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Il fallimento della classe lavoratrice A.Pannekoek, 1946

Perché le classi lavoratrici hanno mancato al loro compito storico? Il problema è stato posto. Perché non hanno resistito ad esempio al nazionalsocialismo in Germania? Perché non vi è traccia d’un qualsiasi movimento rivoluzionario tra i lavoratori in America? Che cosa è accaduto della vitalità sociale della classe lavoratrice del mondo? Perché le masse di tutto il mondo non sembrano più capaci di avviare nulla di nuovo che tenda allo loro auto-liberazione? Un poco di luce può contribuirsi a tali problemi con le considerazioni che seguono. E’ facile chiedersi: perché i lavoratori non si son sollevati contro il fascismo minacciante? Per combattere occorre avere un obiettivo positivo. Due alternative si opponevano al fascismo sorgente. L’una, mantenere il vecchio capitalismo, o tornare ad esso – con la disoccupazione, le sue crisi, la sua corruzione, la sua miseria- mentre ad esempio il nazionalsocialismo tedesco si presentava come il regno del lavoro, anticapitalistico, senza disoccupazione, il regno della grandezza nazionale, d’una politica comunitaria. L’altra: procedere ad una rivoluzione sociale. Così la questione più profonda è questa: perché i lavoratori tedeschi non hanno fatto la loro rivoluzione? Ebbene: essi avevano sperimentato una rivoluzione nel 1918. Ma essa aveva insegnato che né il Partito Socialista né i Sindacati erano gli strumenti della loro liberazione. Ambedue si erano dimostrati anzi nei fatti strumenti per la restaurazione del capitalismo. Che cosa dunque potevano fare i lavoratori? Nemmeno il Partito Comunista mostrava loro una strada: propagava il sistema russo del capitalismo di Stato, con la sua mancanza anche maggiore di libertà. Avrebbe potuto essere altrimenti? L’obiettivo dichiarato del Partito Socialista in Germania –e quindi in tutti gli latri paesi- era il Socialismo di Stato. Secondo il programma, la classe lavoratrice doveva conquistare il dominio politico, e poi mediare il suo potere sopra lo Stato doveva organizzare la produzione in un sistema economico pianificato e diretto dallo Stato. Il suo strumento doveva essere il Partito Socialista, sviluppatosi in un enorme corpo di trecentomila membri, con un milione di membri dei Sindacati e tre milioni di elettori che li seguivano, diretti da un grosso apparato di politicanti, di agitatori, di direttori di giornale, tutti ansiosi di prendere il posto dei vecchi dominatori sociali. Essi avrebbero dovuto quindi, secondo il programma, espropriare per vie legali la classe capitalista, e poi organizzare il produzione in un sistema pianificato a direzione centralizzata.


E’ chiaro che con un tale sistema i lavoratori, per quanto il loro pane quotidiano possa apparire assicurato, solo imperfettamente liberati. I piani superiori della società sono cambiati, ma le fondamenta, quelle che sostengono l’intero fabbricato, rimangono le stesse di prima: officine con lavoratori salariati sottoposti al comando di direttori ed amministratori. Ben lo descrive un socialista inglese, G.D.H. Cole (che dopo la prima guerra mondiale influenzò fortemente le Trade Unions nel senso del socialismo, mediante i suoi studi sul Socialismo delle Ghilde ed altre riforme del sistema industriale). Egli dice. “L’intero popolo non sarebbe capace di amministrare un’industria, come non né è capace l’intero corpo degli azionisti d’oggi… Sarebbe necessario, nel socialismo così come è nel capitalismo su larga scala, affidare l’amministrazione e la direzione dell’impresa industriale ad –espertistipendiati, scelti per le loro conoscenze specializzate e per l’abilità in speciali rami di lavoro… Non v’è ragione di supporre che i metodi per la nomina dei vari dirigenti nelle industrie specializzate sarebbero molto diversi da quelli ora in uso per le imprese capitalistiche grandi… Non v’è ragione di supporre che la socializzazione di qualsiasi industria porterebbe grandi mutamenti nel suo personale direttivo”. Così i lavoratori avrebbero nuovi padroni in luogo dei vecchi padroni. Padroni buoni ed umani in luogo dei padroni rapaci di oggi. Nominati da un Governo socialista, o magari scelti dai lavoratori stessi. Ma comunque –padroni-. Che una volta scelti debbono essere ubbiditi. I lavoratori non sono padroni delle – loro- officine, non sono padroni dei mezzi di produzione. Sopra di essi sta il potere di –comandare- di una burocrazia statale di capi e amministratori. Una tale condizione di cose può attirare i lavoratori finchè essi si sentano senza forza di fronte alla potenza del capitalismo: così nel loro primo sollevamento durante il diciannovesimo secolo fu quello il loro scopo. Essi non erano forti abbastanza per scacciare i capitalisti dal comando delle istallazioni produttive: quindi la loro via di uscita fu il socialismo di Stato, un Governo di socialisti che espropriassero i capitalisti. Ora i lavoratori cominciano ad accorgersi che il socialismo di Stato significa nuovi vincoli, ed essi si trovano dinnanzi al difficile compito di definire e di costruire nuove strade. Il che non è possibile senza una profonda rivoluzione d’idee, accompagnata necessariamente da molta lotta interiore. Non deve quindi stupire se nel frattempo il vigore del combattimento si affievolisce, se i lavoratori esistano, se son divisi ed incerti, se pare abbiano perduta la loro energia. E’ infatti chiaro che il capitalismo non può essere distrutto da un mutamento nelle persone che comandano, ma soltanto dalla abolizione della funzione stessa del comando. La libertà reale dei lavoratori consiste nella loro diretta padronanza sopra i mezzi di produzione. Essenziale per la futura libera comunità del mondo non è che i lavoratori vi abbiano sufficiente cibo, ma che dirigano essi stessi, collettivamente, il loro lavoro.


Perché il contenuto reale della loro vita sta nel loro lavoro produttivo: il mutamento fondamentale non è nel campo passivo del consumo ma nel campo attivo della produzione. Sorge ora dinnanzi ai lavoratori il problema di come unire libertà ed organizzazione; come combinare la padronanza dei lavoratori sul lavoro con il collegamento di tutto questo lavoro in un insieme sociale ben pianificato; come organizzare la produzione, in ogni officina e nell’insieme dell’economia del mondo, in modo che effettivamente i lavoratori stessi, come parte di una comunità collaborante, regolino direttamente il loro lavoro. Padronanza sulla produzione significa che il personale tutto di ciascuna officina, i gruppi degli operai dei tecnici e degli esperti che con il loro lavoro collettivo fan camminare l’officina e mantengono in azione l’apparato tecnico, siano nello stesso tempo essi stessi gli amministratori ed i direttori. L’organizzazione in un insieme sociale è allora compiuta dai delegati delle singole fabbriche, cioè i cosiddetti Consigli di Fabbrica (o consigli dei lavoratori) i quali insieme discutono e decidono per gli affari comuni. Lo sviluppo di una tale organizzazione di Consigli autonomi darà la soluzione del problema. Ma tale sviluppo è un processo storico che prenderà molto tempo e che richiede un profondo mutamento di visione e carattere. Questa nuova visione di un libero comunismo comincia appena ora a far presa sulle menti dei lavoratori. E cosi noi cominciamo a comprendere perché i promettenti movimenti di prima dei lavoratori non potevano aver successo. Quando ci si pongono scopi troppo ristretti non vi può essere alcuna liberazione effettiva. Per questo il movimento socialista tedesco, incapace di provvedere i lavoratori con armi potenti abbastanza per combattere con buon esito il potente capitalismo monopolistico, doveva soccombere. La classe lavoratrice doveva cercarsi nuove strade. Ma la difficoltà di districarsi dalla rete degli insegnamenti socialisti, imposti dai vecchi partiti e dai vecchi slogans, la rese impotente contro il capitalismo aggressivo, e generò un periodo di declino continuo, indicante il bisogno di un nuovo orientamento. Si vede cosi che ciò che viene chiamato il fallimento della classe lavoratrice è in effetti il fallimento dei suoi ristretti scopi socialisti. La lotta reale per la liberazione deve ancora cominciare. Visto in questa luce, ciò che è noto come il movimento operaio del secolo che sa alle nostre spalle è stato soltanto una serie di scaramucce di avanguardie. Gli intellettuali, abituati a ridurre le lotte sociali nelle formule più astratte e ristrette, tendono a sottovalutare lo scopo tremendo della trasformazione sociale che ci sta dinnanzi. Ed essi pensano quanto sarebbe facile mettere il giusto nome nell’urna elettorale. Ma dimenticano quale profonda rivoluzione interiore deve accadere nelle masse lavoratrici; quale ammontare di chiarezza mentale, di solidarietà, di perseveranza, di coraggio di fiero spirito combattivo, occorre per vincere l’immensa potenza fisica e spirituale del capitalismo. I lavoratori del mondo nel nostro tempo hanno due grandi nemici, due potenze capitaliste ostili e oppressive in azione contro di essi: il capitalismo monopolistico dell’America e dell’Inghilterra, ed il capitalismo di Stato in


Russia. Il primo sta spostandosi verso la dittatura sociale camuffata in forme democratiche. Il secondo proclama apertamente la dittatura, prima d’ora qualificandola –del proletariato-, ciò che ora comunque nessuno crede più. Quello con l’aiuto del programma socialista dei Partiti socialisti, questo con gli slogan sonori ed i bassi trucchi dei Partiti Comunisti, cercano di mantenere i lavoratori in condizione di gregari ben allenati ed ubbidienti, che agiscono solo la comando dei capi del Partito. La tradizione di lotte gloriose del passato aiutano a mantenerli dipendenti spiritualmente da idee ormai fuori uso. E nella competizione per il dominio sul mondo, ambedue cercano di mantenere i lavoratori nel loro laccio. Gridano forte qui contro il capitalismo, là contro la dittatura. Nella resistenza ad ambedue che sta ora risvegliandosi, i lavoratori cominciano ad accorgersi che possono battersi con successo solo aderendo al principio che è esattamente opposto ad entrambe, e proclamandolo con chiarezza. E’ questo il principio della collaborazione tra libere ed uguali personalità. Ed è compito dei lavoratori trovar la via perché questo principio possa diventare efficace nella loro azione pratica. La principale questione che si presenta ora qui è se vi siano segni di uno spirito combattivo, esistente o in atto di risvegliarsi, nella classe lavoratrice. Non dobbiamo così abbandonare il campo delle lotte tra i partiti politici, ora soprattutto volte a ingannare le masse, e volgersi al campo degli interessi economici –dove i lavoratori combattono intuitivamente la loro più aspra, per le loro condizioni di vita. Ci accorgiamo che con lo svilupparsi delle piccole aziende capitalistiche in grandi aziende, i Sindacati, le Trade Unions, han cessato di essere strumenti di combattimento per i lavoratori. Queste organizzazioni diventano nel nostro tempo sempre più gli organi mediante i quali il capitale dei monopoli detta le proprie condizioni alla classe lavoratrice. Quando i lavoratori cominciano ad accorgersi che i Sindacati non possono più dirigere la loro lotta contro il capitale, allora essi si trovano dinnanzi il compito di trovare e di praticare nuove forme di combattimento. Queste nuove forme sono gli scioperi spontanei, quelli che capitalisti e Sindacati assieme chiamano –scioperi arbitrari-. Con questi scioperi i lavoratori si scrollano di dosso la direzione dei vecchi capi e delle vecchie organizzazioni; prendono l’iniziativa nelle loro mani; e son essi che cosi debbano trovare i tempo e i modi di agire, prender le decisioni, fare tutto il lavoro di propaganda, di estensione –in somma, dirigere essi stessi la loro azione. Questi scioperi irregolari sono esplosioni spontanee, l’espressione pratica genuina della lotta di classe contro il capitalismo, seppure ancora privi di scopi più vasti; essi dan corpo ad un carattere nuovo che è già nelle masse ribelli: autodecisione invece della decisione dei capi, fiducia in sé invece di ubbidienza, spirito combattivo invece dell’accettazione di ordini dall’alto, solidarietà ed unità infrangibili con i compagni invece del dovere imposto dall’appartenenza del Sindacato. E il gruppo agente nello sciopero è naturalmente lo stesso gruppo che agisce nel quotidiano lavoro produttivo, il


personale dell’officina, della fabbrica, del magazzino; ed è il lavoro comune, l’interesse comune contro il comune padrone capitalista, che li conduce ad agire insieme, come un unico solido corpo. E’ cosi che in queste discussioni e decisioni si trovano cooperanti effettivamente verso uno scopo comune tutte le capacità individuali, le forze di carattere e di mente di tutti i singoli lavoratori, esaltate e tese al loro massimo. Noi possiamo vedere negli scioperi spontanei il principio di un nuovo orientamento pratico della classe lavoratrice, una nuova tattica, il metodo dell’azione diretta. Essi costituiscono l’unica ribellione attuale dell’uomo contro il mortifero peso vincolante del capitale che domina il mondo. E’ certo che, essendo tali scioperi soprattutto su piccola scala, in gran parte vengono spezzati, non hanno alcun successo –sono semplici avvertimenti di messa in guardia. La loro efficienza prossima dipende dall’estendersi a masse sempre più grandi: solo il timore di tale indefinita estensione può obbligare il capitale a fare concessioni. Se la pressione dello sfruttamento capitalistico diventa più vasta e pesante –del che possiamo esserne certi- saranno sollevate sempre nuove resistenze, e finiranno per comprendere davvero grandi masse. Allora, quando la resistenza acquisti tali dimensioni da disturbare seriamente l’ordine sociale esistente, cioè quando i lavoratori attaccheranno il capitalismo nella loro sua vera essenza, la padronanza sulla fabbrica, allora essi dovranno affrontare la potenza dello Stato con tutte le sue risorse. Allora il loro sciopero dovrà assumere un carattere politico, ed essi saranno portati ad allargare la loro visione sociale, ed i comitati di sciopero –in cui prenderà corpo la loro comunità di classe- assumeranno più vaste funzioni sociali, prendendo il carattere di Consigli di lavoratori. Ed allora comincerà ad apparire la rivoluzione sociale, la distruzione del capitalismo. Vi sono ragioni per attendere un tale sviluppo rivoluzionario nel tempo prossimo, attraverso condizioni che ci mancavano nel passato e ci mancano tuttora? Sembra che noi possiamo indicare con qualche probabilità tali condizioni. Troviamo negli scritti di Marx questa idea: un sistema di produzione non perisce finche non abbia sviluppate tutte le sue possibilità innate. Noi cominciamo ora ad accorgerci, per la persistenza del capitalismo, che v’è in quella idea qualche verità più profonda di quanto abbiamo supposto finora. Finchè il sistema capitalista può alimentare e tenere in vita le masse della popolazione, esse non avvertono nessuna stringente necessità di liberarsene. Ed è capace di riuscirvi finchè può seguitare a crescere e ad estendere il suo reame sopra parti di mondo sempre più ampie. Ne consegue che, restando finora metà della popolazione del mondo al di fuori del capitalismo, il suo compito non è finito. Le molte centinaia di milioni d’esseri umani ammassati nelle fertili pianure del’Asia orientale e meridionale vivono ancora in condizioni pre-capitalistiche. Perciò l’impresa capitalistica, specialmente in America, può ancora prosperare ed espandersi, finchè quelle


popolazioni possono alimentare un mercato che debba essere provvisto di locomotive e rotaie,, di camions, di macchine e di officine. E’ per questo che d’ora innanzi la rivoluzione mondiale dipende dalle classi lavoratrici d’America. Questo significa che la necessità della lotta rivoluzionaria si imporrà da sé quando il capitalismo comprenda l’insieme dell’umanità, cioè quando sia ostacolata una ulteriore o consistente espansione. E la minaccia di distruzione totale che si presenta in quest’ultima fase del capitalismo farà della lotta una necessità di tutte le classi produttive della società, i contadini e gli intellettuali così come gli operai. Quanto è stato qui condensato in poche frasi esprime un processo storico estremamente complicato che riempie de sé un’epoca di rivoluzione preparata ed accompagnata da lotte spirituali e da mutamenti fondamentali nelle idee di base. Questi sviluppi dovrebbero essere oggetto di studio accurato per tutti coloro che vedono l’avvenire dell’umanità nel comunismo senza dittatura, nella società che si organizza sulla base d’una libertà orientata in senso comunitario.


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