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MENSILE DI RELIGIONI · POLITICA · SOCIETÀ

6 EURO TARIFFA R.O.C.: POSTE ITALIANE SPA - SPED. IN ABB. POST. D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27/02/04 N.46) ART.1 COMMA 1, DCB

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Confronti | aprile 2017

Europa all’orizzonte

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ANNO XLIV NUMERO 4 Confronti, mensile di religioni, politica, società, è proprietà della cooperativa di lettori Com Nuovi Tempi, rappresentata dal Consiglio di Amministrazione: Nicoletta Cocretoli, Ernesto Flavio Ghizzoni (presidente), Daniela Mazzarella, Piera Rella, Stefania Sarallo (vicepresidente). DIRETTORE

Claudio Paravati CAPOREDATTORE

Mostafa El Ayoubi IN REDAZIONE

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E COORDINAMENTO

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PROGRAMMI

(pagina 24-25).

AMMINISTRAZIONE

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A QUESTO NUMERO

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Nicoletta Cocretoli

Pubblicazione registrata presso il Tribunale di Roma il 12/03/73, n. 15012 e il 7/01/75, n.15476. ROC n. 6551.

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SCORCI D’EUROPA Il 25 marzo si sono celebrati i 60 anni dalla firma dei Trattati di Roma. Nel servizio a pagina 10 uno sguardo sulle questioni aperte e le prospettive dell’Unione.

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le immaginii

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il sommario

il sommario GLI EDITORIALI

Yemen: prosegue la guerra “silenziosa”

Mostafa El Ayoubi 6

L’Europa di fronte al suo turning-point decisivo? Gabriele Mele 7

I SERVIZI

LE NOTIZIE

LE RUBRICHE

I LIBRI

EUROPA 10 Ue: il futuro e i nodi non risolti Marco Mazzoli

Diritti umani

12 Integrazione o disgregazione? Biagio de Giovanni

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Diario africano L’African National Congress al capolinea?

Cristianesimo e lotta alla stregoneria papuana

In genere 194, una legge nel mirino

Rivoluzione religiosa alle origini dell’Europa moderna

14 Un’altra Europa da costruire Paolo Ferrero

37

Immigrazione Memoria 38

Diritti 38

AFRICA

16 Sud Sudan: guerre,

lotte per il potere e fame Alessandro Triulzi

18 La cornucopia dell’Africa

tra crisi e potenzialità

(intervista a) Fabrizio Lobasso

FRANCIA

21 Se vince Le Pen è la fine per l’Ue? Roberto Bertoni

SOCIETÀ 23 La falsa equazione

immigrati=criminalità Paolo Iafrate

25 La condizione degli stranieri

in carcere

(intervista a) Marco Bouchard

ISLAM 27 Il diritto islamico e quello inglese Gabriele Mele

STORIA 30 Il multiconfessionalismo nell’impero

ottomano

Andrea Vissol

CULTURA 33 Sotto il velo di Takoua (intervista a) Takoua Ben Mohamed

Chiesa cattolica 39

Laicità 39

Enzo Nucci 41

Anna Maria Marlia 42

Note dal margine I cristiani da perseguitati a persecutori

Giovanni Franzoni 43

Spigolature d’Europa Pensavo fosse Spinelli invece era Schäuble Adriano Gizzi 44

Luigi Sandri 45

Sergio Paolo Ronchi 46

LE IMMAGINI

Europa all’orizzonte copertina

Scorci d’Europa 3


invito alla lettura

Storie d’Europa Claudio Paravati

S

e potessi ricorrere alla sola arte della citazione, lascerei lo spazio di questo editoriale all’articolo che Felice Mill Colorni ha scritto per la versione web di Confronti (www.confronti.net) in occasione, lo scorso 25 marzo, dell’anniversario dei sessant’anni dai Trattati di Roma, che furono i primi passi della ventura Unione europea. “Serve un’Europa federale con istituzioni democratiche”, titola l’articolo, per poi incalzare così il lettore: «Davvero qualcuno può pensare che nel mondo globale, ancor oggi costituito per la maggior parte da regimi non democratici e non rispettosi dei diritti umani, o di dubbia o incerta democraticità, le vetuste e insigni nazioni storiche dell’Europa possano competere sul piano economico, o far valere quelli che dovrebbero essere i loro grandi principi di libertà e democrazia, di diritti umani e di rispetto del diritto, di fronte a giganti del genere?». E solo poco oltre scrive Colorni: «Gli europei, e soprattutto gli europei occidentali, hanno completamente perso il senso della storia». Cosa sia storia, e cosa il senso della storia, non è cosa certo facile da dire. Certamente l’Europa dovrà presto decidere – letteralmente decidere – cosa vuole essere d’ora in avanti, politicamente ed economicamente (vedi Marco Mazzoli a pagina 10). Come ricorda De Giovanni (pagina 12), «nella storia tutto può avvenire, anche una regressione e marginalizzazione di una civiltà come la nostra»; a chi, delle grandi potenze mondiali, dovrebbe in fondo importarne? Nazionalismi e particolarismi vari, a sfondo più o meno xenofobo e razzista, stanno facendo il loro gioco per solleticare la pancia dell’elettorato europeo; ma la posta in gioco sembra essere ben più alta di una vittoria elettorale. Walter Benjamin commentando l’opera di Paul Klee, Angelus Novus, dice che l’angelo della storia dovrebbe essere proprio così, come lo si vede nel quadro: con la testa rivolta indietro, mentre il vento lo sospinge inesorabilmente verso il futuro. «Ciò che noi chiamiamo il progresso, è questa bufera», commenta Benjamin. Il problema è comprenderne la direzione.


gli editoriali

Yemen: prosegue la guerra “silenziosa”

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ome è successo alla Siria, anche lo Yemen si è trovato in mezzo ad una guerra imposta al suo popolo, che dura ormai da due anni. Decine di civili, tra cui molti bambini, muoiono ogni giorno a causa dell’aggressione militare avviata il 25 marzo 2015 da parte di una coalizione di Paesi musulmani guidati dall’Arabia Saudita a sostegno del presidente yemenita Mansour Hadi, il cui mandato ufficiale è già scaduto. La controparte nel conflitto sono gli Houthi, movimento sciita legato all’Iran, con i quali sono alleate le forze dell’ex dittatore Abdallah Saleh. Quest’ultimo è stato costretto nel 2012 a lasciare la poltrona dopo 34 anni di “governo” durante i quali manteneva rapporti stretti con la famiglia reale di Al Saoud. La coalizione guidata dagli Houthi ha istituito un Governo di salvezza nazionale nella capitale Sana’a, mentre Hadi, considerato un presidente illegittimo dai suoi avversari, ha formato un suo governo a Aden, designata come capitale temporanea del Paese dopo essere passata sotto il controllo militare dei sauditi e dei loro alleati. Ad oggi, nonostante la massiccia offensiva militare – alla quale partecipano soldati dell’Arabia Saudita, del Qatar, degli Emirati Arabi, del Marocco, dell’Egitto e del Pakistan, oltre ai mercenari statunitensi della Blackwater prima e della DynCorp attualmente – con uso anche di armi proibite dal diritto internazionale come le bombe al fosforo, Sana’a e altre città sono ancora in mano agli Houthi. Come riconoscono molti analisti geopolitici, la complessità della storia, della cultura e della geografia dello Yemen rende quasi MOSTAFA impossibile vinceEL AYOUBI re qualsiasi guerra caporedattore Confronti. contro di esso. Ed è

molto probabile che la guerra attuale duri a lungo senza raggiungere l’obiettivo prefissato, ovvero impedire che il Paese possa essere governato da una classe politica vicina all’Iran, il nemico giurato dell’Arabia Saudita sia dal punto di vista religioso che geostrategico. Riguardo alla questione religiosa, l’ortodossia conservatrice sunnita dominata dal wahabismo saudita considera la dottrina sciita – largamente diffusa in Iran, dove condiziona ampiamente la vita politica e sociale – come un’eresia da estirpare dal corpo dell’islam, in maggioranza sunnita. Diversamente la pensano invece i moderati sunniti di Al Azhar in Egitto, il più grande paese arabo musulmano. La questione geostrategica resta tuttavia quella predominante, perché chiama in causa gli interessi in Medio Oriente di diverse potenze mondiali come Usa, Gran Bretagna e Francia (oltre a quelli delle monarchie del Golfo), le quali vedono nell’Iran un ostacolo alla loro egemonia sull’intera regione. Tali interessi riguardano le risorse naturali e le vie del loro trasferimento verso i mercati occidentali e non solo. L’Iran controlla lo stretto di Ormuz, uno dei più importanti canali di transazione marittima del gas e del petrolio. Un governo guidato dagli Houthi potrebbe consentire agli iraniani di controllare anche lo stretto yemenita di Aden e ciò diventerebbe un grosso problema per le potenze occidentali, a causa del conseguente irrobustimento geopolitico dell’Iran in Medio Oriente e quindi anche di quello dei suoi alleati: Russia e Cina. Per questo motivo gli Usa e i loro alleati europei – e anche Israele, che vede in Teheran un pericolo per la propria sicurezza a causa del suo sostegno a Hamas, Hezbollah e alla Siria – hanno sostenuto

Mostafa El Ayoubi

diplomaticamente l’intervento militare saudita nello Yemen che di fatto ha cacciato gli Houthi da Aden, il cui porto oggi è completamente gestito dalla fedelissima petro-monarchia degli Emirati Arabi. In tutto questo calcolo cinicamente geopolitico da parte delle potenze mondiali, che non hanno esitato a far scatenare la guerra contro uno dei paesi più poveri del

DA DUE ANNI ESATTI LA COALIZIONE SAUDITA CONTINUA A FARE DECINE DI MIGLIAIA DI VITTIME YEMENITE, TRA CUI MOLTI BAMBINI. mondo, non c’è spazio per la questione dei diritti umani, di cui si vantano le democrazie occidentali. Finora, i bombardamenti hanno causato la morte di decine di migliaia di civili di cui molti bambini. Dopo aver inserito l’Arabia Saudita nella lista nera a causa della morte di migliaia di bambini yemeniti, l’ex segretario generale Onu Ban Ki-moon aveva fatto un passo indietro sotto pressioni esterne. Strano! Ma oltre ai bombardamenti vi è anche un disumano assedio militare che impedisce l’approvvigionamento di cibo e medicinali per una popolazione stremata dalla guerra. Secondo recenti dati Onu, l’80% degli yemeniti rischia la fame. Questo “embargo” sta aggravando drasticamente la situazione di un Paese in cui il 90% del fabbisogno in beni alimentari di base proviene dalle importazioni, e sta condannando migliaia di bambini alla morte anche per fame. E tutto questo dramma sta passando sotto il silenzio assordante e scandaloso dei grandi media.


gli editoriali

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el mese della celebrazione per i 60 anni dalla firma del Trattato di Roma, l’Europa si è trovata a dover affrontare una delle sfide più complicate della sua recente storia. Il primo test probante per verificare la tenuta delle istituzioni europee ha dato esito positivo. Lo scorso 15 marzo gli elettori olandesi hanno espresso la volontà di non venir meno agli ideali di accoglienza e di rispetto per la libertà religiosa che hanno da sempre contraddistinto i territori dei Paesi Bassi fin dalla loro fondazione. L’ultradestra del partito populista capeggiato da Geert Wilders non è riuscita ad attirare la parte più moderata dell’elettorato di centrodestra, la quale è stata decisiva per la vittoria dei liberali di centrodestra del Partito popolare per la libertà e la democrazia (Vvd). La direzione estremamente ferrea e risoluta adottata dal leader del Vvd Mark Rutte relativamente all’affaire diplomatico con la Turchia ha definitivamente convinto gli ultimissimi indecisi a dare nuovamente fiducia all’esponente di spicco del centrodestra liberale. Un sospiro di sollievo per le autorità dell’Unione europea, le quali hanno evitato lo spauracchio della “Nexit” dopo aver subito il tremendo shock per le vicissitudini britanniche. Le due principali sorprese sono state caratterizzate dalla “Caporetto” del partito laburista, il quale ha perso 29 seggi rispetto ai 38 che aveva nella scorsa legislatura e che secondo i politologi più esperti avrebbe scontato la “sterzata” a destra derivante dall’appoggio al secondo governo Rutte nel 2012, consentendo al partito dei verdi di coagulare tutto il malcontento della sinistra progressista. Difatti il vero trionfatore è stato indiscu-

tibilmente il nuovo astro nascente della politica olandese, il candidato della Sinistra verde Jesse Klaver, definito il prossimo Justin Trudeau (dal nome del premier canadese) per le sue capacità oratorie, la sua attenzione all’educazione primaria ed alla green economy. Il giovanissimo “Jessiah”, come viene definito dalla stampa olandese, è risultato il migliore ad ogni confronto televisivo, diventando un punto di riferimento indiscusso per l’elettorato giovanile dei Paesi Bassi. Un dato particolarmente interessante è caratterizzato dal fatto che due esponenti politici agli antipodi come Wilders e Klaver abbiano numerosi elementi in comune. Entrambi hanno il medesimo

DOPO LE ELEZIONI OLANDESI DEL 15 MARZO, ALTRI IMPORTANTI APPUNTAMENTI ASPETTANO L’UNIONE EUROPEA. background familiare materno proveniente dalle ex colonie delle Indie olandesi, ed hanno ricevuto un’educazione di matrice cattolica. I punti di contatto terminano qui, ad ogni modo è singolare la statistica degli elettori tra i 18 e 35 anni i quali hanno dato la loro preferenza quasi esclusivamente a queste due figure così diverse, dimostrando un fortissimo disincanto per i partiti che hanno governato il paese dal secondo dopoguerra. Solamente nel 2006 i democristiani, i laburisti, i socialisti ed i liberali del centrodestra rappresentavano più dell’ottanta percen-

Gabriele Mele

to dell’elettorato, mentre oggi sono esattamente la metà, di conseguenza possiamo notare come sia stato depauperato un capitale elettorale enorme. Il nuovo esecutivo presieduto da Mark Rutte, il quale ha conseguito dei risultati economici impressionanti nelle precedenti legislature con una disoccupazione al 5,4% e un aumento del Pil del 2,8%, dovrà tenere conto della crescita tumultuosa del partito del suo ex alleato Geert Wilders per non vanificare questa storica vittoria per il futuro dell’Unione europea. Questo successo europeista potrebbe contagiare le prossime elezioni francesi, le quali rappresentano il vero elemento decisivo, in quanto se il prossimo 7 maggio, al secondo turno delle presidenziali, Emmanuel Macron o François Fillon non dovessero riuscire a sconfiggere il Front national di Marine Le Pen, ci troveremmo probabilmente di fronte alla fine per l’Unione europea. Nel 2002 di fronte alla possibile affermazione di Jean Marie Le Pen, padre di Marine, venne utilizzata la cosiddetta “conventio ad excludendum”, invitando tutte le forze politiche anti-populiste a votare per Jacques Chirac. La storia potrebbe ripetersi nuovamente, nonostante il parere contrastante degli esperti politologi più autorevoli. Infine, il prossimo autunno in Germania il candidato della destra populista dell’Alternative für Deutschland (Afd) Frauke Petry non dovrebbe avere i voti necessari per insidiare la cancelliera uscente Angela Merkel oppure l’ex GABRIELE MELE presidente del Par- associazione lamento europeo culturale Futura Ancislink. Martin Schultz.

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L’Europa di fronte al suo turning-point decisivo?

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EUROPA

Ue: il futuro e i nodi non risolti Marco Mazzoli

A sessant’anni dai trattati di Roma, si continua a discutere del “deficit democratico” dell’Unione europea, che purtroppo non è ancora riuscita a mettere in pratica il modello classico di democrazia: un governo federale democraticamente eletto che risponde del proprio operato a un’opinione pubblica europea.

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ultima ricorrenza dell’anniversario del Trattato di Roma del 1957 è stato celebrato con meno enfasi del solito... Non c’è da stupirsi, dato che in molti Paesi dell’Unione soffiano da alcuni anni venti anti-europeisti, xenofobi, quando non esplicitamente autoritari e razzisti. Eppure, quelli della mia generazione si ricorderanno che agli inizi degli anni ’90, poco prima che il Trattato di Maastricht venisse firmato, il processo di integrazione europea godeva di ampia popolarità presso l’opinione pubblica...

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EUROPA Marco Mazzoli Biagio de Giovanni Paolo Ferrero

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Poi, negli anni a seguire, i primi segnali di allarme: il progetto di “Costituzione europea” redatto nel 2003 e bocciato dai referendum tenuti in Francia e Olanda. I commentatori politici dell’epoca non mancarono di far notare che tra gli oppositori del progetto vi erano molti che sottolineavano l’assenza di riferimenti alle politiche sociali (sostanzialmente per l’opposizione delle forze di orientamento neoliberista), anche se, in quegli anni, il modello di welfare europeo era spesso citato ad esempio in contrapposizione al modello statunitense, frutto della parentesi reaganiana. Forse, per capire le tante difficoltà che oggi mettono a rischio l’esistenza stessa dell’Unione europea (il problema della ripartizione dei migranti tra i Paesi aderenti, l’assenza di coordinamento e persino di semplice armonizzazione delle norme fiscali che per molti Paesi sono contrastanti, la crescente popolarità, in molti Paesi, di partiti che propugnano l’uscita dall’Unione europea) bisogna soffermarsi sui nodi non risolti fin dall’origine dell’Unione europea. Il primo, macroscopico aspetto è la limitatezza dei poteri del Parlamento e la concentrazione del potere decisionale nella Commissione europea, un’entità percepita come distante e burocratica. Il Parlamento europeo non ha il potere di proporre le leggi (questo spetta alla Commissione) ma solo di approvarle e la Commissione europea non è un vero e proprio Governo, costituito da forze politiche che si presentano all’opinione pubblica con un programma, ma è un’entità frutto di complesse mediazioni tra i vertici politici dei vari Paesi. È democrazia questa? Qualcuno è in grado di spiegare (anche solo vagamente) quale sia il programma del gruppo “popolare” o del gruppo dei “socialisti e democratici” o dei “liberali” al MARCO MAZZOLI Parlamento europeo? Anche le professore Politica persone più colte e più atten- di economica, te avrebbero molta difficoltà a Università farlo. Per il semplice fatto che i di Genova.


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EUROPA

namento della politica fiscale? Perché non hanno incluso nei trattati alcuni fondamentali principi di welfare? Forse questo poteva e doveva essere fatto prima dell’allargamento a Est, tra i primi 9 o 12 Paesi che, almeno condividevano largamente alcuni principi fondanti del welfare. Il clima politico-culturale di questi tempi è testimoniato anche da una recente misura allo studio del Governo italiano, che prevede una flat tax di 100mila euro per i miliardari che decidessero di venire a risiedere in Italia: questo genererebbe una fortissima disparità di trattamento per questo ristretto gruppo di soggetti avvantaggiati. Per quale motivo? Per sudditanza verso la loro ricchezza? L’Unione europea sarebbe l’entità economica più grande del mondo. La sua dimensione è tale per cui non potrebbe essere “tagliata fuori” dai grandi investitori internazionali (si tratta di soggetti che diversificano il loro portafoglio a livello internazionale, per cui non potrebbero escludere dal loro portafoglio titoli di un’entità economica così grande), quindi l’Europa potrebbe, se ne avesse il coraggio, coordinare le politiche fiscali e creare una forma di welfare europeo. Potrebbe, ad esempio, introdurre una vera Tobin tax (non quella ridicola e facilmente aggirabile introdotta in Francia qualche tempo fa), perché una tassa di piccola entità (0,1% o 0,2%) sui capitali in entrata e in uscita incide pochissimo sugli imprenditori veri, che investono in capitale fisico, impianti industriali e aziende. Inciderebbe invece sugli speculatori finanziari di professione, ossia i soggetti che effettuano settimanalmente parecchie migliaia di transazioni. Il risultato sarebbe una minore incidenza degli speculatori “puri” tra gli investitori finanziari (dunque una maggiore stabilità dei mercati finanziari e azionari, dato che a creare instabilità sono gli investitori speculativi, che hanno un’ottica di brevissimo periodo) e la possibilità di tassare soggetti che facilmente riescono ad eludere il fisco in modo perfettamente legale.

L’EUROPA SI È DATA UNA MONETA MA NON UNA POLITICA FISCALE COMUNE NÉ UNA POLITICA SOCIALE E DI WELFARE. Certo, le resistenze sarebbero molto forti da parte di vari Paesi e molte forze politiche di impostazione neoliberista. Ma una nuova “integrazione virtuosa” all’interno dell’Ue potrebbe essere avviata, in futuro, anche se solo un gruppo limitato di Paesi decidesse di darsi regole condivise e più orientate al sociale. Potrebbe essere un modo diverso e alternativo di interpretare “l’Europa a due velocità”. E potrebbe essere un obiettivo per cui battersi, anche sapendo che si tratterebbe di una battaglia molto, molto difficile. Ma senza questa battaglia l’Europa potrebbe non sopravvivere come istituzione sovranazionale.

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vari partiti nazionali aderenti a questi gruppi hanno programmi diversi, a volte persino contraddittori. L’Unione europea non ha messo in pratica il modello classico di democrazia: un governo federale democraticamente eletto, che risponde all’opinione pubblica europea della realizzazione o mancata realizzazione del proprio programma elettorale né, come si diceva, un vero potere di proporre leggi. E non esiste una vera e propria opinione pubblica europea alla quale un ipotetico governo europeo potrebbe rispondere, dato che esistono solo varie opinioni pubbliche nazionali, sempre più prese dai loro particolarismi e sempre più diffidenti verso l’Europa. Anche chi, come il sottoscritto, era stato ed è tuttora favorevole (sia pure molto criticamente) all’integrazione europea non può nascondere la gravità di questi problemi, non può limitarsi ad inveire contro il “populismo” e non può non rendersi conto che la stessa sopravvivenza dell’Unione europea è oggi a rischio. Ma come si è arrivati a questo punto? E perché l’Europa si è data solo una moneta e non un vero e proprio governo investito di poteri di politica fiscale? E la cosiddetta “Europa a due velocità” rappresenta una minaccia per il nostro Paese e per altri Paesi? Il motivo per cui l’Europa si è data una moneta ma non una politica fiscale comune né una politica sociale e di welfare non è tecnico né economico: è di natura ideologica. Negli anni in cui sono stati predisposti i trattati che hanno dato vita all’architettura istituzionale europea, si creò (come unico vero centro decisionale di politica economica a livello europeo) la Banca centrale europea, specificando nel suo statuto che la politica monetaria avesse come scopo prioritario quello di controllare l’inflazione e, solo subordinatamente e in seconda battuta, quello di promuovere lo sviluppo economico. Persino la Federal Reserve statunitense, più pragmatica, ha uno statuto in cui lo sviluppo economico è almeno posto sullo stesso piano del controllo dell’inflazione. L’influenza dell’ortodossia neoliberista e la sua scarsa considerazione nell’uso attivo della politica fiscale (che ha per oggetto la struttura del prelievo, il grado di progressività della tassazione, il welfare e la politica sociale) è stata tale da trascurare non solo l’esigenza di creare una politica fiscale federale europea, ma addirittura di trascurare totalmente la necessità di armonizzare le varie politiche fiscali nazionali. Tutto è stato demandato ai vincoli del patto di stabilità, in termini di rapporto debito/Pil e di rapporto deficit/Pil. I movimenti socialisti e socialdemocratici europei (che, insieme ai popolari e ai liberali hanno guidato l’Europa in tutti questi anni) hanno veramente adempiuto al proprio compito storico? L’Europa di oggi ha veramente l’aspetto di un’istituzione creata da movimenti socialisti e cristiano sociali? Ma gli statisti italiani, francesi, tedeschi che hanno costruito l’architettura istituzionale, perché hanno creato una moneta unica senza il minimo coordi-

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i servizi

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EUROPA

Integrazione o disgregazione? Biagio de Giovanni

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sessanta anni dalla sua nascita il processo di integrazione europea conosce la sua crisi più devastante. Come se il motore si fosse imballato, le idee indebolite, il processo reale si fosse caricato di contrasti e di incomprensioni. Fatti disgregativi sono già avvenuti, quello che si chiama Brexit, un avvenimento senza precedenti, la fuoriuscita di un membro, problematico ma influente, come la Gran Bretagna (o l’Inghilterra, si vedrà); il piccolo blocco dei paesi dell’Est (individuati come “Gruppo di Visegrad”), che vivono come una piccola Europa appartata, chiusa in un recinto fatto di muri e di rivendicazioni nazionali. Ma soprattutto intorno, dove vive la grande Europa continentale, quella che ha dato avvio a tutto, si vivono incertezze, cadute di consenso nell’opinione pubblica e soprattutto divari tra nazioni e stati che non promettono facili risposte ai problemi che sono sul tappeto: dalla grande questione dell’immigrazione, con una Italia sostanzialmente isolata come primo paese d’accoglienza, alle difficoltà serie che ha attra-

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BIAGIO DE GIOVANNI filosofo, già parlamentare europeo e professore emerito di Filosofia politica all’Università Orientale di Napoli.

versato e attraversa il cammino della moneta unica, il più grande fatto aggregativo che sia avvenuto nella storia dell’Unione che però oggi misura i suoi lati deboli e promuove piuttosto spinte disaggregative. Le quali mostrano, a piena evidenza, come l’isolamento della dimensione monetaria dalle altre (economica, sociale, politica) conduca verso uno squilibrio, una dissimmetria tra gli stati che ne fanno parte, con una egemonia dello Stato più forte che è indubitabilmente la Germania. I riflessi politici di questa crisi, nelle opinioni organizzate dei vari stati, sono sotto gli occhi di tutti. Nel crogiuolo delle opinioni pubbliche, da sempre nell’insieme favorevoli maggioritariamente al processo di integrazione, si sono verificati, come accennavo, smottamenti gravi, si sono messe in moto forze organizzate che, chiamate “populismi”, tengono ancora la scena. Da destra e da sinistra, rivendicando rispettivamente più sovranità nazionale o più sovranità sociale, con temi e sensibilità che si intrecciano, offrendo un quadro anche politicamente inedito e per molti aspetti


i servizi

RIEMERGONO I PROBLEMI NASCOSTI SOTTO IL TAPPETO

Il problema, occultato nelle fasi di crescita dell’Europa, preavvertito nel 2005 dalla bocciatura franco-olandese della Costituzione europea, è esploso quando, nel 2008, ha fatto irruzione la crisi finanziaria che ha messo a nudo i limiti di una aggregazione puramente monetaria in presenza di una drammatica crisi sociale ed economica. E da allora la crisi dell’Europa continentale è diventata crisi di democrazia, nel senso che il luogo di nascita della democrazia moderna, lo Stato-nazione, è tornato a rivendicare i suoi diritti, le sue ragioni. Da allora gli squilibri tra Stati forti e Stati deboli è diventato patente. Ma con un cammino bloccato sia in avanti sia all’indietro: insegni la Grecia, nel suo piccolo. Dove una sinistra vincente nel referendum che fu proposto, diventata governo, ha fatto marcia indietro e si è dovuta piegare al governo della troika. La lezione greca, largamente dimenticata, va nella direzione seguente: i populismi hanno le loro ragioni che agli inizi gli danno forza ma, quando si giunge al punto decisivo, le loro risposte sono regressive, impossibili, e ricadono sulla testa di quello stesso popolo che le ha messe in moto. Che voglio dire con questo? Che la crisi è vera, profonda, l’ho definita devastante, ed è crisi non solo istituzionale ma politica e democratica; che essa contiene aspetti che fanno tremare dalle fondamenta tutta la costruzione, ma le risposte regressive da parte di Stati e nazioni che dell’Europa non possono fare a meno, conduce in vicoli ciechi peggiori della dimensione seria dei problemi cui cercano di rispondere. La Gran Bretagna è altra cosa, sempre con un piede dentro e uno fuori, senza moneta unica, senza l’adesione alla Carta dei diritti, con tanti opting out, come si chiamano, che hanno fornito una fisionomia tutta particolare alla sua adesione all’Unione: una fuoriuscita gravissima per mille ragioni, ma pur sempre di un Paese che ha avuto rapporti problematici con il continente. Ma ciò che rimane dell’Europa, e soprattutto quello che resta intorno al suo nucleo originario, non si può consentire risposte regressive che infine propongono il rinchiudersi di tutto, o quasi, nei vecchi recinti nazionali. Un passo indietro in questa direzione sarebbe catastrofico, in-

EUROPA

sostenibile per la gran parte degli Stati europei. Che fare allora? Stante la realtà della crisi e l’impossibilità di voltare pagina senza affrontarla? I DILEMMI DELL’EUROPA

A sessanta anni dalla sua fondazione l’Europa si trova di fronte a questo dilemma e non è affatto detto che abbia le risposte giuste e pronte, anzi. E, intorno, la prima grande crisi politica della globalizzazione (così personalmente interpreto i tratti di un disordine mondiale che ha condotto, tra l’altro, a Trump e alla Brexit, nonché al ritorno sulla scena dei protezionismi e della vecchia geopolitica impersonata soprattutto dalla Russia) non facilita certo una risposta consistente. Ma, per quel che ho detto, un tentativo deve esser fatto, e grande. Ora faccio una previsione: le elezioni prossime in Francia e Germania daranno l’avvio al ridimensionamento dei populismi. Escludo la vittoria di Marine Le Pen in Francia, e la Germania è saldamente ancorata alla grande coalizione e solo si dovrà vedere quale accento prevarrà. Se questa previsione è fondata, da quel momento il processo europeo potrebbe cominciare faticosamente a invertirsi.

MOLTI I PROBLEMI CHE SI TROVA DI FRONTE L’UNIONE: LA BREXIT, I MURI E LE RIVENDICAZIONI NAZIONALI, LA PERDITA DI CONSENSO NELL’OPINIONE PUBBLICA, L’EURO, L’IMMIGRAZIONE. Non sarà facile soprattutto per la Germania, che è quello Stato oggi egemone per il quale mi è capitato già di citare un celebre verso di Catullo rivolto al suo amore: non posso vivere né con te né senza di te, che è lo stato delle cose in Europa: senza Germania tutto nel nulla, con la Germania tutto difficile. È la Germania che dovrà convincersi, nel suo stesso interesse, a diventare leader europeo, per una Germania europea non per una Europa tedesca. Tutto nasce da qui, senza poter ora entrare nel merito dei tanti problemi che si affollano, ma non mancherà certo il tempo per farlo. Non è detto che ciò avvenga e la situazione pantanosa e instabile di un altro Paese fondatore come l’Italia non promette niente di buono, ma la partita inizierà a giocarsi nell’anno che abbiamo davanti, proprio nel sessantesimo che ricorre. E siccome nella storia tutto può avvenire, anche una regressione e marginalizzazione di una civiltà come la nostra, io non manifesto una fiducia cieca nella capacità dell’Europa che c’è (che è tanta) di dare le risposte giuste, ma questa è la scommessa, pena la disgregazione di tutto ciò che per la prima volta può delinearsi al nostro orizzonte.

Confronti | aprile 2017

mescolato. E va subito detto che non si tratta di movimenti campati per aria, di pure aggregazioni tenute insieme dalla demagogia, ma che hanno la loro base in problemi e difficoltà reali. Giacché, per davvero, sia la perdita di sovranità nazionale sia di sovranità sociale si sono risolte in un indebolimento effettivo di quello spazio in cui le democrazie moderne sono nate e si sono sviluppate, che è lo spazio dello Statonazione diventato, nel dopoguerra, Stato sociale.

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EUROPA

Un’altra Europa da costruire Paolo Ferrero

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a questione dell’Unione europea è il punto fondamentale di discussione sul nostro presente e sul nostro futuro. Per poterla impostare correttamente, a mio parere occorre in primo luogo evitare di scambiare la rappresentazione mediatica con la realtà stessa. Questo su più versanti.

L’UNIONE EUROPEA DELLA FINANZA E DEI MERCATI È FALLITA: OCCORRE COSTRUIRE IL TERZO POLO ANTILIBERISTA. Per non fare che alcuni esempi, fino a qualche anno fa il teatro della politica appariva diviso tra popolari da un lato e socialdemocratici dall’altro. Oggi larga parte del discorso pubblico è determinato dalle destre populiste, che dettano l’agenda del discorso politico come se avessero una forza propria, come se interpretassero lo spirito del tempo. Uscendo dal terreno politico e andando su quello economico ci dicono che non ci sono i soldi e l’Europa viene dipinta come un vaso di coccio tra i vasi di ferro della Cina e degli Usa, come se l’Europa dovesse adeguarsi alle regole dettate dagli altri e fare di necessità virtù. Penso che queste letture siano fuorvianti e vorrei demistificare brevemente alcuni luoghi comuni.

Confronti | aprile 2017

SOCIALISTI E POPOLARI: LA CONTRAPPOSIZIONE CHE NON C’È

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In primo luogo la contrapposizione negli anni tra socialdemocratici e popolari è stata fittizia. Questa Europa è stata costruita insieme da socialisti, popolari e liberali che hanno varato congiuntamente tutti i trattati, da Maastricht a Lisbona fino al Fiscal compact. Per non fare che un esempio, quando è stato fatto il trattato di Maastricht che costituzionalizza il neoliberismo, la maggioranza dei governi europei era a guida PAOLO FERRERO socialista. Socialisti, liberali segretario uscente di Rifondazione e popolari non sono partiti comunista portatori di ipotesi politiche e vicepresidente diverse ma rappresentano del Partito della sensibilità diverse dello stesSinistra europea.

so disegno politico, sociale e ideologico. L’economia sociale di mercato è l’ideologia condivisa da tutte queste famiglie politiche ed è la formula propagandistica con cui viene coperta la politica ordoliberista, la quale è il vero collante del centrismo a geometria variabile che caratterizza il governo di quasi tutti i paesi europei in tutti questi decenni. La prima finzione è quindi la contrapposizione tra centro-destra e centrosinistra: lo schema della grande coalizione – da noi del governo Monti – non è un incidente di percorso ma una soluzione fisiologica. Questo schieramento politico a geometria variabile che ha costruito questa Europa è il responsabile delle politiche liberiste che stanno producendo un netto peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro nel continente. In particolare stanno producendo un aumento esponenziale della paura nel futuro a causa dell’attacco congiunto sul lavoro e sul welfare. In questi anni infatti, per la prima volta nella storia degli ultimi due secoli, stanno distruggendo contemporaneamente i diritti del lavoro e i diritti sociali. Si badi, per aver chiaro cosa intendo dire, che il fascismo distrusse i sindacati, ridusse i salari aumentando gli orari di lavoro, abolì le libertà politiche ma nel contempo costruì elementi di tutela sociale del lavoro sul piano statale e paternalista. Lo stesso fece Bismark nella seconda metà dell’800 in Germania: mentre metteva fuori legge le organizzazioni operaie e socialiste, introduceva il sistema pensionistico. Oggi invece l’attacco avviene su tutti i livelli, trasformando la vita di milioni di persone in una lotteria e questo attacco avviene in nome di una emergenza: «Non ci sono i soldi!». Non ci sono i soldi per la sanità, per l’istruzione, per pagare i lavoratori: tutto deve essere tagliato in nome della competitività tra imprese e tra sistemi. Dentro questa lotteria, dentro questo “vivere pericolosamente” crescono le destre populiste con un ragionamento molto semplice: «Se non ci sono i soldi, prima utilizziamoli per i “nostri” e poi per gli altri». Questo semplice ragionamento individua i nostri sulla base della comune appartenenza ad un territorio o ad una nazione, al comune colore della pelle, al comune riferimento religioso. Prima i nostri diventa così prima

Confronti aprile 2017 (parziale)  
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