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Quaderno N.1

AUTUNNO 2011-Bologna

- PRECARIETA’ E DIMENSIONE METROPOLITANA - AUTONOMIA E ORGANIZZAZIONE


Precarietà e dimensione metropolitana L’accumulazione flessibile Saper leggere il presente vuol dire innanzitutto prendere coscienza di cosa è oggi l’accumulazione flessibile, cioè l’attuale modello di produzione capitalista. Dove gli elementi spazio-tempo si interconnettono in modo sempre più dinamico. L’accumulazione flessibile non é nuova accumulazione ma una velocizzazione nello spazio-tempo del processo di accumulazione. Partiamo dalla definizione di David Harvey : “Il mercato del lavoro ha conosciuto una radicale ristrutturazione attraverso contratti di lavoro resi flessibili per soddisfare i bisogni specifici di ciascuna azienda. Il dato centrale è l’abbandono dell’occupazione regolare a favore di lavori a tempo parziale, temporaneo, in subappalto.. Ne risulta una struttura del mercato del lavoro che vede al centro un nucleo in diminuzione di lavoratori a tempo indeterminato e garantiti con buone prospettive di carriera e riqualificazione professionale e una periferia formata da due sottogruppi di lavoratori a tempo pieno con capacità ampiamente disponibili sul mercato del lavoro (lavoratori manuali, di routine, impiegati…), con minori capacità di carriera e ad alta rotazione e un gruppo di lavoratori flessibili, part time, occasionali, etc. in notevole crescita. Il cambiamento più radicale riguarda la crescita del subappalto e del lavoro temporaneo. La trasformazione ha riguardato anche l’organizzazione industriale (subappalto e reti di network) che mettono in crisi le forme organizzative della classe operaia. L’organizzazione industriale diventa di tipo paternalistico. La coscienza di classe si sposta dal rapporto diretto capitale-lavoro ai “conflitti interfamiliari e di clan” che reggono relazioni sociali gerarchiche (la piccola fabbrica a gestione familiare che lavora su ordinazione con il capitale multinazionale).” La crisi della modernità (D.J. Harvey) “L’accumulazione flessibile sembra quindi essere una semplice coordinazione delle due strategie fondamentali di acquisizione del plusvalore descritta da Marx: 1. Acquisizione di plusvalore assoluto, basata sull’estensione della giornata di lavoro in relazione al salario necessario per garantire la riproduzione della classe operaia (orario più lungo, erosione del salario reale, spostamento del capitale aziendale in regioni a basso salario). 2. Acquisizione di plusvalore relativo, attraverso cambiamenti tecnologici ed organizzativi che permettano profitti dovuti all’abbassamento dei costi dei beni che definiscono il livello di vita dei lavoratori. Porta in primo piano l’importanza di una forza lavoro estremamente specializzata e con una capacità di comprensione e gestione delle nuove modalità tecnologiche e di orientamento al mercato. Le due strategie si combinano: l’uso di nuove tecnologie libera eccedenze di forza lavoro che permettono l’uso di strategie di acquisizione di plusvalore assoluto e la diffusa rinascita di sistemi di lavoro domestici, familiari, paternalistici.” La crisi della modernità (D.J. Harvey) Quindi riprendendo la schematizzazione proposta da Harvey possiamo enunciare le caratteristiche principali dell’attuale fase dell’accumulazione flessibile. Nell’accumulazione flessibile: il capitale ha rotto i limiti di spazio contraendo il tempo di produzione e circolazione del plusvalore. L’organizzazione del processo produttivo opera con una divisione sociale del lavoro diffusa nello spazio in cui ai tradizionali metodi di controllo tecnici gerarchici si aggiunge la capacità di gestire i meccanismi di mercato. Gli strumenti e le specificità principali sono: -La capacità di acquisizione e uso dell’informazione in tempo reale e standardizzata attraverso l’uso di tecnologie informatiche;


-La socializzazione spinta della produzione tramite il decentramento le esternalizzazioni e la riorganizzazione del processo produttivo complessivo in unità orizzontali controllate da gerarchia mediata dal mercato. Nella divisione sociale del lavoro, così determinata, la singola unità produttiva passa dalla dimensione di reparto di una fabbrica a fabbrica essa stessa, con produzione specializzata ma facilmente convertibile. Questi semplici accorgimenti riorganizzativi hanno agito da “influenze antagonistiche che contrastano o neutralizzano l’azione della legge generale” della caduta del saggio di profitto. Infatti il capitale con l’accumulazione flessibile acquisisce maggiore capacità di reagire velocemente alla variabilità dei mercati con modificazioni rapide degli assetti economici e produttivi. Questo è fatto grazie alla esternalizzazione, standardizzazione dei processi e dei prodotti e alla cartolarizzazione dei titoli di proprietà. Questi fattori facilitano le dismissioni e i nuovi avviamenti di singole unità produttive. Inoltre la singola unità produttiva anche se limita la gamma dei prodotti riduce la variabilità e l’alea dei profitti perché ha un mercato settorialmente e geograficamente diversificato. Con la specializzazione risultante dalla riorganizzazione dei processi produttivi le economie di scala sono tarate sull’intero mercato e non sulla singola fabbrica o settore. Aspetto ancora più significativo è la possibilità di concentrare il singolo capitale nella porzione del processo produttivo che realizza il maggior profitto, notoriamente le fasi progettuali e a più alto contenuto tecnologico. Inoltre si assiste al proliferare delle funzioni dirigenziali necessarie alle diverse unità produttive con l’estensione del ceto medio (che con l’attuale stagnazione derivante dalla crisi continua a essere oggetto di un declassamento reddituale), e contemporaneamente, nei paesi più industrializzati, a un forte risparmio di manodopera nei settori industriali con un crescente spostamento di occupazione nella circolazione. Il capitale finanziario ha vissuto un processo inverso, infatti grazie a una crescente centralizzazione si confronta con un capitale fisso e variabile di ordini di grandezza inferiori. Questo riduce i limiti alla speculazione, e alla massimizzazione dei profitti da essa realizzata, insiti nel ciclo di valorizzazione del capitale fisso e variabile. Per quanto non perfetta tale categoria ci sembra più appropriata di quella, più diffusa, di postfordismo, che definisce solo in negativo, ci dice che la realtà attuale vien dopo un’altra e riduce la fase precedente agli aspetti connessi all’organizzazione del lavoro, necessari per l’affermarsi dello ”stato sociale” keynesiano, trascurando, inoltre, come produzioni tutte fordiste occupino masse operaie crescenti delle aree di nuova industrializzazione. Nella fase attuale l’ accumulazione flessibile è caratterizzata dalla stagnazione dell’accumulazione e dalla flessibilità nella produzione, infatti,l’incapacità di un cospicuo aumento della produttività ha dato un freno alla accumulazione nel momento in cui il tempo ormai contratto della circolazione ha raggiunto il suo limite, rendendo inefficace le cause antagoniste alla caduta del saggio medio di profitto.. La tendenza alla caduta del saggio medio di profitto non provoca il crollo del capitalismo automaticamente, ma spinge il capitale ad un processo rivoluzionario radicale, che riguarda le basi stesse del modo di produzione. Questo significa che la rivoluzione industriale che parte dalla crisi degli anni '70, trasforma radicalmente il modo di produzione capitalistico, con l'automazione del controllo sul lavoro. Possiamo schematizzare questa trasformazione nel modo seguente: a) La sottomissione formale del lavoro al capitale, passò attraverso l'industrializzazione, cioè l'originaria automazione della capacità manuale (gli strumenti, la manifattura). b) La sottomissione reale del lavoro al capitale, passò attraverso la prima rivoluzione industriale, cioè l'automazione del moto (le macchine, la fabbrica). Il modello fordista-keynesiano porta al pieno sviluppo questa fase. c) L'accumulazione flessibile rappresenta una nuova rivoluzione industriale, che passa attraverso l'automazione del controllo, l'incorporazione della scienza (Marx lo chiama General Intellect) nel capitale fisso. Una precisazione però è da fare: l'automazione del controllo significa automazione delle funzioni fisiche del cervello (calcolo logico e memoria) non delle attività mentali ideative volontarie. La creatività in senso stretto rimane off-limits per la tecnologia informatica, e abbiamo buone


ragioni per credere che lo rimarrà sempre. A dispetto di tutte le cyber-ideologie informatiche, è fondamentalmente errato, da un punto di vista materialistico, parlare di “Intelligenza Artificiale”, in quanto nessuna macchina, per quanto sofisticata -proprio perché basata su una logica formale, che esclude le contraddizioni- può riprodurre la dialettica del pensiero umano, almeno fino a quando non verranno prodotti quelli che la letteratura fantascientifica chiama “replicanti”, cioè macchine che imitino in tutto e per tutto l’uomo. Con l'estensione alle funzioni di controllo, la prevalenza del lavoro morto sul lavoro vivo compie un salto di qualità, acuendo l'antitesi fra sviluppo delle forze produttive e rapporti sociali di produzione. Infatti, questo significa la fine del lavoro "in cui l'uomo fa ciò che può lasciar fare alle cose in vece sua". Mentre la forza-lavoro resta l'unica merce il cui consumo crea valore. Questa contraddizione impone al capitale nuove forme di comando sul lavoro. L’accumulazione flessibile nell’attuale fase è quindi la fine dell'accumulazione di capitale fisso di lungo periodo, la fine degli investimenti a lungo termine e la loro quasi integrale sostituzione con investimenti occasionali miserandi e, soprattutto, con l'investimento in capitale puramente speculativo anche e soprattutto da parte dei capitalisti produttivi. La precarizzazione del lavoro non è altro che l'aspetto della precarizzazione dell'intero sistema economico, dove emergono non tante nuove figure ma acquisiscono una maggiore dinamicità sociale. L’esercito industriale di riserva Marx nella legge generale e assoluta dell’accumulazione capitalista (1) spiega come l’esercito industriale di riserva, incrementa contemporaneamente il volume assoluto della classe lavoratrice e la forza produttiva del suo lavoro. L’esercito industriale di riserva viene suddiviso da Marx in tre forme definite dal rapporto fluttuante tra occupazione/non occupazione: fluido, latente e stagnante. Con fluido intendeva i lavoratori non più giovani, prima impiegati in rami d’industria che li espellono con l’aumentare dell’età. Lavoratore che “(…) precipita nelle file degli operai in soprannumero oppure viene spinto da un grado più alto a un grado più in basso”. Possiamo oggi identificare questo settore con tutti quei lavoratori espulsi dall’organizzazione del lavoro legata ai vecchi concentramenti industriali e non solo, che per reinserirsi nell’attuale contesto lavorativo sono costretti a ricollocarsi attraverso la precarietà, la flessibilità e la bassa qualifica. Ne sono parte a tutti gli effetti i lavoratori in cassa-integrazione e mobilità. Con latente, definiva “una parte della popolazione rurale”, quella che “si trova costantemente sul punto di passare fra il proletariato urbano (…), e in agguato per acciuffare le circostanze favorevoli a questa trasformazione.” Questa popolazione rimane latente fino a quando “(…) i canali di deflusso si schiudono in maniera eccezionalmente larga. L’operaio agricolo viene perciò depresso al minimo del salario e si trova sempre con un piede dentro la palude del pauperismo.” Oggi il rapporto città/campagna possiamo rivederlo nella migrazione ancora esistente dal sud al nord d’Italia e nella immigrazione extra-nazionale. Con stagnante identificava “(…) una parte dell’esercito operaio attivo, ma con un’occupazione assolutamente irregolare.(…) Le sue caratteristiche sono: massimo tempo di lavoro e minimo di salario.” Oggi è quindi quella massa di lavoratori atipici, ormai “tipici” nell’estensione della contrattualistica precaria. Quindi lo stesso esercito di riserva rappresenta una porzione di lavoro latente o direttamente occupato nella precarietà. Così come al tempo di Marx la categoria statistica era il pauperismo (povertà), oggi troviamo la disoccupazione, introdotta con l’avvento del keynesismo. Entrambe la categorie statistiche presentano il capitalismo come un sistema perfetto, pauperismo e disoccupazione sono letti come ritardi nello sviluppo, come un cattivo funzionamento del sistema. Al contrario per Marx, l’esercito industriale di riserva e la sua pauperizzazione sono un tratto distintivo, non eliminabile, del processo di accumulazione capitalista. L’accumulazione flessibile ci porta a ragionare delle modificazioni nel rapporto tra occupazione e non-occupazione. La domanda di lavoro (compreso l’auto-impiego) è determinata dal livello di


investimento e dal lavoro che si richiede per mettere a funzionare le macchine. Un tratto dell’economia capitalista è che la domanda di lavoro è sempre inferiore all’offerta di lavoro, e la “disoccupazione” diventa tratto permanente del funzionamento del sistema. Questo anche perché il capitalismo non può funzionare senza meccanismi di coercizione sui lavoratori: ricatto occupazionale, precarizzazione, ecc… Oggi l’esercito di riserva aumenta nei paesi centrali con l’addizione di immigrati alla popolazione attiva. In questi paesi negli ultimi anni, lo scarso recupero di produttività associato a un cambiamento tecnico del capitale fisso, concentrato nei punti dei processi produttivi caratterizzati da una maggiore creazione di plusvalore, ha spinto in alto la composizione organica del capitale dei settori tecnologicamente avanzati con il risultato di una maggiore riduzione della richiesta di lavoro e dell’occupazione. La domanda di lavoro si è principalmente contratta nel manifatturiero e nei settori con maggiore capacità di creazione di plusvalore relativo, determinando saggi di plusvalore insufficienti alla crescita dei profitti. Si spiega in questo modo come con l’accumulazione flessibile si è pervenuti al fenomeno dei working poors (lavoratori pauperizzati), cioè lavoratori che pur con regolare contratto di lavoro percepiscono un salario insufficiente a superare la soglia della povertà, dentro una più generale deregolamentazione dei rapporti di lavoro e occupati in settori più disparati. Accanto quindi ai non-occupati strutturali vi è oggi una massa di persone con lavori precari intermittenti e con una alta mobilità. Si arriva ad una trasformazione dell' esercito industriale di riserva nel settore preponderante della classe lavoratrice, mentre si fanno sempre più frastagliati e mutevoli i confini fra i settori attivi e di riserva. Macchine/tecnologia e lavoro L’aumento dell’esercito di riserva e la relativa pauperizzazione del lavoro, non è da metter in relazione con l’esclusione dei lavoratori a causa dello sviluppo delle macchine. Ogni progresso tecnico si fonda sul fatto che il lavoro diventi più produttivo, che esso cioè in rapporto ad un dato prodotto venga risparmiato. Che la macchina comporti l’esclusione di lavoratori, è un fatto inconfutabile, poiché esso risulta dalla funzione della macchina, come di un mezzo di produzione che risparmia lavoro. L’esclusione dei lavoratori, l’origine dell’esercito di riserva, non è provocato ineluttabilmente dall’avvenimento tecnico dell’introduzione delle macchine, ma dalla valorizzazione (2) insufficiente, che subentra nei livelli progrediti dell’accumulazione, dunque da una causa che risulta esclusivamente dal modo di produzione capitalista nella sua specificità. I lavoratori vengono esclusi, non, perché essi sono soppiantati dalle macchine, ma perché ad un certo livello dell’accumulazione di capitale il profitto diviene troppo piccolo e dunque non rende, e il profitto perciò non perviene a procurare le macchine richieste (3). “la rivoluzione microelettronica ha toccato pochi settori e non in profondità. Nessun mutamento tecnico radicale può essere di natura puramente elettronica. Indem in peggio con le biotecnologie che resta un business piuttosto marginale. Il sorgere di nuovi settori informatici-eletronicitelecomunicativi-biotecnologici, con il relativo boom di investimenti, non ha compensato il declino generale ovvero dei restanti (e tradizionali settori). Il presunto boom degli anni 80 non ha radici nello sviluppo della elettronica bensì nella finanza e nell’espansione creditizia. L’enfasi posta sulla presente rivoluzione microelettronica dimentica precisamente le grandi ondate di crescita e trasformazione tecnico-produttiva del passato. Gran parte dell’apparato produttivo infrastrutturale e scientifico-culturale che il mondo ha oggi a disposizione è stata creata nel periodo di boom della fine della guerra alla metà degli anni 70” (Paolo Giussani, Punti provvisori, doc. ciclostilato) Il mito dello sviluppo tecnologico, nasconde la contraddizione sempre più evidente tra forza produttive e rapporti di produzione, e al tempo stesso nasconde il ruolo di comando che si esercita su di esse. La mitologia della fine del lavoro salariato attraverso lo sviluppo dell’informatica, si è tramutata in nuove fasce di lavoratori salariati, dove il comando sul lavoro se mai è aumentato e non diminuito. Dove esiste massa di precari del terziario, dell’industria, dell’economia grigia esclusi sempre più dalla stessa vita sociale del paese, che diventano lavoratori flessibili dentro uno schema di produzione flessibile incatenati a queste moderne macchine industriali.


La dimensione metropolitana L’accumulazione flessibile si lega al nuovo ruolo dei concentramenti metropolitani, come immagazzinamento di forza lavoro precaria. Se la precarietà non è più elemento secondario, ma diventa elemento centrale dentro il rapporto capitale-lavoro, la dimensione metropolitana propriamente intesa è il paradigma del presente. Il mondo è sempre più piccolo, le zone rurali sono sempre più spopolate, le metropoli sono sempre più estese e connesse fra loro con reti di trasporto e comunicazione. L’accumulazione flessibile, e la relativa produzione flessibile attraverso il binomio flessibilità/precarietà provoca una ulteriore polarizzazione sociale, con la costituzione di nuovi dannati della metropoli, estremamente mobili, accorpando settori di classe operaia “tradizionale”, vari comparti dell’esercito industriale di riserva, in cui confluiscono i working poors, studenti senza prospettive, e fasce di sotto-proletariato dentro meccanismi di lavoro criminale. Fourier e Marx definivano le fabbriche ergastoli, oggi l'ergastolo si estende all'intero territorio metropolitano, questa è la condizione perché l'industria flessibile cresca in termini di produzione di valore riducendosi in termini di occupazione. Anche una cantina di 50 mq. diventa idonea a produrre cavi elettrici per l’industria elettronica, ammassandovi qualche decina di lavoratori, svincolati da ogni tutela legale o contrattuale, da ogni vincolo di continuità del rapporto di lavoro, minimizzando i salari e massimizzando il profitto, cosi come avviene in un call center o in una cooperativa di servizio. Queste forme di nuovo schiavismo industriale sono il motore della competizione capitalistica. La metropoli diventa elemento di immagazzinamento di forza lavoro e al medesimo istante di esclusione sociale. Esclusione sociale accentuata anche dentro i tratti urbani delle metropoli, in quanto vi è una connessione sempre più accelerata degli aspetti legati al tempo e allo spazio del capitale. “In seguito allo sviluppo del capitalismo, nelle città crescono sempre più gli appezzamenti di terreno destinati alla costruzione di banche, depositi e altri palazzi del genere, di palazzi per i grandi commercianti oppure alla costruzione di luoghi di piacere per i ricchi. Gli operai invece nello stesso tempo sono cacciati negli angoli peggiori e più affollati e costretti ad abitare in molti in topaie cadenti, sporche e col tetto sfondato, brulicanti di topi, dove prosperano le malattie contagiose e prive addirittura di aria e sole sufficiente”, (Xu He Trattato di economia politica) Che avrebbe portato di lì a poco, attraverso lo sviluppo dell’accumulazione flessibile a quello che prenderà il nome di gentrificazione. I processi di gentrificazione riguardano le zone con un certo degrado da un punto di vista edilizio e con costi abitativi bassi. Nel momento in cui queste zone vengono sottoposte a “restauro” e “miglioramento urbano”, affluiscono nuovi abitanti ad alto reddito che espellono i vecchi abitanti a basso reddito, i quali non possono più permettersi di risiedervi. In alcuni casi limite si arriva a vere e proprie cittadelle per ricchi militarizzate dove è vietato l’attraversamento dei “poveri”, i soli che possono entrare, oltre ai residenti benestanti, sono i lavoratori di servizio e le guardie armate a protezione della cittadella, come racconta il film messicano La Zona, di Rodrigo Plà del 2007. Già Marx vedeva nella stessa morfologia urbana, attraverso l’agglomeramento degli operai, un presupposto essenziale per realizzare il risparmio che deriva dalla concentrazione dei mezzi di produzione e dalla loro utilizzazione di massa nelle metropoli. Il capitale, scrisse Marx, nei Lineamenti fondamentali, deve “tendere ad abbattere ogni ostacolo locale che si frappone al traffico, ossia allo scambio, e conquistare la terra intera come suo mercato” per arrivare “ad annullare lo spazio per mezzo del tempo”. Il risultato è che il mondo del capitale ha sviluppato la tendenza a produrre una compressione “spazio-temporale”, una realtà in cui il capitale si muove sempre più rapidamente e in cui le distanze di interazione vengono sempre più accorciate, dove la dimensione geografica metropolitana diventa paradigma e tendenza del capitale stesso,perché racchiude questa compressione. Oggi nell’accumulazione flessibile e nella relativa flessibilità produttiva, l’accelerazione della corsa all'addensamento non è motivata dalla scarsezza di spazio, ma dalle esigenze stesse del modo capitalista di produzione, che inesorabilmente spinge avanti la sua scoperta del lavoro in masse di uomini attraverso un rinnovato rapporto tra spazio e tempo. Oggi, con la nuova organizzazione del lavoro basata su una produzione flessibile, adeguata alle oscillazioni del mercato, con le scorte


ridotte al minimo, la metropoli consente di sostituire agli stock di merci, gli stock di forza lavoro. Inoltre la dimensione metropolitana, il suo impetuoso modificarsi sul piano dello spazio, prova a riassorbire il capitale eccedente. La progettazione di spazi vitali e la creazione di una dimora che diventa un ambiente sicuro chiamato casa hanno sul territorio un impatto altrettanto vasto quanto quello prodotto dall’accumulazione del capitale, anche laddove la creazione di tali spazi diventa un importante veicolo per la produzione e l’assorbimento dell’eccedenza. La produzione dell’”urbano”, dove vive oggi la maggior parte della crescente popolazione mondiale, è diventata col tempo sempre più strettamente intrecciata all’accumulazione del capitale, al punto che è difficile dividere l’una dall’altra. Intendiamo quindi la metropoli non come nuovo rapporto sociale capitalista, ma come luogo dove questo rapporto acquisisce nuova importanza. I dannati della metropoli Utilizziamo la categoria di dannati della metropoli perché coglie due elementi sostanziali: la dimensione della esclusione e ghettizzazione, ovvero la precarietà sociale diffusa e il luogo dove si materializza in modo estensivo, la metropoli. Questa definizione, “dannati della metropoli”, volutamente lirica, non impedisce di considerare questi come lavoratori, siano essi legati al settore della produzione o della circolazione o anche esercito industriale di riserva. Fino a trent’anni fa la classe operaia industriale propriamente detta in occidente veniva vista come capace di assumere in sé tutta la classe, e questo era già forse all’ora deficitario rispetto al rapporto che esisteva tra classe operaia ed esercito industriale di riserva. Cosi come esisteva una stratificazione sociale all’interno della stessa classe operaia industriale. Una tale impostazione non si basava su un dato quantitativo, la classe operaia industriale propriamente detta è sempre stata minoranza rispetto all’insieme del proletariato, ma su un dato qualitativo, poiché si riteneva che ricopriva un ruolo d’avanguardia sommando elementi oggettivi, la parte più avanzata del ciclo produttivo, con elementi soggettivi, il settore di classe che si concepiva da un punto di vista politico. Oggi sono le figure del terziario avanzato che di fatto assumono da un punto di vista oggettivo la dimensione più avanzata nel ciclo produttivo allargato su scala mondiale, mentre la produzione industriale propriamente detta lentamente si sta spostando da nord verso sud, da ovest verso est. I lavoratori del terziario avanzato non hanno, però, la capacità di divenire soggetto egemone. In questo agiscono diversi fattori, come ad esempio la parcellizzazione del lavoro che rende più difficoltosa la creazione di una dimensione comune. In questo senso la presunta centralità di un settore rispetto ad un altro diventa difficile da “governare” politicamente, ed è anche per questo che gran parte dell’impianto della sinistra si è oggi arenato. La produttività del lavoro è giunta a un punto in cui gli operai effettivamente attivi nella produzione costituiscono soltanto una minoranza dell’intera classe operaia (se si considera la tendenza), mentre quelli occupati nella circolazione o altrove rappresentano la maggioranza. Ma anche i lavoratori attivi fuori dalla produzione appartengono alla classe lavoratrice. La divisione in classi è determinata dai rapporti di produzione, non dalle trasformazioni della tecnica e dalla divisione del lavoro che ne deriva. Se mai saranno i dannati della metropoli, quelli che maggiormente subiscono la contraddizione di classe ad essere il soggetto principalmente più attivo dentro lo scontro, e hanno il ruolo di rappresentare sul piano della stratificazione sociale una tendenza sempre più maggioritaria legata all’accumulazione flessibile e alla sua accelerazione dovuta ai processi di crisi. Dove la loro stessa parcellizzazione del lavoro può trovare l’elemento di coagulo dentro il binomio metropoli-precarietà, consentendo la sintesi tra operai multinazionali, ovvero quello che resta della produzione industriale classica, ed i working poors essenzialmente del terziario. Ma anche in questo caso rappresentano unicamente una porzione, possibilmente quella predisposta sul piano soggettivo ad esercitare in forma diretta la lotta di classe, perché su di essa si esercitano in modo maggiore meccanismi di esclusione e ghettizzazione. Qualificati non-qualificati Se è sempre esistita una divisione tra lavoratori qualificati e lavoratori non qualificati, oggi una tale distinzione rimane, ma assume una diversa connotazione rispetto alla generalizzazione


della precarietà sociale. Procedendo per semplificazioni possiamo vedere come dall’operaio di mestiere si è passati all’operaio massa, dentro la dimensione fordista dell’organizzazione del lavoro, e da questo si è passati al lavoratore precario nell’accumulazione flessibile. Il tratto pauperistico del lavoro, se nella prima e nella seconda figura era marginale, oggi con la terza assume una dimensione di massa e generalizzata. Ovviamente stiamo estremizzando, in quanto nella realtà concreta sono sempre esistiti settori diversi di lavoratori salariati, qualificati e non qualificati. Accanto all’operaio di mestiere esisteva una massa di lavoratori non qualificati, la stessa cosa si può vedere con il sopraggiungere dell’operaio massa, che se rispetto al primo diventava la porzione non qualificata, con lo sviluppo dell’economia di regolamentazione keynesiana perdeva i tratti pauperistici (4). Ai margini rimanevano, anche in questo caso, larghe fasce di lavoratori pauperizzati non appartenenti né alla prima né alla seconda categoria. Nell’accumulazione flessibile il lavoratore anche quando ha qualifiche alte subisce dentro la produzione flessibile meccanismi di pauperizzazione cosi come quello non qualificato. Oggi anche un ricercatore universitario può trovarsi a lavorare in un supermercato in un attimo, cosi come un operaio edile può passare in modo altrettanto rapido a lavorare in un call center. In entrambi i casi il tratto distintivo è la precarietà contrattuale in un contesto di produzione flessibile. Se la divisione del lavoro capitalista determinata da precisi meccanismi legati all’accumulazione del capitale offre, non solo ai diversi capitali ma anche ai diversi gruppi di lavoratori, la possibilità di affermare interessi specifici in seno ai rapporti di classe esistenti, questo produce una dinamica fondata su contraddizioni di classe, ma rappresenta anche accanto all’interesse di classe, anche particolari interessi professionali. Questa polarizzazione di interessi tra classi e nella classe, trova nell’attuale montare del binomio generalizzazione della precarietà-dimensione metropolitana e processi di crisi in atto inedite forme di polarizzazione sociale. La generalizzazione della precarietà La generalizzazione della precarietà viene ampliata dentro gli attuali contesti di crisi attraverso una tendenziale pauperizzazione assoluta, sul piano quantitativo: potere di acquisto sempre più debole e livello di vita sempre più basso, sul piano qualitativo: l’alienazione del lavoratore rispetto alla società. La pauperizzazione assoluta è un aspetto della legge di accumulazione capitalista e della sovrappopolazione relativa (5). La crisi del capitalismo spinge i capitalisti a sfruttare ancor più il lavoro salariato, perché il loro obiettivo è recuperare le quote di profitto che la crisi brucia. La crisi provoca inesorabilmente una recessione economica, la diminuzione della produzione, la chiusura di fabbriche e aziende, e quindi l’estromissione dalla produzione - dai posti di lavoro - di masse sempre più imponenti di proletari. L’esercito industriale di riserva aumenta progressivamente: più viene accumulato capitale, più aumenta la produttività del lavoro di ogni singolo lavoratore salariato, più cresce la quantità di operai in «esubero», più cresce la precarietà del posto di lavoro e del salario, più cresce la non-occupazione. Si forma così in ogni paese una enorme massa di proletari non impiegati nelle attività economiche capitalistiche, una sovrapopolazione relativa, il famoso esercito industriale di riserva, una massa crescente di lavoratori precari, fluttuanti tra occupazione e non occupazione, la cosiddetta generalizzazione della precarietà. Un ulteriore tratto della generalizzazione è la scomposizione produttiva e sociale che il meccanismo dell’accumulazione flessibile porta con sé. Si mantiene la parcellizzazione della catena di montaggio, mentre si assiste ad una massiccia delocalizzazione della produzione, toccando quindi non solo gli aspetti legati alle mansioni del lavoro, ma anche alla stessa localizzazione della produzione. Non è il modello industriale che sparisce ma si dilata dentro lo spazio-tempo, investendo sempre minor tempo e una capacità spaziale sempre maggiore. Tuttavia questa parcellizzazione, che investe l’organizzazione del lavoro e i lavoratori stessi, si ricompone dentro la dimensione metropolitana, dentro determinati contesti geografici. La metropoli è lo spazio dove si realizza in pieno la flessibilità e la velocità del ciclo produttivo e distributivo, che ha bisogno di una nuova popolazione di schiavi, che non vengono espulsi, ma inseriti dentro questo contesto come nuovi operai attivi fluttuanti che vede nella figura del precario l’elemento


centrale. Per queste figure non si applica una politica di inclusione sociale ed è grazie alla loro condizione che vengono accelerati i profitti dei borghesi e si mantiene una “aristocrazia salariata”. Questo rapporto di sudditanza è parallelo a quello tra nord e sud, ben più evidente della vecchia relazione tra operai occidentali e popoli del terzo mondo. Questi nuovi operai non godono dei frutti dell’imperialismo. Quando questi settori si organizzano, quando si ribellano vengono criminalizzati nel medesimo modo dei popoli che lottano contro l’imperialismo. Il soggetto migrante incarna e sintetizza in modo emblematico i due fronti. Per la prima volta masse di operai multinazionali risiedono sul territorio nazionale, modificando alla radice i tratti comunitari sociali precedenti (6). Stiamo assistendo a un inedito meccanismo di polarizzazione sociale, accelerato dalla crisi, che sul piano dei rapporti oggettivi livella le differenze tra operai indigeni e multinazionali. Occorre tuttavia saper leggere la stratificazione di classe, dismettendo categorie quali tradimento o corruzione. Accanto a questa massa di lavoratori investiti dalla generalizzazione della precarietà, esiste una porzione di “aristocrazia salariata”, confinata in specifici settori e/o mansioni, derivante da un carattere duplice: da una parte da un aumento della produttività (e quindi dal relativo sfruttamento maggiore della stessa aristocrazia salariata), e da un aumento contemporaneo dei salari e dei profitti. Solo in questo modo si può leggere correttamente l’attuale polarizzazione che sta investendo l’universo della precarietà sociale con quello dell’aristocrazia salariata. Dentro l’universo della precarietà attraverso la sua generalizzazione c’è la rottura della vecchia dicotomia tra occupati e non occupati, in quanto l’esercito industriale di riserva diventa esso stesso produttore, dentro quella magmatica e veloce linea che racchiude la precarietà, il lavoro grigio, la non occupazione dentro una cornice di sopravvivenza ed esclusione sociale. Avviene quindi nell’accumulazione flessibile una velocizzazione del fenomeno descritto da Marx: “Tutto sommato, i movimenti generali del salario del lavoro sono regolati dall’espansione e dalla costruzione dell’esercito industriale di riserva, che corrispondono ai diversi periodi del ciclo industriale. Dunque non dipendono dal movimento del numero assoluto della popolazione operaia, ma dal rapporto variabile, secondo cui la classe operaia si divide in esercito attivo ed esercito di riserva, dall’aumento e dalla diminuzione relativa della sovrappopolazione, dal grado di assorbimento o di rigetto della medesima”(7). Assistiamo all’estensione quantitativa e qualitativa di un simile soggetto dentro un modello di produzione capitalista basato sull’accumulazione flessibile. Oggi la distinzione tra disoccupato, precario, lavoratore in nero è ormai flebile. Il problema lavoro esiste anche per coloro che ne posseggono uno, dato che si lavora sempre di più ed in condizioni sempre più precarie e instabili. Saper cogliere questa dinamica contraddittoria del processo attuale ci permette di cogliere non solo le difficoltà di un simile soggetto di manifestarsi direttamente dentro la lotta di classe, ma anche le sue possibilità di creare nella lotta nuovi rapporti sociali, in un contesto contraddistinto da processi di crisi sistemici la cui portata e profondità si sono solo colti in superficie. Autunno 2011 Note (1) “Quanto maggiori sono la ricchezza sociale, il capitale in funzione, il volume e l’energia del suo aumento, quindi anche la grandezza assoluta del proletariato e la forza produttiva del suo lavoro, tanto maggiore è l’esercito industriale di riserva. La forza-lavoro disponibile è sviluppata dalle stesse cause che sviluppano la forza d’espansione del capitale. La grandezza proporzionale dell’esercito industriale di riserva cresce dunque insieme con le potenze della ricchezza. Ma quanto maggiore sarà questo esercito di riserva in rapporto all’esercito operaio attivo, tanto più in massa si consoliderà la sovrappopolazione la cui miseria è in proporzione inversa del tormento del suo lavoro. Quanto maggiori infine lo strato dei Lazzari della classe operaia e l’esercito industriale di riserva tanto maggiore il pauperismo ufficiale Come tutte le altre leggi, essa è modificata nel corso della propria attuazione da molteplici circostanze.” Karl Marx, Il capitale, libro 1, capitolo 23, 2) E' il processo di formazione di valore. Più precisamente è il fenomeno che avviene nella società capitalistica quando al valore di una merce viene aggiunto plusvalore. Marx nell'analizzare il processo di


produzione distingue tra il processo lavorativo e quello di valorizzazione. Il modo di produzione capitalistico è contraddistinto dal fatto che in esso il processo lavorativo, che è «condizione generale del ricambio organico tra uomo e natura, condizione naturale eterna della vita umana», assume la particolare caratteristica di essere «processo di creazione del valore». In altri termini il lavoro acquista una forma tipica in cui non è più semplicemente un'attività diretta alla soddisfazione di determinate necessità, ma diventa lavoro che produce merce. Nella società capitalistica, infatti, i lavoratori non producono per se stessi, o meglio per soddisfare le proprie necessità fondamentali, e neppure dirigono e organizzano direttamente i tempi e le modalità della produzione. Ciò che invece regola e in ultima analisi determina la produzione è il capitale o se si vuole la classe capitalistica nel suo insieme. Il processo di valorizzazione riguarda precisamente il capitale, che infatti viene valorizzato, si «autovalorizza», cioè aumenta di valore al termine di un ciclo produttivo: “L'autovalorizzazione del capitale - la creazione di plusvalore - è quindi lo scopo animatore, dominante e ossessivo del capitalista, il pungolo e il contenuto assoluto del suo operare; ... un contenuto totalmente astratto e meschino che, da un lato, fa apparire il capitalista come sottomesso alla schiavitù del rapporto capitalistico, non meno che, dall'altro, al polo opposto, l'operaio” Karl Marx, Il Capitale, cap. VI inedito. 3) Henryk Grossmann, Il crollo del capitalismo, Jaka Book 4) Non è il tema di questo scritto, ma ci ripromettiamo di intervenire più nello specifico rispetto ai meccanismi della crisi e delle teorie della crisi, che oggi devono essere necessariamente all’ordine del giorno di chiunque si interroghi sul presente e voglia trasformarlo. Ci concediamo questa piccola digressione che abbozza il nostro punto di vista rispetto a tutta una serie di letteratura neo-keynesiana che oggi imperversa, rispetto alla dicotomia tra capitale finanziario e produttivo. La rottura del compromesso keynesiano attraverso meccanismi neo-liberisti non ha interrotto il processo di crisi, l’estensione dell’integrazione finanziaria nella produzione ha ingrossato lo tsunami della crisi. Ma già il keyniesismo, non aveva risolto i problemi di squilibrio e dei relativi cicli di crisi, li aveva dilatati unicamente nel tempo. La crisi è stata differita attraverso la creazione di debito in tutte queste forme: privato, pubblico e statale. Ai tempi della seconda guerra mondiale era diffusa l'idea keynesiana che si potesse prendere a prestito soldi e poi fermarsi. Ma dopo la guerra il mondo politico-economico fu cosi spaventato dagli effetti di una nuova eventuale crisi che cominciò a tenere costantemente piuttosto basso il livello della spesa pubblica. Quando nel 1975 finì l'Età dell'Oro fu preso dal panico. Vi fu una enorme inondazione di credito e l'invenzione di nuovi strumenti di credito. Riuscì in un modo o nell'altro a rinviare la crisi per 40 anni. Ma esiste un limite. Infine si arriva al 2008, il meccanismo non era più in grado andare avanti. La struttura del debito era stata costruita su una base di cambiali, ma il debito divenne così grande da non poter più essere sostenuto in rapporto all'effettiva produzione di valore. E’ per questo che oggi la crisi produce una depressione profonda. Alcuni possono paragonarla alla depressione degli anni 30, ma i governi oggi non hanno il denaro di cui disponevano nel 1930. Questa è una situazione assolutamente unica: una profonda depressione, ma per la quale la strumentazione keynesiana non è più utilizzabile, perché il denaro è già stato speso. Gli Stati Uniti hanno 14 triliardi di dollari di debito nazionale. Per cui ora non sanno proprio cosa fare. Già Henryk Grossman, nel testo Il crollo del capitalismo mise in rilievo che, non essendo lo Stato un attore economico – non essendo proprietario di risorse economiche – il coinvolgimento dello Stato nell’economia può realizzarsi solo a spese dell’economia privata. Non può essere produttore di profitto e quindi non può risolvere il problema capitalistico del profitto. Chi crede quindi di poter uscire dalla crisi con politiche neo-keynesiane non si accorge che lo stesso keynesismo si è mostrato incapace di prevenire un ritorno del ciclo economico e anche che questa depressione avrebbe assunto la nuova forma di una combinazione di inflazione e stagnazione. 5) Esercito industriale di riserva, in altri termini, una sovrappopolazione relativa, in relazione cioè ai bisogni momentanei del capitale. 6) “L’incidenza della componente sociale migrante nel nostro paese è notevolmente aumentata in questi ultimi 10 anni, con 4,5 milioni di immigrati pari al 7% della popolazione nel 2007 contro il 3,9% del 2000 (dati OCSE). L’Italia oltre ad essere un paese di immigranti(alta è ancora l’incidenza di immigranti verso la Germania) è diventato anche approdo di diverse comunità di migranti. L’incidenza sul tessuto sociale urbano e lavorativo è netto su tutto il territorio italiano. La collocazione dei migranti nell’organizzazione del lavoro è prevalentemente legata ai “lavori manuali” e con un altissima incidenza della “precarietà contrattuale”. Oggi inoltre iniziamo ad avere una seconda generazione, ossia figli di migranti nati in Italia. In molte città italiane l’indice di natalità è salito grazie alla presenza delle diverse comunità di migranti. Non è raro vedere in numerose scuole elementari e medie, nelle periferie della città, classi ormai miste.” Da: Il nuovo protagonismo dei migranti in Italia, Contropiano, 2009 7) Karl Marx, Il Capitale, I libro, capitolo 23


Autonomia e organizzazione “La conoscenza teorica del fatto che il capitalismo dovrà crollare a causa delle sue contraddizioni, non impegna a sostenere che il vero crollo sarà un processo automatico, indipendente dagli uomini, senza gli uomini non esiste nemmeno l’economia” P.Mattick La crisi La parola crisi è ormai sulla bocca di tutti, crisi che al di là del suo elemento fenomenologico, l’aspetto finanziario, è in realtà crisi complessiva degli attuali assetti capitalistici. Investe cioè aspetti legati alla produzione e alla dimensione geografica del capitale stesso, che si riversano sul tempo e lo spazio di vita (cfr Generalizzazione della precarietà e dimensione metropolitana su www.connessioni-connessioni.blogspot.com). La crisi ha accelerato i meccanismi di una accumulazione flessibile che per sopravvivere deve accrescere i margini di sfruttamento sulla forza lavoro, precarietà contrattuale e flessibilità produttiva sono oggi un binomio indissolubile. Questo porta con sé continue metamorfosi sul piano dello spazio, ovvero della dimensione geografica del capitalismo, rappresentata oggi dalla metropoli, nuovo paesaggio del pianeta. La modificazione dello spazio in generale, e l’urbanizzazione in particolare, sono per il capitalismo un aspetto fondamentale, grazie al quale può essere assorbita l’eccedenza di capitale. Le crisi di sovra-produzione accelerano questi processi. Una grossa porzione della forza lavoro globale complessiva è impiegata nell’edificazione e nella manutenzione dell’ambiente costruito. Il processo di sviluppo urbano mette in moto capitali di importo ingente, solitamente mobilizzati sotto forma di prestiti a lungo termine. Gli investimenti alimentanti dal credito spesso diventano epicentro di una crisi. L’attuale paesaggio è quindi modellato da una tensione perpetua tra le spinte economiche centralizzatrici, da un lato, e i profitti potenzialmente più elevati che si possono realizzare mediate la decentralizzazione e la dispersione, dall’altro. Gli esiti di questa tensione dipendono dagli ostacoli al movimento nella dimensione spazio, dall’intensità delle economie di agglomerazione e nella dimensione tempo dalla attuale accumulazione flessibile. In questo senso il binomio generalizzazione della precarietà/dimensione metropolitana, dentro gli attuali contesti di crisi, diventa inscindibile (1).

Aver presentato questa crisi ponendo l’accento sulla dimensione finanziaria da parte del pensiero dominante, non è solamente legato ad una spinta irrazionale che possiede il sistema stesso, ma esiste una scontro ideologico, che tende a negare l’elemento sistemico della crisi e quindi della dimensione storica del capitalismo stesso. Tutte le crisi hanno come momento fenomenologico l’aspetto finanziario, ma sono in realtà provocate da meccanismi produttivi precisi. Inoltre la crisi, sia sul piano della percezione diffusa, ma anche rispetto ai suoi aspetti analitici più profondi ci permette di considerare il capitalismo come un sistema storico con meccanismi di crisi specifici che tende al crollo. Su queste basi, l’eterno dibattito intorno a riforme sociali e rivoluzione torna di impressionante attualità (2), dove se non esiste la necessità oggettiva della rivoluzione, non può esservi nemmeno la disposizione soggettiva a farla. Non basta quindi contrapporsi al riformismo, si deve necessariamente negare, per una ipotesi rivoluzionaria, la sua praticità, dimostrando che le contraddizioni interne del sistema capitalistico hanno al suo interno i virus della distruzione. Definire la crisi, dentro una più generale dinamica dei limiti del capitalismo stesso, non rende superflua la volontà rivoluzionaria. La volontà di abbattere il capitalismo non basta da sé, anzi nelle fasi iniziali del capitalismo una simile volontà non poteva neppure sorgere. Bisogna considerare in modo dialettico due aspetti: gli elementi oggettivi di disarmonia e crisi del capitalismo stesso e gli elementi soggettivi rivoluzionari, questi elementi si influenzano reciprocamente, fondendosi dentro le dinamiche della lotta di classe. Non si tratta di aspettare finché siano date le condizioni oggettive per poi, soltanto allora, lasciare


agire le condizioni soggettive. Sarebbe una concezione meccanica anti-dialettica, che polarizza gli elementi, incapace di svelare la dinamica del processo. La dinamica della crisi Lo scambio capitalistico D–M–D’ (con D’>D) può presentarsi in tre modi: come capitale commerciale con cui si comperano merci a buon mercato per rivenderle più care giusto uno scambio a valori non equivalenti (quello che uno guadagna, l’altro lo perde): D<M<D’; come capitale industriale con cui si comperano mezzi di produzione e forza-lavoro per produrre merci poi vendute ad un valore superiore del valore anticipato per l’aggiunta del plusvalore ottenuto mediante lo sfruttamento del lavoro salariato: D=M...Produzione...M’=D’; infine come capitale finanziario, con cui si prestano denari per riceverli alla scadenza, senza nemmeno bisogno di transitare per le merci, maggiorati dell’interesse, così che lo scambio è di nuovo a valori non equivalenti: D<D’. Come si vede è soltanto il capitale industriale a rispettare la regola dell’equivalenza degli scambi, il che vuol dire che entrambe le parti implicate ci guadagnano perchè nuova ricchezza è creata, mentre nel capitale commerciale e finanziario ci scambi appena la ricchezza esistente (3). Questo ci fa capire che se la redditività cade nei settori produttivi, il capitale emigra nei settori finanziari dove maggiori profitti possono essere realizzati, ma questo movimento alimenta la bolla speculativa e alla fine la crisi finanziaria. Quindi l’origine della crisi finanziaria si trova nella sfera produttiva. (4) L’enorme massa di capitali posti all’interno della finanza è l’emblema di un ciclo discendente e non ascendente dell’attuale fase del sistema capitalistico. Il capitalismo invece di guadagnare e accumulare poco producendo molto e facendo consumare molto, guadagna e accumula enormemente producendo poco e soddisfacendo male il consumo sociale. La contraddizione tra lo sviluppo delle forze produttive e i rapporti di produzione capitalistici è quindi destinato ad aumentare in linea di tendenza. Già Marx, aveva riconosciuto che il sistema del lavoro salariato è, in fondo un sistema di schiavitù, e di una schiavitù che diventa sempre più dura man mano che le forze produttive sociali del lavoro si sviluppano, tanto se l’operaio è pagato meglio, quanto se è pagato peggio. Questa interpretazione va ben al di là della mera questione reddituale, individuando invece una contraddizione insita direttamente dentro allo stesso meccanismo del modello di produzione capitalista. Questa contraddizione insanabile dentro il capitalismo non risolve assolutamente il problema della trasformazione stessa del capitalismo. Dietro allo scontro fra forze produttive e rapporti di produzione si nasconde necessariamente l’azione del proletariato contro lo sfruttamento, azione senza la quale non ci sarebbe nessuna trasformazione e rottura con il capitalismo. Il proletariato non come classe mitologica ma piuttosto classe conservatrice, che suo malgrado nei momenti d'azione tende a superare le vecchie forme sociali. Proletariato che non è definito con metri reddituali, ma dentro la sfera dei rapporti di produzione capitalista. Il criterio con cui definiamo il proletariato è estremizzando quello giuridico della proprietà dei mezzi di produzione ed ancora di più quello della proprietà del prodotto finito. Questa definizione assolutizza lo scontro, sul piano della spiegazione teorica, attorno a due classi precise. Nella dimensione empirica esiste una gamma di forze sociali che compongono queste due macro classi sociali, occorre tuttavia saper utilizzare il metodo marxiano dell’isolamento, cioè la costruzione di un modello che tratteggia solo gli aspetti fondamentali dei rapporti capitalistici e le loro leggi, per individuare le dinamiche complessive del capitalismo stesso. Inoltre le attuali dinamiche capitaliste, provocate dall’accumulazione flessibile isolano ancor più il proletariato come classe contrapposta a tutta la società nel suo insieme. Questa caratteristica assume oggi un’importanza maggiore a causa dell’estensione delle sue dimensioni e del processo di proletarizzazione. La crisi non va letta dentro schemi “fatalistici”. Anche immaginando una crisi del capitalismo che non debba niente all’azione del proletariato, automaticamente non avremmo nessun elemento trasformativo. La miseria e l’oppressione possono generare delle rivolte, ma non necessariamente daranno inizio a una possibile rivoluzione. Bisogna però considerare il protrarsi della crisi nel tempo.


Se si considerano tempi brevi rispetto alla crisi se ne può ricavare che l’impoverimento e il processo di pauperizzazione non inducono in prima istanza tendenze rivoluzionarie, pur alimentando meccanismi di insicurezza sociale. Se si analizza il perdurare della crisi, si può scorgere la critica diretta sul piano oggettivo di tutte le teorie che vedevano l’inevitabilità delle politiche di riforme o di integrazione assoluta del proletariato. “Il conformismo ideologico dipende dalle condizioni di benessere; da solo non ha possibilità di esistere. Ma, a meno che qualunque ragionamento teorico sia completamente privo di valore, nella misura in cui esso permette di prevedere le cose, esso indica non solo una cessazione del benessere prodotto dal capitalismo, ma la fine del capitalismo stesso. Se la coscienza di classe dipende dalla miseria, non ci può essere dubbio che la miseria che attende la popolazione del mondo andrà oltre ogni esperienza finora fatta in materia, e finirà per travolgere le minoranze privilegiate delle nazioni capitalistiche avanzate, che ancora si credono immuni dalle conseguenze delle loro attività. Poiché non esistono “soluzioni economiche” alle contraddizioni del capitalismo, i suoi aspetti distruttivi vanno assumendo un carattere sempre più violento; all’interno, attraverso una produzione di spreco sempre più intensa; all’esterno, seminando distruzioni in quei territori dove. la popolazione rifiuta di sottomettersi alle esigenze di profitto del capitale straniero, che segnerebbe la loro definitiva rovina. Mentre la miseria generale aumenterà, anche le situazioni particolari di “opulenza” svaniranno, e i benefici della crescente produttività verranno dissipati in una feroce competizione per i profitti in declino della produzione mondiale” (P.Mattick, I limiti dell’integrazione) Nuovi rapporti sociali La resistenza del proletariato ha necessariamente per obiettivo quello di fissare il prezzo della forza-lavoro al livello del suo valore, cioè al suo costo di riproduzione. Comunque contrariamente a quello delle altre merci, il costo di riproduzione della forza lavoro non è determinato unicamente da considerazioni tecniche, ma anche dal rapporto di forza tra le classi. Agendo collettivamente su questo rapporto di forza il proletariato tende non soltanto a limitare il plus-valore, ma anche a riappropriarsi in parte della sua attività. Questa riappropriazione è sinonimo dello sviluppo di rapporti sociali antagonisti ai rapporti sociali capitalisti. E’ importante osservare che si tratta di rapporti sociali e non di rapporti di produzione. Questi ultimi sono quelli che si stabiliscono fra le classi nella produzione sociale. Nel modo di produzione capitalista i rapporti fra il proletariato e la classe capitalista si caratterizzano per la separazione dei produttori dai mezzi di produzione, per la produzione di valori di scambio secondo la legge del valore. I rapporti sociali, d’altro canto, sono costituiti dall’insieme delle relazioni che si stabiliscono fra gli uomini che vivono la società. Oltre ai rapporti di produzione, comprendono quindi anche i rapporti familiari, giuridici, politici, i rapporti dei proletari fra di loro e con gli agenti diretti o indiretti del capitale (dirigenti, burocratici sindacali e politici, poliziotti preti, ecc…). E’ proprio dentro la contraddizione insita nei rapporti di produzione, che avviene lo sviluppo di nuovi rapporti sociali. I rapporti di produzione capitalistici tendono prima di tutto a provocare la sottomissione del proletariato al capitale, ma danno ugualmente origine a dei rapporti sociali che mettono in causa il capitalismo per la riappropriazione tendenziale dell’attività del proletariato. Tale riappropriazione proletaria non è tuttavia legata all’attività produttiva stessa o al ridisegnare spazi, perché questo implicherebbe la sparizione stessa del capitalismo e questo non può avvenire localmente o parzialmente. Nuovi rapporti di produzione comunisti non possono apparire, anche sotto forma embrionale, nella società capitalista. Il comunismo implica l’appropriazione collettiva da parte dei produttori dell’insieme dei mezzi di produzione che è distruzione dei meccanismi capitalistici. Questi mezzi nella società capitalista, sono propri dalla classe capitalista e tutta la società è basata sulla separazione radicale fra produttori e mezzi di produzione. Poiché produce merci, il capitalismo non lascia alcuno spazio, anche se limitato, a nessun tipo di controllo da parte dei lavoratori o sui mezzi o sui risultati della produzione, perché la legge del valore non permette altre iniziative che quelle che tendono all’abbassamento del costo di produzione. E’ anche vero che tale legge può


essere infranta in modo temporaneo o localizzato (grazie, per esempio, ad una situazione di monopolio o anche all’intervento dello Stato): ma in questo caso non può trattarsi che d’un prelievo sulla massa del plus-valore sociale. Detto in modo più diretto, ogni tentativo di autogestione della produzione si risolve o in auto-sfruttamento o in una partecipazione allo sfruttamento altrui (o anche all’insieme delle due cose) L’oggetto della riappropriazione non può essere che la lotta stessa dei proletari contro lo sfruttamento, sola attività che può sottrarsi almeno parzialmente al dominio del capitale. Ciò non implica che ogni lotta ha per effetto quello di sottrarre il proletariato al dominio del capitale. Senza voler assolutizzare e farne una questione di forme rimane evidente che le lotte che sfuggono alla direzione degli agenti del capitale possono esercitare una maggiore forza contro lo sfruttamento. Su questo aspetto bisogna essere chiari, in quanto lo stesso movimento operaio, e le sue organizzazioni hanno prodotto ciclicamente, pur attraverso lotte generose, una integrazione dello stesso dentro i meccanismi stessi del capitale. Detto questo sarebbe errato considerare inutili le lotte, i movimenti e le organizzazioni che si danno in periodi dove vi è un compromesso sociale o considerarle inutili perchè sconfitte o riassorbite dal capitale. Quelle stesse lotte, movimenti e organizzazioni rappresentano, anche se bloccati in un determinato contesto, espressioni dell’esperienza proletaria quando si sviluppano nuovi rapporti sociali (5). L’esperienza proletaria ci dà il senso del rapporto dialettico che intercorre tra l’elemento soggettivo e quello oggettivo. Sarebbe miope non cogliere la tensione che ha mosso e muove milioni di persone a darsi forme di resistenza che attraversano anche gli attuali raggruppamenti politico/sindacali. Bisogna saper cogliere la funzione e il ruolo di questa resistenza rispetto alle condizioni oggettive. Nuovi rapporti sociali si esprimono attraverso la direzione collettiva della lotta da parte di quelli che vi partecipano, sperimentando nuovi modi di vivere, che non si limitano a estendere i margini di autonomia che questa società accorda ai suoi membri, ma che negano la dimensione del capitale stesso. Questo fenomeno è, tendenzialmente sovversivo perché alla lunga è incompatibile con il mantenimento dei rapporti di produzione capitalisti. Tali nuovi rapporti sociali esercitati dall’azione di riappropriazione del proletariato non sono qualcosa di fissato una volta per tutte. La persistenza stessa del capitalismo implica la distruzione dei germi del comunismo man mano che questi appaiono. Solo in lotte particolarmente ampie e violente che si sviluppano dentro a meccanismi di crisi del capitalismo stesso, tali rapporti sociali si potranno consolidare e diffondersi nel tempo e nello spazio. Nel frattempo i nuovi rapporti si sviluppano dentro a crisi localizzate e a scontri parziali, arretrando o sparendo quando la normalità capitalista è ristabilita. Il loro sviluppo non è uniforme e comporta sia delle esplosioni più o meno violente e palesi che dei progressi sotterranei di lunga durata, la costruzione e la distruzione di organizzazioni o la loro integrazione da parte del capitale (6). Cambio di paradigma La crisi, ampliando le contraddizioni sul piano del tempo e dello spazio, permette di cogliere un’opportunità, facilitando il disvelarsi di nuovi rapporti sociali che possono nascere e radicalizzarsi proprio come risposta a queste contraddizioni. Siamo di fronte ad un importante rovesciamento di paradigma. Per molti anni la questione è stata la ri-distribuzione sociale di reddito, oggi il problema se si analizza da un punto di vista sistemico, è la produzione sociale stessa. L’estensione del rapporto D<D’, la sua dimensione feticistica, sono il segnale della sua debolezza e declino, e quindi riappare, proprio perché categoria centrale nel capitalismo, il rapporto DMD (denaro-mercedenaro), ossia il denaro nella sua duplice veste: da un lato è un mezzo di scambio, ma dall'altro diviene merce esso stesso. Questo è appunto il profitto, che trae origine esclusivamente dal plusvalore e quindi l’importanza del valore-lavoro dentro il rapporto di produzione capitalista, valore-lavoro che viene riscoperto dagli stessi capitalisti. Diversi sono anche i tentativi politici di rappresentare questa opzione, da quello anglosassone del new labour che diventa blue labour, a


quelli bipartisan negli USA di Obama e del Tea Party, il primo attraverso la green economy, il secondo con l’autarchia produttiva, fino al nostrano centro-sinistra allargato che sogna un nuovo patto fra i produttori. Questi decenni sono stati contraddistinti da meccanismi di resistenza legati alla difesa e redistribuzione di reddito, prima attraverso battaglie salariali per strappare reddito, e poi successivamente, in una fase calante, per la difesa del vecchio compromesso keynesiano come barriera contro i meccanismi neo-liberisti. Le infinite discussioni e proposte legate al salario sociale, al reddito di cittadinanza, alla fine ruotavano attorno ad una idea di redistribuzione sociale più equa in una società che si muoveva attorno ai cardini dell’armonia e del progresso contrassegnati da uno sviluppo impetuoso delle dinamiche finanziarie. Oggi, con la crisi, per la mancanza di lavoro, per la precarietà, per la dimensione metropolitana diffusa, diventa centrale non tanto il reddito ma il lavoro e quindi al tempo stesso la sua possibile trasformazione. La resistenza diventa oggi offensiva perché tocca elementi legati alla generalizzazione del tempo e dello spazio. Questo cambio di paradigma ci porta necessariamente a vedere più da vicino i limiti del capitale stesso e la possibilità della lotta di classe di rompere questo meccanismo. Ovviamente si tratta di un obiettivo impossibile da fissare nel tempo, ma questo non inficia la possibilità di muoversi fin da adesso dentro la “sfera della necessità” verso quella direzione. In questo senso oggi lo scontro in atto, subito o percepito che sia è quello attorno alla produzione, a cosa si produce, a quanto si produce e a chi produce, e questo assume una importanza immediata, dentro l’attuale passaggio di fase. Questo non come neo-mitologia della tecnologia liberante, che ha come suo elemento speculare il mito del primitivismo e delle forme pre-capitaliste. Ma sapere che la meraviglia della tecnologia che libera l’uomo dal peso del lavoro è una falsificazione ideologica che nasconde la realtà di un’organizzazione del lavoro sempre più dispotica e inumana, che trova nella tecnologia un valido ausilio, rimaniamo convinti che i lavoratori non sono contro le macchine, ma contro coloro che usano le macchine per farli lavorare. In questo senso ribaltiamo la definizione di irrazionalità, spesso utilizzata in chiave positiva per leggere le lotte dei proletari contro il capitalismo e la sua organizzazione del lavoro, l’irrazionalità è propria di questo sistema, anche quando attua politiche regolazioniste e di piano, perché queste rallentano ma non fermano la caduta tendenziale del saggio di profitto. La dimensione razionale è propria del proletariato nella sua tensione (diretta o indiretta che sia) dentro la lotta ad arrivare ad un passaggio che rompe con il modo di produzione capitalista. E’ indubbio che sul lato immediato la sua forza si esprime non nel costruire ma nel distruggere, per abbattere determinati ostacoli: “Non solo il capitalismo ha da tempo costruito quanto a noi basta ed avanza come base –tecnica-, ossia come dotazione di forze produttive, sicchè il grande problema storico non è di crescere il potenziale lavorativo ma di spezzare le forme sociali di ingombro alla buona distribuzione ed organizzazione delle forze ed energie utili, vietando lo sfruttamento e il dilapidamento, ma lo stesso capitalismo ha troppo costruito e vive nella antitesi storica: distruggere o saltare” (A.Bordiga, Politica e –costruzione) E’ in questo senso che l’attuale crisi diventa, se letta dentro gli attuali rapporti di produzione capitalista anche lotta non solo per la quantità di produzione, ma per la qualità di produzione, toccando quindi direttamente la vita. Autonomia e organizzazione Ritorna quindi, dentro le dinamiche della crisi, la possibilità di rimettere al centro la rottura rivoluzionaria (che anche solo posta sotto il profilo teorico è motivo di imbarazzo per la sinistra), che modifica il rapporto tra autonomia e organizzazione. Negli ultimi 30 anni i meccanismi neo-liberali hanno polverizzato gran parte di quello che era stato il compromesso sociale partito dopo gli anni 30 e sviluppatosi dopo la II guerra mondiale. Questo polverizzava una certa composizione di classe e metteva in mora qualsiasi entità collettiva


contrapposta ad una nuova vulgata che celebrava una visione neo-liberale dove la fine della storia era la giustificazione filosofica della fine della lotta di classe. In questi anni ogni ipotesi di autonomia di classe è stata marginalizzata dall’oggettività della fase. I meccanismi riformisti, anche nelle loro manifestazioni più antagoniste, sembravano dominare la scena. Non è interessante giudicare il riformismo (anche antagonista) utilizzando canoni morali o ideologici astratti, ma osservare come tali forme erano e sono espressione di una debolezza della stesso proletariato, dove l’unico obiettivo delle organizzazioni era rivolto ad una possibile armonia sociale. Meccanismo dettato da una dialettica che legava i limiti soggettivi dei partecipanti delle strutture stesse all’oggettività della fase in atto. Questo non ci fa dire che nella notte tutte le vacche sono nere. Esistono responsabilità soggettive precise di determinate correnti politiche che hanno attraversato il movimento operaio, ma per comprendere il meccanismo è necessario andar al di là dell’accusa di tradimento. L’accelerata scomposizione di classe ha portato alcuni a mettere al primo posto l’organizzazione “formale” identitaria, poiché unica possibilità per ricomporre questa polverizzazione. Un simile impianto è stato assunto da aree con approcci molto diversi tra loro: da strutture centralizzate, a forme assembleari e di movimento. Questa opzione porta inevitabilmente a perdere o a sottostimare la capacità autonoma dei proletari di lottare e lo stesso sviluppo di nuovi rapporti sociali. Si arriva a far coincidere il proletariato e le sue lotte con le forme organizzative, pensando ad un meccanismo numerico moltiplicatore progressivo. L’assenza di una analisi sulla crisi e i suoi effetti e quindi sulla storicità del modello di produzione capitalista ha portato ad un attivismo inevitabilmente rivolto a ricercare una armonizzazione dentro gli attuali rapporti di produzione capitalista, ritenuti ormai immutabili. Secondo questa modalità il solo piano che permette di vedere una possibile rottura è una crescita sul piano organizzativo formale. Tuttavia il rapporto tra autonomia e organizzazione muta con il mutare delle varie fasi della lotta i classe, la sua oscillazione sta dentro la stessa contraddizione prodotta dalla lotta di classe stessa. Esistono momenti organizzativi formali, ad ogni fase storica corrispondono volente o nolente determinate forme organizzative. In questo senso partiti, sette, collettivi informali, coordinamenti, sindacati non sono di per sé forme pure, perchè legati a uno stretto rapporto con il tempo e lo spazio. Se questo è vero sul piano generale, esistono tuttavia delle differenze tra le diverse forme, non tanto rispetto alle vecchia distinzione tra “economico” e “politico” (esistono forze politiche con privilegiano gli aspetti economici cosi come esistono forze sindacali che privilegiano aspetti politici), ma rispetto alla funzione che queste cercano di avere dentro la dinamica della lotta di classe stessa. In questo senso rifiutiamo di assolutizzare le forme, sia sotto i profili positivi, ma anche negativi. L’uno si divide sempre in due… Oggettivo/soggettivo Le forme delle lotte in cui si manifesta il rapporto tra autonomia e organizzazione anche quando vuol essere dettato da meccanismi soggettivi è inevitabilmente legato a determinati piani oggettivi. Le stesse forme non sono di per sé pure. Pensiamo al rapporto tra conflittualità e mutualismo, apparentemente rappresentanti di due dinamiche contrapposte fra di loro, possono sia essere recuperate entrambe cosi come possono giocare un ruolo nello sviluppo di nuovi rapporti sociali. La creazione di una mensa popolare o di un ambulatorio se inserito dentro un preciso meccanismo di relazione con l’elemento di conflitto e quindi di indipendenza di classe assume un ruolo che in una fase di generalizzazione della precarietà e di stagnazione capitalista, va ben al di là del welfare dei poveri, perché è anche’esso prodotto di nuovi rapporti sociali. Oggi il binomio precarietà-metropoli in linea di tendenza polverizza i precedenti modelli di organizzazione del lavoro e le relative stratificazioni sociali ad esso collegate, creando un apparente meccanismo di individualismo totalizzante. La realtà è però ben diversa. Questa fase del capitalismo tende sul piano del reale a eliminare le differenze creando un elemento socializzatore, che quando si manifesta nella precarietà sociale diffusa e nell’estensione della dimensione metropolitana dentro una generale insicurezza sociale, non giustifica più il “conservatorismo” delle forme organizzative di determinati settori sociali, come ad esempio le


categorie sindacali. Le vecchie forme organizzative politico/sindacali risultano sempre più inadeguate perché espressioni di una composizione di classe passata. Oggi tutti parlano di precarietà e di metropoli, ma ancora si è lontani dall’aver compreso le implicazioni generali che una tale manifestazione sociale comporta, perché metterebbe in mora gran parte dei meccanismi organizzativi. Quando si prova a far sopravvivere insiemi organizzati indipendentemente dalla fase che si attraversa, si creano meccanismi in cui la spinta trasformatrice viene assorbita dentro a meccanismi conservatori, che non solo li depotenziano, ma ne negano pure per molti versi il contenuto trasformatore, se non addirittura riformistico arrivando a difendere forme reazionarie. Il girare a vuoto dell’attuale riformismo antagonista, che non a caso riscopre parole come neokeyneismo, protezionismo, autarchia o pianificazione statale collettiva, sono l’emblema della loro lontananza da una dimensione rivoluzionaria, incentrata sullo sviluppo di nuovi rapporti sociali. La generalizzazione di nuovi rapporti sociali dettata da meccanismi soggettivi e oggettivi si scontra nella fase in cui stiamo entrando con le vecchie forme del movimento operaio, e questo conflitto è inevitabile. Non parliamo di una battaglia risolutiva ma di una dinamica che attraverserà l’intera fase in atto che si è aperta oggi. Se si assolutizza il dato oggettivo si arriva a considerare inutile ogni attività, ma come si è detto prima solo l’azione del proletariato diventa forza trasformatrice, e lo stesso proletariato non è un essere mitologico, ma un insieme composto in cui interagiscono elementi soggettivi e oggettivi, dove l’esperienza proletaria diventa condizione imprescindibile per l’azione autonoma stessa. Quindi anche se detto in modo rozzo, si dovrebbe relativizzare sempre l’agire soggettivo, che rimane comunque imprescindibile per lo sviluppo dell’esperienza proletaria. Quindi diventa necessario capire la tensione che si esercita sul lato soggettivo. Tensione che deve necessariamente mettere al centro la direzione diretta di chi lotta, così come il rifiuto all’armonia sociale, perché non vi può essere trasformazione se non dentro una tendenziale rottura rivoluzionaria degli attuali rapporti di produzione capitalista, in questo senso direzione, rispetto a chi direttamente è coinvolto, funzione, per lo sviluppo di nuovi rapporti sociali e prospettiva, guidata dalla critica dell’economia politica e della politica come dimensione di classe, sono elementi che devono essere necessariamente visti in un rapporto dialettico tra loro. L’esperienza proletaria come dato affermativo è la condizione primaria per la negazione del proletariato stesso, che è poi il significato del comunismo nella sua forma più piena. Togliere quindi dall’astrazione ideologica la politica della sinistra e delle sue organizzazioni contribuisce a portare il terreno di scontro dalla totalità astratta ed universale delle politica alla totalità concreta della lotta di classe e dei rapporti sociali capitalisti. La critica della politica Lo sviluppo di nuovi rapporti sociali critica direttamente l’economia politica, ma produce anche una critica della politica stessa. Bisogna avere la capacità di cogliere le contraddizioni interne alla classe, in mancanza di questo si ricade in mediazioni esterne alla stessa classe o in locuzioni metafisiche come il ritenersi soggetto storico degli interessi di classe, elemento che ha contraddistinto la pratica della sinistra rivoluzionaria o riformista in modo identico. Sulla separazione tra interessi storici e attuali di classe si è giocata e si gioca ancora oggi tutta la liturgia di gran parte di quello che si auto-definisce sinistra: ossia il pensare di poter risolvere sul terreno del potere politico il problema della trasformazione radicale della società, sull’autonomia della lotta politica, un progetto di rovesciamento dei rapporti sociali, in questo senso grillini, democratici o leninisti sono la stessa cosa. Al di là della critica empirica che si può fare a questo modello, mai come oggi lontano anni luce dalle dinamiche sociali reali, è necessario mettere a fuoco il rapporto tra sviluppo e crisi nel capitalismo per capire la critica di fondo di un simile impianto.


Il capitale, a come perno il rapporto lavoro e capitale, modello di tutti i rapporti sociali, cerca tuttavia di nasconderlo, cioè di annullare il rapporto di classe nella società e nei meccanismi politici di rappresentanza degli interessi. Esiste quindi un rapporto tra lavoratori e sistema sociale complessivo, cioè un capitale totale che assolutizza tutto/i. Il limite dei “politici” sta dentro questo rapporto, nel provare a rappresentare il conflitto senza accorgersi dei meccanismi di formazione della rappresentanza politica e della funzione stessa delle forme istituzionali in cui il potere si esprime nella società borghese, attestandosi alla sua forma feticista. Non è un caso che la forma più elementare di indipendenza di classe durante una fase di estensione di nuovi rapporti sociali sia il rifiuto istintivo del parlamentarismo e del sindacalismo stesso visti come luoghi e tempi separati dell’affermarsi dell’autonomia del proletariato e della sua capacità d’azione e trasformazione, rompendo immediatamente le gabbie di questa presunta totalità. Essi dimostrano con le parole e i fatti che la società nella sua totalità non è cosa che li riguardi, dal momento che non esiste una società davvero complessiva finché non saranno abolite le classi sociali e gli istituti che li rappresentano. In queste specifiche fasi tali manifestazioni non sono legate all’anti-politica, ma alla critica della politica stessa. Questo non impedisce in una fase di armonizzazione successiva che la critica della politica ritorni ad essere semplicemente anti-politica, il cosiddetto per dirla in modo volgare qualunquismo che è passività e integrazione. Apparentemente la dialettica autonomia-organizzazione sembra irrigidirsi in una ripetizione incessante, in forme non sempre nuove, di un processo che vede nella conservazione e recupero capitalista un male inevitabile, questa dinamica esiste, ma esiste parallelamente lo sviluppo per salti di una esperienza proletaria. La crisi può aprire contraddizioni che mettono in moto nuovi movimenti di classe, che possono far riapparire istanze autonome, se queste avranno la forza di esercitare una critica alla politica, rompendo e sottraendosi al ciclo del flusso e del riflusso che fa oscillare il rapporto autonomia e organizzazione. In questo senso si dovrebbe aprire un terreno di analisi che ricerchi i limiti della lotta di classe direttamente all’interno del processo di espansione-crisi del capitale, ponendo quindi il rapporto tra autonomia e organizzazione dentro questa dinamica. Autonomia (spontaneità) e organizzazione (formalizzazione) sono legate da un nesso preciso: la necessità capitalista e lo svolgersi del processo capitalista di dominazione di tutte le organizzazioni sociali, il cosiddetto capitale totale. In questa prospettiva non è casuale che nei momenti alti dello scontro di classe, quando si percepisce la forza autonoma dei proletari, entrino in crisi tutte le aggregazioni sociali, dalla famiglia al sapere organizzato nelle scuole e nelle università , cosi come la stessa morale borghese o i codici organizzativi fin qui praticati, ma non è altrettanto casuale che poi questa critica radicale, nata dentro i processi di affermazione di autonomia del proletariato, degeneri in critica parziale, utile a chi dalla nuova gestione vuole trarre elementi di potere. Oggi il problema non è quello di aiutare i proletari, per l’attivismo politico, ma mettere al centro e partecipare a questi nuovi rapporti sociali quando si sviluppano, dove all’interno esistono elementi dialettici tra la dimensione autonoma e organizzativa. Agire in un comitato di lotta, in un sindacato, in una associazione per un militante non è rivoluzionario o contro-rivoluzionario, il problema è capire la propria funzione e al tempo stesso capire il limite della stessa struttura dove si opera, anche per arrivare a negarla quando questa si muove direttamente contro lo sviluppo di nuovi rapporti sociali. Mitizzare la spontaneità, che è la faccia rovesciata del mito dell’organizzazione al di sopra di tutto, arriva ad una forma di impotenza o confusione. E’ innegabile che le strutture stabili vadano in contro a quei meccanismi di irrigidimento e di conservazione o integrazione vera e propria, come veri e propri centri di potere. L’egemonia e il controllo diventano gli unici assi centrali (in una fase di armonia sociale questi tratti diventano patologici). L’unico modo per provare a contrastare questa degenerazione, battaglia che diventa ancor più necessaria dentro una estensione di nuovi rapporti sociali, è mantenere al centro il rapporto tra direzione, funzione e prospettiva. Il punto quindi non è avere una struttura che si


pensa artificialmente al di sopra della classe stessa, o il non averla, ma sviluppare meccanismi collettivi e condivisi sempre in discussione. Ciò che bisogna inoltre cogliere è il rapporto che collega l’apparato di produzione all’istituzionalizzazione delle forme politiche. I meccanismi di rappresentanza politica all’interno del sistema sono parte e prodotto del capitale. Proprio mentre la “politica di sinistra” riscopre il problema della democrazia e della rappresentatività, il proletariato, quando si manifesta in nuovi rapporti sociali, apre una critica della democrazia a partire non dagli astratti e sempre parziali rapporti di potere, ma dalla critica dei meccanismi capitalisti di espropriazione dalla volontà della lotta, dalla capacità di autodeterminazione e protagonismo. Diventa quindi necessario passare dal piano della rappresentazione/rappresentanza a quello dell’essere. Capire le forme e i contenuti che ha assunto fino ad oggi la lotta di classe attraverso l’apertura di nuovi rapporti sociali è un compito che è possibile assolvere solo mettendo in crisi una concezione lineare della lotta di classe e dei suoi processi organizzativi che per buona misura rimane l’ideologia costante della sinistra. Capire il problema della conservazione delle organizzazioni e insieme quello della integrazione ai meccanismi del sistema produttivo capitalista, significa già oggi fare un passo in avanti nel processo di organizzazione autonoma del proletariato condizione fondamentale per un piano di rottura rivoluzionario. Questo non ci condanna all’inattivismo, anzi ci permette di capire che per agire bisogna capire dove siamo e dove vogliamo andare. Inverno 2011, Bologna Note 1) D.Harvey, L’enigma del capitale 2) Il testo della Luxemburg, riforma sociale o rivoluzione?, al di la dei limiti storici e metodologici, racchiude ancora in se la domanda che divide chi si pone sul terreno dell’economia politica e chi della critica dell’economia politica. 3) G.Gattei, Storia del valore lavoro 4) G.Carchedi, Dietro e oltre la crisi, 5)”Il proletariato si afferma come classe autonoma, di fronte alla classe borghese, solo quando ne contesta il potere, vale a dire il modo di produzione: in altre parole, lo sfruttamento stesso. E’ il suo comportamento rivoluzionario che costituisce il suo essere classe. Non è incrementando i suoi attributi economici che il proletariato trae il senso di essere classe, bensì negandoli radicalmente per istituire un nuovo ordine economico”, C.Lefort, L’esperienza proletaria 6) H.Simon, Il nuovo movimento


CONNESSIONI per la lotta di classe è uno spazio di discussione, ricerca e collegamento tra compagni/e che si richiamano a questi semplici punti: -Il rapporto con il marxismo, visto non come riferimento statico ma come livello concreto di una scienza sociale in via di sviluppo, che può servire come teoria della lotta di classe. -Lo sviluppo di nuovi rapporti sociali nella lotta di classe. -L’approccio dialettico-scientifico nel leggere le dinamiche della società e le sue contraddizioni nella dimensione dello spazio e del tempo del capitale. I nostri campi di indagine sono definiti dentro le tendenze e contraddizioni sociali e politiche che si sviluppano. Nel piano immediato i campi che abbiamo individuato sono i seguenti: -crisi e teorie della crisi -precariato e metropoli -movimenti autonomi e organizzazione

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connessioni n.1  

quaderno n.1 autunno 2011