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Verso quale America? 6 EURO TARIFFA R.O.C.: POSTE ITALIANE SPA - SPED. IN ABB. POST. D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27/02/04 N.46) ART.1 COMMA 1, DCB

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Confronti | ottobre 2017

MENSILE DI RELIGIONI · POLITICA · SOCIETÀ

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ANNO XLIV NUMERO 10 Confronti, mensile di religioni, politica, società, è proprietà della cooperativa di lettori Com Nuovi Tempi, rappresentata dal Consiglio di Amministrazione: Nicoletta Cocretoli, Mariangela Franch, Ernesto Flavio Ghizzoni (presidente), Piera Rella, Ilaria Valenzi. DIRETTORE

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Enzo Pace, Nicola Pedrazzi, Gianluca Polverari, Paolo Ricca, Carlo Rubini, Andrea Sabbadini, Brunetto Salvarani, Iacopo Scaramuzzi, Daniele Solvi, Francesca Spedicato, Debora Spini, Valdo Spini, Patrizia Toss, Gianna Urizio, Roberto Vacca, Vincenzo Vita, Cristina Zanazzo, Luca Zevi. ABBONAMENTI, DIFFUSIONE,

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le immagini

Trump è in carica da ormai nove mesi e l’America che ci troviamo davanti è più che mai divisa e conflittuale (si veda l’intervista ad Alan Friedman a pag. 10). Gran parte dei problemi naturalmente non nascono con questo presidente, ma vengono aggravati dalla sua incapacità di tenere unito un paese così complesso e variegato.

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L’AMERICA DIVISA

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il sommario

il sommario GLI EDITORIALI

Populismo identitario: la Germania non fa eccezione

Biagio de Giovanni 6

La Francia, l’Italia e la torta libica Mostafa El Ayoubi 7

I SERVIZI GEOPOLITICA 10 Trump: un pericolo

per la stabilità negli Usa

(intervista a) Alan Friedman POLITICA

13 Pd e 5 Stelle dieci anni dopo Roberto Bertoni RIFORMA

15 I 500 anni di una Riforma al plurale (intervista a) Massimo Rubboli 17 La “scoperta” delle Sacre Scritture Giorgio Bouchard 18 “Lutero. Gli anni della fede

e della libertà”

David Gabrielli DIALOGO

19 Una risposta ebraica al Vaticano II Luigi Sandri 21 Un confronto basato

sul rispetto reciproco

(intervista a) Riccardo Di Segni BIRMANIA 23 Le vere responsabilità

della crisi dei rohingya Cecilia Brighi

SOCIETÀ 25 L’intolleranza tollerata Raniero Cramerotti MIGRANTI 27 Non solo vittime (intervista a) Enrica Rigo RIFUGIATI 30 L’arma della migrazione

coercitiva programmata Ludovico Basili CONSUMI

32 Guardare e non toccare,

però desiderare

Osvaldo Costantini TESTIMONIANZA 34 Tessere di unità a Piazza Armerina Giuseppe Paternicò

LE NOTIZIE

LE RUBRICHE

LE IMMAGINI

Immigrazione

Diario africano Kenya: un voto da ripetere

Verso quale America?

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Chiesa cattolica 37

Gerusalemme 38

Ecumenismo 38

Enzo Nucci 40

copertina

L’America divisa 3

Spigolature d’Europa Juncker e l’Europa “col vento in poppa” Adriano Gizzi 41

Arte e religioni Dio è uno ma si manifesta in mille modi Svamini Shuddhananda Ghiri 42

Cinema Se l’orrore è nell’ordine delle cose Alice Tinozzi 44

Opinione Una controlobby laica e democratica

Felice Mill Colorni 45 ERRATA CORRIGE: Nel numero di luglio/ agosto a pagina 13 (fine del secondo capoverso, prima colonna) per un errore redazionale è saltato un “non”. Si legga “non avrebbero spiegazioni scientifiche”. Ce ne scusiamo con i lettori e con l’autore.


invito alla lettura

Ottobrata romana Claudio Paravati

P

er il forestiero, ma non solo, Roma è una sorpresa continua. Ad esempio l’ottobrata romana la si impara subito ad amare. Si tratta di un ultimo colpo di coda dell’estate, che regala ai fortunati che la vivono temperature quasi estive, brezze lenitive e tramonti mozzafiato. Eppure, di colpo, finisce e arriva il freddo. Così è successo al nostro povero ius soli, che in realtà era una via italiana alla cittadinanza, un misto-pizza tra ius culturae e ius soli “puro”. Gli ingredienti c’erano, ma la “pizzata” è rimandata! Ci avevamo un po’ fatto la bocca, a dire la verità. Niente, però, non è il momento giusto. O almeno così dice il ministro degli Esteri Angelino Alfano: «Una cosa giusta fatta al momento sbagliato può diventare una cosa sbagliata». E a lui si sono accodati altri. Sì, perché soprattutto all’indomani del voto in Germania abbiamo avuto la conferma che la deriva vagamente definita “populista” – ma bisognerebbe fare distinguo e capirci meglio – è ben presente in Europa, seppure, per ora, sembra rimanere una minoranza d’opposizione (ha da ultimo perso, dopo battaglie quasi incerte, in Olanda, Austria e Francia). La politica è così, deve capire saggiamente – Aristotele! – cosa fare, in che momento è opportuno incidere, e mediare... trovare il giusto mezzo. Vista però la situazione del nostro Paese, sia lecito porre qualche dubbio sul caso specifico. Non è che forse dobbiamo constatare che più che di saggezza politica si debba invece parlare di vittoria «della propaganda della Lega, la furbizia di Grillo e Di Maio, le paure e le mistificazioni»? (la Repubblica del 27 settembre). Una cosa è certa: hanno perso ottocentomila ragazzi. Rimarranno lì ad attendere... la loro pizza. Da segnalare, nel frattempo, che l’Italia nel 2015 ha raggiunto il minimo storico di nascite dall’Unità ad oggi, che gli anziani rappresentano il 22% della popolazione e che i minori si attestano solo al 16,5% (Censis 2016). Se l’Europa che va profilandosi vede la Germania locomotiva economica, e una nuova Francia locomotiva culturale (vedi editoriale di de Giovanni a pag. 6), l’Italia cosa vuole essere? Non sarebbe opportuno tornare in campo con una forte strategia politica affinché il ponte del Mediterraneo diventi, a sua volta, laboratorio di ricchezza economica e culturale, la via italiana all’integrazione? Si poteva cominciare da qui, dai giovani. Da chi in Italia ci nasce, ci arriva da bimbo o da adolescente. Con che parole la politica potrà tornare a parlare di costruzione del futuro, rottamazione e altre amene promesse di rinnovamento? Una cosa è vera: fare la cosa giusta al momento sbagliato è cosa sbagliata. Non fare mai la cosa giusta, però, è pure peggio.


gli editoriali

Populismo identitario: la Germania non fa eccezione

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lezioni in Germania, tutto abbastanza normale; bisogna ormai considerarlo un dato fisiologico cui non si sottrae nemmeno la grande e stabile nazione tedesca: mi riferisco alla presenza più o meno massiccia di forze “populiste” e antisistema prodotte da quella che da tempo si è sviluppata come la prima grande crisi politica della globalizzazione. Sarebbe stato strano, anomalo, il contrario; come se quello tedesco fosse una specie di limbo capace di sottrarsi allo spirito del tempo. Anche la società tedesca è “umana”, per dire così, e dovrà fare i conti con una presenza che si sviluppa intorno alle due costanti del populismo emerso in questi anni: il tema dell’identità e quello della sicurezza. Anche la Germania è stata “accarezzata” dal terrorismo e dall’immigrazione, quest’ultima lì come gran fenomeno di massa. Dunque niente di strano o incomprensibile, e lasciamo stare il riferimento al nazismo. Un dato fisiologico è anche il crollo della socialdemocrazia, un tempo gloria di quel paese e dell’Europa. Dappertutto è così. Si pensi alla Francia di Macron e anche allo stato delle cose nel Regno Unito. La ragione è patente e qui la sintetizzo al massimo: esaurita la capacità di redistribuzione attraverso la spesa pubblica – insomma, la forma del vecchio Stato sociale – la soBIAGIO DE GIOVANNI cialdemocrazia va filosofo, perdendo la progià parlamentare pria ragion d’eseuropeo sere, dappertutto: e professore emerito peraltro un grande di Filosofia analista come Ralf politica Dahrendorf, all’inall’Università domani del 1989, Orientale di Napoli. scrisse che quella

data segnava l’inizio della fine di tutta la sinistra storica europea e credo abbia avuto ragione, al seguito pure della globalizzazione in atto.

LE ELEZIONI TEDESCHE SONO MENO SORPRENDENTI DI QUANTO APPAIA. MERKEL HA COMUNQUE VINTO E ORA, CON MACRON, L’EGEMONIA TEDESCA VEDE L’IMPORTANTE CONTRAPPESO DELLA FRANCIA. In questo quadro, complicato e aperto, bisogna dire che Angela Merkel ha continuato a vincere e sarà ancora cancelliera; non so perché questo dato evidente sia un po’ sottovalutato nella prevalenza dei commenti. Meno voti dell’ultima elezione? E come si poteva pensare diversamente? Il logoramento fisiologico, immigrazione di massa, carezze del terrore, hanno fatto da contrappeso a una politica che ha portato la Germania ad essere il paese con la disoccupazione ai minimi e il benessere abbastanza generalizzato, con la distanza che continua ad esistere nel confronto di una parte di Germania con le regioni dell’ex-Ddr, dove con maggiore evidenza sono presenti forze anti-sistema. Ora il vero tema che si apre riguarda gli effetti di questo stato di cose sul rapporto Germania-Europa e qui di sicuro la questione si complica. L’intesa sarà, tutto lo lascia pensare a partire dai numeri, con liberali e verdi, e la questione è dove si collocherà il punto di mediazione. Ma oggi la questione nuova, che modifica un

Biagio de Giovanni

aspetto fondamentale dello scenario europeo, è il ritorno in campo della Francia di Macron con una forza culturale, prima ancora che politica, di cui non si può sottovalutare l’impatto. Penso al suo discorso sull’Europa tenuto il 26 settembre alla Sorbona, e qualche giorno prima all’incontro con i protestanti francesi. Se certe promesse verranno mantenute, o almeno messe in campo realmente, la scena europea sarà di nuovo occupata anche dalla Francia, dopo lunghissima assenza, e le conseguenze saranno di grande portata sull’intera scena del continente e anche sulla politica tedesca. Non siamo più in presenza di un’egemonia tedesca senza contrappesi, almeno questo sembra delinearsi. Il rigorismo tedesco non sarà più il padrone della situazione, e quindi non mi sembrano adeguati i commenti che danno i liberali come i nuovi “padroni” del governo in Germania e quindi, si dice, in Europa. Tutto da vedere, ma lo scenario è di grande interesse, tutt’altro che privo di prospettive e sorprese, e promette novità soprattutto se l’Italia proverà ad essere all’altezza del compito che la attende (cosa su cui ho fieri dubbi, ma che non si deve escludere). Qui la situazione mi pare da descrivere così: il rischio italiano si chiama anzitutto Movimento cinque stelle, che mi è già capitato di definire una vera patologia della democrazia, e bisognerà contenere Salvini; vedremo che succede su quel lato. Il fatto è che, nel quadro descritto, l’Italia può avere un gran ruolo per rimettere in campo un europeismo critico ma forte, in nuova alleanza con la Francia e, insieme, con un rapporto necessario, forte, ma capace di far da contrappeso, con la Germania uscita dal voto. Tutto lo scenario è in movimento, nulla è fermo al palo di partenza.


gli editoriali

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ono passati 6 anni dalla caduta del regime in Libia. Il paese è da allora precipitato in una della crisi più gravi del mondo arabo oggi. È un paese praticamente senza Stato, con tutto ciò che questo comporta. La causa principale è da ricercare nell’intervento militare della Nato nel 2011, che ha avuto come gravi conseguenze il dilagare del terrorismo e la crisi dei migranti. Negli ultimi mesi intorno alla Libia si è scatenata una guerra diplomatica tra Francia e Italia. La prima agisce con la scusa della “lotta al terrorismo”, la seconda con quella del problema del flusso migratorio, via Mediterraneo, verso l’Italia. Due fenomeni seri, che tuttavia nascondono le vere motivazioni: una competizione neocoloniale per ingraziarsi i “governati” senza governo in Libia e accaparrarsi una parte consistente della ricca torta libica. Il paese in effetti, oltre a fungere da cerniera tra Medio Oriente, Africa ed Europa, ha un sottosuolo ricco di petrolio e non solo. Questa rivalità ricorda il passato coloniale dei due paesi. Nell’estate del 1881 la Francia inviò un contingente militare in Tunisia, trasformandola in una sua colonia. All’epoca la presenza italiana in Tunisia era capillare, tale da essere considerata dall’allora governo Cairoli una parte integrante dell’Italia e indurlo a protestare vivamente: la Tunisia è «una nazione italiana occupata dai francesi». La diatriba coloniale tra Francia e Italia portò più tardi il governo Giolitti a decidere di invadere militarmente la Libia nel 1911, sottraendola ai turchi. Il seguito fu una storia coloniale drammatica, purtroppo poco conosciuta ai più a causa di censure sistematiche. Del resto, anche quella dei francesi in altri paesi del Maghreb non fu diversa: più di un milione di morti in Algeria.

E, come teorizzò il pensatore arabo Ibn Khaldun, «la storia si ripete». Il 25 luglio scorso, il presidente francese Macron aveva ricevuto agli Champs-Elysées due dei principali protagonisti e rivali politici della ingarbugliata scena libica: Al Sarraj (primo ministro di un sedicente governo “legittimato” dall’Onu, ma che non dispone di nessuna autorità a livello nazionale) e il generale Haftar, uomo forte della Cirenaica – vissuto per 20 anni a Langley, in Virginia, sotto la protezione della Cia – ora sostenuto anche da Egitto, Algeria e da alcune monarchie arabe del Golfo. E anche la Russia strizza l’occhio al generale, che è stato ricevuto già diverse volta a Mosca. L’italia reagisce: all’inizio di agosto il Parlamento ha approvato a maggioranza – 328 contro 113 alla Camera e 91 contro 47 al Senato – una legge che prevede il dispiegamento di forze militari navali italiane nelle acque territoriali libiche. La motivazione ufficiale di tale provvedimento è quella di bloccare l’emorragia del flusso dei migranti/profughi verso le coste italiane. Una questione scottante che gli altri paesi dell’Ue non vogliono prendere in considerazione. Il 26 luglio Al Sarraj è stato ricevuto dal premier Gentiloni per discutere della crisi dei migranti. Ed è probabile che questo incontro abbia spianato la strada alla presenza militare nelle acque libiche. Il “premier” libico non gode del sostegno del popolo, mentre Haftar è sostenuto da gran parte della Cirenaica e non solo, ha cacciato le milizie jihadiste da Bengasi e controlla i principali pozzi di petrolio. Quest’ultimo considera il dispiegamento dei militari nelle coste libiche una violazione della sovranità nazionale. Oggi in molti considerano che il governo italiano abbia puntato sul cavallo sbagliato e che la Francia invece abbia scelto bene. Ma i

Mostafa El Ayoubi

governanti italiani se ne sono accorti forse troppo tardi: l’incontro avvenuto a Roma il 27 settembre tra esponenti del governo – ma non con il premier – e il generale Haftar, che in sostanza verteva sulla questione della protezione degli impianti Eni in Libia e sull’immigrazione, potrà difficilmente colmare il gap tra l’Italia e la Francia.

DIVISA TRA AL SARRAJ, HAFTAR E ALTRI ANCORA, LA LIBIA SI TROVA OGGI IN UNA CONDIZIONE DI TOTALE SBANDAMENTO. Sullo sfondo, vi è un’ombra non di poca importanza: il ruolo degli Stati Uniti, che ebbero la regia della guerra Nato contro la Libia nel 2011. La Francia fu uno dei principali esecutori dei bombardamenti e l’Italia mise a disposizione le sue basi militari, ma gli Usa furono la “centralina” dell’operazione. Ed è inimmaginabile che Washington possa lasciare ad altri un paese di tale importanza geopolitica e geo-economica. Il regime libico era nel mirino del Pentagono da decenni. E, cosa di non poco conto, Haftar dispone di un passaporto statunitense. Oggi non è ancora chiara l’intenzione della Casa Bianca rispetto alla questione libica. Ma è verosimile che la Francia, l’Italia e anche il resto dell’Ue dovranno accontentarsi di quello che “passa il convento” e contemporaneamente gestire la patata bollente dell’immigrazione e del terrorismo, in gran parte frutto MOSTAFA EL AYOUBI delle loro manovre caporedattore Confronti. geopolitiche.

Confronti | ottobre 2017

La Francia, l’Italia e la torta libica

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Ponte di San Francisco.


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i servizi

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i servizi

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GEOPOLITICA

Trump: un pericolo per la stabilità negli Usa intervista ad Alan Friedman

Nostra intervista al giornalista statunitense – ma ben conosciuto anche dal pubblico italiano – per approfondire alcune questioni internazionali e di politica interna Usa affrontate nel suo recente libro “Questa non è l’America”. [a cura di Mostafa El Ayoubi]

«M

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a quale America aveva [...] consegnato a Trump quella sconcertante vittoria? Dopo le elezioni più volgari e rozze della storia americana recente, Trump era finalmente vittorioso, destinato a presiedere una nazione ferita, una società lacerata da paura e rabbia, e da livelli di razzismo crescente. Una società divisa, una politica arroccata su posizioni estreme e un livello di odio che non si vedevano da decenni». Questa è una della tante domande che Alan Friedman si pone e affronta nel suo libro Questa non è l’America. L’abbiamo intervistato in occasione del festival “I dialoghi di Trani”.

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Quando a gennaio scorso Donald Trump è arrivato alla Casa Bianca, lei nel suo libro ha parlato di un’America lacerata e divisa, in parte anche per colpa del presidente. Come giudica la situazione oggi negli Stati Uniti? Purtroppo, dopo otto mesi le cose sono ancora peggiori di come mi aspettassi: abbiamo il presidente più divisivo e più indifferente alle minoranze etniche e religiose della storia Usa. Un presidente che lusinga i neonazisti, che dice che fra i suprematisti bianchi c’è anche gente perbene. Trump ha aiutato i neonazisti d’America dopo i fatti di Charlottesville [nella cittadina della Virginia, ad agosto, un’auto guidata da un suprematista bianco si è lanciata contro un corteo di antirazzisti facendo un morto e decine di feriti, ndr] e ha concesso la grazia allo sceriffo più razzista della storia statunitense, Joe Arpaio, che aveva ALAN FRIEDMAN fatto morire dei messicani in giornalista e scrittore. una specie di campo di con-

centramento nel deserto dell’Arizona. Ora Trump vuole espellere 800mila bambini e ragazzi, figli di immigrati messicani entrati negli Usa irregolarmente, che ormai erano diventati di fatto per legge statunitensi. Dopo otto mesi stiamo oscillando fra la preoccupazione di quale sia la cosa peggiore: il fatto che il presidente sia impulsivo e squilibrato o che sia un nazista che corteggia apertamente il razzismo, arrivando a incitarlo. Io temo di più la seconda cosa. Trump sembra inaugurare una nuova era di discriminazione che rischia di sfociare nella violenza. Lei conferma questa tendenza? Ci sono sempre più manifestazioni violente per strada, come cinquant’anni fa, perché Trump sta facendo una politica discriminatoria contro le donne, contro le minoranze etniche (afroamericani e messicani), contro i gay, i trans... contro tutte le minoranze. Questo aspetto della “rivoluzione Trump” in Italia non viene considerato come dovrebbe, ma in realtà è davvero molto pericoloso. Trump minaccia tutti i valori fondamentali, a partire dai diritti umani e civili. Conta solo se sei uomo, bianco e ricco. Come spiego nel mio libro, la mia paura è che l’America diventi più buia e incivile. I reati contro le minoranze, ossia le violenze legate a motivi razziali, sessuali o religiosi, sono aumentai del 400% in questi mesi. Anche gli attentati a sfondo antisemita, tra cui quelli contro cimiteri e sinagoghe, sono aumentati. I musulmani in America sono circa sei milioni. Trump sembra intenzionato a condurre una “crociata” contro l’immigrazione musulmana. Come valuta questo orientamento politico/ ideologico? Sono slogan razzisti che servono per prendere voti dalla destra estrema. Ma era sempre contento quando si trattava di prendere due o tre miliardi dagli sceic-

Confronti ottobre 2017 (parziale)  
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