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APPUNTI SULLA CRISI Caduta del saggio di profitto e declino del capitalismo “Benché la pratica riformista possa essere collegata all’ideologia rivoluzionaria, è ben difficile dedicarsi a una pratica rivoluzionaria sostenendo un’ideologia riformista. L’ala radicale della socialdemocrazia comprese che se non esiste la necessità oggettiva della rivoluzione, non può esservi nemmeno la disposizione soggettiva a farla” Paul Mattick Introduzione a “Marx,l’economia politica classica e il problema della Dinamica Mattick riassunse in maniera loquace in questa frase il dibattito che emerse in ambito al marxismo sul declino del capitalismo. Dall’epoca del programma di Erfurt della Seconda Internazionale ad oggi l’idea che le contraddizioni interne al capitalismo sono la leva principale su cui i comunisti/socialisti/ecc.. possono confidare per il superamento rivoluzionario del modo di produzione capitalista ha avuto molti sostenitori. Tuttavia cosa sia effettivamente il superamento del capitalismo e ad opera di chi esso sia condotto ha portato ad un ulteriore approfondimento delle sue contraddizioni fondamentali. Per molti la cosiddetta ideologia rivoluzionaria, si è tramutata in una pratica riformista assumendo la forma di capitalismo di stato, se si guarda in modo spietato a quello che ha rappresentato e espresso la sinistra autodefinita rivoluzionaria lo scorso secolo nei suoi tratti principali. Individuando le contraddizioni fra forze produttive e rapporti di produzione come la causa del declino del capitalismo le teorie rivoluzionarie hanno talvolta avvalorato l’idea di una neutralità delle forze produttive sviluppate dal capitalismo arrivando ad identificare il socialismo con la pianificazione. “Esisteva poi, ….., una unità più profonda tra il concetto bolscevico di socializzazione e quelli che venivano ad essere gli sbocchi dei movimenti spontanei. Il movimento rivoluzionario, che aveva oltrepassato solo in virtù delle circostanze i confini tradizionali della rivoluzione borghese e sempre solo in virtù delle condizioni interne ed esterne poteva rendere capitalistico il paese, poteva sfociare solo in quella forma di capitalismo, avanzata e ristretta nello stesso tempo, che è il capitalismo di stato” Paul Mattick: Stalin, Trockij e Lenin. Non vogliamo certo con queste brevi note liquidare un simile dibattito, ma occorre fin da subito avere chiara la questione, in merito al concetto stesso di superamento del capitalismo e non sua evoluzione, che equivale alla differenza tra la critica dell’economia politica e l’economia politica stessa. Riportiamo un’altro estratto di una analisi, a nostro avviso non pienamente condivisibile, che individua nella teoria di un declino del capitalismo per cause “oggettive” una visione reificata del suo superamento e rimandiamo al testo per chi è interessato ad un approfondimento (http://libcom.org/aufheben/decadence) del testo del gruppo inglese Aufheben. “The economistic position of Second International marxism shared by the Bolsheviks dominated the worker’s movement because it reflected a particular class composition - skilled technical and craft workers who identified with the productive process.[25] The view that socialism is about the development of the productive forces where they are considered as economic is a product of the lack of development of the productive forces considered as social.[26] ………What happened was a battle of forces in which the forces of capital increasingly took the form of a state capitalist worker’s party. In considering the productive forces as neutral when they are capitalist the Bolsheviks become a capitalist force. In Stalinism the ideology of the productive forces reached new heights of crassness but while it had differences it also had continuity with the ideas of Trotsky and Lenin. The crushing of workers by the German Social Democrats and by the Russian Bolsheviks both expressed the victory of capital through the ideology of state capitalism. This is not to deny that there would be communist development but such a development would be the conscious acts of the freely associated producers and not the ‘development of the productive forces’, which presumes their separation from the subject.[27] It would not, as the Bolshevik modernisation program did, have the same

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technical-economic content as capitalist development. Communism is not built from above, it can only be the movement of proletarian self-emancipation”. ([25] See Bologna, ’Class Composition and the Theory of the Party at the Origins of the Workers’ Councils Movement’ in Telos, 13, (Fall) 1972. [26] This is why Marx’s statement that the greatest productive force is the revolutionary class itself, is so important. [27] As Marx remarks in the Grundrisse productive forces and relations are but two sides of the social individual.) Aufheben: “Decadence:The Theory of Decline or the Decline of Theory?” Il dibattito sulla crisi del capitalismo, sugli spazi che apre per una rottura rivoluzionaria, e sul peso che può avere la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto è da ricondurre al tentativo di riferire la necessaria transitorietà storica del capitalismo ad una analisi delle contraddizioni del capitalismo che portano a delinearsi di un movimento rivoluzionario. La legge della caduta tendenziale del saggio di profitto espressa da Marx è stata sviluppata da Grossmann come tendenza del capitalismo, analizzato come movimento generale del capitale nella forma valore, a incontrare limiti non superabili. La merce forza lavoro e la forma di valore di ogni merce costituiscono la base di partenza per Grossmann. “L'importanza dell’opera di Grossmann, ciò che ne costituisce аncora oggi l'attualità, sta nell’aver riconosciuto il ruolo centrale della categoria del valore nellа teoria marxiana. In quanto forma sociale specifica e distintiva del modo di produzione capitalistico, il valore non è soltanto un fenomeno del mercato, mа il саrdine del processo di accumulazione е аl tempo stesso il limite che, arrestandone periodicamente lo sviluppo nella crisi, annuncia il сгollо del sistema e ne rivela quindi il carattere storico e transitorio. Nella dominazione del valore e delle sue forme sviluppate, denaro е capitale, si realizza per Grossmann all'interno della società capitalistica la prospettiva che Marx aveva abbozzato in forma. programmatica nella sua concezione del materialismo storico, sulla crescita delle forze produttive аll’interno di rapporti di produzione con cui а un certo punto entrano in contraddizione” (L’interpretazione della teoria marxiana dell’’accumulazione e delle crisi” Hermanin; http://connessioni-connessioni.blogspot.com/2011/11/linterpretazione-della-teoria-marxiana.html). La teoria della crisi non come quindi astratto determinismo ma come necessario elemento per ogni ipotesi rivoluzionaria. Caduta tendenziale del saggio di profitto, crisi e proposte empiriche di espressioni quantitative La caduta tendenziale del saggio di profitto è anche la legge cardine per spigare la necessità delle crisi del capitalismo che sono da ricondurre non a fattori esogeni all’accumulazione, come quelli individuati da R. Luxemburg, ma nei rapporti di produzione capitalistici. Tuttavia dato che la stessa forma valore delle merci derivante dalla duplice forma del lavoro, lavoro concreto e lavoro universalmente umano che crea valore di scambio, opera concretamente nel mercato solo per via mediata dei prezzi e dell’effettivo svolgersi della produzione e circolazione delle merci, la dimostrazione empirica di questa legge incontra dei limiti, anche se può essere colta in molti dei fenomeni che caratterizzano le crisi cicliche del capitalismo, oltre che la sua espansione. Il tentativo di dimostrare empiricamente, tramite il calcolo del saggio del profitto “Marxiano” derivato da dati statistici vari fra cui la contabilità nazionale, è stato criticato come semplice empirismo. Effettivamente la legge per essere effettivamente colta nella sua validità di tendenza del capitalismo va riferita al valore, non ai prezzi, e al capitale complessivo: “….in Marx le leggi del movimento capitalistico si riferiscono al capitale complessivo. Nella realtà un capitale complessivo non esiste. Secondo Marx, il concetto del capitale complessivo o del capitale in generale è effettivamente un’astrazione, ma in nessun caso un’astrazione arbitraria. E’ chiaro che tutti i capitali esistenti in un dato momento costituiscono il capitale complessivo, anche se la sua grandezza non è misurabile…..“ Paul Mattick Introduzione a “Marx,l’economia politica classica e il problema della Dinamica. Una analisi dell’accumulazione capitalistica che si limitasse alla evidenza empirica non potrebbe cogliere gli effettivi nessi della produzione e valorizzazione del capitale complessivo: “Il modello marxiano dell’accumulazione capitalistica astrae da molti aspetti della realtà, al fine di mettere a nudo le connessioni interne del sistema. Esso ipotizza uno scambio di equivalenti di valore fondato sul tempo di lavoro. Il sistema è costituito esclusivamente

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da operai e da capitalisti. Questa visione fondata puramente sul valore e sul plusvalore è non soltanto una “prima ipotesi semplificante”, ma rappresenta un’astrazione necessaria per la conoscenza della situazione concreta. In questo senso per Marx la teoria del valore è la “scienza” dell’economia politica. Essa è più di un’ipotesi temporanea. In quanto rimane giustificata anche dopo che gli aspetti in un primo tempo trascurati della realtà concreta sono stati inclusi nell’analisi. L’astratta legge del valore governa la realtà, indipendentemente dal fatto che quest’ultima sembri discostarsi da essa. La legge del valore è quindi non soltanto uno strumento della ricerca, bensì anche una parte della realtà, una parte che a dire il vero può venir svelata soltanto mediante il pensiero, non empiricamente. Essa non richiede quindi alcuna correzione a posteriori da parte della realtà; è essa stessa parte della realtà che ne determina la dinamica.” (Paul Mattick ibidem). Per questo motivo autori che ritengono valido l’approccio teorico di Marx hanno ritenuto opportuno apportare delle modifiche ai dati trattati per la determinazione del saggio medio di profitto. Per alcuni l’errore è inevitabile. Tuttavia non si può escludere l’utilità che possono avere questi studi se associati ad una corretta interpretazione della critica alla economia politica svolta secondo l’analisi marxiana. Per gli Stati Uniti uno studio di notevole rilievo è stato svolto da Anwar Shaikh “ The Falling Rate of Profit and the Economic Crisis in the U.S.” (disponibile al seguente sito http://homepage.newschool.edu/~AShaikh/).

Le rettifiche effettuate da Shaik sui dati, ad esempio i dati del Bureau of Economic Analysis, sono necessari a separare le fluttuazioni cicliche o congiunturali dai dati strutturali in riferimento principalmente alla capacità produttiva non utilizzata:

La composizione in valore del capitale (composizione organica) negli stati Uniti è cresciuta del 103 per cento dal 1947 al 1985, mentre il saggio di profitto si riduce del 53 per cento:

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Sempre per gli Stati Uniti sono stati elaborati dei dati, con le necessarie rettifiche da F. Moseley. L’interesse per l’analisi di Moseley non risiede semplicemente nelle stime empiriche ma anche nel tentativo di dimostrare come la crescita del lavoro improduttivo, necessaria all’accumulazione, è una causa concomitante con la crescita della composizione organica del capitale alla caduta tendenziale del saggio di profitto marxiano: “…le cause principali della diminuzione del saggio del profitto nell’economia Usa del Dopoguerra si debbono ritrovare in un aumento della composizione del capitale più rapiso di quello del plusvalore, nonché in un incremento del rapporto fra lavoro improduttivo e lavoro produttivo. Vengono offerte delle stime empiriche di queste grandezze…” (Fred Moseley Il declino del saggio del profitto nell’economia USA del dopoguerra: una spiegazione marxiana in Prezzi, Valori e Saggio del Profitto AAVV atti del convegno organizzato dal CITEP e dal centro Karl Marx il 20 Marzo 1988, Milano). Per l’Europa esistono stime effettuate da Alan Freeman: La compatibilità nazionale misurata in grandezze di valore marxiane: il salario sociale e il saggio di profitto in gran bretagna (1950-1987), in Plusvalore n.10, 1992. “Possiamo ora misurare ciò che Marx ha solo descritto: il valore e il plusvalore annui prodotti a livello della singola nazione e la loro distribuzione tra i lavoratori, i rentier, i commercianti e gliindustriali produttitivi. Possiamo mettere in luce come il valore circola. Questo non significa che il compito è facile e lineare. Ci sono numerosi problemi ma, come vedremo, ci sono anche le soluzioni pratiche. Nella prossima sezione analizzeremo i problemi connessi con l'uso della NIA, e nella sezione 3 considereremo i problemi generali dell'uso dei dati in forma di prezzo. La sezione 4 dà quindi una breve descrizione degli aggiustamenti richiesti per creare le misure delle categorie in valore. Le quattro sezioni successive forniscono ulteriori dettagli sugli aggiustamenti, e i dati aggiustati vengono presentati ed analizzati nella sezione finale”. I risultati della analisi effettuata su dati corretti della contabilità nazionale mostrano per il Regno Unito una riduzione del saggio medio del profitto causata da un aumento della composizione organica del capitale: “La caratteristica più importante è che le cifre corrette e non corrette gettano una luce differente su una questione importante oggetto di disputa tra gli economisti marxisti e non marxisti: quale è la causa che sta dietro la caduta di lungo periodo del saggio di profitto fin dai primi anni '60? La tesi più ampiamente diffusa è che la causa principale è l'aumento della quota dei salari sul prodotto totale. Tuttavia, come le Figure 1 e 3 mostrano, mentre questo potrebbe essere coerente con i dati non corretti, quelli corretti mostrano una tendenza storica In aumento del saggio del plusvalore dal 1952 in avanti, in particolare per due lunghi periodi: dal 1955 al 1973 e dal 1980 ad oggi. Un saggio del plusvalore crescente è quindi associato con un saggio del profitto decrescente (Figura 3) per la maggiogior parte del periodo preso in considerazione, e la ragione sta nella crescita della composizione organica del capitale (Figura 2)”.

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La crisi ai giorni nostri Faremo una selezione di alcune interpretazioni liberamente scelte, una disamina completa non avrebbe senso in questo contesto. Suggeriamo due lavori abbastanza “classici” impostati sulla caduta tendenziale del saggio di profitto: “Il capitalismo e la crisi” Vladimiro Giacché Derive e Approdi; “Dietro e oltre la crisi” G. Carchedi in Contropiano Anno 20 n2. Sul piano internazionale segnaliamo :l’analisi svolta dal gruppo Prospective Internationalist (http://internationalist-perspective.org/) anche se riconosce il ruolo determinante della caduta del saggio di profitto individua le cause della crisi nella ristrutturazione successiva agli anni settanta. Il ruolo della finanza, come capitale speculativo e fittizio è essenziale, tuttavia essa è il risultato della crescita della produttività che ha come conseguenza l’aumento di valore d’uso e la riduzione del valore di scambio delle merci. A causa di questo “dualismo” che caratterizza la produzione capitalista il valore delle merci non è in grado di produrre un saggio di plusvalore e di profitto necessari all’accumulazione. PI vede la sovrapproduzione come caduta della domanda non espandibile della merce come valore d’uso. Mentre il settore finanziario che può conoscere una domanda illimitata attrae sempre più capitale monetario a scapito dei settori produttivi di merci e plusvalore. Il risultato è un declino del capitalismo che anche se ha conosciuto e può continuare ad avere alti tassi di profitto (dalla seconda metà degli anni ottanta ad oggi) può avere solo una soluzione rivoluzionaria. (http://connessioni-connessioni.blogspot.com/search/label/Perspective%20Internationalist). Analoga l’analisi del gruppo inglese (http://libcom.org/library/return-crisis-part-2).

Aufheben,

con

sostanziali

differenze.

Le cause della crisi sono strettamente legate anche per il gruppo inglese alla ristrutturazione seguita alla caduta del saggio di profitto. La fine del fordismo e la ristrutturazione coincidono con l’emergere della finanza mondiale in cui le economie emergenti prima e la Cina a partire degli anni novanta si sono inserite. Gli Stai Uniti come epicentro dell’accumulazione (anche come consumo), della ristrutturazione e controllori della finanza mondiale sono stati in grado di gestire un rapporto di mutuo appoggio con l’accumulazione cinese che ha avuto il ruolo di incassare il surplus monetario generato dalla bolla della new economy. Tuttavia i deficit commerciali statunitensi e l’indebitamento hanno causato un surplus di capitale di credito spinto dall’investimento dei surplus cinesi in titoli di stato americani, e dalla necessità di mantenere una stabilità della valuta cinese rispetto al dollaro. L’eccesso di offerta di capitale di credito è sfociata nella crisi del 2007. Anche per i compagni inglesi le prospettive per il capitale non sono rosee, pur riconoscendo che la crescita dei profitti dall’86 ad oggi è il risultato di una ristrutturazione reale del capitale, e che non si può parlare di stagnazione: “The crisis could be seen as an earthquake caused by the shifting tectonic plates of global capital accumulation as the centre of accumulation gradually shifts away from the USA and the old advanced capitalist economies towards China and Asia”. E’ interessante il lavoro di Giussani che ritiene il capitalismo attuale in una impasse senza via di uscita. Anche per Giussani è da riconoscere una tendenza alla crescita dei profitti dall’86 ad oggi. Tuttavia questi sono associati a una riduzione crescente dell’accumulazione e a un ruolo della speculazione di primaria importanza. I dati analizzati da Giussani sono quelli di Kliman del settore corporate dell’economia al netto delle tasse. Giussani vede evolvere il capitalismo verso un parassitismo a partire dalla stagnazione iniziata negli anni settanta. La caduta del saggio di profitto ha causato un forte dismissione di capitale produttivo, la società per azioni crea di per sé speculazione in una fase in cui il capitale di credito è in eccesso, questo genera alti profitti nel settore finanziario e ulteriore speculazione. (http://connessioni-connessioni.blogspot.com/search/label/crisi)

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L’indeterminismo Le critiche rivolte alla teoria del crollo elaborata da Grossmann hanno creato il mito del determinismo come critica all’autore e ai marxisti che hanno voluto stabilire una connessione fra l’autonomia di classe e le contraddizioni reali del capitalismo di cui la caduta tendenziale del saggio di profitto è una sintesi. Grossmann ha sviluppato il suo studio andando ad indagare non gli aspetti fenomenici dell’accumulazione ma i nessi sostanziali che solo l’astrazione e il metodo marxiano possono svelare. I deterministi di fatto sono solo la creazione fantasiosa dei sedicenti non deterministi. La lotta di classe, l’azione del proletariato come classe è per i “deterministi” il crollo del capitalismo. Dal lato opposto l’integrazione del proletariato nel capitale non è per mancanza di coscienza di classe o per tradimenti di fazioni politiche in seno ad esso, è il risultato materiale dello sviluppo del capitalismo e degli artefici messi in campo a partire dal welfare, dal sindacalismo, dall’intellettualismo avanguardista e da tutte quelle compatibilità della rappresentanza politica ed economica che fanno del proletariato forza lavoro incapace di scelte in senso rivoluzionario. “L’analisi dell’accumulazione capitalistica finisce, come Marx affermava in una lettera ad Engels, nella ‹‹ lotta di classe come sbocco finale nel quale si scioglie il movimento e la soluzione di tutta quanta la merda››. Nella fase dell’accumulazione, in cui la perpetuazione del sistema è basata esclusivamente sull’impoverimento assoluto degli operai, la lotta di classe si trasforma: da lotta sul salario, sulle ore e le condizioni di lavoro e le pause, essa diviene, anche in questo ambito, lotta per il rovesciamento del sistema capitalistico di produzione, lotta per la rivoluzione proletaria” Paul Mattick, La crisi permanente. E non sono in pochi a sostenere che in Grossmann una teoria deterministica non esiste: “La caratteristica fondamentale di H. Grossmann …è quella di collegare la lotta di classe all’andamento dell’accumulazione e sostenere che possibilità rivoluzionarie si aprono quando l’accumulazione non funziona più” Paolo Giussani AAVV atti del convegno organizzato dal CITEP e dal centro Karl Marx il 20 Marzo 1988, Milano. Quindi la teoria di Grossmann è da inquadrare nella sostanziale invarianza dell’antagonismo di classe in seno al capitalismo: “I contrasti di classe peculiari dei rapporti di produzione capitalistici si presentano come problemi della produzione di valore e di plusvalore. Come ogni passato sviluppo sociale era fondato sulle forze produttive, così anche lo sviluppo capitalistico è legato alla loro ulteriore espansione, il che però è possibile soltanto per mezzo dell’accumulazione del capitale. Sviluppo delle forze produttive sociali significa che con meno lavoro si può produrre di più, il che in una situazione capitalistica significa una crescita più rapida del capitale costante rispetto a quello variabile, cioè un numero decrescente di operai contrapposto a un capitale che cresce più rapidamente. Poiché all’accrescimento di plusvalore sono posti limiti assoluti …..la diminuizione relativa degli operai deve condurre alla diminuzione del pluslavoro e quindi risolversi in una caduta del saggio di profitto, la quale non può più venire compensata da un aumento del plusvalore. In questo senso per Marx come per Grossmann esiste una tendenza al crollo del sistema capitalistico; col che non è detto che il crollo sopravvenga automaticamente, né che se ne possa prevedere la scadenza. Ciò che invece si può dire, è che sulla base delle tendenze di sviluppo immanenti al capitalismo l’accumulazione è un processo gravido di crisi, all’interno del quale ogni grande crisi offre la possibilità di trasformare la lotta di classe nella società in una lotta per una società diversa”. (P.Mattick, Avi) La società diversa a cui si riferisce Mattick non è il capitalismo di stato, cioè non sarà basata sull’ulteriore sviluppo delle forze produttive come oggetto estraneo al proletariato. Riportiamo il concetto come espresso da Aufheben (che hanno criticato aspramente Mattick e Grossmann perché per loro un crollo definito sulla caduta del saggio di profitto, una forma reificata dei rapporti di classe porta all’ideologia dello sviluppo delle forze produttive, non cogliendo che il metodo di Grossmann in questo non ammette dubbi): “Of course, implicit in all this is the idea that socialism only becomes justified once it becomes historically necessary to further develop the forces of production on a more rational and planned basis. Once capitalism has exhausted its potential of developing the forces of production on the

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basis of the law of value, socialism must step in to take over the baton of economic development. From this perspective, socialism appears as little more than the planned development of the forces of production.[17] [17] It seems to us that, while the dialectic between the forces and relations of production may have been instrumental in the overthrow of feudalism by the bourgeoisie, it cannot be the guarantee of the decline of capital. This contradiction may be the root of crisis, but this does not mean a terminal crisis requiring socialism to resolve it. Unlike earlier modes of production, capitalism is not tied to a level of the productive forces. Rather it is based on the constant revolutionizing of them. It does create a barrier to their growth in the fact that it can only produce for the market. However, the barrier that capital creates to itself is a barrier that it constantly tries to overcome. Capital constantly revolutionizes productive relations to allow its continued expansion. This need to constantly transform social relations means that capital is constantly forced to confront the working class. An established pattern of class compromise cannot be maintained indefinitely. The crisis may create conditions where the proletariat moves towards opposing its needs to those of capital. But equally it is possible for capital to resolve the contradiction at a higher level of the productive forces. Capital revolutionizes its own social relations to continue to develop the productive forces. The perspective of the productive forces is that of capital not the proletariat. The proletarian perspective is of a conscious breaking of that contradiction which otherwise continues. To take the point by Marx in his Preface as justification for the idea of decline confuses logical with historical decline. Capitalism contains within it the logical/real possibility of decline: i.e., defetishization of the law of value and the creation of the free association of producers in its place. But to see that possibility as a historical fact/epoch is reification: the process of a part of capital (i.e., the proletariat) going beyond capital is reified into something within and of capital and its change of forms. This is not to say that defetishization and thus communism is an ahistorical possibility with no relation to the development of capitalism and the productive forces; in the world market and in the reduction of necessary labour, capitalism creates the basis for communism. But there is no technical level of the productive forces at which communism becomes inevitable or further capitalist development impossible. There is an organic relation between the class struggle and capitalist development. At times, the development of capital and the class reaches a point of possible rupture. Revolutionaries and the class take their chance; if the wave fails to go beyond capital, then capitalism continues at a higher level. Capitalism restructures to neutralize the composition of the class which attacked it: i.e., capitalism takes different forms. The further development of the productive forces is in a way, then, the booby prize for failed revolutions.” Ed infatti Grossmann non confonde il livello logico con il livello storico come riferisce Maria Bonacchi in Teoria marxista e crisi (http://connessioni-connessioni.blogspot.com/2011/12/teoriamarxista-e-crisi.html) parlando di Mattick (sostenitore di Grossmann di cui ha completato l’analisi introducendo lo Stato come terzo soggetto sviluppando una critica al Keynesismo): “Mattick fondava, la possibilità teorica conoscitiva del marxismo nella permanenza del rapporto dialettico di valore d’uso e valore di scambio, come potentia dello sviluppo e, al tempo stesso, della crisi del capitalismo, cui andava geneticamente rapportata la produttività politica della marxiana critica rivoluzionaria dei rapporti sociali esistenti. Nello stesso tempo gli era però chiaro il livello (logico-conoscitivo) al quale le categorie marxiane costituiscono il reale: non il reale empirico, ma il concetto reale-a cui non si perviene mediante un mero processo di rispecchiamento, bensì attraverso la riconduzione al concetto della datità fattuale. La teoria marxista, autoponendosi, a partire dalla crisi, come momento di rottura della ideologica naturalità ed eternità del modo di produzione capitalistico, pone anche la potentia della lotta di classe come rottura possibile dell’unità di valore d’uso e valore di scambio nella merce forza-lavoro. Ma la costituzione logico conoscitiva non coincide immediatamente con la costituzione storica: nello scarto tra i due momenti si colloca l’autonomia e il carattere anticipante della teoria come penetrazione scientifica (concettuale) del mondo capovolto del capitale”. Con queste note non vogliamo assolutamente chiudere un simile dibattito, anzi pensiamo che questi appunti siano uno dei tanti tasselli che stiamo producendo in vista dell’uscita del numero 0 di Connessioni dedicato alla crisi e alle sue dinamiche. Alcuni compagni di Connessioni per la lotta di classe, inverno 2012

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appunti sulla crisi  

alcuni compagni di connessioni

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