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n.2 2012


Presentazione Quando non ci sarà più posto all'inferno, i morti cammineranno sulla terra Zombi, 1978

Nel precedente numero di Connessioni abbiamo dato una descrizione di come l'attuale stato di crisi del capitalismo sia stato interpretato da diversi autori e gruppi in ambito marxista. Le diverse analisi erano secondo noi riconducibili a due fondamentali paradigmi: una crisi da stagnazione e una crisi da “ristrutturazione”. Nell'ambito di quest'ultima un ruolo rilevante è svolto dallo spostamento dell'accumulazione dal nord americano, giapponese ed europeo verso le economie asiatiche emergenti, Cina e India. E' innegabile che i due modi di descrivere le cause attuali della crisi hanno validi argomenti teorici e sono suffragati dai dati empirici.

Presentazione, Redazione…………………... 2 Esercito industriale di riserva e dimensione metropolitana, Redazione………………….... 7 La polarizzazione delle società ovvero la de-integrazione, A.Pagliarone ...13

Nella complessa realtà del mercato capitalista qualsiasi analisi teorica non può ritenersi valida a prescindere dagli esiti degli avvenimenti concreti, un corollario a questa affermazione è, per noi, la possibilità di rinvenire nelle diverse teorie, la capacità di cogliere aspetti del concreto svolgersi dell'accumulazione. Questi aspetti possono essere a volte contraddittori o anche parziali, ma ugualmente hanno un grado di validità, o se si preferisce di sufficiente accettabilità. In questo senso riteniamo sufficientemente valide entrambi le teorizzazioni, e entrambi feconde di spunti per ulteriori approfondimenti. Detto in termini più concreti, i sintomi di una stagnazione sono riscontrabili nel declino del tasso di accumulazione a partire della prima metà degli anni ottanta. Prima di allora , solo a seguito della seconda guerra mondiale si è potuto affermare un ciclo di accumulazione espansivo. Parimenti, i processi di ristrutturazione industriale, l'emergere di un sistema finanziario e bancario mondiale, la crescita economica e industriale di Cina, India, hanno contribuito a ridisegnare gli scenari produttivi, di accumulazione e di distribuzione del plusvalore. Questi due aspetti rappresentano la realtà del capitalismo odierno, e se nel numero precedente abbiamo cercato di dare una descrizione della crisi in termini delle categorie economiche di accumulazione del capitale, saggio generale di profitto, cioè nell'accezione di capitale variabile e di capitale fisso del risultato del processo lavorativo, adesso vogliamo affrontare il processo di accumulazione riferito al definirsi della condizione dei proletari. Il concetto di esercito industriale di riserva, rappresenta il punto di partenza per ogni analisi che intende cogliere la realtà dell'accumulazione capitalista come vincolo ineliminabile per le condizioni di vita e di lavoro dei proletari. L'accumulazione del capitale ha in sé un limite insuperabile, che si concretizza in periodiche crisi del capitale che la teoria del tasso generale del profitto decrescente riesce a

Zombi e proletariato, Redazione ……….....19 Lavoro improduttivo e composizione di classe, V. Grisi ………… 25 Cooperative, D.Erba ………………………...29 Proseguire la critica, Etcetera ……………..34 Finanziarizzazione, Kliman e Williams …....39 Note al testo sulla finanziarizzazione, A.Pagliarone …………………………………..49 Bolle immobiliari cinesi, Redazione ………52

I materiali non firmati sono scritti dai compagni/e della redazione, ma non hanno la pretesa di essere organici e definitivi, vanno quindi letti come dei semi-lavorati e con questo metodo pensiamo di proseguire la nostra attività e ricercare nuove connessioni.

CONNESSIONI per la lotta di classe, 2012, n.2 Redazione: connessioni@autistici.org connessionic@yahoo.it Blog-Archivio: connessioni-connessioni.blogspot.it Edizioni Connessioni: connessioniedizioni.blogspot.it

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interpretare, grazie alla astrazione operata dalla teoria marxiana. Indissolubilmente legata alla teoria del tasso di profitto decrescente è la teoria dell'esercito industriale di riserva, che interpreta in altri termini i fenomeni di crisi e espansione del capitale. L'esercito industriale di riserva assume quantitativamente valori sempre più rilevanti a causa di una continua stagnazione. Tuttavia la realtà concreta di vita e di lavoro dei proletari non può essere ne descritta ne compresa se non si fa riferimento anche ai processi di ristrutturazione in atto. Vogliamo cogliere il processo di accumulazione e di valorizzazione del capitale nel suo svolgersi come processo lavorativo, e come processo di inclusione e esclusione dei proletari da una riproduzione sociale legata o meno alla riproduzione del capitale. L'esercito industriale di riserva è, in prima approssimazione, il risultato della inclusione o della esclusione dei proletari dal processo produttivo e di accumulazione. Unitamente ad una generica accumulazione di capitale si svolge il processo produttivo suddiviso secondo una divisione sociale del lavoro storicamente determinata. La divisione del lavoro oltre a determinare le diverse mansioni, le diverse tipologie di lavori (più manuale o più mentale), le diverse unità divise giuridicamente (Holding, imprese etc.) ha come prima scrematura iniziale, quella fra chi è dentro e chi è fuori dal processo produttivo, che si ripercuote in un continuo oscillare numerico dell'esercito industriale di riserva. Non riteniamo valida la ricerca di una soggettività radicale operata tramite l'assolutizzazione di una divisione sociale del lavoro data, che ha portato in passato a enfatizzare la definizione di aspetti parziali della vita proletaria come categorie valide universalmente nel tempo e nello spazio. L'operaio massa prima e l'operaio sociale dopo ne sono un esempio, queste categorie sono state l'interpretazione teorica di un movimento storicamente dato e finito. Ma la condizione proletaria legata alle vicende di un altro ciclo di accumulazione permane. Resta interessante tuttavia il tentativo di definire il concreto svolgersi dell'attività lavorativa nel processo di valorizzazione, l'aspetto più importante che ne è emerso è l'atteggiamento (ostile) che i proletari hanno avuto rispetto alla tecnologia produttiva capitalista. Ma il processo produttivo non può essere scisso dal processo di valorizzazione, siamo costretti a rivolgere la nostra attenzione principalmente a quest'ultimo se vogliamo cogliere gli aspetti significativi della condizione proletaria di oggi. Questo perché la crisi come stagnazione ha comportato per i proletari una condizione di vita che abbiamo riportato più volte con il termine di de-integrazione.

Le principali caratteristiche di questa crisi sono riassumibili: nella dimensione elefantiaca del comparto finanziario, dal declino del saggio di accumulazione a partire dagli anni ottanta , dall'affermarsi della speculazione finanziaria come fulcro per la ridistribuzione del plusvalore, (in proposito vedi: La crisi e il saggio di profitto di Paolo Giussani; connessioni-connessioni.blogspot.it) Interpretare ogni crisi tramite una loro storicizzazione, vuol dire, fare un confronto diretto delle ipotesi teoriche con il concreto svolgersi della valorizzazione e produzione del capitale. Tuttavia il riferimento alla realtà storica del capitalismo, non può essere fatto senza riconoscerne contemporaneamente, gli sviluppi di lungo periodo e le categorie teoriche valide nelle successive determinazioni concrete della produzione capitalista. Lo sviluppo storico del capitalismo (dal suo affermarsi ad oggi) e le categorie teoriche ritenute valide a interpretarlo, divengono la bussola per un confronto con le determinazioni storiche della produzione capitalista. La validità delle astrazioni compiute permane: perché subiscono una conferma dalla realtà storica e perché risultanti dalle concrete modalità con cui avviene la produzione e l'accumulazione del capitale. Ogni concreta fase del capitale sarà caratterizzata da elementi specifici e elementi che caratterizzano lo sviluppo storico del capitalismo. La realtà della crisi attuale deve essere necessariamente spiegata analizzando entrambi gli aspetti: specifici e di tendenza storica. Creare cesure nette all'interno della continuità storica del capitalismo allontana dalla comprensione degli aspetti di tendenza storica. D'altro canto riferirsi esclusivamente ad elementi invarianti del capitale, validi per ogni sua determinazione storica, fanno della teoria, privata dal riferimento al concreto divenire storico, una riproposizione di astrazioni autoreferenziali. Invece riteniamo le teorie che includono entrambi gli aspetti le uniche ad avere un valore predittivo. Ciò a cui siamo interessati è il legame fra accumulazione e possibile cambiamento radicale della società da individuare nella complessiva realtà economica e sociale del capitalismo dinamicamente considerato, cioè nel tempo. I limiti del capitale impongono concreti svolgimenti dello sfruttamento in cui il proletariato si da specifiche forme di resistenza, collaborazione ma anche di rottura rivoluzionaria. L'aspetto rivoluzionario del proletariato è legato al concreto sfaldarsi dei rapporti di produzione capitalistici che si verifica durante i periodi di crisi concretamente e storicamente determinati. Da questa considerazione nasce il nostro interesse all'analisi dettagliata dei vari aspetti della crisi odierna.

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Lo stesso concetto di esercito industriale di riserva o la distinzione fra proletari e sottoproletariato, devono essere portate al vaglio delle concrete condizioni dello sfruttamento operato dal capitalismo odierno. Si è costretti allora a riconsiderare le cesure nette create dall'interpretazione teorica della realtà e a vedere il proletariato come un più omogeneo e allo stesso tempo frammentato insieme di condizioni di vita, in cui occupazione e disoccupazione, lavoro precario e illegale non definiscono un concreto corpo sociale ma solo una classificazione statica attraversata dinamicamente da tante vite concrete. Internamente al rapporto fra processo di valorizzazione e concreto determinarsi della condizione proletaria vanno per noi ricercati i possibili momenti di rottura rivoluzionaria.

processo capitalistico sussiste in pieno e nella sua forma più squisita. Si avvia così una specie di divorzio fra proprietà e capitale per cui il secondo si smobilizza sempre più e la prima si diluisce si dissimula, o viene anche presentata come proprietà di enti collettivi nelle statizzazioni, socializzazioni e nazionalizzazioni che pretendono di essere considerate forme di gestione non più capitalistiche" (Ibid). Il modo in cui la valorizzazione del capitale si attua e come avviene la distribuzione sia del capitale monetario sia del plusvalore si complica con lo sviluppo dell’accumulazione. Dal punto di vista geografico, la produzione frammentata e delocalizzata in svariate unità connesse da prezzi di mercato, generano un plusvalore che si produce e si distribuisce nel modo più vario fra le distinte entità giuridiche distribuite a livello internazionale. Come anticipato prima, le figure rappresentanti il capitale, si smistano in modi diversissimi: fondi pensioni, broker, industrie, banche ed altro generano servizi e prodotti dal contenuto sempre più difficilmente ricollegabile alla esperienza quotidiana del comune mortale. Inoltre i mercati finanziari, le borse valori, le vendite di titoli tramite banche e altro generano luoghi di incontro fra domanda e offerta, cioè mercati, che agiscono in tempo reale tramite reti informatiche. Il capitale di credito fin dal suo sorgere ha preteso un tasso di interesse a causa del semplice titolo di proprietà del capitale monetario, lo stesso è avvenuto tramite le società giuridicamente costituite con un capitale sociale rappresentato in titoli dotati di un mercato secondario -il proprietario del titolo pretende un dividendo o un guadagno in conto capitale, altrimenti può sempre vendere il proprio titolo-. Da quanto brevemente riassunto, si delinea una distribuzione del plusvalore che può seguire un modello di scambi equivalenti tramite prezzi che tendono al valore delle merci, ma vi è sempre più la capacità del capitale nella sua forma monetaria di effettuare scambi che originano sovra profitti, o trasferimenti di plusvalore da un settore ad un altro, con una sempre maggiore incidenza dei redditi da rendite finanziarie.

Ma mentre riesce abbastanza immediato riconnettere il rapporto di sfruttamento al capitale considerato nella sua forma merce, il capitale nella sua forma monetaria rende evanescente il suo legame con il valore trasferito e prodotto dal capitale merce. Già la ripartizione del plusvalore creato dal capitale variabile nella produzione delle merci, fra vari aventi diritto alla spartizione, giustifica l'interpretazione ideologica dei redditi da capitale come un surplus alla produzione da attribuire a varie fonti: "la terra generatrice di rendita, il denaro generatore di un frutto di interesse, l'intrapresa generatrice di un profitto che viene a comprendere l'attività, capacità e accortezza di colui che ha saputo mettere insieme razionalmente i vari elementi della produzione" (Amadeo Bordiga, Proprietà e Capitale, Iskra edizioni, 1980). Anche se fissassimo teoricamente il modo in cui viene a distribuirsi il plusvalore, le effettive determinazioni della circolazione del capitale renderebbero queste schematizzazioni inadeguate alla realtà. In primo luogo perché "la distinzione tra i vari elementi del guadagno padronale è tuttavia una distinzione storica, perché anche prima che sorgesse la vera e propria industria capitalistica che occupa salariati, la terra era suscettibile di dare una resa utile al proprietario fondiario, come il denaro bruto poteva dare un frutto a chi ne disponeva, banchiere o strozzino." (Ibid) L'affermarsi del modo di produzione capitalista non ha fissato in forme definitive il modo in cui il risultato dello sfruttamento di classe viene ripartito: "questi vari elementi ed i loro rapporti si smistano nelle forme capitalistiche moderne in modi diversissimi, ma è già un rapporto economico tutt'altro che nuovo quello in cui rinveniamo aziende capitalistiche cui non corrisponde più nessuna forma di proprietà immobiliare, ed in taluni casi nemmeno una sede fissa ed un apprezzabile macchinario e utensilaggio, mentre tuttavia la dinamica del

Non si tratta tuttavia di un nuovo capitalismo globalizzato che agisce ormai tramite meccanismi estranei alla legge del valore, ma di un capitalismo vetusto che continua a infrangersi contro queste leggi. Così come lo sviluppo del capitale è indicato da una crescente accumulazione, spinta da alti saggi di plusvalore ottenuti grazie ad una produttività crescente, lo stato di crisi permanente in cui versa il capitale odierno è rilevabile nel continuo ridursi degli investimenti produttivi. L’insufficienza di plusvalore genera una caccia al plusvalore futuro da ipotecare con una

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delle tante forme giuridiche della proprietà, ma anche del plusvalore già accumulato. L’affermarsi del capitale bancario, capace di accentrare il controllo del capitale monetario, ha rappresentato un forte impulso per l’accumulazione. Similmente allo sviluppo del capitale commerciale, il capitale di banca, olia gli ingranaggi del capitale merce, intrappolato nel valore d’uso delle merci. La produzione sociale, grazie allo sviluppo del credito e del commercio, può essere ripartita, all’interno di un processo produttivo socializzato, fra le unità più efficienti, modulando adeguatamente le scale di produzione di ogni unità. Il ruolo principale del capitale di credito è quello di ripartire il capitale merce nei luoghi più proficui smobilizzando il capitale monetario. Maggiore è il livello di accumulazione maggiore sarà la necessità di fare operare la su accennata “mobilizzazione”, cioè di creare flussi monetari che accelerino la circolazione del capitale, riducendo al minimo il capitale monetario inattivo. Inevitabilmente le spese “improduttive” aumentano con l’accrescersi di credito e commercio, ma non è di per se l’improduttività di questi settori a generare l’insufficienza del plusvalore. Quest’ultima è da ricercare nei limiti stessi dell’accumulazione che espelle lavoro vivo dal processo produttivo per sostituirlo con lavoro oggettivato, riducendo inevitabilmente la base da cui si origina il plusvalore stesso. L’espandersi e ripetersi del ciclo finanziario del capitale, che differentemente dal ciclo monetario attua un semplice trasferimento di titoli di proprietà fra soggetti diversi che non inducono nessun cambiamento nel valore dell’oggetto scambiato (ammesso che l’oggetto abbia un valore), è in primo luogo dovuta all’essenza monetaria del valore. La trasformazione del valore in prezzi affinché le merci siano scambiabili comporta il fatto che la forma monetaria del capitale sia l’unica possibile per la conservazione del valore. A livello di sistema questo si traduce, nel capitalismo moderno, nella necessità della ricostituzione di un equivalente generale (vedi in proposito La politica monetaria di Suzanne de Brunhoff, Laterza, 1974).

dei profitti permette in questo caso una crescita dei salari grazie alla riduzione del lavoro necessario. Elementi parassitari come la rendita, il tasso di interesse, possono limitare lo sviluppo capitalistico, ma storicamente si sono inseriti all’interno del processo di accumulazione spingendola a livelli superiori. Per il singolo capitalista l’uso dell’indebitamento per incrementare i profitti può essere causa di ulteriore perdita nell’evenienza in cui all’indebitamento venga associata una perdita. In quest’ultimo caso la perdita è più gravosa e ancora maggiore dell’evento positivo del maggiore profitto ottenuto dal cosiddetto leverage. L’insufficienza cronica del plusvalore genera una incapacità del capitale di seguire il suo ciclo progressivo costringendolo a meccanismi di distribuzione del plusvalore che non sono più riconducibili ad un ciclo teoricamente schematizzabile in Denaro- Merce- Maggior Denaro. Dove la conversione del denaro in merce a prezzi che riflettono il valore delle merci assicurano una socializzazione del progresso tecnico e scientifico attuato dal capitale merce. Il capitale ha rinunciato a far progredire la società non per scelta ma per incapacità a governare l’economia feticcio che ha instaurato come legge naturale estranea all’uomo. L’aspetto interessante dell’affermarsi della speculazione è che essa è l’indice inequivocabile di un capitale che non riesce pienamente a valorizzarsi tramite lo sfruttamento ed è costretto a ricorrere alla ruberia. L’affermarsi della forza contrattuale di soggetti economici sempre più avulsi dall’ambito produttivo è la diretta conseguenza di una distribuzione del plusvalore che non può essere attuata tramite i prezzi di produzione e prezzi di vendita pressoché uguali per ogni settore, questo è un meccanismo prevalente per un capitale in espansione. Non è il caso del capitale di questo secolo che in prospettiva dovrà sempre più far valere il suo aspetto repressivo soprattutto tramite gli Stati. L’indebitamento degli Stati non è più l’immediato risultato di porre rimedio alle asprezze di un capitalismo improntato al laissez-faire, non si crea debito statale per garantire un welfare ma per non mandare le imprese in fallimento, per barattare occupazione con profitto, per salvaguardare la credibilità delle valute e del sistema bancario, che sono l’unico baluardo rimasto al valore per essere ancora presente come qualcosa di concreto nella società contemporanea , cioè la roccaforte del valore nella sua forma spendibile: il denaro.

Quello che vogliamo sottolineare è che gli elementi che inducono allo sviluppo del capitale si ripercuotono come elemento improduttivo e parassitario in un capitalismo in crisi da sovraaccumulazione. La crisi del capitale si manifesta nello “squilibrio” di un elemento rispetto ad altri – Produzione, Credito. Commercio, Logistica, Finanza- come attualmente la speculazione finanziaria, ma sono dei normali meccanismi di distribuzione di plusvalore estorto alla classe proletaria in una fase discendente del capitale. Un capitale progressivo spinge l’accumulazione, e attua tramite la concorrenza una perequazione dei tassi di profitto verso un valore medio. La crescita

In questo contesto diventa difficile concepire una possibile crescita dei salari associata alla crescita dei profitti e della accumulazione, in una fase dove il capitale passato armai dalla fase di sussunzione formale del lavoro al capitale a quella di sussunzione reale, il cosiddetto capitale totale, con una forza

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lavoro sempre contraddistinta sotto il profilo dell'organizzazione del lavoro come lavoratore collettivo, sembra fare emergere tutti i suoi limiti intrinsechi anche sul piano meramente sociale. Diventa sempre più presente una esclusione dei lavoratori dal processo produttivo, e una incapacità di riprodurre i meccanismi di pace sociale keynesiana e socialdemocratica novecentesca, è in questo senso che si può parlare di riformismo al contrario. Lo stesso ruolo delle organizzazioni storiche del movimento operaio, sindacali e politiche, viene sempre più ridimensionato e marginalizzato in quanto la loro stessa funzione capitalistica integrativa viene ad essere in alcuni casi vista come non funzionale e superflua. Ovviamente stiamo tratteggiando una tendenza, ma è indubbio che i processi di de-integrazione modificano il ruolo nella società delle strutture intermedie. Se lo stesso vecchio movimento operaio organizzato è stato un elemento del movimento del capitale, oggi questo appare sempre più residuale, Il vecchio movimento operaio, come forza interna al meccanismo di concorrenza partecipava alla ripartizione sociale e politica nella società, è interessante osservare che il suo ruolo è stato legato sopratutto alle cosiddette rivoluzioni borghesi, dove la classe operaia autoctona organizzata partecipava a pieno titolo assieme alle sue borghesie nazionali

alla lotta di concorrenza sul piano internazionale, in questo senso il presunto tradimento della classe operaia organizzata europea di fronte alle guerre mondiali o al nazionalismo non esiste, in quanto era in realtà conseguente al suo essere parte del movimento del capitale. In realtà ciò che chiamiamo storia del movimento operaio in realtà è pre-istoria. Detto questo rimaniamo convinti che siamo ancora alla scoperta della forza del lavoratore collettivo in un contesto contraddistinto dalla de-integrazione. Solo l'apparire di nuovi movimenti, relativi alla debolezza e all'impossibilità del vecchio di svilupparsi, ci permetterà di iniziare un ragionamento e una azione su queste dinamiche. Tuttavia già l'individuare in forme parziali di scontro in atto, l'anticipazione di questo processo è già un importante passo per tutti coloro che si definiscono oggi pro-rivoluzionari. Il manifestarsi di nuovi rapporti sociali nella lotta di classe è un piccolo, ma crediamo importante, segnale, del fiume di zombi sotterraneo che attraversa la società, anche se è sempre ben tenere in considerazione la possibilità che le dighe e le chiuse siano ben più robuste di quanto noi oggi possiamo immaginare.

A cura dell’Archivio Paul Matttick per le Edizioni Connessioni Un omaggio a Paul Mattick Contributi per una critica marxiana radicale Dalla critica alle teorie delle crisi ad una nuova organizzazione economica e sociale

Paul Mattick junior, Antonio Pagliarone, Paolo Giussani, GLAT, Rakesh Bhandhari, Giuseppe Sottile, Connessioni, Michael Heinrich, John Weeks, Paresh Chattopadhyay, Robert Mayer, Simon Pirani, Pierre Soury, Marcel van der Linden, Simon Clarke, Jean Barrot, Otto Ruhle, Henk Canne Meijer, Dino Erba, Cajo Brendel paulmattickarchivio.blogspot.it

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Effetti e dinamiche di un mondo in crisi Esercito industriale di riserva e dimensione urbana

Un effetto del processo di crisi del capitalismo è senza dubbio il binomio tra aumento dell’esercito industriale di riserva e urbanizzazione forzata. Questo meccanismo non è dell’oggi, ma trova in questo contesto specifico una dimensione quantitativa inedita, portando con sé dei cambiamenti strutturali all’interno delle classi. I suoi effetti possono essere solo tratteggiati oggi, ma è fuor di dubbio che rappresentino una questione su cui, chiunque si pone il problema della trasformazione della società, si dovrà confrontare.

I capitalisti, per diminuire l’incidenza del costo del lavoro per unità di prodotto, sono costretti ad aumentare l’uso delle macchine e dunque modificare la composizione del capitale, aumentando la quota del capitale costante (macchinari, tra l’altro) a scapito di quella del capitale variabile (salari). Ma d’altro canto i capitalisti ricavano plusvalore dal lavoro operaio, e hanno dunque interesse a pagarlo il meno possibile, tendenzialmente non più del livello di sussistenza. Dall'osservazione di questa contraddizione nasce in Marx la teoria della caduta tendenziale del saggio di profitto. La presenza di un gran numero di proletari dentro l’esercito industriale di riserva è funzionale all’esistenza stessa del sistema capitalistico, poiché garantisce un basso livello di salari e di conseguenza si oppone alle rivendicazioni di aumenti salariali, che diminuirebbero ancor di più il plusvalore disponibile per il capitalista. La definizione marxiana è tratta dal linguaggio militare perché secondo Marx la disoccupazione è un’arma in mano ai capitalisti nel dispiegamento della lotta di classe. Marx prosegue la propria analisi definendo l’esercito industriale di riserva come una sovrappopolazione relativa, e sottolineando come solo in natura, tra gli animali o le piante e senza l’intervento regolatore dell’uomo, si possa parlare di “sovrappopolazione assoluta”.

L’esercito industriale di riserva Marx nella legge generale e assoluta dell’accumulazione capitalista spiega come l’esercito industriale di riserva incrementa contemporaneamente il volume assoluto della classe lavoratrice e la forza produttiva del suo lavoro. Siccome la domanda di lavoro non è determinata dal volume del capitale complessivo, ma dal volume della sua parte costituiva variabile, essa diminuirà in proporzione progressiva con l’aumentare del capitale complessivo. Questa diminuzione relativa della parte costitutiva variabile appare dall’altra parte, viceversa, come un aumento assoluto della popolazione lavoratrice costantemente più rapido di quello del capitale variabile, ossia dei mezzi che le danno occupazione. È l’accumulazione capitalistica che costantemente produce, precisamente in proporzione della propria energia e del proprio volume, una popolazione lavoratrice relativamente addizionale, cioè eccedente i bisogni medi di valorizzazione del capitale, e quindi superflua. Insieme alla scala di produzione e al flusso più largo di tutte le fonti sorgive della ricchezza, si estende anche la scala in cui una maggiore attrazione dei lavoratori da parte del capitale è legata a una maggiore repulsione di questi ultimi e aumenta la rapidità dei cambiamenti nella sua forma tecnica. Quindi la popolazione lavoratrice produce in misura crescente, mediante l’accumulazione del capitale da essa stessa prodotta, i mezzi per rendere se stessa relativamente eccedente. Questa è una legge della popolazione peculiare del modo di produzione capitalistico. E’ quindi la stessa opera degli operai che concorre a rendere in parte eccedente il proprio stesso lavoro. Gli operai infatti producono plusvalore che arricchisce i capitalisti e li mette in grado di rinnovare i processi produttivi al fine di risparmiare manodopera e comunque producono macchine che sostituiscono in parte il loro lavoro o di altri operai.

L’esercito industriale di riserva viene suddiviso da Marx in tre forme definite dal rapporto fluttuante tra occupazione/non occupazione: fluido, latente e stagnante. - Con fluido intendeva i lavoratori non più giovani, prima impiegati in rami d’industria che li espellono con l’aumentare dell’età. Lavoratore che “(…) precipita nelle file degli operai in soprannumero oppure viene spinto da un grado più alto a un grado più in basso”. Possiamo oggi identificare questo settore con tutti quei lavoratori espulsi dall’organizzazione del lavoro legata ai vecchi concentramenti industriali e non solo, che per reinserirsi nell’attuale contesto lavorativo sono costretti a ricollocarsi attraverso la precarietà, la flessibilità e la bassa qualifica. Un esempio nostrano e contemporaneo è rappresentato dai lavoratori in cassa-integrazione e mobilità. - Con latente, definiva “una parte della popolazione rurale”, quella che “si trova costantemente sul punto di passare fra il proletariato urbano (…), e in agguato per acciuffare le circostanze favorevoli a questa trasformazione.” Questa popolazione rimane latente fino a quando “(…) i canali di deflusso si schiudono in maniera eccezionalmente larga.

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L’operaio agricolo viene perciò depresso al minimo del salario e si trova sempre con un piede dentro la palude del pauperismo.” Oggi il rapporto città/campagna possiamo rivederlo nella emigrazione ancora esistente dal sud al nord se si considera l’Italia e nella emigrazione extranazionale. - Con stagnante identificava “(…) una parte dell’esercito operaio attivo, ma con un’occupazione assolutamente irregolare.(…) Le sue caratteristiche sono: massimo tempo di lavoro e minimo di salario.” Oggi è quindi quella massa di lavoratori atipici, ormai “tipici” nell’estensione della contrattualistica precaria.

Si arriva ad una trasformazione dell' esercito industriale di riserva nel settore preponderante della classe lavoratrice, mentre si fanno sempre più frastagliati e mutevoli i confini fra i settori attivi e di riserva.

Così come al tempo di Marx la categoria statistica era il pauperismo (povertà), oggi troviamo la disoccupazione, introdotta con l’avvento del keynesismo. Entrambe la categorie statistiche presentano il capitalismo come un sistema perfetto, pauperismo e disoccupazione sono letti come ritardi nello sviluppo, come un cattivo funzionamento del sistema. Al contrario per Marx, l’esercito industriale di riserva e la sua pauperizzazione sono un tratto distintivo, non eliminabile, del processo di accumulazione capitalista.

L’aumento dell’esercito industriale di riserva e la relativa pauperizzazione del lavoro, non è da metter in relazione con l’esclusione dei lavoratori a causa dello sviluppo delle macchine. Ogni progresso tecnico si fonda sul fatto che il lavoro diventi più produttivo, che esso cioè in rapporto ad un dato prodotto venga risparmiato. Che la macchina comporti l’esclusione di lavoratori, è un fatto inconfutabile, poiché esso risulta dalla funzione della macchina, come di un mezzo di produzione che risparmia lavoro. L’esclusione dei lavoratori, l’origine dell’esercito di riserva, non è provocato ineluttabilmente dall’avvenimento tecnico dell’introduzione delle macchine, ma dalla valorizzazione (1) insufficiente, che subentra nei livelli progrediti dell’accumulazione, dunque da una causa che risulta esclusivamente dal modo di produzione capitalista nella sua specificità. I lavoratori vengono esclusi, non, perché essi sono soppiantati dalle macchine, ma perché ad un certo livello dell’accumulazione di capitale il profitto diviene troppo piccolo e dunque non rende, e il profitto perciò non perviene a procurare le macchine richieste (2).

I processi di crisi in atto ci portano a ragionare sulle modificazioni nel rapporto tra occupazione e non-occupazione. La domanda di lavoro (compreso l’auto-impiego) è determinata dal livello di investimento e dal lavoro che si richiede per mettere a funzionare le macchine. Un tratto dell’economia capitalista è che la domanda di lavoro è sempre inferiore all’offerta di lavoro, e la “fluttuazione occupato-non occupato” diventa tratto permanente del funzionamento del sistema. Questo anche perché il capitalismo non può funzionare senza meccanismi di coercizione sui lavoratori: ricatto occupazionale, precarizzazione, ecc… Oggi l’esercito di riserva aumenta nei paesi centrali con l’addizione di immigrati alla popolazione attiva. Negli ultimi anni, c’è stato un cambiamento tecnico più accelerato del tasso di accumulazione con il risultato di una maggiore riduzione della richiesta di lavoro. Ossia la relazione tra una maggiore crescita della produttività rispetto al tasso di aumento del prodotto che produce una riduzione dell’occupazione. Accanto a questa caratteristica c’è il fenomeno dei working poors (lavoratori pauperizzati), cioè lavoratori che pur con regolare contratto di lavoro percepiscono un salario insufficiente a superare la soglia della povertà, dentro una più generale deregolamentazione dei rapporti di lavoro. Accanto quindi ai non-occupati strutturali vi è oggi una massa di persone con lavori precari intermittenti e con una alta mobilità.

Ma se una sovrapopolazione lavoratrice è il prodotto necessario dell’accumulazione, questa sovrapopolazione diventa, viceversa, la leva dell’accumulazione capitalistica e addirittura una delle condizioni di esistenza del modo di produzione capitalistico. Essa costituisce un esercito industriale di riserva disponibile che appartiene al capitale come se quest’ultimo l’avesse allevato a proprie spese. Le alterne vicende del ciclo industriale, che si basa sul maggiore o minore assorbimento e sulla nuova formazione dell’esercito industriale di riserva, reclutano a loro volta la sovrapopolazione e diventano uno degli agenti più energici della sua riproduzione. L’aumento dei lavoratori viene creato mediante un processo semplice che ne “libera” costantemente una parte, in virtù di metodi che diminuiscono il numero degli occupati in rapporto alla produzione aumentata. La forma di tutto il movimento dell’industria moderna nasce dunque dalla costante trasformazione di una parte della popolazione lavoratrice in braccia disoccupate o occupate a metà. L’aumento del capitale variabile diventa allora indice di più lavoro, ma non di un maggior numero di lavoratori occupati. Ciò mette in grado i capitalisti di rendere liquida, con il medesimo esborso di capitale variabile, una maggiore quantità di lavoro, soppiantando progressivamente forza-lavoro qualificata con forza-lavoro non qualificata. La produzione di una sovrapopolazione relativa, ossia la messa in libertà di lavoratori, procede

Quindi lo stesso esercito di riserva rappresenta una porzione di lavoro latente o direttamente occupato nella precarietà.

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ancora più rapida che non la rivoluzione tecnica del processo di produzione. Nella misura in cui cresce la forza produttiva del lavoro il capitale aumenta la sua offerta di lavoro con rapidità maggiore che non la sua domanda di lavoratori. Il lavoro straordinario della parte occupata della classe operaia ingrossa le file della riserva di lavoratori, che aumenta la sua concorrenza sulla prima, accelerando così la riproduzione dell’esercito industriale di riserva su una scala corrispondente al progresso dell’accumulazione sociale. Il movimento della legge della domanda e dell’offerta di lavoro su questa base porta a compimento il dispotismo del capitale. La sovrapopolazione relativa esiste in tutte le sfumature possibili. Ne fa parte ogni lavoratore durante il periodo in cui è occupato a metà o non è occupato affatto. Essa appare ora acuta al momento delle crisi, ora cronica in epoca di affari fiacchi, e ha ininterrottamente le tre forme sopra descritte: fluttuante, latente e stagnante.

tanto grande da non permettere all'individuo nessun tipo di vita, nemmeno all'interno del sottoproletariato stesso, tale da rendere inutile la stessa categoria di sotto-proletariato. E’ questa l’estensione dell’esercito industriale di riserva, ossia la fluttuazione sempre più veloce tra la condizione di occupazione e non-occupazione, che diviene oggi maggioritaria per quanto riguarda il proletariato stesso (3). Se la teoria della de-integrazione è falsa, anche la rivoluzione è improbabile. Nonostante ciò, è ancora molto probabile che la deintegrazione sia rimasta finora senza conseguenze rivoluzionarie visibili solo perché ha riguardato sempre solo minoranze. Una grande massa di de-integrati (il proletariato assoluto zombizzato!) per la sua stessa ampiezza deve svilupparsi in una forza rivoluzionaria. In questo, l'abolizione del proletariato in quanto tale, è al tempo stesso la fine del sotto-proletariato. Alla luce di tutto ciò bisogna affermare che la deintegrazione è la condizione necessaria per la rottura rivoluzionaria e allo stesso tempo va combattuta giorno per giorno nella pratica. Questo non è contraddittorio, perché sono proprio i tentativi per diminuire la povertà dentro i confini del capitalismo ad avere in realtà l'effetto di aumentarla. Pensiamo che oggi solo nell’esercito industriale di riserva i lavoratori possono vedere il ritratto del loro futuro, a meno che i loro sforzi per cambiare le relazioni di produzione esistenti non procedano ad un ritmo maggiore. Per i proletari, la de-integrazione non è altro che l'altra faccia della medaglia che si suole ammirare e chiamare civilizzazione capitalista. Solo la fine di questa porterà con se l'altra. Ma di fronte a questa classe de-integrata, in via di tendenza sempre più universale, le spinte alla divisione saranno sempre più forti, contrapponendo occupati contro non occupati, lavoratori immigrati a lavoratori autoctoni, ecc.. accelerando quel processo di lotta tra e dentro le classi stesse, ampliando quindi i margini della reciproca concorrenza. Gli sforzi e gli appelli all’unità artificiale, alle parole d’ordine, ai programmi unificanti sono carta straccia, se letti dentro una dinamica rivoluzionaria, anzi in questa fase minano e condannano i settori maggiormente de-integrati ad essere succubi e diretti da quelli più integrati. Questa dinamica è evidente dentro le attuali lotte che hanno attraversato gli ultimi mesi il contesto italiano. Oggi i settori de-integrati sono ancora minoranze, e le lotte portate avanti da questi settori, come i lavoratori della logistica (facchini immigrati per lo più), se messi artificialmente in relazione con le lotte dei lavoratori del pubblico impiego o gli stessi studenti sarebbero vissute come folcloristiche manifestazioni di forme passate di scontro di classe. E’ importante invece saper leggere queste dinamiche come anticipazioni di una condizione che si generalizza e capire lo scontro tra vecchio e nuovo movimento.

L’aumento dell’esercito industriale di riserva da elemento costante del capitalismo (indipendentemente dai sogni socialdemocratici, legati all’occupazione totale o al salario sociale) si generalizza nei periodi di crisi e lo stesso manico con cui i capitalisti impugnano questa arma, diviene una lama che taglia la mano dello stesso capitale. Sta dentro questo meccanismo il processo di deintegrazione che investe oggi fasce sempre maggiori di proletari e del ceto medio (di fatto il vecchio movimento operaio letto come categoria sociologica). Spesso si generalizza questo processo, non considerando i diversi tempi e spazi del capitale, ma è indubbio che andiamo verso un meccanismo di de-integrazione verticale. Dentro questa dinamica sarebbe errato parlare di aumento di sotto-proletariato. Il sotto-proletariato prende forma dall'impoverimento inizialmente associato all'espansione del sistema economico e la fine di questa espansione lo condanna a rimanere minoranza, anche se può essere minoranza in crescita, per molto tempo. Siccome la fase di auge sociale è molto rapida e il suo declino molto lento, una parte della popolazione lavoratrice risulta esposta a condizioni di impoverimento alle quali può rispondere solo in forma lumpen e alle quali si deve piegare. Sono queste le “vittime” di un lento processo di declassamento sociale che inizialmente non spinge gli individui a trasformarsi in rivoluzionari, ma in forze principalmente reazionarie: non appaiono possibili vie d'uscita rivoluzionarie, ma soluzioni individuali e necessariamente antisociali. Il sotto-proletariato può liberarsi da se stesso, dalla propria situazione, solo attraverso la propria crescita, che è allo stesso tempo indice del processo di avanzamento di possibile rivoluzionamento/rottura che si diffonde nella società. Questo non è un processo automatico, ma è la condizione perché una rottura rivoluzionaria sia possibile. La forma di vita del sotto-proletariato deve diventare modo di vita di una parte dell'umanità

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In questo senso l’estensione relativa dell’esercito industriale di riserva è oggi la condizione di passaggio del nuovo proletariato universale che proprio nella crisi ritorna ad essere elemento rivoluzionario, come classe che nella sua dimensione rivoluzionaria nega se stessa, in quanto impossibilità ad esistere nel sistema capitale, producendo la necessità di comunismo. In questo senso il proletariato rimane la forza produttiva della società non nel senso del lavoro rispetto al movimento del capitale, ma come forza produttiva della rivoluzione per sbarazzarsi di una vecchia società che se pur obsoleta non è ancora morta. Per tutti i pro-rivoluzionari capire questo è fondamentale per impossessarsi e immergersi nelle dinamiche del futuro.

soggetti che vi abitano come masse di esclusi, di sotto-proletari, non cogliendo che questa massa rappresenta la parte più consistente di quell’esercito industriale di riserva sopra descritto, una massa fluttuante tra occupazione e non occupazione, che conosce immediatamente le dinamiche di de-integrazione del capitale. Deintegrazione non equivale a disintegrazione (anche se è indubbio che questo elemento sia presente), ma a masse che partecipano al processo di produzione e circolazione del capitale dove non esiste alcun margine (o comunque minimo) di integrazione alla società del “benessere”. La crisi incrementa i concentramenti metropolitani, come immagazzinamento di forza lavoro precaria. La precarietà (fluttuazione della condizione lavorativa) non è più elemento secondario (se visto rispetto agli standard comuni delle economie miste), ma diventa elemento centrale dentro il rapporto sociale e di produzione capitalista, la dimensione metropolitana propriamente intesa diventa quindi il paradigma del presente. Il mondo è sempre più piccolo, le zone rurali sono sempre più spopolate, le metropoli sono sempre più estese e connesse fra loro con reti di trasporto e comunicazione. Si può parlare di una accumulazione flessibile binomio di flessibilità/precarietà, in un processo di deintegrazione sociale provocata dagli stessi meccanismi di crisi del modo di produzione capitalista, che provoca una ulteriore polarizzazione sociale, con la costituzione di nuovi dannati della metropoli, estremamente mobili, accorpando settori di classe operaia “tradizionale”, vari comparti dell’esercito industriale di riserva, in cui confluiscono i working poors, studenti senza prospettive, e fasce di sotto-proletariato dentro meccanismi di lavoro criminale. Utilizziamo la categoria di dannati della metropoli perché coglie due elementi sostanziali: la dimensione della precarietà sociale diffusa e il luogo dove si materializza in modo estensivo, la metropoli. La produzione dell’ ”urbano”, dove vive oggi la maggior parte della crescente popolazione mondiale, è sempre più strettamente intrecciata all’accumulazione del capitale, al punto che è difficile dividere l’una dall’altra. Intendiamo quindi la metropoli non come nuovo rapporto sociale capitalista, ma come luogo dove questo rapporto acquisisce nuova importanza.

Lo sviluppo urbano Dal 2007 per la prima volta nella storia del pianeta, la popolazione urbana ha superato quella vivente nelle aree rurali. Se all’inizio del 1800 solo 5 persone su 100 vivevano in città, oggi più di 3,3 miliardi di esseri umani abitano in città, e di essi più di 500 milioni in megalopoli di oltre 10 milioni di abitanti, oppure in citta di oltre 5 milioni di abitanti. Se Londra nel 1910 era 7 volte più grande di 100 anni prima, oggi Dhaka, Kinshasa e Lagos sono circa 40 volte più grandi rispetto a 50 anni fa, intervallo in cui Città del Messico passa da 3 a 22 milioni di abitanti, il Cairo da 2,5 a 15 milioni, Mumbay da 3 a 19, per non parlare dello sviluppo delle megalopoli cinesi. Questa urbanizzazione “forzata” dell’umanità non più unicamente legata a motivi legati alla densità tecnologica che diminuisce senza posa, ma l’agglomerazione urbana e produttiva permane non per ragioni dipendenti dall’optimum della produzione, ma per il durare dell’economia del profitto e dei suoi rapporti sociali. In questo senso trova conferma la critica feroce fatta in anni non sospetti da Amadeo Bordiga, nello scritto Spazio contro cemento, dove parlando di questa contrapposizione: “la lotta rivoluzionaria per lo sventramento dei paurosi agglomerati tentacolari può definirsi: ossigeno comunista contro fogna capitalista. Spazio contro cemento. La corsa all’addensamento non ha per motivo la scarsezza di spazio, che malgrado la umana prolificità, figlia anche essa della oppressione di classe, abbonda ovunque e in ogni senso, ma nelle esigenze del modo capitalista di produzione, che inesorabilmente spinge avanti la sua scoperta del lavoro in masse di uomini.”(4)

La costruzione della dimensione urbana del capitale già criticata dai situazionisti e da marxisti geografici come David Harvey, tuttavia sottostimando la teoria del valore e dell’accumulazione rispetto all’analisi della società capitalista, con i suoi relativi processi di gentrificazione ed estensione verticale (i palazzi) e orizzontale (i kilometri di cemento e asfalto) rimodella nuovi contesti. e come l’estensione dell’esercito industriale di riserva diviene la faccia rovesciata della stessa dinamica del capitale che

In questo senso rimandiamo alla critica che ha impostato Bruno Astarian in: Sono le bidonville un pianeta a parte?, recentemente pubblicato sul nostro sito (5), alle teorie che vedono questi agglomerati come situazioni al di fuori del modo di produzione capitalista e che quindi descrivono i

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integra e de-integra il proletariato a sé, dove è la crisi che produce questo meccanismo dilatando la dimensione urbana.

insorgere per garantire la loro riproduzione immediata quando il capitale è in crisi e smette di comprare la forza lavoro. Scrivere questo, significa sollevare la questione di coloro, appunto, che non lavorano. I parenti dei proletari che restano a casa sono proletari? Sono i disoccupati dei proletari? Etc.. La risposta è ovviamente che lo sono, perché dobbiamo considerare lo scambio tra capitale e lavoro come un blocco. Un capitalista acquista una giornata di lavoro a un abitante delle bidonville e lascia venti vicini a spasso. Questo crea un proletario e 20 esclusi scartati dall'umanità? No, perché bisogna prendere le cose in termini di rapporti di classe. Il capitale nel suo complesso ha una parte variabile che acquista la totalità dei senza riserve, anche coloro che, forse, non lavoreranno mai. In questo insieme, troviamo i lavoratori formali (quelli che hanno un contratto, assicurazione sanitaria, pensione, ecc ..) e dei lavoratori informali, i disoccupati “formali” (coloro che beneficiano di welfare) e i disoccupati “informali” (coloro che condividono la massa salariale globale sotto altre forme rispetto al sussidio di disoccupazione -. solidarietà familiare, traffico, ecc), i lavoratori che sono produttivi di plusvalore così come coloro che sono improduttivi.

Fourier e Marx definivano le fabbriche ergastoli, ma l'ergastolo si estende anche all'intero territorio metropolitano, questa è la condizione perché il capitale cresca in termini di produzione di valore riducendosi in termini di occupazione. Anche una cantina di 50 mq. diventa idonea a produrre cavi elettrici per l’industria elettronica, ammassandovi qualche decina di lavoratori, svincolati da ogni tutela legale o contrattuale, da ogni vincolo di continuità del rapporto di lavoro, minimizzando i salari e massimizzando la produttività, cosi come un call center, una cooperativa di servizio, ecc... Queste forme di nuovo schiavismo industriale sono il motore della competizione capitalistica. La metropoli, e al suo interno le stesse aree slum, diventa elemento di immagazzinamento di forza lavoro. Il repentino sviluppo urbano indiano o cinese è figlio di questo meccanismo, e non di un mero processo di marginalizzazione sociale. Già Marx vedeva nella stessa morfologia urbana, attraverso l’agglomeramento degli operai, un presupposto essenziale per realizzare il risparmio che deriva dalla concentrazione dei mezzi di produzione e dalla loro utilizzazione di massa nelle metropoli. Il capitale, scrisse Marx, nei Lineamenti fondamentali, deve “tendere ad abbattere ogni ostacolo locale che si frappone al traffico, ossia allo scambio, e conquistare la terra intera come suo mercato” per arrivare “ad annullare lo spazio per mezzo del tempo”. Il risultato è che il mondo del capitale ha sviluppato la tendenza a produrre una compressione “spaziotemporale”, una realtà in cui il capitale si muove sempre più rapidamente e in cui le distanze di interazione vengono sempre più accorciate, dove la dimensione geografica metropolitana diventa paradigma e tendenza del capitale stesso, perché racchiude questa compressione in un delirio di onnipotenza, che si trasforma in formicai umani.

Non importa se parliamo di disoccupati occidentali a 1000 euro di indennità o di lavoratori cinesi a 100 euro. La cosa che conta in questo caso è definire la classe che, quando il capitale cessa in maniera massiccia di acquistare forza-lavoro, è costretta alla lotta, perché tutte le condizioni della sua esistenza sono nelle mani della proprietà. Non è la povertà che definisce la classe proletaria, ma il rapporto al capitale. Da questo punto di vista, possiamo dire che la stragrande maggioranza degli abitanti delle baraccopoli, degli slum, delle “periferie” appartengono al proletariato, anche se probabilmente c'è una piccola classe di datori di lavoro in queste zone. A causa della loro relazione con il capitale, questi proletari delle baraccopoli sono i possibili soggetti di una rivoluzione comunista, così come gli operai salariati formali delle industrie e dei servizi.

Riprendendo il saggio di Astarian si può dire che la questione della baraccopoli/sviluppo metropolitano offre la possibilità di rivedere la questione della definizione del proletariato. Il punto centrale di una definizione del proletariato è sempre quello di definire il soggetto della rivoluzione comunista. Gli altri punti di vista, economico o sociologico, in base a criteri di reddito, categorie socio-professionali, e anche la cultura e le opzioni politiche sono utili solo per coloro, politici e pubblicitari, che stanno cercando un pubblico che devono circoscrivere per sapere come parlargli.

Le metropoli immagazzinano forza proletaria in potenza, e questa quantità mai raggiunta fino ad oggi modifica alcuni paradigmi che hanno contraddistinto il 900, pensiamo alla strategia militare la campagna che accerchiava la città. Questa strategia ha caratterizzato più o meno tutti i processi militari nel 900. Mao, Lenin la stessa guerriglia latino-americana si basava sul concetto di accerchiamento che partiva dalla campagna, ponendo la questione contadina come centrale (indipendentemente se questa condizione fosse affermata o subita). La stessa insurrezione russa aveva nelle campagne il suo punto di svolta numerico.

Dal punto di vista rivoluzionario, il proletariato è la classe di coloro che sono senza riserve contro i capitalisti, e che possono riprodursi solo vendendo la loro forza-lavoro. Il proletariato è la classe che comprende coloro che sono costretti a

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Questo non significa che non esiste una questione contadina cosi come che non esistono aree urbane di piccole e medie dimensioni, ma la tendenza in atto è quella della megalopoli, della filiera urbana multicentrica ed è su questo livello che vanno individuate le tendenze in atto per quanto riguarda lo scontro di classe. Non abbiamo sicuramente ricette, ne fantomatici piani d’azione, tuttavia sarebbe utile capire che gran parte di quello che si considerano ostacoli insormontabili potrebbero rivelarsi falsi problemi (così come magari ne potremmo scoprire di nuovi ben più stringenti). Ma sicuramente tutta una certa retorica a sinistra oggi ha il valore dello studio delle guerre puniche, importantissime ma diciamo abbastanza storicizzate…

perché esiste un apparato militare imponente da parte del capitale (che pure esiste), ma perché sono ancora minoranze relative. L’estensione dell’esercito industriale di riserva e lo sviluppo urbano possono essere le condizioni perché l’elemento quantitativo si trasformi in qualitativo. Ciò non è dettato da una legge divina, e non produce automaticamente una situazione rivoluzionaria, ma è la condizione perché essa possa svilupparsi. In questo senso iniziare ad individuare tendenze in atto che vanno in questa direzione è un tentativo per definire l’emersione del nuovo movimento contro il movimento del capitale. Note 1) E' il processo di formazione di valore. Più precisamente è il fenomeno che avviene nella società capitalistica quando al valore di una merce viene aggiunto plusvalore. Marx nell'analizzare il processo di produzione distingue tra il processo lavorativo e quello di valorizzazione. Il modo di produzione capitalistico è contraddistinto dal fatto che in esso il processo lavorativo, che è «condizione generale del ricambio organico tra uomo e natura, condizione naturale eterna della vita umana», assume la particolare caratteristica di essere «processo di creazione del valore». In altri termini il lavoro acquista una forma tipica in cui non è più semplicemente un'attività diretta alla soddisfazione di determinate necessità, ma diventa lavoro che produce merce. Nella società capitalistica, infatti, i lavoratori non producono per se stessi, o meglio per soddisfare le proprie necessità fondamentali, e neppure dirigono e organizzano direttamente i tempi e le modalità della produzione. Ciò che invece regola e in ultima analisi determina la produzione è il capitale o se si vuole la classe capitalistica nel suo insieme. Il processo di valorizzazione riguarda precisamente il capitale, che infatti viene valorizzato, si «autovalorizza», cioè aumenta di valore al termine di un ciclo produttivo: “L'autovalorizzazione del capitale - la creazione di plusvalore - è quindi lo scopo animatore, dominante e ossessivo del capitalista, il pungolo e il contenuto assoluto del suo operare; ... un contenuto totalmente astratto e meschino che, da un lato, fa apparire il capitalista come sottomesso alla schiavitù del rapporto capitalistico, non meno che, dall'altro, al polo opposto, l'operaio” Karl Marx, Il Capitale, cap. VI inedito. 2) Henryk Grossmann, Il crollo del capitalismo, Jaka Book 3) Si potrebbe dire che quelle che tutti gli asini chiamano sottoproletariato non è altro che il proletariato assoluto, prodotto dell’ultima insuperabile contraddizione –tra valorizzazione e de valorizzazione- del valore in processo, e le lotte di questo proletariato assoluto sono la prima affermazione del comunismo come bisogno immediato. J.Camatte, Il capitale totale, Dedalo La produttività del lavoro è giunta ad un punto in cui i proletari effettivamente attivi nella produzione costituiscono solo una minoranza dell’intero proletariato, mentre quelli occupati nella circolazione o altrove rappresentano la maggioranza. Ma anche i lavoratori attivi fuori dalla produzione diretta appartengono al proletariato. La de-integrazione (impoverimento), conseguenza della crisi, riguarda tutti i proletari e li obbliga a difendersi. La divisione in classi è determinata dai rapporti di produzione e non dalle trasformazioni della tecnica e dalla divisione del lavoro che ne deriva. In questo senso oggi l’estensione dell’esercito industriale di riserva, la sua fluttuazione tra occupazione e non occupazione rende abbastanza sterili gran parte delle discussioni in merito alla presunta fine del proletariato o all’accrescimento di porzioni sociali al di fuori di esso, anzi si ha un estensione quantitativa mai vista dello stesso proletariato che diviene sempre più classe universale. 4) Il programma comunista, 8-24 gennaio, 1953, n1 5)http://connessioni-connessioni.blogspot.it/2012/04/sono-lebidonvilles-un-pianeta-parte.html

Oggi quali sono le strategie in atto, quali modificazioni avvengono? Le recenti strategie militari spesso vengono superate e abbandonate in fretta, di fronte ad una realtà che spesso si mette in moto molto velocemente. Dopo la “guerra fredda”, dalle relativamente recenti guerre nel golfo, la strategia è stata basata sul bombardamento cosiddetto chirurgico(?), per cui l’impianto logico si basava sul fatto che una maggioranza si scontrava con una minoranza, colpevole di bloccare lo sviluppo, quindi grazie a un piccolo sacrificio, ovvero l’eliminazione della minoranza, la maggioranza sarebbe stata bene. Già dalla guerra in Afghanistan questo paradigma salta, a causa dell’ostilità della popolazione. Allo stesso modo le politiche securitarie nelle nostre città (telecamere, pattuglie, controlli ecc…), mantengono la loro forza quando sono a vantaggio di una maggioranza, termine che pur rimanendo presente sembra comunque essere meno cool in questo periodo. Ma essendo oggi la dimensione quantitativa in linea di tendenza inedita, assistiamo a repentini e inusuali cambiamenti: il controllo svanisce nell’insieme, il ghetto diventa ghetto dei ricchi, immensi agglomerati urbani raccolgono masse zombizzate sempre più enormi, ponendo lo scontro su un livello molto più acuto e radicale. Qui trova nuova potenza lo scontro tra spazio e cemento che è poi è un altro modo di dire per indicare lo scontro tra comunismo e capitalismo. Conclusioni L’estensione dell’esercito industriale di riserva e della dimensione urbana acuiscono la contraddizione di classe, le rotture. L’emersione del nuovo nasce solo in condizioni di malcontento che non esiste nelle condizioni di prosperità, sia pure –falsa- della società attuale. Finchè gli strati proletari de-integrati sono minoranze, anche se cospicue, rimangono sempre minoranze, per cui la loro azione rimane inespressa. Non possono quindi diventare una forza sociale abbastanza forte da poter combattere gli interessi particolaristici della ideologia dominante. Oggi le ribellioni, i riot, gli scioperi, sono bloccati, non

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La polarizzazione delle società industriali avanzate ovvero la de-integrazione Antonio Pagliarone

Nessuno mente tanto quanto l'indignato

declinati in tutto il periodo (3). Tali incrementi del profitto nei due settori dell’economia vanno poi abbastanza di pari passo determinando una accumulazione di ricchezza nelle mani di pochi con una forbice sempre più larga della disuguaglianza destinata ad aumentare progressivamente. Infatti nel rapporto della Allegretto possiamo osservare la Figura 2 che riporta la distribuzione della ricchezza tra le classi nel periodo compreso tra il 1983 ed il 2009.

Friedrich Nietzsche Al di là del bene e del male

Incapaci di fare la rivoluzione, gli operai hanno tentato di arrangiarsi in qualche modo all’interno del sistema capitalista Paul Mattick Come ogni anno The State of Working America (1) è disponibile per coloro che intendono studiare le condizioni sociali dell’economia capitalista più avanzata del mondo. Silvia A. Allegretto ha raccolto in questo ultimo paper dell’Economic Policy Institute numerosi dati relativi alla distribuzione dei redditi negli Stati Uniti per l’anno 2011 che confermano quanto sta accadendo da molti decenni nella società americana. Purtroppo non esiste una pubblicazione del genere relativa agli altri paesi avanzati per cui dovremo affidarci per un approfondimento più generalizzato a dati carpiti qua e là dalle pubblicazioni di vari studiosi. In un mio vecchio articolo del 2006 (2) affermavo con sicurezza che “Ormai è risaputo che a partire dalla metà degli anni 70 del secolo scorso la quota di reddito destinata ai lavoratori nei paesi OCSE si è continuamente ridotta nel tempo cosicché una percentuale sempre più piccola della popolazione detiene la stragrande maggioranza della ricchezza nazionale”. In effetti una certa ripresa dei profitti a partire dalla metà degli anni 80 risulta molto evidente come si nota dal grafico 1 (fornito da Paolo Giussani)

Figura 2

In essa possiamo notare che con la crisi del 20072008 il Top 1% dei ricchi ha visto un lieve decremento delle entrate mentre gli strati sociali sottostanti hanno subito pesanti perdite, più pronunciate per l’80% degli americani più poveri. Il rapporto poi ci informa che a seguito del default finanziario la distruzione di ricchezza è stata pari al 16% relativamente ad un quinto della popolazione mentre i restanti quattro quinti hanno subito perdite pari al 25% Nonostante ciò possiamo notare che nel 2009 l’1% della popolazione americana più ricca ha conseguito delle entrate 225 volte maggiori rispetto alla media. Un record assoluto. Inoltre in corrispondenza del picco del 2007 la metà degli americani non possedeva, ne aveva mai posseduto, direttamente o indirettamente, attraverso fondi pensioni, assicurazioni od altro, azioni o titoli di sorta. Il grafico di Figura 3 mostra l’andamento delle entrate USA (calcolate in dollari 2010) nei diversi percentili tra il 1947 ed il 2010 suddiviso nei periodi relativi alle diverse amministrazioni che hanno governato il paese. Si può rilevare che dal 1947 al 1970, indipendentemente dai governi repubblicani e democratici che si sono avvicendati, tutti i precentili hanno visto una crescita dello stesso tipo ma nel periodo

Figura 1 Grafico 1. USA. Saggio generale del profitto. 1929-2008

0,45 0,40 0,35 0,30 0,25 0,20 0,15 0,10 0,05

2007

2004

2001

1998

1995

1992

1989

1986

1983

1980

1977

1974

1971

1968

1965

1962

1959

1956

1953

1950

1947

1944

1941

1938

1935

1932

1929

0,00

Tali incrementi riguardano sia le corporation finanziarie sia non finanziarie americane, le prime grazie agli investimenti speculativi, le seconde anche grazie alle “ristrutturazioni” che hanno permesso di risparmiare lavoro facendo aumentare la produttività attraverso una sempre maggiore spremitura della forza lavoro residua visto che gli investimenti in capitale fisso sono continuamente

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successivo alla crisi dei primi anni 70 inizia a manifestarsi una divergenza sempre più marcata nell’aumento delle entrate con percentuali differenti nei diversi percentili. Le colonne di valori riportate sul margine destro del grafico mostrano l’incremento complessivo tra il 1970 ed il 2010 ed il relativo tasso di crescita dello stesso periodo. Si può notare che l’aumento delle entrate per il percentile più basso è stata del 10% mentre per quello più elevato del 361% .

Zero Hedge, un sito di osservazione economica indipendente, riporta per lo scorso anno addirittura un aumento dell’inflazione reale pari al 10,6% e non dimentichiamoci che le famiglie americane sono fra le più indebitate al mondo. Occorre poi notare che negli ultimi quarant’anni il numero degli immigrati negli USA è triplicato arrivando attualmente a 37 milioni - pari al 12% della popolazione- ma il numero degli illegali registrati negli Stati Uniti nel 2009 è calato a 10,9 milioni rispetto agli 11,6 milioni dell’anno precedente. Segno di una condizione economica decisamente peggiorata. Negli Stati Uniti il Coefficiente di Gini (un indicatore del grado di polarizzazione della società e che va da 0 per una società completamente egualitaria ad 1 in quella dove vi è massima disuguaglianza, ossia 1 persona detiene tutta la ricchezza) è sempre sceso a partire dagli anni 30, a parte il periodo della Grande Depressione (0,51 nel 1933), ma dalla fine degli anni 60 ha continuato ad aumentare passando da 0,377 fino al 0,466, come riporta l’US Census Bureau per il 2010, mostrando una progressiva concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi. Il BLS riporta inoltre che, a partire dal 2007, negli Stati Uniti sono aumentati i lavoratori part time, infatti nel mese di maggio lo stesso istituto rileva che questi sono saliti a 28 milioni, il livello più alto mai raggiunto, e nello stesso mese hanno perso il lavoro 266 mila lavoratori full time. Il grafico di Figura 5 sottostante è illuminante sul fenomeno ed illustra gli andamenti del full time e del part time a partire dal dicembre 2007 in cui è iniziata quest’ultima depressione. In quello stesso anno 6,8 milioni di lavoratori full time hanno perso il lavoro mentre quelli part time sono aumentati di 3,1 milioni. Figura 5 Andamento dei lavoratori ful time e part time a confronto negli USA (dicembre 2007- marzo 2012

Figura 3 Andamento delle entrate (calcolate in dollari 2010) nei diversi percentili tra il 1947 ed il 2010

Nota la scala in ordinate è logaritmica in modo da rendere i tassi di crescita delle entrate costanti rappresentati con la linea tratteggiata. Il grafico è stato ottenuto combinando i dati del US Census Bureau e del US Internal Revenue Service ( Piketty, Thomas; Saez, Emmanuel, Atkinson, A. B.; Piketty, Thomas, eds., Income Inequality in the United States, 1913-2002, aggiornato l’8 Febbraio 2012) Uno studio recente della Fed riporta poi che le famiglie americane, a causa del crollo del prezzo delle abitazioni tra il 2007 ed il 2010, hanno subito una perdita della loro ricchezza pari al 38,8%. In tali condizioni si registra poi un continuo declino dei salari che a partire dal 1964 sino ad oggi (vedi Figura 4) e durante il crash del 2007-2009 si è registrata una diminuzione delle entrate medie del 3,25 %, anche nella cosiddetta “ripresa” del 2009-2011 si è verificato un declino medio delle entrate del 6,7% con una inflazione ufficiale del 3,16% nel 2011 mentre secondo il BLS è salita al 5,5%. Figura 4: Entrate dei lavoratori come quota delle entrate totali

Ormai grazie ad un “New Deal” flessibile si stanno moltiplicando i meccanismi di workfare, ossia di lavoro imposto dalle necessità di stato sociale, che vengono applicati anche in Gran Bretagna sin dal 1998 con il governo laburista di Blair ed in Germania dal 2001 con il cancellierato di Schroeder attraverso la riforma Hartz (4). Possiamo fare le stesse considerazioni sulla disuguaglianza viste per gli USA anche per la

(le barre grigie indicano le recessioni) Fonte: BLS e NIPA calcolati da Michael Roberts

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Gran Bretagna, ma il processo di polarizzazione in questo paese si è manifestato in maniera più evidente nell’ultimo decennio. Il grafico di Figura 6 riporta l’andamento delle entrate per i quattro decili, evidenziati con linee di diverso colore, dal 1994 al 2009. Sull’asse delle ordinate sono riportate le entrate nette in percentuale della popolazione britannica dedotti i costi per le abitazioni.

La previsione fatta da Marx di un continuo immiserimento della società attraverso il progressivo ingresso di ampi strati delle classi medie nel famoso proletariato si sta avverando in maniera eclatante. Nel 2010 le stime riportano che 46,9 milioni di americani vivono in stato di povertà quando nel 2007, poco prima della crisi erano 37,3 milioni ed è il decimo anno consecutivo in cui si verifica un aumento di questo genere che tra l’altro oggi interessa anche le popolazioni di razza bianca di età compresa tra i 18 ed i 64 anni. Possiamo aggiungere che 49,9 milioni di americani, pari al 16,3% della popolazione, non godono della assicurazione sanitaria. Occorre precisare che negli USA viene considerata nella soglia di povertà un’entrata annuale familiare media di 21.954 dollari, comunque esistono stime alternative più vicine alla realtà che tengono conto dei benefit dello stato, delle spese mediche, della casa ecc che fanno innalzare sicuramente di molto il tasso ufficiale di povertà oggi pari al 15,1%. Nonostante ciò questo è il dato più elevato mai registrato nei 52 anni in cui sono stati pubblicati i tassi di povertà, portando gli USA ad essere tra le peggiori nazioni industrializzate per quanto riguarda la disuguaglianza dei redditi ed il tasso di povertà battuta solo dal Messico e dalla Russia. Come riporta Stanislav Menshikov nel suo Anatomy of Russian Capitalism il gap tra le entrate del quintile più elevato e quello più basso della popolazione russa è aumentato di 6,4 volte rispetto al 2,6 del 1991. Nello stesso periodo il coefficiente di Gini è passato da 0,26 a 0,39, nel 2009 ha raggiunto 0,40 e nel 2011 0,47. Un quarto della popolazione vive al di sotto del livello di povertà ed un altro 45% è ai limiti (con una entrata di 400 euro mensili) e secondo dati recenti il 60-75% dei lavoratori russi spende praticamente tutte le sue entrate per l’acquisto di beni alimentari mentre il 15-20% può essere annoverato tra la classe media (con redditi compresi tra i 1000 ed i 1400 euro mensili) riducendo così il potere d’acquisto ad una minoranza . Il 20-25% della popolazione russa lavora in nero senza alcuna garanzia sociale(6). Il mito della Germania ha iniziato a sfaldarsi nonostante molti osservatori a la Rampini (anche a sinistra) persistano nel considerare il paese dei virtuosi teutonici come un modello di riferimento. Eppure non ci deve meravigliare, come ci suggerisce Ernst Wolff, se i dati ufficiali, forniti dall’OCSE, ci mostrano che in Germania i redditi dei più ricchi siano aumentati più di otto volte rispetto a quelli dei più poveri. Secondo la Associazione di Assistenza Pubblica in Germania crescono inoltre le disuguaglianze e la povertà e i più segnati dalla precarietà - donne e giovani non trovano nel micro-impiego l'integrazione auspicata verso un lavoro a tempo pieno con un stipendio decente, ma proprio l’opposto (Ministero della Famiglia, degli Anziani, delle Donne e dei Giovani)(7).

Figura 6 Quota delle entrate nette della popolazione (dedotto il valore degli immobili) del Regno Unito 1994-2009

Il decile più povero ha ricevuto solo l’1,3% delle entrate totali mentre il secondo decile più povero il 4%. In contrasto il decile più ricco ha conseguito il 31% delle entrate totali ed il secondo più ricco il 15%, possiamo infine rilevare che le entrate del decile più ricco sono più elevate della somma di quelle degli altri decili. Nel Regno Unito il Coefficiente di Gini ha raggiunto nel 2008 il valore di 0,36 il livello più alto delle serie registrate dal 1961 e nel 2009-2010 sono stati rilevati ufficialmente 13,5 milioni di poveri (nel Regno Unito vengono considerati poveri coloro che percepiscono il 60% delle entrate medie). Nel periodo che va dal 1997-98 al 2004-2005 è stata registrata una diminuzione del tasso di povertà ma a partire dal 2004 questo valore è aumentato continuamente(5). Se analizziamo i dati relativi alle economie più sviluppate possiamo suddividerle in base al reddito in tre grandi aree Area anglosassone (Australia, Canada, Regno Unito ed USA in cui la disuguaglianza è massima (Coeff. Gini medio pari a 0,322 con alti tassi di povertà (in media il 13,8% della popolazione) Area Europea (Francia, Italia, Germania ed Olanda) con meno disuguaglianze, (anche se all’interno di questi paesi vi sono differenziazioni come l’Olanda e l’Italia) con un Coeff. di Gini medio pari a 0,283 e tasso medio di povertà del 9,1% Area Scandinava con la Svezia, Finlandia e Norvegia più egualitarie (Coeff. di Gini 0,272) e tasso di povertà al 6,1%.

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Un rapporto dell’Istituto del Lavoro dell’Università di Duisburg-Essen riferisce che più di 6,55 milioni di tedeschi ricevono una paga oraria pari a meno di 10 euro lordi e sono aumentati di 2,3 milioni rispetto a dieci anni prima. Due milioni di lavoratori in oltre-Reno vengono pagati con meno di 6 euro l’ora, e molti nell’ex Germania comunista si contentano di 4 euro l’ora, ossia 720 euro mensili per un lavoro a tempo pieno. I dati ufficiali sulla disoccupazione tedesca sono totalmente artefatti in quanto nel 2011 si è sviluppato in maniera incredibile quello che viene definito il micro-impiego, ossia la proliferazione di contratti temporanei, per un massimo di 80 ore al mese con stipendi limitati a 400 euro(8), occorre poi sottolineare che a carico del lavoratore vi sono le spese per il contributo volontario allo stato sociale o per i fondi pensione. La povertà in Germania ha toccato il 20% dei lavoratori attivi Nel 2011 il 25% della popolazione lavorativa, 7,3 milioni tedeschi, guadagnava, in media, 230 euro al mese e si badi bene che tra questi è cresciuto il numero di specializzati e laureati. La Federazione Sindacale tedesca (DSG) ha prodotto dei rapporti annuali sulle tipologie del lavoro dai quali si rileva che i lavoratori a tempo pieno tra il 1992 ed il 2011 sono declinati da 29.3 milioni a 23.9 milioni, in 20 anni! Mentre nello stesso periodo il numero di lavori part-time è passato da 5,7 milioni a 12,5 milioni. Eppure la Germania viene considerata come il “motore” dell’economia europea solo che i benefici derivati da tali condizioni sono limitati a favore delle grandi konzern e del sistema finanziario. Wolff riporta che 24 compagnie quotate nella borsa di Francoforte nel 2011 hanno pagato i loro CEO mediamente 6,6 milioni di euro mentre nel 2003 gli stessi avevano ricevuto benefit per 2,6 milioni. Tra il 2000 ed il 2006 il Coefficiente di Gini in Germania è passato da 0,26 a 0,30 mentre nel 2011 è salito a 0,34. Secondo i dati forniti dalla Banca d’ Italia nel paese di Pulcinella il 10 per cento delle famiglie più ricche possiede il 45,9 per cento della ricchezza netta totale contro il 44,3 per cento registrato nel 2008. La concentrazione della ricchezza, misurata in base all’indice di Gini, è risultata pari a 0,62, in lieve aumento rispetto alla precedente rilevazione del 2008 (0,61). Occorre poi sottolineare che quasi il 30% delle famiglie è indebitato per una cifra media di 44 mila euro e le entrate medie familiari, tenuto conto degli immobili, imprese, oggetti di valore ecc. e degli asset finanziari (depositi, Titoli di Stato, azioni), sono andate via via declinando nell’ultimo decennio(9). Nel 2009 gli stati che hanno sottoscritto il Trattato di Schengen hanno registrato 106.200 arresti tra gli immigrati entrati illegalmente nei paesi europei, un valore inferiore del 33% rispetto al 2008 che rappresenta una ulteriore dimostrazione delle condizioni difficili di paesi che non riescono a garantire lavoro nemmeno ai loro cittadini. Attualmente sono 8 milioni gli immigrati presenti sul territorio dell’Unione Europea.

Il Giappone ha visto solo di recente un aumento sempre crescente della disuguaglianza nelle entrate e nel tasso di povertà, in particolare a partire dagli anni 90, infatti in quel decennio è aumentata la flessibilità del mercato del lavoro che ha portato ad una notevole riduzione del costo del lavoro così da portare ad un incremento notevole del Coefficiente di Gini da 0,25 nel 1993 a 0,38 nel 2002. Negli anni 80 la media delle entrate del top 10% era sette volte quella del decile più povero, ma nel 2010 si è registrato un gap dieci volte maggiore. Tuttavia nonostante il crash generalizzato del 2007 il Coefficiente di Gini ha raggiunto 0,33 di poco superiore alla media dei paesi OCSE di 0,31, comunque stime alternative ci informano che se si tiene conto dei salari iniziali e del part time il Coefficiente di Gini raggiunge lo 0,51. I dati ufficiali sulla povertà forniti dal governo giapponese riferiscono che nel 2007 si è registrato un tasso del 15,7% ma i dati OCSE ci informano che se prendiamo in esame il tasso di povertà relativo, secondo l’ Economic Survey del 2008, il paese ha raggiunto una delle posizioni più elevate tra le nazioni economicamente sviluppate ponendosi al 4° posto dopo Messico, Turchia e Stati Uniti. Un rapporto dell’OCSE riporta che il tasso di povertà per i lavoratori monoreddito ha raggiunto la cifra sbalorditiva del 58% e lo stesso rapporto mostra che nell’ultimo decennio sono aumentati in maniera considerevole i lavoratori irregolari, passati dal 19% al 30%, una condizione che rimarrà permanente visto che solo una piccola parte di questi potrà “conquistare” un lavoro regolare. In Giappone il tasso di disoccupazione ufficiale nel settembre 2009 era del 5,3% che corrisponde a 3,59 milioni di persone, ma dati alternativi mostrano una disoccupazione reale pari al 25,5%(10) per cui non deve meravigliare che nel 2009 si siano suicidate 32.845 persone (nel 2008 erano 30 mila) di cui il 72% erano lavoratori che avevano perso il lavoro in seguito al crash economico. Wang Xiaolu ha prodotto uno studio sulla distribuzione dei redditi in Cina, pubblicato dal Credit Suisse e disponibile in rete, che la porta ad essere uno dei paesi con il più alto differenziale contrariamente ai dati ufficiali. Infatti grazie ad una “grey economy”(11) il 10% della popolazione a più alto reddito percepisce 139.000 yuan all’anno, più del triplo delle statistiche ufficiali, mentre il decile più basso riceve annualmente 5.350 yuan. A partire dal 2004 il 10% più ricco ha visto aumentare la quota di reddito ed ha ottenuto attualmente un incremento pari al 255%. Nel 2011 il decile più ricco ha percepito delle entrate pari a 23 volte quelle del decile più povero, un dato sottostimato secondo Li Shi, un autorevole studioso dell’Università di Pechino sulla distribuzione delle entrate. Questo strato di ricchi è rappresentato dai dirigenti di partito delle province economicamente più dinamiche, come il Guangdong, Shanghai, Zhejiang, Jiangsu, Fujian, Shandong e Liaoning dove vive un quinto della

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popolazione, che posseggono milioni di yuan in asset di vario genere e in patrimoni immobiliari. Secondo Li Shi il Coefficiente di Gini in Cina è passato dallo 0,3 di venticinque anni fa a 0,5 nel 2011 mentre in India ha raggiunto il valore di 0,4. In Cina secondo un rapporto del China Development Research Foundation 150 milioni di persone vivono al di sotto della povertà con una entrata giornaliera di un dollaro, mentre 500 milioni percepiscono una paga giornaliera di due dollari ed il 99% dei poveri vivono o provengono dalle zone rurali del paese. La classe media è costituita da 55 milioni di persone mentre i paperoni con gli occhi a mandorla sono 128 (negli Stati Uniti sono 412)(12), un numero superiore a molte nazioni sviluppate, che garantiscono un consumo di beni di lusso maggiore di quello del Giappone. Il grafico di Figura 7 sottostante mette in evidenza, utilizzando l’indice di Gini, l’incremento della disuguaglianza tra le aree rurali ed urbane della Cina e a livello nazionale dal 1980 al 2000. Purtroppo non sono disponibili grafici che arrivino al 2010 ma sulla base dei dati più recenti le curve sono andate crescendo continuamente anche per effetto di una inflazione ufficiale del 5,3% nel 2011 (in India siamo all’8,3%). Figura 7 Andamento della disuguaglianza in attraverso l’indice di Gini dal 1980 al 2000

L’isolamento e la concorrenza tra i lavoratori sono il sostrato fondamentale per il mantenimento di uno status quo che è in realtà una vera e propria fase di regressione economica e sociale che ci riporterà a vivere come i nostri predecessori consolati da una tecnologia moderna vero sintomo di un medio evo del futuro che per ora vediamo solo nei film. Diceva un mio amico che in futuro vivremo in una caserma che puzza di piscio con computer moderni che costituiranno l’unica possibilità di rapporto con il resto del mondo. La globalizzazione della miseria è stata avviata da una dinamica totalmente indipendente dalla volontà degli uomini che ad essa si sono asserviti, una dittatura della finanza che sta mettendo in difficoltà persino i funzionari del capitale per cui possiamo essere in accordo con Marx quando afferma nel Primo Indirizzo al Comitato della Lega dei Comunisti nel 1850: “Se i democratici esigono la regolazione del debito pubblico, gli operai devono esigere la bancarotta dello Stato”. Note 1) Sylvia A. Allegretto State of Workimg America’s Wealth 2011. Economic Policy Institute 2) “L’esercito industriale di riserva alimenta la speculazione” in Mad Max Economy Sedizioni Milano 2008 3) A tale proposito vedi i grafici di Fig. 8 e 9 in “La più Grande Depressione della Storia?” in Connessioni n 1. In effetti anche le corporation non finanziarie grazie ai profitti realizzati hanno operato investimenti crescenti nel settore speculativo. 4) Sarebbe interessante sviluppare uno studio sul lavoro carcerario che costituisce un ruolo di workfare non secondario in alcuni settori produttivi degli Stati Uniti che hanno conosciuto un boom in un periodo di depressione come quello attuale. Il numero di reclusi nelle carceri americane gestite da compagnie private hanno ormai raggiunto i 2 milioni e mezzo in continuo aumento sin dagli anni 20. 5) Tom Bawden scrive sull’Indipendent che “Secondo l'Ufficio Nazionale di Statistica, negli ultimi sette anni i prezzi dei prodotti alimentari sono aumentati in media del 37,9 per cento…. Oli e grassi sono aumentati del 63 % nel Regno Unito in questo periodo, i prezzi del pesce del 50,9 %, pane e cereali del 36,7 %, la carne del 34,5 % , e le verdure del 41,3 %. Nel mese di aprile, la media dei prezzi dei prodotti alimentari britannici è aumentata del 4,2 % cento rispetto a un anno prima…Il Rapporto sul Movimento dello sviluppo mondiale stima che nel 2010 e nel 2011 la Barclays ha guadagnato 529 milioni di sterline dalle sue "attività speculative sugli alimentari". La Barclays ha guadagnato 340 milioni nel 2010, per le sue speculazioni sui prezzi al rialzo di prodotti agricoli di base come mais, frumento e soia sono. L'anno dopo, la banca ha guadagnato meno - solo 189 milioni – perché i prezzi sono scesi - ha detto il WDM. Le entrate di Barclays e di altre banche, che derivano da negoziazione di qualsiasi cosa, dal grano e mais al caffè e cacao, si prevedono in aumento anche quest'anno, con prezzi ancora una volta in rialzo. I prezzi del mais sono aumentati del 45 % dall'inizio di giugno e il grano ha fatto un salto del 30 %. La Barclays fa la maggior parte delle sue "speculazioni alimentari" con la creazione e la gestione di fondi che raccolgono e investono il denaro dei fondi pensione, delle compagnie di assicurazione e di gente facoltosa per comprare una varietà di prodotti agricoli pagando in cambio tutte le spese e le commissioni” 6) Una ricerca pubblicata recentemente dal Serbsky State Research Center for Social and Forensic Psychology riporta che tra il 1990 ed il 2010 si sono suicidati più di 800 mila russi e l’età media per gli uomini è di 45 anni e per le donne 52 ponendo la Russia al terzo posto nel mondo in questa triste graduatoria. Inoltre ogni anno muoiono 500,000 persone per abuso di alcolici con un consumo pro capite di 18 litri l’anno.

Cina

In sostanza il 20% che sta sul gradino più elevato del paese a “capitalismo socialista” ha una entrata pari all’81,3% del totale e non è un caso che ogni anno scoppino migliaia di rivolte nel paese a causa del mancato pagamento dei salari o per condizioni di lavoro simili allo schiavismo(13). Il quadro complessivo che si presenta ai nostri occhi è veramente deprimente, i lavoratori sembrano essere completamente impotenti di fronte ad una situazione sociale che ha tutte le caratteristiche tipiche di una fase rivoluzionaria eppure persiste tra gli sfruttati di tutto il pianeta il mito di un capitalismo che non solo non riesce a garantire la riproduzione di se stesso ma che ha fatto della concentrazione di ricchezza l’unico paradigma che regola i rapporti tra gli uomini.

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7) Vedi anche il mio “La più Grande Depressione della Storia” in Connessioni n 1. 8) Sulle reali condizioni della disoccupazione e della estensione del lavoro precario in Germania grazie alla “riforma” Hartz è uscito nel 2010 a cura del CEFRA uno studio di Brigitte Le strade “Le réformes sociales Hartz IV à l’heure de la rigueur en Alle magne” nel quale viene messa in evidenza la cancellazione di milioni di persone dalle liste di disoccupazione per il fatto che se non si accettano “lavoretti” ad un euro all’ora (meno di 400 euro mensili) si perdono i sussidi. In Germania il lavoro interinale è aumentato del 134%. 9) Anche Antonio Carlo nel suo “Capitalismo 2011: decomposizione in atto” presenta le condizioni difficili di un capitalismo ormai in sfacelo con particolare riferimento all’Italia nel capitolo 4 dal titolo “Italia. Sempre più a fondo tra dramma e ridicolo” 10) Vedi “La più Grande Depressione della Storia”. 11) Caratterizzata da scambi di merci e servizi contro denaro che non vengono contabilizzati, da aree di mercato a tassazione zero, bustarelle per i dirigenti di partito ed entrate illegali per i dirigenti delle imprese statali, speculazione sulle costruzioni, manipolazioni dei titoli ecc. 12) Tanto per avere un’idea delle condizioni in cui vivono i ricconi a stelle e strisce Forbes ci informa che quest’anno le

loro entrate sono aumentate del 13% rispetto al 2010 per un ammontare di 1,7 trilioni di dollari. Nel frattempo tra il 2007 ed il 2009 le entrate medie degli americani sono diminuite del 40%. Forbes riporta che Bill Gates, l’uomo più ricco d’America e cofondatore della Microsoft , quest’anno ha guadagnato 66 milioni di dollari, poco meno del budget destinato all’Istruzione dal Governo Obama. 13) Per una visione ridimensionata del mito cinese vedi il mio “Ma il Capitalismo si espande ancora?” Asterios Trieste 2008. e “L’esercito industriale di riserva alimenta la speculazione” disponibile sul web. Uno degli effetti maggiori conseguenti alla applicazione della Legge sul Contratto di Lavoro del 2008 è stato quello di imporre la sottoscrizione individuale del contratto lavorativo con il datore. Di conseguenza decine di milioni di lavoratori cinesi non utilizzando più le Agenzie del Lavoro non usufruiscono della assistenza legale, dei benefit legati al salario e della assistenza garantita da un occupazione regolare. In realtà il sistema delle agenzie del lavoro aveva favorito l’esplosione di contratti atipici creando non pochi problemi al governo centrale per le proteste dei lavoratori più o meno organizzati

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Zombi e proletariato Quale dunque sarà il metodo? Quello della dimostrazione teorica, della cultura? Dovremmo aspettare vari secoli ancora per "preparare il proletariato"? No, perdio, la via della propaganda non è la teoria ma il sentimento, in quanto questo è il riflesso spontaneo dei bisogni materiali nel sistema nervoso degli uomini Amadeo Bordiga

Si è diffusa un idea di zombie, al di fuori del contesto caraibico per cui i non morti essendo privi di anima sono temibili, caratterizzati dall'assenza di moralità. Questa idea crea una grande confusione sulla funzione dello zombie poiché piuttosto che essere strumenti del male essi sono una specie particolare di schiavi da adoperarsi nel lavoro di fatica e nei campi. Per i credenti nella religione vudu poter essere trasformati in zombie è una terribile minaccia. Lo zombie è l'incarnazione di ciò che per la cultura haitiana va disprezzato: la perdita dei poteri di percezione, valutazione e controllo di se. In questo senso, per ridurre la possibilità di creare zombie vengono svolti riti funerari molto accorti e particolareggiati finalizzati ad evitare la risurrezione fisica e la condizione di falsa vita o falsa morte.

Gli zombi sono entrati nell'immaginario comune a livello mondiale grazie alla ampia filmografia di genere a loro dedicata. Hanno incarnato via via nel tempo le paure e le paranoie dell'uomo moderno così da diventare parte integrante della cultura popolare occidentale. La figura dello zombie non è isolabile in un'unica tradizione, nasce in contesto caraibico per poi approdare in territori inediti dell'immaginario occidentale come la campagna e la provincia nord americana, fino alla metropoli. Lo zombie, morto che riprende vita, è una figura diffusa nella religione vudu caraibica, culto che ha le sue origini nelle pratiche e credenze provenienti per lo più dall'Africa orientale e importate dagli schiavi neri. I riti di origine africana si sono inseriti nel contesto del America centrale e meridionale proprio durante la deportazione di schiavi, che riuscirono a conservare il proprio retaggio religioso, profondamente dinamico e inscrivibile in altri contesti. Le religioni nere mantennero soprattutto due denominatori comuni ai loro rituali originari. Il culto degli orixas, specie di divinità o demiurghi dotati di particolare energia ereditati soprattutto dagli Yoruba della Nigeria, e il culto degli antenati di origine bantu: l'attaccamento alla parentela. Nella religione vodu si sono fusi inoltre elementi del cristianesimo importato da missionari e colonizzatori. Il tratto determinante delle religioni quali il vudu di Haiti è indubbiamente il sincretismo, sempre attivo: la reazione verso nuovi culti, il cattolicesimo, e altre religioni è incorporante e assimilatoria. Secondo la tradizione haitiana può diventare zombie chiunque muoia di morte innaturale. Dal punto di vista emico la persona è composta da un corpo, da un gros-bon-ange (doppio spirituale del corpo) e da un ti-bon-ange, lo spirito. La credenza negli zombie non è paragonabile alla risurrezione cristiana. Il corpo, corruttibile, appartiene al mondo della materia e con la morte ritorna ad essa, può essere animato solo da un anima o posseduto da un loa (1). Quello che spaventa maggiormente i credenti della religione vudu non è l'incontro di uno zombie ma la possibilità di diventarlo. Secondo questo sistema religioso non è un veleno a causare la condizione di morto vivente ma piuttosto la performance di un rito magico condotto dal bokor (2).

White Zombie (in italiano L'isola degli zombie) dei fratelli Harpelin è uno dei primi film della storia del cinema dove compaiono i morti viventi haitiani. Uscito nel '32 e ambientato ad Haiti, racconta la storia di un imprenditore bianco che, grazie all'aiuto di un esperto in pratiche magiche degli isolani, ha reso zombie degli autoctoni facendoli lavorare come schiavi nelle piantagioni di canna da zucchero e in fabbrica nella raffinazione del prodotto. Lo zombie rappresenta nella cultura haitiana la perdita del potere decisionale su se stessi, in definitiva questa figura si è profondamente legata a quella dello schiavo africano delle piantagioni, deumanizzato e soggiogato al lavoro incessante nei campi, senza possibilità di evasione e di scelta. Il vudu come resistenza I fenomeni religiosi vanno interpretati nella loro componente dialettica, sia come forma di resistenza e di emancipazione sia al contempo come anestetico dell’emancipazione stessa: “La miseria religiosa è, da un lato, l’espressione della miseria effettiva e, dall’altro, la protesta contro questa miseria effettiva. La religione è il gemito della creatura oppressa, l’animo di un mondo senza cuore, così come lo spirito d’una condizione di vita privata di spiritualità. Essa è l’oppio per il popolo”, K.Marx, Critica della filosofia del diritto di Hegel La religione vodu ha avuto un ruolo di primo piano nella battaglia contro lo schiavismo, il colonialismo, l'ingerenza del cristianesimo e più di recente verso il controllo delle élite cittadine sulla popolazione contadina. L'isola di Santo Domingo, allora Hispanola, fu la prima porta d'accesso al Nuovo Mondo quando Colombo vi sbarcò e venne presto rivendicata dalla corona spagnola. La riduzione in schiavitù

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della popolazione indigena ebbe come conseguenza una drastica diminuzione della popolazione autoctona, causata da condizioni di vita insostenibili. La mancanza di manodopera venne via via sopperita con l'importazione di schiavi dall'Africa, mentre il governo spagnolo perse gradualmente interesse per l'isola, favorendo territori dell'America meridionale e centrale ricchi di oro e argento. Nella prima metà del XVII secolo i francesi incominciarono a colonizzare l'isola rivendicando il dominio della parte occidentale, l'odierna Haiti, che venne ceduta formalmente alla corona francese nel 1697. La popolazione di Haiti al tempo era costituita prevalentemente da schiavi neri nati in Africa, impiegati nella produzione di canna da zucchero di cui Hispanola ebbe il primato della produzione mondiale. A causa delle insostenibili condizioni degli schiavi l'aspettativa di vita non permetteva una riproduzione sufficiente a sopperire il fabbisogno di manodopera sull'isola. Sono ben note ormai le condizioni disumanizzanti dello schiavismo coloniale nelle Americhe, chi tentava di sottrarsi a questi trattamenti brutali, se scoperto, rischiava torture, pubbliche umiliazioni con il benestare della chiesa cattolica, e infine l'esecuzione. Questo atteggiamento dei bianchi non impedì la formazione gruppi di maroons, schiavi fuggitivi, che riuscivano a scappare dalle piantagioni dove venivano sfruttati con l'intento di non tornarci più se non per scorribande e rapine. I maroons vivevano in montagna in comunità o come fuggiaschi solitari. È interessante notare che proprio queste comunità di maroons diedero vita a una serie di rituali, pratiche e credenze, mutuate dalle tradizioni dell'Africa orientale da cui gli ex schiavi provenivano, che sono sopravvissute fino ad oggi, con molti mutamenti, e che definiscono la religione vudu. Questi gruppi di ex schiavi, denominati maroons si nascosero nell'entroterra dell'isola, sulle montagne ricoperte di foreste e fondarono piccoli gruppi di fuggitivi, senza correre non pochi rischi. I maroons vivevano in campi fortificati circondati da palizzate e ampi fossati. Erano contadini, coltivavano orti rendendosi quasi autosufficienti, un'altra fonte si sostentamento era la pratica di raid nelle piantagioni. Se i fuggitivi solitari erano una mera irritazione per i francesi, questi maroons organizzati erano molto più preoccupanti perché minacciavano l'ordine e la stabilità della colonia. Il governo francese rispose con incessanti campagne di sterminio e incursioni. La spedizioni, che ebbero forti costi per il governo coloniale, non furono di successo. Come risultato a metà del diciottesimo secolo intere regioni vennero vendute dai bianchi. Negli accampamenti, questi fuggitivi vivevano pressapoco come nelle comunità di provenienza africane. La segretezza è il tratto fondamentale per la sopravvivenza di queste comunità che svilupparono un loro sistema economico, politico e religioso. I primi leader delle comunità di maroons

vennero sostituiti da quelli che i nuovi studiosi contemporanei descrivono come una nuova classe di schiavi, arrivati nella colonia nel diciottesimo secolo. Erano uomini dal sangue reale, spesso educati non solo nelle loro tradizioni africane ma anche da insegnanti arabi e dotati sin dalla nascita di un educazione logica, al vigore morale, e il sentimento della tradizione militante. Questi individui prima di essere mandati nelle colonie ricevevano un processo molto selettivo, se non fosse per altro che sopravvivere al viaggio, agli abusi nella piantagione, e alla costante deprivazione fisica. L'accettazione nei gruppi di maroons era molto controllata. Solo chi andava come volontario veniva preso, e solo dopo essersi assicurati che non fosse una spia coloniale. I fuggitivi appena arrivati dovevano cancellare il loro passato, rimuovere marchi da schiavo con coltelli o acidi delle piante. Erano sottoposti a rigidissime iniziazioni durante le quali imparavo le strette di mano e le parole chiave segrete che distinguevano gli affiliati da tutti gli altri. La segretezza definiva e proteggeva questi gruppi, e ovviamente il modello che aveva l'organizzazione interna era simile a quello delle società segrete africane, che probabilmente alcuni degli ex schiavi avevano conosciuto nella loro gioventù, prima di essere imbarcati. Durante il periodo coloniale, e ancora oggi, le società segrete erano un tratto dominante in tutto l'ovest dell'Africa (area denominata Dahomey) in particolare nella foresta pluviale a ridosso della costa dove venivano reclutati gli schiavi. Le somiglianze tra queste società e quelle dei maroons sono impressionanti. Per esempio per l'uso della stregoneria e delle pozioni. Sono giacobini questi neri? È nelle comunità maroons che la religione vudu si è definitivamente formata e il suo messaggio politico e messianico si è potenzialmente realizzato. Il vudu diventò per gli schiavi un linguaggio, un modo di esprimersi e resistere alla oppressione religiosa e culturale e diventò il focus dello sviluppo della coscienza politica. Sempre più frequentemente i leader maroons quando raggiungevano le colonie predicavano la diserzione, l'odio verso i colonialisti, il sabotaggio nelle piantagioni, e l'avvelenamento del bestiame. Alla fine del diciottesimo secolo la religione vudu è emersa come il singolo e più critico fattore unificante nell'impellente battaglia degli schiavi rivoluzionari. Il vudu fu il cemento per costruire un legame tra i membri della cospirazione. Se il vudu caricò la rivolta, le tattiche dell'organizzazione delle bande ribelli arrivavano direttamente dai precedenti stabilimenti di maroons. Con crescente audacia i ribelli distruggevano le piantagioni e le vie di comunicazione, saccheggiavano i treni merci. I raid si compievano durante la notte, lasciavano scie di fuco, veleno, e cadaveri prima di ritirarsi all'alba dentro inaccessibili gole e burroni.

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Nel 1793 sotto la pressione dei leader maroons venne ufficialmente abolita la schiavitù. Ma i maroons riconobbero subito la proclamazione per quello che era. Un disperato tentativo di minare l'esplosivo potenziale dei neri lasciando intatte le strutture essenziali dell'ordine economico coloniale. La rivolta dei giacobini neri nelle fonti storiche è direttamente collegata alla figura Toussaint L'Ouverture, un haitiano nero influenzato dalle idee della rivoluzione francese. Sebbene oltreoceano l'uguaglianza e la libertà borghesi erano il baluardo delle rivoluzioni in corso tali diritti non erano riconosciuti agli abitanti delle colonie. I neri, considerati inferiori per razza, non potevano godere degli stessi diritti della loro controparte rivoluzionaria d'oltreoceano. Mentre Toussiant prese il potere appoggiato dalla Spagna nel 1794 cambiò partito ritornando all'alleanza con la Francia. Bissau e Jean Francois, gli altri due leader delle rivolte rifiutarono l'offerta francese e rimasero alleati con gli spagnoli che promettevano un'emancipazione incondizionata. Toussaint ritornato all'alleanza coi francesi smantellò e uccise nei campi dei suoi ex alleati. Consolidò la sua posizione sconfiggendo le due armi nemiche (Inghilterra e Spagna), i rivali mulatti e gli l'ex schiavi. Venne battezzato secondo rito cattolico Touissan L'Overture ed emerse come il capo assoluto di Santo Domingo. Si impegnò a ristabilire, sotto la legislazione francese, l'ordine e la prosperità dell'isola. Lo stato civile libero non impedì che gli ex schiavi si trovassero nuovamente a lavorare in condizioni simili a quelle pre-rivoluzionarie, sfruttati come zombie. I decreti autocratici di Toussaint resero le piantagioni fortemente controllate, e il commercio fu militarmente supervisionato. Gli eccessi di brutalità della colonia furono sconfitti ma la struttura essenziale del lavoro in piantagione rimase invariata. Inoltre come devoto della chiesa romana cattolica non ebbe interesse a considerare le credenze pagane dell'Africa. Nel 1802 Napoleone, col fine di restaurare la schiavitù e il Code Noir, fece arrestare Toussiant che morì in una prigione francese l'anno successivo. Le truppe inviate da Napoleone e guidate da Leclerc si trovarono a combattere con gli abitanti neri della colonia. Il primo gennaio 1804 il comandante militare dei maroons e degli ex schiavi, Jean Jaques Dessalines, nato schiavo ad Haiti, dichiarò l'indipendenza dalla Francia sotto il vessillo di “Libertà o Morte” sconfiggendo le truppe francesi e sterminando la popolazione bianca. Creò nel 1805 una nazione costituzionale indipendente di cittadini neri: “gli eventi di Saintedomingue furono centrali per i tentativi di quest'epoca storica di dare un senso alla realtà della Rivoluzione Francese e alle sue conseguenze” Cagliero; Ronzon; 2002: 29

preparazioni magiche sono una minaccia per l'ordine dell'isola ma il vudu continua a sopravvivere. Il radicarsi del vudu ad Haiti è la conseguenza di quello che gli storici chiamano comunemente il grande scisma haitiano. Per il periodo che va dall'indipendenza al concordato del 1860, Haiti si distaccò da Roma e dalla chiesa cattolica che non inviò più i suoi sacerdoti. Il culto cattolico non fu sospeso ma messo in mano di chiunque si dichiarasse prete. I curati si misero in concorrenza con indovini e produttori di wanga (3), amuleti, sortilegi, iniziando a vendere feticci ed esorcismi. Gli zombie nella crisi L’uso della religione vudu, come ricordato in precedenza ha sempre mantenuto una ambivalenza, propria di tutte le religioni. Nel 1915, dopo gravi disordini e preoccupati dall'influenza tedesca sull'economia dell'isola, gli Stati Unti decisero di occuparla dando il potere in mano alla minoranza mulatta. Nel 1957 il malcontento creato dall'ingerenza americana generò l'elezione Francois Duvalier, noto come Papa Doc. Autoproclamatosi dittatore governò fino al 1971 anno della sua morte, a cui successe il figlio Baby Doc. Probabilmente vinse le elezioni grazie all'appoggio dell'esercito e fu sostenuto dagli Stati Uniti che coglievano la possibilità di controllare da vicino la rivoluzione cubana. Papa Doc per avere maggiore influenza sulla popolazione si definì un hungan (4), un mago della magia nera, e spesso durante le sue uscite in pubblico si vestiva come la divinità vudu che attende e guida i morti nell'aldilà. Introdusse una milizia speciale, i tonton macoutes, nome di una divinità vudu che s'impadronisce dello spirito di un uomo e lo fa scomparire. Duvalier seminò il terrore tra i suoi sudditi basandosi sulla violenza, sul terrore e la credenza nel vudu. Il culto della personalità del Presidente Duvalier era arrivato a tal punto da far circolare migliaia di volantini con l'immagine di Cristo che posava una mano sulla sua spalla con la scritta "io l'ho scelto". Papa Doc incoraggiava la devozione nei suoi confronti e diffondeva ad arte racconti di oppositori trasformati in zombi seminando il terrore tra la popolazione che viveva un particolare periodo di crisi e di povertà. Il sistema culturale vudu è stato sfruttato da Papa Doc per esercitare il controllo sociale durante un periodo di grande crisi economica di Haiti. Il regime cadde nell''87 e si aprì un periodo di forte instabilità. Le prime elezioni nel 1991 vedono la vittoria di Aristide che inaugura un periodo di riforme sociali (il tentativo di un nazionalismo “sociale” haitiano) contrastate da un ristretto gruppo di oligarchie locali. Dopo sette mesi di governo Aristide deve fuggire all'estero a causa di un golpe appoggiato dalla Cia, dal governo Bush e da alcune multinazionali operanti nel territorio haitiano. Il golpe produce una grandissima violenza e disordine tuttavia nel '96 Aristide viene di nuovo messo in carica ma

Sia Tussiant che Dessalins promulgarono misure di repressione verso il vudu, Dessalins proibì le funzioni e fece fucilare gli adepti. La segretezza delle società, dei riti, delle

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continuarono cambi di governo e si succedono diverse personalità fino al grave terremoto di Haiti e l'epidemia di colera del 2010 con cui si ritorna all'occupazione americana per gestire “l'emergenza”. Gli Stati Uniti hanno fatto di Haiti un oggetto di osservazione e controllo sin dalle prime rivolte di schiavi, e dall'indipendenza che poteva minare fortemente l'assetto delle colonie continentali e la nascita di movimenti di liberazione degli schiavi.

temporale lineare e dicotomico tipico del pensiero moderno) e mettono in discussione le più elementari certezze. Romero farà un passo in più e porterà lo stato di guerra generalizzato delle colonie ad ogni anfratto del mondo occidentale. Nel 1968 esce The night of the living dead, gli zombie assediano un casolare di campagna e cercano di contagiare e cannibalizzare i “vivi”. In Dawn of the dead (Zombi in italiano), uscito nel '78, i morti viventi accerchiano un centro commerciale, simbolo della sconfinata provincia americana, luogo per eccellenza del consumismo ma anche l'unico luogo di socializzazione e incontro. Gli zombie attaccano la provincia, il luogo considerato più sicuro in quegli anni secondo le propagande politiche statunitensi che si apprestano a demonizzare la città. Un censimento degli anni '80 dimostra che le aree metropolitane crescono soltanto del 9,1% mentre le aree non metropolitane del 15,4%. Fasset e Nathan negli anni '70 indicarono nuovi metodi per misurare la forza e la debolezza della città basandosi su indicatori quali: abitazioni putrescenti, perdita di popolazione e concentrazione di povertà. Ma la crisi che tocca la città è inesorabile, poiché l'unica soluzione presa in considerazione dalle amministrazioni per evitare il tracollo fiscale di molte realtà urbane statunitensi fu quella di tagliare sulle spese di manutenzione delle infrastrutture, col risultato di aggravare e agevolare il processo di degrado e l'esodo in provincia. Tra il 1965 e il 1980 la percentuale di PIL investito nei lavori pubblici cadde dal 3,6 al 1,7% (5). E’ interessante osservare che questo fenomeno rendeva “minoritarie” (in senso relativo”) le porzioni sociali che praticavano riots nelle metropoli, in quanto schiacciate non solo dalla repressione, ma dal volume sociale delle porzioni che beneficiavano del processo integrativo del capitale, come quella di Minneapolis del 1934, quella dei neri a Chicago nell'aprile 1968 e quella di Watt nei pressi di Los Angeles dell'agosto 1965 e quella più famosa di Los Angeles dell'aprile 1992. Nel 2005, con Land of the dead, gli zombie di Romero si trasferiscono per la prima volta in città. La metropoli è diventata il luogo dove sono più visibili e acuite le differenze economiche e sociali. Si inverte la proporzione tra aree metropolitane e aree non metropolitane. Romero struttura la città facendo eco a Metropolis di Fritz Lang, una Metropolis postmoderna e irrazionale. La città dei ricchi imprenditori e delle loro famiglie vive divisa e fortificata, separata da tutto il resto, con un vero e proprio esercito di difesa. Pare un universo indipendente, tutto si può consumare e vivere dentro questi grattaceli, che ricordano il claustrofobico condominio di Ballard. Il ceto medio impoverito, vive ai margini della roccaforte di grattaceli, per strada, con la continua minaccia di attacchi zombie, onnipresenti. Quello che differenzia definitivamente questa pellicola

Tuttavia dal contesto specifico caraibico la religione vudu e nello specifico la figura dello zombi assume un significato che travalica i meri contorni etnico-religiosi. La cinematografia sugli zombie viene spesso riproposta in periodi di particolare crisi economicosociale, di passaggio storico. I non morti tornano a vivere per rivendicare uno status perduto. Subito dopo la crisi del '29, quando gli Stati Uniti stavano raggiungendo il tasso di disoccupazione più alto della storia, nelle sale esce White Zombie. Nelle locandine il film venne pubblicizzato con la frase: “Unusual time demand unusual pictures”. L'immaginario delle colonie, quello dello schiavismo e della perdita di libertà sbarca tra la gente di un ex colonia. Nel film, una giovane donna americana, appena sposata, viene uccisa per essere resa zombie, a causa delle gelosie di un ricco uomo bianco del posto che si serve dell'aiuto di un altro bianco esperto di vudu – interpretato da Bela Lugosi. Questo a sua volta utilizza le pratiche magiche apprese per creare degli zombie schiavi al suo servizio. La paura di perdere l'anima e di diventare dei burattini, da dominatori a dominati, serpeggia nel paese dalla grande crisi: l'inconscio collettivo rivela la paura di finire schivi. Nel 1966 ne la lunga notte dell'orrore di Gilling viene riproposta il parallelismo schiavozombie. I morti viventi hanno raggiunto l'Europa: le condizioni della filiera della canna da zucchero vengono per la prima volta nella storia del cinema paragonate a quelle dei lavoratori occidentali. La pellicola è ambientata in un villaggio della Cornovaglia alla fine dell'Ottocento dove un proprietario di miniere di stagno, che ha imparato le pratiche magiche ad Haiti, rende zombie delle persone per impiegarle nell'estrazione. Probabilmente il film è una allusione alle condizioni dei lavoratori nelle miniere del Galles, affetti dalla silicosi. Gli zombie che compaiono sul grande schermo sono sempre stati rappresentati in massa, una collettività. Questa caratteristica, oltre all'inettitudine, li differenzia da altri protagonisti delle saghe del terrore come vampiri o mummie che hanno simboleggiato il ritorno di aristocrazie o imperi passati alla storia. Anche gli zombie, ritornati dal passato simboleggiano e rivendicano una condizione di schiavitù. Gli zombie travalicano i confini vivo-morto (rompendo il rapporto spazio -

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dalle altre di genere è il risveglio dei non morti, la fine dell'inettitudine e della passività degli zombie che rivendicano uno spazio per loro. Gli zombie in Land of the dead, sono l'esercito industriale di riserva, le masse de-integrate, che non hanno un posto nella società da cui sono rigettati ma al contempo sono diventati la maggioranza: la terra è invasa dagli zombie. I morti viventi, capitanati da un afro- americano in tuta da benzinaio sembrano risvegliarsi, escono dal torpore e marciano verso i grattaceli, rappresentati come un quarto stato. Gli zombie, sono i nuovi schiavi, non quelli delle piantagioni di Haiti, ma piuttosto i nuovi prodotti dal capitalismo avanzato, il moderno lavoratore collettivo fluttuante nella condizione di occupato non-occupato propria dell’esercito industriale di riserva.

sviluppo stesso della società moderna può crearlo. Quando tale situazione appare, si realizza l’emersione del nuovo di fronte all’impossibilità del vecchio. Quando si generalizzavano nuovi rapporti sociali nella lotta di classe, i prorivoluzionari (indipendentemente dalla loro specifica condizione sociale) si ritrovano all’interno del proletariato, che si costituisce spontaneamente per risolvere i compiti rivoluzionari, nati dalla necessita. Ugualmente, perché ne ha bisogno, il proletariato in quanto classe acquisisce coscienza di sè, cioè la rappresentazione chiara della situazione, dei suoi rapporti con le altre classi e del suo ruolo. A causa della sua situazione nei rapporti di produzione capitalistici, il proletariato, il lavoratore collettivo, è la sola classe portatrice, in quanto classe, della coscienza e passione al comunismo. Tutto il resto non è che ideologia, visione rovesciata della realtà. E’ quindi assurdo contrapporre “azione spontanea” e “azione cosciente”, “spontaneità” e “organizzazione”. Più esattamente tale contrapposizione è la radice di una concezione borghese e reazionaria legata al mito delle rivoluzioni borghesi fondate sul principe di Machiavelli, ecco perché essa sussiste a dispetto della sua vanità filosofica.

Zombi senza cervello, proletari senza coscienza Gli zombi come abbiamo visto vengono per lo più presentati come incapaci di pensare e di attivizzarsi, sono mossi unicamente dalla bramosa ricerca di carne. Per molti versi è quella stessa descrizione che viene fatta dello stesso proletariato, e in base a questa condizione che si giustifica la necessità di una coscienza, di una avanguardia, di una direzione, che reintroduce quella divisione del lavoro che si vorrebbe abolire. In termini storici si è sempre contrapposta la “spontaneità” estremista alla “coscienza” realista. Quando il proletariato entra spontaneamente nella lotta rivoluzionaria, non vuol dire affermare che esso è “partito” senza alcun capo, senza alcuna direzione, “spontaneo” non vuol dire “selvaggio”. Il carattere “selvaggio” della spontaneità non è che una manifestazione, dell’attivizzazione rivoluzionaria del proletariato totalmente determinata dalla situazione che questa classe occupa all’interno dei rapporti sociali fondamentali della società, e da una fase particolare, che, durante un periodo dato, gli fornisce l’occasione di intervenire sulla scena. Il proletariato è il prodotto della situazione che esso occupa nei rapporti sociali (e prima di tutto nei rapporti di produzione), va letto in questo senso il suo continuo sviluppo in lavoratore collettivo, prodotto dallo stesso capitale. Questa situazione fa del proletariato la classe rivoluzionaria, poiché solo l’atto rivoluzionario corrisponde a ciò che esso è. Agire spontaneamente, vuol dire agire in maniera conforme al suo essere. Così, quando il proletariato vota, esso non agisce spontaneamente: questa azione non la compie conformemente al suo essere specifico. Quando un proletario vota, egli non agisce in quanto tale, ma in quanto cittadino, in quanto membro della società politica borghese. Quando il proletariato non è rivoluzionario, esso non esiste, ed i prorivoluzionari non possono fare niente con esso, non possono, interpretando il ruolo di educatori del popolo, creare la situazione storica nella quale il proletariato diviene ciò che esso è, solo lo

Questa opposizione potrebbe avere senso solo se il proletariato fosse “spontaneamente” incosciente, se la coscienza non facesse parte dei suoi attributi. Questa tesi è cara a tutti coloro che credono di poter mantenere inalterati i rapporti sociali dentro ad un processo rivoluzionario, o anche in una semplice lotta. Riproducendo gli stessi meccanismi del movimento del capitale. Nel nuovo movimento, in ogni lotta, il proletariato tende spontaneamente a prendere coscienza di se stesso, dal suo senso “Il partito proletario nasce dal suolo storico della società moderna” (K.Marx). La sua incapacità di svilupparsi è dovuta quindi alla capacità del vecchio di mantenersi e riprodursi, svuotando e polverizzando quei nuovi rapporti sociali prodotti dalla lotta stessa. Il movimento spontaneo del proletariato suppone una lotta senza pietà contro tutto ciò che l’ostacola e, in particolare, un combattimento feroce contro tutte le versioni dell’ideologia. Coloro che oppongono a questo pensiero la litania: se il movimento rivoluzionario è spontaneo e ineluttabile, non vi è che da aspettare, non vi è niente da fare, rivelano a qual punto che essi non hanno effettivamente niente da fare in questo movimento. I pro-rivoluzionari sanno che la lotta, sotto forme diverse, è un prodotto spontaneo del loro essere, poiché non possono liberarsi di questa passione che sottomettendovisi. In questo senso il moderno proletariato, in quanto sempre più lavoratore collettivo e zombizzato,

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(3) Wanga: Amuleto magico usato con scopi egoistici e malevoli, l'arma magica per eccellenza. (4) Hungun: Prete vudu (5) Zelati P., 2008, Il fantastico realistico nel cinema di John Carpenter, Un mondo a parte, Roma (p.99)

dentro ad una società sempre più vecchia ha in potenza la capacità di sviluppare il nuovo, lo zombi quindi come nuovo paradigma del presente, come agente trasformatore di nuovi rapporti sociali e di produzione, poiché impossibilitato dal vecchio a soddisfare i propri bisogni.

Bibligrafia essenziale: Arona D., Pascarella S., Santoro G., L'alba degli zombie. Voci dell'Apocalisse: il cinema di George Romero, Gargoyle, Roma Cagliero R., Ronzon F, 2002 Spettri di Haiti. Dal colonialismo francese all'imperialismo americano, Ombre Corte, Verona Davis W., 1988, Passage of Darkness. The etnobiology of the haitian zombie, The University of North Carolina Press Deren M., 1959, I cavalieri divini del vudu, Il saggiatore, Milano James C.L.R., 1968, I giacobini neri: la prima rivolta contro l'uomo bianco, Feltrinelli, Milano Metraux A., 1971, Il vudu haitiano. Una religione tra legge sanguinaria e realtà etnologica, Einaudi, Torino Revert E., 2001, Stregoni, zombie e vudu: pratiche magiche nella Antille, Mimesis, Milano

Note (1) Loa: L'essere soprannaturale nel vudu. Il termine viene generalmente tradotto con “dio” o “divinità” ma il Loa è piuttosto un genio, un demone o uno spirito. (2) Bokor: Termine derivato dalla parola fon Bokono (prete), generalmente designa l'hungan che pratica la magia nera, ma spesso viene indicato per indicare il sacerdote vudu. Il Bokor è anche un guaritore.

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Lavoro improduttivo e composizione di classe Visconte Grisi*

In un articolo apparso sul numero precedente della rivista (Lavoro improduttivo e crisi del capitalismo), a cui rimandiamo, abbiamo tentato di dimostrare, partendo da un punto di vista eminentemente oggettivo, come l’enorme diffusione del lavoro improduttivo, dal punto di vista del sistema capitalistico, tipico della moderna “società dei servizi”, costituisca “una sottrazione o uno spostamento o un consumo improduttivo della grande massa di plusvalore prodotto a livello mondiale”, e quindi, in ultima analisi, “uno dei fattori, insieme allo sviluppo abnorme del capitale finanziario, dell’attuale crisi strutturale del capitalismo”. Si può discutere all’infinito sul carattere produttivo o improduttivo dei singoli lavori concreti, propri della divisione capitalistica del lavoro, soprattutto in alcuni “settori di confine” come quello dei trasporti e della logistica, ma tale discussione non altera, a mio avviso, l’assunto di fondo sopra descritto. Detto in altri termini si potrebbe anche sostenere che i costi necessari al mantenimento del sistema capitalistico sono diventati così elevati da rappresentare, allo stesso tempo, un freno all’accumulazione del capitale e quindi alla sua riproduzione allargata, contribuendo così al declino del modo di produzione capitalistico. Mi viene in mente, a questo punto, una citazione da P. Baran, secondo cui “il lavoro improduttivo consiste in tutto il lavoro necessario per produrre beni e servizi la cui domanda è attribuibile alle condizioni specifiche e al sistema di relazioni propri del capitalismo e che non esisterebbe in una società più razionalmente organizzata”.(1) Non è molto chiaro cosa Baran intenda per “società più razionalmente organizzata”, ma è evidente dal contesto che egli si riferisce a quelli che, nella sua analisi, definisce gli “sprechi” e le “distorsioni” che si manifestano nel “capitalismo monopolistico”. Ma su questo punto si potrà tornare in seguito. Ora però è necessario riconsiderare il problema del lavoro produttivo e improduttivo, esaminandolo, questa volta, dal punto di vista soggettivo, cioè negli effetti che esso produce sulla divisione sociale del lavoro a livello mondiale e sulla composizione di classe. Per fare ciò è opportuno, a mio avviso, inserire una ipotesi di lettura in un contesto storico determinato. Negli anni 60-70 del secolo scorso l’estensione dei rapporti di produzione capitalistici a quasi tutti i settori della riproduzione sociale determinava un allargamento senza precedenti del lavoro salariato a strati di popolazione fino ad allora solo marginalmente coinvolti nei rapporti sociali capitalistici. Un processo, che allora venne chiamato di salarizzazione o proletarizzazione dei ceti intermedi, che coinvolgeva studenti, tecnici, impiegati, insegnanti, ospedalieri, lavoratori della grande distribuzione ecc., la cui condizione di vita e di lavoro si avvicinava sempre più a quella del tradizionale proletariato di fabbrica, anch’esso del resto in grande crescita in quel periodo, sia numericamente che come influenza sociale. Si può dire quindi che le lotte dei salariati, che presero allora l’avvio, come quella degli ospedalieri, o la famosa parola d’ordine della “alleanza operai-studenti-tecnici” poggiassero su solide basi strutturali e materiali, piuttosto che su basi ideologiche, come qualcuno ha sostenuto.(2)

Intorno alla metà degli anni 70 la situazione cambia rapidamente e radicalmente. L’esplodere della crisi economica capitalistica, che poi si protrarrà fino ai nostri giorni, innesca i processi di ristrutturazione nelle grandi fabbriche, decentramento produttivo, delocalizzazione degli impianti, outsourcing, che portano rapidamente a licenziamenti di massa, riduzione drastica del proletariato di fabbrica e al formarsi di un vasto esercito industriale di riserva, flessibile e precario, che venne allora identificato come “proletariato giovanile” o come un “nuovo soggetto sociale”, individuabile attraverso la pratica di comportamenti antagonistici e di forme di lotta sul territorio, inedite rispetto a quelle del proletariato di fabbrica, che andavano sotto il nome di “illegalità diffusa” o “di massa”. A metà degli anni 70 quindi la questione della “ricomposizione di classe proletaria” si poneva nei termini della risoluzione pratica della contraddizione fra proletariato di fabbrica e proletariato diffuso sul territorio, ben al di là quindi della parodia pcista sulla divisione “garantiti-non garantiti” o sulla “seconda società”. Un tentativo in tal senso può essere considerata la proposta di coordinamento operaio elaborata negli ultimi mesi del 1976 dai Collettivi politici operai (C.P.O. – Rosso) e dal P.C.m.l. (La Voce Operaia) con l’adesione dei Comitati comunisti per il potere operaio (Senza Tregua) e del Comitato Comunista m.l. di unità e lotta. Nella bozza di piattaforma presentata nell’occasione l’elemento fondamentale della crisi economica veniva individuato nella “crisi del lavoro” cioè nell’attacco del ceto economico e politico del capitale teso a “ottenere, sul terreno multinazionale, la più piena disponibilità della forza lavoro, imporre la massima mobilità sullo scacchiere degli investimenti multinazionali, raggiungere con questi mezzi la soglia di un salto generale nell’intensificazione dello sfruttamento a livello mondiale”. Ci sono anche alcuni riferimenti alla “unificazione del mercato finanziario sotto la dittatura del dollaro” e “all’uso terroristico degli strumenti del credito internazionale”. Il coordinamento avrebbe dovuto rilanciare la lotta sul salario (100.000 lire al mese uguali per tutti, rifiuto dei sacrifici), contro il lavoro (35 ore pagate 40, rigidità operaia, assenteismo, non collaborazione), contro il comando (ristrutturazione territoriale e stratificazione della classe operaia, ronde operaie contro il lavoro nero ecc.), contro la repressione delle lotte da parte dello stato. Inoltre estensione della lotta per il salario sociale (salario alle casalinghe, agli studenti, ai disoccupati) e per i servizi sociali intesi come salario indiretto e “risposta ai bisogni essenziali della classe operaia”. Infine viene ribadita l’importanza “della centralità operaia, della direzione operaia, rispetto all’intero tessuto delle lotte metropolitane”.(3) Il tentativo di “fronte operaio contro la ristrutturazione” naturalmente fallisce, anche per le pressioni esercitate dalle tendenze alla lotta armata, ma non è questo il punto. Non c’è dubbio che la classe operaia in quel periodo abbia speso le sue migliori energie nella lotta contro il dispotismo di fabbrica, ottenendo anche dei notevoli successi, come è noto. Non altrettanto si può dire della lotta operaia al di fuori delle mura della fabbrica. La lotta operaia anticapitalistica, del cosiddetto “operaio massa”, si svolge essenzialmente sul terreno

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del salario, estremizzando però la sua portata. Dagli “aumenti salariali uguali per tutti”, espressione del rifiuto della divisione capitalistica del lavoro, al “salario sganciato dalla produttività” come rifiuto dello sfruttamento capitalistico e della sopravvivenza legata al lavoro, al “reddito sociale garantito”, estensione della lotta per il salario alla società e al territorio (casa, servizi, trasporti, scuola, sanità), la lotta operaia usa l’estremizzazione della lotta per il salario, nell’ipotesi che questa alla fine possa far saltare i rapporti sociali capitalistici. Questo porta indubbiamente da una parte ad una accelerazione dei processi di proletarizzazione già in corso e ad una estensione del rapporto di salario a strati vastissimi di lavoratori, ma non intacca minimamente, dall’altra, il carattere di merce dei beni di consumo e dei servizi, vale a dire la “democrazia del mercato”. In effetti comunque si arriva alla fine a quello che gli economisti chiamano “profit squeeze”, vale a dire a una erosione dei profitti tale da mettere in pericolo il processo di accumulazione. Quanto questa erosione dei profitti abbia contato nel successivo manifestarsi della crisi capitalistica saranno appunto gli economisti a dirlo. Sta di fatto che questo continuo rilancio della lotta sul salario, questo ripartire ogni volta dalle condizioni materiali della classe annullava la tradizionale divisione fra lotta economica e lotta politica, fra sindacato e partito. La lotta economica sulle condizioni materiali era a tutti gli effetti lotta politica, garanzia della autonomia della classe dalle rappresentanze, istituzionali e non. Ma all’apparire della crisi capitalistica, della ristrutturazione, del decentramento produttivo, della deindustrializzazione, quello che sembrava un punto di forza della lotta operaia si trasforma improvvisamente in un suo limite. Quando, dall’interno stesso della classe, dagli strati di proletariato giovanile, esplode il rifiuto del lavoro, l’operaio massa stesso si trova spiazzato. La spaccatura è inevitabile. Chi non ricorda il caso dei nuovi assunti alla Fiat nel 78-79? Contrariamente all’operaio professionale, protagonista del precedente ciclo di lotta dell’inizio del Novecento, l’operaio massa non ha un suo progetto di autogestione della produzione e di organizzazione sociale alternativo a quello capitalistico. Di fronte alla crisi non ha alternative : o riaffermare la centralità della fabbrica, in una strenua difesa della sua centralità come soggetto sociale antagonista o scomparire come tale. La riaffermazione della centralità della fabbrica si dimostra effimera, la scomparsa invece molto concreta. Va comunque detto, a questo punto, che la questione del proletariato industriale, delle sue lotte, della sua composizione sia numerica che sociale, deve essere riconsiderata oggi a livello mondiale, ivi compresi i paesi di nuova industrializzazione, mentre una visione ristretta al solo mondo capitalistico occidentale può risultare alla fine fuorviante. Allo stesso tempo il “proletariato giovanile o diffuso”, privato delle sue punte più radicali, rifluiva entro i limiti delle compatibilità capitalistiche, in un processo progressivo e inevitabile, come poi vedremo. Alla metà degli anni 90 il processo era ormai compiuto, tanto da consentirne una lettura empirica in un articolo dell’epoca che si occupava della flessibilità della produzione e del lavoro. (4) Si diceva allora : “ La condizione fondamentale della flessibilità del lavoro è indubbiamente l’abbassamento dei salari reali unito all’aumento della disoccupazione. Senza queste condizioni non si potrebbe realizzare il presupposto fondamentale della flessibilità del lavoro che è la disponibilità da parte della forza lavoro ad accettare

qualsiasi tipo di lavoro. Detto questo però una tale disponibilità può assumere le forme più diverse nei vari settori di lavoro. Presso il settore più stabile dei lavoratori occupati si verifica un adattamento degli orari di lavoro all’andamento della produzione secondo le regole del “just in time”. Ciò significa orari flessibili, parttime, lavoro notturno, lavoro stagionale ecc. Il tutto inquadrato in un generale aumento degli orari di lavoro per i lavoratori impiegati stabilmente, come ha sottolineato P. Basso in un suo recente articolo sugli orari di lavoro. (5) Esiste poi il vasto arcipelago del lavoro precario e saltuario, giovanile e/o dei lavoratori immigrati, ma che va estendendosi a strati di lavoratori che via via si ritrovano senza un lavoro stabile. Qui la flessibilità totale è la regola insieme con i bassi salari e le condizioni dure di lavoro. Tuttavia anche qui possiamo individuare diverse fasce. Nella fascia bassa dei lavori precari troviamo i lavori manuali nei settori più tradizionali : cooperative di trasporto, pulizie, mense e ristorazione, manutenzione ecc. ; ma anche i lavori meno tradizionali come i nuovi servizi alla persona o le attività di organizzazione del tempo libero. Nella fascia medio-alta dei lavori precari troviamo i cosiddetti “lavoratori autonomi di seconda generazione”, le nuove professioni nei settori dei servizi alle imprese, dell’informatica, della finanza. Dice di essi la LUMHI (Libera Università di Milano e dell’Hinterland) costituita recentemente ad opera di personaggi ben noti del tardo operaismo : “Sono i professionisti del settore “servizi alle imprese”, prodotti dai fenomeni di terziarizzazione, di outsourcing, di informatizzazione, di finanziarizzazione, oppure prodotti dallo sviluppo dei nuovi servizi alla persona, delle nuove abitudini di vita, di consumo del tempo libero, di comunicazione… Si illudono di rappresentare la “fascia alta” del mercato del lavoro postfordista, ma le più recenti indagini ci dicono che sono “a rischio di povertà”… L’età aurea del postfordismo è finita e gli eroi yuppies di un tempo si avvicinano sempre più alla “fascia bassa” del mercato del lavoro, alla galassia del “self employment”… Dire che i primi rappresentano la “nuova borghesia” e gli altri il “nuovo proletariato” è una banalità priva di senso. E’ più sensato dire che ambedue rappresentano il fenomeno epocale del “declino del lavoro salariato”.(6) Ma a me sembra più sensato dire che siamo in presenza di una generalizzazione su vasta scala del lavoro precario e super sfruttato solo formalmente e giuridicamente camuffato come lavoro autonomo per scaricare una parte consistente dei costi sul lavoratore stesso. Quello che soprattutto non mi convince in queste teorizzazioni è che si possa parlare già oggi di fatto per questi lavoratori di un superamento del lavoro salariato, o di un declino del rapporto di lavoro salariato rimanendo sempre nell’ambito del sistema capitalistico”. Il tentativo più importante di intervento teorico-pratico e di organizzazione del proletariato giovanile è stato sicuramente quello di alcuni settori dell’Autonomia Operaia e, in particolare dell’area che faceva riferimento alla rivista “Rosso” (1973 - 1979). A questa rivista si deve principalmente l’elaborazione teorica che puntava all’individuazione del nuovo soggetto definito come “operaio sociale”. Le caratteristiche principali di questo nuovo soggetto possono essere, a mio avviso e in estrema sintesi, così delineate : 1) il sapere diffuso proprio dell’intellettualità di massa in parallelo con la crescita dell’incorporazione della scienza e della conoscenza nei processi produttivi e nella cooperazione sociale; 2) il rifiuto del lavoro;

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3) la riappropriazione di reddito al di fuori del rapporto di lavoro salariato; 4) l’espandersi dei bisogni e dei desideri proletari oltre i limiti di sussistenza imposti dalla vendita della forza lavoro, oltre e attraverso il mondo dei consumi borghesi e la stessa controcultura.(7)

A venti anni di distanza converrà forse ritornare sulla questione del “postfordismo” e ritentare una lettura nei termini di una rivoluzione mancata : non dal proletariato certo, ma dal capitale. Il capitale si è dimostrato infatti incapace di allargare e di stabilizzare quello che pomposamente era stato definito un “nuovo paradigma produttivo” forse perché l’affermarsi di un nuovo “paradigma” finiva con l’entrare in contrasto con i limiti strutturali del capitalismo stesso. Come nota Eleonora Fiorani, studiosa milanese di antropologia, “nella situazione attuale i differenti modi di regolazione e accumulazione non si sono sostituiti l’uno con l’altro ; fordismo, post e neofordismo coesistono, come la produzione di massa e quella flessibile, l’economia di scala e le economie di campo di attività : è questa ambivalenza che fa la peculiare logica della globalizzazione”.(9) Ma dove c’è una rivoluzione mancata si insinuano e coesistono forme involutive, o di resistenza, o abbozzi di nuovi cambiamenti. E’ quanto avviene per il tempo di lavoro. La storica battaglia del “movimento operaio” per la riduzione dell’orario di lavoro si è fermata al limite delle mitiche “otto ore”. Dopo di che, da almeno trenta anni a questa parte, la controtendenza all’aumento dell’orario di lavoro in tutti i settori è stata la regola, come ha ben dimostrato P. Basso nel suo lavoro prima citato. Una simile tendenza si può rilevare “in un modo tutto particolare proprio in quel mondo dei servizi raffigurato a destra e a manca come l’Eldorado postmoderno del lavoro leggero, pulito, relativamente breve, gratificante”. Ricordo ancora una vignetta in copertina di una copia dell’ Espresso dei primi anni ottanta in cui si vedeva uno yuppie dell’epoca, debitamente incravattato, che esclamava : “Ho appena aperto una agenzia immobiliare, sempre meglio che lavorare, no ?”. Negli anni 80 la gestione capitalistica della crisi arriva ad usare i comportamenti soggettivi individuali contro il lavoro per distorcerli ai propri fini. Il rifiuto del lavoro diviene inevitabilmente rifiuto del lavoro operaio e, come tale, corre parallelo ai processi di deindustrializzazione, di decentramento produttivo, di “terziarizzazione” della società, ne diviene prodotto e, allo stesso tempo, acceleratore, si converte in una generale espansione del lavoro improduttivo. Il dispiegarsi della crisi capitalistica compie il resto dell’opera in un mercato della forza lavoro ormai divenuto mondiale. Ritorna di moda il plusvalore assoluto.(10) Passata l’epoca delle autoriduzioni e degli “espropri proletari” una parte dell’ingente debito pubblico di quegli anni viene utilizzata per finanziare una serie di ammortizzatori sociali necessari per tenere a bada le esigenze di reddito della massa dei licenziati e cassintegrati, del nascente precariato, degli assunti nel pubblico impiego ecc. Come pure può avere funzionato da ammortizzatore il costante aumento del credito al consumo a interessi via via decrescenti per compensare il calo progressivo dei salari reali. Ma i debiti alla fine vanno comunque pagati come la vicenda dei “mutui subprime” insegna. Si ritorna quindi alla questione dei consumi proletari. Non è facile rintracciare in Marx una compiuta teoria dei bisogni. Dal complesso della sua analisi si può comunque evincere che i bisogni sono socialmente determinati, per cui, nel nostro tempo, essi sono definiti dal modo di produzione capitalistico. Questo concetto è concretamente sviluppato nei Grundrisse : “La produzione del plusvalore relativo, derivante dalla crescita delle forze produttive, richiede la creazione di nuovi consumi ; momento centrale della circolazione, la sfera dei consumi deve crescere insieme alla sfera della

Il “riflusso entro i limiti delle compatibilità capitalistiche” si esercita su ognuna di queste insorgenze in maniera puntuale e sistematica. Nel lavoro su “Rosso” prima citato gli autori si interrogano sul perché della “imperfezione” di una ipotesi altrimenti dirompente. “Una certa immaturità dei soggetti sociali? Il mancato risolversi della transizione capitalistica verso un paradigma definitivamente caratterizzato dalla sussunzione reale?”. Quanto all’immaturità dei soggetti sociali si può senz’altro convenire che la base sociale dell’autonomia operaia era ancora troppo fragile. La crisi non aveva ancora macinato abbastanza, o meglio era solo all’inizio. La “sussunzione reale” del nuovo soggetto avrebbe comportato una serie di trasformazioni pur all’interno del modo di produzione capitalistico che, per dirla più chiaramente, potevano essere : la realizzazione della fabbrica automatica, un salto tecnologico generalizzato che avrebbe dovuto comportare un rivoluzionamento del modo di produrre e di vivere. Ma così non è stato. Per fare un esempio vicino a noi la Zanussi, nota industria di elettrodomestici di Pordenone, l’aveva già progettata nei primi anni 80. Ma nel 2005 apparve sulla stampa quotidiana, senza troppo clamore, una notizia emblematica : la Zanussi aveva definitivamente rinunciato al suo progetto di fabbrica automatica. L’automazione completa della fabbrica era ritenuta più costosa e, tutto sommato, meno “flessibile” dell’uso della manodopera. E’ noto infatti che l’introduzione di nuove tecnologie nella produzione incontra nel capitalismo un limite di fondo. Infatti la difficoltà di valorizzare adeguatamente la massa sempre crescente del capitale fisso è l’elemento che, in ultima analisi, porta alla crisi dell’accumulazione.(8) Anche l’introduzione della microelettronica e dell’informatica nel processo produttivo non ha per niente ridotto il prezzo del capitale fisso, anzi molte rilevazioni statistiche tendono invece a provare che l’introduzione della microelettronica nel processo produttivo, dopo il primo e fugace entusiasmo, è stata molto meno massiccia di quanto ci si poteva aspettare e segna comunque il passo. Ci troviamo quindi di fronte a un forte rallentamento della crescita della produttività, dovuto alle evidenti difficoltà in cui si dibatte l’accumulazione. La microelettronica ha avuto la più grande diffusione nel campo della comunicazione, dell’informazione, della raccolta e trasmissione dati, nel campo amministrativo, finanziario e del controllo sociale, nei servizi alle imprese e alla pubblica amministrazione, tutti campi in cui si sono riversati i “lavoratori autonomi di seconda generazione” la cui “sussunzione”, detta in termini marxiani, è stata solo “formale”, cioè limitata all’acquisto di prodotti del “lavoro immateriale”. D’altra parte però il lavoro mentale ha subito, in larga parte, lo stesso processo già toccato al lavoro manuale, vale a dire l’incorporamento del lavoro vivo nel lavoro morto, cioè nel macchinario, impersonificato in questo caso dal microprocessore. Tuttavia, pur nell’aumento relativo del lavoro immateriale, la divisione fra lavoro manuale e intellettuale rimane comunque fondante del modo di produzione capitalistico, anche se andrebbe ovviamente attualizzata.

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produzione. Conseguentemente a) i consumi esistenti devono essere espansi, b) i bisogni vengono ampliati coinvolgendo nuovi strati di popolazione e c) vengono creati nuovi bisogni e nuovi valori d’uso vengono scoperti e prodotti”.(11) Per quanto la gran parte di questo scritto sia inserita nel contesto della “missione civilizzatrice” del capitalismo e non implichi, di per sé, una critica dei bisogni così creati, si può pensare che Marx tenesse contemporaneamente in considerazione i due contraddittori aspetti della realtà che analizzava, vale a dire il ruolo positivo del capitalismo, che crea uno sviluppo dei bisogni umani, e il suo ruolo negativo che distorce e mercifica questi bisogni. Comunque l’espandersi dei bisogni e dei desideri proletari, cui prima si accennava, potrebbe alla fine rimettere in discussione il confine fra consumi di massa e consumi che oggi vengono considerati “di lusso”. A questo proposito mi vengono in mente dei versi del poeta futurista russo Majakovskij che dicono :

dei media occidentali a causa della contemporanea uscita nei centri commerciali dell’iPhone5 della Apple, che viene prodotto in quella fabbrica, a costi naturalmente molto bassi. Un giornalista intraprendente ha quantificato i costi di produzione di questo oggetto dei desideri in 150 euro. Il prezzo al pubblico è di circa 600(12). Forse è arrivato il momento di pensare e di praticare una nuova forma di internazionalismo proletario.

Note *Redazione di Connessioni 1) P. Baran : The political economy of growth – Londra 1957 2) Per una trattazione sistematica relativa al periodo in questione vedi : O’ Connor, Gough, Colliot-Thélène – Lavoro produttivo, lavoro improduttivo e classi sociali – Savelli Editori 1980. Nel suo contributo O’ Connor individua i ruoli sociali ricoperti dai lavoratori dei servizi (medico-paziente, hostesspasseggeri, operatore sociale-assistiti ecc.) come possibile oggettivazione dei rapporti sociali capitalistici “nella forma della vita soggettiva di un’altra persona”. Il tema dei ruoli sociali, tanto caro al Sessantotto e alla sua critica radicale, rimane comunque in bilico fra struttura e sovrastruttura. 3) La bozza di piattaforma è reperibile in : La Voce Operaia – n. 297 – Dicembre 1976. 4) Visconte Grisi : I mille volti della flessibilità in “Sindacalismo di Base” n. 5 – Settembre 1997. 5) P. Basso –Tempi moderni, orari antichi. Il tempo di lavoro a fine secolo – Angeli, Milano 1998. 6) L. U. M. Hi. : Note informative, seminari e convegni – settembre 1996. 7) Tommaso De Lorenzis, Valerio Guizzardi, Massimiliano Mita : Rosso. Avete pagato caro non avete pagato tutto – Derive Approdi – 2008. 8) Benjamin Coriat in “Science, technique et capital”, Editions du Seuil, 1976, sostiene che “tutte le volte che una macchina permette di economizzare lavoro vivo – ed è, questa, la condizione per la sua incorporazione – nello stesso movimento essa riduce la base del lavoro vivo sulla quale prelevare il plusvalore. A causa di questa contraddizione tutto accade come se la “spinta a innovare”, per ciò che riguarda la trasformazione del processo di produzione, diminuisse e tendesse ad annullarsi mano a mano che si giunge ad un certo livello di sviluppo della forza produttiva della macchina. A questo livello, i guadagni sperati di produttività si realizzano ad un tal costo che non giustificano più il sovrappiù di investimenti”. 9) E. Fiorani – La nuova condizione di vita. Lavoro, corpo, territorio. – Lupetti, Milano 2003. 10) Su questo argomento cfr. anche Collegamenti Wobbly n. 11 nuova serie – Gennaio-Giugno 2007 : Il rifiuto del lavoro dal 77 a oggi di V. Grisi. 11) K. Marx : Grundrisse – Rohentwurf – Berlino 1953. Marx rivela qui una straordinaria modernità, se pensiamo a tutto il lavoro improduttivo che viene consumato nei call center, nella pubblicità, nel marketing ecc. 12) Uwe Buse – Anatomia di un iPhone – in D supplemento di “Repubblica” – Settembre 2012.

“per l’orda sfrenata dei miei desideri non basta l’oro di tutte le Californie” Trarre delle conclusioni da queste prime considerazioni sparse sulla composizione di classe non è facile. Quanto meno sarebbe necessario un ulteriore approfondimento di analisi e di inchiesta. In termini molto generali possiamo dire che, nella condizione attuale di crisi strutturale del capitalismo, il movimento di deintegrazione dei lavoratori prevale su quello di integrazione, ma che quest’ultimo riguarda comunque, almeno nel mondo occidentale, strati corposi di lavoro improduttivo legato alla circolazione del capitale finanziario, commerciale ecc. , alle attività di controllo e di repressione, alla difesa della proprietà privata, alla società dello spettacolo. E che una ridefinizione di un percorso di ricomposizione di classe non può essere pensato e praticato che a livello mondiale. Bastino, per adesso, alcuni esempi per rendere l’idea. Novembre 2005 : la rivolta del proletariato metropolitano, precario e dequalificato, infiamma le banlieues parigine. Marzo 2006 : l’opposizione degli studenti al CPE, a difesa di alcune garanzie, assume toni di scontro violento e si generalizza a tal punto da costringere il governo francese a ritirare il provvedimento. Fra i due movimenti non si instaura alcun collegamento evidente, anzi si registrano alcuni episodi di tensione fra le due componenti. Nel corso del 2011 le masse subordinate della Tunisia e dell’Egitto, qualificabili probabilmente come proletariato di riserva, inscenano una rivolta dagli esiti comunque tuttora imprevedibili. Nel settembre di quest’anno gli operai della Foxconn di Shenzhen si ribellano contro i bassi salari e le condizioni di lavoro disumane. La lotta, una delle mille che avvengono in Cina quotidianamente, buca fortuitamente lo schermo

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Cooperative Una via lenta ma inesorabile verso il capitalismo Le lotte dei lavoratori delle cooperative strappano un sipario fatto di affarismo e sfruttamento inscritto nell’atto di nascita delle coop Dino Erba

Le recenti lotte dei lavoratori delle cooperative del settore logistico hanno posto in primo piano il ruolo svolto dalle cooperative nella gestione dello sfruttamento operaio, con modalità che non hanno nulla da invidiare alle peggiori forme di caporalato. Un ruolo talmente sfacciato che ha suscitato sconcerto in chi ha nutrito (e nutre) illusioni in merito all’organizzazione cooperativistica. Ora è bene precisare che la degenerazione cui assistiamo non è un fatto recente, ma è inscritta nello stesso atto di nascita delle cooperative. La cooperativa non è altro che una via una più lunga verso il capitalismo. Una via più lunga, ma inesorabile, che via via acquisisce tutte le peculiarità dell’impresa capitalistica, in termini di sfruttamento, oppressione e comando. La sua evoluzione presenta molti e complessi aspetti, che cercherò di percorrere nei loro tratti fondamentali. Parlerò soprattutto delle cooperative «rosse» (Lega delle Cooperative, la Confindustria «rossa»), precisando che le differenze tra coop «rosse», «bianche» (cattoliche, Confcooperative) e «verdi» (inizialmente repubblicane, AGCI) hanno un’origine squisitamente politica, maturata nel dopoguerra, nel clima della guerra fredda. Nel corso degli anni, le differenze sono andate scemando quanto più andavano prevalendo le motivazioni imprenditoriali, a scapito dei valori costitutivi delle coop. E così, all’inizio del 2011, le tre centrali hanno varato un progetto di unificazione, dando vita al Coordinamento nazionale. Oggi, le tre centrali rappresentano il 90% della realtà italiana nel comparto cooperative, dove la Legacoop fa la parte del leone, con circa il 35% delle coop associate, il 45% del fatturato aggregato, il 70% dei soci e il 44% degli occupati.

alimentari (tra cui l’attuale SOGEMI, all’Ortomercato di Milano), nonché le molteplici attività legate all’edilizia, dalle abitazioni alle strade. Le coop si diffusero rapidamente nelle campagne e nelle città, e presto furono affiancate da istituti di credito di tipo cooperativistico, formando una vasta rete in cui si fece di necessità virtù. Ovvero, accanto agli originari compiti solidaristici, germogliarono e si resero autonomi gli interessi di un ceto amministrativo-burocratico, che fece delle coop la propria ragione di esistenza; di pari passo, in seno al Partito socialista e alla CGL, questo ceto divenne lo zoccolo duro del riformismo (1). In poche parole, era esso che teneva i cordoni della borsa. Ed inoltre, per «deformazione professionale», era incline a stringere rapporti con ambienti imprenditoriali borghesi, con i quali si confrontava. All’inizio del Novecento, le cooperative raggiunsero un considerevole peso economico, con importanti riflessi politici. Dal 1902 al 1914, le cooperative censite dalla Lega nazionale passarono da poco più di 2mila a oltre 7mila; anche gli iscritti, ormai intorno al milione e mezzo, si erano triplicati. Nel 1911, al congresso del suo venticinquesimo anniversario, la Lega vide la partecipazione ufficiale di Francesco Saverio Nitti, ministro dell’Agricoltura, Industria e Commercio, di Vittorio Emanuele Orlando, ministro della Giustizia e del sindaco di Roma Ernesto Nathan. Lo sviluppo del movimento cooperativo provocò inevitabili contrasti con i piccoli produttori agricoli e i piccoli commercianti, di cui si fece porta voce il fascismo che prima distrusse fisicamente le coop e poi, una volta al potere, sciolse quelle sopravvissute, ingabbiandole nell’ente nazionale fascista della Cooperazione. Dopo la guerra, le coop risorsero più forti di prima, trovando cittadinanza nella Costituzione (art. 45). La Lega delle Cooperative si rivelò un piatto ricco; subito, il Partito comunista italiano (2) (poi il Partito democratico e Rifondazione comunista) assunse una posizione preminente e, emarginando socialisti e repubblicani, ne fece la propria base economica, nonché fonte di finanziamento. A questo fine, instaurò un sistema di rapporti con la Lega che si ispirava più alla «cinghia di trasmissione», che a un esercizio di tutela e promozione. Compito che comunque il PCI promosse, facendo sì che l’organizzazione cooperativistica assumesse una fondamentale funzione di mutuo soccorso a sostegno di molti strati proletari, nelle città e soprattutto nelle campagne, nei difficili anni della ricostruzione. Assicurando peraltro la pace sociale. All’inizio del 1947 si contavano da 18mila a 20mila cooperative, con un numero di soci compreso tra i quattro milioni e mezzo e i cinque milioni. Con queste premesse, le coop si avviavano a diventare un pilastro nella struttura del capitalismo italiano, cui oggi contribuiscono con la rete di cooperative di consumo Coop (fatturato 13miliardi di euro e più di 56mila dipendenti, assai superiori a quelli dell’Esselunga di

La breve stagione dell’autogestione Le cooperative nascono nella seconda metà dell’Ottocento in seno al movimento operaio, che si stava organizzando in società di mutuo soccorso, sindacati e partiti. Le iniziali piccole dimensioni delle coop dettero spazio a forme di autogestione, favorite dalla presenza di ex artigiani e di operai di mestiere, le cui competenze professionali erano superiori a quelle della maggior parte dei proletari che in quegli anni entravano in fabbrica. L’autogestione creò l’illusione di poter dar vita a forme di produzione associata, la cui estensione avrebbe potuto sostituire il modo di produzione capitalistico. In realtà, le coop mitigano ma non eliminano lo sfruttamento capitalistico, con cui, anzi, non possono fare a meno di confrontarsi, anche se il confronto non appare subito in tutta la sua pregnanza. Inizialmente, la concorrenza con l’impresa capitalistica venne in parte elusa, grazie al rapporto preferenziale con le amministrazioni «rosse» che, direttamente o indirettamente, affidavano alle coop una serie di servizi, connessi ai trasporti urbani, alla distribuzione del gas e dell’elettricità, alla commercializzazione di generi

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Caprotti, con 6,300 miliardi di fatturato e 19.322 dipendenti), la finanziaria FINSOE che, tra l’altro, è azionista di maggioranza del gruppo assicurativo UNIPOL; quest’ultimo, con l’acquisizione di FondiariaSai, è diventato il secondo gruppo assicurativo italiano (primo nel ramo danni). Dai dati ufficiali del 2009, elaborati dal Centro Studi Legacoop, le coop aderenti alla Lega sono oltre 15mila, con otto milioni e mezzo di soci, e raggiungono un fatturato aggregato attorno ai 56 miliardi di euro (quarto posto a livello nazionale, dopo Assicurazioni Generali, ENI ed ENEL) e occupano circa 485mila lavoratori. Con questa cifra sono la prima impresa italiana, di gran lunga davanti a Uni Credit, che ne occupa 165mila. Ma questi dati sono soggetti a lievitare, dopo l’acquisizione da parte di UNIPOL di FONSAI. Le coop («rosse» o «bianche») costituiscono una rete di imprese, in grado di gestire strategie complesse – non ultima la pressioni sul potere politico – e di integrare tutte le varie fasi di un progetto produttivo o commerciale, a partire dal suo finanziamento e dalla gestione della forza lavoro. E qui è bene fare le prime riflessioni.

mascherata, e che oggi è generalmente abolita con la corresponsione al socio del salario sindacale. Alla faccia del principio statutario «dell’uguaglianza di trattamento», le retribuzioni sono assai diversificate; i dirigenti partecipano sotto svariate formule alla suddivisione degli utili, una volta stabilita la quota da destinare agli investimenti. Come in qualunque impresa privata. Sussiste infine la divisione tra lavoratore-socio e lavoratore dipendente, la cui tutela è del tutto aleatoria, e non da oggi: ritmi e flessibilità sono stabiliti dai capi, mentre i livelli salariali sono inferiori a quelli medi contrattuali. Tutto ciò ha contribuito a costituire una gestione della forza lavoro che spesso assicura vantaggi superiori rispetto a quelli ottenibili nel settore privato. Dal mutuo soccorso allo sfruttamento selvaggio Il salto di qualità non avvenne senza ripercussioni, tanto è vero che nell’estate del 1993 – sull’onda di Mani pulite – la Direzione nazionale della Lega delle cooperative dovette salvare la faccia, adottando – oltre al bilancio sociale – la Carta dei valori, contenente i valori guida; a Carta comprende dodici articoli, un glossario, nonché il Codice Etico, un «Codice Quadro» con la funzione di schema di riferimento, che indica alcuni principi di comportamento e di relazione validi per tutte le cooperative. Punto delicato e dolente, il Codice Quadro è un documento farraginoso di 84 articoli, che venne ratificato solo nel 2005, la cui applicazione resta comunque affidata alla discrezione delle singole coop associate (4). Forti di una struttura organizzativa articolata e flessibile (per certi aspetti più competitiva di quella privata) e di una presenza ramificata nelle più diverse attività, le coop poterono gettarsi nel grande business della gestione della forza lavoro, trovando un proficuo campo d’intervento in un settore in forte sviluppo, la logistica (un giro d’affari pari al 14% del Pil), che ha avuto un forte impulso dal proliferare dei grandi centri commerciali, che costellano le periferie delle città italiane. Nella logistica è fondamentale la flessibilità del lavoro, per rispondere alle esigenze della produzione just in time e alle esigenze di un mercato sempre più dinamico e imprevedibile, per il variare delle mode e delle stagioni. Ma non solo, con una competitività crescente, anche il costo della forza lavoro è strategico. Ed ecco farsi avanti le cooperative di inserimento al lavoro di soggetti svantaggiati, categoria che dagli iniziali invalidi si è via via estesa a un numero crescente di altri soggetti, includendo i giovani e gli immigrati (questi ultimi equiparati ad alcolisti e carcerati) (5). Di pari passo, i flussi migratori hanno fornito una forza lavoro numerosa e docile. Ma fino a un certo punto. La crisi ha accentuato la flessibilità, con turni e orari sempre più stressanti, e ha compresso i salari. I moderni capi-ciurma, i funzionari delle coop, non hanno esitato ha imporre quanto i padroni, ovvero i committenti, chiedono loro, in barba ai già miserabili accordi sindacali. Sono in gioco le commissioni, o meglio le tangenti, per questa sporca attività, che spesso vede compartecipi i funzionari sindacali. E non hanno paura di giocare sporco, perché sanno di avere a disposizione una forza lavoro in esubero, priva della benché minima tutela sindacale, divisa da differenze etniche, linguistiche e religiose. Nonostante sia sottoposta a mille ricatti, anche la pazienza dei lavoratori immigrati ha un limite. E così si è rotta la pace sociale assicurata dalle cooperative.

Profitto: logica e organizzazione d’impresa L’evoluzione delle coop fece un fondamentale salto di qualità alla fine degli anni Ottanta; un momento importante fu il XXXII Congresso della Lega (nel 1987). In quegli anni, la formula cooperativa si stava diffondendo e imponendo in nuovi settori, dai servizi alla persona al terziario avanzato, dal settore manifatturiero al turismo, alla cultura, all’industria del tempo libero, della qualità della vita e dell’ambiente. Queste attività ebbero impulso dall’ondata liberista che, con le privatizzazioni, vide molti enti locali (in prima fila i Comuni «rossi») dare il via all’outsourcing, appaltando alle coop servizi prima svolti direttamente. Presero piede le cooperative sociali che svolgono attività di erogazione di servizi socio-assistenziali e sanitari, nonché attività di inserimento al lavoro di soggetti svantaggiati. Queste ultime avranno un grande futuro, grazie anche alla Legge Biagi (Legge 30/2003), che ha favorito la proliferazione delle agenzie di lavoro interinale, ovvero del lavoro precario in appalto. Affiancando la Bossi-Fini (Legge 189/2002), che dava mano libera allo sfruttamento degli immigrati. Tutte le iniziative «innovative» varate alla fine degli anni Ottanta, furono incoraggiate e sostenute da molti dirigenti del PCI, e non solo dai miglioristi di Giorgio Napolitano, ma anche il «leninista» Armando Cossutta fece la sua parte. Ovviamente, le imprese private furono ben liete di seguirne subito l’esempio, tra le prime la Fininvest di Silvio Berlusconi, che con le coop aveva da tempo un rapporto privilegiato(3). Nelle coop oltre le dimensioni, sono via via mutate molte altre cose, a partire dai rapporti con i socilavoratori, dove, dell’originaria autogestione, non c’è più neppure il ricordo. In seno alle coop, come in qualunque altra impresa capitalistica, si è formata una gerarchia professionale, composta da manager, tecnici, capi e capetti, che in base a criteri di reddittività stabiliscono tempi e metodi di lavoro. Il lavoratore è socio solo formalmente, in realtà ha poca, se non nessuna, voce in capitolo, in quanto prevale da tempo la delega, e le decisioni sono prese da un ristretto e accentrato gruppo dirigente, che tende ad autoriprodursi. Restava la mitica distribuzione degli utili, che in realtà era un’integrazione salariale

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Per definire uno sfruttamento del lavoro spinto al limite estremo si parla genericamente di schiavismo, quasi fosse la peggiore delle brutture. Nonostante l’aberrazione dei rapporti sociali che determina, il padrone dello schiavo tutela il proprio bene in quanto sua proprietà privata, ha cioè tutto l'interesse a conservarlo in buono stato perché, così facendo, conserva la possibilità stessa di trarne profitto. Il lavoro salariato, invece, assume in talune situazioni connotati ben peggiori: per il padrone del lavoro l’operaio non è un bene assoluto, sia pure alienabile, ma un pezzo intercambiabile, un pezzo che, qualora non servisse più, può buttare nella discarica della sua sorte e sostituire all'occorrenza nei tempi e nei luoghi congeniali alla produzione e al profitto. Questo suo diritto è ampiamente tutelato dal codice civile e dall'attuale normativa sancita dal Pacchetto sicurezza e dalla Bossi-Fini, ed è ulteriormente favorito da una martellante campagna istituzionale razzista e di costante criminalizzazione delle lotte più radicali. La lotta auto-organizzata paga. Uniti si vince!, SI Cobas, gennaio 2010 Si rompe la pax cooperativa

aziende committenti (per es. all’Ortomercato di Milano che è gestito dalla Sogemi, azienda comunale). Sovente, le coop nascono con prestanomi che, a volte sono la longa manus di organizzazioni criminali, che aprono e chiudono le coop con grande disinvoltura, fregando i lavoratori e il fisco.

A Milano e provincia le cooperative impegnate nel settore della logistica sono circa 3.500 e occupano da 70 a 80mila lavoratori, in gran parte immigrati; in molte coop si pratica il lavoro nero, che è tollerato anche dalle Cosa nasconde la logistica lombarda

Nel febbraio 2010, la dura lotta alla GLS di Cerro al Lambro (Lodi) sostenuta dallo Slai-Cobas, ha messo in luce molte porcherie. Per prima cosa, si è visto che in queste lotte erano assenti, se non avversi, i tre sindacati confederali: CGIL, CISL, UIL. E presto si è capito perché fossero assenti. - La gestione dei lavoratori è affidata a cooperative, dove i soci-lavoratori hanno tutti i doveri e nessun diritto. In poche parole devono solo obbedire ai soci-caporali. - Le cooperative sono organizzate e dirette da molti ex sindacalisti, ben ammanicati con il «mondo del lavoro», ovvero con le Camere del Lavoro, gli Ispettorati del Lavoro e le Asl. Dopo che le lotte hanno messo a nudo queste connivenze, qualche cosa è andata storta e, finalmente, qualcuno è stato preso con le mani nel sacco. Si è scoperto che l’amministratore delegato della Morgan Facility Management SpA, Morgan Fumagalli, aveva a libro paga Alfonso Filosa, ex direttore dell’Ufficio Provinciale del Lavoro di Piacenza, nonché il segretario provinciale della Cisl, Gianni Salerno, e un altro sindacalista Cisl, Giorgio Cantarelli. Costoro, in cambio di un pugno di euro, garantivano un comportamento «morbido», in caso di ispezioni nelle aziende di logistica, presso le quali Morgan Facility Management prestava servizi di pulizia, di facchinaggio o di «prestazione» di manodopera [«La Cronaca», edizione di Piacenza, 10 marzo 2010, pp. 6 e 7]. […] Il fatturato, «sorprendentemente», è compreso tra i 5 e i 13 milioni di euro. Una bella cifra, per un’impresa che conta meno di dieci dipendenti! Per farla breve, la Morgan Facility Management SpA subappalta i lavori a cooperative compiacenti. Solo nel Piacentino, è stato stimato un giro di affari annuo attorno ai due milioni di euro. Cifra raggiunta grazie al supersfruttamento dei lavoratori, condito con l’evasione fiscale e previdenziale (Inps e Inail), assicurata da un sistema di «scatole cinesi», chiudendo le vecchie cooperative e aprendone di nuove, secondo le necessità. D. E., Ai lavoratori le botte, ai caporali le mazzette. Dietro logistica lombarda, un giro di sporchi affari. Una storia che nasce dallo sfruttamento degli operai e finisce con le speculazioni finanziarie, marzo 2010.

Contro una situazione ormai dilagante di sfruttamento e oppressione, i primi passi sono avvenuti all’inizio del 2008, in Lombardia, quando un gruppo di lavoratori immigrati delle cooperative di facchinaggio impegnate alla DHL di Corteolona (Pavia) e al centro logistico Bennet di Origgio (Varese) cercò un punto di riferimento sindacale, per poter tutelare i propri diritti. Bussarono alle porte dei sindacati confederali e di quelli di base, senza però trovare risposte soddisfacenti. Alla fine giunsero allo Slai-Cobas, un piccolo e combattivo sindacato, ed ebbero pieno riscontro. Senza troppe chiacchiere, furono organizzati scioperi, che ebbero l’appoggio del Comitato antirazzista milanese, del Centro Sociale Autogestito Vittoria di Milano e di altri organismi presenti nelle località interessate dalle agitazioni. Subito i capei e capetti delle coop hanno cercato di stroncare i Cobas, con prepotenze, provvedimenti disciplinari, fino al licenziamento.

E così, la lotta si è rivelata subito molto dura; è proseguita per cinque mesi con scioperi, presidi e picchetti, che hanno visto momenti di forte tensione, con provocazioni e scontri, sotto gli occhi (e i manganelli) di massicci schieramenti di polizia e carabinieri. Con contorno di denunce. Ma tutti hanno tenuto duro e alla fine si sono visti i primi risultati: le ritorsioni sono state ritirate e le rivendicazioni sono state accettate. Da allora l’esempio ha fatto scuola; scioperi e agitazioni si sono diffuse in altre coop e in altre località: nel Comasco: Turate e Olgiate; a Milano e provincia: Lachiarella, Pieve Emanuele, Agrate, Settala, Brembio, Trezzano, Pioltello, Basiano; nel Pavese: Corteolona; nel Piacentino: Cortemaggiore; nel lodigiano: Cerro al Lambro, Brembio e Massalengo; Cremona: Soresina. Hanno interessato i centri logistici di importanti realtà della grande distribuzione organizzata, come Billa (ex

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Standa, Lachiarella), Esselunga (polo logistico di Pioltello), Carrefour (Massalengo e Soresina), Gigante (Basiano), nonché l’Ortomercato di Milano, la multinazionale della logistica Fiege Borruso di Brembio, la TNT e la GLS di Piacenza. Protagonisti sono sempre i lavoratori immigrati. Controparte sono sempre le cooperative.

attiva e solidale di lavoratori di altre località e di altre cooperative. Ai presidi, ci sono stati momenti di forte aggregazione, in cui si sono condivise esperienze di lotta ma anche di vita. Sono sorte amicizie. In queste circostanze, il concetto di internazionalismo proletario ha acquistato sostanza, uscendo dai limiti di una mera dichiarazione di principio, che lascia il tempo che trova.Ma non c’è rosa senza spine. Il grande impegno profuso dallo Slai Cobas provocò critiche da parte di chi, nel sindacato, restava ancorato a vecchie concezioni corporative, pur di fronte a una crisi che sta spazzando via prerogative che fino a ieri sembravano acquisite. Non per nulla, furono i componenti sindacali cristallizzati su lotte operaie senza futuro – se non cadere in soluzioni di tipo politico-clientelare (come all’Alfa di Arese e alla Fiat di Pomigliano d’Arco) – a provocare la scissione, da cui è nato il SI Cobas (aprile 2010), che ha mantenuto e sviluppato le iniziative avviate sul fronte delle lotte degli immigrati. All’attività del SI Cobas si è affiancata quella del Sin Base, organizzazione sindacale presente a Genova.

Autorganizzazione: prendere in mano il nostro futuro Tutte le iniziative si sono basate sul principio dell’autorganizzazione, in cui sono i lavoratori a prendere le decisioni, senza delegare a nessuno. Un importante risultato è stato il superamento della divisione che solitamente mette in concorrenza lavoratori provenienti da diversi Paesi, nel nostro caso dallo SriLanka, dal Nord Africa, dall’Albania, dall’America Latina, dalle Filippine, dal Pakistan e dal Bangladesh, con la presenza di alcuni (pochi) italiani. In molte occasioni, le lotte hanno visto la partecipazione

E allora, che fare? Riportiamo una dichiarazione di Fabio Zerbini, SI Cobas Milano Si commetterebbe un grave errore se si pensasse che questo percorso di lotte sia derivato dalla coscienza (preesistente, oppure indotta dall’esterno) dei diretti protagonisti. È vero piuttosto il contrario e cioè che queste manifestazioni ancora incompiute di coscienza operaia, derivano da passaggi pratici decisi collettivamente all’interno del presidio permanente e, più in particolare, maturati nelle mille discussioni nella struttura che i licenziati si sono dati: regole per mantenere i turni di presidio, costruzione di una campagna per una cassa di resistenza legata al mantenimento della lotta, sviluppo delle relazioni con altre forze politiche, partecipazione coordinata ai picchetti davanti ad altri magazzini… tutto questo è stato permanentemente discusso e definito all’interno del Cobas-Esselunga, garantendo così che una semplice vertenza sindacale, dai contenuti assai simili a tante altre fabbriche della logistica, potesse trasformarsi in una vera e propria spina nel fianco dell’intero sistema cooperativistico e di tutti gli organismi politici e sindacali (dalla giunta di centro sinistra di Pioltello ai burocrati di Cgil-Cisl-Uil) complici di tale sistema. Quello che era un intento primordiale, discusso decine di volte nelle riunioni preparatorie negli scorsi mesi, si è fatto realtà nel corso dello scontro. Un processo fondamentale che vede centinaia di operai di altre cooperative presentarsi agli appuntamenti convocati davanti ai cancelli dell’Esselunga di Pioltello, così come vede gli operai di Esselunga girovagare per i siti della logistica di mezzo Nord-Italia per dare sostegno alle varie vertenze che si stanno producendo senza soluzione di continuità. Le ultimissime vicende della GLS di Piacenza, della SDA di Carpiano e soprattutto del Gigante di Basiano sono lì a dimostrare che non si sta parlando di una possibilità, né tantomeno di una speranza, ma di una realtà. Operai che sfidano le leggi di gravità del sistema non per disperazione, né per illusioni seminate attraverso promesse strumentali di questo o quel ceto politico; ma piuttosto per una convinzione che va maturando nel processo di accumulo di esperienza viva, che è la risultante più profonda dei rapporti di forza tra le classi, nella loro espressione oggettiva. Non si spiegherebbe altrimenti perché gli operai dell’Alma di Basiano debbano giocarsi la loro busta paga di 1500€ per solidarizzare con i loro colleghi di Bergamasca, che lavorano nel capannone adiacente e che ne guadagnano la metà, subendo un licenziamento di massa, costringendo il governo di unità nazionale Pdl-PD a mostrare così apertamente il suo volto borghese e militarista e diventando, nei fatti, un moltiplicatore delle energie a sostegno del movimento che si sta faticosamente facendo strada Quale esempio migliore per portare acqua al mulino delle tesi del vecchio Marx che recitano, più o meno testualmente: «Lo scopo di ogni lotta operaia non sta tanto negli obiettivi immediati che è in grado di raggiungere, quanto nell’estensione dell’unità fra gli operai stessi, cui deve costantemente tendere». Eccoci quindi giunti al nocciolo delle questioni, allo spartiacque definitivo tra una concezione dialettica dello scontro di classe e la sua negazione più drammatica. Da una parte la realtà materiale di un sistema in crisi profonda che spinge milioni di operai a fare i conti in maniera sempre più diretta con lo sfruttamento capitalista (senza altra soluzione esauriente e permanente alla loro sete di giustizia sociale, economica e politica al di fuori della rivoluzione sociale), dall’altra la sua negazione totale, insita nel burocratismo di sinistra, che inevitabilmente prende corpo se ci si separa da questa strada maestra e si cerca di ricondurre la realtà concreta nell’alveo delle proprie convinzioni ideologiche e politiche astratte Questioni tutt’altro che estranee alla discussione fra operai intenti a difendere le proprie condizioni materiali immediate. Proprio perché la lotta di classe si è espressa senza compromessi la questione della costruzione di un partito della classe operaia che assuma una prospettiva rivoluzionaria concreta, che aborrisca qualsiasi approccio intellettualistico, soggettivista, in ultima istanza democratico-borghese, alla questione del potere, si sta ponendo in tutta la sua portata materiale e storica. Questo è il cuore della sfida.

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Quale prospettiva?

che nella storia del movimento operaio si sta aprendo un nuovo capitolo. Bisogna percorrerlo.

Attualmente, le agitazioni, per quanto localizzate in Lombardia e in Emilia, sono abbastanza diffuse e propongono esperienze assai significative, sulle quali sarebbe utile riflettere. Apparentemente, assistiamo a lotte di retroguardia, primordiali, che rivendicano quanto, in termini normativi e salariali, il capitalismo italiano ha già concesso ai lavoratori da anni. E questo è un primo importante aspetto: con la crisi economica globale il capitalismo italiano – come peraltro avviene a livello internazionale – si sta rimangiando tutto ciò che in passato ha concesso. E per farlo ricorre ai mezzi più subdoli e violenti, che sembravano un brutto ricordo. I padroni giocano duro, perché possono contare sul racket delle cooperative, con la sua rete di relazioni sindacali e politiche, sulle forze dell’ordine (spesso e volentieri anche sui magistrati) e, quando necessario, su squadracce pronte a intervenire con pretesti razzisti. Non è un ritorno al passato, bensì è «il nuovo che avanza». Con cui bisogna confrontarsi, senza ripercorrere strade già battute e che appartengono a un passato ormai remoto, che non ritorna. Queste lotte, il momento in cui esse avvengono e le modalità con cui esse si svolgono mi fanno concludere

Note: 1) Il ruolo riformista svolto dalle cooperative nei parti operai fu esaminato da Roberto Michels in uno scritto del 1911, ora in Roberto Michels, La sociologia del partito politico nella democrazia moderna, il Mulino, Bologna. 1966. 2) Secondo la strategia varata da Palmiro Togliatti: «il movimento cooperativo deve affiancare il Partito comunista italiano e il Psi nel processo di graduale trasformazione socialista dell’Italia, tentando di coinvolgere nel processo i ceti medi economicamente attivi, i quali nell’ambito cooperativo potrebbero realizzare buoni profitti svincolandosi dalla dipendenza dai grandi oligopoli». Roberto Di Fede, Il rosso & il nero. Gli affari di Berlusconi con i «comunisti». Una cooperativa rossa per la Fininvest. Le relazioni pericolose di Armando Cossutta, Kaos Edizioni, Milano, 1998, p. 19. 3) Ibidem. 4) Anna Codini, I codici etici nelle cooperative sociali, Università degli Studi di Brescia, Dipartimento di Economia Aziendale, Paper n. 44, Luglio 2005. 5) Carlo Borzaga e Sara Depedri, L’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati: l’ampliarsi di un problema e della possibile risposta delle cooperative sociali, http://62.149.204.119/promos/wpcontent/uploads/2011/02/Bor zaga_Depedri_Inserimento-lavorativo-di-personesvantaggiate1.pdf/

Chi siamo Il S.I. COBAS nasce da una scissione dello Slai Cobas che vede coinvolti numerosi comitati di base di tutte le categorie: industria, pubblico impiego, servizi, cooperative della logistica, più una serie di singoli militanti che sono stati in prima linea nell’attività politica-sindacale, nei luoghi di lavoro e sul territorio, e nelle lotte di questi anni . Una scissione quindi, ma una scissione subita e non voluta. Una scissione determinata di fatto dal gruppo dirigente in carica nello SLAI, che ha proceduto, dal congresso dell’aprile 2009 ad oggi, con interventi e prese di posizione contrari alle decisioni politiche congressuali, ed ai principi stessi dello statuto dell’organizzazione. Fino ad arrivare a compiere azioni ingiustificabili persino sotto il profilo etico prima che politico, come quello di mettere a rischio i diritti conquistati con dure lotte dai lavoratori delle cooperative, esclusivamente per ragioni di interesse personale e di gruppo (cobas Alfa Romeo). […] Perché costituire un nuovo sindacato oggi Altre motivazioni per questa decisione dolorosa [la nascita di un nuovo sindacato] dipendono strettamente dalla crisi che ha investito il mondo del lavoro nel suo complesso e i cui effetti si stanno producendo in forma più che mai virulenta. Una crisi che mentre mette in discussione la stessa possibilità di vita di milioni di lavoratori, che vedono venir meno la loro fonte di reddito per la perdita del lavoro, determina nello stesso tempo un durissimo attacco alle condizioni di lavoro, di vita, ed ai diritti elementari, di centinaia di migliaia di «nuovi schiavi» , spremuti, ricattati, come non mai in questo paese. Il caso Rosarno è stato solo la punta dell’iceberg della condizione dei lavoratori immigrati; a questa corrisponde, tra l’altro, un tessuto di migliaia di cooperative, (in particolare della logistica), in cui civilissimi padroni – spesso ex sindacalisti (vedi coop. Papavero) – sfruttano in modo vergognoso gli immigrati, anche col ricorso diretto alle «forze dell’ordine» contro le loro sacrosante rivendicazioni, ed ora anche con la collaborazione del coordinatore nazionale dello SLAI! […] Dalla Dichiarazione costitutiva SI Cobas, aprile 2010.

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Proseguire la critica (note sulla crisi in Spagna) Etcetera, Spagna

Nei numeri precedenti e lungo questi decenni, abbiamo provato a spiegarci parte di quello che accadeva in questo mondo, da ciò che è più vicino e che ci riguardava più direttamente, fino ciò che è più lontano, le cui scosse rimuovevano il nostro ambiente. Da questo ambiente vicino abbiamo scritto e abbiamo agito con il desiderio di capirci e di capire, di poter realizzare un intercambio con altri, tra un dire e un fare, qui e lì. Abbiamo parlato della lotta di classe che si sviluppava nella Penisola Iberica, di quella che aveva luogo in Europa e nel mondo, se riuscivamo ad averne conoscenza. Un analisi congiunta, che cercava di conoscere i processi rivoluzionari e controrivoluzionari che si svolgevano in Algeria, nei Balcani, in Messico, in Cina, nei paesi dell’Europa dell’Est. Ma abbiamo anche cercato di criticare le ideologie viste come un credo del pensiero, la Democrazia come forma dello stato di dominazione, l’ideologia del nazionalismo che converte la differenza in mito, cioè, abbiamo cercato di attuare una critica alla politica. Anche una critica al lavoro, alla merce e alla sua feticizzazione, capire criticamente questo sistema capitalista nel quale il valore d’uso è, semplicemente, un alibi del valore di scambio e con la perversità di trasformare le persone in oggetti e trattarli come tali.

povera e precarizzata sembra che ogni giorno diventi più profonda e più ampia. Nella critica dell’economia politica abbiamo voluto criticare il capitalismo e la sua tendenza totalizzante che pretende di comprendere e di condizionare tutto: il mondo, l’acqua, il cielo e la terra; d’impadronirsi di animali, vegetali e minerali, di determinare anche le relazioni di tutti gli esseri umani, non vuol lasciar niente fuori del suo dominio, niente fuori dall’economia, ingloba tutto sotto la tecnica. Con questa stessa logica, la forma di merce cerca di trasformare tutto in valore di scambio: «virtù, amore, opinione, scienza o coscienza, tutto diventa un oggetto commerciale», sembra che tutto debba essere valutato attraverso questo mostro informe, che però si estende su tutto con una voracità insaziabile: il mercato, una non-vita che la fa finita con la vita. Qualsiasi attività deve essere sottomessa all’astratta economia, spogliata di qualsiasi funzione che disturbi l‘estrazione del massimo beneficio, e le relazioni sociali tra gli esseri umani diventano relazioni sociali tra le cose. Quando abbiamo discusso dell’«utopia», non la intendevamo come un impossibile irraggiungibile, ma come un altro mondo possibile e realizzabile qui e ora, un nuovo (con)vivere dentro la Comunanza. In molte occasioni il significato delle parole non è neutrale, può anche essere portatore di valore, così, per esempio, invece di qualificare l’opera e i falansteri di Fourier come un’utopia, cioè, fuori dal luogo o non luogo, anche noi possiamo preferire chiamarle Eutopie, cioè buon luogo o buon posto.

Abbiamo cercato di sapere come sono riusciti a trasformare il linguaggio da uno strumento di comunicazione e intendimento a un apparato tecnicoideologico specializzato nel trasmettere propaganda, in un mondo nel quale l’informazione trasmessa attraverso i media è già totalmente e unicamente propaganda. Come sono riusciti a imporre il controllo del tempo, che vogliono che sia, esclusivamente, tempo di riproduzione del Capitale: come buon lavoratore o disoccupato accettare le precarietà, le miserie e le sottomissioni senza alzare la voce, inoltre essere consumatore esemplare e compulsivo e, senza dubbio, riconoscere la sottomissione e il debito verso lo Stato capitalista.

Gli esseri umani sono molto più complessi dei semplici ingranaggi di una macchina organizzata tecnicamente. Per comunicare ed entrare in comunicazione gli uni con gli altri, gli esseri umani sono capaci di stabilire una comunicazione e certe relazioni capaci di rompere quest’assedio alla vita che questa società capitalista ci impone. Rimangono le relazioni umane e le attività, nonostante la reificazione e la tendenza alla valorizzazione, cioè, anche dentro le relazioni sociali che vuole imporre il Capitale, ancora buona parte sfugge al suo controllo, c’è vita e c’è un soggetto che fa resistenza, non vuol diventare un oggetto, e che cerca di rendere possibile un buon posto, un buon luogo, cioè, una Eutopia. In un mondo dominato dalle cose, lo schermo è lo specchio che riflette la totalità del mondo, lo sguardo nel quale ci dobbiamo riconoscere, la vacuità del mondo nel quale abitiamo, l’immagine della società attuale, il riproduttore del suo messaggio fattuale e propagandistico. D’altra parte vi sono un luogo e un tempo esplicito, un vivere quotidiano con multiple sfaccettature, molte delle quali rimangono fuori, all’esterno, di questo dominio della merce, della mercificazione e valorizzazione di qualsiasi attività. Quello che permetterà il superamento e la trasformazione di questa civilizzazione capitalista rapace che basa la sua norma nella barbarie distruttiva, deve sorgere dal di dentro e contro di essa. Occorre riscoprire nuove forme di (con)vivere che già portiamo avanti nella nostra quotidianità; essere capaci di renderci conto che il voler vivere è più forte del sottometterci al sopravvivere. Solo così potremo trasformare il mondo in un nuovo mondo. Tornando all’attuale stato di malessere

A questo Universo tecnico e alla espropriazione che ci sottomette abbiamo dedicato dissertazioni e pagine. La tecnica così come l’economia si sono convertite in qualcosa di più dei punti fondamentali del discorso capitalista, sono esse stesse delle ideologie, con il loro dogmatismo intollerante e indiscutibile; tuttavia la tecnica va ancora oltre, poiché l’economia si deve organizzare, anche, tecnicamente. Di fronte al potere della tecnica attuale, di creare e fabbricare, di fare e disfare e, soprattutto, della sua capacità di barbarie e distruzione, intuiamo che detto potere è quasi impossibile da captare e d’ammettere per la mente umana. Ci preoccupa l’urbanistica, poiché la maggior parte di noi ha vissuto o vive in una città e soffriamo i suoi effetti e le sue conseguenze, quando questa è diventata una tecnica al servizio del controllo e del potere e una via di grandi corruzioni. Il desiderio di conoscere la realtà del mondo che abitiamo, di ciò che in questo accade e si realizza, ci ha portato a farci domande sulla storia, però anche sulla medicina e sulla funzione che occupa, o sulla relazione della cultura di questa società capitalista e di come la tecnica viene utilizzata contro la natura. Di come cercano di introdurre la forza, mediante la legge e il castigo, nuovi recinti e un assedio alla vita che inevitabilmente ci conduce a nuove privazioni, a maggiori differenze sociali nelle quali il divario tra una minoranza molto ricca e una maggioranza

Lungo questi anni e questi numeri siamo anche intervenuti e abbiamo scritto sulla lotta di classe e sulla situazione congiunturale economico-politica dello stato

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spagnolo. Scriviamo, perché lo viviamo, sulla Transizione alla modernità e la transizione democratica, l’operazione politica avviata dopo la morte del dittatore alettato, nella quale mai è stato più vero il «se vogliamo che tutto rimanga così com’è, cambiamo qualcosa perché tutto rimanga uguale». Non si può dimenticare che la classe capitalista spagnola, militari, aristocratici e chiesa, proprietari terrieri, banchieri e altri, hanno avuto nella dittatura gli strumenti per attuare una repressione crudele e brutale e che gli stessi apparati repressivi hanno continuato a commettere assassini durante la transizione democratica. Il numero di assassinati a causa della violenza dello stato spagnolo tra il 1975 e il 1982 si alza a 233 o 248 (1) secondo le fonti, una media di più di 30 assassinati ogni anno. La lotta di classe fu molto importante in questo periodo e si estese durante tutto il processo di smantellamento del già precario tessuto industriale condotto quando il Partito Socialista arrivò al potere dello stato con Gonzáles e Guerra (che formano il vero acronimo di GAL+Corruzione). Il cosiddetto periodo democratico è servito per realizzare una concentrazione di potere e per elaborare una totale simbiosi, un connubio d’interessi tra i capi del settore finanziario della banca e le casse di risparmio, il settore del cemento e l’immobiliare, il settore turistico e i politici dei partiti e dei sindacati. Questa società limitata, ognuno con i suoi distinti interessi, ha cospirato, ha fatto patti ed è arrivata ad accordi per ripartirsi i profitti, per prendere o per distribuire corruzioni, per spartirsi quote di potere, azioni e incarichi nelle imprese privatizzate (Endesa, Gas, Telefónica, Repsol…) e nelle casse di risparmio, per truffe o per realizzare oscure e milionarie transizioni di denaro. Un gruppo di vecchi e nuovi pezzi grossi che arraffano e manipolano e che ci hanno trascinato al punto in cui stiamo oggi che forse è dove loro volevano che fossimo.

rapidamente si adattarono alla situazione, accompagnati dai vecchi compagni o dai loro figli, (3) e continuarono, perfezionarono e aumentarono le antiche pratiche di dispotismo e di corruzione. Seguendo J.M.Naredo che l’ha studiato profondamente e criticamente, questo processo speculativo-finanziario si può dividere in tre tappe, ognuna delle quali termina con la sua conseguente crisi, e ognuna di queste significa un salto avanti nel processo speculativo. La prima fase conosce il suo apice tra il 1960 e il 1973, quando attraverso dei successivi piani del Patronato Nacional de la Vivienda si costruirono numerosi complessi residenziali con migliaia di appartamenti precari nelle periferie delle città. È la fase delle paludi, delle strade, delle ferrovie, degli appartamenti economici nei quartieri periferici per sostituire le baraccopoli, e anche della prima costruzione in serie di hotel e appartamenti nella costa mediterranea. Per quanto riguarda il tema della casa bisogna ricordare due dati: il primo, è che nel 1939 Franco fece creare l’Instituto Nacional de la vivienda che, nei primi tempi, aveva più una funzione propagandistica rispetto a quella di realizzare la percentuale di abitazioni necessarie protette da proprietà o affitto, e, in secondo luogo, bisogna ricordare che fino al 1950 più del 90% degli abitanti delle città spagnole vivevano in appartamenti o case in affitto (il 95% a Barcellona, il 94% a Madrid o il 90% a Siviglia). Nel 1956, lo stato di Franco decreta «La legge della terra di Spagna» e l’anno dopo (1957) si crea un nuovo Ministerio de la Vivienda, il cui primo titolare sarà l’architetto falangista José Luis Arrese che riassunse la portata delle loro intenzioni economico-politiche con la frase: «vogliamo una Spagna di proprietari non di proletari». Come curiosità ed esempio di continuità bisogna segnalare che il Ministerio de la Vivienda durò fino al luglio del 1977 e, fatalità del destino, fu recuperato dal governo del socialista Zapatero nel luglio del 2007. Questa prima fase si concluse con la crisi del petrolio del 1973 e con un’agitazione sociale crescente. Nel 1975, pochi mesi prima della morte del dittatore, si sarebbe riformata la Ley del Suelo in quanto alle espropriazioni, all’uso urbano e alla classificazione o qualificazione del terreno urbanizzabile.

Su questa crisi finanziaria abbiamo scritto a maggio del 2009: «Tutto questo qui in Spagna vede la sua realizzazione nell’esplosione della bolla immobiliare, la principale attività economica negli ultimi anni, l’arresto della costruzione e delle industrie affini. Ciò porta a un forte aumento della disoccupazione, al precariato e alla perdita del potere d’acquisto dei lavoratori, alla conseguente diminuzione del consumo e alla chiusura d’imprese e attività… Scompare il miraggio della Spagna moderna, altamente competitiva e in linea con lo sviluppo dei principali paesi europei.» Nel numero precedente, il 49, segnalavamo «lo stato del malessere in Spagna», ponendo lo sguardo all’elevato indice di disoccupazione (24,5% più di 5,6 milioni) e più concretamente a una disoccupazione giovanile che è già del 48,61%, entrambi tra i più elevati del mondo. In questo numero ci vogliamo soffermare sul settore del cemento e del mattone, che insieme al finanziario è stato dal franchismo la fonte di affari multimilionari, di grandi corruzioni, di riciclaggio di denaro sporco, il quale peso si è moltiplicato negli ultimi decenni nella stessa proporzione in cui aumentava la quantità e la velocità di circolazione del denaro.

La seconda fase inizia nel 1985, con i socialisti allo Stato. Il loro punto di partenza fu la Legge Boyer che modificava gli affitti urbani da indefiniti a temporali, permetteva un incremento smisurato del prezzo degli affitti, sopprimeva la proroga forzata sugli affitti delle case e concedeva il libero accesso alle inversioni straniere. Questa fase è importante perché si mettono le basi per il grande apogeo della speculazione immobiliario-finanziaria. Per farla crescere a pieno rendimento nel 1990 il governo di F. Gonzáles approva una nuova riforma della legge del terreno nella quale, soprattutto, si facilita la conversione di terreno rurale in urbanizzabile mediante il diritto di urbanizzare e di urbanizzabile al terreno urbano mediante il diritto di uso urbanistico. Si creano anche le grandi infrastrutture, le superstrade e le autostrade e il treno d’alta velocità (AVE); inizia anche l’esperienza corrottospeculativa che consuma migliaia di tonnellate di cemento, ferro, mattoni o vetro, le Olimpiadi di Barcellona e la Capitale Mondiale di Siviglia. Infatti, con il completamento delle grandi opere, iniziò nello stesso 1992 il declino con la crisi che generò una disoccupazione di più del 20% e che si allargò quasi fino al 1995.

La società del cemento, del mattone, le finanze e i politici Il lungo processo speculativo che unisce questo connubio, in uno spirito di grandi profitti, tra le banche e le casse di risparmio, l’industria del cemento e del mattone, l’industria del turismo e i politici, ha i suoi inizi con Franco e il suo stato nazional cattolico e come c’era d’aspettarsi vedrà la sua continuazione e il massimo sviluppo con lo Stato continuista della democrazia-monarchica nazional cattolica. I suoi protagonisti sono le stesse banche e le casse di risparmio, anche se ora hanno ridotto il loro numero a causa di fusioni e della concentrazione di potere, l’industria del cemento e del mattone dove ci sono basicamente gli stessi; (2) rispetto ai politici, nella cosiddetta transizione si unirono di nuovi. I quali

La terza fase di questo processo speculativo immobiliare-finanziario inizia con il governo dei popolari di Aznar, che promuove nel 1998 una legge del terreno che è il culmine della precedente riforma socialista. Significava la liberalizzazione del terreno. Fatta eccezione per una disposizione giudiziaria, tutto il terreno era urbanizzabile, in modo da aprire completamente la via della corruzione nei comuni perché, nel momento di essere rivalutato, aumentavano come schiuma le plusvalenze del terreno,

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cedeva alle comunità autonome le competenze in materia pianificazione urbana e riduceva il coefficiente di cessione obbligatoria dei promotori del comune. Sarà la fase di presuntuosi progetti megalomani e di multimilionarie corruzioni, di diversi aeroporti senza aerei, di stazioni e di linee di treni d’alta velocità senza passeggeri, di città d’arte e di musei senza opere d’arte, di parchi tematici elevati alla categoria di opere di stato, di strade adibite per il passaggio e le visite del Papa, di hotel e appartamenti in tutto il lungomare…rendendo visibile tutto il grottesco ispanico. È la fase speculativa in cui si muoveranno i maggiori volumi di capitale e a maggior velocità, migliaia di milioni di denaro sporco da lavare o da riciclare, generò tanta corruzione che, per i suoi eccessi, già stanca sentir parlare (propaganda-informativa) di questa. Non è banale insistere sulla corruzione, sappiamo che non è un’eccezione che provochi scandalo, ma che è parte del normale funzionamento di questo sistema capitalista, la corruzione come causa del sistema. Quanto più e più velocemente circola il denaro, maggiore speculazione e maggiore corruzione crea. Nello Stato spagnolo la corruzione è una pratica comune, lo è stata durante il franchismo e lo è con i successori attuali: monarchia, politici, partiti, sindacati, municipi, ed è molto legata all’industria della costruzione e della speculazione immobiliare, e la banca nazionale e straniera ha introdotto il resto dell’industria dei mattoni, il settore più importante del sistema produttivo spagnolo.

finanziaro a tirare il freno che vedeva la peseta come moneta debole, soggetta a continue svalutazioni. Quando le banche volevano cercare i soldi all’estero, dover «pagare» con pesetas faceva sì che gli salisse «caro» come conseguenza della sua povera valutazione, però imponendosi una forte moneta unica, le banche spagnole potevano cercare finanziamenti a interessi «economici» e concedere prestiti ad «alto» (4) interesse variabile. Tale fu la pazzia dell’avarizia del grande interesse facile e abbondante per queste banche e banchieri, tanti gli interessi, le corruzioni e i favori, che continuarono con il rubinetto aperto anche senz’acqua e con la sorgente secca (sì, i profitti in tasca). Ora lo stato del capitale spremerà la maggior parte delle persone con tasse e servizi e ci condannerà alla precarietà, però cercherà di riscuotere le tasse sufficienti e anche di più, per tornare a riempirsi di soldi, perché possano tornare alle loro speculazioni e corruzioni. Il gioco di questa speculazione finanziarioimmobiliare, che è finito in una frenesia immobiliare, risiedeva nel rivalutare la totalità della zona immobiliare rispetto al prezzo in crescita della piccola quantità vendibile. In altre parole, il prezzo rimane alto con la condizione che non si mettano massivamente tutti i condomini e le case in vendita, perché questo farebbe cadere il prezzo. Questa è la debolezza della scommessa, poiché da una parte si deve continuare a costruire massivamente e ad aumentare la zona immobiliare per continuare il processo speculativo e l’aumento dei profitti, mentre d’altra parte e paradossalmente quanto più si costruisce e aumenta la zona immobiliare, più virtuale e irreale è il prezzo dell’immobile che si vuole vendere, poiché la sua vendita è ogni volta più difficile e se non c’è circolazione di merce non si realizza la valorizzazione. E a partire da qui si entra nel terreno delle illusioni e dei sogni infranti. Solo a volte i capitalisti vedono i sogni infranti, perché come già abbiamo segnalato e non sarà mai rindondante anche se si ripete mille volte, lo Stato del capitale, i suoi amichetti politici (amichetti di corruzioni e dissolutezze), si incaricheranno di risolverlo.

Il prezzo delle case in Spagna è passato da 52.800 pesetas/m2 nel 1987 a 174.100 nel 2001, subendo un aumento del 45% tra il 1998 e il 2001 (Ministero dello Sviluppo, 2002). Il prezzo si alza in proporzione alla costruzione di abitazioni: quante più case si costruiscono più aumenta il loro prezzo, anche se si riducono i costi di manodopera. Dall’altra parte lo sforzo delle famiglie per far fronte alla casa è arrivato al 43,2% dello stipendio lordo nel 2001, perché nelle Cominudades è dove più si è alzato il prezzo: Baleari, Catalogna, la Comunità di Madrid e i Paesi Baschi. Il prezzo delle abitazioni, in termini reali, è cresciuto quasi 14 volte di più dei salari negli ultimi 17 anni (1988-2005) secondo la relazione «Prezzo e accessibilità di alloggi in Spagna nel periodo 1987-2004» redatto dal CC.OO. In termini reali, tra il 1984 e il 1991 i prezzi dei mezzi sarebbero aumentati del 106% (Banco de España). Un’altra relazione più attuale del Banco de España, segnala che tra gli anni 1970 e 2009 questi prezzi aumentarono qualcosa come un 300% all’interno di un quadro demografico invariato. Secondo la OCDE, e dal 1980, la media dell’incremento dei prezzi delle case è stato, in valore nominale, del 175% , mentre in Spagna l’aumento e stato del 1.022%. Questa percentuale rappresenta un incremento medio annuale del 11% negli ultimi 23 anni. Due fatti propiziati dall’Unione Europea favoriranno questa scalata speculativa. In primo luogo, l’approvazione nel 1992 del Trattato di Maastrich che liberalizzava la libera circolazione di capitali e dava carta bianca al lavoro precario, ai contratti temporanei per giorni e addirittura ore, aumentava il controllo salariale così tanto che in Spagna, per esempio, tra il 1995 e il 2007 gli stipendi medi scesero di un 10% in termini reali, in quanto il costo della vita è aumentato rispetto alla crescita degli stipendi. L’Unione Europea si è costruita adattandosi al capitale: con un mercato libero per i capitalisti e i loro capitali, ma un mercato lavorativo precario e asfissiante per i lavoratori. I risultati possono vedersi attualmente in Grecia, in Italia, e nella Penisola Iberica, ma anche nel precariato degli operai inglesi o irlandesi, nei lavoratori francesi, nell’alto numero di suicidi, o nei mini-lavori (mini-jobs) e mini-stipendi dei tedeschi. In secondo luogo, c’è stata l’adozione dell’euro come moneta unica. L’entrata in circolazione dell’euro all’inizio del 2002 ha portato il processo speculativo immobiliare-

Alcuni dati che ci aiuteranno a capire questo processo speculativo Dal 1998 il numero di abitazioni iniziate annualmente cresce a dismisura, essendo la media annuale tra il 1998 e il 2002 di 540.000. In questo modo, tra il 1998 e il 2002, iniziarono 2,7 milioni di case, il che significa che in cinque anni il patrimonio immobiliare è aumentato approssimativamente di un 14,2%. Tra il 2000 e il 2010 sono state costruite in Spagna 4,6 milioni di case. Il 13,2% delle case spagnole sono chiuse. Nel censimento del 2001, il numero di case in affitto in Spagna ha segnato un minimo storico con un solo 11%. Attualmente, l’86% delle case sono di proprietà, e solo un 14% sono in affitto o in concessione. Attualmente (2012) la cifra complessiva delle abitazioni esistenti in Spagna rappresenta una delle tasse più alte del mondo con una media di 1,55 case per famiglia. L’urbanizzazione dilagante, lo sviluppo delle infrastrutture e la contaminazione hanno distrutto negli ultimi due decenni 7,7 ettari di litorale al giorno per creare urbanizzazioni, terreno industriale e terreno commerciale. Durante gli anni del boom del mattone si raggiunsero cifre record nella progettazione di case che superava ampliamente la domanda reale. Per esempio, nel 2006 il numero di case previste nella costa era di quasi 1,5 milioni e nel 2007 è stato di 3 milioni di euro. Dopo lo scoppio della bolla sono rimaste un milione di case invendute, la metà di queste nella costa, e una giungla di corruzione legata allo sviluppo urbanistico.

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1950 1960 1970 1980 1990 2000 2010 Popolazione(Milioni)

28,1

Nº 1 edifici(milioni)

6,31

7,02

8,50

10,43 11,70 14,27 17, 76

Nº 2 casa (milioni)

0,17

0,33

0,79

1,89

2,92

3,30

4,77

Nº edifici vuote

0,18

0,36 1,35

2,39

2,47

2,89

5,5

90

915

1.335 2.476

37,7

39,4

Prezzo medio edificio (€/m2) Popolazione Spagna(milioni)

28,1

27,9

27,9

33,8

340 33,8

37,7

39,4

40,5

40,5

46,1

46,1

economico in generale da parte dei paesi più consolidati rispetto ai più deboli.

Dietro il degrado delle coste si nascondono anche le estensioni e le nuove costruzioni di porti turistici e industriali. Solo per il 2006 si progettavano 42.000 nuovi ormeggi turistici. (Le imbarcazioni di diporto si utilizzano in media 21 giorni all’anno).

Per quanto riguarda la prima questione, tra il settembre del 2001 e il gennaio del 2002, il pane è aumentato in media del 24% e i biglietti dell’autobus e della metro del 6%. I cinema hanno aumentato il prezzo dei biglietti d’ingresso mediamente del 9%. Le poste superarono il record, in questi primi 4 mesi il costo dei servizi è aumentato del 51%, le tariffe hanno continuato a crescere e spedire una lettera o un pacco è oggi un 107% più caro del settembre del 2001. L’OCU (Organizzazione dei Consumatori e Usuari) ritiene che l’aumento dei prezzi degli alimenti di base è stato del 49% in questi dieci anni. Le nuove abitazioni secondo l’OCU sono aumentate del 66%, e quelle utilizzate del 78% a Madrid e del 70% a Barcellona. Sappiamo che si sono abbassati solo i TIC (Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione).

La zona immobiliare dell’Unione Europea, secondo i dati del 2001, è di 170 milioni di abitazioni, delle quali un 10,5 per cento non sono di uso permanente (Euroconstruct. The prospective construction in Europe 2001). Nel rapporto dei paesi della UE, la Spagna appare al primo posto con un 32,2% di seconde case, o di un eccesso di zona immobiliare. Portogallo, Grecia e Italia vengono dopo rispettivamente con un 26,9%, un 22,7% e un 17,7%. Pertanto, è chiaro che il sud d’Europa differisce dalla media europea e in contrapposizione, ci sono paesi come Germania, Olanda e Regno Unito che hanno anche carenza di alloggi. Il fenomeno della seconda casa si è sviluppato negli ultimi 40 anni a un ritmo vertiginoso. Gli «esperti» dicono che coincide con un positivo clima economico che deve dipendere direttamente dai benefici fiscali ottenuti mediante il suo acquisto (15% e 10% di sconto), unito alla necessità di far uscire il denaro «nascosto» al fisco – soprattutto per promotori e costruttori - e all’annuncio dell’entrata in vigore della legge di Costas del 1988 che ha provocato un incremento della domanda di licenze per costruzioni sul mare. (Oliveras, 1989).

E, infine, l’aumento salariale medio tra il 2002 e il 2009 è stato del 13,7%, mentre l’IPC (Indice dei Prezzi di Consumo) aumentava del 22,7%; questo significa che il potere d’acquisto dei lavoratori è diminuito del 9%. Ricordiamo che l’IPC non valuta le variazioni di compravendita delle abitazioni ma il prezzo degli affitti. (Dati INE). Resistenze: recuperare gli spazi. Come aveva ragione León Felipe affermando, nei suoi versi, «che la giustizia vale meno dell’urina dei cani», e adesso sappiamo che più dell’80% degli sfratti ordinati dai giudici di Madrid sono commissionati da Bankia per far eseguire i loro pignoramenti. Nel corso del 2011 sono stati trattati 58.241 procedimenti di sfratto, il maggior numero fino a ora e ci si aspetta che aumentino quest’anno, poiché si eseguono con un ritmo di circa 159 al giorno, il che significa che milioni di famiglie e persone all’anno all’improvviso si ritrovano per strada e dipendono dalla solidarietà e dall’aiuto reciproco di parenti e amici. Senza casa e obbligati per legge a continuare a pagare l’ipoteca a Bankia, a Caixabank o a qualsiasi altra banca che si è presa anche la casa sulla quale un giudice qualsiasi, seguendo gli ordini e le disposizioni di queste banche, ha eseguito lo sfratto. Tuttavia, la Plataforma de Afectados por la Hipoteca (PAH) oltre alle molteplici azioni di denuncia contro la speculazione, la frode e i saccheggi effettuati dalle banche e dalle casse di risparmio, ha anche impedito in un anno più di 250 sfratti. Questo è un dato significativo, se si tiene conto che quando si devono riscuotere le imposte ipotecarie, chieste dalla banca, sono i burocrati rappresentati della giustizia che vanno a eseguire gli sfratti accompagnati da poliziotti armati.

Le inversioni del capitale in queste abitazioni si rivalutavano molto rapidamente e, per questo, aumentavano a gran velocità le trattative di acquisto e di vendita. Questa realtà è dimostrata, in primo luogo, dai pochi giorni nei quali sono abitate, in media tra i 15 e i 18 giorni all’anno, e in secondo luogo, dal ritmo del passaggio di proprietà che danneggia questo tipo d’immobili. Gli aumenti salariali vincolati all’aumento dell’affitto, la riduzione della giornata lavorativa e, per tanto, l’incremento del tempo libero, più una maggiore mobilità della popolazione sono elementi socioeconomici che hanno favorito la domanda delle seconde case. L’ultimo censimento è stato condotto nel 2001, c’erano circa 3,1 milioni di case vuote, su una zona immobiliare di circa 20,5 milioni di case, pari a un 15%. A Madrid ne sono stati contate circa 388.212, a Barcellona 338.648, a Valencia 228,870, in Alicante 192.184, e così via. Attualmente il numero di case vuote si alza di circa 5,6 milioni, essendoci circa 2 milioni di nuova costruzioni, e dovrebbero essere aggiunti anche tutti gli edifici incompiuti, che rappresentano molto più del 20% della zona immobiliare.Il passaggio dalla peseta all’euro all’inizio del 2002 ha significato una delle più grandi truffe che abbiamo sofferto. Il problema è duplice: per prima cosa riguarda l’enorme rincaro dei prodotti di consumo e in secondo luogo ciò che ha portato il dominio finanziario, industriale,

Inoltre, ogni giorno si eseguono diverse azioni contro le banche in tutto lo Stato. Per esempio, i frequenti fischi e le proteste contro le Torri de Mordor, nei confronti

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del fondo pensione che era la «Caixa di Barcellona. Davanti a queste neri Torri di Mordor si realizzò in forma teatralizzata la rappresentazione di un processo contro i capi del regno oscuro di CaixaBank e questi sinistri personaggi con il loro padrino «sauron-faine» di fronte. Sono stati dichiarati colpevoli di aver cospirato per impadronirsi con frode e inganni del denaro della gente comune, portando avanti il loro piano protetti dallo stato, la giustizia e le forze armate. Si rappresentò nella piazza Ciudad de la Justicia di Barcellona anche un’altra drammatizzazione, nella quale parteciparono alcuni lavoratori di questa struttura, dove si rappresentava il ruolo svolto dai giudici e dalla giustizia, vero apparato e potere burocratico a servizio del Capitale, e pieno di corruzioni, privilegi e meschinità.

chiuse dopo la ristrutturazione bancaria e si stanno realizzando un’importante quantità di orti urbani. La maggior parte degli spazi riaperti e recuperati resistono grazie alla gente che li occupa, li abita, li riempie di attività e porta vita dove prima c’era solo vuoto, disoccupazione ed espropriazione.

Inoltre, nella maggior parte della Stato spagnolo, si continua «okupando» edifici, cioè, liberando spazi. Basta ricordare che sono stati occupati edifici a Olot, a Sant Cugat o a Rubí. A Sabadell, più di 200 persone hanno occupato un edificio vuoto della Caixa di Catalogna. A Cadice, è stata occupata una casa-palazzo del XVIII secolo che Bankia considera di sua proprietà. Il Laboratorio sociale di León ha liberato un edificio che il governo di Castiglia-León teneva chiuso da circa più di quattro anni. A Oviedo, da quasi un anno funziona un centro sociale chiamato La Madreña che portò avanti la prima occupazione in questa città di un edificio per sviluppare attività sociali. A Burgos o a Santiago si occupano edifici.

Note: 1) Gonzalo Wihelmi: Las otras víctimas de una Transición nada pacífica. Sophie Baby: Estado y violencia en la Transición política española. Gonzalo W., stima a 156 il numero di assassinati per le forze repressive e a 77 gli assassinati per le forze para-poliziesche. Sophie Baby alza a 171 gli assassinati per le forze repressive 2) Solo un esempio, a Sacyr Vallehermoso ci sono, tra gli altri, Ferrovial, che fondò nel 1956 il franchista Rafael del Pino e che si arricchì realizzando infrastrutture per Renfe. I suoi figli, che sono ora i proprietari, hanno il cognome di Pino CalvoSotelo. Acciona viene da Mzov Cubiertas y Tejados. A Fiorentino Pérez da ACSA (che ha un buco di più di 9 mila milioni) nel 1973 Franco già lo aveva nominato Direttore dell’associazione spagnola delle strade e con la UCD è stato Direttore generale delle infrastrutture…E così si potrebbe continuare. 3) È una banalità ricordare che gli Aznar, i Rato, i Gallardón e gli Aguirre, i Bono e i Ruíz Giménez, i Fernández Ordóñez, i Fabra e i Fraga, o il notaio-sindaco Porcioles e l’inclito Samaranch e tutta la sfilza che si voglia aggiungere, tutti furono o sono franchisti. 4) L’interesse che contraddistingue la pratica dell’usura è sempre d’alto interesse, da lì viene il profitto. Anche se la propaganda ci dice che il denaro è a basso prezzo, la realtà è che l’interesse è sempre alto in quanto è vantaggioso per le banche.

www.sindominio.net/etcetera/index.htm giugno 2012

Traduzione a cura di Claudia Tebaldi

La lista si potrebbe allargare, abbiamo parlato di ciò che abbiamo saputo, però sicuramente ci sono molti più spazi che vengono liberati e recuperati. A Siviglia c’è un emozionante e interessante esempio di solidarietà e aiuto reciproco ne «La Corrala de Vecinas la Utopía»; tutti coloro che vogliono saperne di più possono entrare nella loro pagina web e anche in Corrala.Blogspot.com. A Madrid, a Usera, è stato aperto un edificio di proprietà dell’Instituto de la Vivienda che era chiuso da 17 anni; a Carabanchel è stato recuperato lo spazio di un antico magazzino rimasto chiuso per 14 anni. A Barcellona sono state realizzare varie occupazioni di edifici negli ultimi mesi, così come in vari quartieri della città sono stati occupati lotti non edificati, sono state occupate varie succursali di Casse di Risparmio

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Perché la “Finanziarizzazione” non ha determinato una diminuzione degli investimenti produttivi negli Stati Uniti Andrew Kliman e Shannon D. Williams

Abstract

La nostra analisi dimostra che, nell’era del “neoliberismo” e della “finanziarizzazione”, il profitto delle imprese è diventato meno importante mentre lo sono diventati i prestiti, come fondi per investimenti finanziari. Inoltre, si vedrà che più alti pagamenti dei dividendi non portano statisticamente a un declino significativo degli investimenti produttivi e che l’accesso e l’uso da parte delle imprese dei prestiti spiega l’assenza di uno scambio tra pagamenti dei dividendi e investimenti in produzione. Nel prosieguo di questa introduzione verranno esaminati brevemente i principali lavori sull’argomento, saranno discusse le argomentazioni condivise e non, e si chiarirà cosa esattamente si intende dire quando si afferma che la finanziarizzazione non ha stornato fondi dagli investimenti produttivi. La sezione 2 dell’articolo si occupa delle tendenze della finanziarizzazione. Nelle terza sezione discutiamo il fatto che il profitto non è la sola fonte di fondi per i pagamenti finanziari e mettiamo in rilievo il ruolo importante giocato da una fonte addizionale, i fondi presi a prestito. La quarta sezione è articolata su una discussione per mostrare che, nonostante la crescita relativa dell’attività finanziaria, il neoliberismo non provocò lo storno dei profitti dagli investimenti produttivi verso quelli finanziari da parte delle imprese americane. Gli investimenti produttivi precipitarono come quota del profitto dopo i primi anni ’80, ma non perché durante il neoliberismo i profitti fossero stornati dalla produzione. Piuttosto, la parte di profitto investito diminuì perché esso era stranamente e insostenibilmente alto all’inizio degli anni ’80, e la caduta lo riportò a livelli normali all’incirca nel 2001 (2). La sezione 5 illustra il fatto che l’intera caduta del saggio di accumulazione del capitale fisso delle corporation durante il periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale è attribuibile ad un declino del loro saggio del profitto (al netto delle tasse). Inoltre nessuna delle brusche cadute del saggio di accumulazione verficatesi tra il 1979 e il 2001 sono attribuibili alla finanziarizzazione o al neoliberalismo; più della metà della caduta è attribuibile al declino del saggio del profitto, mentre il resto è attribuibile al fatto che la parte dei profitti investiti tornò a livelli normali. La sezione 6 riassume i nostri parametri di ricerca e presenta una breve conclusione. Le fonti dei dati e la loro elaborazione sono descritte nell’Appendice.

Nell’ultimo decennio il tasso di accumulazione del capitale negli Stati Uniti è diminuito in maniera rimarchevole. Pubblicazioni riconducibili alla letteratura finanziaria hanno tentato di spiegare questo fenomeno sostenendo che la crescita dei pagamenti e delle acquisizioni finanziarie sono avvenute a scapito degli investimenti produttivi. Questo articolo vuole dimostrare che queste argomentazioni non sono supportate dai dati e vuole dare anche una spiegazione teorica del perché l’aumento della remunerazione dei dividendi e la crescita del portafoglio degli investimenti delle corporation è compatibile con il fatto che i loro investimenti produttivi negli Stati Uniti non siano diminuiti nel corso dei primi due decenni di “neoliberismo”. Sarebbe necessario operare una scelta tra queste utilizzazioni se esse fossero basate sui profitti correnti; ma ciò non è necessariamente vero perché i fondi di credito sono una risorsa addizionale. Infine , questo paper vuole dimostrare che la caduta del saggio del profitto delle corporation negli Stati Uniti spiega pienamente la caduta del saggio di accumulazione del capitale. 1.Introduzione La relazione tra la finanziarizzazione e l’accumulazione capitalistica è un argomento di notevole e crescente interesse all’interno della economia politica. Siccome il saggio di accumulazione del capitale è caduto negli ultimi decenni, molti economisti marxisti ed eterodossi hanno spiegato questo fenomeno in termini di crescita della “finanziarizzazione” delle corporation durante il neoliberismo. Questi autori sostengono che l’aumento degli investimenti delle Corporation sul mercato finanziario – in linea col modello di governance dell’impresa che essi affermano essere caratteristica del neoliberismo - hanno distratto profitti dalla produzione, provocando così la caduta del saggio di accumulazione del capitale. ( Dumènil e Levy 2004, 2011; Husson 2008, 2009; Orhangazi 2007, 2008; Stockammer 2004, 2009). Verrà spiegato in seguito come la finanziarizzazione non abbia annullato gli investimenti produttivi negli Stati Uniti ed in maniera più specifica, verrà dimostrato che i dati ufficiali del governo degli Stati Uniti (dal National Income and Product Accounts e al Flow of Funds Accounts ) indicano che, durante il neoliberismo, non vi sono stati trasferimenti di profitti dalla produzione al mercato finanziario. Al contrario, i dati indicano che negli Stati Uniti la quota di profitti destinato all’investimento produttivo è stata leggermente più alta durante i primi due decenni del neoliberismo che nei tre decenni precedenti. E siccome il profitto non è stato distratto dalla produzione, la caduta del saggio di accumulazione (per es. il tasso di sviluppo degli investimenti produttivi accumulati) nel periodo considerato come un tutt’uno successivo alla seconda guerra mondiale, è dovuto interamente alla caduta del saggio del profitto delle imprese. Queste conclusioni possono essere apparentemente in contraddizione col fatto che le corporation hanno notevolmente aumentato gli investimenti nel mercato finanziario, come indicano i dati a disposizione; per esempio, incrementando i loro asset finanziari come una parte del totale dei loro asset, e incrementando i loro pagamenti finanziari in rapporto ai profitti. Comunque verrà dimostrato, che attualmente, non vi è contraddizione tra questi fenomeni e il fatto che il profitto non sia stato trasferito dagli investimenti produttivi al mercato finanziario. La ragione per la quale non vi è contraddizione è che l’incremento delle acquisizioni finanziarie delle imprese sono stare effettuate attraverso prestiti (1)

Pubblicazioni precedenti Stokhammer (2004) ha argomentato che il declino del saggio di accumulazione è stato causato da un cambiamento radicale nelle priorità del management delle corporation che ha preso piede durante il neoliberismo; le corporation sono diventate sempre più amanti della rendita, utilizzando i loro profitti per acquistare attività finanziarie invece di investire in attività produttive. Nel corso dell’ultimo decennio l’investimento in attività non finanziarie è stato crescente e l’accumulazione di beni capitali declinante… (Causa principale) [la]finanziarizzazione, la rivoluzione degli azionisti e lo sviluppo del mercato per il controllo delle imprese hanno spostato il potere verso gli azionisti e cambiato perciò le priorità del management , inducendolo a una riduzione nel tasso di crescita desiderato. Per la Francia, la finanziarizzazione spiega totalmente la caduta dell’accumulazione, per gli Stati Uniti solo un terzo.[ Stokhammer 2004,p. 2, p. ) Per altri autori l’aumento dei pagamenti delle corporation nel settore finanziario è un fenomeno attribuibile al neoliberismo. (3) Duménil e Levy (2011, pag. 153) sottolineano che il saggio di accumulazione è strettamente collegato con il saggio degli utili non distribuiti. (4)

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l’aumento dei pagamenti finanziari non si è avvalso di fondi estratti dal profitto.

Essi argomentano che il cambiamento della dirigenza nelle corporation durante il neoliberismo ha determinato il fatto che queste ultime abbiano dirottato sul mercato finanziario una parte più cospicua dei loro profitti – sotto forma di interessi più alti e pagamento dei dividendi – determinando così una caduta del saggio di accumulazione. Analogamente, Orhangazi( 2007, p. 8 ) afferma che ogni anno “ è aumentata in maniera drammatica la percentuale dei fondi propri utilizzati nel mercato finanziario.” E Husson (2008) insiste nell’ affermare che durante il neoliberismo la profittabilità è cresciuta, ma il profitto addizionale non è stato investito produttivamente. “Piuttosto, la crescente massa di plusvalore non accumulata è stata mediamente distribuita sotto forma di rendite finanziarie.”Lazonick, utilizzando il significato tradizionale del “shareholder value” (il valore dell’azionista), che discuteremo più approfonditamente nella prossima sezione, ha dedicato una notevole attenzione al riacquisto di azioni come un modo attraverso il quale il capitale delle corporation è convogliato nel mercato finanziario. ( di prossima pubblicazione, 2010; Lazonick e O’Sullivan 2000). Egli sostiene che l’obbligo dei dirigenti a realizzare un prezzo elevato per le azioni ha portato le imprese ad impiegare una parte sempre maggiore per ricomprare le proprie azioni, e questo di conseguenza ha impedito la crescita degli investimenti in innovazione ( Lazonick, prossima pubblicazione). In modo simile, Orhangazi (2008) ipotizza che la preoccupazione dei dirigenti delle corporation per il prezzo delle azioni può indurre ad adottare strategie di investimento che hanno come scopo principale quello di influenzare il prezzo delle azioni in circolazione. Questo di conseguenza può indurre i dirigenti delle aziende a favorire investimenti finanziari con rapido ritorno invece di investimenti produttivi con profitti a lungo termine

Il significato di “dirottamento” Prima di occuparci dei dati empirici, vogliamo chiarire con esattezza cosa intendiamo dire quando neghiamo che la finanziarizzazione negli Stati Uniti abbia provocato il dirottamento di fondi dagli investimenti produttivi. Come ha sottolineato Tobin (1997. pp. 301-2), la vendita di attività finanziarie è semplicemente uno scambio di una certa somma di denaro per un asset finanziario. Questa operazione non storna fondi dall’investimento produttivo; cioè, non usa denaro che si è programmato di investire nella produzione ma viene utilizzato per un altro scopo. Se ha avuto luogo un cambio di uso del denaro di questo tipo, esso è avvenuto in questo modo qualche volta prima dell’acquisto dell’asset. E anche se ci fosse stato un cambio, il venditore dell’asset avrebbe potuto prendere il denaro ricevuto e investirlo produttivamente, in questo modo nessun dirottamento si sarebbe verificato a livello macroeconomico. Anche dopo aver riconosciuto che le transazioni del mercato finanziario non sono per loro natura causa di dirottamento, e che alla domanda se il dirottamento è avvenuto si deve rispondere a livello macroeconomico, vi è un’ulteriore questione: un aumento relativo delle vendite e acquisti finanziari non è necessariamente un dirottamento di fondi dagli investimenti produttivi. Certo, ogni dollaro usato per pagare interessi, dividendi, comprare beni finanziari o ricomprare azioni è un dollaro che non viene investito nella produzione, ma è anche un dollaro non speso per le caramelle di gomma Gummi Bears, tagliaunghie, biglietti della lotteria, ecc. Di conseguenza non possiamo concludere automaticamente che sono stati dirottati fondi dagli investimenti ogni volta che gli acquisti e i pagamenti finanziari crescono più rapidamente degli investimenti produttivi – a meno che non vogliamo concludere che sono stati dirottati da Gummi Bears, tagliaunghie, biglietti della lotteria, ecc. ogni volta che gli acquisti e i pagamenti finanziari aumentano più rapidamente di questi articoli. Questo aspetto risulta vero se i fondi in questione sono fondi derivati da profitti o da prestiti. Cosi, il solo fatto che gli acquisti finanziari sono cresciuti come parte dei fondi presi a prestito, non implica che quel credito sia stato dirottato dagli investimenti produttivi. Può accadere, e spesso è così, che l’aumento dei pagamenti e degli acquisti finanziari si basi su un credito appena creato, piuttosto che grazie a una redistribuzione del volume di credito già esistente (6). In questo caso, non si ha dirottamento di credito dagli investimenti produttivi. Perciò nell’articolo usiamo il termine “dirottamento” in riferimento agli aumenti di pagamenti e vendite finanziarie che attualmente sostituiscono l’investimento produttivo ossia si affermano a sue spese. Si dirà che siamo in presenza di un dirottamento solo se gli aumenti dei pagamenti e degli acquisti finanziari fanno diminuire la parte di profitto investita nella produzione. Un modo analogo per formulare questa situazione è dire che la percentuale del saggio di crescita di questi pagamenti e acquisti finanziari, che non sono basati su crediti addizionali, abbia una crescita maggiore della percentuale del saggio di crescita del profitto (7). Una ragione che spiega perché gli autori che hanno affrontato lo stesso argomento sono spesso arrivati a conclusioni che appaiono come varianti di quelle sostenute da noi è che essi sbagliano nella distinzione, che abbiamo appena sottolineato, tra il dirottamento del profitto dagli investimenti produttivi e il relativo aumento (di fondi) per i pagamenti e acquisti finanziari. Orhaganzi( 2007 p.8), per esempio, scrive che ogni anno “è drammaticamente cresciuta la percentuale di fondi interni pagati al mercato finanziario. Questo crea tre distinte limitazioni all’investimento reale”. Egli si riferisce evidentemente a un grafico (Orhaganzi 2007, p.44, figura 2) che mostra, correttamente, che i pagamenti degli interessi e dei dividendi sono cresciuti quando vengono espressi come percentuale dei fondi interni. In ogni caso, l’affermazione che questi pagamenti finanziari siano effettuati con fondi interni non è corretta. Non lo possono essere, per definizione(8). L’affermazione suggerisce anche in modo fuorviante che, finché una parte maggiore di fondi interni viene utilizzata per fare pagamenti finanziari una parte più piccola è destinata ad investimenti produttivi. Infatti, gli

La finanziarizzazione può avere due potenziali impatti negativi sull’accumulazione di capitale… Primo, l’incremento di investimenti finanziari e di profitti finanziari può escludere investimenti reali e creare la pratica del breve termine da parte dei dirigenti [ per es. riguardo all’aumento a breve termine del prezzo delle azioni delle imprese] e distogliere i fondi dagli investimenti reali. Secondo, l’aumento delle spese finanziarie può far decrescere gli investimenti reali, accorciando gli orizzonti della programmazione del management delle aziende e aumentando l’incertezza. [ Orhangazi 2008, p. 99] Usando il metodo di analisi della regressione lineare, Orhaganzi ha verificato gli effetti delle uscite e delle entrate delle corporation non finanziarie sui loro pagamenti reali, sia a livello aggregato che a livello di impresa. Per quanto riguarda il livello aggregato, egli ha trovato, esaminando una serie di industrie diverse, che sia i pagamenti che le entrate finanziarie hanno un effetto negativo sugli investimenti reali sia per le piccole che per le grandi imprese, mentre le entrate finanziarie hanno avuto un effetto negativo sugli investimenti produttivi in particolar modo per le grandi imprese. In ogni caso, Orhangazi non ha fornito le stime per quantificare l’entità dell’aumento dei pagamenti e delle entrate che ha determinato la riduzione degli investimenti, e inoltre gli effetti negativi sono stati spesso non statisticamente significativi a una verifica di livello normale(5). Questo articolo è d’accordo con alcuni aspetti, ma non tutti, proposti dai lavori che si occupano di questi problemi finanziari. Non mette in dubbio l’affermazione che si è verificato un cambiamento orientato verso il “shareholder value”, né siamo in disaccordo con l’affermazione che le corporation non finanziarie siano diventate sempre più “finanziarizzate”, secondo il significato che si da al termine che riguarda certamente il fatto che i loro pagamenti finanziari sono aumentati più rapidamente dei loro profitti, e i pagamenti degli asset finanziari sono aumentati più rapidamente dei pagamenti per gli asset fissi. Inoltre autori come Duménil Levy, Husson, Lazonick, Orhangazi e Stockhammer inoltre affermano che la finanziarizzazione ha operato in modo ulteriore e diverso: una parte maggiore del profitto e di fondi interni sono stati usati per il pagamento degli interessi e dei dividendi, per comprare asset finanziari e/o per riacquistare le azioni ordinarie, la qual cosa ha provocato un declino del profitto destinato ad investimenti produttivi. Le nostre conclusioni , al contrario, evidenziano per gli Stati Uniti che l’aumento relativo ai pagamenti finanziari non ha determinato un declino negli investimenti produttivi, perché

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investimenti lordi fissi delle corporation non finanziarie tra il 1947 e il 1980 è stato pari a circa il 95% del valore contabile dei loro fondi interni nazionali, ma il 105% tra il 1981 e il 2007.

Inoltre per aumentare i loro investimenti finanziari, le corporation stanno anche immettendo più liquidità nel mercato finanziario. Le figure 3, 4, e 5 descrivono i movimenti relativi al pagamento degli interessi delle corporation non finanziarie, pagamenti dei dividendi e riacquisto delle azioni, espressi come parte della loro eccedenze di esercizio netto(una misura del profitto al netto del pagamento degli interessi, pagamenti dei trasferimenti e le tasse di impresa). La parte del profitto netto di gestione utilizzato per pagare gli interessi tra il 1965 e il 1974 è triplicata, dal 7% al 21%, e da allora è rimasta elevata; il tasso medio di interesse tra il 1974 e il 2000 è stato del 20%. La parte del surplus netto di gestione pagato come dividendi è stata relativamente stabile tra il 1974 e il 1988, ma poi è cresciuta quasi costantemente ( la brusca caduta nel 2005 è stata l’eccezione principale), a un livello più che doppio rispetto al 1988. Ci sono stati poi tre periodi nei quali il riacquisto di azioni ha superato del 10% il tasso di surplus netto – 1984 – 1990, 1998- 2000, e 2004 – 2007 (10).

2. Tendenze verso la finanziarizzazione Il saggio di accumulazione del capitale è la parte percentuale del saggio di crescita del capitale investito nella produzione. La figura 1 mostra l’andamento del saggio di accumulazione del capitale fisso delle corporation negli Stati Uniti, per es., il loro investimento a breve termine in capitale fisso come percentuale del capitale fisso preesistente ( il capitale sociale netto a costo storico)[Il costo storico rappresenta il costo nel momento in cui fu acquistato. (N.d.T).]. Negli ultimi tre decenni il saggio di accumulazione è stato considerato notevole. Quando l’investimento netto( investimento lordo meno l’ammortamento) è misurato in termini di costo storico, il saggio di accumulazione precipita dal 13% nel 1979 ad una media del 4,3% tra il 2001 e il 2007, una crollo del 67%. Una parte della caduta è la conseguenza del fatto che il costo per la sostituzione del capitale fisso deprezzato, relativamente al prezzo di acquisto, a cominciare dai primi anni ’80, è sceso insieme al saggio di inflazione. Se teniamo conto dell’effetto dell’inflazione misurando gli investimenti netti a costi correnti, otteniamo il saggio di accumulazione abbattuto mostrato nella figura 1. Questo diminuisce passando dal 9% nel 1979 ad una media del 3% tra il 2001 e il 2007. In termini di punti percentuali, il declino di questo secondo saggio di accumulazione è molto minore di quello del primo, ma il declino percentuale , 66%, è stato pressochè lo stesso. Perciò, il saggio di accumulazione è diminuito di circa un terzo rispetto al suo valore massimo del 1979 comunque si valuti il suo deprezzamento.

Figura 3. Pagamento dell’interesse netto delle Corporation Non Finanziarie americane (pagamento dell’interesse netto e di altro tipo come percentuale del surplus netto di esercizio)

Figura 1. Tasso di Accumulazione del Capitale Fisso delle Corporation degli Stati Uniti (investimenti netti come percentuale degli investimenti accumulati [ammontare del capitale fisso netto])

Figura 4. Pagamento Dei Dividendi Netti delle Corporation Non Finanziarie U.S. ( percentuale del surplus di gestione)

Figura 5. Riacquisti netti di azioni delle Corporation Non Finanziarie U.S. (come percentuale del surplus netto di gestione al netto delle nuove emissioni azionarie nette)

Deprezzamento al costo di acquisto (linea continua) Deprezzamento a costi correnti (linea tratteggiata) Finora, appena il saggio di accumulazione è sceso, le corporaton non finanziarie hanno sostanzialmente aumentato l’acquisizione di prodotti finanziari rispetto a quella di capitale fisso produttivo (9). Come mostra la figura 2, i loro asset finanziari sono cresciuti come parte di quelli totali (capitale finanziario più capitale fisso valutato a costi correnti) dal 36% al 56% , una crescita di più del 50% dal 1982 al 2007. Questa crescita è citata come una prova da coloro che affermano che la finanziarizzazione ha dirottato il profitto dalla produzione al mercato finanziario (Knippers 2011; Orhangazi 2007). Figura 2. Capitale Finanziario delle Corporation Finanziarie americane (come percentuale del capitale totale fisso e finanziario)

Non

Il rapido aumento del pagamento dei dividendi e il riacquisto delle azioni , nell’ultimo decennio, hanno attirato l’attenzione di sociologi ed economisti e li hanno indotti ad occuparsi della tradizione dello Shareholder value (Davis 2009; Dobbin e Zorn 2005; Lazonick e O’Sullivan 2000;). “Shareholder value” è un termine usato molto spesso da coloro che sostengono che durante il neoliberismo è nato un nuovo modello di gestione delle imprese, “ nel quale l’orientamento strategico dei dirigenti dell’ impresa” è passato dall’ “accumulare e investire” a una filosofia di “ridimensionamento e distribuzione”.(Lazonick e O’ Sullivan 2000, p.18).

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Essi affermano che, nel segno dell’etica aziendale del “Shareholder value”, l’obiettivo primario non è l’accumulazione di capitale in se, ma piuttosto quello di incrementare i guadagni degli azionisti, in particolar modo con l’aumento del prezzo delle azioni ( Krippner 2011). In accordo con questi autori, una combinazione di eventi - un’ondata di acquisizioni di controllo[P.es. L’acquisizione di un’azienda da parte di un’altra mediante l’acquisto diretto del pacchetto azionario di maggioranza o altri espedienti finanziari. (N.d.T)] ostili, le condizioni determinate dalla regolamentazione neoliberale, le innovazioni finanziarie come l’obbligazione di rischio, la crescita in misura prevalente delle stock-option come forma di compensi ai dirigenti e la nascita di investitori istituzionali nelle vesti di potenti figure azionarie – produsse i maggiori cambiamenti nella conduzione delle imprese con la motivazione di realizzare l’aumento del prezzo delle azioni. Essi argomentano che i dirigenti delle corporation cominciarono a focalizzare sempre più l’attenzione sul mantenimento di un prezzo alto delle azioni per diverse ragioni. Una è stata il tentativo di difendere le loro società contro la minaccia di take-over[Acquisizione di controllo (NdT)]. Un’altra fu determinata dal fatto che gli investitori istituzionali insistettero perché agissero in quella direzione. Inoltre, gli investitori istituzionali fecero pressione per l’introduzione di stock options per i dirigenti di nomina recente. Questo rafforzò la tendenza dei dirigenti a perseguire gli obiettivi in linea con gli interessi degli azionisti, fino a determinare una condizione per cui i dirigenti in possesso di opzioni potessero comprare azioni della propria impresa, a un prezzo fissato, avendone un tornaconto personale nel far crescere il prezzo e perciò realizzare un utile di capitale. La capacità degli investitori istituzionali nell’imporre il proprio volere venne accresciuta quando il Congresso permise alle compagnie di assicurazione e ai fondi pensione di investire capitale netto, misura che determinò una crescita spaventosa del valore azionario delle azioni pubbliche possedute dagli investitori istituzionali (Lazonick e O’Sullivan 2000 )(11).

Figura 6. Spese Finanziare delle Corporation finanziarie americane non effettuate sulla base del Profitto. (percentuale sul totale delle spese finanziarie)

Pagamenti degli interessi e riacquisizione delle azioni Pagamenti degli interessi e riacquisizioni delle azioni escluse -----[Nota: Nella curva tratteggiata,” le spese finanziarie al di fuori del profitto” risultano dalla differenza tra il profitto al netto delle tasse e gli investimenti(produttivi) netti, mentre le “spese finanziarie” sono la somma dei pagamenti dei dividendi netti e l’acquisizione netta di asset finanziari. Nella curva continua, le riacquisizioni di azioni sono sommate al denominatore, e i pagamenti netti degli interessi (e di altra natura) sono sommati sia al numeratore che al denominatore.] Se confrontiamo l’aumento degli asset finanziari nelle corporation non finanziarie alle loro passività ( vedi figura 7), possiamo vedere che l’andamento è largamente lo stesso. In generale, l’enorme incremento di questi investimenti da parte delle corporation non finanziarie fu reso possibile da un incremento dei crediti di pari dimensione. Quando le aziende usano capitali a credito per acquistare asset finanziari, non è necessario uno scambio tra investimenti produttivi e finanziari, fino a che i profitti che possono essere utilizzati per investimenti produttivi rimangono inalterati. Figura 7. Asset Finanziari e Passività delle Corporation non Finanziarie americane (in percentuale rispetto al Prodotto Nazionale Lordo)

3. L’Importanza della finanziarizzazione mediante il credito L’incremento delle acquisizioni finanziarie e dei pagamenti da parte delle imprese sono senza dubbio delle tendenze importanti. In ogni caso, noi crediamo che è necessaria un’analisi ulteriore per chiarire l’importanza di queste tendenze, anche perché gran parte della letteratura finanziaria ha delineato conclusioni ingiustificate al riguardo. In particolare, i nostri dati indicano che l’aumento degli investimenti delle corporation nei mercati finanziari non ha determinato uno spostamento dei profitti dalla produzione alla finanza, perché gli aumenti delle acquisizioni finanziarie e dei pagamenti si sono basati sostanzialmente sulla base del credito. Come è ben noto, la leva finanziaria è un altro aspetto importante della finanziarizzazione (Gowan 2009); essa è diventata un aspetto importante per l’aumento delle azioni che guidano il processo di finanziarizzazione. E’ opportuno segnalare che la finanziarizzazione è associata a un declino sostanziale dell’importanza del profitto come fonte delle risorse usate per le spese finanziarie (acquisizioni finanziarie, pagamento dei dividendi e degli interessi e riacquisisizione di azioni). Come mostra la figura 6, le spese finanziarie delle corporation non finanziarie non basate sul profitto sono state sostanzialmente maggiori tra il 1947 e il 1967, prima della nascita della finanziarizzazione, che durante i quattro decenni successivi. Quando misuriamo le spese finanziarie non basate sul profitto come profitto al netto delle tasse, ciò che rimane dopo gli investimenti produttivi netti, e il totale delle spese finanziarie come somma del pagamento dei dividendi ed ulteriori acquisizioni di nuovi asset, troviamo che la parte delle spese finanziarie fatte al di fuori del profitto scende del 58%: da una media del 60% tra il 1947 e il 1967 ad una media del 25% tra il 1968 e 2007. Quando si prende in considerazione una più larga misura del totale delle spese finanziarie, che includa anche i pagamenti degli interessi e le azioni riacquistate (e secondo la definizione del profitto è ampliato così da includere la parte usata per pagare gli interessi come profitto al netto delle tasse), la parte di spese finanziarie effettuate al di fuori del profitto si ridusse del 44%, da una media del 70% a una del 39%.

Asset finanziari Passività finanziarie

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La figura 7 sembra indicare che il periodo tra il 1997 e il 2000 è stato un’ eccezione rispetto al fatto che i prodotti finanziari siano stati acquistati generalmente per mezzo del credito, ma attualmente non ci sono eccezioni. E’ vero che tra il 1997 e il 2000 i prodotti finanziari delle corporation non finanziarie aumentarono molto più che le loro passività, da 3,0 trilioni di dollari a 3,9 trilioni. In ogni caso, questo incremento dei prodotti finanziari in rapporto alle passività non è avvenuto a scapito di un declino degli investimenti produttivi. Gli investimenti netti balzarono dal 59% del profitto al netto delle tasse nel 1997 al 100% nel 2000. Nè la crescita sproporzionata degli asset finanziari fu il risultato delle nuove acquisizioni di asset più che il verificarsi di nuove passività. Al contrario, in questo periodo tutti gli asset finanziari furono acquistati sulla base di nuove passività: tra il 1997 e il 2000 il totale delle acquisizioni nette di asset corrispose a 3.0 trilioni $ mentre le passività addizionali furono di 3,1 trilioni $. Ciò che spiega la crescita sproporzionata degli asset finanziari è perciò la rivalutazione (verso l’alto) di questi asset; probabilmente

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questa rivalutazione ebbe luogo in larga parte dal salto improvviso dei corsi azionari durante la bolla dot-com [Si riferisce alla bolla dot-com o dell’Information Technology una bolla speculativa avvenuta tra il 1977 ed il 2000 dove I titoli informatici ebbero un balzo spaventoso sul mercato azionario per poi subire un crollo verticale (NdT).] . Perciò, gli eventi del periodo tra il 1997 e il 2000 concordano pienamente con la nostra conclusione che gli asset finanziari sono stati acquistati con capitale a credito, non con uno spostamento di profitto dagli investimenti produttivi.

Figura 9. Investimenti Produttivi e Indebitamento delle Società americane (percentuali al netto delle tasse) Indebitamento netto rispetto all’ investimento netto nella produzione

Un corollario simile è in accordo con i pagamenti finanziari. E’ vero che negli ultimi due decenni i dividendi sono marcatamente aumentati come una parte del profitto, ma a volte è stato erroneamente presunto che quando una parte maggiore del profitto viene utilizzata per pagare i dividendi, deve accadere che una parte minore del profitto è destinata ad investimenti produttivi. Questa affermazione è falsa perché, ancora, il profitto non è la sola fonte di finanziamento delle imprese. Se esse si indebitano di più, e utilizzano i prestiti ricevuti per investimenti produttivi, i dividendi e gli investimenti produttivi possono crescere entrambi rispetto al profitto.

Poiché il coefficiente angolare per il sottoperiodo 1989 -2007 non è statisticamente diverso da 1 secondo i normali criteri (statistici), questi risultati suggeriscono fortemente che gli aumenti degli investimenti netti furono pagati, in entrambi i sottoperiodi, dollaro – per – dollaro attraverso l’ indebitamento(13). I nostri risultati implicano che quando le società hanno deciso di aumentare i loro investimenti produttivi, non hanno ottenuto il denaro in più di cui avevano bisogno con la riduzione dei dividendi; al contrario, si indebitarono. E quando hanno deciso di ridurre gli investimenti produttivi , non hanno usato il denaro resosi disponibile per pagare dividendi aggiuntivi; al contrario si indebitarono meno. Così, quando la parte del profitto destinata ai dividendi crebbe in modo accentuato, tra il 1988 e il 2000, la crescita non avvenne a scapito di una caduta della parte destinata all’investimento produttivo. Anche quest’ultimo crebbe notevolmente, così come il debito che schizzò dal – 9% al 63% ( vedi Tabella 1). Di conseguenza, la quota di investimento è diminuita molto bruscamente, dopo di che essa è stata parzialmente rifinanziata; questo venne associato ad un declino simile della quota del debito e in un suo parziale rifinananziamento, mentre la quota del dividendo è rimasta all’interno di una variazione molto limitata. Inoltre, la parte del dividendo tendeva nuovamente a variare insieme alla quota di investimento, non inversamente(14).

Come mostra la figura 8, non vi è infatti uno scambio tra la parte di profitto al netto delle tasse utilizzato per pagare i dividendi e quella per gli investimenti produttivi netti. Il grafico divide i dati in due sotto periodi per cogliere l’effetto di un ovvia rottura strutturale verificatasi dal 1989 in avanti. Ad eccezione del 2005, la parte del profitto per i dividendi, durante questo subperiodo più recente, è maggiore in maniera consistente del suo valore tra il 1947 e il 1988. Per il sottoperiodo 1947 – 1988, la linea di regressione quasi orizzontale e il piccolissimo 2 coefficiente di regressione (R <0.001) indica che non vi è sostanzialmente una relazione tra le parti destinate ai dividendi e quelle per gli investimenti produttivi(12). Figura 8. Investimenti Produttivi e Pagamenti dei Dividendi delle Imprese americane (percentuali al netto delle tasse) (Dividendi netti rispetto agli investimenti netti nella produzione)

Tabella 1. Ripartizione del profitto al netto delle tasse delle Corporation americane, 1989 – 2007 (anni scelti)

Parte destinata all’investimento = investment share Parte destinata ai dividendi = dividend share Parte destinata al debito = borrowing share Dalla tabella risulta evidente la forte correlazione tra gli investimenti produttivi e la domanda di credito, correlazione che noi consideriamo il modo tipico col quale è descritto il legame tra i pagamenti finanziari e gli investimenti. Il modo in cui si discute di questa relazione talvolta sembra dare ai lettori l’impressione che se un dollaro addizionale di profitto è distribuito come dividendo, necessariamente l’investimento produttivo debba essere diminuito di un dollaro. Per esempio, Duménil e Lévy (2011 p. 153 suggeriscono che “ le società sostanzialmente autofinanziano i loro investimenti. Questa capacità dipende dal saggio al quale esse non distribuiscono i profitti, cioè, non pagano interessi e/o distribuiscono dividendi…I profitti non distribuiti condizionano l’accumulazione. “ E’ vero che , in media e su un arco di tempo sufficientemente lungo, la quota di investimenti basati sul credito non è grande , e questo potrebbe essere ciò che Duménil e Lévy intendono con corporation “ che sostanzialmente autofinanziano i loro investimenti.” Ma è anche vero che, se le società non prendessero prestiti per niente, le loro capacità di investire dipenderebbe totalmente dal livello degli interessi non pagati e dei dividendi non distribuiti. Comunque, non è vero che le società non sono capaci di investire più del profitto non distribuito dopo aver pagato interesse e dividendi, e neanche spiegano attualmente Duménil e Lévy perchè le corporation non sono in grado di investire più dei loro profitti non distribuiti. Al contrario, essi

Nel sottoperiodo 1989 -2007 non si è rilevata ancora una significativa relazione statistica tra la parte destinata ai dividendi e quella per investimenti produttivi (utilizzando gli usuali livelli di rilevazione statistica), la pendenza verso l’alto della retta della regressione indica che gli aumenti negli investimenti tendevano effettivamente ad essere associati con l’aumento, non con la diminuzione, dei dividendi. In forte contrasto, la Figura 9 indica che c’è stato una forte correlazione positiva tra l’investimento produttivo netto e “indebitamento”- la parte di investimento netto e i dividendi non finanziati col profitto al netto delle tasse – come parti al netto delle tasse. Il coefficiente angolare, 1.00 per il sottoperiodo più vicino e 1.18 per il precedente, indicano che l’aumento di 1 $ in investimento è stato mediamente accompagnato da un aumento del debito rispettivamente di 1.00 $ e di 1.18 $. Se si trascura il 2005, valore erratico della serie, il secondo coefficiente angolare scende a 1.08.

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sanno che nella seconda metà del 1990 l’investimento produttivo è stato maggiore degli utili non distribuiti (Duménil e Lévy 2011, p. 153 – 154).

Figura 10. Tassi di investimento dei profitti delle imprese americane (come media percentuale tra il 1949 e il 1971; investimento netto come percentuale del profitto realizzato nei due anni precedenti)

4. Andamento degli Investimenti Produttivi come quota del Profitto L’aspetto più rilevante, come abbiamo sottolineato precedentemente, è che la quota di profitto delle corporation statunitensi investito produttivamente è stato, ai valori attuali, maggiore durante i primi due decenni del neoliberismo che nel periodo che li precedette, ed è stato maggiore anche in tutto il periodo neoliberale una volta che abbiamo verificato un aumento sostanziale del tasso di ammortamento. Questi dati contraddicono immediatamente l’affermazione di altri autori (per es. Husson 2008; Stockammer 2009) secondo I quali la caduta del tasso di investimento è la conseguenza della finanziarizzazione e/o del neoliberalismo. Riferendosi agli Stati Uniti, alle economie più importanti dell’Unione Europea e all’intera Unione Europea , Stockhammer (2009, p. 11) afferma che “ la finanziarizzazione ha avuto l’ effetto di attenuare gli investimenti, dovuto probabilmente agli effetti negativi dell’andamento del valore delle azioni e dell’accresciuta incertezza”. Egli basa questa conclusione sugli andamenti declinanti del rapporto investimenti/profitto negli Stati fin dagli anni ‘70 . Comunque, ci sono due ragioni fondamentali che spiegano perché le sue conclusioni non sono corrette. La prima. Anche se la sua conclusione si riferisce agli investimenti aziendali, per qualche strana ragione egli calcola i saggi di investimento (formazione del capitale fisso lordo) sul “profitto” (eccedenza di esercizio lorda e reddito misto) usando dati che si riferiscono alla totalità dell’economia(15). Noi abbiamo calcolato il rapporto investimenti/profitti per gli Stati Uniti, usando gli stessi dati, le stesse variabili utilizzate da Stockhammer, ma focalizzando il calcolo solo sulle corporation(16). Il declino percentuale del saggio si riduce di più della metà. La seconda. Anche se non prendiamo in considerazione l’indifferenza di Stockhammer per le altre possibili spiegazioni del declino del rapporto investimenti/profitti, il periodo di tempo che egli considera è di gran lunga troppo breve per fargli attribuire il declino alla finanziarizzazione. Egli sostiene che il “sistema di accumulazione “ che precedette il sistema “dominato dalla finanza” “è finito nel corso degli anni ‘70” (Stockhammer, p. 3). In questo modo egli tenta di determinare gli effetti della finanziarizzazione confrontando dati caratteristici della post–finanziarizzazione con una base di riferimento propria della pre–finanziarizzazione e riferita in più a pochi anni. Non c’è nessuna ragione a priori per credere che questi pochi anni siano rappresentativi del periodo di prefinanziarizzazione, e perciò non esiste alcuna ragione per credere che il rapporto investimenti/profitti sia stato in media più alto prima del manifestarsi della finanziarizzazione. In modo simile, Husson ha formulato conclusioni sull’influenza del neoliberismo sugli investimenti attraverso una serie di dati senza alcuna informazione sulla loro base di partenza. Nel tentativo di difendere la sua tesi (in Husson 2008) riguardo al fatto che negli anni ’80 si è manifestato un particolare regime di accumulazione neoliberale e nel quale il profitto fu spostato dagli investimenti produttivi al mercato finanziario, Husson (2009, Grafico 7B) ha elaborato i dati per gli Stati Uniti solo dai primi anni ’80 in poi. La figura 10 mostra il saggio di investimento netto dei profitti, usando quattro diverse misure del profitto, relativo ai saggi medi del periodo 1949 – 1971. Siccome i dati suggeriscono che le variazioni nel profitto generalmente precedono quelle negli investimenti, noi abbiamo calcolato gli investimenti netti di ogni anno come percentuale del profitto realizzato nei due anni precedenti. Per questa ragione il grafico inizia dal 1949 invece che dal 1947, l’inizio del periodo post Seconda Guerra Mondiale. Il grafico mostra chiaramente che gli anni ’70 non sono per niente rappresentativi del periodo pre – finanziarizzazione; in questo decennio il tasso di investimento si impennò. Per questo motivo, la serie dei dati che partono dagli anni ’70 o successivamente non ci consentono di delineare conclusioni valide sul come la finanziarizzazione e il neoliberismo abbiano influenzato gli investimenti.

After- tax profit = profitto al netto delle tasse before-tax profit = profitto prima delle tasse Net operating surplus = eccedenza di esercizio netta property income = reddito di capitale Appare chiaro dalla figura 10 che l’andamento dei tassi di investimento può essere sicuramente diviso in quattro distinti periodi: 1949 -1971, 1972 – 1985, 1986 – 2001, 2002 – 2007. Allo scopo di discutere dell’epoca precedente e successiva a quella neoliberale, dobbiamo anche dividere il secondo periodo in due sottoperiodi, uno che finisce nel 1980 e un altro che inizia nel 1981, l’anno in cui divenne presidente Ronald Reagan. La tabella 2 riassume i dati riguardanti questi periodi. Ad eccezione del 2001, in tutti e quattro il saggio di investimento del profitto durante l’epoca neoliberale è stata maggiore o uguale a quelle del pre – neoliberalismo. Inoltre, siccome il saggio di investimento non è sceso in modo marcato dopo i primi anni ’80, come Stockhammer e Husson hanno trovato, questo declino non può essere attribuito alla finanziarizzazione o al neoliberismo. Una ragione in tal senso è che all’inizio degli anni ‘80 il saggio di investimento del profitto fu insostenibilmente elevato come hanno trovato Stockhammer e Husson. A causa di una brusca caduta della profittabilità, il saggio di investimento (non ritardato)[Quando si studiano due serie di regressioni esistono due tipi di variabili: quelle non ritardate e quelle ritardate. Un modello di variabili non ritardate prevede il rapporto delle variabili nel tempo quando vengono osservati I fattori esogeni ed endogeni nello stesso istante. Mentre il modello di quelle ritardate rapporta un fattore endogeno attuale ad uno esogeno del passato (NdT)] del profitto al netto delle tasse tra il 1979 e il 1982 fu in media il 105%; le corporation hanno investito più profitto di quello che avevano in possesso. Un’altra ragione è data dal fatto che il neoliberismo e la finanziarizzazione non provocarono la caduta del saggio di investimento a livelli inferiori del normale. Quando questo cadde, ritornò a dei livelli paragonabili a quelli che erano tipici prima del 1979; durante il periodo 1986 – 2001 tutti I saggi di investimento dei quattro periodi risultarono maggiori o uguali a quelli del periodo 1949 – 1971. Tabella 2. Tassi di Investimento del Profitto, Società americane (investimenti netti come percentuale dei profitti dei due anni precedenti)

PI = reddito di capitale; NOS = eccedenza netta di esercizio; BTP = profitto al lordo delle tasse; ATP = profitto al netto delle tasse

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Come mostra la figura 12, il saggio di ammortamento – ammortamento del capitale fisso delle corporation come percentuale dell’ammontare netto del loro capitale fisso – cresciuto in maniera accentuata dopo il 1960. ( Kliman 2011, p. 140 – 143) ha mostrato che tutta la crescita è attribuibile alla rivoluzione della tecnologia informatica. L’investimento nelle tecnologie dei processi informatici e del software è diventato una parte sempre più grande del totale degli investimenti produttivi delle società, e da allora essi si sono svalutati molto più rapidamente di quanto non abbiano fatto gli altri asset fissi, il cambiamento nel tipo di investimenti portò ad un rapido aumento del tasso di ammortamento complessivo.

I risultati precedenti sono stati ottenuti utilizzando per gli investimenti netti e i profitti, dati che si basano parzialmente sulla serie storica dei costi di ammortamento. Come mostra la Tabella 3, arriviamo a conclusioni molto simili quando vengono invece usati i costi di ammortamento correnti. Tabella 3. Tassi di investimento del profitto a costi correnti, Imprese americane (investimenti netti come percentuale dei profitti dei due anni precedenti; ammortamento calcolato a costi correnti)

Figura 12. Tasso di Ammortamento, Corporation americane (ammortamento come percentuale del costo dello stock netto di capitale fisso) 1

PI = reddito di capitale; NOS = eccedenze nette di esercizio; BTP = profitto al lordo dalle tasse; ATP = profitto al netto delle tasse. Durante il 2001 si ebbe un brusco declino negli investimenti e un picco elevato della profittabilità, anche se temporaneo. Come risulta, tre dei quattro saggi di investimento medio per l’intero periodo neoliberale, 1981 – 2007, diminuirono meno delle medie del periodo 1949 – 1980. Comunque, questo fatto non può essere attribuito al neoliberismo, o ad un emergente modello neoliberale nella conduzione delle imprese. Una spiegazione di questo tipo non può dar conto del perché il saggio non è stato inferiore a quello del periodo pre – neoliberale durante i primi 21 anni del neoliberismo, poi improvvisamente è precipitato. Il declino del saggio d’investimento post – 2001 sembra essere stata una temporanea risposta agli eventi di quel periodo – forse eventi quali l’esplosione della bolla del mercato delle azioni “dot – com” che iniziò alla fine del 2000, la brusca caduta del saggio del profitto tra il 1997 e il 2001e l’attacco terrorista dell’11/9. Dopo il 2004, il saggio di investimento risalì bruscamente. Per esempio, mentre il profitto al netto delle tasse è stato maggiore nel 2007 rispetto al 2004 solo del 6%, gli investimenti netti lo sono stati del 107%. In verità, gli investimenti netti crebbero di 240 bilioni $ mentre il profitto al netto delle tasse di solo 47 bilioni $, il che significa che le società investivano 5$ in più per ogni 1$ di profitto in più. Perciò, dal 2007, l’aumento percentuale degli investimenti netti rispetto al 1997 fu di poco maggiore del comparabile incremento percentuale del profitto al netto delle tasse (vedi Figura 11); il che implica che il (non – ritardato) tasso di investimento è stato leggermente più alto nel 2007 che nel 1997. Noi non vediamo come questi fatti possano essere compatibili con una rappresentazione nella quale il neoliberismo e/o un nuovo modello di conduzione delle società abbiano indotto le imprese a spostare il profitto dall’investimento produttivo alla finanza.

Il neoliberismo e la finanziarizzazione non sono ovviamente responsabili di un tale incremento del tasso di ammortamento. Perciò, allo scopo di confermare validamente se essi hanno provocato uno spostamento del profitto dagli investimenti produttivi al loro utilizzo nella finanza, noi dobbiamo astrarre dal tasso di ammortamento, verificare i suoi effetti. Noi lo abbiamo fatto sommando l’ammortamento sia all’investimento netto che al profitto. I saggi di investimento risultanti, investimento lordo come percentuale di quello che potremmo chiamare “profitto lordo” ( profitto più ammortamento), sono gli stessi quando l’investimento netto e il profitto vengono calcolati a costi correnti o no. Il saggio di investimento, investimento lordo come percentuale dell’eccedenza di esercizio lorda, è molto simile alla misura che riferisce Stockhammer; la differenza principale sta nel fatto che le nostre misure attengono alle società più che all’economia nella sua totalità. I risultati di queste elaborazioni sono illustrati nella figura 13 e nella tabella 4. Tutti e quattro I saggi di investimento sono più alti durante il periodo neoliberale – inclusi gli anni dopo il 2001 – rispetto al periodo precedente. E tre dei quattro saggi di investimento superano i livelli dell’intervallo 1949 – 1971 anche durante il periodo 2002 – 2007, mentre il saggio di investimento del profitto lordo al netto delle tasse scende di poco rispetto a quello del 1949 – 1971, solo di due punti percentuali. Perciò, la caduta dei saggi di investimento sull’intero periodo 1981 – 2007, relativamente alla loro media nel periodo 1949 – 1980, sono attribuibili alla crescita del tasso di ammortamento, non al neoliberismo e/o alla finanziarizzazione.

Figura 11. Investimento netto e Profitto al netto delle tasse, Corporation americane (differenze percentuali dai livelli del 1997)

Figura 13. Saggi di Investimento Lordi del Profitto Lordo, Corporation americane (come percentuale delle medie 1949 – 1971; investimento lordo come percentuale del profitto lordo dei due anni precedenti)

net investiment = investimento netto after-tax profit = profitto al netto delle tasse In ogni caso, una volta fatti gli adeguamenti per i cambiamenti dei tassi di ammortamento, il saggio medio di investimento del profitto diventa di gran lunga maggiore durante il periodo neoliberale, anche se sono inclusi gli anni successivi al 2001, che nel periodo precedente(17).

Gros after-tax profit = profitto lordo al netto delle tasse; gros before-tax profit = profitto lordo prima del pagamento delle tasse; gros operating surplus = eccedenza di esercizio lordo; reddito di capitale lordo

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Tabella 4. Saggi di Investimento Lordo del Profitto Lordo delle Corporation americane (investimento lordo come percentuale del profitto lordo dei due anni precedenti)

come percentuale di quello che costerebbe la sostituzione di tutto il capitale fisso. Kliman (2011, cap.5 ) ha dimostrato che il tasso dell’utile sul capitale fisso declina in modo rilevante durante il periodo neoliberale quando il reddito da capitale o il netto delle eccedenze di esercizio sono considerate misure del profitto. Quando è stato preso in considerazione il profitto al netto o meno delle tasse, anche il tasso dell’utile sul capitale investito declina sostanzialmente dal 1982, anno di passaggio, e il 2001( l’ultimo prima della Grande Recessione) ed è l’andamento sostanzialmente assente durante il periodo 1981 – 2007(19). Siccome le affermazioni (1) e (2) sono entrambe non corrette – quando “il saggio del profitto” è utilizzato col suo normale significato – il declino del saggio di accumulazione non può essere attribuito a uno spostamento del profitto dalla produzione e che ciò avvenne a causa della finanziarizzazione e del neoliberismo. Piuttosto, esso declinò in parte a causa della discesa del profitto e in parte a causa dell’investimento di una parte del profitto, che ritornò a livelli normali, dopo fu temporaneamente e insostenibilmente alto all’inizio dei primi anni ’80. Il cambiamento del saggio di accumulazione può essere scomposto nella variazione della parte degli investimenti e nella variazione del saggio del profitto. Fino a che il saggio di accumulazione è, per definizione, il prodotto della parte di investimento del profitto e del saggio del profitto, il cambiamento percentuale del saggio di accumulazione è uguale approssimativamente alla somma delle variazioni percentuali del saggio di investimento e del saggio del profitto. Questa relazione ci aiuterà a determinare i movimenti del saggio di accumulazione del capitale fisso delle Corporation Statunitensi. Il saggio di accumulazione ebbe un picco nel 1979, tra quell’anno e il 2001 scese del 61%, mentre il profitto al netto delle tasse scese del 41% ed il saggio di investimenti del profitto al netto delle tasse scese del 34%. Perciò, circa il 55% ( = 41/[ 41+ 34 ]) della caduta del saggio di accumulazione è attribuibile a quella del saggio del profitto, e il 45% è attribuibile alla discesa della parte degli investimenti. (Il saggio di accumulazione in seguito crebbe del 18% tra il 2001 e il 2007, con una crescita del 47% del saggio del profitto che fu solo in parte bilanciata da una caduta del 20% nella parte degli investimenti). Assumendo un punto di vista più ampio e considerando il periodo post – Seconda Guerra Mondiale come un tutt’uno, la caduta del saggio del profitto sconta l’intera caduta del saggio di accumulazione. La figura 14 mostra le percentuali con le quali le variabili differivano dai loro valori nel 1948. Il saggio di accumulazione (in)seguì il saggio del profitto in maniera relativamente fedele durante i primi due decenni del periodo post- bellico, e di nuovo negli ultimi due decenni. Se si trascura il periodo 1968 – 1986, le variazioni del saggio del profitto incidono per il 48% della variazione del saggio di accumulazione l’anno successivo e del 52% in quello dei due anni successivi. Dopo il 1967, si ebbe un massiccio aumento della parte dei profitti destinata agli investimenti, la qual cosa determinò la risalita del saggio di accumulazione in relazione sostanziale al saggio del profitto; proprio perché il saggio di investimento crebbe a livelli insostenibili, dopo il 1981 esso cominciò a precipitare, e queste variazioni determinate nel saggio di accumulazione furono in linea con quelle del saggio del profitto(20).

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GPI = reddito di capitale lordo; GOS = eccedenza di esercizio lorda; GBTP = profitto lordo tasse comprese; GATP = profitto lordo al netto delle tasse. 5. La caduta del Saggio di accumulazione. Come abbiamo sottolineato in precedenza, il saggio di accumulazione del capitale fisso delle Corporation statunitensi cadde bruscamente nel corso dei tre decenni che precedettero la Grande Depressione. Parecchi economisti politici radicali ne hanno dedotto che il declino avvenne perché, con l’emergere della finanziarizzazione e il neoliberismo, il profitto è stato spostato dall’investimento produttivo ai pagamenti e alle acquisizioni finanziarie. Questa conclusione è una diretta conseguenza di due delle loro affermazioni chiave: (1) durante il neoliberismo il tasso di accumulazione cadde anche se il saggio del profitto risalì al livello precedente, il che significa che il saggio di investimento del profitto declinò(18). (2) Il saggio d’investimento è diminuito perché durante il periodo neoliberale il profitto è stato spostato dall’investimento produttivo. Per esempio, Duménill e Lévy hanno scritto, Poiché il ripristino del saggio del profitto non è stato accompagnato da una parallela ripresa dello sviluppo …? La risposta a questo enigma può essere trovata nei meccanismi monetari e finanziari … i persistenti bassi risultati dell’economia americana e di quella europea [… sono] attualmente l’effetto delle dinamiche proprie del neoliberismo. Si può, perciò, affermare che la crisi strutturale è finita ed accusare il neoliberismo dei bassi saggi di accumulazione. In modo simile, Husson (2008) sostiene che: [la] decrescita della quota salariale è stata accompagnata dalla metà degli anni ’80 da uno spettacolare recupero del saggio medio del profitto. Ma … il saggio di accumulazione ha continuato ad oscillare ad un livello più basso che prima della crisi. In altre parole, il drenaggio dai salari non è stato usato per investire di più. … La massa crescente di plusvalore che non è stato accumulato è stata distribuita per la maggior parte sotto forma di ricavi, ed è questa l’origine su cui si è fondato il processo di finanziarizzazione. La differenza tra il saggio del profitto e il saggio di investimento è un buon indicatore del grado di finanziarizzazione. Noi abbiamo mostrato in precedenza che l’affermazione 2 è falsa, almeno nel caso degli Stati Uniti. Anche se la quota di investimenti ha subito un declino dopo i primi anni’80, questo è successo perché agli inizi degli anni ’80 essa era alta in misura abnorme e quindi insostenibile, non perché i profitti sono stati spostati dagli investimenti produttivi a quelli finanziari. E anche se i pagamenti e le acquisizioni finanziarie sono cresciute rapidamente, ciò che ha reso possibile questa rapida crescita è stato l’aumento dei fondi a credito, non lo spostamento del profitto dalla produzione. Nel 2001, la quota di profitto investito nella produzione durante il neoliberismo non è stata inferiore a quella investita prima, e se controlliamo il tasso di ammortamento (deprezzamento), esso non è stato inferiore in tutto il periodo del neoliberismo. Così per l’affermazione (1), il “saggio del profitto” che risale non è il saggio del profitto nel normale significato del termine. Cioè, esso non è il tasso dell’utile del capitale investito – profitto come percentuale di capitale fisso (valore nominale al netto dell’ammortamento [deprezzamento] – ma il profitto

Figura 14. Tasso di Accumulazione delle Corporation americane ,Saggio del Profitto al netto delle tasse, e saggio di Investimento del Profitto al netto delle Tasse (differenze percentuali con i prezzi del 1948)

Saggio del profitto (asse a sinistra) Saggio di accumulazioe (asse a sinistra) - - - - - - Saggio di investimento (asse a destra) ……………

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Perciò, alla fine di tutto – per es., quando noi prendiamo in esame l’intero periodo del dopoguerra – il saggio di investimento ha molto poco a che fare col declino del saggio di accumulazione. Tra il 1948 e il 2007, il saggio di accumulazione è sceso del 41%, mentre il saggio di investimento, ai prezzi attuali , è cresciuto lievemente, del 3%. L’intera caduta del saggio di accumulazione è attribuibile al 43% della caduta del saggio del profitto al netto delle tasse, che è solo compensato un po’ dalla piccola crescita il saggio di investimento. Questa conclusione non è particolarmente sorprendente. Che il saggio del profitto sia una chiave determinante del saggio di accumulazione è un punto fondamentale di molte teorie economiche, e in verità la loro relazione è la ragione principale dell’ importanza economica del saggio del profitto. Ciò che potrebbe sorprendere è la persistente caduta del saggio di accumulazione in presenza di una persistente crescita del saggio del profitto. Quelli che affermano che si è verificata una divergenza di questo tipo durante il neoliberismo hanno richiamato l’attenzione sulla natura non intuitiva di questa affermazione (vedi, per es., Husson 2008).

senza costi. Ma lo spostamento del profitto dalla produzione non è stato uno di questi costi. Presentato alla Conferenza della Association for Heterodox Economics, Parigi Luglio 2012. Andrew Kliman, Department of Economics, Pace University, 861 Bedford Rd., Pleasantville, NY 10570 USA. e-mail: akliman@pace.edu. Appendice In assenza di altre indicazioni i dati usati in questo articolo per ogni tipo di profitto, investimento netto e capitale fisso si basano su valori di ammortamento calcolati al costo storico. Abbreviazioni

6. Sommario e Conclusione Diverse volte nella letteratura finanziaria è stato affermato che il profitto è stato spostato dall’investimento produttivo ad acquisti e pagamenti finanziari come risultato della finanziarizzazione e/o del neoliberismo. Questo articolo ha dimostrato che queste affermazioni non sono corrette nel caso delle Corporation Statunitensi. La quota di profitto investita nella produzione è stata maggiore durante i primi due decenni del neoliberismo che nei due decenni precedenti. Inoltre, quando abbiamo controllato la crescita del saggio di ammortamento – una crescita che è risultata essere stata determinata dalla rivoluzione delle tecnologie informatiche, non dalla finanziarizzazione o dal neoliberismo – abbiamo trovato che la quota di profitto investito nella produzione è stata grande o più grande durante il periodo neoliberale preso nel suo insieme che nei decenni precedenti. Sebbene la quota di investimento del profitto non sia diminuita dopo l’inizio degli anni ’80, l’articolo ha dimostrato che è scesa da livelli insostenibilmente alti (con valori vicini o superiori al 100% del profitto al netto delle tasse) a livelli che erano tipici del primo quarto di secolo dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il declino perciò non può essere attribuito alla finanziarizzazione e al neoliberismo. L’articolo ha anche dimostrato che tutta la caduta del saggio di accumulazione delle Corporation Statunitensi tra il 1948 e il 2007 è attribuibile alla caduta del loro saggio del profitto, piuttosto che a uno spostamento del profitto dall’investimento. Inoltre qualcosa come più della metà del notevole declino del saggio di accumulazione che si ebbe tra il 1979 e il 2001 è attribuibile alla caduta del saggio del profitto, mentre il rimanente è dovuto al fatto che la parte di profitto investita tornò a livelli normali dopo essere stata insostenibilmente alta. Allo scopo di stabilire perché il fatto che il profitto non è stato spostato dalla produzione anche se le acquisizioni e i pagamenti sono cresciuti molto più rapidamente che i profitti, l’articolo ha enfatizzato il fatto che le Corporation abbiano usato il credito come se fosse profitto e il mercato del credito è stato una crescente e importante fonte di risorse. Non c’è una ragione unica per spiegare le erronee affermazioni a proposito dell’influenza della finanziarizzazione e del neoliberismo sull’investimento produttivo. L’articolo ha richiamato l’attenzione su alcune deduzioni scorrette ricavate dai dati. Vorremmo concludere sottolineando nuovamente ciò che ci sembra essere il problema principale, nella speranza che esso non diventi un ostacolo per i contributi che seguiranno nella letteratura finanziaria. Ci stiamo riferendo alla conclusione che – o forse l’uso di un linguaggio che in modo fuorviante suggerisce che – un aumento dei pagamenti e acquisizioni finanziarie relative ad alcune fonti di finanziamento (profitti, finanziamenti interni, ecc.) non significa che i fondi siano stati spostati dall’investimento produttivo. Un mondo nel quale il credito addizionale è creato ex nihilo e basato su niente più che una promessa di pagamento – specialmente un mondo in cui il fenomeno è sempre più significativo – non è un gioco a risultante zero. La recente crisi finanziaria ha mostrato ancora una volta che questo fenomeno non è certamente

Note 1) Qui e nel seguito, sarà usato il termine colloquiale “borrowing” (indebitamento) in riferimento a quello che in gergo tecnico è conosciuto come “dissaving”(risparmio negativo: quando le spese superano le entrate). Il debito negativo sopravviene quando si usano risparmi esistenti(patrimonio) per fare un investimento, sia che si usino fondi propri che fondi presi a prestito da altri. 2) Nella sezione 4 discuteremo anche il fatto che il declino della parte destinata agli in investimenti nel dopo 2001 fu temporaneo; dopo il 2004 gli investimenti produttivi crebbero molto più rapidamente dei profitti. 3)“Pagamenti finanziari” si riferisce ai pagamenti delle imprese per dividendi e interessi, così come il riacquisto delle azioni. 4)Per Duménil e Lévy, “il profitto non ridistribuito” è uguale al profitto al netto delle tasse meno il pagamento degli interessi e dividendi. 5)Abbiamo cercato di ripetere i suoi risultati riguardanti la regressione del livello-aggregato ( Orhangazi 2008, p. 103, modello II nella tav. 6.1) ma non siamo riusciti. In particolare, mentre Orhaganzi ha concluso che i pagamenti finanziari hanno avuto un effetto negativo sugli investimenti, il che è risultato statisticamente significativo per una quota del 10 per cento, noi abbiamo trovato che l’effetto è stato positivo ( ma significativo solo per il 15 per cento). La differenza tra i suoi e i nostri risultati sembra essere dovuta, in definitiva, parzialmente alla sostanziale discrepanza tra i valori che abbiamo ottenuto per la maggior parte delle variabili della regressione e i valori da lui riportati per mezzo di grafici di serie del tempo (?) ( Orhaganzi 2008,pp. 114-6). Deduzioni non corrette da parte nostra riguardo alla procedura seguita da Orhaganzi e la fonte dei dati possono dare una spiegazione di queste discrepanze. In ogni caso, non possiamo essere d’accordo per il fatto che uno dei suoi grafici indica che il saggio del valore aggiunto lordo del capitale è cresciuto quasi ogni anno tra il 1961 e il 2004, mentre noi abbiamo trovato che ha avuto una brusca tendenza al ribasso dopo la metà degli anni sessanta. Abbiamo scritto a Orhaganzi per tentare di conciliare le sue e le nostre conclusioni e siamo in attesa di una sua risposta. 6)Nella sezione 2, mostreremo che negli Stati Uniti la parte di profitto utilizzato dalle corporation non finanziarie per pagamenti e acquisti finanziari fu molto più piccola tra il 1968 e il 2007 che tra il 1947 e il1967. La parte maggiore fu perciò coperta da prestiti. 7)Questa equiparazione deriva dal fatto che investimenti produttivi + acquisti e pagamenti finanziari = profitto + crediti, insieme con il fatto che la somma degli scambi tra i termini a sinistra del segno di uguaglianza uguaglia la somma degli scambi dei termini a destra. 8)Usando un linguaggio approssimativo, come in Flow of Funds Accounts, il termine “internal funds” sono i profitti

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ottenuti al netto delle tasse e dei dividendi ma prima dei costi di svalutazione 9)Questo confronto è limitato alle corporation non finanziarie perché gli asset finanziari giocano un ruolo diverso e più grande nelle operazioni delle imprese finanziarie. Tra il 1947 e il 2007, la componente finanziaria delle corporation rispetto al capitale del settore finanziario è cresciuto molto modestamente, dall’80% all’82% - il che significa che il capitale finanziario delle corporation finanziarie e non finanziarie è cresciuto circa allo stesso tasso. Al contrario le quote di profitto delle corporation finanziarie (valore aggiunto lordo) e l’investimento accumulato in capitale fisso sono molto più piccole, ma sono cresciute molto rapidamente, dal 4% e il 3% , rispettivamente nel 1947, al 13% nel 2007. 10)In media, la riacquisizione di azioni fu il 20%, il 19% e il 37% del surplus netto di gestione durante questi tre periodi. Ci sono stati grandi riacquisizioni nel 2008 e 2010, pari rispettivamente al 28% e al 22% del surplus netto di gestione. 11)Krippner (2011, p. 9) fornisce una sintetica ma dettagliata descrizione di questi sviluppi. “Considerati nel loro insieme”, argomenta, “ questi cambiamenti ebbero un effetto profondo nel comportamento delle corporation, con la minaccia della riacquisizioni come bastone e le stock options per soddisfare l’imperativo del mercato finanziario…” 12)Se ci fosse stato uno scambio perfetto (dollaro - per – dollaro) tra pagamento dei dividendi e investimenti produttivi, ad 1 punto percentuale di crescita nell’investimento avrebbe dovuto corrispondere, in media, 1 punto percentuale di caduta dalla parte dei dividendi. La pendenza e il coefficiente, - 0.004, implica che la caduta media reale nella parte dei dividendi fu solo dell’ordine di quattromillesimi. 13)Quando prendiamo in considerazione solo le corporation non finanziarie, tutti i risultati su riportati del rapporto dividendi e investimenti continuano ad essere validi, ad eccezione del fatto che la linea di regressione per il periodo 1947 – 1988 sale troppo lievemente; il coefficiente angolare è + 0.002, Tutti i risultati che si riferiscono agli scambi di debito continuano ad essere validi, fatta eccezione per il fatto che il coefficiente angolare riguardante il periodo 1989 – 2007 è 1.21, o 1.12 se si esclude il 2005. Questi coefficienti non sono statisticamente diversi da 1 se ottenuti con i criteri statistici utilizzati normalmente. 14)Questi confronti non tengono conto del comportamento delle variabili del 2005, anno caratterizzato da un comportamento estraneo a quello degli altri periodi considerati. 15)Anche se Stockhammer (2009, p.23) dice che i suoi dati sugli investimenti riguardano solo il settore privato, ma le cose non stanno così. 16)Le variabili sono “eccedenza di esercizio e reddito misto; calcolati al lordo” e “ formazione di capitale fisso lordo,” dati pubblicati nell’ OECD. Stat Extract, stats.oecd.org.

17)Poiché l’investimento netto è uguale all’investimento lordo meno l’ammortamento, l’investimento netto scende quando l’ammortamento cresce come parte dell’investimento lordo, anche se rimangono costanti tutti gli altri fattori, per es. Un saggio maggiore di investimento totale ripiana semplicemente l’ammortamento (perdita di valore) del capitale fisso esistente. 18)Fino a che il tasso di accumulazione è il rapporto tra gli investimenti netti e il capitale anticipato, e il i saggio del profitto è il rapporto tra il profitto e il capitale anticipato, il primo può diminuire mentre il secondo aumentare solo se diminuisce il saggio di investimento. 19)L’andamento dei tassi dell’utile investito (considerato o no al netto delle tasse) discendente tra il 1981 e il 2005, è leggermente in salita se includiamo il 2006 e il 2007, ma è ancora in discesa quando consideriamo anche il 2008. I coefficienti angolari sono i seguenti : tasso di reddito del capitale, - 0.217% ( p = 0.001); tasso di eccedenza netta di esercizio, - 0.148% ( p = 0.009) tasso del profitto al lordo delle tasse, 0.018 ( p = 0.74); tasso del profitto al netto delle tasse, 0.006% ( p = 0.88). Il valore p indica che, se la pendenza“ vera “ fosse zero, la probabilità che i coefficienti angolari misurati differiscano da zero quanto si voglia è inferiore all’1% nei primi due casi ma il 74% o più negli altri due. 20)Il saggio di investimento in parte crebbe a causa del declino del saggio del profitto che non fu all’inizio per niente confrontabile col declino negli investimenti, e in parte a causa dell’accelerazione dell’inflazione che spinse i prezzi dei beni di investimento più rapidamente di quanto non fece con il profitto. Al contrario, le ragioni immediate del perché l’investimento cadde così rapidamente dopo il 1981 furono che l’inflazione scese e che l’investimento rispose, con uno sfasamento, alla caduta del saggio del profitto del dopo 1978. Comunque, il saggio di investimento potrebbe essere eventualmente caduto anche in assenza di questi stimoli, se si investe più profitto di quello che si realizza. Questo è il motivo per il quale il nostro articolo mette l’accento sul livello insostenibile che il saggio di investimento aveva raggiunto piuttosto che sui fattori che ne hanno stimolato la caduta.

Traduzione a cura di Gaetano de Marco

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Alcune note all’articolo Perché la “Finanziarizzazione” non ha depresso gli investimenti produttivi negli Stati Uniti di Andrew Kliman e Shannon D. Williams. Antonio Pagliarone

accumulazione 1947-2007 dove si nota che a partire dalla metà degli anni 80 il saggio del profitto aumenta mentre quello di accumulazione continua a declinare. E’ intuitivo concludere che i profitti in questi ultimi decenni provengono prevalentemente dal settore finanziario.

La letteratura marxista più diffusa non prende debitamente in considerazione la dinamica finanziaria se non per ripeterne la dipendenza dalla produzione. Kliman e Williams (K&W) invece fanno un tentativo fermandosi a metà strada. Gli autori riconoscono la trasformazione che ha subito l’economia mondiale negli ultimi decenni, finalmente dopo tante pubblicazioni legate al modello tradizionale, ma non vanno a fondo nella questione della finanza speculativa. Per K&W la “finanziarizzazione” si limita all’utilizzo del credito da parte delle corporation americane per poter effettuare le operazioni finanziarie che garantirebbero profitti aggiuntivi. Essi riconoscono la tendenza al declino del tasso di accumulazione sul lunghissimo periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale ma tale fenomeno viene associato semplicemente al declino del saggio del profitto. “le brusche cadute del saggio di accumulazione verificatesi tra il 1979 e il 2001” sarebbero secondo loro attribuibili al fatto che il profitto investito in quel periodo sarebbe stato ridimensionato, infatti affermano che: “era stranamente e insostenibilmente alto all’inizio degli anni ’80, e la caduta lo riportò a livelli normali all’incirca nel 2001”. Ora, non si capisce perchè gli autori sostengono che l’accumulazione sia condizionata esclusivamente dall’andamento dei profitti mentre la “finanziarizzazione” sarebbe determinata dal danaro perso a prestito dalle corporation. Non potrebbe essere l’opposto? Inoltre se le imprese si affidano al credito in corrispondenza di una crescita dei profitti dovremmo avere una congrua disponibilità di capitale per effettuare gli opportuni investimenti. Come mai allora il tasso di accumulazione ha continuato a declinare? Eppure se seguiamo il loro ragionamento il saggio del profitto non sarebbe più un limite dell’accumulazione e quindi il saggio di accumulazione salirebbe teoricamente quando invece tende a ridursi da almeno 25 anni. In questo modo la dinamica del saggio del profitto avrebbe una scarsa influenza sull’economia visto che il capitale monetario è ormai facilmente ottenibile dal credito creato ex-nihilo, uno dei pilastri della teoria postkeynesiana più decisa. Ma se il tasso di accumulazione diminuisce in rapporto al saggio del profitto, allora probabilmente da qualche parte esiste qualche falla che succhia come un Maëlstrom i profitti realizzati e il capitale preso a prestito. Secondo molti, sarebbe proprio la finanza speculativa ad avere tale ruolo nell’economia del giorno d’oggi. Il Grafico n 1 rappresenta chiaramente l’andamento crescente dei profitti investiti speculativamente e si nota una crescita sostenuta a partire dai primi anni 80 e addirittura una impennata a partire dal 2001 fino al crash finanziario del 20072008. Notare che l’andamento del saggio di accumulazione speculativa segue fedelmente quello dei profitti speculativi.

Figura 2. Saggio del profitto e saggio di accumulazione

Fonte: Bureau of Economic Analysis. Usa Gli autori non negano che a partire dai primi anni ‘80 le corporation abbiano accresciuto i loro asset finanziari ma questo sarebbe avvenuto grazie ad un maggiore indebitamento specifico, come mostrano nel grafico 6 a pagina 9 del loro articolo che riporta l'andamento degli Asset (Attivi) e delle Liabilities (Passività) delle Corporation non finanziarie americane (1945-2009). Da questi due andamenti. più o meno paralleli, gli autori deducono che l'acquisizione di assets è stata resa possibile dal parallelo aumento dei debiti (liabilities). Oltre al fatto che l'andamento approssimativamente parallelo di Asset a Liabilities è una ovvietà in ogni tempo e paese, ed è valido per tutto il periodo dal 1945 in poi, e al fatto che le liabilities non coincidono esattamente coi debiti, nonchè al fatto che andrebbe aggiunto l'andamento degli asset fissi (capitale fisso) che qui non ci sono; a parte tutte questi dettagli, risulta evidente comunque una illusione grafica. Infatti lo stesso andamento, presentato come rapporto fra Liabilities e Asset (L/A) appare precisamente nel modo che segue e che conduce a una differente conclusione: Figura 3. Rapporto tra Liabilities e Financial Assets Corporation Nonfinanziarie americane

Figura 1. Andamento dei Profitti investiti speculativamente negli USA e del saggio di accumulazione speculativa (19472007)

delle

Fonte: Flow of Funds della Federal Reserve, Tabella L102. Come si vede abbastanza bene, il boom speculativo coincide con una notevole riduzione delle liabilities delle corporation non finanziare Usa rispetto agli asset (- 31% dal picco del 1982 al 2009), ossia con una tendenza del tutto nuova rispetto alla precedente (1945-2009) ossia ancora con un miglioramento della situazione finanziaria delle corporation non finanziarie americane. Il grafico di Figura 4 che segue è cruciale poiché mostra chiaramente che i profitti netti delle corporation non finanziarie sono stati dirottati (per usare il termine degli articolisti) sempre più nella finanza mentre l’indebitamento rispetto ai profitti è calato fino ai primi anni 90 (raggiungendo valori negativi) per poi oscillare con un picco nel 2001 ed un nuovo picco nel 2007 poco prima del crash durante il quale è crollato.

Fonte: Bureau of Economic Analysis. Usa Parallelamente possiamo osservare nel grafico di Figura 2 l’andamento del saggio del profitto e del saggio di

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Figura 4. Impieghi dei profitti netti da parte delle Corporation Nonfinanziarie Usa (1948-2008)

miglioramento generale del saggio e della quota dei profitti sia prevalentemente dovuta al settore finanziario. Figura 6. Quote profitti settoriali sul totale (1948-2009)

Fonte: Nipa di BEA. Fonte: vedi Figura 3. Il declino del tasso di investimento dopo il 2001 viene imputato dagli autori a cause a dir poco aleatorie. Secondo loro, “forse eventi quali l’esplosione della bolla del mercato delle azioni “dotcom” che iniziò alla fine del 2000, la brusca caduta del saggio del profitto tra il 1997 e il 2001 e l’attacco terrorista dell’11/9”. Eppure esistono stime diverse che mostrano un declino tendenziale della quota degli investimenti e del saggio di accumulazione a partire dai primi anni ‘80 e che prosegue tuttora (2), nonostante la piccola ripresa del 2001 appunto, fenomeno non certo imputabile “al fatto che [il saggio di accumulazione, NdA] era alto in misura abnorme e quindi insostenibile” Cosa mai vorrebbe dire “era alto in misura abnorme”? E perché “insostenibile”? Parallelamente si dovrebbe tenere in considerazione anche l’andamento del grado di utilizzo della capacità produttiva mediamente in declino a partire dal 1967 ma che nel 20012002 ha raggiunto un livello minimo simile a quello registrato alla fine degli anni 70 (3). E con un tasso di utilizzo della capacità produttiva tendenzialmente in diminuzione, vale a dire con un’eccesso crescente di capacità produttiva, è praticamente impossibile avere boom di investimenti ossia di aggiunta di capacità produttiva. Tuttavia K&W vedono comunque una ripresa degli investimenti fissi dopo gli anni ‘80 e la imputano alla “rivoluzione della tecnologia informatica”. In effetti dalle statistiche ufficiali si nota che il settore dell’elettronica e dell’informatica negli Stati Uniti ha visto una esplosione dell’output misurato in termini reali con una crescita media annuale del 21% dal 1980 al 2010. Nell’ultimo decennio poi tale settore ha accresciuto l’output reale del 417% influendo sull’aumento del PIL americano per il 15% mentre nel 2000 contava solo per il 2%. Risulta quindi molto difficile credere che la produzione elettronica ed informatica abbia visto un incremento cinque volte superiore a dieci anni prima quando l’occupazione nel settore è diminuita del 43% nello stesso decennio. Ciò comporterebbe che i lavoratori rimasti in questo settore abbiano prodotto un output dieci volte superiore rispetto al 2000 mentre il valore nominale delle consegne, secondo il Bureau of Census, è declinato del 25%. Risulta quindi chiaro che un incremento di produttività del genere è pressoché impossibile. Come si spiegano dati così “strani”? Il primo fattore che deforma le misurazioni perché manca completamente di venire rilevato nel processo di creazione dei dati ufficiali dipende dalle importazioni della componentistica del settore computer ed elettronica. Gli stessi input acquistati all’estero costano alquanto meno di quelli prodotti negli Usa ma l’aggiustamento della differenza di prezzo non viene fatto, il che automaticamente trasferisce la differenza sul valore aggiunto e quindi sulla produttività anche se non è intervenuto alcun mutamento nelle condizioni di produzione del settore computer ed elettronica (4). Un altro effetto che tende a ingigantire la produzione del settore elettronico-informatico è l’applicazione dell’indice detto Hedonic Price System ossia il metodo ormai adottato dai rilevamenti ufficiali americani che prevede la stima reale del volume prodotto moltiplicando il prezzo anche per un coefficiente che misura la qualità (es. memoria di un computer, velocità del processore) oltre al numero delle unità prodotte in certo tempo dalle imprese del settore (5). Dal Grafico di Figura 7 si può notare come a partire dal 1993, anno in cui è stato introdotto il metodo Hedonic, l’andamento dell’output lordo del settore computer ed elettronica divarichi dall’input dei prodotti intermedi dimostrando con la sua impennata l’effetto Hedonic System, mentre la linea del valore reale degli input impiegati tende a flettere dall’anno 2000 (inizio

“È banale osservare che la diminuzione della quota di profitti accumulati del Grafico è stata causata dalla conversione di profitti in dividendi e titoli finanziari cioè in dividendi e capitale fittizio. Molta parte dei dividendi versati agli azionisti viene a sua volta riconvertita in capitale fittizio, quindi si può asserire che in buona sostanza la differenza fra profitti realizzati e profitti accumulati è stata impiegata sotto forma di capitale speculativo. Se calcoliamo il rapporto fra profitti accumulati in capitale fittizio e lo stock di capitale fisso investito otteniamo una sorta di saggio dell’accumulazione speculativa che ha proceduto nel dopoguerra… declinando fino ad annullarsi al principio degli anni ’80 e poi aumentando piuttosto vigorosamente fino ai massimi di qualche anno fa”(1). In contrasto con quanto affermano gli autori del nostro articolo notiamo che dal Grafico si evince che l'indebitamento del settore non-finanzario rispetto ai propri profitti è aumentato sino a metà anni ‘80 circa e poi è tendenzialmente sceso, come si vede molto bene dalla linea verde. K&W asseriscono con molta decisione che il tradeoff fra investimenti e impiego speculativo dei profitti non esiste perché per alimentare il capitale speculativo le corporation nonfinanziare non hanno usato i propri profitti ma capitale monetario preso a prestito. A sostegno di questa affermazione i due autori portano, come si è visto, la constatazione che le liabilities del settore nonfinanziario americano sono aumentate assieme agli asset. Ma è una costatazione troppo generica. Le liabilities sono composte di tantissime voci, che comprendono principalmente le due forme di indebitamento delle corporation nonfinanziarie: l’indebitamento a breve termine verso il sistema bancario per finanziare le operazioni correnti e l’indebitamento a lungo termine mediante l’emissione di bond per finanziare l’accumulazione di capitale fisso, faccenda in cui le banche non c’entrano nulla. Figura 5. Vari tipi di debito delle corporation nonfinanziarie Usa in rapporto alle liabilities. (1945-2009)

Fonte: Flow of Funds della Federal Reserve Il grafico della figura 5 mostra appunto che il boom speculativo coincide con un aumento dell’indebitamento a lungo termine mediante bond (linea nera) e con una notevole diminuzione dell’indebitamento a breve verso le banche (linea con pallini rossi), che è l’unica forma di debito compatibile con l’impiego speculativo del capitale preso a prestito. Dal che si deve concludere che nel periodo incriminato è successo l’esatto contrario di quello che K&W credono. Che una quota crescente del reddito nazionale americano (che comprende i profitti, come tutti sanno) sia finita nella speculazione si deduce anche dal movimento relativo dei profitti dei due settori, finanziario e nonfinanziario. Dalla figura 6 si nota chiaramente un aumento notevole della quota finanziaria a partire dal 1984, che suggerisce che il

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del boom delle importazioni di input) in poi a causa del mancato aggiustamento per il prezzo nominale degli input importati, creando un apparente, ma fasulla, crescente differenza che divisa per le ore di lavoro impiegate produce ovviamente una produttività che aumenta a tassi assurdamente elevati.

Il grafico di figura 10 è illuminante in merito a questo aspetto in quanto riporta la media percentuale annuale degli investimenti fissi reali nel settore manifatturiero nei vari decenni a partire dagli anni 50. Figura 10. Variazione Percentuale media investimenti fissi reali nel settore manifatturiero per decennio.

Figura 7. Trend della produzione dell’industria elettronica e di computer 1990-2010. (1990 = 100)

Fonte Bureau of Economic Analysis. Per concludere vorrei precisare che la diffusione di studi come quello di K&W è assolutamente necessaria non per avviare polemiche tra maniaci dell’economia ma per stimolare sempre più una analisi precisa e puntuale dei fenomeni che ormai sono alla ribalta dello spettacolo di una società e di una economia totalmente trasformate. La disinformazione ed i luoghi comuni che vengono diffusi, specie dal certa letteratura marxista e non, costituiscono una palla al piede per coloro che intendono agire in una situazione difficile come questa. Sono state completamente spazzate via tutte le certezze del passato (la centralità della fabbrica, la classe operaia come classe rivoluzionaria, la cosiddetta coscienza di classe, l’efficacia della azione sindacale, l’ideologia della inevitabilità dello scontro ecc.). Tutta questa chincaglieria deve essere gettata nella spazzatura senza alcuna illusione di riciclo: è materiale tossico come l’amianto. L’unica cosa che può avere un senso è mostrare ai lavoratori una realtà decisamente diversa da quella che essi stessi sognano, mettendo in evidenza che ormai non esiste più alcuna intermediazione politica, sindacale ed istituzionale tra loro e questo mostro derivato da una mutazione del vecchio capitalismo. Non solo è il re a essere nudo ma lo sono anche i lavoratori salariati: «Le persone esistono solo come maschere economiche. E, solo come personificazioni di rapporti economici, esse si trovano l’ una di fronte all'altra» (Karl Marx).

Fonte Bureau of Economic Analysis, Industry Economic Accounts http://www.bea.gov/iTable/index_industry.cfm. Seguendo perfettamente il senso comune del momento, come abbiamo visto, gli autori parlano poi di investimenti stimolati dalla “rivoluzione informatica” provocata dalle applicazioni nel settore manifatturiero dei nuovi mezzi di produzione High Tech: eppure se andiamo ad osservare l’andamento della massa dei profitti lordi relativi alle imprese manifatturiere USA (Figura 8) notiamo un continuo declino sin dal 1950. Figura 8. Profitti lordi dell’industria manifatturiera USA come quota dei profitti lordi totali delle corporations (1950-2010).

Fonte: Bureau of Economic Analysis, National Income and Product Accounts (table 6.17, corporate profits before tax by industry; accessed February 14, 2012), http://www.bea.gov/iTable/index_nipa.cfm.

Note 1) Vedi il Grafico 5 nell’articolo “La Crisi ed il Saggio del Profitto” di Paolo Giussani. Gennaio 2012 2) Vedi i grafici di Figura 7 ed 8 nell’articolo La più Grande Depressione della Storia In Connessioni n 1 3) Vedi Grafico di Figura 10 ne La più Grande Depressione della Storia. 4) Michael Mandel, “How Much of the Productivity Surge of 2007-2009 Was Real?,” Mandel on Innovation and Growth (blog), March 28, 2011, http://innovationandgrowth.wordpress.com/2011/03/28/howmuch-of-the-productivity-surge-of-2007-2009-was-real/. 5) Un po’ come se venissero considerate le cilindrate delle automobili piuttosto che il numero di auto prodotte indipendentemente dalla potenza del motore. Per quanto riguarda l’applicazione di tale metodo vedi “Hedonic Price Indexes and Hedonic Quality Adjustment” di Jack E. Triplett un paper nel quale l’autore sviluppa i metodi di ricalcolo dei prezzi dei computer utilizzando coefficienti appropriati. 6) Nell’ultimo decennio le industrie manifatturiere in Germania hanno investito in nuovi macchinari, computer, software ed edifici industriali una quota superiore del 65% rispetto agli Stati Uniti. 7) Per avere una visione veramente particolareggiata delle dinamiche relative all’economia americana rispetto a quella di altri paesi è utile consultare il paper di Robert Atkinson, Luke A. Stewart, Scott M. Andes e Stephen J. Ezell “Worse than the Great Depression: What Experts Are Missing About American Manufacturing Decline” ITIF (The Information Technology & Innovation Foundation).

Dal grafico non si deduce alcuna impennata dei profitti che comproverebbe una rivoluzione determinata dall’introduzione dell’information technology nella produzione, anzi la performance del settore è alquanto peggiorata a livello commerciale come si può osservare dal grafico di Figura 9(6). Figura 9. Consegne in termini nominale (miliardi di US$) dei prodotti elettronici e di computer (1992-2011)

Fonte : Census Bureau, Manufacturer’s Shipments, Inventories, and Orders (historic time series – NAICS, shipments; accessed January 5, 2012), http://www.census.gov/manufacturing/m3/historical_data/index. html. Il numero di unità relativo ai prodotti elettronici di consumo spedite dalle imprese degli Stati Uniti è caduto tra il l 69% ed il 75% nel periodo 2000-2010, il numero di unità esportate dagli Stati Uniti è rimasto praticamente invariato nello stesso periodo (con una leggera diminuzione dello 0,3%) Inoltre gli investimenti in capitale fisso come quota del PIL nel settore manifatturiero USA tra il 2000 ed il 2010, pari a -1,8%, risulta il più basso rispetto a tutti gli altri paesi industrializzati (eccetto il Canada, il Regno Unito e naturalmente la Grecia)(7).

Un particolare ringraziamento va a Paolo Giussani per i grafici e per i consigli ricevuti.

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Bolle immobiliari cinesi Una costante della storia del modo di produzione capitalista è il ciclico formarsi e scoppio di bolle speculative nell’economia. Per “bolla speculativa” si intende la crescita considerevole e sostanzialmente ingiustificata del prezzo di un particolare bene, seguita ovviamente dalla repentina caduta dello stesso e dalle conseguenze che ciò comporta. Sebbene tipicamente per bolle speculative si intendono quelle che si sviluppano nei mercati finanziari, le bolle possono nascere in una moltitudine di mercati. Le bolle accompagnano la storia economica da secoli: celebre è la cosiddetta “Bolla dei Tulipani”, sviluppatasi in Olanda nella prima metà del XVII secolo, in cui il prezzo di un bulbo di tulipano arrivò ad eguagliare quello di una casa. Spesso le bolle vengono anche additate come le responsabili delle crisi che colpiscono ciclicamente il sistema capitalista. Oggi ad esempio si attribuisce la responsabilità della depressione economica in cui ci troviamo agli eccessi del sistema finanziario deregolamentato, implicando che basterebbe regolamentare il mercato finanziario e tutto sarebbe risolto. Sembra così che il problema del capitalismo sia semplicemente la speculazione. Nulla di più lontano dalla verità. Le crisi sono provocate dalle contraddizioni profonde e interne al funzionamento stesso del modo di produzione capitalista, che tende a portare ad un livello di capitale troppo elevato rispetto al plusvalore prodotto attraverso lo sfruttamento, e questo ha come conseguenza una riduzione generalizzata del profitto (1). La confusione nasce dal fatto che una crisi si manifesta quasi sempre in seguito allo scoppio di una bolla, solitamente finanziaria o immobiliare, spesso entrambe. Ma l'euforia immobiliare o finanziaria non è la malattia, ma un sintomo, il sintomo di un capitale disperato che non ha più modo di valorizzarsi nel settore produttivo e che cerca modi alternativi per generare profitti.. La speculazione non è altro che una risposta del sistema alla crisi di valorizzazione, che permette (per un limitato periodo di tempo) semplicemente di ritardarne la manifestazione. In questa sede vorremmo occuparci nello specifico della natura e della formazione delle bolle immobiliari. Come abbiamo già detto, è comune che una bolla immobiliare sia indicativa del sopraggiungere imminente di una crisi economica. Negli USA degli anni ’20, ad esempio, si erano sviluppate molte bolle immobiliari, in particolare in Florida, il cui scoppio ha anticipato di pochi anni l’inizio della prima Grande Depressione. Poco prima dell’inizio della crisi giapponese degli anni ’90 -il ”decennio perduto”- in Giappone si era sviluppata una bolla immobiliare tale che il valore degli immobili nella sola città di Tokyo eguagliava quello di tutti gli immobili negli Stati Uniti. È conoscenza comune l’effetto che hanno avuto le recenti bolle immobiliari negli USA, in Spagna e in Irlanda sulle rispettive economie. Ma la situazione oggi, in piena crisi economica, si è tutt’altro che tranquillizzata su quel fronte. Sfogliando i giornali o semplicemente facendo una veloce ricerca su Google è impressionante vedere in quanti paesi sembra sia presente una bolla immobiliare. È questo indicativo di come ormai il capitale sia diventato sempre più internazionale, basti vedere come gli stessi fenomeni si presentino praticamente in contemporanea in quasi tutti gli stati capitalisti avanzati. Norvegia,. Canada, Olanda (tutti paesi apparentemente stabili e economicamente “sani”), e molti altri, covano in casa un aumento duraturo e ingiustificato dei prezzi delle abitazioni che si scontrerà prima o poi con un tetto. Ma la bolla immobiliare più interessante da osservare, e che pertanto solleva più preoccupazioni, è sicuramente quella Cinese. La caduta del gigante asiatico, ormai seconda potenza economica mondiale, rischierebbe di infliggere un duro colpo al già traballante modo di produzione capitalista. Vediamo ora di analizzare più approfonditamente in che modo le bolle immobiliari siano collegate a doppio filo con le crisi causate dalle caduta tendenziale del saggio di profitto. Per fare questo dobbiamo prima definire meglio le determinanti del prezzo del terreno, e vedere come questo sia collegato alla formazione di bolle immobiliari. Infine cercheremo di dare un’occhiata un po’ più approfondita alle bolle immobiliari

attualmente in corso, con una particolare attenzione a quella Cinese. Consideriamo quindi da cosa deriva il prezzo di un terreno. Considerato che il valore di un bene dipende dalla quantità di lavoro che viene impiegata per produrlo, e che non è necessario nessun lavoro per produrre un terreno (per produrre sul terreno è necessario, ma non per produrre il terreno), non si può dire che il terreno abbia un valore. Ma quindi da cosa deriva il prezzo di un terreno? Per capirlo dobbiamo introdurre il concetto di “rendita fondiaria”. In parole povere, la rendita estraibile da un terreno corrisponde al maggior guadagno ottenibile investendo un certo ammontare di capitale in quel determinato terreno rispetto ad investirlo in altri terreni o altri settori produttivi. Questo maggior guadagno può derivare da una peculiarità del terreno (immaginiamo un campo incredibilmente fertile, o una miniera particolarmente ricca) o dalla sua posizione (pensiamo ad un appartamento a Manhattan). Il saggio di profitto ricavabile da quel determinato terreno risulta quindi maggiore del saggio di profitto medio del sistema economico, e la differenza fra i due saggi corrisponde alla rendita (al saggio di rendita, esattamente). In un sistema economico che prevede la mobilità dei capitali infatti il saggio di profitto ottenibile da qualsiasi investimento risulta essere il medesimo. Se in un settore produttivo infatti si ottenessero profitti maggiori che nel resto dell'economia, i capitali vi si precipiterebbero portando così ad una maggior produzione in quel settore e ad un conseguente calo dei prezzi e quindi dei profitti, e questo processo continuerebbe fino a che non sia stato ristabilito un saggio di profitto pari a quello del resto dell'economia. Processi di equiparazione dei profitti avvengono anche all'interno di uno stesso ramo d'industria: un'impresa con una tecnologia più efficiente rispetto alle imprese concorrenti potrà infatti realizzare sovrapprofitti (ovvero profitti maggiori dei profitti medi) nel breve periodo, ma alla lunga la tecnologia più efficiente si diffonderà privandola così del suo vantaggio competitivo. Entrambi questi processi vengono bloccati quando i sovrapprofitti derivano da una peculiarità del terreno e non da un vantaggio tecnologico, e questo per via della naturale scarsità della terra e del suo carattere quindi intrinsecamente monopolistico. Il suolo dell'isola di Manhattan è infatti limitato, per quanto possa essere utilizzato il più intensamente possibile costruendo altissimi grattacieli. Un determinato terreno procurerà quindi una determinata rendita. Questa rendita però abbiamo visto non è altro che parte del plusvalore prodotto nel processo produttivo di sfruttamento, che finirà nelle mani del proprietario del terreno (il capitalista stesso o un altro individuo a cui il capitalista pagherà un affitto). Ecco, il prezzo del suolo non è altro che una manifestazione della rendita ricavabile da quel suolo. Corrisponde, in effetti, alla somma delle future rendite ricavabili da quel terreno, attualizzata in denaro corrente. Il processo di “attualizzazione” non è altro che uno un calcolo per confrontare somme di denaro oggi o nel futuro, dato un tasso di interesse. È evidente infatti che non è uguale ricevere 100 euro oggi o fra un anno. Se li ricevessi oggi potrei metterli in banca, o investirli in titoli di stato, e ottenere quindi un interesse. Ipotizzando un tasso di interesse del 10% (molto alto, ma non impossibile, guardando ai rendimenti dei titoli di stato in questi mesi) se io ricevo 100 euro oggi avrò 110 euro l'anno prossimo. Quindi 100 euro oggi sono equivalenti a 110 euro l'anno prossimo, ovvero a 100 euro moltiplicati per (1 + tasso di interesse). Di conseguenza per sapere quanto vale oggi una somma l'anno prossimo, non devo fare altro che dividere questa somma per (1 + tasso di interesse). Questo processo è detto “attualizzazione”. Ora, un terreno però non garantisce una rendita solo un anno, ma ogni anno. Secondo una formula matematica che in questa sede non avrebbe senso spiegare, si può ricavare il valore attuale di una serie di rendite annuali ottenute per un periodo abbastanza lungo da poter essere definita “perpetua”, semplicemente dividendo la rendita ottenuta un anno per il tasso di interesse. Il prezzo del suolo non è altro che questo, l'attualizzazione delle future rendite ricavabili da un terreno, ovvero.

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prezzo suolo = Rendita annuale / tasso di interesse

calcolano il prezzo di un titolo basandosi su un modello che tiene conto solo del rischio e delle fluttuazione giornaliere di domanda e offerta in borsa. Anche qui, in pratica completamente scollegato dai profitti che un impresa effettuerà effettivamente. Durante una bolla speculativa, in sostanza, il capitale entra in corto circuito e perde il contatto con il normale circuito del plusvalore, causando possibilità di profitti che derivano semplicemente da aumenti di prezzo indipendenti da qualsiasi dinamica reale del processo produttivo. I profitti percepiti diventano, per così dire, autonomi dalla produzione di plusvalore e dal processo generale di sfruttamento, non si tratta più di distribuzione ma di (illusoria) cre3azione. Ovviamente questo fenomeno non è sostenibile a lungo, ed ogni bolla è destinata a scoppiare e a rivelare quello che aveva celato. Ben lontana tuttavia da essere una “follia temporanea” passata la quale si può ristabilire la normalità, la creazione di bolle è, come abbiamo detto, intimamente legata alle contraddizioni interne del sistema capitalista.

In realtà a questa formula è necessario aggiungere ancora qualcosa: infatti stiamo pur sempre parlando di rendite future, e come sappiamo il futuro non è mai certo. Il prezzo di un terreno viene quindi, ovviamente, calcolato non sulla base delle rendite future effettive,che non è possibile conoscere, ma sulla base delle rendite future che ci si aspetta di ricavare, ovvero sulla base delle rendite future attese. La formula del prezzo del suolo diventa quindi: prezzo suolo = Rendita annuale attesa / tasso di interesse Vediamo quindi come tre fattori concorrano a determinare il valore di un determinato terreno: la rendita (ovviamente), il tasso di interesse e le aspettative future. Se uno di questi tre fattori si modifica, il prezzo del terreno dovrebbe adeguarsi. Ora, nella creazione di una bolla immobiliare il fattore che conta di meno è, paradossalmente, la rendita. La rendita presuppone infatti un processo reale sottostante, non essendo altro che una quota del lavoro non pagato che viene garantita al proprietario del terreno in virtù della scarsità naturale del suo terreno, e che altrimenti sarebbe finito nelle tasche del capitalista che esercita la sua attività su quel terreno. È semplicemente un processo distributivo, il cui il capitalista e il proprietario terriero (se sono due individui separati) si contendono parte del plusvalore. Così dicendo può sembrare che la rendita di un terreno sia una parte del plusvalore che viene prodotto su quel terreno specifico, e che quindi sia ricavabile soltanto da terreni in cui viene esercitata un'attività di produzione, ma questo ovviamente non avrebbe senso. Moltissime attività che garantiscono un profitto non hanno niente a che fare con la produzione dei beni, pensiamo solo alla distribuzione di beni in supermercati, negozi o grandi magazzini. Tuttavia anche il capitale impiegato in questa attività (capitale commerciale) riceve un profitto, che gli deriva dalla necessaria tendenza al livellamento dei saggi di profitto in tutti i settori che abbiamo menzionato sopra. In sostanza, pur non partecipando se non indirettamente alla creazione di valore, anche il capitale commerciale riceve una quota del plusvalore complessivo , ed è una parte di questo plusvalore che il proprietario del terreno pretende in virtù del suo diritto di proprietà. Quindi, in ogni caso, la rendita fondiaria corrisponde ad una parte del plusvalore estratto tramite il processo generale di sfruttamento, il che quindi ovviamente presuppone che vi sia una creazione di plusvalore. Un esplosione dei prezzi dei terreni o delle abitazioni come quella avvenuta in buona parte del mondo nei primi anni 2000 non ha alcun processo reale dietro. I prezzi iniziano a salire per via della riduzione dei tassi di interesse (notiamo dalla formula infatti che valore del terreno e tassi di interesse sono inversamente correlati) o per altri motivi, e dopo un po' si scollegano completamente da qualsiasi collegamento con la realtà economica. Le aspettative crescono, e questo spinge all'acquisto dei terreni e rende conveniente nuove costruzioni, il che aumenta la domanda di terreno e conseguentemente i prezzi, e così via in un circolo vizioso. Questo va avanti fino a che qualcosa non interviene, o un cambio di politica monetaria e un conseguente aumento dei tassi di interesse oppure, semplicemente, la realizzazione che i prezzi sono cresciuti troppo e non rispecchiano assolutamente delle plausibili entrate future. A questo punto avviene il processo inverso, la bolla scoppia e i prezzi crollano o smettono di crescere. Tutto questo è quasi completamente scollegato dalle rendite che verranno effettivamente percepite su quel terreno, e ancora di più dal processo generale di creazione di plusvalore. Non vi è alcuna creazione di valore, non si basa su nulla e conseguentemente è destinato all'esplosione. È un processo molto simile a quello che porta alla formazione di una bolla finanziaria. Teoricamente, anche il prezzo delle azioni dovrebbe essere calcolato come l'attualizzazione dei dividendi futuri attesi. Tuttavia una volta che l'impresa ha emesso un'azione per finanziarsi, ovvero ha venduto una quota del proprio capitale, e l'ha venduto nel mercato (che in questo caso si chiama primario), questo stesso titolo può essere rivenduto innumerevoli volte in quello che viene chiamato mercato secondario. Qualsiasi professore di matematica finanziaria può affermare che il 99.9% degli operatori finanziari

Cerchiamo ora di vedere più analiticamente il rapporto che esiste tra caduta del saggio di profitto e creazione di una bolla immobiliare. Possiamo trovare tre canali attraverso cui la riduzione dei profitti spinge alle stelle il valore dei terreni. Per prima cosa, la bolla immobiliare viene stimolata dall'abbassamento dei tassi di interesse. Abbiamo visto sopra come il prezzo dei terreni sia inversamente correlato al tasso di interesse, quindi se il tasso di interesse si abbassa il prezzo dei terreni incomincia a gonfiarsi. Bisogna poi considerare l’aumento dei prezzi delle abitazioni provocato dall'aumento della domanda di case derivante dalle condizioni più favorevoli per la stipulazione dei mutui, che ovviamente sono influenzate dai tassi di interesse. Interroghiamoci quindi sulle cause che portano il tasso di interesse ad abbassarsi. Questo avviene per prima cosa per via dello sviluppo eccezionale del credito che precede immancabilmente una crisi imminente. Derivando la crisi sostanzialmente da una sovracapitalizzazione, via via che il saggio di profitto diminuisce, sempre più capitale si trova senza possibilità di valorizzazione, e finisce nel circolo del credito. Contemporaneamente, la concorrenza sempre più accanita su un margine di profitto sempre più piccolo spinge le imprese ad abbassare i prezzi ad aumentare la produzione quanto più possibile per accaparrarsene la fetta più grossa, e questo viene reso possibile proprio grazie al credito (Mattick, 171). Se questo ovviamente non fa che aggravare la sovraccumulazione di capitale (la causa originale del problema), nel breve periodo tuttavia contribuisce a ritardare lo scoppio della crisi in quanto stimola l'attività economica. Un ruolo analogo viene svolto anche dalla spesa pubblica statale, che aumenta la produzione, lasciando però al capitale privato una massa di plusvalore relativamente sempre minore. Bisogna poi considerare il fondamentale ruolo delle Banche Centrali e il loro controllo sui tassi di interesse. Le Banche Centrali possono infatti abbassare artificialmente i tassi di interesse attraverso l'emissione di nuova moneta per incentivare gli investimenti (facilitando il credito) e cercare di stimolare l’economia in un periodo di recessione. Abbiamo già visto però come l’abbassamento dei tassi di interesse contribuisca all’aumento dei prezzi dei terreni e conseguentemente alla nascita di una bolla immobiliare. É esattamente quello che è successo in seguito alle politiche della Fed dall'inizio degli anni 2000, motivo per cui è stata in seguito aspramente criticata. Tuttavia la “povera” Fed non stava facendo altro che cercare con i mezzi a sua disposizione di sostenere un’economia che altrimenti sarebbe entrata in crisi molto prima. Ma come abbiamo già detto, queste manovre non fanno altro che rimandare l'inevitabile. Il secondo canale attraverso cui il crollo dei profitti può portare alla nascita di una bolla immobiliare e’ l’intervento dello Stato. Oltre a contribuire nel modo che abbiamo appena accennato alla riduzione dell’interesse, gli Stati spesso cercano di sostenere l’attività economica in periodi di crisi attraverso lo stimolo del settore edilizio. Questo e’ infatti uno strumento particolarmente a buon mercato nelle mani dello Stato, in quanto in molti casi e’ sufficiente ridurre la regolamentazione e permettere la costruzione di edifici dove prima era vietato. Anche l’introduzione di sgravi fiscali sulle costruzione di nuove case ha ovviamente l’effetto di dare al settore edilizio un vantaggio rispetto ad altri settori della produzione e

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conseguentemente aumentare i profitti (e le aspettative di profitti) in quel settore. Azioni simili sono state intraprese ad esempio dai governi Irlandesi e Spagnoli e hanno contribuito alla creazione della bolla immobiliare il cui scoppio a contribuito a lasciare i paesi in ginocchio dopo il 2008. Anche la grande bolla immobiliare che si sta formando in Cina dipende in buona parte dall’azione statale di stimolo dell’economia interna in risposta alla crisi occidentale del 2008 che a fatto crollare le esportazioni, da cui dipendeva una parte importante della strabiliante crescita cinese degli ultimo 20 anni. Infine il formarsi di una bolla immobiliare può dipendere dalla pura e semplice speculazione. Come abbiamo visto la determinazione stessa del valore di un terreno è intrisa di speculazione, in quanto richiede di speculare sull’andamento delle future attività economiche su quel terreno. Marx stesso già ne accenna nel Capitale in riferimento alla situazione di Londra del suo tempo. In molti paesi esiste un termine specifico (Developer, Promoteur Immobiliere, Promotor),che in italiano manca, per definire il capitalista che si occupa dell’acquisto di terre a basso costo, magari in quartieri popolari, per poi avviare un processo di “rivalutazione” del territorio, spesso a spese della popolazione che vi abitava e che viene scacciata, dall’aumento dei prezzi degli affitti o anche spesso fisicamente (Harvey nel suo “Enigma del capitale” racconta di come in Corea del Sud negli anni ’90 venissero ingaggiate squadre di lottatori di sumo per sgomberare quartieri caduti nel mirino di speculatori. La creatività del capitalismo non ha limiti!). Inoltre in tutte le città del mondo vi sono proprietari di abitazioni che decidono lasciare sfitte le loro proprietà con la speranza di rivendere a prezzi maggiorati dopo anni, creando una delle innumerevoli tragiche contraddizioni del capitalismo, città piene di case senza persone e persone senza casa. In periodi di contrazione dei profitti tuttavia questo fenomeno tende a diventare generalizzato: infatti una parte sempre crescente di capitale in difficoltà per via della sovraccumulazione cerca di guadagnare attraverso i capital gains, espressione che indica semplicemente il guadagno ottenuto dal rivendere qualcosa ad un prezzo maggiore di quello a cui lo si è acquistato. Se vi sono prospettive di crescita del valore del terreno (ad esempio perché ci si aspetta una riduzione dei tassi di interesse nel prossimo futuro), qualche investitore che vede i suoi profitti assottigliarsi inizierà ad acquistare terreni con la speranza di rivenderli dopo qualche anno e guadagnarci qualcosa. Se abbastanza capitale viene investito in questo modo, i prezzi dei terreni inizieranno a salire semplicemente per l’aumento della domanda su un bene scarso com’è la terra. Questo porterà ancora più investitori a credere in una ulteriore crescita dei prezzi, e quindi ad acquistare più terreni per rivenderli in seguito, e cosi via in un circolo vizioso. Notiamo che una volta che il processo e’ iniziato dipende tutto dalle aspettative sulle variazioni del prezzo, quindi quasi indipendentemente dalle previsioni (comunque soggette a speculazioni) sull’andamento dei tassi di interesse o sulle future prospettive di estrazione della rendita. L’euforia che ne deriva, e che può arrivare a livelli patologici (all’inizio degli anni 2000 vi erano eminenti studiosi che sostenevano che il valore dei terreni non potesse calare a livello teorico) si scontra prima o poi con la consapevolezza che i prezzi sono saliti ad un livello tale da avere perso ogni contatto con le possibilità reali di estrazione della rendita (ricordiamo il caso prima citato del Giappone), o con la prima inversione di tendenza dei tassi di interesse, e parte quindi il processo inverso, che porta i prezzi delle case a crollare. Abbiamo quindi visto come la creazione di bolle immobiliari sia strettamente legata alla congiuntura e all’andamento del tasso di profitto. Quando i profitti iniziano a calare, il sistema reagisce (anche) con l’aumento dei prezzi delle abitazioni, sostenendo così l’attività economica attraverso lo sviluppo del settore edilizio e tamponando temporaneamente l’insufficiente valorizzazione. Nella natura stessa di ogni bolla vi è tuttavia il fatto di scoppiare prima o poi, e in questo modo sembra che la crisi economica che segue lo scoppio sia stato causato da essa. Abbiamo visto in che modo avvenga esattamente il contrario. Vediamo adesso come la teoria si incontra con l’esperienza. Come sappiamo non è possibile misurare direttamente le dinamiche del plusvalore, ciò nonostante

queste hanno effetti direttamente percepibili. Coerentemente con quello che abbiamo visto finora, l’ultimo decennio ha visto un grande numero di bolle immobiliari formarsi in giro per il mondo. Alcune sono ben note, come quella Americana o quella spagnola, in quanto il loro già avvenuto scoppio ha già creato numerosi problemi ai rispettivi paesi e non solo. Tuttavia ci sono molte altre bolle ancora in fase ascendente, che la crisi manifestatasi nel 2007 non ha affatto fermato. Al contrario lo sviluppo di alcune bolle è, almeno in parte, dovuto ai tentativi di sostenere artificialmente le proprie economie a seguito della crisi. Un aspetto fondamentale da notare è che questi processi sono ormai completamente transnazionali. La crescente integrazione dei mercati finanziari ha fatto sì che per un capitalista sia estremamente facile investire nei mercati immobiliari di altri paesi. E così Goldman Sachs investe nel mercato immobiliare di Bombay, mentre gli investitori di Hong Kong comprano terreni a Baltimora (Harvey, op. cit.). Ormai i cicli di accumulazione del capitale nei vari paesi tendono a coincidere sempre di più, anche tra paesi con livelli di sviluppo delle forze produttive molto diverso. Di conseguenza, il capitale si trova con sempre meno possibilità di rifugiarsi in qualche investimento sicuro, e che quindi la crisi in un paese altro non è che il sintomo di una crisi del modo di produzione nel suo complesso. Questo significa che anche i paesi che apparentemente risentono meno della crisi, i paesi che vengono considerati più “solidi” dal giudizio sia comune che degli esperti, in realtà non sono altro che giganti coi piedi d’argilla. Ne è la prova il fatto che proprio un gran numero di paesi del Nord Europa, tutti valutati con la tripla A dalle agenzie di rating (ovvero investire in titoli di stato di quei paesi è considerato l’investimento più sicuro) covino in realtà in seno delle immense bolle immobiliari. Emblematico è l’esempio della Norvegia: con uno dei pil pro capite più alto del mondo ed essendo il terzo paese esportatore di petrolio a livello internazionale, la Norvegia è considerata uno dei paesi con i fondamentali economici più solidi. Ma proprio per questo in tempi di incertezza internazionale diventa una calamita per il capitale straniero alla ricerca di un porto sicuro. Questo rischia di creare dei problemi, in quanto se la domanda di titoli di un paese è molto alta allora la moneta di quel paese tenderà ad aumentare di valore (in rapporto a quella degli altri paesi), e questo renderà le esportazioni più costose e quindi meno competitive. Per mantenere il tasso di cambio basso e le esportazioni competitive la Banca Centrale Norvegese ha mantenuto per anni una politica di bassi tassi di interesse, che come abbiamo visto spingono in alto i prezzi dei terreni e delle abitazioni. Dal 1995 ad oggi i prezzi delle case in Norvegia sono quadruplicati, e con il manifestarsi della crisi nel 2007 questo trend si è tutt'altro che invertito. Situazioni simili sono presenti anche negli altri paesi scandinavi, ma anche in alcuni insospettabili paesi dell’Europa continentale, come l’Olanda o la Francia (dove però la crescita dei prezzi ha già iniziato a rallentare). Alcuni analisti sostengono che addirittura la Germania, la ”Locomotiva d’Europa” possa covare i sintomi di una bolla: l’indice dei prezzi ha raggiunto ad agosto il massimo storico, i permessi di costruzione sono aumentati di nove punti percentuali in un anno, e si verifica anche in questo caso il fenomeno sopra descritto per la Norvegia, ovvero gli investitori internazionali vedono nella Germania un’investimento a rischio zero. Nel caso della Germania una bolla immobiliare sarebbe particolarmente pericolosa: infatti il metodo principale che un paese ha per raffreddare un mercato in ebollizione è di alzare i tassi di interesse. Ma se la Germania facesse pressioni sulla BCE per un aumento di tassi, la gia’ precaria situazione del debito pubblico dei paesi dell’Europa mediterranea collasserebbe definitivamente. In alcuni paesi le bolle hanno già iniziato a sgonfiarsi: è il caso dell’Australia (dove i prezzi hanno iniziato a calare già dall’anno scorso) e del Canada (la cui situazione è più incerta, in quanto solamente in queste settimane si colgono le prime avvisaglie dello scoppio). Questi due paesi hanno vissuto negli ultimi anni situazioni simili, con prolungati aumenti di prezzi e un sistema di credito che permetteva di ottenere un mutuo facilmente. Molti investitori (o anche famiglie di classe media) hanno così iniziato ad acquistare abitazioni attraverso l’indebitamento in modo da poterle rivendere successivamente e ottenere così capital gains, in un processo molto simile a

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quello che aveva caratterizzato gli USA fino al 2007. Soltanto che in Canada e in Australia questo processo ha avuto più tempo per espandersi, ed infatti ha raggiunto livelli superiori a quelli statunitensi (ad esempio in Canada il rapporto indebitamento/reddito ha superato il record USA raggiunto nel 2006). Ora che i prezzi iniziano a scendere la situazione rischia di diventare precaria. Intanto bisognerà vedere se i prezzi caleranno gradualmente o crolleranno. Inoltre c’è la possibilità che si ripetano le dinamiche che si sono viste negli USA nel 2007, ovvero che molti mutui vengano rigettati (infatti se ho fatto contratto un prestito di 100 per acquistare una casa che vale 100 e poi la casa vale solo 90, conviene smettere di pagare l’oneroso mutuo e lasciare la casa), facendo registrare cospicue perdite alle banche e lasciando migliaia di persone in mezzo alla strada. Ma la bolla che suscita più preoccupazioni è sicuramente quella Cinese. Date le dimensioni del paese, la bolla ha un'estensione enorme. A partire dal 2000, la Cina ha utilizzato circa la metà della produzione mondiale di cemento e di acciaio. Più di 100 città hanno sorpassato il milione di abitanti (Harvey, “The right to the city”). In questo senso, il caso cinese rappresenta la perfetta dimostrazione di quanto abbiamo detto in precedenza circa il ruolo giocato dal settore immobiliare nell'assorbimento di surplus di capitale in risposta alle crisi di valorizzazione, e del ruolo giocato dalla bolla nel rallentare la crisi. La domanda di materie prime da parte della Cina, infatti, ha trainato le economie emergenti (Brasile, Argentina,ecc) e l'economia cinese è sempre di più un fondamentale “metronomo” dell'economia globale (Harvey, op. cit.). La genesi della bolla immobiliare cinese può essere fatta risalire al 1998, data della riforma del mercato immobiliare ispirata a principi di mercato. Il perché di questa riforma è facilmente intuibile da chi si ricordi che, nello stesso periodo, una profonda crisi finanziaria aveva colpito i paesi del Sud-Est Asiatico. Il crollo delle “tigri asiatiche” aveva avuto, fra le altre conseguenze, l'effetto di colpire duramente le esportazioni cinesi. Ciò aveva provocato una diminuzione del tasso di crescita annuo del Prodotto Interno Lordo (dall'8.8 per cento al 7.2), e alla perdita di posti di lavoro nelle industrie esportatrici. Per far fronte al calo delle esportazioni, era necessario un aumento della domanda interna e il settore immobiliare fu individuato come uno dei potenziali motori di questa crescita. Alla crescita del settore immobiliare avrebbe fatto seguito anche la crescita di settori ad esso correlato (costruzioni, elettricità, forniture domestiche, ecc), generando così un circolo virtuoso. Fino a quel momento, la costruzione di abitazioni era finanziata in via esclusiva dallo Stato, ma la riforma del 1998 cambiò tutto. Essa pose fine al sistema in funzione fino a quel momento, in cui erano le “work unit” (i centri di produzione della Repubblica Popolare Cinese) a fornire le abitazioni ai lavoratori membri di ogni unità. Il fondo per l'abitazione fornito in precedenza dalle work unit ai lavoratori per comprare o costruire la casa fu trasformato in sussidi diretti per i lavoratori. Questo, insieme all'espansione dei 2 programmi creati nel 1994 - l'Economical and Comfortable Housing (ECH) Program e l'Housing Provident Fund (HPF) Program -avrebbe portato all'aumento dell'acquisto di abitazioni prodotte da costruttori privati. Per supportare questo processo, la Banca Centrale Cinese (People's Bank of China) rese meno stringenti i vincoli ai prestiti, ad esempio, estendendo la lunghezza possibile dei mutui e aumentando la percentuale di valore dell'abitazione su cui si poteva estendere un prestito (per esempio, se prima si poteva fare un mutuo che coprisse il 70 per cento del valore della casa, dopo la riforma si poteva farlo su una percentuale più alta). Come abbiamo visto in precedenza, i bassi tassi di interesse sono una delle determinanti di una bolla, perché contribuiscono a fare aumentare i valori dei terreni. In effetti, i prezzi delle case in Cina sono saliti dal 2001 al 2004 almeno del 25 per cento, con picchi del 70 per cento in città come Shangai. Preoccupato dalla possibilità di una bolla, il governo Cinese mise in atto una serie di riforme per controllare il mercato dei mutui, per esempio imponendo alle banche (per la maggior parte controllate dal governo stesso) una politica di tassi differenziati a seconda del cliente: chi accedeva ad un mutuo per una singola casa poteva usufruire di un tasso di interesse più basso di chi invece intendeva ottenere del credito

per la costruzione di più abitazioni. L'impatto di queste misure anti-bolla è difficilmente valutabile. A prima vista, si potrebbe affermare che siano state fallimentari, dato che i prezzi delle case sono continuati a salire. D'altro canto, si potrebbe pensare che, senza queste misure, i prezzi della case sarebbero aumentati ulteriormente, portando così ad un'esplosione della bolla, con conseguenze economiche nocive per la crescita cinese. Così non è avvenuto. La crisi del 2007 ha portato però ad un ripensamento di queste politiche da parte del Governo: per far fronte al crollo delle esportazioni, la Cina ha puntato ancora di più su un aumento della domanda interna, ed il mercato immobiliare è ancora una volta stato scelto come motore principale. Nel Novembre 2008, il Governo Cinese ha introdotto un massiccio piano di stimoli di 588 miliardi di dollari, spingendo inoltre le banche statali a fare nuovi prestiti. I governi locali hanno aumentato la spesa per stimolare un'ulteriore urbanizzazione. Il totale degli investimenti pubblici nel settore immobiliare è stato stimato essere 900 miliardi di yuan, Benché l'economia cinese ne abbia giovato (i tassi di crescita sono aumentati nuovamente), questo ha portato allo sviluppo della bolla. Dopo un breve calo nel 2009, infatti, i prezzi delle case sono tornati a salire nel 2009, registrando un aumento del 7.8 per cento rispetto all’anno precedente. Preoccupato dall’aumento dei prezzi, nell’Aprile 2010 il governo ha nuovamente messo in atto delle misure restrittive sul credito e altre misure volte a “raffreddare” il mercato dell’immobiliare:i mutui per l’acquisto della terza casa sono stati proibiti, in alcune municipalità è stata aumentata la tassa sulla proprietà, in altre è stata impedita la costruzione in alcune aree, le facilitazioni per coloro che accedevano ad un mutuo per la prima casa sono state eliminate e,soprattutto, la Banca Centrale ha innalzato il tasso di interesse. Questo ha portato ad un rallentamento della crescita dei prezzi nel 2011, e secondo alcuni analisti questo calo potrebbe continuare. Tuttavia, naturalmente, queste politiche restrittive hanno portato ad un rallentamento della crescita, e ancora una volta il governo cinese potrebbe decidere di cambiare strategia. Infatti, preoccupato da questo rallentamento, che sembra persistere anche nel 2012, il governo ha parzialmente allentato i vincoli posti nel 2010. La Banca Centrale cinese ha diminuito il tasso di interesse, e ancora una volta i prezzi delle case sono tornati a salire. In sostanza il governo cinese si rende pienamente conto dei pericoli che lo sviluppo di una bolla immmobiliare può generare, ma ha sostanzialmente le mani legate. Politiche di raffreddamento del mercato sono state tentate, ma hanno come ovvia conseguenza un calo della crescita, cosa che nè la Cina nè il resto del mondo capitalista può permettersi. La questione è che, come abbiamo già detto, la crisi è generale e di sistema, e qualunque politica uno Stato adotti, anche uno Stato potente come quello cinese, non può che tamponare solo temporaneamente l’emorragia. E’ difficile prevedere cosa accadrà nei prossimi mesi, ma ci sembra probabile che i nodi verranno presto al pettine: la Cina non può permettersi di rallentare la sua crescita, ma questo significa che i prezzi delle case continueranno a crescere, e il rischio che la bolla scoppi non potrà che aumentare. E una bolla che scoppia in Cina avrebbe conseguenze imprevedibili sull già precario stato del capitale internazionale. Note 1) Crisi interna del meccanismo stesso dell’accumulazione capitalista che non equivale meccanicamente allo sviluppo di un nuovo modo di produzione, ma può porre su un terreno più radicale la lotta di classe stessa, portando il nuovo a scontrasi con un vecchio non più così forte. La possibilità del cambiamento si gioca sempre sul binomio socialismo o barbarie e non su un automatico sviluppo. In questo senso il nostro interesse per lo studio dell’accumulazione capitalista e della sua crisi, per noi critica dell’economia politica, è tesa a mettere in rilievo i limiti intrinsechi del sistema stesso e il possibile sviluppo di una lotta di classe radicale, che trova il suo essere nell’impossibilità del vecchio di soddisfare il nuovo. “La critica non è una passione del cervello, ma è il cervello della passione. essa non è un coltello da anatomico, ma un arma. Il suo oggetto è il suo nemico, ed essa non vuole confutarlo, ma annientarlo, perchè lo spirito di quelle condizioni di vita è già confutato”, Karl Marx

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Esercito industriale di riserva e de-integrazione Zombi e proletariato/ Cooperative Lavoro improduttivo e composizione di classe Crisi in Spagna / Bolle immobiliari cinesi Finanziarizzazione e crisi

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Connessioni n.2 2012  

Connessioni per la lotta di classe n.2 2012

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