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QUADERNI MENSILE DI RELIGIONI · POLITICA · SOCIETÀ

religioni e fine vita

6 EURO TARIFFA R.O.C.: POSTE ITALIANE SPA - SPED. IN ABB. POST. D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27/02/04 N.46) ART.1 COMMA 1, DCB

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Confronti | settembre 2017

Come sugli alberi

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ANNO XLIV NUMERO 9 Confronti, mensile di religioni, politica, società, è proprietà della cooperativa di lettori Com Nuovi Tempi, rappresentata dal Consiglio di Amministrazione: Nicoletta Cocretoli, Mariangela Franch, Ernesto Flavio Ghizzoni (presidente), Piera Rella, Ilaria Valenzi. DIRETTORE

Claudio Paravati CAPOREDATTORE

Mostafa El Ayoubi IN REDAZIONE

Luca Baratto, Alice Corte, Antonio Delrio, Franca Di Lecce,

Filippo Gentiloni, Adriano Gizzi, Giuliano Ligabue, Michele Lipori, Rocco Luigi Mangiavillano, Anna Maria Marlia, Daniela Mazzarella, Carmelo Russo, Luigi Sandri, Stefania Sarallo, Lia Tagliacozzo, Stefano Toppi. COLLABORANO A CONFRONTI

Stefano Allievi, Massimo Aprile, Giovanni Avena, Vittorio Bellavite, Daniele Benini, Roberto Bertoni, Dora Bognandi, Maria Bonafede, Giorgio Bouchard, Stefano Cavallotto, Giancarla Codrignani, Gaëlle Courtens,

Biagio de Giovanni, Ottavio Di Grazia, Jayendranatha Franco Di Maria, Piero Di Nepi, Monica Di Pietro, Piera Egidi, Mahmoud S. Elsheikh, Giulio Ercolessi, Maria Angela Falà, Giovanni Franzoni, Pupa Garribba, Daniele Garrone, Francesco Gentiloni, Gian Mario Gillio (direttore responsabile), Svamini H. Giri, Giorgio Gomel, Bruna Iacopino, Teresa Isenburg Domenico Jervolino, Maria Cristina Laurenzi, Giacoma Limentani, Franca Long, Maria Immacolata Macioti,

Anna Maffei, Dafne Marzoli, Cristina Mattiello, Lidia Menapace, Adnane Mokrani, Paolo Naso, Luca Maria Negro, Silvana Nitti, Enzo Nucci, Paolo Odello, Enzo Pace, Nicola Pedrazzi, Gianluca Polverari, Paolo Ricca, Carlo Rubini, Andrea Sabbadini, Brunetto Salvarani, Iacopo Scaramuzzi, Daniele Solvi, Francesca Spedicato, Debora Spini, Valdo Spini, Patrizia Toss, Gianna Urizio, Roberto Vacca, Vincenzo Vita, Cristina Zanazzo, Luca Zevi.

Nicoletta Cocretoli

Pubblicazione registrata presso il Tribunale di Roma il 12/03/73, n. 15012 e il 7/01/75, n.15476. ROC n. 6551.

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Sara Turolla FOTO/CREDITI Mauro Biani (pagina 5).

Chi fosse interessato a ricevere, oltre alla copia cartacea della rivista, anche una mail con Confronti in formato pdf può scriverci a: info@confronti.net


il sommario

il sommario PRESENTAZIONE

VITA E MORTE NELLA BIBBIA E NEL CORANO

LE TRADIZIONI RELIGIOSE

Giovanni, ciao

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

La vita va rispettata, ma non prolungata artificialmente

Claudio Paravati 4 LE IMMAGINI Le immagini che illustrano questo numero sono di autori vari e sono libere da copyright. L’immagine di pagina 5, dedicata a Giovanni Franzoni, è stata gentilmente concessa da Mauro Biani http:// maurobiani.it/

Marisa Patulli Trythall 8

Quale vita finisce?

IlhamAllah Chiara Ferrero 11

La responsabilità di scegliere

(intervista a) Riccardo Di Segni 16

Com’è cambiato, in 50 anni, il morire dei cattolici Luigi Sandri 18

Letizia Tomassone 13

L’islam e la seconda morte

MEDICINA

BIOETICA

Suicidio assistito ed eutanasia: un po’ di chiarezza

Quali confini per l’autodeterminazione?

Claudia Gamondi 35

I diritti dei morenti

Luciano Cirica 37

Il medico di fronte al fine vita: problemi etici Ilenya Goss 39

Ahmad Gianpiero Vincenzo 20

(intervista a) Sandro Mancini 43

Non bisogna avere paura della libertà individuale (intervista a) Luca Savarino 48

Vivere il morire nel buddhismo Maria Angela Falà 22

Nascita e morte nella tradizione induista Svamini Shuddhananda Ghiri 23

Il testamento biologico, una battaglia di libertà

Fine vita: i fattori in gioco

Hanz Gutierrez Salazar 27

Il tema della morte nel cristianesimo ortodosso Gabriel Gabor Codrea 29

I Testimoni di Geova e le disposizioni sul fine vita Renato Fileno 31

Morire vivendo e vivere morendo (e non è un gioco di parole)

Giovanni Franzoni 33

Sergio Gentile 25

POLITICA

RIFLESSIONI E TESTIMONIANZE

La morte è mia. Autodeterminazione e fine vita

La libertà di scegliere: un diritto dei cittadini

Fine vita mai?

Accettare la morte per dare un senso alla vita

Le posizioni del mondo cattolico

Adele Orioli 51

(intervista a) Giacomo Marramao 53

(intervista a) Marco Cappato 57

Giancarla Codrignani 59

Eutanasia: serve un confronto laico Giorgio Merlo 61

Brunetto Salvarani 64

“Voglio vivere molti anni ancora!” Rubem Alves 66

Per Eluana, “vita” era solo quella a cui poteva dare senso (intervista a) Beppino Englaro 68


invito alla lettura

Giovanni, ciao Claudio Paravati

F

ino all’ultimo dom Franzoni, per noi semplicemente Giovanni, chiamava in redazione preoccupato che il pezzo fosse arrivato in tempo, e che tutto fosse a posto. Le sue si chiamavano, negli ultimi anni, “Note del margine”, rubrica fissa del nostro mensile. Giovanni lo fondò, in quegli anni si chiamava Com Nuovi Tempi, e nacque da persone come lui, e come Giorgio Girardet, che precorsero i tempi, con spirito impavido, critico, sincero e, possiamo dircelo, profetico. Giovanni ci regalò gli ultimi suoi pensieri sul tema della fine della vita, che guida tutto il numero monografico che state leggendo. Un pezzo breve, una paginetta in cui troviamo Seneca, Arya Sura, e Dante. Così era Giovanni: tutto si tiene insieme, le tradizioni più diverse, in un dialogo profondo e, come ha testimoniato per tutta la vita, fecondo. In redazione oggi c’è chi con Giovanni ha lavorato fianco a fianco, e chi invece l’ha conosciuto solo gli ultimi anni. In tutti e tutte noi è rimasto un dolore che ci ha messo alla prova. Eppure le parole di Giovanni ci danno ancora la fiducia e la carica per non smettere mai quell’opera di testimonianza che lui seppe incarnare con tanta autorevolezza. Con parole che trascinavano chi l’ascoltava; con discorsi che in tanti, tantissimi, ricordano per l’appunto come profetici. Giovanni, ciao.


gli autori

gli autori RUBEM ALVES

GIOVANNI FRANZONI

GIACOMO

(1933-2014)

(1928-2017)

MARRAMAO

teologo, educatore

fondatore

professore di Filosofia

e scrittore brasiliano.

della Comunità

politica all’Università

cristiana di base

Roma Tre.

MARCO CAPPATO

di San Paolo a Roma

già parlamentare

e tra i fondatori

GIORGIO MERLO

europeo radicale,

di Com Nuovi tempi

giornalista, direzione

tesoriere

e di Confronti.

nazionale del Partito democratico.

dell’Associazione “Luca Coscioni”.

CLAUDIA GAMONDI direttore clinico

ADELE ORIOLI

LUCIANO CIRICA

della Clinica di Cure

responsabile iniziative

presidente Ospedale

Palliative e di Supporto

legali - portavoce Uaar.

Evangelico Betania -

- Istituto oncologico

Napoli.

della Svizzera Italiana

MARISA PATULLI

(Ticino - Svizzera).

TRYTHALL

GABRIEL GABOR

Georgetown SUA -

CODREA

SERGIO GENTILE

Sponsored University

sacerdote della Chiesa

avvocato, responsabile

Associate – History

ortodossa romena

sportello testamento

of American-Vatican

di Verona.

biologico della chiesa

Diplomacy.

valdese di Milano. BRUNETTO

GIANCARLA CODRIGNANI

SVAMINI

SALVARANI

scrittrice, giornalista,

SHUDDHANANDA

teologo, saggista

già parlamentare.

GHIRI

e docente di Teologia

monaca induista,

della Missione e

RICCARDO DI SEGNI

Unione induista

del Dialogo presso

rabbino capo della

italiana.

la Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna.

Comunità ebraica di Roma.

ILENYA GOSS Commissione bioetica

LUIGI SANDRI

delle Chiese battiste,

giornalista, scrittore,

metodiste e valdesi.

vaticanista di Confronti.

HANZ

LUCA SAVARINO

GUTIERREZ SALAZAR

Commissione bioetica

ILHAMALLAH CHIARA

Istituto avventista di

delle Chiese battiste,

FERRERO

cultura biblica “Villa

metodiste e valdesi.

segretario generale

Aurora”, Firenze.

BEPPINO ENGLARO MARIA ANGELA FALÀ Fondazione Maitreya.

LETIZIA TOMASSONE

Coreis (Comunità religiosa islamica)

SANDRO MANCINI

teologa, pastora

italiana.

professore di Filosofia

della chiesa valdese

morale presso

di Firenze.

RENATO FILENO

il Dipartimento

giornalista.

di Scienze Umanistiche

AHMAD GIANPIERO

dell’Università

VINCENZO

di Palermo.

sociologo e critico d’arte.

Si ringraziano gli autori per i loro contributi e la loro disponibilità.


Confronti | settembre 2017

nella Bibbia e nel Corano

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VITA E MORTE NELLA BIBBIA E NEL CORANO

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi Marisa Patulli Trythall

Tutte le religioni proclamano la sacralità della vita, ma nelle persone è molto sentita l’esigenza della “qualità della vita”. Nell’ebraismo il dibattito è basato su riflessioni e scelte nel solco della tradizione, ma anche nel rinnovamento del pensiero: le interpretazioni normative si adeguano anche ai progressi scientifici che pongono interrogativi nuovi.

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ulla richiesta di norme giuridiche che regolino la possibilità di accesso regolamentato al “fine vita” si muove un dibattito internazionale che sbanda e traballa tra parole maledette (eutanasia, eugenetica), miti e accorate parole che chiedono aiuto, sostegno, “giustizia”, dignità del trapasso. Come se si possano avere decessi indegni, disonorevoli, al di là di quanto l’essere umano possa e voglia far pesare la sua mano, le sue decisioni, o forsanche le sue perversioni, per umiliare un essere nel suo trapasso da un quotidiano comune a un immenso siderale. MARISA PATULLI TRYTHALL Georgetown SUA - Sponsored University Associate – History of American-Vatican Diplomacy.

In questi ultimi anni si è moltiplicato il dibattito sulla possibilità legalizzata di sospensione delle cure (nel caso di malati terminali, o tali considerati), che possa essere agita personalmente, attraverso l’autodeterminazione del fine vita o i “testamenti biologici”, ma anche da parte di parenti, congiunti, o amici (per gravi cause di salute, che impediscano la capacità di scelta, ma anche per una condizione di insofferenza intollerabile della propria esistenza, rispetto alla necessità di utilizzo di certi farmaci per non provare dolore). Da anni si interrogano gli esponenti religiosi delle diverse fedi, per trovare parole che siano comunemente accettate, di guida, sostegno e certezza che «Dieu le veult», o meglio, che lo permetta e accetti. Parole, commenti che possano interpretarsi correttamente a favore o strenuamente a sfavore della decisione da prendersi, di interrompere o meno le cure per sé o per i propri cari. È recente il ricorso a una corte di giustizia (la Corte di giustizia europea) per far stabilire l’importanza e il sostegno morale (ma indirettamente anche economico) da offrirsi a due genitori il cui figlio non avrebbe avuto speranze di sopravvivenza senza una struttura medica ospedaliera che gli

presti cure continuative, oltre che lenirne le sofferenze fisiche derivanti da particolari malformazioni genetiche, con medicinali sedativi. Il ricorso alla Corte europea da parte dei genitori era mirato a far accettare di trasportare il bimbo in un altro Paese, nel quale avrebbero potuto forse somministrargli una cura sperimentale. Il Paese di origine, la Gran Bretagna, ha una legge che prevede una figura “terza” che valuti le concrete possibilità a favore e contro la sopravvivenza e il superamento di uno stadio di gravità, per i soggetti non in grado di prendere decisioni autonome in merito.

Per tutti la morte ha uno sguardo. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Sarà come smettere un vizio [...] Scenderemo nel gorgo muti. — Cesare Pavese


VITA E MORTE NELLA BIBBIA E NEL CORANO

Il sentimento diviene tanto più forte e preminente nella decisione e nella generale emozione, perché si parla di un bimbo: una condizione, quella di una “nuova vita” che porta più facilmente a pensare in termini positivi, di speranza, del miracolo stesso della vita, del “tutto è possibile”, diminuendo la portata e il peso di dati che solo i medici possano stabilire con certezza. Il bimbo non aveva possibilità di vita autonoma senza il sussidio delle macchine e, soprattutto, in ragione dell’insieme delle sindromi e malformazioni di cui soffriva, non sarebbe stato in grado di farlo senza patire forti dolori. Eccoci di fronte a due dei termini fondamentali legati alle riflessioni etiche, religiose, prese in considerazione nel dibattito internazionale affrontato da studiosi e rabbini, ricercando, interpretando e attualizzando ogni plausibile riferimento le scritture e la tradizione halachica potessero offrire in merito. È interessante in proposito comparare le espressioni utilizzate sull’argomento da rav Riccardo Di Segni e il dibattito internazionale, soprattutto negli Stati Uniti d’America, concentratosi

nel 2005 sul caso di Terry Schiavo (la battaglia tra famiglia d’origine e coniuge, su posizioni contrapposte quanto al continuare indefinitamente nel tempo le cure per la sopravvivenza). Citando il caso di Terry Schiavo si portano in campo, in proposito, le posizioni etiche affermate dai gruppi religiosi maggioritari (cristiani), generalmente più favorevoli al proseguimento delle cure per il mantenimento in vita fino a quando “il corpo” non cessi autonomamente di vivere. È tuttavia vero che, nonostante pronunciamenti precisi da parte dei vertici

religiosi, un nuovo atteggiamento nei confronti del sacro faccia sì che i fedeli, di fronte a situazioni estreme e di grande impatto emotivo, si regolino sempre più spesso in palese contrasto con le affermazioni teologiche. Va ricordato come, sempre nel 2005, in Israele, uno Stato laico, sia stata approvata una legge sui malati terminali e le disposizioni anticipate di trattamento, che lascia ampia libertà di scelta nella fine dei trattamenti. La legge fu varata dopo i lavori preliminari di una specifica commissione

C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante. Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,un tempo per demolire e un tempo per costruire [...] Poi riguardo ai figli dell’uomo mi son detto: Dio vuol provarli e mostrare che essi di per sé sono come bestie. Infatti la sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa; come muoiono queste muoiono quelli; c’è un solo soffio vitale per tutti. Non esiste superiorità dell’uomo rispetto alle bestie, perché tutto è vanità. Tutti sono diretti verso la medesima dimora: tutto è venuto dalla polvere e tutto ritorna nella polvere. — (Qoelet, 3,2-20)

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Il giudizio della struttura sanitaria, quello del garante e quello della Corte europea di giustizia sono stati unanimi, decretando di “staccare la spina”, come volgarmente si definisce l’interruzione di tutte quelle azioni meccaniche e mediche che permettano la sopravvivenza di un essere non in grado di sopravvivere diversamente. La notizia ha colpito tutti, genitori e non, in piena faccia, con pronunciamenti di tipo diverso, ma sostanzialmente ampliando il dibattito e la platea dei favorevoli alla prestazione di cure continuative ed estreme, sperimentali, pur di “provare” a combattere un male i cui effetti letali siano già noti.

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VITA E MORTE NELLA BIBBIA E NEL CORANO

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presieduta dal neurologo Avraham Steinberg, uno studioso di problemi di etica medica ebraica. Proprio perché tutte le religioni hanno focalizzato la loro attenzione sulla sacralità della vita va rilevato, per contro, quanto sia sempre più avvertito il bisogno della “qualità della vita”, rivalutando così una personale posizione nei confronti della morte che entra in contrasto anche con il “volere divino” stabilito dai rappresentanti religiosi. Naturalmente il conseguente dibattito è più o meno rilevante e coinvolgente se discende da gruppi religiosi maggioritari e dall’aderenza o meno alle scelte di vertice dei fedeli di riferimento. Si è delineato, trasversalmente, rispetto all’appartenenza nominale a uno o all’altro credo religioso, un nucleo sempre più vasto ed eterogeno che si differenzia da chi accetta i “pronunciamenti teologici ufficiali” ed è basato su maggiore o minore istruzione, capacità economica, inserimento o meno in attività produttive qualificate: separando le scelte liberali da quelle, cosiddette, ortodosse. Pensiamo per esempio al pronunciamento del rabbinato centrale israeliano, del 1986, che stabiliva i criteri per la definizione di morte in base alla cessazione dell’attività cerebrale (in questo caso per l’espianto degli organi) e al fatto che non tutti i rabbini accettarono favorevolmente il pronunciamento.

La religione ebraica, rappresentando un nucleo umano di minoranza, non porta in campo un dibattito dai toni viscerali o di facile esportazione, basato com’è su riflessioni e scelte nel solco della tradizione, ma anche nel rinnovamento del pensiero, adeguando le interpretazioni normative in rapporto anche ai grandi progressi della scienza, che pongono interrogativi nuovi. La scienza e il progresso medico pongono la necessità di una riflessione che non resti ancorata a principi stabiliti in secoli di arretratezza e ristretta capacità scientifica. L’esempio biblico, spesso citato rispetto alla sacralità della vita umana, è quello di re Saul che, accerchiato dai nemici, decide di suicidarsi e chiede ad altri di aiutarlo a morire, dopo un suo gesto autonomo non risolutivo. Si può comprendere, scusare, la volontà suicida di un individuo, che intenda porre fine alle proprie sofferenze, perché espressione di uno stato alterato di coscienza, legato a paura o certezza di una fine dolorosa o di una sopravvivenza invalidata, meno responsabile. Ma non è scusato chi scelga di aiutare a togliere la vita: nel racconto di Saul è l’amalecita che lo uccide e va poi a dirlo a David, rivale di Saul e futuro re, che lo condanna. È accettabile che non ci sia accanimento nella somministrazione di cure che non portino

alla guarigione, che “interrompano” il naturale corso della vita e della morte. Nel caso di un malato con attività cerebrale irreversibilmente danneggiata, non dev’essere sottoposto a cure che abbiano il solo fine di rinviare artificiosamente il decesso. «Non vanno interrotte le cure, ma se la bombola di ossigeno e l’alimento in infusione finisce, non si è tenuti a metterne ancora», ha scritto rav Di Segni nel 2011). E nuovamente rav Di Segni a proposito di stati terminali e trapianti (nel 2009): «Di qui l’importante distinzione: così come è proibito accelerare la morte di un individuo, parimenti può essere proibito ritardarla con mezzi artificiali. [...] In altri termini, appare lecito rimuovere ciò che impedisce la morte, mentre è illecito mettere in atto ciò che direttamente la affretta». La decisione finale, il ricorso al libero arbitrio come assunzione di responsabilità verso di sé e verso l’altro, gli altri, la comunità umana tutta (che dall’importanza di ogni singola vita trae forza e significato), resta il più alto grado di coscienza da esercitarsi rispetto alla vita e alla morte: sarebbe magnifico che l’uomo e il suo D-o avessero già trovato tutte le risposte e che queste fossero stabili e inequivocabili nei secoli, adatte a ogni momento della vita di ciascuno.


VITA E MORTE NELLA BIBBIA E NEL CORANO

Quale vita finisce? IlhamAllah Chiara Ferrero

P

er un credente musulmano il valore della vita terrena è inscindibile da quella eterna. Alcuni sapienti direbbero, infatti, che non si tratta di due vite ma di una unica. Porre la questione in questi termini significa affermare che, da un punto di vista spirituale, la vita non finisce mai. Al-Hayy, il Vivente è uno dei 99 più bei nomi di Dio, una qualità che si trova intrinsecamente legata allo spirito divino insufflato in Adam, primo uomo e primo profeta musulmano. L’origine di Adamo non sarebbe stata possibile senza l’azione dell’angelo della morte, unico angelo che su decreto divino riesce a strappare alla Terra, in cinque punti diversi, quell’argilla che costituisce l’involucro corporeo dell’uomo. La tradizione islamica afferma che la Terra si oppone all’angelo, all’atto di vedersi sottrarre qualcosa per creare una nuova vita, e solo l’ordine divino può arrivare laddove le Sue creature e la Sua creazione non possono comprendere. È il senso del sacro che irrompe senza chiedere il permesso, tanto nel momento di dare la vita, quanto in quello di ritirarla da una forma. È il sacro della rivelazione divina il cui peso anche le montagne rifiutarono perché si sarebbero frantumate e solo l’uomo se ne fece carico, secondo il Corano (59, 21).

Guardando all’origine dell’uomo si comprende perché il “fine vita” non sia indolore. Il distacco dell’anima dal corpo avviene per ciascun essere attraverso modalità imperscrutabili. Dio riconduce a Sé il soffio che ha originato l’uomo secondo tappe più o meno gravose in termini di durata e intensità. Il Profeta Muhammad raccomanda ai musulmani di chiedere il conto a se stessi prima che venga richiesto da Dio, anticipando quel processo di catarsi dell’anima. In queste tappe verso la pacificazione ogni credente, appena dopo la morte, verrà interrogato con forza da due angeli, Munkar e Nakir, che lo incalzeranno con domande circa la sua condotta. Le anime quindi rimangono in attesa del Giudizio finale che Dio decreterà alla fine dei tempi secondo la Sua Misericordia, Rahma, e che porterà nelle creature quella pace tanto attesa. Come tutelare praticamente il valore di tali realtà spirituali nel sistema sanitario di una società laica composta da credenti e non credenti? La bioetica tenta di rispondere in chiave moderna a domande antiche che la teologia e la filosofia hanno da sempre indagato. Potremmo dire che c’è già un patrimonio bioetico all’interno dell’islam che considera la medicina una scienza di grande importanza. Inoltre il legame che esiste nella religione islami-

ca tra dottrina e diritto ha portato a sviluppare nei sapienti musulmani, nel corso dei secoli, alcuni metodi di indagine attraverso il ragionamento analogico e la concertazione tra esperti. Lontano dagli atteggiamenti letteralisti che attanagliano il mondo islamico contemporaneo, i musulmani dovrebbero avere nel loro Dna, o piuttosto nel proprio patrimonio sapienziale, gli esempi utili per affrontare le questioni di bioetica. Infatti, a partire da un principio che rispecchia l’ordine divino, si può dedurre una regola pratica comprensiva delle sue eccezioni, secondo la massima che «l’universale contiene il particolare» e non viceversa. «In medicina non si può normare tutto», è un insegnamento che ho imparato dal dottor Alberto Scanni, già direttore generale dell’Istituto dei Tumori di Milano, uomo laico e impegnato in prima linea anche nella formazione dei medici, con il quale dal 2015 partecipiamo insieme ad altre venti persone al comitato scientifico di “Insieme per prenderci cura”. Potremmo dire che l’atteggiamento del religioso musulmano è molto vicino a quello del medico, che deve conILHAMALLAH CHIARA FERRERO segretario generale Coreis (Comunità religiosa islamica) italiana.

Confronti | settembre 2017

Il Codice islamico di etica medica stabilito dalla prima Conferenza internazionale di medicina islamica nel 1981 sostiene che «nella sua difesa della vita il medico dovrà capire quali sono i limiti e non superarli». Se le funzioni vitali non possono essere restaurate, quindi, è inutile mantenere il paziente in uno stato vegetativo.

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VITA E MORTE NELLA BIBBIA E NEL CORANO

Confronti | settembre 2017

tinuamente valutare più piani interconnessi. Le parole dell’imam Muhammad ibn Idris ash-Shafi’i, il fondatore di una delle quattro scuole giuridiche sunnite, afferma chiaramente che «ci sono due vie e livelli di conoscenza (indispensabili e complementari), la conoscenza del corpo e la conoscenza della religione», mentre il Profeta Muhammad insegnava che «chiunque cura la gente senza avere la conoscenza della medicina, è colpevole». Il Codice islamico di etica medica stabilito dalla prima Conferenza internazionale di medicina islamica tenutasi in Kuwait nel 1981 dall’Islamic Organization for Medical Sciences afferma che «nella sua difesa della vita il medico dovrà capire quali sono i limiti e non superarli. Se è scientificamente accertato che le funzioni vitali non possono essere restaurate, in quel caso è inutile mantenere diligentemente il paziente in uno stato vegetativo grazie all’uso di macchinari o attraverso l’ibernazione o altri metodi artificiali. Il medico mira a mantenere il processo della vita, non quello della morte. In ogni caso egli non dovrà mai ricorrere a quelle misure che interrompono volontariamente la vita di un suo paziente». Le terapie volte a prolungare la vita dei malati più gravi devono svolgersi nella tutela della dignità spirituale del paziente, informandolo della propria situazione in modo che possa prepararsi al momento di passaggio. La morte, come la vita,

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non appartiene all’uomo, che non ha né il potere di provocarla, né quello di respingerla. Per questa ragione l’atto di suicidarsi è considerato un peccato grave. Anche in una prospettiva islamica è fondamentale che il ruolo del medico sia tutelato, consentendogli di agire con discrezionalità nel valutare i casi clinici in base all’esperienza professionale acquisita nel rispetto del codice deontologico. La difficoltà di gestire alcune situazioni eccezionali non può essere risolta delegando alla legge l’uso dell’intelligenza. Su questo fronte, mondo delle religioni e mondo laico potrebbero incontrarsi. Se non possiamo più definire in modo univoco cosa sia il Bene – in quanto nelle religioni la ricerca del Bene è legata all’approssimarsi a Dio – dobbiamo stare attenti a che il “bene dell’intelletto” non venga associato alla sola facoltà di “autodeterminarsi” nella creazione di standard e procedure omologanti e livellanti. Emanare leggi sul fine vita può avere ripercussioni sull’autonomia del medico andando a creare un’etica alternativa rispetto all’etica medica, con conseguenze che potrebbero portare a una de-responsabilizzazione degli operatori sanitari, dei pazienti e delle famiglie di questi ultimi. La preoccupazione legittima di assicurare una morte dignitosa a fronte di malattie sempre più terribili richiede una maggiore comunicazione, formazione e tempo da dedicare nelle relazioni

tra medici, infermieri e pazienti. Il legislatore che dovesse affrontare il tema del fine vita potrà quindi beneficiare di un quadro più ampio di informazioni rispetto all’esasperazione di tecnicismi che riguardano l’eutanasia passiva e le disposizioni anticipate di trattamento (Dat). Dunque è necessario trovare una maggior collaborazione tra rappresentanze religiose, mondo delle professioni sanitarie e istituzioni politiche affinché il tema così importante del fine vita, così come di tutti i temi legati alla bioetica, non diventi ostaggio di interessi particolaristici, che siano religiosi o laici, a discapito della tutela della salute pubblica. Come ci richiama il Corano: «Che le azioni sbagliate degli altri non ti facciano rifuggire dalla giustizia» (5,8). La dignità del morire viene spesso identificata con l’assenza di dolore. Non vi è nella religione islamica un senso intrinseco nella sofferenza, tuttavia vi è un significato profondo della malattia come possibilità di avvicinarsi al proprio Signore. La presenza e la vigilanza della persona malata sono considerate un aspetto della nobiltà con cui si muore. Il musulmano prima del trapasso viene incoraggiato da famigliari e amici al ricordo di Dio pronunciando in arabo la testimonianza di fede che afferma: «Testimonio che non c’è dio se non Iddio, testimonio che Muhammad è l’Inviato di Dio». Laddove il paziente non sia più cosciente, un famigliare può pronunciare la testimonianza di fede all’orecchio del morente, poiché si crede che l’udito sia l’ultimo senso che abbandona l’uomo al momento della morte. Quale vita finisce? «Quando muore uno dei figli di Adamo tutte le sue opere vengono rescisse da questo mondo tranne tre cose il cui bene perdura: la carità che continua a portare frutti, la conoscenza ritrasmessa di cui si beneficia con profitto e una virtuosa progenie che prega Dio per lui» (tradizione del Profeta Muhammad).


VITA E MORTE NELLA BIBBIA E NEL CORANO

La responsabilità di scegliere Letizia Tomassone

L

a vita viene da Dio in un flusso continuo di dono e restituzione, di cambiamento e di transito, di fermate e ripartenze. La vita è sostenuta e trasformata dal Dio creatore, e l’azione umana comprende riconoscenza, lamento, rivolta – come in Giobbe o in Giona – ma non spezza questo flusso continuo di relazione. Questo significa anche che l’esistenza umana non è delimitata dalla nascita e dalla morte: c’è un prima e c’è un dopo. Il prima viene descritto come il pensiero d’amore di Dio per la sua creatura, un progetto che contiene in sé la tensione atta a far venire alla luce una nuova creatura. Questo è descritto in termini soggettivi, nel Salmo 139, in cui un Io personale fonda la sua fiducia in un Dio che ha immaginato, creandolo, il corpo e l’anima della persona fin dal seno materno. Questo Salmo esemplifica in modo profondamente poetico e con affermazioni di fede l’unità tra la corporeità della creatura, lo spirito che la anima e il progetto divino su di lei. Un progetto che cerca per il credente un futuro pieno di benedizioni, secondo la promessa di Geremia 29,11: «“Infatti io so i pensieri che medito per voi”, dice il Signore: “Pensieri di pace e non di male, per darvi un avvenire e una speranza”».

Ma c’è anche il dopo, che contiene la promessa e anche la minaccia, l’oblio o l’essere raccolti dalla infinita misericordia di Dio. Ecco: la vita del credente è definita entro questi due momenti di progetto, potremmo dire di chiamata di Dio nei suoi confronti. Quando il Salmista scrive «i miei giorni ti erano conosciuti prima che fossero sorti» (Salmo 139,16) non si riferisce a un determinismo divino, ma a quell’attenzione dettata dall’amore con cui il creatore segue la creatura, ogni sua creatura. Non a caso la vita credente è racchiusa tra la preghiera del mattino e quella della sera, momenti nei quali alzare lo sguardo dai dettagli quotidiani per accogliere nella relazione di fede ciò che viene da Dio. Per quanto riguarda l’intreccio tra la progettualità umana e quella divina, basta pensare ai tanti interventi divini per dare un figlio (solitamente un maschio) a donne che si presentano sterili e che quindi sembrano costituire un ostacolo alla prosecuzione della stirpe, del popolo e della realizzazione della promessa. In questa situazione difficile si trovano donne inizialmente sterili come Sara e Rachele (due delle matriarche), Anna, madre del primo profeta Samuele, e anche la giovane Maria di Nazareth, in parallelo alla cugina anziana Elisa-

betta: per due opposti motivi di età e condizione matrimoniale le due donne sono accomunate da una mancanza di prole e poi diventano incinte di due figli che avranno percorsi intrecciati e appassionanti, Gesù e Giovanni battista. Accanto a queste donne a cui la sterilità sembra causare problemi e sofferenze, per loro prima di tutto e anche per il loro riconoscimento sociale, vi sono altre donne, prolifiche, che hanno figli e figlie e diventano importanti per questa immagine di maternità piena. Eppure la Scrittura, che ha a cuore la situazione delle persone più umiliate, dà preminenza alle madri scartate, e ci insegna così a volgere lo sguardo dietro le storie di successo, e a scorgere le storie legate allo scarto, allo scacco. Questo voler vedere dietro le scene è per esempio nel Salmo 113,9 quando scrive: «Dio fa abitare la sterile in famiglia, quale madre felice tra i suoi figli». Il riscatto, o la protesta relativi al venire alla luce ci rimandano alla difficoltà affrontata oggi da tante giovani donne, nel mondo occidentale, nel non poter avere figli e figlie. Eppure la Scrittura va anche a scavare nelle situazioni disperate LETIZIA TOMASSONE teologa, pastora della chiesa valdese di Firenze.

Confronti | settembre 2017

Ogni atto etico dell’esistenza richiede responsabilità, comprese le decisioni sul vivere e il morire, come ad esempio rifiutare accanimenti terapeutici su malati terminali a noi cari. Al credente sono richieste due qualità preziose e rare: la meraviglia di fronte al dono della vita e la responsabilità di scegliere.

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Confronti | settembre 2017

VITA E MORTE NELLA BIBBIA E NEL CORANO

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in cui chi è nato vorrebbe non esserlo. Nella Bibbia si trovano infatti alcuni dialoghi serrati e drammatici tra i profeti e il Dio che li ha chiamati a un cammino difficile. Troviamo tali riflessioni in Geremia, uno dei profeti più critici riguardo alla corte regale e più tormentati riguardo alla propria vocazione e alla capacità di vedere e analizzare quanto sta accadendo di brutale e ingiusto al popolo. Geremia (20,14) arriva appunto a invocare di non essere mai nato. Allo stesso modo si esprime Giobbe, che chiede di cancellare il giorno della sua nascita, di renderlo una notte sterile (Giobbe 3,13). La condizione di nonnato appare loro una condizione di riposo e serenità a confronto con la disperazione e il tormento attuale. Sono pensieri paradossali di rivolta contro le sofferenze a volte indicibili che la vita porta con sé, pensieri che nascono paradossalmente dall’essere in vita. Una creatura non-nata o una creatura profondamente malata e incosciente nella sua sofferenza non potrebbe concepire pensieri simili. Eppure se possiamo ritrovare una costante è che queste esistenze, tormentate o serene, sono vissute di fronte a Dio. Questo è ciò che caratterizza il pensiero biblico e

anche la fede protestante. La lontananza da Dio è solo illusoria, mentre il nostro vivere è in Dio. Così anche il nostro morire. Il “Sola gratia” che caratterizza la fede protestante è proprio questo: non c’è spazio fuori dall’attenzione di Dio, e la relazione con esso è continua. Con un pensiero antiscientifico ma poetico e mistico potremmo dire che ogni nostro respiro viene da Dio. Allora come possiamo affrontare le condizioni dei bambini mai nati, le decisioni di porre termine ad una vita minata da una malattia in stadio terminale, o le terapie che permettono fecondazioni assistite e dunque nascite sostenute dalla tecnica? Solo prendendoci la responsabilità che ci spetta con la consapevolezza che, appunto, la vita è di Dio. Nella relazione, non è tolta alcuna responsabilità all’agire umano. Il bene e il male sono davanti a te, ma a volte così intrecciati che non li sai distinguere, e a volte la cultura in cui vivi si è così trasformata che ciò che era prima condannato o visto con sospetto è ora lecito e legittimo. La scelta responsabile è proprio l’unica via che è donata all’essere umano. La relazione con Dio, la preghiera, la discussione con altri e altre, aprono la strada anche a quelle scelte a volte così defi-

nitive, come quelle di accogliere o meno una vita, o di porre fine a una vita, la propria. Decidere è ciò che impegna un credente, la cosa essenziale di fronte a Dio. Decidere nella fiducia, nell’ascolto, nell’umiltà, senza l’arroganza di conoscere la risposta, ma senza nascondersi. La meraviglia del credente deriva da questa capacità di Dio di essere più grande delle nostre decisioni, eppure nell’esigere che ci prendiamo la responsabilità di decidere. Così come ogni atto etico dell’esistenza, richiedono fiducia e responsabilità anche le decisioni sul vivere e il morire, sul procreare e sul rifiutare accanimenti terapeutici su malati terminali a noi cari. In una società sempre più dominata dalla fretta le due qualità richieste al credente appaiono così preziose e rare, da custodire, imparare e trasmettere: la meraviglia di fronte al dono della vita e la responsabilità di scegliere, di decidere. Da un lato la persona capace di libertà, dall’altra le tecniche mediche che vanno veloci portando con sé frutti buoni e anche contraddizioni. Ma non c’è via d’uscita alla capacità di scelta, e l’etica protestante sembra porsi in sintonia con questa scienza medica che ci pone domande continue e non ci lascia riposare nella passività.


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le tradizioni religiose

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LE TRADIZIONI RELIGIOSE

La vita va rispettata, ma non prolungata artificialmente intervista a Riccardo Di Segni

Nell’ebraismo c’è un rispetto assoluto della vita: è proibito accorciarla e bisogna intervenire per salvarla. La sofferenza è un’esperienza meritoria, ma non per questo è da ricercare, quindi non bisogna neanche ostacolare in modo artificiale il decesso. [a cura di Claudio Paravati]

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Confronti | settembre 2017

ul tema del fine vita abbiamo ascoltato un’autorevole voce dell’ebraismo italiano, che oltre a essere il rabbino capo della Comunità ebraica di Roma è anche un medico, quindi esperto di queste tematiche.

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Rav Di segni, può spiegarci qual è il pensiero ebraico attorno al tema della morte? Innanzitutto la morte è destino inevitabile dell’essere umano, al quale nessuno si può sottrarre. Forse, a livello leggendario, abbiamo delle persone che non sono morte, come il profeta Elia, ma sono delle assolute eccezioni. Il tema della morte è presente nelle Scritture tanto quanto evitato, nel senso che l’intera costruzione biblica ebraica si concentra su questo mondo e su questa vita e si interroga poco su quello che sarà dopo. Le informazioni al riguardo sono molto frammentarie e difficili da comprendere. I nostri maestri hanno coltivato e affermato con molta forza il tema della risurrezione dei morti, come speranza futura, RICCARDO DI SEGNI rabbino capo della Comunità ebraica di Roma.

che noi ripetiamo nelle nostre preghiere quotidiane, in cui benediciamo il Signore «che farà rivivere i morti». La morte è sostanzialmente – su questo insistono i mistici – un passaggio da una dimensione all’altra, non è la fine totale. Abbiamo sentito gli ultimi casi di persone che sono andate in Svizzera per porre f ine alla loro condizione. Che domanda pongono questi casi a chi riflette teologicamente all’interno dell’ebraismo? Sono casi che non lasciano indifferenti: ci interrogano su quello che si può fare e quello che non si può fare e sollevano tanti problemi. Nell’ebraismo c’è un grande rispetto per la sofferenza, considerata teologicamente un’esperienza meritoria, ma non per questo è da ricercare né è considerata obbligatoria. Una persona che decide nel momento della sofferenza e della prova in realtà non ha la possibilità di decidere veramente. C’è dunque una comprensione molto forte per la sofferenza. D’altra parte, c’è un rispetto assoluto della vita, con la proibizione di accorciar-

la e con l’obbligo di intervenire per salvarla. Di fronte a questi due grandi principi – entrambi validi – che si scontrano, le scelte che vanno affrontate caso per caso sono uno “slalom”, come un percorso a ostacoli con difficoltà e contrapposizioni difficili da risolvere. In alcuni casi, come quello di dj Fabo, la coscienza era ancora viva nella persona. Poi ci sono altri casi di persone tenute biologicamente in vita dalle macchine. In questi casi limite, che opinione diffusa c’è – se ce n’è una – all’interno del mondo ebraico? Nell’ambito di queste tematiche generali, ci possiamo misurare sempre con grande difficoltà. Il caso specifico è particolare e si presenta in tutta la sua drammaticità e – appunto – con le sue specificità. Come detto, la vita va rispettata e non possiamo fare nulla per affrettare attivamente il decesso di una persona. D’altra parte è compito, diritto-dovere, del medico quello di guarire, ma non è diritto-dovere del medico prolungare artificialmente la prosecuzione della vita: sono


due cose differenti. Di fronte a questa constatazione, la regola generale è che è lecito rimuovere ciò che rappresenta un ostacolo artificiale al decesso. Come sia lecito farlo, con quale tipo di intervento attivo o passivo, è tutto soggetto a discussione e si entra in casistiche e distinzioni molto sottili. Lei saluta con favore una regolamentazione come quella approvata dalla Camera il 20 aprile (e che dovrebbe essere esaminata dal Senato), oppure vede possibili pericoli, come ad esempio la possibilità che, un domani, venga ammesso a procedure di eutanasia anche chi magari semplicemente ritenga esaurito il proprio percorso di vita? In generale, che ci sia un chiarimento legislativo è opportuno, anche se bisogna vedere qual è questo chiarimento. Nel-

la legge approvata dalla Camera, non c’è nessun permesso di eutanasia attiva. C’è invece il permesso di astensione, da parte del medico, su richiesta del paziente. Ciò che è problematico, dal punto di vista ebraico, è per esempio il fatto di considerare idratazione e nutrimento come attività terapeutiche, laddove – almeno nella visione dei principali decisori di ebraismo di questa nostra generazione – l’idratazione e la nutrizione non sono pratiche artificiali. “Artificiale” può essere il modo di somministrazione, ma questa è una cosa differente. Inoltre bisogna vedere anche la gradualità di interventismo, in queste pratiche. D’altra parte, una volta che sono state adottate bisogna vedere se è lecito interromperle. A questo punto si entra in una casistica sottile. La legge le considera pratiche terapeutiche e questo non è un passaggio condivisibile.

A lei, che è un medico, vorrei chiedere questo: di fronte a questi casi, quando il medico ha di fronte a sé problemi etici universali e quando si scontra con la propria coscienza di credente? Il medico è un tecnico, che possiede le conoscenze e l’esperienza che deve utilizzare; è tenuto al rispetto di un codice etico deontologico e al rispetto della legge. Non può essere un decisore autonomo in campo etico, perché la professione medica comprende almeno altri due agenti, che sono il paziente e il sistema di valori della società dove uno vive: non è lui l’unico a poter decidere. Quindi la conflittualità nasce quando il medico travalica i limiti della sua professione, cioè il medico può dire che quel determinato farmaco allevia le sofferenze o pone fine alla vita del paziente, ma non è il medico a decidere se utilizzare uno o l’altro sistema.

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LE TRADIZIONI RELIGIOSE

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LE TRADIZIONI RELIGIOSE

Com’è cambiato, in 50 anni, il morire dei cattolici Luigi Sandri

Fino alla metà del secolo scorso di solito, salvo incidenti, gli ammalati morivano in casa, attorniati dai parenti. Adesso si muore in ospedale, spesso soli. Ma, soprattutto, oggi la scienza permette di “sopravvivere” in modi prima impensabili. E per la Chiesa romana si aprono difficilissime sfide.

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efugium peccatorum», «Ora pro è». «Consolatrix afflictorum», «Ora pro è». Si faceva sera: tutto il paese, si può dire, cattolico al 99%, era riunito presso la casa della persona defunta: la gente era sparsa sulle scale, nell’aia o nelle viuzze adiacenti. Una signora, che da decenni presiedeva autorevolmente la stessa cerimonia in analoghe situazioni, intonava le litanie della Madonna, e a ogni invocazione tutti in coro rispondevano: «Ora pro è».

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MEZZO SECOLO FA: “ORA PRO È”

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A scuola – terza e quarta elementare – il maestro ci aveva parlato di san Benedetto da Norcia, il quale aveva dato ai suoi monaci un còmpito riassunto in un motto latino («Ora et labora») che, ci spiegava l’insegnante, in italiano significava: «Prega e lavora». Senza essere un genio – e torniamo al ricordo dei morti – avevo dedotto che la preghiera che sentivo nelle veglie funebri significava «Prega per lui – o per lei». Solo qualche anno dopo, studiando il latino, appresi che «pro è» non esiste. Infatti, se si prega per un defunto si dovrebbe dire «pro eo» e, per una defunta, «pro ea». Ammirai, dunque, una volta ancora, la saggezza degli anauni (gli abiLUIGI SANDRI redazione Confronti.

tanti della Val di Non) che, resi cittadini romani dall’imperatore Claudio nel 46 dell’era cristiana, e tre secoli dopo a poco a poco fattisi cristiani, con una simpatica crasi avevano adattato il latino con una formula utile per ogni veglia funebre. Tutti i partecipanti alla cerimonia, poi, si avvicinavano al letto dove giaceva la persona defunta e l’aspergevano con l’acquasanta presa da un secchiello che stava là accanto. Noi bambini e ragazzi partecipavamo in massa, e non avevamo nessuna paura del morto; anzi, ci avvicinavamo curiosi al cadavere, per osservarlo da vicino. La presenza della morte faceva parte della vita: era un evento naturale. Di norma, il commiato dei compaesani da una persona defunta avveniva a casa di questi. Per lo più – allora – gli anziani morivano in casa: salvo i casi di disgrazie (dovute soprattutto a certi ardui lavori in montagna), i nostri vecchi morivano in pace a casa loro, assistiti da figli, nipoti e parenti. A mano a mano che si riteneva prossima la fine, il parroco faceva più assidue visite all’ammalato, per prepararlo al grande passo. E si può ben dire che la gran parte dei preti in cura d’anime assistevano e confortavano i morenti con inesausto impegno e con paterna tenerezza. Quando poi si ritene-

va imminente il trapasso, il prete – accompagnato dai chierichetti – veniva a dare l’estrema unzione. Il vicinato assisteva. Infine, a morte avvenuta, una campana suonava per dare l’annuncio al paese. E di bocca in bocca passava la notizia: «È morto “x”. Sia fatta la volontà di Dio». Lo stesso accadeva per chi terminava la vita all’ospedale che, comunque, veniva poi portato a casa per la veglia funebre. Quindi arrivava il giorno del funerale: cerimonia che poteva essere di “prima classe”, se più solenne e con più preti celebranti; altrimenti era di “seconda”. Il rito, ovviamente, era tutto in latino. Nella predica il prete accennava ai Novissimi (morte, giudizio, inferno e paradiso), senza insistere troppo sugli aspetti tristi, desolanti e punitivi. Quest’accentuazione avveniva, invece, nella predicazione ordinaria: e qui emergeva il riferimento al purgatorio (e quindi diffusissima era l’usanza di far celebrare, per i propri defunti, delle messe, soprattutto le gregoriane, cioè trenta messe di fila, una al giorno, dedicate al proprio defunto che, in tal modo – si assicurava – dal purgatorio sarebbe subito passato in paradiso). E molto si insisteva sull’inferno: dal pulpito il predicatore lo descriveva a tinte fosche, con le anime come tizzoni ardenti lanciati in aria, in un

Confronti settembre 2017 (parziale)  
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