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arte storia e natura prodotti tipici

Numero 1 - Ottobre 2013 - Periodico - Distribuzione Gratuita

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ACQUA:

MINACCIA O RISORSA? LA BASSA, PAESAGGIO CELESTE NELLE TELE DEI GRANDI MAESTRI


speakout@live.it

Direttore responsabile: Mattia De Poli Hanno collaborato a questo numero: Mauro Gambin Loredana Pavanello Alessandro Tasinato

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L’oro blu del futuro AGRICOLTURA

Progetto Grafico:

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Think! soluzioni creative Piove di Sacco (PD) think.esclamativo@gmail.com Tel. 049 5842968

Vie d’acqua, vie del potere

Vendita spazi pubblicitari: Speak Out srl speakout@live.it Stampa: Tipolito Moderna srl Due Carrare (PD) Tel. 049 9125947 Giornale chiuso il 4 ottobre 2013 Tiratura: 5000 copie Diffusione: periodico Iscrizione al Registro degli Operatori di Comunicazione (ROC) n. 23644 del 24.06.2013 Iscrizione al tribunale di Padova n. 2329 del 15.06.2013 Iscrizione del marchio presso Ufficio Italiano Brevetti e Marchi (U.I.B.M.) n. PD 2013C00744 del 27.06.2013 Tutti i diritti sono riservati. Gli articoli possono essere riprodotti solo con l’autorizzazione dell’editore e in ogni caso citando la fonte. Gli articoli firmati impegnano esclusivamente gli autori. Dati, caratteristiche e marchi sono generalmente indicati dalle case fornitrici (rispettivi proprietari) Speak Out srl Piazza della Repubblica, 17/D Cavarzere - VE

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INTORN

ED STORIA

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Tra mura e corsi d’acqua

PERCORSI

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Venetkens

ARTERRA

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Maltagliati ai funghi chiodini

CON I PIEDI SOTTO LA TAVOLA


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SPEAK OUT SRL - speakout@live.it Cell. +39 373 5179581 - Cell. +39 373 5191679


EDITORIALE

Solo restando con i piedi per terra si fanno passi concreti di Mattia De Poli

“G

uarda dove metti i piedi!”: tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo sentito o pronunciato queste parole. Lungo un cammino impervio e accidentato. Di fronte ad ostacoli, in presenza di fragili equilibri e di molte criticità. In nome del rispetto tra persone che convivono nello stesso ambiente. Eppure proprio quei piedi, che a volte calpestano, schiacciano e urtano, servono per stare in piedi e per camminare. Per andare avanti. Solo “restando con i piedi per terra” si possono compiere dei passi concreti, seguendo una direzione e un’intenzione. E per evitare di inciampare, di scivolare, di cadere, bisogna tenere la testa alta e guardarsi attorno: considerare la posizione in cui ci si trova e quella che si vuole raggiungere. Come quando si vuole attraversare la strada a piedi e si volge lo sguardo a sinistra, a destra e ancora a sinistra... Karen Blixen ricorda un racconto, ascoltato nella sua infanzia. Un uomo viveva presso uno stagno e una notte fu svegliato da un rumore, uscì di casa e si mise a cercare l’origine di quel rumore, camminando in diverse direzioni, finché trovò una falla nell’argine e vi pose rimedio. La mattina seguente, affacciandosi dalla finestra, vide con stupore che le orme lasciate dai suoi passi durante la notte disegnavano la figura di una cicogna. Quale meraviglioso disegno può realizzare l’umanità nel suo complesso? Quale confuso pantano può produrre un calpestio disordinato? “Rimanere con i piedi per terra” vuole essere un modo per riflettere sulla realtà presente, con uno

sguardo al passato e uno al futuro. Allora, schiena dritta e… piedi per terra! In una società in cui risuonano ancora le parole di Martin Luther King e quelle più recenti di Steve Jobs, che esortano a inseguire i sogni e a non accontentarsi mai, rimanere “con i piedi per terra” non significa rinunciare a volare o a sognare né vuole essere un invito a volare basso. Anzi, volare in alto rincorrendo i propri sogni aiuta, perché i sogni danno la spinta necessaria ad agire e ad avanzare. Porsi obiettivi ambiziosi, lo afferma anche Guicciardini, è una condizione indispensabile per il compimento di opere importanti. Ma se vogliamo raggiungere dei risultati concreti, se vogliamo che i cambiamenti siano solidi e duraturi e non siano soggetti alla mutevolezza del vento, dobbiamo fare i conti con la realtà. Iniziative individuali, di solito, hanno vita breve: non vanno oltre il tempo della vita di un uomo. Se non sono condivise, rischiano di lasciare nella migliore o nella peggiore delle ipotesi - un segno, un graffio, che non migliora ma deturpa. Un’opera incompiuta o un gioiello che nessuno potrà mai sfoggiare. Riflettere sul nostro passato e sul nostro presente e condividere le conoscenze che permettono di consolidare la consapevolezza personale sono il presupposto di chi, secondo l’insegnamento di lord Baden Powell, fondatore dello scoutismo, vuole lasciare il mondo un po’ migliore di come l’ha trovato.

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ELZEVIRO

Acqua:

minaccia o risorsa?

L’

assemblea generale delle Nazioni Unite ha dichiarato il 2013 anno internazionale della cooperazione idrica. È un tema di indubbia importanza, soprattutto in Veneto, dove l’acqua ha assunto la mutevole forma di risorsa, sempre più preziosa quando scarseggia nelle estati siccitose, e di minaccia, quando è troppa e rischia di traboccare oltre gli argini dei fiumi. In realtà in entrambi i casi si tratta di un’emergenza dalle due facce, come una medaglia, ma che va ricondotta allo stesso comune denominatore, la sua gestione. Il Veneto contadino, cioè quasi tutto il passato di questa regione, aveva trovato non senza difficoltà una simbiosi con l’acqua, l’economia rurale del pre-boom economico funzionava a braccia oppure nella sua forma più tecnologica ad acqua. Energia pulita si direbbe oggi. Tuttavia non era solo

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forza motrice, l’acqua serviva per gli impianti molitori, e visto che questa era la terra della polenta è facile intuire che importanza tale attività avesse, ma l’acqua era elemento caratterizzante il territorio. È solo grazie alla sua abbondanza che in queste lande, nei secoli, si sono potute specializzare colture come la canapa o il riso. La stessa abbondanza ha reso necessarie bonifiche nelle quali nei secoli è stata impiegata in larga misura forza lavoro. Gli scariolanti. Poi ancora l’acqua era risorsa, ai fiumi erano legate attività come la pesca, l’estrazione della sabbia e dell’argilla o ancora i commerci. Il traffico delle barche non deve essere stato molto diverso dall’attuale coi i camion, per i trasporti anche allora c’era una corsia preferenziale. Per garantire la circolazione delle imbarcazioni, in un congruo regime idrico, ad esempio, veniva proibito


ELZEVIRO in certi giorni l’approvvigionamento di acqua a scopo irriguo, costanti, inoltre, erano gli interventi messi in campo per migliorare la circolazione delle imbarcazioni e non mancavano provvedimenti di natura legale. Salatissime, infatti, erano le multe ai mulini galleggianti che intralciavano il passo dei buoi o delle funi con le quali le imbarcazioni venivano trainate contro corrente per la risalita. All’ordine del giorno, ovviamente, erano anche le dispute per i parcheggi, o meglio dei posti barca, dispute che non di rado sconfinavano in risse che potevano finire anche in tribunale. Non era facile la convivenza con l’acqua, serviva una “cultura dell’acqua” per riuscirci. Serviva mantenere l’equilibrio tra queste terre e l’acqua, e osservare il basilare principio che “l’acqua va sempre alle basse”. Ecco, bastava non stare troppo “alle basse”. Quando invece il Veneto è diventato la locomotiva del Nord Est ha cercato con il cemento una nuova convivenza. Dimentico Oggi viene da del proprio passato palafitticolo, e del buon maledirla l’acqua risultato ottenuto con quando dilaga Venezia, anch’essa su in alluvioni ma pali, l’uomo veneto ha cercato altre profondità, non è naturale arrivando a scoprire per la calamità la propria casa il piano provocata dalla seminterrato. La taverna, lo spazio casalingo, cattiva gestione emblematico dell’ascedel territorio sa economica del Nord Est, ne è la testimonianza più lampante oltre che un campionario del cattivo gusto per l’arredamento. Questa sorta di cripta domestica, posta in posizione ipogea anche per aggirare le tariffe imposte dal piano regolatore, insieme al garage è stata il contenitore delle ricchezze e dei nuovi costumi prodotti dal miracolo del Nord Est, cioè “macchinoni tedeschi” e cene a base di “polenta osei”: a qualcuno bastava anche solo la polenta per sentirsi venetico. Ecco, mettere la propria identità etnica e il proprio valore “status symbol” in una zona così “bassa” della casa, forse è stato il primo tradimento dei patti con l’acqua, il secondo dimenticarsi di essere stati contadini, il terzo la cementificazione estensiva. Oggi viene da maledirla l’acqua quando si prende i seminterrati delle case, dilava intere campagne e dilaga in alluvioni tanto da far invocare lo stato di calamità naturale. Però, anche sui termini occorrerebbe essere precisi: non è naturale la calamità che viene provocata dalla cattiva gestione del territorio. Se nel sottopassaggio dell’autostrada dopo un temporale estivo ci sono tre metri di acqua, sei carpe e due

Le arginature dei fiumi sono ancora quelle realizzate dagli scariolanti alla fine dell’800.

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ELZEVIRO

pesci siluro, non ci si può attaccare al clima, seppur cambiato negli ultimi anni. Poi, per carità, non ci saranno più le mezze stagioni ma la calamità è qualcosa che ha a che fare con l’ineluttabilità e la fatalità, non con gli uffici tecnici. Dico gli uffici tecnici, perché alla base dei rapporti con l’acqua ci sono dei numeri, quelli del professor Rinaldo dell’Università di Padova, ad esempio, rivelano che ad una progressiva urbanizzazione, mettiamo del 20%, corrisponde un aumento di portata idrica per il deflusso delle acque pari al 100%. Il rapporto è semplice: 1 a 5. Spesso, però, è stato applicato al contrario e alla crescita estensiva del cemento pari a 5, i canali di scolo sono rimasti quelli di un secolo fa, quelli, per intenderci, delle bonifiche di fine ‘800. L’accusa non suoni come l’ennesimo scaricabarile, però è doveroso riflettere se in questi anni anche i cambiamenti sociali abbiano avuto un riflesso sui rapporti con l’acqua, il siparietto sulla taverna di qualche riga più su è volutamente dipinto in modo grottesco, però è vero che in questi anni qualcosa è cambiato. Nel 1951 gli abitanti, in Italia, erano 47 milioni, circa, ed occupavano appe-

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na 750.000 ettari urbanizzati (sui 30 milioni di ettari complessivi, pari al 2,5%) ma nel 1986 la popolazione cresciuta di “soli” 10 milioni occupava una superficie urbanizzata di oltre 2.100.000 ettari. Il triplo in soli 35 anni! Che cosa è successo? La risposta è semplice, in questo lasso di tempo l’Italia ha cambiato la sua economia da agricola a industriale-manifatturiera. Nel Veneto tale metamorfosi è risultata essere anche più accentuata, visto che il modello di sviluppo basato sulla cementificazione non ha avuto alcuna pianificazione e anzi ha insistito su un territorio preparato per avere un’altra vocazione. Ciò è successo e sotto gli occhi di tutti e nel silenzio della maggior parte di questi, quindi inutile oggi buttare addosso la colpa ai cementificatori selvaggi: certo, l’anello al naso qualche amministratore locale, incline a farsi ingranaggio dell’unta macchina delle speculazioni edilizie, deve averlo avuto ma è evidente che la risorsa acqua ha iniziato a venire meno quando questo popolo, così fiero, ha iniziato a pensare se stesso in modo diverso. Più furbo degli altri magari. Qualche decennio fa nella manutenzione degli argini e delle bonifiche veniva


ELZEVIRO investito il 14% del Pil, oggi lo stesso investimento è solo dello 0,7%. Chi è pratico di economia e proporzioni può anche divertirsi a mettere in relazione i due dati e forse trovare una sostanziale continuità ma basta andare indietro con i propri ricordi per fare un confronto e accorgersi che questa terra ha tagliato i ponti con l’acqua. Avete presente quando la signorina al mare prende la prima onda sopra le ginocchia? Ecco si ritrae. E così ci siamo ritratti anche noi dai fiumi ma non perché l’acqua era fredda, perché era inquinata. Negli anni ‘30 in Adige o nel Po c’erano gli stabilimenti elioterapici. I bambini venivano mandati a prendere sole e aria sulle spiagge, facevano ginnastica. Qualcuno oggi manderebbe i propri figli a giocare sulle rive dei fiumi convinto di fare il loro bene? Evidentemente no, vuol dire che di questo paesaggio ci siamo giocati qualcosa. Paradossalmente, è giusto dirlo, nel segno del benessere. Fino a ieri chi veniva nel nome del lavoro e dello sviluppo poteva molto in una terra come la nostra, anche avvelenarci i fiumi poteva. L’acqua tanto avrebbe continuato a scorrere, nei rubinetti fresca o calda secondo l’occorrenza ma pur sempre pulita. Pensare che non vi fosse alcune relazione tra ciò che scorreva in campagna e ciò che

passava nei tubi di casa nostra è stata una leggerezza costata cara quanto credere di poter rinunciare ad essere agricoltori. Quando il terreno coltivato è meno del 50 per cento della superficie complessiva, nelle aree di pianura è già allarme potenziale per l’equilibrio idrogeologico. Quanto siamo distanti da questa percentuale oggi? Secondo i dati diffusi dalla Regione Veneto, le campagne coltivate sono scese dal 54 per cento al 44 per cento dell’intero territorio veneto, Padova e Treviso nel 2011 risultano tra le 10 più cementificate d’Italia, rispettivamente con il 23% e il 19% del proprio territorio occupato, la media italiana è del 6,7%. È chiaro perché non c’è nulla di naturale nelle calamità che accadono? Pareva un sacrificio giusto immolare la terra alla causa del cemento ma oggi che la locomotiva del Nord Est traina meno, per tornare a crescere si prendono in esame altri modelli di sviluppo. Si parla di rilancio del primario, di incentivare il turismo … viene da chiedersi allora se questa regione abbia impiegato nei decenni le proprie risorse con lungimiranza e se oggi lo scoprirsi eccessivamente cementificati non porti un po’ di quella vergogna provata dai biblici progenitori, accortisi nudi, proprio nel momento di abbandonare il paradiso terreste.

Quando il terreno coltivato è meno del 50% della superficie complessiva, nelle aree di pianura è già allarme potenziale per l’equilibrio idrogeologico.

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messaggio pubbliredazionale

LA FOSSETTA,

IL CANALE CHE PERMETTEREBBE DI GESTIRE LE PIENE DEL GORZONE Il Consorzio ha stretto un accordo di programma con l’Arpav per una campagna di monitoraggio sulle acque del Fratta nei periodi di piena, per capire se esistano rischi di inquinamento per l’Adige “Piove, governo ladro!”. Di solito hanno dimenticato di vivere in una si reagisce così agli accidenti che terra che fino a qualche secolo accadono, attribuendo altrove le fa era in buona parte palude”. “A responsabilità dei propri patimen- questo Consorzio compete una ti. Specialmente quando piove zona difficile – continua il direttotanto, tanto da poter chiamare re Tiziano Greggio – una conca, quest’acqua “alluvione”, la corsa contenuta a Nord dai Berici e daall’attribuzione delle responsabili- gli Euganei a est dalla confluenza tà si fa addirittura frenetica. “Inve- dei fiumi Brenta e Gorzone a Sud ce – spiega il presidente del Con- dall’Adige a Ovest dal Fratta, atsorzio di Bonifica Adige Euganeo, traversata da fiumi che negli ultimi Salvan Antonio, anni sono andala colpa è un po’ di ti in sofferenza Il Consorzio di Bonifica tutti. Lo è di chi ha a causa, certo, Adige Euganeo gestisce interrato il 35% dei di precipitazioni un’area difficile dove quasi fossi non consortistraordinarie ma tutti i fiumi sono pensili li, ossia di quella anche per effetto rete di canali che di tutta una sepermettevano lo sgrondo delle rie di interventi messi in pratica terre e che trattenevano l’acqua in dall’uomo, come se si fosse dicampagna senza far arrivare una menticato che questa è sempre massa d’acqua imponente alle stata una terra a rischio idrologiidrovore mandandole in sofferen- co”. Sono stati gli interventi proza; è colpa di chi ha cementifica- gettati delle grandi menti e dei to troppo rendendo impermeabili i grandi investimenti del passato suoli; ancora lo è di chi, in questi a tenere asciutto il territorio. Tra anni, ha fatto mancare i soldi per ‘500 e ‘800: retratti, bonifiche, le manutenzioni e gli ammoder- arginature, idrovore hanno reso namenti degli impianti idrovori e stabile, e continuano a farlo, un in generale lo è di tutti coloro che territorio che non lo era mai stato.

Consorzio di Bonifica Adige Euganeo www.adigeuganeo.it

“Stiamo parlando di un sistema di sgrondo delle acque pensato quasi totalmente sul corso del Gorzone e così è tutt’oggi. Basti sapere che buona parte dei 55 impianti di sollevamento acque del nostro Consorzio scaricano su questo fiume la pioggia che cade su un territorio vasto 80 mila ettari, l’intero bacino consortile è di 120 mila. Un bacino, come abbiamo detto, nel quale negli ultimi anni sono intervenuti profondi cambiamenti che ne hanno sconvolto le caratteristiche di partenza mandando in difficoltà il deflusso delle acque attraverso quest’unico fiume. Oggi servirebbe un Gorzone due ma è un’opera faraonica che non può essere realizzata”. L’IDEA DEL CONSORZIO Quando il Gorzone è in piena – spiega il presidente Salvan – e ultimamente capita 3-4 volte l’anno, tra primavera e tardo autunno, l’autorità regionale ci impone di fermare le idrovore per non compromettere la sicurezza delle arginature del fiume. Di conseguenza


CC

HIGL IONE

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FIUM

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(+8,00) (+7,00)

LIVELLO MAX PIENA DELLʼACQUA

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S. SILVESTRO

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BARBEGARA

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FIUM

F. BACCHIGLIONE

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SEZIONE SCHEMATICA

FIU ME

F. GORZONE

IMMAGINE 2

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IL PROBLEMA, QUESTIONE DI VALUTAZIONI “Va detto che l’eventuale competenza di questo intervento è della Regione, il Consorzio gestisce beni che non sono propri, i fiumi i corsi d’acqua sono del Demanio e della Regione Veneto. Tuttavia come Consorzio ci corre l’obbligo e la sensibilità di prendere in esame le possibili soluzioni. Di più: siamo disposti ad investire in

questo senso per fornire alla Re- anche dei fanghi del Fratta, degione elementi certi, per quanto positari degli inquinanti prodotti riguarda l’ingegneristica e l’im- in passato dalla concerie. Credo patto ambientale. Definiamolo un che alla Regione occorreranno dei aiuto con la speranza di fornire un termini di valutazione, ossia serva quadro il più possibile dettagliato capire se sia più utile gestire i pea riguardo dei pro e dei contro di riodi di emergenza alluvionando questa eventuale opera”. Tante alcune aree del territorio oppure precauzioni si rendono necessarie gestendo il passaggio di acqua in virtù del fatto che tale progetto del Fratta in Adige, eventualmennon piace a tutti te anche con la La rete per la gestione e anzi preoccupa parzializzazione dello sgrondo delle acque non poco l’ipotedel funzionamenè ancora quella del passato si che le acque di to degli acquema il territorio è cambiato uno dei fiumi più dotti nel periodo inquinati d’Italia interessato dal (il lettore ricorderà le vicende di passaggio delle acque del Fratta, inquinamento legate alle industri sempre che questo non determini conciarie di Arzignano) raggiunga situazioni di inquinamento permal’Adige le cui acque invece ven- nente al grande fiume. Sappiamo gono prelevate dagli acquedotti anche che esiste un progetto dee distribuite all’utenza. “Stiamo nominato Master Plan per la rete ancora ragionando – rassicura acquedottistica, che prevede che Salvan – anzi per adesso stiamo gli acquedotti dell’Adige dovrebancora valutando. A tal proposi- bero sparire nei prossimi anni, se to abbiamo stretto un accordo di così fosse non esisterebbero più programma per una campagna di controindicazioni a questo intermonitoraggio con l’Arpav, per una vento. Comunque, ripeto, queste serie di controlli delle acque sia saranno scelte della Regione, il del Fratta che dell’Adige durante Consorzio si preoccupa di fornire il periodo di piena. Questo ci per- l’ipotesi di un sistema di emergenmetterà di capire se nel momen- za, certo, con l’augurio di non doto di massimo regime del fiume, verlo usare mai ma che garantisca una scolmatura delle acque su- una sicurezza idraulica in più al perficiali comporti ad un travaso territorio”.

F. ADIGE

le zone più basse, in prossimità agli impianti idrovori, si allagano, tra gli strali dei nostri consorziati. Noi siamo i primi a dispiacercene, anche perché destinatari degli strali, ma non possiamo fare altrimenti. A meno che, e questa è l’idea, non si trovi un altro fiume in cui convogliare le acque delle precipitazioni intercettate dalle idrovore. Noi – precisa Salvan – avremmo pensato all’Adige. Tra Merlara e Castelbaldo, l’Adige è collegato al Gorzone (Fratta) da un canale di bonifica medievale, la Fossetta, che appunto porta acqua dal grande fiume al Fratta per scopi irrigui. Noi ci stiamo chiedendo se oggi non possa essere usato nel senso inverso ossia portare l’acqua del Fratta all’Adige, in modo da scolmarne le piene.

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LIVELLO MEDIO DEL MARE

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SEZIONE SCHEMATICA Zona Conselvano-Cavarzerano

Consorzio di Bonifica ADIGE EUGANEO – Uff. CONSELVE – Viale dellʼIndustria,3 – Tel. 049.9597424 – Fax 049.9597480 Sito: www.adigeuganeo.it - E-Mail: protocollo.conselve@adigeuganeo.it

Immagine 1: L’area interessata dal consorzio di Bonifica Adige Euganeo, su 95 mila ettari di superficie (colorati in azzurro) le acqua piovane possono essere allontanate e portate al mare solo grazie agli impianti idrovori (segnati in rosso) Immagine 2: Fiumi e canali arginati del territorio. Come si può constatare quasi tutti i corsi d’acqua sono pensili, ossia il loro alveo è più alto del piano campagna. Questo li rende particolarmente pericolosi in quanto le loro acque si riverserebbero quasi completamente fuori dagli argini in caso di una rotta

ESTE Via Augustea, 25 - Tel. 0429 601563 Fax 0429 50054 CONSELVE Viale dell’Industria, 3 - Tel. 049 9597424 Fax 049 9597480


Acqua, Acqua la storia ci insegna a proteggerla

il Veneto è ricco di “oro blu” ma la tutela della sua qualità è un problema attuale In Veneto l’acqua, distribuita dagli acquedotti e destinata al consumo umano, ha origine per il 90% da fonti sotterranee, pozzi e sorgenti, mentre il restante 10% proviene da acque superficiali, come fiumi e canali e dal Lago di Garda. La natura e la distribuzione dei punti di captazione variano con la geomorfologia della regione: nella zona montana e pedemontana sono situate le sorgenti, nella fascia delle risorgive si trova la maggior parte dei pozzi, in pianura prevalgono gli attingimenti da acque superficiali opportunamente trattate che coprono il 68% della portata totale di acqua prelevata per la provincia di Rovigo, il 40% per la provincia di Padova e il 23% per la provincia di Venezia. L’acqua potabile in Veneto è distribuita da circa 860 acquedotti, presenti, in numero più elevato, nella zona montana, dove la rete è frammentata per i numerosi insediamenti a case sparse, malghe e rifugi isolati. Una nota a parte merita il fenomeno dell’approvvigionamento di acqua potabile tramite pozzi autonomi che sostituisce, in alcuni comuni, la fornitura tramite acquedotto pubblico. OPERE DI CAPTAZIONE PUBBLICHE DEL VENETO Le Autorità d’Ambito Territoriale Ottimale (AATO) hanno funzione di controllo dei servizi idrici integrati. Fra i loro compiti, quindi, rientra anche l’organizzazione ed il controllo dell’erogazione di acqua potabile, le AATO affidano poi la gestione degli acquedotti ai diversi Enti gestori. L’acqua erogata dai pubblici acquedotti viene controllata anche dalle Aziende Ulss - specificatamente dai Servizi di Igiene Alimenti e Nutrizione - che effettuano i prelievi ed emettono il giudizio di potabilità e da ARPAV che esegue i controlli analitici sui prelievi nei propri laboratori. L’acqua del Veneto risulta dai controlli conforme ai limiti previsti dalla legge per oltre il 90% dei prelievi.

L’AGENZIA PER L’AMBIENTE DEL VENETO UN ANGELO CUSTODE DELL’ACQUA L’Agenzia Regionale per la Prevenzione e Protezione Ambientale del Veneto ha numerose competenze sul tema dell’acqua. Si occupa di controllo, monitoraggio, raccolta ed elaborazione dati relativamente alle acque interne, marino-costiere e di transizione, con indagini e accertamenti tecnici necessari a stabilirne la qualità. Inoltre numerose sono le competenze pertinenti la sicurezza idraulica in collaborazione con la Protezione Civile e l’analisi degli aspetti legati alla meteorologia. Tutte le info su www.arpa.veneto.it OPERE DI CAPTAZIONE PUBBLICHE DEL VENETO


messaggio pubbliredazionale

LA STORIA DELL’ACQUA… “Siamo acqua. Storie, immagini e parole sulla risorsa che è sopra, sotto, ma soprattutto dentro di noi” è il titolo della pubblicazione, scaricabile gratuitamente dal sito www.arpa.veneto.it, che narra una storia avvincente per grandi e piccini quella dell’acqua e del Veneto, terra ricca d’acqua, di fiumi, di canali, di risorgive, di preziose acque minerali e termali note fin dall’antichità. Numerose le citazioni letterarie riportate nel testo, ad esempio quella di Dante che nel canto XV dell’Inferno accenna alle importanti opere costruite dai padovani per difendere il loro territorio dalle inondazioni: «E quale i Padovan lungo la Brenta, per difender lor ville e lor castelli anzi che Chiarentana il caldo senta…» oppure nel canto IX del Paradiso dove allude alle popolazioni del Veneto: «E Tagliamento e Adige richiude...». Il volume si articola in tre parti, nella prima parte viene spiegato cos’è l’acqua e la sua relazione con tutto l’ecosistema terrestre, senza trascurare le problematiche relative al suo utilizzo, il testo prosegue con l’analisi del concetto dell’acqua e

Siamo Acqua

ARPAV

panta rei

Siamo

Acqua

storie, immagin i e parole che è sopra, so sulla risorsa tto, ma sopratt utto dentro di noi

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IL TRATTAMENTO DOMESTICO DELLE ACQUE POTABILI Le acque erogate dall’acquedotto vengono talvolta sottoposte da parte degli utenti ad un ulteriore trattamento, definito di depurazione domestica. Gli impianti di depurazione domestica - filtri a carboni attivi, membrane ad osmosi inversa, impianti UV - hanno lo scopo principale di eliminare ARPAV Agenzia Reg l’odore di cloro eiona dile ridurre la durezza dell’acqua, per la Prevenzione e Protezione Ambient ale ma anche didel effettuare un’ulteriore disinfezione Veneto sull’acqua, di gassarla con l’aggiunta di anidride Direzion e Generale Via Matteotti, 27 351 37 Pado carbonica. Italy Gli apparecchi di trattamento devova Tel. +39 049 823 93 01i requisiti previsti dal Decreno però soddisfare Fax +39 049 660 966 E-mail: urp@arpa.ven eto.it to Ministeriale del E-mail cert443 ificata: protocollo@24.12. 1990. Esistono due arpav.it www.arpa.veneto.it problematiche principali nell’utilizzo di questi apparecchi: è difficile mantenere in buona efficienza un’apparecchiatura che richiede una certa manutenzione e su cui non si fanno spesso controlli della qualità dell’acqua in uscita; il trattamento domestico delle acque distribuite dall’acquedotto non è sempre necessario, anzi, ISBN 88-7504-143 può accadere che-1l’acqua trattata risulti eccessivamente dolce, cioè povera di ioni calcio e magnesio, e per contro la sua salinità - il contenuto di sodio) - sia maggiore rispetto a quello dell’acqua pre-trattata.

Link da cui scaricare la pubblicazione: http://www.arpa.veneto.it/arpavinforma/pubblicazioni

della sua rappresentazione nelle differenti espressioni culturali. L’ultima parte è dedicata al Veneto la cui storia e potenzialità produttiva sono fortemente caratterizzate dall’abbondante presenza di risorse idriche. Nel volume differenti tipologie di approfondimento - storico, scientifico, artistico, letterario - offrono la possibilità di una lettura “ipertestuale” favorendo l’individuazione immediata delle informazioni più utili per chi legge. La pubblicazione fa parte della collana Panta Rei, edita da ARPAV dedicata a come le risorse naturali sono rappresentate nell’arte e nella letteratura. Gli altri volumi della collana sono “Dante e l’ambiente”, “Cinema e ambiente”, “Come l’aria le mille facce di un elemento” e sono tutti scaricabili dalla sezione pubblicazioni del sito internet di ARPAV. Carlo Emanuele Pepe Direttore Generale di ARPA Veneto


AGRICOLTURA

L ’oro blu del futuro è necessario metterlo in banca di Mauro Gambin

La direttiva europea “Water blueprint” considera l’acqua un bene economico limitato da gestire secondo criteri di mercato con politiche di crescente tariffazione. L’acqua, dunque, sarà sempre più un costo che andrà inesorabilmente ad incidere sul prezzo finale dei prodotti

A

ll’agricoltura viene imputato di essere la principale consumatrice d’acqua, e non a torto visto che il 70% del prelievo idrico in Italia è destinato all’irrigazione. Sembra tanto? Sembra poco? Così a sensazione sembrerebbe molto, però va detto che le colture per arrivare ad essere produzione hanno bisogno di molta acqua, per un solo chilo di grano, ad esempio, ne sono necessari dai 1000 ai 3000 litri. Altre colture ne richiedono anche di più. Il consumo di risorsa idrica in campagna, dunque, è rilevante, tuttavia il termine consumo non va confuso con lo spreco, su questo è opportuno essere chiari. Fino a qualche anno fa si pensava che tutta l’acqua impiegata in agricoltura, per l’irrigazione, fosse consumo, oggi invece sappiamo che in parte è anche spreco. L’acqua si spreca quando viene impiegata in misura maggiore del necessario, quando si perde nelle tubature sen-

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za arrivare a destinazione, quando viene aspersa in periodi o in colture che non ne hanno bisogno. Anche quando le produzioni rimangono sui campi si può legittimamente parlare di spreco idrico. In quest’ultimo caso, solo per fare un esempio, nel 2010 oltre 1,4 milioni di tonnellate di prodotti vegetali sono andate in fumo, insieme ai 12 miliardi di metri cubi d’acqua necessari per produrli. Un vero scialacquamento. Chi troppo sbrigativamente addossa colpe all’agricoltura, dunque, per i propri giudizi dovrebbe tener conto anche di alcune regole di mercato che a loro volta dipendono dalle scelte di noi tutti. Comunque, non è di colpe ma di consapevolezza che è necessario parlare per risolvere il problema e nel settore del primario una certa “coscienza” è andata sempre più diffondendosi, sia in seno “all’ambientalismo” tout court, segno di una certa incisività delle battaglie condotte


AGRICOLTURA

i 1,4 milion e r lt o 0 1 tali Nel 20 dotti vege o r p i d e t a di tonnell o, insieme m u f in e t a 2 d’acqua sono and m i d i d r ai 12 milia r produrli e p i r a s s e nec

a favore della natura negli ultimi anni, sia per effetto della nuova direttiva europea “Water blueprint”, che considera l’acqua un bene economico limitato da gestire secondo criteri di mercato con politiche di crescente tariffazione. L’acqua sarà sempre più un costo che andrà inesorabilmente ad incidere sul prezzo finale dei prodotti. Il mondo agricolo, dunque, ha ben chiaro qual è il problema e il risparmio d’acqua è una via obbligata. In un recente convegno organizzato da un’associazione di categoria vicentina alle Cantine dei Colli Berici di Lonigo l’argomento è stato ampiamente dibattuto dai vari relatori, tra i quali il professor Maurizio Borin del dipartimento di “Agronomia Ambientale e produzioni vegetali” dell’Università di Padova, dimostrando che il settore primario è tutt’altro che sguarnito in materia di tecnologia e cultura per combattere lo sperpero idrico. I rimedi sono molteplici e possono spaziare dalle avanguardie tecnologiche al ritorno di una gestione del suolo con l’avvedutezza che è ancestrale nel mondo agricolo. Infatti una delle maniere più efficaci per evitare di sprecare acqua è quella di irrigare in base alle reali esigenze della pianta e nel giusto momento. Una precisa valutazione dei volumi d’acqua e dei tempi di irrigazione, rendono più efficiente l’uso

dell’acqua, poiché si riducono i volumi necessari per il raggiungimento delle migliori produzioni. Il calcolo del bilancio idrico è il metodo più preciso, economico e semplice per valutare la quantità necessaria a colmare la differenza tra l’acqua consumata dalle colture per evapotraspirazione e quella che giunge alle piante con le piogge, dalle falde superficiali e per risalita capillare nel terreno. Questo metodo, pur essendo preciso, è laborioso e spesso difficilmente applicabile, specialmente nei periodi di massimo lavoro di un’azienda agricola. Per questo motivo sono stati ideati dei programmi che indicano giornalmente agli agricoltori quando e quanto irrigare le diverse colture. Il più celebre di questi forse è “Irrinet”, attualmente è il Servizio irrigazione della Regione Emilia-Romagna, ottenuto con i risultati dell’attività di ricerca e sperimentazione che il consorzio Cer ha condotto negli ultimi 40 anni ed è fruibile gratuitamente su Internet da tutti gli agricoltori grazie alla collaborazione e al contributo economico di tutti i Consorzi di bonifica emiliano-romagnoli. Si tratta di un software che in base alla collocazione geografica

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AGRICOLTURA

dell’azienda elabora un consiglio irriguo usando i dati meteorologici forniti dall’Arpa, i dati dei terreni del servizio geologico dei suoli della Regione e i parametri colturali messi a punto dall’attività sperimentale del Cer.Su. All’operatore agricolo, dunque viene comunicato il bilancio idrico della coltura e consigliato il volume ideale di irrigazione. Secondo i dati elaborati nel periodo di sperimentazione Irrinet permette di risparmiare circa il 20% d’acqua e la percentuale si fa ancora più interessante se si considera che tale sistema viene oggi impiegato su quasi un quarto della superficie agricola emiliana, garantendo un risparmio di circa 50 milioni di metri cubi, pari al consumo d’acqua potabile di un anno in una città di 700 mila abitanti. Il riferimento all’acqua potabile non è casuale in quanto va ricordato che in agricoltura vengono impiegate acque che potenzialmente potrebbero essere impiegate anche per usi domestici, in tal proposito, e proprio per spezzare una lancia in favore dell’agricoltura e dell’ingiusta nomea di “sprecona di risorsa idrica”, è opportuno ricordare che dallo sciacquone di casa ad ogni impiego se ne vanno dai 10 ai 15 litri di acqua, potabile! Anche qui corre l’obbligo di rapportare i consumi con i numeri di una città, diciamo di un “paesotto” da 10 mila abitanti? Bene, tenendo conto che ogni persona impiega il bagno in media cinque volte al giorno, nelle fogne ci finiscono 50 mila litri di acqua buona anche da bere. Il riutilizzo delle acque reflue in agricoltura, dunque, potrebbe ridimensionare questo spreco senza contare che tale impiego sarebbe vantaggioso anche per le colture in termini di

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AGRICOLTURA concimazione in quanto, le acque reflue, opportunamente trattate, forniscono azoto, parte del fosforo e del potassio necessari per le produzioni. Anche sugli impianti da utilizzare in campagna sarebbe opportuno spendere due parole e in occasione del convegno organizzato dalle Cantine dei Colli Berici di Lonigo il dottor Mirko Trevisi ha tenuto un ampio intervento passando in rassegna i principale tecnologie oggi a disposizione. In ogni caso ha tenuto a precisare che nessun sistema irriguo si adatta perfettamente a tutte le situazioni, ma ognuna di esse richiede particolare attenzione, per individuare il sistema irriguo ottimale. Nella realtà di campo, quindi, non tutte le colture sono, per esempio, utilmente irrigabili per aspersione, e per molte altre è difficile o antieconomico passare all’irrigazione a goccia anche se con l’impiego di questo sistema la riduzione del consumo di acqua è compresa tra il 30% e il 60%. Che si tratti di irrigazione per mezzo di pivot, di impianti a goccia interrata o dei tradizionali strumenti per aspersione, tutto deve essere deciso in base alla conformazione del terreno, delle colture e la disposizione degli spazi che accolgono le colture. Ma nel campionario dei giusti comportamenti da tenere in campagna non mancano le scelte che più figlie della tecnologia raggiunta, appartengono strettamente alla “Cultura” della campagna, ossia l’infinita selezione delle tecniche che in agricoltura dura dalla notte dei tempi. Le lavorazioni del terreno influiscono sulla capacità d’accumulo d’acqua e sulla sua conservazione: un’aratura profonda permette una migliore infiltrazione delle piogge e un maggiore accumulo idrico nel terreno, che aumenterà la disponibilità per le colture in primavera ed estate. Inoltre, le lavorazioni superficiali inter-graminafilari, come le fresature e le sarchiature, sono invece capaci di interrompere la risalita capillare dell’acqua evitando così notevoli perdite idriche per evaporazione. Anche la selezione delle specie da coltivare potrebbe essere strategica per vincere la battaglia con l’acqua. In frutticoltura, ad esempio, è noto che le drupacee - come il pesco, la nettarina, l’albicocco e il susino - sono di modeste esigenze irrigue perché riescono a estrarre alti quantitativi d’acqua dal suolo, mentre il pero e il melo hanno alte esigenze idriche. Per quanto riguarda i cereali potrebbe essere interessante prendere in considerazione le culture arido resistenti. Un maggiore ricorso alla coltivazione di girasole o sorgo in sostituzione di quella del mais, oppure della medica in sostituzione dei prati stabili di graminacee può permettere un dimezzamento, e in alcuni casi un azzeramento, delle necessità di irrigazione.

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messaggio pubbliredazionale Nodo idraulico di Lova in Comune di Campagna Lupia (VE) e sede del GAL Antico Dogado Riprese: Lino Bottaro Proprietà: Consorzio di Bonifica Bacchiglione Brenta

CHI SIAMO Il Gruppo di azione Locale (G.A.L.) Antico Dogado, fondato nel 2002, con sede a Lova di Campagna Lupia, è un’Associazione senza fini di lucro giuridicamente riconosciuta dalla Regione del Veneto, che ha, per finalità, la promozione dello sviluppo rurale del territorio attraverso il recepimento a livello locale delle iniziative Comunitarie, Nazionali e Regionali in materia di Sviluppo Rurale. Prima con l’iniziativa Comunitaria Leader + (2000-2006) e ora con il Programma di Sviluppo Locale (PSL) Asse 4 Leader del PSR 2007-2013 della Regione del Veneto, il G.A.L. promuove azioni di sviluppo sostenibile e di valorizzazione del patrimonio ambientale, storico-culturale e delle produzioni, dirette sia a soggetti pubblici che privati.

Cason delle Sacche - Codevigo (PD) Fotografo: Lucio Lazzarin Proprietà: Veneto Agricoltura

LA PROGRAMMAZIONE L’attuale programmazione, che ha preso avvio nel 2009, ha visto i primi bandi pubblicati nel 2010. Finora sono stati finanziati 65 beneficiari pubblici e privati attraverso l’assegnazione di contributi equivalenti a oltre 4 milioni di euro che hanno permesso investimenti nel territorio per quasi 9 milioni. Gli investimenti sono stati utilizzati per attività imprenditoriali agricole (ammodernamento delle aziende, attività agrituristiche e didattiche, energie rinnovabili), per il recupero del patrimonio rurale, per la riqualificazione degli itinerari presenti nel territorio GAL e per iniziative legate al sociale.

G.A.L. Antico Dogado - Via C. Colombo, 4 - 30010 Lova di Campagna Lupia (VE) - Tel. 041 461157 - Fax 041 5184086


L’IMPORTANZA DELL’ACQUA NEL TERRITORIO DEL GAL Il G.A.L. Antico Dogado si estende tra le province di Venezia e di Padova e comprende i seguenti Comuni: Campagna Lupia, Campolongo Maggiore, Cavarzere, Chioggia, Cona e Mira, nella parte veneziana, e Arzergrande, Bovolenta, Candiana, Codevigo, Correzzola, Pontelongo, Terrassa Padovana, nella parte padovana. È l’unico GAL interprovinciale nella Regione Veneto e si distingue per la notevole estensione territoriale, in senso Nord - Sud, di oltre 40 km; è caratterizzato, inoltre, da omogeneità territoriale dovuta alla presenza di corsi d’acqua molto importanti per il territorio, quali Adige, Brenta e Bacchiglione. Il tratto dominante di questo territorio è quello di essere “terra di mezzo”: le paludi e gli acquitrini, dapprima mantenuti come protezione, furono via via bonificati; i canali scavati andarono ben presto a integrare il principale sistema di comunicazione costituito dalla ricca rete fluviale. Si può affermare quindi che l’area del GAL Antico Dogado è caratterizzata da una rete di tracciati sia

di terra sia via acqua che possono sviluppare un tessuto connettivo in grado di coinvolgere i grandi flussi turistici delle città d’arte (Venezia, Padova), delle località balneari (Chioggia, Sottomarina) e della Riviera del Brenta. Il territorio è ricco di eccellenze, come: - l’asta del Brenta, su cui si sviluppa anche l’ippovia che collega Chioggia con Vicenza, e che consente la mobilità su ruota e fluviale; - la destra Adige, importante itinerario ciclabile; - l’asta del Bacchiglione, navigabile, sistema attualmente utilizzato per diporto turistico; - corsi d’acqua di dimensione medio-grande, come il Gorzone, Canal dei Cuori, Altipiano, Barbegara; - il grande numero di ville, corti benedettine, casoni, idrovore, ecc.; - la presenza di una rete naturalistica varia: laguna Veneta, i boschi planiziali (Nordio), le aree umide dell’entroterra (palude Marice); - la disponibilità di eccellenze ga-

stronomiche in grado di garantire una identità locale del sistema rurale e di evocare una identità di territorio e di cultura territoriale. Il tema dell’acqua è particolarmente sentito dal GAL che ha finanziato numerosi interventi di ristrutturazione di manufatti e immobili che testimoniano le opere di bonifica e itinerari lungo i principali corsi d’acqua del territorio, anche nell’ambito del progetto di cooperazione interterritoriale “Turismo rurale tra i grandi fiumi. Promozione del turismo rurale nei territori di pianura attraversati dai grandi fiumi-TUR RIVERS”. Con lo stesso si intende promuovere il turismo rurale, ancora poco sfruttato, nei territori di pianura attraversati dai grandi fiumi attraverso lo sviluppo e la valorizzazione degli itinerari di mobilità lenta (ciclabili, fluviali e ippovie). In questa pagina: I fiumi Bacchiglione e Brenta che lambiscono la laguna in Comune di Chioggia (VE) - Riprese: Lino Bottaro Proprietà: Consorzio di Bonifica Bacchiglione Brenta

mail: info@galdogado.it - PEC: galdogado@pec.it - www.galdogado.it


Il riso è nella dieta dell’uomo da sempre, o almeno da quando ha smesso di essere cercatore e cacciatore per diventare agricoltore

Il riso abbonda

nella bocca dei buongustai Nelle “basse” del Rodigino la coltivazione ha cinque secoli di vita. Da produzione secondaria, impiegata per la depurazione delle acque salse dopo la bonifica, oggi è una delle eccellenze tra i prodotti tipici del territorio.

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a storia del riso è millenaria. Attraverso i documenti raccolti in diverse aree di scavo archeologico è stato dimostrato che praticamente l’uomo ha fatto rientrare il riso nella sua dieta da sempre, almeno da quando ha smesso gli abiti del cercatore e del cacciatore per diventare agricoltore. In Cina, oppure nelle caverne della Thailandia settentrionale sono stati rinvenuti reperti databili intorno al 5.000 - 6.000 a.C. L’Asia è la patria del riso e la sua “importazione” in occidente pare la si debba ad Alessandro Magno. In Italia arrivò più o meno attorno al VI, secolo sempre per mano di conquistatori, in questo caso gli arabi che divennero padroni del Mediterraneo. Nel Nord, invece, arrivò tardi. Praticamente è storia di ieri. La prima apparizione storicamente confermata del riso in Pianura Padana risale al 1475 con particolare riferimento al Piemonte, alla Lombardia ed al Veneto. Nelle “Basse” del Padovano e del Rodigino sono questi gli anni delle bonifiche, ossia dei grandi interventi realizzati dai veneziani per strappare le terre alla palude. La coltivazione del riso non è casuale e a questa stagione e congenito l’esordio della sua coltivazione da queste parti. Certo la grande presenza di acqua

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ne ha facilitato il successo ma soprattutto nelle zone del Basso Polesine questa coltura è stata inserita per accelerare il processo di utilizzazione dei terreni salsi da destinare poi alla rotazione colturale. Insomma, a quei tempi, era ancora una coltivazione secondaria, più che altro propedeutica ad altre coltivazioni e comunque confinata nelle plaghe più paludose del territorio. Un documento datato 1594 e redatto dalla Serenissima Repubblica è illuminante in questo. Si tratta di un’ordinanza (la chiameremmo oggi) che proibisce la concessione dell’acqua per questa coltivazione e da la possibilità di seminare il riso solo “per valli ed altri luochi sottoposti alle acque, stimati impossibili di asciugarli in tutto e di rendersi ad alcuna cultura”. La fortuna del riso, iniziò solo nel ‘700 e nel secolo successivo la coltura cominciò ad essere diffusa su larga scala. Nel 1931 viene istituito l’Ente Nazionale Risi nell’intento di difendere la produzione italiana attraverso premi agli esportatori e oggi il Veneto contribuisce in maniera determinante al primato raggiunto dal nostro paese nella coltivazione del riso in Europa. Per numeri e qualità prodotte la risaia italiana è considerata la più importante d’Europa.


AGRICOLTURA

La coltivazione del riso si articola principalmente in 4 fasi: 1. Preparazione del terreno; 2. Inondazione degli appezzamenti e semina; 3. Monda; 4. Raccolto. PREPARAZIONE DEL TERRENO: si effettua in primavera. I campi vengono arati, livellati e concimati. INONDAZIONE E SEMINA: inondazione dei campi con una coltre d’acqua alta ca. 10 cm. Serve a far crescere le piantine; il ciclo vegetativo ha una durata di ca.150-180 gg. La semina avviene in aprile. MONDA: si effettua in giugno e serve a togliere le erbacce che soffocano la crescita del riso. RACCOLTO: avviene fra l’inizio di settembre e la metà di ottobre. Prima di essere messo in commercio, il riso subisce diverse lavorazioni. •E  ssicazione: serve a togliere l’umidità del riso greggio (20-30% ca. del prodotto). Il riso destinato al consumo, per legge non deve contenere un tasso di umidità maggiore al 15%. • Sbramatura: asportazione per sfregamento delle glumelle, ovvero il primo rivestimento esterno. Da questa prima lavorazione si ottiene il riso integrale. • Sbiancatura: abrasione con cui vengono asportati gli ulteriori rivestimenti (pula). Con un primo passaggio si ottiene un riso semilavorato; con due ulteriori passaggi si ottengono rispettivamente il riso semiraffinato e il raffinato. Infine, la separazione da corpi estranei, avviene tramite una cernitrice ottica che distingue i chicchi tra loro in base al colore. Due sono le specie coltivate nel mondo, Oryza Sativa e Oryza Glaberrima, ma, a parte queste articolazioni linguistiche, le varietà che tutti in Italia conosciamo sono: Vialone Nano, Carnaroli, Arborio, Cripto, Roma, Baldo, Lido, Alpe, Loto, Europa, Padano, Sant’Andrea, Balilla, Ribe.

Come si classifica il riso? Intanto una bella curiosità: il termine ‘Originario” indica la provenienza dal Giappone, appunto per il riso ‘originario” comune e da tutti i giorni. In realtà il riso a livello internazionale si distingue solo per la lunghezza del chicco e non per altre qualità, come la tenuta di cottura o le capacità nutritive. Classificazione del riso in Italia: IL RISO COMUNE ha il chicco corto e tondo, poco resistente alla cottura, ricco di amido, adatto per minestre e dolci, cuoce in 12-14 minuti, le varietà più note sono: Originario, Balilla, Elio, Pierrot. IL RISO SEMIFINO ha il chicco medio e tondeggiante, cuoce in circa 15-16 minuti, adatto per minestre di verdure e risotti e le varietà più note sono: Maratelli, Italico, Vialone Nano, Padano. IL RISO FINO ha il chicco lungo e affusolato, poco contenuto di amido, adatto per risotti, timballi, pilaf, riso bollito, cuoce in 16-18 minuti e le varietà più note sono: Sant’Andrea, Ribe, Razza 77, Europa. IL RISO SUPERFINO ha il chicco lungo e grosso, ottimo per i risotti, cuoce in 18-20 minuti e le varietà più note sono: Arborio, Roma, Baldo, Carnaroli, Argo. Carnaroli, Vialone e Arborio le specie più conosciute Il re dei risi è il Carnaroli, nasce nel 1945 dall’incrocio tra il Vialone e il Lencino, rischiò l’estinzione intorno agli anni Ottanta, fu salvato da un agricoltore della Lomellina. Ricco di amido, resta al dente nel cuore. Si ottengono fantastici risotti mantecati. Il più diffuso è l’Arborio, prende il nome dall’omonima cittadina Vercellese, nasce nel 1946 anch’esso per derivazione dal Vialone. Chicco tra i più grossi, necessità di qualche accorgimento in mantecatura per dargli una omogeneità di cottura all’interno e in superficie. Il Vialone nano è considerato il capostipite dei risi di pregio per i risotti. Nasce nel 1937 dall’incrocio tra il Vialone e il Nano, detto così perché la pianta era piccola. è un riso semifino, il più versatile tra i risi di qualità. Tra i risi emergenti c’è il Sant’Andrea, di specie fino, una volta chiamato Rizzotto, molto ricco di amido e il Baldo, una volta chiamato Razza 77 di specie superfino. Tutte e due sono adatti a risotti all’italiana.

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messaggio pubbliredazionale

SCUDELLARO, la qualità che passa di generazione in generazione Nei trent’anni di storia dell’azienda avi-agricola “Antichi sapori” molte cose sono cambiate ma non il modo di allevare gli animali: lasciati crescere all’aperto e allevati con erba fresca e cereali di propria produzione. La storia dell’azienda “Antichi sapori” della famiglia Scudellaro di Pontecasale, nel cuore della Bassa Padovana, merita di essere raccontata. Lo merita, perché è una storia di persone prima che di prodotti, è una storia di vita, di scelte e di difficoltà. Anche difficoltà, certo, perché queste ci sono sempre, soprattutto per chi cerca il massimo nel proprio lavoro è ha l’obbiettivo dell’altissima qualità per i propri prodotti. La storia dell’azienda Scudellaro inizia una trentina di anni fa, nei primi anni degli ‘80, quando Dionigi chiuse un’esperienza da ortolano che non aveva dato i frutti sperati. “Fu mia mamma - spiega - a mettermi sulla strada dell’allevamento avicolo. Sull’aia di casa nostra razzolavano galline, anatre, faraone e i tacchini che mamma allevava per il nostro consumo. Mettiti a vendere quelli - mi disse - ed effettivamente non erano pochi quelli che già allora venivano a chiedere di poter comprare qualche capo, sapevano che erano allevate a terra, libere e mangiavano quello che veniva prodotto sui nostri campi. Questo, infondo, è quello che ancora facciamo per quanto riguarda l’allevamento”. L’INIZIO Mettere in piedi un’azienda non fu facile. Dionigi poté contare esclusivamente sull’aiuto della moglie Ma-

ria Teresa e di sua mamma, nessuna collaborazione dalla famiglia invece. I figli erano piccoli e dal proprio padre Dionigi aveva ricevuto la richiesta di un affitto per i capannoni da destinare agli animali. “Soldi non ne avevo, i prestiti avevano interessi del 15%. Approntammo delle strutture improvvisate - continua Scudellaro - da una serra ricavai il primo recinto per le anatre, seguirono altri piccoli interventi e gli investimenti furono sempre nel segno della parsimonia. Il lavoro da svolgere, invece, era fin troppo, in quanto, oltre alla cura degli animali serviva coltivare i campi per procurare il becchime necessario ai primi duemila capi: mais, orzo, erba medica. Tutto lavoro a mano. “Fu l’Agm di Conselve a fornirmi del primo miscelatore - precisa Scudellaro -. Un giorno il signor Faccia venne a farmi visita e vide che malgrado fossero passati diversi anni dall’inizio della mia attività, l’attrezzatura di cui disponevo era limitata ad un piccolo mulino azionato dal trattore. Decise allora di fornirmi quello che divenne il mio primo miscelatore, concordammo un pagamento agevolato, mi costò comunque 50 milioni di lire tuttavia una parte del lavoro diminuì notevolmente”. Un problema venne risolto ma all’orizzonte ce ne erano altri.

Azienda Agricola Scudellaro S.Agr.S. - Via Valli Pontecasale, 16 - 35020 Candiana (PD)


L’AZIENDA CRESCE Furono altre difficoltà ad obbligare Dionigi ad intraprendere la via in direzione dell’attuale configurazione aziendale. “Verso la fine degli anni ‘80 - spiega Scudellaro - il commercio degli animali vivi cominciò a mutare perché stavano cambiando le esigenze dei clienti, le vendite iniziarono a diminuire. Chi prima cercava gli animali vivi ora li voleva già spiumati e pronti per il consumo, comodi alle proprie abitazioni.

vità è La nostra atti l rispetto incentrata su del benessere e dell' uomo degli animali Non riuscivo più a vendere come in precedenza e si profilava lo spettro di una considerevole perdita, ne uscii iniziando a vendere i primi animali macellati. Anche per questo frangente la provvidenza porta i nomi di persone che conoscevano bene l’impegno con il quale portavo avanti il lavoro. Ferruccio e Roberto Ossari, infatti, decisero di fornire i banchi delle loro macellerie di Vanzo e Cartura con i miei animali”. Nei primi anni ‘90 venne aperto il primo macello, in casa, cominciai a vendere a macellerie e ristoranti. Arrivarono anche le prime risorse, sempre investite in azienda: costruimmo il primo capannone e poi il secondo”. ARRIVANO I FIGLI Alberto e Mirco sono nati rispettivamente nel ’72 e ’75 e dopo aver concluso i loro percorsi di studio hanno deciso di fermarsi in azienda con lo scopo di valorizzarla e farla crescere. Con loro “Antichi sapori” inizia ad avere i grandi numeri, dai due mila capi degli esordi del padre, nel giro di pochi anni, si passa ai 70 mila polli, 30 mila faraone, 15 mila anatre, 10 mila capponi. Cresce il numero dei recinti per il razzolamento e la filiera dell’alimentazione viene meccanizzata. Insom-

ma un po’ tutto viene ammodernato ma non il sistema dell’allevamento, ancora oggi l’alimentazione arriva direttamente dai campi della famiglia Scudellaro. Dai 100 ettari di terra viene ricavato il mais, la crusca, l’erba medica l’orzo che compongono l’alimentazione degli animali. Ancora oggi si utilizzano le razze più pregiate, ai pennuti non vengono imposte alcune forzature e si mantengono i consigli che i più anziani hanno riportato. Anche il macello con l’arrivo di Alberto e Mirco viene perfezionato. Viene allestita una rete di vendita più capillare e scrupolosa nel territorio, viene fatta la consegna a domicilio (tanto che ora i punti vendita con i loro prodotti sono più di 100). I più rinomati ristoranti hanno le loro carni e anche i privati possono acquistare direttamente. La spiumatura degli avicoli viene ancora fatta completamente a mano per il fatto che con i mesi di vita che questi animali hanno la piuma allo strappo risulta più dura e persistente a tal punto che ad oggi non ci sono macchine in grado di farlo senza apportare maltrattamenti o lacerazioni alla carne compromettendone il valore. Una piccola produzione di nicchia viene effettuata da salumi di petto, salame e speck d’oca o d’anatra e specialità tipiche tradizionali come i “ciccioli” l’oca “sotto onto”. Fiore all’occhiello dell’azienda Scudellaro è il “pollame latte e miele” (del quale parleremo in modo più approfondito nel prossimo numero), nato da una collaborazione con la Camera di commercio e l’Università di Padova è stato brevettato nel 2007 e oggi è conosciuto ed apprezzato in tutto il padovano per le carni morbide e saporite. Negli anni l’azienda “Antichi sapori” della famiglia Scudellaro è riuscita a raggiungere una posizione dominante nel settore ma le sfide non sono ancora finite, in progetto c’è un nuovo macello “a bollino Cee” per raggiungere l’intero mercato nazionale e quello europeo.

Le nostre produzioni La nostra attività è incentrata nel rispetto della salute dell’animale e dell’uomo. Vendiamo pulcini di polli, faraone, anitre, oche, germani reali, capponi e tacchinelle.

Per ottenere carni buone e saporite è importante rispettare i naturali tempi di accrescimento. Qui è bandito l’uso di “promotori della crescita” e l’accrescimento dura almeno 140 giorni per polli, 140 per faraone, 150 giorni per le anatre, 180 giorni per le oche, 240 giorni per i capponi e le tacchinelle.

Macelliamo e vendiamo i nostri prodotti, pronti al consumo.

Produciamo salami, culatelli, speck, salamelle, il tutto di anatra e oca

Tel. 049 5349944 - Fax 049 9550942 - E-mail: info@scudellaro.it


Frantoio di Valnogaredo, pronti al rito che si perpetua da secoli

Dal 20 di ottobre a fine novembre la famiglia Barbiero apre le porte del loro stabile, rimette in moto le antiche macine per ripetere un miracolo che a Valnogaredo dura da oltre 300 anni In questa parte degli Euganei, quello dell’olio è un rito che si rinnova almeno da tre secoli ma le prime notizie certe a Valnogaredo si legano alla presenza della potente famiglia veneziana dei Contarini che elessero la piccola frazione di Cinto Euganeo a luogo per il soggiorno estivo. Qui, infatti, la poderosa villa, dedicata alla vita di palazzo, era dotata anche di tutti gli annessi ad uso di chi si occupava del lavoro della terra: oltre alle barchesse, esistevano le scuderie, le cantine e un frantoio che non è mai stato dismesso nemmeno dopo l’abbandono della villa da parte dei nobili. Anzi, modernizzato agli inizi del ‘900, con l’istallazione di una macchina a vapore, dagli anni ‘60 del secolo scorso è diventato di proprietà della famiglia Barbiero che ancora oggi continua a portare avanti l’antico mestiere del “pestrin”, usando le stesse macine di allora per la spremitura a freddo. Si tratta di una prerogativa del frantoio di Valnogaredo che non ha emuli nel territorio. L’olio che ne esce ha caratteristiche sue proprie. Un gusto armonico, equilibrato dove piccante e amaro sono ben combinati. Si può definire pronto all’uso da subito dopo la spremitura. “Nel nostro frantoio - spiega Pierangela , nuora del fondatore Oreste e moglie di Paolo che porta avanti la tradizione - non facciamo solo la spremitura a freddo, pratichiamo pure lavorazione a ciclo continuo (estrazione a freddo), dotati di una linea modernissima, la prima installata sui Colli Euganei, ulteriormente modernizzata recentemente. Lavoriamo per conto terzi ma produciamo per la vendita l’olio che ogni anno otteniamo dalla spremitura delle olive raccolte dalle oltre mille e duecento piante, alcune plurisecolari, che coltiviamo sul monte Brecale, sul monte Resino e dagli olivicoltori di tutti i Colli Euganei e Berici. Si tratta del nostro “Olio dei Dogi”. Un olio armonioso, fruttato, dal gusto di mandorla e dal sentore di erba tagliata e verdura di campo; fruttato di media intensità che non copre il sapore delle pietanze. Caratteristiche uniche, dovute al particolare clima dei colli Euganei e alla presenza di un terreno vulcanico che conferisce ricchezza al prodotto finale. Un olio particolare, dunque, di una qualità che da 11 anni viene garantita dalla certificazione Dop Veneto Euganei e Berici alla quale si è aggiunta in anni più recenti la certificazione “Bio” a conferma che oltre all’attenzione per la qualità c’è anche una forte sensibilità per la natura. Quattro gli oli extravergini spremuti a freddo che ogni anno escono dal Frantoio di Valnogaredo: i già citati Dop Veneto Euganeo e Berici (Olio dei Dogi); Biologico Italiano; 100% Italiano “RASARA” (cultivar autoctona dei Colli Euganei) e il 100% Italiano (blend)

Frantoio di Valnogaredo - Via Mantovane, 8/A - Cinto Euganeo (PD) - Tel. +39 0429 647224 - Fax +39 0429 644054


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Le olive che maturano fino al tardo autunno al sole dei Colli Euganei, da secoli, hanno come unica destinazione le macine del Frantoio di Valnogaredo. Conosciuto un tempo come “l’oleificio de Oreste Barbiero”, le macine sono rimaste quelle. Quelle che per dieci mesi l’anno rimanevano nascoste dietro al possente portone di Villa Contarini, dove Oreste aveva imparato l’arte, e che invece da ottobre a novembre non conoscevano sosta, frantumando in un lento vortice le olive portate fin lì dai carri e dai barrocci dei contadini del circondario.

OLIO DEI DOGI, PARERE ORGANOLETTICO DI PAVAN ORIETTA, CAPO PANEL E PRESIDENTE DEL COMITATO DI ASSAGGIO PROFESSIONALE DELL’AIPO RICONOSCIUTO DAL MIPAAF All’olfatto l’olio si presenta un fruttato di oliva delicato che da verde, fresco, tipico dell’inizio lavorazione matura ed arrichisce il prodotto di note dolci, caratterizzate nei due momenti, da spiccate sensazioni di verdura di campo e mandorla. Al gusto, gli attributi positivi si percepiscono in modo equilibrato e ben dosato, conferendo all’olio una sensazione gustativa vellutata. L’entrata in bocca e piacevolmente dolce sostenuta da una buona struttura dei descrittori nobili quali l’amaro ed il piccante in chiusura. Il flavour, insieme delle sensazioni olfattive e gustative, risulta armonico e appagante. NON SOLO OLIO Dal Frantoio di Valnogaredo non esce solo olio, sugli scaffali del punto vendita di via Mantovane sono esposti con cura prodotti per la gastronomia come il paté di olive nere, il pesto alla genovese, vasetti con le olive nere snocciolate e olive verdi in salamoia con i quali, per chi lo volesse, vengono confezionate ceste natalizie, omaggi aziendali e bomboniere per ogni occasione. C’è poi la linea cosmetica viso, corpo e capelli a base di olio di oliva e la nuova linea cosmetica biologica . IL RITO DELL’OLIO NOVELLO La spremitura delle olive è il rito con il quale il frantoio si rianima e torna in vita in tutte le sue attività. Nel tardo autunno, quando nella vegetazione circostante i colori si saturano e virano verso tonalità calde e morbide i contadini del circondario arrivano con i loro carichi, raccolti con pazienza certosina sistemando le reti ai piedi dei vegliardi alberi e pettinando le loro folte chiome. In casse vengono sistemate le varie selezioni ed una ad una entrano in frantoio per uscire olio novello, il miracolo che di anno in anno si ripete con le sue prassi e suoi profumi è uno spettacolo che volentieri la famiglia Barbiero offre ai suoi avventori. Dal 20 di ottobre a fine novembre il frantoio rimane a aperto dal lunedì al sabato, dalle 8.00 alle 20.00, e alla domenica, dalle 8 alle 12.00, offrendo la possibilità di una visita guidata e degustazioni a base di pane e l’olio.

info@frantoiovalnogaredo.com - www.frantoiovalnogaredo.com


AGRICOLTURA

L’olio

nella storia del Veneto La patria dell’olio probabilmente è l’Asia minore. A portare la coltura in Veneto pare sia stato il fondatore di Padova, Antenore, arrivato dalla Paflagonia dopo essere fuggito da Troia, sconfitto dai greci

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a presenza dell’olio nella nostra regione probapresto l’uso di coltivare l’ulivo passò dall’Asia minore bilmente affonda le radici nella notte dei tempi. alle isole dell’arcipelago, e quindi in Grecia e al resto Una data certa non esiste, qualche leggenda sì. del mediterraneo. In Grecia esistevano molti e fiorenti Una, ad esempio, vuole che sia stato Antenore in peruliveti; particolarmente ricca ne era l’Attica e sopratsona a portare qui le prime olive dopo la guerra di tutto la pianura vicina ad Atene. D’altra parte l’ulivo Troia. Il suo popolo, gli Eneti, o Enotei alleati dei troiaera la pianta sacra alla dea Atena ed era stata lei che, ni, sconfitti dai greci di Ulisse, dovettero fare fagotto e in gara con Posidone per il possesso dell’Attica, aveabbandonare la loro Paflagonia per cercare una nuova vinto facendo nascere l’ulivo dalla sua asta vibrata va terra. Si stabilirono tra le Prealpi e il Lago di Garda, nel terreno. In suo onore si celebravano le feste detl’Adriatico e il Tagliamento e a questa terra diedero il te Panatenee, durante le quali gli atleti vincitori delle loro nome, Veneto. Nelle ceste, tra le loro masserizie, gare ricevevano anfore contenenti olio raffinato. Le c’erano anche delle olive che divennero ulivi. L’unico zone della Magna Grecia dove più florida era la coltufondamento che conferisce ra dell’olivo erano quelle di Nei libri dell’Antico Testamento Sibari e di Taranto; nell’Itauna qualche attendibilità a questa leggenda è che con lia centrale, si segnalavano l’ulivo e l’olio di oliva ogni probabilità la patria di in primo luogo il territorio di sono spesso nominati: origine dell’olio è l’Asia MiVenafro, quindi la Sabina e basti pensare che la colomba nore, dalla quale erano aril Piceno, mentre nell’Italia rivati gli antichi veneti alla dell’arca porta a Noè un ramo del nord erano famose le fine dell’età del bronzo. d’ulivo colto sul monte Ararat coste della Liguria. L’ulivo Infatti, mentre in sanscrito esigeva molte cure, che non esiste la parola olivo e gli Assiri ed i Babilonesi, potevano risultare anche costose, ma i proprietari deche evidentemente ignoravano questa pianta e i suoi gli uliveti erano ben ripagati dei loro disagi: non solo frutti, usavano solo olio di sesamo, l’olivo era viceverla cucina, ma anche i bagni, i giochi, i ginnasi e persa conosciuto da popoli semitici come gli Armeni e sino i funerali, esigevano l’impiego di grandi quantità gli Egiziani. Le più antiche fonti che ne attestano l’uso di olio. sono quelle letterarie, nei libri dell’Antico Testamento Risalgono al Medioevo, grazie alle selezioni fatte dai l’ulivo e l’olio di oliva sono spesso nominati: basti penmonaci, le varietà adatte agli ambienti veneti che cosare che la colomba dell’arca porta a Noè un ramo nosciamo oggi: Casaliva, Favarol, Grignano, Marzemid’ulivo colto sul monte Ararat, montagna dell’Armeno, Maurino, Matosso, Rasara, Riondella, Trep o Drop, nia. La trasformazione dell’oleaster in olivo domestico tutti cultivar oggi rientranti nella produzione dell’olio pare sia stata opera di popolazioni della Siria. Molto veneto Dop.

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AGRICOLTURA

Spremitura a freddo, il metodo più antico Le olive vengono raccolte tra il mese di ottobre e novembre. Un lavoro lungo che richiede pazienza e dedizione, oggi esistono sistemi meccanici per la raccolta ma quella fatta a mano è ancora il miglior metodo per un raccolto integro, in quanto riduce al minimo le ammaccature dei frutti. Dopo la raccolta la spremitura deve essere fatta in un tempo abbastanza breve, al massimo 4 giorni per le olive più sane a polpa compatta, le olive danneggiate devono essere lavorate entro uno o due giorni. La conservazione delle olive, prima della spremitura, è una fase molto importante ed esistono alcune regole da rispettare per evitare che possano innescarsi processi di ossidazione facendo così diventare acido il prodotto finale. Dopo l’arrivo al frantoio le olive vengono lavate con abbondante acqua corrente e potabile, vengono poi tolte le foglie e ramoscelli che potrebbero compromettere il sapore finale dell’olio. Iniziano da qui le quattro fasi dell’estrazione dell’olio. 1. FRANGITURA Le olive vengono messe nel frantoio, che è una vasca circolare in cui ruotano due pesanti macine di pietra (molazze): la polpa viene spappolata a fondo, mentre il nocciolo resta triturato in grossi frammenti. 2. GRAMOLATURA La pasta passa poi nella gramolatrice, che la rimescola a lungo permettendo alle goccioline d’olio disperse nell’acqua di vegetazione di unirsi in gocce più grosse. Questa operazione viene agevolata dalla temperatura, che deve essere rigorosamente tenuta a 30-35 °C per non catalizzare processi ossidativi dell’olio. 3. ESTRAZIONE Consente di separare i tre elementi: olio, sansa e acqua di vegetazione. La pasta ottenuta durante la gramolatura viene predisposta per la spremitura stratificandola uniformemente sui pannelli filtranti chiamati fiscoli, forati al centro. I fiscoli con uno strato di pasta di circa due centimetri vengono impilati in un torchio oppure all’interno di una pompa idraulica e sottoposti a una pressione di circa 400 atmosfere. Il liquido che esce dai fori è il mosto oleoso, mentre le parti solide che restano sono le sanse. Generalmente sono necessari cinque chili di olive per produrre un litro di olio. è il metodo di spremitura a freddo che permette all’olio d’oliva di mantenere il suo sapore, colore e valore nutritivo. Infatti, l’olio d’oliva è l’unico olio che può essere consumato appena spremuto dal frutto. Inoltre l’olio così estratto contiene polifenoli, potenti sostanze antiossidanti che sono accreditate come fonti di protezione contro certi tipi di malattie. Ovviamente, più raffinato è l’olio d’oliva, meno polifenoli vi sono presenti. 4. CENTRIFUGAZIONE L’ultima fase è la centrifugazione con la quale si estrae finalmente l’olio. Il mosto oleoso viene posto in una centrifuga, che ruotando velocemente allontana per via dei differenti pesi specifici l’acqua e le particelle solide (morchie) mentre l’olio resta nella parte centrale. A questo punto l’olio può essere consumato subito oppure lasciato depositare o filtrato attraverso il cotone. L’olio non filtrato mantiene la sua velatura e sul fondo del contenitore si formerà un lieve deposito che può dar adito a perplessità nel giudizio del consumatore.

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IL DOP VENETO Le province coinvolte nella produzione dell’olio extravergine di oliva Dop Veneto sono, in ordine di quantità prodotta, Verona, Treviso Vicenza e Padova e all’interno di questa zona si distinguono tre aree a cui corrispondono altrettante tipologie di extravergine Dop. Sono l’olio “Veneto Valpolicella, che è prodotto in tutta la provincia di Verona, l’olio “Veneto Euganeo Berici, che include parte delle provincie di Padova e Vicenza e l’olio “Veneto del Grappa” che è prodotto negli oliveti coltivati in alcuni comuni delle province di Treviso e Vicenza.

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La Mincana, cento anni con i Dal Martello Arrivati nel ‘14 dal vicentino, trovarono qui la loro terra. Oggi azienda viti-vinicola, produce Serprino, Merlot, Cabernet Franc e sono di casa il Fior d’Arancio e Friularo Docg LE ORIGINI Alla Mincana, decisero di stabilirsi qui, ai piedi dei Colli Euganei. Questo era il posto giusto per ricominciare e al tempo stesso allargare la base della famiglia. I Dal Martello erano originari dell’Altopiano di Asiago. Una famiglia patriarcale legata alla terra come i lacci alle scarpe. Di più: una famiglia con il bisogno della terra, fu appunto la necessità a portarli qui. I Dal Martello erano scesi dall’Altopiano e agli inizi del ‘900, lavoravano in affitto i campi del principe Giovanelli a Maddalene di Vicenza ma “la famiglia era numerosa spiegano oggi Giovanni (classe 1922) e Alfredo (classe 1929) Dal Martello - e ad ogni nuovo matrimonio lo spazio era destinato a ridursi, ne serviva altro, serviva altra terra per tenere in piedi la famiglia”. Fu così che Artenio, il papà di Giovanni e Alfredo e il fratello Domenico (Meneghetto) arrivarono alla Mincana nel 1914, con la prospettiva di iniziare qualcosa di nuovo.

L’ANNIVERSARIO L’anno prossimo sarà trascorso esattamente un secolo da quei giorni e i Dal Martello questa terra non hanno mai smesso di coltivarla. È ancora un Artenio ad occuparsene, figlio di Alfredo e nipote di Giovanni (a loro volta figli di quell’Artenio partito da Vicenza con il fratello Meneghetto), porta avanti con lo stesso spirito sia il senso di appartenenza alla famiglia sia l‘appartenenza alla campagna e alla sua tradizione, rinnovatasi stagione dopo stagione fino a diventare una moderna azienda agricola.

Per i cento anni verrà preparata una speciale etichetta, in cantina già riposano le bottiglie magnum per brindare 26


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LA CANTINA Oggi La Mincana significa soprattutto vino. Vino D.O.C dei colli Euganei, un marchio che la stessa Azienda ha contribuito a far nascere alla fine degli anni ‘60 e che ha continuato a sostenere quando per difenderne il presidio è stato istituito il Consorzio vini Colli Euganei. Giovanni, infatti, ha ricoperto per alcuni anni la carica di presidente dell’ente. “Alla vite sono sempre stato legato - spiega Giovanni - le prime piante portate in azienda sono state l’oggetto di una tiratissima concertazione con mio padre e mio zio. Al tempo la coltura della vite non era molto considerata e nemmeno redditizia, il vino veniva prodotto ad uso personale. Comunque ci riuscii, persuasi mio padre. Mi permise di piantare delle vigne lungo i fossi (per evitare che le rive franassero un tempo venivano piantumati degli alberi) era una destinazione secondaria, come si può intuire. Comunque non mi arresi e con il pretesto di migliorare l’aspersione delle piante durante i trattamenti, per evitare sprechi, riuscii a mettere giù un altro filare. I vigneti sono nati cosi nella nostra campagna: filare dopo filare. Venne poi il tempo in cui la mia scelta si dimostrò remunerativa e sulla strada della redditività siamo arrivati a non vendere più l’uva ma direttamente il vino prodotto da noi. Insomma diventammo anche un’azienda vitivinicola. Erano anni in cui non c’era organizzazione, non c’erano cantine, non c’era mercato. Nemmeno un’impostazione delle vigne nei vigneti. Abbiamo tirato fuori tutto dal niente”. Insomma di strada ne è stata fatta e molta ma il cambio di passo è stato fatto con Artenio. “In realtà non ho fatto molto - spiega - in campagna la modernizzazione è un fenomeno molto lento, le spinte progressiste di solito vengono respinte dalla sponda tradizionalista. È giusto così, il lavoro sui campi, infondo, rimane un lavoro manuale legato anche ai riti, alle tradizioni e forse anche alla gestualità. Comunque se c’è un merito da attribuire alla mia

generazione è quello di aver scelto la via della qualità”. Qualità che nella cantina de La Mincana si trova sottoforma di bottiglie che portano, tutte, sotto la denominazione “Doc Colli Euganei”, i nomi propri di Serprino, Chardonnay. Non mancano i rossi: Merlot, Cabernet Franc, il selvaggio Carmenere, il Friularo (qui anche in versione rosata) e le Riserve fatte con invecchiamento in botti di rovere. Ovviamente è di casa il Fior d’Arancio Docg. VILLA DOLFIN - DAL MARTELLO Uno spazio a parte merita la villa. La Mincana, infatti, oltre ad essere l’area e anche il nome confidenziale di villa Dolfin-Dal Martello. La presenza di una “casa con cortivo, orto, brolo e altre comodità per comodo di stanziar quando si va in villa” è documenta fin dal 1580. Nel 1617 figura come proprietaria Marietta Dolfin, del ramo di San Pantaleon. La villa venne poi rimodernata nei primi decenni del XVIII secolo, fu Daniele Dolfin, patriarca di Aquileia, a commissionarne i lavori, compresa l’edificazione del piccolo oratorio che porta come data 1721. Seguirono il giardino all’inglese con peschiera, labirinto, orto botanico, cedrara. Furono gli anni dello suo massimo splendore. Le vicende della famiglia Dolfin portarono poi i suoi membri a trascurare la residenza ai piedi dei colli euganei fino a che lo storico adificio perse d’importanza e nell’800 seguì addirittura lo spoglio delle nobili stanze. Oggi è il cuore pulsante dell’azienda.

Via Mincana, 52 35020 Due Carrare (PD) Tel. +39 049 525559 Fax +39 049 525499 info@lamincana.it www.lamincana.it

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STORIA E DINTORNI

A SPASSO NEL MUSEO DIFFUSO,

tra silenzi e luoghi fuori dal tempo L

a Bassa Padovana ha le sue meraviglie: Este, Montagnana, Monselice ma esiste anche un particolarissimo “museo diffuso” in cui è raccolta la storia rimasta fuori dalle pagine dei libri. Ossia la storia fatta dalle storie della gente comune, dei loro riti, delle loro fatiche a prescindere che si trattasse di seguire con la falce o con lo schioppo le stagioni sui campi o con il rosario le processioni ai capitelli dedicati a tutti i santi che abitano le valli. Qui la fede, la superstizione, la fatica hanno creato non una ma mille storie, ingenue e genuine. Quella del “Canton del galo” forse è la più conosciuta, ma chissà quante ne saranno esistite.

1. MONASTERO DI SAN SALVARO Oggi il complesso monastico ospita il Museo delle antiche vie, una mostra permanente degli oggetti e dei lavori che un tempo si svolgevano lungo le strade ma un tempo era un luogo strategico posizionato sul corso del fiume Fratta, a presidio del confine padovano dalle tentazioni espansionistiche della vicina Verona. Nato intono all’XI secolo come “scola sacerdotium” conobbe floridezza a cominciare dal 1181 quando divenne un satellite dell’importante abazia di Carceri, al tempo retta dagli agostiniani, passò ai camaldolesi nel 1407. Dal 1690 iniziò il suo declino. Da visitare la piccola chiesa che seppur rimaneggiata nei secoli conserva dietro all’altare un’immagine del Cristo Pantocratore, racchiuso nella mandorla con iscrizione “Ego sum lux mundi” di epoca tardo medievale.

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2. SAN ZENO A CASTELBALDO Di questa chiesetta si ha notizia dal 1696, si sa che aveva annesso un cimitero per i morti di peste e gli annegati, nel 1776 fu ampliata e quindi intitolata a S. Maria della Neve. La sua originaria titolazione, tuttavia, ci riconduce molto indietro per la sua fondazione. San Zeno, infatti, è il santo di Verona e la presenza scaligera da queste parti è da ricondurre Medioevo, quando i Veronesi avevano sull’Adige una specie di porto per il controllo delle merci.

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La leggenda del “CANTON DEL GALLO” Si narra che nei pressi del fiume Fratta, nella casa dei Carminati, si ballasse molto spesso. Una ragazza a cui piaceva molto ballare a voce alta sbottò: “questa sera ho così tanta voglia di ballare che ballerei anche con il diavolo”. A quel punto entrò dalla porta un signore distinto, avvolto in un mantello nero, che nessuno aveva invitato alla festa e iniziò a ballare con la ragazza. I presenti si accorsero che aveva gambe da gallo e decisero di chiamare alcuni preti, ma vani furono gli sforzi. Il diavolo si faceva beffa di loro. Alla fine si fece avanti un piccolo prete che con l’acqua benedetta e preghiere riuscì a scacciarlo. Da allora quel luogo venne chiamato Canton del Diavolo o del galo. l Veneto del Mistero. Guida ai luoghi della leggenda. A cura di Alberto Toso Fei (Regione Veneto, 2010) p. 48

5. VILLA BARBARIGO. MERLARA Esempio di villa azienda, la stessa tipologia di abitazione che rese celebre Palladio nel mondo. Questa villa, infatti, come del resto quasi tutte le ville Cinquecentesche del Veneto, furono il fulcro sul quale la Dominante imperniò la sua nuova economia. Dopo la scoperta dell’America e di nuove vie mercantili che eludevano il Mediterraneo, Venezia fu costretta a rivolgersi all’entroterra e a puntare più sull’agricoltura che sul commercio

4. PONTE BAILEY, PIACENZA D’ADIGE Il nome deriva dal suo ideatore, l’ingegnere britannico Donald Bailey che durante la seconda guerra mondiale progettò ponti modulari, veloci da costruire, per sostituire i ponti distrutti durante le operazioni belliche.

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3. CRISTO D’ORO A MASI La piccola chiesetta del Cristo d’Oro, la leggenda vuole che il piccolo sacello un tempo conservasse un crocefisso completamente d’oro, sempre la leggenda vuole che sia stato trafugato da Napoleone durante le guerre della Campagna d’Italia e che oggi sia tra le opere conservate al Louvre. Si tratta di una leggenda.

Hotel Ristorante

La Nave ★★★

C’è un modo estremamente piacevole di concludere il viaggio nel passato di questo lembo di terra compreso tra Adige e Fratta. Dopo essersi tuffati nei colori della campagna ed immersi nella storia superstite di questi luoghi, è arrivato il tempo di gustarne i sapori e i profumi. Il gusto delle ricette tradizionali, infatti, appartiene al paesaggio nella stessa misura in cui gli appartengono la linea dell’orizzonte o il carattere delle stagioni. Tutto ciò che chiamiamo tradizione non è altro che il prodotto di una specifica area, in ragione dei suoi elementi caratterizzanti, che ha vinto in resistenza la prova contro il tempo. E chi questa sfida può davvero dire di averla vinta, è l’hotel-ristorante la Nave di Masi che nei suoi quasi cento anni di storia non si è limitato a dare testimonianza della tradizione locale ma ha contribuito nel darle forma. Così se da queste parti, lo spezzatino di musso, le trippe, il risotto con i fegatini oppure le anguille del grande fiume sono diventate un vero e proprio “must” è perché da ben cinque generazioni alla Nave vengono preparate secondo ricette ben collaudate. Qui il territorio davvero incontra la tavola e la tradizione è di casa tanto quanto lo è lo spirito di rinnovamento che negli anni ha mantenuto attuali gli antichi sapori. Salami, soppresse, osso colli, pancette sono rigorosamente di produzione propria, tra i primi piatti anche le paste sono fatte in casa e la preparazione di quelle in brodo come le “tagliatelle” si perpetuano di generazione in generazione. Non manca il sempre giovane risotto alla veneta, la trippa, il baccalà, la cacciagione e la preparazione dei pesci d’acqua dolce, una gran scelta di bolliti della tradizione veneta e per concludere i dolci. La scelta dei vini è ampia e di grande pregio, così come le birre sono state selezionate tra quelle prodotte nel territorio in modo da accompagnarsi perfettamente alle pizze e alle focacce preparate con le migliori farine e con ingredienti di altissima qualità. Per chi dopo il percorso volesse riposare, l’hotel dispone di 33 alloggi elegantemente arredati e forniti di ogni comfort. Ristorante La Nave - Via Mazzini, 51 - Masi (PD) - tel. 0425.51764


Tenuta Civrana,

diventa percorso nella natura

Il Percorso - Foto di Tonelli Aldo

60 ettari di campagna lasciati agli animali. Laghetti, corsi d’acqua, boschetti offrono riparo a diverse centinaia di specie animali che ora è possibile incontrare grazie ad un itinerario nel cuore di una campagna d’altri tempi Definire in una parola sola che cos’è la Tenuta Civrana è impossibile, perché in se racchiude ogni significato che può essere attribuito alla natura. Entrare dal cancello di via stazione a Cona, equivale ad un viaggio nel tempo e nello spazio. Nel tempo, perché la sensazione è quella di trovarci in un frammento di campagna d’altri tempi: la campagna dei racconti dei nonni, quella verde, solare, ordinata e contenuta in lunghi filari di alberi e siepi. Nello spazio, perché stiamo parlando di ben 365 ettari di campagna, di terra nera, strappata alle paludi grazie alle bonifiche che interessarono il Caverzerano negli anni ’30 del secolo scorso. Campi che oggi vengono impiegati nelle diverse colture stagionali da destinare sia alla vendita diretta, attraverso spaccio interno, sia da riservare alla cucina dell’agriturismo che le trasforma in ricette, obbligatoriamente elaborate secondo le regole della tradizione e dell’ospitalità. Civrana dunque è un modo di intendere il verde, non è solo un’azienda agricola è pure uno spazio aperto ai visitatori come fattoria didattica, come centro per i campi estivi oppure, ancora, come spazio dove frequentare corsi in cui conoscere da vicino gli animali. Gli animali, infat-

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ti, ricoprono un ruolo importante alla Tenuta Civrana, la sensibilità della famiglia Frigo ha piegato le scelte aziendali alla loro presenza, riservando gli spazi di cui hanno bisogno per una felice convivenza con l’uomo. Ed è stato per questo motivo che verso la metà degli anni ’80, con una lungimiranza impressionante rispetto alle tematiche legate all’importanza della biodiversità, su sessanta ettari di campagna si è deciso di non coltivare più nulla e di lasciare questi spazi ad habitat per tutte le specie che avessero deciso di approfittarne. Nel tempo queste aree sono state strutturate con dei laghetti, diversi canali con la loro vegetazione palustre (sui quali l’università di Padova sta conducendo diversi studi legati alla fitodepurazione), macchie, boschetti a vegetazione autoctona che oggi sono diventati la casa di molteplici specie, alcune delle quali letteralmente sparite dalla campagna circostante. Tra i mammiferi: gli incontri con animali schivi come i tassi, le volpi o le faine non sono una rarità, per gli anfibi e i rettili la complessità ambientale che si è venuta a creare nelle aree umide è diventata elemento di richiamo di specie rare, come la testuggine palustre la cui presenza rappresenta un indica-


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tore ambientale, sottolineando la qualità delle acque che scorrono nelle scoline e che vengono utilizzate anche nell´irrigazione delle colture. Tra gli uccelli poi le specie, stanziali e di passo, censite in dieci anni di studio costante, raggiungono le 171 specie. Un vero ecosistema che oltre ad aver ricevuto il riconoscimento come Zona di Protezione Speciale (Zps), denominata “Garzaia della tenuta Civrana”, nell’ambito del progetto europeo Natura 2000, oggi è diventato un vero e proprio percorso natura, l’ennesima offerta della Tenuta Civrana rivolta a tutti coloro che davvero vogliono conoscere la nostra campagna e le sue creature. Si tratta un sentiero da fare a piedi, in bici o a cavallo strutturato in diversi mesi di lavoro che si

Due le postazioni per il bird-watching, altre sono in allestimento compreso un osservatorio per le persone disabili snoda fin dentro il cuore della tenuta con passerelle, ponti, capanni per il bird-watching, permettendo ai visitatori di stare a stretto contatto con gli animali senza disturbarli. Un ulteriore viaggio dentro ad un mondo che altrove è sparito e che qui invece pare conoscere la sua stagione migliore.

Il Percorso - Foto di Tonelli Aldo

Pavoncelle - Foto di Tonelli Aldo

TENUTA CIVRANA Pegolotte di Cona (VE), Via della Stazione 10 Tel. 333 6662584 • Fax 0426.509075 info@tenutacivrana.it www.tenutacivrana.it


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IL PERCORSO E I SUOI PROTAGONISTI Il percorso è stato ricavato attorno agli spazi di campagna destinati agli animali, si tratta di una Zona di Protezione Speciale (Zps) strutturata in un itinerario la cui percorrenza richiede dalle due alla quattro ore. Per gli appassionati della fauna o per le famiglie che vogliono riscoprire o riallacciare il loro rapporto con la natura sono state realizzate passerelle, ponti, postazioni per l’avvistamento di diverse specie animali (solo tra gli uccelli quelle censite ammontano a 171) studiate negli ultimi dieci anni dai dottori Mirko Destro e Aldo Tonelli, recenti vincitori di una borsa di studio finanziata dall´Associazione Faunisti Veneti, per lo studio dei micro-mammiferi presenti nell´oasi.

@Tonelli Aldo

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UCCELLI Tra gli uccelli il maggior numero di presenze spetta alle specie legate all’acqua, come gli ardeidi (aironi e garzette), i limicoli come i cavalieri d’Italia, gli anatidi come le alzavole e i germani reali ma non mancano i passeriformi come i cardellinie le capinere o i rapaci diurni come gheppi e lodolai, nel 2008 è stata avvistato anche un raro esemplare di aquila anatraia maggiore (foto) e i notturni come il Barbagianni. Con l’arrivo dell’autunno dovrebbero farsi sempre più presenti i pivieri dorati, le pavoncelle, i migliarini di palude e le cinciarelle.

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ANFIBI E RETTILI Certamente, di queste due famiglie, la specie più rappresentativa della Tenuta è la testuggine palustre europea, una volta comune in tutti corsi d’acqua e nelle aree umide, oggi la si trova sempre più raramente a causa delle opere di bonifica e dell’inquinamento; tale specie è ora oggetto di un progetto di monitoraggio che ne studierà la dinamica nei prossimi 3 anni. Una famiglia che necessiterebbe di maggiori indagini è anche quella degli anfibi. Certa comunque è la presenza del rospo comune, del rospo smeraldino, della raganella e della rana agile.

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MAMMIFERI Le lepri sono numerosissime e non di rado è possibile imbattersi anche in animali schivi come la faina, la volpe o il tasso. Questi ultimi sono i protagonisti di un filmato girato con le telecamere a infrarossi e caricato sul sito della Tenuta Civrana. I due animali si rincorrono ma più che per naturale competizione sembrano giocare a rimpiattino.

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PADOVA TRE, la multiutility tre volte più vicina al cittadino

Durante l’anno 2012 tutti i Comuni del Consorzio Padova Sud hanno superato il 65% di raccolta differenziata, riuscendo a conquistare il titolo di Comuni Ricicloni nella rassegna annuale di Legambiente La gestione dei rifiuti nella bassa padovana si chiama Padova Tre. Una multiutility che opera in un territorio che abbraccia le provincie di Padova, Vicenza e Trento. Padova Territorio Rifiuti Ecologia cura gli aspetti legati ai contratti di raccolta e trasporto dei rifiuti solidi urbani e assimilati, il processo di bollettazione/fatturazione, l’attività di sportello utenti territoriale e telefonico e lo sportello provinciale per lo smaltimento dell’amianto. Effettua inoltre servizi pubblici integrativi per i rifiuti speciali, supporta i Comuni nelle attività di coordinamento, informazione e formazione dei loro dipendenti e degli amministratori, sulle tematiche, gli adempimenti, gli obblighi derivanti dalla costante evoluzione normativa del settore. Progetta e realizza anche percorsi didattici presso le scuole del territorio e campagne di sensibilizzazione. Insomma una gestione dei rifiuti a 360 gradi che nel corso del 2012 ha già tagliato un impor-

Dall’inizio del 2013 inoltre, è attiva una “web app” che permette di accedere ai servizi on-line direttamente da smartphone e tablet tante traguardo. Tutti i Comuni del Consorzio hanno superato il 65% di raccolta differenziata, riuscendo a conquistare il titolo di Comuni Ricicloni nella rassegna annuale di Legambiente. L’asso nella manica della raccolta è il Sirv, un sistema elettronico di rilevazione degli svuotamenti che permette di conteggiare nella fattura dell’u-

padova tre

tente il numero esatto di volte che viene svuotato il suo bidone dei rifiuti. Tutto questo è stato possibile grazie evaelettronico di ril Sirv, il sistema are ette di conteggi zione che perm ero ll’utente il num nella fattura de to ta il che viene svuo esatto di volte rifiuti suo bidone dei all’utilizzo di raffinate tecnologie wireless che non hanno modificato le abitudini dei cittadini e degli operatori, ma hanno reso tutti più responsabili migliorando la differenziazione dei rifiuti. Del resto la tecnologia è di al casa Consorzio Padova Sud, una buona risposta tra l’utenza, infatti, la stanno avendo anche la nuova APP del progetto Città Pulita, che permette di segnalare i rifiuti presenti nel territorio comunale attraverso un portale web raggiungibile dall’indirizzo www.pdtre.it/cittapulita, e la web app” attraverso la quale e possibile accedere ai servizi on-line direttamente da smartphone e tablet. Con qualsiasi dispositivo touch si possono quindi fare e vedere le segnalazioni di città pulita, consultare il calendario della raccolta differenziata di ogni Comune, cercare un rifiuto nel dizionario interattivo, accedere ad un’area riservata per controllare i propri svuotamenti e visualizzare on-line le bollette. Per accedere è sufficiente visitare il sito www.tre-mobile. it dove a breve si potrà anche procedere al pagamento on-line delle bollette dai dispositivi mobile come cellulari e tablet.

GLI ALTRI SERVIZI OFFERTI DA PADOVA TRE • Dal 2007 vengono raccolte a domicilio anche specifiche tipologie di rifiuti classificate come rifiuti urbani pericolosi: oli vegetali, lampade al neon, toner esauriti, pneumatici, batterie auto, inerti di provenienza domestica, indumenti usati e pannolini. • L’acquisto di stoviglie biodegradabili in Mater-Bi (progetto Libeambiente). • Lo sportello Energia

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STORIA E DINTORNI

VIE D’ACQUA, VIE DEL POTERE di Mauro Gambin

Nei secoli centrali del Medioevo la “Bassa” venne scelta da una nobile famiglia appartenente al ceto cavalleresco imperiale, per far partire la propria ascesa nel panorama continentale

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efinire “terra” il Veneto meridionale dei secoli centrali del Medioevo, non è del tutto corretto. Terra in senso geografico lo era senz’altro, da intendere però come luogo o area. Più che di suolo da calpestare, si trattava di una landa dai margini fluidi, un arcipelago d’isole di terra ferma, una serie infinita di lenti d’acqua stagnante che si allargavano e si ristringevano insieme alle stagioni. “Paltana”, “palù”, “cuori”, la toponomastica superstite restituisce la consistenza delle plaghe di allora. Sulla natura dei luoghi, tuttavia, occorre essere precisi e se è vero che il libero scorazzare dei fiumi aveva per certi versi reso da sempre tribolata la convivenza delle genti con il paesaggio, le città c’erano e anche importanti. Fin dall’età del bronzo le zone sopraelevate e quin-

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di sicure dall’imperversare delle alluvioni, avevano cominciato ad ospitare le prime civiltà. Così Montagnana, sulle gobbe sabbiose lasciate dalle rotte dei fiumi nei secoli precedenti, ed Este, che invece aveva trovato posto sui piedi asciutti dei colli Euganei, dovevano costituire due punti fermi sulle carte geografiche instabili del tempo. Eppure tale semplificazione è ancora tutta da accertare. Meno dubbi rimangono per la successiva epoca romana, meno ancora per quella posteriore e pur tuttavia è solo dagli anni ‘70 dell’XI secolo che, con un certo profitto, presero il via azioni ed esperienze destinate a lasciare un segno profondo nella storia del territorio. E’ nel cuore del Medioevo, infatti, e nel cuore del Veneto meridionale che una nobile famiglia appartenente al ceto cavalle-


STORIA E DINTORNI

resco imperiale, pose le sue radici e con risolutezza principiò ad arrampicarsi lungo le aste dei fiumi, determinata a raggiungere i vertici della politica continentale. Sfruttando l’occasione nata in seno alla maturata necessità di una maggiore decentramento del potere nell’Impero carolingio, le cui frontiere abbondantemente travalicavano i confini nazionali di stati e paesi, gli Obertenghi, così si chiamava la famiglia di vassalli discendente dei marchesi di Toscana, decisero di prendersi, qui, il loro posto al sole. Gli Este, o Estensi, come si chiameranno più tardi, la cui fama è indissolubilmente legata nel Rinascimento alla città di Ferrara Azzo II e Cunegonda e al Po, è invece all’Adige che devono il loro nome. Este, infatti, deriva da Atheste che a sua volta discende da Athesis, ossia Adige. Este, insomma, significa Adige. Ed è da attorno all’Adige che gli Estensi partirono per raggiungere il jet set del Sacro Romano Impero. Il come, è tutto da spiegare ed è avvincente almeno quanto lo è stata la serie di Dallas per chi stava davanti alla tv negli anni ’80. L’intera epopea, tuttavia, non la si può raccontare, perché moltiplica per diversi secoli la “soap” americana; comunque, come per la saga degli “Ewing” quella degli Este parte dai capostipiti. Gli Jock ed Ellie del telefilm sono sostituiti da Alberto Azzo II e Cunizza nella realtà carolingia. Ovviamente non c’è alcuna compagnia petrolifera EwingOil ma una corte, che va comunque intesa come una ditta, il cui nome assapora già di successo: la “Curtis Elisina”, l’azienda agricola di Solesino, amministrata secondo il modello curtense di epoca carolingia. L’estensione è incerta, secondo alcune fonti si tratta di 1100 “mansi”, per altre addirittura di 11.000. La cosa certa è che fu la moglie

di Azzo II a portarla in dote. Insomma, Solesino fu l’inizio di una politica espansionistica esponenziale, proprio come a Dallas. Dopo la “curtis”, la famiglia prese il “castrum”, quello di Lusia ottenuto in affitto nel 1079 dai canonici di Verona, e poi l’abbazia badiese della Vangadizza di cui erano patroni, il castello di Merlara, quello di Montagnana, del Manegium (Fratta Polesine) e di Lendinara ottenendo in questo modo il presidio di entrambe le sponde dell’Adige, del Polesine di Rovigo e della Scodosia in barba ai Barnes, agli Wayne al Kliff di Dallas. Una porzione di terra neanche tanto grande, ma come per le aree estrattive aveva il suo pozzo di petrolio, l’acqua: attorno alla quale esisteva un lucroso giro di affari. Per lo più tasse. Legate alle concessioni, ai diritti fiscali sulla caccia, sulla pesca, sui mercati, che allora si tenevano sui corsi dei fiumi perché le strade non erano sempre percorribili, sul movimento delle merci, su barche obbligate a pagare il “toloneo”, la tassa sui trasporti fluviali. L’Adige di quest’andirivieni era l’autostrada, ossia la via più frequentata per collegare i passi alpini al mare, il centro Europa all’Adriatico, le terre dell’Imperatore a quelle del Papa, offrendo, come si capirà, prospettive di potere su scala continentale. Detenere un passaggio su questa strada equivaleva all’oggi, fatte le dovute proporzioni, possedere parte delle quote della Federico II di Svevia detto “Stupor Tav della Val Susa; inoltre, va precisato Mundi”, salendo le pendici del monte di Monselice, per prendere che la famiglia di possesso dalla mura bizantine Cunizza, la bavareche diventeranno la sua rocca, se, già deteneva il vide “la potenza del Marchese” controllo dei passi ossia lo svettare dei castelli alpini. Quanto sia estensi del Monte Cero, del Monte Castello e del Cecilia di Baone stata importante

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STORIA E DINTORNI Cunizza per Azzo II non è difficile intuirlo e tra gli stocento. Le bonifiche poi richiamano grandi schiere di rici non manca chi con malizia vede nell’unione dei lavoratori per gli scavi e il movimento terra, attraverso due un matrimonio d’interesse ma va detto, almeno il recupero degli arativi dagli incolti derivano nuove per recuperare un po’ di quell’amor cortese cantato colture, nuovi uomini a cui affidare i campi, nuovi indai “trobadores” che più tardi troveranno una casa troiti per i signori. Ed è sempre seguendo le vie d’acalla corte degli Este, che le loro spoglie ancora ripoqua chei possedimenti degli Este si allargano a macsano insieme in una delle grandi arche che frontegchia d’olio. Nel 1117 Enrico III, figlio di Guelfo IV e giano l’ingresso dell’abazia della Vangadizza a Badia nipote di Azzo II, prese possesso dell’abazia di CarPolesine. Il controllo dell’Adige, dunque, era il “core ceri, una mossa strategica per gettare un ideale ponbusiness” degli Estensi, i pedaggi e le concessioni te verso la città di Este. Abbazia, neanche a farlo apgarantivano entrare significative ma posta, la cui canonica si trovava sul Nel tardo ‘200 le non si trattava semplicemente di affaSanta Caterina, ancora un fiume che, ri legati al movimento delle merci, fortune degli Estensi allora come oggi, conduce control’acqua del Medievo stava allo svilup- erano distribuite tra corrente alle pendici meridionali dei po tanto quanto in epoca recente lo colli Euganei. Ad Este gli obertenghi è stato il cemento. Era risorsa, ener- abazie, castelli, torri cambiano nome, dal 1154-59 la famie campagne per gia meccanica, infrastruttura comglia assume stabilmente quello di merciale, principale motore delle circa 11.185 campi Estensi, o Este o De Este. Ed è a Este opere pubbliche attraverso le bonifiche la potenza del marchese ragpadovani, circa che. Con l’acqua funzionavano gli imgiunge i vertici dei colli. Ne avrà invi6.000 mila ettari, sui pianti molitori per la macinazione dei dia l’imperatore Federico II di Svevia, cereali, la famiglia estense ne detequali si sviluppava quando salendo le pendici del monte neva una decina tra Megliadino e SaMonselice, per prendere possesso il lavoro di poche di letto, l’acqua era la base dell’agricoldelle mura bizantine che diventerancentinaia di uomini no la sua rocca, vide “la potenza del tura e rientrava anche nel ciclo della calce, un aspetto non secondario se Marchese” ossia lo svettare dei casi considera la forte espansione demografica di questelli del Monte Cero, del Monte Castello e del Cecilia gli anni e la politica dell’incastellamento decisa per di Baone, tuttavia fu sempre lungo l’acqua che contimettere al sicuro i possedimenti ed esercitare un fernuò la conquista del territorio. Dai dintorni di Este il reo controllo sui confini. Torri, castelli, abazie nasco“Sirone”, o Vigenzone, divenne strategico per ragno un po’ ovunque. Sui colli uganei quanto a ridosso giungere Monselice, Pernumia, Carrara e fin giù, verdel grande fiume. Le fornaci funzionano a pieno regiso la laguna Adriatica ma era della città del Santo che me, a Casale, a Montanana al Pizzon (oggi Masi) si ha i marchesi si erano invaghiti e ancor di più del controlnotizia di produzioni di mattoni ancor prima del Duelo dei traffici sul Brenta e sul Bacchiglione. Nel tardo

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STORIA E DINTORNI Nel 1240 gli Este si insediarono stabilmente nella città rivierasca al Po, lasciando progressivamente i propri possedimenti dell’oltre Adige al crescente potere della città di Padova ‘200 le fortune degli Estensi erano distribuite tra abazie, castelli, torri e campagne per circa 11.185 campi padovani, circa 6.000 mila ettari, sui quali si sviluppava il lavoro di poche centinaia di uomini intenti nel coltivare i campi, “zapando, bruscando, vigna facendo e uvam follando” o impegnati a “segare, lodamare, fossato scavare” per bonificare nuove terre sottraendole alle acque ma anche ai boschi che ancora all’epoca crescevano disordinatamente. Ronco, Ronchi, Roncà sono i toponimi che oggi ricordano quell’immane lavoro di disboscamento ma tra gli interventi non mancava il ripristino o la creazione ex novo di arginature, nuovi fiumi come il Fiumicello di Montagnana o la creazione di nuovi villaggi sul terreno strappato agli incolti, è il caso di “Domus paludi Montagnana” nel quale oggi si è intenzionati a riconoscere l’abitato di Borgo San Marco. Interventi che hanno trovato attuazione a fianco di un’epopea politica di prim’ordine, giocata sullo scacchiere delle signorie che proprio in quegli anni si ponevano a capo delle grandi città. Dominio che gli Estensi ebbero ben saldo nella zona del Basso Veneto, soprattutto tra Padova ed Este dove i vincoli di solidarietà con le altre famiglie aristocratiche del territorio (come i Da Baone, i Da Castelnuovo, i Da Sossano o i Da Lendinara), fondati proprio sul possesso della terra, ebbero buon gioco nell’assegnazione di cariche e ruoli ai vertici delle città. Un’influente rete di relazioni vassallatiche consentirono, infatti, ad Azzo VI di assumere la carica di podestà di Verona, la città più evoluta commercialmente e popolosa del Veneto di allora, e vedere la stessa carica ricoperta da altri membri della famiglia nella vicina Mantova, dal 1207 al 1214. Le stesse relazioni, però, risultarono troppo deboli altrove, immaginiamo a Vicenza dove gli Estensi potevano contare solo sull’appoggio politico dei Da Sarego e dai Da Monticello. In generale la via risultò preclusa in tutte le città emancipate dal punto di vista comunale. La società politica del XII e XIII secolo, infatti, in Veneto

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STORIA E DINTORNI era molto avanzata, le città comunali avevano sviluppato istituzioni politiche la cui solidità era fondata nel prestigio della casata al governo. Fu giocoforza, dunque, per la famiglia Estense cercare nuove strade per estendere il proprio potere e lo trovarono nella vicina Ferrara, allora ancora un modello di città arcaico poco competitivo rispetto alle vicine realtà venete. Nel 1240 gli Este si insediarono stabilmente nella città rivierasca al Po, lasciando progressivamente i propri possedimenti dell’oltre Adige al crescente potere della città di Padova che come libero comune, proprio sul finire del ‘200, riuscì a sostituirsi agli Estensi nel controllo della Vangadizza e ad estendere il proprio confine sul fiume a presidio del quale venne edificato nel 1296 Castelbaldo. Un vuoto dinastico permise al comune di Padova di inserirsi tra i complicati ingranaggi che i discendenti di Azzo II avevano continuato a mantenere funzionanti attorno all’economia dell’Adige e degli altri fiumi. Per la Città del Santo si trattò di raggiungere uno sbocco commerciale per le manifatture che le avrebbero permesso di entrare nel secolo successivo nel novero delle città più ricche e colte del Nord Italia. Per i discendenti degli Obertenghi, tuttavia, si aprirono altri due secoli di illuminato regno nella città del castello che “galleggia” sull’acqua.

Questo articolo è stato redatto elaborando le relazioni esposte dal dott. Francesco Tognana e dal prof. Gian Maria Varinini in occasione del convegno sugli Estensi tenutosi ad Este circa un anno fa.

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messaggio pubbliredazionale

L’INTERVISTA

Il futuro della Mobilità e del Turismo galleggia In materia di Mobilita e Turismo legato all’acqua abbiamo intervistato L’onorevole polesano Diego Crivellari, Iscritto al gruppo parlamentare del Partito Democratico, componente della IX commissione (trasporti, poste e telecomunicazioni)

Per l’uomo moderno parlare di traffico è come per l’uomo del passato parlare della peste. Un morbo. Inquinamento, cementificazione, nervosismo, molti dei problemi della vita contemporanea viaggiano su quattro ruote come se alla strada asfalta non ci fosse alternativa. È proprio così? Non c’è alternativa? “Non è proprio così, qualcosa per integrare l’asfalto esiste già. Esiste una sensibilità al problema ed iniziano ad esistere anche delle concrete sinergie per i trasporti. L’asta navigabile Fissero-Tartaro-Canalbianco che attraversa per tutta la sua lunghezza la Provincia Rovigo e consente un collegamento diretto con Mantova e Ferrara è già realtà. Certo, non ci si può limitare a questo. Soprattutto in una terra come il Polesine attraversata da grandi fiumi”. Effettivamente, la mobilità delle merci su acqua potrebbe essere una carta vincente per il Polesine di domani. Il porto off-shore al largo della costa adriatica deporrebbe a favore del Polesine, le vie d’acqua potrebbero essere quel collegamento che permetterebbe alle merci di raggiungere il cuore della Pianura Padana. “Certo, si può già parlare di un circuito fluviale Mare Adriatico-Cremona-Mare Adriatico di circa 540 Km, che interessa anche il territorio di Rovigo, garantendo tempi e costi certi, per operare con tranquillità ed in un contesto di sicurezza. Tuttavia, riequilibrare il trasporto stradale, con la moda-

lità Idroviaria e Ferroviaria, è necessario. rara. A questo scopo è utile rimarcare che Se tutto rimarrà sull’asfalto il limite della il Turismo Fluviale è una proposta di vacrescita economica e dello sviluppo è dato canza alternativa che rappresenta uno dei dalla densità del traffico. Sarebbe come la- nuovi segmenti, con notevoli potenzialità di sciare il nostro futuro in coda… dietro a un mercato. Tale proposta può integrarsi con camion. l’ecoturismo, il turismo verde, l’agriturismo, Perché le vie d’acqua sono così sotto il turismo enogastronomico, il cicloturismo, sfruttate? Perché non riusciamo a stare il turismo collegato ai parchi su scala interal passo con i tempi? regionale. Per questa sua caratteristica, è “Mentre altri paesi in epoca recente hanno necessario costruire un’immagine unitaria ben compreso l’immensa risorsa e poten- del prodotto fluviale in Italia”. zialità della navigazione fluviale e ne han- Va bene, mi dica qualcosa di concreto no promosso lo sviluppo con infrastrutture “In quanto componente della commissione adeguate, rendendo navigabili nuovi canali trasporti della Camera dei Deputati, ho intee promovendo il proprio territorio in manie- ressato il Vice Ministro dei Trasporti Vincenra adeguata, l’Italia ha assistito negli ultimi zo De Luca per favorire l’adozione di una decenni ad una progressiva perdita d’uso e normativa specifica che regolamenti la nad’importanza di tale patrimonio. Solo negli vigazione fluvio – marittima costiera. Al Vice ultimi anni questa tendenza sembra essersi Ministro è stato trasmesso un documento invertita; i convegni riguardanti lo sviluppo di proposta elaborato dal Coordinamento della navigazione fluviale sono all’ordine del per lo sviluppo funzionale del sistema della giorno, molte direttive regionali, nazionali e navigazione interna e fluvio-marittima del comunitarie spingono in questa direzione Nord Italia, che comprende tutte le massimentre una nuova imprenditoria dedicata me autorità, sia tecniche che istituzionali e all’acqua si sta afpolitiche delle RegioL’idrovia Fissero-Tartaro Canal Bianco facciando sulla sceni Veneto, Lombardia na nazionale. Si sta Po di Levante per il Polesine rappresenta ed Emilia Romagna e assistendo ad una un’importante opportunità sia per il tra- dopo aver incontrato sporto delle merci che per il turismo riscoperta generale il Presidente dell’UNII delle vie navigabili (Unione Navigazione interne prevalentemente volte al turismo Interna Italiana) Mario Borgatti ed il Consostenibile”. sulente di logistica Erasmo Bordin, i quali Insomma esiste qualche speranza. hanno illustrato nei dettagli la proposta di “Ne esiste più d’una. Una per esempio si modifica legislativa, ha, dopo pochi giorni, chiama turismo e Rovigo si dimostra all’a- riconvocato un tavolo tecnico con i Dirigenti vanguardia in questo. La Club house e del Ministero dei Trasporti con l’obiettivo di l’attracco per natanti realizzato nell’area avviare un approfondimento delle proposte dell’Interporto rappresenta una ulterio- di modifica delle legislazioni, finalizzate re opportunità che va sfruttata per porre a riconoscere il ruolo già operativo della Rovigo al centro di una prestigiosa offerta navigazione interna e costiera fino alle 3 turistica Fluviale tra Venezia Mantova e Fer- miglia”.

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Bonifica del Gorzon, la memoria è di carta di Alessandro Tasinato

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n giorno mi accorsi di aver perso tutto. Gli estratti conto della mia banca, le attestazioni dei miei diplomi e le foto. Un sacco di foto: di me, della mia famiglia, delle vacanze, tutte. Avevo salvato quei file in una memoria esterna da un terabyte e quel giorno, dopo averla collegata al pc tramite una chiavetta usb, non riuscivo ad averne l’accesso. All’inizio pensai fosse uno scherzo dell’elettronica, un mondo pressoché oscuro per me, ma col passar dei minuti e l’invano reiterarsi dei miei clic sul mouse mi accorsi che non lo era. Fu una tragedia. E se un giorno capitasse proprio così? Se un giorno scoprissimo di aver perso tutto? Se gli hardware e i software cui da anni consegniamo le nostre memorie cedessero tutti d’un botto? Se i database digitali delle

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amministrazioni, delle aziende e delle nostre vite private facessero flop? Saremmo ancora disposti a nutrire così tanta fiducia nei confronti della cosiddetta “de-materializzazione”? Cosa cominceremmo a pensare del cosiddetto mondo “virtuale”? Sono convinto che lo stato di angoscia in cui cadremmo ci porterebbe a maledire il giorno in cui abbiamo cessato di usare la carta. Ecco, la carta. Vorrei tanto parlarvi di una carta. Di una carta che sarebbe un toccasana per tutti coloro che – disorientati un bel giorno dal voltafaccia dei kilobyte – volessero risalire a ritroso della propria memoria digitalmente scomparsa. Attorno alla metà del Cinquecento, nuovi assetti economici avevano costretto la Repubblica Serenissima


STORIA E DINTORNI di Venezia a rinunciare progressivamente al proprio prestigio sui mari e a guardare con nuovo interesse all’entroterra ipotizzando nuove strategie per poterlo sfruttare. La geografia della bassa padovana appariva a quel tempo come un immenso catino di acque sgrondanti dalle Prealpi e dai Monti Lessini. Le acque del fiume Fratta, per esempio, si sprigionavano stizzosamente ad ogni sua piena, vagavano per la pianura e come sedotte dalla pendenza si raccoglievano nei punti più bassi. Tranne che per piccoli borghi raminghi cresciuti in corrispondenza di crocevia leggermente rialzati dal piano campagna, queste lande di Serenissima erano quindi tutto un intreccio di acque raccolte in laghi e paludi il cui destino era quello di perdersi in falde e vapori. Luoghi adatti all’attracco delle barche dei pescatori, che da quelle acque attingevano il proprio sostentamento, o ad ospitare il giaciglio di qualche errante pastore. La Serenissima li aveva denominati luoghi in-culti e per questi luoghi in-culti la Serenissima istituisce un’apposita Magistratura con il mandato di prosciugarli e destinarli alle colture. Nel 1562, con ordinanza firmata addì 3 del mese di Marzo, i Procuratori Lorenzo da Mulla, Francesco Bar-

baro, Antonio Herizo stabiliscono che per prosciugare le terre dall’acqua serve innanzitutto uno stato di fatto dei luoghi. Un’immagine cioè, che ritragga esattamente le cose così come stanno. Una rappresentazione fedele, puntuale, accurata. Una carta catastale, insomma, che descriva il percorso delle acque, la posizione dei laghi, le coordinate delle paludi, l’ubicazione delle terre emerse e di quelle sommerse. Che esprima la loro estensione indicandone i proprietari e ne cataloghi, con tanto di numeri, le rispettive capacità produttive. I Procuratori la commissionano ai cosiddetti periti agrimensori i quali si avvalgono dei perticatori (dal nome di pertica, l’unità di misura in uso a quei tempi). Per perticare c’è bisogno di andare sul posto, di misurar supra-loco cioè. Con corde, stase, compassi e goniometri. Triangolando e traguardando. Altro che internet e google maps! Ebbene, il risultato di queste misure, la cosiddetta summa delle pertichatione viene appunto riportata magistralmente su una carta. Anzi, su centoventuno pezzi di carta. Dipinti ad acquerello e incollati l’uno di fianco all’altro su un supporto di lino grande otto metri per tre. Viene denominata Carta del Retratto. Sentite come suona, Retratto. Com’è rigoroso questo

Le dimensioni della carta oggi conservata al Museo etnografico di Stanghella. Nella pagina a fianco la città di Montagnana.

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STORIA E DINTORNI

Il comune di Castelbaldo.

Il comune di Masi, da notare che l’allora pianta urbana è del tutto sovrapponibile all’attuale.

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STORIA E DINTORNI participio passato del verbo Retrahere. Venne preso a prestito dall’espressione Retrahere terram ab aqua (sottrarre terra dall’acqua, cioè) la quale diventa l’imperativo in nome del quale Venezia inaugura una stagione di maestosissime opere idrauliche. Retrahere significa porre fine innanzitutto ai capricci del fiume Fratta. I Procuratori stabiliscono che sia regolato il fiume che butta nel lago e che lo stesso sia cavato et sgarbato et fatto quanto ne parerà al bisogno. Inoltre, allo scopo di smorzare una volta per tutte i suoi spasmi, i Procuratori ordinano che siano costruiti arzeri forti e potenti che possino resistere ad ogni impetto di aqua. Retrahere significa anche svuotare il lago di Vighizzolo e le paludi. I Procuratori stabiliscono che sia fatto un cavamento per svodar il lago, che si realizzi cioè un canale artificiale in cui convogliarne le acque e ne definiscono ogni parametro, a partire dalla larghezza dell’alveo, per esempio, che dovrà essere de piedi quaranta in fondo, imponendo un rigoroso tracciato che mai e poi mai si dovrà discostare dalla recta linea. Prescrivono il rispetto di bocche, diametri e tubature qualora ce ne sia bisogno e infine delegano ogni dettaglio progettuale allo judicio delli inzenieri. Gli inzenieri mettono a punto i manufatti grazie ai quali i laghi e le paludi vengono svuotati. Inventano il ponte-canale, un sistema di tubazioni la cui sezione, pendenza e lunghezza sono calcolate in modo tale che le acque sgrondanti dal lago attraverso il Gorzone passino al di sotto del fiume Frassine e ciò per mero risucchio dell’acqua all’interno dei tubi (lo fecero – pensate – anticipando una formula fisica che un certo Bernoulli avrebbe scritto soltanto centoqua-

rant’anni più tardi!). Ecco. Se noi andassimo a ritroso nel tempo, in cerca di immagini cui aggrappare la nostra storia, la Carta del Retratto sarebbe senz’altro la nostra ecografia. Quei centoventuno pezzi di carta, dipinti ad acquerello e incollati l’uno di fianco all’altro su un supporto di lino grande otto metri per tre sarebbero senza dubbio l’immagine del nostro stato embrionale. Della grande placenta di acqua piovana cioè, che avvolgeva le nostre bassure prima che i lavori del Retratto - all’inizio - e delle bonifiche coi cavalli vapore - più tardi - sottoponessero i nostri luoghi in-culti a quell’enorme travaglio da cui vennero partoriti i nostri paesi. Furono ben ventiquattro i comuni della nostra provincia le cui terre vennero sottratte all’acqua: da Montagnana a Castelbaldo, da Masi ad Anguillara, passando per Urbana, Merlara, Megliadino, Carceri, Vighizzolo... La Carta è esattamente l’immagine che precedette il nostro parto. Ah, dimenticavo. Casomai foste ancora angosciati da quel timore moderno di perdere i dati, andate un giorno a Stanghella e bussate al civico 1 di piazza Pighin, presso la sede del Museo Civico ed Etnografico ivi ospitato. Chiedete agli Amici della Bassa Padovana di essere accompagnati all’ultimo piano. Vi sarà a quel punto aperta una soglia e, attraversatala, vi apparirà un’enorme teca di vetro il cui riflesso di una luce artificiale vi costringerà a continui scostamenti del capo in seguito a tre o quattro dei quali riuscirete finalmente a vederla. La Carta, cioè, è lì. Non è mica virtuale. Lo giuro. State sereni.

La necessità di aumentare la superficie coltivata e di ridurre la dipendenza dalle importazioni di grano estero, fu alla base delle decisioni prese dalla Repubblica di Venezia, dopo il 1556, di intraprendere la bonifica del vasto territorio che si estendeva a meridione degli Euganei, divenuto nel corso del medioevo un acquitrino incolto. Il particolare di questa inedita pergamena del XVI secolo evidenzia con esemplare chiarezza le precarie condizioni ambientali in cui versavano queste plaghe circumcollinari tra Montagnana ed Este. (il nord è a destra) [BCVR, ms. 3150].


STORIA

INGEGNERI VENEZIANI, TUTT’ALTRO CHE INFALLIBILI

Alla fine del ‘600 gli ingegneri idraulici veneziani tentarono di risolvere il problema delle frequenti inondazioni nel Veronese con il taglio delle Rocche Marchesane di Masi. Fu un disastro.

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e gli ingegneri idraulici veneziani, nei quasi mille anni della Repubblica Serenissima, si sono distinti in interventi a dir poco titanici, non si può tuttavia affermare che fossero infallibili. Qualche abbaglio lo hanno preso anche loro, certo poca roba rispetto agli sforzi che hanno dovuto sostenere per cambiare il corso del Brenta o del Tagliamento che rischiavano di interrare la laguna con l’apporto dei detriti. Poca roba, si diceva, se confrontata con i “murazzi”: la difesa dal mare approntata nel ‘700, con pietroni in bianco d’Istria cementati con malta idraulica, proprio mentre la Repubblica viveva il suo “Canto del Cigno”. Poca roba davvero se si considera che le bonifiche fatte da loro sono in larga parte quelle di oggi. Salvo qualche idrovora fatta partire a vapore alla fine dell’Ottocento tutto il resto (canali scolatori, botti, porte, “tagli”)... è tutta roba loro. Eppure non erano infallibili come ci informano le “Memorie storiche” di Bernardino Zendrini, matematico della Repubblica di Venezia del quale riportiamo la cronaca. I fatti riguardano il piccolo comune di Masi, sulla sponda sinistra dell’Adige ultimo comune in provincia di

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Padova prima di quella di Rovigo, e risalgono alla fine del Seicento. 1 “Peraltro nel tempo della predetta visita credette bene il magistrato di far eseguire il taglio delle Rocche Marchesane ai Masi sul Padovano, il quale in altro non consisteva, se non nell’aprir certo argine dirimpetto al passo della Badia, in un sito ove altre volte vi era un ponte sul fiume. Il motivo di questo taglio fu, perché essendo quivi il fiume assai ristretto, ne potendo da se allargarsi per le muraglie delle antiche fabbriche che pure stanno sotto acqua, e per conseguenza tenendosi molto alto nelle piene con molto danno delle parti superiori, ed inoltre per vari giri dell’alveo maestro inferiormente al passo predetto della Badia trovandosi l’Adige molto ritardato nel suo corso, si reputò che con il taglio di queste ghiaie, ridotta molta parte dell’acqua a camminare in retta linea, fosse per restar sollevato il fiume, facendo quel taglio tutti gli offizj di un diversivo. La deliberazione fu segnata in questi termini nel dì XVIII. diFebbrajo. “Che a norma di quanto consigliavano li periti Alberti e Cumano si dovesse tagliare l’arzerino della rocca


STORIA E DINTORNI marchesana per XXX, pertiche a livello della campagna, disfacendo prima il traversagno di essa rocca, asportando la terra, e rinforzando con essa l’argine maestro dell’Adige; e fossero levati tutti gl’impedimenti, perché restasse affatto libero il corso delle acque”. Inoltre si ordinò, che si prendesse la terra dell’alzarino a livello della campagnanella marezzana de’ nobili uomini da Mula, principiandosi al taglio ultimo, che già si era fatto in essa marezzana, e venendo in giù verso la Colombara pertiche XXV., coll’asportar il terreno sopra la banca dell’argine maestro opposto: parimenti si comandò, che fosseaperto per XII piedi il muro del cortile di predetti nobili nella parte inferiore, e che fosse abbassato l’arzerino o cavedone sino al piano della corte. Queste provvisioni che allora parevano assai salutari, trattandosidi dare uno scarico all’Adige in un sito, in cui essendo soverchiamente ristretto apportava de’ danni considerabili al naturale bilanciamento regolare del fiume; mentre stante la brevità e rettitudine della linea, incanalatesi per il taglio furiosamente le acque, hanno esse abbandonato nelle magre quasi del tutto l’alveo maestro, onde la navigazione grandemente ne ha patito e ne patisce, dovendosi praticare in parte per l’alveo di esse Marchesane, che è molto ristretto e di un corso assai precipitoso, ed in parte per l’antico alveo dell’Adige da per tutto atterrato. Si celere nelle piene si è lo smaltimento delle acque per il canale delle Marchesane, che dopo il taglio fattosi in quest’anno, mai più le parti superiori del Veronese hanno sofferto rotte, dove prima frequentemente le avevano; bensì per lo contrario le parti inferiori del Polesine e Padovano restarono in momenti, per così dire, al tempo delle escrescenze così cariche dell’ingorgo delle acque, che andarono negli anni appresso soggette alle più calamitose e frequenti innondazioni. Ho voluto minutamente riferire il fatto, acciochè sia di documento a’ posteri, che non sempre quelle opera-

zioni le quali a primo aspetto pajono le più adatte, ricevono tali in effetto, essendovi delle circostanze che le rendono spesse volte e contingenti dannose. Il taglio delle svolte nei fiumi pare senza dubbio di profitto Bernardino Zendrini è ricordato tra al loro corso, ma i più importanti ingegneri idraulici italiani del XVIII secolo qualche volta vi sono tali accidenti, che se si tagliassero, si farebbe diventare torrente il fiume reale: le svolte non sono, come potrebbe sembrare ad alcuno, errori della natura, ma mezzi necessarj per moderare la corrente, e conservar un congruo corpo di acqua nel fiume. se questo di sua natura è troppo tortuoso, il raddrizzarlo a mezzo il suo corso gli pregiudicherebbe, come pregiudicò l’Adige il taglio delle Marchesane. Il tagliar alcuna delle svolte verso il mare facilita il moto dei fiumi, ma anco tali tagli hanno i loro limiti, e devono essere regolati dalle particolari loro circostanze, altrimenti si cade di leggieri in molti inconvenienti. Al Po sul Piacentino furono tagliete alcune acute gombiate che aveva nel suo alveo; e appunto alle parti inferiori di esso è succeduto quello che pur è succeduto anco all’Adige pel taglio delle Marchesane, avendo quel gran fiume provato eccessive piene dopo tale novità. Adesso il provvedere a’ disordini delle rocche Marchesane è uno dei punti più essenziali della regolazione dell’Adige, quando altre volte credavasi che il tagliare avesse ad essere la redenzione di quel fiume”.

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Il virgolettato è stato tratto da “MEMORIE STORICHE DELLO STATO ANTICO E MODERNO DELLE LAGUNE DI VENEZIA E DI QUE’ FIUMI CHE RESTARONO DIVERTITI PER LA CONSOLAZIONE DELLE MEDESIME” di Bernardino Zendrini, matematico della repubblica di Venezia. Tomo II. Da pag. 168 a 169 Nella pagina a fianco le Rocche Marchesane al tempo dell’intervento idraulico raccontato da Bernardino Zendrini. In basso un’immagine aerea di come si presenta l’area fluviale oggi

Rocche Marchesane


STORIA E DINTORNI

Tra mura e corsi d ’acqua,

percorso nella “Padovana bassissima”

U

na terra antica, primitiva percorsa da vene d’acqua che le hanno dato forma ed importanza. Questa è la Bassa Padovana, anzi Bassissima, un lembo di Veneto contenuto tra i Colli Euganei, l’Adige e il Gorzone, con le sue città simbolo: Montagnana, Este, Monselice famose e celebrate per la loro storia. Il percorso che proponiamo si snoda sulle arginature dei corsi d’acqua che per essere state rialzati, in una landa un tempo depressa e soggetta a trasformarsi sovente in palude, sono state di certo le uniche vie percorribili di un tempo. Tre le città che visiteremo, come tre i corsi d’acqua che useremo: Bisatto, Frassine, Gorzone. Si parte da Monselice, Mons silicis il nome deriva probabilmente dall’attività estrattiva della pietra iniziata in età antichissima. I primi insediamenti nel territorio infatti sono da ricondurre alla notte dei tempi, una leggenda vuole che Monselice sia stata fondata da Ossicella, compagno di Antenore, fuggiasco dalla città di Troia dopo la guerra contro i greci. Comunque sia di “mura” parla questo e percorso e per risalire a quelle di Monselice è necessario andare avanti fino al V-VI secolo, alla prima fortificazione del colle della Rocca da parte dei bizantini. Mura che furono ampliate durante il XIII secolo, sotto la giurisdizione di Ezzelino da Romano vicario in terra veneta dell’imperatore tedesco Federico II, per chiudere completamente il centro abitato. Si devono inoltre ad Ezzelino la ristrutturazione del Mastio sulla sommità della Rocca, la costruzione della Torre civica e l’edificazione del Palazzo, oggi detto appunto “di Ezzelino”, che costituisce parte importante del Castello di Monselice. Per quasi tutto il XIV secolo, Monselice fS l’avamposto difensi-

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vo di Padova verso Sud. In questa strategia viene ampliato e ulteriormente fortificato l’impianto delle mura di Ezzelino, che assumono nella seconda metà del XIV secolo la loro configurazione definitiva: una cerchia esterna provvista di torri e di monumentali porte di accesso e quattro cerchie interne, che risalgono la Rocca fino al torrione sulla vetta. Le mura iniziarono a sparire nei decenni dell’Ottocento, quando le mura e le torri vennero considerate un ostacolo all’espansione urbana. DA VEDERE • Santuario delle sette chiese • Castello • Torre civica • Villa Duodo • Villa Contarini • Villa Emo • Villa Pisani • Villa Nani Mocenigo Lungo il Bisatto si raggiunge Este, la capitale del Veneto nell’età del bronzo. Le sue mura risalgono al 1339 che insieme al castello sorsero sulle ceneri di quello estense. In cima al colle troviamo il mastio, da cui partono le mura fino a formare un poligono contornato a intervalli regolari da torri e dal restaurato castelletto del Soccorso. Oggi l’interno del castello è adibito a giardino pubblico. DA VEDERE • Duomo Abbaziale Basilica Santuario di Santa Tecla • Castello Carrarese • Museo Nazionale Atestino


STORIA E DINTORNI Fra

Colli Euganei

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ESTE

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MONSELICE MONTAGNANA Gorzone

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Ostiglia

Polesine Po Abbandonando il Bisatto e salendo sull’argine del Frassine, proprio dove i due corsi d’acqua si contendono la stessa sponda è possibile risalire fino a Montagnana. Le sue mura sono le uniche ancora perfette. Salvo il complesso di Castel San Zeno e i tratti di cinta ad oriente ed occidente che sono più antichi, risalgono alla metà del Trecento, quando i Carraresi, signori di Padova, vollero ampliare e rafforzare quello che era un essenziale luogo forte di frontiera dello stato padovano contro la Verona degli Scaligeri. La città fortificata è racchiusa in un quadrilatero irregolare delle dimensioni di circa 600 x 300 metri con un’area di 24 ettari e un perimetro di circa due chilometri. DA VEDERE • Il Duomo • La Rocca degli alberi • Castel San Zeno e annesso Museo Per concludere l’anello è possibile continuare la pedalata fino a fiume Fratta e scendere lungo il suo argine per diversi chilometri fino ad incontrare la botte realizzata dai veneziani con il Retratto del Gorzon. Qui il Fratta passa sotto il letto del Frassine, risalendone il corso si raggiunge nuovamente Este. Lungo la SR10 il rientro a Monselice è questione di qualche minuto.

INFORMAZIONI: Iat Monselice Tel +39 0429 783026 turismo@comune.monselice.padova.it Iat Este Tel +39 0429 600462 iateste@virgilio.it Iat Montagnana Tel +39 0429 81320 prolocomontagnana@tiscali.it

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ARTERRA Il pastorello del Giorgione e la Resurrezione del Bellini sono stati ambientati rispettivamente a Montagnana e Monselice, luoghi riconoscibili ma anche elementi del cosiddetto paysage moralisé

La Bassa,

paesaggio celeste nelle tele dei grandi maestri di Loredana Pavanello

F

ra le antiche vie d’acqua che segnavano il territorio attualmente identificato con la Bassa Padovana - espressione di un Veneto agro, di confine, stretto tra l’acqua morta e la terra “retratta” - alcune tracce di vissuto parlano di un mondo sotterraneo, sospeso tra l’oblio, idioma dei tempi moderni, e la tenace resistenza dei fatti. Numerose ricerche di ambito locale hanno contribuito a restituire il ritratto di un territorio multiforme, ricco di suggestioni e colpevolmente sottovalutato sotto il profilo storico, culturale e naturalistico, favorendo, di contro, lo stereotipo che a lungo ha visto nella regione veneta (il “ricco nord est”) un preciso modello di sviluppo economico-finanziario - peraltro mai teorizzato, e di fatto mai esistito - fondato sulla diffusione della micro-industria. Non di modello si è trattato ma, come ormai noto, di sostanziale assenza di pianificazione per uno sviluppo sostenibile. Il territorio della Bassa, compreso fra le barriere naturali dell’Adige e dei Colli Euganei, ha vissuto le

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trasformazioni mantenendo però l’antica vocazione agraria (pur riadattata, a seguito della meccanizzazione), e cedendo solo in parte alle suggestioni di facile industrializzazione, e relativa cementificazione. In questo modo i cambiamenti costituiscono quasi il seguito naturale di un percorso di antropizzazione ormai plurimillenario: vicissitudini che hanno visto susseguirsi la centuriazione romana, le rotte dei fiumi in età altomedievale, la continua lotta contro una natura ingenerosa, combattuta sotto la guida dei monaci benedettini, poi l’arrivo dei patrizi veneziani, con la bonifica che andava assumendo i caratteri della dominazione, fino alle più recenti metamorfosi. C’è stato un momento in cui il paesaggio veneto, compreso quello della Bassa, ha rappresentato una suggestiva fonte di ispirazione anche in ambito artistico. Le città murate, in particolare, hanno costituito motivo di interesse per i più grandi artisti veneti in età moderna, lasciando vive tracce nella produzione figurativa:


Il disegno di Giorgione, ora a Rotterdam: il cosiddetto Pastorello, raffigurante un giovane pensieroso, seduto in primo piano su una roccia e sullo sfondo le mura di Montagnana verso Castel San Zeno. Nella pagina a fianco “Resurrezione” di Giovanni Bellini conservata agli Staatlichen Museen di Berlino. Alle spalle del Cristo è possibile riconosce la Rocca di Monselice

la cinta muraria di Montagnana e la rocca di Monseimpressa nella mente dei viaggiatori cinquecenteschi lice spiccano nel panorama delle citazioni, fungendo che da Venezia attraversavano il basso Veneto, mada sfondo per gli immaginari paesaggi naturali di rapgari verso l’Emilia, ed era quindi ideale punto di conpresentazioni allegoriche. tatto tra sacro e quotidianità nel dipinto. Protagonista silenzioso, il paesaggio della Bassa si La scelta va intesa come un’esigenza di immediata fonde in una poetica di atmosfere e suggestioni miriconoscibilità, secondo una concezione della religiosteriose, non sempre facilmente accessibili. É il caso ne come dimensione quotidiana, parte fondamentale di un noto disegno di Giorgione, ora a Rotterdam: il della poetica di Bellini, che sa tradurre in immagini cosiddetto Pastorello, raffigurante un giovane pencomplesse questioni filosofiche. L’antica teoria di Plasieroso, seduto in primo piano su una roccia e immertone e dei  suoi seguaci pagani e cristiani, che per so in un ambiente naturale percorso da un tratto di duemila anni avevano cercato di  comprendere il fiume. Alle spalle una città murata, di imponente belrapporto fra l’amore divino, quello umano  e la luce lezza: città un tempo scambiata per Castelfranco, luobenefica del sole, prende vita nelle opere del pittogo natale dell’artista, e solo più tardi identificata con re veneziano  attraverso i colori semplici e squillanMontagnana. La cinta murati dell’esperienza diretta: il Il paesaggio raccontato da ria, a tutt’oggi un esempio di verde  intenso e ordinato dei architettura medievale fra i campi coltivati, l’azzurro terBellini è nello stesso tempo meglio conservati in Europa, so e cristallino del  cielo, del quello altamente simbolico è restituita con precisione mare e di tutti i corsi d’acqua della teologia e quello quasi fotografica, e al temsono lo sfondo costante di po stesso con grande forza una luce  permeata d’amore rasserenante di una lenta emotiva. che avvolge le figure umane. quotidianità laboriosa La rocca di Monselice, inveIl paesaggio raccontato da ce, è presente in alcune opere di Giovanni Bellini, Bellini è nello stesso tempo quello altamente simboprotagonista indiscusso della stagione artistica venelico della teologia e quello rasserenante di una lenta tra fine ‘400 e primo ‘500: la vediamo, in particota quotidianità laboriosa: la rocca sullo sfondo della lare, nella Resurrezione degli Staatlichen Museen di Resurrezione è contemporaneamente luogo fisico, Berlino. Come nel disegno giorgionesco, il soggetto, tangibile, e simbolo della città celeste dell’allegoria tratto dalla storia sacra, trova un’ambientazione famicristiana. liare: il tempo sovrastorico si incrocia con quello dei Si trattava di una svolta epocale, destinata a rivoluziosoldati in primo piano, di fronte al vuoto della tomba. nare l’intero corso della pittura moderna. Schiacciati dalla visione del Risorto, trionfante in mezCassa di risonanza di quanto andava sviluppandosi in zo al cielo dell’aurora, essi sono parte di un mondo laguna, la Terraferma si dimostrava ricettiva nei conterreno. Il frammento di paesaggio con la rocca, che fronti della novità. Anche in periferia la committenza svetta solitaria a destra, doveva essere un’immagine del ceto dominante, aristocratico e borghese, iniziava

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ARTERRA a ricercare, se non proprio l’opera di mano del maestro, almeno quella analoga di validi pittori informati sul più moderno discorso figurativo: Michele da Verona a Villa Estense, Bernardino Licinio a Saletto, Girolamo da Treviso a Balduina, solo per citare qualche esempio. Più della parola scritta, l’immagine si adatta alle esigenze di comunicazione, per la capacità di creare processi emotivi e mentali in modo diretto, secondo il pasoliniano linguaggio delle cose. L’arte rappresentava un luogo eletto, funzionale a veicolare una determinata rappresentazione di sé e del proprio status sociale, di un’etica familiare e di una precisa ideologia politica e religiosa. Lo statuto dell’immagine, del tutto privo di neutralità, era dunque ricercato - nella forma pubblica della pala d’altare o in quella privata del dipinto di devozione anche dalla facoltosa committenza della Bassa, per esprimere il proprio aggiornamento culturale rispetto a Venezia, centro della cultura veneta, ricercando così una forma di riconoscimento sociale, basato su una pluralità di idee e valori condivisi. Un curioso campionario di “tracce belliniane” si sparge dunque nel museo diffuso della Bassa, quel museo aperto, fondato sull’armonico dialogo tra natura e storia, costituito da un continuum interminabile tra paesaggio, architettura, arte. Va almeno ricordata la preziosa tavola di Cima da Conegliano realizzata nel 1504 per Santa Maria è solida rocca; Maria delle Consolazioni in Este, torre eburnea; città oggi al Museo murata; fortezza Archeologico inespugnabile; cielo Atestino, raffigurante la Vergine luminoso; nuvola con il Bambino mattutina; montagna seduta dietro un eccelsa e intatta parapetto marmoreo, stagliata contro il cielo azzurro chiaro e uno sfondo naturale. Il tema della Madonna con il Bambino, diversamente da quanto diffuso dalla pacificante cultura d’intrattenimento, non rappresenta solamente una tenera scena di maternità. Si tratta di un’immagine di complessa simbologia, incentrata sul tema della morte, come preannuncio del sacrificio di Cristo: l’espressione mesta, se non angosciata, dei protagonisti, e la presenza del parapetto marmoreo (il marmo dell’altare e del sarcofago), costituiscono di fatto un riferimento alla Passione. Lo sfondo naturale, la bellissima campagna veneta, non è in questo caso (e non lo è mai, nella pittura rinascimentale) una componente neutra, di pura

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La Vergine con il Bambino di Cima da Conegliano, realizzata nel 1504 per Santa Maria delle Consolazioni in Este, oggi al Museo Archeologico Atestino

funzione decorativa: è invece elemento di una articolata grammatica costruita su una complessa simbologia mariana. Un contenitore di simboli e citazioni: il cosiddetto paysage moralisé, paesaggio moralizzato, costruito con gli epiteti confluiti in un repertorio codificato. I tradizionali attributi della Vergine, mascherati nel paesaggio “naturale”, sono lucidamente disposti in un sintetico discorso per immagine, funzionale alla contemplazione: Maria è solida rocca, torre eburnea, città murata, fortezza inespugnabile; cielo luminoso, nuvola mattutina; via e porta del cielo; montagna eccelsa e intatta … Sono questi epiteti ad incontrarsi con la geografia fisica, anche della Bassa, per diventare segni dell’interazione tra attività umana e grazia divina. Segni che vanno a costruire un mondo nuovo, che partecipa dei due elementi e che vuole costituire l’ideale raggiungibile dell’azione dell’uomo sul territorio, per una trasformazione della campagna da terra inospitale e paludosa a luogo deputato alla “santa agricoltura”, secondo la formula teorizzata in quegli anni dal patrizio padovano Alvise Cornaro, una sorta di piano economico ante litteram. É attraverso questi segni che possiamo tratteggiare un percorso da correre con gli occhi, e possibilmente con le gambe. In questa luce meno abitudinaria, un qualsiasi pomeriggio potrebbe diventare occasione di conoscenza e momento di compartecipazione nella vita culturale di un territorio incompreso, da riscoprire in modo informato e consapevole.


ARTERRA

PALAZZO DELLA RAGIONE FINO AL PROSSIMO 17 NOVEMBRE

VENETKENS, NELLA TERRA DEI VENETI ANTICHI In mostra la selezione di tutto ciò che appartiene a quei mille anni in cui si è originata e sviluppata una civiltà Stanno per chiudersi i battenti della mostra dedicata ai Veneti antichi. Una mostra importante, una mostra che ha fatto grandi numeri così come era nelle aspettative degli organizzatori che allestendo il percorso espositivo hanno cercato di dare luogo a qualcosa di mai tentato prima. In passato, infatti, ai Veneti antichi sono state dedicate mostre locali, contingenti al concludersi degli scavi archeologici o conseguenti convegni. Parliamo comunque di eventi sporadici, l’ultima in termini cronologici è quella tenutasi ad Este, nel ’98, “Lungo l’Adige ridente” ma riguardava esclusivamente i ritrovamenti dell’area atestina e montagnanese. In questa occasione, invece, è stato perseguito l’obbiettivo 52

di raccogliere la selezione di tutto ciò che è stato trovato in quell’area vastissima compresa tra Po, Alpi, Tagliamento e mare Adriatico. Il Veneto antico, la casa per quasi mille anni, dal X al II sec. a.C., di quelli che a tutti gli effetti possiamo considerare i nostri progenitori. Una terra che rappresenta un unicum nella protostoria, l’uomo di 3500 anni fa, infatti, per motivi ancora in larga parte sconosciuti abbandonò la fascia prealpina per trovare rifugio nella pianura veneta ed è l’unico territorio dove non hai mai smesso di dimorare e di esercitare l’arte della palafitticultura nelle lagune adriatiche che è poi l’origine di un singolare e prezioso isolamento dei secoli successivi, quell’isolamento che finì an-

che con il dare forma a Venezia e il favorire una mentalità molto autonomista che resiste tuttora. Trovare continuità nel carattere dei veneti antichi con gli attuali, forse non sarebbe difficile o almeno non lo è più di quanto non sia stato difficile prendere coscienza della presenza di questa civiltà. Solo verso la fine dell’800, infatti, il numero e la qualità di reperti diventarono elementi inconfutabili della presenza di una cultura che andava separata da quella successiva dei romani e non aveva niente da invidiare a quella etrusca, degli osci o degli apuani, coetanei dei Veneti. Anzi, per grandezza, per raffinatezza e per la durata di entrambe si può tranquillamente affermare che per troppi secoli i


ARTERRA

Paride arciere è un eccezionale bronzetto di fabbricazione etrusca

Perline in pasta vitrea, del tutto simili alle attuali murrine veneziane

veneti antichi sono stati sottostimati da quelli contemporanei. I principali musei archeologici del veneto hanno messo a disposizione alcuni dei loro oggetti di incredibile bellezza e importanza, reperti, alcuni dei quali, mai esposti prima: l’ambra del baltico che veniva semilavorata nel Polesine prima di riprendere la via del Mediterraneo, le collane di perline in pasta vitrea che oggi si vendono nei principali negozi di souvenir del mondo o il pettine in osso identico a quello esposto al museo di Alaior a Minorca attribuito alla civiltà talaiotica: tracce di autentica modernità, come se il mondo da allora non avesse mai smesso di essere globalizzato. Vasi, situle in rame (la Benvenuti merita da se il biglietto), bronzetti, schizzi di scrittura, le cose di tutti i giorni e quelle che designavano il rango, presentate in sequenza cronologica, in percorsi educativi, con ricostruzioni virtuali molto efficaci per rivivere quegli antichi riti. Lo spazio dedicato al culto dei morti, a quello dei cavalli o ai rappor-

La situla Benvenuti, il capolavoro dell’età del bronzo

ti con gli altri popoli affacciati al Mare nostrum, restituiscono fin dentro ai particolari le paure, i motivi di orgoglio e i rapporti con il resto del mondo che facevano parte della vita politica e privata di allora. La mostra dunque è di valore, è moderna nella proposta al visitatore, merita di essere vista, c’è tempo fino al 17 novembre.

Un isolamento che finì con il dare forma a Venezia e il favorire una mentalità molto autonomista che resiste tuttora STORIA DEI VENETI IN BREVE Sul finire del II millennio a.C., e in modo più articolato nel corso del I, l’Italia nord-orientale ha visto fiorire la civiltà dei Veneti antichi, una popolazione che la mitologia classica vuole originaria dell’Asia minore e giunta in Occidente tra XIII e XII secolo a.C., al tempo della Guerra di Troia e delle successive peregrinazioni degli eroi achei e troia-

Il pettine in osso decorato a cerchietti si trova in tutto il Mediterraneo come se il mondo di allora fosse già globalizzato

ni, come Antenore. Secondo quanto attesta la tradizione, i Veneti, alleati dei Troiani, dopo la caduta di Troia sarebbero approdati sulle coste dell’alto Adriatico e qui, cacciate le popolazioni locali - identificate dalla tradizione con gli Euganei - si sarebbero stanziati. A questo quadro mitografico si contrappone un’evidenza archeologica orientata, come per i contemporanei Etruschi e agli altri popoli dell’Italia “alle soglie della storia”, a riconoscere piuttosto un processo di formazione locale significativamente influenzato da apporti culturali esterni. I dati archeologici parlano di una realtà culturale con remote radici nelle società preistoriche locali, che, dopo un periodo di crisi nel XII secolo a.C. conseguente a sconvolgimenti che investono l’intero mondo mediterraneo, rifioriscono intorno al 1000 a.C. Si configura così una nuova civiltà che si articola su un territorio, corrispondente alle attuali regioni Veneto, Friuli Venezia Giulia e parte del Trentino. 53


CON I PIEDI SOTTO LA TAVOLA

MALTAGLIATI

AI FUNGHI CHIODINI Difficoltà: minima

Ingredienti per 4 persone 320 g di maltagliati 600 g di funghi chiodini 1 spicchio di aglio 1 mazzetto di prezzemolo olio extravergine di oliva sale

IL CHIODINO Il fungo più diffuso nella Bassa Padovana è sicuramente il chiodino. Cresce dai primi giorni dell’autunno (se è particolarmente piovoso) fino al comparire delle prime brinate notturne. Da settembre ad ottobre, quindi è abbastanza facile raccoglierlo. Cresce esclusivamente sui ceppi degli alberi morti (talponi o talponare) ed è sicuramente uno dei funghi più gustosi a tavola. Il nome deriva dalla sua caratteristica forma, appunto a chiodo con un gambo particolarmente coriaceo. Per questo è preferibile consumarne la cappella e la parte superiore più tenera del gambo. Il chiodino va consumato esclusivamente cotto ed è consigliabile, prima di prepararlo secondo quanto descritto nella ricetta, farlo bollire almeno 15 minuti, questo perché i chiodini differiscono dagli altri funghi commestibili per la presenza di una sostanza tossica che ne impedisce il consumo a crudo e che tuttavia si modifica divenendo innocua con la cottura. Non va mai surgelato crudo. I funghi in generale, e i chiodini spiccano per il numero limitatissimo di calorie, forniscono un apporto minimo in calorie e di altri elementi; in particolare i chiodini forniscono solamente 15 kcalorie per 100 grammi di prodotto edibile, e sono composti per oltre il 90% di acqua, per cui definirli semplicemente un sapore non è troppo lontano dalla realtà.

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Preparazione: 15 minuti

Cottura: 1 ora

Preparazione Mondate i funghi, eliminate gli eventuali residui terrosi, strofinateli leggermente con un panno umido e se necessario sciacquateli velocemente in acqua tiepida, quindi asciugateli. Lavate il prezzemolo, asciugatelo, mondatelo staccando le foglie dai gambi e tritatelo con un coltello. Scaldate 2 cucchiai di olio in un tegame o in una padella, unite lo spicchio di aglio, sbucciato e schiacciato, e fatelo appassire a fiamma bassa per circa 6 minuti, senza farlo dorare. Eliminate l’aglio, alzate la fiamma, aggiungete i funghi e il prezzemolo e fate cuocere per 40 minuti o fino a quando i chiodini saranno teneri. Cuocete la pasta in abbondante acqua bollente salata; scolatela al dente, trasferitela nel recipiente di cottura dei funghi, aggiungete 2 cucchiai di olio, mescolate bene e distribuitela nei piatti singoli.


CON I PIEDI SOTTO LA TAVOLA

ANARA IN SALSA

Difficoltà: media

Preparazione: 2-3 ore

Cottura: q.b.

Preparazione Pulite, fiammeggiate e svuotate l’anatra, mettendo da parte il fegatino: lavatela, asciugatela, legatela sotto le cosce e ripiegate le ali. Disponete in una teglia le fette di limone, appoggiate sopra l’anatra, punzecchiata perché durante la cottura perda il suo grasso, e mettetela in forno a 250°, facendole prendere colore, prima da una parte e poi dall’altra, salando e pepando. Legate assieme i rametti di rosmarino e la salvia e deponeteli all’interno della teglia con l’anatra, abbassando il calore a 200°. Quando l’anatra sarà cotta, spegnete il forno. Raccogliete qualche cucchiaio di sugo perso dall’anatra durante la cottura, mettetelo in un tegamino con l’aglio e, appena questo sarò imbiondito, toglietelo e aggiungete il prezzemolo tritato, le acciughe e il fegatino pure tritato. Cuocete velocemente, facendo disfare per bene le acciughe, spruzzate con l’aceto, rimescolate e togliete dal fuoco. Tagliata l’anatra a pezzi, disponeteli su piatto caldo, amalgamate il sugo rimasto, senza limone e odori, alla salsa preparata e irrorate l’anatra. Mettete in forno spento, ma ancora caldo, per un quarto d’ora circa perché il tutto si insaporisca.

Ingredienti per 6 persone 1 anatra di kg 1,8 2 rametti di rosmarini 1 di salvia 1 limone sale e pepe q.b. 1 spicchio d’aglio 2 acciughe dissalate e deliscate 1 mazzetto di prezzemolo fegatino dell’anatra spruzzata d’aceto Tratto da “Il grande Manuale della Cucina regionale di Stella Donati”

TORTA

CO’ LA UA ‘MERICANA Preparazione Versare in una terrina lo zucchero, la farina mescolata al lievito, l’olio, 3 uova intere, il sale, il succo di mezzo limone, 3-4 mele a fette e infine l’uva americana a piacere. Mettere il composto in una teglia imburrata e infarinata. Preriscaldare il forno a 170 180°, quindi infornare per 40 minuti. Spolverare a piacere con zucchero a velo.

Difficoltà: facile

Preparazione: 20 minuti

Cottura: 40 minuti

Ingredienti per 6 persone 8 cucchiai olio d’oliva 10 cucchiai di farina 10 cucchiai di zucchero 1 lievito 1 pizzico di sale ½ limone spremuto 3 uova intere ¾ mele a fettine Uva americana a piacere

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messaggio pubbliredazionale

PAROLA DI TECNICO

I Pentatomidi di Eliano Morello

N

ella rubrica di questo primo numero della rivista Con i piedi per terra affronteremo temi di natura ambientale e agricola. In particolare, vorrei occuparmi di argomenti inerenti il periodo stagionale attuale. L’argomento odierno riguarda le volgari cimici, insetti che acquistano speciale interesse nel momento della trebbiatura di colture quali la soia e il mais (mesi di settembre-ottobre). L’insetto rappresentato nell’illustrazione soprastante è la comune cimice verde (Palomena viridissima o Nezara viridula), che fa parte di un gruppo omogeneo e ben caratterizzato per la forma del corpo appiattita e scudiforme, pressochè pentagonale (da cui deriva la definizione di Pentatomidi). I pentatomidi sono per la maggior parte fitofagi (si nutrono cioè di piante) e svernano allo stato adulto. L’invasione delle cimici in questo periodo si deve al fatto che tali insetti, dopo aver completato il proprio ciclo vitale, maturano (diventano adulti) e sono costretti a trascorrere la stagione invernale riparati sotto la corteccia di piante arboree o sotto pietre, negli anfratti dei muri o fra la sterpaglia, ossia la cosiddetta vegetazione secca, per ripararsi dal freddo pungente. Successivamente, in primavera, le cimici possono compiere un nuovo ciclo vitale, rendendo quindi possibile la maturazione di ben due generazioni annuali. Gli agricoltori in particolar modo si interessano molto a quest’insetto che, allo stadio giovanile, è nocivo e provoca danni consistenti alle colture (anche nell’orto) pungendole e iniettando loro dei virus responsabili poi di evidenti deformazioni nelle piante infettate. Una volta adulta, la cimice invade le case (i luoghi

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riscaldati, in genere) spesso attraverso l’introduzione dei pezzi di legna utilizzati nelle cucine a legna, caminetti e stufe. Se disturbato, emette un odore nauseabondo in grado di allontanare qualsiasi malintenzionato che osi disturbare la sua quiete. La puzza emessa dalle cimici rappresenta la sola arma di difesa che questa specie può utilizzare ogni qualvolta si senta minacciata; è tuttavia evidente che, se l’odore viene spruzzato su ortaggi o frutta, questi diventano inmangiabili. Non va inoltre dimenticato che l’odore fetido viene rilasciato anche se l’insetto viene inavvertitamente schiacciato. La difesa chimica è rivolta principalmente contro gli stadi giovanili perchè maggiormente dannosi e più vulnerabili, impiegando prodotti a base di piretroidi. Sull’insetto adulto non si interviene perchè difficile da colpire. I prodotti da impigare possono essere reperiti presso l’Agricola Lendinarese s.n.c. in via Matteotti, 34 a Lendinara (tel. 0425 1684204 mail: agricolalendinarese@gmail.com) Dello stesso gruppo fanno parte molti altri pentatomidi, magari meno invadenti ma altrettanto curiosi e affascinanti:

GRAPHSOMA ITALICUM

PALOMENA PRASINA

PALOMENA RUFIPES

DOLYCORIS BACCARUM

Agricola Lendinarese s.n.c. via Matteotti, 34 - Lendinara - tel. 0425 1684204 - agricolalendinarese@gmail.com) Morello Eliano morello_eliano@libero.it - Cell. 328 3999365


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Con i Piedi per Terra | 01. BASSA PADOVANA