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Il braccio di ferro su Gerusalemme 6 EURO TARIFFA R.O.C.: POSTE ITALIANE SPA - SPED. IN ABB. POST. D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27/02/04 N.46) ART.1 COMMA 1, DCB

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Confronti | gennaio 2018

MENSILE DI RELIGIONI · POLITICA · SOCIETÀ

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ANNO XLV NUMERO 1 Confronti, mensile di religioni, politica, società, è proprietà della cooperativa di lettori Com Nuovi Tempi, rappresentata dal Consiglio di Amministrazione: Mariangela Franch, Ernesto Flavio Ghizzoni (presidente), Piera Rella, Ilaria Valenzi. DIRETTORE

Claudio Paravati CAPOREDATTORE

Mostafa El Ayoubi IN REDAZIONE

Luca Baratto, Alice Corte, Antonio Delrio, Franca Di Lecce, Filippo Gentiloni, Adriano Gizzi, Giuliano Ligabue,

Michele Lipori, Rocco Luigi Mangiavillano, Anna Maria Marlia, Daniela Mazzarella, Carmelo Russo, Luigi Sandri, Stefania Sarallo, Lia Tagliacozzo, Stefano Toppi. COLLABORANO A CONFRONTI

Stefano Allievi, Massimo Aprile, Giovanni Avena, Vittorio Bellavite, Daniele Benini, Roberto Bertoni, Dora Bognandi, Maria Bonafede, Giorgio Bouchard, Stefano Cavallotto, Giancarla Codrignani, Gaëlle Courtens, Biagio de Giovanni, Ottavio Di Grazia, Jayendranatha Franco Di Maria, Piero Di Nepi,

Monica Di Pietro, Piera Egidi, Mahmoud S. Elsheikh, Giulio Ercolessi, Maria Angela Falà, Pupa Garribba, Daniele Garrone, Francesco Gentiloni, Gian Mario Gillio (direttore responsabile), Svamini H. Giri, Giorgio Gomel, Bruna Iacopino, Teresa Isenburg Domenico Jervolino, Maria Cristina Laurenzi, Giacoma Limentani, Franca Long, Maria Immacolata Macioti, Anna Maffei, Cristina Mattiello, Lidia Menapace, Adnane Mokrani, Paolo Naso, Luca Maria Negro, Silvana Nitti, Enzo Nucci,

Paolo Odello, Enzo Pace, Nicola Pedrazzi, Gianluca Polverari, Paolo Ricca, Carlo Rubini, Andrea Sabbadini, Brunetto Salvarani, Iacopo Scaramuzzi, Daniele Solvi, Francesca Spedicato, Debora Spini, Valdo Spini, Patrizia Toss, Gianna Urizio, Roberto Vacca, Vincenzo Vita, Cristina Zanazzo, Luca Zevi.

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COLLABORANO A QUESTO NUMERO

N.Amiri, L.Basili, M.Cionti, M.Maffia, S.Pigoni, E.Ribet, A.Tinozzi, S.Uggeri.

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FOTO/CREDITI

E COORDINAMENTO

Michele Lipori

PROGRAMMI

(pagine 3, 9, 33, 34 e 38)

Nicoletta Cocretoli

Andrea Sabbadini (pagina 20).

AMMINISTRAZIONE

Riccardo Tomassetti

Pubblicazione registrata presso il Tribunale di Roma il 12/03/73, n. 15012 e il 7/01/75, n.15476. ROC n. 6551.

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le immagini

CittĂ vecchia di Hebron.

Le foto che illustrano il numero (realizzate da Michele Lipori) sono state scattate durante le missioni e i viaggi itineranti di Confronti in Israele e nei Territori palestinesi volti ad ascoltare quelle voci (spesso fuori dal coro) che ancora chiamano alla pace e alla riconciliazione.

Confronti | gennaio 2018

SULLE FRONTIERE DELLA PACE PIĂ™ DIFFICILE

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il sommario

il sommario GLI EDITORIALI

Voglia di votare: torna presto! Adriano Gizzi 6

Gerusalemme: la diplomazia miope di Trump

Mostafa El Ayoubi 7

I SERVIZI MEDIO ORIENTE 10 Di nuovo al centro

la Città santa contesa Luigi Sandri

14 Gerusalemme nello scacchiere

geopolitico mediorientale (intervista a) Ali Rashid

16 Trump mina il processo di pace (intervista a) Giorgio Gomel SOCIETÀ

18 Analfabetismo e migrazione:

lo “shock da documento” Marta Maffia

AMBIENTE 21 Cop23: a Bonn si respira

un brutto clima Ludovico Basili

POLITICA 23 Cinque anni da superare Roberto Bertoni CORRIDOI UMANITARI 25 Le nuove sfide delle migrazioni (intervista a) Jorge Domingues CARCERI 27 I sabati di libertà

dei bambini dietro le sbarre Bruna Iacopino

DIRITTI 29 Il potere dei Big Data

e la datacrazia della rete Simone Uggeri

RICORDO 31 Le molte battaglie

di Giovanni Franzoni Giancarla Codrignani

LE NOTIZIE

LE RUBRICHE

I LIBRI

Ambiente

Diario africano Centrafrica: dai diamanti nasce la guerra

Segnalazioni

35

Informazione 35

Diritti umani 36

Nigeria 36

Chiesa cattolica 37

Ecumenismo 37

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Enzo Nucci 39

In genere Il posto peggiore per essere donna Nazifa Amiri 40

Filosofia e società Pensare l’amore dalla Cina Samuele Pigoni 41

Spigolature d’Europa Brexit: un’uscita con molti ostacoli Adriano Gizzi 42

Cdb “Beati gli atei perché incontreranno Dio” Stefano Toppi 43

Società Disabilità: se i diritti restano un sogno Alice Tinozzi 44

LE IMMAGINI

Il braccio di ferro su Gerusalemme copertina

Sulle frontiere della pace più difficile Michele Lipori 3


invito alla lettura

Post-panettone Claudio Paravati

L’

anno nuovo è già cominciato, e su Gerusalemme si torna nuovamente a prendere posizione nello scacchiere geopolitico, col braccio di ferro trumpiano col resto del mondo. Alla vicenda non potevamo non dedicare un ampio servizio, con l’articolo di Luigi Sandri e a seguire due interviste, una ad Ali Rashid e l’altra a Giorgio Gomel. Nel frattempo, il 14 dicembre, il Senato ha approvato definitivamente la legge – già votata alla Camera il 20 aprile 2017 – sul testamento biologico, che contiene le “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento”. Esito della votazione: 180 senatori favorevoli, 71 contrari, 6 astenuti. Non si sono fatte attendere le reazioni: da una parte il lungo applauso in aula tra le lacrime di commozione di Emma Bonino e Mina Welby, dall’altra la critica della Conferenza episcopale italiana, il cui direttore dell’Ufficio per la Salute, don Massimo Angelelli, ha così dichiarato: «Non possiamo riconoscerci in questo testo. La valutazione non è positiva», e ha aggiunto: «La legge tutela i medici sollevandoli da ogni responsabilità, tutela le strutture sanitarie pubbliche, tenta di ridurre la medicina difensiva spostando sul malato l’onere della responsabilità delle scelte, ma sembra poco efficace nella tutela dei sofferenti. Sono molte le incertezze nell’applicabilità di questa legge». Si sapeva da tempo che il tema merita la massima attenzione, e che si pone urgentemente alla discussione pubblica interrogando il credente e il non credente alla stessa maniera. Per questo il numero di Confronti del settembre 2017 è stato interamente dedicato alla questione del fine vita, con il titolo “Come sugli alberi. Religioni e fine vita”. In attesa di tornare con opinioni e analisi sulla nuova legge, vi rimandiamo a quelle 70 pagine del nostro “Come sugli alberi”, dove si trovano riflessioni da parte di religiosi, non religiosi, esperti, medici, filosofi e sociologi. Tra i tanti interventi nel volume, si trova anche la testimonianza di chi da anni ha aperto, a Milano, uno “sportello per la raccolta e la conservazione delle Dichiarazioni anticipate di trattamento (Dat)”. Sergio Gentile, avvocato e membro della Chiesa valdese, così conclude il suo articolo, riferendosi alla storia di questo sportello, iniziata nel 2009: «Si è trattato di un’esperienza molto bella e appagante per chi vi ha partecipato e vi partecipa, e che costituisce sicuramente un modo di declinare la parola “servizio” che occupa un ruolo fondamentale nella vita di un cristiano, ma si è trattato anche di un modo, anche questo “protestante”, di partecipare alla vita civile e sociale del Paese, in una battaglia di libertà e di civiltà». Fine citazione.


gli editoriali

Voglia di votare: torna presto!

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lla vigilia delle elezioni politiche del 2008 ci capitò di titolare “Voglia di votare, saltaci addosso!”. Qualcuno storse il naso, interpretandolo come un invito a restare a casa o annullare la scheda, ma registrare uno stato d’animo diffuso nel paese – oggi ancor più di dieci anni fa – non implica necessariamente l’intenzione di invitare gli elettori all’astensione. Così come constatare che viviamo in un mondo pieno di tragedie non costituisce istigazione al suicidio. Forse sarà un po’ retorico ricordarlo, ma in tempi di rigurgiti fascisti la retorica è meglio della mancanza di memoria: la Costituzione repubblicana e antifascista, entrata in vigore esattamente settant’anni fa, all’articolo 48 definisce il voto un «dovere civico». Allora era fondamentale ribadirne l’importanza, dopo un ventennio in cui questo diritto-dovere veniva negato da un regime che oggi molti connazionali ricordano solo per la bonifica dell’Agro Pontino o per i treni che pare arrivassero in orario. Sarebbe quindi utile che la classe politica si interrogasse seriamente sul perché questa voglia di votare sia diminuita negli ultimi decenni e, una volta individuate le cause, tentasse anche di studiare alcune soluzioni. Fino ai primi anni Ottanta, l’affluenza alle urne si è tenuta sempre sopra il 90%, per altri trent’anni è rimasta comunque sopra l’80% (molto più delle altre democrazie occidentali) e alle scorse elezioni del 2013 è scesa al 75%. Tutti i sondaggi prevedono ora un ulteriore calo, ADRIANO GIZZI probabilmente redazione Confronti. consistente: se si

presentassero ai seggi anche solo due terzi degli elettori potremmo già considerarlo un successo. A ogni tornata elettorale in cui aumenta l’astensione, l’intero mondo politico esprime profonda preoccupazione per due o tre giorni (ultimamente, ormai, anche solo poche ore) e poi tutto prosegue come se niente fosse. Purtroppo, alla maggior parte degli elettori che si astengono illudendosi di fare un dispetto ai partiti sfugge un particolare: il numero di seggi attribuiti (come l’ammontare delle indennità parlamentari) resterebbe sempre uguale anche se votassero solo mille persone in tutta Italia.

FRA POCHE SETTIMANE ANDREMO ALLE URNE PER DELLE ELEZIONI CHE NON SUSCITANO GRANDE ENTUSIASMO: MOLTI VOTERANNO SPINTI PIÙ DALLA PAURA CHE VINCANO GLI AVVERSARI CHE DALLA CONVINZIONE VERSO LA LISTA VOTATA. La scelta di astenersi non può quindi essere vista come un duro colpo al sistema. Si tratta tuttavia di una scelta legittima, che non va criminalizzata. Perché è vero che la Costituzione esprime disapprovazione per chi non vota, ma è anche vero che i partiti di settant’anni fa – in gran parte nati, o risorti, dalle ceneri della guerra – avevano una carica ideale e uno spessore intellettuale decisamente superiori rispetto alle forze politiche di oggi, che

Adriano Gizzi

sono spesso dei comitati elettorali i cui mediocri leader sarebbero stati scartati anche solo come “portaborse” dei parlamentari del dopoguerra. C’è poi un altro elemento che non favorisce l’entusiasmo degli elettori: non è neanche iniziata la campagna elettorale ufficiale e tutti già ripetono che queste elezioni saranno inutili, perché non daranno una maggioranza certa, e dovremo presto tornare a votare. Persino Berlusconi, dando quasi per scontato che nessuno vincerà, ha già detto che il governo Gentiloni può restare in carica ancora qualche mese per poi portarci di nuovo alle urne, magari in autunno (quando, come lui spera, arriverà la riabilitazione dalla Corte di Strasburgo che gli permetterà di candidarsi). Una mossa che ha fatto infuriare i suoi alleati Salvini e Meloni, che a questo punto potrebbero anche decidere di scaricarlo presentandosi da soli, per ottenere più voti di quelli che prenderebbero “imbrigliati” in un’alleanza poco convinta con Forza Italia ma anche per impedire a Berlusconi di governare assieme a Renzi dopo le elezioni. Un’eventualità, quest’ultima, che i diretti interessati continuano ad escludere. Tornare a votare dopo pochi mesi sarebbe un caso unico, mai verificatosi in questi settant’anni, ma è anche vero che c’è sempre una prima volta. Si fa fatica però a immaginare centinaia di parlamentari appena eletti che accettino tranquillamente di tornare subito alle urne, senza alcuna garanzia di essere rieletti e soprattutto con la stessa legge elettorale, quindi con buone probabilità di ottenere lo stesso risultato di stallo. Ed è subito Razzi.


gli editoriali

Gerusalemme: la diplomazia miope di Trump n atto di vandalismo diplomatico». Così il Financial Times ha definito la decisione del presidente degli Stati Uniti di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele. La mossa di Trump è stata criticata da gran parte dei media mainstream, che hanno fatto eco alla reazione di presa di distanza da parte della comunità internazionale: governi, istituzioni e società civile. Trump ha di fatto attuato un provvedimento già votato dal Congresso nel 1995, ma che nessun presidente statunitense aveva mai osato finora applicare perché la questione di Gerusalemme è molto complessa, per motivi storici, religiosi e politici. Essa costituisce la pietra d’inciampo per il perenne processo di pace tra israeliani e palestinesi, in cui l’amministrazione Usa ha sempre svolto il ruolo di mediatore politico, anche se non sempre in modo imparziale: in varie occasioni si è opposta con il veto alle risoluzioni Onu che condannavano Israele per la violazione dei diritti dei palestinesi. E il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele è di per sé una violazione della risoluzione 242, che considera Gerusalemme est come territorio palestinese occupato. Con questa mossa di Trump gli Usa, di fatto, diventano “parte integrante” del conflitto israelo-palestinese. In effetti il presidente ad interim dell’Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen, ha dichiarato che Washington ha perso il suo ruolo di facilitatore del dialogo tra le controparti. La decisione di Trump non è una semplice “idiozia”, come si potrebbe pensare, ma segue due logiche. La prima, interna, riguarda il rafforzamento del suo potere “domestico”, mantenendo le promesse

fatte a quella parte del suo elettorato influente della lobby ebraica e di quella cristiana pentecostale, sperando in un loro ulteriore sostegno per affrontare la campagna di delegittimazione politica per vari scandali, o presunti tali. La seconda logica è esterna e fa riferimento al quadro geopolitico internazionale e a quello specifico del Medio Oriente. La grave crisi del mondo arabo avviatasi tra fine 2010 e inizio 2011 con la famigerata “primavera araba”, che ha portato alla destabilizzazione di diversi Paesi della regione, sarebbe dovuta essere l’occasione per rimodellare il Medio Oriente (come ipotizzava Condoleezza Rice, ex segretario di Stato all’epoca di George W. Bush) e consentire agli Usa di dominare completamente l’intera regione. Ma i principali ostacoli erano l’Iraq e la Siria; e in parte anche il Libano. Questi Paesi hanno sconfitto Daesh dopo anni di guerra con il sostegno dell’Iran e della Russia. E questi due ultimi sono diventati oggi l’ago della bilancia nel Medio Oriente. Ciò ha indebolito la storica influenza degli Usa nella regione. Se la prima logica potrebbe rallentare la pressione interna su Trump – il Wall Street Journal gli ha dato ragione sulla questione di Gerusalemme – la seconda invece si sta rivelando insensata. Spostare la propria ambasciata a Gerusalemme, il nucleo politico del Medio Oriente, è un tentativo maldestro per raddrizzare una situazione compromessa per gli Usa. Non sono riusciti a cambiare il regime di Damasco e hanno ormai poca influenza sull’Iraq. Hanno ulteriormente peggiorato i rapporti con la Turchia la quale sembra ormai orientata a far parte dell’asse russo-iraniano, che è già una vera e propria “gatta da pelare” per Washington.

L’Iran è considerato dagli israeliani e dai sauditi – impegnati nella costruzione di un’alleanza strategica in funzione anti-iraniana – una minaccia alla propria sicurezza nazionale. Israele da tempo incita il suo grande alleato, gli Usa, a fare la guerra all’Iran. Non perché l’Iran rappresenti una minaccia nucleare per Israele, come viene spesso dichiarato, ma perché l’Iran si sta trasformando in una grande potenza regionale, specie ora che ha vinto la guerra in Siria. Ciò sta modificando sensibilmente i rapporti di forza a sfavore di Israele, che finora ha sempre dettato le regole del gioco.

L’ONU BOCCIA LA DECISIONE DI TRUMP DI RICONOSCERE GERUSALEMME CAPITALE DI ISRAELE. MA NULLA CAMBIA La questione palestinese è sempre stata al centro della politica estera di Teheran: Khomeyni nel 1979 consegnò ad Arafat la chiave degli uffici dell’ambasciata israeliana a Teheran e istituì la Giornata di al Quds (“Gerusalemme”, in arabo). Oggi il timore di Israele è che l’Iran possa influenzare il processo di pace a suo sfavore. Se Trump pensava che con la sua mossa su Gerusalemme avrebbe trascinato Teheran in un conflitto armato, allora è stato mal consigliato sull’abilità politica dei persiani. La sua mossa rafforza la popolarità dell’Iran e rischia di mettere Israele in MOSTAFA una non invidiabile EL AYOUBI situazione di isola- caporedattore Confronti. mento regionale.

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Mostafa El Ayoubi

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CittĂ vecchia di Gerusalemme.


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MEDIO ORIENTE

Di nuovo al centro la Città santa contesa Luigi Sandri

La decisione di Trump di proclamare – contro le risoluzioni Onu – Gerusalemme capitale d’Israele, ha provocato un’ondata di critiche: Ue, Putin, Erdogan, Conferenza islamica, Lega araba, patriarchi cristiani, papa. Il ruolo ambiguo dell’Arabia Saudita. E il mondo scopre che la pace è legata anche ai diritti dei palestinesi.

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n terremoto geopolitico le cui conseguenze saranno aspre, devastanti, di lunga durata, e difficilmente controllabili. Questo l’effetto della decisione di Donald Trump, resa nota il 6 dicembre, di riconoscere Gerusalemme capitale d’Israele e, di conseguenza, di voler spostare là, da Tel Aviv, l’ambasciata statunitense. Background. Al termine della prima guerra araboisraeliana (1947-49) la città di Gerusalemme rimase divisa in due: a Israele l’Ovest e alla Giordania l’Est, cioè, in particolare l’intera “città vecchia”, racchiuse nelle mura turche, all’interno della quale si trova la Spianata delle moschee/Monte del tempio e poi il Santo sepolcro. Con la Guerra dei sei giorni, nel giugno 1967 Israele occupò anche Gerusalemme-est: tuttavia lasciò alla Giordania e al Gran Mufti il controllo della Spianata, riservandosi il diritto di entrarvi con i suoi soldati in caso di violenze palestinesi. Nel luglio 1980 la Knesset (il parlamento israeliano) proclamò l’intera Gerusalemme capitale «eterna ed indivisibile» d’Israele, con ciò sollevando l’ira dei palestinesi che rivendicano la parte est della città come capitale del loro costituendo Stato. Ma la decisione fu dichiarata illegale dall’Onu, secondo cui lo status finale di Gerusalemme può venire solo da un accordo delle Parti in causa. Nel 1995 il Congresso votò il “Jerusalem Embassy Act” che chiedeva lo spostamento dell’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme; ma i successivi inquilini della Casa Bianca ne hanno sempre rinviato l’attuazione... fino a Trump. Il 23 dicembre 2016, con la risoluzione 2334, il Consiglio di Sicurezza affermava: lo stabilimento MEDIO ORIENTE Luigi Sandri Ali Rashid (intervista) Giorgio Gomel (intervista)

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di insediamenti israeliani nei Territori palestinesi occupati, ivi incluso Gerusalemme est, «costituisce una flagrante violazione del Diritto internazionale». Inoltre, ribadiva che non avrebbe riconosciuto «nessun cambiamento dei confini esistenti fino al 4 giugno 1967 [vigilia dell’inizio della Guerra dei sei giorni], inclusi quelli riguardanti Gerusalemme, se non quelli concordati dalle due Parti attraverso negoziati». Il testo fu approvato con quattordici sì, e un’astensione: quella degli Usa. Questa scelta di Washington – il canto del cigno di Barack Obama – era una rarità, perché in altre simili occasioni gli Stati Uniti, con il loro veto, avevano impedito l’approvazione di risoluzioni di condanna di Israele. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu protestò per quell’astensione; ma Trump – eletto il mese precedente – lo rassicurò dicendo che giunto lui, il 20 gennaio 2017, alla Casa Bianca, tutto sarebbe cambiato. Dal punto di vista fattuale, comunque, l’ambasciata Usa rimarrà dov’è «per almeno due anni», ha precisato il segretario di Stato Rex Tillerson (e, al momento, sono a Tel Aviv le ambasciate di tutti i paesi del mondo). Ma, per The Donald, era importante schierarsi adesso a favore di Israele (pur lasciando qualche ambiguità sui confini a Gerusalemme). Forse aveva fretta che i media cancellassero dalle prime pagine accuse legate al suo Russiagate. L’ALLEANZA USA-ISRAELE-ARABIA SAUDITA

Trump ha messo in questione l’accordo con l’Iran sul nucleare raggiunto da Obama, considerandolo il “semaforo verde” a Teheran per dotarsi di armamenti nucleari. Netanyahu, mai dimentico delle minacce degli ayatollah di “distruggere” Israele, con l’arrivo LUIGI SANDRI del nuovo inquilino alla Casa redazione Bianca si è trovato una straor- Confronti.


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MEDIO ORIENTE

capitale. Non è chiaro, però, in questo caso, quale sarebbe la connessione con la Spianata, alla quale, anche per ragioni religiose, gli stessi sauditi mai potrebbero rinunciare. Insomma, per far accettare al mondo musulmano, e soprattutto al mondo arabo, la sua alleanza con Israele, ed evitare l’accusa di “tradimento”, MbS deve ottenere una contropartita solida da Netanyahu, a favore dei palestinesi. Questa ambiguità di fondo emerge – indirettamente – anche dalla risoluzione del vertice straordinario dei ventidue paesi della Lega araba, svoltosi al Cairo il 10 dicembre, e convocato per rispondere a Trump: ha definito «dannosa e inaccettabile» la sua decisione di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele. E il segretario generale della Lega, l’egiziano Ahmed Aboul-Gheit, ha ribadito che essa è «contro il diritto internazionale e solleva dubbi sugli sforzi americani per la pace». Ma, al di là delle parole, la Lega non è andata, cioè, hanno osservato molti palestinesi, non ha proposto alcuna iniziativa concreta per contrastare Trump e aiutarli. Il campo è rimasto libero per MbS. Intanto a metà dicembre è arrivata in Israele una delegazione “religiosa” del Bahrein: seppure senza scopi politici, essa di fatto ha spezzato l’accerchiamento arabo contro Israele.

Gerusalemme.

L’ALLEANZA RUSSIA-TURCHIA-IRAN

L’11 dicembre il presidente Vladimir Putin in Siria ha annunciato un significativo (ma non totale) ritiro di truppe russe dal paese, ritenendo ormai vinta la battaglia contro il “Califfato”; con il presidente Bashar Assad ha pattuito, per un altro mezzo secolo, la presenza militare russa nella base aerea di Khmeimin (Latakia) e in quella navale di Tartus. Poi, al Cairo, ha firmato con il presidente al-Sisi un contratto che impegna la Russia a costruire in Egitto una grande centrale nucleare. Ovviamente, nei due incontri si è parlato anche di Gerusalemme!

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dinaria occasione favorevole per coordinare con lui azioni anti-iraniane. A questo patto mancava solo l’auspicata saldatura saudita. Il contrasto teologico, politico e strategico tra Riyad e Teheran è di lunga data. La terra del profeta Muhammad, che in quanto tale si considera la guida del mondo sunnita, si è sempre contrapposta all’Iran, il faro dell’islam sciita. I commerci petroliferi, il controllo del Golfo e i rapporti con i paesi rivieraschi che hanno importanti minoranze sciite – detestate da Riyad – sono tutti elementi che hanno creato una miscela incendiaria. Lo scià Reza Pahlavi, al potere dal 1941, fu sempre grande amico di Washington e, quando nel 1948 nacque, di Israele. Per tali motivi, i presidenti statunitensi cercarono di barcamenarsi tra Riyad e Teheran, tenendoseli ambedue alleati e soci in affari. Ma, con la caduta, nel 1979, dello scià, e l’avvio della Repubblica islamica dominata dagli ayatollah, gli Usa, perduta l’alleanza iraniana, strinsero con ancora più forza quella saudita. In tale contesto si è andata annodando, prima in modo carsico e poi più visibile, un’alleanza tra Israele ed Arabia. Pare accertato che Mohamed bin Salman (MbS), principe ereditario saudita, sia stato recentemente, in gran segreto, in Israele; e adesso si prepara ad un viaggio ufficiale. Lo scopo di tale attivismo è coordinare le strategie comuni in chiave anti-iraniana. Ma, rispetto al mondo arabo, e musulmano, queste iniziative clamorose hanno un alto prezzo che MbS non può non pagare: il “dovere” di stare, almeno formalmente, dalla parte dei palestinesi, in particolare sulla “spartizione” di Gerusalemme. Scrivono, giornali mediorientali, che il principe avrebbe cercato di convincere il presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ad accettare come capitale Abu Dis, un sobborgo di Gerusalemme-est, ben lontano dai Luoghi santi contesi; Riyad si impegnerebbe a costruire, là, i palazzi della nuova

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Infine ad Ankara lo “zar” ha incontrato il presidente Recep Tayyip Erdogan, con il quale ha definito la decisione di Trump «destabilizzante per gli equilibri regionali»; e sottolineato che «lo status di Gerusalemme dovrebbe essere affrontato con contatti diretti» tra israeliani e palestinesi. Ma Putin ha anche usato la sua “moral suasion” perché l’Iran fosse presente all’imminente summit straordinario, ad Istanbul, dell’Organizzazione dei Paesi islamici (Oic), convocata dal leader turco. E, infatti, all’incontro del 13 dicembre, numericamente dominato da paesi sunniti, vi era anche il presidente iraniano Hassan Ruhani. Il summit – presenti rappresentanti di cinquantasette paesi – ha deliberato: «Noi respingiamo e condanniamo la decisione illegale dell’Amministrazione statunitense riguardante lo status di al-Quds [Gerusalemme]... Mentre riaffermiamo che riconosciamo lo Stato di Palestina con Gerusalemme-est come sua capitale, invitiamo il mondo intero a riconoscere Gerusalemme est come la capitale occupata dello Stato di Palestina». Aprendo i lavori dell’Oic, Erdogan ha aspramente contestato chi occupa i Territori palestinesi: «Israele è uno Stato terrorista. I suoi soldati sono terroristi che uccidono bambini di dieci anni e li arrestano». Secca la replica, a distanza, di Netanyahu: «Non prendo lezioni da chi fa bombardare i villaggi curdi in Turchia». Polemiche a parte, quale il peso politico del summit di Istanbul? Mancando l’assenso saudita, Trump difficilmente avrebbe potuto prendere la sua decisione, frutto dei colloqui tra MbS e Jared Kushner, il genero del presidente che di fatto ha in mano – lui, non Tillerson – il dossier Gerusalemme. Ora, avendo l’Arabia Saudita approvato le conclusioni della Oic, si vedrà come intenda muoversi senza perdere la faccia. Ma anche altri paesi firmatari troveranno

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difficoltà ad essere coerenti. Insomma, non è detto che lo sforzo di Erdogan di unire l’intero mondo musulmano contro Trump e Israele dia i frutti da lui sperati; però, intanto, il “sultano” è riuscito a tenere insieme sunniti e sciiti. E saldare un’alleanza “filopalestinese” a tre: Mosca-Ankara-Teheran. Egli, inoltre, ha annunciato che aprirà un’ambasciata turca a Gerusalemme-est (un modo per irritare l’Arabia saudita e proporre la Turchia, al suo posto, come la “vera” guida del mondo sunnita). E Putin, da parte sua, ha fatto capire che la sua adesione alla “alleanza” non lo porterà però a dimenticare che un sesto degli ebrei israeliani sono di origine russa. UE: DISSENSO TRA MOGHERINI E NETANYAHU

Per sostenere le ragioni di Israele, Netanyahu l’11 dicembre è andato a Bruxelles, dove ha avuto un incontro, assai teso, con l’alto rappresentante dell’Unione europea per gli Affari esteri, Federica Mogherini, e poi con i ministri degli Esteri dell’Ue. Il premier ha affermato: «È tempo per i palestinesi di riconoscere l’esistenza dello Stato ebraico e di riconoscere Gerusalemme come sua capitale... Negli anni abbiamo cercato la pace con i palestinesi ma siamo sempre stati attaccati. Perché è stata attaccata l’idea di avere un nostro territorio, continuano a negarci il diritto di vivere e di esistere». E ancora: «Credo che in futuro tutti i Paesi europei sposteranno le proprie ambasciate e Gerusalemme». Al che la Mogherini – dopo aver condannato nel modo più forte possibile gli attacchi a istituzioni ebraiche in Europa (era appena avvenuta la profanazione di una sinagoga a Göteborg, in Svezia) – ha risposto osservando che solo il negoziato tra le Parti, nel quadro dell’Onu, era la strada per raggiungere la pace a Gerusalemme. E, sullo spostamento di ambasciate:

Gerusalemme.


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IL MONDO CRISTIANO IN BLOCCO CONTRO TRUMP. CON UNA ECCEZIONE: I “CHRISTIAN ZIONISTS”

A livello istituzionale, i capi di singole Chiese, o di organizzazioni ecumeniche, si sono tutti espressi contro Trump, definendo la sua decisione un “vulnus” contro la legalità internazionale e, obiettivamente, una minaccia alla pace. A metà dicembre era in programma un viaggio in Medio Oriente – poi rinviato – del vicepresidente statunitense Mike Pence:

MEDIO ORIENTE

questi prevedeva incontri anche con leader cristiani. Ebbene, il patriarca copto Tawadros II, al Cairo, ha dichiarato che si sarebbe rifiutato di vederlo. E così il patriarca greco-ortodosso di Gerusalemme Theophilos III, che con gli altri dodici capi di Chiese e comunità della Città santa ha sottoscritto un duro appello contro il capo della Casa Bianca. Severo anche il giudizio di Olaf Fykse Tveit, segretario generale del Consiglio ecumenico delle Chiese. E Bergoglio? Egli ha espresso la sua «profonda preoccupazione» già il 6 dicembre. E il 10 dicembre: «La Santa Sede, richiamando le accorate parole di papa Francesco, ribadisce la sua ben nota posizione circa il singolare carattere della Città Santa e l’imprescindibilità del rispetto dello status quo, in conformità con le deliberazioni della Comunità internazionale e le ripetute richieste delle Gerarchie delle Chiese e delle comunità cristiane di Terra Santa. Allo stesso tempo reitera la propria convinzione che solo una soluzione negoziata tra israeliani e palestinesi possa portare ad una pace stabile e duratura e garantire la pacifica coesistenza di due Stati all’interno di confini internazionalmente riconosciuti». Idee che il papa ha ribadito a re Abdullah di Giordania, ricevuto in udienza il 19 dicembre. Dunque, un coro dal mondo cristiano contro la decisione di Trump. Il quale, però ha dalla sua i Sionisti cristiani – e, tra essi, la Christian Embassy in Jerusalem: si tratta di gruppi “evangelical” statunitensi che, leggendo a loro modo la Bibbia, sostengono totalmente il potere dello Stato di Israele sull’intera Gerusalemme e dunque sul Monte del tempio. Essi credono che ciò sia necessario in attesa che torni il Messia e vi sia, allora, il riconoscimento della Sua missione da parte degli ebrei! Quasi inesistenti altrove, i Christian Zionists hanno molto seguito negli Usa e tra essi Trump ha pescato numerosi voti. «NON C’È FUTURO SENZA COMPROMESSI»

In questa rapida rassegna abbiamo lasciato sotto traccia le reazioni palestinesi; di esse si veda nelle pagine seguenti. Ma vorremmo terminare con parole di Eshkol Nevo, scrittore ebreo israeliano, nativo della Città santa, sul Corriere della sera dell’11 dicembre: «Gerusalemme può rappresentare l’inizio della risoluzione del conflitto, se ricorderemo che non è solo nostra. E rispetteremo il rapporto intenso e profondo che i credenti delle altre religioni hanno con lei. Gerusalemme potrebbe anche diventare il fiammifero che innesca l’ordigno esplosivo, se ci crogioleremo nelle dichiarazioni di un presidente americano non particolarmente saggio e dimenticheremo che non lui, ma noi e i nostri figli, dobbiamo vivere da queste parti. E che da queste parti non c’è futuro senza compromessi e senza vedere l’altro. Anche a Gerusalemme».

Confronti | gennaio 2018

«Netanyahu può tenere le sue aspettative per altri, perché da parte degli stati dell’Ue questa mossa non arriverà». Tra i leader europei nessuno ha espresso accordo con Trump: in particolare la premier inglese Theresa May e il presidente francese Emmanuel Macron («La pace è in pericolo, chiediamo a Israele un gesto coraggioso verso i palestinesi»). Intanto, il 18 dicembre, con il loro veto gli Usa hanno impedito che al Consiglio di sicurezza dell’Onu passasse una risoluzione approvata dagli altri quattordici paesi – tra essi Francia e Gran Bretagna – che, senza citare Trump, dichiarava nulle le decisioni «che pretendono di alterare lo status quo di Gerusalemme». Ma tre giorni dopo l’Assemblea generale dell’Onu ha messo ai voti una risoluzione, presentata da Turchia e Yemen che, senza nominare direttamente gli Usa, esprime “profondo rammarico” per recenti decisioni riguardanti lo status di Gerusalemme, e afferma che lo status finale della Città santa “deve essere risolto attraverso negoziati in linea con pertinenti risoluzioni dell’Onu in merito”. Il testo – aspramente criticato da Trump e da Netanyahu – è stato approvato con 128 “sì” (Cina, Russia, Francia, Regno Unito, India, Giappone, Germania, Italia...), 9 “no” (Usa, Israele e alcune isole del Pacifico) e 35 astensioni (Canada, Argentina, Messico e paesi est-europei...).

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i servizi

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MEDIO ORIENTE

Gerusalemme nello scacchiere geopolitico mediorientale intervista ad Ali Rashid

[a cura di Mostafa El Ayoubi]

L

a decisione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele ha scatenato forti e ampiamente diffuse polemiche, nonché reazioni di condanna a livello internazionale. Netta è stata la presa di distanza dell’Unione europea e dell’Onu da questa decisione ritenuta in netta contraddizione con il diritto internazionale. I primi diretti interessati a questa ulteriore crisi mediorientale sono i palestinesi e gli ebrei israeliani. Quali sono le conseguenze di questo gesto di Trump sul conflitto israelo-palestinese?

Confronti | gennaio 2018

«I MOTIVI DELLA MOSSA DI TRUMP NON RIGUARDANO ASSOLUTAMENTE IL PROCESSO DI PACE IN MEDIO ORIENTE, MA VANNO RICERCATI NELLA POLITICA INTERNA AMERICANA».

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Cosa ne pensa della mossa del presidente statunitense Trump di trasferire l’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme? Non bastano tutte le parole di condanna per dire quanto sia sbagliato e fuori dalla legalità. Le risoluzioni delle Nazioni Unite chiedono a Israele di lasciare Gerusalemme est e gli altri territori occupati della Cisgiordania. Gli Stati Uniti poi sono un mediatore nel processo di pace e dovrebbero essere il paese che mantiene una neutralità nel conflitto: cosa che non hanno mai fatto. Ma arrivare addirittura a “offrire” Gerusalemme come capitale di Israele è il colmo. Uno si chiede il perché! ALI RASHID già parlamentare, giornalista palestinese naturalizzato italiano.

E perche secondo lei? Sicuramente ci sono motivi che non riguardano assolutamente il processo di pace in Medio Oriente, ma vanno ricercati nella politica

interna americana: Trump rincorre un sostegno politico maggiore in alcuni ambienti come gli evangelical o gli ebrei degli Stati Uniti. Fino a cedere sulla questione annosa di Gerusalemme ? Con molta leggerezza, ha toccato una cosa che non doveva toccare, mettendo in difficoltà anche gli alleati. Qual è il peso di Gerusalemme nel mondo arabo-islamico, ma anche cristiano? Gerusalemme ha un peso storico e morale molto grande. Il significato di Gerusalemme per oltre un miliardo e mezzo di musulmani nel mondo è vitale. Se avesse studiato questa mossa con gli esperti di politica estera statunitensi, non avrebbe fatto questo errore. Anche il suo segretario di Stato (ministro degli Esteri) è in grave imbarazzo. Quali saranno le conseguenze di questa decisione di Trump? Le prime conseguenze già le stiamo vedendo, con la grande mobilitazione nel mondo araboislamico. La Palestina, dopo un lungo silenzio, torna a essere al centro dell’attenzione mondiale. Per la prima volta gli Usa sono di fronte a un isolamento sul piano internazionale. Il recente vertice straordinario dell’Organizzazione della cooperazione islamica, indetta da Erdogan, ha condannato la decisione di Trump. Di nuovo, entra in scena una grande potenza regionale come la Turchia. E su questo elemento i turchi sono molto d’accordo con gli iraniani. Oggi queste due grandi potenze regionali, Iran e Turchia, hanno più strumenti e argomenti e il tempo dimostrerà che la questione di Gerusalemme è troppo grande per poter essere liquidata in questo modo. Quello che è avvenuto potrebbe innescare una terza intifada all’interno della realtà palestinese? È già iniziata! E questa volta in una situazione non di isolamento dei palestinesi, come avvenne

Confronti gennaio 2018 (parziale)  
Confronti gennaio 2018 (parziale)  
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