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MENSILE DI RELIGIONI · POLITICA · SOCIETÀ

6 EURO TARIFFA R.O.C.: POSTE ITALIANE SPA - SPED. IN ABB. POST. D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27/02/04 N.46) ART.1 COMMA 1, DCB

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Confronti | maggio 2017

Lavoro, e porto il velo

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ANNO XLIV NUMERO 5 Confronti, mensile di religioni, politica, società, è proprietà della cooperativa di lettori Com Nuovi Tempi, rappresentata dal Consiglio di Amministrazione: Nicoletta Cocretoli, Ernesto Flavio Ghizzoni (presidente), Daniela Mazzarella, Piera Rella, Stefania Sarallo (vicepresidente). DIRETTORE

Claudio Paravati CAPOREDATTORE

Mostafa El Ayoubi IN REDAZIONE

Luca Baratto, Alice Corte, Antonio Delrio, Franca Di Lecce, Filippo Gentiloni, Adriano Gizzi,

Giuliano Ligabue, Michele Lipori, Rocco Luigi Mangiavillano, Anna Maria Marlia, Daniela Mazzarella, Carmelo Russo, Luigi Sandri, Stefania Sarallo, Lia Tagliacozzo, Stefano Toppi. COLLABORANO A CONFRONTI

Stefano Allievi, Massimo Aprile, Giovanni Avena, Vittorio Bellavite, Daniele Benini, Roberto Bertoni, Dora Bognandi, Maria Bonafede, Giorgio Bouchard, Stefano Cavallotto, Giancarla Codrignani, Gaëlle Courtens, Biagio de Giovanni, Ottavio Di Grazia, Jayendranatha Franco Di Maria, Piero Di Nepi,

Monica Di Pietro, Piera Egidi, Mahmoud S. Elsheikh, Giulio Ercolessi, Maria Angela Falà, Giovanni Franzoni, Pupa Garribba, Daniele Garrone, Francesco Gentiloni, Gian Mario Gillio (direttore responsabile), Svamini H. Giri, Giorgio Gomel, Bruna Iacopino, Teresa Isenburg Domenico Jervolino, Maria Cristina Laurenzi, Giacoma Limentani, Franca Long, Maria Immacolata Macioti, Anna Maffei, Dafne Marzoli, Cristina Mattiello, Lidia Menapace, Adnane Mokrani, Paolo Naso, Luca Maria Negro, Silvana Nitti,

Enzo Nucci, Paolo Odello, Enzo Pace, Nicola Pedrazzi, Gianluca Polverari, Paolo Ricca, Carlo Rubini, Andrea Sabbadini, Brunetto Salvarani, Iacopo Scaramuzzi, Daniele Solvi, Francesca Spedicato, Debora Spini, Valdo Spini, Patrizia Toss, Gianna Urizio, Roberto Vacca, Vincenzo Vita, Cristina Zanazzo, Luca Zevi.

PROGRAMMI

Alice Corte, Michele Lipori REDAZIONE TECNICA E GRAFICA

Daniela Mazzarella PROGETTO GRAFICO

CONTATTI

E ART DIRECTION

tel. 06 4820 503

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www.confronti.net info@confronti.net

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L. Antonini D. Di Sanzo F. Ferrario I. Goss S.S. Povia A. Spanu A. Tinozzi M. Ventura.

DIFFUSIONE,

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Andrea Sabbadini

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(copertina e pagina 16),

PROGRAMMI

Michele Lipori

Nicoletta Cocretoli

(pagine 23 e 24).

Riccardo Tomassetti

@Confronti_CNT

A QUESTO NUMERO

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AMMINISTRAZIONE

Pubblicazione registrata presso il Tribunale di Roma il 12/03/73, n. 15012 e il 7/01/75, n.15476. ROC n. 6551.

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IL KOSOVO GUARDA ALL’EUROPA Il Kosovo è uno stato “giovane”: ha dichiarato la sua indipendenza nel 2008 e ad oggi è già stato riconosciuto da 115 stati del mondo. Abbiamo intervistato la sua ambasciatrice in Italia per farci raccontare il loro “desiderio d’Europa”. Il servizio a pagina 20.

Chiesa cattolica, Letnica Kosovo.

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le immagini

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il sommario

il sommario GLI EDITORIALI

In Turchia il referendum rafforza il “sultano”

Mostafa El Ayoubi 6

Fine vita: i fattori in gioco Ilenya Goss 7

I SERVIZI EUROPA 9 Il ruolo chiave delle comunità religiose Marco Ventura IMMIGRAZIONE

11 A chi risponde

la legge Minniti-Orlando? Donato Di Sanzo

13 La sicurezza è un’idea di sinistra (intervista a) Livia Turco ISLAM 15 Paura, velo e libertà religiosa Enzo Pace MEDIO ORIENTE

17 Rebus siriano e contrasto Russia-Usa Luigi Sandri KOSOVO 20 L’Unione europea è la nostra prospettiva (intervista a) Alma Lama MEDIO ORIENTE 23 Semi di pace 2017:

un’edizione al femminile Michele Lipori

25 Se l’incontro è

un’eccezione da valorizzare

(intervista a) O. Akad, S. Bannoura, N. Saadeh, T. Rabinowitz RIFORMA

27 Non tutti i cattolici

hanno “perdonato” Lutero Fulvio Ferrario

EGITTO 29 I copti sotto Nasser.

Storia di un’intesa perduta Leonardo Antonini MAFIA

33 1992: l’anno che cambiò l’Italia Roberto Bertoni

LE NOTIZIE

LE RUBRICHE

I LIBRI

Immigrazione

Diario africano Fame e siccità: una crisi drammatica

Segnalazioni

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Islam 36

Chiesa cattolica 37

Ricordo 37

46

Enzo Nucci 39

Opinione Lefebvriani, misericordia e Vaticano II Luigi Sandri 40

In genere Velo e islam: integrare non forzare

Sabika Shah Povia 41

Note dal margine Cresima e cresimandi: parliamone

Giovanni Franzoni 42

Spigolature d’Europa La sfida di Theresa: Brexit dura senza paura

Adriano Gizzi 43

Arte e religioni Il rapporto della Riforma con l’arte Alessandro Spanu 44

LE IMMAGINI

Lavoro, e porto il velo

Andrea Sabbadini copertina

Il Kosovo guarda all’Europa 3


invito alla lettura

Fare il giornalista Claudio Paravati

L

ibertà d’informazione. L’Italia guadagna 25 posizioni, e si attesta al numero 52 nel mondo. È quanto emerge dalla classifica di quest’anno pubblicata da Reporters sans frontières. Solo l’anno scorso occupavamo una preoccupante 77sima posizione, qualcosa è cambiato? Forse, eppure restiamo – come scritto nel rapporto – uno dei «paesi europei in cui c’è il maggior numero di giornalisti minacciati dalla mafia e dalle altre organizzazioni criminali»; e i cronisti subiscono continue pressioni dai politici. Due i problemi ancora da risolvere: le minacce e le querele temerarie. «Proprio le “querele temerarie” rappresentano un problema urgente che necessita di un’attenzione maggiore da chi ci governa: la legge è ferma al palo in commissione Giustizia del Senato e come Articolo 21 più volte ci siamo fatti promotori (o abbiamo partecipato) ad iniziative sul tema», dice bene Paolo Borrometi sul sito di Articolo21 (www.articolo21.org). Infine emerge il tema scottante dei giornalisti sotto scorta nel nostro Paese. Secondo i Reporter, sarebbero sei, ma trattasi di un errore. Sono più del doppio. Anche per questo il 2 maggio – alla vigilia della Giornata mondiale della libertà di stampa – la Federazione nazionale stampa italiana (Fnsi), con altri, ha organizzato una manifestazione a Roma davanti a Montecitorio. L’occasione giusta per chiedere, tra l’altro, la liberazione degli oltre 170 giornalisti ancora detenuti in Turchia.


gli editoriali

In Turchia il referendum rafforza il “sultano”

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«L

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a democrazia è come un tram: quando arrivi alla tua fermata scendi». Lo disse vent’anni fa Tayib Rajab Erdogan, l’attuale presidente turco, in un’intervista rilasciata al quotidiano Milliyet. Domanda: il referendum del 16 aprile per modificare la Costituzione, da lui vinto, potrebbe essere la fermata a cui intendeva arrivare Erdogan? Con il Sì voluto dal 51,3% dei votanti (solo 1,3 milioni più dei No, con una popolazione di circa 80 milioni), Erdogan è riuscito a cambiare il regime politico da parlamentare a presidenziale. Ciò gli consentirà di disporre di un potere quasi assoluto. Oltre ad essere capo dello Stato e di fatto anche del governo, potrà sciogliere il Parlamento (che oggi controlla in parte attraverso il suo partito islamista Akp); ha anche la prerogativa di nominare giudici, e ciò lo autorizzerà ad orientare in qualche modo il potere giudiziario. E lo stesso vale per le forze armate. Per di più Erdogan, già al potere dal 2003, potrà teoricamente rimanere presidente fino al 2029. Una situazione simile, in cui tutto il potere è concentrato in una sola persona per 26 anni, stride con qualsiasi forma di democrazia. Il referendum si è svolto in un regime di stato d’emergenza, che dura dal luglio 2016 in seguito al fallito colpo di Stato. Ciò ha limitato molto la libertà di chi faceva campagna referendaria per il No, mentre Erdogan ha mobilitato persino le istituzioni pubbliche e la televisione di Stato per fare propaganda a suo favore e contro l’opposizione, che ha subito forti pressioni e intimidazioni dal governo. «Chi è a favore del No è un simpatizzante del terrorismo», era MOSTAFA uno degli slogan EL AYOUBI usati per indurre i caporedattore Confronti. turchi a votare per il

Sì. Ciò nonostante, le principali città della Turchia (Istanbul, Ankara, Izmir...) hanno votato contro. Paradossalmente, nelle città del sud-est del Paese, a maggioranza curda – da tanti mesi sotto un’offensiva militare specie contro Diyarbakir, che ha causato la morte di centinaia di persone e lo sfollamento di oltre 200mila curdi – il Sì ha vinto, il che fa dubitare della correttezza della consultazione referendaria. Inoltre il leader del Partito democratico del popolo (Hdp), Selahattin Demirtas, è in carcere da mesi, insieme ad altri 11 deputati di questo partito che dispone del 10% dei seggi nell’attuale Parlamento. Demirtas avrebbe potuto guidare la campagna del No e impedire, forse, a Erdogan di vincere. I partiti all’opposizione hanno rifiutato l’esito delle urne e chiesto l’annullamento del referendum, le cui conseguenze potrebbero essere disastrose per i diritti delle minoranze etniche e anche religiose, visto che l’Akp è un partito islamista che mira ad una islamizzazione radicale esclusivista della eterogenea società turca. Il voto ha delle conseguenze anche a livello internazionale. L’Europa, già in crisi diplomatica con la Turchia, si è detta preoccupata per come si sono svolti sia la campagna referendaria che il voto. Gli osservatori di diverse istituzioni europee hanno dichiarato che il referendum «non è stato né libero né corretto». L’Ocse ha affermato che esso non è stato conforme agli standard stabiliti dal Consiglio d’Europa. La risposta di Erdogan è stata: «Voi dovete stare al vostro posto». Si vocifera che il presidente turco potrebbe indire una consultazione popolare sull’adesione all’Ue. Si parla anche di un possibile referendum per reintrodurre la pena capitale. E se tutto ciò fosse vero le trattative per l’adesione finirebbero su un binario morto.

Mostafa El Ayoubi

Sul fronte mediorientale, l’ampliamento dei poteri di Erdogan potrebbe aggravare la crisi in Siria. Diversi gruppuscoli di al Nusra/al Qaeda hanno colto con favore l’esito del referendum. Inoltre l’Arabia Saudita e le altre monarchie del golfo – già pienamente coinvolte nella guerra contro la Siria – hanno espresso le loro congratulazioni al nuovo «sultano».

UN PLEBISCITO VOLUTO DA ERDOGAN PER RAFFORZARE I SUOI POTERI, METTERE L’OPPOSIZIONE ALLE CORDE E GOVERNARE ALTRI DODICI ANNI. Anche il presidente Usa si è congratulato con Erdogan con una telefonata di 45 minuti avvenuta il giorno successivo al voto, nonostante il dipartimento di Stato avesse espresso delle riserve sul referendum. L’incertezza politica che gli Usa stanno attraversando oggi con Trump e l’inerzia politica sempre più cronica dell’Europa rischiano di dare una spinta alla già avviata deriva dittatoriale di Erdogan. Il quale non ha mai esitato ad usare la carta del terrorismo jihadista per espandere il proprio potere geopolitico sul Medio Oriente. Se l’Europa non reagisce in maniera responsabile ed autonoma di fronte a questo problema – il jihadismo militare è già attivo al suo interno – l’astuto “sultano” potrebbe metterla in una situazione di ricatto e costringerla ad accettare il regime totalitario turco in cambio della sicurezza, in barba ai valori della democrazia!


gli editoriali

«M

ettete sempre le cinture. Fatelo per me». Con questo messaggio Dj Fabo (Fabiano Antoniani) ha voluto salutare gli amici, lanciando un appello che interpreta il senso della sua testimonianza. Sopravvissuto ad un grave incidente automobilistico, cieco e tetraplegico, rendendo pubblica la scelta di procedere al suicidio assistito in Svizzera, accompagnato da Marco Cappato, ha riportato all’attenzione mediatica il tema del fine vita. Il messaggio che traspare dalle sue parole è che la vita è preziosa e va protetta perché non diventi «una gabbia» da cui un uomo libero può solo voler fuggire. La notizia della sua morte (27 febbraio) ha suscitato sui social commenti ambivalenti: messaggi di solidarietà, richieste di una legge sul fine vita in Italia, ma anche dure voci di dissenso. Due settimane dopo giungeva alla prima discussione parlamentare il ddl Lenzi (Pd), “Norma in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento”, dopo tre rinvii, a dimostrazione della difficoltà con cui viene affrontato ogni aspetto del fine vita in Italia. Approvato il 20 aprile alla Camera, il provvedimento deve ancora passare l’esame del Senato. L’onda emotiva suscitata da Dj Fabo e le polemiche intorno al ddl rinnovano situazioni già viste: da anni vi è una peculiare oscillazione tra lunghi silenzi dell’informazione e improvvise campagne accese da casi personali (Englaro, Welby), spesso giocate sulla confusione e sulla strumentalizzazione politica. Nel discutere di fine vita la bioetica, oltre a considerazioni di tipo strettamente sanitario, deve affrontare almeno tre ulteriori aspetti: la prospettiva etica, il

Ilenya Goss

LA LAICITÀ PIÙ CHE UN VALORE TRA ALTRI RISULTA ESSERE IL METODO PER LA MIGLIORE CURA DELLE DIVERSITÀ, UNA CONQUISTA STORICAMENTE COSTOSA CHE DEVE ESSERE GESTITA E RIPENSATA NELLE SUE MODALITÀ E CARATTERI.

voleva salvaguardare. Posta in termini di principi e valori assoluti la discussione si blocca nella contrapposizione sterile e rischia di diventare ideologica: di fatto abdica al compito di dare una risposta a chi è malato e in piena consapevolezza interpreta la morte come liberazione da una vita che non riconosce più come bene. Il semplice fatto che esistano situazioni e testimoni di questa scelta deve fermare le chiacchiere strumentalizzanti sul dolore degli altri, e portare in primo piano la laicità di uno Stato di diritto. Il rapporto tra le prospettive di senso (esistenziali o religiose) e il diritto stenta ad essere mediato da un’etica che oggi è campo di tensioni a causa della frammentazione profonda del sentire morale: in tal senso la laicità più che un valore tra altri risulta essere il metodo per la migliore cura delle diversità, una conquista storicamente costosa che deve essere gestita e ripensata nelle sue modalità e caratteri.

La distanza tra i sostenitori del valore assoluto della vita (biologica) e chi invece afferma la priorità dell’autonomia individuale quando si tratta della propria sofferenza rispecchia modelli culturali profondamente differenti: impedire decisioni giudicate “non buone” da istanze che si reputano superiori all’individuo oppure promuovere la libertà nel rispetto di chi soffre, accompagnarlo fino alla fine se così ha deciso, appaiono atteggiamenti inconciliabili. I rischi impliciti in ciascuna prospettiva sono chiari: se da un lato vi è la deriva autoritaria, dall’altro l’individualismo tipico di società secolarizzate e “liquide” minerebbe il tessuto relazionale che

Nella discussione su eutanasia e suicidio assistito, nella richiesta di una regolamentazione della materia in Italia, sono in gioco elementi fondamentali non solo dell’esistenza personale, ma anche della vita associata; per questo nessuno può sottrarsi all’esigenza di pensare con spirito critico e portare il proprio contributo. La testimonianza dolorosa e coraggiosa di Dj Fabo interpella chi ha una fede e chi no, riporta l’attenzione su ciò che ci riguar- ILENYA GOSS da tutti e restituisce medico, alla sua storia la membro della dignità di una scel- Commissione bioetica delle ta che lascia a noi Chiese valdesi, tutti un’eredità e un metodiste e battiste. compito.

biodiritto, e la molteplicità di “letture di senso” presenti in una società multietnica e culturalmente disomogenea. A ciò si aggiungono temi più generali di giustizia sociale: il suicidio assistito oltre alle difficoltà logistiche e legali comporta oneri economici discriminatori. La testimonianza di Dj Fabo fa emergere il percorso drammatico di chi compie questa scelta nelle attuali condizioni legislative.

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Fine vita: i fattori in gioco

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i servizi

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Visoki DeÄ?ani, monastero della Chiesa Ortodossa Serba in Kosovo.


i servizi

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EUROPA

Il ruolo chiave delle comunità religiose Marco Ventura

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ei sessanta anni successivi al Trattato di Roma e all’istituzione della Comunità europea, la costruzione europea si è fondata sulla triplice alleanza in primo luogo tra l’economia di mercato, il welfare e la religione, in secondo luogo tra diritti dell’uomo e religione e infine tra la religione e il progetto sovranazionale di superamento dei nazionalismi. Desidero qui ricostruire quelle tre alleanze, descrivere la loro crisi contemporanea e individuare le corrispondenti tre questioni cruciali rispetto alle quali le comunità religiose hanno oggi una responsabilità decisiva nei confronti dell’Europa e del mondo. L’alleanza tra economia di mercato, welfare e religione ha unito l’Europa occidentale al suo interno, nel progetto della Comunità europea, e all’esterno in due direzioni: da un lato in direzione atlantica, nel partenariato strategico e culturale con gli Stati Uniti, e dall’altro verso est, in chiave di opposizione anticomunista durante la guerra fredda e di allargamento all’Europa centrale e orientale dopo l’abbattimento del Muro di Berlino. La crescita garantita dalla costruzione di sistemi pubblici di welfare e di un mercato aperto e competitivo ha aiutato le maggioranze, le grandi Chiese, ad assorbire l’emorragia di fedeli e la riduzione dei privilegi, le minoranze ad accettare la persistente diseguaglianza socio-politica e giuridica tra esse e le maggioranze, ed entrambe, maggioranze e minoranze, a imparare come competere le une con le altre e al contempo come dialogare. Il successo del mercato unico europeo, della libera circolazione di persone, beni, capitali e servizi, l’avvento di una Unione europea più ambiziosa circa le politiche pubbliche e le regole comuni non sarebbero stati possibili senza il contributo delle comunità religiose. A sua volta tale contributo, fondamentale soprattutto per l’istruzione, la cultura e per la coesione sociale, sarebbe stato impossibile senza l’impulso benefico di una costruzione europea in equilibrio tra welfare e mercato.

La seconda alleanza è stata quella tra religione e diritti dell’uomo. L’Europa dei diritti e delle libertà è l’Europa di comunità religiose che hanno lottato al loro interno e nella società per riconoscere i diritti dell’uomo, per comprenderli, per proteggerli efficacemente. Se per le chiese evangeliche e riformate il percorso può sembrare più ovvio, certamente esso non lo è stato per le comunità cattoliche e ortodosse. Il Concilio Vaticano II, anche dal punto di vista della teologia dei diritti fondamentali, è stato decisivo per la costruzione europea. La resistenza al comunismo delle Chiese ortodosse e, dopo il collasso del Patto di Varsavia, la loro faticosa conversione all’habitat dello Stato di diritto e alla grammatica dei diritti e delle libertà sono un fattore cruciale per l’espansione quantitativa e qualitativa dell’Unione europea, del Consiglio d’Europa, dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa. La terza alleanza decisiva per l’integrazione europea è stata quella tra religione e progetto sovranazionale. Senza la spinta e la legittimazione religiosa non sarebbe stato possibile il superamento dei confini e il ridimensionamento delle sovranità statual-nazionali necessari per il progetto europeo. La spinta e la legittimazione sono venute anzitutto – com’è ovvio – dagli attori religiosi minoritari e marginali che erano schiacciati dalle dinamiche interne e che hanno grandemente beneficiato di uno spostamento della decisione fuori dei centri di potere tradizionali. Dalla condanna della Grecia alla Corte di Strasburgo nel 1993 per la criminalizzazione del proselitismo dei Testimoni di Geova alla bacchettata nel 2000, da parte MARCO VENTURA della Corte di Lussemburgo, al docente di Diritto religioni divieto francese di importazio- delle e Diritto canonico ne di capitali da Scientology nelle università di Londra a Scientology Parigi, Lovanio e di Siena.

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La religione ha svolto – e può ancora svolgere – un compito fondamentale nel processo di costruzione europea: dal sostegno ai diritti dell’uomo al contrasto del nazionalismo, dalla promozione della cultura alla ricerca di un equilibrio tra welfare e mercato che garantisca la coesione sociale.

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i servizi

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EUROPA

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fino alla decisione del marzo scorso, ancora alla Corte di Lussemburgo, che impone condizioni draconiane alle imprese che intendano vietare il porto del velo alle proprie lavoratrici, le corti europee e più in generale la dinamica sovranazionale europea si sono dimostrate uno straordinario strumento di tutela degli attori religiosi minoritari. Tuttavia, la sovranità condivisa è stata anche accompagnata dalle maggioranze e ha anche beneficiato le maggioranze stesse. Grazie all’integrazione europea il principio per cui le comunità religiose devono essere interpellate dalle autorità pubbliche è stato largamente riconosciuto, e grazie a esso le articolazioni delle grandi Chiese hanno aumentato la propria capacità di interlocuzione con le istanze europee e, di rimbalzo, con i governi nazionali. Ora, il significato delle tre alleanze non va esagerato né va semplificato il loro itinerario geo-politico, storico, socio-politico e teorico. È tuttavia fondamentale riconoscere come la crisi odierna del progetto europeo coincida con la crisi della triplice alleanza e come proprio sui tre assi del welfare/mercato, dei diritti e della sovranazionalità le comunità religiose sono oggi chiamate ad una storica assunzione di responsabilità. Esse sono anzitutto responsabili rispetto al ruolo nell’economia dello Stato, delle organizzazioni sovranazionali e della società civile, delle stesse comunità di credenti. La responsabilità riguarda le convinzioni in base alle quali si struttura un modello di rapporto tra welfare pubblico-privato e mercato, ma soprattutto la

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responsabilità delle comunità religiose evoca le iniziative socio-politiche, imprenditoriali e in senso lato economiche dei gruppi religiosi e dei singoli. Le comunità di fede sono poi responsabili rispetto al futuro dei diritti in Europa: le profonde divisioni nel nostro continente circa i diritti della persona, in particolare sul diritto alla libertà di religione o di credo, non potranno essere gestite senza uno sforzo creativo nel pensiero e nell’azione da parte dei credenti. Infine le comunità religiose hanno una responsabilità cruciale rispetto al progetto sovranazionale: spetta loro un ruolo unico nel contrasto al nazionalismo e nella costruzione di una nuova unità europea. Ciò riguarda in primo luogo le maggioranze religiose, ma anche le minoranze grandi o piccole sono sfidate a guardare oltre i propri interessi e a produrre motivi ed esperienze di convivenza tra diversi in una società aperta. Come dopo la Seconda guerra mondiale, le tre sfide hanno un valore europeo e un valore universale. L’universalismo postcoloniale incarnato dalla costruzione europea della seconda metà del Novecento ha avuto grandi meriti, ma oggi non appare più capace di unire né l’Europa al suo interno né l’Europa e i partner internazionali. Il compito delle comunità religiose oggi non consiste soltanto nella lucida denuncia delle contraddizioni di quell’universalismo, e nell’assunzione di responsabilità per la parte che le religioni europee hanno avuto in esse; un nuovo universalismo è necessario per questo mondo globale, e non potrà esserci senza Europa e senza religioni. Nell’economia e nei diritti, oltre i nazionalismi.

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IMMIGRAZIONE

A chi risponde la legge Minniti-Orlando? Donato Di Sanzo

L’

11 aprile scorso, la Camera dei Deputati, con 240 voti a favore, 176 contrari e 12 astensioni, ha approvato il decreto Minniti-Orlando, denominato “Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell’immigrazione illegale” e indirizzato a modificare radicalmente la disciplina del trattamento dei richiedenti asilo e dei rifugiati sul territorio italiano. Come era ampiamente prevedibile, l’approvazione del provvedimento, sul quale era stata posta la fiducia dal governo Gentiloni per l’automatica conversione in legge, è stata accolta con netta contrarietà da numerose organizzazioni del terzo settore e da un variegato mondo associativo, politico e sindacale, che hanno giudicato le novità introdotte come una risposta securitaria al problema complesso dell’arrivo in Italia di migliaia di migranti forzati. In effetti, di fronte a un dibattito destinato a durare a lungo e a un fenomeno – quello del sempre più numeroso arrivo di richiedenti asilo – il cui destino è difficilmente prevedibile nel breve periodo, è quanto meno lecito domandarsi a quale disegno politico, a quale idea di solidarietà, risponda la legge che reca il nome del ministro dell’Interno Marco Minniti e del ministro della Giustizia Andrea Orlando. È doveroso chiedersi, ad esempio, se la cancellazione di un grado di giudizio (l’appello), per coloro che abbiano ricevuto un diniego contro la prima domanda di asilo esaminata dalle commissioni territoriali competenti, e l’istituzione di sezioni specializzate presso i tribunali DONATO ordinari con relativa abolizioDI SANZO mediatore ne del contraddittorio durante culturale e dottore il processo, non rappresentino di ricerca in Storia l’effettiva creazione di due contemporanea giustizie parallele; è opportupresso l’Università di Salerno. no interrogarsi, ancora, sulla

reale efficacia della riproposizione del modello dei centri per l’espulsione (ora denominati Cpr, Centri di permanenza per il rimpatrio), dimostratosi, in molti casi, fallimentare sotto il profilo della gestione e lesivo dei diritti umani; è necessario cercare di comprendere se e come le nuove disposizioni interverranno sulle modalità e sui tempi dell’accoglienza dei richiedenti asilo e dei rifugiati. Le conseguenze sul sistema giudiziario dell’entrata in vigore della legge sembrano in palese contrasto con il dettato costituzionale, come pure hanno fatto rilevare organizzazioni giuridiche che si occupano di immigrazione e diverse realtà del terzo settore. In particolare, di fronte a una giustizia valida per i richiedenti asilo e una per tutti gli altri, sembrano soccombere clamorosamente i principi del diritto a un giusto processo, del diritto di difesa e del diritto al contraddittorio, contenuti in Costituzione e nella Convenzione europea sui diritti umani. Non è dato sapere, poi, come funzioneranno esattamente i nuovi Centri di permanenza per il rimpatrio, che secondo la legge saranno istituiti in ogni regione arrivando a una capacità di accoglienza complessiva di 1.600 unità. Nello specifico, risulta ancora oscuro come luoghi di detenzione, dove in passato si sono verificate documentate violazioni dei diritti umani e che non sempre hanno garantito la effettiva realizzazione del procedimento di rimpatrio, possano essere riconvertiti in strutture funzionanti, in grado di facilitare il lavoro dei centri di prima e seconda accoglienza. Ci si chiede, inoltre, quanto attendibili e sostenibili, soprattutto in termini di rispetto dei diritti del rimpatriato, possano essere i futuri accordi IMMIGRAZIONE Donato Di Sanzo Livia Turco (intervista)

p.11 p.13

Confronti | maggio 2017

Migliorare la protezione internazionale e contrastare l’immigrazione illegale: questi gli obiettivi dichiarati dal provvedimento che porta il nome del ministro dell’Interno e di quello della Giustizia. Ma andiamo ad approfondire i punti toccati dalla legge e le critiche mosse da molte associazioni che si occupano del tema.

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Confronti maggio 2017 (parziale)  
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