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6,00 EURO - TARIFFA R.O.C.: POSTE ITALIANE SPA - SPED. IN ABB. POST. D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27/02/04 N.46) ART.1 COMMA 1, DCB

Nuove leve del dialogo

NOVEMBRE 2013

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CONFRONTI 11/NOVEMBRE 2013 WWW.CONFRONTI.NET Anno XL, numero 11 Confronti, mensile di fede, politica, vita quotidiana, è proprietà della cooperativa di lettori Com Nuovi Tempi, rappresentata dal Consiglio di Amministrazione: Ernesto Flavio Ghizzoni (presidente), Stefano Toppi (vicepresidente), Gian Mario Gillio, Piera Rella, Stefania Sarallo.

Le immagini Nuove leve del dialogo · Andrea Sabbadini, copertina L’ultima roccaforte · Umberto Gillio, 3

Gli editoriali La scuola si riprenda la parola che è sua · Giuliano Ligabue, 4 «Via le chiese dalla penisola arabica» · David Gabrielli, 5 Il fallimento della Yalta «all’amatriciana» · Flavia Perina, 6

Direttore Gian Mario Gillio Caporedattore Mostafa El Ayoubi In redazione Luca Baratto, Antonio Delrio, Franca Di Lecce, Filippo Gentiloni, Adriano Gizzi, Giuliano Ligabue, Michele Lipori, Rocco Luigi Mangiavillano, Anna Maria Marlia, Cristina Mattiello, Daniela Mazzarella, Luigi Sandri, Stefania Sarallo, Lia Tagliacozzo, Stefano Toppi. Collaborano a Confronti Stefano Allievi, Massimo Aprile, Giovanni Avena, Vittorio Bellavite, Daniele Benini, Dora Bognandi, Maria Bonafede, Giorgio Bouchard, Stefano Cavallotto, Giancarla Codrignani, Gaëlle Courtens, Biagio De Giovanni, Ottavio Di Grazia, Jayendranatha Franco Di Maria, Piero Di Nepi, Piera Egidi, Mahmoud Salem Elsheikh, Giulio Ercolessi, Maria Angela Falà, Renato Fileno, Giovanni Franzoni, Pupa Garribba, Francesco Gentiloni, Maria Rosaria Giordano, Svamini Hamsananda Giri, Giorgio Gomel, Laura Grassi, Bruna Iacopino, Domenico Jervolino, Maria Cristina Laurenzi, Giacoma Limentani, Franca Long, Maria Immacolata Macioti, Anna Maffei, Fiammetta Mariani, Dafne Marzoli, Domenico Maselli, Lidia Menapace, Mario Miegge, Adnane Mokrani, Paolo Naso, Luca Maria Negro, Silvana Nitti, Paolo Odello, Enzo Pace, Gianluca Polverari, Pier Giorgio Rauzi (direttore responsabile), Josè Ramos Regidor, Paolo Ricca, Carlo Rubini, Andrea Sabbadini, Brunetto Salvarani, Iacopo Scaramuzzi, Daniele Solvi, Francesca Spedicato, Valdo Spini, Valentina Spositi, Patrizia Toss, Gianna Urizio, Roberto Vacca, Cristina Zanazzo, Luca Zevi. Abbonamenti, diffusione e pubblicità Nicoletta Cocretoli Amministrazione Gioia Guarna Programmi programmi@confronti.net Redazione tecnica e grafica Daniela Mazzarella Publicazione registrata presso il Tribunale di Roma il 12/03/73, n. 15012 e il 7/01/75, n.15476. ROC n. 6551. Hanno collaborato a questo numero: G. Battaglia, R. Catalano, M. Di Pietro, M. Felici, A. Finazzi Agrò, M. Madonia, G. Manghetti, G. Marcon, L. Napoleoni, G. Natta, G. Orlandi, E. Paschetto, F. Perina, C. Russo, V. Russo, E. Tesoriere, L. Tomassone.

I servizi Economia Giornata del dialogo

Libano India Dirittti Chiesa cattolica Società Dibattito Incontri/Paschetto

Il governo galleggia, il paese affonda · Giulio Marcon, 7 Euro e austerità: ecco la ricetta (sbagliata) · (int. a) L. Napoleoni, 9 Libertà religiosa e incontro con l’altro · Letizia Tomassone, 11 Scegliere il dialogo, costruire la convivenza · Gino Battaglia, 13 Le seconde generazioni aiutano l’integrazione · Marco Madonia, 14 Il saluto del presidente del Senato · Pietro Grasso, 15 Tensioni e paure nel paese dei cedri · Roberto Catalano, 16 Il tempio d’oro a Varanasi · Vittorio Russo, 19 Kumari Devi, la dea vivente di Patan · (int. a) Nagendra Bose, 21 Amnesty accusa l’Europa: debole contro l’omofobia · Michele Lipori, 22 Comunità di San Paolo, i suoi primi quarant’anni · David Gabrielli, 24 Quella «vera finzione» dove la realtà ci parla · Michele Lipori, 26 Lo sguardo che ci aiuta a capire come siamo · (int. a) Claudia Russo, 27 Cosa sanno i sacerdoti del popolo di Dio? · Gianni Manghetti, 29 Alla Cena del Signore sono tutti invitati · Piera Egidi Bouchard, 31

Le notizie Diritti Armi Laicità Società Turchia Razzismo Malaysia Chiesa italiana Memoria Ricordo

168 milioni nel mondo i bambini costretti a lavorare, 33 L’Italia ratifica il Trattato che ne regola il commercio, 33 La campagna di mobilitazione contro i caccia F35, 33 Uaar: atei discriminati nel diritto a manifestare, 34 Il «Rapporto italiani nel mondo» della Fondazione Migrantes, 34 Amnesty denuncia abusi sui manifestanti di Gezi Park, 34 In Svezia schedati senza motivo migliaia di rom, 35 Dio si dice «Allah», ma non per i cristiani, 35 La preparazione del V Convegno ecclesiale italiano, 35 Una mostra sulla razzia degli ebrei di Roma del 16 ottobre 1943, 36 La scomparsa del pastore Sergio Aquilante, 36

Le rubriche In genere Note dal margine Osservatorio sulle fedi Spigolature d’Europa Opinione Cinema Libro Libro Segnalazioni

Quando Dio era una donna · Gabriella Natta, 37 Italia: terra di transito per i migranti · Giovanni Franzoni, 38 Il cristianesimo metafisico della Scienza cristiana · Antonio Delrio, 39 Avanti al centro, contro gli opposti estremismi · Adriano Gizzi, 40 Ma questo papa è cattolico? · Antonio Finazzi Agrò, 41 Il percorso di un «giannizzero» · Marcella Felici, 42 Una storia dei Concili tra Vangelo e potere · Antonio Delrio, 43 La fragilità di Dio · Gian Mario Gillio, 44 45

RISERVATO AGLI ABBONATI: chi fosse interessato a ricevere, oltre alla copia cartacea della rivista,

anche una mail con Confronti in formato pdf può scriverci a redazioneconfronti@yahoo.it

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LE IMMAGINI

L’ULTIMA ROCCAFORTE

Il Libano, l’unica realtà araba dove i semi della democrazia moderna hanno prodotto qualche frutto, rischia oggi il tracollo a causa della devastante crisi in cui versa il Medio Oriente da circa tre anni. Crisi che ha già devastato la vicina Siria.

Le foto che illustrano questo numero si riferiscono al servizio di pagina 16 e sono di Umberto Gillio (www.umbertogillio.com)

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GLI EDITORIALI

La scuola si riprenda la parola che è sua Giuliano Ligabue

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i primi di settembre, il Ministro dell’Educazione nazionale francese ha inaugurato l’anno scolastico presentando, in un liceo, la «Carta della laicità»: quindici articoli con proposte per formare i giovani alla pratica dell’appartenenza civile; una specie di «trionfo della simbologia repubblicana», come si è scritto – non senza ammirazione e invidia – qui da noi. Negli stessi giorni, il nostro ministro dell’Istruzione apriva l’anno scolastico a Casal di Principe (Caserta), dove si sa che «non si va solo per giocare» e dove è noto che la camorra agisce senza proporre e senza chiedere permesso; per questo la ministra Carrozza presentava contemporaneamente un decreto legislativo, il n.104, che dichiarava: «La scuola riparte». Non un proclama, quindi, ma una ripartenza, per la legalità. Da dove? Dal deserto in cui per anni, almeno sette, la Gelmini e i predecessori l’hanno isolata: sono gli 8 miliardi di tagli indiscriminati ai fondi; è la riduzione di 130mila posti di lavoro; è il tetto alle iscrizioni (30%) per gli studenti non italiani... Ora, dunque, ci si vuole mettere in cammino per uscire dal deserto: con 400 milioni di euro di investimento, di cui 150 per la sicurezza degli edifici, 15 contro la dispersione scolastica, 10 per la formazione dei docenti; con 110mila nuove assunzioni in tre anni e una quota rilevante (27mila) di insegnanti di sostegno al disagio scolastico. E ancora: una nuova forma di reclutamento dei dirigenti, un piccolo welfare per gli studenti (libri, borse di studio, mense, trasporti), un piano nazionale per la ricerca universitaria, il ripristino di discipline ritenute, prima, «inutili». Via anche le astruserie dei bonus maturità e nessun taglio ai fondi per coprire l’Imu, come preteso altrove delle larghe intese. In più l’impegno a programmare esperienze di lavoro mentre si studia, perché lo studio risulti realmente per il lavoro. Questo non è certamente tutto e forse neppure molto. Per rimuoversi dal deserto e uscirne, resta tanta strada: due milioni di ragazzi che non sanno cosa sia la scuola e le decine di migliaia che, ogni anno, la scuola ri-

«La scuola riparte»: questa l’ambizione espressa recentemente dalla ministra dell’Istruzione Carrozza. L’intenzione è di uscire dalla logica dei tagli indiscriminati e della riduzione dei posti di lavoro, per ripartire con nuovi investimenti per la sicurezza degli edifici, contro la dispersione scolastica e per la formazione dei docenti, assumendo anche nuovi insegnanti di sostegno.

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sputa; i troppi analfabeti, tra i 16 e i 65 anni; l’istruzione dimezzata nelle regioni del sud; la lacunosa formazione e selezione dei docenti; l’autonomia locale soffocata dal centralismo di viale Trastevere; il lavoro a rischio, tra le mura di oltre 20mila edifici scolastici non a norma. Ma anche questo cammino non troverà un senso – cioè una direzione – se non si ha chiaro in testa a quale terra si vuole approdare: che è come dire quale idea di paese, quale società si vuole contribuire a costruire: se di uguali o meno, se di diversi o meno, se solidale, se laica, se legalitaria. E anche questa chiarezza su dove si vuole andare non smuoverà nulla, da sola: occorre avere conoscenza del proprio ruolo e consapevolezza della propria identità, che nella scuola stanno in una parola: servizio. «Servizio» è la parola che sta dentro l’involucro-scuola, e ne è sostanza e svelamento. Perché la scuola non è altro. Non un’azienda che risponda a criteri manageriali e si adegui alle esigenze di mercato e finanza – si chiamino «tre i» o razionalizzazione o sponsorizzazioni private – ma un servizio pubblico senza ritorni. Non un recinto che apra i cancelli a seconda delle convenienze, ma uno spazio servito sempre da una porta aperta per chi la vuole varcare. Non un’oasi per chi è sano e mette fuori i malati, ma una casa dove c’è servizio privilegiato per chi non sta bene. Non un’arena dove si impara a «vincere» e a fare soccombere il vicino, ma un servizio di palestra dove tutti sono primi perché ognuno è unico. Non un’isola imperturbabile agli umori del mare che la circonda, ma un pezzo vivo di territorio che serve ai bisogni dell’ambiente circostante. E, sopra ogni cosa, mai un luogo di potere o in funzione del potere – le classi dirigenti – perché l’unico suo potere è di «servizio alle persone che le sono affidate» (Mariapia Veladiano). Se questo è, la scuola è chiamata ad offrire una sempre maggiore qualità del suo servizio: verso gli studenti, con curricoli rinnovati e una didattica aggiornata; ai docenti, in una formazione fattibile e continua; ai dirigenti, garanti della costruzione di cultura e di sapere; alle famiglie, con un’offerta attenta ai bisogni reali. Degli strumenti, che non hanno le «lim» o le «app» o i «tablet» al primo posto; e delle strutture, finalmente gradevoli e ospitali. La scuola si riappropri della sua parola. Ci vorrà fatica e tempo ma, alla fine, il deserto resterà alle spalle e ci sarà una terra propria, non più soltanto e sempre promessa.


GLI EDITORIALI

«Via le chiese dalla penisola arabica» David Gabrielli

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entre a Roma si allestiva un’esposizione per esaltare l’Arabia Saudita, veniva diffusa una notizia che documenta in modo irrefutabile la tenace volontà delle autorità di quel paese di continuare ad impedire la libertà religiosa – dei cristiani, nel caso. Dal primo al 5 ottobre a piazza del Popolo è stata innalzata una grande e modernissima tenda, dove depliant, foto, pannelli e oggetti celebravano le bellezze e le ricchezze dell’Arabia Saudita, esibite ai visitatori in occasione degli ottant’anni di relazioni tra quel paese e l’Italia. Ed effettivamente la documentazione addotta dimostrava la magnificenza di montagne, deserti, spiagge, e poi antiche città accanto a modernissime costruzioni che rendono affascinante il maggior paese della penisola arabica, di solito conosciuto nel mondo solamente per l’abbondanza del suo petrolio, che dà forza alla dinastia al potere. Un libretto distribuito all’esposizione illustrava anche la religione: «L’islam, praticato dalla maggior parte dei popoli arabi e asiatici, è l’unica religione ufficiale del paese. Nel regno dell’Arabia Saudita la religione islamica investe tutti gli aspetti della vita: dal sistema giudiziario, all’impostazione delle relazioni famigliari, ai dettagli della vita quotidiana...». Parole, diciamo così, «neutre», che si chiariscono se ascoltiamo quanto affermato da un’importantissima autorità religiosa dell’Arabia Saudita. La Radio vaticana il 28 settembre riferiva, infatti, (ma la notizia non ha avuto risalto in Italia): «Lo sceicco Abdul Aziz bin Abdullah, Gran mufti dell’Arabia Saudita – paese alleato con l’Occidente sulla scena politica mondiale – ha dichiarato che “è necessario distruggere tutte le chiese della regione”. Come riferito dall’agenzia Fides, parlando a una delegazione del Kuwait giunta in Arabia, Abdul Aziz bin Abdullah ha sottolineato che l’eliminazione delle chiese sarebbe in sintonia con la secolare regola che prevede l’islam come unica religione praticabile nella penisola arabica. Dopo il re, il Gran mufti dell’Arabia Saudita è il più alto responsabile reli-

Il Gran mufti dell’Arabia Saudita – dimostrando ancora una volta come sia intesa la libertà religiosa in quel paese – ha auspicato l’eliminazione di tutte le chiese nella penisola arabica. D’altronde, i leader occidentali non sono soliti alzare la voce contro la violazione dei diritti umani a Riyadh; né hanno osato prendere le distanze dal Gran mufti i leader musulmani occidentali.

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gioso nel regno musulmano a maggioranza sunnita. È anche il capo del “Consiglio supremo degli ulema” (studiosi islamici) e del Comitato permanente per l’emissione di fatwa (decreti religiosi). La dichiarazione del muftì giunge dopo che un parlamentare kuwaitiano, Osama al-Munawer, ha annunciato il mese scorso su Twitter di voler presentare un progetto di legge per vietare la costruzione di nuove chiese e luoghi di culto non islamici in Kuwait. Di recente, in occasione della consacrazione di una chiesa cattolica negli Emirati Arabi, i cristiani locali avevano auspicato “l’avvio di negoziati per costruire una chiesa in Arabia Saudita”, dato che nel regno Saudita vivono, secondo le stime, fra tre e quattro milioni di cristiani, tutti lavoratori immigrati che desiderano avere una chiesa. A giugno del 2013 il cardinale Fernando Filoni, prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, ha consacrato la nuova chiesa di Sant’Antonio negli Emirati Arabi Uniti, nei pressi di Dubai, e una nuova chiesa dedicata a san Paolo è in costruzione ad Abu Dhabi. All’inizio del 2013 il re del Bahrein ha donato alla comunità cristiana un terreno per la costruzione di una nuova chiesa, la cattedrale Nostra Signora di Arabia». In Arabia Saudita non vi sono praticamente cristiani autoctoni; sono invece in gran parte cristiani i lavoratori impegnati nel paese, provenienti soprattutto dall’India e dal Sud-est asiatico. Orbene, tutti costoro non possono avere – a differenza di quanto avviene in alcuni emirati – nemmeno un luogo di culto pubblico; e se uno straniero atterra a Riyadh avendo nella valigia una Bibbia rischia l’arresto. Eppure... si è mai sentito un presidente statunitense (o un premier italiano) protestare con forza contro una tale brutalità che, se compiuta nel Medio Oriente da paesi «nemici», sarebbe stata presa a pretesto di un attacco bellico? L’accesso al petrolio val bene la chiusura alla Bibbia! D’altronde, è forse giustificabile il silenzio dei leader musulmani occidentali sui desiderata del Gran mufti bin Abdullah? Anche questa omertà è intollerabile. Consola – altro scenario – che in Pakistan il 13 ottobre trecento musulmani ad Islamabad abbiano composto una catena umana per proteggere simbolicamente una chiesa: una risposta all’attacco di fondamentalisti che il 22 settembre a Peshawar aveva provocato in una chiesa un centinaio di vittime.


GLI EDITORIALI

Il fallimento della Yalta «all’amatriciana» Flavia Perina

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el volgere di pochi mesi pare tramontato il progetto di una «Yalta italiana», un trattato di pace duraturo che dividesse la politica in zone di influenza dopo una guerra lunghissima e combattuta senza esclusione di colpi. Le cosiddette larghe intese, in fondo, altro non erano che questo: un patto di non belligeranza e cogestione del potere molto diverso, per la sua natura intrinseca, dagli accordi che in altri paesi europei (Germania in primis) hanno consentito di affrontare la crisi. Altrove, le «Grosse koalition» sono state risposte pragmatiche alla richiesta di riforme profonde che nessuna forza politica, per quanto dotata di maggioranza parlamentare, avrebbe potuto sostenere da sola senza pagare pegno: pensiamo al primo accordo tra la Merkel e Shroeder, che rivoluzionò il welfare tedesco e il sistema di accesso al lavoro, o all’intesa tra Cameron e i lib-dem di Clegg, che (pur senza troppa fortuna) si era posta obiettivi alti: ridisegnare la «big society» britannica incentivando la concorrenza fra pubblico e privato. Da noi, in Italia, il governo Letta-Alfano non è nato in nome di un programma, né di una definita ambizione riformista, ma del valore, considerato strategico in sé, della «pacificazione». Una parola spesa a piene mani nei primi mesi di vita dell’esecutivo non solo dai protagonisti dell’accordo ma soprattutto dal suo massimo garante, il presidente Napolitano. Una Yalta senza Norimberga, questo era il progetto. Di sicuro troppo pretenzioso per un paese che è più simile al Libano che alla vecchia Europa dei blocchi, e dove la lenta dissolvenza delle storiche classi dirigenti dei due principali partiti – Berlusconi, ormai al tramonto, da una parte; i vecchi leader del Pd dall’altra – scompiglia gli assetti delle super-potenze firmatarie del contratto. «Godetevi la guerra, perché la pace sarà terribile», si diceva una volta. E in effetti la strana pace delle larghe intese è stata soprattutto un quotidiano conflitto a bassa intensità, punteggiato da incursioni armate e atti di sabotaggio, in una situazione

«Il governo Letta-Alfano era nato in nome della “pacificazione”, ma la strana pace delle larghe intese è stata soprattutto un quotidiano conflitto a bassa intensità, punteggiato da incursioni armate e atti di sabotaggio, in una situazione di sostanziale stallo delle decisioni che contano: quelle economiche, quelle legate alle possibilità di ripresa del paese e al rasserenamento di un clima sociale ormai sull’orlo della depressione di massa».

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di sostanziale stallo delle decisioni che contano: quelle economiche, quelle legate alle possibilità di ripresa del paese e al rasserenamento di un clima sociale ormai sull’orlo della depressione di massa. Il vero fallimento della nostra Yalta all’amatriciana è proprio qui, negli stati d’animo che ha diffuso nell’immaginario collettivo. Pochi mesi fa ha circolato nei cinema italiani un docu-film di Ken Loach, intitolato Lo spirito del ‘45, un bel racconto dei sentimenti di rinascita e riscossa che attraversarono il ceto medio e la working class britannica nel primissimo dopoguerra. Qualcosa di molto simile lo abbiamo vissuto in Italia, nella tempesta di nuove energie che collegò la fine del conflitto civile con gli anni del boom. Perché la fine della guerra dovrebbe portare con sé esattamente questo: voglia di farcela, speranza, maniche rimboccate e persino allegria nel reinventarsi una vita da capo. Nulla di tutto questo si è visto in Italia, neppure per dieci minuti. La rassegnazione e la voglia di fuga sono anzi diventati gli stati d’animo dominanti. Hanno sostituito la vecchia rabbia contro la Casta: un mood forse irrazionale, forse distruttivo, ma comunque «vivo» e preferibile al muto fatalismo dei tempi nuovi. Servirebbe uno «Spirito del 2014», all’Italia, ma non arriva. Restiamo qui, appesi al destino giudiziario di Berlusconi, alle nevrosi congressuali del Pd, all’ennesimo e immaginifico progetto di ricostruzione centrista, al pressing dell’Europa, alle manovre economiche scritte per non scontentare nessuno, alle mediazioni al ribasso su tutte le partite che contano. Insomma, alla palude della guerra di trincea in cui siamo immersi da un ventennio e di cui non si capiscono più bene nemmeno gli attori e gli schieramenti. Ormai costretti a sfatare anche l’ultimo mito del nostro paese: quello che lo voleva capace di dare il meglio di sé nelle situazioni di crisi. Non è più vero, purtroppo.


ECONOMIA

Il governo galleggia, il paese affonda

Giulio Marcon

La manovra economica di Letta non aiuta l’economia, sempre più in crisi, e non va incontro alle esigenze della parte più sofferente del paese. Non è equa, non crea lavoro, non prevede un piano di risorse per il welfare ed è in linea con l’agenda europea dell’austerità che in questi anni ha già dimostrato di non funzionare.

L

Già presidente di Lunaria e portavoce della campagna «Sbilanciamoci!», lo scorso febbraio Marcon è stato eletto alla Camera dei deputati nelle liste di Sinistra ecologia e libertà.

a crisi economica che stiamo attraversando è stata riassunta dalla nota di aggiornamento del Def (il Documento di economia e finanza) presentata un mese fa dal governo. Il rapporto deficitPil è al 3,1%; il debito pubblico al 132,8%, il Pil cala dell’1,7%. Si tratta di previsioni, in questi anni riviste poi sempre al ribasso. Tra l’altro l’Istat ha appena rivisto dopo moltissimi mesi i dati della contabilità nazionale del 2011 e del 2012 ed emergono difformità inquietanti sui principali dati macroeconomici e della spesa pubblica. Gli altri dati economico-sociali del 2013 sono tutti negativi: aumenta la disoccupazione, che è al 12% (e quella giovanile al 40%), cresce il numero di ore di cassa integrazione, continua a salire la percentuale di povertà assoluta e relativa. Il governo continua a consolarsi con queste previsioni per il 2014 assai «ballerine» e con quegli indicatori «umorali» dell’Istat sulla fiducia di imprese, famiglie e consumatori, che sembra volgere al meglio. In realtà sicuramente non volgono al meglio i dati reali del lavoro, della produzione industriale (gli investimenti fissi lordi calano del 5,3%), delle entrate (crollate di 3,7 miliardi quelle dell’Iva), dei consumi interni. Se siamo sopravvissuti in questi mesi è grazie all’export, mentre la domanda interna continua ad essere depressa e insufficiente a far ripartire la ripresa. Ma – come ha sottolineato l’ex presidente della Commissione europea Romano Prodi – anche se la domanda interna riprendesse, probabilmente a beneficiarne sarebbero le imprese straniere, molto più attrezzate delle nostre – a causa dell’assenza di una politica industriale – a soddisfare le richieste del nostro mercato interno.

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L’aumento dell’Iva al 22% non farà che peggiorare la situazione. Né la cancellazione della prima e della seconda rata dell’Imu servirà a questo scopo: in tempi di crisi si tende a tesaurizzare – in previsione del peggio che ancora potrebbe arrivare – quel poco che si può risparmiare. Di sicuro è successo che il governo non ha cancellato l’aumento di un’imposta (Iva) che colpisce in modo regressivo e danneggia di più i ceti medio-bassi e ha invece cancellato un’imposta (Imu) di cui si avvantaggiano anche le classi di reddito più alte. Togliamo tasse sul patrimonio e con la service tax mettiamo le tasse sull’abitare. Le condizioni strutturali del nostro paese continuano ad essere difficilissime: il Pil è caduto di 8 punti e mezzo in sei anni di crisi e, sempre dall’inizio della crisi, abbiamo perso un milione di posti di lavoro. Nei primi mesi del 2013 sono state chiuse 31mila imprese e 150 aziende sono in amministrazione controllata. Dall’inizio della crisi sono ben 700 le crisi industriali che il governo ha dovuto fronteggiare cercando di evitare chiusure e perdite di posti di lavoro. Il reddito disponibile per famiglia, secondo l’Istat, è diminuito del 4,7% ed il risparmio delle famiglie è ai minimi storici ed evidenzia un calo del 2,5% nel 2013. Va ricordata anche la situazione drammatica dell’economia meridionale, che sembra quasi inarrestabile. A partire dagli investimenti pubblici. La spesa in conto capitale della pubblica amministrazione a fronte di un obiettivo dichiarato del 45% sul totale nazionale si è ridotta dal 40,4% nel 2001 al 35,4% nel 2007, giungendo al minimo storico del 31,1% nel 2011. La nota di aggiornamento del Def dà molte indicazioni aleatorie e riassume le principali iniziative «riformatrici» del governo, tutte di scarso e discutibile impatto: dalla riforma costituzionale (che stravolgerà la nostra Carta) al decreto sul lavoro (che crea pochi e precari lavoretti per i giovani), dal pagamento dei debiti della Pubblica amministrazione alle imprese (il cui impatto del-


i servizi

novembre 2013

confronti

Economia. Il governo galleggia, il paese affonda

lo 0,5% sul Pil è assolutamente spropositato) ad una legge delega sul fisco che evita sistematicamente i problemi più urgenti sul tappeto: la tassazione di rendite e patrimoni, la riduzione della pressione fiscale su lavoro ed imprese, la tassazione delle speculazioni finanziarie. E per ridurre il debito – non avendo il coraggio di tagliare le spese militari e quelle delle grandi opere, delle auto blu, delle consulenze – la ricetta è nota e pericolosa: dismissioni e privatizzazioni del patrimonio pubblico, tagli alla pubblica amministrazione, riduzione (nella forma della razionalizzazione delle spese) dello Stato sociale. Particolarmente preoccupante è l’intento di ridurre il debito attraverso un piano massiccio di dismissioni: si prevedono incassi di 7,5 miliardi l’anno mettendo nelle mani del mercato Finmeccanica, le Poste, la Rai, le Ferrovie dello Stato e magari l’Eni. E particolarmente preoccupante è l’assenza di un piano di risorse per il welfare: non una parola sulle politiche per l’assistenza e riguardo ai servizi per la salute si auspica un «sistema sanitario selettivo», un modo elegante per mandare a benedire l’impianto universalistico del nostro servizio sanitario. Le misure previste dal governo per la lotta alla povertà sono tradizionalmente assistenzialiste e anche queste selettive: i diritti sociali sono derubricati a bisogni degli indigenti, i cittadini a poveri; o a clienti, nel caso di mercati sociali redditizi per le imprese profit. Mancano nelle misure del governo politiche anti-cicliche: di sostegno ai redditi e alla domanda interna non c’è traccia; la politica industriale è inesistente; di un fisco redistributivo nemmeno l’ombra; per il lavoro troviamo le solite misure (modestissime e parziali) di incentivi che non hanno mai funzionato. Non ci sono politiche pubbliche, non ci sono politiche per la domanda, non ci sono politiche di redistribuzione della ricchezza. Facciamo esattamente l’opposto di quello che sarebbe necessario fare: riduciamo gli investimenti pubblici (meno 0,4% sul Pil) da qui al 2017 mentre bisognerebbe fare esattamente l’opposto, favorire una forte iniezione di investimenti e di spesa pubblica (di almeno 30 miliardi) per far ripartire la domanda pubblica e privata e così dare ossigeno alle imprese e ai consumi. Si tratterebbe

Per ridurre il debito – non avendo il coraggio di tagliare le spese militari e quelle delle grandi opere, delle auto blu, delle consulenze – la ricetta è nota e pericolosa: dismissioni e privatizzazioni del patrimonio pubblico, tagli alla pubblica amministrazione, riduzione (nella forma della razionalizzazione delle spese) dello Stato sociale.

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di sostenere un programma di piccole opere, di favorire un piano per il lavoro degno di questo nome, di varare un vasto piano di economia verde fondato sulle energie rinnovabili, la mobilità sostenibile, il riassetto del territorio, un nuovo modo di produrre e di consumare. Cioè un nuovo modello di sviluppo diverso da quello che abbiamo conosciuto, meno energivoro e diseguale, più sostenibile ed equo. L’agenda generale continua ad essere sempre la stessa: ridurre indiscriminatamente la spesa, privatizzare e liberalizzare il più possibile tutto quello che è pubblico, rendere più precario il mercato del lavoro. È sostanzialmente l’agenda europea (ed italiana) dell’austerità che in questi anni non ha funzionato e che continua a non funzionare, oltre ad essere ingiusta e a produrre povertà e diseguaglianze. Manca l’idea di una politica economica espansiva e non restrittiva, capace di crescita e non di tagli, capace di pensare un ruolo positivo dell’intervento pubblico, senza affidarsi all’inesistente ruolo taumaturgico dei mercati, che negli ultimi anni ci hanno portato alla rovina. La legge di stabilità presentata il 15 ottobre scorso è un provvedimento che non porta equità e sollievo al paese, non combatte la crisi e non rilancia l’economia. Se con un modestissimo taglio al cuneo fiscale mette qualche euro nelle tasche dei lavoratori dipendenti, con il taglio (dal 19 al 17%) alle detrazioni per le spese mediche e scolastiche se li riprende con abbondanti interessi. Di fronte alla crescente povertà del paese, nessuna idea migliore è venuta al governo Letta se non quella del rifinanziamento della Social card un po’ più ampliata e qualche soldo in più per il fondo per le politiche sociali e il fondo per la non autosufficienza (mentre si taglia l’indennità di accompagnamento), salvo poi mettere i Comuni nelle condizioni di tagliare i servizi sociali per mancanza di risorse e trasferimenti dallo Stato. Comuni che potranno dal prossimo anno usufruire da una parte dello sblocco assai parziale del patto di stabilità interno e dall’altro potranno usufruire della Trise – la «continuazione dell’Imu con altri mezzi» – che però porterà meno soldi dell’Imu alle amministrazioni comunali e, oltre ai proprietari, colpirà anche gli inquilini in affitto. Per la copertura della rata di dicembre dell’Imu non si hanno notizie.


i servizi

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confronti

Economia. Il governo galleggia, il paese affonda

Di politiche per il lavoro nella legge di stabilità non c’è traccia (a parte le risorse dovute per la cassa integrazione in deroga): anzi ce n’è, ma con il segno negativo. Il blocco dei contratti dei dipendenti della Pubblica amministrazione nel 2014 e del turn over fino al 2018 significherà da una parte una perdita netta di reddito per centinaia di migliaia di lavoratori e per le loro famiglie e dall’altra una diminuzione di efficienza della Pubblica amministrazione e la perpetuazione di rapporti di lavoro precari e a tempo determinato. Di politiche industriali c’è pochissimo (la proroga di un anno del bonus edilizio ed energetico, che ancora non viene stabilizzato) e la spesa pubblica continua ad essere massacrata: ben 7-8 miliardi di tagli (in gran parte lineari) nel 2014, ancora tutti da verificare, ma almeno la Sanità si è salvata. Però di soldi pubblici se ne stanziano per le navi da guerra (ben 5 miliardi nei prossimi 15 anni) e per altri grandi opere (3 miliardi), tra cui i 400 milioni inutili al Mose. Tra le entrate ci sono le dismissioni: nella legge di stabilità ce ne sono per 3,2 miliardi di euro. Si era vociferato un paio di giorni prima di un aumento della tassazione delle rendite finanziarie dal 20 al 22%, ma non se n’è fatto nulla: Saccomani non ne vuole sapere, come anche a qualsiasi revisione dell’imposta sulle transazioni finanziarie, introdotta l’anno scorso con la legge di stabilità del governo Monti e che è, in quella versione, una misura modestissima. Ci si è limitatati ad alzare l’imposta di bollo (dall’1,5 al 2 per mille) sulle comunicazioni relative ai prodotti finanziari. È una manovra economica, quella del governo, senza qualità, che più che stabilizzare l’economia stabilizza la maggioranza delle larghe intese: non dà uno scossone all’economia in crisi, non porta aiuto alla parte più sofferente del paese, non crea posti di lavoro e non ha alcun segno di equità. È una manovra economica che fa galleggiare il governo e però non impedisce al paese di continuare ad affondare. È una deriva pericolosissima, regressiva ed attendista, che deprime l’economia e impoverisce la società. Per questo la legge di stabilità del governo Letta va sostituita con altre misure che abbiano il segno del lavoro, della giustizia sociale, della sostenibilità.

Euro e austerità: ecco la ricetta (sbagliata) Loretta Napoleoni Nostra intervista a Loretta Napoleoni, esperta di terrorismo ed economia, consulente del think tank «Fundación Ideas» e socia di Oxfam Italia. Ha insegnato etica degli affari alla Judge Business School di Cambridge e conduce seminari in diverse università internazionali. Il suo ultimo libro si intitola «Democrazia vendesi» (Rizzoli, 2013).

Ci ripetono ogni giorno che «c’è la crisi», ma forse al cittadino comune non vengono spiegati bene i fattori che hanno causato la situazione economica nella quale ci troviamo... Le origini di questa crisi sono legate a quello che è successo nel 2008 (mutui subprime, derivati e processo di finanziarizzazione dell’economia a livelli sempre più insostenibili), ma le cause vanno ricercate anche più indietro, nella costruzione dell’economia basata essenzialmente sul debito. Quel che è successo nel 2008 è stato un po’ la punta dell’iceberg: hanno salvato il sistema bancario a spese delle economie nazionali dei paesi industrializzati. L’Italia, in particolare, senza rendersene conto è vittima di tutto questo: l’eccessivo indebitamento ha portato a una politica di austerità controproducente che, invece di migliorare la situazione, la peggiora. Come si esce, quindi, dal tunnel dell’austerità? Se ne può uscire solo con un cambiamento radicale delle politiche. Se si va a parlare con quei pochi industriali rimasti in Italia che ancora riescono a gestire delle piccole, medie o anche grandi aziende, ci rispondono tutti la stessa cosa: il problema è l’euro. Io lo vado dicendo da parecchi anni: noi abbiamo una moneta che non corrisponde a quelle che sono le nostre effettive capacità economiche. Questo è un problema che riguarda l’Italia, ma anche i paesi della cosiddetta «periferia» dell’Europa, che erano in concorrenza economica con la Germania. La Francia ha pagato meno questa situazione, perché non era direttamente in concorrenza con i vicini tedeschi. Noi invece abbiamo pagato un prezzo alto: molte industrie sono scomparse perché i tedeschi producevano meglio e a costi più bassi, erano più efficienti, e avendo la stessa moneta non si poteva più utilizzare il meccanismo della svalutazione o della rivalutazione. Il problema è che queste cose nel nostro paese non si possono dire, forse gli italiani non le vogliono sentire... Forse in materia economica il «pensiero unico» è particolarmente schiacciante... Con questa «grande coalizione» al governo in Italia,

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