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Perspective Internationaliste Internationalist Perspective Prospettiva Internazionalista


Pubblichiamo questa antologia di scritti di Prospettiva Internazionalista, gruppo internazionalista che raccoglie compagni/e di diverse nazionalitĂ , perchĂŠ riteniamo utile connettere le loro analisi nel dibattito e confronto tra compagni/e qui in Italia. Abbiamo tradotto alcuni materiali che abbiamo suddiviso in due sotto insiemi. Per chi volesse prendere direttamente contatto con Prospettive Internazionaliste, rimandiamo al loro sito specifico in lingua inglese e francese: internationalist-perspective.org/ Connessioni Edizioni

CONNESSIONI Edizioni connessionic@yahoo.it http://connessioniedizioni.blogspot.it/ primavera 2012, Italia 2


INDICE

Per la critica dell’economia politica -Presentazione di Prospettiva Internazionalista

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-Appello all’area pro-rivoluzionaria

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-La crisi del valore

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-Sulla reificazione

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-È la fine della classe?

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-Capitalismo tecnologia ambiente

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Crisi e lotta di classe -La Cina può salvare il capitalismo?

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-Penuria artificiale in un mondo di sovrapproduzione

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-Con una ripresa come questa chi a bisogno di recessione?

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-Lotta di classe: esacerbazione della prospettiva storica

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-Non si parli del pericolo di guerra se non si è disposti a parlare del capitalismo!

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-Islamismo: ideologia politica e movimento

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Presentazione di Prospettiva Internazionalista

"Prospettiva Internazionalista" è un gruppo rivoluzionario rivendicante il marxismo come teoria vivente capace di tornare alle proprie origini, di produrre la sua stessa critica e di svilupparsi in funzione dell'evoluzione sociale storica. In questo, se riprendiamo la maggior parte delle esperienze teoriche delle Sinistre Comuniste, noi consideriamo che il nostro compito principale è di oltrepassare le debolezze e le insufficienze delle Sinistre in uno sforzo di sviluppo teorico incessante. Non concepiamo questo compito come nostro, ma piuttosto come il frutto di un dibattito e di uno scambio con l'insieme dei rivoluzionari. Tale dinamica condiziona la chiarezza del nostro contributo alla lotta e allo sviluppo della coscienza di classe del proletariato. Il nostro gruppo non intende portare alla classe un programma politico conchiuso, ma partecipare al processo generale di chiarificazione che si svolge in seno alla classe operaia. Il modo di produzione capitalista, nella sua fase ascendente, ha sviluppato le forze produttive in maniera considerevole. Il proletariato poteva strapparci, grazie alle sue lotte, dei miglioramenti durevoli delle sue condizioni d'esistenza, e le organizzazioni di massa come i partiti operai o i sindacati, rappresentavano questa possibilità di lotta in seno al sistema. In quanto sistema vivente, il modo di produzione capitalista, dopo la sua fase ascendente, è progressivamente entrato in una fase di declino, portatrice della sua sostituzione da parte di un'altra società. La decadenza del capitalismo fa apparire le sue stesse contraddizioni alla luce del sole, e il sistema è diventato un ostacolo allo sviluppo della società. Oggi, mentre le forze produttive non sono mai state così sviluppate, il capitalismo caccia

popolazioni intere nella precarietà, nella miseria e nella violenza. Il passaggio progressivo dal dominio formale del capitale (contrassegnato dall'allungamento della giornata di lavoro) al dominio reale (caratterizzato dall'incorporazione generalizzata della tecnologia nel processo produttivo) ha incrementato la produttività del lavoro, ha accelerato lo sviluppo del capitale, ma anche i fattori che lo spingono nella crisi, e profondamente modificato la composizione delle classi e le condizioni del loro antagonismo. La lotta permanente all'interno del sistema è diventata illusoria e le organizzazioni di massa si sono totalmente integrate allo Stato, garante del controllo e della coesione sociale. Il proletariato, per via della sua condizione all'interno del capitalismo, è spinto ad emanciparsi dall'alienazione nella quale lo costringe il capitalismo come rapporto sociale, ed è dunque portatore di un progetto di società affrancata dalla valorizzazione, dal denaro e dalla divisione della società in classi. Tale progetto non è ancora esistito nella storia. Se la rivoluzione russa del 1917 era proletaria, essa non è sboccata nell'emergenza di una società comunista. Il sedicente "comunismo" dei paesi dell'Est, proprio come quello di Cuba o della Cina, non è altro che una manifestazione del capitalismo di Stato. Al contrario, l'emergenza, su scala storica, di una nuova società, non può realizzarsi che attraverso la negazione totale del capitalismo e attraverso l'abolizione delle leggi che presiedono al movimento del capitale. Tale società nuova implica una trasformazione profonda del rapporto dell'uomo con sè stesso e i suoi simili, dell'individuo con la produzione, con il consumo, con la natura e con la comunità umana al servizio del rigoglio di tutti, e con la soddisfazione dei bisogni umani.

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Appello all’area pro-rivoluzionaria 51-52, 2009

Guardando il mondo di oggi, vediamo un urgente bisogno di rivoluzione, che contrasta con una debolezza profonda delle forze rivoluzionarie. Alcuni loro differenze sono importanti. Ma queste forze rivoluzionarie hanno anche importanti elementi in comune, posizioni rivoluzionarie internazionaliste che li separano da quelli il cui discorso non è altro che un pretesto per le la perpetuazione della forma capitalistica del valore. Abbiamo volutamente utilizzato il termine 'prorivoluzionaria', perché solo la storia sarà in grado di giudicare se quello che facciamo, discutiamo, pubblichiamo, come interveniamo ecc… ha un impatto rivoluzionario o no. Noi certamente vogliamo esserlo . Ma agiamo di conseguenza?

dell’alloggio per tutti i diseredati. Per lo stesso motivo, continua il suo attacco contro l'ambiente. Inoltre, la crisi rafforza la strada che porta alla guerra. Quando i mezzi economici convenzionali per ottenere profitti sono bloccati, l'uso della violenza diventa sempre più allettante, il bisogno di devalorizzazione all'interno del processo di accumulazione genera distruzione ancora maggiore. 3 - L'unica forza in grado di impedire al capitalismo di condurre l'umanità verso l'abisso è la rivoluzione internazionale della classe. L'unico modo per questa rivoluzione di riuscire è attraverso lo sviluppo dell’autoorganizzazione collettiva della lotta di classe, rompendo tutte le divisioni che il capitalismo impone su di essa. Da questa auto-organizzazione delle lotte emergerà l’auto-organizzazione di un mondo postcapitalista.

1 - L'attuale crisi economica non è solo un calo congiunturale, il risultato di una avidità sfrenata. Questa non è una crisi del neoliberismo, ma una crisi del capitalismo. Essa mostra l'obsolescenza storica del capitalismo, l'urgente necessità di sradicarlo nella sua essenza e sostituirlo con un mondo in cui il soddisfacimento dei bisogni umani costituisce la forza motrice piuttosto che il profitto, un mondo che non è più governato dalla legge del valore, non più diviso in nazioni, razze e religioni, in cui l'auto-emancipazione degli sfruttati farà, per la prima volta, della libertà individuale una realtà.

4 - La crisi inevitabilmente provoca convulsioni sociali. In ciascuna di esse, sono all’opera forze contraddittorie, ci saranno voci che sosterranno l’abbandono per fermare la lotta. Ci saranno coloro che difenderanno il particolarismo di ogni lotta per mantenerla isolata. Ci saranno quelli che cercheranno di indirizzare la rabbia non contro il capitalismo ma contro i lavoratori di altre nazionalità, contro gli immigrati o altri capri espiatori. Ma in ogni lotta, ci sarà anche bisogno della spinta in avanti, di portare il movimento, più lontano possibile; ci saranno voci che chiameranno all'estensione delle lotte, all'unità degli sfruttati per un autoorganizzazione collettiva, contro il rispetto delle leggi e delle istituzioni capitalistiche. E, sempre più, ci saranno chiaramente voci che diranno chi è il vero nemico: il capitalismo stesso.

2 - Le conseguenze di questa crisi sono e saranno sempre più devastanti. Nei suoi disperati tentativi di ridurre i costi per ripristinare il tasso di profitto, la classe capitalista infligge la disoccupazione di massa, i tagli dei salari e dei benefici per i lavoratori, la fame, le malattie e la perdita 5


5 - Quali saranno i risultati del confronto tra queste forze contrastanti non è predeterminato. I pro-rivoluzionari riconoscono di essere un fattore nell'equazione. La forza sociale, che lavora per il rovesciamento del capitalismo assume molte forme e essi sono una di queste. Pertanto, essi partecipano alle lotte degli sfruttati, quanto più possibile, e sono dalla parte di chi spinge per espandere la lotta.

momento. Naturalmente, gruppi e circoli rivoluzionari sono profondamente divisi, ma se tutti hanno il desiderio di difendere le posizioni rivoluzionarie allora questo è il momento per dimostrarlo. Alla luce di queste sfide, dobbiamo diffondere le nostre idee pubblicamente e quanto più possibile attraverso discussioni comuni, meeting, prese di posizioni comuni e azioni di intervento. Se i pro-rivoluzionario non mettono avanti queste prospettive, chi lo farà? Chi discuterà apertamente tra la classe, sia il significato storico delle sue lotte rispetto a questa crisi sia delle implicazioni nei casi in cui la classe dominante imporrà le sue scelte?

6 - La loro chiarezza teorica può essere un catalizzatore importante per lo sviluppo della comprensione, per tutta la classe e oltre, di ciò che è in gioco. Ma per fare la sua parte, i pro-rivoluzionari devono superare la loro frammentazione riunendosi per difendere le posizioni rivoluzionarie con una voce forte e chiara.

8 - Le divergenze teoriche non costituiscano un ostacolo a lavorare insieme, fanno parte della vita proletaria rivoluzionaria; il settarismo è l'ostacolo. L’area ha una scelta fondamentale da fare. Essere d'accordo con questo appello sarà solo un primo passo, dobbiamo cominciare subito. E non abbiamo l'eternità per pensarci. Il capitalismo non morirà da solo. Siamo determinati a dare il nostro contributo.

7 - E' tempo che i pro-rivoluzionari riconoscano apertamente che l'accelerazione della crisi del capitalismo, nella sua profondità e portata, ha notevolmente alzato la posta in gioco. Questo necessità di misurarsi con le differenze e divergenze in relazione alle proprie urgenti responsabilità del

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La crisi del valore n.51-52, 2009

Inutile ripetere che siamo presi nel vortice della peggiore crisi che il capitalismo abbia conosciuto fin dagli anni trenta: dirlo è diventato un mantra, anche nei mass media. Ma perché ci ritroviamo in questa merda? La linea di condotta (o d’inazione) raccomandata dipende dalla risposta data a questa domanda. Il modo specifico in cui si definisce la crisi implica di per sé una risposta. I mass media ci hanno inondato con i loro discorsi sull’avidità, la cattiva gestione e la mancanza di regolamentazione. Il modello «anglosassone», «neoliberale» dei mercati liberi e deregolati è completamente screditato, gli eroi economici della destra sono caduti dal loro piedistallo, e il buon vecchio Keynes è tornato di moda. Questo nuovo consenso favorisce una maggiore regolamentazione, un maggiore intervento statale, e la creazione di più debito da parte dello Stato per contrastare la tendenza deflazionistica che attanaglia l’economia. La discussione, che, per sua natura, è condotta dalla sinistra dello spettro politico capitalista, si concentra solo sul grado di tali interventi. Essa contrappone coloro che credono che calibrando la simbiosi tra lo Stato e il capitale privato si giungerà al migliore dei mondi possibili, e coloro che delirando, credono ancora che, statalizzando gradualmente l'economia, si farà passare la società capitalistica al socialismo. Ma quest’ultimi condividono con i primi una visione secondo la quale la crisi è generata dall’avidità, dalla cattiva gestione e dalla deregolamentazione. Entrambe le visioni criticano il capitalismo, a vari gradi, ma la loro critica è positiva. Entrambe condividono e diffondono la convinzione che il capitalismo può essere migliorato. Circostanza che ne fà i più importanti sostenitori del capitalismo oggi.

Esiste un'altra risposta alla domanda «perché siamo in questa merda?» Una risposta che si è manifestata nei recenti disordini greci, nel rifiuto dei lavoratori francesi di condividere la responsabilità della crisi, nel rifiuto dei lavoratori cinesi di piegarsi alla legge, nella determinazione dei lavoratori disoccupati del settore edile che, negli Stati Uniti, si sono organizzati spontaneamente per restituire alloggi vuoti ai senzatetto... una risposta che indica: il capitalismo è desueto. E' arrivato il momento di qualcosa di nuovo. Se sopraggiungerà il momento in cui questa risposta dovesse svilupparsi in lotte di massa, la necessità di un movimento politico pro–rivoluzionario forte si farebbe sentire, un movimento politico che articoli chiaramente ciò che si percepisce intuitivamente e che, per la sua chiarezza, aiuta a rispolverare la memoria e a sbarazzarla delle ragnatele che intrappolano il pensiero, in modo che il lavoratore collettivo riesca a riconoscersi in quanto tale. Oggi, quello che questi prorivoluzionari hanno da dire non è molto popolare. In diverse occasioni, hanno sparso acqua fredda sulle proposte della sinistra (o destra) al fine di apportare alcuni miglioramenti al sistema attuale. Alla critica: «ma che cosa proponete concretamente?», non possono che rispondere: resistenza senza compromessi contro la miseria che il capitalismo in crisi infligge alla classe lavoratrice. Possono solo offrire la speranza che in questa resistenza, la classe lavoratrice si trasformerà in classe per sé, e, così facendo, libererà l'umanità; che la società post-capitalista inizierà a emergere nell’auto-organizzazione. I prorivoluzionari sono qualificati come utopisti da coloro che non osano guardare in faccia la realtà, e che, in nome del «realismo», si aggrappano alle illusioni. 7


Contrariamente a quelle della sinistra, la critica pro-rivoluzionaria del capitalismo è una critica negativa. Essa proclama che, qualsiasi siano le misure adottate, la crisi attuale peggiorerà. Nella migliore delle ipotesi, queste misure rallenteranno l’accelerazione della crisi, ma ogni ripresa dell’economia sarà una ripresa della bolla speculativa, perché la bolla non è localizzata solamente nel settore immobiliare e finanziario. L'economia mondiale nel suo complesso è una bolla che deve scoppiare o sgonfiarsi con conseguenze devastanti per la stragrande maggioranza dell'umanità, indipendentemente da come ciò viene gestito e da chi. Nella sua prima fase, la pressione deflazionistica ha trovato un’espressione naturale in una crisi di fiducia nel sistema bancario che, per ora, può essere sostenuto grazie agli interventi statali. La forza del trend deflazionistico, e il grado in cui lo Stato gli resiste, determineranno a che velocità la crisi di fiducia nel sistema bancario sfocerà in una crisi di fiducia nello Stato, nel dollaro, nell'euro, ecc... Quando si giungerà a questo stadio, non ci sarà nessun potere superiore che possa venire in soccorso. Il capitalismo diventa più pericoloso quando la fuga in avanti è l'unica alternativa che rimane. La critica negativa del capitalismo proclama che esso non può essere accomodato perché la crisi è il risultato diretto della obsolescenza delle sue fondamenta stesse: la forma valore.

adattarci e di cui dobbiamo sopportare le conseguenze, per quanto terribili esse siano. Anche se è diventato completamente irrazionale per la società continuare a basare le sue interazioni sulla forma del valore, il valore è del tutto logico e non potrebbe esistere senza il pensiero razionale. La logica del valore è diventata sempre più complessa con lo svilupparsi della società capitalistica, e implica ora il bisogno di denaro, di banche, di Stati, di confini, di eserciti, di polizia, di sindacati, di chiese e di pornografia e di molte, molte carceri, alcune chiamate «prigioni», altre «scuole», «fabbriche», «uffici» o «caserme». Secondo la logica del valore. Tutto ciò è necessario. Ed è la logica del valore appena all’inizio. E' abbastanza logico che le aziende che producono un surplus, al di là dei loro bisogni riproduttivi, pratichino lo scambio. E' logico che tali scambi creino un mercato in cui tutti vogliano vendere al prezzo più alto possibile e comprare al prezzo più basso. È logico quindi che lo scambio dei prodotti avvenga sulla base della quantità di lavoro impiegato mediamente per produrli. Se un prodotto viene venduto ad un prezzo superiore rispetto ad altri che richiedono la stessa quantità di tempo di lavoro socialmente necessario (TLSN), la forza lavoro si dirigerà verso questa produzione per approfittare del maggiore rendimento, fin quando l'offerta di mercato non eserciterà una pressione al ribasso sul prezzo, tale per cui il suo valore (TLSN) verrà scambiato con una quantità uguale di valore (TLSN). In questo modo, più la produzione della società è adattata al mercato, più la legge del valore determinerà in quale settore la forza lavoro sarà assegnata.

Un mondo di valore Il valore è il dio più potente sulla terra, adorato e ubbidito come nessun altro. Siamo noi, esseri umani, che lo abbiamo inventato, eppure siamo noi che serviamo i suoi bisogni, e non il contrario. Noi soffriamo e moriamo, perché l'accumulazione possa continuare. Benché sia una costruzione umana, il valore s’è autonomizzato e si presenta a noi come una forza esterna, quale il tempo, che possiamo cercare di manipolare, ma alla quale dobbiamo infine

Il valore è l'architetto della società capitalistica. Mercati e denaro, ossia il valore, sono preesistiti al modo di produzione capitalistico. Ma la legge del valore può funzionare solamente quando il lavoro 8


concreto, specifico, diviene lavoro astratto, indifferenziato. Essa implica l'equivalenza tra diversi tipi di lavoro, che il lavoro sia intercambiabile e che vi sia sempre la possibilità di spostare la forza lavoro da una sfera di produzione ad un altra. L’espansione del mercato conduce logicamente alla fase successiva: la forza lavoro stessa è diventa una merce in libera compravendita. È la nascita del capitalismo, che si basa sul fatto che la merce crea valore, mentre il valore di questa merce, come delle altre, è determinata dalla TLSN necessario per produrla. L’operaio lavora dieci ore, ma la produzione di beni e servizi, di cui ha bisogno per continuare a vendere la sua forza–lavoro, richiede solo cinque ore di TLSN. Cinque ore è l'equivalente della forza lavoro che ha venduto, eppure l’operaio lavora dieci ore. Il valore delle altre cinque ore vanno al capitalista che possiede il prodotto del suo lavoro. Il valore di una merce nel capitalismo diventa: C + V + PV, dove C (capitale costante) rappresenta il valore del lavoro passato (macchinari, infrastrutture, materie prime) che si consuma nella produzione della merce, V (capitale variabile) il valore della nuova manodopera impiegata per produrla, e PV (plusvalore) per il TLSN che la forza lavoro ha speso nella produzione della merce meno il TLSN necessario per riprodurre il proprio valore (V).

merci, era in origine, come le altre merci, la TLSN necessario per produrlo. Il denaro esisteva già come una merce particolare prima di diventare la merce universale, che permette lo scambio di tutte le altre. La caratteristica del denaro era che quel determinato prodotto (metalli preziosi in generale) ne facevano il mezzo più appropriato per misurare il valore (TLSN) delle altre merci, permettendo in tal modo di esprimere il loro valore in prezzo (in quantità di denaro). Ma non appena il mercato è sorto, c'è stato bisogno di un intermediario nello scambio di merci. Perché delle interazioni complesse potessero aver luogo, si doveva poter vendere senza comprare, e comprare senza vendere, scambiare merci contro un mezzo di scambio, che rappresenta il valore di scambio in generale. Mentre questa seconda funzione del denaro è reso possibile dalla prima, è anche in contrasto con essa. Come misura di valore (come merce particolare), la quantità di denaro presente nella società importava poco (il denaro non ha bisogno di essere presente perché il valore di altre merci possa essere espresso in denaro, questi valori devono essere «idealmente trasformati» in denaro, come Marx lo ha formulato, per essere confrontate tra loro), ma il valore della sua sostanza materiale ovviamente contava molto. Come mezzo di scambio (come merce in generale), la sostanza materiale del denaro non ha importanza: dal momento che è solo un simbolo del valore di scambio in generale, ogni simbolo riconosciuto in quanto tale andrà bene. Ma dal momento che rappresenta il valore di scambio rispetto a tutte le merci, la sua quantità conta molto oggi e deve crescere (o diminuire) proporzionalmente alla quantità di merci di cui rende possibile lo scambio. Come mezzo di scambio, a prima vista, il denaro non cambia veramente il processo di scambio, lo rende solo più complesso: invece dello scambio diretto di beni (M–M), si ha ora uno scambio di una merce particolare

Il denaro fa girare il mondo Le classi dominanti precedenti hanno messo sotto pressione la società al fine di accumulare ricchezza e potere, con l'avvento del capitalismo, l'accumulazione di valore astratto per la produzione di PV è diventato il fine della società, la forza motrice dell'economia. Questa trasformazione ha richiesto un'altra invenzione pre capitalista, senza la quale il capitalismo non potrebbe esistere: il denaro. Il valore di questo bene molto speciale, con la capacità unica di rappresentare il valore astratto e quindi di essere scambiabile contro tutte le altre 9


contro la moneta–merce universale (M– D), e un altro scambio di denaro contro un altro prodotto particolare (D–M). Ma il processo è fondamentalmente modificato, perché adesso: “Come l'acquisto e la vendita, questi due elementi fondamentali della circolazione, sono indifferenti gli uni agli altri, non hanno bisogno di coincidere. Questo indifferenza rafforza la loro apparente autonomia reciproca. Ma poiché costituiscono elementi essenziali di un corpo unico, è inevitabile che questa autonomia sia rotta a un certo punto dalla forza delle cose e che l'unità interna si ristabilisca dall'esterno attraverso una azione violenta. Nella funzione di intermediario del denaro e nella divisione dello scambio in due atti distinti, risiedono i semi della crisi” Karl Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica Questa divisione dello scambio in due atti è anche ciò che permette al denaro d’acquisire una terza funzione, essenziale per il capitalismo. Essa presuppone le due prime funzioni e le unifica. Una volta che il denaro diventa una merce speciale che misura il valore di scambio delle misure e una merce in generale che serve da intermediario, dividendo così lo scambio, il denaro diventa il rappresentante universale della ricchezza materiale, una merce nella quale il valore di scambio può essere stoccato e accumulato. Pertanto, l'accumulazione di denaro è diventato l'alfa e l'omega della riproduzione della società. Il «denaro fa girare il mondo»: viene avanzato per comprare capitale costante e forza lavoro (c + v), il cui consumo produttivo crea più valore (c + v + pv) e quindi più denaro. E così via, a non finire. Il profitto indica la strada. Poiché il desiderio di avere più denaro è infinito, la capacità del capitalismo di aumentare sembra anch’essa infinita. Sembrerebbe un sistema quasi perfetto, tranne per una cosa: il valore non è stabile. E non è permanente. E’ evidente per la maggior parte delle merci: se

rimangono invendute, perdono il loro valore. Ma il denaro sembra differente. Gli altri beni sono «soldi deperibili», come scriveva Marx, devono essere convertiti in denaro oppure perdono il loro valore. Ma il denaro, «la merce indeperibile», può stoccare il suo valore e non ha bisogno di essere trasformata. Ma è solo un’apparenza. Il denaro è il rappresentante universale della ricchezza solo perché è sostituibile. Ciò significa che la sua capacità di stoccare valore è reale a condizione che la sua scambiabilità è reale, solo fin quando: "Il valore di scambio reale prende costantemente il posto della sua rappresentazione. E' la negazione di se stesso come un mero oggetto, cambia costantemente posto con essa, si scambia costantemente contro di essa.", Karl Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica Questo non significa che il valore del denaro è pari al valore della merce che fa circolare. L'accumulazione richiede il risparmio, il valore deve poter lasciare il ciclo di riproduzione e ritornarvi. Ci deve essere un «tesoro» di capitale finanziario che funziona come un capitale produttivo latente, che circola nella sfera della produzione quando l'accumulazione lo richiede, un «tesoro» che, pur non funzionando come mezzo di circolazione, rimane un mezzo di pagamento potenziale. Ma il grado in cui questo tesoro, questo capitale finanziario, rappresenta il valore reale e non solo del capitale fittizio, non è semplicemente determinato dal valore che rappresentava quando è stato ritirato dal ciclo riproduttivo. Il denaro è per definizione un impegno sul valore futuro e quindi può aumentare solo se la creazione di valore aumenta. Il capitale finanziario è semplicemente l'affermazione della possessione di una parte del valore totale. Se il valore totale si riduce o cresce a un ritmo più lento rispetto al capitale finanziario, quest’ultimo rappresenta meno valore e deve essere svalutato.

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L'instabilità del valore spiega anche perché l'accumulazione è una necessità del capitalismo. Solo mettendo in moto le forze di produzione, e quindi producendo plusvalore, e accrescendo il valore (o derubandone quelli che l'accrescono), i capitali esistenti possono impedire la loro svalorizzazione.

generato un sovraprodotto in continuo aumento, e questa maggiore produttività è stata « l'artiglieria pesante con cui essa [la borghesia] abbatte tutte le muraglie cinesi » Karl Marx, Manifesto del Partito Comunista. Se vediamo la storia come un’incessante lotta per superare le condizioni di penuria in cui è nata l'umanità, e quindi un aumento della produttività del lavoro, il capitalismo appare come una fase necessaria e inevitabile. Anche il fatto che (il capitalismo) costituisca una fase di transizione è dovuto alla duplice natura della merce. La crisi è nella merce stessa, nella sua duplice natura. E’ oramai oggi del tutto evidente che valore d'uso e valore di scambio sono disgiunti. La produttività, e quindi la capacità di aumentare il valore d'uso, non è mai stata così grande. Allo stesso tempo, la sempre maggiore incapacità d’aumentare il valore di scambio non si è mai manifesta con più chiarezza quanto nel mondo attuale, il quale annega nell’eccesso di capacità, quando le esigenze umane restano insoddisfatte. L'espansione dei valori d'uso e del valore di scambio non funzionano più in tandem. Il profitto determina se, dove e quando, la forza lavoro è assegnata. Due miliardi di persone sono disoccupate perché il capitale non può impiegarle per accrescere il valore di scambio. L'espansione dello scambio è in difficoltà ed è l'espansione della capacità di produrre valori d'uso che ha scavato una voragine dalla quale il capitale non può tirarsi fuori senza causare distruzione di massa. Il valore di scambio è diventato un tallone ridicolo per una società in cui la vera ricchezza non si basa più sul tempo di lavoro. Come ha scritto Marx: "La vera ricchezza significa, in effetti, lo sviluppo della capacità produttiva di tutti gli individui. Pertanto, non è più tempo di lavoro, ma il tempo disponibile che misura la ricchezza. Se il tempo di lavoro è la misura della ricchezza, la ricchezza si basa sulla

La duplice natura della merce Prima che i prodotti del lavoro umano diventassero merci, prodotte per un mercato, avevano anche un valore. Il valore del pane, ad esempio, era il suo carattere nutriente e il suo buon gusto. La gente voleva consumarlo. Aveva un valore d'uso. Per avere un valore di scambio, un prodotto deve avere un valore d'uso. Questo non vuol dire che deve essere oggettivamente utile, ma solo che deve prendere una forma concreta che lo rende desiderabile per chi possiede i soldi per comprarlo. E’ questo l'elemento che impedisce all’accumulazione del valore di diventare completamente indipendente dai bisogni reali della società. Questa accumulazione deve assumere la forma di una espansione dei valori d'uso, anche se è solo un modo per aumentare il valore di scambio astratto, che è il vero scopo e la vera funzione del capitalista. L'espansione del valore d'uso e quella del valore di scambio devono svilupparsi in tandem, come un processo unitario. Eppure sono molto diverse. Come valore d’uso, una merce ha caratteristiche specifiche che la definiscono. Ma il suo valore di scambio non è una qualità intrinseca della cosa, ma piuttosto il valore del capitale anticipato per la sua produzione, accresciuto del plusvalore. E’ un rapporto sociale, capitale–lavoro. Conquistando il mondo ed eliminando o marginalizzando tutte gli altri modi di produzione, la produzione capitalistica di merci riproduce e diffonde continuamente questo rapporto sociale. La duplice natura della merce, valore di scambio e valore d'uso, spiega il suo successo. La caccia al plusvalore ha 11


povertà, ed il tempo libero risulta dalla base contraddittoria del pluslavoro; in altre parole, si presuppone che tutto il tempo del lavoratore sia posto come tempo di lavoro e che egli stesso sia ridotto a livello di semplice lavoratore e subordinato al lavoro. Questo è il motivo per cui il maggior sviluppo del macchinismo costringe il lavoratore a lavoratore più a lungo di ciò che faceva il selvaggio o lui stesso, quando aveva strumenti più rudimentali", Karl Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica Durante la fase ascendente del capitalismo, il conflitto tra ricchezza reale e ricchezza capitalista non era ancora sorto. Valori d'uso e valore di scambio aumentavano in tandem. Il capitalismo si è progressivamente impossessato di tutte le forme di produzione di merci, espandendo la produzione mercantile in ambiti dove non è mai esistita prima. Questa riorganizzazione della produzione ha portato una socializzazione del processo lavorativo. Riunire gli operai in un luogo di lavoro collettivo, assegnar loro dei compiti specializzati, rendere il loro lavoro intercambiabile ha procurato un notevole risparmio dei costi e una maggiore produttività. Il continuo aumento della produttività ha fatto sì che il divario tra il TLSN effettuato dai lavoratori e il TLSN necessario per produrre i beni necessari è aumentato, anche se quest’ultimi sono aumentati anche grazie alla lotta dei lavoratori e ai cambiamenti sociali. Più lavoratori sono stati impiegati, più a lungo sono stati utilizzati e minore è il valore della loro riproduzione, più il tempo di lavoro non retribuito è stato messo in comune e più grande è stata la creazione di valore. Occupazione, produttività e profitti sono cresciuti insieme. Più proletari sono stati creati dallo sviluppo delle forze produttive, più la produttività e la creazione di valore sono state aumentate. Queste (produttività e creazione di valore) sono quindi considerate come sinonimi. Più la ricchezza materiale è cresciuta, più

profitto è stato generato. C'era un equilibrio tra la crescita del valore di scambio e la crescita del valore d'uso. La fonte di entrambi era la stessa: il pluslavoro. La legge del valore era in armonia con le forze di produzione durante questo periodo. La transizione verso il dominio reale del capitale Ci sono due modi per generare il plusvalore. Per secoli, il capitalismo si è concentrato sulla più ovvia: l’allungamento della giornata lavorativa. Il capitalismo non ha ancora sviluppato un nuovo metodo di produzione, intrinsecamente capitalista. Il tessitore fabbrica il tessuto esattamente come faceva prima, solo che ora lo fa in una fabbrica e per un salario. Ovviamente, più a lungo lavora per il salario, più il proprietario del prodotto del suo lavoro ottiene del plusvalore. C'è un altro modo per generare plusvalore. Invece di aumentare la durata assoluta della giornata lavorativa (che ha i suoi limiti naturali), si aumenta la parte relativa della giornata in cui il lavoratore lavora a costo zero per il capitalista, riducendo l'altra parte, il TLSN che è l'equivalente di ciò che il lavoratore compra con il suo salario. In altre parole, più il valore del salario dell’operaio diminuisce, rispetto al valore di ciò che produce, più il plusvalore che si crea aumenta. Ma il capitalista non ha alcun controllo diretto sul valore del salario dei suoi lavoratori, può solo cercare d’intensificare il processo lavorativo più di quanto sia ammesso dalla norma sociale. Certo, il capitalista cerca sempre di spingere il salario al di sotto del valore della forza lavoro e spesso ci riesce, grazie all’esercito industriale di riserva o all’uso efficace della violenza e dell'ideologia contro i lavoratori, ma, in condizioni normali, la legge del valore regola il mercato del lavoro come qualsiasi altro mercato, il che significa che, almeno tendenzialmente, la forza lavoro viene acquistata al suo valore. In generale, il declino dei salari relativi, non è 12


il risultato di ciò che fa un singolo capitalista, ma dell'aumento generale della produttività della società, che rende sempre meno costosi i prodotti di cui l’operaio ha bisogno. Ciò di cui il lavoratore ha bisogno è una quantità limitata di valori d'uso, che gli permettano di restare in buona salute, di mantenere una famiglia, d’avere una casa e un’alimentazione sufficiente per il corpo e la mente... dei valori d’uso che aumentano con i cambiamenti nella società, ma rimangono un riflesso di ciò che, in una data società, si ritiene necessario per la riproduzione della forza– lavoro. Più la società è produttiva, più si riduce il TLSN richiesto per produrre questi valori d'uso e, di conseguenza, maggiore è il profitto per il capitalista. Marx ha visto la fonte principale di profitto capitalista spostarsi dal plusvalore assoluto al plusvalore relativo. Ma aumentando la produttività del lavoro, un capitalista non ottiene direttamente più valore. «Un giorno di lavoro di una certa lunghezza crea la stessa quantità di valore di scambio, a prescindere delle variazioni di produttività» Karl Marx, Il Capitale libro 1. L’aumento della produttività significa solo che « questo dato valore è distribuito su una massa maggiore di beni ». La sua maggiore produttività non riduce il valore dei salari dei suoi operai, a meno che non venda dei beni a loro destinati. Allora, qual è la sua motivazione ad investire per accrescere la produttività? L'incentivo non proviene tanto dall'opportunità di creare più valore quanto dall'opportunità d’impadronirsi di più valore creato altrove. Dalla possibilità di sovra–profitti. Questa possibilità nasce «quando il valore individuale delle sue merci scenderà al di sotto del suo valore sociale e pertanto può essere venduto al di sopra del suo valore individuale»Karl Marx, Il Capitale libro 1. Il valore sociale è la quantità di TLSN che, in un’economia, è necessario per la produzione di una data merce e quindi tende ad essere definito dalla media, dai metodi di produzione

prevalenti. Quindi, coloro che hanno bisogno di più TLSN per produrre un bene, ottengono un beneficio inferiore alla media, mentre coloro che hanno bisogno di meno TLSN ottengono un eccedenza di profitto. È importante sottolineare che il sovraprofitto ottenuto mediante un aumento della produttività del lavoro non rappresenta necessariamente un ulteriore vantaggio per il capitale nel suo complesso. Il valore totale, quindi il potere d'acquisto totale, non si gonfia col sovraprofitto. Supponendo che la lunghezza della giornata lavorativa, il valore della forza lavoro e l'intensità del processo lavorativo rimangano uguali, anche il tasso di produzione di plusvalore rimane lo stesso. Nella visione di Marx, ammettendo l’ipotesi d’un sistema capitalista chiuso, tutto il plusvalore = TLSN non retribuito e il profitto totale = plusvalore totale. Quindi, se il capitalista che ha la più elevata produttività del lavoro non produce ulteriore plusvalore, ma ottiene un profitto più elevato, qual è allora la fonte del suo sovraprofitto? Secondo Marx, per definizione, nessun valore è creato al di fuori del processo produttivo. Nessun guadagno può provenire dalla fase della circolazione, in cui i prodotti vengono venduti e acquistati per il consumo non–produttivo o impiegati come nuove forze produttive. Nella circolazione il valore non viene creato ma solamente ridistribuito. Il mercato premia il capitalista che abbassa il valore di un prodotto al di sotto della norma sociale. Ma lo ricompensa con il valore proveniente da un’altra fonte: dai concorrenti, costretti ad accettare meno del TLSN entrato nella loro produzione, o dagli acquirenti, che ottengono meno valore nello scambio. La ricompensa è stata così grande che la caccia al sovraprofitto è diventata la principale forza motrice dell'accumulazione capitalistica. Così il capitalismo è diventato il terreno più fertile che sia mai esistito per lo sviluppo della scienza e della tecnologia. Il capitalista 13


non solo ha un vero incentivo ad adottare le innovazioni tecnologiche (il sovraprofitto), egli vi è costretto. Coloro che non si adeguano, producono delle merci che, sul mercato in cui sono vendute, contengono un valore superiore rispetto al valore sociale medio. Costoro ottengono quindi meno beneficio medio, per tanto, quando la differenza si accresce, affondano. Il sovraprofitto scompare quando l'aumento della produttività ottenuta grazie all'innovazione tecnologica si generalizza e diventa la norma sociale. Ma la caccia al profitto continua. I capitalisti, così come le industrie e gli Stati, che ininterrottamente riescono a mantenere un tasso di crescita della produttività superiore alla media, ottengono continuamente del sovraprofitto, la cui origine risiede nel sopravalore (sur-valeur) prodotto altrove. La focalizzazione sul sovraprofitto dovuta all'innovazione tecnologica – e la conseguente riduzione del valore della forza–lavoro, e, dunque, l’aumento del sopravalore relativo – ha trasformato il nucleo stesso della società. Un nuovo processo di produzione, specificamente capitalistico, ha cominciato a prendere forma. Marx l’ha chiamato «passaggio alla sussunzione reale del capitale» («dominio reale del capitale»), perché la tecnologia ha permesso alla legge del valore di penetrare in profondità nel processo lavorativo. Ora, il capitalismo non si accontenta più di dominare i processi di produzione ereditati dal passato ma li ristruttura completamente. La scienza e la tecnologia hanno permesso questo sviluppo, ma il loro sviluppo è, a sua volta, sempre più modellato dalla legge del valore, dall’obiettivo di ridurre il TLSN per ottenere un sovraprofitto. Progressivamente, il processo di produzione si è completamente trasformato. Il lavoratore aveva l’abitudine di essere al centro di questo processo, i suoi strumenti erano un’appendice delle sue membra. Ma ora il rapporto si è invertito: il lavoratore è diventato un appendice della macchina, la quale detta il

ritmo di lavoro e tutte le sue azioni, rendendo ogni gesto misurabile in termini di quantità di TLSN. Dal momento che induce un progresso gigantesco della produttività e della capacità di creare ricchezza reale, a prima vista, questa evoluzione sembra offrire solo dei vantaggi al capitalismo. Ciò, a sua volta, consente di ridurre la parte della giornata lavorativa passata in lavoro necessario (per la riproduzione della forza lavoro) e quindi aumenta la quota di pluslavoro, che crea plusvalore. In oltre, offre al capitalismo il potere di estendere il suo dominio, sia all'interno (paesi già sotto la sua dominazione formale) che all’esterno, di trasformare il mondo a sua immagine. Mentre il passaggio al dominio reale è un lungo processo storico che continua ancora oggi, il suo punto teorico finale, un mondo in cui la legge del valore penetra in tutti i luoghi del pianeta, in tutti gli aspetti della società civile, trasforma ogni oggetto, ogni attività in merce, assorbe ogni emanazione della vita sociale, politica e culturale nel mercato, è una prospettiva terrificante, non lontana da quella che viviamo. Per quanto essenziale all’estensione della legge del valore, questa transizione ha nondimeno rotto l'armonia nel valore stesso. «Inoltre, in tutte le sue fasi, che sono semplici momenti del suo movimento, cessa ogni volta di essere capitale nella forma in cui è respinto da una fase e finché non è ancora passato a quella successiva. Così, quando il capitale esce dal processo di produzione sottoforma di merci non ancora convertite in denaro, non esiste in quanto capitale nella forma respinta, ma nella forma che rivestirà.” Karl Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica Valore d'uso e valore di scambio, le due facce delle merci, si trovano dissociate. I valori d’uso aumentano in modo esponenziale con la tecnicizzazione, un processo in cui il lavoro vivo diminuisce e viene sostituito dalla tecnologia. Ma la crescita del valore di scambio richiede l’integrazione di lavoro 14


vivo nel processo di produzione. Il tasso di crescita esponenziale dei valori d'uso entra in contrasto con la base ristretta sulla quale poggiano le condizioni di consumo nel capitalismo. Il capitalismo è nato in condizioni di scarsità, e le presuppone. L'abbondanza lo rende malato, perché l'abbondanza, nel capitalismo, può solo significare sovrapproduzione. Senza penuria, non può «mantenere il valore già creato come valore».

dovrebbe agire da antidoto, fa ammalare ancor più il capitalismo. Di fronte a un tasso di profitto in diminuzione, il capitalista è maggiormente incentivato ad abbassare il valore della sua singola merce al di sotto del valore sociale. Così facendo, si riduce ulteriormente il lavoro vivo in produzione, di cui il plusvalore è solo una parte. La diminuzione del lavoro vivo in produzione significa che una minore quantità di lavoro vivo mette in moto una quantità di lavoro morto sempre crescente. La merce contiene sempre meno valore, e la parte di tale valore che rappresenta il consumo del lavoro passato tende a crescere ininterrottamente rispetto al lavoro vivo e nuovo. Ciò significa anche che sempre più lavoro passato è necessario per aggiungere del lavoro vivo, la fonte del plusvalore. Sempre più capitale è necessario per mettere in moto le forze produttive; la soglia per la formazione del capitale è continuamente alzata. Qualora questa soglia non fosse raggiunta, le forze produttive che avrebbero potuto essere utilizzate quando la soglia era inferiore, rimangono paralizzate. Ma rallentando la creazione di valore di scambio, la tecnicizzazione della produzione (o l’innalzamento della «composizione organica del capitale» – COC–, il rapporto lavoro passato/lavoro vivo), svaluta anche le merci richieste per il prossimo ciclo di produzione così come tutte le altre. Quindi il ciclo successivo richiederà relativamente meno valore rispetto al precedente. Abbiamo già visto che la svalutazione dei mezzi di produzione diminuisce il valore relativo dei salari (anche se questi permettono di acquistare più valori d'uso) e quindi aumenta il plusvalore relativo. La svalutazione dei mezzi di produzione (o capitale fisso) non permette direttamente di creare più valore per il capitale, ma, riducendo il bisogno di valore, contrasta anche l'impatto del COC in aumento sul tasso di profitto. Eppure, il valore di scambio deve crescere, anche se i costi di produzione si abbassano. Il capitalismo è

La caduta inevitabile del saggio di profitto I semi per il suicidio del capitale sono già contenute nella stessa forma valore, ma germinano a causa del passaggio al dominio reale del capitale. La produttività è ora determinata non dalla quantità di lavoro speso nella produzione, ma dall'applicazione della scienza e della tecnologia, messo in moto ed alimentato dal lavoro collettivo. La crescita della produttività crea una pressione in direzioni opposte. Da un lato, aumenta la parte non remunerata della giornata lavorativa (il plusvalore relativo), dall'altro, riduce il lavoro vivo nella produzione, di cui il plusvalore non può rappresentare più di una certa quota. La prima tendenza è talvolta più forte e il tasso di profitto è allora in aumento ma, a lungo termine, la caduta tendenziale del saggio di profitto prevale, perché non c'è un limite immanente alla diminuzione del valore di una merce, al fatto che il processo di produzione possa basarsi sul lavoro speso, con sempre meno lavoro vivo, mentre il plusvalore relativo "il suo limite rimane sempre il rapporto tra la parte frazionata del giorno che esprime lavoro necessario e l'intera giornata lavorativa. Si può solo muoversi all'interno di questi confini. ". Karl Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica Di conseguenza, la crescita del saggio di plusvalore, alla lunga, non può arrestare la caduta tendenziale del tasso di profitto. Ciò che, per il capitalista, 15


la produzione per il profitto e il profitto che “esprime l'incremento del valore che il capitale totale riceve al termine del processo di produzione e di circolazione al di sopra del valore che possedeva prima del processo di produzione, quando vi è entrato" Karl Marx, Manoscritti economico filosofici. Il valore del capitale avanzato deve aumentare, è lo scopo di tutto il processo. La svalutazione del capitale costante rappresenta un risparmio sui costi per i capitalisti che devono comprarli, ma per quelli che li vendono, vuol dire che la fonte del loro profitto si è ridotta, in quanto la loro produzione richiede meno lavoro vivo. Il capitale anticipato per la loro produzione (dei mezzi di produzione) incorre in una perdita di produzione, il suo tasso di profitto diminuisce e, per la logica del mercato, la tendenza all’equalizzazione dei tassi di profitto generalizza la sua perdita all'intera economia. Dominio reale significa aumento della produttività basato sulla riduzione di TLSN nella produzione, riduzione relativa della creazione di nuovo valore. Lo stesso processo spiega perché, per mettere in moto la forza lavoro addizionale, è necessario più lavoro passato; perché la soglia del capitale minimo è continuamente aumentata. Nel capitalismo d’oggi, i «costi di entrata» implicano non solo i costi di produzione – che tendono a diminuire rispetto ad altri costi. Per le auto sono scesi a meno del 60% rispetto al costo totale del prodotto (contro l’85% nel 1925), per i semiconduttori al 14%. Enormi spese di marketing sono necessari per restare competitivi nel mondo d’oggi. Una società come Nike paga molto più le celebrità che appaiono nei suoi spot pubblicitari che i lavoratori che in realtà fanno le scarpe. Questi costi improduttivi d’entrata comprendono anche – attraverso le tasse – una parte delle numerose spese accessorie che il capitalismo deve sostenere per mantenere il suo dominio sulla società. Aumentare la soglia implica

quindi la tendenza alla concentrazione crescente del capitale. La caduta del saggio di profitto e l’innalzamento della soglia di formazione del capitale fanno delle crisi una condizione necessaria per il proseguimento dell’accumulazione del capitale. Le crisi fanno sì che i capitali esistenti perdano il loro valore e, anche se ciò è per loro disastroso, questa devalorizzazione significa anche che il valore delle forze produttive, in particolare del capitale fisso, diminuisce in relazione al valore creato dal consumo produttivo. Le crisi ripristinano quindi il saggio di profitto e, in tal modo, le condizioni per un nuovo ciclo di accumulazione. Ecco perché la caduta tendenziale del saggio di profitto prende una forma ciclica piuttosto che un andamento lineare che prende il capitalismo a un punto critico X in cui l'accumulazione diventa impossibile. Essa non spiega perché una crisi a un certo punto deve sfociare in un crollo generale dell'economia capitalista, tanto più che la crisi non interesserà tutti i capitali allo stesso modo. La concorrenza nel mercato influenza la redistribuzione del plusvalore, la quale premia i concorrenti più forti, quelli dotati di una capacità superiore alla media di abbassare il valore delle loro merci al di sotto del valore di mercato, con dei sovraprofitti. Le crisi, quindi, interessano dapprima i concorrenti più deboli e rafforzano quelli più forti che possono inghiottirli a prezzo modico e conquistare la loro quota di mercato. Ma il declino tendenziale della creazione di plusvalore nella produzione non è l'unico modo in cui il conflitto nella forma valore tra il valore di scambio e valore d'uso ostacola all’accumulazione di capitale . Come il conflitto influenza la realizzazione del valore L’accumulazione del capitale è un processo di auto-espansione in cui il plusvalore è prodotto, poi realizzato in modo da produrre maggiore plusvalore. 16


Marx ha analizzato, in particolare nel secondo volume del Capitale, come funziona questo ciclo di auto-espansione. Non sorprende che questa sia l'unica parte della sua teoria che abbia ricevuto il plauso degli economisti borghesi, i quali vi hanno visto una dimostrazione del fatto che un capitalismo ben amministrato può svilupparsi eternamente. Ma non tutti i marxisti sono d'accordo con lui. Rosa Luxemburg ha sostenuto la tesi secondo la quale il capitalismo può svilupparsi solo a condizione di realizzare il plusvalore destinato all'espansione al di fuori del capitalismo, in un mercato extracapitalista. La sua confusione di base risiede nella trasposizione del problema della realizzazione del livello del singolo capitalista verso il capitale nel suo complesso. Per poter impiegare il suo plusvalore per aumentare la sua produzione, il singolo capitalista non può consumarla tutta da solo; deve venderla, al fine di trasformarla in denaro ed acquistare nuovi beni di produzione e nuova forza lavoro. Ha bisogno di un acquirente esterno. Non sarebbe così, se avesse prodotto da sé tutti i beni di produzione e di consumo necessari alla riproduzione allargata, come avviene nel caso del capitale globale, il cui plusvalore contiene tutti gli elementi di cui ha bisogno per svilupparsi. Possedendoli già, non ha alcun bisogno intrinseco di un acquirente esterno, ciò di cui hanno bisogno è una circolazione fluida nel capitalismo. Il capitale globale ha bisogno di denaro per svilupparsi ad un ritmo che lo tenga in equilibrio con la crescita del valore che fa circolare. Tuttavia, l'analisi di Marx della riproduzione allargata, piuttosto che mostrare che il capitalismo è capace di svilupparsi indefinitivamente, porta alla conclusione che l’espansione dipende dalla definizione di equilibri multipli, di proporzionalità nella produzione e nella circolazione, la cui rottura impedisce l'accumulazione. Tali equilibri sono realizzati la legge del valore, dalla determinazione reciproca di produzione e

mercato. La rottura è una possibilità costante, ma la tendenza verso l'equilibrio è anch’essa costante, almeno fin quando sviluppo capitalista e la legge del valore sono in armonia, fin quando valore di scambio e valore d’uso funzionano in tandem. Più il dominio più reale si espande, meno avviene. La crescita esponenziale dei valori d'uso rende sempre più problematica la realizzazione del valore di scambio da essi contenuti. “L’autorealizzazione del capitale diviene più difficile nella misura in cui è già stato realizzato”, Karl Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica Passeremo brevemente in rassegna i tre equilibri che sono cruciali per l'accumulazione di capitale: equilibri tra settori produttivi; equilibri tra consumo produttivo e improduttivo; equilibri tra il denaro e tutti gli altri beni. 1.Tra i settori produttivi Esiste un equilibrio necessario tra tutti i settori della produzione e il resto dell'economia, ma lo sviluppo simbiotico può essere considerato più chiaramente laddove si divida la produzione capitalista in un primo comparto (la produzione dei mezzi di produzione) e un secondo comparto (produzione dei mezzi di consumo). Perché il capitale complessivo si accresca, occorre che un equilibrio si stabilisca tra di essi, non solo in termini di valore di scambio, ma anche in valori d’uso: «la trasformazione del denaro in capitale implica un processo storico che ha l'effetto di staccare le condizioni oggettive di lavoro e di renderle autonome di fronte al lavoratore. Il Capitale una volta nato, il suo movimento avrà per effetto di assoggettare tutta la produzione, sviluppando e completando tutta la separazione tra lavoro e proprietà, tra lavoro e le condizioni oggettive di lavoro». Karl Marx, Il capitale secondo libro, Se il primo comparto produce più capitale fisso di quanto gli occorra e il secondo 17


comparto per la riproduzione allargata, resta bloccato con un residuo invendibile. Il valore entrato nella sua produzione è sprecato, per il capitalista così come per tutto il capitale. Allo stesso modo, l'espansione del secondo comparto è legata alla domanda del primo. Questo non significa che i due comparti debbano svilupparsi allo stesso ritmo. Dato il livello di tecnicizzazione (la crescita della COC), nel dominio reale, il primo deve svilupparsi più velocemente del secondo e la parte relativa del plusvalore che si realizza all'interno di questo stesso comparto si sviluppa nello stesso modo. Il mercato realizza questo equilibrio dinamico, punendo la sovrapproduzione con la devalorizzazione e ricompensando gli investimenti nei mercati sottocapitalizzati. Spostando il capitale, assegnando la forza lavoro. Ma nel dominio reale, il cui motore è la caccia al sovraprofitto per mezzo della tecnicizzazione, si produce una deformazione. I capitalisti stanno cominciando a svilupparsi come se non ci fosse alcun limite al proprio mercato. È vero che questa tendenza esisteva già nel dominio formale. «A parte il terrore degli economisti per la legge della caduta del saggio di profitto, la sua conseguenza più importante è che presuppone sempre una crescente concentrazione del capitale, quindi una continua de-capitalizzazione dei capitalisti più piccoli, E’ in senso generale il risultato di tutte le leggi della produzione capitalista» Karl Marx, Il Capitale. Più il capitalismo si sviluppa, più s’accentua la sua propensione allo spreco. Come e perché i capitalisti ignorano quello che il mercato indica loro? Naturalmente, possono farlo solo entro certi limiti, i quali sono fissati dalla dimensione dei loro sovraprofitti. I capitalisti sviluppano la COC e con essa, la loro capacità produttiva, grazie ai sovraprofitti ottenuti abbassando il valore delle loro merci al di sotto del valore di mercato. Essi possono assorbire una parte della sovrapproduzione e mantenersi ancora nel gruppo di testa. E i

loro concorrenti sono costretti a fare la stessa cosa, solo per sopravvivere. Come fa tutto ciò a alterare l'equilibrio fra i comparti? I sovra profitti vengono ottenuti tramite la tecnicizzazione. Intrinsecamente incline al cambiamento tecnologico, il primo comparto gode di un vantaggio. Le innovazioni tendono a circolare dal primo al secondo. comparto Questo flusso è già di per sé una fonte di profitto e quindi una causa di sovraccumulazione nel primo. Ma la ragione principale della sovraccumulazione del primo nel dominio reale è la concorrenza, la quale obbliga i capitalisti a comprare nuove tecnologie per aumentare la produttività, anche se le macchine utilizzate sono ben lungi dall'essere usate. Benché queste macchine abbiano trasferito solo una parte del loro valore in nuove merci, perdono tutto il loro valore rimanente. Marx chiamò questo fenomeno il «logorio morale». Per il capitale nel suo complesso, non è molto diverso dalla sovrapproduzione. Più il passaggio al dominio reale avanza, più il logorio morale diventa un fenomeno di massa, che si accelera nei periodi di rapido cambiamento tecnologico. Per esempio, negli ultimi decenni, la potenza dei chip è quadruplicata ogni tre anni, il che significa che le aziende, per rimanere competitive, devono sostituire i loro sistemi informatici regolarmente, molto prima che diventino inutilizzabili. L'equilibrio tra i reparti di produzione stabilito dal mercato viola sempre più l'equilibrio necessario per il loro sviluppo sano e simbiotico. 2.Tra consumo produttivo e improduttivo La domanda produttiva non è infinita. Non cresce automaticamente per il solo fatto che la capacità produttiva si sviluppa. Se, per esempio, la capacità produttiva di un produttore di coltelli aumenta, mentre quella di tutti gli altri resta uguale, questi può sovrapprodurre, ottenere nuovi clienti a scapito degli altri produttori o trovare nuovi mercati, ma le ultime due opzioni non dipendono dalla 18


sua buona volontà, ne dalla sola esistenza di una più grande quantità di coltelli. L’accumulazione crescente del capitale implica la sua crescente concentrazione. Così si accresce la potenza del capitale, l'alienazione personificata nel capitalismo, le condizioni sociali della produzione nei confronti dei produttori reali. La domanda produttiva è la domanda di mezzi di produzione (capitale fisso) e di beni di consumo di cui i lavoratori hanno bisogno per mantenere la loro forza lavoro. Lo scopo di quest'ultima (forza lavoro) è ovvio. Il continuo declino del valore dei beni che definiscono il valore della forza-lavoro ha permesso l'aumento della massa di tali beni e il modo in cui il dominio reale ha cambiato la società, e quindi i bisogni, lo ha reso necessario. Ma questi beni sono ancora in numero limitato, che non è definito tanto dalla capacità produttiva, quanto da ciò che da sempre costituisce la base dei bisogni umani fondamentali: riparo, cibo, salute, etc... Non v’è ragione che il capitalista paghi l'operaio più di questo, se riesce a trovare un altro operaio che voglia lavorare senza essere pagato più del valore del suo lavoro. I capitalisti che producono dei beni di consumo vorrebbero che la domanda degli operai non eccedesse il valore del loro lavoro, ma nessuno di loro è disposto a dare il buon esempio a spese del proprio beneficio. Al contrario, la sua tendenza è quella di portare i salari al di sotto del valore della forza lavoro, a aumentare la produttività, a fare di più con meno lavoro umano, ostacolando così la crescita della domanda produttiva di beni di consumo. Allo stesso tempo, ciò aumenta la domanda di capitale fisso. Ciò implica anche un crescente scambio all'interno del primo comparto, che lo rendono meno dipendente dalla domanda del secondo comparto per la realizzazione del suo plusvalore. Ma questo non significa affatto che non c'è limite alla crescita della domanda di capitale costante. Il valore di scambio resta legato al valore d'uso, e quindi al consumatore finale,

indipendentemente dal numero di passi che li separa nel sistema di produzione che è sempre più complesso. Così, nonostante il logorio morale, la crescita esponenziale dei valori d'uso diventa anche un ostacolo alla realizzazione del valore di scambio prodotto dal primo comparto. Ma la domanda potenziale di prodotti che vengono consumati improduttivamente è infinita. Solo l’immaginazione pone un limite alla mercificazione dei desideri, alla brama d’ancora più armi e beni lusso per un maggiore status symbol. Inoltre, più la società capitalistica si sviluppa, più questa sviluppa un bisogno di tutti i tipi di lavoro improduttivo e, quindi, di un mercato in crescita per il consumo improduttivo. Ma nessuno può negare che il capitale anticipato per produrre beni che soddisfino le esigenze dei burocrati, dei poliziotti e dei poveri – i quali non hanno alcuna possibilità di essere un giorno impiegati, ma che devono comunque sopravvivere – proviene dalla tassazione del resto della economia. Proviene dal plusvalore globale. La si può quindi difficilmente considerare come un contributo all'accumulazione del capitale totale. Per determinare il valore di una merce, domande quali «qual è il suo valore d’uso», «da chi viene consumato», e «a quale fine», sono irrilevanti. Ma se si guarda l'accumulazione di tutto il capitale totale, esse diventano cruciali. Tuttavia, il consumo improduttivo è assolutamente necessario per il modo di produzione che crea la ricchezza per i non produttori e che deve quindi fornire questa ricchezza sotto le forme che permettono l’acquisizione solamente per coloro che godono del privilegio. Visto lo scopo della domanda produttiva, il valore non può essere interamente reinvestito. L'accumulazione richiede che una porzione del valore creato assuma la forma di valori d’uso espressamente concepiti per soddisfare il piacere dei ricchi. Con il continuo aumento della produttività, anche il sovraprodotto aumenta continuamente, e la quota di 19


sovraprodotto consumata improduttivamente può svilupparsi. E per trasformarsi in flusso sanguigno del capitale deve far si che il plusvalore creato nella sua produzione sia realizzato e possa essere reinserito come denaro, che può essere investito produttivamente. Ma ancora una volta, un equilibrio è necessario, sia nel valore di scambio e che nel valore d'uso. La crescita del consumo improduttivo è correlata alla crescita della produzione di plusvalore e quindi alla crescita del consumo produttivo. Pertanto, non può compensare un calo di quest’ultima. Minor consumo produttivo significa minore produzione di plusvalore, quindi, meno plusvalore disponibile per il consumo improduttivo. Esiste, in teoria, un possibile equilibrio ideale tra il consumo produttivo e improduttivo, come ve ne è uno tra il primo comparto e il secondo comparto. Le forze di mercato li impostano in maniera tendenziale, ma in entrambi i casi, il dominio reale ha portato ad un crescente squilibrio. Abbiamo già visto come la caccia al sovraprofitto ha provocato una sovraccumulazione di attività produttive, un aumento dello spreco di valore. Oggi, i cadaveri industriali che ci circondano, ci mostrano la realtà del logorio morale, l'instabilità del valore. L’espansione eccessiva del consumo improduttivo è una caratteristica fondamentale del dominio reale. Dal momento in cui è incominciato il passaggio al dominio reale, si è assistito ad una continua espansione del «settore pubblico» (non solo in dimensioni assolute, ma anche come elemento dell'economia nazionale) che è in gran parte, ma non del tutto, improduttivo. Questo settore consuma una parte crescente del valore totale, ma, in sostanza, non ne crea. Ciò che vediamo è anche il fatto che i capitalisti devono spendere una parte sempre crescente del loro budget per delle spese (di vendita, assicurazioni, ecc...) che non aggiungono valore alle merci, ma il cui costo deve essere incluso nel loro prezzo. Il dominio

reale richiede sempre maggiori costi improduttivi, per controllare gli ostacoli che essa stessa crea. La transizione al dominio reale non è solo un'espansione che estende il dominio del valore e riduce il mondo a questa regola, è anche un processo di espulsione del lavoro vivo dalla produzione. Mentre integra, espelle. Oggi, ha rimosso più di due miliardi di lavoratori potenziali dal mercato del lavoro. Il costo improduttivo generato dal controllo di questa popolazione in esubero, le misure per prevenire i disordini sociali, le pandemie, ecc..., è in costante crescita. E questo rappresenta solo una piccola parte del costo improduttivo totale che il capitalismo deve sostenere per controllare, punire, isolare, cullare, ingannare, tenere, sparare, distruggere, ecc... Più la contraddizione tra valore di scambio e valore d'uso si aggrava, più la caduta del saggio di profitto e lo scopo del consumo produttivo vengono alla ribalta, più il capitalismo deve dedicare risorse per spese improduttive per mantenere la sua presa sulla società. 3.Tra il denaro e tutti gli altri prodotti Una merce nasconde la contraddizione tra il valore d’uso e il valore di scambio. La contraddizione si approfondisce e si manifesta nella duplicazione della merce in merce e denaro. Questa divisione è cominciata quando il denaro è diventato l'intermediario nella circolazione delle merci, quando lo scambio di merci M-M è diventato M-D-M. Il valore totale della produzione ha ormai assunto la forma di merci e denaro, la merce in generale, universale, che rappresenta il valore di scambio per tutti gli altri beni. Questa duplicazione non significa una duplicazione del valore. Il denaro non è una fonte di valore, ma la sua rappresentazione. Il valore della moneta in circolazione è identico al valore delle merci in circolazione, come dimostra il fatto che quando la quantità di moneta aumenta più velocemente della quantità di 20


merci, il denaro si svaluta e appare l'inflazione. La società si riproduce durante un ciclo di M-D-M, che è anche, se si prende un altro punto di partenza, un ciclo di D-M-D. È precisamente ciò che è in gioco nell'accumulazione: il denaro viene trasformato in beni produttivi per diventare di nuovo (più) denaro. In M-D-M, il denaro è solo un mezzo di scambio ed è sempre incluso nella circolazione delle merci, mentre le merci vengono ritirate dalla circolazione e consumate. Ma in D-M-D, il denaro non è più il mezzo ma un fine in sé. Ovviamente esso è più che uno strumento di circolazione, in quanto può ritirarsi e sviluppare un’esistenza apparentemente indipendente come deposito di valore. Non è solo un merce in generale che media lo scambio, ma anche una merce particolare, che può essere ritirata dalla circolazione come tutte le altre. Ma perché non perde il suo valore quando è slegato dalla sua circolazione, visto che, come carta moneta, o, oggigiorno, perfino di più, non ha alcun valore in quanto tale? La risposta è che il valore totale di una economia capitalistica non consiste soltanto nel valore in circolazione, ma anche nel capitale finanziario, vale a dire, in sostanza, nel capitale produttivo latente, che, in certi momenti, si trasforma nuovamente in beni produttivi. Dal momento che, nel lungo periodo, genera di nuovo valore, continua a rappresentare il valore reale anche se ha momentaneamente voltato le spalle alla circolazione di valore. Questo capitale produttivo latente è assolutamente necessario per la riproduzione allargata – si immagini un capitalismo senza risparmio o credito! – e le sue dimensioni devono accrescersi sempre più nel dominio reale, dato l'aumento della COC, della scala di produzione, e della soglia per la formazione del capitale. Esiste, ancora una volta in teoria, un equilibrio ottimale possibile tra denaro, da un lato, e il valore in circolazione più il valore del capitale produttivo latente,

dall’altro. Equilibrio che è stato raramente raggiunto nella realtà. La sua forma originale, il metallo prezioso, ha impedito la crescita squilibrata del denaro, ma la sua quantità dipende dalle miniere d'oro e d'argento, invece che dalle esigenze della circolazione del valore. La carta moneta, non convertibile in oro, il cui «valore» è fissato dallo Stato, ha soppresso la disciplina imposta dall'esterno sulla creazione del denaro, ma non è riuscita a evitare una sua crescita squilibrata, neanche con l’aiuto dello Stato che cerca di risolvere i problemi stampando denaro. Ma il mercato punisce questo comportamento con la svalutazione del denaro. La capacità dell’inflazione di distruggere un'economia è stata dimostrata talmente tante volte che non è necessario spiegarlo più dettagliatamente. Ma lo squilibrio non è solo creato dalla crescita smisurata (eccessiva) della moneta in circolazione. Il denaro tesaurizzato può crescere ben oltre il valore effettivo della capacità produttiva latente dell'economia. È ciò che accade quando la caduta del saggio di profitto, la sovrapproduzione strutturale di tecnologia, l'esaurimento della domanda produttiva e il crescente peso del consumo improduttivo creano le condizioni per un «tempesta perfetta». La prima fase della tempesta coincide con una creazione massiccia di capitale fittizio. Nel ciclo del capitale, la fase di M-D, la trasformazione delle merci in denaro, non può fermarsi. Il proprietario delle merci, siano esse tecnologia, beni di consumo o forza-lavoro, non può scegliere di non vendere quest'anno. Ma nello stesso ciclo, la fase di D-M, la trasformazione del denaro in merci, non deve continuare. Il denaro può rimanere denaro. Può stoccare il suo valore nel tesoro. Esso appare come «la merce indeperibile», più gli altri prodotti mostrano quanto il loro valore sia deperibile, più diventa desiderabile. Come merce particolare, che si contende con tutte le altre la domanda totale, il denaro possiede un vantaggio intrinseco, 21


in quanto soddisfa ogni bisogno, se può essere scambiato con un oggetto desiderato corrispondente al bisogno, indipendentemente da qualsiasi particolarità. La merce ha questa proprietà solo attraverso la mediazione del denaro. Il denaro la possiede direttamente rispetto a tutte le altre merci, di conseguenza rispetto al mondo intero della ricchezza, alla ricchezza in quanto tale. Più la caduta del tasso di profitto si abbina ad un calo della domanda produttiva, minori sono le probabilità di trasformare il denaro in merce e, quindi, in più denaro. L'incentivo per D-M sparisce. Più D resta D, più forte è l'incentivo per convertire le merci in puro valore di scambio, circostanza che provoca una ulteriore diminuzione della domanda produttiva. La crescente domanda di attività finanziarie spinge i prezzi al rialzo, il che sembra confermare non solo che il denaro è un bene indeperibile ma anche che il suo valore non può aumentare autonomamente (da sé), circostanza che, a sua volta, ne fa accresce la domanda. I primi ad essere colpiti sono i concorrenti più deboli, il denaro li abbandona per primi per dirigersi verso il centro del sistema economico. La natura sempre più mondiale del sistema accelera la tendenza. Nel 2004, Stephen Roach, capo economista di Morgan Stanley, ha stimato che l'80% di risparmio mondiale netto si è diretto negli gli Stati Uniti, dove è stato più che benvenuto. Il modo in cui il settore finanziario, specie statunitense e britannico, ha inventato nuovi «prodotti» finanziari e ne ha gonfiato i prezzi, rispondendo così alla domanda di un rifugio del capitale mondiale, è stato adeguatamente documentato altrove. Tutto ciò si è rivelato altamente redditizio per questi settori. Non occorre essere marxista per rendersi conto che la crescita vertiginosa del «valore» del capitale finanziario, a un ritmo ben superiore alla crescita dell'economia reale, era maturo per uno scontro con la realtà. Così inizia la seconda fase della tempesta: l'implosione della bolla.

Sembrerebbe che, dopo tutto, il valore nel tesoro non è poi così indeperibile. L’assenza di produzione e di realizzazione di nuovo valore svela la disfunzione del capitale produttivo latente. Più la contraddizione si sviluppa, più deve devalorizzare. Il valore esistente parcheggiato nel tesoro non può mantenersi come valore. La classe capitalista ha oggi lo stesso tipo di discussione che aveva negli anni trenta. Dobbiamo nuotare contro la marea deflazionistica e sostenere la domanda in modo che la crescita dell'economia reale ristabilisca la fiducia nel tesoro! Ma non possiamo farlo creando debiti che finirebbero per schiacciarci!. La ragione si trova su entrambi i versanti dell’argomentazione. E non c'è soluzione, nella misura in cui non si può imporre la spinta a realizzare D-M. Il disavanzo pubblico non può aumentare il tasso di profitto, tantomeno inventarsi una domanda produttiva. La spinta a cercare il rifugio degli investimenti produttivi nel tesoro non può essere eliminata. Ove fosse efficace, la reflazione non farebbe che rilanciare la bolla. Ciò che conduce alla terza fase della tempesta. Il metabolismo tra capitalismo sviluppato ed il suo ambiente Il capitalismo non si è sviluppato in un laboratorio. Non si può fornire un’immagine chiara del suo sviluppo ed del suo stato attuale, senza citare il metabolismo del capitalismo col mondo non capitalista nel quale è nato, così come il metabolismo tra capitalismo sviluppato e regioni sottosviluppate del mondo. Si può riassumere la relazione iniziale in una parola: espropriazione. Per produrre plusvalore, il capitale ha bisogno di risorse. Per accedervi liberamente, occorreva mercificarle, trasformarle in capitale fisso e variabile. L'utero feudale dal quale è fuoriuscito il capitalismo, doveva essere distrutto. Questo processo fu brutale. Delle materie prime furono saccheggiate. Produttori indipendenti 22


furono spogliati dei loro mezzi di produzione e costretti a diventare proletari. La storia di questo processo, ha osservato Marx, «è scritta negli annali dell'umanità a tratti di sangue e fuoco». La chiamò «accumulazione primitiva», perché, logicamente, e anche storicamente, precede la vera e propria accumulazione capitalistica, la quale si basa sulla produzione di plusvalore, e la rende possibile. Marx vedeva l’accumulazione primitiva come una sorta di stampella di cui aveva bisogno il capitalismo per tenersi in piedi, dopo di che, avrebbe potuto farne a meno. Tuttavia, l’accumulazione primitiva, nel senso d’ottenere valore da fonti diverse dal plusvalore, non è mai finita. Il saccheggio non è passato di moda con l’'auto-espansione del capitalismo, visto che è un ottimo tonico contro la tendenza alla caduta tendenziale del saggio di profitto. Le leggi morali del capitalismo non sono cambiate. Si stima che il saccheggio delle risorse umane e della gomma in Congo, organizzata nel XIX secolo dal re belga Leopoldo secondo, sia costata la vita a dieci milioni di persone. Non si estrae più gomma in Congo, ma ci sono importanti risorse minerarie, il cui saccheggio, e le guerre che comporta, costano ancora la vita di milioni di persone. Il capitalismo ha interagito col mondo non capitalista non solo attraverso l'espropriazione, ma anche con lo scambio. A causa della sua maggiore produttività, lo scambio era sempre a suo vantaggio. Ciò vale anche per lo scambio tra capitalismo sviluppato e le sue parti sottosviluppate, tra il capitale con una elevata produttività e con un’elevata crescita del COC, e il capitale con una COC basso e una debole crescita della produttività. Lo scambio ha fruttato al primo un sovraprofitto perché «vi è concorrenza con le merci prodotte in paesi con impianti di produzione inferiore, in modo che il paese più avanzato vende i suoi prodotti al di sopra del loro valore (..) proprio come un produttore che utilizza

una nuova invenzione prima che venga utilizzata da tutti, supera i suoi concorrenti e cosi vende la sua merce sopra il suo valore individuale (..). Esso fornisce quindi un sur-profitto.»Karl Marx, Il capitlle. Ma il dominio reale, e la tecnicizzazione della società che l’accompagna, creano un’inevitabile tendenza all’estensione del commercio tra i capitali sviluppati. Più la società diviene tecnologica, più i valori d'uso di cui ha bisogno sono essi stessi tecnicizzati, prodotti d’un processo di produzione complesso; meno i prodotti – dapprima quelli dei produttori non capitalisti, poi quelli della produzione capitalistica con una COC basso – sono adeguati al suo mercato. Così, nel dominio reale, il metabolismo tra il capitalismo sviluppato e la produzione non-capitalista/con una COC debole diminuisce in modo tendenziale e diventa quindi meno efficace come controtendenza per la caduta del saggio di profitto, perdendo anche la sua importanza come fonte di domanda. Ma il dominio reale causa un’altra tendenza inevitabile, che ha l'effetto opposto. Essa implica un’estensione crescente della scala di produzione, la quale comporta un'estensione sempre maggiore della legge del valore. L'estensione diventa centripeta, mercifica tutto, trova in tutti i tipi di pratiche sociali una fonte di produzione del valore e si dirige verso l'esterno, fino agli estremi confini della terra. Di per sé, questo movimento di estensione contrasta le contraddizioni del capitalismo, perché lo sforzo porta il capitalismo a interagire con il suo ambiente, aumentando il metabolismo. Benché inevitabile come tendenza, l'espansione del capitalismo trova di fronte a sé diversi ostacoli. Il primo, logicamente, e storicamente, è stata l’insufficiente sviluppo della produzione capitalista stessa e soprattutto dei suoi mezzi di trasporto e comunicazione (MTC). Lo sviluppo di quest'ultimo (ferroviaria a 23


Internet) è da sempre un fattore decisivo nelle fasi di accelerazione della scala d’espansione e, quindi, di metabolismo crescente. In secondo luogo, vi è l'intervento dello Stato, il quale ostacola la legge del valore. Finché l'aumento della scala era tale che la maggior parte della produzione era destinata al mercato interno, il protezionismo è stato una reazione sensata per i paesi nei quali sussistevano le condizioni di un decollo industriale. Il protezionismo ci aiuta a comprendere come gli Stati Uniti e la Germania siano diventati i paesi industriali leader alla fine del XIX secolo. Ma una volta che l’aumento della scala di produzione ha raggiunto il punto in cui il mercato interno è insufficiente per il capitale nazionale, che le aziende diventano talmente grandi e produttive da aver bisogno di un ampio mercato internazionale per realizzare del plusvalore, il protezionismo diventa contro-produttivo (nonostante la sua esperienza negativa del protezionismo, il capitalismo non è ancora del tutto immune contro un suo ritorno rampante). Quando lo sarà, sarà il segnalare di un fuga in avanti, una tappa verso la guerra. In terzo luogo, l'espansione della scala di produzione richiede un aumento di moneta in circolazione per funzionare a livello internazionale: una moneta internazionale. In diversi momenti della storia del capitalismo, la base ristretta del denaro (vale a dire, i metalli preziosi) o la sua crescita arbitraria e, quindi, la sua instabilità (il denaro) ha impedito al potenziale tecnologico di espansione della scala di produzione di realizzarsi. In quarto luogo, il pianeta ha dei limiti fisici. Questi limiti non sono completamente rigidi: il progresso tecnologico consente un utilizzo più efficiente delle risorse limitate esistenti. Ma più queste risorse aumentano, più diventa difficile aumentarle ulteriormente, più la loro espansione è marginale rispetto alle esigenze del sistema. Quando il mondo intero opera sulla base della legge del valore, nessun territorio vergine può

essere inventato per permettere al capitale d’organizzarne il saccheggio e alla legge del valore di penetrarvi e stabilirvi il metabolismo che contrasta le contraddizioni del capitalismo. Benché, in diversi momenti della sua storia, sia riuscito a realizzare dei progressi notevoli per sormontare i primi tre ostacoli, il capitalismo non può far nulla contro il quarto. Il caso più emblematico si riscontra nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale. Con il dollaro come moneta in espansione ma stabile a livello internazionale, con la netta riduzione del protezionismo nella vasta economia-dollaro, con dei costi dei MTC (mezzi di trasporto e comunicazione) in caduta libera - grazie alle nuove applicazioni tecnologiche che, ritardate dalla guerra, si diffondono ora nell'economia -, si è assistito a un'estensione della scala di produzione. Estensione che ha azionato i fattori contrastanti le contraddizioni del capitalismo e che ha prodotto, per oltre un quarto di secolo, le cifre di crescita dell’economia più forti che il capitalismo abbia mai conosciuto. Ciò che si è chiamato «globalizzazione» è un altra confluenza tra i fattori politici e tecnologici che hanno ampliato il campo del capitale sviluppato e, così facendo, hanno attenuato le sue contraddizioni. Il crollo della Russia, la rimozione d’altre barriere al libero scambio, la diffusione delle tecnologie d'informazione ed il conseguente calo dei costi dei MTC hanno riattivato il metabolismo. Tutto ciò è avvenuto soprattutto attraverso la creazione senza precedenti di potenziale combinatorio di tecniche di produzione e metodi di produzione del capitalismo sviluppato con la forza-lavoro, il cui valore è determinato dalle condizioni vigenti attualmente nei paesi sottosviluppati. Ciò ha aumentato il tasso di plusvalore, sia direttamente che indirettamente, per altri capitali, abbassando il valore dei beni di cui i lavoratori hanno bisogno, aumentando il valore relativo del plusvalore, e, quindi, contrastando la 24


caduta tendenziale del saggio di profitto. Gran parte della produzione fordista (lavoro in linea) si è spostata così verso le regioni del mondo precedentemente sottosviluppate. L'industria rimasta nei paesi sviluppati si è allora spostata verso il «post-fordismo» (con l'automazione, piuttosto che la tecnologia meccanica, al cuore della produzione). Dato l’eccesso di capacità cronica di cui soffre l’economia mondiale dalla fine del boom economico prodottosi nel dopoguerra, e il fatto che ciò pesa sul sovrapprofitto, la caccia al suvraprofitto ha sviato il capitale dalla focalizzazione fordista sull’aumento del volume della produzione, e lo ha spronato a ricercare una nuova penuria per la produzione di nuovi beni (di produzione e di consumo), che gli conferiscono un monopolio o quasi monopolio sul mercato e, quindi, un sovraprofitto. Il capitale avanzato è diventato sempre più dipendente da questo modo specifico d’ottenere il plusvalore. Anche se tali posizioni di mercato sono solo temporanee, una rapida innovazione tecnologica, o una campagna di marketing possono trasformare un paio di scarpe in «Air Jordan» e garantire così la continuità del loro vantaggio competitivo.

nuovi metodi di produzione riattiva il metabolismo e crea innumerevoli opportunità per il sovraprofitto, la cui origine risiede nella crescita della produzione di plusvalore, resa possibile dal metabolismo, e la seconda, nel corso della quale l'uso di nuovi metodi di produzione si generalizza e il metabolismo si riduce di conseguenza. Fu l'omogeneizzazione del processo di produzione nel capitalismo fordista avanzato, ad esempio, che ha sancito la fine del boom economico del dopoguerra e provocato nuovamente la sovrapproduzione e la caduta del saggio di profitto. Lo stesso cambiamento tecnologico, che ha creato delle opportunità per sovraprofitto nell'era della «globalizzazione», ha inasprito le contraddizioni del capitalismo. Nella fabbrica automatizzata, il lavoro vivo, la fonte del plusvalore, si è notevolmente ridotto. Il rapido tasso di innovazione accelera il logorio morale, la sovrapproduzione celata di capitale costante. Da nessuna parte queste tendenze si sono manifestate in maniera altrettanto impressionate che nel settore più emblematico della produzione postfordista: quello dei beni digitali. Non c'è dubbio che i software ed altre technologie dell’informazione sono oggi determinanti nella creazione di valori d'uso. Ma, anche se possono procurare alti profitti ai capitali che li producono, i beni informatici creano poco valore di scambio per il capitale totale. Ciò che Marx ha scritto sulle macchine: «Per quanto la macchina possa essere giovane e piena di vita, il suo valore non è più determinato dal tempo di lavoro oggettivato in essa in realtà, ma dal tempo di lavoro necessario per riprodurre lei o una macchina migliore.»Karl Marx, Il capitale. Resta valido anche per questi beni. Dal momento che il TLSN richiesto per la riproduzione (per copiarli) è quasi nullo, essi tendono a svalutare rapidamente e quindi a contenere poco plusvalore. I profitti realizzati dalla vendita sono sovraprofitti risultanti da posizioni di

Prima In passato, ci sono dei momenti in cui la medesima focalizzazione sulla conquista di posizioni di semi-monopolio sul mercato è stata forte, in particolare, intorno al XX secolo e negli anni venti, due periodi nel corso dei quali le contraddizioni del capitale sono maturate. Come nel decennio precedente, ciò fu possibile grazie a un rapido tasso di innovazioni tecnologiche e di concentrazione del capitale, e reso necessario dalla minaccia di sovraccapacità e dalla caduta del saggio di profitto. Furono anche dei periodi in cui il cambiamento tecnologico ha fornito l'impulso per un’estensione della scala di produzione. Ciascun periodo attraversa due fasi: la prima, in cui la diffusione di 25


monopolio, protetti da brevetti e copyright, il cui numero è considerevolmente aumentato negli ultimi decenni (Microsoft rilascia circa 3000 brevetti all'anno) e la cui esistenza è stata imposta al mercato dalla potenza statale. Il software ha chiaramente dimostrato l'assurdità di perpetuazione della forma valore. Da un lato, aumenta potenzialmente la produttività e la versatilità della produzione e della ricchezza reale, a livelli che non avremmo osato sognare prima, dall'altro, ha ridotto il valore di scambio, ricchezza capitalistica. Da un lato, è un modo per ottenere sovraprofitti, imposti dallo Stato, piuttosto che dal mercato, e dall'altro, a causa della sua natura sociale e della sua riproducibilità quasi senza valore, resiste alla mercificazione e invita alla condivisione, la sua distribuzione non è più basato sulla forma-valore. Negli ultimi anni, le molteplici applicazioni della tecnologia dell'informazione si sono generalizzate lungo tutta la catena di produzione globale. Così, anche in questo periodo di estensione, probabilmente l'ultimo nella storia del capitalismo, comincia la fase di omogeneizzazione, nella quale il capitalismo è nuovamente a confronto con le sue insolubili contraddizioni.

l’accumulazione. Più grande è la dimensione del capitale esistente rispetto alla creazione di nuovo valore, tanto più imperativa è la devalorizzazione e tanto più profonda dovrà essere la crisi. Il dominio reale conduce inevitabilmente al punto in cui la dimensione del capitale esistente è così grande che la crisi da sola non basta per realizzare la necessaria svalutazione. Teoricamente, può ancora farlo, poiché, in teoria, fintanto che è superiore a zero, non c’è limite al di sotto del quale il valore del capitale costante e variabile possano scendere. Deve (il capitale totale) scendere a un punto in cui la riproduzione allargata diviene nuovamente redditizia. Ma nelle condizioni reali, non può farlo. I bisogni minimi della classe lavoratrice, il cui soddisfacimento gli permette di sussistere come capitale variabile, le esigenze minime della società rappresentano un tetto minimo capace di resistere ad una maggiore devalorizzazione. Più la crisi è profonda, più i capitalisti soffrono, più la classe lavoratrice soffre, più le tensioni sociali aumentano. L'instabilità del valore provoca una situazione di instabilità della società. La necessità d’arrestare l'emorragia, per rompere la spirale e cominciare a invertire la dinamica, diventa impellente. Nella misura in cui può farlo, lo Stato capitalista tende ad agire contro la tendenza deflazionistica, lo fa pompando denaro nell'economia per stimolare la domanda e sostenere il tasso di profitto. Se vi riesce, lo Stato sabota il meccanismo di crisi di cui il processo di accumulazione ha bisogno per guarire. O meglio, lo prolunga, lo ritarda. Il capitale fittizio serve ad allontanare la devalorizzazione, a sua volta, tutto questo capitale fittizio pretende dei profitti futuri. Se l'economia non può fornirli, si accentua la tendenza ad utilizzare il potere industriale per scopi militari, ad impadronirsi altrove del plusvalore che non è in grado di creare, per soddisfare le esigenze del suo capitale e prevenirne il crollo. Tutto ciò si adatta alla necessità di

Crisi, guerra e rivoluzione Nessun capitalista vuole che il sua capitale perda valore. Ma quando tenta di sfuggire a questo destino abbassando il valore individuale del proprio prodotto al di sotto del suo valore sociale, si avvicina ancor più al risultato fatale. Abbiamo visto che il capitale totale può mantenere il suo valore solo con la valorizzazione. Non può smettere d’accumulare. In questo processo, esso deve riprodursi ed accrescersi... o svalutarsi. Inevitabilmente, la curva ascendente della crescita del capitale esistente incrocia la curva discendente della crescita e della realizzazione produttiva di nuovo valore. La crisi diventa allora necessario per ripristinare le condizioni per 26


controllare la turbolenza nella società col nazionalismo e di dirottare la collera sociale su un nemico comune. Se il capitalismo è in grado di imporla alla società, ad un certo punto, lo sviluppo del dominio reale conduce «naturalmente» alla guerra. Lo scopo principale di questa guerra è il saccheggio, ma diventa allo stesso tempo funzionalmente necessaria alla perpetuazione dell’economia basata sul valore. Deve terminare quello che la crisi ha cominciato. Deve diventare una parte integrante del ciclo di accumulazione. Ciò non significa che la guerra è una risposta meccanica alla necessità di devalorizzazione, che questa necessità determinerà da sola quando e dove la guerra scoppierà, quanto durerà o quanto sarà devastante. La storia non è un meccanismo a orologeria. Le guerre non hanno una sola causa, ma questo articolo non è il luogo per discutere della loro complessità. Tuttavia, la conclusione teorica secondo la quale lo sviluppo del dominio reale conduce ad un punto in cui la crisi da sola non può ripristinare le condizioni per l'accumulazione corrisponde alla realtà delle guerre mondiali del secolo XX secolo. Le guerre, naturalmente, non erano affatto nuove. Il capitalismo ha condotto guerre rivoluzionarie e di conquista, a volte, le due contemporaneamente. Ma non erano mai orge di auto-distruzione. Il capitalismo non aveva mai cannibalizzato su scala mondiale e con efficienza industriale. Non si è mai avuta una tale distruzione di valore. A prescindere dalle intenzioni e le patologie dei belligeranti, era questa la funzione che le guerre hanno avuto nei confronti del processo di accumulazione. Centinaia di milioni di persone sono morte per far vivere il valore. La prima guerra mondiale può essere considerata come una manifestazione di un nuovo quadro storico per la riproduzione della società. Un quadro in cui, a intervalli regolari, una combinazione di crisi e di guerra è necessaria per ripulire il sistema. Questo nuovo periodo fu chiamato «decadenza».

Per la classe lavoratrice, ciò significa che scegliere il capitalismo (fidarsi di lui, allearsi con lui, integrarvisi) significa, in ultima analisi, scegliere il suicidio. Con l'inizio della decadenza, lo spazio tra la critica positiva e negativa del capitalismo diventa impossibile da attraversare. La guerra è, per definizione, una perdita enorme di valore per il capitale totale. Ed è esattamente quello che deve essere per il processo di accumulazione. Questo non significa che una qualsiasi guerra ripristina necessariamente le condizioni per l'accumulazione. Lo fa quando produce lo stesso effetto della crisi, o anche di più. La guerre svaluta il capitale distruggendolo, eliminando così le sue ipoteche sugli utili futuri, ristabilendo un equilibrio tra le esigenze del capitale esistente e la creazione di valore attuale. Da questo punto di vista, la seconda guerra mondiale è stata molto più efficace della prima, questo spiega perché la globalizzazione del dopo guerra è durata così a lungo. L'intervento dello Stato capitalista e la creazione di una massa di capitale fittizio non bastano a spiegare perché il boom economico non ha provocato immediatamente un crollo economico mondiale. La creazione di capitale fittizio ha certo contribuito a rinviare l'ora della crisi. Ma è soprattutto grazie alla «globalizzazione» e al suo impatto benefico sul tasso di profitto e sulla crescita della domanda produttiva che l’ora della crisi è stata rinviata. Tutto questo non è però bastato per ricostituire il tasso di crescita globale, il quale è in declino fin dai primi anni settanta e non è mai stato più ristabilito. Nel frattempo, la crescita del capitale fittizio si è accelerata. In questo decennio, lo squilibrio tra il denaro come merce in generale, che fa circolare altri beni, e il denaro come merce particolare, accumulato come ipoteca sul valore futuro, è cresciuto fino a raggiungere proporzioni grottesche. Si è stimato che il denaro come merce in generale rappresenta solo il 2% delle transazioni di denaro, indipendentemente dal giorno. Tutto il resto è denaro 27


scambiato nel proprio interesse, vale a dire, per la sua capacità di svilupparsi in valore rivendicando la sua quota di plusvalore che deve ancora essere prodotta. Così i miliardi di dollari, euro e altre valute che sono evaporati dopo il crollo della bolla immobiliare statunitense hanno innescato il ritorno della crisi, questi miliardi rappresentano solo una piccola parte della ricchezza capitalista che deve ancora scomparire al fine di ripristinare le condizioni per l'accumulazione. Così, il capitalismo è ancora una volta sulla via del collasso e/o della guerra. Ma il futuro non sarà una replica del passato. Non sto prevedendo la terza guerra mondiale. Quello che prevedo è che la devalorizzazione continuerà e peggiorerà.

In che modo la classe capitalista, e cosa più importante, la classe lavoratrice reagiranno a tutto ciò, non si sa. Ma la classe capitalista non ha molta scelta, fatta eccezione per i mezzi e i percorsi che utilizza per cercare di mantenere la sua presa sulla società. Invece la classe lavoratrice ha, essa. la scelta. Può decidere di non far nulla ed aggrapparsi alla speranza irrazionale che alla fine la situazione si risolverà da sola. Oppure può prendere in mano il suo futuro e, mettere fine alla dominazione della forma valore sulla società. È arrivato il momento di pensare alla rivoluzione. Sander

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Sulla reificazione n.53, 2010

Come prendere in considerazione le fluttuazioni della crisi attuale del capitalismo in funzione degli interessi di classe, sapendo che storicamente gli elementi costitutivi che permettono il funzionamento e la reazione contro lo sfruttamento non svolgono lo stesso ruolo oggi? Cosa è che fa si che queste reazioni siano cosi timide, nonostante l'importanza della crisi, nonostante le richieste provenienti da coloro che pretendono di parlare in nome della classe?. Chiaramente le spiegazioni "classiche" della crisi non sono sufficienti a dare un senso agli eventi attuali. Allora, cosa succede? C'è l'integrazione del proletariato alla logica del capitalismo? Dobbiamo prima capire il significato delle variazioni del capitalismo e l'impatto sul proletariato. Vari economisti come HansGeorg Backhaus, Helmut Reichelt, Werner Bonefeld, Moishe Postone, e Anselm Jappe cercare di rispondere usando il concetto di alienazione. Introduzione

l'evoluzione del proletariato in funzione dei rapporti sociali trasformati dal capitalismo e dell'effetto dello sviluppo del valore. Egli vedeva la reificazione come un fenomeno specifico, con il quale i rapporti tra gli esseri umani prendono la forma di relazione tra le cose. Lukacs riprese questo concetto e teorizzò l'azione del proletariato come risposta alla reificazione. Questo prestò il fianco ad una critica della Scuola di Francoforte, negli anni cinquanta. Questa teorizzava l’insufficienza del superamento della reificazione e sosteneva l'impossibilità di un movimento rivoluzionario del proletariato. Questa discussione fu importante. Ed è importante riprenderla precisando i concetti. Nel capitalismo, le relazioni umane si dissolvono in rapporti di valore, ma, mentre i capitalisti traggono potere e ricchezza e si fanno agenti volontari del capitale, i lavoratori vivono questa dissoluzione come una perdita, un alienazione di se stessi, una forma di schiavitù. Si tratta di un processo storico che ha assunto forme diverse a seconda dello sviluppo dei rapporti di produzione. La reificazione è il processo che trasforma il soggetto in oggetto. Questo è il processo in corso all'interno della accumulazione capitalistica. È quindi importante cogliere l'evoluzione del concetto: 1. In Marx. 2. In Lukacs. 3. Nella Scuola di Francoforte. 4. Questo ci permetterà in seguito di sviluppare una nostra comprensione attuale della evoluzione del capitale, e capire la risposta dei lavoratori e del proletariato. Questo articolo costituisce una prima parte per poi andare oltre.

Questo concetto di alienazione non è nuovo. Esistono varie sensi. Raymond Carver, Harold Brodkey, Michel Houellebecq utilizzano anche loro questo termine. Nell’etica, Martha Nussbaum chiama reificazione il trattare strumentalmente le altre persone. Esso può essere considerato come trasgressione dei principi morali. Si tratta di un comportamento umano, che mette in evidenza i finti sentimenti, l'opportunismo, l’auto- manipolazione, la gestione delle emozioni messa in evidenza nelle opere contemporanee. Inoltre l’approccio strettamente naturalistico che spiega gli effetti e le azioni umane attraverso la sola analisi delle connessioni neuronali nel cervello è qualificato come reificante. Ma molto tempo prima, Marx utilizzò il concetto di alienazione per spiegare

1. Reificazione in Marx Il concetto di reificazione appare in Marx nel 1859, dove dice che "i rapporti 29


sociali tra le persone appaiono per così dire come invertiti, come un rapporto sociale tra le cose" Più tardi, nel primo volume del Capitale, egli afferma che "la materialità dei rapporti di produzione deriva dalla struttura interna dell'economia di mercato. Il feticismo non è solo un fenomeno di coscienza sociale, ma di esseri sociali" Ma nell'opera di Marx, questo concetto assumer varie forme. Nei primi tempi, Marx parla di alienazione o di separazione. Più tardi, quando sviluppa la teoria del feticismo della merce, userà le nozioni di lavoro fisso o reificato, feticismo o teoria del valore. Queste tre formulazioni sono diversi approcci per lo stesso problema, la determinazione della attività creativa dei lavoratori nella forma capitalistica dell'economia. Per Marx il primo approccio dell’analisi delle relazioni sociali nella società capitalistica si fa attraverso il concetto di alienazione o di separazione. Nel 1844, Marx pose l'alienazione come inerente ai rapporti sociali in una società capitalistica in cui una classe si appropria del lavoro che un'altra classe aliena. Definendo attraverso l'analisi critica l'alienazione dell'uomo da se stesso, l'alienazione del prodotto del suo lavoro e anche della sua stessa attività, Marx solleva la questione dell’abolizione di queste forme di disumanizzazione, e la possibilità di ripristinare una società umana. In alcuni passaggi dei Manoscritti del 1844, Marx identifica il comunismo come un ritorno alla natura umana, “il ritorno all'essenza dell'uomo". Marx prese a prestito questo concetto da Hegel, pur criticando i contenuti che quest’ultimo gli aveva dato. Eppure nel 1845, nel suo Tesi su Feuerbach, Marx critica chi ha detto che l'essenza dell'uomo rimane isolata, antistorica, e, quindi, astratta. Per Marx "l'essenza dell'uomo non è un'astrazione inerente all'individuo isolato. Nella realtà, è l'insieme dei rapporti sociali.". Secondo Marx, Feuerbach "... Non conosce altri rapporti umani, tra

uomo e uomo che l'amore e l'amicizia, e anch’essi idealizzati… quindi non arriva mai a comprendere il mondo sensibile come la somma delle attività vivente e fisica degli individui che lo compongono ". Nell’Ideologia tedesca (1845-46), poi nella Miseria della filosofia (1847), Marx considerò l'uomo in termini più concreti. Considerò il mondo degli oggetti come un mondo di attività umane concrete, di attività creatrici: "acquisendo nuove forze produttive, gli uomini cambiano il loro modo di produzione e cambiando il modo di produzione ... cambiano tutti i loro rapporti sociali ... ". Successivamente, Marx porta l'"essenza" umana nella storia, che equivale ad affermare che l'uomo non ha altra essenza che la sua esistenza storica. Sul progetto di portata storica, "gli uomini hanno ogni volta raggiunto il livello di emancipazione che gli era prescritto e permesso non dal loro ideale di uomo ma dalle forze produttive esistenti". Marx ha risolto l'essenza dell'uomo nelle condizioni storiche in cui l'uomo vive ed è stato quindi portato ad abbandonare il conflitto tra l'uomo alienato della società capitalistica e la sua essenza umana non alienata. Più tardi, nel primo libro del Capitale, egli afferma che "che la materializzazione dei rapporti di produzione deriva dalla struttura interna dell'economia di mercato.” Marx riduce così l'essenza umana nella storia ciò equivale ad affermare che l'uomo non ha altra essenza che la sua esistenza storica, questo fa dire a dire che Marx "la somma delle forze di produzione, del capitale, delle forme di rapporti sociali che ogni individuo e ogni generazione trovano come dati, è il fondamento reale di ciò che i filosofi hanno rappresentato come –sostanza- e -essenza dell'uomo-". Per trasformare la teoria dell'alienazione dei rapporti umani in una teoria della reificazione dei rapporti sociali, Marx solleva la questione del rapporto tra alienazione e feticismo della merce. Egli considera che è qui che risiede il 30


fondamento del concetto di reificazione (o materializzazione o oggettivazione) dei rapporti sociali. Queste tre formulazioni sono diversi approcci per lo stesso problema, la determinazione della attività creativa dei lavoratori nella forma capitalistica dell'economia. Il feticismo non è solo un fenomeno di coscienza sociale, ma per di “essere sociale" Ma ponendo questo problema, Marx supera il socialismo utopistico che rimane alla negazione della realtà in nome di un ideale e pone la necessità di una ricerca in questa stessa realtà, delle forze di sviluppo e del movimento. Mette in evidenza che il legame tra alienazione e feticismo della merce risiede nel concetto di reificazione (oggettivazione o materializzazione) dei rapporti sociali.

Per Lukacs, nel modo di scambio capitalistico, le relazioni tra gli individui vengono valutate in base agli interessi specifici. Si tratta dello scambio mercantile che, con la costituzione delle società capitalistiche, è diventato il modo dominante dell’attività intersoggettiva. Con l'evoluzione del capitale, i soggetti sono costretti a registrare il loro rapporto con la società come un rapporto reificato. Cose da cui si può trarre profitto. Si parla di cosificazione, dove il soggetto, il trattamento strumentale, le capacità personali sono trasformate in elementi economicamente redditizi. Così Lukacs riunisce questi elementi per spiegare le cause della reificazione: la comprensione quantitativa dell'oggetto, il trattamento strumentale degli altri, la trasformazione delle sue qualità in competenze per la ricerca del profitto. Non si tratta di una semplice fenomenologia, di cambiamenti di atteggiamenti, così Lukacs ritrova la descrizione di Marx del fenomeno del feticismo della merce. Quando il processo di reificazione sta avvenendo, il soggetto non è più coinvolto in modo attivo nei processi attraverso i quali agisce sul mondo circostante. Sembra ignorare i vari eventi. Lukacs ritiene che con l'espansione del rapporto mercantile, gli uomini abbandonano la loro posizione di soggetti, perché costretti a comportarsi in relazione alla vita sociale in osservatori distaccati. Nella sfera in continua espansione dello scambio mercantile, i soggetti sono costretti a comportarsi in relazione alla vita sociale, come osservatori distaccati piuttosto che come partecipanti attivi. Questa è la ricerca del profitto che razionalizza il comportamento. A causa della socializzazione, il sistema di comportamento reificante si sviluppa. Il trattamento strumentale degli altri è un fatto sociale, prima di essere morale. In realtà vi è una trasformazione, nel senso che l'uomo è portato a non partecipare più all’azione sociale. Diventa uno spettatore, contemplatore non coinvolto.

2. Reificazione in Lukacs Lukacs riprende, da Marx, da Weber, e da Simmel, una definizione elementare di reificazione. Sviluppa i suoi elementi nel suo più importante libro Storia e coscienza di classe, in particolare nel capitolo La reificazione e la coscienza del proletariato. Lukacs considera la reificazione come il fatto che una relazione tra persone prende il carattere di una cosa. La reificazione si riferisce al processo cognitivo con cui viene percepito un essere umano come una cosa. Si tratta di una definizione di base che considera che un essere umano, che non possiede nulla è considerato come cosa. Per Lukacs, la reificazione non è vista come una violazione dei principi morali, ma come una mancanza di riconoscimento della pratica umana, della razionalità umana. Egli difende una certa ontologia sociale. Ma questa spiegazione elementare, deve per Lukacs essere ricollocata in un contesto sociale basato sull'estensione dello scambio mercantile, che con la costituzione delle società capitaliste è diventato il modo dominante dell’attività umana.

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Nello scambio mercantile i"soggetti" si costringono reciprocamente a percepire gli oggetti solo come "cose" da cui si può trarre profitto, a vedere i partner come oggetti di una transazione interessata, a rapportarsi alle loro proprie facoltà solo come risorse o competenze per aumentare il profitto. Questa posizione richiede una postura razionale, il più possibile esente dalle emozioni. Per uscirne, basterebbe rovesciare il rapporto con l'oggetto. Tutto l'approccio classico alla educazione va in questa direzione. Si tratta di sviluppare la capacità del soggetto perchè egli possa partecipare allo scambio in termini di competenze misurabili, della loro utilità. E’ necessario che i soggetti cosi formati considerino a loro volta il mondo come un'entità cosificabile, modificabile. La trasformazione è vista così dal lato dell'oggetto. Lukacs ritiene che la reificazione trovi i suoi limiti nella coscienza del proletariato, in quanto critica della merce.

questa corrente sono Benjamin, Marcuse e Habermas. La Teoria Critica è una nuova critica della ragione, dei suoi vicoli, delle sue aporie, delle sue antinomie. La Scuola di Francoforte si oppose al neokantismo (che separa i giudizi di fatti e i giudizi di valore), al realismo di Lukacs, al realismo socialista, alla fenomenologia di Husserl quanto a quella di Hegel nella filosofia, così come allo stalinismo e al fascismo in politica. C'è un certo ritorno a Kant, passando attraverso Nietzsche, che è anche lui un critico della ragione, ma non a beneficio della comprensione e del giudizio. Anche Nietzsche sviluppa una critica della civiltà e del progresso. Ma questo meriterebbe di essere approfondito. Come Assoun e Raulet hanno dimostrato in Marxismo e teoria critica, si tratta anche di una integrazione dei concetti kantiani in un quadro storico nuovo. La ragione diventa un riferimento essenziale della Teoria Critica, perché soltanto essa può armare il soggetto storico di una coscienza critica, una coscienza di sé come soggetto della storia e coscienza del mondo come un oggetto, insieme ostacolo e strumento di emancipazione. Ma se la ragione è emancipatrice, ha anche fondato la nascita del capitalismo, attraverso una appropriazione razionale della natura. E questo porta al disastro. Questa opposizione, paradossalmente in se perderà la sua natura dialettica, e si rivelerà essere l'ostacolo strumentalizzato che spingerà il mondo verso la riproduzione dell’olocausto. Il contatto spesso critico con la fenomenologia e la filosofia esistenzialista riflette la necessità per la Scuola di Francoforte di prendere posizione non solo rispetto alle deviazioni di una filosofia esistenzialista deviata ai fini della legittimazione dello stato autoritario, e più in particolare dello stato stalinista, ma anche sulla questione fondamentale delle relazioni dell’essere nel mondo, in particolare attraverso la critica dell’irrazionalismo e il rifiuto di sopravvalutazione della singolarità

3. La concezione della Scuola di Francoforte Perché, contrariamente alle previsioni di Marx, la polarizzazione di classe e la rivoluzione proletaria non si sono ancora manifestate? Si chiede la Scuola di Francoforte. Se Lukacs pensava che la reificazione trovava i suoi limiti nella coscienza del proletariato, in quanto critica della merce, la Scuola di Francoforte denuncia questo concetto come una dichiarazione di un principio idealista. La tesi di Lukacs, che considera che nel proletariato l’identità del soggetto e dell’oggetto permette il superamento della reificazione, è idealista. La critica della Scuola di Francoforte porta ad una negazione del carattere rivoluzionario del proletariato. Per la Scuola di Francoforte, la società capitalista si sta muovendo verso una reificazione totale. La teoria critica è stata sviluppato nel 1920-1930, in particolare da Horkheimer e Adorno. Gli altri principali partecipanti a 32


dell’esistenza individuale in un processo che reintroduce un idealismo che perde il contatto con il mondo della storia materiale. La tesi filosofica fondamentale della 'teoria critica' è la sfida della 'teoria dell'identità' alla quale Hegel ha dato la sua forma compiuta. E’ Horkheimer che l’ha espressa più chiaramente nello scritto del 1932 su Hegel e la metafisica. Dopo Hegel, scrive Horkheimer, la Ragione e la realtà sono considerati identiche: la Ragione consente l'accesso alla realtà, essa apprende la realtà in modo oggettivo e positivo. Vi è identità di soggetto e oggetto. E' questa identità che la teoria critica cercherà di decostruire e respingere: "Negare la dottrina dell’identità, significa ridurre la conoscenza a una semplice manifestazione, condizionata da molteplici aspetti, determinati della vita degli uomini [...]. [Ma] l'affermazione dell’identità è fede pura [...]. Conosciamo unità estremamente diverse nella natura e nei campi più diversi, ma l'identità del 'pensiero' e dell'essere è solo un "dogma" filosofico, in quanto presuppone che ciascuno di questi momenti sia uno solo: cosi il pensiero, l’essere, la storia, la natura". Horhkeimer, Hegel e la metafisica

Per Adorno, questa visione di dominio che si esprime principalmente nella Dialettica dell’illuminismo, scritto in collaborazione con Horkheimer nel contesto storico della seconda guerra mondiale, è presente in altre opere come estensione in diverse aree di analisi critica della Ragione. Ha la duplice natura di sviluppare il potenziale di libertà con la realtà di oppressione, tenendo separate le istanze della ragione e della natura. La dialettica della ragione presa come dialettica negativa. Questo superamento non può essere fatto attraverso il "positivismo della società". Al positivismo, la Scuola di Francoforte oppone la "dialettica negativa", cioè la consapevolezza del mondo come negazione del soggetto storico, e questo momento critico dello spirito che tende, per utopia o per rivolta sociale, a negare questa negazione per superare ogni alienazione. La Dialettica dell’illuminismo (1944) è una descrizione apocalittica della ragione (auto) distruttiva. Lungi dal illuminare il mondo, l'Illuminismo e la ragione lo portano inevitabilmente al disastro. L'intero sistema di pensiero della modernità è il portatore di questo disastro. Questo tema centrale di Adorno è accoppiato con l'Aufklarung, gli illuministi, o come lo definisce in apertura della Dialettica dell’illuminismo, "il pensiero in progresso che aumenta sicuramente il controllo sulla natura, ma allo stesso tempo è una regressione, che impoverisce la sua esperienza della natura, incluso la propria." Ciò che l’essere umano cerca di imparare dalla natura è come usarla per dominare lei e l’essere umano stesso. Null’altro conta. La specie umana, guidata dal principio di auto-conservazione o conservazione di se, priva di dialettica a causa della contraddizione persistente tra la sua pretesa e la sua realizzazione, tra il suo concetto e come è in realtà, lavora parzialmente, nella direzione opposta del progresso, progresso che va verso una felicità diffusa, specialmente sostituendo i

La Scuola di Francoforte deve seguire un sentiero stretto. Bisogna offrire una critica e una riflessività del sapere senza cadere in modi di risoluzione fallaci del paralogismo dell’identità, positivismo e irrazionalismo tra gli altri. Dobbiamo, allo stesso tempo confermare il razionalismo rinnovandolo. Gli esempi di dominazione abbondano e sembrano essere presenti in tutti i settori della vita: la dominazione delle donne da parte degli uomini nel matrimonio borghese, degli animali negli esperimenti, del salariato nell’impresa, del cittadino nello stato, del paesaggio da parte dell'industria turistica, dell'ecosistema da parte dell'industria, della ricerca musicale da parte della sua immediata recezione o redditività, ecc. 33


mezzi previsti dalla ragione, quindi lo scopo di questi mezzi. Ciò si traduce attraverso l'irrazionalità delle attività dell'uomo in cieca storia naturale. Così l'uomo è spinto a sviluppare questo negativismo, per spiegare i disastri, l'Olocausto. Lo scopo della razionalità, la felicità, è dimenticato. Se lei nomina tutti i mezzi destinati a dominare la natura, il suo scopo resta un mezzo, e la ragione non razionale. L'autoconservazione attaccata alle sue risorse, impoverisce la vita del soggetto e mutila il mondo, in particolare la capacità umana di differenziazione, qualitativa, la sua capacità di sperimentare il mondo e gli altri, che a poco a poco non è più praticata ed è sostituita con prestabiliti schemi di pensiero, che cercano di preformare e standardizzare gli individui e i loro impulsi sul modello della merce, al fine di lavorare alla conservazione della società così com'è. Il compito della filosofia è quindi di criticare questo spirito di autoconservazione per aiutare gli altri a se stessa per una consapevolezza, preludio a una possibile trasformazione delle condizioni di vita determinate, Adorno è d'accordo con Marx, dal modo di produzione capitalistico della società. Nel campo della conoscenza questa dominazione di un principio limitato dall’auto-conservazione implica che il soggetto ritrovi se stesso come oggetto del suo studio invece di trovare un oggetto vero, l'ideale della conoscenza per Adorno è l'amore, portare vicino l’oggetto che è distante. La teoria critica rifiuta cosi la teoria della coscienza di classe sviluppata da Lukacs. Assistiamo quindi ad una deriva di una posizione un marxista rivoluzionaria verso weberianismo malinconico di sinistra, o anche solo una sociologia critica di comunicazione sviluppata da Habermas, oggi. E' ovvio che la teoria di Lukacs, amputata del concetto di coscienza di classe, e soprattutto se il proletariato come una forza di emancipazione, non viene

rimpiazzato, la negazione della reificazione diventa problematica. Infatti, se il proletariato non è più un vettore di una coscienza capace di trascendere la reificazione, allora può essere solo una vittima del dominio, della repressione. Inoltre, il processo sociale, anche nello sviluppo di una estrema reificazione, lascia sempre spazio per la disobbedienza. La Scuola di Francoforte, paradossalmente, non tiene conto della doppia dialettica delle classi sociali, e non riesce a vedere, storicamente, che una classe dominata è sempre sia una classe contestataria sia una classe reazionaria. Mentre giustamente critica l’identità tra ragione e realtà, considera però che si tratti di una entità data. Non fa più una distinzione tra soggetto e oggetto, sostenendo che tutto è ridotto a dominazione. La Scuola di Francoforte si trova di fronte a questo dilemma, e cerca di superarlo trovando una risposta per Horkheimer nella religione, per Adorno nell’estetica, per Marcuse nell'ambientalismo. L'abbandono della teoria della coscienza di classe ha spianato la strada al malinconismo di sinistra, difeso da Benjamin. Questi autori, pur criticando le difficoltà del proletariato di andare la reificazione, non oppongono in alcun modo al concetto di reificazione. Al contrario, essi sviluppano una visione universalizzante, assolutista e ontologica della reificazione. La conclusione è ovvia per loro, la reificazione è totale. Ma che dire di questa affermazione? Se la reificazione è totale, la critica diventa impossibile. Questa constatazione rifiuta la teoria critica. 4. Quello che pensiamo Come superare il dilemma? La discussione che vogliamo lanciare porta alle implicazioni della reificazione. Se questo concetto permette di comprendere l'evoluzione del proletariato in conseguenza dei cambiamenti del 34


capitalismo, si tratta di superare l'impasse della teoria critica. Il capitalismo è un sistema di produzione, che fin dall'inizio, disumanizza i rapporti sociali, introducendo il rapporto monetario al valore. È questo rapporto con il valore che si evolve storicamente e dialetticamente in funzione dello sviluppo delle forze produttive. Ciò si riflette in una crescente penetrazione del valore, in qualche modo accentuando la disumanità del capitale, la reificazione. Ciò si traduce in una processione organizzata di violenze per difendere la valorizzazione del capitale contro la caduta tendenziale del tasso di profitto, in un contesto di concorrenza sempre più accentuato tra i vari capitali. Storicamente, il capitalismo è il risultato di una lunga lotta per rendere possibile la libertà di comprare e vendere. La lotta della borghesia nascente si limita alla difesa della libertà di mercato. E se la legge del valore teorizzato da Marx è una caratteristica costante dei rapporti capitalistici di produzione, il suo movimento, la sua estensione sono il prodotto storico di una situazione in classe, che nel 19° secolo non aveva ancora occupato l'intero campo dell’accumulazione possibile, lasciando spazio di manovra alle diverse classi sociali che subivano l'attacco frontale del rapporto capitalistico. Questo processo interessa tutta la società capitalista. Ciò significa che il funzionamento della legge capitalista del valore penetra a poco a poco la società nel suo insieme, che ogni poro della società è invaso e trasformato dal funzionamento della legge del valore, che tutti i settori di esistenza sociale sono tendenzialmente invasi dalla legge del valore. Quello che impedisce che una tale totalità attuata dalla legge del valore diventi una totalizzazione da cui non c'è via di scampo è il fatto che la legge del valore ha le sue proprie contraddizioni, contraddizioni che costituiscono la base per il suo rovesciamento.

La questione è quella della possibilità di una resistenza che non può essere risolta che attraverso un posizionamento dialettico che permette di superare la visione metafisica di una missione storica della classe proletaria. La metafisica e il positivismo sono approcci essenzialisti che considerano l'uomo dall’esterno e tentano di chiarire la natura del suo essere e del suo carattere: la loro indagine si concentra sull’ essere in sè. Ciò corrisponde alla strategia leninista che considera che solo una forza esterna, il partito può sviluppare il movimento rivoluzionario. La dialettica è al contrario necessariamente e deliberatamente una pratica in quanto si basa sulla constatazione della modificazione della coscienza grazie al mondo esterno e viceversa. Come ogni dialettica, è un'evoluzione regolare e ininterrotta da una determinazione all'altra, da un polo di opposizione ad un altro. Ciò permette un superamento, consentendo il raggiungimento di nuove integrazioni e nuove sintesi provvisorie sempre di livello superiore. La dialettica è una costante consapevolezza della necessità di una svolta nel pensiero umano attraverso la pratica. Oppure la realtà è accettata come oggetto immutabile essenzialmente sempre identico a se stesso, o è riconosciuto come un oggetto sempre modificabile da una pratica cosciente, dall'azione di un soggetto. Oppure ci troviamo di fronte un mondo di eternità opaca e, in definitiva disumano, tutt’al più può essere modificato da un potere che aliena l'uomo, oppure ci vediamo nel mondo e agiamo su questo mondo che a sua volta agisce su di noi. Per rispondere a questa domanda, ci sembra importante tornare alla prima definizione che propose Lukacs. Egli pone il problema in termini di totalità, in termini di divenire della totalità del mondo intero, vale a dire il processo di esperienza 35


sociale e storico costituito dalla prassi. Questo metodo rifiuta la separazione, la frammentazione del processo lavorativo, l'atomizzazione della società in individui. Per Lukacs, il principio della categoria della totalità è portatore di un principio fondamentale della dialettica che suggerisce un rapporto dinamico tra soggetto e oggetto, tra la soggettività dell'attore e il fatto concreto, tra il mondo della cultura e il mondo della natura. Il marxismo è una critica fondamentale delle prove della coscienza sulle quali posano i sistemi metafisici e le certezze religiose. E 'chiaro che la conoscenza delle leggi della società è di per sé rivoluzionaria, il pensiero politico è dato dalle condizioni oggettive di quella società. La conoscenza delle leggi della società capitalistica sono invarianti, mentre le teorie politiche sono figlie del periodo storico. Fondamentalmente, si tratta per l'uomo, il proletario, di superare la condizione imposta dal capitalismo. Se questo superamento fosse limitato alle condizioni della lotta economica o politica contro il sistema, ci si potrebbe accontentare di una buona strategia per mobilitare le masse. Questa concezione, ereditata dalla ideologia leninista è in bancarotta poiché non tiene contro del fenomeno dell’alienazione che fa si che l'uomo esiti quando è di fronte all’autonomizzazione, che l'uomo tende a riprodurre i rapporti sociali esistenti, per ricreare strutture identiche rassicuranti. La paura di ciò che non si conosce, dell'avventura, paure rafforzate dal discorso ideologico dominante, dove viene fatto di tutto per accentuare la necessità di mantenere il legame, l’alienazione. Così, l'illusione e la verità si scontrano, l'ansia e la fiducia causata da una realtà concreta incidono sulla rappresentazione simbolica delle forme di azione da intraprendere, per garantire la sopravvivenza e per determinare le forme

di potere che emergono storicamente. Si tratta di una semplice constatazione, ma che permette di apprendere ciò che può essere umano, la sua evoluzione, e forse la sua involuzione. Ne L'ideologia tedesca, Marx riassume la questione della sopravvivenza umana: fin dall'inizio, gli uomini hanno trovato le condizioni favorevoli al loro sviluppo. Producendo i loro mezzi di sostentamento, trasformano la natura e si trasformano essi stessi. La scienza permette di spiegare e capire il funzionamento della natura, del mondo, inglobando a poco a poco le relazioni create dalla vita dell'uomo stesso. Con l'approfondirsi della crisi, i rapporti sociali possono dare l'impressione di essere sottomessi alla ricerca di finalità di base, terre-a-terre. Si tratta di una condotta prevalentemente strumentale. Non si tratta di sviluppare le forze produttive con una crescita sfrenata della produzione. Come molti altri, la produzione di beni, la logica economica, tecnicizzazione del mondo genera la schiavitù dell'uomo. Tale servitù è una sottomissione alla imperativo di una dominio "razionale" esercitato dalle cose, dai prodotti del lavoro umano che costituisce un’interfaccia, insieme barriera e mezzo di interazione tra uomo e natura. Soddisfare i propri bisogni, è dunque accettare e confermare la propria dipendenza nei confronti di una economia che per funzionare, deve produrre utensili e macchinari, e controllare la terra esercitando un dominio senza errori sulla natura. Il superamento agisce in seno alla lotta generata dal riconoscimento del soggetto, che può essere solo collettivo attraverso la classe. A partire dal prendere in considerazione le interazioni individuali, che aprono la strada ad altre pratiche sociali alla creatività alla solidarietà FD

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È la fine della classe? n.55, 2011

Possiamo dire poche cose con certezza circa la rivoluzione che porrà fine al capitalismo. Non ci sono grandi deduzioni da fare dal passato, poiché l'esperienza reale della lotta anticapitalista rivoluzionaria è stata così limitata nel tempo e nello spazio, e da allora il mondo è cambiato tanto. Eppure i marxisti prorivoluzionari sono convinti che l'esperienza della lotta della classe ci abbia insegnato qualcosa sulla prossima rivoluzione. Noi crediamo che la storia confermi che la classe sia il soggetto rivoluzionario del nostro tempo. Nella sua lotta, le proprie condizioni, la necessità e la possibilità, il "dover fare" e "poter fare", che sono sempre presenti alla nascita di un grande cambiamento sociale, sono unite. Essa deve abbattere il capitalismo, perché la crisi forza il capitalismo ad un attacco contro i lavoratori, che diventa alla fine una minaccia alla loro sopravvivenza. E può farlo, perché collettivamente e socialmente più che mai, produce tutta la "ricchezza reale" tutto il valore d’uso, indipendentemente dal valore (capitalista). E' in grado di produrre un nuovo mondo su una nuova base. Non ha bisogno di capitale, ma è il capitale ad averne bisogno. Per la produzione di valore (capitalista), il capitale rimane dipendente dallo sfruttamento della classe proletaria e non può farne a meno. Quindi è sul campo della produzione, che vengono condotte le battaglie decisive del conflitto di classe. La storia ci dice anche che non ci sono scorciatoie. La lotta deve trasformare la classe in "classe per sé", una classe che si identifica come tale e lotta per i propri interessi, da cui può emergere la prospettiva comunista. È solo attraverso la lotta di massa, autonoma, in cui la classe si organizza e distrugge tutte le divisioni che il capitalismo le impone, compresi i confini nazionali, che può

generare il potere che può sconfiggere il capitalismo. Senza auto-organizzazione della lotta che coinvolge l'intera classe, e senza la sua generalizzazione oltre i confini nazionali e di settore, la rivoluzione non può avere successo. Come può accadere questo? La storia ci dimostra che non c'è un processo automatico che porta alla rivoluzione. La crisi capitalista e gli attacchi feroci alla classe non producono necessariamente la lotta rivoluzionaria. Essi possono portare al suo esatto opposto, come negli anni '30. La storia dimostra anche che il rovesciamento dello stato capitalista non significa necessariamente che il capitalismo sia sconfitto. La forma-valore è più radicata di quanto lo sia lo Stato e riprodurrà il capitalismo finché gli sarà permesso di sopravvivere. Eppure, la speranza dei pro-rivoluzionario è che la crisi del capitale, che aumenta, inevitabilmente moltiplicherà la resistenza della classe, in un movimento in cui la classe realizzerà la sua forza e le sue catastrofiche implicazioni per il capitalismo; che una lotta che è cominciata in difesa, contro le conseguenze della crisi, si trasformerà in un'offensiva contro le radici della crisi, contro il capitale stesso. Ciò richiede un cambiamento di coscienza così colossale, rispetto alle vite disperse e frammentate della classe oggi, che sembra impossibile e utopistico a molti. Sottovalutano la possibilità di una improvvisa accelerazione della storia. Ciò che è utopico è aspettarsi che il capitalismo, in un modo o nell'altro, continuerà a vivacchiare senza catastrofi maggiori, o pensare che potrebbe scomparire senza che il lavoratore collettivo realizzi ed eserciti il suo potere, senza uno sviluppo dell’autoorganizzazione e dell’unità nella lotta di classe.

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Questo non è mai accaduto prima, altrimenti non vivremmo nella miseria che ci affligge. La possibilità di un tale risultato non può essere deciso semplicemente studiando gli eventi del passato. I marxisti devono guardare la realtà sociale di oggi, le condizioni nelle quali la sussunzione del lavoro e della società nel suo insieme si compiono nel nostro tempo e non un secolo fa, le crepe che appaiono oggi, e le nuove lotte che emergono da queste. E' questo un approccio di ricerca adottato da Prospettive Internationaliste (PI).

collettivo sembra sempre impossibile, proclamano che non è necessario. Ciò che serve, invece, a loro parere, è una generalizzazione delle rotture. PI ha discusso con un gruppo di questa corrente, il gruppo greco"Blaumachen". Il lettore può trovare il testo sul blog di PI (PI e Blamachen). Quello che segue è parte di questa discussione e rispondere alla seconda risposta di Blaumachen. La classe è liquidata? Siamo d'accordo su alcuni elementi. Sia PI che Blaumachen considerano la crisi attuale non come una crisi ciclica ma come una crisi dei fondamenti stessi del capitalismo, la forma valore. Siamo anche d'accordo sul fatto che anche se il capitalismo potesse ripristinare le condizioni per l'accumulazione (cosa che non ci sembra possibile senza una massiccia svalutazione, e distruzione di capitale), questo non significherebbe necessariamente la reintegrazione delle masse di disoccupati, ma, al contrario, una continua espulsione dei lavoratori dal processo di produzione. Siamo d'accordo sul fatto che la lotta rivoluzionaria non sarà emancipazione di, ma emancipazione dal lavoro salariato: l'abolizione della forma-valore. Non sarà il momento clou delle lotte difensive sempre in espansione per migliori condizioni all'interno del capitalismo, ma il risultato di un cambiamento nel tenore della lotta, che interverrà in una prassi concreta di attacchi alla forma valore. Inoltre, siamo d'accordo che il capitalismo ha subito una significativa ristrutturazione fin dagli anni '70 che ha portato ad una nuova composizione della classe. Siamo d'accordo che questo ha avuto ripercussioni gravi sulle condizioni nelle quali si sviluppa la lotta, ma siamo in disaccordo su quali sono queste condizioni.

Altri sono sempre alla ricerca di scorciatoie. Alcuni credono che un minor sviluppo della coscienza di classe possa essere compensato dal Partito. Il loro modello è il ruolo del leader del partito bolscevico nella rivoluzione in Russia, nonostante i suoi risultati disastrosi. Abbiamo criticato questo punto di vista in diversi articoli di PI, che non ripeteremo qui. Ciò che colpisce è la povertà teorica dei gruppi che difendono questo modello. Si aggrappano al passato e non vedono nulla di nuovo. Non possiamo dire lo stesso di un'altra corrente di pro-rivoluzionari, conosciuta come "comunizzatori". Il nome deriva dalla loro convinzione che la rivoluzione sarà un processo di "comunizzazione", nel quale la forma valore sarà attaccata direttamente, in contrapposizione alla visione "classica" che vede la riorganizzazione della vita umana iniziare in un "periodo transitorio" dopo la disfatta politica del capitalismo. Come PI, questa corrente pensa che ci siano difetti e lacune nella teoria rivoluzionaria che abbiamo ereditato. Come noi cercano di capire i mutamenti del modo di produzione, i cambiamenti nel modo in cui il capitale assoggetta la classe e le sue implicazioni sullo sviluppo della coscienza rivoluzionaria. Eppure sono anche alla ricerca di scorciatoie. Nonostante le onde d'urto nel mondo arabo, l'unificazione del lavoratore 38


La classe è liquidata?

produzione oggi globalizzato? Dove si trova nel vostro testo l'analisi che prova questo punto di vista? Per te sembra che il capitalismo abbia superato il pericolo della generalizzazione della lotta di classe semplicemente continuando a fare ciò che ha sempre fatto, aumentando la sua composizione tecnica. Quello che questa ristrutturazione non ha cambiato è la presenza della necessità e la possibilità della rivoluzione nelle condizioni oggettive di esistenza della classe. La necessità non potrà che aumentare, come certamente condividerai. La possibilità è intatta anch’essa, la nuova composizione di classe mondiale non ha rimosso le potenzialità del lavoratore collettivo. Ha creato nuovi ostacoli alla realizzazione di questo potenziale, ma ha anche creato nuovi percorsi. Ma il lavoratore collettivo mantiene oggettivamente la forza, sia per rispondere alle necessità materiali della società umana, perché è il creatore di valori’uso, sia di spezzare il potere del capitale interrompendo la produzione di valore. Tu sembri pensare che il lavoratore collettivo abbia perso quel potere perché il capitale dipende meno dal lavoro vivo: "...la borghesia non fa nulla per garantire la sua riproduzione, il capitale tende sempre più a liberarsi del mantenimento del livello di riproduzione del proletariato. L'utopia del valore è quella di liberarsi dalla sua dipendenza dal lavoro vivo". Si tratta di una formulazione strana perché crea l'immagine di un valore personificato, con un sogno suicidario da rigettare. Ma supponiamo che il capitalismo persegua questa utopia, ma che in seguito, il valore lo punisca per aver agito così. Poiché il valore non può essere prodotto senza lavoro vivo, lavoro estratto dai lavoratori, e quindi, che la riproduzione della forzalavoro del lavoratore collettivo non può essere eliminata, contrariamente a ciò che pensi. Sì, il capitale cerca incessantemente di ridurre il ruolo del lavoro vivo nel processo di produzione (come ha sempre fatto), e sì, si sente

Inizi la tua risposta con una citazione di Jasper Bernes che dice "... la riorganizzazione della classe per sé riorganizzazione che l’operaismo italiano chiamerebbe composizione tecnica- rende la sua trasformazione in proletariato, in quanto auto-coscienza rivoluzionaria, quasi impossibile ". Non contestiamo che tale riorganizzazione o ristrutturazione abbia avuto luogo, ma questa esclude lo sviluppo della coscienza di classe del lavoratore collettivo attraverso le lotte nei luoghi di produzione, anche se i luoghi di produzione non sono più prevalentemente fabbriche fordiste? Per voi, non c'è alcun dubbio. "La ristrutturazione è un processo di liquidazione della classe operaia (che trasforma) quest’ultima da un soggetto collettivo che si confronta con la borghesia, ad una somma di proletari ognuno individualmente legato al capitale, senza la mediazione dell'esperienza pratica di una identità di classe comune [...]. Questa trasformazione, che omogeneizza le condizioni essenziali per la riproduzione della maggior parte del mondo in una "condizione proletaria" cioè vendere la sua forza lavoro come unico mezzo di sopravvivenza - ha distrutto l'identità dei lavoratori così come la realtà di "interessi comuni" [...] Una coscienza di classe unificata (l’autocoscienza rivoluzionaria del proletariato) è oggi fuori questione […] perché l'attuale livello dei rapporti di sfruttamento non consente alla classe stessa di affermarsi come entità sociale che cerca di dominare la classe opposta." Anche se siamo d'accordo che questa ristrutturazione esclude una ripetizione dei "modelli storici della lotta di classe della fine del 19° e inizio 20° o dell'era keynesiana (periodi nei quali sembri provare un po'di nostalgia) come puoi dire con tanta certezza che ha distrutto ogni fondamento per la nascita del lavoratore collettivo come classe, che può abolire la forma valore, a partire dal luogo di 39


inesorabilmente dipendente dallo sfruttamento del lavoro vivo (e quindi dalla sua riproduzione). Si tratta di una contraddizione che il capitale non può risolvere e quindi non può impedirne l'aggravamento. E' vero che la presenza oggettiva della necessità e della possibilità non garantisce il cambiamento rivoluzionario della società. La storia mostra che anche dove c’è una questione di vita o di morte, la morte a volte prevale. Questo accade quando i soggetti sociali decisivi non possono "pensare fuori dalla scatola", sono prigionieri del loro punto di vista. Oggi, la scatola è la forma valore. Come può la classe scardinare la forma di valore se la accetta come naturale. Quindi la domanda è: la reificazione dei rapporti sociali ha eliminato la possibilità di sviluppo della coscienza sul luogo di produzione? L'idea che l’ha eliminata non è nuova. E’ stata già espressa in alcuni testi di Adorno e in particolare di Marcuse, prima della ristrutturazione degli anni 70 anni che, ai vostri occhi, ne è il primo responsabile. Cercate conferma di questa idea sottolineando il fatto che oggi anche le lotte rivendicative più radicali "non hanno lasciato nulla dietro di loro ....," ciò è vero, ma era ugualmente vero in epoca fordista, quando ciò che rimase furono i sindacati e i partiti politici che facevano parte della gestione e del controllo della classe lavoratrice nell'interesse del capitale. Ciò che è cambiato è il fatto che al giorno d'oggi queste lotte rivendicative possono solo raramente (e solo localmente e per un breve periodo) proteggere le condizioni stesse di vita e di lavoro del proletariato. La domanda è dunque: tali lotte hanno un potenziale di generalizzazione, estensione, possono sfuggire al controllo dei sindacati, delle sinistra e dell’estrema sinistra, sono un terreno sociale su quale può svilupparsi la coscienza del lavoratore collettivo? La vostra risposta è no, ma al di là del fatto di caratterizzare la frammentazione derivante dalla ristrutturazione della classe come

irreversibile e irresistibile, non fornite gran che come argomenti. Inoltre, sembrate accettare "la liquidazione della classe lavoratrice" come data, come un dogma. Nessun dogma, per piacere Marx ha dimostrato che per un intero periodo storico la forma valore fu una condizione per uno sviluppo enorme di ricchezza reale, nonostante le forme alienate in cui si verificava, e nonostante gli orrori ai quali l’accumulazione primitiva e il processo di produzione capitalista lo conducono, la traiettoria stessa del capitale porterebbe inevitabilmente come conseguenza una contraddizione tra il processo di valorizzazione e l'espansione della ricchezza reale. Viviamo in un'epoca in cui questa contraddizione sta diventando sempre più acuta col passare del tempo, in cui la persistenza della forma valore condanna l'umanità sia per la massiccia distruzione di ricchezza reale e a limiti sempre più rigidi per la sua ulteriore creazione. La forma valore è passata da una condizione per la creazione di ricchezza reale ad un ostacolo insormontabile per questa creazione. Come questa barriera può essere distrutta? Abbiamo bisogno di esaminare la possibilità della negazione del capitalismo, dell'abolizione del lavoro del proletariato, nelle contraddizioni reali. Può essere distrutto senza una specifica forma sociale determinata? La contraddizione fondamentale del capitalismo non dovrebbe manifestarsi in una forza sociale reale? E non è questa forza sociale, la forza produttiva della classe -il lavoratore collettivo- che produce non solo il valore, ma la ricchezza materiale o reale? Voi ci rimproverate di dipingere un quadro falso della lotta di classe, come se si trattasse di scontro di due soggetti indipendenti, mentre il capitale e lavoro sono elementi mutualmente dipendenti dal processo di accumulazione del valore. E’ vero, ma come scrittura Bonefeld, in questo rapporto, il "capitale non può 40


diventare autonomo dal lavoro vivo; l'unica possibile autonomizzazione è da parte del lavoro .... Il lavoro esiste in e contro il capitale, mentre il capitale, tuttavia, esiste solo dentro e attraverso il lavoro .... La pratica sociale del lavoro esiste contro il capitale e allo stesso tempo anche come momento di esistenza di quest'ultimo. "(1) Il capitale non si auto valorizza; come valore che si valorizza, è prodotto dal lavoro del lavoratore collettivo. Ma l'azione umana, la prassi del lavoratore collettivo non è forse altrettanto produttiva in un altro senso, non ha possibilità creative che possono distruggere i rapporti sociali capitalistici e trasformare il lavoratore collettivo? Sono queste possibilità, questi aspetti del lavoro e il lavoratore collettivo che le rende concrete, che offrono la prospettiva dell'esplosione della forma merce e del mondo reificato ha creato. Questa forma e questo mondo, prodotti dal lavoro astratto, possono essere spezzate solo – se un giorno saranno spezzate - sulla base della realtà del lavoro sociale stesso. Marx sosteneva che il lavoro non si limita a valore, ma è un "fuoco vivo, che dà forma alla materia" (2). Dobbiamo studiare i modi specifici in cui questo "fuoco di vita, che plasma la materia" prende oggi, che contiene la possibilità di minacciare la forma valore in sé, e che non può semplicemente essere sottomessa alle esigenze del solo capitale. Dobbiamo guardare a questi elementi nella prassi del lavoratore collettivo, che il capitalismo utilizza sia per la sua valorizzazione sia per la produzione della "ricchezza reale", elementi che sono essenziali per il processo di accumulazione, ma che contengono anche la possibilità di distruggerlo. Facoltà e processi creativi stessi, per esempio - non riconducibili alla razionalità strumentale - che liberano le forze produttive del lavoro, sono necessarie per il capitale, ma allo stesso tempo sfuggono potenzialmente alla sottomissione dei suoi imperativi. Queste facoltà creative, tra cui l'immaginazione del lavoratore collettivo,

sono essenziali per l'innovazione di cui i capitalisti hanno bisogno nella loro lotta contro i rivali, ma la stessa capacità di immaginare nuove forme e modi di azione umana costituiscono allo stesso tempo un potenziale pericolo per il capitalismo sprofondato nella crisi, creando un dolore sempre più inevitabile, accentuando il contrasto tra ciò che è e ciò che può essere. La ristrutturazione che ha rimodellato la classe sin dagli anni '70 è stata più che una cospirazione del capitale per spezzare la classe. Anche se questa intenzione facesse parte di quello che ha portato a questa ristrutturazione, è stata anche la logica evoluzione del capitalismo stesso, in conseguenza dell’estensione del suo dominio sul lavoro. Marx aveva già previsto questa ristrutturazione e l’ha descritta come quella che chiarisce la contraddizione cosi citata per il lavoratore collettivo ", è posto a lato del processo di produzione, invece di esserne l'attore principale. In questo trasformazione, non è tempo di lavoro diretto che esegue lui stesso, nel tempo durante il quale lavora, ma piuttosto l’appropriazione della sua forza produttiva generale, la sua comprensione della natura e la sua capacità di governarla grazie alla sua presenza come corpo sociale-è, in una parola lo sviluppo dell’individuo sociale che appare come il fondamento della produzione e della richezza"(3)In altri termini, la scomposizione indica l’assurdità della forma di valore. E’ vero che ha frammentato la classe, ha reso la solidarietà di classe più difficile rompendo i grandi concentramenti di produzione fordista, delocalizzandoli verso paesi senza tradizione di lotta di classe, che ha utilizzato e utilizza la mondializzazione per dividere e dominare la classe, che i nuovi settori della classe sono ormai tagliati fuori da una memoria collettiva di resistenza al capitale, che la penetrazione della legge del valore in tutti gli angoli della società ha rafforzato la reificazione. Si tratta certamente di 41


ostacoli reali ostacoli allo sviluppo della coscienza del lavoratore collettivo. Ma significa anche, come ammette, "l'omogeneizzazione delle condizioni essenziali per la riproduzione della maggior parte della popolazione mondiale nella -condizione proletaria-".

anche se la loro posizione sembra essere più logica, se davvero il proletariato non può superare la sua frammentazione. Ma vedete ancora una possibile generalizzazione. Non una diffusa lotta della classe, ma delle lotte nelle quali i proletari cessano di combattere come classe. "Rotture per il fatto di essere proletario e combattere necessariamente come tale, cosa che può solo significare mantenere in vita tutta questa merda”. Anche noi vediamo il bisogno di rotture, di un cambiamento del contenuto della lotta, di un superamento della resistenza agli effetti del capitalismo, verso un attacco concreto alle sue radici. Ma per noi, il luogo di una tale rottura è il lavoratore collettivo nel luogo di produzione globale, è l’ha che emergeranno le basi per la comunizzazione, è la che le basi per l'auto-superamento del lavoratore collettivo come classe salariata, si svilupperanno. Ed è nella vita reale vissuta dal lavoratore collettivo, nella misura in cui produce ricchezza reale e pone le basi per l’ "individuo sociale" che tale rottura può sorgere. Considerate inoltre, che questa rottura si incarna nel "saccheggio come pratica emergente del proletariato in molti casi" nella lotta di classe. Saccheggiare per vivere, saccheggiare per riprodurre la propria esistenza, individualmente e collettivamente, è un aspetto inevitabile della lotta di classe e molto probabilmente sempre più. Ma poiché è un atto individuale (scegli quello che puoi individualmente) e non collettivo (organizzata dal lavoratore collettivo), rischia di degenerare in azioni di individui cosi come sono costituiti da relazioni sociali capitaliste, e non come classe. La vostra difesa del saccheggio di beni per rivenderlo e per beneficiarne individualmente sfiora la questione. La domanda non è se è comprensibile date le circostanze, ma se questo sfida il capitalismo, le relazioni sociali reificate, o le conferma. Dopo tutto, il fatto di prendere le cose e di venderle per

Inoltre rende il capitalismo dipendente dal libero flusso di informazioni e ha creato strumenti di comunicazione istantanea utilizzati dalla classe per superare la sua frammentazione; ha fatto della produzione un processo sociale sempre più mondiale nel quale "il 'general intellect' collettiva, nelle parole di Marx, crea la maggior parte della ricchezza reale, ma diviene impossibile da misurare attraverso il valore, e sempre più conduce a processi automatizzati. Questa contraddizione nel cuore del capitalismo diventa sempre più acuta, e con essa emerge un potenziale all’interno del lavoratore collettivo che Blaumachen sembra ignorare. La questione di sapere se il lavoratore collettivo può abolire il capitalismo (e quindi se stesso) resta aperta e troverà una risposta decisiva solo nella storia. Noi non contempliamo il problema dall'esterno, facciamo parte del processo. Cerchiamo di capirlo per potervi contribuire. Questa comprensione non può basarsi su ipotesi indiscusse, ma deve provenire dall'indagine dell'esperienza viva del lavoratore collettivo in questo momento nella traiettoria del capitalismo. Siamo convinti che questo può effettivamente indicare la base per lo sviluppo della coscienza di sé che pensate che non possa essere possibile nei luoghi della produzione. Rotture Altri che condividono le vostre ipotesi secondo le quali il potenziale rivoluzionario della classe è stato liquidato, hanno concluso che la rivoluzione è diventata impossibile. Siamo lieti che non siete d'accordo con loro, 42


realizzarne un profitto, è qualcosa che il capitalismo ha sempre fatto. Saccheggio per distribuire valori d'uso è una cosa, il saccheggio come espressione di rabbia è un altra. Il senso della nostra prima critica agli elementi di analisi di Blaumachen non era sul saccheggio, ma sulla distruzione, non dei rapporti sociali capitalisti, ma della vera ricchezza. L’edificio di una banca è potuta diventare una scuola o un punto di distribuzione di beni da distribuire al popolo. "Burn Baby Burn" non è l'azione del lavoratore collettivo, ma piuttosto un'espressione di rabbia impotente, in cui l'effetto della politica è quello di permettere al capitale e allo stato di ri-consolidare il proprio controllo fisico e ideologico, anche dove questa rabbia non comporta la morte di lavoratori edili (come è accaduto ad Atene lo scorso anno) o la distruzione della fabbrica nella quale la vera ricchezza dovrà essere prodotta su una base comunista - una produzione di valori d'uso, il prodotto di un lavoro concreto, e non il lavoro astratto da una classe salariata. In breve nella misura in cui l'obiettivo è la forma valore, i rapporti

sociali capitaliste, ci può essere comunizzazione. Nella misura in cui l'obiettivo diventano principalmente edifici, simboli della classe dirigente, fabbriche, la lotta sarà persa. Siamo tutti ben consapevoli che l'abolizione della forma valore non potrà essere una trasformazione pacifica, che la violenza e la distruzione sono inevitabili. Ma c'è il pericolo di rendere la violenza un feticcio, di attribuirgli dei poteri che in realtà risiedono nella determinazione e nella auto-organizzazione collettiva. Con la vostra teoria delle "rotture", sembrate cadere in questa trappola. MacIntosh e Sander

Note 1) Werner Bonefeld, “Human Practice and Perversion: Beyond Autonomy and Structure” in Revolutionary Writing: Common Sense Essays in Post-Political Politics (Autonomedia, 2003), p. 78. 2) Marx, Grundrisse, p. 361. 3) Idem,p.705

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Capitalismo tecnologia ambiente n.50, 2009

Il marxismo è spesso accusato di cecità in relazione agli effetti devastanti del capitalismo sull'ambiente naturale. Nella maggior parte dei casi, il marxismo è ritratto dai suoi critici e da molti dei suoi sostenitori, con una teoria che sostiene il trattamento e le relazioni che il capitalismo sviluppa con la natura, e anche come una teoria che sostiene l'estensione e la intensificazione crescente di questa distruzione. La crescita sempre maggiore della produzione e lo sviluppo di tecnologie per assicurarlo sono generalmente considerati come fine a se stessi per il marxismo.

rapporto di lavoro nella relazione del lavoro e del capitale al salario” “La produzione capitalistica disturba l'interazione metabolica tra l'uomo e la terra . Ma in agricoltura, il capitalista è diventato in grado non solo di rubare al lavoratore, ma di rubare il suolo. La fertilizzazione del suolo è un progresso momentaneo perché rovina le fonti più durature di quella fertilità. Tanto più un paese industrializza la propria agricoltura su grande scala, come gli Stati Uniti, più il processo di distruzione è veloce. La produzione capitalistica, quindi, sviluppa la tecnologia e il grado di combinazione del processo sociale di produzione, mentre allo stesso tempo mina le fonti originali di ogni ricchezza, il suolo e il lavoratore"

In realtà, questo è vero per le varie varianti del marxismo dominanti durante il XX secolo. Tuttavia, questo non è vero per lo stesso Marx, per cui è possibile sviluppare una forma di marxismo critico che rifiuta questo punto di vista. Questo testo è un contributo a questa forma di critica.

Contributo La mia preoccupazione non è quella di dettagliare le specifiche interdipendenze tra l'operato del capitale e l'ambiente naturale, o di proporre una sorta di strategia eco-marxista per resistere alle minacce del capitale nei confronti della specie umana e della natura. La mia prima preoccupazione è piuttosto quella di concentrarmi sull’approccio di base che un nuovo marxismo del’21° dovrebbe adottare in relazione alla questione generale del rapporto tra capitalismo e ambiente naturale, di analizzare la sua traiettoria storica, e di conseguenza, la relazione tra una società post-capitalista e l'ambiente.

Anche se alcuni marxiani hanno voluto approfondite ricerche per dimostrare che Marx era in realtà tutt'altro che cieco all’antagonismo fondamentale tra il capitalismo e la natura (vedi Marx e la Natura (1999) di Paul Burkett e Ecologia di Marx (2000) di John Bellamy Foster), mi limito qui, inizialmente, a due brevi citazioni dagli scritti della maturità di Marx che illustrano chiaramente la sua consapevolezza di questa realtà. "Questa non è l'unità della vita, dell'umanità attiva con le condizioni normali e organiche di scambio con la natura, che richiedono la spiegazione di un processo storico, ma piuttosto la separazione tra questi stati inorganici di esistenza umana e dell’attività produttiva, ma una separazione che è completamente posta in principio solo nel

Questo testo vuole essere un contributo ad un maggiore sforzo, che deve stabilire come elemento fondamentale di un nuovo marxismo, critico, appropriato per il 21°secolo, che la tecnologia sviluppata dal capitalismo nella sua transizione storica verso la dominazione reale sul mondo intero contiene un antagonismo 44


immanente (tendente al disastro) nei confronti della natura, cosi come ha un antagonismo immanente (tendente al disastro) nei confronti del lavoro vivo e dei lavoratori che vi sono coinvolti. Infatti, in entrambi i casi, è l'umanità in generale ad essere in ultima analisi, minacciata dal disastro. L'idea è che nel corso dei molti anni di sviluppo storico della capitale, del continuo rivoluzionarsi nella produzione, con la scienza moderna al suo servizio, ha effettivamente costruito nella sua stessa tecnologia questo orientamento antagonista, che serve per facilitare la massimizzazione delle opportunità per la dominazione e lo sfruttamento del lavoro vivo e della natura. Naturalmente, nella società capitalistica, soprattutto dove il dominio politico assume la forma di democrazia, questo progetto è visto come civilizzatore e propagatore di prosperità, e quindi la scienza (vale a dire la comunità scientifica) lo sostiene in larga misura. L'idea di base del mio approccio al rapporto natura-capitalismo è che questo rapporto è in definitiva strettamente simile al rapporto tra il capitale e il lavoro salariato. Il capitale domina sia lavoro vivo che la natura, al fine di sfruttarli entrambi. In entrambi i casi, il capitale usa la tecnologia come una mediazione per raggiungere, rafforzare e riprodurre ad un livello superiore questi rapporti di dominio e di sfruttamento. In entrambi i casi, il rapporto e i trattamenti utilizzati sono legati e simili. Il capitale è antagonista rispetto all'ambiente naturale, così come lo è al lavoro salariato. Dominio e sfruttamento della natura da parte del capitale, tenendo conto dei limiti e del carattere di finitezza delle risorse naturali, porta alla distruzione, il degrado e il saccheggio della natura, come il suo dominio e sfruttamento sul lavoro salariato, date le limitazioni fisiche e le specificità degli esseri umani, porta alla distruzione, al degrado e all'impoverimento della classe. Il capitale utilizza la tecnologia per facilitare il massimo sfruttamento sia del lavoro vivo

sia delle risorse naturali. Inoltre, cosi come la classe lotta contro i saccheggi del capitale, la natura fa lo stesso attraverso fenomeni con cui abbiamo fin troppa familiarità oggi, come il cambiamento climatico irreversibile, le malattie diffuse come il cancro, le catastrofi naturali, i disastri di ogni genere, ecc. Ma in realtà, non è la natura che prende la sua rivincita contro l'umanità. Questo significherebbe personificare o soggettivizzare la natura, dotarla di una intenzionalità. In realtà, tutti questi disastri ambientali, che costituiscono una crisi ambientale in crescita, risultano dalla trasformazione tecnologica del capitale (e dalla mutazione quindi trans-mutazione) degli ecosistemi naturali e dei processi delle forze mostruosamente distruttive per l'umanità, che prima, ovviamente, non lo erano. Il dominio capitalista fortemente sviluppato sull’umanità e sulla natura è intervenuto e ha trasformato la miriade di complessi processi naturali e correlati al pianeta a tal punto che l’ambiente naturale attuale in cui viviamo oggi non può essere veramente definito come naturale; è stato contaminato, avvelenato e distrutto a tal punto che è più esatto descriverlo come un ambiente naturale alterato dal capitalismo. Cosa è successo? Il rapporto del capitale con la natura ha la sua storia e ha un percorso di sviluppo, di avanzamento, di progresso. Ma dobbiamo chiederci, avanzamento e progresso verso che cosa? Il capitalismo ha trasformato la natura nel corso degli anni cosi come ha trasformato il lavoro e la classe. Il capitale, nella sua fase avanzata di sviluppo storico, ha interferito, si è appropriato, ha manipolato, ha insozzato l'ambiente naturale della terra a tal punto che è sempre più difficile trovare un solo aspetto, una sola parte che non sia stata modificata in un modo o nell'altro. Questo cambiamento, questa depredazione della natura da parte del capitale a, ad oggi, provocato un tale danno catastrofico agli ecosistemi naturali 45


del mondo, che si sono evoluti in modo interconnesso, altamente complesso e autosufficiente che la questione della sostenibilità stessa dei processi economici capitalisti in relazione con l'ambiente naturale è diventata una preoccupazione sempre più importante per la stessa classe capitalista (almeno a livello politico). I danni all'ambiente naturale da parte del capitale può essere visto su scala più piccola. Tuttavia, è il risultato dell’insieme dei processi del capitale su scala globale che dovrebbe essere la preoccupazione principale dei comunisti, dei prorivoluzionari di oggi. Cosi come tutta la produzione e la circolazione capitalista, che opera sulla base della concorrenza, è anarchica perché a questo livello il capitale funziona alla cieca, guidato solo da interessi separati e concorrenziali di massimizzazione del valore, allo stesso modo, il risultato complessivo della produzione capitalistica, della circolazione e del consumo dell'ambiente naturale è essenzialmente anarchico e cieco; ciò significa che, nel contesto della transizione alla dominazione reale, è intrinsecamente e inevitabilmente distruttivo e catastrofico per l'ambiente e quindi anche per l'umanità. Come è successo? Sin dagli albori della sua esistenza, l'umanità è stata sottoposta alle forze della natura. Cosi come fornisce all’umanità i suoi frutti e doni diversi, molte forze e condizioni naturali sono state minaccia alla sopravvivenza e al benessere dell'umanità. La tecnologia nasce dalla necessità e la volontà della gente di proteggersi da queste minacce e di trarre maggior vantaggio dalle possibilità della natura. Queste origini sono del tutto innocenti: soddisfare i bisogni fondamentali di riparo, cibo, vestiario, ecc. per ridurre il disagio e il dolore. Le tecniche sono concepite e sviluppate gradualmente nel corso del tempo per svolgere i propri compiti, cosi le tecniche stesse sono sempre più testate nella pratica e, di conseguenza modificate, raffinate e rese più complesse.

Le tecniche sono così migliorate nella loro efficacia, permettendo di eseguire la stessa operazione più velocemente o con maggiore facilità, insomma in una parola, con meno lavoro vivo. Ma le tecniche sono spesso, allo stesso modo, rese più potenti, in grado di svolgere compiti più grandi di quanto fosse possibile in precedenza. Poiché questo processo di sviluppo tecnologico si svolge nell'arco di lunghi periodi di tempo, sviluppiamo mezzi tecnici sempre più potenti che danno ai loro possessori una forza su tutto ciò a cui possono applicarla. Fin dall'inizio, alcuni di questi mezzi più significativi sono stati produttivi e distruttivi al medesimo tempo, in grado di essere utilizzati per la produzione materiale o la distruzione, come la caccia o uccisione di animali predatori, o per difendersi, lottare contro un'altra tribù o un gruppo di persone, sia per scopi di conquista o di difesa. Così, in tempi antichi, è stato possibile applicare gli strumenti tecnici del genere umano alla terra e ai prodotti naturali, ad altri animali e, naturalmente, ad altri esseri umani. In qualche modo, nel corso della storia, i miglioramenti tecnici hanno permesso la produzione di un surplus, un plus-prodotto, che liberava una minoranza della necessità del lavoro; poi, le società di classe e le civiltà sono sorte con piccole minoranze dominanti che hanno monopolizzato il controllo su i più potenti mezzi tecnici per mantenere e, ove possibile, aumentare il loro potere di classe e proteggere la loro ricchezza accumulata. La tecnologia ha una lunga storia in campo economico e politico fin dagli albori della società divisa in classi, le forme più sviluppate sono state messe al servizio di un progetto di mantenimento e di accumulazione di un potere e di una ricchezza di classe. Naturalmente, durante tutto questo tempo, la maggior parte delle tecniche sviluppate a riguardato la produzione materiale, la produzione di mezzi di sussistenza per l'intera società, a partire dalle materie prime grazie a mezzi tecnici, attraverso il lavoro vivo. 46


Quale socializzazione? La tecnologia e la conoscenza scientifica alla base del suo sviluppo, l'idea della conquista potenziale o della dominazione della natura da parte dell'umanità, ha visto il giorno, non solo come sogno, come è per alcuni, ma in realtà, in un futuro storicamente legato al proprio tempo. L'idea non è diventata veramente popolare fino al secolo dei lumi e allo sviluppo concomitante della borghesia. Senza entrare nei dettagli e nelle date, sappiamo che un certo numero di invenzioni tecniche nel periodo di ascesa della la borghesia in seno alla società feudale hanno dato a coloro che le dominavano un enorme potere economico e produttivo rispetto a quello che esisteva prima. Il crescente dominio sulla natura dell'economia ha portato ad un crescente dominio sul resto della società, e in ultima analisi, alla supremazia politica. Il processo di accumulazione primitiva intrapresa dalla classe dominante borghese ha privato la massa dei produttori già semi-indipendenti dei loro mezzi e condizioni di produzione, e ha creato un mercato in crescita di lavoratori

liberi di vendere la loro forza-lavoro ai capitalisti. Questi ultimi, come Marx ha giustamente dimostrato, hanno iniziato il processo di socializzazione dei mezzi di produzione, combinando il lavoro comune di questi lavoratori salariati, in un processo di produzione organizzato in modo unitario, di solito su un solo posto di lavoro, la fabbrica. Inizialmente utilizzando le stesse risorse tecniche che avevano prima i produttori indipendenti, i lavoratori furono rapidamente assoggetti ai mezzi tecnici e agli strumenti di produzione, al capitale fisso posseduto e diretto dai capitalisti e legalmente protetto dello stato capitalista. Un processo storico di rivoluzione costante dei mezzi di produzione è cominciato, risultante dall’espansione del capitale e dallo sviluppo della legge del valore. Al centro di questo progetto di dominio di classe e di accumulazione di plusvalore attraverso lo sfruttamento del lavoro vivo nel processo di produzione si trovava, e si trova ancora, in modo crescente la scienza al servizio di questi obiettivi. E.R.

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La cina può salvare il capitalismo? n.55 2011 In tutto il mondo, gli stati capitalistici adottano delle misure d'austerità per rallentare la crescita del debito pubblico. Ma dal momento che frena il consumo, questa politica non è (di per sé) in grado di sostenere la crescita necessaria all'accumulazione del capitale. Da dove può venire allora lo stimolo per mantenere la macchina in funzione? Per mancanza di alternative, lo sguardo si volge verso l’est. Sembra infatti che la storia - suprema ironia – abbia scelto la Cina "comunista" per il ruolo di salvatore del capitalismo mondiale.

beni che sarebbero altrimenti abbondanti e privi di valore (come i beni informatici). Nell'incapacità del Capitale di porre fine alla distruzione dell'ambiente, pur sapendo che le conseguenze disastrose sono sempre più minacciose. Nell’incapacità del capitale di superare la propria crisi. Benché sempre più evidente, questa assurdità sfugge ai capitalisti, come a tutti coloro che guardano al mondo da questa punto di osservazione. Non potrebbe essere altrimenti. Poiché il capitale è dominato dalla legge del valore, come un animale lo è dalla sua natura animale. Il capitale non può risolvere un problema la cui soluzione esige la sua abolizione. Di fronte alla sua crisi, esso può solo attaccarne i sintomi, alternare misure di rilancio e di austerità, cercare di ritardare l’inevitabile declino. Che questi sforzi possano portare ad una ripresa, ne dubitiamo. Inoltre, a prescindere dalle misure adottate, l'economia capitalista ha sempre un carattere ciclico, anche quando la tendenza generale va verso un acuirsi della crisi. Non c’è bisogno di dimostrare che è esattamente questa la situazione attuale. La crisi s’aggrava e la ripresa non riesce a dissimularlo.

Quale crisi? PI (Perspective Internationalist) vede individua nella crisi attuale non solamente un evento ciclico nel processo d’accumulazione del capitale ma la manifestazione dell’obsolescenza delle fondamenta stesse del modo di produzione capitalistico, cioè a dire, della forma valore. La quale costringe il capitalista a misurare la ricchezza in termini di lavoro astratto quando, invece, la creazione di ricchezza reale dipende sempre meno dalla quantità di tempo di lavoro fornito, e sempre più dalle applicazioni produttive della conoscenza. La previsione di Marx (nel 'Grundrisse'), che individuava in questa contraddizione fondamentale i limiti storici del capitalismo, trova oggi la sua piena realizzazione. Fondare sulla legge del valore le decisioni su cosa, come, quanto, dove e per chi produrre è diventato assurdo. Questa assurdità si manifesta nella coesistenza di una sovrapproduzione diffusa e di un’estrema povertà, nell’incapacità crescente del capitale di sfruttare l'aumento della forza lavoro disponibile –il cui effetto è la rapida espulsione di manodopera dalla produzione- mentre il denaro ricerca una sicurezza illusoria nelle bolle finanziarie. Questa assurdità si manifesta negli sforzi fatti per imporre una carenza artificiale di

La metamorfosi del valore L'accumulazione di capitale percorre dei cicli nei quali il valore si trasforma, il denaro si trasforma in merci e le merci di nuovo in denaro: A- M-A'. Il denaro A (valore astratto) è il punto di partenza. Esso acquista la merce M, i mezzi di produzione, il cui valore è trasmesso nella merci ottenute tramite il loro consumo produttivo. Questi nuovi prodotti sono venduti, il che trasforma nuovamente il valore in denaro, A'. L'unica ragione per la quale il denaro iniziale, A, si trasforma in M, è che A' è maggiore di A. La trasformazione è redditizia. L’analisi marxista rivela che la fonte del profitto è il plusvalore, ossia, la differenza 48


tra il valore del lavoro vivo acquistato dal capitalista (che, come per ogni merce, equivale alla quantità di lavoro astratto necessaria per la sua riproduzione) e il valore che viene prodotto per il capitalista (la quantità di lavoro astratto svolto). Più la produttività aumenta, meno lavoro è necessario per produrre l'equivalente del salario, tanto più grande è la parte di giornata lavorativa che è plusvalore. Ma questo plusvalore non può mai essere maggiore della giornata lavorativa. Lo stesso aumento della produttività è accompagnato da una diminuzione relativa del valore del lavoro vivo rispetto a quello del lavoro speso (tecnologie, attrezzature, infrastrutture) nella produzione. Essendo solamente una parte del lavoro vivo, il plusvalore cade insieme ad esso. Poiché il profitto = plusvalore, c’è un problema, specialmente in un mondo che funziona sempre più sui processi automatizzati. La produttività non salva il capitalismo, al contrario, ne fa emergere le contraddizioni. Tanto più aumenta e si generalizza, tanto più il valore di ciò che viene prodotto si abbassa rispetto al valore del capitale investito. Nella fase successiva del ciclo del valore, la produttività crea un altro problema. In effetti, la trasformazione delle merci in denaro (M-A') non avviene automaticamente. L’aumento della produttività rallenta la produzione di valore ma accelera la produzione di valori d'uso. A differenza del consumo improduttivo, che può sempre espandersi, il consumo produttivo è limitato dai valori d’uso di cui la produzione ha bisogno. Ora, questi valori non aumenteranno per il fatto che la capacità di produrli si accresce. Il mercato di referenza è la domanda di beni capitali e di consumo necessari per la riproduzione della forza lavoro. È la sua espansione che permette l'espansione del valore nel ciclo successivo. È questo mercato che alla fine è incapace di seguire l'accelerazione della produttività. La generale sovrapproduzione di tecnologie (basti visitare città come Detroit per convincersene), e soprattutto di

manodopera (quasi 2 disoccupati) lo dimostrano.

miliardi

di

Senza accumulazione, niente valore Quando queste strozzature economiche (colli di bottiglia) sono riapparse nel 1970 -dopo “trent’anni gloriosi”, resi possibili dalla guerra e dall'espansione del mercato mondiale sotto l’egida del dollaro la tendenza generale è stata quella di gonfiare A, per sostenere la domanda, e per stimolare AM. La legge del valore ha punito questo “trucco” con un'inflazione galoppante. I tentativi di controllarla a spese della classe operaia si sono scontrati con una dura resistenza. La crescita del capitale fittizio nella circolazione delle merci svalutava il denaro e ne incentivava l’uscita dalla circolazione. Inoltre, dal momento che l'inflazione rendeva imprevedibile il valore reale dei prezzi futuri, essa dissuadeva AM, gli investimenti produttivi e incoraggiava gli investimenti speculativi. A preferiva restare A, invece di trasformarsi in merce. Ma ciò non era possibile... Il capitalismo non può sopravvivere senza un «tesoro». Occorre poter ritirare dalla circolazione il denaro preservandone il valore, per re-iniettarvelo al momento opportuno. Ma il denaro, il valore astratto, non è stabile. Il suo potere risiede precisamente nella sua capacità di trasformarsi in altre merci. Ecco perché, il valore del «tesoro» dipende dalla valorizzazione reale, dalla creazione di valore, che solamente può realizzarsi nella fase M, cioè a dire, nella produzione. Altrimenti, diventa carta straccia. L’inflazione indica che questo valore si riduce rispetto al denaro in circolazione. Se il denaro accumulato si fa trascinare dalla perdita di valore della moneta in circolazione, scoppia il panico. L'accumulazione non ha più scopo. Il denaro cerca disperatamente rifugio nell’oro o in opere d’arte, cerca di proteggersi tramite tassi di interesse esorbitanti, i quali strangolano una

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produzione già paralizzata ... è questa una possibile via verso il crollo. Il valore è un'astrazione oggettiva, cioè à dire una costruzione sociale che ha preso le sembianze di una realtà obiettiva, di una caratteristica intrinseca delle cose. Non lo è. In fin dei conti, si tratta di un sistema di credenze che crolla quando il denaro non può più essere accumulato. Cominciata negli anni ottanta, la ristrutturazione del capitale è riuscita a controllare l'inflazione, a risollevare il saggio del plusvalore, e quindi il saggio di profitto, e a ripristinare la fiducia nella tesaurizzazione. Abbiamo analizzato più in dettaglio in altri testi come ciò sia avvenuto[1]. Ci limiteremo qui a ricordare il ruolo cruciale svolto dalla mondializzazione. L'integrazione mondiale delle catene di produzione e dei mercati, la deregolamentazione e la mondializzazione del capitale finanziario, l'emergere della produzione post-fordista nei paesi avanzati e il massiccio trasferimento dell'industria fordista nei paesi con bassi salari.

Anche rispetto all’espansione del mercato mondiale, l’impatto è stato considerevole. Non tanto per l'apertura del mercato interno cinese (che è certamente grande, ma limitato dall’estrema povertà della maggioranza della popolazione) quanto per il suo effetto indiretto e paradossale sul mercato dei clienti esteri. Poiché la sua espansione è stata trainata dal commercio, e perché lo Stato cinese ha mantenuto la pressione sui salari, e quindi sui consumi, della classe operaia - dato che il loro basso livello è la sua principale arma competitiva-, la Cina ha beneficiato a lungo d’un surplus commerciale. Come era già avvenuto in passato con altri paesi (soprattutto il Giappone), la cui espansione industriale dipende dal mercato statunitense, la Cina ha utilizzato questi profitti per accumulare un tesoro di dollari, di debito pubblico e di titoli immobiliari americani. Tesaurizzandoli, la Cina ritira dei dollari dalla circolazione e, così facendo, rende la valuta statunitense più forte di quanto non lo sia in realtà. Questo è il motivo principale: per difendere la sua posizione competitiva sul mercato verso il quale è prevalentemente orientata la sua industria. Per lo stesso motivo, la Cina compra il debito pubblico degli Stati Uniti e fornisce alla Banca federale i mezzi per abbassare i tassi di interesse e stimolare la domanda. La sua strategia, secondo o contro la sua volontà, poggia sulla fiducia nel dollaro americano come custode del valore. Con la vendita di merci al di sotto del valore che avrebbero qualora fossero prodotte localmente, e accettando un pagamento che è ampiamente accumulato invece di chiedere un termine equivalente, la Cina e altri paesi in condizioni analoghe non solamente stimolano direttamente il potere d'acquisto nei loro mercati, ma anche indirettamente, contribuendo all’inflazione dei loro beni. Il capitale americano l’ha fatta da padrone. Con i suoi tassi di interesse vicino allo zero (che non avrebbe mai potuto

La Cina in soccorso La Cina è di gran lunga il paese che è stato trasformato di più dalla ristrutturazione. Da una situazione di capitalismo autarchico, che è fallito, il paese è diventato, nel giro di qualche decennio, la seconda economia mondiale ed il più grande produttore industriale. Nel 1990, essa produceva il 3% del prodotto industriale mondiale, venti anni dopo, il 19,8%, vale a dire, più dell'Unione europea, che ha detenuto il primato mondiale per ben110 anni[2]. Il capitale ha beneficiato di questa spettacolare espansione in diversi modi. I prodotti cinesi a basso costo hanno permesso di contenere l'inflazione, la combinazione di bassi salari e tecnologia moderna ha generato enormi profitti per gli investitori occidentali e giapponesi, e la minaccia realistica di delocalizzare le fabbriche in Cina ha contribuito a contenere i salari nei paesi avanzati.

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mantenere se la domanda cinese et giapponese non fosse andata a coprire i suoi debiti), i suoi tagli alle tasse, la deregolamentazione, le privatizzazioni, la mercificazione dei servizi e delle finanze, ha gonfiato la domanda dei suoi titoli e beni immobili e, quindi, i loro prezzi. La fiducia nella capacità di accumulare valore era completamente restaurata. Nel 2004, l'economista Stephen Roach stimava che l'80% dei risparmi netti del mondo si dirigevano verso l'UE. Una quota crescente dei profitti mondiali è stata sottratta alla circolazione generale e trasferita al tesoro statunitense. Dopo lo scoppio della crisi, le politiche "neoliberali" a sostegno di questo processo sono state severamente criticate in quanto la crisi ne ha rivelato il carattere speculativo. Ma dal punto di vista capitalistico, quel era l'alternativa? Le misure auspicate dalla sinistra capitalista, vale à dire, maggiori investimenti produttivi -sotto la direzione statale, ove necessario- e maggiore sostegno alla domanda per il tramite d’aumenti salariali, non avrebbero fatto altro che portare sovrapproduzione ed accelerare ancor più l'inflazione. L’opzione «neoliberale» aveva almeno il vantaggio di allontanare per qualche tempo queste minacce. Distogliendo fondi agli investimenti produttivi e sottraendolo denaro alla circolazione generale, si compensava la tendenza alla sovrapproduzione e all’inflazione. E si rendevano i ricchi ancora più ricchi. In particolar modo i mercanti della finanza. « i profitti reali » - ha detto un uomo di Wall Street- «non si fanno nella produzione, ma comprando e vendendo. » O anche non facendo nulla, visto che i prezzi delle azioni e degli immobili aumentano di giorno in giorno. Fin quando l’aumento dei «valori» compensava gli interessi, indebitarsi era perfettamente razionale per coloro che avevano i soldi. Per un povero, il debito è costoso, ma per un ricco, è fruttuoso. Non è sorprendente che l'illusione che il capitale possa accumularsi nella forma A-A', senza dover

passare attraverso questa fase dolorosa M, si diffonda. Ma in realtà, è solo in questa fase che si crea valore, il valore di C + V (il capitale investito in mezzi di produzione e forza lavoro) si trasforma in C + V + P (plusvalore), è solo in questa fase che il lavoro astratto va a sommarsi al valore del capitale. Naturalmente, con l'inclusione della Cina ed altri paesi con bassi salari, e con il declino relativo dei salari nei paesi avanzati, la creazione di valore è cresciuta, ma non ad un ritmo vertiginoso delle finanze. Il valore del tesoro non è una realtà oggettiva, ma un atto di fede. Difendere la fede nel proprio tesoro è l'obiettivo principale dello Stato capitalista. È in suo nome che si conducono le odierne Crociate. Per mostrare il suo potere, per rassicurare gli azionisti. La falsa promessa di austerità Quando la crisi ha fatto scoppiare la bolla speculativa e mostrato che l'arricchimento era solo apparente, ed in gran parte dovuto all'inserimento di capitale fittizio nel ciclo del valore, la capacità d’accumulare valore è stata nuovamente messa in discussione. C’è voluta un aumento della spesa storicamente senza precedenti e, per conseguenza, del debito dei paesi più ricchi, per sostenere le istituzioni finanziarie ed evitare che la fede nel tesoro privato venga meno. È la fede nello stato che l’ha sostenuta. Ma per sostenere la crescita del capitale fittizio, si è creato ancor più capitale fittizio. E non finisce qui. Con la sua politica di "quantitative easing" (alleggerimento quantitativo), la banca federale americana continua a sostenere i prezzi dei titoli mobiliari (debito pubblico ed ipoteche) che compra alle banche per centinaia di miliardi di dollari creati ex nilo, premendo un pulsante del computer. E l'UE ha ancora creato centinaia di miliardi di euro per salvare dalla bancarotta i suoi membri più indebitati. Anche i paesi che hanno imposto misure di austerità draconiane continuano ad emettere nuovi titoli di 51


credito, non fosse altro che per rifinanziare il vecchio disavanzo pubblico. Tutti i paesi che si sono incamminati sulla via dell’austerità hanno un deficit di bilancio, spesso in aumento, ma ad un ritmo più lento rispetto a prima. Del resto, essi non potrebbero funzionare altrimenti. Il debito pubblico continua quindi a lievitare, mentre l’austerità, ostacolando l’espansione del mercato e la creazione di un nuovo potere d'acquisto, riduce le entrate dello Stato, il che produce ancora più debito... Così la crisi di fiducia nella capacità del capitale privato di accumulare valore diventa una crisi di fiducia nello stato come custode del valore. Questa crisi, che già colpisce i concorrenti più deboli, si sta dirigendo verso il centro del sistema. Le migliaia di miliardi di nuovo debito sono merci, che devono competere con tutte le altre merci per trovare degli acquirenti. Accrescendosi, la loro offerta esige una quota di potere d'acquisto tale per cui poco rimane per le altri merci. Tutto ciò non fa che accrescere la saturazione del mercato, scoraggiare gli investimenti produttivi e, quindi, la creazione di nuovo valore. L'austerità deve migliorare l'immagine del paese, ispirare fiducia nella sua capacità futura di onorare il suo debito. La crescita dei debiti pubblici implica che la concorrenza tra di essi in questo mercato è in crescita sulla base di questa fiducia. Tanto più grande è l’offerta di "porti salvi" come l'UE, tanto più i paesi indebitati sono costretti, se vogliono rimanere competitivi nel mercato del debito e impedire la fuga di capitali, a migliorare la loro capacità di pagare con misure di austerità. Obiettivo dell’austerità è di convincere i mercati finanziari che è conveniente comprare debito pubblico, convincerli che la capacità d’accumulare valore resta intatta. Ma questa strategia si basa sull'illusione che A può diventare A' senza espansione del valore nella fase M. Essa scommette che l'economia può pagare per dei debiti in crescita esponenziale senza una corrispondente crescita della

produzione. È questa una strategia a breve termine : i risparmiatori creano dello spazio per pagare i creditori, ma non stimolano la creazione di nuovo valore. Al contrario, lo fanno diminuire, riducendo la futura capacità di pagare i debiti. Anche nella sfera della produzione, l'attenzione è posta sulla riduzione dei costi: tagli sulla manodopera, sui salari, sulle materie prime, sugli oneri accessori. I primi due hanno permesso la ripresa attuale, nella quale si produce di più con meno lavoratori. Questa situazione riflette un aumento del tasso di sfruttamento (P/V) ma anche una crescita della composizione organica del capitale (C/V), ottenuti non tanto tramite nuovi investimenti tecnologici, quanto, piuttosto, realizzando una riduzione di V, che, tecnicamente, era già possibile, ma che ora, col pretesto della crisi, si è potuto imporre. Ciò rinforza la tendenza alla contrazione della domanda della classe operaia –la quale acuisce il problema della realizzazione del valore- e riduce il lavoro vivo rispetto al lavoro speso nella produzione -con il conseguente aggravamento del problema della creazione di valore. Per il capitale, c'è un solo modo per difendersi contro la svalutazione che gli impone la legge del valore: far pagare la crisi alla classe operaia. Ma l'ondata senza precedenti di scioperi dello scorso anno, in Cina e altri paesi asiatici, la rivolta massiccia nei paesi arabi questa primavera, l’accanita resistenza contro l'austerità del proletariato greco e di altri paesi europei, mostrano che tutto ciò non sarà facile. Il timore che si arrivi ad una situazione in cui il controllo sociale possa sfuggir loro di mano, induce gli Stati alla cautela. Già, i giovani proletari che occupano le piazze spagnole stanno cominciando a chiedersi se un altro mondo che quello del valore è possibile. Ma per la capitale, non c'è alternativa. Nessun scenario immaginato dai suoi apologeti può farlo evadere dalla gabbia nella quale lo imprigiona la legge del valore. Nei numeri precedenti di PI, 52


abbiamo discusso del perché la «tecnologia verde» non lo salverà[3], e del perché la tecnologia informatica, il monopolio e la carenza intrattenuta artificialmente non lo salveranno[4]. Resta la speranza riposta sulla Cina, la quale sembra ricca e disperatamente bisognosa di tutto o quasi. Il mercato ideale per rilanciare l'economia mondiale.

da contadini e altri paesani che non hanno mai conosciuto altro che un mondo di povertà. Il valore della loro forza-lavoro è determinato dal loro costo di riproduzione, che varia da una società all'altra. Nell’entroterra della Cina e dell’India, dove la società è caratterizzata da una povertà diffusa da molte generazioni, i beni di consumo ritenuti socialmente necessari per la riproduzione della forza lavoro sono minimi. Ciò fa sì che il valore della forzalavoro sia così basso per il capitale. Il capitale cinese ha gestito la forza lavoro in maniera tale da impedire che questo stato di cose possa cambiare. Per questo, ha utilizzato il sistema di registrazione Hukou, il quale lega il lavoratore al luogo suo luogo di origine. Ciò significa che, al di fuori del suo luogo di nascita (dove spesso non esistono), egli non ha diritto a prestazioni quali l'assistenza medica, né al permesso di soggiorno quando perde il lavoro (ciò che assomiglia fortemente al sistema dei homelands, in vigore sotto il regime dell'apartheid in Sud Africa, e anche al trattamento riservato ai lavoratori temporanei in Occidente). Facendo leva sull’entroterra, questo sistema mira a determinare artificialmente il valore della forza lavoro delle regioni industrializzate, a creare divisione in seno alla classe operaia, a favorire l'intimidazione dei lavoratori e a fare in modo che la migrazione interna non diventi incontrollabile. Pur vivendo in un mondo molto diverso da quello dei loro genitori, pur avendo pochi legami col luogo di origine, secondo il sistema Hukou, i figli di questa prima generazione debbono considerarsi «migranti». Eppure, questi giovani urbanizzati vivono in un ambiente molto più tecnologizzato, complesso e ricco. Ambiente che è stato trasformato dal consumo stravagante di tutti questi nuovi ricchi che li circondano[5]. L'emergere di una società industrializzata implica che il valore della forza lavoro cambia. Inevitabilmente, i beni di consumo considerati come necessari alla sua riproduzione aumentano. La generazione

I limiti della locomotiva cinese La Cina potrà impedire al capitale mondiale d’affondare? Come abbiamo visto prima, lo ha fatto, in larga misura, nel quarto di secolo scorso. Ma, manifestamente, tale effetto benefico non gli ha impedito di sprofondare nella crisi più grave che si è avuta dagli anni trenta. Per uscirne, bisognerebbe che quest’effetto si rinforzasse. Ma è il contrario che si sta producendo. Tanto come fonte di plusvalore che come mercato, l’effetto benefico per il capitale diminuisce. Il primo : a causa della crescita del valore della forza lavoro cinese, il secondo, a causa del suo debito e della crescente inflazione. L'aumento del valore della forza lavoro In buona parte, l’effetto benefico si fonda su un’offerta abbondante di manodopera a basso costo e, con l'aiuto di Confucio e di Stalin, ben disciplinata. Tale offerta è andata scemando quando lo sviluppo della Cina ha cambiato la sua società, spingendo verso l'alto il valore della forza lavoro. La maggior parte dei lavoratori che producono tutti questi prodotti a buon mercato, che mantengono l'inflazione ad un livello relativamente basso per l'Occidente, sono migranti (80% dei minatori, 70% dei lavoratori nel settore edile, 68% della produzione industriale, il 60% del personale dei servizi). Sono tra i 150 ei 200 milioni e vengono dall’interno del paese, un esodo enorme ma ben organizzato, volto a fornire la forza lavoro necessaria alla «catena di montaggio mondiale». La prima generazione di questi migranti è formata 53


più giovane non accetta più il sistema Hukou e i vincoli che impone[6]. A causa della sua pressione, il sistema era già in decomposizione, l'ondata di scioperi della scorsa estate gli ha forse dato il colpo di grazia. I salari sono aumentati notevolmente nelle regioni industriali costiere, anche per i migranti (quasi dell'80%, tra il 2003 e il 2009, del 50%, da allora) e l’aumento non si arresta. Già dei capitali abbandonano questa regione per impiegarsi laddove i salari sono ancora più bassi, come in Vietnam, in Bangladesh o all’interno della Cina. Ma ancora una volta, le modifiche apportate alle condizioni di sopravvivenza dall’industrializzazione stanno spingendo i salari verso l’alto. Inoltre, la crescente combattività del proletariato cinese sembra abbia avuto un impatto su quella dei lavoratori degli altri paesi della regione. In Vietnam e in Bangladesh, il numero e l’intensità delle lotte operaie sono aumentati nel 2010. Le frontiere sono sempre meno in grado di prevenire una tale contaminazione. Le notizie viaggiano veloci al di fuori dei media ufficiali, come lo hanno dimostrato gli eventi nel Maghreb. In Vietnam, i salari crescono altrettanto rapidamente che in Cina. In Bangladesh, lo scorso anno, il salario minimo è aumentato dell’85%. Nell’entroterra della Cina, i salari rimangono ancora più bassi rispetto alla costa, ma aumentano a una velocità superiore[7]. Sembrerebbe quindi che la capacità del capitale di combinare tecnologia moderna con salari sempre più bassi, che ha sostenuto il suo tasso di profitto per almeno due decenni, abbia raggiunto il limite. Certo, ci sono ancora posti nel mondo dove il valore della forza lavoro è ancora più basso (soprattutto in India); ma la mancanza di infrastrutture (strade, porti ...) pone qui altri limiti. La speranza che i salari bassi in Cina e in paesi simili faranno rivivere al capitale mondiale l’illusione di non fondarsi quindi sulle tendenze oggettive dell'economia reale.

Naturalmente, tutto ciò potrebbe cambiare qualora il capitale cinese fosse in grado di spingere il prezzo della forza lavoro ben al di sotto del suo valore, ma, al momento, le condizioni non sono favorevoli. La politica di rilancio ha creato una bolla Negli ultimi dieci anni, la crescita vertiginosa delle sue esportazioni ha consentito alla Cina di ridurre notevolmente il peso dei salari sul PIL e di concedere aumenti salariali. L’espansione della torta era sufficientemente grande per adattarsi ad un aumento del potere d'acquisto dei lavoratori, che, proporzionalmente, diventava una porzione più piccola della torta. Non è più così. Ovviamente, la contrazione del mercato seguita allo scoppio della crisi ha causato delle ingenti perdite alla sua economia, tanto più che essa è strutturata attorno al settore delle esportazioni. Preoccupato per le conseguenze sociali di un rallentamento economico, lo Stato ha reagito adottando un programma d’intervento ambizioso. Solo l'Unione europea ha speso di più. Ma mentre l'UE ha istituito fondi per sostenere le proprie finanze e i valori americani, la Cina lo ha fatto per stimolare gli investimenti. Ma questa crescita esponenziale di denaro ha portato ad una corrispondente crescita di valore? A quanto pare no: sempre più debiti non sono rimborsati. Il denaro che è stato creato a questo fine è fittizio, ma circola. Indebitamento, speculazione, inflazione costringono la Cina a rinunciare, o quantomeno a ridurre notevolmente, alle misure di rilancio. La speranza di chi vede in essa un mercato in continua crescita, avrà un rude risveglio. Le politiche di rilancio della Cina hanno contribuito notevolmente ad attenuare la crisi del capitale. Comprando miliardi di dollari, giorno dopo giorno, la Cina offre alle FED americana la flessibilità necessaria per creare dollari a un ritmo più elevato. Lo fa per arrestare la 54


svalutazione del dollaro nei confronti della propria valuta, il RMB[8], e proteggere così la sua competitività rispetto al mercato americano. Nello specifico: molte aziende situate nelle province costiere, che producono per il mercato estero, già funzionano con un tasso minimo di profitto. I loro contratti sono in dollari, ma i fornitori sono pagati in RMB. Una forte svalutazione del dollaro sarebbe loro fatale. Non è dunque sorprendente che la Cina usi il suo programma di rilancio per ridurre la sua dipendenza dalla produzione fordista, e diventare così un produttore complessivo e non più legato solo alla standardizzazione di produzione mediobassa, per il quale i profitti non provengono tanto dal basso valore della forza lavoro quanto, piuttosto, dalla rendita tecnologia. Gli sforzi compiuti in questo senso, come la modernizzazione delle infrastrutture, hanno favorito le esportazioni dei paesi avanzati. Soprattutto dalla Germania, primo produttore di tecnologia moderna. Dal 2009, le esportazioni tedesche verso la Cina sono aumentate del 40%. Da paese dai treni vetusti ed obsoleti, la Cina è diventata dapprima importatore, poi esportatore di TGV. E questo cambia le cose. I luoghi privilegiati diventano luoghi affollati. La Cina sta diventando un esportatore di tecnologia verde, mentre le sue fabbriche sputano in aria veleno come se il futuro non esiste.

gigantesca crisi di sovrapproduzione- un mercato d’ultima spiaggia per il resto del mondo. Ma non può farlo. Questi riserve finanziarie sono debito e soldi di altri paesi, principalmente dell'Unione europea. Fino a che misura questi soldi rappresentano del valore reale o solo del capitale fittizio? Il loro carattere in parte fittizio resta dissimulato nella finanza -almeno fin quando vi si crede- ma si rivelerebbe qualora la Cina rilasciasse la quantità di dollari necessari alla realizzazione di questo piano. Se la Cina decidesse di far fruttare le enormi riserve in dollari che giacciono innocui nelle sue casseforti, gettandoli nell'economia mondiale, otterrebbe l'effetto contrario a quello desiderato: una forte svalutazione del dollaro che nuocerebbe al tasso di profitto dell’industria esportatrice nonché alle sue riserve finanziarie, per di più, questo provocherebbe un’accelerazione mondiale dell'inflazione. Le conseguenze sarebbero altrettanto catastrofiche per l’economia del paese se, invece di investire massicciamente le sue riserve finanziarie, la Cina decidesse d’impiegarle per finanziare un aumento generale del potere di acquisto: il costo del lavoro, che resta la sua principale arma competitiva, rincarerebbe; l'inflazione e gli investimenti speculativi, che hanno ormai raggiunto un livello allarmante a causa della rapida creazione di denaro (emissione di valuta), diventerebbe incontrollabile. È come se ci fosse un maleficio sulle riserve finanziarie della Cina: queste migliaia di miliardi di dollari mantengono il loro valore a condizione che non li si tocchi.

Maledetta finanza Può sembrare semplice a prima vista. La Cina ha dei bisogni enormi, e delle enormi riserve finanziarie. Basterebbe fare la somma e ciascuno vi troverebbero il suo tornaconto. Ma è semplice solo ove si ritenga che denaro e valore siano la stessa cosa. Se la Cina decidesse di diventare un produttore complesivo in tutti gli ambiti d’attività e impiegasse le sue riserve finanziarie per dotarsi della migliore tecnologia in tutti i settori, il paese diventerebbe per qualche tempo -prima che sopraggiunga una

La paura delle reazioni "umana" Vi è un'altra ragione per cui la Cina non può fare questa «semplice operazione». Perché, per esempio, non sviluppare il settore agricolo cinese e renderlo altrettanto produttivo di quello dell'Ue?

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Tecnicamente, nulla lo impedisce. E invece, per il suo agrobusinness, la Cina va alla ricerca di terra da comprare molto lontano, in Africa e in Brasile. Per il semplice fatto che, se lo si facesse in Cina, si provocherebbe l'espulsione verso le città di centinaia di milioni di persone. Un incubo sociale che la classe dominante intende assolutamente evitare. Situazione analoghe si riscontrano in molti altri settori d’attività. Non si può ridurre la Cina alla regione industriale del Sud e alla zona d’agricoltura di sussistenza dell’entroterra. La maggior parte delle aziende sono dei capitali a bassa composizione organica (C/V), vale a dire, impiegano molta manodopera ma hanno una bassa produttività. Queste aziende hanno potuto sopravvivere grazie al basso valore di V, la forza lavoro (l’esperienza maoista l’ha ulteriormente abbassato: il valore della forza lavoro = non morire domani, la «ciotola di ferro» e nulla più ), e per il fatto che il mercato interno cinese è solo parzialmente aperto. Ma anche grazie ai prestiti bancari, cioè, grazie allo stato. Nel corso degli ultimi tre decenni, lo Stato ha abbandonato alla loro sorte centinaia di migliaia di queste imprese. Non solo per realizzare delle economie, ma anche per alimentare, non troppo, non troppo poco, la fiumana di forza lavoro requisita dall'industria fordista costiera in piena espansione. Ne restano ancora milioni. Sostenerle è l’obiettivo principale del programma di rilancio della Cina. Se essa non ha potuto salvare dal fallimento molte migliaia, ne ha comunque mantenute in vita molte altre, dando loro appalti (progetti d’infrastrutture, il cui obiettivo principale è di spostare rapidamente un gran numero di migrati) e soprattutto fornendo loro prestiti di cui una buona parte non verrà mai restituita. Secondo il FMI, il rapporto debito/Pil della Cina è del 22%, cioè, di molto inferiore a quello dell'Unione europea. Ma questa cifra non include i debiti di migliaia di società di investimento messe in piedi dai governi locali, i quali, partecipando ai

lavori pubblici, fanno sopravvivere numerose imprese che, in termini di valore, non avrebbero più ragion d’essere. Come tutte le entità del capitalismo, queste aziende si fanno una concorrenza spietata per attrarre capitali. Secondo i calcoli dell’economista della Northwestern University, Victor Shih, alla fine del 2009, il debito di queste società ammontava a 11.400 miliardi di yuan (1,7 miliardi di dollari) o 35% del PIL cinese, e, tenendo conto dei crediti già loro assegnati (linee di credito aperte), esso aumenterà ancora di 12.700 miliardi di RMB verso la fine del 2011. Già il 28% di questi prestiti sarebbe non performing. Se vi si include questo debito, alla fine del 2009, il rapporto debito/PIL era del 75%, e dovrebbe passere al 97%, alla fine del 2011, e superare quello attuale dell'UE (94%)[9]. La speranza che poggia sulla convinzione che la Cina può fungere da locomotiva perché non è sottoposta al giogo di un debito eccessivo, che obbliga altre grandi economie all’austerità, sembra ingiustificato. Come altrove, in Cina, lo Stato cerca disperatamente di compensare la mancata creazione e realizzazione di valore accumulando debiti, ma la sua capacità di farlo si erode. I suoi sforzi hanno portato ad un eccessivo indebitamento, un tasso d’inflazione (ufficialmente ancora al di sotto del 6%, in realtà, almeno il doppio) che minaccia la capacità di accumulare valore, alle bolle speculative, soprattutto nel settore immobiliare[10]. Per queste ragioni, la Cina ha deciso di rinunciare al programma di rilancio. Dallo scorso autunno, il governo ha indicato alle banche di limitare severamente i loro prestiti e iniziare a liquidare migliaia di società di investimento. La sua economia comincia a raffreddarsi. Allo stesso tempo, la pressione per salari più alti (o meglio meno bassi) continua. Addetti ai servizi, ai trasporti e i colletti bianchi che non hanno avuto gli aumenti che hanno ottenuto i lavoratori dell'industria, li chiedendo a loro volta. 56


Alcuni osservatori ritengono che le misure antinflazionistiche prese dalla Cina siano troppo timide e arrivano troppo tardi. E che in un clima di stagflazione, sarà difficile allo stato mantenere il controllo sulla società. Non spetta a noi prevedere se la Cina farà un «atterraggio dolce» o un «Crash»[11]. Ma in entrambi i casi, ha fatto atterrare le speranze riposte nel mercato. Molto meno di prima, la Cina continuerà a crescere. Ma, come altrove, questa crescita creerà meno posti di lavoro di quanti ne distruggerà. La Cina cerca di limitare questa tendenza, per paura di convulsioni sociali, ma diventa sempre più difficile farlo. In Cina come altrove, il dilemma della classe dirigente è come gestire tutto questo capitale variabile superfluo. Non solo i migranti ed altri profughi dalla miseria rurale, ma anche milioni di laureati per i quali non vi è più spazio nell'economia[12]. Dappertutto si ritrova la stessa situazione. Ovunque, l'incubo del capitalismo è, che cosa ci faremo con tutte queste persone? Dove possiamo stoccarli, come tenerli tranquilli? Come separarli da quelli che ci sono necessari? Come impedire di rivoltarsi? Come farli sparire? Per ora, il capitale cerca di ridurne i costi. Consapevole che non si può eternamente creare nuovo debito per sostituirlo a quello non performante passato, o, in altre parole, che non si può continuare a nascondere con del capitale fittizio che il capitale finanziario è fittizio, riducendo i suoi costi, il capitale cerca spazio fiscale per difendere la fede nella capacità di tesaurizzazione del propri debito. Negli ultimi tre anni, migliaia di miliardi di dollari, euro, yen e RMBS sono stati creati per sostenere un tesoro privato minato dai suoi debiti cattivi (crediti inesigibili), trilioni supplementari sono stati creati per impedire che la spirale deflazionistica sfoci in depressione. Mai così tanti soldi sono stati creati in un lasso di tempo così breve. Ma la pressione deflazionistica è stata solo allentata, non eliminata. Questa è e rimane una bolla economica. Il

capitale continua a aggirare la fase M per arrivare a A' e, così facendo, indebolisce A'. È questa una verità che l’emissione di valuta, i tagli alle tasse e altri doni ai proprietari di capitale possono dissimulare solo provvisoriamente. Così il pendolo oscilla dall’incentivo all’austerità. La Cina ha smesso il suo programma di rilancio, l’UE fa altrettanto con la sua politica di quantitative easing, nel Congresso, si pone l'enfasi sul risparmio, l'Unione europea sembra essersi stancato di piani di salvataggio e tutte le banche centrali stanno adottando provvedimenti per limitare il prestito, per proteggere le loro finanze. Allo stesso tempo, il proletariato, la gente che ha solo il suo lavoro per sopravvivere, in Cina come altrove, non è in vena di sacrificio e scopre nuove forme di lotta, di comunicazione e di resistenza. Una collisione è inevitabile. Come diceva Bette Davis: «Allacciate le cinture, sarà un viaggio accidentato». Sander [1] Vedere, tra gli altri, PI 49 “creation de valeurs et la crise du capitalisme”. [2] Ma l'UE produce quasi altrettanto, il 19,4%, con quasi un decimo della forza lavoro: 11,5 milioni di lavoratori del settore industriale contro 110 milioni. Il divario di produttività rimane sostanziale. (Financial Times, 13 marzo 2011). [3] PI 50, “Capitalisme, technologie et l’environnement”. [4] PI 54, “Pénurie artificielle dans un monde de surproduction”. [5] Tra le 15 maggiori economie, la Cina è seconda solo al Brasile per disuguaglianza di reddito. È una triste ironia che le maggiori disuguaglianze siano gestite proprio dal «Partito comunista» o «partito dei lavoratori». [6] Mary E. Gallagher, che ha intervistato dei giovani migranti in momenti diversi, descriveva il cambiamento in questi termini: «La figura emblematica del giovane contadino patetico che si fa strada verso la città con l’intenzione di 57


restarvici un periodo di tempo limitato, animato da limitate ambizioni e aspettative, ha lasciato il posto a giovani che vedono la città come il loro futuro, e se non è per diritto di nascita, come qualcosa che hanno meritato. A differenza dei loro genitori o fratelli maggiori che comparano la loro sorte a quello che «sarebbe stato» se fossero rimasti nel paese, questi giovani migranti sono simili alle loro controparti urbane. Le differenze di trattamento non sono più così facilmente accettabili. Le loro aspettative sono più ampie e diverse rispetto alle generazioni precedenti. I progetti per il futuro comprendono raramente un ritorno in campagna per lavorare come contadini». [7] New York Times, 31 mai 2011. [8] Il Renminbi, chiamato anche Yuan. [9] Naturalmente, le sue conclusioni sono contestate dagli economisti cinesi fedeli allo Stato, il cui principale argomento è: “Given that the Chinese government has commenced its exit from the stimulus policy, Shih's extrapolation that the debt will continue to balloon in the next two years makes little sense.”. («Dal momento che il governo cinese ha cominciato a abbandonare la sua politica di rilancio, l'estrapolazione di Shih, secondo la quale il debito continuerà a gonfiarsi nei

prossimi due anni, ha poco senso.») Vedi: http://www.chinastakes.com/2010/3/howvictor-shih-getchinas-debt-so-wrong.html Se questo è vero, il debito pubblico cinese crescerà meno di quanto Shih pensi ma le importazioni diminuiranno e i fallimenti continueranno. [10] Ciò è in parte imputabile allo Stato a cui conviene gonfiare la bolla: «Con le tasse, i canoni e vendite di immobili, i governi locali penalizzano il potere d'acquisto. E come se fossero su un tapis roulant, in quanto, per finanziare gli investimenti fissi, devono gestire sempre maggiori entrate. È quindi loro interesse che i prezzi dei terreni lievitino. Il risultando è l’enorme bolla immobiliare che imperversa in tutto il paese.». [11] Secondo una recente indagine condotta da investitori, i mercati finanziari considerano un eventuale «atterraggio duro» della Cina come un supremo rischio. Consultare: «China hard landing is biggest threat», Financial Times, 20 mars 2011. [12] Nel 1998, gli istituti di istruzione superiore hanno sfornato 830 000 laureati, nel 2009, 6 milioni. Tra il 1982 e il 2005, il numero di laureati è aumentato di sette volte, mentre il numero di posti di lavoro per «colletti bianchi» saliva dal 7 a 13%.

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Penuria artificiale in un mondo di sovrapproduzione n.54, 2010

Sia che si consideri la situazione di eccesso di capacità globale attuale come una causa o un effetto della crisi economica, una cosa è certa: non è facile fare profitti in un mondo immerso nella sovrapproduzione. Il capitalismo è nato nella penuria e non può funzionare senza di essa. Sembra quindi logico che la crisi crei una tendenza a ripristinarla artificialmente. Ma che impatto ha sulle possibilità dell’economia globale di trovare una via d’uscita ai suoi attuali tormenti? La maggior parte delle analisi su come sia nata la crisi attuale insiste nel sottolineare i meccanismi di formazione delle cosiddette bolle. I dibattiti sono furiosi sulle misure da prendere per evitare che si ripetano simili eventi in futuro, ma è come discutere su come trattare le lesioni cutanee in un malato di AIDS. Il problema è molto più profondo. Indipendentemente dalle loro specificità, le bolle sono sempre un fallimento del capitale di mantenere le sue promesse. Il denaro che ha alimentato queste bolle è stato investito a garanzia di futuri profitti. Quando diventa chiaro che questi profitti non si concretizzeranno mai, la bolla implode. Quando questo accade in un solo settore, si può incolpare la cattiva gestione, gli abusi e le malversazioni che si sono verificati in questo settore. Nella crisi del mercato immobiliare negli Stati Uniti, c’era certamente di che biasimare; anche nella crisi del credito che ne seguì. Così come nel caso automobilistico. Ma adesso ci sono intere economie che implodono nelle bolle. Ci sono molte ragioni specifiche per cui questo accade prima qui e non altrove, ma la catena di bolle che implodono diventa così lunga che le ragioni specifiche non possono più spiegare quello che sta diventando un fenomeno generalizzato. Il problema di fondo non è diverso in Grecia che nella crisi degli alloggi: i profitti non sono

sufficienti a soddisfare le aspettative del capitale investito. La crisi del debito continua a crescere, nonostante tutti i discorsi sulla ripresa del crescita. Naturalmente, la crisi non segue mai un percorso di discesa lineare, ma la speranza che una profonda recessione dovrebbe portare ad una forte ripresa, come l’inverno porta alla primavera, è soltanto un pensiero magico. Egualmente è un pensiero magico parlare di “economia impantanata”come se fosse un’automobile che potesse ripartire con i cavi e il caricabatterie. Dubito ci siano molti economisti che credono veramente a questa immagine. La maggior parte di loro si rende conto che le misure anti-crisi possono al massimo evitare il collasso per qualche tempo, tempo necessario per ristrutturare l'economia. Ma come? Le misure di austerità sono necessarie. Consumatori, lavoratori, le imprese, i governi devono spendere meno per poter far fronte ai pagamenti futuri al capitale perché, altrimenti, il valore del capitale esistente crollerà. Ma tutte queste misure di austerità, che non faranno che rafforzarsi col tempo, riducono la domanda. L’eccesso di capacità dell’economia aumenta; le opportunità d’investimento redditizie diminuiscono. La tendenza spinge i detentori di capitale verso l’investimento speculativo, verso la creazione di nuove bolle di falsa ricchezza le cui implosioni creeranno nuovi shock. I governi sono inevitabilmente spinti ad avere politiche contraddittorie. Ciò che creano con una mano, la distruggono con l’altra. Le loro politiche di austerità minano le loro politiche di ristabilimento, e queste ultime, creando nuovi debiti, nuovi pegni per futuri profitti, minano le prime. Come uscire da questo dilemma?

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ha bisogno e ridurre al minimo i costi di gestione della popolazione in eccesso. Non è un compito facile, naturalmente. L’aiuto dei sindacati – che, per la loro funzione di amministratori della forza lavoro, capiscono che ciò di cui si occupano è un bene che deve piegarsi alla logica del mercato – sarà indispensabile. 3. Aumentare i profitti creando artificialmente condizioni di penuria. Sviluppare un’economia parallela, globale, centrata sui Paesi più avanzati e quindi protetta dai suoi mercati esclusivi dalla tendenza deflazionistica che inevitabilmente inghiotte gran parte del mondo. Ciò implica spostare il centro di gravità dell’economia, quello che porta maggiori profitti, dalla produzione di merci alla produzione d’innovazione, di nuove tecniche per la produzione di merci; una presa di distanza dalle economie di scala (il cui rendimento diventa negativo con l’aumento dell’eccesso di capacità) per mirare a un adattamento costante, una creazione costante di penuria. I primi due obiettivi strategici non conoscono limiti oggettivi e dipendono dalla possibilità di sconfiggere la volontà di sopravvivere degli esseri umani, di distruggere la loro capacità di non concepirsi come merci ma altro. Ma non è di ciò che questo articolo vuole trattare: nel prosieguo voglio affrontare lo sviluppo del terzo obiettivo e del limite che incontra.

Un nuovo paradigma per la crescita? Non c’è possibilità, per quanto ne so; almeno nessuna che possa impedire una rapida svalutazione del capitale, con le sue conseguenze devastanti per la riproduzione della società. Ciò che possiamo aspettarci di positivo è che questa esperienza traumatica mostri chiaramente che il fondamento stesso dell’economia mondiale, la produzione per il profitto, è divenuto obsoleto. Ma se sei un politico o un economista che lavora per un think tank o un governo, ovviamente dobbiamo credere che “yes, we can”. Che gli shock possono essere assorbiti e che un nuovo paradigma della crescita può emergere. Tre priorità strategiche derivano da questa speranza. Nessuna è nuova, ma la situazione attuale dà loro una nuova urgenza. 1. Aumentare i profitti riducendo i salari. Nello specifico, per quanto possibile combinare la produzione fordista (produzione di massa basata sul lavoro in catena di montaggio) coi salari più bassi possibili. Questo significa intensificare la globalizzazione. Utilizzare l’eccedenza di manodopera del mercato mondiale, aumentata dalla crisi, per diminuire i salari, ovunque sia possibile, sotto il valore della forza lavoro, cioè al di sotto del costo necessario al salariato per riprodursi. Nessun limite a ciò, eccetto la resistenza della classe lavoratrice. Il fatto che pagare salari al di sotto del valore della forza lavoro distrugge la forza lavoro stessa non rappresenta un limite quando questa è abbondante. Come qualsiasi merce in sovrapproduzione, la forza lavoro dev’essere svalutata; è una tendenza irresistibile nella logica del capitale. Resistere diventa, in pratica, rifiutare di essere una merce, respingere la forma valore. 2. Aumentare i profitti tagliando le spese false, eliminando per quanto possibile il capitale costante o variabile superfluo. Ciò significa sbarazzarsi d’imprese, impianti industriali e lavoratori di cui non si

Il Tao degli approvvigionamenti scarsi Ritorniamo alla domanda: come fare profitti in un mondo immerso nella sovrapproduzione? Hugh MacLeod formula il problema nel suo sito web in questo modo: «Ogni posto di lavoro per la gestione del medio livello che si forma, trova masse di persone disponibili e capaci. Qualsiasi azienda che ha bisogno di acquistare servizi da un’agenzia pubblicitaria o da una società di progettazione, ne ha decine a sua disposizione, pronte ad 60


assicurare il lavoro. Chiunque voglia acquistare una nuova auto, trova centinaia di case automobilistiche e concessionarie a portata di mano. Potrei continuare a lungo. Potrei anche proseguire sulla quantità di brave persone che conosco che sono bloccati dall’eccesso di offerta sui mercati, e come si svegliano ogni mattina, rabbrividiti, in preda all’ansia e al disagio. Così forse dovremmo rimetterci al “Tao degli approvvigionamenti scarsi”. Se soltanto 100 persone vogliono comprare i vostri widget, fabbricatene solo 90. Se ne vogliono soltanto 1000, fatene solo 900. Se solo 10 milioni, fatene 9 milioni. E non è scienza missilistica, ma ci vuole disciplina». (http://gapingvoid.com/2005/03/17/thetao-of-undersupply/) Pur tuttavia, ciò richiede più che disciplina e a volte anche la scienza infusa. Il problema con la strategia di Hugh è che quando vi è un foro nel mercato, il capitale lo riempie. Qualcun altro farà questi widget, a meno che non ci sia un mezzo per impedirlo; ma non esiste. Esiste l’arma spuntata del protezionismo, ma il gioco risulta generalmente controproducente. C’è anche il controllo del mercato tramite la concentrazione del capitale. Si tratta naturalmente di una tendenza costante nella storia del capitalismo, ma accelera in periodi che precedono convulsioni maggiori: a cavallo tra il XIX e XX secolo, alla fine degli anni Venti e nell’ultimo decennio. Le condizioni di crisi attuali facilitano ulteriormente la concentrazione del capitale. Le società più forti comprano a basso prezzo le loro indebolite rivali e vi attaccano altre nelle cosiddette “alleanze strategiche” che afferrano quote di mercato attraverso reti piuttosto che con monopoli dichiarati o accordi di cartello espliciti. In molti settori il numero di attori chiave è stato così tanto ridotto che monopoli di fatto (diamanti) oppure oligopoli (petrolio, bauxite, aviazione) tengono in un pugno di ferro il mercato globale. Dove questa tendenza è forse più evidente è nella produzione delle

materie prime finite, ma è presente in tutta l’economia, dai software e le operazioni bancarie fino all'alimentazione industriale e la vendita al dettaglio. Per questi conglomerati giganti non vi è alcuna necessità di complicità esplicita per esercitare la loro comune capacità di fissare i prezzi al di sopra del valore dei loro prodotti e per ridurre l’offerta congiuntamente all’approvvigionamento a tale scopo (come quando le principali società petrolifere hanno ridotto la loro capacità di raffinazione nell’ultimo decennio). Ma mentre il livello senza precedenti di concentrazione di capitale garantisce un futuro brillante al modo “tradizionale”di ottenere profitti supplementari,con il controllo monopolistico o oligopolistico dei mercati esistenti, esiste un altro modo di ottenerli, che è più sorprendente, più tipico del periodo attuale: la mercificazione del sapere. Un mondo di brevetti Una società che presenta una nuova merce (o un nuovo metodo per produrre merci, cosa che è anche una merce) sul mercato, ha per definizione il monopolio su di essa e, pertanto, la possibilità di fissare il suo prezzo al di sopra del suo valore, fin quando il mercato può sopportarlo. A questo proposito, non importa che la novità sia reale o creata artificialmente. Grazie ad una pubblicità massiccia, la Nike è riuscita a convincere i consumatori che “Air Jordan” fosse qualcosa di diverso e migliore delle altre scarpe da basket, e le fa pagare ad un prezzo indipendente dal valore creato dagli operai indonesiani che fabbricano queste scarpe (i cui salari, tra l’altro, rappresentano solo una piccola parte del denaro versato a Michael Jordan perché accettasse di fare la pubblicità). Naturalmente, i costi di queste campagne pubblicitarie sono incluse nel calcolo del prezzo, ma allo stesso tempo servono a espellere dal mercato le società più piccole, che non possono spendere tali 61


somme nel marketing. Di conseguenza, i costi di marketing assorbono una quota sempre più alta delle spese totali delle grandi società. Quando Apple ha recentemente presentato il suo iPad, la novità è stata più che un’impressione, ma si applica lo stesso meccanismo. Come rappresentante esclusivo di questo prodotto, Apple può chiedere un prezzo ben al di sopra di quanto gli costa produrli nei suo stabilimenti in Cina. Nessun altro può fare un iPad. La sua produzione è protetta da brevetti. La ricerca di penuria artificiale è una causa e un risultato della crescita vertiginosa della tecnologia dell’informazione, della biotecnologia e di altri sviluppi basati sulla conoscenza e la loro applicazione diffusa in tutti i settori industriali. Di conseguenza, l'aumento dei brevetti – dopo aver conosciuto un progresso lento ma molto costante dalla fine del XIX secolo –è esploso negli anni Ottanta. I diritti di proprietà intellettuale sono diventati una pietra miliare negli accordi commerciali internazionali sottoscritti in seguito, e le autorità statunitensi ed europee hanno più volte prolungato la durata dei brevetti e dei diritti d’autore. Ci sono brevetti su tutto. In totale ce ne sono più di 32 milioni, ed ogni anno se ne aggiungono quasi due milioni, che proibiscono il diritto di utilizzare, sviluppare e vendere tecnologie, programmi, prodotti, metodi di ricerca e di produzione, procedure, anche profumi e colori, a chiunque eccetto il proprietario del brevetto e quelli a cui l’autorizza. Anche gran parte dei nostri geni ora ricadono sotto brevetti e non possono essere studiati senza pagare una permesso al loro “proprietario”. Ovviamente, quest’ultimo ottiene grandi profitti. I brevetti durano in media 20 anni e possono essere rinnovati, mentre una società farmaceutica ci mette generalmente da uno a tre anni per recuperare i costi di R & S (ricerca e sviluppo) dei nuovi prodotti. La crescita selvaggia dei brevetti non si limita ai

settori dove ci si potrebbe aspettare,quelli che si applicano allo sviluppo di nuovi beni di consumo come i prodotti farmaceutici. Ad esempio, tra il 2002 e il 2006 nel settore delle macchine elettriche, le aziende hanno registrato 92.082 nuove domande di brevetto negli Stati Uniti, 264.686 in Giappone, 49.477 in Germania, 24.514 in Cina e 8.757 nel Regno Unito. Nelle parole dell’economista britannico Arnold Plant: «Una particolarità dei diritti di proprietà dei brevetti (e dei diritti d’autore) è che non provengono da una penuria di oggetti che diventano proprietà privata. Non sono una conseguenza della penuria. Sono una deliberata creazione del diritto scritto, e, mentre in generale l’istituto della proprietà privata cerca di mantenere dei beni rari, che tende a spingerci per farli “apprezzare al loro giusto valore”, i diritti di proprietà dei brevetti e dei diritti d'autore rendono possibile la creazione di una penuria dei prodotti privatizzati, che altrimenti non potrebbero essere mantenuti». La Microsoft ha dichiarato nel 2004 (in un modo che più spudorato non si può, visto che molti dei suoi prodotti come Word ed Excel sono derivati da altre invenzioni non brevettate) che il suo obiettivo era quello di registrare 3.000 nuovi brevetti all’anno, con un aumento del 50%. Toyota ha ricevuto oltre 2000 brevetti proprio per la sua Prius. Il suo obiettivo è quello di rendere impossibile agli altri di sviluppare ibridi senza pagare un prezzo pesante a Toyota. Questi esempi spiegano perché la velocità del cambiamento tecnologico è molto meno impressionante di quanto l’impennata dei brevetti potrebbe lasciare credere. Coprendo così tante cose, impediscono efficacemente lo sviluppo di nuovi prodotti da parte di concorrenti senza licenza. Molti brevetti non sono neppure applicati ai nuovi prodotti. I loro proprietari attendono semplicemente che altri sviluppino qualcosa di simile per estorcere degli onorari. Questa ricerca di sovraprofitti richiede eserciti di ricercatori ed ancor più di avvocati per imporre la 62


penuria artificiale, che è costantemente minacciata, poiché la conoscenza è comunicativa per natura e comporta nuove conoscenze. Solo le grandi aziende possono pagarseli, creando un’ulteriore barriera per escludere potenziali concorrenti. Più in generale, tutto ciò richiede anche veri e propri eserciti, la potenza degli Stati, per mantenere un ordine mondiale nel quale la penuria artificiale è protetta. Senza uscita Al centro di questa tendenza verso un’economia basata sulla penuria artificiale si trova la tecnologia dell'informazione, che ha portato alla tendenza del capitalismo a far precipitare il valore dei prodotti. Come non costa praticamente nulla riprodurre i beni digitali, il loro valore sociale, in termini marxisti, è pari a zero. Anzi, sono abbondanti e si può renderli proficui soltanto sabotando la legge del valore, limitando la concorrenza per impedire al mercato di stabilire i prezzi liberamente. Altre aziende che basano le loro strategie di profitto sulla penuria artificiale esprimono la stessa tendenza. I loro costi di produzione effettivi sono di solito molto bassi ma i loro profitti non lo sono. Ma qual è la fonte di questi profitti? Poiché il tempo di lavoro necessario per riprodurre le loro merci è sempre più ridotto (il costo di R & S può essere elevato ma non ha un’incidenza sul costo di riproduzione), la parte non pagata, il plusvalore, si riduce anch’essa e non può spiegare l’aumento

dei profitti. Il profitto è il plusvalore ma viene da altrove: è pagato dai clienti. Questo è il motivo per cui è un errore pensare che l’economia globale avanzata, basata sulla penuria artificiale, potrebbe funzionare a un livello parallelo, al riparo dalla crisi generale: si nutre del valore prodotto altrove e quindi tassa effettivamente il resto dell’economia; più funziona, più tassa. Essa dipende dalla capacità del resto dell’economia di pagare quest’imposta, e quindi della sua capacità di creare del nuovo valore. Non è bello tutto ciò. Così, nonostante il desiderio dei capitali basati sulla penuria artificiale di uscire dal disastro (ben evidenziata dalla reazione della Germania di fronte alla crisi del debito in Grecia), non c’è via d’uscita. Al contrario, investire il capitale in una produzione che crea relativamente poco valore, non fa che aggravare il problema generale. Si può tuttavia prevedere che i capitali che mirano a creare questa penuria artificiale continueranno a raccogliere profitti più elevati rispetto alla media, anche se il tasso di profitto medio continua a diminuire. E quindi la produzione di queste merci continueranno ad attirare una quota maggiore di capitale. Ciò che ne fa un fattore di primordine per la formazione di nuove bolle (tutto come prima), annunciando nuovi shock per un sistema che si aggrappa disperatamente alla penuria. Sander

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Con una ripresa come questa chi a bisogno di recessione? n.54, 2010

La recessione è finita ma la crisi continua ad approfondirsi. Che l'economia globale sia in crescita, anche se a bassa intensità, non è una sorpresa, tenuto conto delle migliaia di miliardi spesi dai governi per stimolarla. Ciò non impedisce che molte di queste misure siano già in via di esaurimento e che l'impatto dell’aumento della spesa pubblica si riduca a un filo...

benefici hanno incluso molto più di ciò che la modesta ripresa della crescita potrebbe suggerire. Sono minori i risultati di un aumento delle vendite che quelli dell’abbassamento dei costi della manodopera. Questo erode ulteriormente la domanda della classe lavoratrice e aggrava l’eccesso di capacità globale. Questo pone anche la domanda: se la ripresa dei profitti ha richiesto un tale aumento di disoccupazione e miseria, che cosa succederà con la prossima recessione? Per un economista partigiano dell’economia dell’offerta o per la sua controparte marxista, difensore del dogma “la sola contraddizione è la caduta tendenziale del saggio di profitto”, un aumento del tasso di profitto forte e veloce come l’abbiamo visto negli ultimi tempi, non può essere un problema. Secondo loro, se il profitto c’è, sarà investito nella produzione. Ma questo non avviene: l'aumento del profitto non si traduce in un aumento degli investimenti produttivi. I detentori del capitale sono diffidenti, temendo che ciò che appare come una buona opportunità di investimento oggi, possa risultare domani una bolla. Così si aggrappano al loro denaro. Le banche sono di nuovo in piedi (grazie alle centinaia di miliardi presi ai contribuenti) e sono pieni di denaro liquido, ma sono molto riluttanti a concedere prestiti. Raramente sono stati così attaccati ai loro soldi. Il denaro è a buon mercato in questo periodo, ma solo per coloro che ne hanno già molto. L'austerità non è solo una politica di governo, ma anche una politica aziendale, una politica bancaria, anche una politica di consumo. Tutti risparmiano di più e spendono meno, temendo quello che il futuro potrebbe portare. Il che implica che la domanda di moneta aumenta più rapidamente della domanda di altri beni. Come merce generale, il denaro fa

Ma invece di prendere ulteriori misure per stimolare l'economia, i governi di tutto il mondo stanno facendo il contrario: il grido di battaglia della classe capitalista è 'austerità!'. Più un paese è colpito dalla crisi attuale, più impone tagli drastici nella spesa pubblica. La sinistra dice che è il contrario di ciò che bisogna fare e, a prima vista, sembra avere ragione: tutta questa austerità non può ulteriormente ridurre la domanda e quindi peggiorare la crisi, aprendo la strada a un nuova recessione. E' vero, ma è anche vero che un governo che non prendesse queste misure e lasciasse le spesa pubblica crescere, lo pagherebbe a caro prezzo dopo, sotto forma di fuga di capitali, inflazione e un aumento dei tassi di interesse che gli renderebbero impossibile finanziare il suo deficit e bloccherebbe il settore privato. Così, con poche eccezioni, non hanno molta scelta. L'impatto delle misure di stimolo è stato meno efficace del previsto. I capitalisti non vogliono che il loro Stato 'butti il denaro buono dietro al cattivo”, e tutti sperano che qualcun dia una spinta alla domanda. In molti paesi i tassi di profitto sono in aumento così come le scorte, ma la disoccupazione continua ad aumentare, i salari continuano a diminuire, le pensioni e lo stato sociale continuano ad essere ridotti. Per la classe lavoratrice non c'è alcuna ripresa. Per lei, la “ripresa” implica solo che coloro che hanno ancora un lavoro ora dovranno lavorare di più. Ma i 64


circolare le altre merci e si sostituisce ad esse in innumerevoli transazioni. Ma come merce particolare, il denaro si ritira dal processo di circolazione, è ricercato per se stesso, per la sua (apparente) capacità di immagazzinare valore. Come merce particolare, è in concorrenza con altre merci. Più la domanda di denaro “per il denaro” cresce, più si riduce la domanda complessiva. Si tratta di un processo che si autoalimenta, chiamato deflazione. Diventerà la parola alla moda nella prossima fase della crisi. La domanda di denaro (nel senso più ampio: tra cui stock option, obbligazioni, oro, ecc ..) aumenta perché è l'unica merce che non ha bisogno di essere venduta per mantenere il suo valore. Tutte le altre devono essere vendute più o meno immediatamente e se la domanda non è sufficientemente elevata per poter essere vendute al loro valore, devono essere vendute al di sotto del loro valore. E la domanda non può essere sufficientemente elevata quando una parte sempre crescente di potere d’acquisto viene rimossa al fine di aumentare il valore astratto. Così, i prezzi tendono a scendere. Questa è stata una tendenza di fondo dell'economia globale per un certo periodo, ma ora ritorna in primo piano. Come fenomeno di superficie, la deflazione può essere facilmente controllata iniettando più denaro nella circolazione. Questo è quanto è successo negli ultimi decenni e ha visto una accelerazione durante la prima reazione dello Stato alla crisi scoppiata nel 2007. Questo continua in una certa misura. Si crea ancora denaro ad un ritmo accelerato, in particolare negli Stati Uniti. L'amministrazione Obama non ha ancora stabilito una politica di austerità dura. Questo potrebbe cambiare dopo le prossime elezioni del Congresso. La prevista vittoria repubblicana potrebbe dare una scusa politica ad Obama per mettere in pratica la stessa politica che di tagli dei suoi partner europei. Eliminare la deflazione in superficie non aiuta perché la superficie - il livello dei

prezzi - non è il vero problema. Il vero problema è sotto: la difficoltà crescente ad aumentare la produzione per aumentare il valore nel campo della produzione verso la tesaurizzazione, cosa che causa una fuga del valore. Iniettare più denaro porta alla de-valorizzazione della moneta, che non risolve il problema della devalorizzazione delle merci, ma ne crea uno nuovo. L'inflazione fa perdere al denaro la sua capacità di stoccare valore, quando la domanda cresce. Quindi il capitale va verso ciò che può dare l'illusione di resistere a questa tendenza generale al ribasso. Quindi gli Stati e le aziende si fanno concorrenza sui tagli dei salari e dei bilanci, al fine di tesaurizzare. Se non lo facessero sarebbero puniti dalla fuga di capitali. Altri si fanno una concorrenza differente: manipolano i tassi di cambio delle rispettive valute per mantenere artificialmente un basso prezzo per i loro prodotti sui mercati di esportazione. Questo sgonfia i prezzi prima ancora che i prodotti raggiungono il mercato a scapito dei lavoratori che li hanno prodotti. La recente accelerazione di questa tendenza ricorda le svalutazioni competitive degli anni 30. C'è odore di disperazione. Ma che altro può fare un capitalista in un momento come questo? Con la prospettiva di deflazione, la reazione logica è di tagliare i costi ancora di più, per proteggere la sua linea di fondo. La deflazione non è necessariamente un disastro per il capitale se sono i lavoratori, l'ambiente, la società nel suo complesso a pagarne il prezzo. Ma ciò che il capitale non può impedire è che la contraddizione tra i suoi interessi e quelli dell'umanità diventi sempre più evidente. Quello che non può impedire è il conflitto di classe. La resistenza della classe lavoratrice esprime la volontà dell'umanità di vivere, contro il mostro apparentemente autonomo che è l'accumulazione del capitale. Sander

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Lotta di classe: esacerbazione della prospettiva storica n.54, 2010

Movimenti di classe continuano a verificarsi in tutto il mondo, riflettendo i crescenti attacchi frontali della classe capitalista alle condizioni di vita e di lavoro del proletariato. Tutti i movimenti che hanno avuto luogo di recente in Grecia, ma anche in Spagna, Francia o Germania, così come la manifestazione europea tenutasi in settembre a Bruxelles contro l'austerity, sono una reazione contro il progressivo smantellamento dei sistemi di sicurezza sociale, misure di austerity e la perdita di posti di lavoro. Questi attacchi diretti sono la conseguenza dell’aggravarsi, senza precedenti, della crisi economica globale che è scoppiata nel 2008. Dall'inizio del’approfondirsi della crisi nel 2007, si stima che i posti di lavoro persi in tutto il mondo siano più o meno 35 milioni.

globale e la fragilità del sistema e dei processi inventati per una ulteriore accumulazione. In generale, il modo di produzione capitalistico ha sempre cercato di ridurre al minimo i costi di "manutenzione" dei suoi lavoratori. In questa economia globalizzata, le companies utilizzano la manodopera a basso costo dei paesi poveri, se questa produzione non richiede un eccesso di tecnologia avanzata e una forza lavoro troppo qualificata. La pressione che la classe capitalista ha su questi lavoratori è particolarmente forte. Questo riguarda i salari, naturalmente, ma tocca anche le condizioni di lavoro e di vita in senso più ampio. Quindi, l'accesso all'istruzione, all'assistenza sanitaria, ad un alloggio adeguato, cosi come a vivibili condizioni di lavoro, è spesso parzialmente o completamente off-limits per i lavoratori dei paesi poveri. Alcuni movimenti che si sono sviluppati in Asia e in Africa lo mostrano: tra le rivendicazioni, troviamo le richieste di aumenti salariali del 100%, del 300% l'accesso all'acqua potabile e alle cure mediche ... Ma tutto i settori sono interessati dalle reazioni di classe e anche in Cina ci sono movimenti di protesta negli stabilimenti automobilistici più avanzati.

Ci soffermiamo sulle reazioni proletarie che si sono sviluppate durante l'estate del 2010 nei paesi asiatici, soprattutto Cina, Pakistan, Bangladesh e Cambogia. Questi movimenti sono caratterizzati da richieste di aumenti salariali così come da spettacolari scontri violenti con la polizia. Tutti questi movimenti di classe, esprimendo il fondamentale antagonismo tra gli interessi proletari e gli interessi della classe capitalista, testimoniano le tendenze generali esistenti all'interno del capitalismo. In effetti, questo modo di produzione deve necessariamente produrre sempre più valore e plusprofitto. E in questa ricerca sfrenata del profitto, il sistema capitalista riduce al minimo tutti i costi di produzione, sia per il capitale costante e sia per il capitale variabile. Inoltre, il sistema economico è sempre più minato dalle sue contraddizioni interne. La crisi dei "subprime" del 2008 ha mostrato la profondità e l'ampiezza della crisi

Anche se non vi è alcuna automaticità nel legame tra crisi e lotta di classe, il degrado generale e le condizioni di vita globali e di lavoro portano un significativo potenziale. Non solo quello di mostrare ai proletari la realtà dello sfruttamento capitalistico, ma anche il suo carattere di sfruttamento generale e globale. Qualunque sia il sistema politico, l'organizzazione più liberale o più controllata dallo Stato, il modo di produzione impone la sua legge implacabile e persegue il suo solo obiettivo: produrre senza arresto più 66


valore. Vedendo questo rullo compressore costituito dalle misure di austerity, dalla pressioni sui salari, dal deterioramento senza precedenti delle condizioni di vita del proletariato, si potrebbe immaginare che i proletari siano portati a reagire attraverso movimenti di classe.

In India, Hanjigarh, nello stato orientale di Orissa, le rivolte hanno mobilitato migliaia di lavoratori nel settore della raffinazione. Durante questi scontri, hanno saccheggiato gli uffici della raffineria del gigante britannico Vedanta. Anche qui, erano le condizioni di lavoro ad essere messe in discussione.

All'inizio di luglio, in Pakistan, 10.000 lavoratori dei cantieri navali (di demolizione) hanno protestato e sono scesi in sciopero. Le condizioni di lavoro sono particolarmente penose e pericolose in questi cantieri di demolizione, la giornata lavorativa dura tra 12 e 14 ore e lo stipendio medio è di $3 al giorno. Non è un segreto per nessuno che queste navi contengono materiali tossici, anche mortali, come l'amianto e che ciò che non può essere fatto in paesi dove c'è una parvenza di legislazione, sarà fatto a mani nude da questi lavoratori dei paesi poveri. Tra le rivendicazioni, questi lavoratori chiedevano un aumento del 100% dello stipendio, una assistenza sanitaria, l'accesso alle cure mediche, all’ acqua potabile e la presenza di una mensa sul posto di lavoro.

In Mozambico, ci sono stati saccheggi, rivolte e manifestazioni che hanno riversato nelle strade della periferia della capitale, Maputo, migliaia di persone. Protestavano contro l'impennata dei prezzi del petrolio, grano, pane, acqua ed elettricità. Da diversi anni, la Cina ha movimenti di protesta spesso violenti. In particolare, si sono mobilitati i lavoratori provenienti dalle campagne, spinti dalla fame a fuggire nelle grandi città e spesso ottenendo solo un lavoro in condizioni più che precarie. Ricordiamo il suicidio sui luoghi di lavoratori degli addetti alla produzione, ma anche in numerosi molti scioperi. La Cina ha vissuto un notevole sviluppo economico basato principalmente sullo sfruttamento sfrenato della sua forza lavoro. Gli investitori stranieri sono stati attratti da questa economia in crescita, da un lato, grazie alla stabilità attuale del sistema politico e dell'economia cinese, ma anche perché la Cina rappresenta un mercato potenziale enorme. Lo sviluppo economico ha avuto un profondo impatto, creando una classe di nuovi ricchi - e quindi di consumatori. Ma i lavoratori hanno, anche loro, fatto pressione sulla classe capitalista per ottenere miglioramenti di stipendio. I numerosi scioperi che hanno avuto luogo in questo paese sono stati spesso movimenti che hanno rivendicato migliori condizioni di lavoro legate allo sviluppo economico, mentre la maggior parte degli scioperi nei paesi europei sono stati soprattutto reazioni al degrado delle condizioni di vita e di lavoro.

In Bangladesh, dopo mesi di manifestazioni, 50 000 i lavoratori di una cinquantina di fabbriche del settore tessile di Ashulia, alla periferia di Dhaka, sono scesi in sciopero. Una delle principali rivendicazioni è la richiesta di un aumento del salario minimo del 300%. Il conflitto è ancora in corso, le autorità hanno proposto un aumento del 80% accettata da alcuni sindacati e rifiutato da altri. In Cambogia, nella periferia di Phnom Penh, a fine luglio 3000 lavoratrici tessili si sono violentemente scontrate con la polizia dopo aver interrotto il lavoro. Queste fabbriche producono per grandi marchi come "Gap" o "H&M". L'ammontare del salario giornaliero di queste lavoratrici è sotto $2 al giorno. Protestavano contro i bassi salari e le condizioni di lavoro.

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Questi movimenti del proletariato cinese, sono stati spesso repressi con grande violenza. Se questa violenza non è che un riflesso della guerra che oppone le due classi antagoniste che sono la classe capitalista e il proletariato, la classe dirigente cinese è stata minacciata da tre fenomeni specifici: -un competizione sempre più forte con i paesi a mano manodopera a più basso costo come Bangladesh e Vietnam. -la paura di una fiammata inflazionistica -lo sviluppo di movimenti autonomi della classe.

improvvisamente rivelata favorevole agli operai non qualificati. Di colpo, le fabbriche e i governi locali del sud e dell’est della Cina sono stati costretti, per attrarre manodopera, a concedere benefici ai lavoratori. D'altro canto, si calcola che a partire dal 2015, la forza lavoro attiva comincerà a decrescere e in particolare, il numero delle persone tra 1524 anni, che sono attualmente il cuore della forza lavoro impiegata nelle fabbriche che producono per l’esportazione. Ma tutto questo ha un effetto perverso e mostra bene in quali contraddizioni è stretta la classe dirigente. La ricerca di profitti implica l’aumento della produttività e, tra le altre cose, la riduzione al minimo di tutto ciò che contribuisce alla riproduzione della forza lavoro. I salari estremamente bassi hanno fatto dei lavoratori cinesi, per gli investitori e produttori cinesi, statunitensi e europei, una attrattiva. Ma niente è più pericoloso per la classe capitalista dei conflitti sociali che rendono imprevedibile e destabilizzata la produzione. Questo è ciò che costringe la classe dirigente a concedere aumenti salariali, miglioramenti delle condizioni di vita e di lavoro che, a loro volta, rendono questa mano d’opera cinese meno attraente. Ecco una delle contraddizioni che mette la classe dirigente sotto pressione. Ecco una delle contraddizioni che la crisi strutturale del modo di produzione capitalistico ulteriormente aggraverà.

Infatti, come in tutti i paesi in cui i sindacati sono troppo apertamente collusi con il potere, il proletariato tende ad organizzare la sua reazione di classe al di fuori di essi. I proletari cinesi hanno sviluppato la capacità di dar vita a movimenti di classe indipendenti. Oltre alla repressione brutale della polizia, la classe dirigente cinese si è vista costretta per contenere future esplosioni sociali, ad alleggerire temporaneamente la pressione sul proletariato, rinforzando nel contempo il suo inquadramento ideologico. Così, già nel 2008 il paese si è dotato di un nuovo codice del lavoro, più favorevole ai lavoratori. E 'ragionevole immaginare che questo non è stato concesso per gentilezza, per la preoccupazione per il benessere della propria popolazione, che le autorità cinesi hanno fatto un tale sacrificio. Nello stesso senso, le autorità locali della provincia di Sichuan, Cina sud-occidentale, hanno aumentato fino al 44,4% il salario mensile minimo a partire 1 ° agosto 2010.

I conflitti sociali che abbiamo menzionato cosi come la situazione della Cina sono riflessi del momento attuale. Ma questo prefigura anche le contraddizioni nelle quali la classe dirigente si troverà probabilmente nei prossimi anni: l'approfondimento della crisi e delle sue manifestazioni, le ripercussioni dirette sulle condizioni di vita e di lavoro del proletariato, l’esclusione di massa dei lavoratori dalla produzione, la formazione di masse di disoccupati totalmente senza

Dopo il rilancio delle esportazioni iniziato a fine 2009, le province industriali si sono dovute scontrare con la mancanza di manodopera. Infatti, a seguito dello sviluppo economico delle province più remote del paese, i lavoratori che di solito venivano da lontano per popolare le fabbriche, hanno trovato lavoro vicino a casa. Sul mercato del lavoro, l'equilibrio tra domanda e offerta è si è 68


risorse, senza speranze, la moltiplicazione delle reazioni sociali alla degradazione su tutti i fronti, la destabilizzazione del settore della produzione per la classe dirigente ...

voce di dissenso, come si è verificato durante la repressione della polizia in questa manifestazione contro gli elementi protestatari. Tentare di negoziare o di dare inquadramenti giuridici, cercando di impedire la vera espressione di antagonismo di classe, è il ruolo delle frazioni di sinistra e dei sindacati. In breve, la situazione attuale è piena di potenzialità, perché la tensione tra una classe dirigente e proletariato non può che aumentare con il suo strascico di miseria e violenza. Alcuni dicevano che la guerra di classe era diventata un concetto obsoleto. La situazione attuale ci mostra che non è mai stata così acuta!

La sola difesa di cui dispone la classe capitalista globale per cercare di incanalare il movimento della classe è costituito dalle frazioni di sinistra e dei suoi sindacati. Come abbiamo visto nei paesi "emergenti", la classe dirigente promuove essa stessa la costruzione dei sindacati, come ci mostra la manifestazione contro l'austerity a Bruxelles nel mese di settembre. I sindacati cercano di contenere i sentimenti di inquietudine e rabbia dei lavoratori europei con iniziative attentamente inquadrate da cordoni sanitari pronti a mettere a tacere qualsiasi

Rose

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Non si parli del pericolo di guerra se non si è disposti a parlare del capitalismo! 2003

Più gli USA si avvicinano alla preparazione finale dell’attacco in Iraq, più l’orrore della guerra si fa incombente con le numerose vittime che quasi certamente ne conseguirà e più si ricercano i motivi della guerra dappertutto meno laddove essi devono essere cercati: nelle leggi di movimento della civiltà capitalista. Per alcuni la guerra è imminente per colpa del “cowboy” della Casa Bianca e del suo unilaterialismo, che si contrappone a quel Clinton sganciava missili e bombe solo con la benedizione dell’Unione Europea e della NATO. Per altri questa guerra è semplicemente per il petrolio. Per altri ancora la guerra viene condotta per distrarre l’elettorato americano e giocare la carta del patriottismo per garantire la rielezione del Presidente. Malgrado ognuno di questi fattori sarà uno dei motive scatenanti della guerra in questa fase, tali motivi però non sono in grado di spiegare la necessità fondamentale della guerra, che è parte integrante della nostra civiltà e che trova inevitabilmente uno sbocco in questa o in quel motivo contingente. Tuttavia, per altri, il pericolo della guerra è dovuto all’arroganza dell’America, che non è disposta ad ascoltare i francesi, i russi e i cinesi, i quali affermano che si può evitare la guerra se solo Bush desse una possibilità agli ispettori dell’ONU. Tuttavia mentre la Francia ciancia di pace in Iraq, le sue truppe gettano in un’orgia di pulizia etnica in Costa d’Avorio, proprio come fecero con il genocidio in Ruanda, un decennio fa. L’esercito russo è impegnato in un massacro di massa in Cecenia mentre i cinesi continuano la loro feroce pulizia etnica in Tibet. Le loro obiezioni sono piuttosto consistenti, ma non hanno nulla a che fare con l’opposizione alla guerra. Ciò che loro temono è che la guerra rafforzerà la potenza americana e quindi li

indebolirà, come del resto avverrà; obiettano che la guerra consoliderà il controllo americano nel mondo e quindi indebolirà, quantomeno, i loro progetti di egemonia regionale. Anche se il pericolo di un attacco Americano fosse rimosso, ciò non significherebbe pace per l’Iraq. Si sostituirebbe solo il rischio di morire per mano dei missili e delle bombe americane con il rischio di morte per pulizia etnica per mano del regime Ba’athista. Questa guerra porterà morte, malattie e fame per milioni di esseri umani. Tutto ciò non viene tenuto in considerazione nelle analisi dei costi/beneifici che si fanno al Pentagono, tutto ciò non viene discusso sulla CNN: sono esseri umani senza volto e senza nome. Lo sforzo di guerra richiede che le loro sofferenze siano nascoste e i media intuitivamente comprendono ciò. Essi sanno che devono trasformare un brutale, industrialimpersonale massacro in un video-game. Le vittime devono essere ridotte a semplici numeri. Esse devono essere subumanizzate. La propaganda di guerra è razzista nella sua essenza perché il razzismo – la negazione dell'umanità dell' "altro" – è necessario per rendere l’assassinio di massa accettabile. Il governo degli USA spende molti soldi per vendere al mondo musulmano un’immagine tollerante di se stesso ma negli USA i cittadini di origine musulmana sono terrorizzati con arresti di massa e deportazioni. Molti di loro sono segregati cellularmente per il solo motivo di essere musulmani. Ai prigionieri sono negati i diritti fondamentali. Ciò viene fatto non per ragioni di sicurezza ma per mandare un messaggio a "questa gente": potreste essere trattati in un modo che non sarebbe accettabile per un Americano cristiano “normale”. Lo si fa per svalutali, 70


per rendere il massacro dei "loro simili" accettabile. Ciò che muove gli USA è la necessità di puntellare un sistema di sfruttamento capitalista e di consolidare la loro egemonia geopolitica. Il rischio reale che la classe dominante americana sta cercando di evitare è il collasso dei loro titoli finanziari. Il capitalismo nasce dalla scarsità e non può funzionare, a rigore, senza di essa. All’opposto l’abbondanza, significa – all’interno del capitalismo – sovrapproduzione e crisi. Mentre la competizione capitalista costringe il sistema a una produttività sempre più alta, il suo stesso sviluppo espelle un numero sempre più grande di lavoratori - oggi più di un miliardo e mezzo – dal processo produttivo globale, e quindi drasticamente riduce il potere d’acquisto reale. La reazione capitalista all’eccesso di produttività genera attacchi ai salari e quindi riduce ulteriormente la domanda effettiva e accresce ulteriormente la produttività e quindi la pletora di merci in cerca di compratori. Da quando la sovracapacità globale è tornata a galla alla fine degli anni ’60, il capitalismo ha risposto con una stimolazione della domanda inflattiva negli anni ’70 e con l’esplosiva crescita del debito pubblico negli anni ’80. Negli anni ’90 alla fine della Guerra fredda, la globalizzazione e l’esplosione della tecnologia informatica sembrava dare al capitalismo nuove speranze. La combinazione della possibilità di accesso a zone di forza-lavoro a basso prezzo con una più alta produttività fece esplodere i profitti ma allo stesso tempo ripropose il problema della sovra-capacità a un ancora più alto livello. Allo stesso tempo, la fuga di capitali alla ricerca di porti sicuri, la ricerca di luoghi sicuri dove investire i capitali lo protesse dalla deflazione, spingendo verso l’alto il “valore” dei titoli dei capitali più forti, specialmente quelli americani che controllavano la moneta globale e garantivano l’ordine globale. Ma quella ricchezza è sin troppo cartacea, è una mera illusione se è era costantemente alimentata da profitti reali. E questa

creazione di profitti viene danneggiata dagli stessi sforzi di perpetuarla. Ecco perché il capitalismo in crisi è così pericoloso. Il suo intero sistema finanziario collassa quando c’è un collasso dei titoli. Il capitalismo è disposto a pagare qualsiasi prezzo pur di impedire ciò; compreso la guerra! Ecco perché Bush vuole invadere l’Iraq. Non per vendicare suo papà, non per avere benzina a basso prezzo per le sue fuoristrada, ma perché l’economia USA è seduta su una montagna di 31.000 miliardi di dollari di debito, perché la bolla finanziaria si sta sgonfiando, perché il dollaro sta affondando, perché i proprietari di capitali stranieri stanno iniziando a vedere gli investimenti in titoli USA come un rischio crescente. E’ ciò che rende questo progetto così urgente. Il petrolio dell’Iraq potrebbe essere una messe di quattrini per il capitale USA. L’occupazione americana darebbe la possibilità agli USA di controllare il prezzo del petrolio (da pagare in dollari ovviamente), e poi il nuovo Iraq dove investirebbe, del resto i suoi profitti se non nel mercato azionario americano? Dalle basi militari americane in Iraq, gli USA accrescerebbero la loro influenza sul Medio Oriente e la proiezione della loro potenza ispirerebbe la fiducia nei titolari di capitali in tutto il mondo. Questo è il grande schema che produce questa impresa sanguinosa, e di cui l’11 settembre e l’indebolimento militare dell’Iraq (e non la crescente minaccia) rappresentano i prerequisiti necessari. La sua logica è inseparabile dalla stessa esistenza del capitalismo. Ed è per questo che, in ultima istanza, è vano opporsi alla guerra se non si è disposti ad opporsi al capitalismo! Le crisi capitaliste spinge la competizione “normale” a diventare lotta violenta. Questa è l’origine vera del terrorismo, del numero crescente di conflitti nel mondo. Non si può sfuggire a ciò. Il futuro del capitalismo è più guerra, più miseria, più razzismo e più disperazione. Noi dobbiamo mettere fine 71


al capitalismo prima che esso metta fine a noi. Non può che essere così. La maggioranza della gente è fondamentalmente onesta e non vuole null’altro che essere libera dalla povertà, dalla paura e dall’oppressione; non vuole nulla più di quello che desidera ogni essere umano. Noi possiamo organizzare la produzione e la società mondiale a quello scopo. Noi possiamo mettere fine a questo sistema basato sul profitto, a un sistema basato sul lavoro salariato che è diventato antiquato, assurdo e letale. E’ un obiettivo gigantesco che inizia con l’avere fiducia in se stessi in quanto

essere umani, in quanto operai. Crediamo in noi stessi. Se seguiremo ancora sindacati e partiti saremo condannati alla sconfitta. Non permettiamo che ci dividano per nazione, razza, genere, religione o etnia. Sviluppiamo la nostra auto-organizzazione e la nostra solidarietà, difendiamo collettivamente il nostro tenore di vita ed ergiamoci in difesa degli interessi della classe operaia internazionale, dell’umanità. Uniamoci in una resistenza senza compromessi che sfocierà nella rivoluzione.

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Islamismo: ideologia politica e movimento n.39, 2001 A partire dall’invasione dell’Egitto da parte delle armate napoleoniche nel 1798, che inaugurò il coinvolgimento dell’Occidente nel Mondo Arabo, fino al presente, il Nazionalismo Arabo-Islamico ha assunto tre successive modalità, sebbene in qualche modo si siano sovrapposte: nazionalismo liberale, socialismo arabo e islamismo (1) Il nazionalismo liberale, come movimento politico, fu esemplificato dal regime statalista di sviluppo nazionale di Muhammed Ali in Egitto, che aveva come obbiettivi il rovesciamento del Feudalesimo Orientale, e un progetto per la modernizzazione (in definitiva fallito), e per l’introduzione del capitalismo. Ideologicamente, questo nazionalismo liberale cercava, negli scritti di Jamal alDin al-Afghani, di unificare la nazione musulmana, la Umma, e di resistere all’Imperialismo occidentale attraverso la riconciliazione dell’Islam con il moderno razionalismo. Attraverso quest’ultimo poteva essere forgiata una potente nazione musulmana; visione elaborata da Muhammed Abduh, il quale confidava che la ragione e la rivelazione (islamica), l’Islam e la scienza moderna, fossero conciliabili, sebbene ciò richiedesse lo smantellamento delle istituzioni tradizionali dal punto di vista sociale, economico e politico del mondo islamico, che erano, in questa visione, deformazioni dell’Islam. Vale la pena notare che i discepoli di Abduh, come Qasim Amin, sostenevano l’emancipazione delle donne, con la rivendicazione che il Sari’a fornisse una base per l’uguaglianza delle donne, che egli interpretava come cruciale nel progresso della società umana. Quello che è significativo in queste ideologie e progetti politici è che furono integralmente collegati al processo di introduzione del capitalismo che si era diffuso dall’Europa al mondo islamico; che essi erano inseparabili dal progetto della rivoluzione borghese come sviluppo economico

antifeudale e nazionale, che fu il marchio del capitalismo nella sua fase ascendente. Forse l’ultimo colpo di coda di questo liberalismo nazionale nel mondo islamico può essere visto nei movimenti politici come il Wafd in Egitto, e nel suo leader Sa’d Zaghlul. In quanto erede di Abduh, Zaghlul e il Wafd cercavano inoltre di creare le condizioni di uno stato moderno, democratico e borghese in Egitto. Ma, mentre Muhammed Ali, agli esordi del XIX secolo, era preparato a sfidare direttamente l’imperialismo occidentale, che si mobilitò per schiacciarlo, il Wafd negli anni 30 venne a patti con l’imperialismo britannico. Quel compromesso dimostrò che i progetti di introduzione del capitalismo e industrializzazione delle società a predominanza agraria, come quelle del mondo islamico, avrebbero da quel momento in poi rotto col liberalismo dei nazionalisti arabo-islamici nella fase ascendente del capitalismo. I precursori del Socialismo Arabo furono quei movimenti che negli anni 30 si ispirarono al fascismo italiano e al nazismo tedesco. Movimenti come le Camicie Verdi del Giovane Egitto, o il Partito Popolare Siriano di Antun Sa’ada erano decisi a rompere con l’imperialismo franco-britannico dominante in Medio Oriente, e a imbarcarsi in un progetto statalista per promuovere l’industrializzazione capitalistica. Il fallimento dell’imperialismo tedesco nel soppiantare il rivale anglosassone, condusse nazionalisti come Michel Aflak e il suo partito Ba’ath in Siria e Iraq, e Gamal Abdel Nasser e i Liberi Ufficiali in Egitto, ad abbracciare il "socialismo" come la strada verso l’industrializzazione e la modernità, e ad allinearsi alla Russia stalinista nel suo conflitto contro l’Occidente. Tutti questi movimenti furono risolutamente laici nella loro ideologia, spesso con dei Cristiani, come Sa’ada e Aflak, alla loro guida. La nazione araba, e 73


non la Umma musulmana, forniva la base sociale che questi movimenti cercavano di mobilitare negli interessi del modello statalista-modernista che essi esemplificavano. Il socialismo arabo di Nasser, e la sua alleanza con la Russia, esemplificavano questo vano progetto. Esso non fruttò né lo sviluppo economico nazionale, né l’eliminazione dell’imperialismo occidentale dal mondo arabo-islamico. L’ardito trasferimento di Sadat dell’Egitto dall’orbita russa a quella americana, il trattato di pace con Israele, e la subordinazione del Cairo alla West Bank, al FMI, e alle altre istituzioni dell’egemonia globale americana, significarono il fallimento del socialismo arabo nel portare a compimento quanto Muhammed Ali non era riuscito a realizzare più di un secolo prima. Nel vuoto creato dalla bancarotta del socialismo arabo si inserì una nuova ideologia politica e un nuovo movimento: l’Islamismo. Il precursore dell’Islamismo contemporaneo fu La Fratellanza Musulmana di Hassan el-Banna in Egitto (fondata nel 1928), che, a differenza dei nazionalisti liberali i quali cercavano di riconciliare l’Islam e la modernità, o i Socialisti arabi i quali erano decisamente laici, fu determinato a respingere la modernità e restaurare la legge della virtù islamica. Eppure l’Islamismo pervenne al potere statale non attraverso la Fratellanza musulmana sunnita (decapitata prima dal regime wafdista, da quello britannico, e poi dai nasseristi), ma dalla regola dello sciita Ayatollah Khomeini in Iran. Mentre Khomeini cercava di guadagnare i Shia del mondo arabo alla sua causa, il fatto che gli Shia fossero una minoranza, disprezzata e odiata nella maggioranza del mondo islamico sunnita, limitava decisamente il successo di Khomeini e degli Iraniani, nuove, sunnite, versioni dell’Islamismo si dimostrarono più efficaci nella mobilitazione delle masse musulmane sia nel mondo arabo che in quello dell’Asia centrale e meridionale: il Gruppo Armato

Islamico in Algeria, la Jihad islamica e alGama al-Islamyya in Egitto, Hamas in Palestina, i Taliban in Afghanistan, e la rete al-Qaeda di Osama bin Laden. Mentre l’Islamismo sembra essere un’ideologia e un movimento politico irremovibilmente opposto alla modernità, e che cerca di rinvigorire le credenze e le istituzioni tradizionali islamiche, esso è altrettanto il prodotto della distruzione del mondo arabo-islamico pre-capitalista, e sia in quanto ideologia sia in quanto progetto politico è irreparabilmente bollato col marchio della modernità e del capitalismo. Sotto questo punto di vista, l’Islamismo ha molto in comune col Nazismo, col suo ideologico ricorso ad una Gemeinschaft pre-capitalista, alla religione ariana, pur avendo esemplificato le realtà più brutali del capitalismo e dell’imperialismo nelle sue relazioni sociali e nel suo progetto politico. Questa connessione sostanziale tra l’Islamismo e il capitalismo può essere vista nelle due dimensioni dell’Islamismo come ideologia e come progetto politico. Malgrado il suo appello alla tradizione islamica, l’Islamismo costituisce una forma di proto-stato o di razzismo di stato. Qui, non stiamo parlando del razzismo nel senso del linguaggio comune, dove è una questione di colore (neri, bianchi, ecc.), ma piuttosto come ideologia affermata sulla base di una biforcazione, di una incisione nel tessuto sociale basata sulla nascita, la biologia, la genetica in quanto qualità inerenti l’essere stesso dell’individuo, in opposizione alle scissioni nel tessuto sociale basate su credenze, visioni del mondo, o come nel marxismo sulle relazioni sociali di produzione (classi), antitesi della biologizzazione delle scissioni nel tessuto sociale dell’umanità, sulla quale l’Islamismo è basato. La visione misogina delle donne come biologicamente inferiori, sostanziale nell’ideologia dei Taliban e di al-Qaeda (e che non ha base alcuna nell’islam tradizionale), il distintivo giallo che il regime taliban ha imposto alla minoranza indù in Afghanistan, la razionalizzazione 74


dell’Umma su basi genetico-biologiche, (in opposizione ad una comunità di fede), che è strutturale alla visione del mondo di Bin Laden e dell’Islamismo: tutto, nel cuore di questa ideologia, concorre alla razializzazione dell’Islam. Il razzismo di stato e la biologizzazione delle relazioni sociali sono immanenti all’ossessione di "purificazione" che anima l’Islamismo. Non la purificazione dell’anima individuale, ma la purificazione del tessuto sociale stesso. Le dissertazioni sulla purificazione che caratterizzano l’Islamismo, sono in sé l’anticamera della pulizia etnica e del genocidio. Il destino degli Indù nell’Afghanistan talibano (una minoranza di varie centinaia solamente), o la difesa dalla pulizia etnica degli Sciiti Hazaraz, prefigura la catastrofe che spetterebbe ai Copti d’Egitto (una minoranza di sei milioni, in sé immagine sinistra) se la Jihad Islamica dovesse prendere il potere. Questo razzismo di stato, e la biologizzazione delle relazioni sociali, sono caratteristiche di una fra le dimensioni della modernità capitalistica, il suo lato oscuro, esemplificato da Auschwitz, Babi Yar, Dresda e Hiroshima, tutti prodotti quintessenziali dell’alta civiltà capitalistica, ed inseparabili da essa. Lo sviluppo dell’Islamismo testimonia la diffusione delle medesime relazioni sociali e ideologie capitalistiche nel mondo Arabo-Islamico, quantunque in forme storicamente e culturalmente specifiche, che hanno informato il mondo capitalistico nella sua fase di decadenza (o di crisi permanente). Nonostante la rivendicazione del suo progetto politico sia semplicemente ottenere la ritirata dell’Occidente dal suolo della "Nazione Musulmana" (qui reinterpretata biologicamente), e la sua conseguente purificazione, l’Islamismo può solamente sperare di realizzare tale scopo (per quanto vano) cercando di competere col suo nemico occidentale economicamente e militarmente. Tale progetto non significa l’arresto del processo capitalistico nel mondo islamico, ma il suo compimento, la sua apoteosi da

parte dei regimi islamisti stessi. Così il regime di Khomeini in Iran, dopo il rovesciamento dello Shah, ha sviluppato l’industria del petrolio, integralmente collegata all’economia capitalistica globale, e necessitante di un brutale regime di sfruttamento del proletariato, e ha sviluppato industrie e istituti scientifici per la produzione di armi di distruzione di massa per elevarsi al rango di maggiore potenza imperialistica della regione. Gli Ayatollah hanno imboccato la strada dello sviluppo scientifico, tecnologico, economico e militare capitalistico, che, nonostante le loro affermazioni di purezza islamica, completeranno la distruzione del mondo islamico tradizionale del passato iraniano. Gli stessi imperativi sono al lavoro nella branca sunnita dell’Islamismo rappresentata da al-Qaeda, sebbene sia solamente un proto-stato. Il progetto di Bin Laden di estirpare l’imperialismo Occidentale dal suolo della nazione musulmana sembra implicare due obiettivi a breve termine: usare il regime talibano in Afghanistan come testa di ponte per destabilizzare il regime laico pakistano, assumere il potere di stato in Pakistan, e con esso una potenzialità nucleare sulle cui basi progettare un potere "islamico", rovesciare il regime saudita, dipendente com’è quest’ultimo dagli Stati Uniti, e con ciò assumere il controllo della maggior riserva di petrolio nel mondo. (2) La questione non è la probabilità di successo di questo progetto (probabilmente infima), quanto piuttosto la sua natura e il suo contenuto di classe propriamente capitalistici. Una potenzialità nucleare (la Bomba islamica), e il controllo del petrolio, richiedono una tecnologia, una scienza e rapporti sociali tipicamente capitalistici, contro i quali gli Islamisti a parole inveiscono, ma che sono inseparabili dall’Islamismo come movimento e progetto politico. Nell’analizzare l’Islamismo come fenomeno politico è necessario concentrarsi su tre elementi distinti ma collegati: le condizioni socio-economiche che alimentano il fertile suolo all’interno 75


del quale una tale ideologia e movimento politico possono afferrare e conquistare il sostegno popolare; le classi e gli strati sociali che sono portatori di questa ideologia e i quadri e la dirigenza di questo movimento; il contenuto di classe di questo fenomeno socio-politico. Le condizioni socio-economiche che generano l’Islamismo sono il depauperamento e la disperazione di masse sradicate da un’esistenza precapitalistica o di villaggio e artigianale, dallo sviluppo del capitalismo, anche se quest’ultimo è incapace di provvedere all’occupazione di una popolazione da poco urbanizzata e in rapida crescita, condannata ad abitare in baraccopoli sorte attorno alle disordinate metropoli capitalistiche, una massa di gente mancante dell’istruzione senza la quale una vita di disoccupazione quasi permanente e di emarginazione è tutto quello che hanno da sperare. Tale è il risultato della traiettoria del capitalismo nel Terzo Mondo in generale, e del mondo arabo-islamico in particolare, e che fornisce le condizioni socio-economiche per la diffusione dell’Islamismo. Le classi e gli strati che alimentano i quadri e la dirigenza dei movimenti islamisti sono i piccolo borghesi e gli intellettuali. Non è una coincidenza se l’ideologo e l’organizzatore di al-Qaeda (il braccio destro di Bin Laden) Ayman el Zawahiri, era un importante chirurgo, il rampollo di una famiglia di punta dell’intellettualità egiziana. Mentre il sostegno popolare dell’Islamismo deriva dai molto poveri, la dirigenza e i quadri di questo movimento sono altamente istruiti, un prodotto del mondo laico della medicina e dell’ingegneria, per esempio. (3) Tuttavia la classe d’origine dei quadri o della dirigenza di un movimento politico, non determina il suo contenuto di classe. L’elemento più cruciale in un’analisi dell’Islamismo, come abbiamo sostenuto più sopra, è capitalistico nella sua natura di classe; un’espressione o una manifestazione del capitalismo in condizioni storiche e culturali determinate:

il mondo arabo-islamico nell’epoca del capitale globale e dell’egemonia statunitense. L’Islamismo è la reazione violenta e brutale a quella egemonia, un’egemonia che preannuncia la morte di massa o la brutale oppressione per i popoli di quella terra, un risultato che può essere prevenuto solamente da una lotta di classe per rovesciare la relazioni sociali capitalistiche stesse che l’hanno generata e della quale l’Islamismo è la corrente manifestazione locale. Mac Intosh Note: 1).Tutte queste tre forme di nazioni araboislamiche sono integralmente collegate alla traiettoria del capitalismo, in quanto questo assoggetta il mondo agli imperativi della produzione di valore: il nazionalismo liberale nella fase ascendente del capitalismo; il socialismo arabo nella fase fordista di produzione capitalistica; e l’Islamismo all’impatto del post-fordismo e della globalizzazione che ora regna sovrana. Una questione che vale la pena porre, malgrado, o forse a causa dell’opposizione di massima al nazionalismo della Sinistra Comunista, è se sia mai stato possibile un nazionalismo subalterno, un nazionalismo delle classi sfruttate; se un nazionalismo non completamente legato al progetto del capitalismo sia mai stato possibile. Per esempio, come si devono vedere la ribellione indiana del 1857, la guerra intrapresa da Shamil e dai Ceceni contro la Russia zarista nel XIX secolo, per non citare che due esempi? Furono manifestazioni delle classi subalterne? Non stavano forse al di fuori dell’ambito del capitale? Furono "progressiste" o reazionarie? Marx stesso sembra aver cambiato il suo punto di vista verso la fine della sua vita, nel suo carteggio con Vera Zasulich. Non è un argomento che vale la pena esaminare, sebbene non cambi il fatto che le forme successive del moderno nazionalismo arabo-islamico che stiamo

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qui esaminando, sono tutte manifestazioni del capitale. 2).Questo è anche il caso degli stati confinanti a Nord con l’Afghanistan, Turkmenistan, Uzbekistan e Tajikistan, tutti prossimi al Mar Caspio ricco di petrolio, e tutti aventi propri movimenti islamisti con stretti legami con al-Qaeda. 3).Non dovrebbe sorprendere che il leader dell’Islamismo in Giordania, Laith

Shubaylat, è stato in precedenza a capo del sindacato degli ingegneri. Queste sono le classi e gli strati sociali dai quali la dirigenza e i quadri dei movimenti nazionalistici sono tipicamente estratti allorché quei movimenti furono liberali, quando furono laici, ed ora che sono islamici.

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Essere radicale vuol dire cogliere le cose alla radice. Ma la radice, per l'uomo, è l'uomo stesso. Karl Marx 1844

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Prospettiva internazionalista  

antologia di scritti del gruppo Prospettiva Internazionalista

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