in molteplici dipinti contemporanei al periodo della sua maggior diffusione41, tale forma viene identificata anche in alcuni dipinti pugliesi ricordiamo l’Ultima Cena di S. Maria del casale presso Brindisi42. Numerosi sono infine i frammenti pertinenti a basi apode con fondo più o meno pronunciato che potrebbero essere associati a forme da mensa quali bottiglie o bicchieri, ma non sempre è possibile determinarne la forma. Calici Sono stati rinvenuti 13 esemplari parzialmente ricostruiti. In base alla forma dello stelo e della vasca si possono individuare tre tipi principali: I. Piede troncoconico alto stelo cavo e coppa conica (I4-5a, Tav. IV) La vasca, di forma conica o svasata, è collegata direttamente allo stelo alto e cavo, terminante con un margine ripiegato. Tale categoria viene eseguita con la tecnica della soffiatura a settori separati dove il fondo a soffiatura libera veniva rifinito e saldato a caldo alla coppa, soffiata entro stampo. Individuato in 3 esemplari: di cui il primo presenta una decorazione a rilievo, il secondo parete liscia, mentre l’ultimo esemplare e caratterizzato da una coppia di anse sinusoidali, in base alla forma delle quali si riscontra un confronto interessante con un manufatto della fine del XV-inizi XVI sec. conservato al Museo del Vetro di Murano (15, 16, 17)43. Calici di questo tipo sono documentati in contesti piemontesi, a Roma44 e in Emilia-Romagna45.

32

Gasparetto 1979: 85. Id.: 86, fig. 21. 34 Tabaczynska 1977: 139, fig. 113.14. 35 Mendera 1996: 297-298, tav. XXXVIII. 36 Von Saldern 1980: 19-20. 37 Per i ritrovamenti pugliesi Bertelli 2002: 242-243 e bibliografia precedente; Rossitti 2012. Per la Sicilia occidentale Molinari 1997: 159-161, fig. 187; Fiorilla 1995: 286-287, figg. A294 e A296. Per la diffusione in Calabria Andronico 2003: 86-87, tav. XXXI; Marchetta 2007: 219. Per la Campania Marino 1996: 16-19. Per la Toscana Francovich, Vannini, Gelichi 1978: 63. Per l’Emilia Romagna Guarnieri 1999: 104, tav. 24.35. Per la Liguria Varaldo 1996: 383, fig. 57. 38 Bertelli 1987; Ead. 2002. 39 Bertelli 2002; Per i ritrovamenti francesi (XIII-XV sec.) cfr. Foy 1988: 209-211, fig. 57.127 tipo E1-2. 40 Whitehouse 1966. 41 Ciappi 1999. 42 Catacchio c.s. 43 Du Pasquier 2005: 141-142. 44 Cortellazzo 1991: 185-187. 45 Guarnieri 2007: tipo II e IVa. 33

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Tav. IV. Calici con piede troncoconico Tipo I.

II. Piede troncoconico basso stelo cavo e nodo pieno (I5b, Tav. V) Lo stelo si presenta basso e cavo terminante con nodo pieno, la coppa solitamente di forma a campana con parete liscia (18-21), in un solo caso è caratterizzata da decorazioni a costolature (22). Questo tipo di stelo veniva soffiato entro matrice, seguiva la rifinitura e l’applicazione delle anse come negli esemplari 22, dal profilo interamente ricostruibile e 18 mancante dell’orlo. Sulla base della forma dello stelo e della tipologia decorativa, si individua un confronto tra il calice 22 e un esemplare rinvenuto nel fossato del castello di Otranto datato al XVI secolo46. Per il manufatto 18, è documentato un parallelo con due frammenti di anse rinvenuti rispettivamente nel fossato del castello a Muro leccese (LE) in un contesto del XVI secolo e durante gli scavi del castello di Salerno, dove inoltre si individua un raffronto con un fondo di calice (XV-XVII secolo)47. Tale tipo di calice trova riscontro, nell’area del ferrarese, in contesti pertinenti il XVI secolo ed il seguente. III. Piede troncoconico anello pieno e vasca svasata (I4-5a, Tav. VI) A tale tipo possiamo ricondurre esclusivamente 2 esemplari, entrambi realizzati con la tecnica della soffiatura a settori separati, dove lo stelo viene eseguito entro matrice, unendo in seguito le parti (23, 24). IV. Piede troncoconico e vasca emisferica svasata (I5b, Tav. VI) Rinvenuto un solo esemplare ricostruibile (25) dove, lo stelo troncoconico soffiato in uno con la coppa, richiama una tipologia di derivazione veneziana che probabilmente, sulla base di un confronto documentato negli scavi condotti nel soccorpo della cattedrale di Bari, viene prodotta a partire dal XVI secolo48. 46

Dell’Aquila, Ciminale 1999: 405-406, fig. 20. Marino 1992: 65-68, figg. 26.5 e 28.8. 48 Bertelli 1994: 124-125. 47

246


Tav. V. Calici con piede troncoconico Tipo II.

Si può forse parlare di calice per un orlo con relativa parete molto alta e troncoconica, caratterizzata da una decorazione con costolature verticali alternate ad una fascia verticale di bugne a rilievo (26), di cui si individua un confronto simile con un esemplare rinvenuto a Montaldo di Mondovì (CN)49 in un contesto della prima metà del XVI secolo. Si riconosce un solo esemplare di coppa su piede a piedistallo con profilo emisferico interamente ricostruibile (27). Realizzato in due tempi, lo stelo soffiato entro stampo viene successivamente unito alla coppa realizzata a mano libera. Non è stato a tuttora rinvenuto alcun tipo di raffronto. Bottiglie Le bottiglie - attestate in almeno 22 esemplari - sono riferibili a forme diffuse tra XIV e XVI secolo. Una prima divisione è realizzata in relazione alla forma delle basi riscontrate, includendo i tipi individuati in ogni categoria: 49

Cortellazzo 1991: 186, fig. 104.17.

247


Tav. VI. Calici: Tipo III, 23-24; Tipo IV, 25; Vasca troncoconica, 26. Coppa su piede, 27.

Tav. VII. Bottiglia con base apoda Tipo I a.

Tav. VIII. Bottiglie con base apoda Tipo I a.

Tav. IX. Bottiglie apode Tipo II a, 32; Tipo III a, 33; Tipo IV a, 34. 248


Base apoda a conoide rientrante (a) Tale tipo morfologico è attestato da un numero di 7 esemplari. I.

Corpo globulare schiacciato (O4a,2, Tav. VII-VIII) Solo un manufatto presenta il profilo interamente ricostruibile, ma non è possibile determinarne l’altezza in maniera definitiva. Caratterizzato da base apoda con fondo pinzato e conoide rientrante (28-31), che denota la soffiatura in un’unica bolla, corpo globulare schiacciato, collo cilindrico con labbro svasato e orlo verticale, richiama una tipo per il quale è stato individuato un solo confronto con un fondo apodo rinvenuto nel castello Montemassi (GR). Secondo l’autrice corrisponderebbe ad un corpo globulare, riportandoci ad una bottiglia conosciuta dall’alto al basso medioevo, ma documentata in un ambito cronologico di XIV-XV secolo50. Tra i frammenti pertinenti a bottiglie documentati nel soccorpo della Cattedrale di Bari, diversi sono i colli e i fondi apodi ascritti al periodo bassomedievale e corrispondenti a tale tipo51 come negli scavi di S. Silvestro a Genova, rinvenuti in strati di fine XV inizi XVI secolo52. II. Corpo piriforme (O4b, Tav. IX) L’esemplare 32 ci riporta ad una forma ritrovata a S. Antonio in Polesine (FE), considerata comune tra XIV e XV sec., presentante corpo piriforme, alto orlo lievemente svasato e base apoda sottolineata da una lieve rientranza53. III. Corpo ovoidale (O4c, Tav. IX) Ad un balsamario per la conservazione di profumi o sostanze mediche, farebbe pensare il profilo perfettamente ricostruibile dell’esemplare 33. Presentante orlo estroflesso, corpo globulare e base apoda, è documentato tra XIV e XV secolo54. IV. Corpo lievemente troncoconico (Tav. IX) Poco documentato sembra essere l’esemplare di bottiglia 34, caratterizzata da collo cilindrico, orlo leggermente estroflesso, spalla arrotondata, corpo lievemente troncoconico e base apoda, probabilmente pertinente ad una bottiglia di medie dimensioni funzionale alla mensa o alla spezieria. Secondo Gasparetto questa tipologia di base sarebbe di tradizione veneziana o bizantina, derivante da un prototipo altomedievale, e che comunque risulta attestato in Italia dal XIV secolo55. La somiglianza, se non nella decorazione di sicuro nel tipo formale, del manufatto 28 con una bottiglia con corpo “a cipolla” scoperta a Malamocco, nella laguna veneta, della metà del XIV secolo56, porterebbe a considerare con attenzione questa ipotesi. La presenza di tale forma anche se in varianti differenti, in numerosi dipinti italiani, proverebbe inoltre il suo utilizzo prima della fine del XV sec.57.

Alto piede troncoconico (b) Il periodo di maggior diffusione di questa base è certamente il XV sec., ma è attestata a partire dal tardo XIV; caratterizzata da un conoide fortemente rientrante, che denota una soffiatura in un’unica bolla, spesso presentante i residui del distacco del pontello. In questa categoria includiamo gli esemplari 35 e 36 (Tav. X) corrispondenti a due forme di bottiglia differenti. Entrambe presentano rispettivamente sulle pareti decorazioni a righe ritorte e verticali che prevedono una soffiatura del corpo entro matrice:

50

Mendera 2000: tav. 1.4. Bertelli 1994: 125-127, tav. III. 52 Andrews 1977: tav. XXXII.26. 53 Guarnieri 2006: 181, fig. 25.22; Ciarrocchi 2009, tav. 5.1. 54 Nobile De Agostini 2001: fig. 113. 55 Stiaffini 1991: 240; Gasparetto 1979. 56 Pause 2000: fig. 1.11. 57 Stiaffini 1991: fig. 3; Ciappi 1991. 51

249


I.

Corpo piriforme con costolature ritorte (O4d) Il primo caso (35) è associato ad un collo con imboccatura svasata delimitata da un collarino, con corpo presumibilmente di forma piriforme58. Il collarino è considerato funzionale alla misura legale di capacità o alla volontà di ottenere una presa più salda59. Tale tipologia riscontra vasti paralleli in Liguria60, Toscana61, nell’area Ferrarese62, Veneta63 e a Roma64 in ambiti cronologici di fine XIV-XVI sec. II. Corpo globulare con costolature verticali (O4d) Due sono gli esemplari di orli svasati (36) probabilmente riconducibili ad una tipologia di bottiglia con collo cilindrico, corpo globulare schiacciato e piede troncoconico, che trova attestazioni prevalentemente in Italia centro-settentrionale65. Secondo alcuni studiosi tale tipo di base dovrebbe essere considerato prevalentemente centro-settentrionale, ma comunque non veneziana66. Diffuso in Toscana, è attestato anche nell’iconografia di XIVXV secolo67. I rinvenimenti degli scavi della Cattedrale di Bari e del Castello di Salerno, a meno di ritenerli d’importazione, secondo la Bertelli smentirebbero tale affermazione, rafforzando l’ipotesi della distribuzione di questa tipologia in tutta la penisola come dimostrerebbero i numerosi ritrovamenti leccesi. Esempio del successo del piede troncoconico è inoltre il manufatto proveniente da Piazzetta Castromediano a Lecce, pertinente ad una coppa di cui si hanno diversi altri esemplari frammentari da Muro Leccese68.

Tav. X. Bottiglie con base troncoconica e decorazione a rilievo Tipo I b, 35; Tipo II b, 36. 58

Stiaffini 1991: 252. Cornelio Cassai 1992: 198. 60 Cortellazzo 1991: 187, fig. 105.3. 61 Boldrini, Mendera 1994: 502-503, tav. 1.9. 62 Cornelio Cassai 1992: 198, fig. 4.4 e 6. 63 Pause 2000: 322, fig. 12. 64 Cini 1985: 155, tav. LXXXVIII, fig. 974. 65 Gasparetto 1979: 78, 82-83, fig. 9. 66 Andrews 1977: 167-168. 67 Stiaffini 1999: 156, fig. 5; Ciappi 1991, 302. 68 Portulano 2005: tav. XII.6. 59

250


Piede ad anello (c) Si diffonde a partire dal XII-XIII secolo, sino a tutto il XV, rappresentato in Toscana, a Lucca, Ripafratta (PI) e Grosseto69. Le varianti individuate, appartenenti a 8 esemplari, presentano conformazione simile, differenziandosi esclusivamente nel diametro che varia dai 9 ai 10 cm. I. Corpo globulare (O4a,2, Tav. XI) Si suppone una tipologia di bottiglia predominante con base ad anello, corpo globulare, collo cilindrico e imboccatura concava o svasata come nei casi 37 e 3870.

Tav. XI. Bottiglie con base ad anello Tipo I c.

Lampade (Tav. XII) Ad un tipo di lampada da sospensione va ascritto un frammento di orlo svasato con labbro a piccola tesa (39). Confronti con esemplari rinvenuti a Roma negli scavi di Palazzo Altemps e Crypta Balbi71, e a Bari negli scavi del soccorpo della Cattedrale72, fanno ritenere plausibile una datazione nell’ambito del XVI sec. Probabilmente pertinente all’alloggiamento del cerchio metallico per la sospensione di una lampada pensile è il frammento di parete con corona cava (40), documentato a Roma in livelli stratigrafici di XII-XIV secolo73 e nel Castello di Salerno in contesti datati alla metà del XIII74. Interessante inoltre un altro orlo svasato a piccola tesa con labbro ingrossato (41), che permette l’associazione con una lampada pensile, di cui si individua un confronto negli scavi di Piazzetta Castromediano a Lecce in un strato di XVI secolo e nell’immondezzaio della Crypta Balbi a Roma75. Rilevante il rinvenimento nell’UUSS 87-89 di 3 elementi di catenelle in lega di rame costituite da maglie con fili a sezione circolare terminanti con anelli chiusi, associati a lampade a sospensione per l’illuminazione76.

69

Stiaffini 1991: 240. Andrews 1977: tav. XX.32-33. 71 Cipriano 1984: tav. XXX. 72 Bertelli 1994: tav. 5, fig. 3. 73 Cipriano 1984: 415, tav. XXX.265; Cini 1985, tav. XC.1021. 74 Stiaffini, Ventura 2001: 419, fig. 186. 75 Portulano 2005: scheda 100; Cipriano 1984: tav. XXX.260. 76 Si ringrazia il Dott. Luciano Piepoli per i dati inediti forniti. 70

251


Tav. XII. Lampade pensili.

Miscellanea (Tav. XIII) Tra i materiali vitrei sono stati riconosciuti 5 orli estroflessi di contenitori dal diametro tra 10 e 11 cm. (42, 43), di questi risulta assai problematico definirne la funzione, in assenza di pareti e fondi che ne chiariscano la tipologia. I confronti documentati si riferiscono sia a orinali che a lampade. L’orinale, individuato in contesti italiani a partire dal XIV sec., è caratterizzato da un’imboccatura larga, corpo globulare e fondo concavo, ma la forma può variare77. Un esemplare con bordo estroflesso indicato come orinale o lampada è individuato, negli scavi di Palazzo Paradiso78, Borgonuovo a Ferrara e nel Conservatorio di S. Caterina a Roma, in questi ultimi due casi attribuiti a lampade79. Probabilmente ad orinali sono associati 3 orli a breve tesa piana, documentati degli scavi del Palazzo della Loggia del Primàr a Savona in un contesto di ritrovamento del XIII secolo80. Ad una forma chiusa farebbe pensare il rinvenimento 44; presenta imboccatura svasata parzialmente ricostruita e nella parte inferiore, in prossimità della frattura, si evince una sporgenza a sezione circolare, probabilmente un residuo di ansa. Che si possa trattare di una brocca? L’assenza di confronti in merito non permette ulteriori osservazioni. Interessanti risultano gli esemplari costituti da elementi tubolari tortili che presentano una notevole qualità di esecuzione; nel primo caso certamente di tratta di un ansa sinusoidale per la quale non possiamo determinare la forma di appartenenza (45), ma per il secondo permangono notevoli dubbi in merito alla sua funzione (46). La datazione risulta difficile. 77

Stiaffini 1999a: 122-123. Stiaffini 1991: tav. VIII.1. 79 Librenti 1992: tav. 35, fig. 25; Cini 1985: tav. XC.1022. 80 Stiaffini, Ventura 2001: fig. 186. 78

252


Tav. XIII. Lampade/Orinali, 42-43; Forma chiusa, 44; Anse, 45-46.

Conclusioni La maggior parte dei manufatti esaminati nel presente studio appartiene all’arco temporale che va dalla fine XV al XVI sec. pieno, grazie alla conformazione del contesto chiuso di giacitura, senza materiali residui, che ha permesso una omogeneità cronologica ed una buona conservazione dei pezzi, tanto da un punto di vista qualitativo quanto da un punto di vista quantitativo. Si ricordi che i materiali provenienti dallo scavo del castello hanno un indice di frammentazione pari a 0.29, particolarmente basso rispetto ad altri contesti analizzati nel Salento, dove si riscontra un indice variabile tra 0.45 a 0.8581. I dati archeologici testimoniano quanto il bicchiere troncoconico fosse largamente diffuso tra il vasellame da mensa; tale particolarità potrebbe essere giustificata da una minore richiesta di forme aperte in vetro, sostituite con ogni probabilità da brocche, piatti e coppe in ceramica, sicuramente più competitivi sul mercato per il minor costo di produzione82, lasciando al vetro la funzione di vaso potorio. Valutando l’esigua quantità di materiale vitreo, pari a meno dell’1% dell’intero riempimento della fossa, a confronto con i 15.000 frammenti pertinenti alle classi ceramiche, le considerazioni precedenti non possono che trovare conferma. 81 82

Portulano 2005. Arthur, Tinelli, Vetere 2008.

253


Non bisogna sottovalutare la particolarità del contesto esaminato: si tratta, in quanto centro urbano, di un’area privilegiata rispetto a quelle rurali, in cui il vasellame vitreo circolava su circuiti preferenziali e l’interazione con individui precorritori di differenti gusti e tecniche era più frequente. Il castello, inoltre, in qualità di residenza signorile, fornisce dati interessanti circa il vasellame vitreo di corte. La fattura dei materiali è apprezzabile, ma le forme denotano la recettività degli acquirenti riguardo alle mode vigenti all’epoca: calici con stelo decorato, coppe su alto piede, bicchieri e bottiglie soffiate in stampo. La presenza di testimonianze archivistiche relative al commercio di manufatti vitrei con Venezia è documentata da un contratto veneziano di noleggio datato al 1473 che attesta, nell’elenco del carico di una nave salpata dal porto di Venezia, diretta a Lecce prima e ad Otranto poi, due casse contenenti vetro83. Si ritiene quindi plausibile che il materiale vitreo, almeno in parte, sia stato importato da centri produttivi lontani dall’area salentina; nondimeno le rispondenze con tipologie di gusto veneziano e toscano potrebbero essere associate ad un’influenza decorativa o alla circolazione di maestranze itineranti, come testimoniato in altre realtà regionali quali la Liguria, l’Emilia, la Romagna, la Campania84 e la Sicilia85, piuttosto che all’importazione di prodotti finiti. La presenza, inoltre, di materie prime di qualità come la sabbia silicea e di combustibile come la legna lascia supporre l’esistenza di una produzione locale, nonostante l’assenza di documentazione in merito. La compresenza, nel riempimento della fossa, di emissioni monetali della Repubblica Veneta e di Siena, nonché di prodotti ceramici importati soprattutto dall’area padano-veneta e da quella ferrarese86, in tutti i casi confermerebbe gli ampi contatti che la città di Lecce intratteneva con l’Italia settentrionale nel corso del XV-XVI secolo, mettendo l’accento sulle rotte commerciali che favorivano la circolazione delle merci ed i confronti culturali. Infine, la raffinatezza dei manufatti vitrei recuperati (basti pensare ai calici) potrebbe essere indice di una selezione delle tipologie vitree, in base alle preferenze delle classi più elevate che diffondevano le proprie predilezioni riguardo il vasellame da presentare durante i riti conviviali. Gli oggetti divenivano quindi il mezzo per autocelebrare la propria potenza e ricchezza, come sembra sia avvenuto proprio presso il Castello Carlo V, contesto sociale certamente privilegiato. S. C.

83

Massaro 1993: 251-344; Ead. 2007: 205. Stiaffini 1999b. 85 D’Angelo 1991. 86 Arthur, Tinelli, Vetere 2008: 350. 84

254


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Un impianto artigianale per la produzione del vetro nella Palermo di età islamica e normanna Francesca Spatafora, Emanuele Canzonieri Cette recherche, conduite par la Supervision aux Biens Culturels de Palerme dans la zone de la Kalsa, le centre directif du pouvoir administratif fatimide, a donné des données extrêmement importantes pour l’identification des différentes destinations du quartier. Les recherches, menées dans la zone des Prisons des “Penitenziati”, à l’intérieur du complexe monumental du Steri, ont débuté en 2003 et ont persisté jusqu’en 2007. Ces recherches ont intéressé une grande partie de la surface des Prisons des Penitenziati, mais aussi d’autres zone proches, ayant ainsi permis la récupération d’un ample cadre de visibilité archéologique. Par rapport à la phase contemporaine à la structure du Palais des Chiaramonte, les excavations ont fait découvrir les vestiges monumentaux d’une salle semi-hypogée dont la construction remonte au premier quart du XIV siècle. En ce qui concerne les phases les plus anciennes, l’excavation a mis en lumière un complexe très intéressant de structures en maçonnerie et de vestiges relatifs aux sols d’un établissement artisanal qui remonte entre la moitié du XI et la moitié du XII siècle. Celui-ci est constitué d’une série de locaux quadrangulaires, à l’intérieur desquels on retrouve une fournaise. Parmi les nombreux déchets de production, on remarque un tas de déchets vitrifiés qui, en attendant les analyses de laboratoire, font avancer l’hypothèse d’une fabrication liée à l’utilisation de sable de silice. Nel corso dell’ultimo decennio la Soprintendenza di Palermo ha avviato e attuato un vasto programma di archeologia urbana nel centro storico di Palermo, cogliendo tutte le opportunità di ricerca che si sono man mano presentate in occasione di interventi di restauro o del posizionamento di nuovi servizi a rete1. Questa capillare attività ha ovviamente contribuito in maniera determinante alla conoscenza della storia della città, sia per quanto riguarda l’insediamento punico-romano2 che per quanto attiene la città araba e normanna3, offrendo uno spaccato significativo su alcuni aspetti connessi alla vita quotidiana e suggerendo nuovi e stimolanti spunti di ricerca, soprattutto in ordine alla topografia e all’organizzazione urbanistica dell’insediamento. Quest’ultima attività è stata condotta dalla Soprintendenza soprattutto tra 2000 e il 2001, in occasione del posizionamento della nuova rete idrica e si è svolta grazie all’incessante opera di controllo svolta, sotto la direzione della scrivente, dalle Dott.sse Fabiola Ardizzone, Carla Aleo Nero e Valeria Brunazzi. 2 In particolare sono state indagate l’area della necropoli punica (cfr. in ultimo Spatafora 2010 con bibliografia precedente) e quella della città ellenistico-romana con diversi interventi condotti in tutta l’area del centro storico (per le scoperte fino al 2005 cfr. Spatafora 2005; per le indagini successive vedi anche Spatafora 2009 e Spatafora 2009a). 3 Relativamente all’età medievale, soprattutto in ordine alla topografia e all’organizzazione urbanistica dell’insediamento a partire dall’età islamica e, maggiormente, per l’età normanna cfr. Spatafora 2003; Spatafora 2004. Un rapido excursus delle scoperte fino al 2005 è anche nel quaderno che accompagnava la mostra “Da Panormos a Balarm” (Spatafora 2005). 1

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Fig. 1. Palermo, carta della città con i quartieri medievali.

In generale, gli scavi hanno confermato il carattere specificatamente abitativo delle aree della Galka e del Cassaro, dove sono stati riportati alla luce diversi lembi dell’abitato, mentre le ricerche condotte nella zona della Kalsa, laddove una consolidata tradizione storiografica localizza la Halisa, la cittadella fondata nel 937 come centro direzionale del potere amministrativo fatimita, hanno fornito dati di straordinaria importanza soprattutto in ordine alla caratterizzazione dei vari settori del quartiere4, permettendo di pervenire ad una proposta di organizzazione degli spazi fondata su dati archeologici affidabili e di delineare, con un buon grado di approssimazione, le zone di abitato, quelle artigianali-produttive e le aree destinate a necropoli (fig. 1). Tra le evidenze più significative si segnalano le indagini condotte nell’area delle Carceri dei Penitenziati, all’interno del complesso monumentale dello Steri5, indagini che hanno avuto inizio nel 2003 e che si sono protratte, con vari interventi, fino alla fine del 2007, contestualmente ai lavori di recupero architettonico dell’intero edificio6 (fig. 2). Complessivamente l’attività si è articolata in 14 settori di scavo, risultanti anche dall’ampliamento progressivo di interventi di approfondimento stratigrafico. Alla fine del quadriennio l’indagine ha Spatafora 2004; Spatafora, Di Leonardo, Canzonieri in c.s. Le indagini hanno interessato vari punti del complesso monumentale dello Steri e sono state condotte dalla Soprintendenza di Palermo sotto la direzione scientifica della scrivente e con la preziosa collaborazione sul campo del Dott. Emanuele Canzonieri. I rilievi sono stati realizzati da Valeria Brunazzi e Rosalinda Catalano. 6 Lo scavo si è inserito nell’ambito dello straordinario progetto di restauro e di recupero delle Carceri dei Penitenziati, voluto dall’Università di Palermo e condotto a cura dell’area tecnica del Rettorato su progetto e direzione dei lavori degli Architetti D. Policarpo e G. Rotolo che hanno seguito da vicino e con grande entusiasmo tutte le fasi della ricerca. Il nostro ringraziamento si estende comunque a tutto lo staff dell’area tecnica del Rettorato, diretta dall’Ing. A. Catalano, per la fattiva e proficua collaborazione e soprattutto, per la fiducia accordata, ai Magnifici Rettori Prof. Giuseppe Silvestri e Prof. Roberto Lagalla. 4 5

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Fig. 2. Area monumentale di Palazzo dello Steri, planimetria generale con l’ubicazione degli scavi.

interessato gran parte della superficie delle Carceri dei Penitenziati, ma anche parte dell’area dell’ex Manifattura dei Tabacchi, dei locali retrostanti il Palazzetto Neoclassico e dei “dammusi” antistanti la serie di arcate ogivali che delimitavano, nel XIV secolo, il viridarium del palazzo (fig. 3). Per quanto concerne la fase coeva all’impianto del Palazzo dei Chiaromonte, gli scavi eseguiti all’interno e all’esterno delle celle che componevano la struttura delle carceri hanno riportato alla luce i resti monumentali e parzialmente conservati di un’aula semi-ipogeica (fig. 4) la cui costruzione è quindi da porre al primo quarto del XIV secolo. Il prospetto dell’aula delimita, insieme alle arcate, uno spazio rettangolare annesso al palazzo, citato nei documenti come viridarium. La datazione della sala, legata funzionalmente al palazzo attraverso una scala d’accesso, è avvenuta grazie ad una copiosa quantità di reperti7 provenienti dal crollo delle volte. Esse erano, infatti, alleggerite secondo una soluzione tecnica ricorrente nelle architetture medievali palermitane. Anche altri elementi stilistici hanno fornito indicazioni cronologiche, come la chiave di volta recante un motivo cuoriforme sormontato dallo stemma dei Chiaromonte8 (fig. 5). Nello spazio antistante il prospetto dell’aula lo scavo ha posto in luce, al di sotto delle colmature relative al giardino trecentesco9 ed in coincidenza con la quota del banco roccioso, un interessante complesso di strutture murarie e residui pavimentali pertinenti ad uno stabilimento artigianale databile tra la fine del X-inizi XI secolo (fig. 6). Entro i limiti dello scavo si può osservare una serie di ambienti a pianta quadrangolare, all’interno di ciascuno dei quali è ubicata una fornace a pianta circolare o, più frequentemente, ellittica. Delle fornaci si conservano solamente le camere di combustione e, in alcuni casi, canalizzazioni ed aperture Si tratta di boccali monoansati e con orlo trilobato, rivestiti con vetrina monocroma verde (cfr. Maccari Poisson 1984: 298-306). Questi reperti sono stati rinvenuti in strati a contatto con il pavimento dell’aula ed insieme ad una notevole quantità di lastre frammentarie di cocciopesto, relative al rivestimento del tetto. 8 Il medesimo stemma è raffigurato in un affresco all’interno di una lunetta situata sul muro di fondo dell’attuale ingresso al palazzo. 9 Un recente studio coordinato dalla prof. M. Sciascia ha raccolto una corposa mole di documenti storici riguardanti il giardino dello Steri e le fasi di edificazione delle carceri seicentesche. 7

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Fig. 3. Area monumentale di Palazzo dello Steri, planimetria degli scavi nella zona delle Carceri dei Penitenziati.

Fig. 4. Area delle Carceri dei Penitenziati, prospetto dell’aula trecentesca.

relative al controllo della cottura (fig. 7). La produzione aveva come altro elemento funzionale una vasca di raffreddamento a pianta quadrangolare (fig. 8) rivestita in cocciopesto e probabilmente ricostruita ad una quota superiore, ma con una differente destinazione, nel corso del XIII secolo. Alla quota d’utilizzo della vasca superiore, infatti, non si conservano residui pertinenti alle fornaci, ma solamente il terreno del viridarium trecentesco. L’intero complesso di ambienti, pavimenti e fornaci è strettamente collegato a livelli di combustione (fig. 9), in cui si sono rilevati consistenti depositi di bruciato. Oltre alla presenza di masse derivanti dalla combustione, si sono documentati accumuli di terra sabbiosa di colore grigio chiaro, di cui si sono prelevati diversi campioni al momento in corso di analisi. Tutti gli strati relativi all’attività dei forni, insieme ai livelli sottostanti, posti direttamente a contatto con il banco calcarenitico, contengono reperti ceramici diagnostici. Data l’affidabilità del contesto, si propone dunque una precisa indicazione cronologica sia per l’attività dei forni stessi, sia per la fase immediatamente precedente, anche se, in attesa dei risultati dello studio sistematico dei materiali, le

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Fig. 5. Chiave di volta recante lo stemma della famiglia Chiaromonte. US 1402.

Fig. 6. Veduta zenitale dell’area delle fornaci.

indicazioni fornite sono da considerarsi del tutto preliminari. Stante questa premessa, l’attività delle fornaci dovrebbe collocarsi cronologicamente tra la fine del X-inizi XI e la prima metà del XII secolo10, nel primo periodo del regno normanno, mentre ad una precedente fase di vita di età islamica rimandano numerosi rinvenimenti effettuati al di sopra del banco roccioso. A queste caratteristiche stratigrafiche e del terreno, si associa il rinvenimento di cenere e di numerosissimi frammenti di masse vetrificate o ipercotte (fig. 10), un gruppo consistente delle quali deriva probabilmente dalla prima cottura della sabbia silicea. Questi residui informi, aventi più o meno diGli strati direttamente connessi al funzionamento dei forni (cumuli di scarico) ed i livelli pavimentali relativi al loro esercizio hanno restituito numerosi frammenti di materiali ceramici, una cui breve selezione è in corso di esposizione presso le sale del complesso monumentale delle Carceri dei Penitenziati. In particolare, si fa riferimento a frammenti di catini invetriati, lucerne, brocche con diaframma a filtro e forme da fuoco (cfr. con i più recenti contributi di Arcifa 1996; D’Angelo 2004, 2005; Molinari 1995). 10

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Fig. 7. Fornace US 1181, planimetria e sezione.

Fig. 8. Veduta dello scavo con, in primo piano, la vasca quadrangolare rivestita in cocciopesto.

Fig. 9. Veduta zenitale del settore centrale dello scavo con i residui di terra recante resti combusti.

mensioni ricorrenti, presentano due tonalitĂ cromatiche principali: il verde molto scuro e il marrone con riflessi manganese. Le superfici sono irregolari, con profili simili alla scheggiatura dellâ&#x20AC;&#x2122;ossidiana oppure caratterizzate da sgocciolature e bolle. Nellâ&#x20AC;&#x2122;insieme, sembrerebbe che la pezzatura di queste piccole masse vetrificate sia stata ottenuta tramite frantumazione, come si evince da numerose superfici di frattura11. Si ringrazia il dott. F. Dâ&#x20AC;&#x2122;Angelo per la generosa collaborazione nel fornire utili indicazioni sul ciclo produttivo del vetro nel medioevo palermitano. 11

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Fig. 10. Selezione di scarti recuperati nello strato 1129.

Fig. 11. Fornace US 1131, verifica in corso di scavo.

La sequenza cronologica delle fasi in relazione al contesto delle fornaci è data, oltre che dai reperti recuperati negli accumuli coincidenti con i livelli di bruciato e relativi quindi all’attività produttiva, anche da due verifiche eseguite rispettivamente all’interno della fornace posta nell’angolo meridionale e all’interno del nucleo della vasca superiore (fig. 11). Tutte le strutture murarie rinvenute nell’area antistante il prospetto dell’aula trecentesca sono inquadrate all’interno di una griglia ad assi pseudo-ortogonali, orientata in senso NE-SO. Questi muri, che delimitano una serie di almeno sette ambienti a pianta rettangolare (fra due di essi si conserva un residuo della soglia che li metteva in comunicazione), sono stati datati nell’ambito del X (fine)-XII secolo, in base ai reperti sigillati dai livelli di calpestio. Gli ambienti hanno pianta quadrangolare, con dimensioni ricorrenti che rientrano nei 4/5 m di lato. Le pavimentazioni sono realizzate con un battuto di arenaria disgregata mista a calce, oppure con terra battuta semplice. Questi ultimi potrebbero essere

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relativi a spazi aperti. All’interno di cinque di questi vani, realizzati con una tecnica muraria povera in cui è frequente il reimpiego di conci, sono state rinvenute altrettante camere di cottura, dislocate al centro o in posizione angolare. I pochi residui di calpestio indicano che la quota cui si attesta l’attività produttiva è di circa cm 50 al di sopra del banco naturale, essendo la gran parte delle camere di cottura scavata nella roccia. In due casi si è potuto rilevare che la struttura della calotta era contenuta all’esterno da corposi volumi di tegole e laterizi frammentari, misti a terra di natura argillosa (fig. 12). Tale dato sembra importante in relazione alla necessità di garantire la tenuta termica delle camere stesse.

Fig. 12. Fornace US 1034, ortofoto.

Le cinque camere appartengono a due tipologie principali: - tipo a camera costruita, con profilo a calotta restringente verso l’alto e residui di un canale inclinato che metteva in comunicazione la camera di combustione con la soprastante (non più conservata) camera di cottura. Gli strati rinvenuti a contatto con queste strutture contengono materiali databili all’XI secolo, insieme ad un gran numero di mattoni combusti. Questa tipologia di fornace incide parzialmente il banco calcarenitico, rappresentando quindi un’integrazione fra “scavato” e “costruito” (fig. 13); - tipo a camera di combustione con pianta circolare o ellittica ricavata in uno spesso strato di argilla e tegole. Il riempimento di tali unità, insieme agli strati connessi, ha restituito un consistente numero di masse vetrificate contenenti, ad una prima veloce analisi macroscopica, una componente silicea. Le pareti interne di queste camere presentano evidenti resti di combustione, insieme a concrezioni vetrificate (fig. 14). Se le nostre ipotesi di lavoro risultassero confermate dalle analisi in corso, un gruppo numericamente consistente di masse vetrificate potrebbe riferirsi ad un processo produttivo legato anche alla fusione di sabbia silicea. A questo processo produttivo sembrerebbe connessa anche la vasca quadrangolare rivestita in cocciopesto rinvenuta nel settore Sud-occidentale dello scavo e probabilmente destinata, come si è già accennato, al raffreddamento del prodotto. L’estensione del complesso edilizio doveva essere notevole. La proiezione cumulativa delle strutture poste in luce restituisce infatti un fronte unitario superiore a m 30 di lunghezza e con un orientamento completamente differente rispetto alle successive fasi d’uso trecentesche. Siamo dunque, per

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Fig. 13. Fornace US 1181, ortofoto.

Fig. 14. Fornace US 1034, particolare delle tegole poste intorno alla camera.

quanto concerne le dimensioni dell’officina, in un ambito differente ben connotato rispetto ai contesti abitativi documentati anche di recente all’interno della Kalsa. Il dato appare di notevole interesse, in quanto conferma la suddivisione del quartiere in zone di differente destinazione d’uso, anche in relazione alle attività portuali. Nella parte centrale del settore di scavo, inoltre, alcuni strati posti tra il fondo roccioso ed i livelli di calpestio dei forni hanno restituito materiali islamici12 che delineano un arco cronologico che si spinge 12

Cfr. D’Angelo 2004.

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Fig. 15. Frammento di catino con decorazione in verde e bruno e rivestimento con inclusi quarzosi (X secolo).

fino alla fine del X-inizi XI secolo, costituendo di fatto il termine post quem per la datazione dell’impianto produttivo (fig. 15). Se da un lato la presenza di un primo prodotto della fusione sembra abbondante, dall’altro colpisce la scarsezza di manufatti vitrei finiti, il cui rinvenimento è limitato a pochi frammenti di minute dimensioni. Tale dato potrebbe essere determinante per la comprensione dei processi produttivi che potevano svolgersi nelle fornaci dello Steri, almeno parzialmente destinati alla produzione di “marzacotto” o “fritta”, cioè della materia vetrificata necessaria alla successiva fusione e soffiatura. Che la produzione di questo prodotto intermedio fosse distinta da quella del manufatto finito lo si evince anche da un più tardo documento del 1345, in cui due artigiani palermitani devono preparare “ ...anche il marzacotto per fare il vetro...”13. I cento anni d’uso costituirebbero, quindi, il periodo di esercizio del complesso produttivo che, per la notevole estensione ed articolazione, doveva rappresentare uno dei più importanti capisaldi della produzione vetraria palermitana. La posizione nel tessuto urbano, a ridosso del porto, conferma che questa officina doveva essere organica al quadro dei commerci delle materie prime o dei prodotti finiti, cui due secoli più tardi le fonti notarili aggiungono tasselli importanti. Relativamente alla fase trecentesca, questo stretto legame con il porto ed i commerci assume un’evidenza visiva, stilizzata in numerosi graffiti che sono stati rinvenuti lungo le pareti interne dell’aula semi-ipogeica chiaromontana14. La sabbia silicea adatta alla produzione del vetro è abbondante nei litorali della Sicilia occidentale, come ricordato in un documento del 1340, in cui si tratta l’esportazione della stessa a Murano e in altro documento del 1405, in cui un mercante palermitano carica una “galeotta” di sabbia di S. Teodoro, presso Trapani, per poi rientrare a Palermo. Anche la “scebba” (in it. Salsola Kali), pianta litoranea ricca di calcio, magnesio e potassio, particolarmente adatta per favorire la prima fusione e stabilizzazione della sabbia silicea, era molto diffusa nei litorali palermitani come pianta spontanea.15

In D’Angelo 1991: 107-116. Parte delle pareti dell’aula, lungo la fascia inferiore, ospitano numerosi graffiti raffiguranti navi di ogni tipo e misura, insieme a monogrammi circolari e tratti in serie (conteggi di mercanti?). 15 Cfr. D’Angelo 1991: 107-116. 13 14

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Il rinvenimento, dunque, oltre che per la sua valenza intrinseca relativa alla storia della produzione del vetro in età medievale, si inquadra in un più ampio problema di carattere topografico e urbanistico. Non sono stati ancora definiti con precisione, infatti, i limiti della Halisa islamica così come non è nota nel dettaglio la caratterizzazione del quartiere nella successiva età normanna, quando il centro del potere regale e amministrativo ritornò nell’area della Galka, dove i sovrani normanni costruirono la loro nuova splendida residenza reale. Le numerose indagini archeologiche condotte nel corso dell’ultimo decennio, tuttavia, hanno accresciuto notevolmente le nostre conoscenze anche sulla storia della città medievale, suggerendo nuovi e stimolanti spunti di ricerca, soprattutto in ordine alla topografia e all’organizzazione urbanistica dell’insediamento a partire dall’età islamica e, ancor di più, per l’età normanna, anche per quanto riguarda la localizzazione delle aree destinate alla produzione artigianale16. Non è tra l’altro trascurabile il fatto che anche in un’altra zona del complesso dello Steri, ed in particolare nella zona retrostante il Palazzetto Neoclassico, le indagini archeologiche hanno restituito un ulteriore dato legato ad attività produttive. All’interno del “saggio A”, al di sotto di un consistente accumulo di età moderna e in coincidenza con il banco roccioso, infatti, si è conservato un pozzo il cui riempimento ha restituito materiali ceramici frammentari databili ai secoli XI-XII, alcuni dei quali costituiti da scarti di fornace (anfore, ceramica acroma). Nello strato a contatto con la roccia, tra l’altro, sono stati rinvenuti numerosi residui di fornace, tra cui alcuni frammenti di barre che attestano l’esistenza di quel particolare tipo di fornace la cui diffusione e utilizzazione si ascrive al mondo islamico e che, alla luce degli scavi più recenti, pare abbastanza diffusa anche a Palermo. L’area dei rinvenimenti finora ricordati, infatti, si colloca in un settore della città che sempre più va delineandosi per la sua vocazione artigianale/produttiva, come dimostrano le fornaci a barre rinvenute all’interno del Teatro Santa Cecilia17 ma anche gli scarichi di fornace rinvenuti a Palazzo Lungarini e all’angolo tra Via Lungarini e Via Paternostro18. Doveva probabilmente trattarsi di un’area periferica, in modo che i densi fumi e gli odori sgradevoli delle attività di produzione non disturbassero i quartieri abitativi e che le risorse di base fossero facilmente reperibili. E’ quindi evidente che già alla metà dell’XI secolo le zone interessate da tali ritrovamenti si trovassero ai margini della cittadella fatimida oppure che essa, a quell’epoca, avesse subito una consistente contrazione o fosse stata già parzialmente abbandonata. I diversi settori di abitato rinvenuti nelle zone di Piazza Magione/Via Alloro, tuttavia, la cui datazione iniziale resta tuttora subordinata allo studio completo del materiale ceramico recuperato in diversi buoni contesti stratigrafici, oltre alla localizzazione delle necropoli islamiche rinvenute in vari punti del quartiere, sembra suggerire l’ipotesi che la cittadella fondata nel 937 abbia occupato un’area abbastanza limitata rispetto all’attuale ampio quartiere che ne ha ereditato il toponimo, sopravvivendo, seppure in parte con una diversa caratterizzazione, per buona parte del successivo periodo normanno, momento in cui, comunque, aveva definitivamente perduto il suo carattere di centro direzionale e amministrativo della città.

Cfr. nota 3 e, su quest’ultimo aspetto, Spatafora, Di Leonardo, Canzonieri, in c.s. Spatafora, Di Leonardo, Canzonieri, in c.s. 18 D’Angelo 2005; Spatafora 2005: 66, 69. 16 17

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Vetri medievali dalla Villa del Casale di Piazza Armerina Adalberto Ottati The subject of the article is the glassy material recovered near Villa del Casale’s medieval settlement in Piazza Armerina, recently investigated. Have been found some ancient buildings, recycled in the medieval context. At the same time, have been found several medieval wells from which comes a conspicuous quantity of glassy fragments: cruets, lamps, dishes and Islamic production bottles. These fragments allow studying the use of the glass in this important center of Sicily. Obiettivo delle pagine seguenti è presentare notizie preliminari su alcuni ritrovamenti vitrei effettuati nei pressi della Villa del Casale di Piazza Armerina1. Come è noto la Villa del Casale è interessata da alcuni anni da un totale restauro e dal rifacimento delle coperture per la protezione dei mosaici. Tali interventi hanno permesso di effettuare una serie di sondaggi lungo le strutture della villa e nelle immediate vicinanze: l’indagine archeologica ha lasciato intravedere i resti delle fasi precedenti al complesso tardo antico, ma soprattutto ha permesso di far luce sulle fasi successive, adombrate dagli scavi dei primi del novecento finalizzati al rinvenimento dei preziosi pavimenti2. Dalla documentazione degli scavi Gentili e successivi3 appariva chiaro che sui ruderi della Villa del Casale vi erano state frequentazioni posteriori, ciò dimostrato anche dai materiali rinvenuti tra cui alcuni manufatti vitrei purtroppo totalmente decontestualizzati. Solo con le recenti indagini ci si è potuti rendere conto dell’entità e dell’estensione dell’insediamento: un centro abitato che superava i limiti dell’odierno parco archeologico estendendosi a nord e a sud della villa e che conserva tracce di almeno tre distinte fasi di vita4 (tav. I, fig. 1). L’indagine a sud della villa, condotta in maniera estensiva a partire dal 20035, ha rimesso in luce l’insediamento medievale sia nella sua organizzazione urbanistica, con strutture relative a edilizia domestica composte da ambienti rettangolari aperti su aree cortilizie di servizio, sia nella sua integrità diacronica, con diverse fasi di vita a partire proprio da quella immediatamente successiva alla villa tardoantica, di cui riutilizza e rifunzionalizza le strutture nello specifico pertinenti ad un complesso Lo studio del materiale vitreo presente nei magazzini è attualmente in corso, di conseguenza i dati presentati in questa sede sono provvisori e prendono in considerazione soltanto alcuni contesti dell’area indagata. Notizia preliminare sui vetri rinvenuti nei recenti scavi si trova in Ottati 2010: 79-87. 2 Cfr. Pensabene 2004: 9-11 e in particolare Pensabene 2006 a: 31-34; Pensabene, Bonanno 2008. 3 Sugli scavi nella Villa del Casale si veda: Gentili 1999; De Miro 1984; sui risultati delle recenti indagini: Pensabene, Sfameni 2006; Pensabene, Bonanno 2008; Pensabene 2010. 4 Pensabene, Bonanno 2008. 5 I cantieri POR 2003-2006 che si erano concentrati presso l’area sud-orientale, ipotetica pars rustica della villa, hanno rimesso in luce una vasta porzione dell’insediamento medievale, rilevando come elemento di novità proprio la vastità di tale insediamento, già in parte ipotizzata dal Villari in base a fotografie aeree: esso non solo occupava tutta l’area della villa ed il terreno a sud di essa, ma anche il settore a nord delle terme Pensabene 2010: 15. 1

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Fig. 1

Fig. 2

Tav. I. Fig. 1: Piazza Armerina, Villa del Casale, distribuzione delle strutture murarie di epoca medievale (E. Gallocchio); Fig. 2: anello in pasta vitrea.

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termale. Da quest’area proviene materiale vitreo sporadico: unico oggetto degno di nota (saggio VI, US 9: tav. I, fig. 2, tav. VIII, n. 18) è un anellino in vetro bianco trasparente e pasta vitrea gialla con castone in pasta vitrea blu, rinvenuto in uno strato ricco di sigillata africana e pertinente alla fase di vita del complesso tardo-antico6. All’interno della villa ciò che rimane degli impianti medievali è rappresentato da brandelli di murature ormai difficilmente interpretabili, tuttavia sono stati intercettati una serie di pozzi e fosse, conservati per una profondità che va dai cm 50 ai m 27, sparsi su tutta la superficie del complesso ma con una maggiore concentrazione intorno alle terme e nello xystus, colmi di materiale ceramico, vitreo, ossa animali, e in un caso uno scheletro umano integro con tracce sul cranio riconducibili a morte violenta. Da questi pozzi proviene buona parte del vetro in oggetto. Una grossa concentrazione di vetri è stata rinvenuta a nord delle terme (saggio II: tav. II). La maggior parte proviene da due pozzi, II H e II G, immediatamente a nord del frigidarium. Il pozzo IIG si trova a nord della c.d. sala dei Massaggi, nei pressi della canaletta fuoriuscente dalla vasca principale dello stesso frigidario. Il riempimento presentava materiali di età araba (vd oltre). Ciò che restava era sicuramente una parte dell’originario pozzo, già “tagliato” dall’intervento Gentili, che doveva dunque prevedere il suo imbocco ad una quota forse assimilabile a quella delle strutture dei vani individuati nei saggi 2A e 2B posti a ridosso dei limiti di scavo Gentili a nord-ovest delle terme. Il materiale è stato rinvenuto in condizione di estrema frammentarietà. Soltanto con un attento e paziente lavoro di riassemblaggio è stato possibile restituire forma a diversi esemplari e tipologie di recipienti vitrei. Tra le centinaia di frammenti sono stati individuati finora almeno 30 pezzi di cui si è riusciti a determinare forma e funzione: nello specifico 5 bottiglie, 1 grosso recipiente8, 1 piattino, 1 piatto, 1 bicchiere, almeno 20 fiale (8 semi integre, 10 orli e 12 fondi, 47 frammenti di parete) e 3 lampade. Le 5 bottiglie appartengono a due tipologie ben distinte. Tre, (tav. III, tav. VIII,1-2, 7) di cui una ricostruita quasi integralmente9 (tav. VIII,1), sono riconducibili ad un tipo ben attestato, relativo ad una produzione islamica di X secolo, caratterizzato da forma raffinata e armoniosa con collo allungato che si ristringe verso la cima completato da un largo orlo appiattito con estremità riavvolte; il corpo, quasi cilindrico con rastremazione verso il fondo, presenta ben visibili le spirali di soffiatura. La decorazione dell’esemplare ricostruito (tav. VIII,2) è lineare e sul collo presenta motivi geometrici incisi

Strato probabilmente relativo alla villa rustica, ricco di sigillata africana, tra cui un’ansa con decorazione a rilievo consistente in un motivo vegetale stilizzato composto da racemi con frutti e 2 frammenti di lucerna. La produzione certamente individuata tra i frammenti di questa classe è la A1 (fine I-metà II d.C.), tra cui la Hayes 3 A e la Hayes 8 A, nn. 3-4. La ceramica africana da cucina è ugualmente abbondante e, tra i contenitori da fuoco, si distinguono anche frammenti di manufatti con impasto grezzo. (Tali dati rappresentano uno stralcio dello studio che Giulio Scarponi sta effettuando sulla ceramica africana rinvenuta nella Villa del Casale). E’ presente marmo (giallo antico, greco scritto, cipollino, bigio, rosso antico, serpentino, proconnesio), scarsi frammenti di tubuli e tegole, metallo, un discreto quantitativo di vetro tra cui piccoli piedi ad anello e orli estroflessi, abbondanti ossa animali. Oltre a vari frammenti di ceramica comune vi è una notevole quantità di anfore. Si rilevano inoltre 3 frammenti sporadici, tra cui uno di ceramica a vernice nera e due pareti sottili. 7 Tali quote sono purtroppo soltanto indicative in quanto i recenti interventi sono stati effettuati a partire dall’attuale piano di calpestio conseguente ai precedenti sterri. Non è da escludere che lo strato tagliato per la creazione dei pozzi fosse più in alto. La situazione descritta ha impedito l’individuazione di una cronologia puntuale dei pozzi che, anche se databili ad un periodo storico preciso, quello arabo-normanno, potevano essere frutto di diverse azioni consecutive, e soprattutto avrebbero potuto restituire, con i livelli di riempimento più alti, notizie sulla frequentazione del sito successiva al XIII secolo. 8 La grossa ampolla in vetro verde molto trasparente (h. mass.: cm 19. Ø mass. ricostr.: cm 32) non conserva parti tipologiche tali da permettere la ricostruzione de profilo. 9 Frammentaria, orlo più collo e fondo, profilo ricostruito, vetro bianco opaco leggermente trasparente; h: cm 22, h. collo: cm 9, Ø fondo: cm 9, Ø mass.: cm 12.8, Ø orlo: cm 6.2. 6

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Tav. II. Piazza Armerina, Villa del Casale, saggio 2, pozzi IIH e IIG.

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Tav. III. Fig 1: bottiglie dal pozzo IIG (dis. Autore).

incorniciati da due anelli verticali. L’esemplare n. 110 si distingue dal n. 2 per le maggiori dimensioni e per una decorazione del collo meno impegnativa. Questo tipo di bottiglie, testimoniato già tra IX e X secolo in Syria ed Egitto11, ha somiglianze sorprendenti con oggetti dalla vetreria Fatimide del Cairo, altri confronti si riscontrano nel Maghreb centrale, ma soprattutto, insieme con la maggior parte dei pezzi qui presentati, trova un puntuale confronto in quello straordinario repertorio di vetro islamico rappresentato dal carico naufragato davanti alle coste di Serçe Limani in Turchia intorno al 1025 d.C. e recentemente pubblicato in maniera ampia da G. Bass12.

Frammentaria, ricomposta quasi integralmente, vetro bianco opaco leggermente trasparente, h: cm 20, h. collo: cm 8, Ø fondo: cm 8, Ø mass.: cm 12, Ø orlo: cm 6. Fondo concavo al centro, corpo troncoconico rovescio con spalla arrotondata percorso da leggere solcature spiraliformi, collo troncoconico allungato con leggerissima strozzatura alla base, segnato da due solchi paralleli e da tacche oblique a delimitare motivi geometrici, orlo estroflesso ad imbuto molto espanso con estremità tagliata dal profilo arrotondato. 11 Tait 1995: 116-118. 12 Bass et alii 2009. 10

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Fig. 1

Fig. 2 Tav. IV. Fig. 1: bottiglie dal pozzo 2G; Fig. 2: grosso recipiente in vetro verde dal pozzo IIG.

Il secondo tipo è attestato da due esemplari (tav. IV, Tav. VIII,7) dall’aspetto di fiale di grosse dimensioni in vetro verde trasparente. Il corpo è presumibilmente piriforme senza soluzione di continuità con il collo allungato13. Per quanto riguarda il grosso recipiente (tav. IV, fig. 2), l’assenza di frammenti diagnostici non ne permette un riconoscimento puntuale, tuttavia la forma sembra riconducibile ad un’altra tipologia di manufatti presente nel già citato cargo turco. Dei due piatti (tav. VIII, 4-5), il primo14 (tav. V, fig. 1) è un piattino in vetro rosso-arancio molto trasparente dal profilo svasato; il secondo15 (tav. V, fig. 2) è un piatto da servizio poco profondo (forma

Quello maggiormente conservato presenta orlo più collo, mancante il fondo, vetro verde trasparente, h mass.: cm 25, Ø orlo: cm 3, Ø fondo: cm 8.5; il collo allungato in soluzione di continuità con il corpo, l’orlo è estroflesso con estremità riavvolte rifinite alla fiamma. L’altro è frammentario e lacunoso, il vetro è verde trasparente, Ø orlo: cm 2.2. L’orlo è rifinito alla fiamma. 14 Il profilo è ricostruibile da due frammenti costituenti il 30% del piatto, vetro rosso/arancio trasparente, h mass: cm 2, Ø fondo: cm 2.5, Ø, mass.: cm 6. 15 Molto lacunoso, il profilo è ricostruibile da sette frammenti, vetro bianco/rosato opaco, h mass: cm 2.3, Ø ricostr. orlo: cm 32; orlo indistinto tagliato superiormente. 13

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Fig. 1

Fig. 2 Tav. V. Fig. 1: piattino in vetro rosso dal pozzo IIG; piatto con fondo a nido d’ape dal pozzo IIG.

Bass SD7), caratterizzato da orlo indistinto tagliato superiormente, presenta il fondo piatto segnato da una superficie a nido d’ape con un reticolo di alveoli piuttosto irregolari16. Il bicchiere17 (tav. VI, fig. 1, tav. VIII,6) ha forma troncoconica con sottilissime pareti caratterizzate da superficie ondulata mediante costolature verticali ottenute per soffiatura entro stampo, l’orlo indistinto è tagliato superiormente, il fondo è fortemente rientrante con un conoide molto pronunciato18. Le fiale19 sono riconducibili a tre tipologie accomunate da orlo estroflesso rifinito alla fiamma e fondo fortemente rientrante con conoide molto pronunciato. Il tipo 1 è testimoniato da almeno tre esemLe forme aperte sono molto rare in strati di XI-XII secolo, ciò dovuto forse alla concorrenza della ceramica o all’abitudine di servire le pietanze in grossi taglieri collettivi in legno. Stiaffini 1999: 106. 17 Mancante per metà, il profilo è ricostruibile da diversi frammenti, vetro verde chiaro opaco, h mass ricostr.: cm 8, Ø ricostr. orlo: cm 6. 18 Il bicchiere apodo, a parete troncoconica oppure cilindrica, con bordo svasato o diritto, sembra essere la forma tipica della vetreria di XI-XIII secolo, diffuso in Puglia e Sicilia è derivante da prototipi originari del mediterraneo orientale Stiaffini 1999: 107. 19 Questi piccoli contenitori erano utilizzati per la vendita al dettaglio di unguenti e sostanze aromatiche; in ambito cristiano tali recipienti più o meno coevi sono anche utilizzati come contenitori di reliquie, acqua benedetta e oli prelevati dalle lampade che ardevano sulle sepolture dei martiri. Cfr. Arena et alii 2001: 317. 16

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Fig. 1

Fig. 2 Tav. VI. Fig. 1: bicchiere apodo dal pozzo; Fig. 2: exagia dall’area del saggio II.

plari (tav. VII, fig. 1, tav. VIII,9-11): si tratta di unguentari in vetro bianco trasparente caratterizzati da orlo estroflesso rifinito alla fiamma, collo troncoconico allungato e parte del corpo rigonfio20. Il tipo 2 è rappresentato da un esemplare frammentario21, tuttavia il ritrovamento di un integro (tav. VII, fig. 1, tav. VIII,12), proveniente da un pozzo vicino al IIG (IIH) ci permette di riscontrarne le caratteristiche tipologiche: vetro bianco-verdastro trasparente, fondo fortemente rientrante con conoide molto pronunciato, corpo vagamente campaniforme, collo allungato in forma troncoconica in condizione di continuità con il corpo, l’orlo estroflesso è riavvolto e rifinito alla fiamma. Confronti di questa tipologia di unguentari si hanno ad esempio in esemplari provenienti dai pozzi rinvenuti nel museo archeologico di Palermo e databili da contesto al X-XI sec.22. Di tre esemplari, frammentari, uno conserva l’ orlo, il collo e parte del corpo, vetro bianco trasparente, h. mass.: cm 6, h. collo: 4.5, Ø orlo: cm 1.5. Uno conserva solo il fondo e accenno di parete, vetro bianco/verdastro trasparente, h. mass.: cm 2, Ø fondo: cm 3. L’ultimo è mancante di collo e orlo, vetro bianco/verdastro trasparente, h. mass. cm 3.5, Ø fondo: cm 3.2. 21 I due esemplari provenienti dal pozzo IIG; sono frammentari, tuttavia un integro rinvenuto nel pozzo IIH permette di completarne la descrizione: vetro bianco/verdastro trasparente, h.: cm 7.7, h. collo: cm 4, Ø fondo ricostr.: cm 2.5, Ø orlo: cm 1.2. 22 Tisseyre 1997: 422-427. 20

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Tav. VII. Unguentari dall’area del saggio II.

Il tipo 3, in vetro rosso, è incompleto23 (tav. VII, fig. 1), tuttavia il fondo piatto di vetro pieno e il corpo cilindrico leggermente rastremato verso il basso ne consentono la distinzione. Inoltre altri 4 fondi (tav. VII, fig. 3), maggiormente conservati, sono stati rinvenuti nell’area del saggio II (US 4). Diversi confronti di questa tipologia di unguentario si ritrovano nella Spagna islamica, ad esempio presso Alicante, Granada e Murcia24. Un piccolo contenitore ansato, di cui si conserva parte dell’orlo, parete e ansa, è forse riconducibile all’utilizzo come unguentario (tav. VIII,17)25. Alla funzione di lampada26 sono riconducibili diversi pezzi tra cui fondi apodi arrotondati o con-

Mancante collo e orlo, vetro rosso, h. mass. cm 2.6, Ø fondo: cm 1.3. Presumibilmente di forma tubolare. Puche Acien 2000: 149-164. Data l’esiguità dei resti non si esclude la possibilità che possa trattarsi di fondi conici di lampade imbutiformi. 25 Lacunosa, orlo con ansa, mancante del fondo, vetro verde/azzurro, h. mass. cm 2.5, Ø ricostr.: cm 2.5. 26 Le lampade vitree, alla cui diffusione contribuì il largo impiego negli edifici di culto, sono destinate ad illuminare dall’alto, sospese mediante semplici catenelle o inserite in supporti metallici, esercitando una notevole suggestione. All’interno delle lampade, riempite di acqua sulla quale galleggiava uno strato di olio, gli stoppini di lino o papiro erano trattenuti da appositi sostegni in genere metallici. Cfr. Arena et alii 2001: 315. 23

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Tav. VIII. Tavola riassuntiva (dis. autore).

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tenitori ansati collegabili ad un’evoluzione della forma Ising 13427. Alcuni sono la parte terminale arrotondata di lampade coniche da moschea di tipologia islamica28, tuttavia il n. 17 potrebbe riferirsi al fondo di una bottiglia, assimilabile per dimensioni all’esemplare n. 7. Per quanto concerne il contesto di ritrovamento, l’US 1 del pozzo IIG conteneva, oltre ai vetri testè presentati, laterizi, anfore a bande (un orlo si confronta con i materiali dalle volte della Zisa29), ceramica invetriata e scarsa ceramica da fuoco. Tra gli elementi datanti si annoverano le scodelle di grandi dimensioni a corpo carenato o emisferico, sia in ceramica comune che in ceramica invetriata, ed i tipi di decorazioni per i manufatti invetriati: fasce brune o verdi verticali presso la parete, al di sopra della linea della carena; fasce verdi disposte a raggiera a partire dal fondo della vasca, su vetrina molto spessa. Queste attestazioni, associate alla brocchetta con filtro, alla lucerna a vasca chiusa nonché ad anfore a bande con corpo cordonato, fanno pensare ad una cronologia di X-XI secolo, nonostante per le anfore il confronto con la Zisa segnalerebbe una cronologia più bassa (fine XI-XII secolo). Manca totalmente l’invetriata verde solcata30. Va rilevato inoltre anche un frammento di collo di brocca con filtro con chiari difetti di cottura: l’esemplare è deformato e ipercotto configurandosi come possibile scarto di produzione. Interessante l’accostamento di un collo di bottiglia o fiasca in ceramica comune con un esemplare confrontabile proveniente dal pozzo II H (US 2), quest’oggetto, unito ad una tipologia di fiala vitrea (tav. VII, fig. 2) comune

Isings 1957: 162. Lacunose, una in vetro verde-azzurro, h. mass.: cm 4, Ø fondo ricostr.: cm 4, l’altra in vetro verde-azzurro, h. mass.: cm 8, Ø.: cm 8. 29 Anfora databile tra fine XI-inizio XII sec. La Zisa, il padiglione palermitano voluto da re Ruggero II, ha restituito una serie di anfore quasi intatte (da datare a prima del 1154), inserite nella malta delle volte di copertura degli ambienti, e recuperate durante i restauri: mostrano fasce dipinte di vario tipo, anche con lettere cufiche, e sono distinguibili sette tipi, studiati da F. Ardizzone (Ardizzone 1999: 7-50). Tipo G: anfora con corpo ovoidale, largo e basso collo tronco conico, orlo indistinto arrotondato segnato da un solco all’esterno, piccole anse ad anello impostate sulla spalla cordonata, fondo umbonato, superficie decorata da motivi lineari dipinti in bruno. 30 Ringrazio Eleonora Gasparini per avermi fornito i dati di scavo e soprattutto il riconoscimento del materiale ceramico, fondamentale per la datazione dei contesti. Il pozzo è scavato in tre tagli (da 0 a - m 0.80; da m - 0.80 a m –1.40; da - m 1.40 a - m 2) per verificare che il riempimento fosse una gettata unitaria. Il rinvenimento di due frammenti provenienti uno dal secondo e l’altro dal terzo taglio confermano che l’ US 1 è frutto di un’unica azione. Tra i materiali presenti nel secondo taglio si ricorda un boccale o tazzone monoansato in ceramica comune con orlo leggermente estroflesso (Ø cm 15,5), corpo globulare cordonato, ansa a sezione ovale e fondo umbonato. L’impasto rosato è abbastanza depurato e la superficie è trattata con schiaritura che risparmia il fondo. Si cita anche una ciotola in ceramica comune con orlo estroflesso (Ø cm 19,5), breve parete carenata e vasca molto inclinata che chiude in un fondo con piede ad anello. L’impasto chiaro presenta ulteriore schiaritura in corrispondenza dell’orlo, sino alla carena. Per la classe di materiali invetriati si annoverano scodelle carenate ed emisferiche di grandi dimensioni con decorazioni a fasce verticali verdi o brune su fondo giallo; una lucerna a vasca chiusa; un frammento di tazzone o boccale con orlo indistinto e decorazioni a larghe fasce verticali verde ramina. La scodella emisferica meglio conservata presenta orlo leggermente estroflesso (Ø cm 25) e piede ad anello. Si tratta di scodelle, tazze, lucerne invetriate di XI sec. si osservano scodelle di grandi dimensioni con orlo estroflesso, parete carenata e piede ad anello. La decorazione prevede bande verticali di colore bruno sulla carena e motivi vegetali stilizzati all’interno del cavo. Il tazzone monoansato presenta orlo indistinto e assottigliato e le lucerne sono a vasca chiusa. Nel terzo taglio compaiono due esemplari di casseruola in ceramica da fuoco, con orlo indistinto e breve parete leggermente obliqua. L’impasto è molto spesso e grossolano, con abbondanti inclusi di grandi dimensioni. Sempre nel terzo taglio è presente un esemplare di bottiglia in ceramica comune con orlo leggermente estroflesso, collo cilindrico e ansa impostata sul collo, l’impasto rosato è stato trattato con schiaritura sulla superficie esterna. Molto interessante è il rinvenimento, sempre nel terzo taglio, dunque in prossimità del fondo del pozzo, di frammenti di un vaso da noria: l’esemplare potrebbe essere in giacitura primaria ovvero essere stato utilizzato in concomitanza con il momento in cui il pozzo era in funzione, prima che fosse trasformato in discarica. Va tuttavia rilevato che, a differenza dei due vicini pozzi scavati a nord del tepidario (riempimenti = saggio II US 4 e 5), in questo caso non si è giunti a rintracciare la falda acquifera. 27 28

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ai due depositi potrebbe essere indizio della coincidenza delle due azioni di riempimento31. La cronologia dei pozzi IIG (US 1) e II H (US 2) non va oltre l’XI sec. sia per il tipo di lucerna che per la morfologia della brocca e delle scodelle. L’area delle Terme ha quasi sempre restituito cronologie alte (fine X-inizio XI secolo) a differenza di quella dello Xystus dove i riempimenti sembrano scendere al XII sec. Sempre da strati del saggio II (II, US 4) provengono frammenti di bottiglie vitree, forse assimilabili alla tipologia islamica già descritta, fiale e soprattutto esemplari di gettoni vitrei di cui uno con iscrizione araba leggibile (US 0). Durante gli ultimi scavi sono stati rinvenuti tre esemplari di questa tipologia di manufatti (tav. VI, fig. 2) che si aggiungono ad altri rinvenuti in scavi precedenti. Uno, senza legenda, rinvenuto nel pozzo IIA (US 1), l’altro, frammentario dall’US 5. Si tratta di dischi in pasta vitrea, policromi, dalla forma tendenzialmente rotonda con legenda impressa nella maggior parte dei casi su una faccia soltanto e recante il nome e il protocollo del califfo in carica. Tali manufatti denominati sanājāt in arabo, derivano direttamente dagli exagia bizantini32. Dalla Villa del Casale provenivano già un esemplare bizantino rinvenuto nell’area dello xystus, lato sud, stanza di occidente e uno, rinvenuto nel cortile del peristilio, della serie denominata da Paul Balog bizantino-araba e caratterizzata dalla deformazione dalle lettere che compongono il monogramma centrale che copiate in maniera maldestra divengono segni grafici senza alcun significato. La serie è considerata appartenente ad una fase di passaggio tra uso bizantino e riutilizzo da parte del mondo arabo. Entrambi provenivano da strati di interro corrispondenti all’attuale piano di calpestio e quindi inquinati e decontestualizzati33. Sette esemplari con iscrizione a caratteri cufici ritrovati dagli scavi gentili invece testimoniavano la presenza della tipologia araba: risalgono all’epoca fatimide e il più antico al califfo al-Kāhim. Un’altro, rinvenuto nel 1950 all’interno della piscina del frigidarium portava la legenda di al-Mustansir. I nuovi ritrovamenti si aggiungono quindi ad una già cospicua collezione, tuttavia di essi solo uno presenta ancora leggibile la legenda34. Il gettone maggiormente conservato, in vetro verde leggermente trasparente, presenta un’ampia cordonatura periferica una legenda cufica su due righe con il protocollo del califfo al-Hākim bi-amr illah (996-1027) entro due cerchi concentrici35. È da rilevare come molte delle tipologie di gettoni

Dal pozzo IIH (US 2) provengono, oltre a varie tegole frammentarie, scarsi quantitativi di ceramica (tra cui frammenti di sigillata africana D), vari frammenti di lastrine marmoree, scarsi frammenti di ossa, tessere musive. Il riempimento è stato scavato in due fasi, una da quota 0 a - 0.50 m e l’altra da – 0.50 m a -1.30 m. L’esame dei reperti tuttavia permette di verificare che il riempimento era unitario. La scarsa ceramica rinvenuta non permette un’individuazione cronologica precisa del contesto che tuttavia può probabilmente essere ricollegato al primo periodo medievale (sec. X-XI): tra i reperti significativi si ricordano un collo di bottiglia con orlo arrotondato in ceramica comune; un fondo di ciotola con piede ad anello in ceramica smaltata di colore giallo; un frammento di collo di brocca con filtro con attacco di un’ansa in ceramica invetriata; due frammenti che attaccano di olla in ceramica da fuoco (si conserva parte dell’orlo bifido e della parete. Per ciò che riguarda la ceramica acroma, si tratta di ceramica comune, brocche con filtro, tazze, ciotole, bottiglie di XI sec. Le brocche hanno orlo assottigliato, alto collo tronco-conico e corpo globulare. Compare anche una grande brocca con versatoio, con orlo estroflesso su alto collo cilindrico, corpo globulare dalle spesse pareti cordonate e superficie schiarita. Una bottiglia o “fiaschetta” monoansata con orlo leggermente estroflesso e collo cilindrico è rappresentata nel contesto in questione da un frammento acromo di orlo riconducibile a un tipo caratterizzato da collo cilindrico sottile e sagomato, corpo globulare pronunciato e anse a sezione ovoidale impostate tra il collo e la spalla. Il tipo si attesta tra gli scarichi delle fornaci di Agrigento (Fiorilla 1990: 28, fig. 12); recipienti da noria o senia: bocca larga, corpo ovoidale, fondo concavo con puntale cilindrico da inserire nel meccanismo montante: sorta di catena fatta girare da due ruote, una verticale e una orizzontale. 32 Balog 1975: 188-198. 33 Perassi 2008: 299-300, nn. 10-11 34 Tali strumenti metrologici hanno origine nell’area culturale bizantina che li trasmetterà poi, a seguito della conquista dell’Egitto, al mondo islamico. I primi esemplari islamici noti si datano al 690 e sono contrassegnati dal califfo Abd-Al-Malik (684-708 d.C.). A partire dal regno di Al-Akhim i pesi monetali in vetro avrebbero assunto il valore di monete vere e proprie in sostituzione della valuta di rame. Vd. Perassi 2008: 289. 35 Gr 5.5, Ø est., mm 22, Ø int. mm 18. 31

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siano forse state prodotte in Sicilia e non importate dal nord Africa. Si sono trovati confronti grafologici per cui appare che alcuni gettoni catalogati dal Balog come produzioni siciliane di zecche locali siano stati effettivamente prodotti in Sicilia sotto il califfato di al-Hākim. La diffusione dei sanājāt nel mondo arabo è attestata durante i periodi omayyade e abbaside fino a raggiungere un apice nel periodo fatimide; le interpretazioni sulla loro funzione risultano ancora controverse36. Infine altri pozzi nell’area del saggio II hanno restituito frammenti in vetro, molti di questi contenevano frammenti di vetrate, come ad esempio il pozzo IIf (Uss 5-6) che ha restituito 53 frammenti di finestra. Il vetro è sempre incolore e trasparente realizzato in dischi con la tecnica della corona37. Concludendo, la presenza di una maggiore concentrazione di vetro nei pressi degli ambienti della villa romana è facilmente giustificabile: il centro politico e religioso dell’insediamento medievale aveva trovato un buon sostegno, sia statico che ideologico, nelle solide murature romane. Bottiglie di un certo pregio, lampade e contenitori di fragranze ben si accostano a corredi di un palatium. Analizzando il vetro e la ceramica proveniente dai contesti indagati è stato possibile rimarcare una differenza qualitativa rispetto al materiale coevo rinvenuto nel quartiere scavato a sud della villa: oltre che alle modalità di giacitura, il fenomeno potrebbe attribuirsi ad una diversa connotazione sociale dei due settori dell’abitato. Si delineerebbe sempre più dunque l’immagine di un quartiere occupato dalla popolazione più abbiente, sorto in corrispondenza dei resti della villa e, attorno ad esso, di zone insediative più modeste e forse a carattere rurale38. I riempimenti provenienti dalle fosse e dai pozzi hanno restituito abbondante materiale ceramico e vitreo spesso ricomponibile o parzialmente ricomponibile e a volte anche intero: tale messe di esemplari, tutt’ora in corso di studio, fornisce un quadro della cultura materiale tipica del medioevo siciliano, con testimonianze che dal periodo arabo (X-metà XI secolo) giungono sino alla piena età normanna (fine XI-prima metà XII secolo)39. Se i materiali rinvenuti nei quartieri dello xystus rimandano a cronologie più basse, quelli delle Terme restituiscono manufatti attribuibili alla fase pienamente araba dell’insediamento. La posizione dei pozzi di rinvenimento, dietro al Frigidarium, apre diverse possibilità di interpretazione. È stato ipotizzato infatti che in epoca bizantina gli ambienti delle terme fossero stati riutilizzati, forse ad uso liturgico, ospitando un oratorio40. Non è da escludere che tali ambienti possano aver mantenuto, con l’occupazione araba, caratteristiche analoghe tali da giustificare pregiati lampadari vitrei e recipienti di sostanze aromatiche41. È molto diffusa l’idea che durante il potere di questa dinastia sciito-egizia, e più in particolare sotto i califfi alMu’izz, al-‘Aziz, al Hākim, al-Zahìr, al-Mustansir, al-Must’alì i gettoni cambiano funzione: la maggior parte non ha peso che si avvicini ai nominali in uso al contrario di quelli omayyadi e abbasidi che in alcuni casi riportano nella legenda stessa la corrispondenza di peso. Si è quindi portati a ritenere che i gettoni non siano stati utilizzati come campioni ponderali ma con altra funzione, forse come vere e proprie monete divisionali sostitutive dei fulūs di rame, completamente assenti in tutto il periodi fatimide Balog 1975: pp. 188-198. Nessuno dei manufatti rinvenuti può essere direttamente assimilabile ad un peso ponderale a causa delle discordanze con quelle che sono le classi di peso dei nominali in uso. Palma 2010: 69. Il peso del gettone integro, gr. 5.5, è tuttavia confrontabile con un fals di 30 harruba (gr. 5.55). 37 Dallo strato provengono 10 lastrine frammentarie in marmo bianco prevalentemente proconnesio più un piccolo frammento in cipollino. Tra la ceramica vi sono almeno due anfore (1 ansa a bastoncello con scanalature ed 1 esemplare della stessa tipologia di cui si ricostruisce il collo, le anse e parte del corpo) e scarsi frammenti di ceramica comune. Vi sono infine tubuli frammentari (tra cui uno di forma parallelepipeda con malta applicata sulla parete), tegole piene, scarse ossa. 38 Gasparini E., Villa del Casale di Piazza Armerina: nuovi contesti ceramici dal I al XII secolo, c.s. 39 Barresi 2006: 139-216; Barresi 2008: 133-157; Gasparini, Lamonaca, Pajno 2008: 189-207; Alaimo et alii, 2010. 40 L’ipotesi deriva dal ritrovamento da parte del Gentili di una grossa quantità di lucerne paleocristiane. 41 Cfr. Gentili 1999. Diverse tracce di rimaneggiamenti di epoca arabo-normanna vengono rinvenuti negli ambienti delle terme; per un elenco delle evidenze si veda Pensabene, Sfameni 2006: 94. 36

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In definitiva, i recenti scavi con lo studio del materiale rinvenuto stanno ricostituendo una documentazione delle fasi medievali del sito, ristabilendo un legame tra la residenza tardo antica e l’insediamento medievale, legame venuto inevitabilmente a mancare a causa delle indagini archeologiche degli inizi del novecento e successive42 che avevano prediletto la rimessa in luce delle strutture antiche e dei mosaici annessi offuscando le possibilità di comprensione delle diverse fasi di vita successive alla dismissione degli ambienti mosaicati43 e tagliando la continuità del sito medievale con quello che presumibilmente era il suo nucleo principale. Merito dei recenti scavi è stato quindi quello di restituire la visibilità a un medioevo che, in questo luogo, è risultato avere entità e dimensioni tali da far ipotizzare che ivi insistesse il nucleo primigenio dell’odierna Piazza Armerina44.

Gentili 1999. La stratigrafia individuata si limitava a due fasi successive alla villa tardo-antica, quella medievale e quella rinascimentale. Per una storia degli scavi riguardante le fasi medievali dell’area del Casale si veda Sfameni 2006: 81-90. 43 La villa romana del casale fu scavata in maniera pressoché totale negli anni ’50 con l’obbiettivo di rimettere in luce ed evidenziare le strutture romane, ciò a discapito di tutto ciò che era successivo che venne distrutto, documentato da rilievi e studi inadeguati alla comprensione di tali strutture. Pensabene 2006a: 31. 44 Per un inquadramento storico delle fasi medievali del sito si veda Pensabene 2006b. 42

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Vasellame in vetro dalle cisterne del Castello di Butera1 Lavinia Sole

“Glass vases from the cisterns of the Butera Castle”. The assemblage of glass artefacts, which is the subject of this contribution, has been retrieved from four cisterns (A, B, C, F) of the Medieval Castle of Butera. They are closed contexts, which were not manipulated by modern interventions, and permit a better definition of the chronology of the glass objects through their association with ceramic material. Nell’area antistante i resti del Castello medievale di Butera, piccolo centro in provincia di Caltanissetta, a circa 26 km a Nord di Gela, durante le campagne di scavo condotte tra il 1998 e il 1999 da chi scrive, sono state individuate 8 cisterne (denominate A, B, C, E, F, H, J, M), destinate prevalentemente all’approvvigionamento idrico (fig. 1). Le strutture ricadevano nella corte interna dell’edificio, in quanto, in origine il castello era costituito da un sistema di torri collegate tra loro da cortine murarie che limitavano questo spazio. Ad oggi della struttura resta un solo torrione angolare settentrionale con una porzione contigua di muro in cui si apre una porta ad arco, nonché altre parti del muro di recinzione inglobate in edifici di epoca successiva (fig. 2)2. Le indagini archeologiche all’interno delle cisterne hanno restituito un significativo gruppo di oggetti in vetro, che presumibilmente rappresentano una parte di quelli originariamente scaricati nelle strutture, considerato il ritrovamento di numerosi frammenti, il cui stato di conservazione ne impedisce l’identificazione. I vetri, che si possono inquadrare cronologicamente o di cui è stato possibile ricostruire la forma, provengono sopratutto dalla cisterna F, mentre pochi esemplari sono stati individuati all’interno delle cisterne A, B e C3. Si tratta comunque, in tutti i casi, di manufatti pertinenti a contesti sigillati, non alterati da interventi moderni, e individuati nell’ambito di un’indagine stratigrafica in associazione a materiale ceramico diagnostico, presupposti, questi, che rendono la documentazione piuttosto interessante. Lo studio del materiale ceramico dai riempimenti delle cisterne e dei rapporti stratigrafici fra le strutture rinvenute nella corte, già affrontato in altre sedi4, ha evidenziato, innanzi tutto, che le cisterne persero la loro originaria funzione di recipienti idrici e vennero occultate in concomitanza con Desidero ringraziare la Prof.ssa Adele Coscarella per avermi invitato a partecipare alle XV Giornate Nazionali di Studio sul vetro, il Prof. Philippe Tisseyre per l’aiuto e i preziosi consigli dispensatimi durante la stesura del testo e il mio piccolo Ennio che ha condiviso lo studio dei vetri durante il nostro lungo soggiorno palermitano. 2 Sul castello di Butera, cfr.: Scuto 1990: 174-175; Maurici 1992: 257-258; Sole 2003: 157-163; Sole 2011: 313-322; Sole c.s. 3 Le cisterne sono state scavate nella tenera roccia locale, mentre la parte superiore presenta una fodera di pietrame, anche perchè ricavate nelle fondazioni delle adiacenti strutture murarie. Tranne la cisterna F, tutte hanno sezione, imboccatura e fondo di forma approssimativamente ovoidale; l’imboccatura è circondata da una vera in pietra. 4 Si vedano Sole 2003: 157-163; Sole 2011: 313-322; Sole c.s. 1

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Fig. 1. Planimetria dell’area di scavo antistante il Castello di Butera (Rilievi A. Catalano; elaborazione S. Pantano).

Fig. 2. Torrione angolare settentrionale del Castello di Butera (foto: G. Castelli).

alcune delle fasi di ristrutturazione e ricostruzione del Castello, fornendo, peraltro, un significativo terminus ante quem anche per la datazione dei vetri che di questi riempimenti facevano parte. Dalla cisterna A5 provengono 2 frammenti appartenenti a vasi da illuminazione, uno a vasellame per la pratica medica e 22 frammenti di pareti. Sembra pertinente ad una lampada a corpo troncoconico6 un fondo con conoide poco pronunciato, incolore tendente al giallo (fig. 3), mentre un altro fondo cilindrico cavo con punta arrotondata, di colore verde chiaro, si può forse attribuire ad una lampada a corpo conico7 (fig. 4); è presumibilmente riconducibile ad una fiala un frammento di fondo, con conoide pronunciato, di colore giallo chiaro8 (fig. 5). I frammenti si trovavano in prossimità del fondo della cisterna, all’interno di una sola unità stratigrafica (US 6) di colore grigiastro e di consistenza limacciosa. In associazione con questo strato, ma anche con tutti gli altri che riempivano l’escavazione9, sono stati trovati manufatti omogenei dal punto di vista cronologico che fanno pensare ad un butto effettuato nell’arco di un breve periodo: si tratta di ceramiche ad Imboccatura: m 1,00 x m 0,50; profondità: m 3,85. Il tipo (Stiaffini 1991: 184, G1b) è in uso già dal IX secolo. 7 Stiaffini 1991: 196, G2b (XI-XII). 8 Per la forma cfr.: Tisseyre 1997: 74, tav. A, 9 (esemplare del X-XI secolo). 9 La successione stratigrafica riscontrata all’interno della cisterna era la seguente: strato di terra soffice, di colore marrone scuro, mescolata a chiazze di terra sabbiosa giallo-ocra (US 2); strato di terra marrone, omogeneo (US 3); strato di terra grigiastro, compatto, mescolato a pietre di grosse dimensioni (US 5); strato di terra marrone-grigiastro, fine, limaccioso, con qualche pietra di grosse dimensioni (US 6); strato di terra verdognolo, limaccioso (US 7). 5 6

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Fig. 3. Cisterna A: fondo con conoide poco pronunciato di lampada pensile (foto e rilievo: L. Sole).

Fig. 5. Cisterna A: fondo con conoide pronunciato di lampada pensile (foto: L. Sole).

Fig. 4. Cisterna A: fondo cilindrico con punta arrotondata di lampada pensile (foto: L. Sole).

invetriatura piombifera, prive di rivestimento e a pareti cordonate, talvolta con decorazione rosso-bruno, databili non oltre la fine del XII secolo. La datazione del contesto costituisce un utile riferimento per la definizione cronologica dei vetri. Le medesime associazioni contestuali sono state restituite dalle cisterne B e C, i cui riempimenti si sono formati sempre in tempi piuttosto ridotti. I vetri, restituiti dallo strato di terriccio verde e limaccioso sul fondo della cisterna B (US 104)10, si trovavano in associazione con ceramiche ad invetriatura piombifera e prive di rivestimento databili tra l’XI e il XII secolo a.C. e attestate anche nelle altre unità stratigrafiche. Si tratta di 3 frammenti di pareti, di un frammento di recipiente (coppa ?) a corpo concavo-convesso in vetro incolore con orlo applicato di colore azzurro, confrontabile per la forma del corpo con simile esemplari del X-XII secolo11 (fig. 6), e della porzione di una bottiglia di colore verde chiaro, di cui si conserva il lungo collo a profilo convesso, strozzato alla base dell’orlo svasato, con l’attacco del corpo presumibilmente globulare (fig. 7). Anche nella cisterna C12 i vetri sono stati rinvenuti insieme ad invetriate piombifere e a ceramiche prive di rivestimento databili tra l’XI e il XII secolo, peraltro presenti in tutte le unità stratigrafiche Imboccatura: m 1,40 x m 0,80; profondità: m 3,02. La successione stratigrafica riscontrata all’interno della cisterna era la seguente: strato di terra marrone, molto friabile (US 101); strato di terra marrone, friabile con chiazze di terra gialla di consistenza argillosa (US 103); strato di terra limaccioso, di colore marrone chiaro tendente al verdastro (US 104). 11 Tisseyre 1997: 73-74, B4. 12 Imboccatura: m 1,61 x m 0,92; profondità; m 1,91 m. La successione stratigrafica riscontrata nella cisterna era la seguente: strato di terra marrone chiaro, molto morbida (US 18); strato di terra marrone chiaro, con chiazze giallo-ocra (US 21); strato di terra marrone chiaro, con chiazze giallo-ocra e tracce di bruciato (US 23). I frammenti vitrei provengono dalle UUSS 21 e 23. 10

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Fig. 6. Cisterna B: recipiente (coppa ?) a corpo concavo-convesso (foto e rilievo: L. Sole).

Fig. 8. Cisterna C: frammento di ansa verticale (foto: L. Sole).

Fig. 7. Cisterna B: porzione di bottiglia (foto: L. Sole).

a Fig. 9. Cisterna F: bottiglia (foto: G. Castelli).

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Fig. 10. Cisterna F: porzioni di bottiglie (foto: G. Castelli).

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del riempimento. In questo caso si tratta però soltanto di 10 frammenti di pareti (2 dall’US 21; 8 dall’US 23) e di un frammento di ansa verticale a sezione circolare con attacco della parete in colore blu-cobalto (US 23) (fig. 8). Sembra che le tre cisterne (A, B e C), unitamente ad altre rinvenute nella corte (J, M), siano state occultate nella seconda metà del XII secolo, probabilmente in occasione della ristrutturazione del castello effettuata da Guglielmo II, quando forse si rese necessario liberarsi preliminarmente delle macerie derivanti dalla parziale distruzione che l’edificio, insieme al centro di Butera, subì nel 1161 per mano di Guglielmo I13. Diverso il caso della cisterna F14. Durante lo scavo stratigrafico del riempimento sono state isolate sei unità stratigrafiche, quasi tutte contenenti materiale in vetro15. L’analisi del materiale ceramico rinvenuto nelle US, piuttosto uniforme, consente di ipotizzare che anche la formazione di questo deposito sia avvenuta in un breve lasso di tempo, pur se attraverso diverse gettate. Infatti, in tutti gli strati sono presenti sopratutto invetriate stannifere decorate in bruno o in bruno e verde del XIV-inizi del XV secolo e coeve ceramiche prive di rivestimento16. Nel complesso dunque, i materiali rinvenuti assegnano alla fine del XIV - inizi del XV secolo il momento in cui il pozzo venne interrato, offrendo ancora una volta un terminus ante quem per la datazione dei vetri rinvenuti. Sembra che l’occultamento sia da ricollegare all’opera di ristrutturazione del Castello compiuta intorno al 1392 da Ugo Santapau17, appartenente ad una famiglia catalana, cui vennero assegnati in feudo l’edificio e il territorio di Butera. In quella occasione, prima di affrontare il restauro, si rese probabilmente necessario ripulire l’area da tutti i detriti relativi al periodo di guerre e malattie che coinvolsero Butera e l’intera Isola nella seconda metà del XIV secolo, scaricandoli all’interno della cisterna F e di un’altra ad essa vicina (cisterna E)18. Sulla distruzione del 1161 cfr.: Nigrelli 1991: 71, nota 34; Fiorilla 1997: 171, nota 18, con bibliografia precedente. Sull’occultamento delle cisterne nella seconda metà del XII secolo cfr.: Sole 2011: 318; Sole c.s. 14 Il pozzo si distingue dagli altri trovati nella corte per la forma e l’accuratezza costruttiva: ha un’imboccatura circolare (diam. m 0,40; prof. m 3,59), circondata da una vera di pietre provvista di varco di adduzione ricavato fra i blocchi; in sezione presenta una forma c.d. “a bottiglia” (cilindrica nella parte superiore: diam. m 1,35; svasata verso il fondo: diam. m 2,10), simile a quella di alcune cisterne greche rinvenute a Gela (cisterna greca presso il Museo: Orlandini 1960, pp. 72-77): Proprio per queste caratteristiche, la cisterna F sembra una struttura di età greca riutilizzata, così come un’altra cisterna (H) ubicata nelle vicinanze. 15 La successione stratigrafica riscontrata all’interno della cisterna F era la seguente: strato di terra marrone chiaro, soffice, con qualche pietra, coperto dallo strato di calce che sigillò tutta la corte tra il XVI e il XVII secolo e per questo contenente nuclei di calce (US 43); strato di terra marrone molto chiaro, soffice, con qualche pietra (US 44); strato di terra marrone molto chiaro, soffice, misto a chiazze di terra verdognola e giallo-ocra con pietre di grandi dimensioni (US 45); strato di terra sofficissima, marrone scuro tendente al bruno (US 46); area di terra marrone chiaro, argillosa, con molte chiazze di bruciato, nuclei di argilla grigia e molti frammenti di ossa di animali (US 48); strato di terra fine, di consistenza limacciosa e di colore verdastro (US 51). Sono stati trovati frammenti vitrei in tutti gli strati tranne che nelle UUSS 46 e 51. 16 I pochi frammenti di invetriate piombifere e quelli privi di rivestimento dello stesso periodo si configurano come materiale residuo per la loro costante presente in tutti gli strati, anziché sul fondo, come ci si sarebbe aspettato nel caso di un deposito di materiale più antico, mentre elementi intrusivi sono le rare ceramiche ellenistico-romane e le maioliche, queste ultime individuate soltanto nello strato superficiale del riempimento, a contatto con lo strato di calce che sigillò tutta la corte tra il XVI e il XVII secolo (Sole 2011: 318). 17 Fu il Patricolo ad attribuire a questo periodo l’intervento effettuato alle volte dell’ultima elevazione della torre (Taibbi 1993: 37). 18 Si trattò di un periodo piuttosto critico, in cui si verificò un impoverimento generale del territorio e una forte riduzione della popolazione: cause determinanti furono la guerra tra Angioini e Aragonesi nel 1333, che, peraltro, danneggiò il castello, gli scontri tra il partito latino e catalano, culminanti, proprio nel 1348, nella cacciata dei Catalani dalla Sicilia Occidentale, la diffusione in tutta l’isola, tra il 1347 e il 1348, della carestia e poi di una disastrosa pestilenza e della malaria. La ripresa economica e il nuovo incremento della popolazione, si verificarono in Sicilia proprio tra il XIV e il XV secolo e interessarono anche Butera e il Castello (al riguardo vedi Nigrelli 1991: 79; Fiorilla 1997: 174, note 38 e 42 con bibliografia precedente). Sull’occultamento della cisterna F tra il XIV-XV secolo, cfr. Sole 2011: 320; Sole c.s. 13

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Fig. 11. Cisterna F: frammento di orlo di bottiglia (foto e rilievo: L. Sole).

Fig. 12. Cisterna F: frammento di fiala (foto: L. Sole).

Fig. 13. Cisterna F: bicchieri decorati da motivi geometrici incisi (foto: G. Castelli).

La maggior parte dei frammenti, appartenenti soprattutto a vasellame da mensa e da illuminazione, sono stati individuati nello strato superficiale di riempimento della cisterna (US 43: 68 frammenti, di cui 35 frammenti di pareti), mentre dallo strato immediatamente sottostante (US 44: 27 frammenti, di cui 20 di pareti) provengono quasi tutti gli altri vetri del contesto, tranne quattro esemplari rinvenuti nelle unità stratigrafiche prossime al fondo della cisterna (45: 2 frammenti; 48: 2 frammenti). Tra il vasellame da mensa sono frequenti le forme chiuse. Quasi del tutto integra è una bottiglia in vetro verde chiaro, con ampio orlo a tesa, collo imbutiforme rastremato verso l’orlo e corpo globulare con base piana (alt. 17 cm; diam. base 7,3 cm; US 45) (fig. 9). La forma è confrontabile con quella di un esemplare facente parte del carico del relitto di Serçe Limani databile nell’XI secolo19, ma il rinvenimento nella cisterna F contribuisce a documentarne la circolazione anche in età più tarda. Analoga all’esemplare rinvenuto nella cisterna B è la porzione di bottiglia di colore verde chiaro, con collo a profilo convesso, strozzato alla base dell’orlo svasato, e corpo presumibilmente globulare (alt. 7,7 cm; largh. 4,3 cm; US 48) (fig. 10a). Si tratta, anche in questo caso, o di una forma con una lunga durata 19

Bass et alii 2009, pl. 11, DR 154.

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di circolazione ovvero di un residuo, confluito nella cisterna forse durante le attività edilizie svoltesi in concomitanza con la fase di riempimento. Un’altra bottiglia, in vetro incolore tendente al verde chiaro, è conservata limitatamente al collo a profilo leggermente concavo, rastremato verso l’orlo svasato, con attacco del corpo globulare (alt. 8,2 cm; largh. 4,3 cm; US 43) (fig. 10b). Essa rientra nelle “anghestere” a collo lungo e corpo sferico, produzione di ampia diffusione e lunga durata, frequentemente attestata in Sicilia tra il XII e il XIII secolo20. Potrebbe appartenere a forme chiuse il frammento di orlo ingrossato con solcatura centrale e attacco del collo rastremato, in colore azzurro chiaro (US 43) (fig. 11), mentre tra il vasellame per uso farmacologico rientra il lungo collo con orlo svasato e attacco del corpo attribuibile ad una fiala in vetro azzurro chiaro (US 44) (fig. 12), la cui forma trova confronto con esemplari del X-XI secolo21. Più vario si presenta il complesso delle forme aperte. È stato ritrovato un consistente numero di frammenti (19: 15 frr. dall’US 43; 4 frr. dalla sottostante US 44), non ricomponibili, ascrivibili presumibilmente a bicchieri a corpo cilindrico, con base piana (diam. max 3-4 cm), decorati da motivi geometrici incisi (figg. 13-19). Lo schema decorativo, standard, è costituito da file di triangoli, aperti alla base, o di archetti concatenati, limitati, superiormente, da una doppia filettatura orizzontale e, inferiormente, da una sola filettatura; piccoli tratti orizzontali o cerchietti si dispongono più o meno simmetricamente negli spazi vuoti o in corrispondenza dei vertici dei triangoli. Il numero delle attestazioni fa pensare ad una produzione seriale di ampia diffusione, realizzata, ora in vetro di colore oliva, ora trasparente, ora dal tono lattiginoso. A bicchieri a calice appartengono probabilmente il frammento di piede campaniforme con anello di base a sezione tubolare vuoto all’interno (US 43)22 (fig. 20), nonchè due bassi piedi a disco (US 44), di cui uno, integro (diam. 4 cm), di colore blu-cobalto, con l’attacco dello stelo ingrossato (fig. 21) e l’altro, conservato per metà, di colore verde chiaro (fig. 22). Potrebbe essere riferito ad un bicchiere anche il piede ad anello con basso conoide in vetro verde chiaro (alt. 1,3 cm; diam. 4,4 cm), confrontabile con esemplari della fine del XIII secolo (US 43)23 (fig. 23). Due fondi con conoide piuttosto basso (US 43), incolori, di cui uno tendente al verde e l’altro al giallo, potrebbero appartenere anche a bicchieri apodi a parete liscia del tipo a basso umbone diffusi nel XIII e nel XIV secolo24 (figg. 24-25). Una funzione potoria potrebbe essere ipotizzabile anche per i 3 frammenti, non ricomponibili, in vetro trasparente, decorati da un raffinato e singolare intreccio di filamenti a rilievo che formano un motivo “a rete”, delimitato superiormente da un altro filamento orizzontale (US 43) (figg. 26-28)25. A lampade pensili potrebbero appartenere una coppa a corpo emisferico e parete liscia, con orlo estroflesso, di colore azzurro molto chiaro (US 43) (fig. 31) e due frammenti non ricomponibili, riferibili ad una coppa in vetro trasparente, con orlo appena ingrossato, decorata, sotto l’orlo, da filamenti avvolti a spirale (rispettivamente, uno 4,8 x 2,9 cm, l’altro 4,5 x 1,8 cm; fig. 32), decorazione assai frequente a partire dalla metà del XIII secolo e per tutto il XIV secolo (US 43).26 Questi ultimi due frammenti, peraltro, sono confrontabili con alcune lucerne di derivazione islamica prodotte in Calabria (tipo Melicuccà) e ivi attestate ancora fino al XIII-XIV secolo27.

Tisseyre 1998: 424, 2. Tisseyre 1997: 74, tav. A, 9. 22 La forma richiama il piede del grande calice del XIII secolo edito da Foy 1988: 198, fig. 43, A2. 23 Fiorilla 1995: 286, A 294 (var.). 24 Cfr. ad esempio l’esemplare in Tisseyre 1995: 252, A246; al riguardo vedi Stiaffini 1991: 229-230. 25 Il tipo di decorazione con filamenti applicati a caldo sul manufatto finito non è molto frequente in questo periodo e con questa disposizione; si potrebbe citare quale confronto, pur se non del tutto stringente, il decoro di un reperto vitreo della fine del XIII secolo proveniente dalla Francia del Sud (Foy 1988: 217, fig. 60, 2). 26 Stiaffini 1991: 235-240. 27 Agostino, Corrado 2007: 322-323, fig. 6. 20 21

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Fig. 14. Cisterna F: frammento di bicchiere decorato da motivi geometrici incisi (foto: L. Sole).

Fig. 15. Cisterna F: frammenti di bicchieri decorati da motivi geometrici incisi (foto: L. Sole).

Fig. 16. Cisterna F: frammenti di bicchieri decorati da motivi geometrici incisi (foto: L. Sole).

Fig. 17. Cisterna F: frammenti di bicchieri decorati da motivi geometrici incisi (foto: L. Sole).

Fig. 18. Cisterna F: frammenti di bicchieri decorati da motivi geometrici incisi (foto: L. Sole).

Fig. 19. Cisterna F: frammento di bicchiere decorato da motivi geometrici incisi (foto: L. Sole).

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Fig. 20. Cisterna F: frammento di piede campaniforme di bicchiere (foto: L. Sole).

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Fig. 21. Cisterna F: piede a disco di bicchiere a calice (foto: L. Sole).

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Fig. 22. Cisterna F: piede a disco di bicchiere a calice (foto: L. Sole).

Fig. 23. Cisterna F: piede ad anello di bicchiere (?) (foto: L. Sole).

Fig. 24. Cisterna F: fondo con conoide poco pronunciato di bicchiere (?) (foto: L. Sole).

Fig. 25. Cisterna F: fondo con conoide poco pronunciato di bicchiere (?) (foto: L. Sole).

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Fig. 26. Cisterna F: frammento di forma aperta decorato da filamenti “a rete” (foto: L. Sole).

Fig. 27. Cisterna F: frammento di forma aperta decorato da filamenti “a rete” (foto: L. Sole).

Fig. 28. Cisterna F: frammento di forma aperta decorato da filamenti “a rete” (foto: L. Sole).

Fig. 29. Cisterna F: parte inferiore di bottiglia soffiata a stampo (foto: G. Castelli).

Fig. 30. Cisterna F: contenitore (lampada da sospensione ?) soffiato a stampo (foto: G. Castelli).

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Fig. 31. Cisterna F: frammento di coppa (lampada pensile ?) (foto e rilievo: L. Sole).

Fig. 32. Cisterna F: frammenti di lampada (?) decorata da filamenti avvolti a spirale (foto: L. Sole e G. Castelli).

Fig. 33. Cisterna F: ansa a goccia di lampada pensile (foto: L. Sole).

Fig. 34. Cisterna F: fondo cilindrico cavo con base piana (lampada pensile ?) (foto: L. Sole).

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Fig. 35. Cisterna F: fondo cilindrico cavo con base piana (lampada pensile ?) (foto e rilievo: L. Sole).

Fig. 36. Cisterna F: fondo cilindrico cavo con punta arrotondata (lampada pensile ?) (foto: L. Sole).

Fig. 37. Cisterna F: scarto di lavorazione (foto: L. Sole).

Anche un’ansa a goccia28 in vetro verde chiaro (US 43) (fig. 33) e i fondi cilindrici cavi, di cui uno con punta arrotondata, di colore verde chiaro (US 43), e due con base piana, di colore giallo chiaro (UUSS 43 e 48), sembrano pertinenti a lampade di sospensione (figg. 34-36). Infine dall’US 44 proviene l’unico scarto di lavorazione (fig. 37), che ho ritenuto opportuno segnalare in quanto esso rappresenta un indizio non trascurabile, pur essendo certamente troppo poco per ipotizzare la presenza di una vetreria in loco. I butti delle cisterne A, B, C, formatisi nella seconda metà del XII secolo, e quello della cisterna F, formatosi tra la fine del XIV e gli inizi del XV secolo, dunque, offrono informazioni relative alla suppellettile vitrea in uso nel castello durante il XII secolo, quindi sotto i primi Normanni, e durante il XIV secolo, quando Butera e il castello erano entrati al centro degli interessi catalani. In età normanna Butera aveva certamente un ruolo importante, essendo uno dei soli tre centri fortificati che sorgevano sulla costa meridionale ad Est di Licata, era una città popolosa, urbanisticamente organizzata e al centro di traffici commerciali e di territori ben coltivati. Sembra inoltre che la popola28

Tisseyre 1995: 252-253, A247a (inizi XIII secolo).

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zione normanna con i suoi maggiorenti si fosse stanziata proprio presso il castello29. Non stupisce pertanto che l’edificio disponesse di suppellettile di lusso in vetro, anche se il basso numero di attestazioni potrebbe riflettere una diffusione non ancora capillare dei manufatti vitrei in questo periodo, forse anche perché i processi produttivi di questi oggetti si presentavano ancora piuttosto complessi30. Nonostante l’assegnazione a feudatari di un certo rilievo, nel corso del XIII secolo Butera perde la sua importanza, forse anche in relazione alla fondazione sulla costa di Eraclea-Terranova, nel sito dell’antica Gela31. Coerente con il dato storico sembra la mancanza di documentazione di pieno XIII secolo dagli scavi delle cisterne e, per rimanere nell’ambito del vasellame vitreo, l’assenza dei bicchieri con decorazione a bugne, classe di ampia diffusione in Sicilia e anche nella vicina Gela nel XIII secolo32. Nel XIV secolo, nonostante non fosse più il centro di rilievo che era stato in età normanna, Butera, assegnata al catalano Artale Alagona, era nota come un centro ricco, posto al centro di un territorio fertile e assai redditizio33. Il castello quindi doveva essere il centro propulsore di vivaci attività economiche, tale da giustificare ancora la presenza di vasellame suntuario, quale quello in vetro restituito dalla cisterna F. Bottiglie di varia foggia, bicchieri a calice o a corpo cilindrico con decorazione incisa, vetri arricchiti da pregevoli decorazioni a rilievo, sia soffiate a stampo, sia realizzate con filamenti applicati, avvolti a spirale o disposti “a rete”, denotano un gusto raffinato nella scelta dei servizi da mensa e del vasellame da illuminazione, ma attestano anche la presenza nel mercato di un maggiore numero di manufatti vitrei, grazie alla semplificazione dei processi e dei costi di produzione34.

Nigrelli 1991: 71; Fiorilla 1997: 170. Tisseyre 1998: 422 evidenzia che «il più alto numero di frammenti» in Sicilia occidentale «proviene da contesti databili alla fine del XIII-XIV secolo», quale «risultato di una semplificazione del processo produttivo». 31 Fiorilla 1997: 172. 32 Stiaffini 1991: 202-208; Fiorilla 1998: 330-331 con bibl. prec. 33 Fiorilla 1997: 174. 34 Stiaffini 1991: 224. 29 30

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Vetri da una mensa signorile rinascimentale nella Sardegna aragonese Edoardo Santini During the excavations at the castle of Monreale in 2008 it was discovered a rubbish pit filled with material likely to come from refined tables. The achromatic glasses, belonging to 6 cups, 1 chalice and 3 bottles, are all related to productions typical of the 15th century, and especially to the products of the Venetian area. Two fragments were also found in polychrome enameled glass, belonging to the group of glasses “Aldrevandini”. These fragments, while finding comparisons with other individuals of the group have particular characteristics that make them a novelty in the field studies.

Nell’ottobre del 2008 sono riprese le indagini archeologiche condotte dalla Sapienza Università di Roma all’interno del borgo e del castello di Monreale (Sardara, VS) in Sardegna (fig. 1). Il sito, già interessato nei decenni scorsi da diverse campagne di scavo, si erge su un’isolata collina che domina la pianura del Campidano e controlla un importante snodo stradale in corrispondenza della sottostante località termale di S. Maria is aquas che insiste sul sito romano delle Aquae Neapolitane1. Il castello, citato fin dall’inizio del XIV secolo nelle fonti documentarie2, fu di grande importanza sia come sede giudicale, sia come terminale di conservazione dei cerali prodotti nella sottostante pianura, sia con funzione militare come baluardo limitaneo prima verso il Giudicato di Cagliari poi contro la corona d’Aragona. Fu sempre strettamente legato alle vicende del Giudicato d’Arborea3. Successivamente entrato nel normale ordinamento circoscrizionale del vicereame di Sardegna fu ancora al centro di vicende belliche relativamente ad episodi di rivolta feudale al viceré di Cagliari. La campagna di scavo condotta dallo scrivente tra il novembre del 2008 e il luglio del 2009 si è concentrata sullo scavo del mastio, in particolare sul completamento delle indagini negli ambienti dell’ala Nord già parzialmente indagati nelle precedenti campagne di scavo (fig. 2). Tralasciando i molti dati emersi, vogliamo concentrare l’attenzione sui cambi d’uso di alcuni degli ambienti scavati. Gli ambienti dell’ala Nord, α, ι, δ, rispettivamente da W ad E vennero trasformati, tramite opportune modifiche come le tamponature degli accessi in primis, in butti agli inizi del XVII secolo. Il materiale ritrovato all’interno di questi depositi di rifiuti denota comunque una frequentazione di alto livello del sito ancora a quella data. Le indagini archeologiche effettuate dalla Cattedra di Archeologia Medievale della Sapienza Università di Roma, riprese nel novembre del 2008 sotto la direzione scientifica della Prof.ssa Francesca Romana Stasolla, sono tutt’ora in corso. I dati non possono quindi che essere suscettibili di ulteriori affinamenti, e in particolare lo studio dei numerosi reperti rinvenuti è allo stadio iniziale lasciando la cronologia del deposito stratigrafico in un’ampia forbice temporale. 2 Per una maggiore trattazione delle fonti documentarie mi permetto di rimandare a Carrada 2005: 111-112. 3 Carrada 2005: 111-113; Stasolla 2010: 307. 1

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Fig. 1. Il Castello di Monreale visto da NW (foto dell’autore).

Il butto dell’ambiente δ (us 4001) occupava solo un limitato spazio lungo il limite orientale dell’ambiente stesso e circoscritto da piccole strutture murarie (fig. 3). La posizione di tale deposito in relazione con la tamponatura dell’ingresso dell’ambiente, e l’andamento dello spessore dello strato stesso fanno pensare che si sia formato a seguito della caduta di rifiuti dall’alto, probabilmente da una botola ricavata nel solaio ligneo del piano superiore. L’us, parzialmente indagata dai precedenti scavatori4, pare fosse direttamente coperta dai crolli delle murature. Questo non significa che il deposito si sia formato immediatamente prima dell’abbandono del sito, ma è indice comunque di un progressivo ridursi degli spazi usati nel castello ed è probabilmente uno degli ultimi strati formatisi quando il sito era ancora frequentato da personaggi dell’aristocrazia del Regno. Lo strato era composto da una terra incoerente limo argillosa di colore nero al cui interno erano presenti per lo più frammenti di vetro (fig. 4) oltre ad alcuni frammenti di sughero probabilmente relativi a vassoi di portata, alcuni elementi metallici riconducibili a spiedi e solo due frammenti di ceramica acroma. Il tutto sembrerebbe evidenziare la sua formazione con rifiuti di una mensa signorile la cui alimentazione si doveva basare su carne La documentazione fornitaci dai precedenti scavatori non ci ha permesso di comprendere bene la sequenza stratigrafica a causa in particolare di una totale assenza di documentazione grafica e fotografica. 4

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Fig. 2. Planimetria del Castello, in rosso lâ&#x20AC;&#x2122;ambiente δ. (rilievo E. Santini, A. Manca).


Fig. 3. L’ambiente δ, evidenziata l’area del butto (foto dell’autore).

Tav. I. I bicchieri acromi (disegni V. Roccella).

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Tav. II. Il calice (disegno V. Roccella).

Fig. 4. I frammenti vitrei in fase di scavo (foto dell’autore).

allo spiedo servita, come tradizione sarda, su vassoi di sughero coperti da frasche di mirto ed elementi potori di vetro. All’interno del butto sono stati ritrovati 15 frammenti vitrei di diverse dimensioni ed appartenenti a diversi individui, 3 di questi frammenti sono decorati con smalti policromi, gli altri sono incolore. Tra i vetri incolore, tutti di ottima fattura, sei sono riconducibili a bicchieri della tipologia a corpo cilindrico (tav. I). La materia sembrerebbe prodotta con la tecnica della soffiatura libera5, è di ottima qualità, non presenta deterioramenti e all’esame autoptico si riscontrano poche micro bollicine sparse; priva di iridescenza, trasparente, e priva di patina di giacitura. Il fondo è sempre con base apoda e rientranza concava con il segno del pontello abbastanza evidente ma levigato e il cono non molto accentuato. L’unico frammento che presenta l’orlo, il n. 21, lo ha arrotondato alla fiamma. Nelle parti superstiti tutti gli individui sono privi di decorazioni. I frammenti nn. 23 e 27 hanno confronti con bicchieri rinvenuti a Murano e datati tra il XIII e il XV secolo6. Tutti gli altri frammenti hanno stringenti confronti con i bicchieri del ferrarese, in particolare nell’estrema variabilità delle dimensioni; altri validi confronti possono essere fatti con bicchieri ritrovati in Sicilia e databili al XIV secolo, e con bicchieri di area toscana del trecento7. Qui e nelle successive descrizioni dei frammenti vitrei si è fatto riferimento alle norme suggerite in Stiaffini 2004, in particolare a p. 36. 6 Gasparetto 1978: 240, 248-249. 7 Per i bicchieri di area ferrarese: Visser Travagli 1996: 66-68; Guarnieri 2007: 137. Per i confronti con gli esemplari siciliani: Tisseyre 2000: 423. Per i bicchieri toscani: Stiaffini 1991: 229, 345; Galgani-Mendera 2001. Produzioni simili e sempre di area toscana sono state rinvenute ad Iglesias (Galasso 2000: 311). 5

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Tav. III. Le bottiglie (disegni V. Roccella).

Un singolo frammento, il n. 24, sembrerebbe riconducibile ad un calice (tav. II) prodotto con la tecnica della soffiatura libera. Il frammento, di piccole dimensioni, presenta un orlo arrotondato alla fiamma. Privo di decorazione, in via del tutto ipotetica potrebbe aver avuto un corpo emisferico come in molti esemplari della stessa epoca, ma viste le minute dimensioni del frammento ogni più puntuale confronto è difficile. Il vetro è di ottima qualità, non presenta deterioramenti della materia e all’esame autoptico si riscontrano poche micro bollicine sparse, è inoltre incolore, privo di iridescenza, trasparente, privo di patina di giacitura. L’orlo è levigato alla fiamma. Il confronto più stringente è con un esemplare siciliano rinvenuto nello scavo di Petrulla8 e datato tra il XII e il XIV secolo. Quattro frammenti, due orli, un fondo e una parete, appartengono a tre diverse bottiglie (tav. III). Sembrerebbero prodotte con la tecnica della soffiatura libera. Tutti e due gli orli si presentano arrotondati alla fiamma, quello della bottiglia 1 è ingrossato ed arrotondato verso l’esterno; la bocca è in tutti e due i casi imbutiforme, molto più accentuata nella bottiglia 2; i colli si presentano entrambi stretti e cilindrici; il corpo è sicuramente globulare nella bottiglia 3 mentre nella 1 è probabilmente ovoidale, impossibile determinare quello della bottiglia 2 di cui si conserva solo parte del collo e l’orlo; tutte e tre le bottiglie sembrano presentarsi senza decorazioni ma le parti residue dei corpi della 1 e

8

Stiaffini 1991: 201.

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della 2 non ci permettono di accertare tale dato; l’unico fondo conservato, quello della bottiglia 1 è apodo con il segno del pontello poco evidente e levigato, il cono rientrante non particolarmente accentuato. Il vetro è di ottima qualità, non presenta deterioramenti della materia e all’esame autoptico si riscontrano poche micro bollicine sparse, è inoltre incolore, privo di iridescenza, trasparente, privo di patina di giacitura. Sul collo della bottiglia 2 sembrerebbero evidenti delle spirali di soffiatura. La bottiglia 1 non presenta stringenti confronti: unico confronto, anche se in vetro verde, potrebbe essere con una bottiglia rinvenuta nel giardino del Conservatorio di S Caterina della Rosa, Crypta Balbi a Roma, datato al XIV secolo ma presente anche in contesti molto più tardi9. Le bottiglie 2 e 3, invece, rientrerebbero nei tipi a corpo globulare, lungo collo cilindrico a profilo continuo, leggermente distinto, imboccatura svasata e bordo estroflesso su base apoda leggermente concava, diffuse in tutta Italia nel XIV secolo e in particolare sembrerebbero rientrare nei normali tipi veneziani10. La bottiglia 2 ha anche un calzante confronto con forme rinvenute a Ferrara negli scavi di Palazzo Paradiso11. Passando ad analizzare i frammenti vitrei con tracce di smalti policromi, ci sembra ormai comunemente accettato, sulla scorta dei dati emersi dalle ricerche di Luigi Zecchin, che questo gruppo di bicchieri sia da considerarsi di produzione veneziana12, ed eseguiti in un arco di tempo che va dalla metà del XIII secolo fino all’ultimo quarto del XIV13. Si è così nel tempo preferito abbandonare la definizione di vetri “Siro-Franchi” a favore di quella di vetri “Aldrevandini”. Un altro dato che sembrerebbe ormai consolidato è quello della produzione numericamente cospicua, infatti in documenti veneziani si parla di migliaia di pezzi decorati da un solo maestro decoratore14 (nonostante i frammenti rinvenuti fino ad oggi in scavi di tutta Europa non riconducano che a poco meno di un centinaio di individui). Nonostante tutto doveva comunque rimanere un prodotto che oggi diremmo di nicchia o di lusso non alla portata di tutti i compratori, particolarmente quando questo doveva esser personalizzato con l’apposizione dello scudo araldico del committente. Altro dato ormai certo è quello emerso dal catalogo compilato dalla Krueger15 che ha dimostrato come non venissero smaltati solo bicchieri e come esistessero anche bicchieri in vetro blu e non solo quelli con la base decolorata. Il primo di questi frammenti policromi (fig. 5), il più grande e quello con l’apparato decorativo più articolato, sembrerebbe prodotto con la tecnica della soffiatura libera. Potrebbe appartenere ad un bicchiere apodo, il cui fondo potrebbe essere il frammento n. 28 (tav. IV), che presenta un segno del pontello poco vistoso e levigato, e il cono poco accentuato. La forma potrebbe essere tronco conica come nella maggior parte dei bicchieri di questa classe16. Decorato a smalto sia internamente che esternamente, internamente sono state date le maggiori campiture, esternamente invece si è proceduto a dipingere i tocchi più leggeri e le rifiniture delle parti più minute con tratti più sottili (tav. V). Il vetro è di ottima qualità, non presenta deterioramenti della materia si riscontrano poche micro bollicine sparse, incolore, privo di iridescenza, trasparente, privo di patina di giacitura. Presenta una decorazione con uno scudo araldico con tre pali rossi (ma dovevano esser quattro) in campo oro. Tale soggetto è ben identificabile con lo scudo palato, arma dei Conti di Barcellona, e poi della corona d’Aragona17.

Cini 1985: 546. Stiaffini 1991: 214-215, 237. 11 Visser Travagli 1996: 68. 12 Zecchin 1969; Pfeiffer 1970; Gasparetto 1979; Withehouse 1981: 172; Zecchin 1990; Stiaffini 1991: 219-222; Krueger 2002: 116, 124-125; Barovier Mentasti-Carboni 2007. 13 Una visione differente sul centro di produzione e l’arco cronologico in Tait 1991: 152-153. 14 Zecchin 1969. 15 Krueger 2002. 16 Gasparetto 1960: 120; Withehouse 1981: 171-172. In particolare la forma sarebbe simile al bicchiere di Lisbona in Medici 2008: 317 e a quello di Strasburgo in Baumgartener-Krueger 1988: n. 105. 17 Carrada 2005. 9

10

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Tav. IV. Il bicchiere smaltato con stemma dell’Aragona (disegno V. Roccella).

Tav. V. La decorazione del bicchiere smaltato con stemma dell’Aragona (disegno E. Santini).

Evidente il contrasto con la qualità pittorica degli scudi araldici dei vetri veneziani del XV secolo18, rendendo praticamente certa la sua appartenenza al gruppo dei bicchieri Aldrevandini. All’interno di questo gruppo non sembra rientrare nel sottogruppo dei bicchieri con figure religiose come quello conservato a Francoforte o quelli scoperti vent’anni fa a Lubecca e a Munstertal vicino Friburgo; né all’unicum di Tartu19 la cui raffigurazione sembrerebbe trattare argomenti dell’amor cortese. Sembrerebbe anche privo del registro epigrafico che in alcuni esemplari sovrasta l’apparato figurativo20, anche se questa porzione non è conservata se non per una piccola parte; va però notato che i bicchieri che presentano tale registro epigrafico hanno i caratteri accostati gli uni agli altri in modo fitto a riempire completamente il registro stesso21. Se questa può considerarsi una costante allora il piccolo lacerto conservato nel frammento del nostro bicchiere testimonierebbe la mancanza del cartiglio epigrafico. Il confronto più puntuale per questa sintassi decorativa allora sarebbe con il bicchiere ritrovato a Lisbona o con quelli dello Steri di Palermo, di Verona o quello di Buda22 che testimoniano chiaramente la

Gasparetto 1960. Per il bicchiere di Francoforte cfr. Krueger 1984: 507. Per gli esemplari di Lubecca e Munstertal cfr. Krueger 2002: 122-124. Per i frammenti provenienti da Tartu cfr. Krueger 2002: 126-130. 20 Harden et alii 1968: 151. Pfeiffer 1970; Krueger 2002: 120. 21 Krueger 1984: 508; Krueger 2002: 126. 22 Per Lisbona: Medici 2008: 317. Per Palermo: Falsone 1976: 121-122; Withehouse 1981: 171-172. Per Verona: Treml 1986: 123-124, n.54. Per Buda: Holl-Gyürky 1986: 73-75. 18 19

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Fig. 5. Frammento del bicchiere smaltato con stemma dell’Aragona (foto dell’autore).

Fig. 6. La ciotola di Basilea. (Da Barovier Mentasti et alii 1982).

possibilità di esemplari con scudo araldico ma privi del testo epigrafico superiore. Tale cartiglio è assente pure dell’esemplare con figure animali rinvenuto ad Utrecht23. In questi ultimi due casi però alla fascia scritta si sostituisce una fascia con decorazioni a onde spezzate che invece sembra mancare nel nostro soggetto. Certa è anche la sua non appartenenza al gruppo di bicchieri decorati con figure animali, intervallate da decorazioni fitomorfe come nel bicchiere del pellicano conservato a Greifswald24. Le misure ricostruibili, in particolare il diametro, sembrano avvicinarsi al bicchiere di Tartu in Estonia e a quello di Finale Emilia25. La decorazione vegetale è parzialmente simile alle altre presenti sui bicchieri della stessa classe, che richiamano da vicino le decorazioni delle miniature librarie come ha ben evidenziato la Krueger26; la foglia trilobata non presenta però il contorno seghettato così comune agli altri bicchieri a partire dal quello Aldrevandino ma presenta un contorno continuo come nell’esemplare di Ratisbona27. In generale però lo sviluppo di tali decorazioni è nel nostro tipo molto meno accentuato per lasciare spazio alle decorazioni di maggiore respiro che si alternano con gli scudi araldici. La decorazione vegetale richiama in modo molto puntuale, anche per l’uso diffuso dell’oro, quella della coppa conservata a Basilea28 (fig. 6). Si nota pure un maggiore uso del colore oro per rifinire le parti in smalto giallo e come Hoekstra 1986: 68-69. Krueger 2002: 119-121. Altro bicchiere con decorazione composta da figure animali è quello di Utrecht in Hoekstra 1986. 25 Curina 1988: 611-612; Krueger 2002: 127. 26 Krueger 2002: 130. Sono state altresì notate forti somiglianze tra l’apparato decorativo dei bicchieri Aldrevandini e gli stilemi tipici dell’arte scultorea veneziana tra XIII e XIV secolo (Verità 1998). 27 Per il contorno seghettato delle foglie nelle decorazioni fitomorfe trilobate e semplici: Harden et alii 1968: 151; Pfeiffer 1970; Pfeiffer 1975. Per il contorno semplice: Pfeiffer 1975; Baumgartener 1977; Treml 1986: 124-125, n. 55. I motive decorative fitomorfi trilobati non sono seghettati anche nell’esemplare di Lisbona in Medici 2008 e sembrerebbero avere un contorno liscio anche nell’esemplare dello Steri di Palermo in Falsone 1976: 121. 28 Barovier Mentasti et alii 1982: 10; Baumgartener-Krueger 1988: n. 118. Presenta inoltre analogie con i frammenti di Praga in Baumgartener-Krueger 1988: n. 116. 23 24

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Fig. 7. Frammento del bicchiere smaltato con decorazione geometrica (foto dell’autore).

campitura di alcune aree, anche se in questi ultimi casi il tratto è più diluito. L’ampia area decorata a sinistra dello stemma, raffigura verosimilmente una foglia al cui interno è disegnata una testina di un lupo o di un cane; questa raffigurazione che unisce una parte fitomorfa ad una zoomorfa non ha puntuali confronti tra i soggetti della stessa classe ma è assimilabile a numerose decorazioni miniate sui codici coevi. Seppur diversa nel soggetto raffigurato richiama, nella sintassi globale del bicchiere, l’esemplare ritrovato a Restormel Castle in Cornovaglia29. La decorazione dello scudo araldico è priva dei consueti puntini bianchi che lo contornano come in tutti gli esemplari conosciuti (Aldrevandino, Ratisbona, Verona, Palermo etc.)30, in similitudine con quanto si rileva nell’esemplare rinvenuto a Lisbona31. Il frammento appena descritto potrebbe appartenere allo stesso individuo da cui proviene un altro già edito32, rinvenuto nella stessa unità stratigrafica dello scavo di Monreale. Ricomponendolo, il bicchiere presenterebbe una sintassi con scudi araldici aragonesi intervallati da motivi vegetali e specchiature decorate con altri motivi vegetali e zoomorfi di maggior dimensione e un lacerto di cielo blu con stelle, queste ultime molto simili a quelle che si rinvengono su diversi esemplari della stessa classe vitrea, in particolare comuni a quelli con decorazioni in oro che sarebbero tra i più antichi di tutta la classe. Il secondo frammento policromo (fig. 7) sembrerebbe prodotto con la tecnica della soffiatura libera. Potrebbe appartenere ad un bicchiere apodo forse con fondo ad anello se la piccola appendice presente sulla parete può essere così interpretata; in alternativa la si può considerare come una carena decorativa. La forma potrebbe essere cilindrica (tav. VI) con le pareti leggermente concave come raramente attestato per i bicchieri di questo gruppo. Decorato a smalto sia internamente che esternamente: inTait 1991: 152. Immagini dei bicchieri con scudo araldico circondato da puntini sono in: Gasparetto 1960: 121; Harden et alii 1968: 151; Pfeiffer 1970; Pfeiffer 1975; Falsone 1976: 118; Baumgartener 1977; Withehouse 1981: 171; Treml 1986: 123-125, nn. 54-55. 31 Medici 2008: 318. L’assenza dei puntini bianchi si nota anche nell’esemplare di Buda in Holl-Gyürky 1986: 74. 32 Carrada 2005. 29 30

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Tav. VI. Il bicchiere smaltato con decorazione geometrica (disegno V. Roccella).

Tav. VII. La decorazione del bicchiere smaltato con decorazione geometrica (disegno E. Santini).

ternamente sono state date le maggiori campiture, esternamente sono invece state realizzate solo le parti più minute della decorazione (tav. VII). Il vetro è di ottima qualità, non presenta deterioramenti della materia e all’esame autoptico si riscontrano poche micro bollicine sparse, incolore con sfumature tendenti al verde, privo di iridescenza, trasparente, privo di patina di giacitura. Nella forma che sembrerebbe ricostruibile come bassa e tozza e nel suo profilo leggermente panciuto, il confronto più stringente sarebbe con il bicchiere di Lisbona33 che si discosta dagli altri del gruppo. Per quanto diversa una decorazione geometrica si riscontra nel bicchiere di vetro blu rinvenuto a Lubecca34 quasi integro. Più simile sembrerebbe il confronto con i bicchieri di Kraljeva Sutjeska in Bosnia35. In particolare l’esemplare più basso presenta una decorazione a scacchiera campita da stelline (stelline oltretutto molto comuni a diversi esemplari del gruppo come quello di Ratisbona36, anche se qui inseriti nello stemma araldico) che ricorda molto da vicino il nostro esemplare, anche se alla scacchiera si sostituisce una serie di losanghe. Non è stato possibile consultare l’edizione originale di questi bicchieri e quindi non si è compreso con certezza se la fila di puntini superiore possa essere, come quelli presenti sul nostro frammento, costituita da piccole gocce di vetro poi smaltate in bianco o se siano, invece, come nella maggioranza degli esemplari di questa classe, solo gocce di smalto applicate direttamente sulla superficie del bicchiere37. Se anche i bicchieri rinvenuti in Bosnia presentassero questa seconda tipologia decorativa allora queste piccole gocce di vetro applicate sulla superficie del nostro bicchiere sarebbero un unicum privo di confronti in questo gruppo di bicchieri. Riteniamo suggestiva l’ipotesi che il deposito si sia formato a seguito dell’incidentale rovesciamento di una Mostra che come ha dimostrato la Stiaffini38 nel corso del Rinascimento era diventato l’usuale Medici 2008: 316. Krueger 2002: 121-122. 35 Gasparetto 1979: 94. 36 Pfeiffer 1970: 68; Baumgartener 1977; Treml 1986: 124-125, n. 55. 37 Gasparetto 1979: 94, fig. 38. 38 Stiaffini 2000. 33 34

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modo di esporre a tavola i vetri necessari alla mensa. Nel periodo della formazione del contesto stratigrafico le principali produzioni ritrovabili sull’isola erano baleariche, genovesi e toscane39. Difficile dire se esistesse una produzione locale anche se si sospetta una manifattura a Guspini40. Certo i nostri vetri anche quelli acromi, per la loro altissima qualità sono probabilmente tutti di importazione e probabilmente tutti di produzione veneziana. L’aver rinvenuto i frammenti dei bicchieri con decorazione policroma del gruppo Aldrevandino in un contesto stratigrafico di formazione molto più recente rispetto all’arco cronologico di normale diffusione di questa classe di materiali, è forse giustificabile con l’ipotesi che tali vetri di alta qualità si siano conservati attraverso le generazioni nella famiglia dell’originale committente, in questo caso la corona d’Aragona, e con il passare del tempo siano finite ad arredare sedi sempre più periferiche di queste famiglie come doveva essere il castello di Monreale nel XVII secolo.

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Galasso 2000: 309. Stiaffini 1991: 208.

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Il vetro nella Sardegna medievale: nuovi dati dall’indagine archeologica del Palazzo di Baldu (Luogosanto, OT) Fabio Pinna, Daniela Musio The study of the glass finds from the archaeological excavations of the Santu Stevanu-Lu Palazzu di Baldu settlement, in the historical region of Gallura, in addition to providing important information about the function and chronology of the building complex, contributes to the knowledge of the trade relations occurred in Middle Ages between Sardinia and other Mediterranean areas, and indicates the additional possibility of contacts, thus far archaeologically unattested on the island, with territories such as the Islamic Near East.

1. L’insediamento medievale di Santu Stevanu

Il contributo si propone di analizzare i reperti vitrei provenienti dall’indagine archeologica di un sito della Sardegna nordorientale, quello di Santu Stevanu, nelle campagne di Luogosanto1. Tale territorio, oggi inserito nella provincia di Olbia-Tempio, appartiene alla Gallura, sub-regione particolare dell’isola, in ragione di caratteri geografici, ambientali, culturali e linguistici propri; la posizione di quest’area, esposta ai contatti con la vicina Corsica e con le coste tirreniche della penisola italiana, ne ha influenzato le vicende fin dalla preistoria, contribuendo alla percezione di una specifica identità2. Nel corso del medioevo in quest’area si sviluppò il giudicato di Gallura, una della quattro entità statuali (fig. 1) in cui – stando ai documenti scritti – la Sardegna appare suddivisa nell’XI secolo, ma la cui genesi, oggetto di dibattito tra gli studiosi in relazione a cronologia e evoluzione istituzionale, va ricercata nelle trasformazioni verificatesi nell’ambito della dominazione bizantina dell’isola3. Tra i giudicati sardi, quello di Gallura risulta essere il più povero di fonti scritte; anche la documentazione archeologica del territorio gallurese (fatta eccezione per l’attuale area urbana di Olbia), per tutto l’ampio periodo che comprende l’intera età antica e medievale, appare ridotta a poche segnalazioni4. In questo quadro acquista rilievo, pertanto, il sito di Santu Stevanu (fig. 2), caratterizzato dalla presenza dei resti di un edificio, noto localmente come Lu Palazzu di Baldu (fig. 3). Si tratta di una costruzione a pianta quadrilatera, della quale si conservano su tre lati i muri perimetrali per circa dieci L’elaborazione del contributo è frutto della stretta collaborazione, iniziata già in fase di scavo, tra i due autori. Nella stesura finale Fabio Pinna ha curato i paragrafi 1, 2, 3 e 8, Daniela Musio i paragrafi 4, 5 e 7. Ringraziamo Adele Coscarella e tutti gli organizzatori delle quindicesime giornate nazionali del vetro per aver accolto questa comunicazione nel programma del convegno, reale occasione di positivo confronto tra gli studiosi presenti. A Teresa Medici, Maria Grazia Diani e Ingeborg Krueger va un sentito ringraziamento per i generosi consigli e le preziose segnalazioni bibliografiche, in grado di aprire nuove prospettive di ricerca al nostro studio. La nostra gratitudine va, infine, a Roberta Giunta, cui si deve la lettura delle iscrizioni in arabo dei frammenti presentati nel testo. 2 Cfr. Pinna 2007; Pinna 2008: 15-29. 3 Cfr. Pinna 2008: 87-89, con la bibliografia ivi indicata. 4 Per un quadro di insieme si rimanda a Pinna 2008. 1

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Fig. 1. La posizione del Palazzo di Baldu nella Sardegna giudicale.

Fig. 2. Luogosanto, Palazzo di Baldu. Veduta aerea.

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Fig. 3. Luogosanto, resti dell’edificio noto come Lu Palazzu di Baldu da Nord.

Fig. 4. Luogosanto, Palazzo di Baldu. Il vano iota durante lo scavo del 2002.

metri di altezza, che rivela, pur nella essenzialità del modulo, una notevole perizia costruttiva e richiama le tecniche e il gusto delle chiese romaniche in granito della Gallura e della Corsica5. I resti dell’edificio apparivano circondati, ancora nel corso del XIX e del XX secolo, da ruderi di altre strutture minori, riconducibili ad un più ampio complesso edilizio: si tratta di un sito apparentemente ignorato dalle testimonianze scritte, se si esclude il riferimento ad una “Villa de Sent Steva” o “de Sent Steve” come Compartiment de Sardenya o Repartimiento de Cerdeña, redatto nel 1358 dai Catalano-Aragonesi, a circa un ventennio di distanza dallo loro conquista dell’isola; tale “villa” viene identificata da alcuni studiosi con il sito del Palazzo di Baldu, per l’esistenza di una semplice chiesa dedicata al protomartire, che potrebbe segnalare la preesistenza di un edificio di età medievale6. L’assenza di ulteriori attestazioni documentarie ha fatto ipotizzare che l’insediamento si fosse estinto nella seconda metà inoltrata del XIV secolo, nell’ambito di un vasto fenomeno di abbandono degli abitati rurali, che colpì in modo particolarmente grave il territorio della Gallura7.

2. Le indagini archeologiche

Dopo un primo breve saggio, compiuto, in relazione a urgenti interventi di restauro nell’edificio principale, nel 1999, il sito di Santu Stevanu è stato oggetto di campagne di scavo negli anni 2001 e 2002 (fig. 4). Le indagini archeologiche hanno chiarito la posizione di Lu Palazzu rispetto ai resti circostanti: l’edificio su più piani, infatti, occupa la porzione sud-orientale di un ampio cortile pentagonale, definito dalla disposizione di sedici ambienti a pianta rettangolare (fig. 5)8. Dal punto di vista della funzione dell’insediamento, se la planimetria generale del complesso edilizio, con una serie di costruzioni disposte intorno ad uno spazio aperto contenente una torre, potrebbe richiamare il tipo delle cosiddette “fortezze coloniali”, come è stata definita una serie di insediamenti fortificati diffusi in Sardegna e collegati alla presenza di Pisa e Genova nei secoli XII e XIII9, è tuttavia interessante notare che planimetrie e moduli costruttivi, altrove impiegati per la realizzazione di complessi castrensi chiusi, qui sembrano servire una funzione più marcatamente civile. Sulla possibilità che le stesse maestranze specializzate nell’uso del granito operassero tra Isola d’Elba, Corsica e Sardegna si veda Coroneo 2006: 158-160. 6 Cfr. Angius 1840: 80-81; Panedda 1978: 223-225; si veda anche Pinna 2002-2003, Pinna 2004. 7 Si veda, in proposito, Panedda 1978: 223; 138-148. Per un inquadramento del tema dei villaggi abbandonati nella Sardegna medievale si rimanda ai diversi contributi contenuti in Milanese 2006: 9-78. 8 Sull’indagini archeologiche nel sito si rimanda a Martorelli 2002-2003, Pinna 2002-2003; Pinna 2004; Pinna 2005. 9 Day 1987a: 183-189; Day 1987b: 153-186; Poisson 1989: 191-204. 5

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Fig. 5. Luogosanto, Palazzo di Baldu. Planimetria schematica dell’insediamento: 1) Complesso edilizio principale: A) Lu Palazzu di Baldu; 2) Chiesa di S. Stefano; 3) Fornace.

3. Lo studio dei reperti

Dal quadro presentato appare chiara l’importanza dell’esame dei reperti: questi provengono dall’indagine stratigrafica compiuta all’interno dell’edificio principale e di alcuni degli ambienti che delineano il perimetro del complesso. Solamente a partire dall’estate del 2010 è stata organizzata, nell’ambito dell’insegnamento di Archeologia Medievale dell’Università di Cagliari, un’attività di laboratorio, in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici per le province di Sassari e Nuoro e il Comune di Luogosanto, finalizzata allo studio e alla pubblicazione integrale dei resti mobili dell’indagine archeologica, fino a quel momento rimasti custoditi – e quindi, a parte alcune notizie preliminari, sostanzialmente inediti – tra i locali dell’amministrazione comunale e quelli della Soprintendenza competente10. Il primo esame dei manufatti ha finora permesso di riconoscere reperti significativi, oltre che per le determinazioni cronologiche, anche per la ricostruzione dei contatti commerciali dell’abitato. Al Mediterraneo orientale potrebbero essere ascritti alcuni frammenti di oggetti realizzati con impasto siliceo e vetrina alcalina, prodotta in Egitto e in altre aree limitrofe a partire dalla fine del XII secolo. Al mondo islamico occidentale rimandano le giare ornate con fasce di decorazioni impresse: i frammenti rinvenuti trovano confronti con produzioni del XIII secolo del Marocco e della Spagna meridionale. Tra le ceramiche smaltate si segnalano i resti di ciotole, catini e boccali decorati in verde ramina e bruno manganese, da ricondurre alle produzioni di “maiolica arcaica” pisana datate dal 1280 al 1450. Mentre pochi frammenti sono riconducibili alla maiolica con decorazioni in blu e lustro metallico della penisola iberica di XIV e XV secolo, altri, ascrivibili a produzioni di Montelupo Fiorentino, permettono di ricostruire boccali decorati in blu del XV secolo. Tra le poche monete rinvenute nell’indagine è possibile riconoscere il denaro della Repubblica di Genova prima dei Dogi, in mistura di argento e rame, coniato tra il 1139 e il 133911. Le prime notizie sull’attività, coordinata da Fabio Pinna con la partecipazione di studenti dei corsi di laurea in Beni Culturali, Archeologia e Storia dell’Arte, e della Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dell’ateneo cagliaritano, sono in Corda 2010. 11 L’esame delle diverse classi di reperti è ancora in corso. Informazioni preliminari a riguardo sono reperibili in Pinna 2002-2003: 83; Pinna 2004: 321; Pinna 2005: 99-100; Pinna 2008: 123; Pinna 2010: 35, figg. 13-14. 10

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4. I reperti vitrei: dati generali

Dal mese di novembre 2010 i frammenti vitrei rinvenuti nel corso delle campagne 2001 e 2002 sono stati affidati al Centro di restauro della Soprintendenza archeologica di Sassari-Li Punti, dove, a partire dai primi mesi del 2011, si sono potute avviare attività di schedatura, documentazione fotografica e disegno, con la possibilità di una prima parziale ricostruzione grafica di alcune forme12. Nel complesso si tratta di 728 frammenti, provenienti da 20 unità stratigrafiche diverse, collegabili ad alcuni crolli e successive trasformazioni planimetriche intervenute nei tre vani posti immediatamente a Sud dell’edificio principale. Le condizioni di frammentarietà del materiale rinvenuto non hanno consentito la ricostruzione completa delle forme originarie, né una quantificazione attendibile del numero degli interi; anche in fase di restauro i tentativi di assemblaggio di fratture combacianti hanno permesso l’attacco di un numero molto esiguo di frammenti. Spesso le porzioni dei manufatti potenzialmente “diagnostiche”, come i frammenti di orli o di fondi, non hanno dimensioni sufficienti per poter essere assegnate con buona approssimazione a un manufatto piuttosto che a un altro13. D’altra parte, le superfici dei reperti non appaiono caratterizzate dai fenomeni tipici dell’alterazione (iridescenza, corrosione e opacizzazione), forse per le favorevoli condizioni di umidità e acidità del terreno che li conteneva, ma si può presumere anche per l’utilizzo di materie prime di buona qualità. Infatti, gli spessori delle pareti sono generalmente molto sottili, trasparenti e incolori, con sfumature che variano dall’azzurro chiaro al verdazzurro. Le tecniche di produzione documentate sono la soffiatura a canna libera e quella entro stampo. I sistemi decorativi attestati prevedono l’impiego di smalti policromi con incisione figurata, l’applicazione di gocce e, infine, motivi geometrici circolari e a losanga disposti in serie reiterate, ottenuti con soffiatura in stampo.

5. I reperti vitrei: le forme

Dal punto di vista dei tipi morfologici riconosciuti, 26 frammenti di orli14 (fig. 6.2) sono riconducibili al bicchiere apodo, di corpo troncoconico o cilindrico terminante con orlo arrotondato, eseguito a soffiatura libera; tale forma risulta molto diffusa e caratterizzante la vetreria dell’XI-XIII secolo e perdura nei secoli seguenti fino al XV15. Due orli arrotondati (figg. 6.1 e 6.4), che conservano una porzione di parete decorata da motivi geometrici ovali in rilievo, 24 frammenti di pareti con motivi circolari e a losanga e un fondo a base piana, che conserva una porzione di parete decorata da motivi tondeggianti, sono relativi al bicchiere di corpo troncoconico o cilindrico con base apoda o piede ad anello realizzato tramite soffiatura entro stampo. Si tratta di un tipo ben noto in moltissimi contesti, che compare alla fine del XIII secolo16 e permane fino È doveroso esprimere, in questa sede, un ringraziamento alla Soprintendenza per i Beni Archeologici per le province di Sassari e Nuoro, nelle persone del soprintendente Bruno Massabò, che ha messo a disposizione dello studio dei reperti vitrei i locali e il personale della struttura; di Angela Antona, per il suo costante e fattivo sostegno; di Luigi Piras, che ha coordinato gli interventi di restauro presso il Centro di Sassari-Li Punti; di Alice Pruneddu, che li ha eseguiti; di Giovanni Pulina, che ne ha curato la documentazione fotografica; di Antonella Fresi, che ha realizzato i disegni. Il nostro ringraziamento va anche a Mara Lasi e Danila Artizzu per la preziosa collaborazione e a Daniele Fadda per la rielaborazione delle illustrazioni. 13 Cfr. Coscarella 2007: 41. 14 In questo gruppo potrebbero essere compresi altri 49 frammenti di orli arrotondati, la cui appartenenza ad altre forme, per esempio bottiglie, non può essere esclusa, a causa delle dimensioni eccessivamente ridotte, seppure colore e spessore di tali frammenti siano assimilabili a quelli assegnati ai bicchieri. 15 Cfr. Stiaffini 1999: 107-111; Ciappi 2006: 21; Brondi 2011: 94. 16 I ritrovamenti nella domus porticata di epoca carolingia nell’area del Foro di Nerva, inquadrabili tra il IX e il XII secolo, porterebbero a un rialzamento cronologico della produzione soffiata a matrice (cfr. Del Vecchio 2005: 4548, fig. 2.1-2, p. 47). 12

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Fig. 6. Luogosanto, Palazzo di Baldu. Orli (1, 2 e 4) e piede di bicchiere (3); piede di calice (5).

Fig. 7. Luogosanto, Palazzo di Baldu. Frammento di piede “a dentelli”.

alla fine del XV17: è stato tradizionalmente ritenuto appannaggio di manifatture toscane, produttrici del bicchiere chiamato nelle fonti gambassinus – nell’officina vetraria di Germagnana a Gambassi (FI) il manufatto era sicuramente prodotto – ma i numerosi rinvenimenti, non solo nelle regioni italiane ma anche nel resto d’Europa, hanno fatto ipotizzare un’origine non esclusivamente legata alla Toscana18; in particolare, il riferimento a bicchieri detti gambasini o gambaxini compare nei documenti veneziani del XIV secolo, e viene interpretato come un recepimento nelle produzioni veneziane della forma caratteristica del centro della Val d’Elsa; soprattutto nella seconda metà del secolo, inoltre, è attestata la presenza di lavoranti toscani a Murano19. Per ciò che concerne la Sardegna, i bicchieri soffiati a stampo sono documentati iconograficamente nell’affresco della cappella palatina di Nostra Signora di Sos Regnos Altos nel castello di Serravalle a Bosa (OR)20, mentre, dal punto di vista materiale, è segnalata la presenza di tale forma potoria nell’ambito di recuperi non stratigrafici nella città di Iglesias21, da interventi di archeologia urbana a Sassari22, e, nelle indagini condotte nel castello di Las Plassas (VS), diversi frammenti di fondi riportano allo stesso tipo di bicchiere e a una cronologia simile23.

Cfr. Stiaffini 1999: 11-113; Uboldi 2007: 89. Cfr. Ciappi 2006: 21. 19 Cfr. Gasperetto 1982: 22; Zecchin 1990: 10, 14, 16, 135-136, 159, 164. 20 Il dipinto è datato all’ultimo quarto del sec. XIV (cfr. Galasso 2000: 310-311). 21 Cfr. Galasso 2000: 310: l’Autore riferisce la presenza di materiale vitreo comprendente frammenti di bicchieri tronco-conici che riporterebbero, tra altre possibilità, ad ambito valdarnese. 22 Stiaffini 1991: 234 parla di ritrovamenti a Sassari. 23 Cfr. Carrada, Murru 2005: 85. 17 18

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Fig. 8. Luogosanto, Palazzo di Baldu. Frammenti con decorazioni epigrafiche smaltate.

Fig. 9. Luogosanto, Palazzo di Baldu. Frammenti con decorazioni epigrafiche smaltate e perlinatura.

Un piede contornato da piccole protuberanze tondeggianti, chiamato anche “a dentelli”24 (fig. 6.3, 7), permette di riconoscere la forma del bicchiere con piccole bugne pinzate sulle pareti , le quali potevano svilupparsi a creare un corpo troncoconico oppure cilindrico su base apoda inadorna o conformata come il nostro frammento. Il momento della comparsa e la zona d’origine di questo tipo di bicchiere in area italiana sono stati ampiamente dibattuti dagli studiosi25, al punto che l’orizzonte cronologico di attestazione abbraccia il periodo tra i secoli X-XI fino al XIV e XV, quando la forma diviene comune e ampiamente attestata26. Forse è possibile assegnare a tale forma anche un piccolo frammento di parete caratterizzato dalla presenza di un elemento pinzato sulla superficie. La carenza di materiale pubblicato in relazione alla Sardegna non permette al momento di stabilire dei confronti puntuali con materiali dell’isola; tuttavia si segnala che Daniela Stiaffini, già nel 1991, parlava di un frammento attribuibile a questa forma, frutto di un rinvenimento occasionale nei pressi della chiesa di S. Maria di Neapolis (Guspini, VS)27. Solo 4 frammenti relativi a 3 piedi a disco e alla porzione di uno stelo attestano la presenza del calice nel sito del Palazzo di Baldu. Resta da comprendere, nel nostro caso, se si sia di fronte a frammenti residuali relativi a epoche precedenti o si tratti, piuttosto, di una delle non frequenti attestazioni dei secoli XII-XIII28; uno dei frammenti di piede (fig. 6.5) trova una corrispondenza, sia per il colore del Cfr. Caprara 2010: 59-69. Cfr. Stiaffini 1991: 202-207; Zagari 2003: 223-226; Caprara 2010: 64-66; Del Vecchio 2010: 114. 26 Cfr. Barovier Mentasti et alii 1982: 66; Stiaffini 1999: 107; Fiorillo 2005: 67; Coscarella 2010: 93; Guarnieri 2010: 127, 129, fig. 2-1; Laganara, Fabiano, Rossitti 2010: 137, 140, fig. 2-B. 27 Cfr. Stiaffini 1991: 208. 28 Ma si veda, in proposito, le attestazioni del castello di Lagopesole, in strati della seconda metà del sec. XIII, segnalate in Fiorillo 2005: 132; tav. 25, nn. 1-9. Nel sec. XVI il calice sarà di nuovo ampiamente attestato (cfr. Stiaffini 1999: 106; Coscarella 2010: 94). 24 25

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Fig. 10. Luogosanto, Palazzo di Baldu. Frammenti con decorazioni epigrafiche smaltate.

Fig. 11. Luogosanto, Palazzo di Baldu. Manufatto con fascia epigrafica smaltata e pesci incisi.

Fig. 12. Luogosanto, Palazzo di Baldu. Frammenti con decorazioni epigrafiche smaltate.

Fig. 13. Luogosanto, Palazzo di Baldu. Frammento di ansa.

Fig. 14. Luogosanto, Palazzo di Baldu. Frammenti di parete con decorazioni a smalto rosso e bianco.

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Fig. 16. Luogosanto, Palazzo di Baldu. Frammento di piede con decorazioni a smalto rosso e bianco.

Fig. 15. Luogosanto, Palazzo di Baldu. Frammenti con decorazioni a smalto rosso e bianco. Fondo (1) e parete (2).

Fig. 17. Luogosanto, Palazzo di Baldu. Frammenti di parete con decorazioni a smalto rosso e bianco.

vetro sia per il profilo, con frammenti documentati nello scavo di Vico III Lanusei a Cagliari, attribuiti a stratigrafie di XVI-XVII secolo29.

6. I manufatti smaltati

Ventuno frammenti (figg. 8-12; 14) sono stati raggruppati in base alla particolare decorazione: si tratta di porzioni di parete, tra le quali solo due gruppi (rispettivamente di 2 e di 3 frammenti) presentano fratture combacianti, decorate da motivi calligrafici arabi realizzati in smalto blu. Le parti ricostruite, ma anche i singoli frammenti non combacianti (figg. 8.1, 8.2, 8.4, 8.5; 9.2; 10), permettono di risalire ad almeno tre differenti fasce decorate di un unico oggetto, oppure a manufatti diversi accomunati da caratteri del vetro quali spessore, colore, trasparenza, bollosità, oltre che dalla tecnica e dai motivi decorativi. L’esame degli elementi epigrafici, condotto da Roberta Giunta dell’Università degli Studi di Napoli-L’Orientale, ha permesso di individuare, in 3 frammenti (figg. 8.2, 8.4. 8.5; 10.1, 10.2, 10.3), brevi porzioni di fasce orizzontali con iscrizione dedicatoria su un solo rigo, in scrittura corsiva con complementi grafici in forma di punti e brevi tratti obliqui, che potevano far parte di un’unica fascia epigrafica; su uno di essi (figg. 8.2, 10.2) un tratto retticurvilineo riempie lo spazio vuoto al di sotto dell’unica parola restante del testo: 29

Cfr. Musio 2006: 325.

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Fig. 18. Luogosanto, Palazzo di Baldu. Frammento di fondo.

Fig. 19. Luogosanto, Palazzo di Baldu. Colature vitree su frammento di roccia granitica.

[...] ‫[ رفظملا و‬...] […] wa’l-muẓaffar […] “[…] e il vittorioso […]” L’epiteto al-muẓaffar rientra in una titolatura di un eminente personaggio di cui, con ogni probabilità, era omesso il nome. In un secondo frammento (figg. 8.4, 10.1), pur con molti dubbi, le lettere potrebbero essere ricondotte al termine ‫ طبارملا‬al-murābiṭ (“il difensore dei ribāṭ”), preceduto dalla congiunzione ‫ و‬wāw. Quest’ultima confermerebbe la presenza di un epiteto all’interno di un protocollo ufficiale. In 6 frammenti (figg. 8.1 e 8.3; 9), di cui 5 combacianti (figg. 8.3 e 9.1), la fascia epigrafica è sottolineata da una perlinatura in smalto di colore rosso, al di sotto della quale si leggono due linee parallele, anche esse con tracce di smalto rosso. La porzione di manufatto ricostruita conserva la parte inferiore di una fascia orizzontale con epigrafe di probabile natura dedicatoria, distribuita su un solo rigo. Sebbene lo stato di conservazione non consenta di proporre una decifrazione del testo, si può tuttavia segnalare che il ductus della seconda parola manifesta strette similitudini con quello del termine individuato nel secondo frammento presentato (figg. 8.4, 10.1). Allo stesso insieme possono essere assegnati altri due frammenti, combacianti, (figg. 11, 12), che mostrano una fascia orizzontale smaltata (e, stando ai residui visibili, originariamente dorata) con iscrizione dedicatoria su un solo rigo, in scrittura corsiva con complementi grafici in forma di punti e brevi tratti obliqui: [..[...] ‫ـل[ا لداعلا ملاعلا ناطلسلا‬. […] al-sulṭān al-‘ālim al-‘ādil a[l-…] “[…] il sultano, il sapiente, il giusto i[l…]” Le tre parole conservate rientrano in un protocollo ufficiale composto dal titolo di “sultano”, seguito da due epiteti e dalla prima lettera dell’articolo di un terzo. Questo tipo di iscrizioni presenta un numero variante di titoli dedicati a un autorevole personaggio di cui generalmente non è precisato il nome. Nella gran parte dei casi il termine al-sulṭān – che, come in questa iscrizione, è riportato su due

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Fig. 20. Luogosanto, Palazzo di Baldu. Resti di fornace.

livelli giacché l’ultima lettera (‫ ن‬nūn) si trova al di sopra della linea di base e taglia l’asta della lettera mediana (‫ ط‬ṭā’) – è immediatamente seguito dall’epiteto al-malik, qui assente. Al di sotto della fascia epigrafica, nella parte in cui la parete dell’oggetto si espande, una decorazione incisa rappresenta due pesci (figg. 11c; 12), uno interamente conservato, mentre del secondo sono visibili i tre quarti anteriori: i tratti dell’incisione rendono in modo preciso il particolare delle pinne, dell’occhio, delle squame; altre linee evidenziano ulteriori particolari anatomici: le branchie, il naso e la bocca. Nella ricerca ancora in corso di possibili confronti puntuali si segnalano al momento rappresentazioni simili su bicchieri conservati a Londra nel British Museum, a New York nel Metropolitan Museum, a Sanpietroburgo nel Museo dell’Hermitage e quella su un bicchiere rinvenuto a Brno30. Nonostante non si sia ancora riusciti a risalire alla forma di appartenenza (potrebbe trattarsi di una forma da mensa chiusa o di una lampada) dei frammenti del Palazzo di Baldu, è possibile proporre alcuni confronti con recenti rinvenimenti archeologici in varie regioni italiane di vetri con formule beneauguranti islamiche smaltate: tra questi si segnalano, per la maggiore aderenza, almeno dal punto di vista dei motivi e della tecnica della decorazione, un bicchiere dal castello di Lagopesole e una coppa dal castello di Melfi, entrambi riconducibili al XIII secolo, che differiscono dai frammenti del Palazzo di Baldu per il colore degli smalti impiegati31. Contenitori vitrei smaltati e dorati, con decorazioni epigrafiche in arabo e ascrivibili a produzioni siriane o egiziane tra i secoli XIII e XV, d’altra parte, sono custoditi in vari musei europei32 e statunitensi33. Nell’ambito delle osservazioni utili a chiarire la forma dei manufatti del sito gallurese, vale la pena segnalare il ritrovamento di un unico frammento di piccola ansa a gomito realizzata in vetro trasparente con una marcata microbollosità (fig. 13); le caratteristiche del vetro appaiono associabili – stando all’esame autoptico – a quelle dei frammenti smaltati sopra descritti, mentre i tratti morfologici sono Cfr., rispettivamente, Tait 1979 e http://www.britishmuseum.org/explore/highlights/highlight_objects/me/g/glass_ beaker_with_enamel.aspx; http://www.metmuseum.org/Collections/search-the-collections/140008759; http://users. stlcc.edu/mfuller/HermitageIslamicGlass.html; Sedláčková 2006: 201-202, fig. 4a. 31 Per il castello di Lagopesole si rimanda a Fiorillo 2005: 68-69 (con i confronti e i riferimenti bibliografici ivi indicati); 124, 200, tav. XXX, 1. Si veda, in questi stessi atti, il contributo di R. Ciriello, I. Marchetta e S. Mutino sui ritrovamenti del castello di Melfi (PZ). 32 Una banca dati che comprende diversi manufatti vitrei compresi in raccolte di vari musei europei è consultabile, completa di bibliografia di riferimento, nel sito: http://www.discoverislamicart.org. 33 Il Metropolitan Museum offre una panoramica esemplificativa di oggetti decorati in smalto e oro: http://www.metmuseum.org/toah/hd/enag/hd_enag.htm#thumbnails. Riguardo il Corning Museum of Glass: http://www.cmog. org/dynamic.aspx?id=3172#.TmohSGr4aNY. 30

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confrontabili con le anse di solito associate alla forma della lampada di tipo islamico, ma che potrebbero essere compatibili con le cosiddette “borracce del pellegrino”34. Diverse considerazioni, relative alla possibile forma e alla tecnica decorativa (che prevedeva, tra l’altro, l’applicazione dello smalto anche sulla parete interna del manufatto), portano a proporre l’appartenenza di un altro gruppo di frammenti ai bicchieri del gruppo “Aldrevandin”, prodotti, secondo la maggior parte degli studiosi, a Venezia tra il XIII e il XIV secolo35. Tra questi, presentano decorazioni smaltate – una linea ondulata di colore bianco tra due linee parallele rosse – quattro frammenti (fig. 14) ricomposti a formare una porzione cilindrica (fig. 15.2); gli stessi smalti decorano anche un resto di parete collegato ad piede ad anello (figg. 16, 15.1), disegnando due linee parallele rosse sormontate da un motivo bianco e rosso; potrebbero appartenere allo stesso manufatto, o a contenitori simili, altri piccoli frammenti di parete (fig. 17) sui quali, in qualche caso, si possono cogliere porzioni di decorazione vegetale36. Allo stesso gruppo, sebbene conservato nella parte priva di decorazione, potrebbe appartenere anche un frammento di fondo (fig. 18) che, per le caratteristiche morfologiche e le dimensioni richiama alla serie dei bicchieri “Aldrevandin” dal diametro più ridotto e il profilo più slanciato37.

7. Possibili indicatori di produzione

Oltre ai manufatti presentati, meritano qualche considerazione alcuni reperti, interpretabili come scorie vetrose e scarti di lavorazione rinvenuti nel sito; ad essi si aggiunge un conglomerato composto da una colatura vetrosa su un elemento di granito (fig. 19), la pietra locale per eccellenza. Tali possibili indicatori di produzione, acquistano particolare interesse, anche in vista di un proseguimento dell’indagine archeologica, se collegati all’individuazione di chiare tracce di attività produttive nell’area: tra questi si segnala, in particolare, la presenza di una fornace (fig. 20), impiegata certamente per la produzione dei laterizi necessari alle coperture del complesso edilizio e, forse, per la cottura di semplici manufatti ceramici.

8. I vetri del Palazzo di Baldu come fonte storica

I risultati della ricerca evidenziano l’esigenza di una serie di approfondimenti in diverse direzioni, che richiederebbero almeno alcune analisi di laboratorio: si pensi, tra le altre cose, alla possibilità di verificare, nell’ambito dei ritrovamenti di una stessa stratigrafia archeologica, le differenze di composizione chimica tra oggetti con caratteri del vetro in apparenza molto simili, quali sono quelli prodotti verosimilmente nelle aree del Vicino Oriente islamico confrontati alle produzioni delle botteghe veneziane38.

Si veda, in Del Vecchio 2007: 98, fig. 4, una esemplificativa tavola riassuntiva delle lampade di tipo islamico. Per alcuni riferimenti alla forma della borraccia o fiasca del pellegrino si rimanda a Carboni 2007: 355, n. 129. 35 Un quadro essenziale sulla conoscenza di questi manufatti è in Carboni 2007: 354, n. 125. Nell’ambito degli studi su questo gruppo di contenitori vitrei si segnalano: Tait 1979; Baumgartner-Krueger 1988; Verità 1995; Krueger 2002; Medici 2008, ai quali si rimanda per ulteriori indicazioni bibliografiche. Per quanto riguarda la Sardegna, sono adesso segnalati reperti riconducibili al gruppo dei “vetri di Aldrevandino” al castello di Monreale (Sardara, VS): si veda, in questi stessi atti, il contributo di E. Santini. 36 La decorazione del fondo e quella del frammento di parete possono essere confrontati, in particolare, con un bicchiere rinvenuto nell’Anatolia orientale, oggi a Stoccarda. Cfr. Baumgartner-Krueger 1988: 152, n. 108. 37 Una puntuale illustrazione della modalità delle fasi di realizzazione di questo tipo di fondi è in Tait 1998: 52. Per una descrizione sintetica delle differenza tra i due diversi gruppi di bicchieri “Aldrevandin” si veda Barovier Mentasti, Carboni 2007: 277-278. 38 Come è stato rilevato dalle analisi finora note, tra le produzioni islamiche e quelle veneziane esistono solamente lievi differenze di composizione: nelle analisi fatte finora si è riscontrata una analogia chimica tra le due produzioni, interpretata come uso delle medesime materie prime, importate a Venezia dall’Oriente. Per una sintesi sulla questione si rimanda a Verità 2007: 295-298. Un quadro sintetico dei rapporti tra Venezia e l’Oriente mediterraneo in relazione al vetro smaltato nel medioevo è in Barovier Mentasti, Carboni 2007: 273-284; per un confronto tra i caratteri degli smalti si veda, ancora, Verità 2007: 298. 34

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In attesa che lo studio, per molti versi ancora ad uno stadio preliminare, possa sviluppare i temi emersi nell’analisi e risolvere alcuni dei quesiti in evidenza, si può affermare che l’esame dei reperti vitrei del Palazzo di Baldu fornisce, in primo luogo, alcune indicazioni interessanti sul livello sociale di chi deteneva il complesso, sui rapporti commerciali e sulla cronologia dell’insediamento. Oltre ad alcuni manufatti ampiamente attestati in ambito europeo e mediterraneo, risaltano, per la possibilità di essere ascritti ad una utenza socialmente elevata, gli oggetti smaltati riconducibili al gruppo “Aldrevandin”, fino a questo convegno non segnalati in Sardegna39. Ancora più singolare appare il rinvenimento di frammenti riferibili ad oggetti decorati con iscrizioni arabe, manufatti che possono essere annoverati tra quelli che, recuperati da indagini archeologiche della penisola italiana o custoditi in prestigiose collezioni, sono stati considerati espressione di produzioni auliche, in alcuni casi legate a committenze regie, e hanno fatto dedurre una notevole rilevanza socio-politica per il contesto in cui sono state utilizzate40. I dati sui reperti vitrei del Palazzo di Baldu forniscono pertanto una diversa luce, in mancanza di più esplicite fonti documentarie, alle tradizioni locali e l’ipotesi degli studiosi, che dalla prima metà del XIX secolo a tutto il XX, cioè prima delle campagne di scavo, hanno suggerito per il sito la funzione di residenza periodica del vescovo di Civita41, oppure di curia regni presso la curatoria (cioè uno dei distretti in cui era articolato lo stato giudicale) di Balayana42, o, secondo una tradizione popolare, di castello di un “Re Baldo”, interpretazione - quest’ultima - che potrebbe contenere un riferimento al diretto controllo sul giudicato di Gallura, per tutto il XIII secolo, della casata pisana dei Visconti, alla quale appartennero, tra gli altri, almeno due importanti personaggi di nome Ubaldo, con posizioni di primo piano nel governo dell’isola43. Lo studio, in corso, delle altre classi di reperti potrà precisare i cospicui indizi che suggeriscono di orientare le ricerche nell’arco cronologico tra la fine del XII secolo e il principio del XV e di continuare a ragionare sulla possibilità di trovarsi di fronte ad un centro di potere, vocato alla amministrazione di un ampio territorio e connesso con le principali rotte mediterranee del tempo. Tali semplici informazioni acquistano un rilievo tutto particolare per un area, quella della Gallura, rispetto alla quale fino a poco tempo fa si dubitava di poter rinvenire significative testimonianze dell’età medievale. Rispetto al quadro delle attestazioni di reperti vitrei nel territorio sardo, i ritrovamenti del sito gallurese rappresentano un contributo che arricchisce senz’altro un panorama che, come già in altre occasioni è stato rilevato, si rivela ancora poco delineato e carente - a parte poche lodevoli eccezioni - di dati provenienti da indagini stratigrafiche. Appare interessante che la porzione Nord-orientale dell’isola, finora considerata periferica rispetto ai maggiori centri istituzionali della Sardegna medievale e poco sviluppata economicamente, possa inserirsi nel quadro delle conoscenze sulla circolazione di manufatti di vetro della Sardegna, mostrandosi non certo estranea ai traffici del periodo, ma anzi attestando rapporti (rispetto ai quali varrà la pena approfondire il tema dei possibili vettori), non solo con i territori più prossimi, come quelli della penisola italiana, ma anche con più remote aree del Mediterraneo islamico o di centri produttivi di alto livello come quello che produceva i manufatti appartenenti al gruppo dei vetri “di Aldrevandin”44.

Si veda, però, in questi atti, l’importante ritrovamento del castello di Monreale (Sardara, VS), illustrato da E. Santini. Si vedano, tra gli altri, l’esempio del castello di Lagopesole (Fiorillo 2005) o, nel contributo di R. Ciriello, I. Marchetta e S. Mutino in questi stessi atti, i dati relativi al castello di Melfi. 41 Cfr. Angius 1840: 81. 42 Cfr. Panedda 1978: 225. 43 Cfr. Fois 1992: 181-183. Si vedano, inoltre, le osservazioni di Caprara 1996: 146-147. 44 Riferimenti alla Sardegna sono anche nell’intervento di D. Stiaffini in questi stessi atti. 39

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