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MENSILE DI RELIGIONI · POLITICA · SOCIETÀ

6 EURO TARIFFA R.O.C.: POSTE ITALIANE SPA - SPED. IN ABB. POST. D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27/02/04 N.46) ART.1 COMMA 1, DCB

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Confronti | marzo 2017

Tempo di divisioni in America

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ANNO XLIV NUMERO 3 Confronti, mensile di religioni, politica, società, è proprietà della cooperativa di lettori Com Nuovi Tempi, rappresentata dal Consiglio di Amministrazione: Nicoletta Cocretoli, Ernesto Flavio Ghizzoni (presidente), Daniela Mazzarella, Piera Rella, Stefania Sarallo (vicepresidente). DIRETTORE

Claudio Paravati CAPOREDATTORE

Mostafa El Ayoubi IN REDAZIONE

Luca Baratto, Alice Corte, Antonio Delrio, Franca Di Lecce, Filippo Gentiloni, Adriano Gizzi, Giuliano Ligabue, Michele Lipori,

Rocco Luigi Mangiavillano, Anna Maria Marlia, Daniela Mazzarella, Carmelo Russo, Luigi Sandri, Stefania Sarallo, Lia Tagliacozzo, Stefano Toppi. COLLABORANO A CONFRONTI

Stefano Allievi, Massimo Aprile, Giovanni Avena, Vittorio Bellavite, Daniele Benini, Roberto Bertoni, Dora Bognandi, Maria Bonafede, Giorgio Bouchard, Stefano Cavallotto, Giancarla Codrignani, Gaëlle Courtens, Biagio de Giovanni, Ottavio Di Grazia, Jayendranatha Franco Di Maria, Piero Di Nepi, Monica Di Pietro, Piera Egidi, Mahmoud S. Elsheikh, Giulio Ercolessi,

Maria Angela Falà, Giovanni Franzoni, Pupa Garribba, Daniele Garrone, Francesco Gentiloni, Gian Mario Gillio (direttore responsabile), Svamini H. Giri, Giorgio Gomel, Laura Grassi, Bruna Iacopino, Teresa Isenburg Domenico Jervolino, Maria Cristina Laurenzi, Giacoma Limentani, Franca Long, Maria Immacolata Macioti, Anna Maffei, Dafne Marzoli, Cristina Mattiello, Lidia Menapace, Adnane Mokrani, Paolo Naso, Luca Maria Negro, Silvana Nitti, Enzo Nucci, Paolo Odello, Enzo Pace, Nicola Pedrazzi, Gianluca Polverari,

Paolo Ricca, Carlo Rubini, Andrea Sabbadini, Brunetto Salvarani, Iacopo Scaramuzzi, Daniele Solvi, Francesca Spedicato, Debora Spini, Valdo Spini, Patrizia Toss, Gianna Urizio, Roberto Vacca, Vincenzo Vita, Cristina Zanazzo, Luca Zevi. ABBONAMENTI, DIFFUSIONE,

PROGETTO GRAFICO E ART DIRECTION

Sara Turolla COLLABORANO A QUESTO NUMERO

L. Basili, D. Di Sanzo, A. Linchi, C. Lopez Curzi, O. Lopez Curzi, W. Nastasi, V. Nava, A. Pioli, A. Ricci, K. Rozhdiestvienskij, A. Tinozzi, R. Valenti.

Publicazione registrata presso il Tribunale di Roma il 12/03/73, n. 15012 e il 7/01/75, n.15476. ROC n. 6551. CONTATTI tel. 06 4820 503 www.confronti.net info@confronti.net @Confronti_CNT

PUBBLICITÀ E COORDINAMENTO

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PROGRAMMI

Daniela Mazzarella

RISERVATO

Nicoletta Cocretoli

(pagine 13, 15 e 17),

AGLI ABBONATI

Claudio Paravati AMMINISTRAZIONE

(pagine 20, 21 e 23),

Riccardo Tomassetti

Michele Lipori (pagine 29 e 31),

PROGRAMMI

Andrea Sabbadini

Alice Corte, Michele Lipori

(pagina 34, dettaglio).

REDAZIONE TECNICA E GRAFICA

Daniela Mazzarella

Chi fosse interessato a ricevere, oltre alla copia cartacea della rivista, anche una mail con Confronti in formato pdf può scriverci a: info@confronti.net


IL TRAMONTO DELLA LIBERTÀ Le foto che illustrano questo numero si riferiscono al servizio a pagina 18 che racconta la complicata situazione politica all’indomani dell’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti.

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le immagini

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il sommario

il sommario GLI EDITORIALI

La stagione delle rabbie senza identità

I SERVIZI EUROPA 11 Nonostante tutto, ancora in cammino (intervista a) Gianfranco Pasquino

Roberto Bertoni 6

Un Regno ancora Unito?

Donato Di Sanzo 7

Pedofilia del clero, “peccato” o “delitto”? David Gabrielli 8

A Malta si sceglie l’outsourcing delle responsabilità?

LE NOTIZIE

LE RUBRICHE

I LIBRI

Laicità

Diario africano La Somalia spera nel nuovo presidente

Fronteretro: una nuova collana per informare

33

Diritti 33

IMMIGRAZIONE 13 Corridoi umanitari,

una doppia sicurezza

(intervista a) Luca Maria Negro 16 Le storie dietro gli sguardi Daniela Mazzarella

Immigrazione 34

Marocco 35

Iraq 35

STATI UNITI

18 Un’America piccola piccola Paolo Naso

Religioni

22 Da stranieri a vicini (intervista a) David Fraccaro

Stampa

24 Le “bufale” di Trump sull’ambiente L.Basili - W.Nastasi - R.Valenti

Antonio Ricci 9

MEDIO ORIENTE

26 Come sciogliere i nodi

al tempo di The Donald Luigi Sandri

28 Gli insediamenti ostacolo per la pace (intervista a) Mai Alkaila 30 Il lascito di Obama

e i proclami di Trump Giorgio Gomel

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Enzo Nucci 38

In genere Migrazioni forzate, è anche una questione di genere

Corallina e Olivia Lopez Curzi 39

Arte e religioni I cattolici e l’arte

Brunetto Salvarani 40

Note dal margine Papa Francesco: misericordia lassativo

Giovanni Franzoni 42

Spigolature d’Europa L’Europa con il mal francese e l’olandese votante Adriano Gizzi 43

Ricordo Salutando Simonetta Salacone

Giuliano Ligabue 44

Teresa Isenburg 45

Segnalazione 46

LE IMMAGINI

Tempo di divisioni in America copertina

Il tramonto della libertà 3


invito alla lettura

Un passo avanti per l’islam italiano Claudio Paravati

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più attenti di noi in fase di dichiarazione dei redditi si saranno accorti che è possibile devolvere il proprio 8 per mille a Chiese e comunità religiose differenti, ma ancora non ai musulmani. Questo perché la comunità musulmana del nostro Paese – che al pari di altre comunità religiose è al suo interno plurale e frammentata – non ha ancora nessuna Intesa con lo Stato italiano, pur contando, secondo le stime più recenti, un bacino d’utenza potenziale di 1,6 milioni di persone, di cui 250mila musulmani italiani. Il ritardo di un’Intesa con l’islam ha visto lo scorso 1 febbraio un passo in avanti, meritevole d’attenzione. Nove sigle (Cii, Uami, Ass. Pakistana “Muhammadiah”, Cici, Ass. Cheikh Ahmadou Bamba, Ucoii, Ass.madri e bimbi somali, Coreis, Ass. Imam e guide religiose) hanno firmato al Viminale un patto nazionale per l’islam italiano, sottoscritto anche dal Ministero dell’Interno. La natura del patto è bilaterale nel senso che non si limita a una dichiarazione di intenti e intenzioni da parte delle comunità islamiche così come era accaduto in passato, ad esempio con la Carta dei valori del 2008, ma comprende anche una serie di impegni da parte del Ministero dell’Interno e, con esso, del Governo. Non a caso il documento contiene anche una parola tabù che sin qui nessuno aveva avuto il coraggio di pronunciare esplicitamente: Intese. Sinora la vulgata che girava nei palazzi era che la comunità islamica non fosse pronta per un passo di questa portata, essendo al suo interno troppo frammentata per essere credibile nei confronti dello Stato. Il primo febbraio, invece, tra i maggiori attori nazionali dell’islam italiano sono arrivati a firmare un testo congiunto. Insieme a loro anche altre organizzazioni più piccole e settoriali che però svolgono un ruolo importante nella galassia islamica del nostro paese. Siamo quindi di fronte a due elementi di novità: un impegno più formale dello Stato da una parte e una condivisione di principi e orientamenti da parte dei musulmani dall’altra. Il patto ovviamente non è né una legge né tanto meno una bozza di Intesa.

Delinea però una chiara linea di lavoro – articolata in dieci punti che riguardano anche la condanna del radicalismo, e la trasparenza dei finanziamenti nazionali e internazionali alle moschee – che nei prossimi mesi dovrà impegnare sia le comunità islamiche che le istituzioni. Una rondine non fa primavera, e in passato abbiamo già assistito a continui stop and go in materia di riconoscimento delle libertà religiose. La strada verso un’Intesa per l’islam italiano è ancora molto lunga e accidentata, ma è un bene che se ne parli apertamente. Soprattutto è un bene che lo Stato e le istituzioni si mostrino disponibili a un dialogo con l’islam italiano, evitando quelle politiche del pregiudizio, della paura e talora della islamofobia che stanno avvelenando il dibattito pubblico in tanti paesi europei. Due dettagli non irrilevanti: si è arrivati a questo traguardo grazie al lavoro di un gruppo di esperti nominati dal Ministero dell’Interno, molti di loro amici di Confronti, coordinati da Paolo Naso. Secondo dettaglio: alcune associazioni islamiche non erano presenti alla firma. La sfida sarà quella di trovare presto ulteriori forme di coinvolgimento, e ampliamento della rete, per chi oggi si è sentito escluso. Ad ogni modo un grande passo avanti è stato fatto, e la buona volontà di tutti può ulteriormente migliorare la situazione. La strada dell’Intesa, tra l’altro, non preclude altre vie. Pensiamo a una legge organica su questa materia, legge di cui si parla da almeno 30 anni ma che per una sorta di maleficio politico non riesce mai a concretizzarsi in Parlamento. Eppure è una legge urgente, necessaria per tutelare quel nuovo pluralismo religioso che si sta esprimendo anche in Italia e che, in assenza di norme pienamente coerenti con la Costituzione, rischia di condannare intere comunità alla invisibilità sociale, a celarsi in garage e luoghi di fortuna, nell’impossibilità di contribuire al dialogo tra le culture e le religioni che si sviluppa nel nostro paese. Una rondine non fa primavera, ma almeno ci dice che una nuova stagione potrebbe aprirsi


gli editoriali

La stagione delle rabbie senza identità

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er comprendere le difficoltà che sta attraversando la politica italiana in questa difficilissima stagione, bisogna analizzare la nascita e l’evoluzione dei partiti che la animano. Il filo conduttore che lega tutti i soggetti politici contemporanei è, infatti, la rabbia: una rabbia giustificata dal malessere sociale generato da una crisi di cui non si vede la fine, dal progressivo sfarinamento delle forze politiche tradizionali e dal sentimento di incertezza e di insicurezza collettiva che regna sovrano nel nostro Paese. Prendiamo, ad esempio, il Partito democratico, nato il 14 ottobre 2007 da una “gazebata” voluta dall’allora gruppo dirigente e mai davvero sviluppatosi come sublimazione del pur valido progetto ulivista. Perché si mise in pista questo bizzarro soggetto politico? Perché nella primavera di quell’anno ci si rese conto che l’Armata Brancaleone con cui il centrosinistra era tornato l’anno prima al governo imbarcava ormai acqua da tutte le parti e, quindi, andava superata e sostituita al più presto. Una scelta suicida che Prodi subì in silenzio e che, probabilmente, non ha mai perdonato al suo ex vice Veltroni, il quale, sia pur in buona fede, diede vita ad una compagine priva di un adeguato pensiero della crisi, prigioniera di dogmi ideologici ormai ampiamente superati e la cui unica cifra culturale e politica, in mancanza della necessaria dialettica fra le mille anime che la componevano, non poteva che essere il silenzio o la rissa continua, finché la corda non si è spezzata, provocando la dolorosa ma ineluttabile scissione a sinistra cui abbiamo assistito di recente ad opera di Bersani, Speranza, Rossi e D’Alema. ROBERTO E intanto il Pd ha BERTONI convocato le primagiornalista rie per il 30 aprile. e scrittore.

Prendiamo, poi, il MoVimento 5 Stelle, nato il 4 ottobre 2009 in seguito ai due V-Day di Grillo a Bologna (l’8 settembre 2007) e a Torino (il 25 aprile 2008) e affermatosi grazie alle denunce contro “la Casta” del duo Stella-Rizzo (e non solo) e grazie all’oggettiva deriva di una classe dirigente degradata come mai era accaduto in precedenza. Un partito-non partito, regolato da un non-statuto, con dei leader che non sono leader, senza un’ideologia né alcun ancoraggio ideale se non il mito universale dell’onestà e della purezza assoluta, capace di passare in poche ore dagli anti-europeisti dell’Ukip agli ultra-europeisti dell’Alde per poi fare ritorno da Farage, senza una segreteria né un processo decisionale trasparente, la cui amministrazione di Roma dice tutto più qualcosa su ciò che potrebbe accadere all’Italia in caso di un loro eventuale approdo al governo. Rispetto al Pd hanno un punto a favore: almeno loro lo dicono apertamente di essere nati contro tutti, rivendicando l’assenza di una storia ed elevando il qualunquismo a virtù. Coerente ma pericolosissimo. Prendiamo la Lega, nata dal disfacimento della Democrazia cristiana nel lombardo-veneto e capace di conquistarne gli orfani benché fondata da due ex comunisti come Bossi e Maroni. Prima secessionista e indipendentista, poi governista in quel di «Roma ladrona», prima anti-berlusconiana a livelli viscerali, poi alleata ideale di Berlusconi, prima liberista, ora sovranista e protezionista seguendo la scia del trumpismo internazionale che si respira un po’ ovunque. È l’emblema dell’insieme di rabbie che caratterizza i dannati di una globalizzazione senza regole: dall’euro, moneta senza Stato, ai migranti, fino ai vincoli, talvolta

Roberto Bertoni

un po’ fessi, imposti da Bruxelles. Punta tutto sulla pancia, parla un linguaggio diretto e sogna di importare il lepenismo anche da noi. Difficilmente ci riuscirà ma guai a sottovalutarla. E persino compagini minori come Fratelli d’Italia, nata sul finire del 2012 a causa della felice intuizione di Giorgia Meloni in merito al tramonto ormai irreversibile del berlusconismo, e Sinistra Italiana, nata dal fatto che una parte di iscritti e dirigenti del Pd proprio non riuscivano più a sopportare l’arroganza e i provvedimenti di Renzi, altro non sono che due esempi di rabbie covate a lungo e infine esplose in progetti rispettabili sul piano umano ma privi di un’identità precisa dal punto di vista politico.

UNA PANORAMICA LUCIDA E IMPIETOSA DELLO STATO CONFUSIONALE NEL QUALE VERSA LA POLITICA ITALIANA. Del resto, la stessa Forza Italia nacque, nel ’94, agitando il vessillo di una radicale alterità rispetto alle vetuste e ormai inservibili compagini della Prima Repubblica, falcidiate da Tangentopoli e dal mutamento di scenario globale in seguito al crollo del Muro di Berlino. Peccato che la rabbia senza identità equivalga alla gradevole sensazione che si prova quando, dopo aver sudato, ci si spoglia e ci si mette in mezzo alla corrente: lì per lì fa piacere, la sera stai a letto con un febbrone da cavallo. Questo, fuor di metafora, è ciò che sta accadendo al sistema politico italiano.


gli editoriali

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a Brexit sembra più lontana del previsto. Lo scorso 23 gennaio, infatti, la Corte suprema britannica ha stabilito che la notifica dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona, necessaria per avviare le trattative finalizzate all’uscita di uno stato membro dall’Unione europea, dovrà avvenire attraverso una legge del Parlamento di Londra e non mediante un più rapido provvedimento del governo. La sentenza impone tempi più lunghi alle procedure per l’effettiva realizzazione della Brexit e rappresenta una battuta d’arresto per le strategie del gabinetto della premier britannica Theresa May, che aveva fatto appello alla Suprema corte richiedendo di attivare l’articolo 50 d’autorità, nel rispetto del referendum del 23 giugno 2016, quando il 52% degli elettori si era espresso per il “Leave”. Il verdetto della Corte suprema ha, inevitabilmente, scompaginato il dibattito intorno alla Brexit e alle trattative tra Londra e Bruxelles. A livello istituzionale, i giudici hanno riaffermato l’importanza della storica tradizione parlamentare britannica, ristabilendo la centralità di Westminster nelle decisioni fondamentali. In termini politici, invece, la sostanziale sconfitta di Theresa May sul piano strategico ha restituito voce ai sostenitori del “Remain” e disseminato di nuovi ostacoli la “road map” tracciata dal governo conservatore verso l’effettiva uscita del Regno Unito dalla Ue. L’opposizione laburista aveva presentato emendamenti alla legge di notifica dell’attivazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona. Il leader del Labour Jeremy Corbyn aveva fatto sapere che, pur nel rispetto della volontà

elettorale, avrebbe richiesto specifiche garanzie per i lavoratori stranieri presenti sul territorio britannico e, soprattutto, il pieno accesso, senza tariffe, al mercato unico, di cui la May ha invece annunciato che il Regno Unito non farà più parte. Ma l’8 febbraio la Camera dei Comuni ha approvato la legge senza modifiche e ora il testo è passato alla Camera dei Lords. I maggiori ostacoli ai disegni del governo di Londra, tuttavia, vengono dall’esterno e, nello specifico, da Scozia e Irlanda del Nord, dove, in occasione del referendum dello scorso giugno, la maggioranza degli elettori si era espressa per rimanere nell’Unione europea. La premier scozzese Nicola Sturgeon, nonostante la Corte suprema abbia chiarito che i Parlamenti di Edimburgo e Belfast non possano esercitare alcun potere di veto sulla Brexit, ha proposto di indire una nuova consultazione popolare sull’indipendenza della Scozia dal Regno Unito, dopo che un analogo referendum aveva registrato una vittoria degli unionisti nel 2014.

IL DIBATTITO SULLA BREXIT E LA TENUTA DELLA SOVRANITÀ BRITANNICA. Il fronte indipendentista sembra ingrossarsi sempre di più e molti dei parlamentari scozzesi a Westminster hanno già annunciato ostruzionismo nel corso del confronto nella camera bassa. Anche più delicata si presenta la situazione in Irlanda del Nord, dove il dibattito sulla Brexit rischia di intrecciarsi, in maniera

Donato Di Sanzo

infausta, con le discussioni sulla tenuta del Good Friday Agreement del 1998, che aveva chiuso la trentennale stagione dei Troubles e contribuito a chiudere il conflitto tra cattolici e protestanti attraverso la condivisione dei poteri tra forze politiche di diversa tradizione. Lo scorso 11 gennaio, il vice primo ministro nordirlandese Martin McGuinness, ex comandante dell’Ira e massimo rappresentante dei repubblicani del Sinn Féin nel governo di Belfast, ha rassegnato le sue dimissioni in seguito a uno scandalo sull’utilizzo di fondi pubblici per il finanziamento di imprese private, che ha coinvolto la premier protestante Arlen Foster, leader del Democratic Unionist Party. La crisi politica ha portato a una tornata elettorale anticipata, che il 3 marzo prossimo eleggerà il nuovo parlamento dell’Ulster in un clima di profonda e aspra contrapposizione, dettata anche dalle recenti dichiarazioni del presidente e storico leader del Sinn Féin Gerry Adams, secondo cui l’effettiva applicazione della Brexit comporterà la revisione inevitabile degli accordi di pace del 1998. In uno scenario simile, le spinte indipendentiste scozzesi e la minaccia di un nuovo scoppio del conflitto in Irlanda del Nord potrebbero rappresentare uno dei fattori di maggiore instabilità nel contesto politico d’oltremanica, in grado di compromettere non solo le proce- DONATO dure per l’applica- DI SANZO zione della Brexit, mediatore ma anche la tenu- culturale e dottore ricerca in Storia ta della sovranità di contemporanea britannica sul Re- presso l’Università gno Unito. di Salerno.

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Un Regno ancora Unito?

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gli editoriali

Pedofilia del clero, “peccato” o “delitto”?

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a questione della pedofilia del clero cattolico rimbalza, da qualche tempo, sulle prime pagine dei giornali, ed è tema di libri di successo. Essa – la violenza sessuale su bambini e adolescenti (seppure per questi si dovrebbe parlare di efebofilia) – non è affatto una “esclusiva” del clero; avviene soprattutto in famiglia, o col “turismo sessuale” in paesi esotici, praticata da gente che svolge le professioni più variegate e, di norma, è coperta da un’insuperabile omertà. Tristissimo fenomeno sul quale di solito si tace.

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Venendo poi al clero, la pedofilia non è “caratteristica” di quello cattolico, perché tocca egualmente ecclesiastici di altre confessioni. In ambito cattolico, infine, la quantificazione del fenomeno varia da paese a paese. Grosso modo, si può prendere come punto di riferimento quanto nel 2009 affermava il cardinale brasiliano Cláudio Hummes, allora prefetto della Congregazione per il clero: «In alcune diocesi la pedofilia coinvolge il 4% del clero». Dunque, una piccola minoranza. Sarebbe perciò sommamente ingiusto considerare la pedofilia una peste che infetta l’intero clero. Ma, quand’anche si trattasse di un solo caso, sarebbe tremendo per chi, per missione, annunzia l’Evangelo.

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Da qui il clamore suscitato da casi come quelli della diocesi di Boston, rigorosamente descritti dal film Spotlight: per l’opinione pubblica cattolica statunitense, che in generale ha un’alta stima del prete, è stato uno shock apprendere che un sacerdote (parroco o educatore), al quale dai genitori con fiducia totale era stato affidato un ragazzo/a, ha com-

piuto su questi/a violenza sessuale. Il cardinale arcivescovo, Bernard F. Law (dimessosi nel 2002), era a conoscenza del “vizietto” di alcuni preti pedofili ma, invece di denunciarli, li aveva spostati da una parrocchia all’altra, ove essi avevano seguitato a violentare adolescenti. E la Santa Sede, alla quale infine dalle diocesi arrivavano le segnalazioni? Fin quasi alla fine del secolo scorso, i casi di preti pedofili erano trattati con riserbo massimo: l’urgenza, però, non era quella di difendere le vittime, ma di coprire lo scandalo perché il “buon nome” della Chiesa non fosse macchiato. Tuttavia, l’eco suscitata, soprattutto in Nordamerica, da alcuni casi, e dai risarcimenti milionari che alcune diocesi hanno dovuto sborsare per cause portate in tribunale, ha costretto il Vaticano a cambiar rotta: e da Giovanni Paolo II in poi la questione è stata affrontata di petto, sia pure non senza ritardi e contraddizioni. «Tolleranza zero per i preti pedofili»: questo, ora, il principio che guida l’azione vaticana, per estirpare un comportamento malefico che Francesco ha definito «mostruosità assoluta e orrendo peccato». E, per il passato, un colpo di spugna? Così è accaduto in molti paesi; ma vi sono eccezioni. Le Conferenze episcopali del Canada (e, qui, anche la Chiesa anglicana), dell’Irlanda, della Francia e della Svizzera hanno fatto un pubblico “mea culpa”, seppure non sempre con adeguata franchezza. I vescovi d’Oltralpe hanno costituito una “Commissione nazionale indipendente” per occuparsi della pedofilia del clero, composta di magistrati, psicologi e fa-

David Gabrielli

miliari delle vittime. E, in Svizzera, il 5 dicembre nella basilica di Valère (Sion) i vescovi hanno organizzato una giornata di penitenza in espiazione «degli abusi sessuali [dei preti], del silenzio e della mancanza di aiuto alle vittime»; e, per indennizzare i reati “prescritti”, hanno istituito un fondo di cinquecentomila franchi.

CHI VIOLENTA UN MINORE NON “OFFENDE” SOLO LA CASTITÀ (COME DICE IL CATECHISMO) MA COMPIE UN VERO E PROPRIO “DELITTO”. E in Italia? Qui la Conferenza episcopale sembra partire dal presupposto che «da noi non è come altrove», ipotesi minimalista smentita da molti fatti. Per smuovere tale imbarazzante status quo il movimento riformista cattolico “Noi siamo Chiesa” ha suggerito ai vescovi: 1) l’istituzione di una Commissione come quella pensata dai francesi, e una “giornata nazionale di penitenza”; 2) una riflessione autocritica sul passato, e il riconoscimento che sono insufficienti le “Linee guida” stabilite dalla Cei nel 2012 e ’14; 3) l’impegno di denunciare alla magistratura i fatti sicuri. Stella polare per la Cei non può essere semplicemente il Catechismo cattolico, che definisce lo “stupro” su minori una “offesa contro la castità” (n. 2356); deve essere il Codice italiano, per il quale la violenza sessuale su minori è un “delitto” contro la persona.


gli editoriali

A Malta si sceglie l’outsourcing delle responsabilità?

ebbraio si era aperto tra grandi attese in vista del Summit informale dei capi di Stato e di governo dell’Ue programmato il giorno 3 a Malta. Sotto la presidenza di turno maltese si prevedevano decisioni importanti per quanto riguarda la gestione europea dei flussi. Con l’arrivo della primavera, il numero di persone disposte ad attraversare il Mar Mediterraneo a qualsiasi costo inizierà progressivamente ad aumentare fino a raggiungere il picco alla fine della stagione estiva. Tra il 2015 e il 2016 i dispersi in mare sono stati circa 10mila. Per evitare questa insensata strage occorre agire con urgenza. Estenuante il dibattito nei mesi precedenti al summit. C’è chi ritiene che un piano di azione contro i trafficanti di esseri umani possa risolvere i problemi alla radice, dimenticando però che l’86% dei migranti forzati sotto il mandato dell’Unhcr sono accolti in paesi in via di sviluppo, dove non esistono sistemi nazionali di asilo. I trafficanti sono senz’altro parte del problema, ma non esimono dal prendere in carico la responsabilità della protezione. C’è chi poi pensa a progetti di investimento di alto impatto sociale e infrastrutturale, magari finanziati attraverso i cosiddetti “Africa bonds” in sinergia con la Banca europea di investimento e le grandi organizzazioni finanziarie internazionali. La proposta italiana dell’aprile 2016 di un “Migration compact” che punti allo sviluppo insieme all’esternalizzazione e ai rimpatri, si formalizza a giugno nel “New migration partnership framework”. L’obiettivo in parole povere è quello di affermare il “diritto a non emigrare” attraverso una cooperazione rafforzata

con i paesi di origine e di transito che, alle misure immediate di salvataggio nel mare e nel deserto, ai rimpatri e alla lotta ai trafficanti, aggiunge misure di lungo periodo finalizzate ad affrontare le cause dei flussi e a promuovere lo sviluppo. L’impatto di una strategia di questo tipo si fonda sulla coerenza della sua attuazione e su una disponibilità di tempo di medio-lungo termine. Un approccio più concreto proviene invece dalla società civile, che con il progetto-pilota sui corridoi umanitari “Mediterranean Hope” di Federazione Chiese evangeliche in Italia e Comunità di Sant’Egidio ha dimostrato come si possano intraprendere strade più efficaci e sicure per garantire in Europa la protezione dei richiedenti asilo. Nonostante il fatto che solo una minoranza delle persone in cerca di protezione abbia l’opportunità di raggiungere l’Ue, la strategia scelta a Malta sembra essere ancora una volta quella di puntare sui rimpatri e sull’esternalizzazione delle politiche. Sulla scia dell’intesa italiana firmata con il governo di Sarraj i policymaker comunitari vorrebbero fare della Libia un partner per la gestione dei flussi di rifugiati, sostenendone la stabilità politica necessaria per il controllo delle frontiere marittime e terrestri e il contrasto allo smuggling di migranti, come da poco realizzato con la Turchia nel quadrante del Mediterraneo orientale. Tra le righe delle dichiarazioni rilasciate, tuttavia, l’esternalizzazione progettata sembra essere lungi dall’obiettivo di adattare l’acquis communautaire ai paesi terzi, quanto piuttosto volersi limitare alla prevenzione dei flussi irregolari, agli accordi di riammissione e alla costruzione di strutture di detenzione. Nel

caso specifico, nonostante l’intenzione di coinvolgere gli organismi internazionali, la «collaborazione con i paesi terzi», cioè quella che nel linguaggio di Bruxelles viene chiamata «dimensione esterna», sembra piuttosto corrispondere ad una forma spregiudicata di outsourcing delle responsabilità in materia di protezione dei richiedenti asilo, finalizzata a chiudere la frontiera meridionale libica e a lasciare ai libici stessi il compito di intercettare le navi e riportare a terra i migranti, pur in assenza di qualsiasi garanzia di rispetto della Convenzione di Ginevra sui rifugiati.

LA STRATEGIA SCELTA NEL SUMMIT INFORMALE DEI CAPI DI STATO E DI GOVERNO DELL’UE SEMBRA ESSERE ANCORA UNA VOLTA QUELLA DI PUNTARE SUI RIMPATRI E SULLA ESTERNALIZZAZIONE DELLE POLITICHE. A fronte di tanti dubbi su legittimità ed efficacia di tali politiche di esternalizzazione, consola almeno la notizia che, due settimane dopo, il 18 febbraio, 200mila cittadini siano scesi in piazza a Barcellona per “internalizzare” le politiche e affermare il diritto ad accogliere i rifugiati al grido unisono: «La nostra casa è la vostra casa». L’auspicio è che i nostri policymaker sappiano cogliere i segnali che provenANTONIO RICCI gono dal basso. Centro Studi e Ricerche IDOS.

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Antonio Ricci

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EUROPA

Nonostante tutto, ancora in cammino intervista a Gianfranco Pasquino

Proseguiamo il nostro ciclo di riflessioni sull’Europa a sessant’anni dai trattati di Roma incontrando Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica, che al sogno europeo e alle sue difficoltà ha dedicato il suo ultimo lavoro, “L’Europa in trenta lezioni”. [a cura di Adriano Gizzi]

el suo libro, appena pubblicato da Utet, Gianfranco Pasquino ripercorre in trenta lezioni le tappe principali del cammino europeo, dal Manifesto di Ventotene a oggi. Naturalmente, Pasquino non si nasconde il fatto che l’Unione si trovi nel momento più difficile e rischioso di tutta la sua storia: non solo la Brexit, ma anche la percezione che molti cittadini hanno delle istituzioni europee, considerate distanti, complicate e in certi casi dannose. Tuttavia – sottolinea – non dobbiamo neanche trascurare i successi e i vantaggi che porta l’Ue: per esempio, i suoi cittadini – oltre mezzo miliardo – hanno uno tra i più alti redditi medi e il maggior grado di istruzione al mondo. Professor Pasquino, cosa resta oggi del sogno di Spinelli, Rossi e tanti altri? Cosa direbbe a un giovane per convincerlo a “fare il tifo” per un’Europa federale? Parlerei volentieri con qualsiasi giovane, italiano e di altri paesi. Vorrei conoscere meglio le sue aspettative. Credo che non avrei bisogno di dire quasi nulla, che lui già non sappia, ad un giovane “europeo”. Se è uno studente universitario avrà già approfittato del programma Erasmus o avrà avuto entusiastici racconti dai suoi amici e si preparerà ad andare a studiare a Barcellona, Parigi, Dublino, Londra, Copenaghen, persino (per la difficoltà della lingua) a Heidelberg. Se ha fatto il turista avrà già apprezzato la possibilità di girare liberamente nell’Unione e, in molti paesi, di godere del vantaggio della moneta unica. Se ha problemi a trovare lavoro ed è intraprendente avrà scoperto che in non pochi paesi dell’Unione esistono e sono disponibili grandi opportunità. Se è un ragazzo o una ragazza curiosa dei fatti del mon-

do saprà che l’Unione europea è un grande spazio di libertà e di giustizia. Saprà anche che quello che hanno costruito i suoi nonni e i suoi genitori può essere migliorato dal suo impegno. Infine, giungerà ad essere molto riconoscente ad Altiero Spinelli e Ernesto Rossi, a coloro che, nella Resistenza italiana e in quella europea, combatterono e auspicarono di porre fine, per sempre, alle guerre civili europee: un esito che non è più un sogno da 70 anni, ma una realtà da difendere e da vantare. «L’Europa ha una storia ed è un progetto», scrive nel suo libro. Ma poi, come lei stesso riconosce, ogni stato nazionale ha un suo progetto e una sua particolare idea di Europa... Non soltanto è inevitabile, ma è persino positivo che ciascun Stato-membro abbia il suo progetto di Europa, purché sappia e voglia articolarlo ed esprimerlo nelle sedi europee: attraverso i suoi rappresentanti in Parlamento, il suo capo di governo nel Consiglio europeo e i suoi ministri nelle numerose occasioni di incontro, persino con la voce del suo Commissario. Non dobbiamo temere il confronto e la competizione fra idee d’Europa e progetti. Tutt’altro: dobbiamo suscitarlo e stimolarlo. Al contrario, dobbiamo essere molto preoccupati dagli Stati-membri e dai loro governanti e rappresentanti che non hanno nessuna capacità e volontà di guardare avanti, di indicare obiettivi, di formulare strategie. L’unificazione po- GIANFRANCO litica europea sembra molto PASQUINO lontana proprio perché non ci professore emerito sono più i profeti, i predica- di Scienza Politica tori, gli apostoli dell’Europa. dell’Università In crisi non è l’idea d’Europa, di Bologna.

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EUROPA

non sono le istituzioni europee. Purtroppo, la crisi riguarda coloro che fanno politica nei loro paesi. Spesso buoni, mai eccellenti, talvolta mediocri, i politici europei del terzo millennio non sono all’altezza dei loro predecessori, ma anche gli intellettuali contemporanei hanno poco a che vedere con il francese Raymond Aron, con il tedesco Ralf Dahrendorf, con il polacco Bronislaw Geremek. Aggiungo che mi piacerebbe citare un inglese e anche un italiano. Non mi sono venuti in mente, anche se non ho dubbi che il grande storico Federico Chabod, la cui Storia dell’idea d’Europa (pubblicato nel 1961, anno della sua morte) rimane un testo inarrivabile, ha titolo per figurare fra i grandi europeisti.

Confronti | marzo 2017

Tra gli ostacoli a una piena integrazione europea, c’è anche il fatto che la politica estera “comune” dell’Ue è costretta a fare i conti con le priorità nazionali di alcuni stati membri. Come si può affrontare questo nodo? C’è un Alto rappresentante per la Politica estera e di sicurezza dell’Unione, Federica Mogherini, che è una donna capace e competente, molto apprezzabile. Sarebbe più forte e propositiva se il governo italiano la appoggiasse a fondo, in maniera convinta e credibile. Probabilmente, la sciagura rappresentata dalla Presidenza Trump finirà per obbligare gli europei a coordinare meglio le loro politiche estere e a conferire maggiori poteri all’Alto rappresentante. Le voci dei singoli Stati-membri, persino quella della Germania, sono flebili. Se l’Unione europea riuscirà a parlare con una sola voce avrà maggiore impatto e godrà di maggior rispetto.

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Lei scrive che le opinioni pubbliche europee non sono poi così nazionalistiche: coloro che si oppongono a soluzioni sovranazionali non sono più numerosi dei favorevoli, ma solo più “vocianti” e più mobilitati. Da cosa dipende? Quanto incidono questioni quali l’immigrazione, i problemi della moneta unica e i sacrifici chiesti perché «ce lo chiede l’Europa»? L’opinione pubblica favorevole all’Europa sembra più incline a godersi tutto quello, che è molto, che il processo di unificazione in corso ha finora dato. Pensa che i vantaggi siano irreversibili e che saranno difesi e preservati a Bruxelles, a Strasburgo, a Francoforte (sede della Banca centrale europea). Inoltre, le autorità europee non sembrano avere grandi capacità di comunicare con le opinioni pubbliche e di sollecitare il sostegno della parte effettivamente eu-

ropeista dell’opinione pubblica. Gli oppositori sono effettivamente molto vocianti. Sfruttano la questione migranti, ma non offrono nessuna soluzione. Non sanno che uscire dall’euro impoverirebbe immediatamente il paese che lo facesse. Quando l’Europa ci ha chiesto qualcosa erano impegni e adempimenti ragionevoli che, attuati, hanno reso migliori tutti i paesi. I cosiddetti sovranisti hanno un progetto solo negativo: smembrare l’Unione. La parte positiva, il cosiddetto sovranismo, è del tutto contraddittoria. Ciascuno stato conterà meno da solo. Nel mondo globalizzato, non riuscirà a esercitare la sovranità strappata alla Ue. Forse sarà domesticamente sovrano; certamente, diventerà internazionalmente ancora più esposto ai venti di avvenimenti mondiali che non può controllare. I vocianti mirano a rallentare e sovvertire qualche procedimento di integrazione sovranazionale, ma non possono bloccarlo. Appena si discuterà in maniera più seria, più concreta e più approfondita dell’Europa a più velocità (che già esiste sia per l’euro sia per Schengen), anche l’opinione pubblica tiepida si accompagnerà a quella più impegnata e la rafforzerà nel viaggio verso un’integrazione “più stretta”. Lei è da sempre un sostenitore convinto del semipresidenzialismo e del sistema elettorale a doppio turno. Condivide le preoccupazioni diffuse per una possibile vittoria di Marine Le Pen alle presidenziali in Francia? Mi avventuro in un pronostico fondato su quel che sappiamo adesso: Marine Le Pen non vincerà. Quand’anche vincesse la presidenza, non riuscirà ad avere la maggioranza assoluta nell’Assemblea nazionale francese. Anzi, dovrà fare i conti, proprio grazie al sistema elettorale a doppio turno, con una maggioranza ostile, fatta di gollisti, centristi e socialisti. La coabitazione le impedirà le scelte più estreme. Condizionerà tutta la sua presidenza. Tuttavia, qualche preoccupazione dobbiamo averla lo stesso, non tanto per la sorte di Marine Le Pen, ma per il discorso politico francese sull’Europa. Dove sono finiti i francesi come Jean Monnet e Robert Schuman, Jacques Delors e François Mitterrand? Chi potrebbe continuare sulla strada che loro hanno aperto e brillantemente percorso? (naturalmente, so che noi tutti dovremmo chiederci dopo Spinelli, dopo Marco Pannella, e Emma Bonino, dopo Padoa Schioppa, chi? Per fortuna che c’è Mario Draghi, ma a lui non possiamo chiedere un’azione prettamente e eminentemente politica).


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IMMIGRAZIONE

Corridoi umanitari, una doppia sicurezza intervista a Luca Maria Negro

Da oltre un anno la Federazione delle chiese evangeliche in Italia è impegnata nel progetto pilota dei corridoi umanitari che ha come obiettivo principale quello di evitare ai profughi i viaggi con i “barconi della morte” nel Mediterraneo offrendo un’alternativa sicura e legale. [a cura di Daniela Mazzarella]

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Quale il bilancio ad un anno dal primo corridoio umanitario? Il bilancio è sicuramente positivo; tutto è andato come pensavamo che andasse e tutto sta funzionando, compresa l’integrazione delle persone che sono arrivate. Abbiamo avuto alcuni casi di grande soddisfazione, come quello di persone che sono riuscite a iscriversi all’università e anche ad accedere a delle borse di studio. Avevamo il cruccio che questo modello, immaginato e sperato come “modello esportabile”, non venisse ripreso da nessuno. Invece proprio nelle scorse settimane ci sono state due buone notizie. La prima è che in Italia un nuovo corridoio umanitario sarà aperto con il Corno d’Africa dalla Conferenza episcopale italiana insieme alla Comunità di Sant’Egidio, e la seconda vede l’avvio di un nuovo progetto ecumenico come il nostro ma tra la FedeLUCA MARIA razione delle chiese protestanNEGRO ti di Francia, la Conferenza pastore battista e presidente episcopale francese e il ramo della Federazione francese di Sant’Egidio. Quedelle chiese sti sono segnali piccoli ma per evangeliche noi importanti. Restano purin Italia.

IMMIGRAZIONE Luca Maria Negro (intervista) Daniela Mazzarella

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Confronti | marzo Confronti 2017| febbraio 2017

gennaio del 2016 è arrivata a Fiumicino dal Libano una famiglia siriana con una bambina, Falak, che aveva urgente bisogno di cure mediche. Era il primo corridoio umanitario, finanziato dalla Tavola valdese - Unione delle chiese metodiste e valdesi con il suo Otto per mille e organizzato dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei) e dalla Comunità di Sant’Egidio. Dopo quel primo arrivo ne sono seguiti altri e altri ne seguiranno. Abbiamo intervistato Luca Maria Negro, pastore battista e presidente della Fcei.

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Confronti marzo 2017 (parziale)  
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