Issuu on Google+

6,00 EURO - TARIFFA R.O.C.: POSTE ITALIANE SPA - SPED. IN ABB. POST. D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27/02/04 N.46) ART.1 COMMA 1, DCB

D S S O S R IE O U C LA

L’istruzione è il futuro

DICEMBRE 2013

12


CONFRONTI 12/DICEMBRE 2013 WWW.CONFRONTI.NET Anno XL, numero 12

L’ICEBERG, inserto di approfondimento

Confronti, mensile di fede, politica, vita quotidiana, è proprietà della cooperativa di lettori Com Nuovi Tempi, rappresentata dal Consiglio di Amministrazione: Ernesto Flavio Ghizzoni (presidente), Stefano Toppi (vicepresidente), Gian Mario Gillio, Piera Rella, Stefania Sarallo.

«UN FUTURO PER L’ISTRUZIONE PUBBLICA» Giuliano Ligabue, pagina I Giovanni Bachelet, pagina II Marina Boscaino, pagina IV Mila Spicola, pagina VI Franca Tenaglia, pagina VIII Franco Labella, pagina X Carla Frova, pagina XI

Direttore Gian Mario Gillio Caporedattore Mostafa El Ayoubi In redazione Luca Baratto, Antonio Delrio, Franca Di Lecce, Filippo Gentiloni, Adriano Gizzi, Giuliano Ligabue, Michele Lipori, Rocco Luigi Mangiavillano, Anna Maria Marlia, Cristina Mattiello, Daniela Mazzarella, Luigi Sandri, Stefania Sarallo, Lia Tagliacozzo, Stefano Toppi. Collaborano a Confronti Stefano Allievi, Massimo Aprile, Giovanni Avena, Vittorio Bellavite, Daniele Benini, Dora Bognandi, Maria Bonafede, Giorgio Bouchard, Stefano Cavallotto, Giancarla Codrignani, Gaëlle Courtens, Biagio De Giovanni, Ottavio Di Grazia, Jayendranatha Franco Di Maria, Piero Di Nepi, Piera Egidi, Mahmoud Salem Elsheikh, Giulio Ercolessi, Maria Angela Falà, Renato Fileno, Giovanni Franzoni, Pupa Garribba, Francesco Gentiloni, Maria Rosaria Giordano, Svamini Hamsananda Giri, Giorgio Gomel, Laura Grassi, Bruna Iacopino, Domenico Jervolino, Maria Cristina Laurenzi, Giacoma Limentani, Franca Long, Maria Immacolata Macioti, Anna Maffei, Fiammetta Mariani, Dafne Marzoli, Domenico Maselli, Lidia Menapace, Mario Miegge, Adnane Mokrani, Paolo Naso, Luca Maria Negro, Silvana Nitti, Paolo Odello, Enzo Pace, Gianluca Polverari, Pier Giorgio Rauzi (direttore responsabile), Josè Ramos Regidor, Paolo Ricca, Carlo Rubini, Andrea Sabbadini, Brunetto Salvarani, Iacopo Scaramuzzi, Daniele Solvi, Francesca Spedicato, Valdo Spini, Valentina Spositi, Patrizia Toss, Gianna Urizio, Roberto Vacca, Cristina Zanazzo, Luca Zevi. Abbonamenti, diffusione e pubblicità Nicoletta Cocretoli Amministrazione Gioia Guarna Programmi programmi@confronti.net Redazione tecnica e grafica Daniela Mazzarella Publicazione registrata presso il Tribunale di Roma il 12/03/73, n. 15012 e il 7/01/75, n.15476. ROC n. 6551. Hanno collaborato a questo numero: S. Brusadelli, S. Ciccone, M. Di Pietro, M. Forino, C. Galetto, M. Marnetto, L. Mazzieri, A. Meddeb, G. Orlandi, B. Pavan, M. Qossoqsi, M. Sali, E. Tesoriere.

Le immagini L’istruzione è il futuro · Andrea Sabbadini, copertina Change the way · Andrea Sabbadini, 3

Gli editoriali Sesso a pagamento, lo sguardo sul cliente · Stefano Ciccone, 4 Una Giornata del dialogo «silenziata» · Gian Mario Gillio, 5 Una «cura Francesco» anche per la politica? · Massimo Marnetto, 6

I servizi Ecumenismo Islam Medio Oriente

Cdb

Busan: consensi, sfide, prospettive · Luigi Sandri, 8 Ripensare l’universale nella globalizzazione · Abdelwahab Meddeb, 12 Giovani facilitatori di pace · Michele Lipori, 15 «In campo neutro», per superare le differenze · (int. a) Marco Forino, 16 La serratura e la chiave · Mustafa Qossoqsi, 17 Si fa presto a dire Dio · Carla Galetto, Beppe Pavan, 19

Le notizie Ambiente Armi Immigrazione Minori Diritti Fgei Dialogo

Rapporto di Amnesty contro la Shell, 21 Appello della rete disarmo, 21 Presentato il Dossier statistico curato dall’Idos, 21 Una ricerca sulla presenza dei minori stranieri a scuola, 22 Film-documentario sugli Ospedali psichiatrici giudiziari, 22 Il XIX congresso dei giovani evangelici, 22 Celebrata la Giornata del dialogo cristiano-islamico, 23

Le rubriche In genere Note dal margine Osservatorio sulle fedi Diari dal Sud del mondo Ricordo Libro Libro Segnalazioni

Dalla donna oggetto alla donna «soggetto debole» · Lisa Mazzieri, 26 Indagine sulla famiglia · Giovanni Franzoni, 27 Nel silenzio la ricerca religiosa dei quaccheri · Antonio Delrio, 28 Il senso profondo del ringraziamento · Maurizio Sali, 29 «Ho cercato il bene delle città» · Paolo Naso, 30 Quando rigore e coerenza si sposano con il dubbio · S. Brusadelli, 31 Quel legame impegnativo tra il credere e l’agire · M.C. Laurenzi, 32 33

RISERVATO AGLI ABBONATI: chi fosse interessato a ricevere, oltre alla copia cartacea della rivista,

anche una mail con Confronti in formato pdf può scriverci a redazioneconfronti@yahoo.it

2


LE IMMAGINI

CHANGE THE WAY

«Change the way»: con questo slogan, lo scorso 15 novembre la Rete degli studenti ha voluto portare nuovamente (dopo quella dell’11 ottobre, che ha visto una grande mobilitazione per la manifestazione studentesca nazionale) i giovani nelle piazze italiane. Insomma, «cambiare via, modo, rotta...»: uno slogan per chiedere quell’inversione di marcia necessaria e indispensabile, sia in Italia che in Europa, per tutte le scuole e le università che devono tornare ad essere protagoniste, e trampolino di lancio, per le nuove politiche di sviluppo del nostro paese. Le immagini si riferiscono al «dossier scuola» curato da Giuliano Ligab ue. Le foto che illustrano il numero sono di Andrea Sabbadini

3


GLI EDITORIALI

Sesso a pagamento, lo sguardo sul cliente Stefano Ciccone

A

Roma, in un quartiere «bene» si scopre un mercato di sesso, denaro e droga che coinvolge ragazzine minorenni. Sui media si moltiplica l’attenzione moralistica e al tempo stesso voyeuristica, si discute di incredibili scambi telefonici tra una ragazza e la madre. Io vorrei provare a spostare lo sguardo per riconoscere altri soggetti che in questa vicenda rimangono in ombra, gli uomini coinvolti: gli sfruttatori, i «clienti». Ma in fondo di clienti e sfruttatori ce ne sono sempre stati e sempre ce ne saranno, si dice, mentre ci sconvolge che si prostituisca una ragazzina di 15 anni e che la madre la induca a farlo. Proviamo a riconoscere i nostri sguardi su una vicenda come questa per capire, innanzitutto, che cosa dice di noi. Le nostre parole hanno già determinato gli spazi: parliamo di baby prostitute. Non ci limitiamo a descrivere dei comportamenti. Quelle ragazze diventano una categoria, sono «prostitute» e uno stigma ne segna l’identità. I clienti no. Tutti siamo

«Quelle ragazze diventano una categoria, sono “prostitute”, e uno stigma ne segna l’identità. I clienti no. Anche quando consumiamo prostituzione non siamo segnati per sempre come “clienti”, siamo liberi di entrare e uscire da quella pratica». Ciccone è presidente dell’associazione Maschile plurale.

clienti: di supermercati, di servizi, di professionisti. Ed anche quando consumiamo prostituzione non siamo segnati per sempre come «clienti», siamo liberi di entrare e uscire da quella pratica. Consideriamo la prostituzione una questione di decoro delle città e chiediamo che la polizia ripulisca le strade. Le «prostitute» nelle strade sono spesso minorenni, spesso soggette a tratta e violenza ma sono rimosse come soggetti grazie a quel processo di disumanizzazione dell’alterità che ci permette di tollerare e non vedere l’esclusione. Se le minorenni sono figlie di famiglie italiane «normali», non marginali, ciò diventa perturbante perché chiama in causa la nostra «normalità». Ma anche le prostitute nelle nostre strade parlano della nostra «normalità», perché gli uomini che vanno con loro vivono la nostra quotidianità: colleghi, amici, parenti. Siamo noi. Perché condividiamo un immaginario, una cultura, una rappresentazione della sessualità. A noi si riferiscono le pubblicità che fanno leva sul nostro desiderio promettendoci il consumo di oggetti, corpi e merci tra loro confusi. Ma quel desiderio maschile che si esprime attraverso lo scambio tra sesso, denaro e potere resta in ombra. Non riguarda solo la prostituzione ma regola le relazioni e presuppone un’asimmetria di desiderio tra i sessi, uno scambio non di simile con simile ma ineguale.

CONFRONTI CONTINUA A CONTARE SU DI VOI Un altro anno è passato, tra difficoltà e successi. La nostra cooperativa Com nuovi tempi, che edita Confronti, ha saputo mettere in campo numerose iniziative coinvolgendo lettori e amici che hanno voluto condividere con noi articoli e servizi di approfondimento e partecipare a progetti culturali, viaggi e attività legate al Medio Oriente, condivisi spesso da molti studenti delle scuole superiori. Molti anche gli incontri interreligiosi ed ecumenici promossi con chiese e comunità religiose. Grazie al vostro sostegno, Confronti continua a promuovere il dialogo tra culture e religioni e a informare su temi spesso oscurati dall’informazione generalista, dando la possibilità, a chi è interessato, di trovare «una casa» dove esprimere opinioni, inviare i propri commenti e condividere le notizie. Solo qualche anno fa, pensavamo che la nostra attività (più che quarantennale) potesse finire; così, come in un batter di ciglia. Invece il vostro sostegno ha evitato che questo accadesse. E grazie ai vostri abbonamenti e ai vostri contributi volontari siamo riusciti pian piano a rialzarci e a crescere. Alla vigilia di ogni anno vogliamo fare memoria di questo piccolo «miracolo» che siete riusciti a regalarci e vogliamo ricordarlo anche a voi, artefici del cambiamento e della nostra continuità editoriale. Il vostro sostegno è un seme prezioso che continua a dare i suoi frutti, che siamo certi possiate raccogliere: un abbonamento in più o il semplice rinnovo è per noi vita, sostegno morale. Anche quest’anno vi chiediamo di non lasciarci soli, il nostro lavoro ha senso solo se condiviso con voi, perché è fatto per voi. Crediamo che nel nostro dissestato paese ci sia bisogno, oggi più che mai, di punti fermi dove il pensiero critico (e non quello unico) possa continuare a germogliare, dentro ognuno di noi. Grazie per la vostra amicizia e la vostra vicinanza. Noi la sentiamo e siamo certi che, leggendo le nostre pagine e partecipando alle nostre iniziative, la sentiate anche voi. Grazie!

la redazione

4


GLI EDITORIALI

Un’innocente pubblicità televisiva ci fa vedere una mamma che dà a un bambino di cinque anni due fette di un salume con cui lui conquista una bambina che gli farà gli occhi dolci. Gli uomini devono avere qualcosa da far valere, le donne devono mettere in gioco la seduzione e la disponibilità per ottenere dividendi del potere economico o istituzionale maschile. Ci fermiamo, dunque a giudicare le donne distinguendole tra donne per bene e donne per male: ma questa scissione è tra donne o, soprattutto, all’interno di noi uomini? Cosa ci porta, come uomini, a pensare che ci sia una dimensione della nostra sessualità alta, nobile, rispettabile, compatibile con una relazione d’amore, con un progetto di genitorialità, e poi una dimensione sporca, bassa, degradante che pensiamo di mettere in gioco con la prostituta, con la donna senza onore disponibile per denaro e non per desiderio? Che idea abbiamo del nostro corpo e del nostro desiderio per concepire questa scissione? Paradossalmente, le due polarità femminili, la madre e la prostituta, sono in realtà meno distanti di quanto possa sembrare. Sono accomunate nella rappresentazione sociale dei sessi proprio dalla categoria della disponibilità. La madre, quella che fa sacrificio di sé per rispondere al nostro bisogno, che mette da parte il proprio desiderio per prendersi cura, è una figura di cui è rimosso il desiderio, la soggettività: è l’abnegazione dell’accoglienza. E la prostituta, ma anche la donna erotizzata della pubblicità, è la donna che non segue il proprio desiderio ma risponde al nostro. Non dobbiamo temere che possa andarsene, che possa desiderare altro, il suo desiderio è rimosso ma resta la sua disponibilità che otteniamo con il denaro. E che cosa enfatizza di più questa fantasia di un mondo abitato dalla disponibilità femminile se non la minorenne: misto di ingenuità, soggettività debole, priva di autonomia compiuta e al tempo stesso corpo virginale non segnato dal rapporto col maschile? Ogni proiezione sulle donne ci rimanda come specchio l’immagine di noi uomini. Ma c’è un altro tema che ci chiama a una risposta collettiva, che non possiamo rimuovere ricorrendo alla reazione scandalizzata per la perdita di valori morali. Che idea di libertà possiamo provare a costruire? Noi come uomini abbiamo costruito un’idea di libertà che è libertà dal corpo, emancipazione razionale dal-

l’emozione, libertà dalle relazioni percepite come vincolo, libertà dell’individuo padrone di se stesso. Questa idea tutta maschile ha molto a che fare con il denaro come misura di padronanza e autonomia, antidoto al rischio della vulnerabilità, che dissimula la nostra dipendenza. Ma è un’idea di libertà che viene proposta dall’ideologia neoliberista anche al femminile: il proprio corpo come oggetto posseduto e giocabile nelle relazioni di potere tra i sessi, separato dalla soggettività. Il denaro come strumento che neutralizza disparità di potere riducendole a scambio di mercato. In questa vicenda c’è anche, confusa, la sovrapposizione tra soggezione al desiderio maschile e uso disinvolto del potere della seduzione. Oltre ogni moralismo dovremmo provare a pensare un’altra idea di libertà.

Una Giornata del dialogo «silenziata» Gian Mario Gillio Oltre 150 appuntamenti in tutta Italia che – attraverso incontri in chiese cattoliche e protestanti, in moschee, in centri culturali, Comuni e associazioni – hanno coinvolto cristiani e musulmani presenti nel nostro paese con lo scopo comune di conoscersi e pregare insieme. Solo questo fatto, in un paese normale, sarebbe di per sé una notizia, ma purtroppo la quasi totalità dei mezzi d’informazione ha ignorato la XII Giornata ecumenica del dialogo cristiano-islamico.

5

Q

uest’anno abbiamo toccato un record che fino ad ora non avevamo mai raggiunto: siamo arrivati a quota zero. Zero segnalazioni sui quotidiani nazionali, zero citazioni e/o servizi sui canali televisivi, zero appuntamenti attraverso annunci radiofonici, salvo due eccezioni: Rai Radio1, grazie alla rubrica Culto evangelico (rubrica «amica», in quanto curata dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia) e Radio vaticana, perché uno dei giornalisti dell’emittente era tra i relatori di un convegno organizzato dall’Unione delle organizzazioni islamiche in Italia (Ucoii) nel quartiere romano di Centocelle, lo scorso 2 novembre. Insomma, come avrete capito, la notizia che non è stata data – o se preferite «bucata», o peggio «ignorata», o vergognosamente «silenziata» o, per essere buoni, non compresa (gravemente) dai media generalisti – è quella relativa alla XII Giornata ecumenica del dialogo cristiano-islamico, iniziativa nata per contrastare il clima di tensioni e paure generatesi dopo l’attentato alle Torri gemelle del 2001. La XII edizione ha prodotto, tra la fine di ottobre e i primi di novembre di quest’anno, oltre 150 appuntamenti in tutta Italia che (attraverso incontri in chiese cattoliche e protestanti, in moschee, in centri culturali, luoghi


GLI EDITORIALI

istituzionali e associazioni) hanno coinvolto cristiani e musulmani presenti nel nostro paese con l’intento comune di conoscersi e pregare insieme. Solo questo fatto, in un paese normale, sarebbe già di per sé una notizia. Ma dato che questo non è un paese normale – perché non può prescindere, nella scaletta delle notizie, dalla politica, attraverso la quale sembra muoversi tutta la nostra vita, la nostra economia, il nostro vivere sociale – la Giornata del dialogo non è stata assolutamente presa in considerazione dai media. Come avviene da un po’ di anni, le istituzioni dimostrano una certa attenzione per l’iniziativa. Il Senato della Repubblica ha infatti ospitato nell’evocativa Sala Nassirya, esponenti religiosi (cattolici, protestanti, musulmani, ma anche induisti e non credenti), giornalisti, professori universitari, teologi, che hanno lanciato le iniziative della Giornata insieme a politici di diversi schieramenti da tempo impegnati per la difesa dei diritti e dell’integrazione: i senatori Lucio Malan (Pdl) e Corradino Mineo (Pd) e il deputato Chalid Chaouki (Pd). Un lungo e articolato messaggio è stato inviato ai promotori della Giornata dal presidente del Senato, Pietro Grasso, regalando spunti ulteriori per la riflessione. Ma di tutto ciò nessun organo di informazione ha dato notizia e chi ha voluto autonomamente seguire l’andamento delle iniziative ha potuto farlo visitando il sito ildialogo.org del nostro amico Giovanni Sarubbi, che da sempre dà un resoconto dettagliato delle iniziative in tutta Italia. Questo silenzio oggi ci preoccupa. Non parlare di integrazione, di diritti, di cittadinanza, di dialogo e delle diverse anime che compongono il nostro paese è davvero un grave errore; non parlare dei buoni esempi e delle buone pratiche è una voluta omissione. Eppure alla Rai, nel vicino 2016, scadrà la convenzione per il servizio pubblico. Ma, anche con questa spada di Damocle sulla testa, non sembra preoccuparsi di garantire quel pluralismo richiesto. Ciò che è avvenuto in tutta Italia il 27 ottobre (e che avviene ormai da dodici anni) è un fatto importante, perché non è solamente una questione per addetti ai lavori impegnati nel dialogo interreligioso; è una questione che tocca temi dirimenti per la società plurale contemporanea: la libertà religiosa, l’integrazione, i diritti (e doveri) di nuovi e «vecchi» italiani, l’attuazione della nostra Costituzio-

ne. Il riconoscimento sociale e istituzionale alle comunità islamiche presenti nel nostro paese è di fatto negato, queste comunità sono prive di Intese e i centri islamici, salvo la Grande moschea di Roma, sono privi di qualsiasi riconoscimento giuridico. Di fatto sono comunità non tutelate. Informare sui continui cambiamenti che il nostro paese sta attraversando, dare spazio e visibilità ai nuovi italiani, avere la possibilità e il diritto a essere informati, sono questioni vitali e imprescindibili per una democrazia che si definisce avanzata. Se l’informazione – che nel nostro paese ha colpe grandi quanto quelle della classe politica – continuerà ad essere schiava di vetuste convenzioni o di sollecitazioni spesso amicali o proprietarie, non potrà definirsi certamente né libera né buona informazione. La chiamata in correo oggi investe tutti noi: in passato ci siamo chiamati fuori, delegando scelte importanti per noi e per il nostro paese, confidando nella professionalità e onestà di coloro che «fanno politica» e «fanno informazione». Ora abbiamo capito che forse sarebbe meglio aprire gli occhi.

Una «cura Francesco» anche per la politica? Massimo Marnetto La credibilità scaturisce dall’esempio e dalla coerenza. L’ha dimostrato papa Francesco in pochi mesi, con una sequenza di piccole-grandi scelte. I politici non si rendono conto di quanto i loro privilegi li allontanino dal sentire comune dei cittadini. Uno spunto potrebbe venirgli dalla lezione di semplicità del papa. Marnetto fa parte del coordinamento del Circolo Libertà e Giustizia di Roma.

6

P

apa Francesco ha capito una cosa che i nostri politici ancora non hanno compreso: il privilegio isola, l’autenticità avvicina. Il rifiuto dell’ostentazione del potere è stato una sua costante scelta, dettata da un bisogno di prossimità autentico. Niente appartamento, croce d’oro, auto grande; a fronte dell’ostinata volontà di mangiare insieme, continuare ad indossare le sue scarpe nere, l’orologio di plastica, usare la sua consunta cartella, che si porta tranquillamente da solo. Ma il suo più grande gesto di avvicinamento ai fedeli è nella rinuncia al privilegio del linguaggio forbito ed elitario, a favore di un’immediatezza della semplicità, mai banale. Dove i concetti sono la risultante di parole comuni, ma accostate con una efficacia non comune. Denunciare la «globalizzazione dell’indifferenza» vale più di un trattato, perché il messaggio arriva a tutti, soprattutto a quelli che l’indifferenza la patiscono. Definire «pane sporco per i figli»


GLI EDITORIALI

più i loro simboli di potere, affinché sia chiaro che loro sono arrivati ad averlo e vogliono che sia ben visibile. Come sarebbe la politica se le si applicasse la terapia di Francesco? Immaginiamo i politici che in poche settimane votassero un abbassamento dei loro stipendi; decidessero di lavorare 5 giorni a settimana come tutti; li vedessimo girare in utilitarie e in taxi, viaggiare in seconda classe, dare la mano guardando le persone... e magari parlare con chiarezza e semplicità, essere disposti a battersi per obiettivi impopolari, mettendo in conto anche di non essere rieletti e tornare al lavoro di prima. Ecco che vedremmo tornare stima per chi paga di persona la coerenza ai propri valori; rispetto per la buona politica che non ostenta, ma s’immedesima in chi ha problemi per risolverli. Una politica che allora acquisterebbe la credibilità per chiedere agli altri il rigore che prima di tutto ha già chiesto a se stessa. C’è chi, davanti a questi ragionamenti, se ne esce col fatidico «ci vorrebbe ben altro!», guardandoti con l’affettuosa compassione riservata agli ingenui. Aggiungendo subito che con queste misure si risparmierebbero spiccioli, rispetto a quanto servirebbe per risistemare il paese. Argomentazioni vere, ma clamorosamente indifferenti alla dote di credibilità che nel tempo queste misure porterebbero a tutta la politica, ridando rappresentanza e coesione sociale al nostro paese, che ne ha un disperato bisogno. Certo, ci vorrebbe molto tempo, perché tutti gli scandali e le depredazioni a piè di lista che si sono scoperte non possono essere sanate velocemente. Ma occorre iniziare. Occorre far tornare la politica un servizio giustamente remunerato, non il bingo milionario che oggi attira avventurieri ingordi, ignoranti, senza scrupoli e senza un mestiere. In questo contesto, il papa con la sua coerenza sta diventando sempre più un paragone scomodo per i politici arrivisti, perché – per contrasto – ha reso la loro incoerenza visibile anche ai distratti. E involontariamente, con la sua sola testimonianza, fa più pressione politica lui di quanta ne abbia realizzata nel tempo la curia con le sue tradizionali ingerenze. Strati sempre più vasti di italiani si stanno sensibilizzando alla coerenza di questo gesuita venuto dalla fine del mondo. E presto la esigeranno anche dai loro politici. Perché la semplicità è rivoluzionaria.

quello frutto del crimine e non del lavoro, o dichiarare irricevibile l’obolo della malavita è un segnale di rottura netta con la strumentalizzazione del sacro, di cui da sempre si serve l’illegalità per rinforzare il proprio ascendente popolare. Così, in pochi mesi di «rinuncia dei privilegi» e di affermazione dell’autenticità, il papa è diventato il garante di una Chiesa più credibile, in cui i credenti stanno tornando a riconoscersi e con cui i non credenti hanno iniziato a dialogare. Questo percorso di credibilità potrebbe essere praticato anche dalla politica? Sicuramente, anzi appare una scelta obbligata. Perché dietro questa crisi economica si vede sempre più chiaramente una crisi di fiducia sociale, che è arrivata a ledere i tendini della democrazia: lo stesso spirito di appartenenza, rappresentanza e coesione. Lo iato maggiore lo si vede nella scarsa considerazione riservata ai politici, per i benefici di cui non vogliono fare a meno. Infatti, quando una persona – anche la più onesta – diventa parlamentare, immediatamente entra in una bolla di privilegi, che la separa dai cittadini: retribuzioni elevate, auto blu ed altri vantaggi isolano immediatamente i politici, per relegarli nella disprezzata «casta». Ma per molti parlamentari questa distanza non è un problema, ma solo l’inevitabile effetto collaterale del potere, un prezzo che pagano volentieri, perché non hanno alcun desiderio di ritrovare la vicinanza e la stima delle persone. Anzi, non sono pochi quelli che ostentano ancor

7


ECUMENISMO

Busan: consensi, sfide, prospettive

Luigi Sandri

A Busan, in Corea del Sud, si è celebrata (30 ottobre-8 novembre) la 10ª Assemblea generale del Consiglio ecumenico delle Chiese, che ha riflettuto sui problemi delle Chiese e quelli del mondo alla luce delle parole guida «Dio della vita, guidaci alla giustizia e alla pace». I risultati raggiunti, i problemi irrisolti, le speranze per il futuro.

«

U

n pellegrinaggio verso la giustizia e la pace», nel quale le Chiese, tendendo le mani alle donne e agli uomini che compiono lo stesso cammino, vogliono arrivare alla 11ª Assemblea generale del Consiglio ecumenico delle Chiese che si terrà tra sette anni. Con questo invito l’8 novembre si è conclusa a Busan, in Corea del Sud, dove era iniziata il 30 ottobre, la 10ª Assemblea del Cec, che ha visto convenire circa duemilasettecento persone, tra le quali 902 delegate e delegati delle 345 Chiese (ortodosse, anglicane, protestanti e altre) del Consiglio, per riflettere insieme alla luce delle parole programmatiche «Dio della vita, guidaci alla giustizia e alla pace».

Una penisola carica di contraddizioni La penisola coreana dal 1950 al ‘53 fu teatro di un conflitto sanguinosissimo, che provocò tre milioni di morti e immani distruzioni. I nord-coreani, aiutati dall’Unione sovietica e dalla appena nata Cina popolare, si scontrarono con i sud-coreani, sostenuti dagli Stati Uniti d’America. Nessuna delle due parti poté prevalere, e così il 27 luglio 1953 fu firmato un armistizio che consacrò la divisione della penisola, tagliata a metà lungo il 38° parallelo. A Nord ha dominato la dinastia comunista dei Kim, a Sud si è avviata una fragile democrazia, che ha visto anche periodi dittatoriali. Il Nord è un paese isolato dal mondo, povero (stanno bene solo i militari e i gerarchi), e con milioni di persone che soffrono la fame, anche perché il regime ha dirottato enormi somme nella fabbricazione di armamenti atomici, con i quali di tanto in tanto minaccia il Giappone e gli Usa. Il Sud, invece, si è via via trasformato in uno dei

8

paesi più sviluppati del pianeta, con prodotti industriali e high-tech esportati ovunque. Seul, la capitale, e Busan, uno dei più grandi porti del mondo, sono selve di grattacieli, e se uno non vedesse le scritte in coreano potrebbe pensare di essere a New York o a Toronto. Ma questo sviluppo ha dei costi umani: limiti ai diritti sindacali, emarginazione degli strati più poveri, gravi problemi ecologici. Anche dal punto di vista religioso negli ultimi decenni la Corea del Sud (frammentarie sono le notizie su quella del Nord: vi sono alcune Chiese protestanti, che hanno vita stentata; di altre si sa poco; diversi cristiani – cattolici in particolare – sono stati condannati ai lavori forzati) ha avuto uno spettacolare sviluppo: cinquant’anni fa i cattolici erano l’1% e i cristiani di altre Chiese – metodisti, presbiteriani e pentecostali in particolare – poco di più. Adesso i cristiani sono il 30% dei 48 milioni di sud-coreani; un terzo dei cristiani sono cattolici (circa il 10% sul totale della popolazione). L’impressione che si ha è che alcune Chiese esaltino il successo come segno della benevolenza divina. A Seul la Yoido Full Gospel Church – pentecostale – assomiglia ad un teatro: tra platea e galleria ha diecimila posti a sedere e la domenica, dalla mattina alla sera, celebra sette culti, tutti frequentatissimi. I fedeli, con un crescente mormorio che esplode quasi in un grido, invocano lo Spirito santo. Poi passano dei cestoni, ed essi vi mettono dentro delle buste con allegata la documentazione bancaria dell’offerta fatta. Lo straniero che arriva può seguire le preghiere, i canti (c’è un’orchestra e un coro possente di centoventi persone) e la predicazione, perché funziona una traduzione simultanea in inglese, spagnolo, cinese, mongolo, russo, malese, giapponese e vietnamita. Le Chiese sud-coreane si sono impegnate moltissimo, con generosità ed efficienza, per ospitare l’appuntamento ecumenico. Ma il loro afflato è stato visto come un oltraggio da gruppi cristiani sud-coreani fondamentalisti. Dal 29 ottobre all’8 novembre ogni giorno al-


i servizi

dicembre 2013

confronti

Ecumenismo. Busan: consensi, sfide, prospettive

cune di queste persone – e, una volta, duemila insieme – stazionavano di fronte al Bexco (l’imponente palazzo delle esposizioni di Busan, luogo dell’Assemblea) per gridare: «Il Cec sostiene i comunisti e gli omosessuali. Uccide la Chiesa. È la torre di Babele. È il diavolo. Pentitevi!».

Convivialità delle differenze e inconciliabilità di prospettive Ancora una volta, anche a Busan è emersa l’importanza del Cec, unico luogo al mondo – finora – di questa ampiezza dove Chiese diverse, e talora storicamente nemiche, antiche o nuovissime, ricche o povere, riverite o perseguitate, grandi per dimensioni o molto esili, dell’Est e dell’Ovest, del Nord e del Sud possono incontrarsi, parlarsi, contaminarsi a vicenda, ciascuna portando i suoi doni, e ricevendo quelli altrui. Chiese con eredità culturali e prassi pastorali spesso diversissime che fanno crescere una «convivialità delle differenze» feconda e incoraggiante. Insomma, se il Cec non ci fosse, bisognerebbe inventarlo! E si spera che le sue difficoltà finanziarie, su cui si è discusso anche in Corea del Sud, siano superate, perché altrimenti la sua stessa operatività sarebbe drasticamente ridimensionata. Tuttavia, malgrado la proclamata volontà ecumenica di «camminare insieme», grandi macigni ostacolano la strada, perché vi sono differenze così forti nell’interpretazione biblica, nella prassi ecclesiale e nella valutazione etica di certi comportamenti che, invece di essere sentite come ricchezza, stanno innalzando muri: e questo riguarda, soprattutto, il rapporto con la modernità e la secolarizzazione, la comprensione del «modello famiglia» e della sessualità, il ruolo delle donne nella Chiesa e i ministeri aperti ad esse. A Busan questa dolorosa, e per ora inconciliabile, diversità, che diventa infine profonda divergenza, è emersa con l’intervento in plenaria del metropolita Hilarion di Volokolamsk, presidente del Dipartimento per gli affari ecclesiastici esterni del Patriarcato di Mosca, in pratica il «ministro degli esteri» della Chiesa russa: «Il laicismo militante attacca non solo i santuari e i simboli religiosi, reclamando la loro eliminazione dallo spazio pubblico. Una delle principali mire della sua attività è la distruzione deliberata dei concetti tradizionali di matrimonio e di famiglia. Prova di questo è che si proclama l’uguaglianza tra le

A Busan, uno dei più grandi porti del mondo, sono giunte duemilasettecento persone, tra le quali 902 delegate e delegati di 345 Chiese membro – ortodosse, anglicane, protestanti e altre – in rappresentanza di 560 milioni di cristiani sparsi in tutto il pianeta.

9

unioni omosessuali e il matrimonio, e il diritto di adottare bambini da parte di coppie dello stesso sesso. Dal punto di vista dell’insegnamento biblico e dei valori morali cristiani tradizionali, ciò testimonia una profonda crisi spirituale. Viene distrutta deliberatamente la concezione religiosa del peccato in società che fino a poco tempo fa si ritenevano cristiane... La Bibbia non conosce altre forme di matrimonio che l’unione tra uomo e donna, e considera peccato la convivenza di persone dello stesso sesso... Sfortunatamente, oggi non tutte le Chiese cristiane hanno il coraggio di difendere gli ideali biblici contro la moda, contro l’ideologia laica predominante. Alcuni gruppi cristiani da tempo hanno imboccato la strada della revisione dell’insegnamento morale, per porlo in sintonia con le tendenze moderne». Hilarion ha trovato ampi consensi nei rappresentanti africani e asiatici presenti a Busan, perché le culture dei loro paesi ritengono «inconcepibile» l’idea stessa delle unioni omosessuali, ancor più se considerate matrimonio. Anche un altro problema – quello dei ministeri femminili – divide drasticamente l’Ortodossia (e la Cattolicità) dalle Chiese occidentali che, avendo un’altra comprensione del «sacerdozio», ammettono donne al pastorato e all’episcopato. Ma, per fare un esempio, proprio l’ammissione etica, da parte di alcune «province» (Chiese nazionali) anglicane occidentali, di omosessuali pubblicamente viventi con un/a partner, e di donne nel pastorato e anche nell’episcopato, ha posto l’anglicanesimo quasi in stato di scisma, perché alcune sue Chiese, soprattutto africane, adducendo motivazioni bibliche e culturali, rifiutano fermissimamente tali scelte. Seppure preparato da tempo, e quindi non pensato come una indiretta replica al metropolita, alcuni/e hanno sentito quasi come un controcanto ad Hilarion l’intervento di Cecilia Castillo Nanjari, della Mision Iglesia Pentecostal del Cile, e coordinatrice continentale della Pastorale delle donne e giustizia di genere del Consejo Latinoamericano de Iglesias (Clai): «In relazione alle donne, le Chiese continuano a voler controllare la loro sessualità, il loro corpo e la riproduzione, come pure a sostenere un unico concetto di famiglia che però non rispecchia le varie realtà. Debbo purtroppo constatare che fino ad oggi in America Latina, e in altre regioni del


i servizi

dicembre 2013

confronti

Ecumenismo. Busan: consensi, sfide, prospettive

mondo, il riconoscimento integrale dei diritti umani delle donne non è stato debitamente dibattuto e adottato nelle Chiese, le quali si basano su letture bibliche androcentriche decontestualizzate... Annunciare il vangelo della vita ha a che vedere con le esperienze dei giovani che denunciano le cattive pratiche anchilosate delle nostre Chiese e società patriarcali, annunciando che vi sono cambiamenti di paradigmi e tempi nuovi tra le generazioni».

I gemiti del mondo. La tensione tra teologia e azione Oltre i rapporti fondamentali del segretario generale del Cec, il pastore luterano norvegese Olav Fykse Tveit, e di Walter Altmann, «moderator» del Comitato centrale (il «parlamentino» di centocinquanta membri che tra un’Assemblea e l’altra rappresenta la massima autorità del Cec), che hanno positivamente influenzato i presenti con il loro rigore misto a saggezza e pazienza, numerosi sono stati i rapporti, i discorsi, gli interventi e gli appelli che hanno toccato, per così dire, tutti i più drammatici problemi del mondo: alcuni notissimi (chi non sa del Medio Oriente in fiamme?) e altri, almeno in Occidente, ignorati. Questo perché le delegate ed i delegati convenuti non parlavano di questioni astratte, ma come portavoce delle tragedie più aspre delle loro genti. Dunque si sono affrontate molteplici situazioni di crisi: il Pakistan (cristiani in balia di leggi repressive); i Grandi Laghi africani (conflitti in vari paesi, in particolare nel Congo orientale); l’incipiente conflitto tra Sudan e Sud Sudan per il controllo della regione contesa di Abiyé, ricca di petrolio. E poi la lotta contro l’Aids, aiutando i colpiti e l’opinione pubblica a non sentire questa malattia, soprattutto in Africa, come uno stigma vergognoso; il drammatico problema degli «apolidi», chiedendo per essi protezione giuridica; un appello contro la tratta delle donne e la violazione programmatica delle ragazze; l’impegno per sensibilizzare le Chiese e i governi sull’impellente necessità di non manomettere oltre la Madre Terra; un appello al rispetto della libertà religiosa e, in quel contesto, la denuncia delle persecuzioni contro i cristiani. In merito, sottolineando che le violenze anti-cristiane avvengono soprattutto in paesi musulmani, Hilarion aveva distinto tra l’islam, «religione di pace, capace di coesistere

Sui rapporti con la modernità e la secolarizzazione, e sulla comprensione della Bibbia rispetto a problemi ecclesiali ed etici oggi incombenti – come l’omosessualità o i ministeri femminili – sono emerse a Busan prospettive differenti e, spesso, incomponibili. Come quelle espresse da una parte dal metropolita ortodosso russo Hilarion di Volokolamsk e, dall’altra, dalla cilena Cecilia Castillo Nanjari, del Consejo latinoamericano de Iglesias.

10

con altre tradizioni religiose», e «l’islamismo radicale che vuole stabilire un califfato islamico nel mondo, ove non ci sia posto per i cristiani»; e riportato cifre drammatiche: «Ogni anno centomila cristiani muoiono di morte violenta, e cento milioni sono vittime di discriminazione e persecuzione». A Busan è stato riproposto l’«Appello per una pace giusta» lanciato nel 2011 dalla Convocazione ecumenica di Kingston (vedi Confronti 5/2011). Ma la questione degli armamenti ha visto, nel gruppo che ha riflettuto su questo tema, opinioni variegate: se tutti si sono detti d’accordo nel denunciare il commercio «illegale» delle armi e la proliferazione degli armamenti nucleari, è rimasto irrisolto un problema più a monte. Infatti, chi voleva che fosse evangelicamente affermato, in modo assoluto, il «no» alle armi (di ogni genere, non solo quelle atomiche, o di distruzione di massa), per favorire invece una massiccia opera di educazione alla resistenza nonviolenta, non è riuscito a far passare questa tesi. Si è però ribadito: «Non esiste guerra giusta, solo la pace è giusta». Sul Medio Oriente, l’Assemblea ha espresso profondo dolore per la tragedia della Siria, per l’estrema precarietà dell’Iraq e per l’interminabile conflitto israelo-palestinese, proponendo in sostanza che Israele ponga fine all’occupazione dei Territori palestinesi, e na-


i servizi

dicembre 2013

confronti

Ecumenismo. Busan: consensi, sfide, prospettive

sca uno Stato di Palestina vivibile e indipendente. Ma, in proposito, mentre si invita ad un instancabile dialogo tra ebrei, cristiani e musulmani, per favorire la pace nella giustizia nella Città santa e dintorni, si precisa: «Ripudiamo tutte le forme di estremismo che si stanno sviluppando in Medio Oriente, anche tra ebrei e musulmani. Ripudiamo la crescente influenza del sionismo cristiano sia in Medio Oriente che nel mondo. Ripudiamo i dannosi effetti, sia nella comunità ebraica che in quella palestinese, di certe forme di sionismo politico ebraico. Proclamiamo il nostro sostegno per un comune lavoro con gli ebrei, inclusi quelli israeliani, che assumono impegnativi atteggiamenti per la pace nella giustizia in Israele e in Palestina». È stato anche auspicato che la prossima Assemblea del Cec, che dovrebbe tenersi nel 2020, sia celebrata proprio in Medio Oriente. Anzi, qualcuno ha suggerito: «A Gerusalemme!» (ipotesi, questa, del tutto fantasiosa, oggi come oggi; ma, tra sette anni, chissà!). Spetterà comunque al Comitato centrale, fra tre o quattro anni, decidere il luogo dell’11ª Assemblea. La bozza di testo sul Medio Oriente chiedeva la liberazione di due vescovi della Siria (un ortodosso e un siriano) rapiti mesi fa, non si sa da chi. Un rappresentante di Pax Christi Italia, notando a Busan che non si chiedeva la liberazione anche del gesuita padre Paolo Dall’Oglio, rapito in luglio, ne ha parlato con Michel Charbonnier, delegato della Chiesa valdo-metodista, il quale in plenaria ha suggerito di aggiungere quel nome: proposta accolta! Sul fronte teologico, l’Assemblea ha valutato con favore – come materia di studio per le singole comunità – La Chiesa: verso una visione comune, un testo concluso nel 2012, dopo anni di lavoro, da Fede e Costituzione (la commissione del Cec, di centoventi membri, tra i quali dodici cattolico-romani, che affronta i problemi dottrinali per proporre le sue conclusioni alle Chiese, che rimangono libere di accettarle o meno). Esso elenca i punti sui quali le Chiese hanno raggiunto un consenso e altri dove sono ancora lontane. L’Assemblea ha lodato il testo, augurandosi che le Chiese lo esaminino e inviino le loro risposte entro il dicembre 2015; poi si vedrà il da farsi. Ugualmente, ha raccomandato lo studio di Insieme verso la vita: missione ed evangelizzazione nei contesti in evoluzione che – afferma – costituisce «un grande pas-

Molti i problemi sociali e geopolitici affrontati (Medio Oriente, regione dei Grandi Laghi, Pakistan, Sudan, Aids, «pace giusta», libertà religiosa) e quelli teologici (visione comune della Chiesa, missione ed evangelizzazione, dialogo inter-religioso). In vista dell’11ª Assemblea che si terrà nel 2020, le Chiese sono invitate ad un «pellegrinaggio verso la giustizia e la pace».

11

so in avanti nella concezione ecumenica della natura e della pratica missionaria delle Chiese»; e un documento sul dialogo interreligioso, «elemento importante del pellegrinaggio della giustizia e della pace». Ma, nell’insieme, debole ci è sembrata la riflessione teologica a Busan. D’altronde alcuni problemi dottrinali che ancora dividono le Chiese all’interno del Cec (non solo dalla Chiesa cattolica romana: a proposito, il messaggio di papa Francesco, letto in Assemblea dal cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, è stato accolto con simpatia) sono, ad oggi, insuperabili: ad esempio la concezione del sacerdozio ed i ministeri femminili. La conseguenza è che, come nelle precedenti Assemblee, anche a Busan è mancata una celebrazione corale dell’Eucaristia. Una obiettiva controtestimonianza, tanto più dopo che in un lungo documento le Chiese hanno invitato i governi delle due Coree, l’Onu e le grandi potenze, a favorire la riunificazione pacifica della penisola coreana. Insomma, le Chiese propongono al mondo passi giganteschi che esse, al loro interno, non riescono a compiere. A Busan, oltre ad elaborare documenti, si sono anche prese decisioni operative: una delle più importanti è stata l’elezione del nuovo Comitato centrale (eletta anche la giovane valdese Valeria Fornerone) che, poi, ha nominato suo «moderator», successore di Altmann, l’anglicana kenyota Agnes Abuom. È la prima volta che alla guida di questo organismo decisivo per la vita del Cec viene eletta una donna: e questa è africana. L’incontro ecumenico ha riassunto il suo lavoro e intravisto il suo futuro in un messaggio alle Chiese che prevede un «pellegrinaggio verso la giustizia e la pace» che da adesso all’Assemblea del 2020 veda impegnati donne e uomini cristiani che si danno la mano, aprendola anche a persone di buona volontà, per camminare verso la meta desiderata: «Vogliamo avanzare insieme. Sfidati dalla nostra esperienza di Busan, sfidiamo anche voi ad impegnarvi, con i doni ricevuti da Dio, in azioni trasformatrici. L’Assemblea chiama tutti i nostri fratelli e sorelle ad unirsi in pellegrinaggio. Possano le Chiese essere comunità di salvezza e compassione, nella speranza che sia possibile diffondere il seme della Buona Novella affinché la giustizia cresca e la pace profonda di Dio regni nel mondo».


Confronti dicembre 2013