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MENSILE DI RELIGIONI · POLITICA · SOCIETÀ

6 EURO TARIFFA R.O.C.: POSTE ITALIANE SPA - SPED. IN ABB. POST. D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27/02/04 N.46) ART.1 COMMA 1, DCB

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Confronti | dicembre 2017

I corridoi umanitari raddoppiano

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ANNO XLIV NUMERO 12 Confronti, mensile di religioni, politica, società, è proprietà della cooperativa di lettori Com Nuovi Tempi, rappresentata dal Consiglio di Amministrazione: Nicoletta Cocretoli, Mariangela Franch, Ernesto Flavio Ghizzoni (presidente), Piera Rella, Ilaria Valenzi. DIRETTORE

Claudio Paravati CAPOREDATTORE

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Michele Lipori, Rocco Luigi Mangiavillano, Anna Maria Marlia, Daniela Mazzarella, Carmelo Russo, Luigi Sandri, Stefania Sarallo, Lia Tagliacozzo, Stefano Toppi. COLLABORANO A CONFRONTI

Stefano Allievi, Massimo Aprile, Giovanni Avena, Vittorio Bellavite, Daniele Benini, Roberto Bertoni, Dora Bognandi, Maria Bonafede, Giorgio Bouchard, Stefano Cavallotto, Giancarla Codrignani, Gaëlle Courtens, Biagio de Giovanni, Ottavio Di Grazia, Jayendranatha Franco Di Maria, Piero Di Nepi, Monica Di Pietro,

Piera Egidi, Mahmoud S. Elsheikh, Giulio Ercolessi, Maria Angela Falà, Pupa Garribba, Daniele Garrone, Francesco Gentiloni, Gian Mario Gillio (direttore responsabile), Svamini H. Giri, Giorgio Gomel, Bruna Iacopino, Teresa Isenburg Domenico Jervolino, Maria Cristina Laurenzi, Giacoma Limentani, Franca Long, Maria Immacolata Macioti, Anna Maffei, Cristina Mattiello, Lidia Menapace, Adnane Mokrani, Paolo Naso, Luca Maria Negro, Silvana Nitti, Enzo Nucci, Paolo Odello, Enzo Pace,

Nicola Pedrazzi, Gianluca Polverari, Paolo Ricca, Carlo Rubini, Andrea Sabbadini, Brunetto Salvarani, Iacopo Scaramuzzi, Daniele Solvi, Francesca Spedicato, Debora Spini, Valdo Spini, Patrizia Toss, Gianna Urizio, Roberto Vacca, Vincenzo Vita, Cristina Zanazzo, Luca Zevi. ABBONAMENTI,

REDAZIONE TECNICA E GRAFICA

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A QUESTO NUMERO

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(pagine 3, 8-9, 38 e 41)

Nicoletta Cocretoli

Janek Skarzynski (pagina 22).

Riccardo Tomassetti PROGRAMMI

Michele Lipori Stefania Sarallo

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RISERVATO AGLI ABBONATI

DIFFUSIONE,

AMMINISTRAZIONE

Pubblicazione registrata presso il Tribunale di Roma il 12/03/73, n. 15012 e il 7/01/75, n.15476. ROC n. 6551.

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È stato firmato al Viminale il nuovo accordo per la prosecuzione del progetto che permetterà ad altre mille persone in condizione di vulnerabilità di entrare nel nostro Paese in modo sicuro e legale. I corridoi umanitari sono frutto della collaborazione tra Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese evangeliche e Chiese valdesi e metodiste. Le foto che illustrano il numero sono realizzate da Andrea Sabbadini .

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I CORRIDOI UMANITARI “RADDOPPIANO”

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il sommario

il sommario GLI EDITORIALI

In Colt we trust. Perché gli americani amano le armi Paolo Naso 6

Hariri e gli autogol del burattinaio saudita

Mostafa El Ayoubi 7

I SERVIZI CURDI 10 La strumentalizzazione

geopolitica dei curdi Mostafa El Ayoubi

MEDIO ORIENTE

13 Pace possibile e guerre probabili David Gabrielli POLITICA

15 Il Moviimento 5 stelle visto da vicino Roberto Bertoni VENETO 17 E ora Pantalone non vuole più pagare Nicola Chiarini CATALOGNA

19 La grande fatica della post-verità Pedro Jesús Teruel POLONIA

21 Quando Varsavia si tinse di nero Pawel Gajewski ECUMENISMO

27 500 anni da Lutero, speranze e attese Luigi Sandri IMMIGRAZIONE 30 Lampedusa dimenticata Fausto Tortora STATI UNITI 32 L’antiamericanismo nell’era Trump Azzurra Meringolo Scarfoglio AFRICA 35 Anche il Ciad

accoglie migranti

LE NOTIZIE

LE RUBRICHE

LE IMMAGINI

Ambiente

Diario africano Zimbabwe: il triste finale di Mugabe

I Corridoi umanitari “raddoppiano”

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Diritti umani 39

Immigrazione 40

Rifugiati 40

Enzo Nucci 42

Andrea Sabbadini copertina 3

Opinione Ostia tra Suburra e speranze Massimiliano Di Giorgio 43

In genere Uguaglianza di genere “a passo di lumaca” Stefania Sarallo 44

Spigolature d’Europa A Göteborg un’Europa dal volto sociale Adriano Gizzi 45

Ricordi Laras e Pallavicini protagonisti del dialogo

Brunetto Salvarani 46

Francesco Bert

INDICE 2017 al centro del numero


invito alla lettura

Più corridoi umanitari Claudio Paravati

Q

uando il 3 ottobre del 2013 morirono in mare 368 persone in un’unica terribile notte, naufragati nel tentativo di raggiungere le coste di Lampedusa, qualcosa si ruppe nella nostra coscienza. Nacque un’idea che sembrava impossibile da realizzare e che ha il nome di “corridoi umanitari”. Fu immaginata, studiata ed elaborata per mesi, da cristiani protestanti (la Federazione delle chiese evangeliche in Italia e la Chiesa valdese - Unione delle chiese metodiste e valdesi) e cristiani cattolici (Comunità di Sant’Egidio). Sino al momento in cui fu veramente possibile: raggiunta l’intesa col Ministero dell’Interno e degli Esteri. Dai campi profughi del Libano sono giunte in Italia, da allora, mille persone. In totale sicurezza, su un volo aereo, sane e salve. Chiunque abbia voglia di incontrare quelle storie, e capire meglio perché una famiglia siriana si trova in Libano in attesa di protezione, cerchi il film “Portami via” di Marta Cosentino. Troverà una finestra aperta sulla storia di una famiglia, ne sentirà i sentimenti, e vivrà il viaggio. Da non perdere. Tutto ciò lo sapevamo già. Ma qualcos’altro c’è da aggiungere. Quell’idea che sembrava impossibile è stata replicata. Dalla Conferenza episcopale italiana; dalla Francia, e a fine novembre anche dal Belgio, con la bella novità che si tratta in questo caso di un’iniziativa addirittura interreligiosa. Un bell’esempio. Il grande filosofo Benedetto Croce disse una volta al pastore protestante Mariano Moreschini: «Sa pastore, sono le idee che fanno la storia». I piccoli numeri a cui si rivolgono i corridoi umanitari non saranno la soluzione alle migrazioni di popoli. Sono però un’idea che ha fatto storia, e continua a farla. La speranza, ora, all’indomani del rinnovo dei corridoi umanitari italiani con l’approvazione di ulteriori mille permessi per i prossimi due anni, è che l’idea faccia anche la storia politica italiana ed europea. Questo attendiamo tutti. La società civile ha dato un grande esempio. Ora tocca alla politica nazionale e internazionale essere all’altezza dei tempi. E dei tanti, sempre più, corridoi.


gli editoriali

In Colt we trust. Perché gli americani amano le armi

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el paese più armato al mondo, è ormai difficile tenere il conto delle stragi commesse da cittadini americani che utilizzando le loro armi di “difesa personale” sparano nel mucchio: in una scuola, molto spesso, ma anche nelle chiese. Scuole e chiese, simboli non causali di una società che viene respinta o dalla quale si è respinti; i luoghi moralmente più autorevoli di una comunità talora disseminata e disgregata in territori enormi; il podio esaltante per spettacolarizzare il disagio e la morte. Come è accaduto lo scorso 5 novembre a Southerland Springs, un piccolo paese del Texas che visse la sua epoca d’oro al tempo dei pionieri che colonizzavano le terre verso Ovest. Quella domenica mattina il signor Devin Patrick Kelley, col suo passato carico di fallimenti accumulati anche in una breve e ingloriosa carriera militare, gonfio di rabbia e rancore verso la suocera e il mondo ha scaricato centinaia di proiettili su una comunità di credenti battisti che lodavano il Signore, uccidendo 27 persone. A poche ore dalla strage, qualcuno ha affermato che se tra i fedeli in preghiera ce ne fosse stato qualcuno armato e pronto a reagire la comunità avrebbe pianto un numero inferiore di vittime. Un invito alla preghiera con la pistola in tasca. «Un prodotto della follia», si è affrettato a twittare dal Giappone il presidente Trump che, come si ricorderà, è impegnato in un’azione politica tesa a ridurre il modestissimo freno che Obama aveva posto alla commercializzazione delle armi. E lo fa con il vento in poppa di un’opiPAOLO NASO nione pubblica lardocente di gamente favorevole Scienza politica alla commercializall’Università Sapienza di Roma. zazione delle armi.

Basta entrare in un qualsiasi supermercato come Keymart o Walmart – dove a qualsiasi ora del giorno e della notte gli americani possono comprare ciò che serve per la loro dispensa, la loro casa o la loro auto – per imbattersi in un bancone di vendita dedicato alle armi: fucili, pistole, cartucce per ogni portafoglio, da poche decine a migliaia di dollari.

LA STRAGE DEL 5 NOVEMBRE A SOUTHERLAND SPRINGS È SOLO L’ULTIMA DI UNA LUNGA SERIE. E così, in un giorno qualsiasi e senza alcun accertamento, un qualsiasi Mr. Brown o un’anonima Mrs. Carter, dopo aver comprato il mangime per i loro cani e le merendine per i loro bambini, possono comprarsi la loro bella arma automatica. Nella settimana della strage di Southerland Springs, negli Usa sono stati venduti 30.000 fucili AR-15 (il tipo utilizzato da Devin P. Kelley) e si calcola che – solo di quest’arma – le case degli americani ne custodiscano altri cinque milioni di esemplari. È documentato che per ogni cento americani circolano 90 pistole. Forza del mercato, si dirà. Ed è giusto, perché il comparto delle armi è sicuramente uno dei settori commerciali più attivi. Ma non basta a spiegare la popolarità del fenomeno, che ha cause remote. Pistole come la Colt o la Smith & Wesson e fucili come il Winchester hanno fatto la storia degli Stati Uniti quanto la Union Pacific Railroad o la Coca Cola: sono armi che raccontano l’epoca gloriosa della conquista del West: di terre e pascoli che avrebbero garantito prosperità e

Paolo Naso

ricchezza a milioni di americani. Il dato storico, inoltre, è avvalorato da un dettame giuridico e costituzionale che va attribuito addirittura a Jefferson, l’architetto della Costituzione americana, il teorico del “muro di separazione” tra Stato e Confessioni religiose e del Bill of Rights nel suo complesso: «Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero – si legge nel secondo emendamento alla Costituzione – una milizia ben regolamentata, non potrà essere infranto il diritto dei cittadini di detenere e portare armi». Gli Usa del 1791, l’anno in cui furono approvati i primi emendamenti alla Costituzione, erano un paese ancora fragile e poco centralizzato, che si percepiva sotto la minaccia degli attacchi armati degli inglesi, degli spagnoli e dei nativi. Le milizie locali costituivano quindi un elemento importante di un sistema territoriale di difesa popolare che però, proporzionalmente alla crescita dello Stato e alla sua centralizzazione, perdeva progressivamente la sua caratterizzazione sociale e politica. Ma non c’è niente da fare? No, qualcosa si potrebbe fare e anche di più incisivo di ciò che è riuscito a fare Obama. Si può educare a un’idea diversa di difesa e si sicurezza; si può limitare la vendita delle armi a luoghi specializzati; si possono approvare norme più stringenti sul porto d’armi (e il suo ritiro). Ma prima di tutto occorre una “confessione di peccato”, un pronunciamento solenne in cui si affermi che le stragi dei killer seriali non sono il frutto della follia di individui destabilizzati ma il sintomo di una malattia sociale dell’America, che si può curare solo affermando un’idea della sicurezza individuale diversa da quella garantita dall’arma nella borsa della spesa o nella custodia della Bibbia con la quale si va in chiesa.


gli editoriali

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l “sequestro” del premier libanese Saad Hariri e la costrizione di quest’ultimo, da parte dell’autorità saudita, a dimettersi dal suo posto con un messaggio televisivo diffuso da Riyad il 5 novembre scorso è una faccenda diplomatica e politica che ha scosso il Libano e non solo, che vive da anni in una crisi politica, sociale e di sicurezza. La poltrona del capo dello Stato era rimasta vuota per due anni, prima che nell’ottobre del 2016 le forze politiche riuscissero a “convergere” sul cristiano Michel Aoun, appoggiato dal fronte sciita di Hezbollah e dall’Iran, ma che il fronte opposto dei sunniti del clan Hariri e soprattutto dell’Arabia Saudita non volevano. Ed è in questo quadro di forte antagonismo geopolitico tra sauditi e iraniani che si inserisce l’attuale crisi diplomatica tra Beirut e Riyad. Hariri – il cui partito “14 marzo” è un fedele alleato degli Al Saud – nel suo discorso di dimissioni ha attaccato direttamente l’Iran, accusandolo di violare la sovranità del Libano, attraverso il sostegno politico e militare a Hezbollah. Quest’ultimo è una delle principali forze politiche del Paese; fa parte del governo di unità nazionale guidato da Hariri. In sostanza, Hariri (che detiene anche un passaporto saudita per legame di sangue con la famiglia reale) è stato usato suo malgrado, forse, come strumento di destabilizzazione del Libano con la speranza di indebolire Hezbollah. Ma, a sorpresa, la risposta dei libanesi è stata unanime nell’accusare il governo saudita di interferire nei loro affari interni. La sperata discesa in piazza dei sunniti a sostegno del gesto di Hariri non c’è stata. Il presidente Aoun ha saputo gestire con lungimiranza questa crisi politica, ha rifiutato le dimissioni del suo premier e ha

chiesto il suo rientro a Beirut. E il leader politico e religioso di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha dichiarato pubblicamente che Hariri «è detenuto in Arabia Saudita e ne ha chiesto il ritorno in patria». L’intervento del presidente francese Macron per la liberazione di Hariri è stato probabilmente dettato dalle richieste venute dalle forze politiche libanesi, “14 marzo” in particolare. Questo partito, presieduto dallo stesso Hariri e vicino alla politica estera attuale del governo francese (anche per quanto riguarda la guerra in Siria), si è trovato in grande imbarazzo di fronte all’inattesa mossa saudita. Il 22 novembre Hariri è rientrato a Beirut. Ma ha congelato le sue dimissioni per ora. È tornato però molto indebolito politicamente e ciò intacca anche il suo movimento. Ne trarrà invece vantaggio il campo politico opposto, di cui Hezbollah fa parte insieme al Movimento patriottico libero, “8 marzo” che fa riferimento ad Aoun. Un’altra sconfitta per l’Arabia Saudita, che cerca da sempre di mettere ai margini gli sciiti libanesi di Hezbollah per fermare l’influenza politica dell’Iran sul Libano. Tra le altre sconfitte saudite (a favore dell’Iran) ricordiamo la guerra per procura imposta alla Siria sin dal 2011 e nella quale i sauditi hanno giocato un ruolo determinante, con l’obiettivo di far cadere con la forza militare – delle milizie islamiste – il governo siriano laico, alleato strategico di quello iraniano: una guerra di fatto in fase di conclusione a favore di Damasco e quindi di Teheran. Ricordiamo poi anche la guerra contro lo Yemen innescata nel 2015 dal principe ereditario saudita Mohammed Bin Salman; ad oggi ha causato migliaia di morti, ha affamato ulteriormente uno dei Paesi più poveri del mondo e ha provo-

Mostafa El Ayoubi

cato la diffusione del colera, con centinaia di bambini morti per mancanza di medicinali (perché i sauditi hanno imposto l’embargo).

IL PREMIER LIBANESE USATO DAI SAUDITI COME STRUMENTO DI DESTABILIZZAZIONE DEL LIBANO NELLA SPERANZA DI INDEBOLIRE HEZBOLLAH. L’obiettivo di questa guerra, alla quale partecipano alcuni Paesi arabi e musulmani, sotto l’influenza dei sauditi, è di cacciare da Sana’a il movimento degli sciiti Huthi, filo-iraniani, e conquistare al-Hodeida, porto nevralgico nel sud del mar Rosso. A dire di molti osservatori internazionali, anche questa operazione sembra destinata a fallire e a consolidare l’influenza di Teheran su Sana’a e confermare l’Iran come la principale forza politica regionale. Infine va ricordato il conflitto dell’Arabia Saudita con il Qatar, che ha spinto quest’ultimo a stringere dei rapporti diplomatici con l’Iran. Insomma il governo saudita non ne ha azzeccata una finora. Ma Bin Salman, sostenuto da Trump, non sembra intenzionato a rivedere la sua politica. E ad oggi l’unico suo “successo” è il colpo di Stato di palazzo con il quale ha messo fuori gioco tutti i suoi rivali interni, tipico di un regime autocratico. Altro che concesMOSTAFA sione alle donne EL AYOUBI saudite di guidare caporedattore Confronti. la macchina!

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Hariri e gli autogol del burattinaio saudita

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CURDI

La strumentalizzazione geopolitica dei curdi Mostafa El Ayoubi

Da un secolo, con la creazione dei nuovi stati sorti in seguito al crollo dell’impero ottomano, i curdi si trovano divisi in quattro Paesi diversi: Turchia, Siria, Iraq e Iran. Le manovre geopolitiche delle grandi potenze giocate in questi ultimi anni sulla loro pelle.

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a grave crisi politica e sociale che attraversa il Medio Oriente sin dal 2011, in seguito alla cosiddetta “primavera araba”, e il sorgere nel 2014 del famigerato Stato islamico (Daesh), che si è impadronito di vasti territori sia in Siria che in Iraq, costituiscono il quadro geopolitico nel quale si inserisce la questione curda nella sua dimensione attuale e che a sua volta sta ulteriormente aggravando questa crisi. Nella storia i curdi sono stati spesso merce di scambio o strumento di pressione negli equilibri geopolitici in questa regione del mondo. Ed è in seguito all’accordo di Sykes-Picot del 1916, tra Gran Bretagna e Francia, il quale stabilì i confini attuali dei Paesi mediorientali (in seguito al crollo dell’impero ottomano, di cui questa regione faceva parte) che i curdi si trovano oggi ripartiti soprattutto tra la Turchia, la Siria, l’Iraq e l’Iran. Cifre approssimative dicono che complessivamente sono 25 milioni. È la più grande etnia del mondo che non ha uno Stato. Il sogno coltivato dai curdi da molto tempo è sempre stato la creazione di un grande Kurdistan allargato. L’idea che si ha in generale dei curdi è quella di una realtà monolitica ed omogenea. Invece esistono delle differenze tra i vari gruppi curdi in vari ambiti, tra cui quello linguistico. È vero che vi sono delle affinità tra i vari dialetti, ma è altrettanto vero che vi sono profonde differenze linguistiche che possono essere paragonabili a quelle tra l’italiano e il tedesco. Altra differenza è dal punto di vista culturale. Lungo la storia i curdi sono stati contaminati (e hanno contaminato) altri gruppi appartenenti allo stato che li accumuna: con gli arabi in Siria e Iraq, con i turchi in MOSTAFA Turchia e con i persiani in EL AYOUBI Iran. Ed è più o meno quello caporedattore Confronti. che riguarda oggi, ad esem-

pio, gli ebrei di origine tedesca (ashkenaziti) e quelli provenienti dal nordafrica (sefarditi), che si distinguono per diversi riti come quello del matrimonio. Sono ancora più importanti le differenze ideologiche, che non sono di poco conto, come tra i curdi iracheni e quelli turchi: ad esempio tra i Pyd (il Partito democratico del Kurdistan) dell’ex presidente Masoud Barzani (dimessosi il primo novembre, anche se il suo mandato era scaduto nel 2015) in Iraq che si ispira all’ideologia capitalista e quello del Pkk di Abdullah Ocalan in Turchia, di ideologia marxista. Ad oggi l’unica realtà curda che gode di una larga autonomia è quella irachena, ovvero il Kurdistan iracheno federato allo Stato e la cui capitale è Erbil: una federazione con Baghdad spesso conflittuale negli ultimi anni, fino ad arrivare al referendum per l’indipendenza convocato da Barzani il 25 settembre scorso e vinto con una larghissima maggioranza. Anche se da anni il governo di Erbil ha sempre dichiarato di voler creare uno Stato indipendente senza andare oltre le intenzioni, la tempistica di quella consultazione popolare seguiva una logica. Il governo del Kurdistan iniziò a fare sul serio quando la crisi in Medio Oriente giunse al suo apice, con l’apparizione dello Stato islamico in Siria e in Iraq nel 2014. Prima di allora Barzani sosteneva al Assad contro i jihadisti di al Qaeda, fornendo armi e petrolio al suo esercito. Ma a partire da quell’anno Erbil entrò a far parte della coalizione anti-Damasco di cui faceva parte la Turchia, Paese oppressore dei curdi turchi (ma con i quali Barzani aveva stabilito ottimi rapporti). Allora in molti, compreso Barzani, davano per scontato che l’Iraq fosse ormai in fase di spartizione: si pensava che Daesh sarebbe riuscito a creare un suo “Sunnistan” e che di conseguenza


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CURDI

anche gli sciiti del sud il loro “Sciitistan”. A quel punto la strada per l’indipendenza per i curdi iracheni sarebbe stata più facile. Nel frattempo, approfittando del caos creato da Daesh in Iraq (il Kurdistan iracheno fu risparmiato dalla guerra grazie anche all’intervento decisivo dell’Iran che ha impedito militarmente ai jihadisti di entrare a Erbil), i curdi si sono accaparrati la provincia di Kirkuk, ricca di petrolio, e hanno iniziato a sfruttarla. Secondo il Jerusalem post dell’agosto 2015, il 77% del petrolio importato da Israele in quel periodo proveniva da Kirkut, facendo capolinea nel porto israeliano di Ascalon.

Tuttavia, l’imprevista discesa in campo dei russi in Siria nell’ottobre 2015 ha cambiato completamente le carte in tavola. Dopo due anni di sostegno militare ai siriani, lo Stato islamico è stato sconfitto e il pericolo della divisione della Siria per isolare ulteriormente l’Iran è stato scongiurato. Mosul e Raqqa, che dovevano essere i fondamenti dello Stato islamico, sono state liberate qualche mese fa. La prima dagli iracheni con il sostegno dell’aviazione americana, la seconda dai curdi siriani con il sostegno dei Marines Usa. Giunto alla conclusione che ormai un “Sunnistan” in Iraq non ci sarebbe stato, ma notando gli americani sbarcati in Siria (senza l’autorizzazione di Damasco) per sostenere i curdi siriani, eventualmente anche per raggiungere un’autonomia rispetto allo stato siriano, Barzani ha pensato di provare con il referendum, dando per scontato che anche Washington alla fine l’avrebbe comunque appoggiato. Ma aveva fatto i conti senza l’oste. Gli americani, da pragmatici quali sono, hanno invece ritenuto inopportuna la mossa di Erbil (come hanno ritenuto anche la Francia e la Gran Bretagna), perché sapevano bene che tale mossa avrebbe potuto avvicinare Ankara a Teheran per fare fronte comune contro Erbil e impedire che una situazione simile potesse prodursi anche in Turchia e in Iran. I Paesi che invece speravano nell’indipendenza dei curdi iracheni sono stati l’Arabia Saudita e Israele, entrambi accumunati da una forte avversione nei confronti dell’Iran, molto temuto per la sua crescente egemonia geopolitica in Medio Oriente. Per questo motivo, Riyad e Tel Aviv si sono molto avvicinate negli ultimi anni. Le loro relazioni diplomatiche sono ancora ufficiose. In una recente dichiarazione il ministro dell’Energia del governo Netanyahu ha fatto capire che Israele non ha nessun problema a ufficializzarle e che tutto dipende dai sauditi (ma Riyad nega l’esistenza di tali rapporti!).

Sul fronte siriano la situazione è ancora complessa e fluida. Daesh è ormai sconfitto ed ora è in ballo la questione curda. I curdi siriani sono più di 1,2 milioni, e lo stato siriano non li ha mai riconosciuti pienamente come cittadini, per due principali motivi: il primo è che i curdi erano considerati storicamente come alleati di Israele; il secondo è legato al rapporto tra Ankara e Damasco che fino al 2011, data dell’inizio dell’insurrezione armata in Siria, era solido. Il governo siriano non poteva scontentare Ankara che nutriva (e nutre tutt’oggi) un forte odio nei confronti dei curdi.C’è da ricordare però che al Assad padre aveva buoni rapporti con Ocalan. Durante i primi anni di guerra per procura contro i siriani affidata ai jihadisti, finanziati e armati da sauditi e qatarini, e anche dagli ex amici turchi, la questione curda non era all’ordine del giorno. Si pensava che al Qaeda e i suoi derivati avrebbero nel giro di poco tempo fatto fuori il

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L’IMPEGNO MILITARE DEI RUSSI IN SIRIA HA CAMBIATO LA SITUAZIONE

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CURDI

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governo al Assad (filo-iraniano) e consentito la creazione di un governo sunnita radicale, vicino all’Arabia Saudita e alla coalizione anti-Iran guidata dagli Stati Uniti. L’irruzione in scena – non calcolata dagli Usa – dei russi a fianco dell’esercito siriano ha mandato all’aria il piano. Grazie all’intervento militare russo (e a quello iraniano), il governo di Damasco è rimasto in piedi. Ma non solo: Daesh e altri gruppi jihadisti sono stati praticamente sconfitti. Ed ecco allora che è emersa la carta curda. Non essendo riuscita a conquistare la Siria, Washington, con la scusa di combattere Daesh, ha armato e addestrato le milizie curde e, insieme ad esse, ha liberato Raqqa (città non a maggioranza curda). E oggi le truppe americane sono presenti in questa città. Stando al diritto internazionale, sono degli occupanti, per-

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Ripartizione dei curdi Popolazione complessiva Curdi in Turchia Curdi in Iran Curdi in Iraq Curdi in Siria La diaspora Germania Francia

25-30 milioni 13-15milioni 6-8miilioni 4-5milioni 1,5-2milioni

500mila 100mila

ché non sono stati autorizzati dal governo siriano ad entrare nel proprio territorio. Non essendo riusciti ad entrare in Siria da vincitori, ora sembra che abbiano l’intenzione di usare i curdi per almeno ridimensionare la sovranità dello Stato siriano. Il problema però è che è quasi impossibile creare uno “staterello” curdo nell’est del Paese. Resta solo da percorrere la via di una federazione dei curdi con Damasco. Ma bisogna capire quali saranno i contenuti di questa autonomia funzionale agli americani, se ci sarà, perché di fatto a vincere la guerra in Siria sono stati i russi e i loro alleati (Iran, hezbollah e le forze di mobilitazione popolare irachene). E in questa situazione, per coloro che hanno perso, i margini di manovra e di negoziato nel definire questi contenuti sono minimi.

Lingue/dialetti parlate dai curdi Zazaki: in Turchia e Siria Kurmandiji: in Turchia e nord del Kurdistan iracheno Sorani: in Iran e nel sud del Kurdistan iracheno

Dati elaborati da varie fonti tra cui l’Institut Kurde de Paris - 2017 (le statistiche sui curdi presentano grandi variazioni, a seconda delle fonti). .


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MEDIO ORIENTE

Pace possibile e guerre probabili David Gabrielli

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l puzzle mediorientale si sta ingarbugliando: lo scontro tra Arabia Saudita ed Iran – ideologico ma, nello Yemen, militare – ha raggiunto il livello di guardia; la Siria del dopo-guerra si muove tra speranze di pace e nuove turbolenze; le critiche di Arabia Saudita e Israele contro l’Iran convergono; in campo palestinese è stato raggiunto un primo accordo tra al-Fatah ed Hamas che, però, legato ad un filo sottilissimo, potrebbe spezzarsi ogni momento. Yemen-Arabia Saudita-Iran. Nello Yemen, temendo che le promesse elezioni fossero rinviate sine die, nel febbraio 2015 il gruppo degli Huthi, sciita e armato dall’Iran, aveva conquistato la capitale Sana’a, che mantiene; il presidente Abd Rabbuh Mansur Hadi, sunnita, fuggiva ad Aden, da là cercando di far valere il suo potere, riconosciuto il solo legittimo dall’Onu e dall’Occidente. In tale contesto, l’Arabia Saudita avviava una coalizione, a sua guida, di altri otto paesi sunniti – Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrein e Qatar – e iniziava a bombardare i territori controllati dai “ribelli”, provocando moltissime vittime civili. I gruppi sciiti rispondevano facendo anch’essi analoghi danni nei territori controllati da Hadi. Da parte loro i sauditi non hanno permesso di creare corridoi umanitari per salvare i civili nelle zone in mano Hutha: qui la popolazione, stremata e ridotta alla fame, adesso è stata colpita dal colera, che ha contagiato mezzo milione di persone e provocato oltre duemila morti. Sullo sfondo incombe l’aspro contrasto tra Arabia Saudita e Iran per la supremazia nell’area e, anche, nel variegato mondo islamico: i due paesi, intanto, si sfidano facendo pagare il conto agli yemeniti. Siria. Benché rimanga ancora qualche sacca di resistenza dell’Isis/Daesh nel cosiddetto “Stato islamico”, esso, là, è ferito a morte: ora perciò urge pensare al futuro del paese dissestato dalla “guerra civile”, combattuta dal marzo 2011 fino ad oggi da potenze esterne per interposte milizie. Ridotto all’osso, il problema è

se la Siria debba rimanere indivisa, oppure spezzata in tre parti: alawita (gruppo religioso musulmano, minoritario nel paese e vicino agli sciiti, e perciò protetto dall’Iran), sunnita e curda. E, se indivisa, con la totale uscita di scena dell’attuale presidente, l’alawita Bashar Assad, oppure con una sua permanenza solamente fino alle nuove elezioni, per poi, in base ai risultati, decidere sulla sua sorte? A metà novembre, durante la sua sosta ad Hanoi, il presidente statunitense Donald Trump e il suo omologo russo Vladimir Putin si sono – brevemente – incontrati, proprio per parlare della Siria; poi si sono telefonati il 21 novembre, dicendosi d’accordo, a quanto sembra, per mantenere il paese integro. L’indomani, Putin a Sochi ha incontrato i presidenti di Turchia ed Iran (tema: il futuro della Siria). E Assad? Fino a qualche anno fa Barack Obama, in sintonia con gruppi anti-Bashar, esigeva, per porre fine al conflitto, l’uscita di scena del rais, accusato di aver adoperato l’esercito per massacrare la popolazione civile a lui ostile. Ma Trump pare (pare!) flessibile su tale premessa. Perché? Per non irritare la Russia che, lanciando la sua aviazione contro l’Isis, ha dato un contributo decisivo per sbriciolare il “califfato”, anche se ciò – “effetto collaterale” indesiderato a Washington – ha permesso al barcollante regime siriano di risollevarsi per presentarsi “vittorioso” al futuro tavolo della pace. Non è chiaro, ora, alle imminenti trattative per il dopo-guerra a Damasco, a quali condizioni il Cremlino voglia sostenere Assad. Un dato però è certo: lo “zar” esigerà che il nuovo assetto siriano, quale che sia, garantisca il pieno controllo dei russi, in Siria, sulla loro base navale a Tartus. Poi ci saranno le pretese di Teheran: vorrebbe che rimanesse aperto il “corridoio sciita” che dall’Iran, attraversando l’Iraq e poi la Siria, raggiunge, nel sud del Libano, gli Hezbollah (che, per conto degli Ayatollah, cercano di dare filo da torcere a Israele). E Israele – tramite Trump – farà di tutto per evitare che il dopo-guerra veda a Damasco un forte

Confronti | dicembre 2017

Scontro “per interposto Yemen” tra Iran e Arabia Saudita, che si sarebbe alleata con Israele (ma Riyad nega); crisi politica in Libano; Turchia contro i curdi; piano di Trump per risolvere il conflitto a Gerusalemme e dintorni, punendo i palestinesi. Reggerà la riconciliazione Al-Fatah/Hamas? La Siria e il rebus del suo futuro.

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Confronti dicembre 2017 (parziale)  
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