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MASSE E MOVIMENTI RIVOLUZIONARI Le basi sociali dell’obbedienza e della rivolta Barrington Moore, Jr.

rivoluzione tedesca e rivoluzione russa: qualche confronto


CONNESSIONI EDIZIONI http://connessioniedizioni.blogspot.it/ connessionic@yahoo.it


PRESENTAZIONE

Il testo che pubblichiamo scritto nel 1978 da Barrington Moore, Jr, sociologo americano e allievo di Marcuse, non è un testo che presenta un punto di vista pro-rivoluzionario, anzi, è intriso di quella metafisica democratica a-storica tipica di quella corrente antitotalitaria che per molti versi difese direttamente o indirettamente lo sviluppo dei paesi capitalistici occidentali, contrapponendosi all’emersione di nuove forze che spingevano per avere un loro “posto al sole” nella contesa internazionale. La loro sconfitta militare coincise tuttavia con lo sviluppo del loro modello politico, la completa sovrapposizione di economia e politica. Un vero e proprio capitale totale. Oggi gli stessi manager delle grandi aziende, sono vincolati in modo ben più stretto di quanto potevano essere “i padroni con il cilindro” al capitale stesso, ma le contraddizioni provocate da questi meccanismi di concentrazione si acutizzano più che affievolirsi.

Vi è la totale assenza dell’analisi oggettiva dei meccanismi propri del capitalismo, l’accumulazione per l’accumulazione, la differenza dei sistemi è più apparente che reale. Le democrazie occidentali uscite dalla seconda guerra mondiale, per sconfiggere gli stati fascisti, utilizzarono la stessa dinamica monopolistica del fascismo. Ma questo processo nato come risposta a precedenti meccanismi di crisi non impedì, e non impedisce, una ancora più acuta contrapposizione tra porzioni di capitale in lotta. Non è un caso che nel testo l’elemento della crisi, dei limiti oggettivi del capitalismo sia il grande assente. E questa assenza permette all’autore di individuare categorie a-storiche non cogliendo la dinamica propria del capitalismo e dei suoi specifici rapporti sociali e rapporti di produzione. La stessa lotta di classe viene intesa dall’autore come lotta politica e non lotta contro la politica, il fine della politica è cambiare la forma di governo non i fondamenti della società, cambiare il modo di far funzionare la società, non la società stessa. Non viene assolutamente colto il senso profondo dei processi rivoluzionari di classe, ossia l’emergere di nuovi rapporti sociali, per i quali la base materiale già esiste. In questo senso non si costruisce un movimento comunista, inteso come movimento che


abolisce lo stato di cose presenti, ma si può unicamente agire al suo interno quando le contraddizioni della stessa accumulazione capitalista ne disvelano la sua immanenza. Non è tuttavia la spinta monopolistica o lo sviluppo tecnologico che rende possibile questa immanenza, questi sono elementi che acuiscono la contraddizione, che rendono più evidente lo scarto tra i rapporti sociali e i rapporti di produzione. E’ il proletariato, nella sua dimensione rivoluzionaria, quando è critica dell’economia politica e della politica, che rappresenta la più grande delle forze produttive che necessariamente per esprimersi deve rompere i lacci della vecchia società.

Ma il proletariato non è di per sé, per essenza la classe rivoluzionaria insignita del compito di abbattere il capitalismo. Solo in un processo di formazione, contradditorio e per niente lineare, il proletariato prodotto dal capitalismo e produttore di questo sistema economico ha, in determinati momenti storici, la possibilità di assumere un ruolo rivoluzionario, dove esiste sempre una alternativa tra comunismo o civiltà presente, affermazione di una nuova umanità e quindi nuovi rapporti sociali che diventano nuovi rapporti di produzione o sfruttamento, oppressione e miseria, determinata dal processo storico, e cioè dal processo di accumulazione capitalista. Ma questo processo non è illimitato e la crisi è dimostrazione di questi limiti che permettono, ampliando le contraddizioni e i processi di de-integrazione di classe, lo sviluppo e l’emersione dei movimenti rivoluzionari. E’ semplice, in retrospettiva, giudicare le cause perse come sforzi irrazionali, mentre quelle che hanno successo come razionali e giustificabili. Se si legge la storia dell’estremismo di classe, che è poi anticipazione e vissuto dei nuovi rapporti sociali, lo si descriverà come utopistico, e a volte rozzo e violento, e perciò indifendibile. Ma non c’è nulla di utopistico nel disvelarsi di un movimento che dimostra come il sistema esistente non è più soddisfacente e necessario alla produzione sociale, la cui distruzione e caduta lo avrebbe liberato dai sui vincoli capitalisti. Porzioni sociali parteciparono e furono l’anima di questo movimento contradditorio, si pensi alla rivoluzione russa e tedesca, ma vennero rigettate indietro non tanto dal peso delle vecchie idee (il peso dei partiti e sindacati) ma dallo stesso meccanismo capitalista che integrava a sé queste spinte, trasformandole in un ulteriore processo di accumulazione.


E’ terribile per la psiche dei militanti, ma il proletariato o è rivoluzionario o non è nulla. Il proletariato rivoluzionario non è solo attività diretta, ma è la critica dell’economia politica che si materializza nello sviluppo di nuovi rapporti sociali e quindi di nuova produzione sociale. Il venir meno di questo processo, nato dai limiti stessi del capitale, presuppone la fine del proletariato in quanto elemento rivoluzionario, ma non la sua inattività, anzi, sia i regimi fascisti così come quelli democratici sono sempre alla ricerca di una nuova comunità d’intenti, di una “vera” partecipazione. La differenza sostanziale è che mentre il proletariato rivoluzionario necessariamente pone il problema di una nuova produzione sociale, rompendo i vincoli del capitale, e quindi pone nella sua stessa dinamica di lotta l’affermazione in positivo di una nuova umanità negando la sua stessa entità, l’attività del capitale è fondata su una visione particolare, dove esiste una contrapposizione di interessi di comunità e di classe e su questi sviluppa i suoi processi di separazione e affermazione.

Tuttavia l’autore ha il pregio di porre delle domande e una ricostruzione storico-statistica importante che impone a chi si colloca in una prospettiva pro-rivoluzionaria domande non eludibili. Se leggiamo a questo punto la sua ricostruzione storica dei processi rivoluzionari russi e tedeschi vediamo come, pur in un ottica ancora interna alla Politica, possiamo cogliere i limiti intrisechi di tutta una certa letteratura di sinistra, che vede come fumo negli occhi i meccanismi di crisi del sistema stesso. Incapace di cogliere le potenzialità oggettive che sorgono dentro le stesse contraddizioni capitaliste, ancora intriso di un volontarismo e culturalismo proprio della società borghese, spaventato di fronte alla scosse telluriche del capitalismo. Negli attuali processi di crisi in atto, tutta una serie di suggestioni che si possono leggere nel testo ci rimandano al presente, il disfacimento delle certezze della moderna generazione precaria, la fine dell’apparente e dorata epoca del post-moderno e del neo-liberalismo, che spostò solamente nel tempo le contraddizioni nate dai meccanismi di crisi internazionali scaturiti alla metà degli anni 70, ci permettono di leggere alcune dinamiche sociali proprie della crisi descritte da Barrington Moore, Jr come passaggi che rivivono nel presente. Infine il teso ha il pregio di offrire un tentativo di lettura non manicheista, anche se il tentativo non è completamente riuscito. Interessante è la lettura delle categorie di destra


e sinistra, categorie inutili se viste dentro i rapporti materiali di classe della società. L’accenno posto sul ruolo della donna, dentro il sistema produttivo e il ruolo che in questa dinamica ha avuto come elemento che ha subito in modo più diretto quel meccanismo di de-integrazione dal capitale stesso, è un approccio che rende il testo ancora oggi utile da leggere. L’analisi accurata dei meccanismi specifici di classe e i relativi comportamenti che riporta l’autore ci permettono una visuale più ampia della retorica con cui ancora oggi vengono letti, non solo i fenomeni del passato, ma anche del presente. Il cosiddetto proletariato rivoluzionario esiste solo in una dimensione di deintegrazione prodotta dal capitale stesso, dove è lo stesso movimento del capitale che permette lo sviluppo di questo virus interno ad esso. La sua attività non è automatica, è prodotta dentro una necessaria attivazione degli esseri umani, che tuttavia sviluppano una nuova umanità in quanto impossibilitati di vedere dentro le dinamiche del capitale stesso una possibilità. Va letto in questo senso l’interesse che ancora oggi assume la classe proletaria classicamente intesa, nella sua estensione dentro un modello di produzione capitalista sempre più globale, dove se prima il confronto all’interno del capitale era tra integrazione e de-integrazione (civiltà o comunismo) oggi potrebbe diventare in linea di tendenza tra de-integrazione e disintegrazione (comunismo o distruzione del pianeta). Mai come oggi non è solo necessario individuare la critica diretta dell’economia politica che produce la lotta di classe nella crisi ed è altrettanto necessario porre al centro la critica della stessa Politica, condizione effettiva per la generalizzazione di nuovi rapporti sociali, rottura della separazione, dei particolarismi.

Alcuni compagni/e di Connessioni Estate 2012


MASSE E MOVIMENTI RIVOLUZIONARI LE BASI -SOCIALI DELL'OBBEDIENZA E DELLA RIVOLTA di Barrington Moore, Jr.

Rivoluzione tedesca e rivoluzione russa: qualche confronto

Le rivoluzioni russe del 1905 e del 1917 legittimano il concetto di rivoluzione proletaria, anche se in un senso molto diverso da quello originariamente immaginato da Marx?

Se

per

rivoluzione

proletaria

si

intende

una

rivoluzione

imperniata

essenzialmente sui lavoratori industriali, la risposta a questa domanda, dal mio punto di vista, a negativa. Certamente, in tutte e tre le rivoluzioni russe (1905, febbraio e ottobre 1917) i lavoratori dell'industria ebbero un ruolo importante e forse anche indispensabile. Inoltre prese e mantenne il potere un partito che pretendeva di parlare a nome di quella che, a partire dal novembre 1917 , divenne la maggioranza decisamente radicalizzata di questi lavoratori, Nondimeno vi erano ragioni molto più importanti per una trasformazione rivoluzionaria. C'erano: 1) rivolte contadine a confische di terre in un paese la cui popolazione era ancora per l'80% rurale e ostile ai rapporti di proprietà esistenti; 2) l'alienazione e lo sgomento nel 1917 di quasi tutti i settori influenti della popolazione di fronte all'incompetenza e debolezza dello zar che gli sforzi bellici avevano messo in luce; 3) la disgregazione sotto tali tensioni dei principali mezzi repressivi, l'esercito e le forze di polizia. Questa disgregazione fu decisiva. Non fu la potenza dell'esplosione rivoluzionaria ad abbattere l'edificio zarista, ma il crollo dei suoi difensori. Sia nel febbraio (marzo del nuovo calendario) sia nell'ottobre (novembre) del 1917 i rivoluzionari marciarono sostanzialmente attraverso una porta aperta, incredibilmente marcita sui propri cardini. Ciò spiega perchè in quelle rivoluzioni ci fu un così scarso spargimento di sangue. Venne più tardi con la vendetta, quando « la dittatura del proletariato » lottò per


istituirsi come una elite minoritaria basata sulle città, sforzandosi di governare e poi di trasformare una società contadina1. Naturalmente, tutto ciò differiva parecchio da quanto era accaduto in Germania. Invece di metterci a discutere se il concetto di rivoluzione proletaria è applicabile o no all'esperienza rivoluzionaria russa, sarà più proficuo appurare alcune delle ragioni del comportamento degli operai russi e valutare un po' più attentamente il loro ruolo effettivo nel processo rivoluzionario. La classe operaia industriale in Russia crebbe in un contesto storico molto diverso da quello dei lavoratori tedeschi. La burocrazia zarista fu un elemento determinante, forse l'elemento decisivo in questo contesto. I suoi indirizzi politici influenzarono enormemente il tasso e il carattere della crescita industriale russa. La politica zarista fu anche in notevole misura responsabile della radicalizzazione dei lavoratori industriali prima del 1914, sebbene fossero all'opera altre forze che col tempo probabilmente avrebbero potuto portare a risultati piu vicini al grado di integrazione evidente in Germania. La politica zarista ebbe anche una pesante responsabilità nella disgregazione dell'esercizio e delle forze di polizia russi. Dopo la rivoluzione di febbraio, il Governo provvisorio non volle o non seppe invertire il processo di disgregazione e trovarsi una nuova base sociale. Nella loro composizione sociale così come nelle loro istituzioni i lavoratori industriali russi erano una creazione storica molto recente, la conseguenza cioè di una rapida crescita industriale della Russia nel periodo antecedente la prima guerra mondiale. Riportiamo alcuni dati sul numero dei lavoratori dell'industria in alcuni anni campione precedenti la guerra:

1863

1890

1897

1900

1914

350.000

720.000

1.124.000

2.278.000

2.700.0002

1

Nella discussione che segue non ho potuto servirmi di due importanti volumi apparsi proprio nel momento in cui davo alle stampe it mio: John L. H. KEEP, The Russian Revolution: A Study in Mass Mobilization, New York 1976, e Alexander RABINOWITCH, The Bolsheviks Come to Power: The Revolution of 1917 in Petrograd, New York 1976. 11 primo, una analisi generale, accentua it ruolo degli operai e dei contadini; 1'altro è un resoconto particolareggiato degli avvenimenti del 1917 a Pietrogrado. 2

Woldemar KOCH, Die bol’ševistiscben Gewerkschaften, Jena 1932, pp. 2-3. I dati sono solo approssimativi, a causa del variare delle definizioni della categoria « lavoratore » Così i dati del 1900 includono, per la prima volta, i minatori (672.000) e parte dei lavoratori industriali soggetti a tassazione (243.000), mentre quelli del 1914 sono sottostimati, limitandosi al territorio che in seguito diventerà l'Urss.


In netto contrasto con la Germania una percentuale molto elevata di questi lavoratori, circa il 50% nel 1902, era occupata in enormi fabbriche con mille e più addetti3. Inoltre, diversamente dalla Germania, le fabbriche erano sorte nelle città più grandi. In meno di trentacinque anni Riga, Kiev, Odessa e Rostov triplicarono o quadruplicarono la loro popolazione, mentre Baku, Tsaritsin e altre crebbero da cinque a otto volte4. Ovviamente la concentrazione operaia era particolarmente imponente nella capitale, a Pietrogrado, come veniva chiamata nel 1917, c'erano circa 400.000 lavoratori, per il 60 % occupati nelle industrie metallurgiche, che allora producevano quasi esclusivamente materiale bellico5. Nel 1914 la popolazione di Pietrogrado era di 2.119.000 unità6. Nel 1914 Mosca era una città di 1.700.000 abitanti, con una popolazione di fabbrica che nel 1912 ammontava a 159.000 unità7. Dato che poco meno della metà della popolazione complessiva di ogni città era costituita da maschi adulti e la maggior parte dei lavoratori erano uomini, queste proporzioni sono considerevolmente più alte di quanto appaia a prima vista. Se i maschi fisicamente attivi - quelli the potevano prendere parte alle dimostrazioni politiche - erano circa un terzo della popolazione di ogni città, gli operai dovevano essere la netta maggioranza di questi maschi a Pietrogrado e più di un quarto a Mosca. Ciò non di meno sarebbe imprudente concludere che 1'industrializzazione di per se creò in Russia, al contrario che in Germania, una serie di tensioni sociali pronte a esplodere alla prima scintilla. I retaggi del passato lasciarono le loro inibizioni sotto forma di paura dell'autorità (o, più concretamente, paura delle cariche dei cosacchi sulla folla e dello schiocco delle loro lunghe fruste), di apatia, di modelli socialmente imposti, di deferenza verso

i

superiori

e

di

fiducia

nella

benevolenza

dell'Autocrate.

Per

giunta,

l'industrializzazione stessa creò inibizioni: la stanchezza dovuta alle lunghe ore di lavoro in ambienti rumorosi, dove era spesso impossibile parlare con altri operai. Anche allora si preferivano le soluzioni individuali e restare attaccati a un lavoro a basso rischio piuttosto che sacrificarsi per fini collettivi lontani nel tempo, per non menzionare gli inizi del sindacalismo spicciolo del quale parleremo tra poco. Tutti questi ostacoli andavano 3

KOCH, op. cit., p. 4. Teddy J ULDRICKS, The «Crowd»i in the Russian Revolution: Towards Reassessing The Nature of Revolutionay Leadership « Politics and Society » , vol 4 n 3(1974) p 401. 5 Paul AVRICH , Russian Factory Committees in 1917, « Jahrbücher für Geschichte Osteutopas » Band 11, Heft 2 (1963) pag 163 nota 14 6 Victoria E. BONNELL The Politics of Labor in Pre-Revolutionay Russia: Moskow Worker’s Organisations 1905-1914, Tesi di dottorato inedita, Harward University, p.34 nota 3 7 BONNELL The Politics of Labor pp. 2, 4 4


evitati, altrimenti i lavoratori avrebbero dovuto in qualche modo superarli prima di comportarsi in modo rivoluzionario. L'importante è che tutto ciò accadde e, cosa ancora più importante, c'era da aspettarsi che sarebbe accaduto, dato il carattere del regime zarista. Tra gli eventi più probabili connessi alla situazione generale a partire dal 1900 c'era il possibile coinvolgimento della Russia in una guerra contro paesi più avanzati per la quale era mal preparata. La Russia, sebbene fosse una potenza debole, molto più debole di quanto si rendessero conto alcuni dei suoi governanti, era ancora una potenza mondiale con interessi da difendere o promuovere in Europa, nel Medio Oriente e in Asia. Tuttavia non tutte le componenti della situazione portavano ad una inevitabile rivoluzione. C'erano alcune forze di integrazione capitalistica operanti sia nelle campagne sia nelle città, ma persistevano anche vincoli precapitalistici ereditati dal passato, anche se in via di rapida scomparsa. Paradossalmente, gli scritti di Lenin forniscono la prova

che

ci

occorre della loro

esistenza.

La

sua

voluminosa

produzione

prerivoluzionaria rappresenta una polemica continua e per molti aspetti terribile contro le forze integrazioniste e le tendenze sociali «spontanee» che potevano frenare o travisare la rivoluzione che egli voleva ardentemente. Per analizzare correttamente tutte queste tendenze contraddittorie occorrerebbe un libro intero. Qui mi limiterò a qualche commento sui tentativi fatti dai lavoratori per organizzarsi e sostenere i propri interessi. Su questo punto sarebbe difficile immaginare un contrasto .più netto con la Germania guglielmina, il suo potente sindacato e la burocrazia del partito socialdemocratico. In Germania già dal 1848, come dimostra il memoriale di Stephan Born, ci fu, almeno per un breve periodo, un considerevole grado di tolleranza di fatto verso gli sforzi dei lavoratori per organizzarsi e contrattare con gli imprenditori paghe più alte8. In pratica, l'autocrazia zarista non raggiunse questo livello che nel 1914. La storia prebellica del movimento operaio russo testimonia soprattutto i tentativi dei lavoratori di organizzarsi in vista di obiettivi economici e sociali limitati, le sporadiche mosse zariste per controllare o soffocare questi tentativi e le manovre generalmente inefficaci di intellettuali radicali sempre in polemica per assumere il controllo del movimento operaio ai loro fini. Possiamo quindi iniziare dagli eventi del 1896 quando stava 8

Cfr P.H. Noyes, Organisation and Revolution: Working Class Associations in the German Revolutions of 1848-1849, Priinceton 1966, pp. 70-72, 83-90


concludendosi la più importante ondata di agitazioni nelle industrie russe. Quell'anno gli operai tessili di Pietroburgo stupirono l'opinione intellettuale di gran parte della Russia e dell'Europa attuando uno sciopero estremamente disciplinato che si protrasse per più di due settimane. A questo punto, una parte ostinata dell'intellighenzia radicale russa si dava ancora da fare per cercare un rappresentante e una serie di misure adatte fossero esse il terrore, i contadini, gli operai o una combinazione di tutto ciò - per cambiamenti sociali e istituzionali di larga portata. Tra costoro un gruppo di marxisti aveva escogitato un piano per scoprire che cosa veramente i lavoratori industriali non tolleravano nella vita di fabbrica e quindi distribuì volantini su queste concrete rivendicazioni. Ovviamente questi volantini diedero maggiore vigore ai tessili di Pietroburgo. Gli operai stessi allargarono lo sciopero con il ricorso a bande che circolavano per le strade facendo uso di appelli, urla e sassi per persuadere altre fabbriche a chiudere9 . Questo sciopero pare aver segnato l'apice del collegamento diretto tra i marxisti e le rivendicazioni concrete dei lavoratori - un legame decisamente tenue nel migliore dei casi. Il suo pieno successo portò all'eresia dell' «economismo», cioè al perseguimento di interessi esclusivamente economici, contro il quale Lenin si sarebbe scagliato10. In seguito il legame si allentò per i frequenti attriti tra intellighenzia e operai e l'intellighenzia si dedicò alle dispute sul proprio ruolo. I menscevichi si interessarono alla creazione di organizzazioni operaie secondo metodi euroccidentali, senza avere tuttavia l'opportunità, sotto il regime zarista, di attuare le loro idee. I bolscevichi per lo più continuarono a guardare con sospetto tali tentativi, anche se quando si trovarono di fronte a quella che ritenevano una buona occasione per assumere il controllo delle organizzazioni operaie e servirsene ai propri fini non esitarono a muoversi. Queste mosse ebbero poca importanza fino a poco prima che scoppiasse la guerra del 1914. Nel frattempo i lavoratori erano tornati a forme organizzative più tradizionali, una delle quali era quella zarista del «socialismo vigilato»11. Sebbene tale socialismo attirasse i lavoratori quanto bastava per impensierire i marxisti, questo tentativo di integrazione cessò bruscamente quando le truppe zariste fecero fuoco sul corteo disarmato di migliaia di lavoratori e qualche curioso guidati da padre Gapon - molti dei quali reggevano icone e 9

Allan K. WILDMAN, The Making of Workers' Revolution: Russian Social Democracy, 1891-1903, Chicago 1967, pp. 48-50, 61-68, 73-74 10 WILDMAN, op. cit., pp. 55-56 11 WILDMAN, op. cit., pp 90, 251 (nota 58)


ritratti dello zar e cantavano inni religiosi e patriottici - che si dirigevano al Palazzo d'Inverno per presentare una petizione allo zar affinchè riparasse ai torti subiti dai lavoratori. Era domenica, il 22 gennaio 1905, quando parecchie centinaia di persone inermi furono uccise o ferite dalle truppe zariste. Quella domenica di sangue segnò la fine della fede ingenua e forse gradualmente declinante del popolo e lo zar come padreprotettore12. Dopo questo avvenimento numerosi lavoratori distrussero il ritratto dello zar nelle loro stanze, dicendo: «Basta con gli zar!». Tuttavia si verificarono ulteriori accadimenti che concorsero a distruggere l'aureola dell'autorità patriarcale tra strati assai vasti della popolazione. La domenica di sangue ebbe luogo circa tre settimane dopo la caduta di Port Arthur nel conflitto russo-giapponese. Iniziata come un tentativo deliberato di unificare la Russia e di mascherare il malcontento con una insurrezione patriottica, la guerra con le sue sconfitte accese una rivolta che andava dalla Siberia alla Polonia. Nel 1905 i lavoratori agivano ancora in modo generalmente individualistico. Il 20 ottobre iniziò uno sciopero ferroviario per una questione di diritti pensionistici, che si estese rapidamente in tutto il paese e bloccò il traffico ferroviario. Ben presto lo sciopero assunse un carattere politico. Le richieste, e bene notarlo, erano di tipo liberale e non socialista: elezioni libere, un'assemblea costituente e l'amnistia per i prigionieri politici. Il 20 ottobre lo sciopero dei ferrovieri si trasformò in uno sciopero generale che paralizzò il paese intero. Questo fu il culmine della rivoluzione del 1905, un'ondata di violenza che strappò all'autocrazia riforme costituzionali limitate13. Sebbene i socialdemocratici russi fossero in grado di cavalcare la tigre rivoluzionaria una volta fuori dalla gabbia, e certo invece che fecero ben poco o niente per farla uscire. L'esplodere dei più importanti scioperi in ottobre li colse di sorpresa e li rese confusi circa le direttive da dare ai lavoratori14.

12

Sulle preoccupazioni dei marxisti si veda Solomon M. SCHWARZ The Russian Revolution of 1905: The Workers' Movement and the Formation of Bolshevism and Menshevism, trad. ingl., Chicago 1967, pp. 58-74; per un resoconto delta vicenda Valentin GITERMANN, Geschicbte Russlands, 3 voll., Zurigo 1949, III, pp. 389-94. Si veda anche Daniel FIELD, Rebels in the Name of the Tsar, Boston 1976, pp.20-21, sull’atteggiamento della gente comune verso lo zar. 13 W.H. CHAMBERLIN, The Russian Revolution, 1917-1921, 2 vol. New York 1935, I, p.51. Anche GITTERMANN, op.cit., III, pp.407-10. 14 Per i particolari su questo aspetto, basati sull’esperienza personale dell’autore, si veda SCHWARZ The Russian Revolution of 1905, pp.138-43.


Tra i lavoratori i sindacati avevano preso piede durante la rivoluzione del 1905. Nel marzo del 1906, come parte delle riforme semicostituzionali e liberali concesse dal potere autocratico, essi ottennero il primo riconoscimento giuridico della storia russa. Per un breve periodo durato solo fino al 1907 sembrò che ci fossero le basi per prevedere uno sviluppo secondo il modello tedesco. Menscevichi e bolscevichi fecero a gara nell'organizzare sindacati, col predominio dei primi. Insieme, nella città di Mosca riuscirono ad organizzare circa il 10% della forza-lavoro15. Sebbene questa percentuale non regga il confronto con la metà circa della forza-lavoro tedesca organizzata in sindacati nel 1914 - e più o meno un lavoratore su tre iscritto a un sindacato nominalmente marxista -- tuttavia è significativo il fatto che migliaia di lavoratori russi per la prima volta acquisirono esperienza nell'organizzare sindacati e nella contrattazione collettiva coi datori di lavoro. Fecero la loro comparsa i problemi tipici dei movimenti operai occidentali, quali la corporazione artigianale contrapposta ai sindacati industriali e il «closed shop»16. Mentre i menscevichi speravano di creare organizzazioni che permettessero ai lavoratori di educarsi ed infine affrancarsi in tempi lunghi e non prestabiliti, ai bolscevichi interessavano risultati rivoluzionari immediati. Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare e a quanto gli storici bolscevichi hanno sostenuto più tardi, i bolscevichi ottennero successi organizzativi soprattutto nel settore artigianale dell'economia moscovita, non nelle grandi fabbriche con un alto numero di operai17. Quali che fossero le prospettive di integrazione riformistica, scomparvero con la svolta repressiva della politica zarista tra il 1907 e il 1912. Durante questi anni i sindacati furono messi fuori combattimento. In seguito godettero di altri due anni di esistenza relativamente libera, raggiungendo così un totale di soli quattro anni di esperienza prima dello scoppio della guerra. Attendersi che il riformismo si mantenesse saldo in tali condizioni e in uno spazio di tempo così breve può apparire strano. Rispetto alla prima fase di attività, la ripresa del 1912 fu fiacca. Se dopo il 1906 molti lavoratori si rivolsero al sindacalismo, disillusi dei tentativi rivoluzionari, a partire dal 1912 ci fu il 15

'

O1tre a BONNELL, The Politics of Labor, che si concentra su Mosca, ho attinto da A. EL NICKIJ, Istorija rabočego diviženija v Rossii, 4` ed., Mosca 1925, cap. 13, che alle pp. 288-89 dà alcune interessanti informazioni sull'ampia partecipazione operaia alle elezioni della seconda Duma. Ambedue concordano nell'asserire che la politica zarista radicalizzò le tendenze riformiste. 16 Fabbrica o azienda che per contratto assume solo lavoratori iscritti a un sindacato o in cui il datore di lavoro deve rivolgersi a un sindacato per assumere personale. [N.d.T.] 17 BONNELL, op. Cit., pp. IV, VI, VII, per informazioni generali; sulle fonti bolsceviche di sostegno, pp. XIV, XV, 84; per altri particolari sulle attività sindacali, pp. 85-100.


disinganno per la ragione opposta: l'esperienza aveva dimostrato che sia il regime zarista sia i datori di lavoro erano tenacemente avversi ai lavoratori. Non deve sorprendere quindi che i bolscevichi prevalessero sui menscevichi nella direzione dei sindacati durante questa seconda fase18. L'esperienza zarista, con la sua mescolanza di intermittente legalità e di opposizione da parte sia del governo sia dei datori di lavoro, parrebbe offrire un buon motivo per la ribellione piuttosto che per una trasformazione graduale. Se il governo tedesco permise che organizzazioni intermediarie su vasta scala, fortemente interessate al mantenimento dello status quo si sviluppassero contro il suo volere, il regime zarista in una situazione diversa riuscì a impedire una loro comparsa anche formale. La differenza era importante, ma di per se non fu la causa prima della rivoluzione. Come si può notare studiando il susseguirsi degli avvenimenti, le rivendicazioni dei lavoratori –in particolare, dei lavoratori delle fabbriche - non furono la causa principale del crollo zarista nel 1917. Nel 1905 il governo era riuscito a reprimere la rivolta senza grandi difficoltà poichè poteva ancora fare affidamento sull'esercito. Ma col terzo inverno della prima guerra mondiale quel sostegno essenziale venne a mancare19. Dietro questa disgregazione sta il massacro di un esercito di contadini da parte di un nemico tecnologicamente superiore. Una volta spezzati i tradizionali vincoli di lealtà e del nazionalismo, i contadini non vollero più sopportare un regime governato dai e a favore dei latifondisti, la cui terra molti di loro bramavano di possedere. Un secondo fattore strettamente correlato fu l'inadeguatezza dei mezzi di trasporto. Ciò significava che le armi, qualora ce ne fossero, non sarebbero arrivate al fronte e, fatto più importante per la pace sociale, che il cibo e gli altri generi di prima necessità non avrebbero raggiunto le 18

BONNELL, op. cit., capp. 4-6. Per una descrizione generale dei sentimenti della gran massa dei lavoratori si veda L. H. HAIMSON, The Problems of Social Stability in Urban Russia, 1905-1917, « Slavic Review », vol. XXIII, n. 4 (dicembre 1964), pp. 619-42, e vol. XXIV, n. 1 (marzo 1965), pp. 1-22. Haimson osserva the 1'esiguo e discretamente ben inserito proletariato urbano sviluppatosi dal 1914 era continuamente sommerso da ondate migratorie dalle campagne. Molti contadini portavano con se uno spirito di ribellione elementare, buntovstvo. D'altra parte, penso che l'abitudine di muoversi da e verso la campagna abbia funzionato da valvola di sicurezza economica tra gli strati sociali più bassi della popolazione contadina e urbana. E’ quindi assai difficile valutare l'effetto politico; è probabile che sia lo spirito di ribellione sia la mobilità abbiano reso difficile l'organizzazione di tali lavoratori. Il lettore potrebbe replicare che nella Ruhr i «Polacken » o immigrati rurali nelle zone minerarie in un primo tempo erano culturalmente rozzi ma politicamente docili. Successivamente, in quanto massa di lavoratori disorganizzati e volubili, essi servirono da forte stimolo all'attivismo sindacale. Date Ie condizioni della Russia dal 1900 in poi ci si può aspettare un alternarsi di stati d'animo analoghi ma più pronunciati. 19 Sui cedimenti nell'esercito si veda E. N. BURDŽALOV, Vtoraja Russkaja Revoljucija, vol. II: Moskva - Front Periferija, Mosca 1971, pp. 90-91. Era stata ridotta la razione di pane e introdotti i giorni di digiuno; la disciplina cominciò a vacillare.


grandi città. Il principale apparato repressivo si andava sgretolando a mano a mano che aumentavano le richieste dei consumatori, una combinazione pericolosa per qualsiasi ordine costituito. Agli inizi del 1917 la crisi dei rifornimenti aveva interessato tutto il paese. In gennaio i rifornimenti a Pietrogrado avevano a malapena raggiunto la metà del quantitativo fissato20. Tuttavia quando scoppiò l'insurrezione che rovesciò il vecchio regime, tutti furono sorpresi, anche gli insorti. Una dimostrazione del 10 febbraio fu un fiasco perchè gli appelli dei socialdemocratici erano confusi e il giorno prima era iniziata la settimana di carnevale che precede la quaresima21. Ma la scarsità di pane e il freddo pungente avevano reso la situazione molto instabile. Lunghe file di donne, vecchi e bambini si lagnavano della mancanza di pane, di chi era responsabile della sofferenza del popolo e di chi traeva vantaggi dalla guerra (komy nuzna vojna). La polizia di Pietrogrado riportava che le file per il pane erano a tutti gli effetti raduni rivoluzionari con decine di migliaia di volantini rivoluzionari. Le consuetudini della vita quotidiana che in tempi normali tengono unita la società si stavano sgretolando per le dure richieste dei consumatori, i quali accusavano l'autorità di aver infranto il contratto sociale. La strada si era trasformata in un circolo rivoluzionario. Le più colpite erano le donne, perchè gli uomini erano al fronte, ed esse dovevano affrontare da sole il lavoro, la cura dei figli e la scarsità di cibo22. La rivoluzione vera e propria scoppiò durante la Giornata Internazionale della Donna, il 23 febbraio (8 marzo) 1917. In un primo tempo il principale focolaio di rivolta non furono gli stabilimenti metallurgici Putilov, ma la zona tessile di Vyborg, che impiegava parecchie donne. Il giorno prima, tuttavia, una serrata degli stabilimenti Putilov aveva lasciato inoperosi circa ventimila lavoratori, e questo non aveva contribuito a placare la situazione23. A questo punto molti o la maggior parte dei poliziotti a cavallo erano ancora disposti a irrompere sulla folla con sciabola e frusta, mentre altri erano riluttanti e fecero marcia indietro quando si trovarono di fronte una folla capeggiata da donne. Questo diede alla gente coraggio e speranza. Tuttavia le forze dell'ordine 20

BURDŽALOV, op. cit., vol. I: Vostanie v Petrograde, Mosca 1967, pp. 81-82. BURDŽALOV, op. cit., I, pp. 107-8. Un'altra manifestazione il giorno 14 vide una maggiore partecipazione, ma non ebbe maggior successo. 22 BURDŽALOV, op. cit., I, pp. 116-19. 23 BURDŽALOV, op. cit., I, pp. 116, 119-20. Si veda GITTERMANN, Geschichte Russland, III, . p 477, il quale attribuisce maggior importanza ai lavoratori di Putilov 21


erano riuscite a soffocare le sommosse del 10 e del 14 febbraio24. Ancora una volta, il 26 febbraio, le truppe zariste fecero fuoco sui lavoratori che cercavano di raggiungere il centro della città. Molti di essi pensarono che la sommossa fosse conclusa: dimostranti disarmati non sono in grado di opporre resistenza ad un governo deciso a prendere misure drastiche. Quel giorno i soldati si comportarono nel complesso disciplinatamente rifiutandosi di fraternizzare con la folla e aprendo il fuoco. Le autorità ne furono soddisfatte25. L'umore della guarnigione di Pietrogrado doveva rivelarsi decisivo per l'intera insurrezione. Sebbene fosse stato rafforzato con forze fidate, il presidio era formato principalmente da truppe di riserva. V'era un'alta percentuale di lavoratori locali richiamati alle armi e di squadroni di evacuati: uomini che erano stati al fronte, feriti, e ritornati nei ranghi. Essi conoscevano la vita di trincea e non desideravano farvi ritorno26. La notizia che l'esercito aveva aperto il fuoco sulla folla disgustò alcuni soldati del presidio. Nello stesso giorno in cui le truppe attaccarono un gruppetto passò dalla parte dei rivoluzionari, e trovandosi di fronte alla gente si rifiutò di sparare. Il giorno successivo, il 27 febbraio, i lavoratori, seguendo le direttive strategiche dei capi bolscevichi che cercavano disperatamente di mettersi alla loro testa, si insediarono davanti ai cancelli delle caserme tentando di parlare con le guardie e di abbattere la barriera che divideva le truppe dal popolo27. E’ verosimile che questi sforzi non abbiano sortito un grande effetto. Probabilmente ebbero maggior peso le tesi e le discussioni che si stavano diffondendo tra i soldati, e di cui purtroppo sappiamo poco. La situazione stessa, d'altra parte, era chiara: i soldati dovevano far fuoco sulla loro gente oppure disertare; la qual cosa dovevano temere molto, come dimostra il loro comportamento successivo. Alle sei del mattino del 27 febbraio quattrocento soldati di un reggimento schierati in parata salutarono normalmente il loro ufficiale. Poi, come si erano accordati in precedenza, coprirono con grida di hurrà la voce dell'ufficiale che tentava di leggere l'ordine dello zar di soffocare la rivolta. Subito dopo raggiunsero altre caserme per farne 24

BURDŽALOV op. cit., I, pp. 107, 128-30. BURDŽALOV op. cit., I, pp. 172-173. 26 BURDŽALOV op. cit., I, p. 104.. 27 BURDŽALOV op. cit., I, pp. 177-178, 184. 25


uscire i commilitoni. Questi dapprima esitarono, ma poi uscirono. Ben presto le strade furono piene di soldati che circolavano in gruppetti sparsi e disorganizzati. Ma appena un ufficiale, anch'esso smarrito, si uni a loro e prese il comando schierandosi dalla parte della rivoluzione, essi lo seguirono con entusiasmo. Le diserzioni si moltiplicarono. La sera del 26 febbraio avevano disertato seicento uomini; la mattina successiva erano diventati 10.200,' - il pomeriggio del 27 furono 25.700 e la sera 66.700. La prima azione che vide uniti lavoratori e soldati fu la liberazione di una parte dei prigionieri, circa 7.60028. A sua volta questa azione fornì nuovi capi alle forze rivoluzionarie. Infine i soldati si riversarono spontaneamente verso il palazzo Tauride, dov'era riunita la Duma, il simbolo della legalità. A propria salvaguardia per aver infranto il giuramento di fedeltà cercavano la benedizione dell'autorità costituita. I bolscevichi tentarono di contrastare questo cammino verso la legalità, pullulante di gente di ogni sorta, e di insediare un centro rivoluzionario alla stazione Finlandia. La cosa si rivelo impossibile. Ma con la postazione di presidi militari nei punti chiave della città la rivoluzione era al sicuro. Mi sono soffermato su questi aspetti dell'insurrezione di febbraio perchè gettano una luce importante su alcuni processi rivoluzionari generali. Il venir meno dell'obbedienza tra i soldati fu l'aspetto cruciale della rivolta. Finchè l'apparato repressivo non si deteriora, nessun movimento rivoluzionario ha una possibilità di successo. Nel caso della guarnigione di Pietrogrado i fatti ci permettono di ravvisare una volta ancora il ruolo decisivo del sostegno sociale alla disobbedienza e al tempo stesso alcuni degli ostacoli più comuni a rompere con l'autorità costituita. Sui rivoluzionari ebbero un certo peso le rivendicazioni dei lavoratori industriali. Ma fu difficile portare i lavoratori al punto giusto di ardore rivoluzionario e trasformarli in una folla rivoluzionaria - in se stessa indifesa contro forze armate risolute, come ha mostrato l'episodio sopra riferito - finchè le fabbriche stesse non vennero chiuse. Le condizioni di lavoro, senza dubbio cattive, evidentemente non bastarono a produrre questo effetto fintanto che i lavoratori si trovarono nel contesto sociale di una fabbrica attiva. All'interno delle fabbriche serrate, d'altra parte, ancora affollate di operai, gli agitatori riuscirono ad avere successo29. Si può supporre che i lavoratori più pacifici e «responsabili» - e ce ne dovevano essere in Russia, anche se 28 29

BURDŽALOV op. cit., I, pp. 185-187. Sulla liberazione dei prigionieri, p.193 sulle diserzioni. Su questo aspetto si veda Katharine CHORLEY, Armies and the Art of Revolution, 2' ed., Boston 1973.


molto meno che in Germania - siano stati sopraffatti dai colleghi più eccitabili e in una certa misura trascinati e costretti ad unirsi alla folla rivoluzionaria30. Più che il malcontento vero e proprio dei lavoratori, fu il totale sconvolgimento della normale routine quotidiana provocato dalla scarsità di beni di consumo, a sua volta dovuta al caos nel sistema dei trasporti, a creare un'atmosfera propriamente rivoluzionaria. In questo contesto assunse straordinaria importanza il ruolo delle donne sia nel guidare le prime fasi della rivolta sia nel disarmare concretamente le forze della repressione, fatto non nuovo in una insurrezione rivoluzionaria31. La storia successiva alla rivoluzione di febbraio è solo un epilogo, per lo meno dal punto di vista del confronto con la Germania. Diversamente da questa, la società russa, per i motivi già discussi, non riuscì a creare un movimento operaio moderato al quale trasferire il potere. I contadini erano una fonte di crescita dell'agitazione rivoluzionaria invece che un freno a quel processo, e la borghesia capitalista russa era assai più debole di quella tedesca. Cosi il processo di radicalizzazione continuò a distruggere l'assetto sociale esistente finchè un partito risoluto riuscì e volle prendere il potere e addossarsi il compito immane della ricostruzione rivoluzionaria. Certamente molte fabbriche avrebbero chiuso per ulteriori restrizioni. L'esercito si sarebbe disgregato in una folla derelitta. Ci rimangono tuttavia da analizzare altri due aspetti di questo processo. Che tipo di richieste avanzavano gli stessi lavoratori? La fine dell'egemonia zarista offre un'occasione unica per capire la mentalità degli operai comuni e che idea si facessero fatti di ciò che avveniva intorno a loro. L'altro problema di interesse generale è il seguente: che ruolo hanno avuto la pianificazione e l’organizzazione rivoluzionaria nella presa del potere da parte dei bolscevichi? La rivoluzione di febbraio (marzo), come anche le autorità sovietiche sono ora in grado di riconoscere, fu un avvenimento spontaneo e non preparato. Qual è la differenza rispetto all'altra? E’ possibile che tutto quello che in Oriente e in Occidente è stato scritto sull'importanza di un partito e di una organizzazione rivoluzionari, servendosi di questo evento come di un archetipo, sia per lo più un esercizio di mitologia sociale? 30

BURDŽALOV op. cit., I, pp. 122-123 dà un vivace resoconto delle discussioni all’interno delle fabbriche Sul ruolo della donna nella rivoluzione francese si veda O1wen H. HUFTON, Women in Revolution 1789-1796, «Past and Present » n. 53 (novembre 1971), pp. 90-108. 31


La miglior fonte di informazione su ciò che gli operai volevano sono i rapporti dei comitati che sorsero nelle singole fabbriche subito dopo la rivoluzione di febbraio. E’ evidente che i lavoratori organizzarono buona parte di quei comitati autonomamente, anche se agitatori menscevichi e socialrivoluzionari collaborarono. In un primo tempo i bolscevichi furono pochi, se pur ve n'erano. A partire da Pietrogrado subito dopo la rivoluzione di febbraio i comitati di fabbrica si diffusero rapidamente in ogni centro industriale della Russia europea32. Sebbene fossero indubbiamente dominati da individui capaci di esprimersi e politicamente avanzati - circostanze che presto li misero in mano ai bolscevichi - i comitati erano strettamente collegati ai lavoratori e soprattutto nei primi tempi ne rispecchiavano i desideri e sentimenti spontanei. Fortunatamente lo storico francese Marc Ferro ha compilato un utile elenco di un gran numero di quelle rivendicazioni e di quei comunicati, provenienti da tutta la Russia. Quasi tutte le rivendicazioni emerse con la fine dello zarismo riguardavano i salari e le condizioni di lavoro. La più diffusa era di gran lunga la richiesta della giornata lavorativa di otto ore. C'era una generale avversione per il lavoro a cottimo. I lavoratori volevano invece essere retribuiti a giornata e pagati settimanalmente, e due settimane di paga in caso di licenziamento. Come i loro colleghi tedeschi non erano favorevoli alla parità salariale. Avevano idee precise sulle retribuzioni dei diversi livelli di specializzazione. E anche in questo caso come gli operai tedeschi chiedevano un salario minimo garantito. Dopo la fine di marzo si ebbero richieste di aumenti salariali, causate per lo più dall'inflazione. Per alcuni aspetti la classe operaia russa si mostrò più avanzata di quella tedesca nel chiedere l'abolizione del lavoro minorile e la cessazione della discriminazione tra i sessi. Per quanto riguardava il posto di lavoro vi furono le stesse rivendicazioni di un trattamento umano decoroso: la direzione doveva comportarsi in maniera educata con i lavoratori. Da molti posti si levarono proteste contro le trattenute arbitrarie sui salari sotto forma di multe. Altre richieste erano molto semplici e concrete: la direzione doveva fornire acqua calda per i pasti, installare mense e gabinetti e fornire gli strumenti di lavoro che non dovevano essere a carico dei lavoratori33. 32

AVRICH, Russian Factory Committees, pp. 161-65. Tutto quanto sopra è in Marc FERRO, The Russian Revolution of February 1917, trad. ingl., Englewood Cliffs 1972, pp. 113-15. 33


Quanto alle questioni politiche i lavoratori furono dapprima diffidenti e divisi sul proseguimento della guerra. L'appoggio al nuovo Governo provvisorio veniva dato nel migliore dei casi con riluttanza. I lavoratori vedevano nella caduta di Nicola II la soluzione del problema della forma generale di governo, che doveva essere una sorta di repubblica. Sebbene molti operai volessero affrettare la convocazione dell'Assemblea costituente, non ritenevano che spettasse a questo organo definire le forme generali del nuovo ordinamento politico. Si dovevano piuttosto creare le norme e le istituzioni entro cui lavorare34. In generale queste richieste, come osserva Marc Ferro, miravano a migliorare le condizioni di lavoro, non a cambiarle. Ancora una volta osserviamo che l'idea di società giusta che hanno i lavoratori - e non soltanto loro - è l'ordinamento esistente i cui tratti più sgradevoli siano stati corretti o eliminati. Tuttavia nell'euforia caratteristica della prima fase rivoluzionaria, quando improvvisamente ogni cosa sembra a portata di mano e l'aura di inevitabilità si è repentinamente dissolta, i lavoratori russi non erano certo dell'idea di aspettare. Le loro richieste erano limitate e precise. Ma dovevano venire soddisfatte, tutte e subito 35. In una situazione generalizzata di caos e distruzione, la delusione e la conseguente radicalizzazione erano più che probabili. I comitati di fabbrica avanzarono anche una richiesta che in questa fase storica, e specialmente nell'ambito di un'insurrezione rivoluzionaria, trascendesse la struttura dell'ordine costituito. A Pietrogrado, subito dopo la rivolta, i comitati di fabbrica chiesero di essere riconosciuti dalla controparte e di avere il diritto di controllare l'assunzione ed il licenziamento dei lavoratori così come altri aspetti della disciplina interna di fabbrica. La principale rivendicazione dei lavoratori, soprattutto agli inizi, sembra essere stata la sicurezza del posto di lavoro. Essi richiedevano di far funzionare le fabbriche e di controllare le assunzioni e i licenziamenti per salvaguardare il proprio impiego 36. Nelle fabbriche americane dei giorni nostri il controllo della disciplina e del personale è ripartito tra la direzione e i sindacati. E’ un rischio, ma si può correrlo nel quadro di un'economia capitalistica. La situazione della Russia rivoluzionaria del 1917 era nettamente diversa. I dirigenti vedevano in tali richieste un'intollerabile ingerenza nelle loro prerogative. Da parte dei lavoratori c'erano giustificati sospetti che i dirigenti 34

FERRO,op.cit. pp.117-119 FERRO,op.cit. p.121 36 FERRO,op.cit. pp.116-117; AVRICH, op.cit. pp.162-164. 35


covassero intenzioni controrivoluzionarie. I timori della classe operaia che venissero fatte delle serrate non erano affatto immaginari. Tra lo scoppio della rivolta di febbraio ed il luglio successivo, 568 imprese chiusero i battenti, lasciando senza lavoro 100.000 persone. Con la rivoluzione bolscevica ci furono 800 chiusure37. I comitati dei lavoratori e i gruppi dirigenti si incolpavano a vicenda di questa situazione essenzialmente provocata dalla guerra ancora in corso. Intanto ciascuna parte manovrava per assicurarsi i vantaggi di un potere che si stava semplicemente estinguendo. In qualche caso dopo un breve diverbio i comitati di fabbrica scacciarono i datori di lavoro e i direttori tecnici trascinandoli fuori dagli edifici su carriole. Poi cercarono di far funzionare da soli gli stabilimenti, inviando delegati a comitati delle altre imprese in cerca di combustibile, di materie prime e di aiuti finanziari. Sebbene alcuni comitati si vantassero di avere mantenuto e in alcuni casi aumentato il precedente livello della produzione, l'effetto generale fu di accrescere il caos produttivo già creato dalla guerra e dalla perdurante crisi dei trasporti38. A prescindere dalla inadeguatezza delle loro conoscenze tecniche e amministrative, i singoli comitati di fabbrica non erano in grado di realizzare una produzione organizzata. Non c'era possibilità di coordinare le attività delle singole fabbriche mancando gli incentivi efficaci del mercato e controlli burocratici accentrati. Questa forma di controllo operaio non poteva che produrre caos. Ma il caos e la distruzione di ciò che era rimasto del sistema capitalistico era quello che Lenin si sforzava di provocare dopo il suo ritorno in Russia nell'aprile del 1917. Col peggiorare della situazione, il partito bolscevico risultava vincente, non solo aumentando il numero degli iscritti ma ottenendo anche il controllo dei comitati di fabbrica. Lenin giunse a considerarli come «gli organi dell'insurrezione» che avrebbe avuto luogo non più tardi di settembre o ottobre39. Perciò anche se nel mese di marzo i lavoratori erano ben lungi dall'essere disposti ad appoggiare un'altra rivoluzione socialista, il loro comportamento orientato alla difesa aveva contribuito a creare un'atmosfera insurrezionale. Tutto ciò era accaduto anche in Germania, ma all'interno di un equilibrio di forze politiche ben diverso. Innanzitutto il partito bolscevico era l'unico apertamente impegnato in una rivoluzione socialista. Ben prima dell'ottobre si era conquistato un notevole credito tra gli operai. Inoltre i 37

AVRICH, op.cit. p.170. AVRICH, op.cit. pp.171-172 39 AVRICH, op.cit. pp.173-174. 38


bolscevichi si vantavano della loro disciplina e organizzazione, della loro capacità di guidare e orchestrare una rivoluzione non appena si presentasse l'occasione propizia. La situazione era favorevole e noi sappiamo che ci sono riusciti. Ma che peso ha avuto nel loro successo la vantata capacità organizzativa? Se si esamina attentamente il succedersi degli eventi si può solo concludere che quella capacità ebbe un ruolo minimo se non addirittura nullo. Anche il ruolo personale di Lenin fu quello limitato di imporre la decisione di tentare la rivoluzione a un direttivo alquanto riluttante che non condivideva la sua strategia nei punti fondamentali. Durante una fase cruciale dell'insurrezione Lenin perse completamente i contatti con quelli che la guidavano. Per farla breve, in questo frangente l'arma dell'organizzazione era soprattutto un mito. Per quanto lo si può misurare, il movimento di opinione pubblica nelle grandi città era favorevole ai bolscevichi. Nell'estate del 1917 essi superarono i menscevichi e diventarono il primo partito40. In settembre ottennero la maggioranza nel soviet di Pietrogrado. E Trockij dopo poco ne divenne il presidente41. A Mosca nelle elezioni dei consigli di reparto i bolscevichi tra luglio e ottobre passarono dall'11 al .51%, mentre i menscevichi scesero dal 12 al 4% 42. Alla fine di luglio, quindi, ancor prima che fosse evidente la crescita dell’influenza dei bolscevichi, Lenin era giunto alla conclusione che il partito bolscevico doveva prendere il potere con la forza. A quel tempo aveva rinunciato a considerare i soviet come organi per il conseguimento del potere proletario, soprattutto perchè il soviet di Pietrogrado aveva recentemente alimentato rappresaglie contro i bolscevichi a causa di una prematura ed apparentemente spontanea sollevazione agli inizi del mese43. Da ora in poi, col successo della sollevazione di ottobre (7 novembre), Lenin avrebbe mantenuto un atteggiamento di insofferenza verso i soviet, asserendo ripetutamente che spettava ai bolscevichi prendere il potere come avanguardia del proletariato. Di fronte al dato di fatto del successo della presa proletaria del potere, Lenin insisteva, i soviet avrebbero felicemente appoggiato e sostenuto l'avanguardia. Fortunatamente forse per la causa 40

Robert V. DANIELS, Red October: The Bolshevik Revolution of 1917, New York 1967, p 34. Leonard SCHAPIRO, The Origin of the Communist Autocracy: Political Opposition in .the Soviet State - First Phase 1917-1922, Londra 1955, p. 54. 42 CHAMBERLIN, Russian Revolution: 1917-1921, I, p. 279. 43 SCHAPIRO, Communist Autocracy, pp. 48-49; per la prima sollevazione pp. 41 e 42. 41


bolscevica, Trockij, che partecipò più attivamente alle decisioni concrete prese durante la sollevazione, seguì una politica diversa, cercando di far apparire l'insurrezione come una difesa da parte dei: soviet contro disegni reazionari44. Sebbene le differenze tra questi due capi cosi eminenti sconfessino l'idea di una organizzazione rivoluzionaria monolitica e disciplinata, tuttavia è evidente che Trockij e Lenin aiutarono i bolscevichi a raggiungere il loro obiettivo. E questo non si può dire per altre polemiche ai vertici del comando. Lenin iniziò la sua campagna a favore di una insurrezione attiva da Helsingfors (Helsinky), dove si era rifugiato, inviando al Comitato centrale una serie di lettere, che pervennero

a

Pietrogrado

il

15 (28) settembre.

L'effetto

fu

di

stupore

e

45

costernazione . Sebbene Lenin avesse fatto in tempo a convincere un numero sufficiente di membri del Comitato centrale a votare delle mozioni a favore dell'insurrezione, tali mozioni rimasero sulla carta. La riunione che, a quanto molti riferiscono, si pronunciò finalmente sull'insurrezione si svolse il 10 (23) ottobre, dopo che Lenin aveva fatto ritorno a Pietrogrado e si era trovato un nascondiglio. Dal conciso verbale risulta chiaro che Lenin dovette sostenere una dura battaglia per convincere i suoi compagni ad accettare il principio dell'insurrezione nell'immediato futuro. Vinse per dieci voti a due. Con grande rabbia di Lenin, ben presto la notizia dell'opposizione di Kamenev e Zinov'ev trapelò e alimentò polemiche pubbliche sulla stampa. In ogni caso, dice Trockij, «nella seduta del 10 ottobre non venne steso nessun piano pratico di insurrezione, neppure provvisorio»46. In effetti fu una strana cospirazione, in cui i cospiratori non riuscirono a mettersi d'accordo, non seppero mantenere il segreto ne stendere piani concreti per ciò che intendevano fare. Vi furono altre riunioni inconcludenti della direzione bolscevica, il 15 (28) e il 16 (29) ottobre, su cui non mi soffermo se non per accennare che i rapporti da varie zone di Pietrogrado sul morale rivoluzionario e sullo stato di preparazione erano tutt'altro che rassicuranti47. Fino al 17 (30) ottobre i 44

SCHAPIRO, Communist Autocracy, pp. 52-53; DANIELS, Red October, pp. 101-3. Nè Lenin nè Trockij seguirono tale politica rigidamente. Più tardi Lenin rispolverò brevemente lo slogan « tutto it potere ai soviet», come spinta ad una rivoluzione immediata. Si veda SCHAPIRO, Communist Autocracy, pp. 58-59. E’ un po' più difficile stabilire la posizione di Trockij. E’ abbastanza chiaro che in contrasto con Lenin desiderava rimandare l'insurrezione fino a che il Congresso dei soviet non avesse gestito il potere. In seguito, nel corso della sua lotta a Stalin, cercò di mostrarsi leninista, dichiarando che la sua richiesta di attendere il Congresso dei soviet era soltanto una copertura per ingannare i nemici del partito. Si veda DANIELS, Red October, p. 104. 45 DANIELS, op. cit., pp. 53-54. 46 DANIELS, op. cit., pp. 74-79, con quasi tutto il verbale della riunione e pp. 97-99 per la fuga di notizie; un resoconto pin breve con la fuga di notizie alla stampa in SCHAPIRO, Communist Autocracy, pp. 59-61 47 DANIELS, op. cit., pp. 92-96; Particolari più diffusi in SCHAPIRO, op. cit., p. 55.


bolscevichi non avevano fatto alcun vero preparativo per l'insurrezione. In questo senso evidentemente Lenin non era riuscito a conseguire il suo scopo. Trockij lo andò a trovare il 18 (31). Dopo questa visita, come è stato scritto, nessun altro andò a trovarlo. Rimase nel suo appartamento lontano dal centro della città ed estraniato dagli avvenimenti per una settimana intera48. Quando ricomparve ancora una volta per prendere il comando, l'insurrezione era al culmine e i bolscevichi avevano già sotto controllo la maggior parte della città49. Solo allora, nelle prime ore del 25 ottobre (7 novembre), gli insorti passarono all'offensiva50. In tanta riluttanza e confusione, per non parlare dell'estrema goffaggine, è ragionevole chiedersi come l'insurrezione abbia potuto scoppiare e addirittura avere successo. Nel resoconto dettagliato e completo degli avvenimenti che ci dà Daniels troviamo, a mio parere, le risposte. L'insurrezione iniziò come una mossa difensiva contro un attacco preventivo di Kerenskij e del Governo provvisorio, i quali avevano potuto apprendere dalla stampa la possibilità di un colpo di forza bolscevico, anche se non l'avevano saputo da altre fonti. La rivolta riuscì soprattutto perchè il Governo provvisorio non aveva più una forza effettiva. A dire il vero si erano fatti dei preparativi, per lo meno su scala ridotta. Trockij aveva ottenuto armi per le Guardie rosse - operai con uno scarsissimo addestramento militare - e riuscì a garantire la neutralità della guarnigione di Pietrogrado puntando sulla combinazione della legalità dei soviet e della paura dei soldati di essere inviati al fronte51. Fu relativamente facile, per lo meno rispetto alla precedente sollevazione di febbraio. Non ci fu quasi bisogno di convincere i marinai, i quali pure dovevano partecipare all'azione. Molto più che la forza e l'organizzazione dei bolscevichi pesò la debolezza del Governo provvisorio, che era dovuta alla sua incapacità o riluttanza a concludere la guerra, a sistemare la questione agraria e a rifornire di viveri le città, ed anche ad avvenimenti più prossimi come il recente fallimento di un colpo di mano della destra militare sotto la guida del generale Kornilov, che alienò al governo l'appoggio dei sostenitori moderati che ancora gli restavano. 48

DANIELS, op. cit., pp. 98, 106. Forse l'autore svisa i fatti sostenendo che Lenin aveva una profonda crisi depressiva. E’ significativo il fatto che Lenin abbia dovuto chiedere due volte il permesso di lasciare il proprio appartamento ed unirsi ai capi nell'Istituto Smolnyj. Al secondo rifiuto andò da solo con una guardia del corpo, in tram e a piedi. A parte il pericolo che Lenin correva, può darsi che la direzione nello Smolnyj temesse che egli mandasse a monte il loro progetto di attendere il Congresso dei soviet. 50 DANIELS, op. cit., pp. 156, 161. 51 DANIELS, op. Cit., pp. 111, 128-31. 49


A questo proposito è importante riconoscere che l'insurrezione non si configurò come una massa di lavoratori che, armati o disarmati, si gettavano all'attacco dei capisaldi del governo. Si trattò invece soltanto di un cambio della guardia davanti a una serie di edifici pubblici, di solito con qualche diverbio o una resistenza simbolica52. Se si eccettua l'assalto al Palazzo d'inverno, sembra che ci sia stato un solo episodio, di vera battaglia53. Al momento dell'assalto al Palazzo d'inverno, ultimo rifugio del Governo provvisorio, il resto della città era nelle mani dei bolscevichi e il gioco era fatto. Lo stesso assalto fece soltanto poche vittime, e la sua riuscita fu in verità la conseguenza dell'aver da parte dei difensori abbandonato una causa fattasi ormai disperata. Ciò che fece Lenin, e il fatto ha una enorme importanza, fu prima di tutto di inculcare l'idea dell'insurrezione. Poi quando si unì al quartier generale rivoluzionario all'Istituto Smolnyj il giorno dell'insurrezione, spinse il movimento all'offensiva e si preoccupò che arrivasse a una felice conclusione, che avvenisse il cambio della guardia negli altri punti strategici. Tutta qui la cosiddetta strategia e tattica rivoluzionaria, ben diversa da quella descritta dagli storici e dagli studiosi della rivoluzione favorevoli o contrari alla causa comunista. Col passare degli anni può darsi che Lenin abbia creato le basi di un'organizzazione rivoluzionaria. E’ toccato alle generazioni successive di rivoluzionari mettere alla prova questa idea - e modificarla più di quel che Lenin avrebbe potuto riconoscere. Se l'importanza di un partito rivoluzionario risulta esser così dubbia nella Russia di quel tempo, sembra ancor meno probabile che nella Germania del 1918 l'assenza di un partito rivoluzionario ben organizzato sia stata un motivo importante nel fallimento di quella rivoluzione. Per concludere, in Russia i lavoratori dell'industria fornirono senza dubbio un importante supporto urbano alla vittoria delle forze rivoluzionarie. E questo è vero, anche se in molti posti gli operai erano solo una minoranza della popolazione urbana. (a Mosca, dove erano una minoranza, circa un quarto dei cittadini, ci fu un breve e sanguinoso scontro al tempo della sollevazione bolscevica). Se i cittadini nemici della rivoluzione 52

DANIELS, op. cit., pp. 162-64, 177. Nei suoi appunti e impressioni di prima mano, giustamente famosi, N. N. SUCHANOV, Zapiski o Revoljucii, 7 voll., Berlino-Mosca 1922-1923, VII, p. 224, l'autore sottolinea il piccolo ruolo avuto dalle azioni di strada o dalle sollevazioni collettive. Come ha ben visto, non c'era quasi niente da fare per i soldati e per i lavoratori. 53 CHAMBERLIN, Russian Revolution: 1917-1921, I, pp. 315-16.


avessero saputo unirsi ed organizzarsi, forse avrebbero sconfitto in modo schiacciante la rivoluzione nelle città. Ma ad un certo punto avrebbero dovuto fare i conti con la rivoluzione dei contadini. D'altra parte è vero anche il contrario. Le esperienze rivoluzionarie successive in Cina, in Vietnam e a Cuba dimostrano che una rivoluzione che ha la sua base sociale soprattutto nelle campagne non è in grado di imporre una politica rivoluzionaria a tutta la società a meno che non riesca ad assumere il controllo delle città, compito più adatto ad un esercito che ad un partito rivoluzionario. La condizione dell'esercito, degli eserciti in campo, e non della classe operaia, ha deciso il destino delle rivoluzioni del ventesimo secolo.


La soppressione delle alternative storiche: Germania 1918-1920

E’ possibile avanzare l'ipotesi che particolari avvenimenti storici avrebbero dovuto svolgersi diversamente da come si sono svolti? Forse la storia spesso racchiude possibilità o alternative soppresse che sono state offuscate o cancellate dalla fallace saggezza del senno di poi: è giunto il momento di affrontare direttamente questi problemi. Dato che nel concetto di possibilità storiche soppresse, con i suoi sottintesi di responsabilità morale per aver perso l'occasione di creare un ordine sociale meno crudele e repressivo, si concentrano i problemi in modo abbastanza soddisfacente, possiamo attenerci ad esso. Se questo concetto dev'essere qualcosa di più di un artificio retorico da cui far scaturire opportune emozioni morali (ad es., la condanna di tutte le istituzioni sociali esistenti, l'esaltazione romantica di qualsiasi lotta violenta contro l'autorità), allora dovrebbe essere possibile mostrare in qualche situazione storica concreta che cosa si poteva fare e perchè; il che significa ordinare i fatti, avanzare e verificare una tesi, come si fa per spiegare qualsiasi tipo di comportamento umano. Quindi l'impresa richiede lo sforzo di analizzare un segmento di storia al fine di spiegare perchè qualcosa non è accaduto e di valutare l'importanza della causa o dell'insieme di cause. Questo è il campo in cui stiamo per avventurarci: un campo, come si suol dire, in cui entrano molte piste ma poche ne escono. A chi è fortemente scettico sull'impresa nel suo complesso offriremo ben poche giustificazioni. Non serve a molto discutere dello status logico e ontologico del cammello con chi nutre seri dubbi sull'esistenza dell'animale: è meglio mostrare allo scettico un cammello in carne e ossa. Ma in questo caso è impossibile. Non si può dare una prova inconfutabile dell'esistenza di una possibilità storica soppressa. D'altro canto è altrettanto impossibile provare che una data situazione doveva avere l'esito che ha avuto. C'e abbastanza spazio per una discussione seria, la cui conclusione ha serie conseguenze per la vita reale. E’ veramente incomprensibile la riluttanza degli storici a impegnarsi in una discussione sul perchè qualcosa non è accaduto. Legittimamente pensano di aver abbastanza da fare per spiegare ciò che è successo. Ma qualsiasi spiegazione di un fatto realmente accaduto comporta la spiegazione del perchè non è successo qualcos'altro. Se i rivoluzionari non sono riusciti a prendere il potere, ci devono essere delle ragioni per il loro fallimento e


delle prove a sostegno di queste ragioni. Quindi, a mio modo di vedere, gli storici devono servirsi del concetto delle possibilità storiche soppresse, che lo vogliano o no. Questa considerazione mi pare di per se sufficiente a garantire la rispettabilità intellettuale della mia impresa; e comunque non ho l'intenzione di addossarne la responsabilità ad altri. Un'altra utile considerazione mi viene dalle abitudini e dai metodi di lavoro degli storici. Nella misura in cui si ammette che esistano davvero alternative storiche soppresse, è evidente che esse hanno gradi diversi di esistenza. Anche se questa affermazione sembra filosoficamente profonda e sconcertante, io non penso che lo sia veramente. Per parlare del caso che stiamo per prendere in esame, probabilmente neanche il più strenuo avversario dell'inevitabilità storica sosterrebbe che la società tedesca nel 1918 avrebbe potuto tornare alle istituzioni cavalleresche e alla servitù della gleba medioevali. Ma non è cosi facile escludere la possibilità di un passaggio a qualche variante di socialismo o di capitalismo liberale. La realtà, com'è ovvio, limita la gamma di alternative possibili. Perciò le alternative soppresse devono essere alternative concrete e specifiche a situazioni concrete. In buona parte qualsiasi ricerca empirica dovrebbe proporsi di determinare in che misura una data situazione era effettivamente aperta: e più precisamente quali fatti limitavano la gamma di scelte possibili per quegli uomini e quelle donne il cui comportamento ha notevolmente influito sul corso degli eventi. Il termine « determinare » si è inevitabilmente introdotto nella discussione. Che cosa significa esattamente? La risposta non la si può trovare nella grammatica o nell'uso corrente. Richiede invece che si prenda posizione, sia pur brevemente, sui noti e spinosi problemi del determinismo morale o politico. Per porre la questione in modo semplice, come può un agente storico - piccolo o grande, un individuo singolo oppure un gruppo intero come i lavoratori tedeschi - essere politicamente responsabile delle proprie azioni se è anche vero che queste azioni hanno cause definite? Il concetto di causalità dev'essere completo e coerente. Le nozioni di determinismo e di responsabilità non possono venir immesse e tolte dalla discussione soltanto a sostegno di una conclusione prestabilita. Come sottolinea Max Weber parlando del determinismo marxista, non si tratta


di un taxi sul quale si può salire e poi scendere dove si vuole. Quindi pare che la responsabilità morale sia incompatibile col determinismo54. Occupiamoci prima del concetto di determinismo. A mio parere, la tesi che ogni cosa nell'universo ha una causa o una serie di cause e indimostrabile perchè la prova presuppone l'onniscienza. In effetti agli scienziati e agli studiosi non occorre questa ipotesi come presupposto alle loro ricerche. Ciò di cui hanno bisogno è di sospettare che forse esiste un nesso tra i materiali che stanno per esaminare e poi mettersi al lavoro per scoprire se tale nesso esiste veramente e che cosa può essere. E’ altrettanto importante tenere presente che può darsi che non esista alcun nesso oppure un nesso molto debole. (A questo proposito possiamo ricordare i problemi altamente emotivi connessi al ruolo della razza e dell'intelligenza ereditaria). Dopo tutto è possibile trovare una «prova» per quasi tutte le spiegazioni. Di per se la teoria non offre il modo di uscire da questa trappola. Quindi nel processo di indagine in corso il concetto generale di determinismo ha una parte piuttosto secondaria, se pure ne ha. In quanto tale non sembra essere di ostacolo al tipo di ricerca qui proposto. Per conservare la nozione di responsabilità morale e politica non sembra, tuttavia, necessario abbandonare il concetto di determinismo o di causalità universale, come io preferisco chiamarlo. Anche qui i problemi mi si presentano in primo luogo come fattuali, sebbene questo mio punto di vista abbia incontrato una forte opposizione. La causalità universale non esclude l'idea che alcune cause possono essere meno importanti di altre e che può mutare il significato relativo delle cause. E’ abbastanza evidente che incessantemente i risultati dell'intelligenza umana e dello sforzo dell'uomo si sono introdotti ed hanno trasformato il corso della causalità universale, per quanto si risalga nel tempo. La storia della tecnica e/o delle idee offre una sufficiente testimonianza fattuale a questo punto di vista. Anche se comprendiamo il processo in modo molto imperfetto, ci sono evidentemente delle ragioni perchè particolari idee entrino in circolazione quando è il momento o perchè ciò non avvenga. Ma questo e quanto il ricercatore cerca di scoprire non quanto presuppone a priori. Quindi l'idea di responsabilità morale e politica significa semplicemente che lo sforzo e l'intelligenza dell'uomo possono mutare le vicende 54

Robert Paul WOLFF, The Autonomy of Reason: A Commentary on Kant's Groundwork of the Metaphysic of Morals, New York 1973, negli ultimi due capitoli espone questo dilemma in modo non compromettente e conclude che la famosa soluzione di Kant è insostenibile.


umane. In che modo sta a noi scoprirlo. Tale responsabilità, per porre la questione in termini un po' diversi, può avere sia cause sia effetti. In ogni caso è nostro compito scoprire quali sono. Anche se è difficile che io possa aver convinto tutti quanti, questo sforzo di combinare l'idea generale di responsabilità individuale e di gruppo con il concetto di causalità determinata basterà ai fini del nostro lavoro. Inoltre, per avere qualche significato, la responsabilità morale deve indicare che gli esseri umani sono responsabili di quelle conseguenze di azioni e decisioni che nelle circostanze reali, del tempo essi avrebbero potuto prevedere. Quindi la responsabilità morale dev'essere precisata storicamente e comprendere la valutazione del livello di conoscenza e di giudizio di cui dispongono determinati agenti storici. E’ chiaro che questo sarà un aspetto importante della ricerca che stiamo per iniziare. Queste considerazioni riportano al concetto di possibilità storiche soppresse e alla domanda centrale che evidentemente richiede una risposta: chi ha soppresso e perchè l'ha fatto55? Prenderò ora in esame la tesi secondo la quale subito dopo la prima guerra mondiale in Germania forse esistevano le condizioni favorevoli per qualche sorta di avanzata liberale che portasse a un regime più stabile di quello che nel giro di quindici anni doveva soccombere a Hitler. E’ una tesi avanzata in recenti studi storici tedeschi critici nei confronti della abituale apologia della SPD, anche se non ha avuto una elaborazione sistematica: che nel 1918 l'unica scelta possibile era tra una oppressiva dittatura rivoluzionaria del proletariato o un'alleanza con il vecchio regime. Sebbene l'analisi critica di questa tesi fornisca un'utile serie di questioni intorno alle quali organizzare molto del materiale, scopo della ricerca non è la demolizione di questa tesi anzi di nessuna tesi. Vi sono invece due obiettivi positivi. Primo, cercare i tipi di argomentazioni che possano sostenere la tesi che l'alternativa liberale era quella praticabile. Non sarà un esercizio di logica astratta. Saranno anche esaminati i dati di fatto pertinenti, anche se è 55

Questo a un terra ricorrente nel libro giustamente famoso di E. P. THOMPSON, The Making of the English Working Class, Londra 1963, a mio parere l'unica opera importante di uno storico contemporaneo che sia ben documentata e prenda sul serio l'idea delle alternative storiche. Anche se esplicito, il tema non è sviluppato sistematicamente. Non vuol essere una critica: infatti altre notevoli qualità del libro sarebbero scomparse se l'autore si fosse sobbarcato anche questa fatica


difficile che l'esame possa essere esauriente. Può darsi che un esperto di storia tedesca rilevi che ho trascurato o mal interpretato aspetti importanti. Tutto di guadagnato: significherebbe che prove concrete erano importanti per la discussione. Indagando queste argomentazioni si può - e questo è il secondo obiettivo - gettare nuova luce sulle capacità e sui limiti dei lavoratori industriali tedeschi nel loro sforzo di creare una società più giusta e umana in quell'importante congiuntura storica. La scelta di un'alternativa liberale piuttosto che socialista trova sostegno nell'opinione che quella liberale fosse più aderente alle possibilità concrete di quel periodo e apportando modifiche istituzionali promettesse inoltre un ordine sociale meno repressivo di quello che si era appena sfasciato con il crollo del sistema imperiale. Non vi è motivo di nascondere che le mie tendenze politiche generali vanno nella stessa direzione per le stesse ragioni. Ma se si parte dall'alternativa socialista, la tecnica dell'indagine non cambia affatto. Le domande da porsi sono fondamentalmente identiche: 1) In queste circostanze specifiche quali misure concrete comporterebbe una politica del genere? 2) Quali sono gli ostacoli da superare per portarla a compimento? Sono reali o immaginari? Come possiamo valutarli, 3) A quali risorse nell'ordine sociale esistente può attingere tale politica?

Che

cosa

sappiamo

sul

funzionamento

o

non

funzionamento

dell'ordinamento istituzionale e sulla condizione e sulle inclinazioni di vari strati della popolazione in questo periodo che ci consenta di trarre deduzioni attendibili a proposito di questa politica? 4) Se si trovassero prove sufficienti per sostenere che quell'indirizzo politico era in effetti realizzabile, perchè allora non è stato adottato? Nessuno di quelli al potere ci pensò? E se è così quali furono le ragioni di questa evidente mancanza? Se ci pensarono coloro che erano stati allontanati dalle leve del potere, perchè la loro posizione fu cosi debole? Ovviamente si corre il rischio di addomesticare le prove per adattarle a preconcetti, rischio presente in ogni tipo di ricerca. In questo caso particolare il rischio maggiore può essere quello di far sembrare i movimenti radicali e rivoluzionari insignificanti e «malleabili» in certi momenti, e terribili in altri. Ma per fortuna i ricercatori hanno preconcetti e preferenze politiche diverse. Le conclusioni cui giungono possono essere verificate coi fatti. Gli elementi di realtà presenti nelle risposte alle suddette domande sono abbastanza numerose da imporre a tempo debito una vasta area di consenso. Gli storici


possono, e in realtà già lo fanno, concordare su molto più che le sole date e i fatti nudi e crudi. Dopo tutto, tra il 1918 e il 1920 la situazione in Germania è stata quel che è stata, indipendentemente dai desideri attuali degli storici liberali, socialisti o reazionari. Spero che queste osservazioni preliminari bastino a conferire una legittimità intellettuale al compito che mi sono prefisso. Approfondire troppo questi problemi significa correre il rischio di impegnarsi in vacue speculazioni polemiche. In ogni caso alcuni di questi punti riemergeranno nell'interpretazione di avvenimenti concreti, e lì sarà più facile chiarire la loro importanza. Per evitare la possibilità di equivoci è necessario fissare un altro limite alla natura del compito qui affrontato. Che non è quello di dimostrare un punto. E’ molto probabile che per chi è seriamente interessato a questo periodo della storia tedesca occorrano testimonianze precise che io ignoro e che sarebbe impossibile presentare nell'ambito di questo studio. Si tratta piuttosto del tentativo di indagare quale tipo di tesi si possa formulare sulla base delle prove disponibili, vedere dove la tesi appare sostenibile e dove forse non regge, e attraverso questo procedimento conoscere meglio le possibilità e i limiti politici intrinseci a un caso storicamente decisivo di oltraggio morale. Il tentativo richiede che la tesi venga formulata in modo che sia possibile confutarla ricorrendo alle prove. Dato che in ogni caso è impossibile fornire prove certe, spero che il mio obiettivo più modesto risulti raggiungibile ed utile. Il primo compito di qualunque governo è di governare, specialmente se si tratta di un governo nuovo di zecca. Nel novembre 1918 il nuovo governo di Ebert cominciò a cercare di usare l'autorità morale della SPD per colmare l'abisso tra due fonti incompatibili di legittimità, l'autorità del regime imperiale, che andava sgretolandosi, e il sorgere della protesta popolare. In qualsiasi circostanza non sarebbe un compito facile. Sarebbe impossibile qualora il governo non disponesse di una forza fidata. Se non si poteva risolvere il problema militare - a quel punto più un problema di polizia che di esercito - in qualche modo favorevole all'eventuale istituzione di un regime liberale - non c'era possibilità di risolvere gli altri. Un governo che non riesca a ottenere l'obbedienza non è affatto un governo che scompare rapidamente dalla scena. Un governo che non considera il modo in cui ottenere e usare la forza perde l'occasione di determinare la propria politica.


Come è stato spesso sottolineato, il governo di Ebert non fece quasi niente per riformare o controllare la burocrazia e il sistema giudiziario. In entrambi questi settori i sentimenti antirepubblicani e reazionari avrebbero avuto un notevole peso sulla politica. In genere prevalse la tattica accomodante dei socialdemocratici, in nome della legge e dell'ordine e della restaurazione dell'economia 56. In questo senso la politica militare non faceva eccezione. Ma se doveva esserci una politica più energica, avrebbe dovuto cominciare dall'esercito per avere successo. Altrimenti non avrebbe potuto funzionare niente. Affrontare la burocrazia civile e lasciare intatto il corpo ufficiali sarebbe stata ovviamente una mossa infallibile perchè i complotti controrivoluzionari potessero avere successo. Ma se l'esercito fosse stato ben agguerrito, altri elementi avrebbero dovuto riflettere due volte prima di rinviare indebitamente l'esecuzione delle disposizioni governative, specialmente se vi fossero stati segni evidenti che il nuovo governo godeva di un notevole sostegno popolare, come avvenne all'inizio del novembre 1918. Se i leaders socialdemocratici non avessero veramente potuto fare più di ciò che fecero cioè niente - per assumere il controllo dell'esercito, non avrebbero potuto concludere niente altro. Dal punto di vista della leadership riformista un duplice imperativo richiedeva un'alleanza con lo stato maggiore. Da una parte c'era il pericolo proveniente da sinistra. Gli storici moderni tendono a minimizzarlo. Ma il pericolo quantomeno di un colpo di mano era più reale che mai. D'altra parte, il vecchio esercito era quasi totalmente inefficiente come forza d'ordine. Pertanto il tentativo di farvi ricorso avrebbe potuto peggiorare la situazione. Un imperativo che non riesce ad essere operante quando viene messo in pratica non è un vero imperativo. L'altro aspetto era l'esigenza di una smobilitazione ordinata. Questa forza dei supposti imperativi connessi alla situazione richiede un'analisi più accurata. Inoltre, secondo il punto di vista della SPD, era certamente desiderabile una smobilitazione il più ordinata possibile, infatti la gran massa dei soldati era stufa della guerra e voleva solo tornare a casa, per cui riportare a casa gli uomini era una delle necessità più impellenti del momento. Nessun governo che cercasse il sostegno popolare poteva 56

Si vedano specialmente le sezioni 3, 4 e 5 (IL-LXXII) dell 'introduzione di Erich MATTHIAS alla raccolta di documenti Die Regierung der Volksbeauftragten 1918/19. Quellen zur Geschichte des Parlamentarismus and der politischen Parteien, I serie, voll. 6/1 e 6/2, Dusseldorf 1969.


permettersi dilazioni su questa questione. Nello stesso tempo le armate tedesche erano ancora sul suolo straniero, (che interesse avessero a restarci non fu un problema messo in discussione tra la SPD e lo stato maggiore, a quanto mi risulta.) Sul fronte orientale, e al di là,

per un po' sarebbero continuati combattimenti sporadici. I problemi tecnici

dovevano sembrare enormi. Se non si fosse riusciti a risolverli rapidamente e in maniera soddisfacente le possibili conseguenze, si pensava, sarebbero state l'anarchia e una catastrofe per tutto il popolo tedesco. Lo stato maggiore aveva argomenti consistenti e palesemente realistici. Milioni di uomini dovevano essere ricondotti entro i confini. Bisognava trovare i treni per trasportarli. Subito dopo bisognava trovare i viveri per sfamarli. Poi bisognava disarmarli senza creare tensioni. Diversamente si rischiava che masse di soldati affamati si dessero al saccheggio per conto proprio, una Soldatesca selvaggia e arrabbiata come quella che aveva depredato città e villaggi nella Guerra dei trent'anni, Per tutti questi motivi, argomentava lo stato maggiore, era necessario mantenere il controllo centralizzato sull'apparato militare e l'autorità su tutta la nazione. Per compiere il loro dovere i militari avevano bisogno che si mantenesse la disciplina nei ranghi, vale a dire che non vi fossero interferenze da parte dei consigli dei soldati, nè proposte assurde quali l'elezione degli ufficiali da parte della truppa. Questi argomenti57 probabilmente suonarono convincenti alle orecchie di Ebert e di alcuni suoi colleghi, che in fondo erano buoni cittadini tedeschi ansiosi di fare il bene della loro patria. Questo era naturalmente un aspetto del problema. Ma fino a che punto erano validi questi argomenti? C'era un modo per far rientrare più o meno ordinatamente i soldati senza cadere completamente in balia dello stato maggiore come fece la SPD? L'esperienza austriaca dimostra che c'era. In quel paese la smobilitazione totale, che si prevedeva durasse suppergiù due anni, avvenne in due settimane circa. Fu un processo spontaneo e un po' disordinato in cui il comando supremo ebbe un ruolo di secondo piano, in parte perché al tempo dell'armistizio l'esercito austriaco era in uno stato di demoralizzazione e disgregazione molto più avanzato dell'esercito tedesco. In Austria si temevano saccheggi, sia pure per procurarsi cibo, ma se ne ebbero solo su scala locale. La fedeltà della direzione e dei 57

Li ho ricostruiti a memoria seguendo gli affari militari con l'aiuto dell'indice di queste pubblicazioni: MATTHIAS, op. cit. e Eberhard KOLB e Reinhatd RURUP (a cura di), Der Zentralrat der Deutscben Sozialistischen Republik 19.12.19188.4.1919: Vorn Ersten zum Zweiten Ratekongress, vol. I, Leida 1968.


lavoratori delle ferrovie permise il regolare funzionamento dei treni. A quanto riferisce un testimone oculare, i soldati si limitarono a lasciare il fronte e i loro ufficiali, saltarono sui treni rompendo i finestrini per entrare e persino ammucchiandosi sui tetti. Moltissimi furono sbalzati a terra e morirono quando i treni passavano sotto le gallerie. La maggior parte delle località erano abbastanza organizzate per disarmare i soldati e rifornirli di cibo e indumenti, e questo circoscrisse i saccheggi. Neppure i campi di prigionia procurarono grossi guai. Quando i guardiani se ne andarono a casa, i campi semplicemente si svuotarono58. Va detto che l'Austria non era la Germania. L'affermazione di Carsten che «Non vi è dubbio che l'esercito tedesco sarebbe tornato sano e salvo dalla Francia e dal Belgio anche se la manovra non fosse stata diretta dalle autorità militari» può dar adito a perplessità. Tali perplessità, tuttavia, dovrebbero mettere in luce gli elementi della situazione tedesca che resero impossibile la soluzione austriaca, o qualcosa del genere59. Cosi come stanno le cose, l'esperienza austriaca costituisce una prova notevole a favore della tesi che per la Germania sarebbe stata possibile una soluzione diversa, e non necessariamente rivoluzionaria. Per tirare le somme, vi sono dati probanti a sufficienza per contestare la tesi che Ebert e i suoi seguaci non avessero altra scelta che affidarsi al vecchio corpo ufficiali per ottenere una smobilitazione ordinata e il minimo necessario di tranquillità interna60. Non è difficile vedere come e perché questi leaders pensarono nel modo in cui pensarono, e persino provare una notevole simpatia umana sia per loro sia per i loro avversari. Ma questo è ben diverso dall'accettare il postulato che le circostanze fossero tali da impedire loro ogni altro tipo di azione. Se respingiamo tale postulato sulla base dei dati delineati, abbiamo buoni motivi per chiederci che tipo di politica avrebbe potuto avere qualche possibilità di successo. 58

P. L. CAHSTEN, Revolution in Central Europe 1918-1919, Londra 1972, pp. 23-26. L'affermazione di Carsten è a p. 26. Come egli ammette, Ia situazione sul fronte orientale era diversa. Con la fine del 1918 bisognava fornire una ragione accettabile per accelerare la chiamata dei volontari. Su questo punto i verbali della riunione congiunta del Comitato esecutivo e del Consiglio dei rappresentanti del popolo sono assai indicativi. Si veda KOLB e RURUP, Zentralrat, documento 28, 3 gennaio 1919, spec. p. 193, dove Robert Leinert afferma: « Non dovremmo farci prendere in giro da gentaglia come i polacchi ne permettere la distruzione delle grandi conquiste che i lavoratori hanno raggiunto con la grande vittoria della rivoluzione ». Le forze polacche avevano allora invaso le aree minerarie della Slesia. Ma il problema della frontiera orientale non era ancora cruciale in quei primi momenti. 60 Un aspetto curioso della situazione complessiva è che nessun capo responsabile sembra aver pensato alla possibilità di creare una forza di polizia nazionale invece di ricorrere all 'esercito. Naturalmente tale proposta si sarebbe scontrata con Ie tradizioni particolaristiche dei singoli stati tedeschi, specialmente della Baviera. Ma il governo non esitò ad usare la forza militare che riuscì a raccogliere per affrontare i movimenti radicali nei vari stati tra il 1919 e il 1920. 59


Per i dirigenti riformisti il problema di mantenere l'ordine e tenersi aggrappati al potere era cruciale nel senso che se fallivano su quel punto non potevano fare nient'altro. In effetti rischiarono di fallire prima di riuscire a mettere insieme uno strumento repressivo come i Freikorps. Tuttavia il problema dell'ordine interno e dei rapporti con l'esercito non era assolutamente l'unico che Ebert e soci dovessero affrontare. Faceva parte di una serie di problemi connessi. Complessivamente si trattava di decidere quale tipo di società la SPD volesse creare nel mezzo delle contraddizioni che si trovava di fronte, e in che modo avrebbe cercato di fondarla. Per questo una politica più energica verso i vecchi corpi ufficiali avrebbe richiesto un indirizzo politico ed economico molto diverso. La strategia complessiva avrebbe dovuto essere differente da quella in atto. Affrontiamo quindi il problema di quale strategia generale avrebbe potuto adattarsi alle circostanze ed essere compatibile con obiettivi liberali piuttosto che rivoluzionari. Con il termine liberale intendo soltanto sottolineare l'importanza dei diritti di libera espressione e protezione contro gli abusi dell'autorità. C'e un'accezione in cui la distinzione tra liberale e rivoluzionario tende a scomparire, perché generalmente i rivoluzionari di quasi tutte le fedi sostengono che il liberalismo in pratica è stato un inganno, per altro storicamente superato, e che la loro rivoluzione è in ogni caso l'unica via per raggiungere gli obiettivi che i liberali sostengono di prefiggersi. Non vi è motivo di addentrarsi qui in questa discussione, se non per ricordare al lettore che l'esperienza storica posteriore al 1918 che tanto influisce sull'attuale dibattito era ancora sconosciuta a coloro che a quel tempo si accanivano su questi problemi. Il problema che ci poniamo è connesso ma distinto: era realmente possibile una « terza via » tra l'alleanza di fatto col vecchio ordine e la dittatura rivoluzionaria? Un modo per entrare nel cuore del problema consiste nello stabilire che cosa avrebbe significato in pratica una tale politica., Allora e solo allora sarà possibile cogliere alcuni degli elementi della situazione che avrebbero potuto favorire l'attuazione di tale politica così come gli ostacoli che avrebbe incontrato. Per consolidare il proprio potere senza cedimenti eccessivi all'esercito e agli altri pilastri del vecchio ordine, i moderati della SPD avrebbero dovuto adottare una politica economica che tagliasse fuori i radicali a sinistra e ottenesse qualche sostegno dai moderati a destra.


Ciò significava far funzionare l'economia e, per di più, in una situazione di sconfitta e di disorganizzazione con gli alleati sullo sfondo, che tenevano molte delle chiavi decisive del loro futuro, e un governo rivoluzionario in Russia che in quel momento esercitava un immenso potere di attrazione. Va riconosciuto subito che gli ostacoli a tale politica erano enormi e che nessun governo, per quanto abile, fantasioso ed energico, avrebbe potuto superarli con successo. Nel perseguimento di questa strategia generale, a mio parere, il governo avrebbe dovuto adottare le seguenti misure. Sarebbe stato necessario intervenire decisamente negli affari dell'esercito e dell'apparato statale collocando propri uomini in posizioni chiave per controllarne la politica. Nell'esercito significava ricorrere ai consigli dei soldati e influenzarli, ed anche avere rappresentanti con pieni poteri nel comando supremo.61 L'intervento da solo naturalmente non poteva essere più che un ripiego iniziale, anche se indispensabile. In questo senso vi fu un intervento nella burocrazia amministrativa, anche se debole e inefficace62. Vi sono validi motivi per sostenere che le forze dell'ordine, puntando più sull'aspetto poliziesco che su quello militare, avrebbero dovuto essere costituite sulla base delle forme tradizionali di disciplina, cioè senza l'elezione di ufficiali ma con altri mezzi che assicurassero la lealtà al governo e ai suoi principi generali. Sarebbe anche stato necessario trovare delle vie per proteggere la cittadinanza dagli abusi di autorità che erano stati tutt'altro che rari nel regime imperiale. Alcuni governi liberali hanno affrontato questi problemi con un certo successo, anche se non di certo nelle stesse condizioni in cui si trovarono i riformisti nel 1918 e nel 1919. Lo sforzo avrebbe richiesto quasi certamente di partire da zero per creare nuove organizzazioni nello stesso momento in cui si smantellavano le vecchie. Non è difficile convenire che si trattava di un'impresa formidabile. Ma è altrettanto evidente dai dati storici che la SPD fece pochissimo in questo senso - anzi non si rese nemmeno conto, in 61

Un episodio dei negoziati del 9 novembre 1918 tra i capi della SPD e il governo dell'ultimo cancelliere imperiale, Max von Baden, per il trasferimento dei poteri alla SPD dimostra chiaramente la scarsa propensione dei leaders riformisti a insistere su queste questioni. Ad un certo punto Philipp Scheidemann disse che una delle condizioni del trasferimento doveva essere il passaggio ad un socialdemocratico della carica di ministro della guerra. Scheüch, ministro della guerra di von Baden, rifiutò immediatamente dicendo che doveva rimanere in carica per concludere i negoziati di pace. Questo sistemò la questione. Ne Ebert ne Scheidemann insistettero. Secondo una versione dell'episodio, Ebert ringraziò pure il ministro della guerra perchè era disposto a rimanere in carica. Si veda MATTHIAS, Regierung der Volksbeauftragten, I, pp. 6, 12 (documenti la e 1c). Benchè il resoconto sia incompleto, non ci sono dubbi sulle sue line essenziali. 62 Per un resoconto dettagliato dell 'accaduto si veda l' introduzione di MATTHIAS a Regierung der Volksbeauftragten, I, pp. LXVII-LXX II risultato fu di difendere i tradizionali burocrati dall'interferenza e dall'intrusione dei consigli degli operai e dei soldati, una politica a quanto pare tacitamente accettata da tutti, compresi i rappresentanti dell'USPD.


realtà; dell'esistenza del problema - e che la sua incapacità di agire con energia alimentò fortemente i sospetti e le delusioni tra i lavoratori industriali. Se questo fallimento non creò estremismo tra le file operaie, certamente intensificò questo stato d'animo al punto che i socialdemocratici poterono controllarlo soltanto con il ricorso alla forza. Nella politica economica e sociale sarebbe stato necessario che il governo assumesse il controllo di alcuni settori chiave dell'economia -- tra i minatori la promessa che ciò potesse avvenire sarebbe stata sufficiente a calmare per un po' le acque, proprio in un momento di notevole tensione - e conferisse ai lavoratori una maggiore influenza sulle condizioni di lavoro nei pozzi e in superficie. Non credo che sarebbe stato necessario far partecipare i lavoratori alle decisioni fondamentali sugli investimenti e sul marketing, nel senso di un loro pieno controllo. Il governo, presumibilmente sensibile a pressioni popolari, avrebbe potuto tenere nelle sue mani alcune leve, e i lavoratori avrebbero guadagnato influenza anche su queste decisioni indirettamente, attraverso quanto riuscivano a fare a proposito delle condizioni di lavoro. Molti indizi fanno ritenere che una politica del genere, qui abbozzata a grandi linee, avrebbe tolto spazio a una soluzione estremista63. La situazione nel momento in cui i socialdemocratici per metà presero e per metà accettarono il potere presentava parecchi elementi favorevoli a tale politica, o che quanto meno offrivano più spazio di manovra di quello che Ebert e soci sfruttarono. La rivolta spontanea che si propagò da Kiel e la richiesta d'armistizio dell'esercito colsero di sorpresa i tradizionali sostenitori del vecchio ordine. Ufficiali dell'esercito si lamentavano amaramente della mancanza di spina dorsale delle classi medie, lamentele che sarebbero continuate fino al 1919 inoltrato. Se perseguita energicamente fin dall'inizio, una politica lungo le direttive indicate non avrebbe corso un gran rischio di provocare un colpo controrivoluzionario di destra. L'esercito stesso, come dimostrano gli episodi appena rievocati, era a quell'epoca una, tigre di carta: i soldati non avrebbero obbedito a ordini controrivoluzionari64. Senza il sostegno effettivo dell'esercito nessuna controrivoluzione 63

A chi crede fermamente che soluzioni radicali o rivoluzionarie dei problemi di una società capitalistica fossero e siano le uniche desiderabili, queste osservazioni sembreranno la più grossolana forma di manipolazione. Si può replicate ricorrendo a due argomenti. Primo, ogni forma di comportamento sociale, compresa la rivoluzione, richiede qualche tipo di manipolazione, ed il caso che una rivoluzione porti a risultati migliori è lungi dall'essere provato. Secondo e più importante a questo riguardo: il punto in discussione è se una politica liberale di sinistra avrebbe potato avere successo oppure no. Che si sia favorevoli o contrari a tale politica, non ha alcuna importanza in questa valutazione. 64

Anche il comando supremo lo sapeva. Prima dell'abdicazione del Kaiser era giunto alla conclusione che anche le truppe al fronte non sarebbero servite a reprimere i disordini interni nè sarebbero state a lungo dalla parte del Kaiser. Si veda


avrebbe potuto sperare di riuscire. Con la loro politica Ebert e soci crearono nei Freikorps e in alcuni settori del vecchio esercito gli strumenti necessari per una controrivoluzione di vecchio stampo prefascista (cioè senza sostegno popolare di massa) e li servirono alla destra su un vassoio. Se non altro alcuni dirigenti sindacali all'antica come Carl Legien se ne accorsero all'epoca del putsch di Kapp, quando ormai era troppo tardi. Cosi il vecchio ordine si trovò temporaneamente esautorato. Per lo più gli elementi « rispettabili » della società cercarono di tenersi nell'ombra e tirare avanti, che era uno dei mezzi cui ricorsero per tener duro e sopravvivere. Il ceto medio sembra scomparire dalla scena politica più o meno fino alle elezioni dell'Assemblea nazionale del gennaio 1919, mentre gli operai e le loro vertenze si affollano al centro del palcoscenico della storia. Naturalmente questa è in parte un'illusione ottica, ora parzialmente corretta da ricerche recenti. Nei circoli della media borghesia era diffusa la sensazione che fossero inevitabili netti mutamenti strutturali nell'ordine economico e sociale, e che andassero nella direzione di conferire un maggior potere alle classi inferiori. Sebbene molti medioborghesi sicuramente paventassero questa prospettiva, a un settore tutt'altro che insignificante essa sembrava auspicabile. Nelle prime settimane che seguirono la proclamazione della repubblica un certo numero di influenti dirigenti borghesi, per lo più professionisti, ma anche esponenti del mondo degli affari, come Hjahnar Schacht, ben impressionati dall'appoggio che il nuovo regime dava alla proprietà, alla legalità e alle libertà civili, dichiararono pubblicamente di accettare il nuovo ordine e persino la socializzazione

che

consideravano

appropriata

al

settore

monopolizzato

dell'industria65. A dire la verità, bisogna fare la tara a tali dichiarazioni in quanto manifestazione della confusione e dell'euforia che spesso accompagnano le prime fasi di una insurrezione rivoluzionaria. Tuttavia fanno pure parte della generale fluidità di tali situazioni che una classe dirigente politica risoluta ed acuta può usare per prendere decisioni importanti Cosi questo fatto rafforza l'opinione che Ebert e i suoi collaboratori riformisti avessero uno spazio di manovra maggiore di quello che usarono o vollero usare. su questo punto MATTHIAS, Regierung der Volksbeauftragten, I, p. 13 (documento 1c). Evidentemente il comando supremo aveva bisogno dei socialdemocratici più di quanto i socialdemocratici avessero bisogno dell'esercito. 65 Si veda MATTHIAS, introduzione citata, I, p.cxxv, e per maggiori particolari Lothar ALBERTIN, Liberalismus and Demokratie am Anfang der Weimarer Republik, Beitrage zur Geschichte des Parlamentarismus and der politischen Parteien, vol. 45, Dusseldorf 1972, pp. 25-32, 54, 59.


Una politica energica secondo le linee descritte avrebbe potuto trovare nelle classi medie un sostegno sufficiente a darle una probabilità di successo. Con la creazione di una nuova forza militare e di polizia i riformisti non avrebbero avuto nulla da perdere e qualcosa da guadagnare. E avrebbe voluto dire lasciare da parte gli Junker. Il ceto medio tedesco, sebbene avesse troppo timore dell'aristocrazia per compiere da solo questa storica impresa « borghese », non avrebbe potuto - e a quel punto non poteva opporsi efficacemente se a compiere tale passo fosse stata la classe operaia. Finché fossero stati decisi dei limiti alla socializzazione delle industrie (per riconoscimento generale una situazione molto complessa da definire alla luce di ciò che i socialisti andavano dicendo da tanto tempo) probabilmente il nuovo regime sarebbe stato tollerato con riluttanza in alcuni ambienti borghesi e sostenuto con forza in altri. Settori influenti delle libere professioni, dell'industria leggera e del commercio estero erano propensi ad appoggiare il nuovo regime per reazione ai tratti dispotici dell'impero passato, mentre le grandi imprese erano inclini a venire a patti temendo che le frange più estremiste prendessero il sopravvento. Certamente vi sarebbero state in seguito dure lotte, ma questo sarebbe avvenuto comunque, e un governo che avesse sin dall'inizio una politica energica si sarebbe trovato in una posizione molto più forte per affrontarle adeguatamente. La fonte principale di sostegno avrebbe dovuto provenire dai lavoratori dell'industria. Non si può dubitare che avrebbero accolto volentieri una politica a sinistra di quella effettivamente perseguita. Il congresso dei consigli degli operai e dei soldati, essenzialmente moderato, tenutosi a Berlino tra il 16 e il 21 dicembre 1918, approvò delle deliberazioni su problemi economici e militari nettamente a sinistra di quelle qui suggerite come fattibili66. Con i suoi indugi Ebert espose queste deliberazioni all'eutanasia e se ne deduce che anche i lavoratori più moderati persero la fede nel riformismo socialista. Come abbiamo gia fatto notare, con la sua politica il governo indebolì gravemente il suo punto di forza, 1'autorità morale tra gli operai dell'industria. Con una strategia meno conservatrice di quella di Ebert e soci, l'estremismo rivoluzionario forse non avrebbe mai avuto la risonanza che ebbe. Mancando una spinta 66

Allgemeiner Kongress der Arbeiter- and Soldatenräte Deutschlands: Vom 16. zum 21. Dezember 1918 im Abgeordnetenhause zu Berlin. Stenographische Berichte, pubblicato dal Zentralrat der sozialistischen Republik Deutschlands, Berlino [1919], pp. 181-82.


radicale l'estrema destra avrebbe perso il suo principale pretesto per esistere. Per obiettività nei loro confronti va detto che i moderati non crearono di sana pianta l'estremismo di sinistra: fu la guerra a creare le condizioni sociali in cui esso poté svilupparsi. Vi sono motivi per sostenere che rappresentò una minaccia reale ancor prima che si costituisse il governo, ma naturalmente questa tesi può essere messa in discussione. E’ invece indiscutibile che la spinta radicale veramente potente, con alle spalle un sostegno di massa, ebbe inizio soltanto dopo circa due mesi che il governo era al potere. E non raggiunse il punto più pericoloso fino alla rivolta armata nella Ruhr nella primavera del 1920. Responsabile di questa insurrezione fu soprattutto la politica governativa, più precisamente fu la mancanza di una politica, e in particolare di una politica militare indipendente, che contribuì in misura consistente a determinare la rivolta estremista. Torniamo ora agli ostacoli e alle difficoltà che ogni politica del genere avrebbe necessariamente dovuto affrontare date le circostanze. Gli alleati avrebbero tollerato che si facessero dei passi verso la creazione di un esercito regolare prima della firma del trattato di pace, anche se tale esercito fosse stato sotto un rigoroso controllo democratico? Avrebbero tollerato un grado anche minore di socializzazione in un'atmosfera in cui il comunismo non aveva ancora rivelato le sue potenzialità peggiori ed esercitava una potente attrazione sul popolo? Bastano queste domande a proporre alcuni dei più terribili ostacoli. Anche se la situazione interna tedesca fosse stata molto propizia, il che non era, una politica più di sinistra sarebbe sicuramente fallita per questi motivi. Se i problemi internazionali si fossero rivelati risolvibili, resta la questione se un nuovo governo tedesco con un indirizzo politico come quello ora delineato sarebbe riuscito a conquistarsi il resto del paese. La classe operaia industriale era ancora una minoranza della popolazione lavoratrice e il governo non avrebbe potuto contare sul suo sostegno incondizionato. Per sopravvivere e per essere efficiente avrebbe dovuto cercare alleati alla sua destra e tenere a bada l'estrema destra, così da rendere esecutive le sue disposizioni in tutta la Germania. Se i problemi internazionali si fossero rivelati solubili, resta la questione se un nuovo governo tedesco con un indirizzo politico come quello ora delineato avrebbe dovuto sfidare tradizioni federali e particolaristiche profondamente radicate in interessi economici locali. (Il movimento separatista bavarese si potrebbe giustamente


considerare un movimento di liberazione nazionale prematuro e malamente condotto, non abbastanza attento agli interessi dei contadini.) Soprattutto, un simile governo avrebbe dovuto vincere gli scrupoli a presentarsi all'Assemblea nazionale con una serie di faits accomplis che una politica di ferreo controllo sull'esercito e di limitata socializzazione dell'economia avrebbe senz'altro reso possibile. In ogni caso è molto discutibile il significato di questi scrupoli liberali e legalitari. Non si tratta di fare il processo alle intenzioni o di sondare i recessi dell'animo di Ebert, perlomeno non del tutto. Si tratta di constatare che cosa accadde veramente. La decisione di fare affidamento sull'esercito e poi sui Freikorps ed anche quella di rimandare la socializzazione, significarono 'in fondo presentarsi aIl'Assemblea nazionale con dei faits accomplis.. Noske non esitò a stroncare i lavoratori ribelli per difendere la democrazia liberale. Tutte le deviazioni da una concezione purista e probabilmente impossibile di liberalismo, quella che cerca la soluzione di tutti i conflitti sociali nella discussione e nella persuasione razionale, erano deviazioni di destra. I leaders riformisti non mostrarono quasi consapevolezza del fatto che per dare alla democrazia e al governo costituzionale una speranza di sopravvivere (anche come necessario preludio al socialismo) forse bisognava fare qualcosa nei confronti del potere di quei gruppi e di quelle istituzioni il cui comportamento aveva abbondantemente dimostrato che erano convinti ed efficienti nemici di quei principi. Dall'analisi sono emersi parecchi motivi per concludere che la situazione quando Ebert prese il potere non era poi così pressante come spesso si è fatto credere. Ho sostenuto che, per muoversi verso una democrazia liberale più stabile, il governo avrebbe dovuto mettersi subito al lavoro per assumere il controllo delle forze armate, della burocrazia amministrativa e della magistratura, rispalmandole come strumenti fedeli alla repubblica. Avrebbe dovuto adottare una politica economica che comprendesse un certo controllo governativo su alcuni settori dell'industria pesante, facendo qualche concessione ai lavoratori sulle condizioni di lavoro. In questa azione il governo avrebbe dovuto essere disposto a prevenire l'Assemblea nazionale prendendo una serie di decisioni irreversibili necessarie per creare una forma liberale e democratica di capitalismo. Tale politica sarebbe potuta fallire ma ai fini della nostra discussione questo non ha molta importanza, quello che conta è che non fu neppure tentata. Perché? La ricerca di una risposta


soddisfacente ci riporta non solo alla storia tedesca ma ai principi generali dell'analisi storica. La prima risposta che viene in mente è che fare tutte queste cose equivarrebbe più o meno a dire che i membri di primo piano del nuovo governo avrebbero dovuto smettere di essere socialdemocratici e diventare qualcos'altro. L'obiezione è importante e vale la pena di vedere dove ci può condurre. La politica di riforma militare e di socializzazione limitata dell'industria qui suggerita come possibile alternativa a quello che Ebert in realtà fece non differisce molto dalle aspirazioni dell'ala moderata dell'USPD 67. Questo è un fatto importante da due punti di vista. Dimostra che le idee discusse poc'anzi erano moneta corrente nel dibattito culturale dell'epoca, che cioè storicamente non era « troppo presto»

per la loro

esistenza. In secondo luogo, sappiamo che cosa accadde all'ala moderata dell'USPD, che scarso seguito ebbe, non solo tra i lavoratori, ma nel paese in genere. Con questa prova davanti agli occhi, l'ipotesi che i dirigenti della SPD potessero adottare o eseguire una tale politica non sarebbe sociologicamente e storicamente ingenua? La struttura e la dinamica della SPD e la sua collocazione nella società tedesca non erano forse tali da produrre inevitabilmente capi somigliantissimi a Ebert e soci? E’ realistico pretendere che essi potessero anche solo pensare a una

politica

fondamentalmente diversa da quella che nei fatti seguirono? Quel che Ebert e gli altri fecero non si spiega perfettamente come conseguenza di tendenze storiche della classe operaia tedesca: i sindacati e le organizzazioni politiche che nacquero e misero radici negli anni prebellici, le esperienze che quei dirigenti affrontarono e il segno che esse lasciarono su di loro? Ha detto un acuto osservatore che il governo Ebert cercò di governare la Germania come si dirige un grosso sindacato. Da questo punto di vista l'intera storia sembra confermare il detto che nulla guasta come il successo. Il fallimento dell'opposizione di sinistra e la spinta radicale hanno le loro cause sociali e storiche. Ma il problema varca i confini della storia della classe operaia. In quel momento storico il fallimento della classe operaia tedesca - ammesso che lo si voglia chiamare fallimento - non fu forse una conseguenza 67

Si veda il rapporto di Dittmann al congresso dei consigli degli operai e dei soldati del 16 dicembre 1918, in Allgemeiner Kongress, pp. 19-24, 37-48, in cui Ditrmann, parlando come membro del governo Ebert, prende sul serio le proposte di riforma militare e di socializzazione.


strutturale non soltanto dell'esperienza e della storia delle diverse fazioni della classe operaia industriale ma della società tedesca nel suo complesso: lo stentato sviluppo politico delle classi medie, il fallimento del liberalismo, la sopravvivenza della burocrazia e dell'aristocrazia, un complesso di forze che produssero sia la guerra sia la sconfitta? A questo punto, se non prima, affiorano dei dubbi su questo tipo di ragionamento. Ovviamente è impossibile limitarsi alla società tedesca in quanto tale. Specialmente in quel momento storico è necessario considerare la situazione tedesca nel contesto internazionale. Ma il contesto internazionale non era importante solamente nel 1918. Era un elemento importante nella politica di Bismarck, nel fallimento del liberalismo e in tutti gli altri aspetti della storia tedesca appena citati. Con questo tipo di ragionamento, bisognerebbe risalire alla storia di tutto il mondo soltanto per spiegare il comportamento di alcuni mediocri dirigenti della classe operaia. Torna in mente la battuta di Weber sul determinismo, che non è un taxi. Questa specie di imponente determinismo storico non offre una guida sicura per valutare i diversi tipi e gradi di causalità. Per spiegare tutto si finisce col non capire più niente. E’ molto più saggio adottare la posizione secondo la quale non tutti gli anelli di una catena di causalità storica sono egualmente solidi. Dato che ogni anello è in realtà una contesa tra forze opposte, sarebbe anche preferibile lasciare la metafora dell'anello e trovarne una migliore. Una serie di punti di fuga con forze che spingono in varie direzioni dà un'idea più precisa della situazione reale. L'intensità relativa delle forze in azione varia anche da situazione a situazione. Gli esseri umani reagiscono alle circostanze, ma il modo in cui reagiscono varia, talvolta moltissimo. Secondo questa prospettiva la volontà politica e l'intelligenza politica possono avere esiti molto diversi anche se, come ho già detto, questa differenza ha un proprio insieme di cause. Un'esatta comprensione di queste cause può contribuire all'efficacia della volontà e intelligenza politica nel futuro, mentre una comprensione imprecisa può perpetuare e persino intensificare l'errore. Dove ci porta questa breve incursione, con immediata ritirata, in una spiegazione sociologica più generale del fallimento dell'alternativa liberale? Se non è indispensabile abbandonare il concetto di alternative storiche soppresse, rimane ancora l'obbligo di


stabilire chi soppresse quella in questione e perché. Una risposta plausibile a questo punto sarebbe: Ebert e soci lo fecero perché erano prodotti tipici della SPD in quel momento storico. I socialdemocratici nel 1918 avevano una possibilità di scelta e un'occasione. Non la videro e non la colsero perché la loro esperienza storica li aveva resi incapaci di farlo. Non è certo una conclusione originale, anche se è più applicabile all'alternativa del socialismo rivoluzionario che alla variante liberale. E non è neppure soddisfacente. Deve attribuire un notevole peso alle forze che integravano la SPD nell'ordine sociale. E’ importante ricordare che queste forze poterono agire liberamente soltanto per un breve periodo, tra il 1890 e il 1914. Prima di allora il partito era illegale, anche se tollerato. Anche dopo la legislazione fu esposto a molte forme di rifiuto e di sospetto. A questo punto non sarebbe opportuno valutare il peso di queste spinte contrastanti, soprattutto perché sono già state al centro dell'attenzione di parecchi studiosi68. Basti osservare che l'impossibilità sociologica di generare una classe dirigente avveduta ed energica che abbia una politica simile a quella .delineata è ben lungi dall'essere provata. Il dominio di Ebert, o quello di capi come lui, non sembra, tutto considerato,

inevitabile.

In

qualche modo la classe operaia tedesca avrebbe

presumibilmente potuto far salire al vertice dei dirigenti più critici anche se Ebert - su questo non possiamo non convenire - si sarebbe rivelato uno strenuo concorrente. Queste considerazioni indicano che dovremmo tornare ad occuparci della lotta all'interno della classe operaia. Forse questa lotta aveva una dinamica intrinseca altamente significativa per il risultato. Se la risposta (o almeno una parte importante di essa) è reperibile in quest'area, ciò significa un mutamento del tipo di causalità e di metodi esplicativi usati. Come primo passo in questa linea di pensiero è utile collocare la lotta all'interno della classe operaia tedesca in un contesto storico molto più ampio. 68

Lo studio più recente e fondamentale è Dieter GROH, Negative Integration und revolutionärer Attentismus: Die deutsche Sozialdemokratie am Vorabend des Ersten Weltkrieges, Francoforte s.M. 1973, anche se non offre ampie informazioni sul lavoratore medio. Tra le opere che toccano più da vicino il nostro problema citiamo Vernon L. LIDTKE, The Outlawed Party: Social Democracy in Germany, 1878-1890, Princeton 1966; Guenther ROTH, The Social Democrats in Imperial Germany: A Study in Working-Class Isolation and National Integration, Totowa (N. J.) 1963; Gerhard A. RITTER, Die Arbeiterbewegung im Wilhelminischen Reich: Die Sozialdemokratische Partei and die Freien Gewerkschaften 1890-1900, Studien zur Europaischen Geschichte aus dem Friedrich-Meinecke-Institut der Freien Universitat Berlin, vol. III, 2' ed., Berlin 1963; e Hedwig WACHENHEIM, Die deutsche Arbeiterbewegung 1844 bis 1914, 2' ed., Opladen 1971. Come esempio di storia analitica. Carl F. SCHORSKE, German Social Democracy 19051917: The Development of the Great Schism, 1955, rist. New York 1972, è talmente fuori del comune che mi invoglia a cercare conclusioni diverse


Nelle fasi più acute della lunga serie di conflitti che accompagnarono la costruzione della società liberale - la rivolta dei Paesi Bassi, la rivoluzione puritana, la rivoluzione francese e la guerra civile americana - le spinte radicali con un seguito di massa svolsero una buona parte dello sporco lavoro di rendere possibili i regimi liberali, danneggiando le istituzioni e i rappresentanti del vecchio ordine. Il regicidio nella rivoluzione puritana e in quella francese fu soltanto l'aspetto più spettacolare di quel complesso processo globale che, esaminato attentamente, non offre un gran sostegno ai miti ispiratori degli estremisti o dei moderati. Troppa brutalità e troppi spargimenti di sangue per credere ai miti. Nella rivoluzione tedesca dal 1918 al 1920, anche se non mancarono certo né brutalità né spargimenti di sangue, la spinta popolare dal basso - questa volta proveniente dai .lavoratori dell'industria anziché da, artigiani, lavoranti finiti e contadini - non ottenne niente di simile. Questo è il fatto più sorprendente dato che, se la precedente analisi ha colpito nel segno, di lavoro sporco da fare non ce n'era molto. Lo shock della sconfitta aveva già fatto abbastanza. Nello sbigottimento del disastro gran parte del vecchio ordine era pronto a « stare ai fatti », come molti membri delle classi rispettabili avevano a volte affermato. Una serie di ragioni, nessuna delle quali è di per se sufficiente e la cui sequenza temporale è importante, può spiegare il diverso carattere e le diverse conseguenze della spinta radicale nella rivoluzione tedesca. Vi erano solo poche sacche di sostegno di massa al cambiamento rivoluzionario e non raggiunsero dimensioni considerevoli finché non furono provocate. Inoltre, erano nei posti sbagliati, cioè non nella capitale (eccetto qualcosa agli inizi) ma nella Ruhr e in altre zone industriali della Germania. Questi aspetti erano dovuti, in gran parte, alle tendenze storiche di cui abbiamo parlato. E’ improbabile che qualcuno potesse fare qualcosa al riguardo o servirsene in modo diverso. Vi erano poi altri fattori di natura più contingente nel senso che derivavano principalmente dalle azioni e dalla personalità dei singoli leaders. Un fattore molto importante fu la relativa facilità della trasformazione da impero a repubblica. Se le vecchie elites avessero scelto sin dall'inizio di battersi con maggior coraggio, le controversie all'interno della sinistra sarebbero state meno dure. A questo riguardo è probabilmente importante il fatto che il frantumarsi della sinistra, un tipico processo rivoluzionario, avesse già raggiunto uno stadio avanzato durante la guerra, e quindi prima del crollo


del regime imperiale. Con i leaders della classe operaia industriale a ragione reciprocamente diffidenti in base all'esperienza bellica, e senza nemici indiscutibilmente potenti da combattere a destra, le controversie e la polarizzazione poterono intensificarsi fino a incrinare fatalmente l'intera sinistra e a rendere impotenti coloro che stavano tra Ebert e gli spartachisti. Così il vecchio ordine in questa rivoluzione largamente fallita riuscì a trovare l'appoggio dei moderati « responsabili » per fare il suo sporco lavoro, quello cioè di reprimere l'estremismo. In questa situazione fluida cambiamenti relativamente lievi nella scelta dei tempi e nella tattica avrebbero portato, penso, a conseguenze molto diverse. Con leggeri cambiamenti di leadership e di tattica non è arbitrario immaginare una situazione in cui moderati meno « responsabili » di Ebert costringessero le vecchie elites a fare più ampie concessioni con la minaccia che, in caso contrario, gli estremisti rivoluzionari avrebbero preso il potere. Se questo fosse avvenuto, non solo alla Germania ma al resto del mondo sarebbero state risparmiate enormi tragedie. Questo tipo di interpretazione conserva la nozione della responsabilità morale di Ebert ma la pone in un contesto differente in modo da considerarla molto meno una conseguenza di tendenze a lungo termine della società tedesca e molto più il risultato di una specifica dinamica politica che una volta avviata prese velocità fino a divenire inarrestabile. Parimenti questa forma di interpretazione spartisce il disonore tra Ebert e i suoi rivali. Ma non sono i giudizi morali che ci premono in questa sede, quanto piuttosto l'accuratezza dell'analisi. Una confutazione potrebbe assumere la forma di dimostrare più chiaramente i limiti imposti al comportamento dei vari attori dai retaggi del passato e, mettendo in evidenza i difetti nell'analisi della dinamica di polarizzazione, dimostrare che i cambiamenti di leadership o di tattica proposti erano improbabili. Un'altra vittima della costellazione di circostanze e di azioni appena menzionate fu l'alternativa socialista. Non l'ho esaminata, perché la spinta che l'appoggiava era molto più debole e le forze che la contrastavano molto più forti. Un'altra ragione è che in pratica l'alternativa socialista rivoluzionaria non si è mai rivelata un'alternativa umana. Dato che quella liberale sotto questo punto di vista non può vantare uno stato di servizio esaltante, è giusto indicare brevemente le ragioni che fanno pensare che anche la soppressione dell'alternativa socialista fu una delle tragedie della rivoluzione tedesca. Queste ragioni comportano un salto speculativo anche più pericoloso e meno verificabile


sui fatti di qualsiasi altro tentato finora. Eppure è giusto chiedersi che cosa sarebbe accaduto nel mondo in genere se in Germania fosse scoppiata una rivoluzione socialista subito dopo la sconfitta. Il socialismo s ia in Germania s ia in Russia avrebbe rallentato gli sforzi per una modernizzazione socialista in modo da evitare gli orrori dello stalinismo? Gli alleati sarebbero stati disposti e capaci di fermarne la marcia trionfante? Anche questo non possiamo saperlo. Sappiamo invece che cosa è realmente avvenuto. In Germania gli ostacoli istituzionali alla democrazia parlamentare e capitalistica col tempo crollarono sotto gli assalti di Hitler, della seconda guerra mondiale e dell'occupazione sovietica dei territori degli Junker. Mentre questi eventi si svolgevano, nessuno chiese ai milioni di vittime se i risultati giustificavano il prezzo.

Aspetti repressivi dell'oltraggio morale: l'esempio nazista

Il periodo del nazismo in Germania, e più in generale il fenomeno della diffusione del fascismo su scala mondiale nel ventesimo secolo, dimostrano al di là di ogni possibile dubbio che nei movimenti popolari è insita a livello potenziale e a volte reale una forte componente di crudeltà e di repressione. In effetti, il fascismo ha fatto rivivere l'antica tradizione conservatrice che in genere vede nella demagogia e nelle masse la minaccia principale alla libertà e ad un ordine sociale umano. Non prendere in considerazione questo punto vorrebbe dire falsificare l'intera analisi. Contro questo ritorno ad una tradizione conservatrice, che risale per lo meno ai tempi di Platone, gli scrittori moderni di sinistra hanno inscenato una difesa dei movimenti popolari basata su molteplici considerazioni empiriche e teoriche. In molti degli studi sui movimenti popolari si è affermato che il sostegno alle tendenze autoritarie è venuto soprattutto dagli elementi « rispettabili » e conservatori delle società industriali moderne, mentre i movimenti dei lavoratori e delle classi inferiori hanno in genere assunto la forma di risposte razionali a legittime lagnanze di ordine economico69. Anche se queste indagini 69

Si veda Michael Paul REGIN, The Intellectual and McCarthy: The Radical Specter, Cambridge (Mass.) 1967; Richard F. HAMILTON, Affluence and the French Worker in the Fourth Republic, Princeton 1967. Maurice ZEITLIN, Revolutionary Politics and the Cuban Working Class, Princeton 1967, produce prove significative sull'atteggiamento degli operai. cubani durante gli anni '60, in genere favorevole alle libertà civili, mentre si ha una visi on e più cupa in Carmelo MESA-LAGO, Cuba in the 1970s: Pragmatism and Institutionalization, Albuquerque 1974.


hanno messo in evidenza interpretazioni errate dei movimenti di massa moderni, non hanno eliminato i problemi. Non si può negare il fatto evidente che i movimenti fascisti hanno goduto o hanno saputo crearsi un sostegno popolare sufficiente a renderli orrendamente pericolosi. Come vedremo, la base popolare del fascismo comprendeva solo una minima percentuale di lavoratori industriali. Ciononostante, tra i movimenti di questo tipo il fascismo tedesco godeva quasi certamente del più vasto ed entusiastico sostegno popolare. Proprio per questo era la più pericolosa manifestazione di una tendenza universale. Una discussione più generale e teorica giustificherebbe - se fosse accettabile l'esclusione dei movimenti fascisti dal contenuto di qualunque testo che pretende di occuparsi di oltraggio morale e del senso di ingiustizia, sia di origine popolare o no. Da questo punto di vista le credenze e i sentimenti fascisti non hanno nulla a che vedere con la moralità e la giustizia. Gli obiettivi sociali e politici del fascismo sono di tipo aggressivo ed oppressivo, l'esatto opposto degli obiettivi liberatori ed umani dei

movimenti

rivoluzionari di massa. Il fatto che entrambi facciano ricorso alla violenza non è significativo, dal momento che la violenza diretta contro l'oppressore da parte della sua vittima è molto diversa dalla violenza diretta dall'oppressore contro la sua vittima. Sarebbe molto più facile destreggiarsi nel mondo in cui viviamo, per lo meno da un punto di vista morale, se questa tesi fosse completamente convincente e se le distinzioni teoriche che essa traccia fossero più evidenti nella pratica. Sfortunatamente, la violenza degli oppressi si è spesso trasformata nella nuova violenza degli oppressori, ed il momento della transizione da uno stadio all'altro è stato sia fugace sia difficile da determinare. I fini e gli obiettivi dichiarati dei movimenti politici non sono collegati al loro comportamento e ai risultai reali più di quanto lo siano quelli degli individui. Il Discorso della montagna può costituire un passo sulla strada dell'Inquisizione, e il sogno di un mondo senza oppressione può diventare la giustificazione di una polizia segreta terroristica. Anche se la correlazione non è necessariamente inevitabile, negarla non aiuterà gli esseri umani ad evitare la ripetizione di simili esperienze nella loco continua ricerca di un mondo con un carico inferiore di oppressione e di crudeltà. Inoltre, i sentimenti di collera morale di fronte ad ingiustizie subite sono stati una componente importante anche nel sostegno di massa a movimenti fascisti. Come ultimo punto, particolarmente significativo, va tenuto


presente che, anche se questo criterio di discussione fosse convincente, non rivelerebbe nulla sulle cause dei movimenti popolari con una forte componente di crudeltà e di aggressività. Per studiare le modalità e le cause per cui vengono accettate forme oppressive di autorità e per le quali gli esseri umani arrivano a volte ad infliggere sofferenze a se stessi, apparentemente persino traendone piacere, farò ricorso al movimento nazionalsocialista tedesco quale paradigma. Chi erano i nazisti? La prima domanda che occorre porsi riguarda appunto il tipo di persone che aderirono al nazismo. Più precisamente vogliamo apprendere quanto più possibile sulle circostanze della loro vita quotidiana che contribuirono a far nascere quel risentimento feroce contro il mondo circostante, così caratteristico dei nazisti. Le circostanze immediate da sole non sono in grado di spiegare adeguatamente i loro sentimenti e il loro comportamento. Sarà anche necessario comprendere quanto più è possibile in che modo la gente che fu o divenne nazista vide e interpretò le proprie vicende, modo in larga misura condizionato dall'impronta e dai residui di esperienze precedenti, tra le quali vanno annoverate la sconfitta e i tumulti del 1918 e degli anni successivi, l'inflazione catastrofica del 1923, gli anni dell'illusorio benessere e poi la Grande Depressione iniziata nel 1929 e che imperversava come un'epidemia quando Adolf Hitler prese il potere nel 1933. Ritorneremo più avanti su questo modo di recepire gli avvenimenti, dopo aver tentato di delineare la composizione sociale del movimento nazista. Si dà il caso che esistano un paio di fonti che, a quanto mi risulta, non sono state attentamente esaminate, o per lo meno non congiuntamente, e che assieme forniscono utili indicazioni sul movimento nazista e sull'attrazione da esso esercitata su diversi settori della popolazione tedesca. La prima è uno studio sulla composizione sociale del partito nazista (NSDAP

dalle

iniziali

della

denominazione

tedesca,

equivalente

a

partito

nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi), condotto in segreto dalla direzione del partito nel 1935 e divenuto disponibile dopo la fine della seconda guerra mondiale. In primo luogo questo documento, la Parteistatistik70, ci permette di valutare con una discreta

70

Parteistatistik, Stand I: Januar, 1935, pubblicato dal Reichsorganisationsleiter delI'NSDAP, 3 voll., Monaco 1935. I tre volumi erano dattiloscritti e recavano l'avvertenza che le informazioni ivi contenute non dovevano essere comunicate ad


precisione in che misura l'NSDAP fosse un partito di operai e in che misura attingesse ad altre fonti quale quella spesso indicata come classe medio-inferiore. L'altra fonte è costituita

da

un

censimento

sull'occupazione

effettuato

contemporaneamente

al

censimento generale del giugno 1933, cioè circa cinque mesi dopo l'ascesa al potere di Hitler (30 gennaio 1933). Per lo meno fino a quel momento non risulta che i nazisti abbiano interferito in maniera determinante nel lavoro del servizio centrale di statistica responsabile del censimento, il quale aveva alle spalle una lunga ed onorata tradizione burocratica. Il censimento è molto ricco di dati e dettagliato, non fa uso del gergo dei nazisti, ed è scritto e condotto secondo i criteri dei censimenti precedenti. Dove l'informazione è carente, lo è per gli stessi motivi dei censimenti precedenti. Nell'elenco completo delle professioni femminili mancano perciò le prostitute e - fatto ancora più significativo e messo in rilievo dallo stesso censimento - è ancora impossibile distinguere un magnate dell'industria dal proprietario di un negozietto. Entrambi ricadono nella vecchia categoria dei « proprietari di beni mobili ed immobili occupati in proprio » . Ciononostante, è possibile determinare in base al censimento e alla Parteistatistik la percentuale di iscritti all'NSDAP in molti dei maggiori raggruppamenti professionali presenti nella società tedesca al tempo della presa di potere nazista. A sua volta, questo ci fornisce molte informazioni sulle variazioni della ricettività all'appello nazista71. Dal momento che l'NSDAP era prevalentemente un partito di uomini - il 94,5% degli iscritti era di sesso maschile72 - e che il bersaglio della sua opera di reclutamento era rappresentato quasi esclusivamente da maschi, ho indicato, dove mi è stato possibile, il numero dei maschi in ogni categoria professionale. Questo aspetto è di rilevante importanza nell'interpretazione dei dati statistici. Si è spesso attribuito all'NSDAP un particolare fascino sui « colletti bianchi » generati dalla società industriale avanzata, a causa dell'insicurezza della loro posizione di impiegati che per il loro stipendio dipendono dalla direzione aziendale al pari degli operai di fabbrica alcuno, tranne al personale interno dell'ufficio del Reichsleiter, senza autorizzazione scritta e che i volumi dovevano essere tenuti in un posto sicuro. 71 Anche i risultati delle elezioni forniscono notizie utili. La loro interpretazione, comunque, è spesso molto difficile, dato che i risultati si riferiscono solo ad unità geografiche e le deduzioni sociologiche e politiche vanno ricavate da quanto è dato di sapere sulla tipologia sociale di queste unità. Inoltre per i punti in discussione è piiù importante identificare il tipo di persone che si iscrivevano al partito che quelle che lo votavano. Ho quindi trascurato i risultati elettorali. Per interpretazioni diverse di questi.dati si veda Seymour Martin LIPSET, Political Man: The Social Bases of Politics, Garden City 1960, pp. 13152; Rudolf HEBERLE, Social Movements: An Introduction to Political Sociology, New York 1951, pp. 222-37; e Richard F. HAMILTON, The Bases o f National Socialism: The Electoral Support for Hitler: 1924-1932, in corso di pubblicazione. 72 Parteistatistik I. p. 41.


per i loro salari. Nello stesso tempo, però, gli impiegati eseguono lavori « puliti » o non manuali in un ufficio che li porta ad essere più vicini alla direzione ed incoraggia la tendenza a considerare con sussiego, ed anche con timore, gli operai dell'industria. Negli anni '30, al pari di oggi, una percentuale elevata degli impiegati era costituita da donne che lavoravano come stenografe, dattilografe, ecc. Includendo le donne, la percentuale di iscritti all'NSDAP farebbe degli impiegati la categoria professionale non manuale meno influenzata dal nazismo. A prima vista il risultato sembra costituire una sorpresa che contraddice l'interpretazione predominante del nazionalsocialismo, ed in verità del fascismo in genere, quale rivolta della piccola borghesia. Questo aspetto richiederà tra breve un'ulteriore analisi. Ora basta sottolineare che il paradosso non sussiste più se si considerano solamente gli impiegati di sesso maschile come obiettivo dell'opera di reclutamento dell'NSDAP. In tal caso questo gruppo professionale è al terzo posto nella graduatoria percentuale di iscritti al partito nazista, ma è numericamente il più numeroso nel gruppo 1 della tabella 1, dove la distinzione risulta chiara e dove ho elencato le categorie professionali secondo la percentuale presente in esse di iscritti al partito nazista. Il lettore attento può chiedersi a questo punto se è possibile che i risultati siano falsati dal fenomeno dell'opportunismo. Non potrebbe darsi che la composizione sociale del partito sia notevolmente cambiata a due anni dall'ascesa al potere di Hitler? Fortunatamente anche i dirigenti del partito erano molto preoccupati da questa possibilità. In vari punti della Parteistatistik viene usata l'espressione Konjunkturritter (letteralmente: cavalieri di un mercato in ascesa) per indicare gli opportunisti. E’ molto probabile che soprattutto per questo motivo il partito abbia raccolto questi dati, che contengono informazioni che ci permettono di considerare poco importante questa obiezione. Nelle elezioni del 14 settembre 1930 per la prima volta il partito nazista aumentò i suoi voti al punto che sembrò avere una buona possibilità di diventare un partito vincente, sia legalmente sia illegalmente. E’ poco probabile che chi si iscrisse al partito prima di quella data l'avesse fatto per opportunismo. La Parteistatistik ci fornisce dati sia sulla loro distribuzione professionale sia sulla consistenza degli iscritti nel 1935. Un confronto tra la percentuale degli iscritti nel 1935 suddivisi per professione e la corrispondente


distribuzione della vecchia guardia, come possiamo definire quelli con iscrizione anteriore al 1930, rivela una differenza sorprendentemente limitata. La percentuale di operai dell'industria e di braccianti agricoli (non differenziabili per questo calcolo nell'NSDAP) aumentò del 4%; quella degli impiegati subÏ un calo del 4,6%. Tutte le altre categorie professionali presentano variazioni inferiori73. Il primo punto da tenere presente nell'interpretazione delta tabella 1 è che, dato il suo carattere di partito ultranazionalista, l'NSDAP cercava di reclutare tedeschi da tutti i settori della popolazione.

73

Si veda Parteistatistik, I, tab. a p. 70. Dato che la consistenza numerica della vecchia guardia del partito era cosĂŹ esigua da rappresentare nella maggior parte dei casi un valore percentuale inferiore all'1%, per i1 confronto con il censimento ho usato i dati relativi alle iscrizioni del 1935. Anche se la tabella nazista fornisce dati anche sulle iscrizioni avvenute tra it 15 settembre 1930 e il 30 gennaio 1933 e dopo questa data, possiamo permetterci di non prendere in considerazione queste cifre. Ne consegue che se trascuriamo le differenze inferiori al 5% - procedimento consigliabile a causa della presenza di altre probabili fonti di errore - possiamo utilizzare la tabella 1 come prima approssimazione per un calcolo dell'attrazione esercitata dal nazismo sui diversi raggruppamenti professionali.


Tabella 1: Gruppi professionali secondo la percentuale di iscritti all'NSDAP, in base ai dati del 1935 del partito o al censimento ufficiale (in migliaia) N Iscritti all’NSDAP

Totale occupati

N maschi

Tssi di disoccup. maschi occupati

% dei nazisti sui maschi

occupati ---------------- ------------------ ------------------- ---------- -------------------- ------------ --------Sotto Sotto Sotto Sotto Sotto Sotto gruppo gruppo gruppo gruppo gruppo gruppo gruppo gruppo gruppo gruppo gruppo gruppo

GRUPPO 1 1. Insegnanti 84 307 212 2. Piccoli Commercianti 1000 750 Autonomi 188 (stima) (stima) 3 Impiegati di cui: 484 3916 2385 24 22 a) tecnici e altri 197 1203 817 23 20 24 b) vendite, uffici 287 2713 1568 24 21 18 4 Studenti 34 334 187 5 Funzionari 223 1464 1336 6. Artigiani autonomi 208 1279 7. Contadini 255 2005 1805 8 Libere professioni 79 716 622 da3 GRUPPO 2 a 41 9. Operai industriali e artigiani di cui: 662 9939 7982 42 39 a) metallurgici special 155 2232 2156 39 7 b) altri specializzati 322 c) non specializzati 162 d) minatori 22 446 446 57 5 10 Braccianti agricoli 94 2530 1672 15 12 GRUPPO 3 11 Benestanti e pensionati 38 5822 2786 12 Casalinghe 65 9901

40

25 20

18 16 14 13

8

6 1 0,6

Fonti: Dalla Parteistatistik del partito nazista, I, pp. 55, 68, 70, 72, si possono calcolare dati separati per la maggior parte dei gruppi professionali, anche se questa fonte raggruppa i membri all'interno di una categoria (v. Arbeit er) mascherando alcuni aspetti sociali. I dati principali sul numero degli occupati nelle categorie professionali sono tratti da Statistik des Deutschen Reichs (SDR), Bd. 453, Heft 2, pp. 22-24, 52; sulla disoccupazione, ibidem, pp. 9, 12-13, 15, 25-26. Ho calcolato io stesso i tassi di disoccupazione e le percentuali di iscritti all'NSDAP nelle diverse professioni. Per professioni particolari ho utilizzato anche 1'SDR, Bde. 458, 459 e 461 e to Statistisches Jahrbuch Jiir das Deutsche Reich (1934); e per le definizioni dei gruppi professionali Das Grosse Brockhaus (15' ed.). Le fonti utilizzate per ciascun gruppo sono le seguenti: 1. Insegnanti: SDR, Bd. 453, Heft 2, p. 23, per i quali ho sommato le persone elencate nelle categorie di censimento nn. 356-360. 2. Piccoli commercianti autonomi: SDR, Bd. 458, p. 35, per i quali ho sommato gli appartenenti alle categorie Wz 414, 442, 411, 451, in totale 1.133.000 persone. Per escludere i proprietari di grandi magazzini, ho semplicemente ridotto il totale a 1.000.000. Probabilmente questo valore è basso, dato che forni, sartorie ecc., i quali producono e vendono merci, si ritrovano altrove nel censimento tra gli


artigiani autonomi (SDR, Bd. 453, Heft 2, p. 17). Poichè i tre quarti dei piccoli commercianti erano di sesso maschile, ho calcolato che i soli uomini fossero 750.000 (v. ibidem, p. 52). 3. Impiegati: SDR, Bd. 453, Heft 2, p. 52, per i quali ho sommato gli impiegati con mansioni non direttive delle categorie W: Abt. 2/3, 4 e 5. Sono esclusi gli impiegati agricoli e domestici. 4. Studenti: Statistiches Jahrbuch (1934), pp. 529-35, per i quali ho sommato gli individui dal decimo al dodicesimo anno di scuola primaria, quelli delle scuole secondarie e dele università. 5. Funzionari: SDR, Bd. 453, Heft 2, pp. 14-15, 52. 6. Artigiani autonomi: SDR, Bd. 453, Heft 2, pp. 16, 17. 7. Contadini: Il numero di contadini sulla popolazione totale fornito dalla Parteistatistik, I, p. 53, 6 di 6.699.000, un valore che è molto esagerato, probabilmente perchè comprende i familiari attivi; cfr. SDR, Bd. 453, Heft 2, p. 52. Si può fare una stima molto più realistica dei contadini che possiedono e/o lavorano la terra definendo contadini coloro che lavorano da 2 a 100 ettari di terreno, il 90% dei quali sono coltivatori diretti. Si veda SDR, Bd. 459, Heft 1, pp. 54, 55. In questo ambito un altro volume del censimento riporta un totale di 2.005.000 Inhaber, che possono essere proprietari, affittuari o conduttori sotto altre forme. Si veda SDR, Bd. 461, Heft 1, p. 12. Se dunque consideriamo coltivatori diretti il 90% di questi Inhaber, arriviamo ad un totale di 1.805.000, cioè il 27% del dato nazista. 8. Liberi professionisti: la definizione tedesca di freie Bernie è più vasta di quella inglese abituale; per definirla mi sono servito di Dar Grosse Brockhaus (15' ed.), vol. 7, p. 100, s.v « Geistesarbeiter », e vol. 6, p. 563, s.v. « Freie Berufe ». Su questa base ho addizionato le categorie di censimento nn. 167, 171, 271, 361-65, 370, 373, 381, 383-384 (ingegneri e tecnici, chimici, architetti e imprenditori edili, redattori e scrittori, artisti, avvocati, consulenti legali, cantanti ed insegnanti di canto, attori, medici, odontoiatri e odontotecnici) in SDR, Bd. 453, Heft 2, pp. 22-24. 9. Operai: SDR, Bd. 453, Heft 2, p. 52. In ibidem, p. 22, per gli operai metallurgici specializzati ho sommato i maschi delle categorie di censimento nn. 141-66, escludendo i proprietari e le donne. Minatori: ibidem, p. 22, dove non compaiono donne, anche se naturalmente ve n'erano occupate in lavori di superficie. 10. Braccianti agricoli: ibidem, p. 52; v. anche pp. 22, 12, 19. 11. Benestanti e pensionati: SDR, Bd. 453, Heft 2, pp. 5, 6. 12. Casalinghe: SDR, Bd. 453, Heft 2, pp. 5, 6.

La sua propaganda era largamente imperniata sul concetto di « comunità nazionale » e sull'abolizione degli schieramenti di classe. Il numero totale di iscritti al partito, pari a 2.493.890, rappresenta il 7,7% della forza-lavoro (Erwerbspersonen), che assommava a 32.296.496. Di questi, poco meno di due terzi, cioè 20.817.033, erano di sesso maschile74. Presumendo che gli uomini fossero l'obiettivo principale del reclutamento nazista, si può

74

I dati del censimento si trovano in Statistik des Deutschen Reichs (SDR), Band 453, Heft 2, Berlino 1936, p. 6.


stimare che gli aderenti al partito rappresentassero circa il 12% della forza-lavoro. Quindi, se gli iscritti fossero stati egualmente distribuiti fra tutte le professioni, il

«

quoziente » nazista sarebbe stato approssimativamente il 12% in ciascuna di esse. Nella tabella 1 troviamo invece una suddivisione evidente in tre tipi di professioni. Il gruppo 1 comprende soprattutto una serie di professioni della classe medio-inferiore, termine questo che verrà analizzato più a fondo tra poco. In questa serie il potere di attrazione esercitato dall'NSDAP variava da poco più del loro « quoziente » ad un valore più che triplo. Il gruppo 2 comprende i lavoratori manuali della città e della campagna. Tra questi il richiamo dell'NSDAP calava a valori compresi tra i due terzi e la meta del loro «quoziente». I membri del gruppo 3 erano essenzialmente al di fuori del sistema economico. Per loro il fascino nazista era molto limitato. Esaminiamo ora più in dettaglio ciascun gruppo. Nel gruppo 1 troviamo parecchi piccoli proprietari alle prese con serie difficoltà di piazzare sul mercato le loro merci. Nel sottogruppo 2 sono compresi i piccoli commercianti al dettaglio che dovevano sostenere la concorrenza delle aziende di vendita per corrispondenza. In qualità di proprietari rurali, molti contadini dovevano affrontare problemi di debiti ipotecari così come di smercio dei loro prodotti. Gli artigiani autonomi, come i falegnami, i calzolai e gli orologiai, avevano una specializzazione faticosamente acquisita, di cui per un motivo o per l'altro sembrava non esistere domanda sul mercato in un mondo dissestato. Insieme, questi possessori di proprietà limitate e di specializzazioni manuali costituiscono quella che generalmente si definisce vecchia classe media, il portato storico della fase primitiva del capitalismo. E’ eccessivo sostenere che essi fossero destinati all'estinzione nella fase di capitalismo avanzato. Ma nella Germania sconvolta dalla depressione erano certamente nei guai. La nuova classe media era il prodotto di un governo forte e di una grande industria. I suoi componenti principali erano gli stipendiati e i funzionari statali e del commercio. Gli insegnanti, la professione con la più alta percentuale di iscritti all'NSDAP, appartengono a questa categoria. Probabilmente molti degli iscritti erano insegnanti elementari. Questo fa pensare che esista un nesso tra un grado di istruzione limitato, cioè una specializzazione intellettuale acquisita con fatica e i cui risultati non erano facilmente commerciabili, e il potere di attrazione esercitato dal partito. Tra i colletti bianchi la percentuale di iscritti all'NSDAP nel settore tecnico era notevolmente superiore a quella del settore delle vendite e degli uffici, anche se i tassi di disoccupazione erano quasi identici. Lo stesso vale per le libere professioni. Quale categoria tedesca di censimento, il termine freie


Berufe, o professioni libere, includeva settori sia della vecchia classe media, come gli avvocati e i medici, sia della nuova, come gli ingegneri e tecnici diversi. Era un gruppo eterogeneo accomunato dalla necessità di trovare sia uno sbocco sul mercato sia un certo grado di approvazione sociale per le capacità acquisite. Il tasso di insuccesso nel trovare tale sbocco, misurato dalle statistiche della disoccupazione, variava enormemente da una professione all'altra. Era del 16% per i chimici, del 33 % per gli ingegneri e i tecnici metallurgici, del 61 % per gli attori ed inferiore al 3 % per i medici. E’ quindi evidente che in questo settore la percentuale di iscritti all'NSDAP, pari al 13 %, cioè vicina al «quoziente» , nasconde ampie variazioni tra una professione e l'altra. Tutto sommato, le caratteristiche sociali del gruppo 1 confermano la tesi più diffusa, anche se di tanto in tanto contestata, secondo la quale l'NSDAP esercitava un forte fascino sulle classi medio-inferiori. I risentimenti che secondo questi dati alimentavano il movimento nazista erano quelli dell' “uomo comune” irritato per le ingiustizie di un ordine sociale che minacciava o non riconosceva le virtù del duro lavoro e dell'abnegazione quando questi sforzi personali si cristallizzavano nel negozio del commerciante, nell'appezzamento del contadino, nell'abilità manuale dell'artigiano, nel lavoro dell'impiegato e nel talento del tecnico e del giornalista. Troviamo qui una possibile conseguenza della teoria del valore-lavoro. Anche se nel gruppo 2 , composto da lavoratori manuali, si ha un netto calo della percentuale di nazisti, questo non è sufficiente per sostenere la tesi che gli operai dell'industria, nonostante il tasso di disoccupazione veramente catastrofico, fossero immuni al fascino nazista. Con un “quoziente“ del 12% (più esattamente 11,7%), 1'NSDAP evidentemente riusciva -- con un tasso di reclutamento dell'8 % - a reclutare circa i due terzi del suo “quoziente“ dagli operai industriali. Pur tenendo conto della scarsa affidabilità delle statistiche e di una aliquota incerta di membri nominali, il successo dei nazisti è un fatto reale e funesto. Come il lettore ricorda, nel 1918 gli operai metallurgici specializzati furono una delle fonti principali dell'impeto combattivo e persino rivoluzionario. Anche se i dati evidenziano che neppure nel 1935 vi fu da parte loro un massiccio spostamento nelle file del nazismo, i nazisti riuscirono ad infiltrarsi fino a superare la metà del loro «quoziente» . D'altra parte, la percentuale tra i minatori, il settore più prossimo al proletariato industriale «puro» per il quale disponiamo di dati, risulta essere la più bassa tra tutti i gruppi di lavoratori manuali.


I membri del gruppo 3 hanno in comune la caratteristica di avere una posizione marginale o esterna al sistema produttivo ed in notevole misura anche al resto delle istituzioni sociali. Si trattava anche di una posizione marginale ed esterna in termini diversi da quella dei disoccupati, anche se per i pensionati l'effetto economico deve essere stato in molti casi identico, se non più disperato. Ovviamente una casalinga poteva mettersi a lavorare qualora fosse riuscita a trovare un lavoro in un periodo di disoccupazione disastrosa. Anche se i pensionati e le casalinghe avevano una posizione socialmente accettabile, da un punto di vista economico molti dovevano sentirsi intrappolati e con le mani legate. Considerazioni «oggettive»

potrebbero facilmente portare alla conclusioni che

anche questi gruppi erano colmi di un risentimento alquanto disperato. Se così è, ed io penso che lo sia, doveva trattarsi di una forma di risentimento molto diversa da quella che troviamo nel gruppo 1. Mentre gli appartenenti al gruppo 1 fornirono almeno il loro «quoziente» di iscritti al partito nazista, questa forma di risentimento marginale servì a produrre soltanto un dodicesimo del « quoziente » tra i benestanti e i pensionati e una percentuale ancora inferiore tra le casalinghe. Le differenze tra i gruppi possono essere imputabili ad uno sforzo frustrato o non premiato. Un duro lavoro non premiato può provocare un forte risentimento: tutti gli individui del gruppo 1 erano in qualche modo soggetti a questo tipo di esperienza frustrante. D'altra parte, quelli del gruppo 3 si trovavano in una posizione sociale che li esentava dall'obbligo di lavorare. Ancora diversa era la situazione dei lavoratori del gruppo 2, che in gran numero non riuscivano a trovare lavoro. Se può esistere una chiave esplicativa generale alla forma fascista di risentimento suggerita da questi dati, essa sembra risiedere nelle diverse forme di oltraggio morale che genera la frustrazione di esseri umani capaci e desiderosi di lavorare molto duramente. Una forte etica del lavoro può essere il precedente storico necessario per questo tipo di movimento popolare crudele e reazionario. E’ un indizio che vale la pena di approfondire75. Che dire della composizione sociale dell'NSDAP stessa? In quanto partito fortemente organizzato e disciplinato, centro e ispiratore del tipo di risentimento e di furore morale attualmente in discussione, aveva una vita sua propria. Discuterò questo aspetto solo marginalmente mentre ne constateremo gli effetti sui membri ordinari. A questo punto 75

In base alle mie informazioni limitate, questa ipotesi è sostenibile nel caso del Giappone. Probabilmente il fascismo italiano a stato una mescolanza di. etica del lavoro frustrata ed un tentativo di imporre un'etica del lavoro. In questa cultura mediterranea di « far arrivare i treni in orario » presentava anche degli aspetti di quello che i marxisti considerano come il disciplinare la forza-lavoro, un Processo storico attuato in Russia dal partito comunista. Ci troviamo di fronte ad un campo affascinante per una ricerca seria.


siamo interessati solamente a quanto possiamo apprendere dalle fonti statistiche su quale tipo di individui essi fossero. La tabella 2 ci dà la composizione dei membri sulla base di determinate distinzioni sociali contemporanee correnti e pur tuttavia utili. Una è quella tra manodopera manuale e non manuale. All'interno della categoria della manodopera non manuale si fa un'ulteriore distinzione tra gli impiegati addetti a mansioni di routine, compresi i proprietari di negozi di vendita al dettaglio, da una parte, e grossi proprietari76, medici, avvocati, amministratori e funzionari statali dall'altra. In genere gli appartenenti a questo strato sociale esercitano un notevole controllo ed influenza sopra la vita degli altri. Per comodità possiamo definite questi tre raggruppamenti principali classe operaia, classe medio-inferiore e classe medio-superiore, anche se nella tabella preferisco usare il termine più neutrale di categoria sociale, espediente che permette una varietà di combinazioni per valutare la composizione del partito in termini di classe sociale. Dai i dati disponibili non è molto difficile distinguere i lavoratori manuali ed alcuni dei componenti principali della classe medio-inferiore. Si incontrano maggiori difficoltà nello specificare quale percentuale dell'NSDAP provenisse dalla classe medio-superiore. Dove vanno collocati, ad esempio, gli insegnanti? Al fine di rendere possibile una stima sia minima sia massima della componente dell'NSDAP proveniente dalla classe medio-inferiore ho elencato nella «Categoria mista» tutti i possibili membri della classe medio-superiore. Diamo però prima un'occhiata più generale ai risultati.

76

Costoro non sono identificabili ne nelle statistiche del censimento ne in quelle fornite dall'NSDAP. Mi sono astenuto anche solo dall'avanzare ipotesi sulla loro consistenza numerica nel partito, dato che il mio interesse è rivolto principalmente ai movimenti popolari e plebei


Tabella 2. Composizione sociale dell'NSDAP nel 1935 (in migliaia) N. di iscritti % sul totale degli iscritti Professione Profession Categoria Profession Categoria sociale sociale --------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------1. Manuale Operai dell'industria e delle mi niere 662 26,5 Braccianti agricoli 94 3,8 Contadini (Erbhofbauern e altri) 255 10,2 Totale 1.011 40,5 2. Manuale, classe medio-inferiore Artigiani autonomi 208 208 8,3 8,3 3. Non-manuale, classe medio-inferiore Impiegati 484 19,4 Piccoli commercianti autonomi 188 7,5 Totale 672 26,9 4. Categoria mista, dalla classe me dio-inferiore alla classe medio superiore Funzionari 223 8,9 Insegnanti 84 3,3 Professioni libere 79 3,2 Totale 387 15,5 5. Vane 80 80 3,2 3,2 6. Nessuna profe ssi one Benestanti, pensionati 38 1,5 Casalinghe 65 2,6 Studenti 34 1,3 Totale 136 5,5 ---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------Totale complessivo 2.494 2.494 100 100 Fonte: Parteistatistik, I, pp. 55, 63, 64, 68, 70. Nota: Le discrepanze sono dovute ad arrotondamenti.

In termini approssimativi e preliminari la composizione dell'NSDAP rilevabile dalla tabella 2 rispecchia la graduatoria di presenze naziste nelle professioni della tabella 1. Sommando i lavoratori manuali delle categorie 1 e 2 si ottiene 1.219.000, che rappresenta il 48,8%, cioè circa la metà degli iscritti al partito. La categoria 3, cioè coloro che appartengono sicuramente alla classe medio-inferiore, supera di poco un quarto, cioè il 26,9%. Secondo questa interpretazione l'NSDAP era composto prevalentemente da persone sulle quali il partito esercitava un'attrazione minima. In altre parole, l'area più debole del campo magnetico nazista attirava la maggioranza dei membri a causa della particolare struttura demografica della società tedesca nella quale il numero dei lavoratori manuali superava di gran lunga quello degli impiegati. Nel 1933 gli impiegati e i funzionari rappresentavano il 17,1 % della forza-lavoro, mentre gli operai (compresi i


braccianti agricoli) erano il 46,3%77. Presenterò tra breve una interpretazione diversa. E’ necessario però convenire sul fatto che la attrazione esercitata dal partito attraversava realmente le divisioni di classe e che era un partito popolare o populista costituito prevalentemente da « gente comune ». Ben più dei tre quarti dei suoi iscritti appartenevano a questa categoria fluida ma molto significativa. Considerando con maggior attenzione la tabella 2, vediamo che gli operai dell'industria e delle miniere, con il loro 26,5% di iscritti all'NSDAP, e gli elementi sicuramente appartenenti alla classe media inferiore (categoria 3), con il 26,9%, costituivano insieme poco più della metà (53,4%) degli iscritti. Ma è ovvio che la categoria 3 rappresenta una concezione troppo restrittiva della classe medio-inferiore. Altri componenti si celano in altre categorie. Quanti siano è opinabile. Al 26,9% della categoria 3 proporrei di aggiungere (1) tutti gli artigiani autonomi della categoria 2, pari all'8,3%; (2) poco più della meta della categoria 4, cioè 1'8%; e (3) un altro 2 % di quelli senza occupazione della categoria 6. In totale assommano ancora a meno della metà (45,2 %) degli iscritti all'NSDAP. In questo modo arriviamo alla conclusione abbastanza sorprendente che la principale espressione organizzata dei risentimenti della classe medio-inferiore probabilmente traeva non più della metà dei suoi membri da questo strato. D'altra parte, questo era il gruppo numericamente più consistente del partito, con gli operai dell'industria che rappresentavano poco più di un quarto. Questa constatazione ci aiuta a spiegare la flessibilità della strategia nazista. Comunque, il suo significato precipuo non sta qui. Ne i movimenti politici democratici nè quelli autoritari hanno la possibilità o la capacità di realizzare in modo coerente le aspirazioni di coloro i cui interessi e desideri pretendono di incarnare. La constatazione precedente, invece, suggerisce che nella ricerca della struttura e dei caratteri dominanti del nazionalsocialismo abbiamo portato ai limiti estremi ed ai massimi risultati una determinata forma di indagine. Nessuna dose di abilità nel manipolare i dati e le cifre del censimento relativi alle iscrizioni al partito è in grado di rivelare il reale modo di sentire e di comportarsi della gente: le loro paure, rabbie ed interpretazioni del mondo. Costringere il fascismo tedesco nella camicia di forza sociologica di un mero risentimento della classe medio-inferiore sarebbe fuorviante ed in definitiva non rivelerebbe nulla. I dati strutturali possono fornire informazioni indispensabili su quali tipi di persone avevano probabilmente un certo modo di sentire, sulla loro consistenza numerica in un dato momento storico, sulla loro collocazione nella trama complicata e mutevole dei rapporti sociali. Ma non basta. 77

SDR, Band 453, Heft 2, p. 7.


Per scoprire che cosa gli esseri umani percepivano come ingiusto e che cosa cercavano di fare riguardo alla loro particolare concezione di ingiustizia è necessario rivolgersi a testimonianze molto diverse. Il fatto che nell'NSDAP ci fossero tanti operai industriali o per lo meno urbani costituiva un vantaggio politico preciso. Anche se l'attrazione esercitata dal partito aveva il suo punto di forza soprattutto tra le classi medio-inferiori, questo fatto dava una parvenza di yerità alla pretesa dei nazisti di parlare ed agire in nome di tutti i tedeschi o, meglio, di tutti i tedeschi patriottici. Dopo l'ascesa al potere, la loro politica di conquista e di saccheggio portò in effetti dei benefici alla maggior parte dei tedeschi - fin tanto che fu coronata da successo. Il riarmo pose fine alla piaga della disoccupazione e contribuì a produrre profitti per le aziende. Dopo la guerra parecchi tedeschi commentarono amaramente che Hitler aveva commesso un solo errore: aveva perso la guerra. Va pure ricordato che in ogni paese la forza di attrazione del nazionalismo ha un fondamento nei fatti, che nel disordine degli ultimi anni della repubblica tutti i tedeschi erano consapevoli di condividere un'eredità storica comune e di essere nella stessa barca in quanto abitanti dello stesso paese. Anche se con ampie gradazioni di successo quindi, i nazisti potevano rivolgersi, e lo fecero, praticamente a tutti gli strati della popolazione. Dove ebbero successo, riuscirono a trovare rispondenza tra individui con un determinato corredo di esperienze comuni ed un preciso atteggiamento mentale, o per lo meno con un insieme di inclinazioni preesistenti. Le esperienze, come il modo di interpretarle, erano un prodotto storico e sociale che dobbiamo ora esaminare. A questo scopo i resoconti autobiografici di militanti di base nazisti, raccolti da Theodore Abel nel 1934, ci forniscono utili informazioni 78. Un aspetto singolare di queste autobiografie è la convenzionalità delle convinzioni morali e della visione della vita manifestate da questi individui come conseguenza dell'educazione ricevuta. Insistono di continuo sulla fatica, sull'onestà, sulla ligia obbedienza all'autorità debitamente costituita79, sul patriottismo e sulle virtù del buon padre di famiglia quali ingredienti per una vita serena ed utile. Le autobiografie in genere idealizzano i genitori secondo questi schemi, anche nel caso di famiglie operaie in cui il padre era socialdemocratico. In casi simili, tuttavia, possono esservi segni di 78

Si veda Theodore ABEL, The Nazi Movement: Why Hitter Came Into Power, 1938, rist. New York 1966. Per un'analisi statistica dei dati di Abel si veda Peter H. MERKL, Political Violence under the Swastika: 581 Early Nazis, Princeton 1975. 79 Merkl, comunque, in Political Violence, pp. 489-91, 691, riferisce e discute i 76 casi su 581 che mostravano una ostilità generalizzata verso ogni autorita.


discordanza d'opinioni religiose tra il padre e la madre. Mentre il clima familiare appare rigido, vi è spazio per l'abbandono a monellerie ed esuberanze infantili. Questa indulgenza è coerente con la rigida divisione dei ruoli sessuali e con l'enfatizzazione delle virtù virili, pure nettamente rilevabili nei racconti. Questa moralità è comune a uomini con posizioni professionali molto diverse e non sembra peculiare di una particolare classe sociale. Rappresenta il concentrato di molte influenze storiche convergenti. Si sentono a tratti forti echi della semplice onestà morale che costituiva un carattere preminente tra gli artigiani fin dal 1848 senza, comunque, eccessive connotazioni religiose. E’ anche facile riconoscere in questo complesso di virtù gli ideali del capitalismo competitivo nella fase iniziale. Questo complesso istituzionale, d'altra parte, non riuscì mai a mettere solide radici in Germania: la Konkurrenz (concorrenza), come sappiamo, era il male. Esistono quindi alcune contraddizioni, come vedremo: ci si aspetta dall'individuo che si faccia strada nella vita con gli sforzi personali ma non in concorrenza con gli altri. Si rilevano poi numerose influenze molto più recenti e che si riducono all'inculcamento da parte delle classi superiori del patriottismo e dell'obbedienza. Il sistema educativo, l'esercito e il contatto quotidiano con i detentori dell'autorità svolgevano evidentemente un ottimo lavoro su una frazione notevole della popolazione sottoposta. L'intera situazione è convenzionale e reca l'impronta di esperienze storiche specifiche che si sono amalgamate. E’ piccolo-borghese piuttosto che borghese (e difficilmente patrizia: non si avverte la sensazione di un'abitudine ad un trattamento deferente) con una notevole sovrapposizione di aspetti burocratici e persino feudali. Quelli burocratici assumono la forma di enfatizzazione dell'importanza di eseguire disciplinatamente

un compito

circoscritto; quelli feudali si manifestano come senso dell'onore personale e profusa lealtà verso i superiori. Una combinazione del genere è tipicamente tedesca80. Ma sarebbe un errore insistere eccessivamente sugli aspetti tipicamente tedeschi. Il fascismo, come ho affermato altrove, era un fenomeno storico mondiale, anche se raggiunse la sua forma distruttiva più violenta in Germania. In genere cause analoghe, comprese una moralità ed una visione della vita affini, esistevano come tendenze dominanti o subordinate in molte parti della Terra81.

80

Per uno studio storico eccellente sull'interazione tra aspetti burocratici e feudali si veda Hans ROSENBERG, Bureaucracy, Aristocracy and Autocracy: The Prussian Experience, 1660-1815, Cambridge (Mass.) 1958. Rosenberg mostra come forme di obbedienza cieca ed amorale, ritenute da alcuni autori il prodotto della società industriale avanzata, apparissero in pieno rigoglio in Germania molto prima della rivoluzione industriale 81 Si veda Social Origins of Dictatorship and Democracy, Boston 1966, cap. 8


Corredati di un simile modo di percepire e giudicare il mondo, modo che dopo il 1918 era molto diffuso ma niente affatto universale in Germania, questi giovani attraversarono una serie di esperienze deludenti e minacciose. Per più di un soldato il ritorno nella patria rivoluzionaria del 1918 fu un'amara sorpresa ed una sfida cui reagì in modo punitivo come dimostra questa descrizione:

Ancora una volta le truppe ritornavano in patria, e si trovarono davanti agli occhi uno spettacolo disgustoso. Sbarbatelli, disertori dissoluti e prostitute strappavano le spalline dei nostri combattenti al fronte e sputavano sulle loro uniformi grigie da campo. Intanto blateravano qualcosa sulla libertà, l'eguaglianza, la fraternità. Povera gente illusa! Erano queste la libertà e la fraternità? Gente che non aveva mai visto un campo di battaglia, che non aveva mai sentito il fischio d'una pallottola, insultava apertamente uomini che per quattro anni e mezzo avevano sfidato il mondo intero in armi, messo a repentaglio la propria vita in innumerevoli battaglie, con il solo desiderio di difendere la patria da questo orrore. Per la prima volta cominciai a nutrire un odio profondo per questa feccia umana che si permetteva di calpestare ogni sentimento puro e pulito82.

Anche altri che sarebbero divenuti nazisti si riferivano ad esperienze analoghe come «a uno schiaffo in faccia ad ogni tedesco onesto», una situazione in cui «l'eroismo era diventato vigliaccheria, la verità menzogna e la fedeltà veniva ripagata con la viltà». Uno che era troppo giovane per combattere raccontava di aver indossato la coccarda monarchica rossa, bianca e nera da studente del coro mentre il giorno della rivoluzione camminava per le strade di Berlino. Due uomini gli si avvicinarono, gli strapparono il berretto e lo presero a pugni. «Mi allontanai in lacrime», continuava, «non tanto perché avevo perso la coccarda, ma perché quegli uomini erano stati tanto malvagi da aggredire un ragazzo. L'amaro risentimento di quel momento lasciò su di me un'impressione indelebile»83. Impressioni ancora più violente vennero riportate da molti individui che scoprirono come le virtù tradizionali della parsimonia e del duro lavoro - o per lo meno i loro sforzi per mettere in pratica queste virtù - non fossero mezzi per ottenere la serenità e la sicurezza economica nella Germania postbellica. Molti racconti riportano o il fatto di vedersi discendere la china nel mondo o la paura angosciosa di una simile prospettiva. Ciò che suscitava il più vivo risentimento era il fatto che altra gente, specialmente gli ebrei, sembrava avere successo senza bisogno di faticare duramente e in realtà in maniere che 82 83

ABEL, Nazi Movement, p. 24. ABEL, Nazi Movement, pp. 25-27


sembravano parassitiche a questi nazisti. Riappare così in modo sinistro il tabù del cane nella mangiatoia: sono gli effetti del risentimento per uno sforzo non ripagato. Ecco un racconto tipico:

Nel 1919 mia cura pressante fu quella di riuscire a rendere di nuovo fiorente la mia ditta. Compito difficilissimo perché durante i lunghi anni della guerra nessuno aveva avuto il tempo di occuparsene. Dopo molti sforzi finalmente riuscii ad ottenere delle ordinazioni. Tutte le mie speranze, però, andarono in frantumi. L'inflazione mise fine ai miei sforzi... La fame e le privazioni imperavano ancora una volta nella mia casa. Maledissi il governo che permetteva una simile miseria, poiché a quel tempo ero convinto che non fosse necessario portare l'inflazione ai livelli ai quali era giunta. Ma aveva raggiunto il suo scopo : la classe media, che disponeva ancora di capitali e si era sempre opposta fermamente al marxismo senza in realtà combatterlo, era stata completamente spazzata via. [Quest'uomo continua raccontando di aver rifiutato l'offerta di amici di unirsi ad uno dei numerosi movimenti reazionari del tempo] dal momento che anche tra loro sarei stato un estraneo. L'unica via d'uscita dalla nostra miseria era trovare un uomo capace di unire tutti i tedeschi che avevano ancora un po' di rispetto per l'onore.84

L'inflazione che aveva raggiunto nel 1923 livelli astronomici e aveva spazzato via i risparmi liquidi fu per molti un'esperienza traumatica. Ecco come vede retrospettivamente la situazione un uomo che passò da un posto di lavoro all'altro e alla fine divenne funzionario statale:

Per un breve periodo si ebbe la falsa prosperità dell'inflazione, la truffa peggiore che si possa perpetrate ai danni di un popolo onesto e parsimonioso. Il mondo si capovolse. La diligenza venne punita, mentre i profittatori si arricchirono. Taverne piene di prostitute sorsero ovunque come funghi. Le cateratte dell'indecenza vennero spalancate. Il reduce dal fronte e la parte onesta della popolazione ingaggiarono una disperata battaglia contro questa corruzione. Il parlamentarismo celebrò autentiche orge. Nacquero qualcosa come trentacinque partiti a confondere il popolo, un vero sabba delle

84

ABEL, Nazi Movement, p. 122


streghe. Privi di esperienza politica, ammalati nell'anima e nel corpo, i tedeschi roteavano vorticosamente dietro ai diversi fuochi fatui.85

Al pari di molti altri, questo individuo recepiva un problema economico in termini morali e reagiva immaginando l'esistenza di una cospirazione immorale che costituiva una fonte di corruzione da estirpare. E’ la reazione millenaria di fronte al disastro economico. Era anche una reazione che includeva ostilità verso le classi dominanti, non soltanto arrricchitesi di recente, ma anche verso quelle tradizionali a causa della loro manifesta indifferenza, sicumera e riluttanza a prestare aiuto. Questa corrente di ostilità di classe, unita ai sentimenti anticapitalisti, fornì al movimento nazista la sua patina di radicalismo prima della conquista del potere. In una delle autobiografie riprodotte per intero, il figlio di un muratore ricorda l'impressione amara lasciatagli dal contatto con le classi superiori durante gli anni di scuola:

Andavamo a scuola a piedi nudi. I nostri abiti erano puliti e senza buchi, ma i figli delle famiglie medio-borghesi si presentavano con scarpe e colletto. Troppo spesso provavo l'impressione che questo fatto li avvantaggiasse, anche se tale superiorità non era giustificata da risultati o capacità reali86

Quando divenni adulto, ... troppo spesso vidi il lavoratore onesto sfruttato dai sostenitori del capitalismo. Mi risentivo moltissimo per il modo in cui i borghesi boriosi passavano accanto al tedesco qualunque che era soltanto un operaio dai modi semplici. Il mio modo personale di concepire e osservare la vita mi portò a vedere che la lotta di classe non era una condizione determinata dai lavoratori. Era il ceto medio che ne creava i presupposti, mentre dall'altra parte i falsi profeti trovavano fin troppo facile incunearsi così mortalmente tra il popolo tedesco.87

Dopo una serie di alti e bassi e la perdita totale dell'eredità della sua giovane moglie per effetto dell'inflazione, quest'uomo si arruolò nelle SS. Qui egli dichiarò di aver trovato quanto cercava - in realtà la rinascita delle virtù tradizionali - «l'espressione della fermezza, 85

ABEL, Nazi Movement, pp. 123-124 ABEL, Nazi Movement, p. 247. 87 ABEL, Nazi Movement, p. 248 86


virilità, onestà, semplicità e modestia». Nelle ultime righe delta sua autobiografia egli racconta della «purga» del 1934, la fine del «radicalismo» nazista, quando Hitler ordinò alle SS di giustiziare Rohm, il capo delle SA, ed altri potenziali rivali.«Vedemmo giungere il 30 giugno 1934. Ancora una volta il destino ha condensato la consapevolezza vitale in una formula finale: Il Capo chiama, armi in pugno. E tutto il resto non conta»88. Nella sua mescolanza di risentimento di classe e di abdicazione della ragione, sotto la maschera della virilità che culmina nell'assassinio, questa carriera è il compendio della componente radicale del nazionalsocialismo e del fascismo in genere. Altri resoconti presentano variazioni e ampliamenti su temi analoghi. Un altro parla in termini più roboanti e stereotipati degli Junker che usavano la frusta sugli uomini che lavoravano nel loro feudo, dell'uomo d'affari che staccava cedole e rendeva «questa esistenza terrena il più piacevole possibile alla sua signora e al suo viziato figlio unico», del disprezzo delle grandi aziende per i lavoratori, e conclude con una sparata retorica sulla comunità nazionale che dovrebbe porre fine a tali ostilità89. Un ultimo racconto che merita d'essere citato descrive brevemente la delusione di un impiegato nei confronti della Deutschnationale Volkspartei, un partito monarchico reazionario appoggiato dagli Junker e dalla grande industria. La loro soluzione del problema della disoccupazione, a suo parere, consisteva in un miglioramento generale delle condizioni economiche che assorbisse i disoccupati. Questa politica comportava

... anni di pugno di ferro per affrontare la disperazione che sarebbe necessariamente seguita. Come era diversa la proposta audace che sgorgava dal cuore caldo e comprensivo di Hitler! Egli non pensava di utilizzare le risorse dello stato per aiutare gli industriali e i proprietari terrieri, ma di approfittare subito di loro per sollevare dalla miseria milioni di tedeschi disoccupati!90

Questa considerazione rivela un altro aspetto delle correnti emotive presenti tra le classi meno fortunate: il desiderio di godere dei benefici della rivoluzione senza pagarne lo scotto in conflitti e sofferenze. I nazisti condividevano questa speranza con molte forme di liberalismo di stato, da Franklin Roosevelt in poi. Ma con una differenza importante. Persino la versione statalista del liberalismo presuppone la continuazione del conflitto tra gruppi mentre la concezione nazista auspicava la soluzione dei conflitti entro i confini 88

ABEL, Nazi Movement, pp. 259-262. ABEL, Nazi Movement, pp. 140-41. 90 ABEL, Nazi Movement, p. 129 89


della «comunità nazionale» come parte di una lotta intensificata su scala internazionale contro il liberalismo e il marxismo. A questo punto spero sia sufficientemente chiaro che i nazisti traevano il loro sostegno popolare da persone che si sentivano moralmente oltraggiate dall'ordine sociale che le circondava91. Esse si ritenevano vittime perseguitate dal capitalismo liberale della Repubblica di Weimar. Quanto meno, questo senso di persecuzione aumentò in chi decise di iscriversi al partito nazista. Secondo Abel, tra il 1930 e il 1932 centinaia di nazionalsocialisti furono presi a sassate, a fucilate o accoltellati a morte in tafferugli di strada con gruppi organizzati di sinistra92. Anche se di solito i tribunali erano molto indulgenti con i nazisti ed altri esponenti di destra che ricorrevano alla violenza, le forze di polizia locali agivano a volte con molta durezza contro le truppe d'assalto93. La persecuzione fisica otteneva semplicemente l'effetto di intensificare la fedeltà a Hitler ed alla causa. Evidentemente la base del partito recepiva e motivava le violente impressioni che riceveva per mano di una società in subbuglio in termini morali molto semplificati. Dal momento che la maggior parte di loro si riteneva di rigida moralità e di grande operosità, le catastrofi e le minacce di catastrofi nella loro esistenza personale dovevano provenire da una fonte esterna di natura malvagia. Se lo sforzo non produceva la ricompensa tradizionalmente attesa, doveva esserci qual cosa di radicalmente sbagliato ed immorale. (In altri tempi e luoghi gli esseri umani possono essere educati, e lo sono stati, a non aspettarsi una particolare ricompensa.) Questo qualcosa era in parte una cospirazione e in parte un difetto dell'ordine sociale complessivo. La base nazista generalizzava. Per lo meno, generalizzava troppo. Non esiste in pratica nella loro diagnosi popolare dell'ordine sociale un'analisi sociale ed economica concreta. Esisteva invece una sensazione diffusa di male e di corruzione. Estirpiamo la corruzione del “buon vecchio modo“ virile, e i non corrotti

91

Lo studio statistico di Merkl conclude che per la maggioranza degli intervistati di Abel l'esperienza di cameratismo nelle trincee, la sconfitta, la rivoluzione, l'esposizione alI'occupazione straniera e la situazione nelle zone di confine sembrano essere stati i fattori decisivi che affrettarono la loro adesione al nazismo. Inoltre egli aggiunge quale fattore distinto e cruciale la rivolta politica giovanile di una generazione più giovane « che diede al movimento stimolato dalla guerra la capacità di resistenza per trionfare nel 1933 ». Si veda Political Violence, p. 711. A quanto pare, per questa generazione più giovane il cameratismo nella lotta, incarnato nel concetto di Volksgemeinscbaft, è stato importante. Anche se i più giovani di questo contingente non sembrano essere stati direttamente colpiti dalla depressione, in quanto giovani furono testimoni di quanto veniva sperimentato piu direttamente dalla generazione più anziana. Su questi aspetti si veda Political Violence, pp. 413, 420, 423-24, 443. 92 Nazi Movement,p.105 93 Per esempi visti con l'ottica nazista si veda ABEL, Nazi Movement, pp. 95-110. Qualche volta il tono dei racconti fa nascere il sospetto che gli autori esagerino i loro meriti di vecchi combattenti per Hitler contro altri che avevano cercato e trovato un comodo rifugio, un tema scottante al tempo della «purga», che ebbe luogo quando si stavano raccogliendo le autobiografie. Ne consegue che il terra della fedeltà temprata nella lotta può essere eccessivamente enfatizzato. D'altra pane, è indubbio che questa sindrome esisteva


potranno vivere per sempre felici in una « comunità nazionale ». Erano questi gli elementi essenziali della diagnosi popolare e il rimedio alla sofferenza94. La concezione nazista della « comunità nazionale »95 era una reazione a esperienze e frustrazioni di vario genere. L'elemento principale di questa concezione ha le sue radici nel ricordo idealizzato della vita di trincea, contrapposta alle delusioni della vita civile. La vita in trincea era significativamente basata sul cameratismo e sull'aiuto reciproco, non sull'anonimità e la feroce concorrenza individuale. Per una contraddittoria distorsione del ricordo, essi pensavano che un uomo in trincea venisse giudicato per quello che realmente era e per quanto era in grado di fare. Quindi contava solo la prestazione, come nelle competizioni. Ma non vi entravano apparentemente qualità « esterne »: un uomo era quello che era, indipendentemente dal grado di istruzione e dalla condizione sociale. E i legami creatisi tra uomini ridotti alla loro essenza di fronte al pericolo comune venivano ritenuti in qualche modo più profondi e genuini. In questo senso il concetto di comunità rappresentava un'arma egualitaria contro le distinzioni di classe - vecchie e nuove - che ferivano e amareggiavano sotto la Repubblica di Weimar. La vita sarebbe stata un accampamento permanente dopo l'arrivo di Der Tag. Questa utopia sembra riguardare prevalentemente un accampamento per soli uomini, come era la vita in trincea. Con le sue connotazioni di rito e di rinascita e di uguaglianza di fronte ad un ambiente ostile, la comunità nazionale, al pari dello stesso partito nazista, mostra analogie rilevanti con i Mannerbunde, organizzazioni di maschi adulti scoperte dagli antropologi in molte società primitive. Non è però necessario spingersi così lontano per riconoscere nel concetto di comunità nazionale il riflesso di sofferenze e desideri che si trovano in molte altre società, compresa la nostra, e che in verità possono essere quasi universali. In una forma idealizzata e non molto velata la comunità nazionale si riduce ad un ritorno immaginario alla sicurezza della famiglia, dell'infanzia, se non addirittura del grembo materno. Una fonte ovvia di questa 94

Nel Mein Kampf Hitler affermò spesso che la lotta sarebbe dovuta continuare su scala internazionale dopo la conquista del potere in Germania da parte dell'NSDAP. Ma nelle lunghe citazioni tratte dalle autobiografie di Abel si parla molto poco dell'imminenza di una lotta internazionale. Anche it tema antisemitico mi sembra diverso a confronto con la propaganda ufficiale di Hitler. ABEL, Nazi Movement, p. 164 e nota 14, riferisce the il 60% degli intervistati non faceva alcun commento che rivelasse atteggiamenti antisemiti che, comunque, potevano essere tacitamente presenti, a vari livelli, in tutti coloro che aderivano all'NSDAP. Utilizzando Ie stesse autobiografie MERKL, Political Violence, p. 499, trovò solo un 25% senza segni di antisemitismo. Non potendo accedere ai documenti dobbiamo mettere in dubbio l'affidabilità di valutazioni quantitative come queste, in cui uomini onesti giungono a risultati così discrepanti. Si deve quindi accettare con riserva una delle suggestive , scoperte di Merkl: che chi manifesta un'aggressività fisica rivela un grado inferiore di pregiudizio verbale (pp. 466 489). Questa relazione inversa, suggerisce Merkl, può riflettere un'equivalenza nella funzione psicologica tra azione violenta e linguaggio simbolicamente violento. E’ noto comunque che per altre persone le conseguenze sono molto diverse. Il linguaggio e le fantasie improntate a violenza, inoltre, possono costituire una preparazione psicologica a un comportamento distruttivo. 95 Per una trattazione un po' diversa di questo punto si veda MERKL, Political Violence, pp. 96- 118. Concordiamo sui punti essenziali: che era un concetto chiave per i membri del partito (p. 101), derivato in larga misura dall'esperienza di cameratismo nelle trincee (p. 98).


fantasia è la paura delle tendenze atomizzanti ed egoistiche (riscontrabili in resoconti dai campi di concentramento) che possono instaurarsi ogniqualvolta i beni e i servizi abituali scarseggiano e gli individui cominciano ad accapigliarsi per essi a proprie spese. La riaffermazione vigorosa del legame sociale è il mezzo di difesa comune e più o meno naturale contro questa tendenza. Dal momento che l'ordine capitalistico è un tentativo di accentuare e istituzionalizzare la rivalità, tutti i suoi detrattori hanno sostenuto qualche concezione di comunità o cercato di inventarne una nuova. Nella comunità ideale, si spera, tutte le liti, le sofferenze e l'incertezza che sono parte integrante della vita in ogni società conosciuta scompariranno e al loro posto si avranno rapporti di cameratismo affettuosi e fiduciosi. Questo è un sogno antico e probabilmente perpetuo dell'umanità96. Né i nazisti né i moderni sostenitori romantici della comunità si mostrano molto consapevoli del fatto che nelle comunità reali97, quali si possono trovare in villaggi rurali o nella maggior parte delle società primitive, esistono sanzioni opprimenti contro la deviazione dalle norme della comunità. In pratica questi piccoli raggruppamenti sono dominati dal coq de la paroisse, o da una gretta oligarchia. Mrs. Grundy, sotto spoglie maschili o femminili, rappresenta il potere reale che si nasconde dietro il trono in quella che non è altro che una gretta autocrazia dove praticamente non esiste scampo dall'occhio critico dei detentori della tradizione. Non v'e posto per quelli che vogliono realmente «farsi i fatti propri», un'altra tendenza che è universale se significa semplicemente soddisfare i propri desideri ogniqualvolta e comunque si presentino. Anche questo, naturalmente, è in definitiva impossibile. Coloro però che aspirano a cambiare le barriere spesso indifendibili che esistono tra gli esseri umani nella società moderna farebbero bene a considerare la possibilità che in definitiva la distruzione della comunità si riveli la conquista più preziosa della civiltà industriale moderna.

Estremismo « di destra » e « di sinistra »: analogie e differenze

Con la discussione sulla comunità abbiamo già toccato il problema delle analogie e differenze tra la variante nazista del radicalismo e le altre forme comunemente - se non addirittura universalmente - considerate versioni liberatorie di sinistra. Al riguardo l'osservazione più importante, e quella che va avanzata in partenza, è che il 96

Per un utile studio generale si veda Roger MUCCHIELLI, Le mythe de la citè idèale, Parigi 1960. Possiamo definire la comunità un gruppo di persone relativamente autonomo, abbastanza piccolo perchè tutti gli individui si conoscano ma abbastanza grande per provvedere alla maggior parte dei bisogni economici del gruppo tramite una semplice divisione del lavoro 97


nazionalsocialismo, al pari di altre varianti del fascismo, ben presto risultò essere pseudoradicale nella pratica. Gli elementi populisti e radicali del programma fascista originario o scomparvero o si ritirarono sullo sfondo man mano che il movimento cominciò ad assumere seriamente la responsabilità politica. Anche se le cause variavano da caso a caso, la principale era la necessità di venire a patti con gli industriali e con gli alti gradi dell'esercito per una politica di conquista e di espansione. Dietro questa necessità sta a sua volta l'impossibilità di riorganizzare la società, con o senza violenza rivoluzionaria, su basi pacifiche e costruttive. Il fascismo ne era incapace. Più precisamente, ai fascisti non interessava minimamente un ordine sociale umano. Lo consideravano un obiettivo effeminato e spregevole. Se il fascismo era strutturalmente incapace di contribuire a qualcosa che si possa definire liberazione dell'uomo, se i tratti crudeli e repressivi erano evidenti e predominanti sin dall'inizio, può sembrare che non esista motivo alcuno per cercare dei termini di confronto con i movimenti di sinistra. Il problema non si porrebbe. Ma e proprio vero? Lo sarebbe soltanto qualora sia i movimenti rivoluzionari sia i regimi liberali non avessero a loro volta sviluppato caratteristiche crudelmente repressive. Eppure nel corso della storia dell'umanità si sono fatti progressi, alcuni dei quali vanno attribuiti a processi rivoluzionari - a meno che non si desideri abbandonare qualsiasi concezione di connessione causale nella storia che non raggiunga la certezza matematica. In qualunque modo si cerchi di esorcizzarlo, il problema delle analogie tra movimenti popolari di protesta sociale repressivi e di liberazione rimane: tra l'imbarazzo di quelli a sinistra, la soddisfazione rozzamente compiaciuta di quelli al centro dello spettro politico e la gioia sardonica di quelli a destra. Quale base per alcune brevi osservazioni comparative possiamo prendere in considerazione i movimenti rivoluzionari europei dal tempo dei sanculotti fino ad oggi. E così tralasciamo il puritanesimo e la rivoluzione puritana, dove le analogie sono anche più evidenti. D'altra parte, sulle intenzioni o sugli effetti liberatori del puritanesimo vi sono abbastanza motivi di dubbio e di riserve per evitare complicazioni al di là del caso in esame. Partiamo dai sanculotti, perché esistono molte sorprendenti analogie di tono emotivo, di contenuto e di origine delle richieste programmatiche. Come in precedenza, la discussione verterà sulle concezioni popolari e sulle idee dei militanti di base98, nei limiti in cui ci sono note, e non sulle dottrine ufficiali elaborate da intellettuali di professione. 98

Per notizie sui sanculotti si veda l'analisi dettagliata di Albert SOBOUL, Les Sansculottes parisiens en Van II, Parigi 1962, pp. 407-677.


Nei movimenti di sinistra si incontra spesso la stessa rabbia che esisteva tra i nazisti per la mancata ricompensa dello sforzo e la stessa ostilità nei confronti di coloro che sembrano ottenere senza fatica le cose piacevoli di questa terra. Il concetto di sforzo frustrato o inutile quale fonte di sentimenti morali punitivi potrebbe ben essere ampliato fino ad includere lo sforzo che viene compiuto per controllare i desideri socialmente disapprovati. Per usare le parole di George Homans, un investimento in autocontrollo che risulti inutile può apparire altamente ingiusto cosi da provocare il risentimento delle persone. In periodi di tensione politica estrema sentimenti del genere possono sfociare in un furore punitivo generalizzato verso un trattamento ingiusto da parte di chi detiene l'autorità, simbolizzato, ad esempio, dalla ghigliottina, vista dai sanculotti come un'arma efficace contro speculatori ed incettatori, e contro gli aristocratici in generale. Al pari dei nazisti, anche se su basi differenti, i movimenti di sinistra considerano i loro nemici moralmente cattivi e una fonte di corruzione che deve essere distrutta, anche se a sinistra vi è una tendenza un po' più forte a credere nella possibilità di rieducare gli avversari con un trattamento adeguato. Da entrambe le parti, tuttavia, si crede fermamente nell'esistenza di un nucleo di opposizione irriducibile che deve essere distrutto prima della vittoria finale e dell'introduzione di un nuovo ordine sociale. Sia a destra sia a sinistra esistono lo stesso costume di cameratismo e la stessa ostilità verso il privato quale fonte potenziale di devianza e di apostasia. Queste caratteristiche sono evidenti specialmente nei movimenti comunisti, ma esistevano anche tra i sanculotti. Nell'atteggiamento verso i capi cominciano ad apparire differenze accanto ad alcune sorprendenti analogie. In alcuni movimenti di sinistra si trova la stessa domanda di un'unica autorità suprema in grado di far rigare dritto il mondo che esisteva tra i nazisti. La fonte principale è probabilmente la stessa in entrambi i casi: un senso d'impotenza e di incapacità individuale a controllare un mondo che appare malvagio ed oppressivo. D'altra parte, gli anarchici respingono nettamente questo atteggiamento. Vi è anche motivo di dubitare che nell'attaccamento e persino nell'adorazione per il capo che si riscontra tra i movimenti di opposizione di sinistra si nasconda lo stesso grado di autoannientamento e di abdicazione della ragione mostrato dai nazisti. A grandi linee, la sinistra cerca di mobilitare su un programma di cambiamenti specifici delle istituzioni sociali e solo in minima parte su un richiamo a qualche forma di interesse egoistico specialmente nella fase che precede la conquista del potere. Generalizzando, oso affermare che a sinistra

solo

dopo la presa del potere si è manifestato

lo

stesso

tipo

di

autoannientamento cosi evidente nel movimento nazista. Allora, come nel caso di Stalin


e di Mao, il culto del capo viene organizzato dall'alto soprattutto come arma nelle controversie politiche interne. A questo punto anche la sinistra ha mutato carattere in misura sufficiente da rendere altamente sospette le sue pretese di costituire una forza di tipo liberatorio. Esistono dunque delle nette differenze qualitative? Io propongo le seguenti: il furore dei movimenti di sinistra trova la sua espressione in principi ritenuti applicabili a tutta l'umanità. Fratellanza, solidarietà, cameratismo, fraternità, eguaglianza sono per lo meno potenzialmente a disposizione di tutti gli altri esseri umani che si trovano nella stessa condizione di oppressione. Questo non per negare il fatto che ciò che conferisce a molti movimenti di opposizione la loro capacità di resistenza è il perseguimento ostinato degli interessi di un gruppo molto ristretto e la percezione delle ingiustizie da parte di un numero limitato di individui. I minatori di carbone tedeschi hanno fornito un buon esempio. Non si vuol neppure negare che tra i meno fortunati gli interessi di gruppo si scontrano spesso con molta violenza. L'ostilità di molti operai nei confronti della concorrenza di immigrati stranieri è l'unico esempio utile a questo proposito. Il massimo che si può affermare, quindi, è che molte espressioni spontanee della rabbia della classe inferiore assumono in realtà la forma esplicita di principi applicabili in generale - in parte scaturiti dalla consapevolezza di un destino comune e dalla necessità di procurarsi alleati. L'obiettivo è un nuovo ordine sociale per il mondo intero, non una « nuova Germania ». Anche dopo che i movimenti di sinistra hanno preso il potere, il richiamo universale può restare un'arma efficace e persino militare del nuovo regime. Lo si è visto chiaramente nel caso della Cina e dell'Unione Sovietica; era vero anche ai tempi di Napoleone. Si possono anche notare differenze tra i movimenti di destra e di sinistra nella presa di posizione sull'uso della forza e della violenza, o negli atteggiamenti punitivi in generale. E’ questo un terreno molto accidentato e per esplorarlo a fondo ci vorrebbe un libro intero. Anche qui mi limiterò a una prima ricognizione. A prima vista si è tentati di affermare che sia l'atteggiamento dei movimenti di sinistra nei confronti della violenza sia gli obiettivi differiscono notevolmente da quelli dei movimenti popolari di destra, come il nazismo. Per la sinistra, si potrebbe sostenere, la violenza non è di solito fine a se stessa, ma piuttosto qualcosa di necessario per raggiungere obiettivi politici e sociali. La collera di sinistra non è generalmente diretta contro il debole e l'impotente. I suoi bersagli non sono gli ebrei e gli zingari dei nazisti e neppure i negri derelitti delle masse ridotte alla disperazione ed al linciaggio nel sud degli Stati Uniti. Il suo metodo non è il pogrom organizzato. La collera popolare di sinistra sceglie invece come bersaglio i simboli e l'incarnazione del potere


oppressivo: i re, gli aristocratici, i funzionari del governo, in genere uomini forniti di potere e di ricchezze. Sarebbe ancora più forte la tentazione di credere a queste asserzioni se esse fossero effettivamente vere. Sono troppo confortanti, per lo meno per chi è di sinistra, per essere completamente vere. Al massimo esse rappresentano, al pari della pretesa dei regimi liberali di saper risolvere i conflitti sociali pacificamente ed equamente, un ideale ed una tendenza cui in più di un'occasione ci si è avvicinati nella pratica. Le affermazioni della sinistra sono più vicine alla verità nel caratterizzare il loro nemico, i movimenti fascisti. Questi in effetti esaltano la violenza e la forza, anche se a questo proposito dovremo tra poco introdurre alcuni chiarimenti e distinzioni, e mostrano una netta tendenza a scegliere bersagli deboli - e, in termini più espliciti, a distruggere il debole e l'indifeso. Una breve disamina del famoso episodio dei massacri di settembre, avvenuto durante la rivoluzione francese, basta a distruggere l'illusione che simili pretese possano essere parte di una qualunque caratterizzazione generale delle sollevazioni popolari. Come dimostrano questo caso e molti altri, le ondate di furore morale popolare possono assumere forme o liberatorie od oppressive e passare rapidamente dall'una all'altra, a seconda delle circostanze. A quanto mi consta, quando avviene, tale trasformazione è sempre in un'unica direzione: verso un comportamento vendicativo ed oppressivo. La plebaglia scatenata nei linciaggi non porta ad insurrezioni rivoluzionarie, mentre si è verificato frequentemente il contrario. Dal momento che i massacri di settembre hanno attirato l'attenzione di storici illustri e rivelano alcuni dei processi essenziali, sarà utile analizzarli più a fondo. In senso molto lato è vero che durante i massacri di settembre il bersaglio della folla era una serie di personaggi che avevano detenuto il potere. La molla che fece scattare l'insurrezione fu il diffondersi di una diceria secondo la quale la partenza in massa per il fronte dei rivoluzionari fidati avrebbe privato Parigi del sostegno rivoluzionario, fornendo così l'occasione per una sollevazione controrivoluzionaria con epicentro nelle prigioni, molte delle quali erano allora piene di individui che il 10 agosto 1792 si erano trovati dal lato perdente nella difesa delle Tuileries, quando il re ordinò alla guardia svizzera di non aprire il fuoco. La cruda realtà, però, fu che per parecchi giorni gruppi di sbandati massacrarono più di un migliaio di prigionieri inermi99. Jules Michelet, il quale scriveva negli anni intorno al 1850 ed aveva accesso agli archivi, che andarono in parte distrutti nel 1871, ci fornisce il resoconto più dettagliato ed 99

Pierre CARON, Les Massacres de septembre, Parigi 1935, p. 95, sulla scorta dei documenti di archivio pervenuti afferma che ik numero delle vittime era compreso tra 1.090 e 1.395.


utile che sono riuscito a trovare. In effetti solamente due delle quarantotto sezioni nelle quali era organizzato il « popolino » di Parigi votarono per il massacro100. Questa risposta limitata, comunque, non ebbe alcun risultato pratico. C'era un numero sufficiente di individui inferociti ed esaltati per l'esecuzione di quelle gesta orrende. Tra loro vi erano i boutiquiers, i piccoli negozianti costretti a chiudere a causa della confusione e della disorganizzazione di quel periodo. Le notazioni di Michelet su di loro mettono in luce interessanti affinità storiche con i nazisti, anche se egli ritiene erroneamente che il loro atteggiamento sia una caratteristica esclusivamente francese:

L'ouvrier support souvent mieux la faim que le boutiquier la faillite. Cela tient à bien des causes, à une surtout dont il faut tenir compte; c'est qu'en France la faillite n'est pas un simple malheur (comme en Angleterre et en Amerique), mai la perte de l'honneur. Faire honneur à ses affaires est un proverbe francais qui n'existe qu'en France. Le boutiquier en faillite, ici, devient très-féroce101

Ai boutiquiers si unirono ogni sorta di apprendisti, garzoni di macellai e i vagabondi di cui Parigi abbondava. Ogni volta che un prigioniero usciva dalla porta della prigione, la folla si scagliava sulla vittima con le picche. Ogni tanto la folla applicò una propria giustizia sommaria sulla scelta delle vittime, risparmiando a volte, ad esempio, chi era stato imprigionato per debiti o chi per qualche motivo aveva colpito la sua fantasia102. E’ anche dubbio che siano realmente accaduti gli episodi riportati di mutilazione e di violenza sessuale sui corpi delle vittime di sesso femminile103. A parte queste eccezioni e riserve di secondaria importanza, la folla si comportò con furia e brutalità indiscriminata.

100

Jules MICHELET, Histoire de la Revolution francaise, 9 voll., ed. rived., Parigi 1968, V, p. 52. L'operaio spesso sopporta la fame più di quanto il piccolo negoziante sopporti la bancarotta. Questo è dovuto a molte cause e prima fra tutte ad una che deve essere tenuta presente: in Francia la bancarotta non è semplicemente un infortunio (come in Inghilterra e in America), ma Ia perdita della propria onorabilità. Faire honneur a ses affaires a un proverbio francese, ed esiste solo in Francia. Quindi II piccolo negoziante sull'orlo della bancarotta diventa terribilmente crudele» (MICHELET, Histoire de la Revolution francaise, V, p. 63, corsivo dell'originale). 102 Questo aspetto compare nel resoconto di Jean JAURÈS, Histoire socialiste de la Revolution francaise, 8 voll., ed. rived. da A. Mathiez, Parigi 1922-1924, IV, pp. 232-43. A p. 234 Jaurès mostra di non esserne impressionato: « Je n'aime pas les plaidoyers hypocrites des contemporains qui s'extasient sur "l'esprit de justice" du peuple parce qu'il a epargne et elargi les prisonniers pour dettes ». 103 Citato da Jaures, ma si veda CARON, Massacres de septembre, pp. 61-62, 65. Questo tipo di comportamento, comunque, si riscontra realmente e non è il prodotto di un'immaginazione morbosa. Per un esempio si veda la documentazione su una festa orgiastica di vittoria tra i montanari della Nuova Guinea in Ronald M. BERNDT, Excess and Restraint: Social Control among a New Guinea Mountain People, Chicago 1962, pp. 282-84. 101


Dal racconto di Michelet risulta chiaramente che ci fu un progressivo rilassamento delle inibizioni all'aggressività. Quando il 2 settembre 1792 ebbe inizio il massacro, la folla mostrò segni di diffidenza. Gli scalzi non erano ancora pronti a servirsi delle scarpe degli aristocratici uccisi. Ma il giorno dopo l'assassinio era diventato un piacere104. L'episodio più turpe ebbe luogo il 4 settembre. La folla mosse all'attacco del castello di Bicetre, un enorme magazzino di raccolta del vecchio regime per reietti sociali e disgraziati di vario genere, inclusi pazzi, orfani, apprendisti abbandonati e servi imprigionati su richiesta del loro padrone. Bicetre assomigliava alla Bastiglia, salvo che questa volta il castello era pieno e la folla veniva ad uccidere e non a liberare. Solo un numero relativamente piccolo di individui arrivò così lontano, poiché molti si fermarono lungo la strada per dare l'assalto al castello della Salpetriere, una istituzione analoga per donne, comprese le prostitute. Vi uccisero circa trentacinque donne, trenta delle quali prostitute. A Bicetre la folla si imbattè in un gruppo di ragazzini abbandonati e maltrattati e ne uccise circa trenta. Un po' prima un altro gruppo in un'altra prigione, le Bernardins, aveva assassinato degli individui condannati alle galere105. Durante tutto il massacro i capi della rivoluzione non fecero alcun tentativo serio di intervenire o di porvi fine. Sia Danton sia Robespierre sfruttarono l'occasione per portare avanti interessi di parte. A giudizio di alcuni storici moderni, si può attribuire a Danton e alla sua accorta inerzia una buona parte di responsabilità sugli eventi. Quanto a Marat, che pure in quel periodo si espresse in termini sanguinari, è discutibile che abbia avuto una influenza reale o contribuito in modo consistente al movimento106. L'opinione rivoluzionaria del tempo, per quanto si può giudicare dai giornali e dai frammenti pervenuti di corrispondenza, era in genere favorevole o apologetica. Una critica decisa non comparve se non dopo circa tre settimane, anche se può essere stata concepita in tempi precedenti. In seguito, per buona parte dell'Ottocento, l'epiteto septembriseur, messo in circolazione dalla propaganda controrivoluzionaria, divenne di uso corrente per indicate il lato brutale dell'estremismo rivoluzionario107. Per la sensibilità moderna l'aspetto peggiore è il massacro di persone inermi. Finora abbiamo discusso dei movimenti popolari di massa che sono o in gran parte spontanei e privi di capi o che hanno -se organizzati, com'era senza dubbio il movimento nazista - un vasto seguito tra le masse. Esistono molti altri tipi di situazioni in cui gli 104

MICHELET, Histoire de la Revolution francaise, V, p. 88. MICHELET, Histoire de la Revolution francaise, V, pp. 108-112. CARON, Massacres de septembre, pp. 6-7, 148-50, in generale conferma Michelet ed aggiunge iI caso dei condannati alle galere. 106 Su questi aspetti si veda iI resoconto di JAURÈS, Histoire socialiste, IV, pp. 251-55, 262, e Louis R. GOTTSCHALK, Jean Paul Marat: A Study in Radicalism, 1927, rist. Chicago 1967, pp. 124-28 107 CARON, Massacres de septembre, pp. 8, 121-53, 167-68. 105


atteggiamenti di larghi strati della popolazione nei confronti della forza e della crudeltà affiorano in un modo che permette di continuare il confronto tra movimenti radicali e movimenti reazionari108. Un tipo importante è il movimento terrorista che gode di un appoggio diffuso tra la popolazione. I movimenti di guerriglia allo stadio iniziale appartengono a questo tipo. Ovviamente può accadere che sia i movimenti terroristi sia quelli di guerriglia non abbiano o non riescano ad ottenere il sostegno della popolazione: questi non li consideriamo perché non hanno attinenza col tema in esame. Concreti esempi contemporanei e recenti che ci interessano sono invece le bande nazionaliste che proliferarono e commisero numerosi assassini durante la Repubblica di Weimar, l'OAS in Algeria e in Francia, l'Esercito repubblicano irlandese, l'Organizzazione per la liberazione della Palestina ed altri. Questa forma di terrore non si prefigge la conquista del potere, per lo meno non a breve termine. In questo senso differisce dalla cospirazione armata. Lo scopo è piuttosto quello di disgregare il governo esistente, minare la sua legittimità e l'apparente inevitabilità della sua autorità e propagandare i motivi di scontento - il tutto attraverso atti di terrorismo, quali assassini e attentati. Si tratta di atti estremisti volti a mobilitare e a suscitare sentimenti sia di disperazione sia di speranza in un settore della popolazione sottomessa. Senza questo senso di disperazione nella popolazione sottomessa, provocato o dalla frustrazione del sentimento di identità nazionale, o da malesseri economici e sociali, o da una loro combinazione, l'organizzazione terroristica non è in grado di mettere radici e rischia di estinguersi. Talvolta, come nel caso dell'OAS in Algeria, l'organizzazione terroristica può anche contare in una certa misura sulla tacita tolleranza di alcuni gruppi al potere, che cercano di farsene un'arma nelle loro contese personali. Questo fattore può aiutare il gruppo ad ottenere un'autorità più o meno legittima o perlomeno un certo grado di dignità politica, come nel caso dell'NSDAP in Germania, che all'origine era soltanto una delle tante sette nazionaliste rivali ma riuscì a diventare un partito di massa e quindi a impadronirsi del potere nella Germania intera. Facendo in parte leva sulle differenze tra i paesi arabi, nel 1974 l'OLP riuscì a far parlare il suo portavoce da un podio delle Nazioni Unite, a suggello di una dignità politica per lo meno parziale. Un podio alle Nazioni Unite, d'altra parte, non è paragonabile alla Cancelleria tedesca e, come dimostra il destino dell'OAS, un'organizzazione terroristica può scomparire se i 108

Come nel caso della destra e della sinistra, l'atteggiamento nei confronti dell'uguaglianza sociale offre un utile criterio per distinguere tra movimenti radicali e movimenti reazionari. Un pogrom chiaramente reazionario dal momento che cerca di perpetuate e rafforzare una disuguaglianza gia esistente o persino di eliminare completamente le sue vittime dalla società umana.


suoi avversari principali appianano le loro differenze a spese sue e dei suoi seguaci. I regimi liberali non sono necessariamente impotenti, anche se si trovano particolarmente svantaggiati nel far fronte a un'opposizione terroristica non potendo ricorrere a misure poliziesche efficaci senza minare la loro stessa legittimità e propagandare maggiormente i motivi di scontento. I terroristi possono alienarsi le simpatie dei loro stessi sostenitori e suscitare la violenta ostilità di altri settori della popolazione con errori strategici e tattici. I governi possono ricorrere a combinazioni efficaci di atti di forza e di concessioni. La formula semplicistica liberale di cedere completamente ad ogni e qualsiasi domanda sociale, per il solo fatto che viene espressa in termini altamente retorici ed appare in qualche modo giustificata, probabilmente non funzionerebbe anche se ne venisse tentata l'applicazione. Le emozioni disperate in genere oppongono resistenza alla soddisfazione ed esiste una cosa chiamata appetito politico che aumenta mangiando. Ci possono anche essere una scala giustificabile di priorità sociali che gode di un consenso pubblico diffuso e una distribuzione razionale per lo meno approssimativa delle risorse limitate di una società per il perseguimento di questi obiettivi. Dove prevale questa situazione, è improbabile che il terrorismo diventi qualcosa di più di un problema secondario di ordine pubblico. In modo abbastanza caratteristico il terrorismo di sinistra si è rivolto contro le incarnazioni dell'autorità, o quelle locali sottomano - ed è più spesso il caso delle guerriglie contadine moderne - o figure simboliche al centro che risultano preferite da movimenti più romantici con un sostegno molto inferiore109. La differenza in questo caso sta nel fatto che i movimenti di destra scelgono come vittime figure di primo piano che simboleggiano l'opposizione alla loro politica, sia tra i detentori del potere sia tra i capi potenziali a sinistra. Cosi tra le vittime del terrore di destra nella Germania di Weimar troviamo -per citare solo i piu famosi - Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg da una parte e Walther Rathenau e Matthias Erzberger dall'altra. Comunque, come mi ha fatto notare in una conversazione Michael Walter, attualmente impegnato in ricerche sul terrorismo, questo tipo di distinzione va forse scomparendo con l'aumentare di attacchi indiscriminati a individui o gruppi che hanno pochi legami o non ne hanno affatto con le scelte politiche che sono fonte di malcontento, e sicuramente non 109

Ora che in Vietnam hanno vinto, è utile ricordare che i vietcong usarono il terrorismo sistematico, anche se le conseguenze del terrore americano erano peggiori ed impiegate a vantaggio di un regime corrotto e reazionario. Per una analisi equilibrata basata in parte su osservazioni di prima mano si veda Douglas PIKE, Viet Cong: The Organization and Techniques of the NationalLiberation Front of South Vietnam, Cambridge (Mass.) 1966, spec. pp. 244-52, e Robert L. SANSOM, The Economics of Insurgency in the Mekong Delta of Vietnam, Cambridge (Mass.) 1970, pp. 238-45. A mio parere 1'analisi di Sansom è decisamente migliore perchè colloca l'uso del terrore nel suo contesto sociale ed economico di malcontento popolare. In entrambi i resoconti, però, la realtà del terrore è la stessa.


sono responsabili della loro creazione o attuazione. Sono i «civil » in questa specie di guerra e a molti osservatori generici appaiono semplicemente come spettatori innocenti. Molti casi del genere sono stati riferiti dai resoconti giornalistici delle lotte nell'Irlanda del Nord, ma non sono affatto limitati a questa parse del mondo. Il primo esempio a me noto di questa forma di terrorismo indiscriminato è avvenuto nel 1894, quando un giovane intellettuale anarchico, Emile Henry, mise una bomba in un caffè vicino alla Gare Saint-Lazare dove un folto gruppo di modesti negozianti, impiegati ed operai stavano tranquillamente bevendo ed ascoltando la banda. L'esplosione fece molti danni, ferendo venti persone, una delle quali morì. Quando gli venne contestata l'uccisione di persone innocenti Emile Henry replicò semplicemente: « Il n'y a pas d'innocents »110. Presumibilmente Henry intendeva dire che chiunque vivesse da normale cittadino, pagasse le tasse, svolgesse un lavoro, ecc., nella società borghese da lui così profondamente odiata, contribuiva necessariamente al normale funzionamento di quella società e di conseguenza ne condivideva le colpe generali. Naturalmente si tratta di un punto di vista che nel suo rigido determinismo dimentica sia la possibilità che esistano gradi diversi di responsabilità morale sia le distinzioni prettamente pratiche tra i livelli di influenza e di controllo sull'azione sociale e politica. Questo modo di vedere in quanto tale non è né nuovo né di sinistra. Lo si ritrova fin dai tempi del superpatriota Catone e del suo grido « Carthago delenda est ». E’ entrato nella nostra lingua con la espressione « pace cartaginese » per designare una deliberata politica di distruzione totale. Catone, comunque, apparteneva a un'elite dominante. Disponiamo di pochissime informazioni attendibili relative alle opinioni dei sostenitori di base dei movimenti terroristici su una politica di massacro indiscriminato. Nello studio condotto da Peter Merkl su 581 nazisti della base, egli riscontrò in 155 autobiografie un'accettazione realistica o romantica della violenza con o senza coinvolgimento pratico, e in 187 una partecipazione reale ad atti di violenza111. Anche se non è possibile accettarli a scatola chiusa, questi dati sono sufficienti a rivelare la presenza di forti tendenze latenti che potevano venire indirizzate a scopi altamente distruttivi. D'altra parte è risaputo che i capi nazisti ritennero necessario nascondere alla popolazione tedesca la loro politica di genocidio e i suoi strumenti. Alla fin fine, comunque, queste distinzioni hanno poca importanza. E’ fin troppo facile trovare il numero sufficiente di persone disposte ad attuare misure politiche orrende anche se in partenza non avevano simili tendenze aggressive. Per chi non è disposto a farlo, una volta che si è instaurato un regime terroristico, non rimane 110 111

James JOLL, The Anarchists, 1964, rist. New York 1966, p. 137 MERKL, Political Violence, p. 542.


in pratica altra strada che il suicidio, si tratti di un individuo o persino di un gruppo dotato di coraggio. L'entusiasmo per l'azione violenta in quanto redentrice e terapeutica per la vittima così come per la società vittimizzata non sembra molto diffuso tra i semplici appartenenti a gruppi subordinati od oppressi112. In primo luogo spesso è troppo pericoloso. In secondo luogo, può provocare rappresaglie sull'intero gruppo. Come abbiamo già notato, spesso il gruppo tende a proteggere se stesso punendo il contestatore. In verità, non sempre queste sanzioni sono efficaci. Negli stati del Sud è successo di tanto in tanto che gli schiavi assassinassero i padroni. Ai proprietari di schiavi la logica e le motivazioni di questi atti individuali sembrarono inspiegabili113. Gli atti individuali di questo tipo, a prescindere dalla loro motivazione, non sono la stessa cosa di un clima culturale e morale che esalti la violenza e le azioni. contro l'ordine sociale. Questo clima, che raggiunge la sua manifestazione estrema negli esperimenti sul concetto di assassinio immotivato, sembra essere soprattutto il gioco preferito degli intellettuali disgustati ed annoiati dall'apparente regolarità, monotonia e filisteismo della società borghese114. Negli ultimi anni è diventato negli Stati Uniti un tema dominante dei ritrovi di massa, insieme con la preoccupazione per eventi catastrofici. Trattandosi di uno stato d'animo non ha un contenuto politico specifico e può volgersi indifferentemente o a destra o a sinistra. La carriera di Mussolini da militante di sinistra a leader fascista è un ottimo esempio del passaggio da una parte all'altra. Anche a questo proposito, però, bisogna fare distinzioni precise. L'esasperazione per la monotonia e il filisteismo della società borghese non era una caratteristica generale della base nazionalsocialista. Dalla documentazione di Abel si può vedere che l'NSDAP rappresentò una sollevazione distorta in favore della restaurazione delle virtù borghesi tradizionali al fine di permettere al lavoro indefesso ed al controllo globale degli impulsi di ricevere nuovamente il meritato riconoscimento nel nuovo contesto collettivo della comunità nazionale. Anche la propaganda e l'arte nazista erano «sane», gradevoli e rassicuranti. Questo anelito alla restaurazione delle virtù tradizionali distingue nettamente il movimento nazista dalle rivolte studentesche e dalla nascita della cultura giovanile negli 112

Il concetto di violenza come terapia permea gli scritti di Georges Sorel ed in tempi più recenti si ritrova in Frantz FANON, Les damnè de la terre, Parigi 1961, con la prefazione concorde di Jean-Paul Sartre. 113

Si veda Eugene D. GENOVESE, Roll, Jordan, Roll: The World the Slaves Made, New York 1974. A prova del perenne interesse dell’uomo per il sadismo e le sue espressioni artistiche, si veda Mario PRAZ, La carne, la morte, il diavolo nella letteratura romantica, 1930. 114


anni '60. Nei paesi sottosviluppati i movimenti socialisti rivoluzionari esaltano in maniera analoga le virtù del duro lavoro svolto in un contesto collettivo e cercano di eliminare gli interessi sociali «malsani» e le preoccupazioni egoistiche. Essi ricercano forme artistiche «sane» , rassicuranti e banali come i nazisti. A questo riguardo la distinzione tra socialismo rivoluzionario è a prima vista cosi evidente. Sono entrambi molto «quadrate» e convenzionali, moralmente e culturalmente. Ancora una volta la differenza sta nel contesto in cui ha luogo il controllo generale degli impulsi e la conversione dell'aggressività su fini collettivi. I movimenti socialisti hanno compiuto intensi sforzi per modificare le loro istituzioni sociali e politiche al fine di ridurre le disuguaglianze sociali e le fonti istituzionali di aggressività. In questa azione alcuni di essi hanno usato un'elevata dose di crudeltà Non mi è affatto chiaro, come invece sembra esserlo per i rivoluzionari e i loro sostenitori, se il risultato finale sarà un'eventuale trasformazione storica in un assetto sociale più umano. Tuttavia essi hanno tentato e lo stanno ancora facendo. L'obiettivo e la funzione sociale del richiamo al controllo generalizzato degli impulsi e all'autodisciplina sono dunque molto diversi tra la sinistra e la destra. I tentativi di tracciare una distinzione, a quanto pare, si arrestano sempre su qualche aspetto delle intenzioni, delle speranze e delle possibilità per il futuro. La discussione, tuttavia, può trovare un terreno più solido se punta sulle capacità, sulle tendenze e sulle direzioni storiche piuttosto che sui programmi, sulle ideologie e sulle speranze individuali. L'affermazione che il fascismo non avrebbe potuto svilupparsi in una direzione umanitaria, che la sua violenza sarebbe stata puramente distruttiva è del tutto sostenibile. La pretesa che le forme di distruzione della sinistra facciano parte di un processo storico creativo è di quelle che solo il tempo può verificare. La documentazione relativa al XX secolo è ben lungi dall'essere incoraggiante. Altri due tipi comuni di situazioni meritano attenzione in questo esame preliminare degli atteggiamenti e dei comportamenti popolari nei confronti della forza e della violenza, soprattutto la violenza contro i deboli e gli indifesi. Il primo tipo è la situazione di sfacelo generale dell'autorità politica e sociale, un sauvequi-peut, come quella descritta in alcune zone del Vietnam del Sud prima della presa di Saigon da parte delle truppe nordvietnamite. Un secondo tipo è rappresentato dalla modifica deliberata e temporanea di qualche aspetto dell’autorità governativa, come nell'incitamento ufficiale ad un pogrom o durante la famosa strage di protestanti francesi


della notte di San Bartolomeo115: esso produce risultati analoghi e forse anche peggiori. I caratteri basilari sembrano essere due: uno è il liberarsi e forse l'intensificarsi di tutti gli istinti aggressivi repressi esistenti nella popolazione, per l'annullamento del tabù che ne impediva la manifestazione e la sua sostituzione col piacere dell'aggressività socialmente approvata. Questo stadio è a sua volta il risultato di situazioni molto particolari unite al retaggio della storia recente. Non vi è ragione di supporre che il risultato sia sempre ugualmente terrificante. D'altra parte, è difficile che questo tipo di «liberazione» possa manifestarsi in circostanze molto favorevoli. Il secondo carattere è la concorrenza spietata per il possesso di beni che scarseggiano e persino per la vita stessa che può instaurarsi in periodi di abbandono temporaneo o di crollo dell'autorità, specialmente se impopolare. Questo tipo di concorrenza è in grado da sola di trasformare quasi istantaneamente in selvaggi gli esseri umani più civili. Gli individui si liberano di maschere, freni ed inibizioni acquisiti e mantenuti vivendo in una società organizzata, per strapparsi l’un l'altro un vantaggio limitato ma cruciale, sempre che non percepiscano o ritengano la situazione senza via d'uscita. La situazione è al peggio quando non esiste un modo regolare e sicuro di distribuire quanto la gente chiede - ad esempio, la salvezza oppure quando la quantità fornita non è sufficiente. Se le vittime sanno improvvisare un proprio sistema di distribuzione, può darsi che vi sia molto meno spirito di vendetta, competitività e persino massacri. Una situazione di semi-anarchia non sembra presentare caratteristiche che la identifichino con una qualunque parte dello spettro politico tradizionale. L'uso dei termini di sinistra, moderato, conservatore o reazionario non risulta molto illuminante in questo tipo di situazione di sfacelo. Sebbene infrequente finora, a una situazione che si può presentare sotto qualsiasi regime116. Al lato della scala opposto al sauve-qui peut della quasi anarchia si trova il terrore strumentale di un regime che cerca di stabilire o consolidare un'autorità vacillante. Nell'uso corrente si distingue tra un terrore rosso ed un terrore bianco, con il sottinteso che i terrori bianchi sono stati usati nei tentativi di restaurazione monarchica controrivoluzionaria. Non è vero. Uno dei più sanguinosi terrori bianchi si ebbe con la repressione della Comune di Parigi e l'inizio della Terza

115

Su questo e su altri eventi analoghi si veda l'analisi cli Natalia Zemon DAVIS, The Rites of Violence: Religious Riot in Sixteenth-Century France,« Past and Present », n. 59 (maggio 1973), pp. 51-91 116 11 massimo che si può dire è che un regime liberale saldamente legato al rispetto della legge sarebbe il meno soggetto al suo sfruttamento per i propri scopi attraverso l'eliminazione del tabù sull'aggressività. Ma quanti sono i regimi liberali che possono e riescono a rimanere legati al rispetto della legge quando si trovino di fronte ad una crisi che minacci uno sfacelo sociale generale?


Repubblica117. Si può affermare con un ragionevole margine di sicurezza che una maggioranza di cittadini francesi, a quel tempo ancora detentori di piccole proprietà in città e in provincia, approvò calorosamente il massacro. D'altra parte, il grado e il tipo di sostegno di massa dato ai regimi di terrore bianchi e rossi non costituisce l'aspetto più rilevante. E non ha neppure senso calcolare il numero delle vittime dei regimi di terrore bianchi e rossi per decidere quale sia stato il peggiore. Questo tipo di aritmetica morale è ottuso. C'e qualcosa che non va in un individuo che si ritenga soddisfatto dei totali di entrambe le colonne del libro mastro, senza tener conto di come si sono prodotti. Essi, inoltre, non proverebbero nulla sulla natura dei sentimenti popolari. Questi sentimenti contribuiscono soltanto in parte all'impulso originario a monte dei regimi di terrore ufficiali, siano essi rossi o bianchi. La burocrazia, in una forma o nell'altra, subentra poi con i suoi schedari e le sue categorie di vittime. Proscrizioni di più antica data possono essere state prive di schedari, ma operavano anch'esse per categorie. L'aspetto terrificante è la capacità umana di obbedire ad ordini ritenuti giusti

ed

appropriati.

Gi

esperimenti

di

Stanley

Milgram dimostrano

magnificamente tale capacità e rivelano anche alcune delle condizioni che ne provocano la manifestazione. Verso la fine del suo libro Milgram afferma a proposito di questa capacità di obbedire: « Questa e una pecca fatale di cui la natura ci ha forniti e che alla lunga da alla nostra specie solo una modesta possibilità di sopravvivenza ». Più avanti, in una nota a pié di pagina, sottolinea giustamente che l'eliminazione dell'autorità proposta dagli anarchici non costituisce affatto una soluzione118, Ma la scelta non è tra anarchia ed obbedienza irrazionale. E’ tra forme più o meno razionali di obbedienza. Non c'e nulla di male nell'obbedire ad un'autorità che persegue obiettivi umani ed ha una competenza o un'abilità particolare attinente al conseguimento di questi obiettivi. L'umanità ha già sufficienti preoccupazioni perché non si debbano creare dilemmi apocalittici inutili Alla fin fine la scelta tra destra e sinistra è meno significativa di quella tra forme più o meno razionali di autorità.

117

Si veda Frank JELLINEK The Paris Commune of 1871, New York 1937, pp. 338-87.Per una trattazione più recente si veda Henri LEFEBVRE, La proclamation da la Commune: 26 mars 1871, Parigi 1965, spec. parte IV, pp. 173-233. 118 Stanley M1LGRAM, Obedience to Authority: An Experimental View, New York 1974, pp. 188, 212 (nota 30). Può darsi che alcuni siano inclini a sostenere che non abbiamo bisogno di dimostrazioni di questa terribile capacità; la storia recente ce ne ha già fornite a sufficienza. Ma molti profani ed esperti presumibilmente intelligenti cui fu richiesto di valutare il grado di obbedienza che poteva emergere dagli esperimenti ne sottostimarono grandemente i risultati, fatto che stupì gli stessi sperimentatori.


masse e movimenti rivoluzionari  

Barrington Moore, Jr

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