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Web-magazine di prospezione sul futuro

Confini

Idee & oltre

PARADOSSI GLOBALI

Raccolta n. 63 Aprile 2018


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Confini Webmagazine di prospezione sul futuro Organo dell’Associazione Culturale “Confini” Raccolta n. 63 - Aprile 2018 Anno XXI

+ Direttore e fondatore: Angelo Romano +

Condirettori: Massimo Sergenti - Cristofaro Sola +

Hanno collaborato:

Gianni Falcone Roberta Forte Lino Lavorgna Antonino Provenzano Angelo Romano Massimo Sergenti Cristofaro Sola +

Contatti: confiniorg@gmail.com


RISO AMARO

Per gentile concessione di Gianni Falcone

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EDITORIALE

LA VITA IN PIAZZA L'imbonimento è arte assai antica. Da che mondo è mondo e da che storia è storia - per gran parte scritta da imbonitori vittoriosi - si è sempre cercato, da chi ne aveva interesse, di orientare, con metodi più o meno leciti, gli umori del popolo per il conseguimento più agevole dei propri fini. La corruzione, l'interpretazione di parte di una presunta volontà superiore o divina, la calunnia, il dileggio, il tradimento, la propaganda, l'ipocrisia, le false notizie e le false verità, il sobillamento e l'incitazione all'odio, la minimizzazione delle proprie responsabilità e l'amplificazione di quelle altrui, la tendenziosità, il sistematico ri-velamento della verità, le false comunicazioni, l'adulazione e le promozioni strumentali, la rimozione della memoria costituiscono il perenne armamentario dell'imbonimento. "Panem et circenses" erano il modo più rozzo per orientare la plebe di Roma, ma l'oratoria sofistica era lo strumento più sofisticato: "Ma Bruto è uomo d'onore...". Per non parlare dei metodi usati per alimentare la "fabbrica degli imperatori" nel basso impero. Tuttavia la storia ci offre un limpido esempio dell'utilizzo coordinato di tutti gli strumenti sopraelencati: l'unità d'Italia. Cavour ed i Savoia, con il beneplacito della Francia e della solita Inghilterra, beneplacito pagato con la cessione di Nizza e Savoia e con la guerra di Crimea, misero in piedi una strategia di annessione degli altri regni italiani, in particolare di quello delle Due Sicilie, fondata, più che sulla forza delle armi, sul sapiente utilizzo del tradimento, delle false verità e della propaganda, della corruzione, dell'incitazione all'odio, della falsificazione della verità, della corruzione e poi della cancellazione della memoria e dell’espianto della migliore cultura di impresa. Tant'è che nel Senato Sabaudo preunitario un terzo dei senatori erano stati alti ranghi dei regni successivamente annessi, ossia traditori delle loro rispettive patrie, promossi - per convenienza al rango di patrioti. Altro che armi chimiche di Saddam, Novichock (che non è un cioccolato italiano) della May, "primavere arabe", "esportazione della democrazia" o Cambridge Analytica. Comunque nessuno scandalo. E' la logica del potere che anima la politica (e molte azioni umane) a prescindere dai sistemi di governo. Come dimostra, fulgidamente, la recente evoluzione politica della Turchia, passata da un assetto cosiddetto democratico ad un regime dittatoriale di fatto. Ma anche la situazione siriana non è altro che un esercizio per la conservazione del potere e l’avvento dell’Isis è un tentativo per accaparrarselo.


EDITORIALE

Si è dimostrato stupore planetario per la recente vicenda Facebook - Cambridge Analytica. Come se il cosiddetto "marketing politico" non fosse da decenni una consolidata branca del marketing commerciale. Come se fosse una novità la comunicazione personalizzata resa possibile dalle attuali tecnologie. Prima si definiva il target, ossia il pubblico in obiettivo, e si valutava quale mix di mass-media offriva la sua migliore copertura (a volte passando anche per la comunicazione subliminale). Oggi si tara direttamente il messaggio sul singolo destinatario finale e non c'è privacy che tenga nel villaggio globale perché l'esposizione è altrettanto globale: la videosorveglianza ci controlla h24, gli apparati mobili emettono costantemente tracce del nostro dna digitale ben più copiose di quelle organiche, per non parlare di Echelon e degli apparati spia. E' il sacrificio da offrire sull'altare della civiltà tecnologica e globalizzata con pochi ideali e scarsi valori. Sta alla maturità dei singoli, alla loro consapevolezza abboccare o meno, farsi condizionare o suggestionare o meno, essere guardinghi. E chi è davvero maturo e consapevole, sia esso individuo o popolo (nella sua media), non sarà mai preda di alcuna strumentalizzazione, sarà in grado di interpretare autonomamente la realtà e di scegliere “libera-mente”, mai il suo voto sarà condizionabile, mai la sua libertà conculcabile, se davvero si crede nella democrazia senza voler ergersi a educatori del popolo. Angelo Romano

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SCENARI

PARADOSSI GLOBALI Diverse volte, in passato, la rivista si è occupata di fatti e azioni che, a buon diritto, hanno potuto e possono avvalersi dell'appellativo di 'paradossali'; queste, tuttavia, sono state esaminate nell'ambito di uno specifico contesto, slegate le une dalle altre, separate sul piano geografico e culturale. Ma … con l'attuale tema di copertina, mi piace credere che il nostro direttore voglia intendere qualcos'altro; un che di più esteso, soprattutto concettualmente, di più permeante, fino a significare la caratterizzazione, quasi la peculiarità di un'epoca, la nostra, che, sempre a buon diritto, possiamo definire quella dell'apoteosi del paradosso e, per certi aspetti, dell'ipocrisia. Qualcuno, mi rendo conto, potrebbe chiedersi se non stia esagerando un tantino, se non stia tentando di esasperare il concetto attraverso la ricerca del famoso 'pelo' nell'uovo; se cioè io non debba essere annoverata tra quegli italiani che, come dicono affermasse Benedetto Croce in quanto a paradossi, dopo tanto cercare, mangiano il pelo e buttano l'uovo. Non sono una capziosa, amante del cavillo fino a sé stesso, del parlare per il parlare, ma cerco di esaminare un fatto senza limitarmi alla sua semplice, asettica registrazione. Anche perché credo fermamente che, come affermava Shakespeare, ci siano 'più cose in cielo e in terra, Orazio, /di quante tu ne 1 possa sognare nella tua filosofia.' Prendiamo, ad esempio, la vicenda che ha visto coinvolto Facebook, la più grande piattaforma social al mondo, e il 'trafugamento' di dati dei suoi utenti. Sembra, infatti, che quei profili, circa 87 milioni, 'sottratti' illegalmente, siano serviti ad orientare il voto degli americani a favore del presidente Trump e, addirittura, ad indirizzare quello degli inglesi in occasione del referendum sulla Brexit. Per inciso, chissà a cosa saranno serviti gli oltre 200.000 profili di soggetti italiani. Dal che, lo scandalo. Tuttavia, io che sono una vecchia signora, un po' velenosa, mi domando dove risieda l'immoralità dell'atto. Non che voglia giustificare un illecito, Dio me ne guardi, ma a me sembra che, innanzi tutto, il problema, paradossalmente, sia semantico. I dati che girano sui social network dovrebbero essere riservati; in sostanza, gli unici a prenderne conoscenza dovrebbero essere il gestore, impegnato alla discrezione intanto dall'interesse a mantenere la sua fonte di guadagno basata sul numero dei partecipanti, e le persone che li hanno 'postati' unitamente ai loro 'amici accettati'. E ciò perché in quei dati è rappresentata la vita dell'utente: coniuge, figli, casa, lavoro, scuole, divertimenti, viaggi, hobbys, preferenze politiche, riflessioni e quant'altro caratterizzi la vita di una persona. Dal che la presunta riservatezza.


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In premessa, tuttavia, dovremmo chiederci cosa spinge una persona, a volte parossisticamente, a mettere 'in piazza' non solo la sua vita quotidiana ma anche ogni più piccolo angolo, ogni più recondita nicchia della sua esistenza. E, se lo facessimo, non potremmo non risponderci che è la voglia di 'esistere', il battere un colpo, una richiesta di attenzione e la ricerca di solidarietà. Un po' come l'origine del tatuaggio tra i carcerati, ripreso, poi, certo come sfizio discreto dall'high society ma come identificativo dalla low society. Immagini multicolori, scritte in gotico, corone di spine e tanto altro, ostentati a sfida della convenzione, che si affiancano alla incontenibile, quotidiana, voglia di 'postare' e (paradossalmente, in solitudine) di 'condividere'. In ogni caso, lasciate ai sociologi le sintetiche riflessioni di cui sopra, quanti sanno che solamente in Italia e nel solo 2017 i nostri computers sono stati oggetto di attacchi da parte di oltre 300.000 tra virus, malware e trojan horse, solamente in parte bloccati dai nostri antivirus? Per non parlare dei 3 miliardi di profili sottratti a Yahoo. Dov'è, allora, la riservatezza, a prescindere per un attimo dalle imputate 'malversazioni' di Cambridge Analytica nei confronti di Facebook? Per cui, non sembra che, al di là dell'illecito, ci sia un pizzico di ipocrisia in ciascuno di noi? Un po' come la crociata globale mossa dalla vicenda di Weinstein, il grande 'satana' sempre allupato, dove paradossalmente frotte di attrici (e di attori), hanno crocifisso i molestatori un quarto di secolo dopo le molestie subite, a carriere avanzate. Non che non andasse fatto, ma forse era il caso da subito di non soggiacere, di non prestarsi, senza pensare a 'sfondare', costi quel che costi, nel mondo della celluloide. Ma, si sa, la definizione di 'morale' è alquanto controversa sia sul piano semantico che su quello fisico-temporale e, con i tempi che corrono, se volessimo volare alto, potremmo dire che è meglio parlare di 'premorale', termine caro al mondo gesuita, che tradotto si riassume nella nota sintesi del pensiero del Machiavelli: 'Il fine giustifica i mezzi'2. Oh! Se poi volessimo volare basso, un volo che più si attaglia all'imbarbarimento dilagante, potremmo dire che la morale è un po' come la pelle dei cosiddetti: si allunga e si accorcia all'occorrenza. Ma torniamo al web. Non so se a voi sia mai capitato di visitare un sito per informarsi su un prodotto commerciale o per acquistarlo on line. Da quel momento, le informazioni su prodotti di quel genere ci perseguiteranno: autovetture usate, profumi, abbigliamento, accessori, libri e quant'altro sia stato per voi interesse di ricerca accompagnerà la 'spalla' di quasi ogni altra pagina del web che apriremo. Possiamo dire, allora, che le nostre preferenze commerciali sono alla portata di almeno altri due soggetti? Il motore di ricerca e la società produttrice, uno o forse ambedue, a conoscenza del nostro IP, cioè del nostro codice identificativo di 'navigazione' attraverso il quale si può facilmente risalire addirittura al nostro indirizzo. Senza considerare, poi, la possibilità, a prescindere per un attimo dalla liceità, di 'vendere' ad altri i nostri dati per 'ampliare' la gamma di offerte di prodotti associabili. Chi è che nel merito solleva il sopracciglio? Paradossalmente, nessuno. Ora, se la 'rete da pesca' (in ambedue i sensi: le maglie larghe e lo strumento di cattura) che il web

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rappresenta è utilizzato a dismisura dal settore commerciale perché non può essere utilizzato anche a vantaggio della politica? Beh! Della politica … Non corriamo: della pseudo politica. Come abbiamo avuto modo di costatare, il comizio e il manifesto elettorale sono divenuti due strumenti talmente in disuso da essere sempre più spesso affiancati alla famosa scena di Totò che, da candidato in una competizione elettorale, dalla finestra del suo gabinetto arringa la corte condominiale con altisonanti e ripetuti 'Vota Antonio La Trippa' ai quali uno smagato condomino risponde con altrettanta enfasi 'Al sugo'. Se già ai tempi di Totò la politica era oggetto di satira, oggi naviga a vista, priva di radar e GPS e, soprattutto, senza un obiettivo finalistico che non sia la 'cadrega'. Per quanto inconsistente, è però umoristica, quindi si presta per lo spettacolo e non a caso sono nate e nascono come funghi talk-show cosiddetti di approfondimento dove i 'politici', a frotte, si alternano, battibeccando tra loro, paradossalmente senza approfondire alcunché. La massiccia scoperta della Tivì ai fini elettorali e comunque politici la possiamo datare ad un quarto di secolo fa ma oggi, in maniera sempre più decisa, ecco il nuovo Eldorado, il web, ampollosamente definito come la 'nuova forma di partecipazione dal basso', vista tra l'altro la crisi della democrazia rappresentativa. È un fatto, tuttavia, che il web, paradossalmente, esprima una cultura 'impolitica' perché l'interesse dei 'naviganti' si concentra sulla democratizzazione dell'economia e sulle relazioni personali più che sulla politica, la quale viene vissuta nella stragrande maggioranza come ostacolo alla libera evoluzione della tecnica, del mercato e di nuovi stili di vita, più che come arena in cui impegnarsi per promuovere gli interessi della società. A meno che, … a meno che, attraverso i social network non si formino dei gruppi-target, un insieme di soggetti-obiettivo. E audacia temeraria igiene spirituale tutto ciò con una originaria riflessione di un tizio, opportunamente concepita e 'postata', sulla quale un caio clicca 'Mi piace' o articola una risposta. Fermiamoci per un attimo in Italia. Il M5S, oggi il primo partito italiano, il primo soggetto politico, ne è un chiaro esempio. Esso nasce come blog dell''antipolitica', con il V (vaff...) day a coperchio, massacrando tutto e tutti; un blog che ha avuto la capacità di attirare scontenti e delusi, di far leva sulle loro pulsioni più umorali e di dar loro una casa e una speranza: facciamo piazza pulita del vecchio retrivo. Ma, dopo i successi iniziali, ha pagato lo scotto interno: le discrasie, gli scontri, i duri confronti, lo scontento e persino l'abbandono, dati dalla mancata conoscenza fisica tra i partecipanti; e ciò a dimostrazione che ad un unico argomento che telematicamente li 'univa' ce n'erano tanti altri che, psicologicamente e culturalmente li 'separavano'; uno scotto, comunque, via via superato dalla coesione fisica; quando, cioè, i partecipanti si sono conosciuti, hanno cominciato ad operare fisicamente insieme, si sono confrontati de visu su uno spettro più ampio di problematiche e hanno dovuto sottostare alle regole e ai riti istituzionali. Dal che, si deduce che, paradossalmente, di 'partecipativo' nel vero e pieno significato del termine, il web non ha assolutamente nulla; anzi, sostiene ed accresce l'individualismo nonostante le numerose 'amicizie' con le quali si condivide ogni più larvata espressione della propria vita, messa lì a disposizione del primo venuto al quale non frega assolutamente nulla delle gioie e dei dolori altrui, se non per fini utilitaristici. In più, il web contribuisce


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all'imbarbarimento perché manda a sperdere il concetto di 'politica' e favorisce le derive populiste. Ma, quello che è peggio è che la società, sempre più cieca e ottusa, non è più in grado di distinguere tra ciò che è oggettivo e razionale e ciò che non lo è. Lanciata dalla voglia di 'modernità' come un treno in corsa verso il nulla, ha intanto perso le sue tradizioni, i pilastri del suo essere. Come scrivevo nel numero dello scorso dicembre, l'incedere demolitore 'modernista' però non poteva distruggere il significato oggettivo e tradizionale di parole come: libertà, verità, bellezza, bontà, ecc. A questo ci ha pensato il 'postmodernismo' legittimando il fatto che gruppi di persone possano utilizzare lo stesso linguaggio per indicare realtà molto diverse tra loro e soggettive3. Così, oggi ci ritroviamo con argomentazioni 'postmoderniste' che affermano come le condizioni economiche e tecnologiche della nostra epoca abbiano 'plasmato' una società decentralizzata e dominata dai media, nella quale le idee sono divenute semplici simulacri e solo rappresentazioni autoreferenziali e copie tra di loro4. Insomma, stanno venendo meno fonti di comunicazione e di senso realmente autentiche, stabili o anche semplicemente oggettive e veritiere. In definitiva, sta prepotentemente affermandosi una paradossale 'società' globale, interconnessa e 'culturalmente' (sic) pluralistica, priva di un reale centro dominante di potere politico, di comunicazione e di produzione intellettuale. Per cui alla TV o sul web si possono udire o leggere grossolane panzane (sia che si tratti di fake news, sia che riguardi realtà storiche) che hanno l'etichetta di 'verità' e che investono milioni di persone le quali non hanno capacità (temporale, culturale, ecc.) di accertarne la fondatezza. E, ad ennesimo paradosso, in una società che, privata del passato e orbata del futuro, vive in un eterno presente, defraudata dei suoi tradizionali pilastri, in corsa verso il nulla, l'insipienza, la superficialità, l'interesse personale, assumono la veste di 'verità'. Dicevo a dicembre che la possibilità di scegliere tra un prodotto con meno grassi, un gestore che dà più minuti di conversazione e più Giga-bit di navigazione, una società turistica del web che pratica i migliori prezzi sui last minute, pretendono l'egida della 'libertà'; blog che inneggiano all'anoressia blaterano di 'bellezza' e siti ed emittenti che celebrano la guerra sproloquiano sulla 'bontà' e la 'pace'. In una tale società, dove si tende a travisare ogni più nobile espressione dell'essere per portarla sul piano mercantilistico o comunque di interesse particolare, perché non dovrebbe trovarvi coinvolgimento quella che oggi (sempre più spesse, impropriamente) si definisce 'politica? Come accennavo all'inizio, si pensa che scaltri operatori si siano recentemente avvalsi della 'rete da pesca' per pilotare l'elezione di Trump e il referendum sulla Brexit. In verità, gli artifizi strumentali nella comunicazione non è solo 'roba' dell'oggi: senza voler vilipendere i valori nazionali, subito dopo l'Unità d'Italia gli ex soldati del Regno delle II Sicilie che, in un altro contesto sarebbero stati appellati come 'patrioti' o 'partigiani', vennero definiti 'briganti' per eliminare i quali occorse l'impiego decennale di oltre 100.000 soldati. A maggior ragione oggi che tra i mezzi di comunicazione annoveriamo il web e gli effetti virali

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della 'comunicazione' che contiene, senza possibilità nel breve, e in difetto dei mezzi, di verifiche o di approfondimenti oggettivi. E senza la capacità di riflettere. Altrimenti, a proposito della Brexit ad esempio, cosa dovremmo pensare della legittima determinazione inglese di uscire dall'Unione Europea e, al tempo stesso, dell'impossibilità per l'Irlanda di riappropriarsi di tutte le contee dell'Ulster, buona parte delle quali sotto il governo (armato) inglese? E cosa pensare dell'affermazione della 'legittima determinazione dei popoli' e, al tempo stesso, in capo al medesimo soggetto, delle sue ripetute azioni di 'ingerenza umanitaria' o di 'esportazione della democrazia'? Come stigmatizzare (giustamente) il terrorismo dimenticando che in buona parte è stata l'avventata, disinvolta azione occidentale, specie in Iraq e in Libia rispettivamente da parte di Usa e Francia (leggi i due Bush e Sarkozy) a creare l'humus dal quale ha tratto nutrimento? Queste sono solo alcune delle tante paradossali scelte del passato delle quali scontiamo ancor oggi gli effetti. Ma, purtroppo, lo stravagante agire della 'politica' non si arresta: così, oggi, ad ulteriore esempio, si sommano gli effetti delle scelte del passato, come quella del '91, di lasciare che lo sconfitto Saddam Hussein facesse strame del popolo curdo, all'odierna 'crociata' del turco Erdogan contro lo stesso popolo. Un popolo, quello, che sin dal 1919, ha ricevuto dalla società delle nazioni civili e democratiche la promessa di una 'patria', alle prese con le decisioni tutt'altro che umanitarie dell'attuale presidente di uno Stato, la Turchia, attualmente candidato a divenire membro dell'Unione Europea, sedicente spazio di libertà, di giustizia e di democrazia. La stravaganza del presidente Erdogan, peraltro, non si arresta lì ma giunge persino ad ospitare il vertice con il presidente russo Putin e quello iraniano, lo scita Rohani, dove si sono decisi i destini audacia temeraria igiene spirituale della Siria, mentre gli americani smobilitano e l'Unione europea dorme. Chissà verso chi verranno puntati i missili che la Russia ha recentemente venduto alla Turchia, paese appartenente alla Nato che ospita basi aeree americane. Tra tanti paradossi, c'è da perderci il capo. Ma, per tornare ai curdi, non c'è dubbio che essi siano un popolo travagliato, al pari di israeliani e palestinesi. Ancora senza patria, nonostante le promesse, a differenza dei due ultimi che, recentemente, hanno ricevuto l'imprimatur ad esistere e ad avere una loro terra addirittura dal principe ereditario dell'Arabia Saudita, Mohammed bin Salman. Non che gli israeliani attendessero il placet all'esistenza da parte di un sunnita, sia pur principe: il loro diritto, al di là del voto all'ONU, è stato conquistato nei decenni sui campi di battaglia contro la Lega Araba; quella Lega che, a distanza di settant'anni ha ammesso quel diritto. Certo, a volte paradossalmente, dimenticano il loro passato e scambiano il ruolo che essi ebbero in Exodus. Ma tant'è. Paradossalmente, ci penserà la sempiterna ONU, bonariamente s'intende, ad una tiratina d'orecchie. In ogni caso, l'ammissione per i palestinesi forse è stata più agevole: dotati di uno 'Stato' dal 1988 e della relativa autodeterminazione, hanno in più il pregio di essere a maggioranza sunnita, come il principe. Eppure, nonostante la 'fratellanza', hanno sempre rappresentato per il mondo arabo paradossalmente un groppo in gola, difficile da deglutire. Ma i paradossi non si arrestano lì. Tanto per la cronaca, in quella lunga intervista per la rivista


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statunitense The Atlantic il principe bin Salman non si è limitato a riconoscere il diritto di israeliani e palestinesi, ma ha parlato anche di soldi sauditi a gruppi terroristici. "Abbiamo lavorato con chiunque potevamo usare per sbarazzarci del comunismo", ha ammesso. " ….. Li abbiamo finanziati in Arabia Saudita. E gli Stati Uniti li hanno finanziati". È ipotizzabile che tra i gruppi terroristici si possa includere l'ISIS che, è dato il caso, è (stato) a maggioranza sunnita. L'ipotesi del passato prossimo, peraltro, sembrerebbe d'obbligo dal momento che gli USA motivano la loro smobilitazione in Siria con il (quasi) debellamento dell'ISIS: i 'resti' intenderebbero lasciarli alla 'cura' dei Paesi arabi. Forse è per questo che, lo scorso anno, sotto l'amministrazione Trump, hanno firmato nove contratti per la fornitura di armi e servizi militari alla sunnita Arabia Saudita del valore di 110 miliardi di dollari; contratti ai quali si è aggiunto l'accordo col Regno Unito per la fornitura di armi, dopo il già avvenuto acquisto di quarantotto caccia inglesi Eurofighter Typhoon, ad integrazione delle forze aeree saudite, adeguatamente impiegate nei bombardamenti nello Yemen contro forze scite. Non mi raccapezzo più. In ogni caso, chiunque sia a rimanere, sarebbe il caso che gettasse un occhio sull'attività di funzionari ONU e ONG: secondo le recenti denunce alla BBC di alcuni operatori umanitari tra i quali Danielle Spencer, e le dichiarazioni di International Rescue Committee, sembrerebbe che funzionari dell'ONU e di ONG in cambio di aiuti (compreso il cibo) abbiano preteso favori sessuali. A Daràa e Quneitra parrebbe che il 40% delle donne (circa 90) sia stata abusata. Oh! Ma c'è di più. Sembrerebbe, altresì, che alcuni funzionari di ONG siano portati per tali pratiche come emergerebbe da denunce per fatti analoghi accaduti in Haiti e in Etiopia con scarsi o punti interventi moralizzatori. Oh! Bella. Paradosso nel paradosso, di fronte a tali denunce, Weinstein correrebbe il rischio di apparire come un giovincello scapestrato. Alla faccia. Nella mia povera mente c'è un tourbillon di fatti che si susseguono e si accavallano senza che, nella mia pochezza, vi possa trovare una ragione. Vorrei trovare una linearità nella comunicazione, una oggettività razionale e coerente ma è sempre più difficile reperirla nello scenario internazionale. Non riesco. Infatti, trasecolo quando Trump, da presidente di uno Stato vessillifero della libertà e del diritto, patria del neo-liberismo capitalista, introduce i dazi intanto sull'acciaio d'importazione, meravigliandosi quando la Cina, paese dichiaratamente comunista ma non da meno vessillifera addirittura del turbocapitalismo, detentrice di 1/3 del debito pubblico americano, per ritorsione applica i dazi su decine di prodotti USA. Va a capire, per quanto il tycoon americano si arrabatti a spiegarlo. Oh! Non è che il vecchio continente sia da meno in quanto a stravaganze. Abbiamo più e più volte scritto su queste nel corso dei sei anni di vita della rivista ma c'è da dire che, coerentemente con la sua incoerenza, Bruxelles non perde occasione per rimarcarla. È il caso della Germania che trova la sua forza anche e soprattutto nell'export (ben più di Pechino in quanto a valore) con un enorme surplus commerciale: un fatto, questo, che non piace ai partners europei e, in particolare, a Washington che chiedono un riequilibrio.

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Per Bruxelles, la Germania dovrebbe investire di più in opere pubbliche, nella crescita dei consumi interni e dei salari (in modo da favorire l'import). Per Donald Trump, invece, la bilancia commerciale tedesca va riequilibrata col gas. Gli Stati Uniti sono, infatti, da poco diventati esportatori di gas e petrolio. Grazie alle nuove tecniche di estrazione e ad una legge che ha abrogato il divieto di esportare idrocarburi, gli Usa stanno guardando ai mercati energetici globali. Due loro navi cariche di gas liquefatto sono già arrivate in Polonia ed Estonia ed ora Trump vorrebbe includere anche la Germania, in contropartita al fatto di essere tra i maggiori importatori di prodotti tedeschi. Una sollecitazione che non piace alla Germania essendo la seconda finanziatrice del mega gasdotto Nord Stream 2, attuato dalla russa Gazprom; un gasdotto dal quale attingono la maggior parte dei Paesi UE. Con buona pace di Bruxelles che più di una volta ha affermato che legarsi ancora di più alla Russia di Putin non è una saggia idea. Bene. Ma non risulta che, all'atto della costruzione del gasdotto, l'Unione abbia espresso le sue perplessità né che abbia mai abbozzato una politica energetica comunitaria. Chissà. Forse, non ha preso sufficienti ceffoni dal presidente americano (il defilamento dagli accordi sul clima non è bastato) ed ha considerato i dazi americani come un buffetto scherzoso al quale non rispondere neppure. Anzi, per compiacerlo, meglio comprargli un po' di gas. Speriamo non se la prenda con l'Italia che, nel 2017, in termini di export ha superato la Germania e doppiato la Francia. Confidiamo di non trovare a Mortara (PV) un capostazione, con fascia azzurra e 12 stelle, e un coadiuvante, fregiato di stelle e strisce, che blocchino il treno italiano di 17 vagoni che trisettimanalmente parte per Chengdu, città di 14 milioni di abitanti nel cuore della Cina, trasportante i più disparati prodotti nazionali. Eh! Sì. Il paradosso è di casa nel mondo e, quindi, anche nella nostra penisola. L'ho lasciata da ultimo perché, anche qui, non voglio rischiare la depressione. Ma di fronte all'ultima boutade non posso tacere. Il prossimo Documento di programmazione economica e finanziaria dovrà essere ultimato entro il 10 aprile e già si sa che presenterà degli scostamenti dalle iniziali previsioni: zero virgola sul deficit e un altro zero virgola sul debito. I mass-media, peraltro, non fanno mistero del fatto che tali scostamenti siano dovuti agli interventi pubblici a salvataggio del Monte dei Paschi di Siena e delle banche venete. Beh! È umoristico. C'è da augurarci che Bruxelles non chieda la copertura di quegli scostamenti perché, qualora lo facesse, diverremmo automaticamente soggetti ad una manovrina (mi piace il diminutivo) supplementare. In sostanza, pagheremmo con soldi pubblici due volte per una cattiva gestione di un soggetto privato. Basta. Sono arrivata al termine. E di fronte ad un tale quadro non posso non trarre delle conclusioni, alquanto sconfortanti, in verità, perché evidenziano precise, conseguenziali verità: l'abbruttimento culturale della società non consente più a questa di riconoscere all'impronta un atteggiamento paradossale; il che è di una gravità assoluta specie se chi attua un tale atteggiamento è un rappresentante della stessa società. Ne consegue che, paradossalmente, alla società non viene più attribuito alcun significato se non quello di ignara, supina


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leggittimatrice di una democrazia, divenuta anch'essa paradossale; una sedicente democrazia, infatti, che si articola non più e non solo sui rappresentanti eletti ma, paradossalmente, anche su altri soggetti (il potere economico, ad esempio, o Istituzioni sovranazionali) dai quali la politica non può prescindere perché questi ultimi, senza alcuna legittimazione popolare, hanno il potere di decidere dei destini delle genti. Ciò ha portato alla surreale situazione che vede i mali sociali, causati dal libero agire del potere economico o dai ragionieristici diktat di Istituzioni sovranazionali, ad essere scontati dalla società attraverso la paradossale intermediazione della politica la quale, anziché regolamentare il mercato o interloquire significativamente con quelle Istituzioni create con l'uso disinvolto del mandato popolare, preferisce attuare 'politiche' sempre più coercitive e vessatorie definendole, paradossalmente e senza infingimenti, come necessarie per la tranquillità degli stessi mercati e Istituzioni sovranazionali. Risulta, perciò, che la politica, cioè quell'arte e quella tecnica che attiene al governo della società, ha perso il suo significato originario per divenire una sorta di categoria 'intermedia' la cui azione, paradossalmente, si articola solamente verso il basso. Da tanto è derivato che anche il termine 'cittadino', il pol?t?s, è stato privato di qualsivoglia significato defraudato del patrimonio dei diritti per lasciare solo il carico di doveri. L'incoerenza, peraltro, è talmente estesa, dilagante, da inflazionare il significato stesso di paradosso e di privarlo del suo significato originario: quello riferito all'etica nel pensiero dei filosofi stoici; quell'etica che porterà Cicerone a parlarne nel suo Paradoxa Stoicorum e Dante Alighieri a chiosarlo nel suo Convivio: "E però dice Tullio in quello De Paradoxo, abominando le ricchezze: "Io in nullo tempo per fermo né le pecunie di costoro, né le magioni magnifiche, né le ricchezze, né le signorie, né l'allegrezze de le quali massimamente sono astretti, tra cose buone o desiderabili esser dissi; con ciò sia cosa che certo io vedesse li uomini ne l'abondanza di queste cose massimamente desiderare quelle di che abondano. Però che in nullo tempo si compie né si sazia la sete de la cupiditate; né solamente per desiderio d'accrescere quelle cose che hanno si 5 tormentano, ma eziandio tormento hanno ne la paura di perdere quelle" . Che fare?!? La risposta a botta calda sarebbe svegliarsi, accantonare l'ipocrisia, armarsi di coraggio e agire per cambiare. Già … cambiare. Certo è che intanto dovremmo sceglierci i compagni di viaggio. Il recente voto in Italia ha provato a cambiare le cose e, a detta dei vincitori, una riverberazione di quel voto la si dovrebbe attendere anche a livello europeo e internazionale. Ma già si ergono i detrattori professionisti del livello di Feltri che, recentemente, sul Libero ha fatto a pezzi Di Maio trattandolo da 'personaggetto incolore, privo di spessore, adatto sì e no a guidare il tram, altro che il Paese, trasforma la nostra politica in una pochade, un'operetta da quattro soldi.' Nonché da 'omuncolo insignificante'. Ha scritto di più: 'gli italiani si sono collettivamente rimbambiti'. Quegli italiani, cioè, che rappresentano oltre il 33% (1/3) degli elettori. La vedo come un'affermazione paradossale. Ma Feltri, si sa, non vede queste sottigliezze. Nel '96, a ridosso delle elezioni, se la prese col mondo intero: affittopoli, militaropoli,

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disoccupati, ragazze madri, lavoratori sindacalizzati, iscritti agli ordini: il centro-destra, si guardi il caso, perse le elezioni. Comunque, sarebbe da chiedergli chi, oggi, secondo lui, avrebbe il diritto di guidare il Paese. Peccato che io conosca già la risposta, anch'essa paradossale, visto che il suo altalenante mentore, in quattro governi e tante chiacchiere infarcite da atteggiamenti a dir poco da operetta, non abbia cambiato alcunché. Visto, altresì, che solo il 14% dell'elettorato gli ha riconosciuto ancora una qualche credibilità. Però, siccome in fondo, in fondo, non sono cattiva mi sento di fare un augurio a Feltri: quello di far sua la preghiera del teologo protestante statunitense, Reinhold Niebuhr: “Signore, concedimi la grazia di accettare con serenità le cose che non possono essere cambiate, il coraggio per cambiare le cose che posso, e la saggezza per distinguere le une dalle altre."6 Roberta Forte

Note: 1 William Shakespeare – Amleto – 1,5,167-8 2 Niccolò Machiavelli – Il Principe – Letteratura Italiana Einaudi – Torino 1961 - Cap. XVIII - p. 66 “nelle azioni di tutti gli uomini, e massime de' Principi ... si guarda al fine ... e' mezzi saranno sempre iudicati onorevoli e da ciascuno lodati». 3 Jean-François Lyotard - La Condition postmoderne: rapport sur le savoir – Les Editions de minuit - 1979 – pp. 128 4 Scott Lash – Modernismo e Postmodernismo, I mutamenti culturali delle società complesse – Edizioni Armando 2000 – pp.315 5 Dante Alighieri – Convivio IV, XII, 6 6Reinhold Niebuhr – Preghiera della Serenità 1.a, 2.a, e 3.a riga


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THE WALL Nell'89, quando per un paradossale disguido il Muro di Berlino venne di colpo meno, era passato circa un decennio da quando i Pink Floyd cantavano Another Brick in the Wall; una canzone, pressoché autobiografica, dove l'autore George Roger Waters riflette sull'educazione ricevuta a scuola, sui tristi episodi occorsigli (la morte del padre, le violenze subite, il difficile rapporto con la madre) e sulla sua capacità di costruire nella sua mente 'the wall', il muro, dietro il quale ripararsi dalle avversità della vita. Eppure, quella canzone, ai primi posti per mesi nelle classifiche di tutti i paesi, quasi per un rovesciamento psicologico, divenne in breve un canto alla libertà: ad esempio, nel '80, la canzone fu adottata come inno dagli studenti neri durante la rivolta di Elsie's River, in Sudafrica, per protestare contro la segregazione razziale. Non poteva, perciò, mancare, eseguita direttamente dall'autore, alla festa celebrativa della riunificazione tedesca, nel maggio del '90. Ma, per la sua versatilità, di lì a breve, fu accostata alla protesta contro il libero e sconsiderato agire dei centri del potere finanziario e delle multinazionali, idealmente tutte ubicate in Wall Street, la via del Muro a New York, la sede della Borsa. Il muro, peraltro, è stato proposto da Trump, nella sua campagna elettorale, per tenere lontani gli immigrati messicani, ed è stato materialmente innalzato da Orban, il leader ungherese, ai confini con la Serbia, per bloccare altri immigrati, in prevalenza, afgani. Il 'muro', perciò, è uno di quei simboli che, paradossalmente, possono avere, a seconda dei contesti, valenze e significati diversi: dipende da quale lato ci si colloca o si viene collocati; serve a relegare o a proteggere e se da un lato l'abbattimento è segno di libertà, dall'altro la sua demolizione espone alle aggressioni. Per tornare ab ovo, se nel '90 la Germania gioiva, la restante parte dell'Europa, per non dire del mondo, doveva iniziare a fare i conti con la paradossale dissolvenza di un altro muro sotto l'assalto dei dettami giacobini a distanza di due secoli dalla loro insorgenza: in nome di una libertà fine a sé stessa e di un nominalistico diritto, si cominciarono ad abbattere uno dopo l'altro tutti i pilastri di protezione sociali esponendo così le comunità al ripristino del diritto feudale. Con un'unica differenza rispetto al popolo del medioevo: quest'ultimo, "rumoroso, malizioso, 1 scherzoso, pieno di traboccante vitalità, di entusiasmo e di foga. , soggetto sì al diritto feudale, che contemplava persino l'indisponibilità della loro vita, avevano però della vita stessa un tale gusto da "celebrarla" quotidianamente. Le attuali comunità, di contro, supine al volere di balivi, sono dimentiche del gusto di vivere e scevre della sua "celebrazione quotidiana": immerse in una

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mera sopravvivenza ed egoiste per eccellenza, sono frustrate da attese inconcludenti e in pieno autocompatimento. Inoltre, inconsapevoli, vivono in un continuo presente, prive di quella edulcorazione del gravame che ai credenti può dare la fede, anch'essa, purtroppo, in profonda crisi e in via di un profondo diradamento: nelle zone rurali, le chiese chiudono una dopo l'altra e diventano pollai se non peggio. La distanza delle poche che restano e la presenza di preti non caucasici (mi vien da ridere nell'usare una tale espressione) dissuadono gli anziani dalla frequentazione, un po' a causa dell'artrosi e un altro po' per incomprensione dello stentato italiano degli operatori. In città, la situazione non è da meno: se è più contenuta la rarefazione, ciò che si è diradato è l'apertura e le messe, per scarsità di personale, anche qui sempre più asiatico e africano. Nell'uno e nell'altro caso, comunque, i giovani sono scomparsi, presi dalle affabulazioni della materialistica 'modernità'. In ogni caso, sia agli anziani che ai giovani non verrebbe mai in mente di trovare conforto all'imposto 'presentismo' dai balivi della politica nelle parole di Sant'Agostino d'Ippona, estimatore del 'presente': hanno dimenticato chi sia costui e, in ogni caso, mal si troverebbero a concepire un passato più leggero con il perdono e un futuro meno incerto e gravoso con la fiducia 2 nella grazia di Dio, alimentata dalla speranza o dal confidare nel 'progresso' . È più agevole accettare il mondo così come si presenta, senza tentativi di cambiamenti, arrendendosi al tempo che passa e sposando mode anche le più negative, senza accorgersi di divenire sempre più rinunciatari e apatici ma anche arrivisti nella maniera più becera e utilitaria. E ciò, in massima parte, perché insieme al 'muro', sono cadute le ideologie, tutte, ripudiate anche dagli stessi vessilliferi di ieri come materiale infetto; anzi, la parola 'ideologia' è stata talmente associata alla peste che ha portato a bandire dall'azione 'politica' ogni intento finalistico, seppure non totalizzante, ogni segno dal vago sapore ideologico, per limitarsi alla mera contingenza senza più alcuna profondità, rinnegando così ciò che alla politica competerebbe quasi per fine istituzionale: la facoltà di pensare. In tal modo, infatti, concepì l'ideologia il suo 'inventore', Antoine-Louis-Claude Destutt de Tracy, quando coniò il termine e lo inserì nella sua opera 'Mémoire sur la faculté de penser' con il significato di 'scienza delle idee e delle sensazioni'. Con la caduta del Muro berlinese, infatti, la politica, per insipienza, ha perso la visione prospettica della società sfrondandosi, nello stesso tempo, di riconoscibili principi ai quali conformarsi; quei principi che generavano passioni e muovevano gli animi, sostituiti molto banalmente con pseudo criteri di godimento dei benefici che il sistema produce e che dovrebbe distribuire. Elevato il politically correct a modello, l'espressione politica è divenuta una sorta di conformismo linguistico, una specie di pensiero unico che limita la libertà d'espressione; una forma di ipocrisia istituzionale, che si riduce a cambiare la 'forma', cioè le parole, senza intervenire sostanzialmente sui problemi. Ha fatto di più. Opportunamente indotta verso una 'modernità' senza senso e una indistinta 'necessità', ha delegato i suoi poteri a istituzioni puramente amministrative sovrannazionali, privandosi così di ciò che oggettivamente le apparteneva, la responsabilità, per nascondersi


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dietro paraventi di 'ineludibili urgenze' che uniformano senza elevare. Infatti, il termine 'progresso', significante l'acquisizione da parte di una intera comunità di forme di vita migliori e più complesse, specialmente in quanto associate all'ampliamento del sapere, delle libertà politiche e civili, del benessere economico e delle conoscenze tecniche, è stato molto opportunamente sostituito da 'crescita' con l'indistinto significato di 'aumento di ricchezza', sempre più sovente di pochi e a detrimento di molti. Un'analoga fine hanno avuto termini come 'libertà' e 'giustizia'; il primo, rivestito unicamente con i panni del consumatore e dell'utente e il secondo orbato di quelle virtù, eminentemente sociali, fondanti nella volontà di riconoscere e rispettare i diritti altrui attribuendo a ciascuno ciò che gli è dovuto secondo la ragione e la legge. Non parliamo, poi, della legge, divenuta una sorta di regolamentazione condominiale, spesso incompleta e, comunque, sovente disattesa, a ulteriore scapito della giustizia. Peraltro, non ci sono più nemici, ma concorrenti da battere secondo regole virtualmente consensuali. Un assopimento, in sostanza, che coinvolge persino alcuni soggetti intermedi, le organizzazioni sindacali, deliziate da una non meglio precisata 'fase adulta della democrazia' e dalla 'necessità di partecipare a conflitti sempre più sofisticati'; soppiantate da altri soggetti, all'inizio intermedi, le ONG, oggi addirittura surrogatrici dell'azione degli stessi governi e al di sopra degli interessi nazionali; delle specie di valchirie, sconosciute da Odino, che in ogni caso si arrogano il diritto di scegliere chi sprofondare nel campo Fólkvangr, dinnanzi a Freyja e chi innalzare nel Valhalla, nutrito a idromele3. Ebbene, sì. Il privato sta soppiantando lo Stato. Persino le attività belliche si possono demandare a società private che, con i loro uomini e le loro armi, combattono in nome e per conto. Siamo tornati ai mercenari, con la differenza che oggi l'interesse economico privato dell'esecutore potrebbe non coincidere con quello del committente: un soggetto politico-istituzionale pubblico. Il risultato per la società è che la Ragione, rielevata a Dea, ma costantemente definita, misurata, corretta, adattata, incanalata ha ucciso ogni anelito, ogni aspirazione, ogni desiderio per lasciare spazio alla sola ricerca della sopravvivenza, al più puro egoismo, tra individui e tra Stati. Una 'ragione' che, nell'evoluzione giacobina odierna, è totalmente priva del sincretismo degli ideali razionalisti degli illuministi, del deismo di Voltaire e soprattutto delle idee di Rousseau; così come è priva di quel retroterra culturale di origine massonica, che si dice abbia animato la rivoluzione francese, il quale attribuiva alla Dea Ragione le sembianze dell'antica divinità egiziana Iside. Ora, al di là della simpatia o meno per la Fratellanza Universale, chi, anche tra gli stessi odierni appartenenti a quel sodalizio, ha mai ha sentito parlare di Maat? In sostanza, siamo collocati all'interno di una cinta muraria e ci sentiamo 'liberi' perché, nella continuità del 'presente' e in piena solitudine, evitiamo con tutti noi stessi, pur vedendoli, di toccare i muri che ci circondano, beati dalla 'libertà' di razzolare. Siamo alla fine di 'una storia' ma anche qui ci differenziamo rispetto al passato: l'ultima espressione pittorica e letteraria di un popolo la possiamo ammirare, ad esempio, negli scavi di Pompei mentre la nostra odierna la si dovrebbe cercare sui muri dei cessi dove si trovano frasi ed immagini eloquentissime.

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Paradossalmente, il tempo ha trovato il modo di invertire il suo corso: Maximilien Robespierre ha catturato e ghigliottinato buona parte dei componenti del Comitato di Salute Pubblica, rei di aver promosso il complotto del Termidoro. Ha atteso oltre duecento anni ma, alla fine, dopo aver cancellato gli inutili filosofi e aver adattato la Ragione, ha vinto avendo ragione dei titubanti, dei riottosi e dei moderati. Resta il quesito finale, la morale, sintetizzata nel noto, persino banale ormai, 'Che fare?'. Beh! Mi concedo il ricorso ad un contemporaneo scrittore italiano, Diego Cugia, che nel suo 'Jack Folla Alcatraz' scrive: "C'è qualcosa che non va, lo capisci, fratello? Non può passarla liscia il mondo. Questo mondo quasi senza più guerre ma con una pace feroce, più tremenda di tutte le guerre del passato."4 E ancora: "Un uomo solo che guarda il muro è un uomo solo. Due uomini che guardano il muro è il principio di un'evasione." E, quindi: "Nuota controcorrente, fottitene, lascia che ridano. Guardali. Se riesci a vederli dietro le loro sbarre, ce l'hai fatta, ragazzo. È andata. Sei libero, sei fuori, sei nato.". Massimo Sergenti

Note: 1 Fulcanelli – Il mistero delle cattedrali – Edizioni Mediterranee – III edizione ampliata 1972 - p. 30 2 Agostino d'Ippona – Confessiones - XI, 14, 17: 20, 26; 26, 33 3 Edda poetica - Völuspá - Profezia della Veggente 4 Diego Cugia – op. cit. – p. 97


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CARO KURT VOLKER, CHE FAI, CI CACCI? Amiamo gli Stati Uniti per ciò che sono e per quello che hanno rappresentato per l’Italia. Senza il sostegno di Washington all’indomani del Secondo conflitto mondiale il nostro Paese non avrebbe avuto alcuna speranza di rimettersi in piedi con tanta rapidità come invece ha fatto. Senza gli “States”, impegnati a fare da compratori di ultima istanza dei nostri prodotti, la bilancia commerciale avrebbe impiegato secoli per ritornare in equilibrio. Gli americani, militarmente, ci hanno protetti. Per decenni abbiamo avuto le truppe del Patto di Varsavia alle porte ma non ci siamo angosciati per questo: c’era lo zio Sam a vegliare sulla nostra sicurezza. E poi Hollywood, la musica, le Harley Davidson, gli hot dog, i jeans: l’America ce la siamo goduta in tutte le sue forme. Non dimentichiamo e per questo Dio benedica l’America. Gratitudine e lealtà: non ci piove. Tuttavia, gratitudine e lealtà non possono essere usate come corpi contundenti per lobotomizzare la nostra facoltà giudizio. Dire talvolta alla persona più cara che non si è d’accordo su ciò che sta facendo non significa tradirla o disonorarla. Al contrario, vuol dire volerle bene. Mai alcun medico bugiardo ha fatto la fortuna del malato. Ora, pensiamo che sulla questione siriana e più in generale sui rapporti tra Occidente e Federazione russa l’amministrazione di Washington stia sbagliando. Portare il confronto sulla soglia del conflitto armato può essere un modo assai pericoloso di giocare le proprie carte: se va bene si vince poco, se va male si perde tutto. E questo una classe dirigente accorta e responsabile dovrebbe saperlo. Mostrare i muscoli digrignando i denti è roba da bulli di quartiere, non da statisti lungimiranti. C’è un problema Russia che assilla Washington e le cancellerie europee? La soluzione è integrare il mondo ritenuto ostile nel nostro, non spingerlo all’isolamento. Ci sarebbe da portare Mosca in Occidente e non ricacciarla nelle steppe siberiane. Lo pensiamo fermamente e non per questo ci sentiamo traditori dei patti transatlantici. E, per dirla tutta, fa malissimo il signor Kurt Volker, inviato di Donald Trump in Ucraina, a minacciare l’Italia nel caso dovesse passare la linea salviniana dell’abolizione delle sanzioni alla Russia. Lui parla al quotidiano “La Stampa” che lo ha intervistato di “gravi conseguenze” per il nostro Paese qualora dovesse disertare il fronte anti-Putin. D’accordo l’amicizia con gli Usa, ma così non va. Con chi crede di parlare il signor Volker? Con il garzone di bottega? Se si ha a cuore un rapporto di amicizia, ogni divergenza di veduta che può sorgere la si appiana ragionando, non minacciando. Deve sapere il signor Volker che le sanzioni imposte alla Russia hanno fatto molto male al sistema produttivo italiano che ha subito un

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significativo calo nell’interscambio commerciale, passato dai 48,546 miliardi di dollari toccati nei primi 11 mesi del 2013 (prima delle sanzioni) ai 20 miliardi di euro nel 2017. Fosse servito a qualcosa il sacrificio fatto ce ne faremmo una ragione. Ma la tattica dello strangolamento dell’economia russa non ha prodotto niente sul terreno geopolitico: la Russia ha annesso la Crimea e non intende mollarla e l’Ucraina non è diventata un posto migliore di prima, quando era sotto l’influenza di Mosca. Al contrario la Federazione russa ha preso ad espandersi nell’area del Mediterraneo e del Vicino Oriente con una velocità e una determinazione ignote ai tempi dell’Unione Sovietica. Se questo è il risultato della forza dell’Occidente allora è meglio che i leader che ci hanno portato dove siamo meditino di cambiare mestiere perché è palmare che la politica intelligente non faccia per loro. Oggi in Italia Matteo Salvini, al quale fa da controcanto il suo uomo più fidato, Lorenzo Fontana, promette, una volta approdato a Palazzo Chigi, di rimettere mano al dossier sui rapporti bilaterali con la Russia. Non fa bene, di più: fa benissimo. Meno male che c’è qualcuno in giro che mostri di avere le idee chiare su ciò che sia concretamente l’interesse nazionale. Il mainstream dei benpensanti dice che questo proposito gli precluderebbe la strada per Palazzo Chigi. Allora non si è capito niente di come sono andate le cose il 4 marzo? Non entra nella testa dei soliti noti del pensiero politicamente corretto che voltare pagina per gli italiani significhi andare in una direzione opposta a quella seguita finora dai governi “giusti” del centrosinistra. Verrebbe da chiedere ai soloni dei media: secondo voi, perché mai la maggioranza degli elettori ha voluto punire tanto duramente il Partito Democratico? Davvero pensate che tutto si spieghi con l’antipatia caratteriale di Matteo Renzi o la disinvoltura nella gestione del potere della sua pupilla Maria Elena Boschi? Non vi sorge neanche lontanamente il sospetto che gli italiani abbiano voluto dire basta a una politica soggetta oltre misura ai diktat e ai desiderata altrui? Al produttore ferrarese della pera Abate Fetel non gliene fraga niente degli equilibri geopolitici. Lui sa soltanto che prima le sue pere andavano a ruba sul mercato russo mentre oggi rischiano di marcire nei magazzini tra l’invenduto. e non perché la sua pera non sia la più gustosa in circolazione ma perché c’è l’embargo. Quel produttore lì, se Salvini gli chiede un passaggio in auto per andare in Europa a dire che l’Italia non ci sta a farsi del male da sola, ce lo porta in spalla a Berlino, a Parigi, a Bruxelles o dovunque occorra andare per cambiare le cose. Se non si capisce questo, ciò che è accaduto lo scorso 4 marzo sarà soltanto l’inizio dello smottamento, la frana dell’intero establishment giungerà a stretto giro. E allora buonanotte al mainstream e a tutti i benpensanti. Cristofaro Sola*

*da L’Opinione


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LETTERA APERTA A FRANCO CARDINI Caro Maestro, consentimi di rivolgermi a te con il termine che ritengo più consono e il "tu" confidenziale riservato alle persone che si stimano da tempo immemore. Da vecchio cultore di storia medievale e grazie a un cognome il cui anagramma rimanda a un cavaliere della tavola rotonda, ho appagato la sete di conoscenza e la passione "cavalleresca" anche grazie alla tua imponente opera, la cui valenza, riconosciuta a livello planetario, non necessita certo del ribadimento di un fervente ammiratore. Ciò premesso, esprimo profondo dissenso per il tuo accorato appello in difesa di Assad, disponibile su YouTube con il titolo: "Comitato No Guerra No Nato - L'Italia ripudia la guerra, nessuno cancelli questa frase", pubblicato poche ore prima dell'attacco missilistico su Damasco contro tre obiettivi legati agli arsenali chimici. L'ho ascoltato attentamente e mi hanno colpito le frasi in cui associ l'iniziativa di Francia, Gran Bretagna e USA a quella farlocca che determinò la seconda guerra del golfo e la nascita dell'Isis. Parimenti mi ha colpito quel tono "rispettoso" nei confronti di Assad, che non posso considerare "realistico" perché ciò configurerebbe un'offesa alla tua intelligenza. Comprendo e condivido le preoccupazioni di una possibile escalation; anche grazie a ciò che ho imparato leggendo tanti tuoi libri, tuttavia, non sono disponibile a intorbidire le acque per giustificare paure, ancorché legittime, in modo distonico rispetto alla realtà. Posso parlare con cuor sereno perché sono facilmente reperibili, anche in questo magazine, tanti miei articoli che affrontano compiutamente e criticamente la bufala delle armi di distruzione di massa, fonte della seconda guerra del Golfo e delle sue tragiche conseguenze. Lo stesso dicasi per Trump, che non figura certo tra le persone beneficiarie della mia stima, e per tutto quanto attiene alla decadente società statunitense. Da qui, però, a considerare "un pretesto" l'utilizzo delle armi chimiche da parte di Assad e lasciar intendere che si sia trattato di una montatura, adducendo come prova fatti vecchi, ce ne corre. Abbiamo tutti paura, caro Maestro, ma i problemi che ne sono causa non si risolvono nascondendo la testa nella sabbia. Non devo certo spiegare a te la storia della Siria e quella di Bashar Hafiz al-Asad. La conosci e molto meglio di quanto la conosca io. Affermi testualmente che "l'annunciato attacco missilistico USA è in realtà una sorta di dichiarazione di guerra alla Russia", insinuando nelle menti di chi ti ascolti il presupposto che si possa essere alla vigilia della Terza Guerra Mondiale. (Il concetto è ribadito in modo ancora più chiaro nell'appello ai futuri governanti, pubblicato nel sito "ilcovile.it", con il quale, in ottima compagnia di autorevoli

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intellettuali, chiedi l'uscita dell'Italia dalla Nato, senza spiegare però, come possa realizzarsi siffatto difficile sgancio in mancanza di un vero processo d'integrazione europea che ci consenta di essere realmente forti e autosufficienti sul traballante scacchiere planetario). Non è corretto. Non è giusto. Perché gli USA dovrebbero attaccare la Russia utilizzando pretestuosamente la Siria? Sarebbe una follia che nemmeno uno strambo presidente come Trump potrebbe compiere, tanto più perché, come tutti sappiamo, il presidente americano non nutre certo sentimenti di ostracismo nei confronti del novello Zar. La realtà è ben diversa: è Putin l'alleato interessato di un feroce dittatore. Il controllo della Siria gli consente di non perdere la postazione sul Mediterraneo, grazie alla base navale di Tartus, per non parlare degli intrecci economici connessi alle forniture di armi, agli investimenti sul territorio, all'apertura di un corridoio aereo verso l'Iran, favorito dalle rinnovate relazioni tra i due paesi. La polveriera mediorientale non si placa con politiche dilatorie ma affrontando il toro per le corna una volta e per sempre. Occorre affermare la verità, che è difficilmente districabile in un contesto dalle mille sfaccettature e contraddizioni (ogni riferimento al ruolo della Turchia "NON" è puramente casuale) avendo anche il coraggio di far comprendere i rischi connessi a una "iniziativa giusta portata avanti nel modo sbagliato". Non si frigge il pesce con l'acqua e l'unica mia vera paura, caro Maestro, è che l'attacco missilistico, limitato e senza conseguenze effettive, reiterando errori già commessi in passato, anche nelle dichiarazioni ambigue come quelle rese da Theresa May, contribuisca solo a creare maggiore confusione nell'opinione pubblica e a rafforzare il sostegno russo e iraniano ad Assad. (Lo ripeterò fino alla nausea: quanto costa e quanto manca un'Europa veramente unita sotto un'unica bandiera, con un suo esercito che funga da deterrente contro qualsivoglia velleitarismo!). Vi è un popolo, quello curdo, che soffre tra l'indifferenza planetaria, essendo perseguitato nelle aree in cui sopravvive, e quindi anche in Siria, con la stessa ferocia che un tempo fu riservata agli Armeni e agli Ebrei. In Siria vengono massacrati vecchi, donne e bambini. Dobbiamo guardare inermi a tutto ciò? Anche questa è una scelta, per carità, che tra l'altro trova molti sostenitori, come dimostrano ampiamente le dichiarazioni di un ampio ed eterogeneo fronte politico. Al diavolo la Siria e i popoli che soffrono sotto terribili tirannie; al diavolo i bambini nati sotto le bombe e asfissiati dai gas; al diavolo le donne stuprate e i vecchi impauriti. Al diavolo tutti, basta non aggiungere problemi più gravi a quelli che già ci angosciano. Si abbia però il coraggio di dirlo chiaramente, senza masturbazioni mentali che trasformino i diavoli in santi e viceversa. Lino Lavorgna


SOCIETA’

IL TRAPPOLONE Mi sorprende (e premetto che chi scrive possiede soltanto un telefonino Nokia da 40 euro) che voi, cari "giovani" perennemente connessi - sia che siate tali per ragioni anagrafiche ovvero, non avendo più l'età, per un'illusoria volontà di adesione ad una contemporaneità cui di fatto non appartenete più da tempo - non abbiate tenuto in debito conto di come le vostre rispettive esternazioni, una volta rese pubbliche via Facebook, si siano trasformate in macigni indistruttibili. E che non abbiate inoltre tenuto presente che, per ineludibile legge di natura, ogni azione comporti una relativa reazione eguale e contraria. Nella realtà infatti, come dicono gli inglesi :"there are no free luncheons". Non si spiegherebbe altrimenti la vostra sbalordita indignazione, dopo anni di spensierato, irresponsabile e compulsivo smanettamento su Facebook, nello scoprire come la diffusione ai quattro venti della vostra intimità personale e relazionale sia stata mercificata ed asservita dal Grande "Fratellastro" virtuale ai più beceri interessi globali di natura economica e commerciale. Ma si!, è proprio un bel birichino il vostro sorridente coetaneo Zuckemberg con la felpetta generazionale d'ordinanza (da 63 miliardi di dollari, ma vabbè, fa niente!) che vi ha spalancato da un giorno all'altro l'immenso oceano dell' Umanità intera nel quale vi siete tuffati felici e nudi sin dal momento in cui la morte del "padre", verificatasi nella seconda metà del secolo scorso nel nostro Occidente materialista, vi ha lasciato da soli nel bel mezzo di un guado epocale chiudendovi alle spalle le porte della famiglia e dell'originale contesto sociale di appartenenza per iscrivervi, si direbbe "d'ufficio", all'allargata comunità di tutti gli umani, siano essi da voi conosciuti, semi-conosciuti od anche del tutto estranei alla vostra esperienza esistenziale. L'individuo, ormai senza più coscienza storica, riferimenti culturali, appartenenza sociale, condizionamenti religiosi e disciplina comportamentale condivisa (se si esclude, forse, un'acritica accettazione di tutto ciò che sembri apparire in qualche modo "politicamente corretto"), ha esteso a dismisura il proprio "io" includendo in esso un'immensa moltitudine di controparti esterne la cui reattività nei confronti dello stesso soggetto agente costituisce di fatto parte importante della ragione esistenziale di quest'ultimo. Tale reattività telematica è così diventata la sola forma di riconoscimento della propria identità personale (selfie) ed esistenziale (what's up) dalle quali deriva l'unica percezione di se stessi come entità reale che si manifesta sotto forma di cellula/monade facente parte di una struttura perennemente interconnessa. Per potere partecipare alla Storia come individualità percepita e percepibile bisogna dunque

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essere connessi "h 24" con i propri simili, relazionandosi con i quali si ottiene una sorta di certificazione della propria stessa esistenza e del suo relativo manifestarsi al mondo. Se non è condiviso con altri, e quindi di fatto OSSERVATO dall'esterno nel così detto tempo reale, l'atto esistenziale non si concretizza e pertanto non esiste (si direbbe una manifestazione, in chiave "sociale", della fisica quantistica!). E ciò non soltanto da un punto di vista culturale, relazionale ed organizzativo della vita quotidiana, ma direi anche sotto un aspetto più marcatamente fisiologico. Si è mai riflettuto infatti sull'esistenza di una sorta di "succo gastrico telematico" ormai agente via Internet nel nostro organismo ? Mi sembra infatti ormai assodato come una pizza consumata in trattoria venga gustata, e metabolizzata, in modo molto più gradevole se fotografata e condivisa via "what's up" con un certo numero di persone amiche i cui relativi "like" contribuiscono palesemente al suo sapore ed al relativo piacere. E cosa dire infine dell'adorabile visione del gattino che fa le fusa, del panorama mozzafiato, dell'oggetto di alta moda e della torta di compleanno di zia Maria condivisi su Facebook? Non sono tali immagini - ricevute sullo schermo del proprio high phone in connessione telematica da persona a persona - causa di produzione di gradevoli endorfine il cui atto stesso del condividere ne acuisce il piacere e l'emozione ? E sì, cari "internetnauti" vi siete tuffati a pesce nel grande mare di Facebook senza riflettere sull'ineludibile realtà di come ad ogni beneficio sia collegato il relativo cartellino del prezzo e di come l'onnipotenza telematica della polpetta avvelenata del caro "Zuck" avrebbe necessariamente comportato la disseminazione planetaria ed incontrollata di ogni attimo della vostra vita con relativa, irreversibile nudità "coram populo" della propria personalità, carattere e modo di lettura individuale dell'universo mondo. E' infatti accaduto che tutto ciò che fino a qualche decennio fa era oggettivamente un "FUORI" rispetto a voi stessi sia ora diventato componente intrinseco di voi stessi e della vostra, ahimè "non"-personalità. Avete ormai acriticamente inglobato tale "FUORI" immergendovi in esso, come suole dirsi, "booths and all" senza alcuna possibilità che l'incombente nuvola di Facebook possa mai restituirvi quanto da voi in essa depositato squadernando irresponsabilmente tutta la vostra vita "al primo che passa". All'illusione di una falsa libertà meta-corporea ha infatti corrisposto un reale asservimento a poteri del tutto estranei, mercenari e nemici. Avete regalato la vostra umanità a Zuck ed egli l'ha venduta all'onnipotente mammona globale. Mi si consenta dunque una facile ironia: sarà senza dubbio una bella soddisfazione venire a sapere che ogni pizzaiolo del pianeta ha ora modo di essere informato sul piatto da voi preferito per potervi inserire in un elenco di appassionati consumatori di focaccia con funghi e mozzarella da tenere presente per ogni futura evenienza commerciale! Bisogna riconoscere come Internet e relativi "social" siano ormai la linfa circolante che lega le persone e la cui eventuale interruzione comporterebbe una sorta di "vulnus" nell'identità psichica, e forse per alcuni versi anche fisica (vedi pizza !), dei suoi entusiasti, ma superficiali, fruitori. Trattasi effettivamente un gran bel paradosso


SOCIETA’

Un'ultima breve considerazione sull'acritico esibizionismo della nudità individuale che i "social media" hanno comportato : un antico e crudo proverbio siciliano recita come il noto "cornuto" locale fosse manifesto come tale soltanto nel proprio paese mentre l'altrettanto noto "fesso" si sarebbe tradito ovunque egli si fosse recato nel mondo. L'attuale villaggio globale che si snoda sulle autostrade dei social telematici ha permesso ai "fessi" di ogni razza (incluso naturalmente chi scrive) di valicare i ristretti confini dell'originaria comunità di appartenenza consentendo alla stupidità umana di espandersi, attraverso la libidinosa libertà di "click", per le vie dell'universo mondo inondandolo di superficialità ed incultura; ciò, con un'unica, presunta legittimazione: quella di poter dare vita - udite udite (!) alla così detta "democrazia partecipata". Antonino Provenzano

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IL PIAVE MORMORAVA PARTE QUARTA: L'EUROPA IN FIAMME Nel giugno del 1915 l'Europa è un immenso campo di battaglia, esteso anche oltre i suoi confini continentali. Il 23 agosto dell'anno precedente, il Giappone, su sollecitazione del governo britannico, entrò in guerra contro la Germania, occupando i territori coloniali tedeschi in Estremo Oriente. Nello stesso mese il Regno di Montenegro dichiarò guerra all'Austria-Ungheria. Il 6 agosto 1914 la Francia e la Gran Bretagna iniziarono la campagna dell'Africa Occidentale, con l'invasione delle colonie tedesche. Il Togoland (oggi Togo) fu occupato quasi senza combattere; più complicata si rivelò la conquista del Camerun, che avvenne solo nel febbraio 1916. Tra il 14 e il 24 agosto 1914, la battaglia delle Frontiere, lungo la linea di confine franco-belga, rivelò il vero volto di una guerra combattuta con regole vecchie e strategicamente inefficaci. Imponente lo schieramento delle truppe (1.300mila soldati per l'Intesa e 1.500.000 per la Germania) e altissimo il numero dei caduti su entrambi i fronti (80mila e 57mila). A fronteggiarsi furono due "concezioni" belliche: il Piano XVII, concepito dal generale Joseph Joffre, e il Piano Schlieffen, concepito nel 1905 dal capo di stato maggiore Alfred Graf von Schlieffen. Il generale francese prevedeva lo sfondamento delle linee tedesche in Alsazia, contando sullo "slancio vitale" delle sue truppe e "supponendo" che giammai i tedeschi avrebbero utilizzato un consistente numero di armate sin dall'inizio delle ostilità, come, di fatto, avvenne. Il piano Schlieffen prevedeva la violazione della neutralità belga per raggiungere Parigi in pochi giorni. Entrambe le strategie si rivelarono fallimentari. L'anacronistica offensiva ad oltranza dei francesi, praticata con le baionette spianate in campo aperto, fu facilmente arginata grazie al filo spinato, alla potenza di fuoco delle mitragliatrici e alle più moderne tattiche di dispiegamento delle truppe. Il Piano Schlieffen, dal suo canto, risultò non meno fallimentare in virtù di eventi "imponderabili", che colsero di sorpresa lo Stato Maggiore e il pur abile comandante Von Moltke, succeduto a Schlieffen nel 1906: la resistenza dell'esercito belga si dimostrò più consistente del previsto e fece ritardare di molti giorni l'avanzata in Francia; non si era prevista l'entrata in guerra della Gran Bretagna, il cui corpo di spedizione costrinse i tedeschi a deviare verso Compiegne, rinunciando a Parigi; non si era prevista la tempestiva mobilitazione dell'esercito russo, che penetrò in Prussia sconfiggendo i tedeschi nella battaglia di Gumbinnen.


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Questi eventi, a loro volta, ne determinarono altri ancor più penalizzanti: Von Moltke fu costretto a distogliere molte truppe dal fronte occidentale per inviarle contro i russi; la resistenza belga e l'aiuto della Gran Bretagna consentirono ai francesi di riposizionarsi in modo ottimale per difendere Parigi e rinforzare il fronte verso Sud, creando i presupposti per "il miracolo della Marna". A Parigi ci si preparava alla difesa, affidata al vecchio generale Gallieni, mentre frotte di cittadini in fuga dagli invasori ripetevano le tragiche scene del 1871, rifugiandosi nella capitale. Il governo scappò a Bordeaux, in cerca di salvezza, abbandonando Gallieni al suo destino, in una città terrorizzata, che però non esitò a rispondere al suo appello per difendersi dal nemico combattendo con ogni mezzo e costruendo solide barricate. Nulla avrebbero potuto fare contro le bene armate truppe tedesche, pur provate dalle lunghe marce, se il "caso" non fosse venuto in soccorso della "necessità". Il 3 settembre un aereo di ricognizione scoprì la deviazione dell'armata tedesca; Gallieni si rese conto che in tal modo i tedeschi gli offrivano il fianco e attaccò senza indugio. La battaglia, che nessuno aveva previsto, si svolse tra il 6 e l'11 settembre 1914 e sancì il fallimento definitivo del piano Schlieffen, cancellando la possibilità di una rapida vittoria sul fronte occidentale. La battaglia della Marna rappresentò una svolta importante per l'andamento della guerra, determinando il cambiamento sostanziale delle strategie adottate fino a quel momento. Iniziò la guerra delle "trincee", logorante oltre i limiti dell'umana sopportabilità, caratterizzata nella prima fase dalla "corsa al mare", con spirituale la quale gli eserciti francese e tedesco tentarono audacia temeraria igiene inutilmente di aggirarsi, prolungando il fronte fino al Mare del Nord. Il susseguirsi delle battaglie in Piccardia e nelle Fiandre non portò a nessun risultato concreto e il fronte occidentale, di fatto, rimase fermo fino alle offensive di primavera del 1918. LA TRINCEA La vita del soldato in trincea è dura e piena di disagi. "Un odore sgradevole ci prende alla gola nella nostra nuova trincea a destra di Esparges. Piove a dirotto e troviamo dei teli da tenda sulle pareti. L'indomani, all'alba, constatiamo che le nostre trincee sono scavate in un carnaio; i teli da tenda nascondevano la vista di cadaveri e rottami. Dopo qualche giorno, con il ritorno del sole, le mosche ci invadono, l'appetito è scomparso. Quando i fagioli e il riso possono arrivarci, li scaraventiamo oltre il parapetto. Solo il vino e la grappa sono i benvenuti. Gli uomini hanno un 1 colorito terreo, gli occhi segnati" . Altro flagello era rappresentato dai topi e dai pidocchi, dalla sporcizia, dall'impossibilità di cambiarsi d'abito e di lavarsi anche per mesi, dall'odore acre dell'urina. Le trincee contrapposte si fronteggiavano a poche centinaia di metri e a volte anche a distanza inferiore ai cento metri, separate dalla cosiddetta "terra di nessuno", costellata di cadaveri in putrefazione e da feriti difficilmente recuperabili per non esporsi al fuoco dei cecchini. Un ufficiale ordinava gli assalti con un fischietto e i soldati partivano di slancio, con le baionette spianate, impigliandosi nei

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reticolati di filo spinato e offrendosi al micidiale fuoco delle mitragliatrici. I soldati avevano ben chiara la percezione dell'inutilità delle loro azioni, che servivano solo a generare un alto numero di morti, senza alcun vantaggio effettivo: si conquistavano pochi metri, si perdevano grazie alla controffensiva, si riconquistavano ancora a duro prezzo, si riperdevano e così via. Nondimeno dovevano soggiacere a questa frustrante condizione, pena la fucilazione per vigliaccheria o ammutinamento. La letteratura e la cinematografia hanno messo in ampio risalto 2 questi aspetti, con autentici capolavori che hanno avuto grande successo . Al di là dei romanzi e dei film, tuttavia, sono le testimonianze dirette di chi la guerra l'ha combattuta davvero, non importa su quale fronte, che consentono di penetrare ancor più in una realtà altrimenti incomprensibile. Sotto questo profilo risulta di fondamentale importanza il saggio di Ernst Jünger "Nelle tempeste d'acciaio", (Guanda 1990), reperibile anche con il titolo "Tempeste d'acciaio", Ciarrapico Editore, 1961, edizioni preferibili a quella edita dallo Studio Tesi nel 1990, sempre con il titolo "Tempeste d'acciaio", in quanto la traduzione effettuata da Gisela Jaager-Grassi non regge il confronto con quella curata da Giorgio Zampaglione. Jünger offre una visione della guerra scevra di sentimentalismi e retorica, rappresentandola nella sua essenza più veritiera, discostandosi dai tanti "fanatici" banalmente "patriottici", che nella guerra trovarono un alibi per dare sfogo alla loro confusa e distorta visione del mondo. La dedizione alla Patria di Jünger ha un valore "elitario" perché corroborata da concetti che trascendono il binomio individuo-territorio, ossia sono tedesco e combatto per la mia Patria contro i suoi nemici; sono francese, italiano, austriaco e faccio altrettanto, e così via. Troppo banale per l'anarca che ha attraversato un intero secolo, cogliendone tutte le sfumature, senza rimanere contaminato dai tanti tarli che lo hanno infettato. "Se un giorno non si comprenderà più come un uomo abbia potuto dare la vita per il suo paese, allora sarà tutto finito; allora l'idea della patria sarà morta; e quel giorno forse ci invidieranno come noi invidiamo i santi per la loro forza profonda e irresistibile. Perché tutte queste belle e grandi idee provengono da un sentimento che è nel sangue che non si può dominare. Alla fredda luce della ragione, tutto diviene calcolo disprezzabile e monotono. Ci è stato concesso di vivere nei raggi invisibili dei grandi sentimenti e questo resterà un nostro privilegio inestimabile". Ecco il concetto di Patria che si estende oltre i confini territoriali di un singolo individuo, coinvolgendo ogni essere umano. Una bella differenza rispetto alle teste calde presenti in ogni paese, per le quali la ragione è sempre dalla loro parte e tutti gli altri sono i nemici. Senza alcuna volontà comparativa con la grandezza dell'opera di Jünger, merita una citazione anche il diario di guerra di Carlo Emilio Gadda, "Giornale di guerra e di prigionia", Garzanti, 1992: abbracciando un arco di tempo molto vasto, dal 1915 al 1919, consente un approfondimento a largo spettro delle vicende belliche, rivelando sia le tante distonie che caratterizzarono l'impegno italiano sia l'eroismo dei singoli. Da prendere con le molle, invece, le numerose testimonianze di generali e politici, per lo più scritte con l'unico intento di "giustificare le proprie azioni" e quindi poco credibili. Utilissimo, invece, il saggio di Lorenzo del Boca, "Grande Guerra - Piccoli generali", UTET 2008, che già nel


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titolo rivela lo spirito con cui viene affrontato l'evento bellico. Le tristi condizioni dei soldati e la vita dura nelle trincee sono crudamente trattate nel capitolo intitolato "Il fango e il gelo, i topi e la febbre". EUROPEI CHE UCCIDONO ALTRI EUROPEI Prima di proseguire con la cronaca bellica cerchiamo di capire lo spirito con il quale decine di milioni di persone si spararono addosso vicendevolmente, si sobbarcarono a fatiche sovrumane, sopportarono soprusi e violenze mettendo in mostra tutte le possibili reazioni umane che tali fenomenologie sono in grado di manifestare: rabbia, dolore, ribellione, rassegnazione. Sarebbe facile affermare: "Erano soldati, dovevano obbedire e non è importante ciò che pensavano. Combattevano perché glielo avevano ordinato". Questo concetto traspare in alcuni saggi che spostano l'attenzione precipuamente sui personaggi di alto rango militare e politico, le cui decisioni potevano orientare gli eventi in un senso o nell'altro. Per quanto concerne gli italiani, poi, non mancano cesellature che mettono in evidenza come molti soldati, di bassa scolarizzazione o analfabeti, non riuscissero nemmeno a comprendere le reali motivazioni della guerra che combattevano. Limitarsi a questa analisi, tuttavia, è oltremodo riduttivo, perché mai come nella Grande Guerra lo spirito dei combattenti - lo vedremo via via - ebbe il sopravvento sulle decisioni dei "capi", condizionando, di fatto, il risultato finale. Se guerrafondai e pacifisti sono riscontrabili in ogni paese con tratti comuni, i tipi umani chiamati a combattere mettono in luce peculiarità differenti, secondo la loro matrice territoriale. I tedeschi, è noto, sono famosi per la disciplina, per la straordinaria capacità organizzativa, per l'ordine. La prima guerra mondiale fu anche l'espressione della massificazione della società perché tutti furono chiamati ad apportare il loro contributo e queste caratteristiche, ovviamente, consentirono una strutturazione delle risorse umane, nelle retrovie e al fronte, di gran lunga superiore rispetto a quanto avvenne in altri paesi. I giovani tedeschi bramavano la carriera militare e non disdegnavano la guerra in virtù di un retaggio educazionale che, a tale ruolo, conferiva grande prestigio. Le trincee costruite dai tedeschi erano di gran lunga più confortevoli rispetto alle altre e il supporto logistico assicurato, negli armamenti, nel cibo e in qualsivoglia altra necessità, surclassava quello di tutti gli altri eserciti. Il soldato tedesco era fiero del suo ruolo e combatteva con ferma determinazione perché credeva che la Germania avesse il diritto di dominare l'Europa. Lo stesso Jünger sosteneva testualmente (non dimentichiamo che aveva solo venticinque anni quando scrisse "Tempeste d'acciaio"): "Questi combattimenti sono passati e già intravediamo davanti a noi delle nuove lotte. Noi - e in questo "noi" comprendo i giovani che nel paese sono quelli che pensano e che sono aperti all'entusiasmo - non avremo paura. Fintantoché le spade manderanno lampi nell'ombra, la Germania vivrà, la Germania non soccomberà". L'esercito inglese, composto prevalentemente da volontari, era guidato da ufficiali reclutati tra la nobiltà e la borghesia. Era un piccolo esercito che passò in pochissimo tempo da 200mila a

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5milioni di uomini, dimostrando grande capacità di adattamento, nonostante la ritrosia dei soldati esperti nei confronti dei superiori "novellini", che dovettero faticare non poco per vedersi riconosciuti nel ruolo. Non mancava il coraggio e i soldati si distinsero in mille occasioni per la capacità di fronteggiare il nemico anche in condizione d'inferiorità numerica. I tratti del carattere inglese non erano certi "annichiliti" dalle circostanze particolari e ciò comportò molti problemi nei rapporti con gli alleati. Inglesi e francesi si detestavano reciprocamente e non perdevano occasione per creare scaramucce, anche per futili motivi. Quando l'integrazione delle truppe, per esempio, determinò la somministrazione di cibo francese agli inglesi e viceversa, gli ufficiali dovettero faticare non poco per mantenere l'ordine: ciascuno schifava il cibo degli altri. Il velleitario "complesso di superiorità" li portava a cesellare l'azione bellica con gesti spesso discutibili, ancorché ancorati a quei presupposti da "gentlemen" che costituiscono una costante della storia britannica, alla pari, tuttavia, della ferocia dimostrata quando si è trattato di difendere i propri interessi, come avvenuto nelle colonie e nella vicina Irlanda. Emblematico un episodio che ho già avuto modo di citare in questo magazine3 e che val la pena di replicare. Il 28 settembre 1918 un plotone d'assalto inglese fu bloccato da una postazione tedesca trincerata a Marcoing, nei pressi di Cambrai. Tra i soldati inglesi vi era il ventisettenne Henry Tadney, già veterano di tante battaglie e più volte ferito in azione. Tadney, da solo, strisciò in avanti sotto il fuoco continuo di una potente mitragliatrice, balzò nella trincea e uccise tutti i nemici. In fondo vi era un caporale ferito, sanguinante e impaurito, già presago della sorte che lo attendeva. Il soldato inglese, invece, pronto per sferrare il colpo mortale, indugiò e abbassò l'arma, lasciandolo vivere. "Non potevo sparare a un uomo ferito", dirà in seguito. La battaglia di Marcoing gli valse la "Victoria Cross", la più alta onorificenza militare assegnata per il valore "di fronte al nemico". Peccato che il caporale cui salvò la vita si chiamasse Adolf Hitler. Non va sottaciuto, infine, un altro significativo aspetto del "tipo" inglese, perché serve a meglio inquadrare la realtà "europea", non solo nel contesto specifico di riferimento. Provate a girare per le strade di Londra o di qualsiasi altra città inglese e chiedete di parlarvi della Grande Guerra: resterete a bocca aperta nello scoprire che la stragrande maggioranza dei cittadini "esalta" il ruolo dell'armata britannica e, semplicemente, "ignora" che l'Italia abbia preso parte alla guerra! Ignoranza del popolino, verrebbe da replicare di primo acchito. Sbagliato. Tutta la saggistica inglese dedicata alla Grande Guerra, di fatto, sostanzialmente ignora l'Italia e nell'imponente opera edita dall'Università di Cambridge nel 2013, "The first world War", tre volumi per oltre 2.300 pagine, l'Italia è presente in modo superficiale e approssimativo in un piccolissimo capitolo. (Non sembri questa una divagazione dal tema: tanti problemi insorti sia nella prima sia nella seconda guerra mondiale, e poi anche in seguito, sono una diretta conseguenza della mancanza di amalgama tra soggetti che, non fosse altro perché combattevano dalla stessa parte, avrebbero dovuto quanto meno "conoscersi" meglio). Se "l'individualismo" inglese si manifestava in un contesto di gruppo, anche esteso, il soldato


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francese preservava il classico "individualismo" fine a se stesso. Non era disciplinato come i tedeschi, ma se obbligato sapeva obbedire senza riserve. L'animo inquieto lo portava a continui sbalzi di umore: si scoraggiava e si esaltava facilmente. Bastava creare, quindi, occasioni ottimali per tirare fuori la parte migliore del suo "essere" ed era capace di sorprendere e stupire. E' accaduto tante volte e non solo nella Prima Guerra Mondiale. I soldati russi non sono per nulla comparabili a nessun altro "tipo" europeo. Raggiunsero la bella cifra di 15milioni e tra loro i disertori furono davvero pochi. "Non avevano né l'incoscienza un po' 4 vana dei francesi, né la disinvoltura degli inglesi, né la sicurezza dei tedeschi" . "Nutriti di zuppa di cavolo e di carne e dissetati da enormi quantità di tè, avvolti in grandi mantelli che arrivavano quasi fino ai piedi, i soldati russi erano uomini coraggiosi, disciplinati (all'inizio), ma non avevano capacità di manovra. Le truppe, composte essenzialmente di contadini, erano meno "composite" di quelle di altri paesi. Il comando, in genere reazionario, era distante e sprezzante nei confronti degli uomini. Gli ufficiali avevano instaurato abitudini disciplinari che ricordavano quelle dei penitenziari. Ne risultò un odio crescente nei confronti degli ufficiali, che si tradusse nel 1917 in insulti, insubordinazione ed anche massacri. Gli ufficiali subalterni, a loro 5 volta, spesso erano tecnicamente molto più preparati degli ufficiali di grado elevato . Lino Lavorgna

(Continua nel prossimo numero con la quinta parte, interamente dedicata all'esercito italiano).

NOTE: 1 (Citazione del caporale Broizat tratta dal testo di André Ducasse: "La Guerre racontée par les combattants", Flammaron, 1932) 2 Erich Maria Remarque, "Niente di nuovo sul fronte occidentale", Newton Compton, 2008. Dal romanzo sono stati tratti due film: "All'ovest niente di nuovo", diretto da Lewis Milestone nel 1930 e "Niente di nuovo sul fronte occidentale", diretto da Delbert Mann nel 1979. In Italia destò molto scalpore il film di Francesco Rosi, "Uomini contro", girato nel 1970, ispirato al libro di memorie di Emilio Lussu, "Un anno sull'Altipiano". Il libro e il film mettono in luce il forte contrasto tra ufficiali insensibili alle sofferenze dei sottoposti, una concezione della disciplina controproducente e frustrante e l'insensatezza della guerra soprattutto quando il comando delle truppe è affidato a persone sbagliate. Capolavoro assoluto, naturalmente, "Orizzonti di gloria", diretto nel 1957 da Stanley Kubrick, ispirato all'omonimo romanzo di Humprey Cobb, a sua volta ispirato a fatti realmente accaduti nei primi mesi del 1915: i soldati del 336° Reggimento di fanteria francese, consapevoli di poter solo morire, si rifiutarono di uscire dalla trincea dopo un ordine di attacco. Il generale Géraud Réveilhac ordinò di aprire il fuoco per indurli ad attaccare, ma un colonnello si rifiutò di eseguire l'ordine. Un processo sommario si concluse con quattro condanne a morte e i soldati assassinati furono riabilitati nel 1934. 3 Confini Nr. 58, ottobre 2017, pag. 40 4 Marc Ferro, "La revolution de 1917", Aubier, Parigi, 1967. 5 Jean Baptiste Duroselle, Storia universale dei popoli e delle civiltà, volume 13°, UTET, 1969.

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Penetrare nel cuore del millennio e presagirne gli assetti. Spingere il pensiero ad esplorare le zone di confine tra il noto e l’ignoto, là dove si forma il Futuro. Andare oltre le “Colonne d’Ercole” dei sistemi conosciuti, distillare idee e soluzioni nuove. Questo e altro è “Confini”

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