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“Libertad” di migrare 6 EURO TARIFFA R.O.C.: POSTE ITALIANE SPA - SPED. IN ABB. POST. D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27/02/04 N.46) ART.1 COMMA 1, DCB

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Confronti | luglio/agosto 2017

MENSILE DI RELIGIONI · POLITICA · SOCIETÀ

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ANNO XLIV NUMERO 7/8 Confronti, mensile di religioni, politica, società, è proprietà della cooperativa di lettori Com Nuovi Tempi, rappresentata dal Consiglio di Amministrazione: Nicoletta Cocretoli, Mariangela Franch, Ernesto Flavio Ghizzoni (presidente), Piera Rella, Ilaria Valenzi. DIRETTORE

Claudio Paravati CAPOREDATTORE

Mostafa El Ayoubi IN REDAZIONE

Luca Baratto, Alice Corte, Antonio Delrio, Franca Di Lecce, Filippo Gentiloni, Adriano Gizzi, Giuliano Ligabue,

Michele Lipori, Rocco Luigi Mangiavillano, Anna Maria Marlia, Daniela Mazzarella, Carmelo Russo, Luigi Sandri, Stefania Sarallo, Lia Tagliacozzo, Stefano Toppi. COLLABORANO A CONFRONTI

Stefano Allievi, Massimo Aprile, Giovanni Avena, Vittorio Bellavite, Daniele Benini, Roberto Bertoni, Dora Bognandi, Maria Bonafede, Giorgio Bouchard, Stefano Cavallotto, Giancarla Codrignani, Gaëlle Courtens, Biagio de Giovanni, Ottavio Di Grazia, Jayendranatha Franco Di Maria, Piero Di Nepi, Monica Di Pietro,

Piera Egidi, Mahmoud S. Elsheikh, Giulio Ercolessi, Maria Angela Falà, Giovanni Franzoni, Pupa Garribba, Daniele Garrone, Francesco Gentiloni, Gian Mario Gillio (direttore responsabile), Svamini H. Giri, Giorgio Gomel, Bruna Iacopino, Teresa Isenburg Domenico Jervolino, Maria Cristina Laurenzi, Giacoma Limentani, Franca Long, Maria Immacolata Macioti, Anna Maffei, Dafne Marzoli, Cristina Mattiello, Lidia Menapace, Adnane Mokrani, Paolo Naso, Luca Maria Negro, Silvana Nitti, Enzo Nucci,

Paolo Odello, Enzo Pace, Nicola Pedrazzi, Gianluca Polverari, Paolo Ricca, Carlo Rubini, Andrea Sabbadini, Brunetto Salvarani, Iacopo Scaramuzzi, Daniele Solvi, Francesca Spedicato, Debora Spini, Valdo Spini, Patrizia Toss, Gianna Urizio, Roberto Vacca, Vincenzo Vita, Cristina Zanazzo, Luca Zevi. ABBONAMENTI,

Daniela Mazzarella

Pubblicazione registrata presso il Tribunale di Roma il 12/03/73, n. 15012 e il 7/01/75, n.15476. ROC n. 6551.

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Michele Lipori REDAZIONE TECNICA E GRAFICA

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G. Battaglia, K. Carnà, R. Fileno, S. Lanza, R. Milano, F. Mill Colorni, M. Papasidero, A. Tinozzi.

DIFFUSIONE, PUBBLICITÀ

FOTO/CREDITI

E COORDINAMENTO

Abby Wheatley

PROGRAMMI

(copertina

Nicoletta Cocretoli

e pagine 3, 9, 35, 39).

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Chi fosse interessato a ricevere, oltre alla copia cartacea della rivista, anche una mail con Confronti in formato pdf può scriverci a: info@confronti.net


le immagini

SALVARE VITE

La questione migratoria continua ad essere all’ordine del giorno, e torna con particolare vigore in questi mesi estivi, che favoriscono le avventure, dolorose, di chi si imbarca nel Mar Mediterraneo rischiando la vita, e sovente trovando la morte. Una ennesima estate di prova per la politica europea e internazionale. Subito dopo l’estate uscirà il nuovo Dossier Statistico Immigrazione con la panoramica dei dati aggiornati sul fenomeno migratorio, opera a cui collaborerà anche quest’anno Confronti. A presto dunque, per fare di quei dati statistici un impegno civile e politico per salvare, innanzitutto, la vita di chi migra. Per rispondere a chi chiede “agua”.

Confine Messico/Usa

Confronti | luglio/agosto 2017

“¡Agua!”, si sente invocare per le zone desertiche di una delle frontiere più dure al mondo, quella tra Messico e Stati Uniti. Abbiamo dedicato la copertina e il servizio fotografico di questo numero proprio alla parte americana del confine, grazie alle immagini inedite della ricercatrice Abby Wheatley, impegnata a studiare le barriere geografiche e politiche tra Nord America e Europa. La risposta dei volontari statunitensi a chi chiede acqua è ben rappresentata dalla foto che ora vedete: un bottiglione da trovare sulla via battuta da chi tenta la traversata della barriera per entrare negli Stati Uniti.

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il sommario

il sommario GLI EDITORIALI

Ultimo treno per l’Europa

Felice Mill Colorni 6

Brasile: a chi giova il golpe di Temer? Teresa Isenburg 7

Al voto nel 2018 e con il Consultellum? Adriano Gizzi 8

I SERVIZI GEOPOLITICA 10 Medio Oriente: chi sale e chi scende Mostafa El Ayoubi IMMIGRAZIONE 13 Più integrazione significa più sicurezza (intervista a) Emma Bonino FEDE

16 Secolarismo, pluralismo,

privatizzazione della religione Gino Battaglia

18 Ma la modernità non implica

il declino della religione

Maria Immacolata Macioti ECONOMIA

20 Quali prospettive per la finanza etica? Riccardo Milano 22 Decrescita come abbondanza frugale (intervista a) Serge Latouche CHIESA CATTOLICA

24 Evangelo, il criterio per valutare Maria David Gabrielli 25 Il fenomeno Medjugorje

tra antropologia e religione Marco Papasidero

LIBERTÀ RELIGIOSA 27 La Russia mette fuorilegge

i Testimoni di Geova Renato Fileno

CULTURA 29 Le metafore teologiche di Karl Marx Simone Lanza STORIA 31 Sacco e Vanzetti martiri

del pregiudizio

Roberto Bertoni INCONTRI 33 Gisella Giambone,

partigiana “antieroica” Piera Egidi Bouchard

LE NOTIZIE

LE RUBRICHE

IL LIBRO

Francia

Diario africano Crisi nel Golfo: l’Africa si schiera

Vangelo “sine glossa”

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Minori 36

Migranti 37

Chiesa cattolica 37

Ricordi 38

Enzo Nucci 40

Giuliano Ligabue 46

Note dal margine Testimoni di una speranza ancora viva

Giovanni Franzoni 41

Arte e religioni L’arte sikh: la metafora della spiritualità Katiuscia Carnà 42

Spigolature d’Europa E corre, corre la locomotiva di Angela Merkel Adriano Gizzi 44

Opinione Ucraina: continua la disfida tra “uniati” e ortodossi

Luigi Sandri 45

LE IMMAGINI

“Libertad” di migrare

Abby Wheatley copertina

Salvare vite

Abby Wheatley 3


invito alla lettura

Se l’Europa è accademia Claudio Paravati

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reata nel 2016 dalla Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII – frutto maturo del Centro di documentazione nato a Bologna già nel 1953 su iniziativa di Giuseppe Dossetti e del professor Giuseppe Alberigo, e oggi guidata dal professor Alberto Melloni – la European Academy of Religion è un network di ricerca su base associativa, con l’obiettivo di creare opportunità di incontro, raccordo e scambio per una pluralità di organizzazioni che, a vario titolo, si occupano di studi religiosi in Europa sul piano scientifico. A Bologna (18-22 giugno) ha ora tenuto il primo grande incontro – “Ex nihilo Zero Conference” – con decine e decine di “panel” specifici su svariati temi, alla presenza di centinaia di persone provenienti da molti paesi. Come Confronti abbiamo co-organizzato un’intera giornata di studio, comprensiva di tavola rotonda serale sul tema “Riforme, religioni, Europa”. Il senso di soddisfazione per la buona riuscita dell’evento fa già spazio alla preparazione per il prossimo appuntamento, che si terrà sempre a Bologna nel marzo 2018. A pochi giorni di distanza l’Assemblea interparlamentare ortodossa (Iao) si è riunita a Roma. Nata nel 1993 da un’iniziativa del parlamento greco, la Iao riunisce parlamentari e politici ortodossi di tutto il mondo, provenienti principalmente da Grecia, Cipro, Georgia, Russia, Kazakhstan, Ungheria e Siria. Obiettivo dell’associazione, sorta dopo la caduta dei regimi comunisti in Europa, è la valorizzazione dell’Ortodossia come valore comune di molti cittadini europei e, con spirito ecumenico, superare contrasti nazionalistici e confessionali. Il 26-27 giugno centoquindici parlamentari di religione ortodossa, provenienti da quarantasei paesi del mondo, sono stati ospitati a Montecitorio per la loro ventiquattresima assemblea generale. Un’Europa trainata dunque anche dal lavoro nell’ambito religioso ed ecumenico. In questo quadro gli sforzi per una Accademia condivisa e comprensiva rappresentano una priorità scientifica ma anche sociale e politica. C’è dunque da rallegrarsi per entrambe le iniziative, e non perdere di vista i prossimi mesi di lavoro e di studio.


gli editoriali

Ultimo treno per l’Europa

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e il 2016, fra Brexit ed elezione di Trump, era stato l’annus horribilis del trionfo della destra populista e xenofoba, finora il 2017 potrebbe sembrare l’anno di una generale quanto imprevedibile inversione di tendenza. Quel genere di destra è stata sconfitta seccamente in Olanda, in Austria, e soprattutto in Francia, in elezioni che per la prima volta hanno avuto al centro la questione dell’Europa, e che i più europeisti hanno stravinto e i più antieuropei hanno nettamente perso. Infine, altrettanto imprevista all’inizio, è arrivata la ben meritata punizione dell’arrogante nazionalismo nostalgico e autoritario della premier britannica Theresa May. Anche in occasione del sessantennale dei trattati di Roma ci si attendeva una oceanica manifestazione degli antieuropei e una presenza solo simbolica dei federalisti europei. Ed è accaduto l’opposto. Forse, l’ondata del populismo antieuropeo – con cui avevano trescato, pensando di trarne benefici, tanti politici mainstream, da Cameron a Renzi – si sta davvero invertendo. Forse sono stati proprio i suoi disastrosi successi nel 2016 ad avere aperto gli occhi a molti elettori. La partita fondamentale si è giocata per due volte in Francia. Se Le Pen fosse stata eletta, dell’Europa oggi non resterebbero che macerie. Perché in Francia potesse emergere una proposta nuova rispetto a quelle pre-esistenti ci sono voluti 59 anni, tanti cioè quanti ne sono passati dall’instaurazione della Quinta Repubblica. E Macron è stato eletto anche grazie a una mirabolante congiunzione di colpi di fortuna: un presidente uscente ammaccato che non si ricandida, un candidato socialista modesto uscito dalle primarie, un reciproco anni-

chilimento delle due sinistre, e, come se non bastasse, l’incredibile scandalo che ha azzoppato il candidato gollista e l’ancor più incredibile suo rifiuto di ritirarsi; a quel punto, Macron era diventato la sola alternativa all’incubo Le Pen. Virtù e fortuna, avrebbe detto Machiavelli, entrambe in dosi inverosimili. E la cosa si è ripetuta alle legislative, quando tradizionalmente i francesi concedono al presidente eletto l’opportunità di governare con maggioranza autosufficiente.

PER ESSERE ALL’ALTEZZA DELLE SFIDE CHE CI ATTENDONO, OCCORRE CHE GLI STATI EUROPEI SI IMPEGNINO PER APPROFONDIRE LA NOSTRA UNIONE VERSO UNA PROSPETTIVA FEDERALE. Al contempo, in Francia più che altrove, sembra forse venuto al pettine l’esaurimento della spinta propulsiva secolare del socialismo, non più solo di quello totalitario ma anche di quello democratico: un’esperienza politica che forse è indissolubilmente legata alle sorti di una società industriale che non esiste più così come l’avevamo conosciuta nel Novecento. Sarà interessante vedere se il Labour di Corbyn, che deve buona parte del suo imprevisto successo all’elettorato giovanile anti-isolazionista, saprà mantenere quel consenso nel corso dei negoziati sulla Brexit, che l’aveva visto assai tiepido sostenitore del Remain. Quel che è certo è che ora, dopo le elezioni di settembre in Germania – e

Felice Mill Colorni

chiunque le vinca – si aprirà una finestra di opportunità storica per l’Europa. Come ha dovuto riconoscere Angela Merkel, l’Europa non può più contare, come ha fatto per settant’anni, su alcuna solida certezza, dopo l’elezione di Trump. Deve imparare a cavarsela da sola, o perirà. E, dopo il referendum britannico, il peso politico della Francia e del suo nuovo presidente europeista nei confronti della Germania è cresciuto di molto. L’attuale architettura dell’Ue non consente alle istituzioni di fare passi avanti autonomi verso il proprio sviluppo senza il consenso e l’iniziativa degli stati membri. E l’Europa, ancor oggi, non può fare a meno dell’iniziativa francotedesca. A settembre, probabilmente, per l’Europa partirà l’ultimo treno. Ci sono le premesse per non perderlo. Ma un altro treno non ci sarà. Oltre a sperare che la Francia di Macron e l’establishment politico tedesco siano all’altezza della sfida, il compito di tutti gli europei che tengono alla democrazia liberale, ai diritti umani, al “modello sociale europeo”, al ruolo dell’Europa nel mondo globale è di sostenere a ogni costo l’impegno per un approfondimento della nostra Unione. Come? Il Consiglio italiano del Movimento europeo ha appena fatto una proposta: eleggere nel 2019, assieme al Parlamento europeo, un’Assemblea costituente in quelli fra i paesi membri disposti a far parte di una comunità federale. Può sembrare una proposta utopica, ma anche i passati settant’anni di integrazione pacifica dell’Europa potevano sembrarlo, settant’anni fa, quando l’Europa era in rovine e dilaniata dai nazionalismi.


gli editoriali

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iò che accade in un paese come il Brasile va al di là dei confini nazionali; vale quindi la pena di mantenere una certa attenzione. Il quadro di riferimento inizia il 18 aprile 2016, quando precipita la fase attiva del colpo di Stato tramato da tempo con la complicità del vicepresidente Michel Temer e la Camera vota l’ammissibilità dell’impeachment della presidente Dilma Rousseff in base a imputazioni non previste dalla Costituzione del 1988; il 12 maggio 2016 il Senato accetta l’impeachment e il 31 agosto vota la deposizione della presidente (vedi Confronti 10/2016). Le procedure formalmente corrette non rendono legittimo o legale un atto fondato su accuse non costituzionali. Si era compiuto un colpo di Stato parlamentare in un sistema presidenziale.

TEMER, DOPO AVER DEPOSTO CON UN COLPO DI STATO LA PRESIDENTE ROUSSEFF, STA METTENDO IN ATTO POLITICHE ANTIPOPOLARI NELL’ESCLUSIVO INTERESSE DELLA ÉLITE CHE HA FAVORITO IL GOLPE. Da quel momento Temer occupa illegittimamente la presidenza. Le misure che il governo emana rispondono agli interessi per i quali è stato compiuto il golpe. La prima ha bloccato per 20 anni l’aumento della spesa sociale per scuola, sanità, edilizia popolare. Le privatizzazioni, foriere di deindustrializ-

zazione, non si contano, in particolare nella Petrobras (la maggiore compagnia petrolifera del Paese). La manomissione della previdenza rimanda la pensione a dopo la morte. La riforma del lavoro mina il sistema sindacale e “terziarizza” tutto. Il massiccio trasferimento di denaro alle banche private passa dal debito pubblico gonfiato ad arte e remunerato con interessi altissimi. Nelle relazioni internazionali il disinteresse per il Brics (che riunisce Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) si unisce all’abbandono dell’integrazione dell’America del Sud. Sembra un racconto dell’orrore, e infatti lo è, perché in pochi mesi si è compiuta una demolizione sia politica che economica e sociale. Il golpe è stato possibile certamente perché il governo e la presidente Rousseff hanno sottovalutato la ferocia della élite. Ma le responsabilità ricadono, oltre che sui traditori golpisti e i loro finanziatori, sul potere giudiziario e sulle istituzioni garanti della Costituzione che è stata calpestata, sia nella deposizione della presidente sia nella messa in pratica di provvedimenti eccezionali contro alcune forze politiche; gli organi di controllo non hanno bloccato tali atti illegali. Fondamentale è il ruolo eversivo dei mezzi di comunicazione di massa che detengono il monopolio dell’informazione. Le conseguenze sociali sono una disoccupazione al 13% e una povertà in visibile crescita. La resistenza al golpe è stata immediata, diffusa e si mantiene costante e capillare. Progressivamente cresce il coordinamento fra sindacati, partiti, movimenti sociali, chiese. Si tessono iniziative unitarie,

Teresa Isenburg

dagli scioperi (molto ampio quello del 28 aprile) alle manifestazioni con spettacoli. Le parole d’ordine sono semplici e inequivocabili: fuori Temer, elezioni dirette subito, nessun diritto in meno. Da poche settimane si è in una nuova fase: la Procura della Repubblica indaga su Temer e altri in base a prove prodotte dal padrone della multinazionale di proteine animali Jbs, Joesley Batista, che documentano tangenti alla cupola che occupa il potere: valigie con contanti, registrazioni di telefonate con accordi illeciti ecc. Come nei film. Tutto ciò conferma il carattere criminoso, oltre che ideologico, del gruppo eversore: una banda che, dopo avere corrotto il Parlamento, si è impadronita del potere deponendo una presidente onesta; anzi: proprio perché onesta. Già si sapeva di tutto ciò, ma altro è sapere, altro è provare. Si allarga un confronto fra i poteri dello Stato che ormai agiscono separatamente. Anche le dirigenze dei partiti e i soggetti economici che appoggiano il governo illegittimo non identificano più un fuoco comune. La situazione è instabile, il ripristino della legalità necessario e urgente: la mobilitazione di piazza è indispensabile, così come l’elaborazione di un programma nazionale di ricostruzione. Molto è mancata una maggiore fermezza da parte della comunità internazionale: sorprende che si mantenga- TERESA no relazioni diplo- ISENBURG matiche tranquil- docente di le con esecutivi Geografia economicoinaccettabili come politica quello golpista all’Università di Milano. brasiliano.

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Brasile: a chi giova il golpe di Temer?

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gli editoriali

Al voto nel 2018 e con il Consultellum?

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ll’inizio di giugno sembrava che questa legislatura fosse ormai avviata alla conclusione anticipata. Le principali forze politiche erano d’accordo ad approvare in un mese una legge elettorale proporzionale – impropriamente definita “alla tedesca” – per poi andare a votare entro ottobre. Ma poi nel giro di poche ore tutto è precipitato e ogni protagonista dell’accordo ha accusato gli altri di volerlo imbrogliare. O meglio: di voler imbrogliare gli italiani. In realtà avevano ragione tutti a pensare male degli altri, perché a nessun leader politico farebbe piacere che i propri elettori scegliessero i parlamentari... “al suo posto”. E infatti, coerentemente, nessuno vuole davvero le preferenze: al massimo fa finta. Ma facciamo un passo indietro e ricapitoliamo i passaggi principali di questi ultimi anni in materia elettorale. A febbraio 2013 abbiamo votato per la terza volta con il famigerato Porcellum, la legge che tutti biasimavano (anche lì, guarda caso, mancavano le preferenze) ma che per otto anni nessuno ha avuto il coraggio di cambiare. E ce la saremmo tenuta per chissà quanto ancora se non l’avesse bocciata la Corte costituzionale, a dicembre 2013. L’incostituzionalità del Porcellum era data da due elementi: l’elettore non poteva esprimere la preferenza perché le liste erano bloccate e il premio di maggioranza (circa il 54% dei seggi) era troppo distorsivo, poiché assegnato senza una soglia minima. Ma ovviamente la Corte non ha specificato quanto dovesse essere alta tale soglia per essere costituzionale. Così come ADRIANO GIZZI non ha bocciato le redazione Confronti. liste bloccate in sé,

ma solo il fatto che fossero troppo lunghe. Per dirla con Montale, alla Consulta non puoi domandare «la formula che mondi possa aprirti». Non possiamo cioè pretendere che ci dica – mettiamo il caso

DOPO IL FALLIMENTO DEI TENTATIVI DI GIUGNO, PARE ORMAI CERTO: NÉ URNE ANTICIPATE NÉ RIFORMA “ALLA TEDESCA”. – che una lista di quattro nomi va bene mentre una di cinque è incostituzionale, oppure che va bene ottenere la maggioranza assoluta dei seggi con il 35% dei voti mentre il 34,9% è troppo poco... insomma: dicendo solo «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo», la Corte ha lasciato al legislatore la libertà di tirare a indovinare. Ma anche di sbagliare di nuovo, come infatti poi è accaduto. A maggio del 2015 il Parlamento approva una nuova legge elettorale per la Camera, il cosiddetto Italicum, fortemente voluta dal governo Renzi. Il premio di maggioranza è assegnato solo alla lista che ottiene almeno il 40% o, se nessuna raggiunge tale soglia, a quella che vince il ballottaggio tra le prime due. Le liste poi sono più corte rispetto al Porcellum e solo i capilista sono bloccati. “Solo” si fa per dire, perché matematicamente avremmo avuto almeno la metà dei parlamentari decisi in partenza dai partiti. Affinché questa nuova legge garantisca al vincitore di poter governare, occorre superare il bicameralismo paritario, rendendo il Senato non più elettivo e lasciando alla sola Camera dei deputati

Adriano Gizzi

il compito di votare la fiducia. Il governo Renzi promuove quindi anche una riforma costituzionale (approvata dal Parlamento ad aprile 2016) che va in questo senso, ma viene bocciata dagli elettori nel referendum del 4 dicembre successivo. Meno di due mesi dopo la Consulta dichiara parzialmente incostituzionale l’Italicum, eliminando tra l’altro il turno di ballottaggio ma lasciando il premio di maggioranza per la lista che ottiene il 40% dei voti. A questo punto ci ritroviamo con due “Consultelli”: un Italicum senza ballottaggio per la Camera e un Porcellum fortemente trasformato dalla Corte per il Senato. In sostanza si tratta di due sistemi proporzionali, ma con modalità di elezione e sbarramenti molto differenti: 3% alla Camera e 8% al Senato. E soprattutto con una particolarità: se una lista raggiunge il 40% ottiene la maggioranza dei seggi solo alla Camera, non al Senato. Il presidente Mattarella ha fatto più volte appello per un’«armonizzazione» dei due sistemi. In realtà, però, i tentativi di uniformare le due leggi sono alquanto inutili: anche con due leggi identiche, è impossibile garantire risultati uguali nelle due Camere. Innanzitutto perché i cittadini sotto i 25 anni non votano per il Senato, ma poi anche perché nessuno può obbligare un elettore a votare la stessa lista su entrambe le schede. Quindi l’unico sistema che garantiva di «sapere chi governerà la sera stessa delle elezioni» – ed è una constatazione puramente tecnica, perché non è detto che questo sia necessariamente un bene – era proprio il combinato disposto tra l’Italicum e la riforma costituzionale che assegnava alla sola Camera il voto di fiducia.


Confine Messico/Usa

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i servizi

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i servizi

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GEOPOLITICA

Medio Oriente: chi sale e chi scende Mostafa El Ayoubi

Nel complesso puzzle geopolitico del Medio Oriente, si inserisce una nuova crisi tra l’Arabia Saudita e il Qatar. Gli Usa di Trump hanno ribadito la fiducia e la protezione nei confronti della prima e proseguono nel tentativo di recuperare il terreno perso nella regione dall’invasione dell’Iraq in poi. Cresce intanto il ruolo di Turchia, Russia e Iran.

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n’estate ancora più rovente del solito nel Medio Oriente. Dal punto di vista meteorologico, la temperatura all’inizio di luglio si aggirava tra i 50 e i 60 gradi in Paesi come l’Arabia Saudita e il Kuwait. Livelli record secondo gli esperti. E il clima politico non è da meno. Ad innalzare la temperatura della cronica crisi nella regione, lo scontro innescato il 5 giugno scorso tra l’Arabia Saudita e i suoi alleati – Emirati Arabi, Bahrein ed Egitto – da un lato e il Qatar dall’altro. Questa nuova crisi ha colto di sorpresa molti, perché fino al giorno prima i cugini di Riyad e Doha erano stretti alleati strategici nella lotta per il potere regionale nel Medio Oriente in contrapposizione con un contendente di peso, ovvero l’Iran. La Turchia, a sua volta, per ragioni storiche e confessionali è nella partita sin dal 2011, data che corrisponde all’esplosione della cosiddetta “primavera araba”, con l’ambizione dell’attuale presidente Recep Tayyip Erdogan di allargare la sua influenza politica e militare sul mondo arabo, come ai tempi dei suoi antenati ottomani. Gli arabi sono diffidenti nei confronti dei turchi ma l’esigenza di far fronte comune nei confronti degli iraniani ha costretto Riyad a stabilire un’alleanza tattica, artificiosa e temporanea con Ankara. La Siria sin dal 2011 è stata l’arena dove lo scontro per l’egemonia sul Medio Oriente è stato più brutale, portando alla distruzione di questo Paese. La caduta di Damasco avrebbe messo fuori gioco Teheran e consentito agli arabi del Golfo e ai turchi di giocarsela tra di loro. Ma nonostante la guerra per procura affidata a mercenari e jihadisti sostenuti dall’Arabia Saudita, dal Qatar e dalla Turchia, come dimostrano i rapporti di diverse istituzioMOSTAFA ni internazionali, al Assad è EL AYOUBI rimasto al potere. E ciò ha caporedattore Confronti. consentito all’Iran di raffor-

zare la sua presenza in Medio Oriente a scapito dei turchi e degli arabi. Inoltre, la mancata operazione militare di un regime change in Siria è una battuta d’arresto anche per Washington, dato che ha intaccato la sua egemonia nella regione e fatto emergere un “nuovo” attore negli equilibri geopolitici internazionali: la Russia. È in questo complesso puzzle geopolitico che va inserito il tassello della crisi tra l’Arabia Saudita e il Qatar. Ed è una crisi che riguarda tutti i Paesi finora citati: ne favorisce alcuni, come l’Iran e la Siria, e ne danneggia altri, cioè i Paesi arabi del Golfo e in qualche modo anche la Turchia. TRUMP VERSUS GLI AYATOLLAH IRANIANI

Per decifrare l’origine di questa crisi, bisogna risalire a qualche settimana prima della sua deflagrazione. Il 20 maggio il nuovo presidente statunitense Donald Trump si è recato a Riyad, la sua prima trasferta all’estero! Il senso di tale visita era chiaro: il rinnovo della fiducia e della protezione nei confronti dell’Arabia Saudita come il principale luogotenente di Washington in Medio Oriente/ Golfo. Trump ha convocato i suoi alleati arabi a Riyad per illustrare loro la sua strategia futura nella regione, che consiste in sostanza nel recuperare il terreno perso dal suo Paese a partire dal 2003, quando invase l’Iraq. Terreno in gran parte perso a favore dell’Iran, che oggi esercita una sua influenza strategica su quattro capitali arabe: Damasco, Baghdad, Sana’a e Beirut. E inoltre esso sostiene sistematicamente l’Hezbollah libanese e il movimento palestinese Hamas, considerati da Israele una minaccia per la propria sicurezza. Il fallimento del piano della Casa Bianca di cacciare al Assad dal potere per isolare l’Iran – in gran misura causato dell’inattesa entrata della Russia, per calcoli geostrategici, nell’arena si-


i servizi

GEOPOLITICA

L’accordo sul nucleare, che ha dato forza agli iraniani, non piace a Trump, che però è difficile lo possa disattendere. E una guerra diretta contro Teheran sarebbe ingiustificabile agli occhi dell’opinione pubblica americana e di quella internazionale e le sue conseguenze sarebbero difficili da immaginare persino per la sicurezza di Israele, che da anni cerca di trascinare gli Usa in uno scontro armato contro il Paese persiano (dove vive ancora una discreta comunità ebraica, che dispone di un suo rappresentante in seno al Parlamento). Quindi oggi più che mai una guerra convenzionale è una via impraticabile. Gli unici canali praticabili sono un ampio isolamento internazionale dell’Iran e la sua destabilizzazione dall’interno. Questo compito, Trump sembra averlo affidato ai sauditi durante la sua visita a Riyad. In effetti poco dopo, il 5 giugno, l’Arabia Saudita apre la crisi con il Qatar intimandogli di rompere le sue relazioni diplomatiche e commerciali con l’Iran, con il quale condivide la più grande riserva di gas naturale del mondo. E due giorni dopo, il 7 giugno, i terroristi dell’Isis/Al Qaeda hanno colpito il Parlamento e il mausoleo dell’ayatollah Khomeini, fondatore della Repubblica islamica iraniana. Un atto senza precedenti nella storia moderna dell’Iran, la cui tempistica fa pensare al coinvolgimento dell’intelligence saudita nei due attentati, visto il legame provato tra essa e la galassia dei jihadisti wahabiti. Teheran ha accusato Riyadh di esserne il responsabile, ma la sua azione è rimasta confinata nell’ambito strettamente diplomatico. È difficile che il terrorismo di matrice wahabita, in forte declino in Siria e in Iraq, possa scalfire il potere degli ayatollah, che in questi 38 anni di governo è riuscito a superare ogni tentativo di

Doha, Qatar

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riana – ha costretto Washington a elaborare un nuovo piano per intaccare l’Iran, nemico giurato sia degli americani che degli israeliani e dei sauditi, ognuno per motivi propri. I sauditi temono che un Iran egemone sulla regione potrebbe minacciare l’esistenza stessa del regime wahabita della famiglia al Saud; mettere in discussione il loro ruolo come «custodi dei luoghi santi della Mecca e la Medina» e favorire l’espansione dello sciismo iraniano – considerato una eresia dai wahabiti – nel mondo islamico, a maggioranza sunnita. Israele teme l’Iran per il sostegno di quest’ultimo, come è stato già menzionato, a Hezbollah e a Hamas, considerati un grosso problema per la sua sicurezza. Il forte indebolimento della Siria rassicura Tel Aviv, che tuttavia resta molto preoccupata della sempre più crescente influenza geopolitica di Teheran nel Medio Oriente e dal suo sostegno ai palestinesi, perché teme che il rapporto di forza possa cambiare a proprio sfavore. Gli Usa sostengono in modo incondizionato Israele e quindi condividono le sue preoccupazioni rispetto all’Iran. Ma anche loro hanno motivi propri strettamente legati a interessi geopolitici, geoeconomici e geomilitari, funzionali al loro ruolo come la potenza egemonica mondiale. L’Iran, fuori dalla sfera d’influenza statunitense dalla caduta del regime dello Scià nel 1979, rappresenta un grande ostacolo per la conservazione della loro egemonia mondiale, la quale passa per il controllo delle fonti d’energia principali, petrolio e gas naturale – di cui è ricco il Medio Oriente/Golfo Persico – per condizionare l’economia delle potenze concorrenti: la Russia e la Cina, con le quali l’Iran è in buoni rapporti, in particolare con il Cremlino.

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Confronti di luglio-agosto 2017 (parziale)  
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