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Controllo dei mercati e capitalismo mondiale P.Mattick, 1937 Il capitalismo odierno è essenzialmente capitalismo mondiale. I problemi economici e gli interessi delle nazioni sono così strettamente collegati, che le difficoltà insorgenti all’interno di una nazione si ripercuotono immediatamente, in un modo o nell’altro, sul resto del mondo capitalistico. Lo sviluppo di un paese procede secondo un modello che non è determinato dalla volontà degli uomini, bensì dalle forze del sistema di produzione prevalente. Il sistema produttivo pone al capitale specifiche domande, e quando i profitti non sono sufficienti per soddisfare le esigenze dell’accumulazione all’interno, i capitalisti sono costretti a cercare all’esterno una soluzione ai problemi posti dall’economia politica nazionale, attraverso l’esportazione di capitale e di merci nei paesi sottosviluppati. Questa necessità di espansione si rivelò, del resto, agli inizi come un’avventura assai lucrativa per il capitale in ascesa, in quanto metteva in grado i capitalisti, da un lato, di sfruttare gli operai dei paesi arretrati molto di più degli operai dei paesi di più antica industrializzazione, e di ridurre dall’altro, attraverso l’appropriazione di materie prime e di generi di prima necessità estremamente a buon mercato, i costi della produzione e della riproduzione della forza-lavoro nazionale in rapporto all’accresciuta produttività degli operai. Ma le possibilità di espansione non erano illimitate, e su questo terreno si sviluppò una concorrenza internazionale ferocissima, aggravata anche dalla nascita, nei paesi colonizzati, di una borghesia autoctona che proprio sotto l’impulso straniero cominciò a gettare le basi per la costruzione di un’industria nazionale. Nei periodi di crisi, la concorrenza sempre più spietata spinse i vari paesi a tentare di arginare le forme più violente di guerra economica cui essa dava origine, attraverso accordi commerciali, quote e piani di restrizione, tentativi di stabilizzazione delle monete, comitati di inchiesta sulle condizioni dell’economia, ed interminabili conferenze internazionali. Ma essendo il numero dei paesi suscettibili di essere sottoposti allo sfruttamento capitalistico relativamente ridotto, ed elevato invece quello delle nazioni candidate ad esercitare questo sfruttamento, è chiaro che, oggi più che mai, è sempre più difficile allargare il campo degli investimenti di capitale soddisfacenti e, quindi, tanto più improbabile uno svolgimento pacifico del processo di spartizione a livello mondiale. I capitalisti, vale a dire gli appartenenti alle nazioni che “possiedono”, concentrano oggi i loro sforzi soprattutto nella difesa dei campi di investimento già acquisiti, ma quelli che non “possiedono” si battono con accanimento per cambiare le loro condizioni


future. L’esigenza attualmente più sentita è quindi quella della preparazione, come risulta dalla frenetica corsa al riarmo oggi in atto, avente come obbiettivo finale l’indipendenza per ciò che concerne le materie prime e i generi di prima necessità. Le difficoltà finanziarie, politiche e sociali hanno spinto all’elaborazione di piani di controllo cosciente che in molti casi richiedevano, a motivo della loro ampiezza di respiro, l’intervento dello stato. Sono sta ti fatti così molti tentativi di eguagliare la domanda e l’offerta, di stabilizzare i prezzi di certe merci ad un livello soddisfacente dal punto di vista del profitto, o di imporre una restrizione della effettiva produzione di merci. La regolamentazione dei prezzi è normalmente un progetto costoso, di difficile attuazione e, come vedremo più avanti, accompagnato da un enorme spreco di materiale. I piani restrittivi, d’altro lato, non solo rimangono spesso intatti anche quando comincia la ripresa economica, ma vengono addirittura utilizzati per lo sfruttamento monopolistico. Ma il presupposto pregiudiziale per il buon funzionamento di questi piani è, in entrambi i casi, la cooperazione internazionale che, come dimostrano gli esempi più sotto forniti, non è sempre facile da ottenere. Altri piani di controllo mirano alla conquista dell’indipendenza o dell’auto-sufficienza; quest’ultimi necessitano, di regola, di alte tariffe e quote doganali per la protezione e lo sviluppo delle industrie nazionali e portano, ovviamente, ad un enorme aumento del prezzo delle merci. La necessità e i vantaggi del controllo cosciente dell’economia furono messi in luce, in maniera inequivocabile, dai mutamenti strutturali verificatisi nel corso dell’ultima guerra. In una situazione nella quale determinate circostanze avevano diminuito la produzione in un ramo industriale, stimolandola in un altro; in una situazione di chiusura di alcuni mercati prebellici, o di perdita da parte di certe nazioni dei possedimenti coloniali, divenne di estrema attualità il problema dei rifornimenti di materie prime e di viveri, accentuando la necessità di ricorrere allo sviluppo accelerato delle industrie nazionali, per eliminare il pericolo mortale implicito, in tempo di guerra, nella dipendenza economica dall’estero. Uno degli esempi più illuminanti in proposito è la ricerca, intrapresa da quasi tutte le nazioni nell’immediato dopo guerra, di garantirsi a qualsiasi costo l’autosufficienza riguardo allo zucchero. Così, in Gran Bretagna, il costo di produzione dello zucchero nazionale è circa tre volte superiore, e quello dello zucchero preferenziale — considerando il finanziamento di tariffe, sussidi, ecc. — due volte superiore al prezzo normale dello zucchero sul mercato mondiale; l’indipendenza e lo sviluppo dell’industria nazionale è evidentemente più importante della “convenienza” economica astrattamente considerata. Vediamo adesso quali sono altri dettagli che rendono l’industria dello zucchero particolarmente dimostrativa riguardo alla tesi da noi avanzata. (1)


I costi e i metodi di produzione dello zucchero variano considerevolmente. Ci sono due tipi di zucchero: zucchero di barbabietola e zucchero di canna. I due principali paesi produttori dello zucchero di canna sono Cuba e Giava. Prima della guerra, Giava riforniva prevalentemente l’Oriente (Cina, Giappone ed India) mentre, per esempio, la Gran Bretagna e gli USA erano soliti importare una gran parte delle scorte necessarie a coprire il loro fabbisogno da Cuba. L’industria cubana dello zucchero deve il basso costo della produzione soprattutto alla generosità della natura e all’eccezionale fertilità della terra che rende particolarmente facile la coltivazione ed abbondante il raccolto, mentre Giava riesce a mantenere bassi i costi di produzione proprio in virtù sia dell’intensità del capitale investito che dei metodi estremamente razionali e scientifici di coltivazione. Durante la guerra, la distruzione avvenuta in Europa di vaste aree adibite alla coltivazione delle barbabietole da zucchero provocò una forte riduzione dell’offerta europea, dando così un ulteriore vigoroso impulso alla produzione zuccheriera di Cuba. A quel tempo, Cuba era l’unico paese in grado non solo di estendere la produzione, ma anche di migliorarla attraverso l’impiego di nuovi strumenti tecnici che ridussero ulteriormente i costi di produzione. Dopo la guerra, però, l’Industria Europea dello Zucchero di Barbabietola si riprese rapidamente, e nel 1925 l’industria dello zucchero subì un tracollo a causa di una spaventosa sovrapproduzione che fece cadere i prezzi al di sotto dei costi di produzione e costrinse, infine, ad adottare delle misure di restrizione produttiva. Giava, però, non aderì al piano di autolimitazione produttiva. Quando i paesi europei decisero di ricorrere al protezionismo doganale per difendere la produzione nazionale, Cuba si trovò completamente isolata a livello mondiale e fu costretta ad abbandonare anch’essa questa linea di difesa del prezzo dello zucchero. Ciò rese così caotica la situazione, che alcuni anni dopo, col mercato mondiale dello zucchero sconvolto da una sovrabbondanza produttiva senza precedenti, neanche Giava riuscì più a vendere il proprio raccolto. Fu così che anche quest’ultimo paese — il quale in precedenza aveva rifiutato di acconsentire alla restrizione della produzione perché l’introduzione di una nuova varietà di canna aveva aumentato del 30% la sua produzione, compensando quindi il calo del prezzo di vendita — fu costretto ad aderire all’accordo internazionale dello zucchero stipulato nel 1931. Il piano restrittivo previsto da questo accordo rimase, però, del tutto inefficace, poiché i paesi che non facevano parte del comitato di controllo approfittarono dei vincoli imposti alle nazioni concorrenti per aumentare la propria produzione. Nel 1935 l’accordo internazionale non fu rinnovato, perché “i membri del comitato erano dell’avviso che un’ulteriore azione collettiva non avrebbe condotto ad alcun risultato, e che fosse ormai giunto il momento di entrare in lizza fra di loro per disputarsi la fornitura di ciò che rimaneva del mercato mondiale”.


Ciononostante, la speranza di appianare le difficoltà non era svanita e si continuarono a tenere conferenze, come quella convocata alcuni mesi fa a Londra, confortata dalla presenza di numerosissimi partecipanti, e così commentata dalla stampa: Questa conferenza, che doveva costituire una dimostrazione della cooperazione internazionale almeno in un singolo campo economico, sta andando chiaramente di male in peggio a causa delle incredibili richieste avanzate da molti paesi, come ad esempio l’Unione Sovietica, che ha domandato oggi una quota esportativa di 400.000 tonnellate annuali, benché non abbia mai esportato più della millesima parte, forse, di quel totale. E poi: 22 nazioni hanno raggiunto un accordo sulle quote di zucchero … stabilendo un esempio di cooperazione internazionale destinato a far scuola … un notevole successo. Oppure: La produzione totale è stata fissata in 3.600.000 tonnellate all’anno, nonostante che la domanda effettiva non superi i 3.000.000 di tonnellate … Negli ambienti ufficiali si ritiene tuttavia che il nuovo piano abbia eccellenti probabilità di successo in vista della crescente stabilizzazione della situazione economica mondiale, destinata ad ampliare il mercato dei consumatori. In altre parole, solo un nuovo periodo di prosperità può salvare, con l’incremento della domanda, l’industria dello zucchero; e alla “cooperazione” internazionale non resta altra scelta che riporre tutte le speranze nella futura — per ora puramente ipotizzata -ripresa economica. Piani di controllo sono stati tentati anche per il cotone ed il grano, i cui prezzi non consentivano più, a causa di una sovrabbondanza dovuta alla diminuzione dell’accumulazione capitalistica, alcun margine di profitto. In America, ad esempio, il Federal Farm Belief Board continuò per anni a comprare milioni di bushel di grano per proteggere i contadini, finché non si passò (nel 1935) all’adozione di una politica di diretto controllo delle aree coltivate a grano, che prevedeva un sistema di sussidi e di compensi per convincere i contadini a lasciare incolte le terre. (È interessante notare che questi compensi venivano finanziati col gettito delle tasse sulla farina). L’abbondanza di frumento sul mercato mondiale ed il basso livello dei prezzi di vendita ad essa dovuto portarono, in una situazione caratterizzata dal rapido incremento delle capacità produttive, alla stipulazione (nel 1933) di un Accordo Internazionale del Grano. Ma già nel 1934, una eccezionale siccità


sconvolse i piani produttivi di Stati Uniti e Canada che divennero addirittura paesi importatori, mentre altri paesi, come la Russia e l’Argentina, incrementarono in maniera del tutto imprevista la produzione. Ciò ha prodotto una generale disorganizzazione dei piani di controllo del grano, come era del resto prevedibile in un campo come questo, in cui regna la speculazione più sfrenata e in cui forze naturali ed economiche possono trasformare completamente il quadro generale da un giorno all’altro, provocando tempeste incontrollabili anche nel mercato valutario. Diversissima è invece la situazione delle industrie dello stagno e del rame, altamente organizzate e concentrate nelle mani di un ristretto numero di proprietari che sono, per lo più, contemporaneamente detentori di miniere di alto e di basso costo, negli USA, nel Cile, e in Perù. Proprio in virtù di questa situazione di monopolio era stato, quindi, possibile per questo settore industriale mantenere un livello di prezzi piuttosto alto, nonostante l’apertura di nuove miniere con costi estrattivi notevolmente inferiori che, in una situazione di libero scambio, avrebbe provocato in breve tempo il fallimento delle miniere più costose. Negli ultimi tempi, però, lo sfruttamento minerario, stimolato dalla visibile lucratività di questa industria, sta avanzando anche in paesi nuovi come la Bolivia e la Nigeria, dove è possibile, grazie all’avanzato equipaggiamento tecnologico, produrre ancor più a buon mercato. Così neanche la monopolizzazione appare in grado di mantenere all’infinito un prezzo artificiosamente alto, e anche in questo campo la concorrenza sta imponendo le sue leggi spietate, alle nazioni come agli individui. Nel campo dell’industria della gomma la strada verso la pianificazione è stata lunga e difficile, a causa di diversi fattori che, incrementando la concorrenza, accelerarono lo sviluppo tecnico conducendo poi, però, l’intera industria sull’orlo del crollo. Cerchiamo, quindi, di vedere un po’ più da vicino quali sono gli elementi che hanno reso, e continuano a rendere tanto difficile, in questo settore industriale, l’intervento governativo. Le aree principali a livello mondiale di produzione del caucciù sono: la penisola malese, per lo più sotto il dominio britannico, le Indie orientali olandesi, Ceylon e Sumatra; mentre la produzione degli altri paesi può essere considerata trascurabile. La redditività dei possedimenti europei amministrati capitalisticamente è basata sulla razionalità e la scientificità dei metodi di coltivazione e di incisione degli alberi da gomma, tesi a perseguire l’incremento costante della produzione e la massimizzazione del raccolto. Mentre l’accurata selezione degli alberi da gomma ha permesso di raddoppiare il raccolto medio, nelle fabbriche, che costituiscono i centri vitali delle aziende capitalistiche, la razionalizzazione dei metodi di purificazione, di solidificazione, di lavorazione e di confezione della gomma liquida ha considerabilmente ridotto i costi di produzione rispetto al metodo produttivo


primitivo. Le aziende britanniche si distinguono per lo sfruttamento particolarmente intensivo cui sottopongono la loro mano d’opera quasi esclusivamente indiana, ma il modo di produzione ben organizzato e squisitamente capitalistico è lo stesso che prevale anche in Malesia, a Ceylon e nelle Indie Orientali Olandesi. La concorrenza locale consiste in un gran numero di produttori indigeni della Penisola malese, che lavorano in piccole aziende a carattere familiare di cui sono proprietari. In questo secondo caso le cose procedono in maniera completamente differente. Gli indigeni malesi piantano gli alberi molto fitti, li incidono spesso e accidentalmente con metodi molto elementari, e sono di regola legati a un mercato esclusivamente locale. Il produttore locale non ha grosse spese di capitale e non ambisce ad ammassare ricchezze; egli non incrementa la produzione quando i prezzi sono alti, bensì soltanto quando i prezzi sono bassi, per compensare in questo modo la perdita di “potere d’acquisto” della sua merce. Gli indigeni delle Indie Orientali Olandesi producono il caucciù in una maniera ancora diversa. Qui il prodotto ed il mezzo di sussistenza principale è il riso. Data l’abbondanza di terra, l’aborigeno disbosca circa due acri di foresta all’anno per la propria produzione di riso e poi trasloca con la sua capanna. Col tempo egli è arrivato a scoprire il caucciù, la merce produttrice di ricchezza, e soprattutto nel 1925-26 — un’annata contrassegnata da un livello di prezzi particolarmente alto — si è avuto un vigoroso incremento delle piantagioni. Così la gomma è diventata un prodotto secondario delle attività agricole degli indigeni, i quali hanno preso l’abitudine di cacciare col pollice dei semi di piante da caucciù nel terreno, dopo aver piantato il riso che loro occorre. Gli aborigeni delle Indie Olandesi non dedicano una cura particolare alla coltivazione e incidono gli alberi solo quando i prezzi sono alti, tentando di vendere il più possibile in quel momento. Queste differenze nei modi di produzione e nelle condizioni ambientali hanno dato origine, riflettendosi in vario modo sulla situazione economica, ad una diversità nel modo di reagire a particolari fenomeni di sviluppo registratisi in questo campo. Nel 1900 non esisteva praticamente nessuno di questi produttori, e la maggior parte dell’offerta proveniva dall’Amazzonia e dall’Africa centrale, che vantavano assieme una produzione di 83.000 tonnellate contro le 11.000 prodotte dall’Oriente. Fu solo con la rapida crescita dell’industria automobilistica che si assistette ad un rapido sviluppo del settore di produzione del caucciù, con la creazione di aziende in Malesia, a Ceylon e a Giava, cui tennero subito dietro le piantagioni degli indigeni, tanto che nel 1919 l’Oriente era già in grado di esportare 350.000 tonnellate di caucciù. Nel 1920, però, si ebbe una spaventosa caduta del prezzo, con l’immagazzinamento di un enorme surplus di prodotto invenduto, che mise in pericolo anche gli investimenti di capitale britannico, spingendo il governo inglese ad intervenire. Ma il governo olandese rifiutò di collaborare, in quanto,


dipendendo quasi esclusivamente dalle tasse e dagli altri tributi prelevati dalle colonie, non vedeva, anche in considerazione della diversa situazione delle Indie Olandesi, la necessità di applicare delle restrizioni alla produzione. L’Inghilterra fu costretta ad inaugurare da sola il piano di controllo. Tutto procedette relativamente bene fino al 1925, anno in cui si fece avvertire una forte richiesta di caucciù, specialmente da parte degli USA, che dette origine ad un vigoroso incremento delle esportazioni soprattutto, come è ovvio, dalle Indie Orientali. Ma gli enormi profitti così accumulati stimolarono ancora una volta a dismisura la produzione, facendo cadere nuovamente i prezzi. E, ancora una volta, soltanto l’Inghilterra ricorse ai provvedimenti restrittivi, mentre gli altri paesi non cessavano di incrementare la produzione, finché anche l’Inghilterra non comprese l’inutilità dei suoi sforzi e abbandonò il piano di controllo che essa stessa aveva elaborato. Comunque fino al 1929 le condizioni dell’industria del caucciù si mantennero sostenibili, ma col tracollo subíto nel 1930 dall’economia mondiale, la concorrenza tra le aziende europee (che, nel frattempo, avevano elaborato dei sistemi in grado di ridurre ulteriormente i costi di produzione), e gli indigeni divenne così aspra da rendere del tutto caotica la situazione. A questo punto anche il governo olandese ritenne necessario venire a patti con i concorrenti, e furono riprese le trattative con l’Inghilterra, fino alla stipulazione di una sorta di accordo sulle quote di produzione. Ma la differenza delle condizioni in cui operano i produttori inglesi ed olandesi da una parte, e gli indigeni dall’altra, nonché l’antagonismo dei loro interessi, continuano a rendere assai difficoltoso il pratico funzionamento di questo accordo, tanto più che soprattutto in questo settore ciò che è determinante sono le condizioni di prosperità generale ed il progresso della tecnica (basti pensare agli sforzi del governo tedesco di promuovere la produzione della gomma artificiale). L’industria del caffè è un altro campo in cui sono stati sperimentati, a più riprese, diversi piani di controllo. Andiamo quindi a vedere come si è sviluppata nel paese in cui essa costituisce la base dell’intera vita economica, e cioè nel Brasile. L’industria brasiliana del caffè ha conosciuto nel corso degli ultimi decenni un’espansione senza precedenti, dovuta a condizioni eccezionalmente favorevoli, cui non ha però corrisposto un adeguato incremento della domanda a livello mondiale. A questo stato di cose, destinato a provocare prima o poi il crollo dell’intero settore, i produttori, dopo una serie di altri infruttuosi tentativi di mantenere il prezzo a livelli accettabili, hanno risposto, a partire dal 1931., con il ricorso alla politica di distruzione. Già nel 1923 si era tentato di introdurre un piano di restrizione produttiva che però, anche a prescindere dalle difficoltà della sua applicazione dovuta alla scarsità del personale addetto alla sorveglianza, fu completamente polverizzato, nel 1929, dalla depressione e dall’eccezionale abbondanza del raccolto; quest’ultima era il risultato delle innovazioni tecniche introdotte in precedenza nei metodi di coltivazione. Si passò così alla vera e propria


distruzione del raccolto, in base alla quale sono stati bruciati, fino al 1935, circa 35 milioni di sacchi caffè, ad opera cli squadre speciali finanziate mediante una tassa sull’esportazione di caffè. Certo appare fantastico ed incredibile che il capitalismo, per preservare se stesso, sia stato costretto a ricorrere ad una distruzione e ad uno spreco così costosi di forza-lavoro e di merce; ma nel sistema capitalistico le merci vengono prodotto in primo luogo per il mercato e solo secondariamente per l’uso. L’abbondanza costituisce, pertanto, per il sistema una spada di Damocle che esso deve eliminare con ogni mezzo per poter trarre profitto dalla vendita dei suoi prodotti. L’ampiezza di questa distruzione viene messa bene in rilievo da alcuni passi di Markets and Men, dove si legge: Oltre un milione di persone lavorarono due anni interi, sudando da mane a sera dietro a 2000 milioni di piante di caffè … il raccolto veniva portato a dorso di mulo o con carri rudimentali per strade impervie fino alla ferrovia … e al termine del viaggio veniva ammassato in enormi cumuli che, con l’aiuto del petrolio, venivano dati alle fiamme … L’intero lavoro di due anni andò in fumo. Il Brasile, come tutti i paesi in cui predomina la monocultura, ha un’unica speranza di risolvere le sue difficoltà: vale a dire intraprendere la coltivazione di altri prodotti. Uno di questi prodotti è il cotone che, come si è già verificato, il Brasile può produrre alla metà del costo degli USA. In proposito scrive il “New York Times” del 17 giugno 1937: Il Brasile si sta facendo avanti minaccioso sul mercato del cotone, distruggendo la tradizionale egemonia del cotone statunitense a livello mondiale. I produttori stranieri, incluso il Brasile, hanno incrementato fortemente la produzione portandola da 13.000.000 balle nel 1934, a quasi 18.000.000 balle. A questo stadio dello sviluppo capitalistico tutte le conferenze economiche sono destinate a fallire. Perfino la stampa è scettica, e il “New York Times” scriveva, in occasione della recente conferenza internazionale di Genova: È difficile vedere come un’ambiziosa conferenza su problemi economici potrebbe risolversi in qualcosa di meglio di un fiasco perfino dopo un anno intero di lavoro. Al metodo della conferenza è mancata financo la capacità di suscitare fruttuosi conflitti, nè c’è stata una traccia di quel dare ed avere a livello di politica economica che è indispensabile al successo di una conferenza … Si sta dimostrando sempre più difficile per alcune nazioni sbloccare i canali del commercio internazionale, indipendentemente dalla pena che i loro governanti si danno per tentare di farlo.


E la Germania, assente dalla conferenza internazionale, ha affermato senza reticenze che non era incline a prendere parte ad inutili discussioni e conferenze economiche che pongono i problemi in maniera sbagliata e rappresentano tutt’al più una mera perdita di tempo per il raggiungimento di definiti obiettivi politici. Anche Norman Davis, il portavoce americano al recente convegno sullo zucchero a Londra, ha espresso molto francamente le sue impressioni circa una generale riluttanza delle potenze europee a discutete, in questo momento, nuovi piani di disarmo e di problemi economici nonostante le prese di posizione pubbliche tese ad affermare il contrario. Ma la Società delle Nazioni prosegue imperterrita nella sua opera di manipolazione dell’opinione pubblica, convocando decine di “serie” conferenze sul disarmo e su problemi economici che vengono ufficialmente tanto più tenute in conto dalle grandi potenze quanto meno rilevante è la loro efficacia pratica. L’accesso alle materie prime e ai generi di prima necessità e il loro controllo sono ormai le esigenze più urgenti a livello mondiale, come ha messo chiaramente in rilievo l’ultima guerra mondiale. I paesi si dividono quindi fra le nazioni che “possiedono” — che sono cioè ricche di materie prime e risorse, come gli Stati Uniti, l’Inghilterra, la Russia e l’Olanda — e le nazioni che non “possiedono” — come la Germania, l’Italia ed il Giappone — e che, quindi, non solo non possono disporre degli extra-profitti realizzati dalle prime, ma sono anche da quest’ultime dipendenti, soprattutto in caso di guerra. La dipendenza tedesca dai mercati e dai rifornimenti esteri è stata, com’è noto, una delle cause principali delle difficoltà della Germania prima e durante la Grande guerra, e cosciente dei pericoli insiti in questa mancanza di autonomia, questo paese sta ora portando avanti a tappe forzate un programma per la produzione di materie sintetiche destinato a ridurre considerevolmente in 4 anni questa dipendenza dall’estero, soprattutto per quanto concerne il petrolio, la gomma, i metalli e i generi alimentari. Il piano tedesco richiede notevoli investimenti di capitale per lo sviluppo delle industrie nazionali; per questo il governo ha più che duplicato la pressione fiscale sulle importazioni, sottoposte spesso, come ad esempio avviene nel caso della gomma naturale, a tasse pari al 100% del loro valore, ed esercita un rigoroso controllo dei prezzi agricoli ed industriali. Oltre a ciò la stretta creditizia recentemente introdotta mira ad incoraggiare l’esportazione ed ogni forma di scambio non monetario, cioè di baratto — macchine contro materie prime — con l’estero. In questo modo si è avuto, ad esempio, una rapida


crescita della produzione nazionale di ferro, di zinco e perfino di petrolio, con un tasso di incremento oscillante, nel periodo 1932-1935, tra il 50% ed il 200%. Un esercito di chimici e di ricercatori sta lavorando alla produzione sperimentale di gomma sintetica, di petrolio ed olio minerale ricavati dal carbone, di seta e di fibre artificiali, di tessuti e generi alimentari — come zucchero, alcool, glicerina, proteine, grassi, carboidrati, ecc. — derivati dal legno; contemporaneamente si incoraggiano mediante sussidi gli allevatori di bachi da seta e di ovini, e i coltivatori del lino. Un altro importante settore di questo programma è quello che prevede tutta una serie di piani per la rigenerazione dei materiali usati, che vanno dalla raccolta dei metalli usati a quella degli abiti usati, portata avanti di porta in porta dalla Gioventù hitleriana. L’Italia, la più povera di materie prime fra le grandi potenze, è diventata una delle nazioni che si contendono a livello mondiale il mercato del caffè, dopo che agli inizi dell’anno è stato messo in vendita in Italia il primo caffè proveniente dall’Etiopia. Certo, lo sviluppo delle possibilità da parte dell’Italia di arrivare al pieno sfruttamento delle ricchezze che l’Etiopia si ritiene possegga, dipende dalla rapidità con la quale viene reperito il capitale necessario per la creazione di impianti di lavorazione e di coltivazione tecnologicamente avanzati. “Nessuno può però mettere in dubbio che con l’Etiopia l’Italia ha acquistato qualcosa che col tempo si rivelerà una proprietà di notevolissimo valore”, afferma un comunicato giornalistico italiano. Il Giappone è un’altra di quelle nazioni il cui sviluppo economico è stato a lungo frenato dalle altre potenze imperialistiche. Va da sè che il Giappone è un nemico dello status quo; questo paese è infatti arrivato alla maturità imperialistica post festum, quando la spartizione del mondo era già avvenuta, almeno per quanto riguarda i territori più redditizzi e desiderabili. Per quanto riguarda il territorio il Giappone differisce comunque considerevolmente dalla Germania, avendo quintuplicato nel giro di 40 anni le aree territoriali sotto il suo controllo, in seguito alle guerre con la Cina, la Russia e la Manciuria. Queste conquiste non hanno però risolto l’endemica penuria giapponese delle risorse necessarie per il mantenimento di un esercito moderno, così come di una flotta e di un’aereonautica efficienti. La dipendenza dalle altre nazioni rappresenta un grosso ostacolo per un capitalismo giovane ed aggressivo come quello giapponese che, oltre a coprire i bisogni di una popolazione in vertiginosa espansione, deve soprattutto sviluppare una industria costosa come quella degli armamenti, e soffre di una endemica carenza, ad esempio, di olio minerale. Il Giappone consuma, infatti, oggi una quantità di olio quattro volte maggiore rispetto a dieci anni fa, con una riduzione della quota destinata ai consumi domestici, rispetto al fabbisogno complessivo, pari al 16%. Accanto ad una serie di altri provvedimenti — come una legge che obbliga tutte le compagnie petrolifere a mantenere una


riserva sufficiente per sei mesi del prezioso materiale — sono stati elaborati giganteschi programmi per l’estrazione del petrolio dal carbone; tutto ciò fa parte di un più vasto piano, recentemente varato, di rafforzamento dell’esecutivo cui, per accelerare l’“espansione della produzione”, sono stati conferiti eccezionali poteri di controllo sull’industria, la finanza ed il lavoro. Lo Stato contempla — come si legge in recenti inchieste su questo tema -il servizio lavorativo obbligatorio, la razionalizzazione ed il controllo delle industrie essenziali, il controllo delle banche e degli investimenti, un accresciuto controllo sullo scambio con l’estero, la promozione delle esportazioni e la restrizione delle importazioni. Tutto il mondo è oggi scosso da un’ondata di tentativi di monopolizzazione, o di nazionalizzazione delle industrie, e, più in generale ancora, di sforzi diretti a rafforzare le strutture nazionali, nella disperata ricerca di una soluzione alla stagnazione dei profitti. Basti pensare anche soltanto ai tentativi di nazionalizzazione portati avanti in Messico, un paese ricchissimo di risorse naturali e di immensi giacimenti minerari (di argento, petrolio, carbone, mercurio). L’industrializzazione è relativamente sottosviluppata, e la maggior parte delle grandi imprese e dei mercati è nelle mani di monopoli stranieri, ma, sotto la spinta di forze economiche interne, il Messico è ora determinato ad inaugurare un piano sessennale per la “messicanizzazione” delle sue industrie, forte anche di una legge per l’espropriazione recentemente varata. Il primo passo in questo senso fu l’annullamento delle licenze straniere per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi approvato dalla Corte suprema messicana, cui seguì a ruota l’espropriazione delle Ferrovie Nazionali, in cui l’Inghilterra, gli Stati Uniti e — in misura minore — la Francia, la Germania ed il Belgio, avevano investito forti quote di capitale. Oltre a ciò è stata imposta una tassa del 35% sulle imprese americane operanti nel paese e, sempre a compagnie americane, sono stati sottratti — secondo le norme del nuovo Codice agrario messicano — grossi appezzamenti di terra che sono stati poi distribuiti ai contadini messicani. Nonostante le vibrate proteste da parte americana, la “legge” sta dalla parte del Messico; ma le frizioni fra i due paesi si stanno facendo insostenibili. Il governo greco ha recentemente esteso i monopoli di stato fino ad includervi la benzina, il kerosene ed altri combustibili. In Turchia è stato introdotto un monopolio del petrolio controllato dallo stato, nonostante le proteste delle delegazioni inglese ed americana contro la chiusura dei loro distributori. Per ora tutti questi conflitti si svolgono però in maniera ancora per lo più coperta ed indiretta: così dietro alla guerra tra Bolivia e Paraguay, si celava la lotta degli interessi petroliferi americani contro quelli anglo-olandesi; in Cina, il Giappone viene appoggiato o combattuto da tutta una serie di potenze che però non escono allo scoperto, e in Spagna ci troviamo, in ultima analisi, di fronte alla lotta del capitale inglese contro quello tedesco ed italiano.


L’Inghilterra, la più grande potenza dell’Europa, avendo ancora tutti i suoi possedimenti intatti, si comporta di conseguenza: parla di cooperazione e di neutralità e propone ogni sorta di incontri e di conferenze, solo per guadagnare tempo e prepararsi meglio al futuro macello. Intanto, manovrando sott’acqua, essa è riuscita alcune settimane orsono a conquistare una posizione strategica dominante nell’industria mitteleuropea dell’acciaio, assicurandosi lo sfruttamento di una gran parte del ferro e dell’acciaio cecoslovacchi e rafforzando, quindi, la sua posizione nei confronti della Francia e dell’Italia, le cui fabbriche di munizioni dipendono da questo acciaio. Questa mossa inglese può essere indirettamente considerata un’eco all’atteggiamento della Francia sulla “Socializzazione degli impianti bellici”, in base al quale nel marzo di quest’anno è stato rilevato dal governo francese tutto il gruppo Schneider-Creusot. Riassumendo, possiamo dunque individuare come caratteristica del presente sviluppo economico la tendenza verso la monopolizzazione, la concentrazione capitalistica e l’estensione del controllo statale. Ciò frena lo sviluppo delle forze produttive ed inasprisce la concorrenza su scala internazionale, cui si tenta inutilmente di porre rimedio con programmi di controllo cosciente dei mercati e della produzione che sono, in realtà, piani di distruzione “pacifica”. Fino ad ora, però, ciò non è servito a provocare un’inversione della tendenza al calo costante del tasso di incremento della produttività mondiale, passato dal 6,2% del periodo 1860-1900, allo 0,5% attuale. Sempre più evidente si fa, quindi, l’inevitabilità di una soluzione violenta delle difficoltà del capitalismo odierno, che solo attraverso l’eliminazione delle nazioni più deboli a vantaggio delle potenze capitalistiche più forti può sperare di prolungare la sua esistenza. Da International Council Correspondence cit., n. 7-8, agosto 1937; ora in New Essays cit., vol. III, pp. 14-24 (1) I seguenti esempi sono tratti dal libro Markets and Men, di J. W. F. Rowe, New York, Macmillan, 1936.


crollo dei marcati e capitalismo mondiale