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Web-magazine di prospezione sul futuro

Confini

Idee & oltre

PATRIOTTISMO CULTURALE

ALL’INTERNO UN RICORDO DI PIETRO GOLIA, FONDATORE DI CONTROCORRENTE, A CURA DI GIUSEPPE (PINO) MARRO

Raccolta n. 52 Marzo 2017


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Confini Webmagazine di prospezione sul futuro Organo dell’Associazione Culturale “Confini” Raccolta n. 52 - Marzo 2017 Anno XX

+ Direttore e fondatore: Angelo Romano +

Condirettori: Massimo Sergenti - Cristofaro Sola +

Hanno collaborato: Gianni Falcone Giuseppe Farese Roberta Forte Lino Lavorgna Giuseppe (Pino) Marro Angelo Romano Massimo Sergenti

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Contatti: confiniorg@gmail.com


RISO AMARO

Per gentile concessione di Gianni Falcone

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EDITORIALE

SENZA CULTURA NESSUN FUTURO Destra e cultura non sempre sono andate d'accordo, come "uomo d'azione" e riflessione. Questa è stata una delle principali cause della mancanza, a destra, di classi dirigenti valide. Spesso capitava (e capita) di entrare nei ranghi della "politica" solo per aver avuto il "merito" di attaccare manifesti, di distribuire volantini o di saper attaccar briga. A questo deficit non ha sopperito la lungimiranza dei leader, almeno in età recente. Non Berlusconi, che ha elevato la "piacenza", ossia il saper piacere agli altri per forme o per simpatia, a categoria politica, sacrileghi i portatori di barba ancorché capaci. Non Fini, che forse per pigrizia, ha delegato ogni compito gravoso a cattivi consiglieri che mai hanno premiato il merito. Non Bossi che ha circoscritto l'agibilità politica all'interno di un ristretto e familistico "cerchio magico". Né il duo Salvini - Meloni sembra più promettente, sul versante della cultura. Si badi, non che a destra non vi siano stati fior di intellettuali, uomini di riflessione, lettori attenti, fari di cultura. E' che non sono stati valorizzati, supportati, promozionati, lanciati. Resi autorevoli non solo dal loro intrinseco valore ma anche dal supporto corale di una comunità di riferimento. Eppure sarebbe bastato prendere spunto dallo spirito gramsciano della sinistra che è stata capace, per opportunismo politico, di infiltrare, nei gangli della società e dello Stato, e validare anche i senza valore. Per effetto di questo combinato disposto l'Italia si ritrova vecchia e con una classe dirigente mediamente scadente, con una scuola fatta a pezzi, con le università zavorrate da inamovibili "baroni", con banche sofferenti, con false quanto improduttive privatizzazioni, con le migliori realtà operative passate in mani straniere, con un sistema produttivo che affanna, con un sistema politico e istituzionale bizantino quanto inefficiente, con un debito pubblico mostruoso, con un Sud sempre più Sud ed un Nord sempre meno Nord, con un sistema fiscale asfissiante che toglie persino la voglia di far figli ed una magistratura che da tempo ha rotto gli argini, nell'illusione di fare supplenza all'incapacità della politica. Crescono e si rafforzano solo il malaffare e la sacrosanta protesta. E cadono ancor più le braccia quando in Campania si annuncia, compiacenti i media compiacenti, con toni trionfali la "formazione duale", che altro non è che la solita sfornata di parrucchieri, addetti alla ristorazione e pizzaioli. Ma scimmiottata dal Nord Europa e quindi "figa". Eppure chi scrive ricorda che già vent'anni or sono c'era chi dal Sud e per il Sud proponeva - vox clamans in deserto - la "formazione finalizzata alla costituzione di impresa" attraverso la quale fornire ai giovani i fondamentali della cultura d'impresa.


EDITORIALE

Cosa residua? I beni ambientali e culturali, se non vanno in malora per incuria. Si tratta certamente di un punto di forza, almeno teorico. Farne un punto di ripartenza è ben più arduo. Ma a ben guardare non c'è molto altro a cui appigliarsi per non vedere solo il nero profondo. Ripartire dalla cultura, riscoprire o scoprire le radici profonde che legano le genti d'Italia, mai come ora, in una comunità di tradizioni e di destini. Cominciare a declinare un "patriottismo culturale" basato sulla sensibilità e la cura verso il bello in generale e verso ciò che ci è stato tramandato o regalato dalla natura. Utilizzare le risorse umane, rese disponibili dalla crescente disoccupazione o dall'età avanzata, per un grande progetto di volontariato sociale volto alla valorizzazione del patrimonio ambientale e culturale, altro che reddito di cittadinanza. Fare dell'Italia un accogliente salotto per ogni visitatore. Ispirarsi alla Francia nell'infiocchettare ogni pietra antica e nell'abbellire ogni meta, ispirarsi alla Germania nella capacità di organizzarsi e nell'approfondimento culturale, alla Spagna per l'allegria collettiva e la capacità di osare, al Giappone per la sacralità dell'ospite, alla Cina per la gestione dei grandi numeri, agli Stati Uniti per innovare. Le soluzioni sono tutte a portata di mano. Manca solo la lungimiranza responsabile della politica. E qui cominciano i dolori. Angelo Romano

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SCENARI

PATRIOTTISMO CULTURALE Il mondo occidentale è attraversato da pulsioni e movimenti che rappresentano la reazione alla prolungata e lacerante crisi economica, al processo incontrollato di globalizzazione, all'avvento del terrorismo internazionale e alle ondate migratorie. L'insicurezza sociale ed economica, la rottura di valori e riferimenti tradizionali, la difficoltà di confrontarsi con la società multiculturale, generano un diffuso atteggiamento di chiusura che sfocia politicamente nel protezionismo economico, nel nazionalismo identitario e nel tentativo di rafforzare barriere e confini. Di suddetti sentimenti beneficiano i movimenti populisti e sovranisti che, da Trump a Marine Le Pen, passando per Grillo e Salvini in Italia, continuano a mietere consensi e ambiscono a diventare forza di governo. L'avvento dei movimenti anti-sistema segna, inevitabilmente, la crisi dei partiti tradizionali incapaci di fornire proposte politiche serie e di largo respiro rispetto alle problematiche che attanagliano la società europea. Una crisi politica profonda che investe, indistintamente, la destra e la sinistra che appaiono in difficoltà proprio sui temi e sui valori che ne rappresentano il bagaglio culturale e ideale di riferimento. La sinistra si mostra incapace, infatti, di interpretare ansie e paure delle classi sociali più deboli, dei numerosi nuovi poveri, dei disoccupati, di tutti coloro, insomma, che hanno subito maggiormente gli effetti della crisi economica. La destra, al contempo, appare esitante rispetto a temi quali la legalità, l'etica pubblica, il richiamo ai valori, la difesa dell'identità nazionale. Sui sopra menzionati temi, sui quali sinistra e destra non riescono ad offrire risposte adeguate, si fanno strada i movimenti anti-sistema che offrono soluzioni false e immediate che non tengono in alcun conto i costi di lungo periodo che tali ricette comportano. In definitiva, tuttavia, la difesa dei più deboli, dei lavoratori più disagiati e il richiamo alla sovranità e all'identità nazionale, divengono, in modo assolutamente trasversale, appannaggio dei populisti. In Italia tale fronte è rappresentato dal M5S e dall'asse sovranista Salvini-Meloni. Questi ultimi, in particolare, portano su posizioni estreme e radicali la destra mediante il richiamo alla sovranità monetaria e il rifiuto dell'Unione Europea. In tal modo acuiscono ancor di più la crisi della destra liberale e conservatrice che in Italia continua ad essere silente ed assente seppur diffusa e radicata in ampi settori dell'elettorato e dell'opinione pubblica. E’ possibile, allora, e su quali temi, rilanciare una proposta politica di destra moderna ed europea nel nostro Paese? In che modo tale destra può contrastare l'avanzata dei populismi riportando nel proprio bacino elettorale il voto di protesta?


SCENARI

Un tema può certamente essere quello della riscoperta dell'identità nazionale riconsiderata, naturalmente, in termini ben diversi rispetto all'utilizzo che ne fanno i populisti. Un'identità inclusiva, aperta che non sfoci nel nazionalismo identitario ma che sia di aiuto a risvegliare il sentimento nazionale attraverso un patriottismo mite e repubblicano. Il punto di partenza può essere l'articolo nove della nostra Carta Costituzionale laddove sancisce che "la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione". Prendendo spunto da tale articolo si può immaginare un grande progetto tricolore improntato alla sussidiarietà e teso a rafforzare l'appartenenza nazionale attraverso la tutela e la promozione dell'enorme patrimonio artistico, culturale e paesistico italiano. Un patriottismo culturale, questa la definizione da attribuire a questo grande piano nazionale, attraverso il quale riscoprire e ravvivare la storia, il costume, la coscienza delle origini laddove la storia d'Italia è fortemente segnata, al contrario, dal rifiuto della tradizione. Riscoprire e difendere, insomma, il patrimonio culturale, tutelarlo non solo in quanto risorsa economica, ma anche in quanto testimonianza e coscienza della propria storia, consente di fondare l'identità nazionale su un patriottismo culturale attivo e attuale, che non si esaurisca nell'esaltazione retorica o nel rimpianto di glorie passate. E quindi tutela e sviluppo di monumenti, opere d'arte, musei, archivi, teatri ma anche paesaggi e riserve naturali. Difesa dei centri storici italiani che sempre di più subiscono l'assalto di un turismo senza controllo e l'invasione di venditori abusivi pronti a vendere oggetti di ogni tipo. Infine conservazione dei luoghi attraverso i quali si trasmette e si acquista il sapere. Si pensi alle tante biblioteche storiche o alle piccole librerie indipendenti le cui innumerevoli chiusure negli ultimi anni fanno perdere ai centri storici italiani luoghi identitari di diffusione culturale. In tal senso si può ipotizzare una campagna per lo "slow book" che esalti le virtù della lettura tradizionale rispetto al consumo immediato delle librerie di catena e alla velocità del leggere digitale. Si diceva di un grande piano nazionale che sia improntato alla sussidiarietà orizzontale e verticale. Sussidiarietà orizzontale con il coinvolgimento, nella tutela e promozione del patrimonio, di enti non profit, associazioni, piccole comunità di cittadini, giovani senza lavoro. In questa direzione operano già alcune fondazioni come il Fai o Napoli 99, attraverso l'adozione e la cura di monumenti e luoghi di interesse storico e culturale. In tal senso la conservazione e la valorizzazione del patrimonio culturale diviene anche un modo per esercitare le virtù civiche, rafforzare il senso di appartenenza ad una comunità, rendere più solido lo Stato e le sue istituzioni. Istituzioni ed enti più prossimi alla comunità possono diventare, al contempo, attori protagonisti di sussidiarietà verticale in tema di tutela e sviluppo culturale. E' il caso della Municipalità, ente più vicino ai cittadini, dove potrebbero nascere appositi uffici per la sussidiarietà culturale e paesistica nei quali far incontrare domanda e offerta di sussidiarietà.

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SCENARI

Nascerebbero, in tal modo, degli appositi registri con associazioni, fondazioni ed enti non profit interessati ad investire in tali settori. La gestione pubblica di un parco cittadino o di un piccolo sito di interesse culturale (una biblioteca, ad esempio) cederebbe il passo, gradualmente ed in maniera sussidiaria, ad un'associazione prescelta secondo criteri di affidabilitĂ e competenza. Progetti limitati nel tempo al termine dei quali la mano pubblica valuterebbe la correttezza e la qualitĂ  della gestione sussidiaria decidendo, pertanto, per il rinnovo o meno dell'affidamento. Si tratta, in definitiva, di una serie di proposte improntate alla sussidiarietĂ  inserite in una cornice di un grande piano nazionale per la cultura. Un patriottismo culturale che trovi concreta dimostrazione visiva e fattuale nel Museo della Storia Nazionale in cui raccontare la storia del Paese magari all'interno delle sale del Quirinale. Una proposta lanciata qualche anno fa da Andrea Carandini ed Ernesto Galli della Loggia sulle colonne del Corriere della Sera, ma che ad oggi non ha avuto alcun seguito. Una destra seria e moderna, che ha a cuore l'identitĂ  e l'interesse nazionale, ha il dovere di considerare il patriottismo culturale come uno dei capisaldi del suo agire politico. Giuseppe Farese

audacia temeraria igiene spirituale


TEMA DI COPERTINA

ALMENO RETTITUDINE E GIUSTIZIA Il patriottismo culturale mi sembra sia l'oggetto di fondo di questo numero. E, però, se un titolo del genere lascia intendere che qualcuno, in veste di patriota, debba farsi carico di difendere, riscoprire, rivalorizzare dei portati culturali, allora, secondo me, dobbiamo onestamente domandarci di quali portati si sta parlando e quale sia il soggetto che li ha posseduti e li ha persi. Inoltre, diciamola tutta, c'è da decidere che tipo di patriottismo si vorrebbe incarnare. Anche perché, atteso quello ufficiale del saluto alla bandiera e il dispiegare della voce cantando l'Inno di Mameli, l'essere veramente patriota implica una serie di scelte e di conseguenti responsabilità non da poco: nel senso che il soggetto che lo incarna deve distinguersi dagli altri in quanto eticamente impegnato a rispettare doveri morali che ritiene ineludibili e incancellabili. E, nell'ambito dell'etica, il patriota, è rilevante sottolinearlo, è selettivo nel suo altruismo; talmente selettivo da essere, a volte, paragonabile al razzismo. Infine, in ordine al soggetto da "tutelare" sul piano culturale, non è peregrino stabilire se il sentimento patriottico, in quanto dovere morale, debba estendersi (impegnandosi in conseguenza) e travalicare i "confini", quali che siano, di quello stesso soggetto o se, invece, esso vada limitato ad una comunità di appartenenza. Ora, io credo che il soggetto più probabile che si intende "tutelare" culturalmente sia l'Italia anche perché, diversamente, scadremmo nella "difesa" degli usi e dei costumi di qualche paesino, che so, della Val di Non o della Sila, il quale, però, assunto sul piano esemplare, non ci fa dimenticare che la tradizione storica di questo Paese non è quella dello Stato-nazione bensì quella dei campanili. So bene che illustri letterati, soprattutto del basso medioevo, hanno declamato l'Italia nella sua interezza: a cominciare da Dante Alighieri nel suo celebre passaggio nel Purgatorio: "Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!1 Ma tale passaggio se da un lato esprime il disappunto del grande Poeta, dall'altro testimonia la rissosa frantumazione della penisola. Infatti, giunti alle soglie della valletta dei principi negligenti, Dante e Virgilio incontrano l'anima del trovatore mantovano Sordello da Goito il quale, non appena apprende che anche il poeta latino è originario della sua stessa città, lo abbraccia festosamente, senza neppure sapere chi è. Tale gesto colpisce Dante al punto da farlo prorompere in una violenta invettiva contro l'Italia del

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Trecento dove, al contrario, i cittadini erano perennemente in guerra tra loro e spesso le lotte divampavano anche all'interno dello stesso Comune. Analogamente, vediamo il Petrarca, nella sua celebre Italia mia, benché 'l parlar sia indarno: "Italia mia, benché 'l parlar sia indarno a le piaghe mortali che nel bel corpo tuo sí spesse veggio, piacemi almen che ' miei sospir' sian quali spera 'l Tevero et l'Arno, 2 e 'l Po, dove doglioso et grave or seggio." La situazione storica e politica che fa da sfondo al componimento è la guerra che si svolse tra Obizzo d'Este e Filippino Gonzaga per il possesso della città di Parma, dove risiedeva all'epoca Petrarca. Peraltro, entrambi i signori in gara avevano scelto di appoggiarsi a milizie straniere (nello specifico, tedesche) che giunsero in Italia contribuendo allo scempio di una lotta intestina. Giovanni Boccaccio, la terza gemma della corona della letteratura italiana, ci fornisce, infine, un esempio indiretto della situazione politica dell'epoca attraverso l'intento finalistico della sua opera. Egli, infatti, è uno de precursori dell'umanesimo, volto alla riscoperta dei classici latini e greci tramite i quali poter avviare una "rinascita" della cultura europea dopo i "secoli bui" del Medioevo. Per inciso, l'umanesimo petrarchesco, audacia temeraria igienefortemente spiritualeintriso di neoplatonismo e tendente alla conoscenza dell'anima umana, si diffuse in ogni area della penisola (con l'eccezione del Piemonte sabaudo), determinando di conseguenza l'accentuazione di un aspetto della classicità a seconda delle necessità dei "protettori" degli umanisti stessi, vale a dire dei vari governanti. Quindi, esisteva una diversità culturale in Italia, figuriamoci nel resto d'Europa; una diversità data dalla parcellizzazione della penisola, dai contrastanti interessi. Ma non solo. Infatti, se intendiamo la cultura come un sistema di saperi, opinioni, credenze, costumi e comportamenti che caratterizzano un gruppo umano, s'immagini, tanto per sfrondare il campo e balzare temporalmente ad una situazione pre-unitaria, l'impostazione culturale nello Stato pontificio, da un lato, dall'altro in quello sabaudo, dall'altro lato ancora in quello borbonico e, infine, in quei territori ad influenza asburgica. Se viene facile immaginare quali caratteristiche abbia potuto avere la formazione intellettuale nello Stato pontificio, va da sé che essa sia stata profondamente diversa nei territori ad influenza asburgica, non foss'altro perché intrisa di una visione, e quindi di una cultura imperialista. Di contro, il patrimonio intellettuale dello Stato borbonico non annoverava intenti espansionistici. Anzi, nonostante ben due istanze apparentemente paradossali, una del "carbonaro" Ciro Menotti e l'altra del liberale Nicola del Preite, di impegnarsi per rendere (almeno federalmente) unita l'Italia, Ferdinando II ricusò entrambe, in primis perché non rientravano nelle sue intenzioni e, in secundis, perché non intendeva ledere gli interessi (temporali) del Papato.


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Eppure, sebbene si sia portati a credere che la cultura in quello Stato sia stata d'impronta piuttosto conservatrice, in realtà essa era fortemente progressista (con qualche eccezione per la Sicilia). E non voglio, qui, fare il pistolotto sui ben cinquantadue primati dello Stato borbonico anche se non guasterebbe dopo le tante falsità (oggi si direbbe fake news) propalate di proposito. Del resto, rispetto agli altri Stati italiani, lo dimostra (solo per fare degli esempi) la più bassa percentuale di mortalità infantile, la più alta percentuale di medici per abitanti, il primo intervento di profilassi anti-tubercolare, la prima istituzione di assistenza sanitaria gratuita, il primo "Piano Regolatore", la prima assegnazione di "case popolari", la prima illuminazione urbana a gas. E, poi, la prima Accademia di Architettura, la prima Cattedra di Astronomia, la prima Cattedra di Economia (nel mondo). E, a proposito di quest'ultima cattedra, la sua fondatezza è dimostrata sui mercati europei dalla più alta quotazione di rendita dei titoli di Stato, dal minore carico tributario erariale, dalla maggiore quantità di Lire-oro nei Banchi nazionali (dei 668 milioni di Lire-oro, patrimonio di tutti gli Stati italiani, 443 milioni erano del regno delle Due Sicilie). Uno Stato, peraltro, con il più basso indice di emigrazione. Sebbene quelli di cui sopra siano soltanto pochi esempi, mi sembra rendano uno spaccato piuttosto significativo del tipo di cultura che animava quello Stato, non estranea peraltro a sensibilità formative e artistiche come dimostra, rispetto alla penisola, la presenza in quel contesto del maggior numero di pubblicazioni di giornali e riviste nonché del maggior numero di teatri e del maggior numero di conservatori. Certo, un punto fiacco in quell'impostazione culturale era la formazione scolastica, affidata in prevalenza al clero, per quanto sussidiato. Il ché lascerebbe pensare che il substrato di quella cultura sia stato di connotazione clericale mentre, in realtà, esso è stato volutamente e sentitamente laico. Basti citare l'atteggiamento in quel regno verso i diritti civili e, tra questi, uno riguardante un tema piuttosto caro ai progressisti di oggi: la libertà di espressione sessuale. Nel codice penale sabaudo, l'omosessualità era considerata un crimine. Infatti, l'articolo n. 425 di quel codice puniva gli atti omosessuali su querela di parte o in caso di pubblico scandalo. Di contro, nel codice penale del regno borbonico di omosessuali e omosessualità non si faceva nemmeno parola. Dei reati sessuali (stupro, sevizie, ratto, violenza su minori, oltraggio al pudore e simili) quel codice, inoltre, si occupava prescindendo del tutto dal sesso dei soggetti. Nel senso che l'appartenenza del colpevole di un reato sessuale allo stesso sesso della sua vittima era, dal punto di vista penale, un particolare del tutto irrilevante. Ne consegue che in quel regno, considerato artatamente reazionario e bacchettone, i rapporti sessuali fra persone dello stesso sesso erano insomma considerati assolutamente normali e leciti. Un curioso episodio mi sento di citarlo: durante il processo di unificazione post 1861, emerse la necessità di estendere il codice penale sabaudo al resto d'Italia. Ebbene, il trapianto dell'art. 425 riuscì dappertutto fuorché nell'ex Regno delle due Sicilie. Infatti, al momento di promulgarvi il "nuovo" codice, quell'articolo fu abrogato.

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Così si giunse al paradosso che la pratica omosessuale fra adulti consenzienti era un crimine a Torino ma non a Napoli, a Milano ma non a Bari, a Bologna ma non a Cosenza, a Cagliari ma non a Palermo. Che dire di più? Ma, del resto, non è che, nei centocinquantasei anni trascorsi, il processo unitario abbia prodotto eclatanti risultati sul piano dell'omologazione (che brutta parola, a volte) culturale. Anzi, senza scadere nella demagogia, possiamo dire che quasi da quel momento si assiste ad un generale regresso sia sul piano culturale che su quello economico-sociale; un regresso al quale hanno tentato di rispondere due distinte (antitetiche) visioni culturali: quella socialista e quella cattolica. La prima, scaturita dal Manifesto dell'Internazionale socialista londinese nel 1848, mostrò i suoi effetti verso la fine del XIX° secolo, quando cioè si cominciò a creare una sorta di globalizzazione (ante litteram) del mercato intanto dell'acciaio, con un inasprimento delle condizioni economiche e sociali. Ma, in estrema sintesi, quella visione si rivolgeva alla "moltitudine che viveva ai margini delle città"3 che la neonata dottrina socialista intendeva rendere consapevole della comunanza di destino e che, perciò, chiamava al riscatto. In sostanza, con un pizzico di populismo, quella dottrina non mirava ad un livellamento verso l'alto quanto ad una privazione "dell'alto" a favore dello Stato. Come dire, un livellamento verso il basso. Di contro, da profondamente laica, devo dire che la risposta ecclesiale fu molto più articolata e giusta. Nell'enciclica del 1891 "La questione operaia" (meglio nota come Rerum Novarum), è avvertibile l'affanno di Leone XIII per le condizioni economiche e sociali nelle quali versava il suo "gregge": "I progressi incessanti dell'industria, le nuove strade aperte dalle professioni, le mutate relazioni tra padroni ed operai (nel senso di peggiorate), l'accumulo della ricchezza nelle mani di 4 pochi accanto alla miseria della moltitudine … [ … ]" . Non risparmia critiche feroci al capitalismo liberale al quale ricorda l'errata concezione di libertà senza alcun riferimento a una norma di giustizia naturale anteriore e superiore e lo redarguisce per il perseguimento del profitto in assenza di scrupoli nei riguardi della persona del lavoratore, cogliendo in ciò lo sganciamento dell'economia dalla morale in un quadro giuridico di negatività dell'intervento statale. Per inciso, è in quell'enciclica l'affermazione categorica del Papa che il lavoro "non è merce". Per cui, qualcuno dovrebbe dirlo ai sedicenti cattolici di oggi che non si peritano di omologarsi alla dottrina capitalistica liberale e di usare impunemente espressioni come "il mercato del lavoro". Chiuso l'inciso, Leone XIII con quell'enciclica contrappose ai "falsi profeti" l'azione della Chiesa, (il che ci sta tutto) ma anche dello Stato, di movimenti e di associazioni. Alla Chiesa affidò l'esercizio di tre virtù: la giustizia, e non la carità, l'amicizia e la fraternità. Allo Stato, si pensi, assegnò l'esercizio della solidarietà e della sussidiarietà che definì "limite" ma lo invitò, comunque, a farsi carico della promozione umana con la corresponsabilità di sindacati, gruppi e singoli. Sì. Non c'è dubbio. Fu una visione culturale più pregna di significato, più cogente, più articolata e includente. Una posizione culturale, peraltro, che cercò di potare i retaggi della Rivoluzione francese, figlia dell'Illuminismo e del giacobinismo, che in nome di una indefinita libertà,


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confezionava effimere uguaglianze e conseguenti fratellanze. E, del resto, esponenti socialisti dell'epoca quali Filippo Turati, ad esempio, non esternarono nulla di più: si limitarono a istanze "minimaliste" (il cosiddetto programma minimo, avente per obiettivo parziali riforme, da concordare con le forze politiche moderate o da realizzare direttamente se al governo), che li portò prima ad appoggiare il governo liberale moderato di Giuseppe Zanardelli e, successivamente, quello di Giovanni Giolitti. Un atteggiamento che non li assolse né agli occhi dei cattolici né a quelli della sinistra del PSI, guidata da Labriola e Ferri, né tantomeno a quelli del sindacalismo rivoluzionario, guidato da Corridoni e Mussolini. Tralascio il periodo fascista che pure intenti di amalgama culturale e di progresso sociale e civile li ebbe, nonostante il farsi Stato etico e, quindi, dittatura (e, per tanto, da stigmatizzare) e le disgraziate scelte in politica internazionale. Così, giungiamo ai giorni nostri dove non mi sembra che si sia consolidato un impianto culturale da difendere. Anzi, a me sembra che quel poco di patrimonio ideale comune, relativo più che altro a sensibilità sociali, se ne sia andato in nome di un nominalistico modernismo, scimmiottando l'America la cui impostazione culturale è (era) distante anni-luce dal nostro perduto patrimonio ideale e che ha generato, là come qua, solitudine e angosce. Un giorno, un amico mi chiese di fare una ricerca sugli scritti di Giuseppe Prezzolini. I contenuti di quei scritti mi vengono in mente adesso perché, nonostante sia trascorso quasi un secolo dalla loro redazione, in essi trovo un'efficace sintesi della situazione attuale. "Tra la legge scritta e la vita vissuta, tutti sappiamo che bella differenza passa. Lo statuto e i codici che cosa ci dicono di realistico sul nostro Paese? Lo abbiamo imparato, a spese nostre; lo sa la nostra testa, che ha ripetutamente urtato contro quanto ignorava; lo sanno le nostre spalle, che di questa ignoranza han portato il peso! E perché non cerchiamo di togliere ai giovani la parte più grave di tal noviziato? Perché non proviamo ad insegnare loro in che Paese veramente sono nati, quali ostacoli troveranno, quante strade hanno aperte? Ho cercato di esporre in poche formule alcuni degli aspetti realistici della nostra vita e delle consuetudini della gran maggioranza degli Italiani. So bene che si griderà in pubblico al diffamatore, pur riconoscendo in privato la giustezza delle mie osservazioni. Ma appunto perché so tutto questo, non me ne preoccupo tanto. … " E ancora. "Quando si vive in Italia, più di una volta accade di domandarsi perché non si prende il primo piroscafo che parte per il nuovo mondo, dove, molto lontani, attraverso il velo della poesia, e senza alcun contatto con i cattivi campioni della madre patria, tutto quello che c'è di bello e di sano può tornare in mente e destar persin nostalgia. Sì, siamo ridotti a questo, qualche volta: a prendere idealmente un piroscafo e guardarla da lontano, questa nostra Italia, per poterla amare davvero… A guardarla come posteri; anzi peggio: come stranieri. …. " E, infine. "Chi si contenta delle cose come stanno, non ha bisogno di urtare alcuno; e può distendersi nelle lodi. I dolci educatori, si sa, non sono i migliori. Qui c'è il succo delle mie idee sul mio Paese: vi sono

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nato, sento di dovervi lavorare. Ma il mio Paese non è disgiunto da un'idea più vasta. Anzitutto, mi sento uomo. E sento subordinato a questo il mio concetto di italiano. Io ho fede nell'Italia piuttosto attraverso un rinnovamento educativo che attraverso uno politico, preferisco un miglioramento del carattere a una modificazione delle istituzioni. Ho più fede negli umili, che nei 5 grandi; in coloro che occupano posizioni secondarie, che in quelli che sono arrivati in alto. …" Qualcuno, a questo punto, animato da un acceso patriottismo, si chiederà: "D'accordo. Allora che fare?". Ebbene, se quel qualcuno avesse voglia di cimentarsi nell'impresa posso rispondere prendendo sempre a prestito da Prezzolini il quale, a sua volta, prese a indicazione l'opera di Nikolaj Gavriloviè Èernyševskij, "Che fare": lo stesso titolo che motivò Vladimir Il'iè Ul'janov, in arte Lenin, nel suo omonimo testo. Apro un piccolo inciso. Meno male che il rivoluzionario bolscevico sottotitolò la sua opera con "Problemi scottanti del nostro movimento"; perché, mutatis mutandis, di questo si tratta. Non trovando un impianto culturale da difendere nel nostro Paese, se non fugaci e sconclusionati richiami, mi rincresce molto non intravederlo più nemmeno nell'area politica alla quale ritenevo di appartenere: un'area che nemmeno per finta usa più espressioni come Terza Via, Mittbestimmung, Patria, identità nazionale, responsabilità individuale, solidarietà (ammesso che ne abbia mai veramente compreso e condiviso il significato). Inoltre, fortunatamente stavolta, una parte di quell'area ha pure smesso di sposare, dichiaratamente, il pensiero sociale della Chiesa nel tratteggiare le sue roboanti esternazioni sulla materia. Come a dire che non ne aveva di suo. Ma mi accorgo di stare divagando come tutte le persone anziane. Così, chiudo l'inciso e torno alla risposta di Prezzolini sul "Che fare": "La credenza d'essere dei rivoluzionari ci ha trattenuto (almeno per conto mio posso ben confessarlo) dall'agire più efficacemente. Abbiamo avuto più ritegno nel metterci in contatto con le forze operanti del paese. Abbiamo avuto un certo pudore di solitudine e di separazione. Non dico che bisogni cambiare strada addirittura. Ma occorre tener meno al valore della protesta e più a quello del fare... La cosa principale è acquistare le cognizioni tecniche per il rinnovamento dei congegni, degli organismi, delle tendenze alle quali siamo più vicini e nelle quali c'è più facile operare. Il municipio; la biblioteca comunale; le ferrovie; la scuola; le biblioteche pubbliche; i giornali; l'organismo finanziario; i paesi di lingua italiana soggetti ad altre nazioni; i paesi dove si dirige l'emigrazione; gli uffici pubblici … [… ]"6. Ecco. Con gli aggiornamenti del caso, mi sembra una degna risposta, valevole sia per gli italiani in generale che per speranzosi cultori in attesa di una vera destra liberale. Diversamente, proprio in nome di una cultura che possiamo tradurre tranquillamente come conoscenza, non c'è che da riscoprire, a titolo individuale, Giovanni Pico della Mirandola, le sue 900 tesi e la cabala. Infatti, il proposito di Pico della Mirandola, esplicitamente dichiarato nel De ente et uno, consistette nel ricostruire i lineamenti di una filosofia universale, nata dalla concordia fra tutte le diverse correnti di pensiero sorte sin dall'antichità, accomunate dall'aspirazione al divino e alla sapienza, e culminanti nel messaggio della Rivelazione cristiana.


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In questo suo ecumenismo filosofico, oltre che religioso, accolse non solo i teologi cristiani ed esoterici insieme a Platone, Aristotele, i neoplatonici e tutto il sapere gnostico ed ermetico proprio della filosofia greca, ma anche il pensiero islamico, quello ebraico e appunto cabalistico, nonché dei mistici di ogni tempo e luogo. Quindi, sostenne che è l'uomo a "forgiare il proprio destino", secondo la propria volontà, e la sua libertà è massima, poiché non è né animale né angelo, ma può essere l'uno o l'altro secondo la "coltivazione" di alcuni tra i "semi d'ogni sorta" che vi sono in lui. Questa posizione mediana per Pico non è una mediocrità ma è la volontà (o l'arbitrio) che ci consente di scegliere la nostra posizione. Dunque l'uomo, per Pico, è la più dignitosa fra tutte le creature, anche più degli angeli, poiché può scegliere che creatura essere. E, tra i vari interessi dell'uomo, può esservi, secondo Pico della Mirandola, anche la Cabala. Almeno, percorrendo con attenzione i sentieri tra le dieci sephirot dell'Albero della Vita, da Malkut a Keter, ovviamente disvelando Da'ath, c'è verso di arrivare a immaginare, alla fine, il rapporto tra l'Ein Sof e l'universo mortale e finito, la natura dell'universo stesso e dell'essere umano nonché lo scopo dell'esistenza basata sul rispetto almeno delle leggi naturali. È complicato? Non più di tanto e mai come, in epoca attuale, individuare un modello culturale da difendere. Comunque, persino Pinocchio è riuscito benissimo a percorrere l'Albero, al punto da trasformarsi, dopo naturali traversie e sofferenze, da pezzo di legno in bambino. Che voglio significare? L'auspicio che nessuno, soprattutto i meno giovani, si abbandonino all'oblio e che, nella temperanza tra la severità e la misericordia, siano di esempio ai più giovani almeno nella rettitudine e nella giustizia. E la cultura da difendere?!? È quella ancora da costruire nella sua organicità. Roberta Forte

Note: 1: Purgatorio, VI, 76-78 2. Canzoniere - Italia mia, benché 'l mio parlar sia indarno – 1-6 3. Card. Giacomo Biffi – Introduzione alla Centesimus Annus 4 La questione operaia - 1 5. CODICE DELLA VITA ITALIANA - Quaderni della Voce, serie terza, n. 45 - “La Voce” Società Anonima Editrice, Firenze 1921 Prefazione 6. Giuseppe Prezzolini, Che fare? "La Voce", anno II, n. 28, del 23 giugno 1910

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SAURON INCALZA E FRODO SI E’ PERSO È il secondo numero della rivista il cui titolo mi spiazza e mi costringe ad abborracciare uno scritto. E se in quello relativo alle capre l'ho buttata sul ridere, su questo mi sento di buttarla sul piangere. Per questo, chiedo anticipatamente venia all'amico direttore/editore Angelo. Certo, sembrerebbe semplice parlare della difesa di un patrimonio culturale minacciato dall'avanzare incalzante dell'omologazione sul nulla, infarcito da pseudo valori puramente materialistici, da demagogia pura in sostituzione di logica e di razionalità, da sfrenati populismi senza prospettiva né strategia, senza idee finalistiche che giustifichino e motivino un'esistenza. Una minaccia, peraltro, che legittimi l'essere patriota, strenuo difensore di altisonanti ideali, valori, tradizioni, fari nel buio che incalza. Il fatto è che rilevo le tenebre (nel senso che ci vivo in mezzo) ma non riesco a vedere il patrimonio culturale di una comunità in pericolo. Sarà perché la vecchiaia incombe e la mia vista non è più quella di una volta ma, per quanto mi sforzi, non intravedo segni distintivi a me congeniali di una cultura da difendere, se non la mia, piccolo lumicino senz'altro ma a me prezioso, e quella di pochi altri. Nel senso che se esisteva un impianto culturale nazionale, a dispetto dell'ignavia politica post-unitaria, nel quale, per le grandi linee, ricondurre persino le sottostanti differenziazioni ideologiche, ebbene non esiste più. Da tempo. Posso ben comprendere che le idee-forza di una volta non siano più attuali alla luce dell'evoluzione delle planetarie situazioni di carattere politico, economico e sociale, ma non riscontro alcun altro modello che le abbia sostituite. Anzi, con la caduta del muro, che evidentemente sosteneva tutte le dottrine alternative al comunismo realizzato, è caduta ogni altra ideologia e alla speranza finalistica si è preferito sostituire il "programma": un'elencazione di buoni propositi, confezionati in esito ai sondaggi. Così, alla logica dell'essere è stata sostituita quella del "da fare" a condizione: se gli alleati lo consentiranno, se l'Europa accetterà, se le alluvioni o i terremoti non si verificheranno, se l'economia tirerà, se soggetti stranieri investiranno, se i sindacati non si opporranno …. Un programma valido, indifferentemente, per ciascuna espressione "politica". Già, la politica attuale. Sono quasi trent'anni che la politica nella sua accezione più vasta (partiti, sindacati, associazioni, movimenti) ha perso la sua connotazione originaria, senza peraltro fare uno sforzo elaborativo per aggiornarla. È stato già detto in altre occasioni, ma giova ripeterlo, che non c'è più distinzione tra una forza oggi sedicente moderata o liberale e una sedicente progressista. Ieri, si sarebbe detto tra una forza di destra e una forza di sinistra.


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La rincorsa ad accaparrarsi elettori moderati ha appiattito ogni anelito distintivo e ha reso il politically correct il metro con il quale misurare le proposte dei vari contendenti. Tanto che, per distinguersi, alcuni soggetti sono costretti a ricorrere al turpiloquio, a cavalcare il populismo più becero e a esternare la demagogia più zotica. Peraltro, la verticalizzazione della politica fino all'identificazione di una compagine non per i suoi segni cultural-politici bensì per l'immagine accattivante del suo leader, piazzista di prodotti confezionati dal marketing in vendita al supermarket delle occasioni, ha fatto scomparire tutta quella struttura territoriale fatta di sezioni, clubs, unioni, camere, che servivano a ottimizzare, a indirizzare e a sostenere le istanze dal basso, ideali o meno, verso i vari livelli istituzionali, mitigando sia il mancato assolvimento delle istanze stesse sia le sconfitte elettorali. Per cui, la cosiddetta democrazia dell'alternanza si fonda, ormai, sul grado di simpatia che lo stesso leader suscita e sugli strilli pubblicitari che infiorettano il suo incedere. Ma, quel ch'è peggio, è che, al di là dei partiti, neppure i pilastri della democrazia, le istituzioni repubblicane e i soggetti intermedi, hanno mantenuto la loro funzione istituzionale: i Governi devono agire all'interno di un range, stabilito ben venticinque anni fa e addirittura contratto nel tempo e oltre 80% del lavoro parlamentare è destinato a tradurre nell'ordinamento legislativo le disposizioni comunitarie. In compenso, le Regioni, da entità amministrative del territorio, sono state trasformate in alterego del potere (sic) centrale, dando loro la capacità di legiferare e spendere a dismisura; una capacità che non si è coniugata con una responsabilità di prelievo fiscale (se non per addizionali), in esito alla quale misurare la loro competenza amministrativa, sostenuta se del caso da un fondo di solidarietà. Inoltre, l'Europa riconosce a queste eccentriche istituzioni addirittura il rango d'interlocuzione al pari dei Governi e le ha rese destinatarie di ingenti risorse volte a incentivare lo sviluppo e, quindi, la coesione economico-sociale dell'Unione. Sono certo di non sbagliare se affermo che le sporadiche realizzazioni, raggiunte grazie all'aiuto comunitario, sono totalmente avulse da una poliedrica visione programmatoria, pure espressa nei programmi operativi ma confinata in quel libro dei sogni. Di contro, accanto all'opportunità di ridurre le Province, si è dato il colpo di grazia ai Comuni, substrato culturale della nostra storia, i quali, privi di un luogo codificato di mediazione con la Regione di appartenenza e con l'apparato statale, si sono dedicati, tutt'al più, all'arredo urbano e alle sagre. Il dissesto, poi, come detto, ha riguardato anche i corpi intermedi. I sindacati hanno talmente ridotto la manifestazione del loro ruolo da arrivare a giudicare inutile la loro presenza: la concertazione è divenuta un'oscura accezione, i contratti di lavoro da quasi un decennio non si rinnovano, le vertenze di lavoro dall'inizio del III millennio ad oggi si sono ridotte di quattro quinti. In compenso, si è dilatato a profusione il loro nuovo ruolo di consulenti a pagamento sia da parte dello Stato che del cittadino: dalle dichiarazioni fiscali e ISEE all'assistenza ai piccoli proprietari d'immobili e affittuari, dalle attività editoriali a quelle di tour operator, da interessi in campo assicurativo a quelli a sfondo cooperativo.

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L'associazionismo e il volontariato, che pure hanno rappresentato alla fine del II millennio un attraente approdo nella ricerca di una nuova identità (una ri-tribalizzazione, secondo un'espressione cara a Mcluhan) dal momento che quella nazionale cominciava ad appannarsi per la globalizzazione da un lato e, dall'altro, per la delega dei poteri statali verso l'alto, oggi si ritrovano a dover competere su un "mercato", anch'esso sempre più globale, che li costringe ad essere innanzi tutto auto-referenziali, assillati costantemente dalla ricerca delle risorse, volte intanto alla perpetuazione dell'esistenza. E questo nel migliore dei casi, quando cioè non diventano artati strumenti di affabulazione, elemosinieri di funzioni statali: l'assistenza e la ricerca, costituzionalmente previste a carico della fiscalità generale. Del resto, come non donare 1 euro da SMS o 2 da telefono fisso, per il sostegno, che so, alla distrofia muscolare, alla SLA, o per la ricerca sul cancro? Fermo restando quanto sopra, c'è da chiedersi dove sia l'impianto valoriale, culturale di un Paese che consente all'economicismo capitalistico di coincidere con la stessa società e di estendere i principi di competitività, di flessibilità, di produttività e di utilitarismo fin nel cuore dell'attività propria dello Stato mirando ad espropriarlo della sua connotazione di entità superiore rispetto al mercato, di sistema di garanzia collettiva attraverso il quale costruire una società basata su principi di equità e di solidarietà. Un fenomeno, questo, che nel suo dispiegarsi ha teso alla eliminazione di ogni vincolo inerente il "mercato" del lavoro per realizzare una flessibilità la cui tendenza si è tradotta in aumento stabile di sempre più marcate diseguaglianze di reddito, contribuendo a dismisura nello scardinamento dei meccanismi di ripartizione della ricchezza prodotta. Peraltro, la partecipazione al processo economico basato sulla competizione senza limiti, caratterizzata da contingenti flessibilità che in realtà sono costanti precarietà, sulla necessità di conoscenza, sempre più mirata e veloce, contrastante con la carenza di un adeguato impianto formativo colmabile solo a costi esorbitanti per le famiglie, su una effimera mobilità che per darle consistenza occorre chiamare espatrio, da redditi da lavoro talmente bassi da non superare la soglia della povertà, sta portando fasce di popolazione sempre più ragguardevoli verso l'esclusione sociale. La sintesi del paradosso che si sta accreditando come cultura della modernità, (un messaggio, questo, confezionato dalla "sinistra". La "destra" non ci ha pensato o non ne conosce i presupposti) è che si potrà essere poveri pur lavorando, contrariamente al passato laddove era definibile povero chi non aveva lavoro. Una situazione, questa, alla quale non pone più rimedio neppure il nostro tanto apprezzato Welfare (secondo in Europa, dopo la Germania) il quale, ripetutamente percosso negli ultimi tre decenni da banditeschi prelievi forzosi per elargire beneficenza senza ricorrere alla tassazione e senza successiva copertura, mostra ormai la corda. E il peggio è che la normativa che dovrebbe animarlo è divenuta una sorta di costume di Arlecchino: una variegata cromaticità, quella normativa, che in esito alla maschera non fa nulla per discostarsi dalla sua origine demoniaca. E ciò senza che alcuno, né "politica" e né soggetti intermedi, abbiano mai avanzato un intento


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riformatore, neppure in presenza della variegata rappresentazione figurale del mondo del lavoro, in buona parte nata con insita l'esclusione dalla cittadinanza. Come altro definire l'impossibilità da parte di un individuo, oggi da ritenersi paradossalmente fortunato, che, sebbene quotidianamente impieghi le sue braccia o la sua mente per l'accrescimento economico di un terzo ricevendo da questo un irrisorio salario, non possa pensare di migliorare perché, ad esempio, la banca non gli riconosce un mutuo viste le caratteristiche del suo rapporto di lavoro? Dov'è più la cultura del lavoro che, nell'ottica cristiana, vede l'uomo "assiso al grande banco del lavoro con la sensazione di lavorare in proprio"? E, di contro, nell'ottica laica, che fine hanno fatto le innumerevoli battaglie sindacali per dare dignità al lavoro stesso? Siamo alla disgregazione della società nella quale non mancano, anzi abbondano, gli imbecilli. Non voglio, qui, aprire un discorso sugli immigrati ma, ferma restando la sacrosanta accoglienza umanitaria al di là delle fumisterie comunitarie e delle scontrosità nazionalistiche, non c'è dubbio che gli ospiti debbano adottare le regole del Paese ospitante e rispettarne le tradizioni. Come definire, allora, quei cittadini italiani che vorrebbero cancellare il Natale o togliere il crocifisso dalle aule, oppure abrogare l'ora di religione? Come giudicare i dirigenti di un ospedale che, su richiesta del coniuge di una immigrata ricoverata, spostano la sua compagna di stanza, cittadina italiana incinta, perché soggetta a frequenti visite di un uomo, cioè del preoccupato marito? Come giudicare l'immediata (giusta) disponibilità a concedere luoghi di culto a praticanti di confessioni diverse e il veder negare la reciprocità nei Paesi di provenienza di questi? Io non sono mai stato un bacchettone baciapile. Anzi, sebbene per convenzione possa essere annoverato tra i cattolici, in realtà mi definisco un laico per convinzione. E da laico mi dolgo che non ci sia stato alcuno, in tutte le maculate espressioni del pensiero (sempre più debole, purtroppo), che abbia avuto animo di lenire le sofferenze di cerebrolesi prospettando, delineando, operando per realizzare, una concreta politica per l'integrazione, dal momento che tutti i più accreditati sociologi parlano della ineludibilità di una società multietnica. A questo proposito, mi sembra di rivivere per certi aspetti il dibattito ipocrita di circa quindici anni fa, avviato con l'istituzione della Convenzione europea avente il (vano) compito di dare una costituzione comune ai Paesi componenti l'Unione. Uno dei punti critici di quel dibattito fu rappresentato dalla opportunità di menzionare o meno le radici europee, proposte come giudaico-cristiane. Gli illuminati componenti di quell'organo, infatti, si divisero tra l'opportunità di menzione e la non opportunità. Non tra la denegazione e l'affermazione di quelle stesse radici. E ciò in considerazione della Turchia che da poco aveva assunto la veste di aspirante partner dell'Unione. I più riottosi furono i francesi; il che rappresenta un paradosso dato non già dalla loro dichiarata laicità quanto dal fatto che la loro generale cultura deriva anche dal pensiero illuminista di Voltaire il quale, nonostante ciò, non si è peritato di scrivere: "I popoli europei hanno principi di umanità tali che non esistono nelle altre parti del mondo; sono i più legati tra di loro; hanno legami comuni (…); i loro sudditi viaggiano continuamente e stringono legami reciproci.

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Gli europei cristiani sono ciò che erano i greci: fanno la guerra tra di loro, ma (…) un francese, un inglese un tedesco che s'incontrano sembrano essere nati nella stessa città" E sempre Voltaire conclude: "una specie di grande Repubblica (l'Europa) divisa in vari Stati (…) tutti collegati gli uni con gli altri, tutti con un unico fondamento religioso, anche se divisi in varie sette, tutti con gli stessi principi di diritto pubblico e di politica, sconosciuti nelle altre parti del 1 mondo. … [ … ]" . Di contro, tutti accettarono senza alcuna remora, anzi con slancio, l'incipit del trattato stesso che tratto dalla grande opera di Tucidide "Guerra nel Peloponneso", afferma per bocca di Pericle in commemorazione dei caduti: "La nostra costituzione….si chiama democrazia perché il potere non è nelle mani di pochi ma dei più."2, significando i pregi della costituzione ateniese, migliore rispetto alle "carte costituzionali" delle altre città greche. Eppure, da quel che se ne sa e con tutto il rispetto, non sembra che quello Stato musulmano brilli in tema di democrazia e di diritti civili. Ma tant'è. Non esiste più nemmeno una cultura della laicità, sfociata in una fiera di opportunità, quando non di opportunismi, senza alcuna organicità ma solo contingenza. La società, perciò, la vedo purtroppo in avanzata fase disgregativa, animata sì da una cultura che, tuttavia, non è quella alfabetica bensì quella dell'immagine: un tipo di sedicente cultura che, tuttavia, da sola non basta perché, perdendo l'alfabetizzazione, ha perso la capacità di leggere i messaggi, i simboli. Un tipo di cultura, quindi, che ha bisogno di parole per descrivere il messaggio visivo, per interpretarlo "arbitrariamente", perché c'è necessità di enfasi, di sottolineatura, di magnificare l'"offerta". E le parole, sempre più spesso, hanno un significato effimero nel contesto del messaggio visivo, che dura la durata del messaggio stesso. Del resto, viviamo in una società dallo spirito mercantile, dove l'aspetto economico del vivere tende a soppiantare l'aspetto morale-estetico e la logica del contratto tende a prevalere sui rapporti interpersonali. Il dramma è che lo spirito mercantile, uscendo dai suoi ambiti, ha contaminato ogni altra espressione della vita civile, sociale e politica. Per cui, ogni messaggio rivolto all'altro o alla comunità ha necessità di parole, un profluvio di parole dove, anche qui, il loro valore si ferma al loro pronunciamento, senza agganci nel passato e senza alcuna concreta proiezione nel futuro che vada al là di una ripetuta, stantia "promessa". In sostanza, le parole pronunciate scarsamente denotano i veri elementi in campo, la fondatezza della situazione descritta, e nel con-tempo, il reale pensiero e la vera capacità di chi le pronuncia; servono, per lo più, a trarre dall'impaccio, ad uscire da una contingenza in attesa della prossima. Il fatto è che la parola ha perso la sua capacità creatrice, per divenire spettacolo, un profluvio di parole sterili, un frastuono senza senso divenuto assordante con l'unico effetto di rendere silenti, attoniti, gli ascoltatori. Ma il silenzio che ne deriva all'ascoltatore sottoposto ad un tale frastuono è, a sua volta, sterile, perché non suscita in lui comparazione, deduzione, non sollecita la memoria, una valutazione, una riflessione, non lo induce verso l'espressione di un giudizio che, per quanto soggettivo, è sintomo di elaborazione. Così, su un qualsivoglia argomento si crea una dilagante opinione, il più delle volte frutto di una


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fugace osservazione, di un veloce ascolto, di uno stato d'animo, che si somma per pigrizia a quella di un amico, di un conoscente fino ad elevarsi ad N. E, in tal modo, la cosiddetta pubblica opinione, non avendo memoria, ondeggia come un campo di frumento sotto il vento primaverile. Spesso, l'unico effetto che il frastuono sonoro produce è l'angoscia; e ciò perché i messaggi visivi e sonori evocano modelli di vita, status symbol, rappresentazioni sociali improbabili se non impossibili per la stragrande maggioranza degli ascoltatori. Eppure, l'impossibilità di raggiungere gli "obiettivi", artatamente proposti, non scoraggia la maggioranza degli ascoltatori, priva di un bagaglio ideale e valoriale, dal cercare di emulare, scimmiottando in maniera ridicola, la rappresentazione del messaggio stesso. Così, il gusto della vita, la sua "celebrazione quotidiana" ha lasciato il posto alla "mera sopravvivenza" che, se non ha neppure la possibilità di scimmiottare, cade nell'angoscia, uno stato d'animo totalmente asociale che, nell'assenza della speranza, sconfina nel silenzio dell'annichilimento o nella violenza. E sono proprio questi due atteggiamenti che si riscontrano quotidianamente. Si uccide per un sorpasso o per un parcheggio e si tace di fronte ad un fenomeno sociale di tale gravità da lasciare sconcertati: la cancellazione di una generazione. Non è solo l'indice di disoccupazione ormai inchiodato per i giovani al 40% che li priva di ogni sostegno e di ogni dignità, ma sono soprattutto gli altri terrificanti dati statistici a denotare che non c'è più, tra loro, il senso della vita: tra i 21 e i 29 anni gli incidenti stradali sono la prima causa di morte, derivata soprattutto da alcol e stupefacenti se non da eccessiva velocità, prodotta da menefreghismo, senso di onnipotenza e di impunità. Il consumo di alcool, infatti, è notevolmente aumentato in quest'ultimo decennio a causa soprattutto dei giovani, indifferentemente dal genere, a differenza di altre fasce generazionali. In aggiunta, non sono immuni dalla ludopatia: le 1583 euro a testa di spesa in slot, video poker e altro sono lì a dimostrarlo. E non avendole percepite come reddito da lavoro dovranno pur avere una qualche altra provenienza. Il XVIII Rapporto AlmaLaurea sul Profilo e la Condizione occupazionale dei laureati fotografa un preoccupante calo di matricole, distribuito a macchia di leopardo: drammatico al Sud dove le università dal 2003 al 2015 hanno perso il 30% di iscritti; grave al Centro (-22%); quasi insignificante al Nord (-3%). Il dato di sintesi è di 70mila studenti in meno iscritti all'Università. La voragine si apre già dopo la maturità: 54 diplomati su 100 proseguono gli studi al Sud, 59 su cento al Nord. Elevata, d'altra parte, la mobilità territoriale che, "sebbene sia un fenomeno positivo, mediante il quale studenti e atenei possono valorizzare a pieno le proprie potenzialità, allo stesso tempo riflette il profondo divario sociale ed economico che caratterizza le regioni italiane", si legge nel Rapporto. Questo è un segno di sfiducia verso il futuro e, in generale, di disconoscenza delle responsabilità che gioca anche a discapito della volontà di formare una famiglia; quando va bene, si preferisce convivere: ci sono meno problemi in caso di interruzione del matrimonio. E, a quest'ultimo proposito, a dimostrazione della pervadente insicurezza, i matrimoni nell'ultimo decennio sono

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diminuiti al ritmo di quasi 10.000 l'anno e chi vi ricorre, ad ulteriore dimostrazione, ha in media più di trentacinque anni. Se si pensa, poi, che la durata media di un matrimonio, al momento di una eventuale separazione è di non più di diciassette anni, possiamo dire che l'atto sacramentale o il rito civile rappresenta l'ultima spes; un po' come fare un figlio quando la crisi di coppia è palese. E non c'è insegnamento dei genitori che tenga. Non sono in grado di darne per un'infinità di ragioni. Allora, alla resa dei conti, cosa rimane di valoriale in una siffatta società, tanto importante al punto da difenderlo strenuamente? Praticamente, nulla. Nel senso che i cardini di questa stessa società sono da reinventarsi prima e da costruire poi. Ammesso che si abbia la forza. Per quanto mi riguarda, non ce l'ho. Quello che posso fare, con il mio lumicino, è quello di officiare insieme a pochi altri perché le fiammelle, sempre più tremule, non si spengano e vi sia la possibilità, invero sempre più ridotta, di perpetuare la ricerca della parola perduta, almeno continuando a testimoniarne la passata esistenza. E, per fare ciò, Confini mi sembra un ottimo strumento. Massimo Sergenti

Note: 1. Voltaire - Discours préliminaire sur le Poème de Fontenoy - Septieme Edition, conforme a celle du Louvre - pagg. 8 e segg. 2. Guerra nel Peloponneso - libro II - 37


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PATRIOTTISMO: BELLA PAROLA SE NON FA RIMA CON RAZZISMO E FANATISMO "Nessun uomo ha colpe o meriti per dove nasce, ma solo colpe o meriti per come vive". Coniai questo aforisma negli anni ottanta e l'ho periodicamente ribadito in vari contesti. Lo utilizzo anche come incipit di questo articolo, con il quale mi prefiggo di lasciare affiorare - sia pure nei limiti concessi dallo spazio disponibile e quindi trattando l'argomento per grandi linee - le luci e le ombre del patriottismo, sentimento diffuso e controverso, che a volte caratterizza degli eroi e altre degli imbecilli. L'analisi precipua, pertanto, riguarda il rapporto degli esseri umani con il "sentimento", sotto un profilo prettamente culturale. E' proprio da questo rapporto, infatti, che sono scaturiti gli eventi cronologicamente accaduti nel corso dei secoli, segnando la storia dell'umanità, nel bene e nel male. I DUE VOLTI DEL PATRIOTTISMO Un mio docente di Storia, ahimè tanti anni fa, sosteneva che esiste un patriottismo buono e uno cattivo e ne sviscerava la differenza con la semplicità espositiva che serve a un agronomo per spiegare quella tra le mele sane e le marce. Trovavo stridente il suo metodo analitico e non riuscivo ad accettarlo. Un sentimento non è un frutto che possa marcire: se muta, muta anche terminologicamente. Il fluire del tempo e tante letture mi hanno consentito di affinare quell'istintivo spunto critico, conferendogli un senso logico. Esiste un patriottismo buono; quando diventa cattivo si trasforma in altro: razzismo o fanatismo e talvolta le due cose coincidono . "Il Patriota coltiva l'amore; il razzista l'odio. Il Patriota uccide se deve difendersi; il razzista uccide perché si sente superiore". La storia dell'umanità riassunta in venti parole. "Se sapessi una cosa utile alla mia nazione, ma che fosse dannosa per un'altra, non la proporrei al mio principe, poiché sono un uomo prima di essere francese, o meglio, perché io sono necessariamente un uomo, mentre non sono francese che per combinazione". Mi si perdoni l'autocelebrazione, ma un pizzico di vanità non è colpa grave: quando scoprii questo aforisma di Montesquieu, qualche anno dopo aver concepito il mio, che ne ricalcava l'essenza, il sorriso dell'anima sgorgò immediato e spontaneo. La gioia quando il proprio pensiero riscontri valide conferme, del resto, accomuna tutti gli studiosi. Peccato solo che i princìpi insiti nel nobile presupposto non abbiano trovato pratica attuazione, essendo stati ben altri quelli che si sono affermati.

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LE PAROLE SONO IMPORTANTI Ovunque, nel mondo, alterando il concetto di patriottismo, si sono perpetrati crimini immani e autentici tiranni sono stati idolatrati come divinità. E' senz'altro superfluo, in questo contesto, dissertare su eventi beneficiari di un idem sentire e per i quali non fanno testo le sciocche confutazioni di coloro che, per le più svariate ragioni, vogliono plasmare la storia in funzione di una distorta weltanschauung: orrori del nazismo; genocidio armeno perpetrato dai giovani turchi; holodomor staliniano che causò la morte di sette milioni di ucraini; massacro di Katy?, perpetrato sempre da Stalin per impedire che in Polonia sorgesse una classe dirigente in grado di contrastare l'espansionismo sovietico; vittime delle foibe titine e numerosi altri crimini giustificati da un malsano senso della patria. Va solo precisato, casomai, che se è possibile seppellire con una risata le tante stupidaggini revisionistiche perpetrate da chi si ostini a negare l'evidenza, altrettanto non si può fare nei confronti di coloro che, rifugiandosi nella ragion di stato, accettano ignominiosamente le fuorvianti distorsioni della storia. Sono ancora molti i governi, per esempio, che per paura di offendere la Turchia non riconoscono il genocidio armeno; ancora meno quelli che riconoscono come genocidio lo sterminio per fame in Ucraina. Nella sua caratterizzazione negativa, il patriottismo si divide in tre sottocategorie: quello propugnato dai criminali tout court, quello figlio dell'ignoranza e del degrado sociale, quello dei fanatici illusi. In alcuni paesi dell'America Latina, per esempio, personaggi come Trujllo, Batista, Pinochet, Vargas, Videla, Stroessner, hanno costituito il volto sporco e consapevole del potere. I crimini perpetrati erano tali anche nella mente dei loro autori, che non avevano bisogno di giustificazioni ideologiche: a loro interessava mantenere il potere a qualsiasi costo e i nemici andavano abbattuti. Punto. A tal proposito va detto che vi è ancora dell'oscurantismo sulle dittature in America Latina, molte delle quali foraggiate dai paesi dell'Occidente, Stati Uniti in testa. Letteratura e cinematografia hanno fatto la loro parte, offrendo uno spaccato significativo delle atrocità commesse, ancorché ancora lontanissimo da un quadro esaustivo. Opere importantissime, tra l'altro, sono sistematicamente boicottate, specialmente nel nostro paese, dove è impossibile reperire, per esempio, film come "La rivoluzione delle farfalle", "La notte delle matite spezzate", "Sur", "Cronaca di una fuga - Buenos Aires 1977", per citarne solo alcuni tra i tanti che meriterebbero menzione. Un altro recente capolavoro, "Colonia", per nulla pubblicizzato, ha incassato la miseria di 163mila euro, il che vuol dire che è stato visto da non più di 23mila persone! (Solo per un termine di paragone: "Quo vado", di Checco Zalone, sicuramente divertente, ma non certo destinato a restare negli annali dei classici della cinematografia, ha incassato più di 65milioni di euro, è stato visto a cinema da oltre dieci milioni di persone ed è replicato in continuazione da SKY, dove è disponibile anche imperituramente "on demand"!)


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Non sembrino questi dati di poco conto: la disinformazione è sempre alla base di scelte sbagliate e di errati convincimenti sui fatti che condizionano la vita degli esseri umani. In un paese dove si legge pochissimo e si studia male, le verità storiche apprese da film ben fatti posso sviluppare senso critico e aprire la mente. Vanno visti, però! Un'altra faccia del patriottismo malsano è quello figlio dell'ignoranza, i cui rigurgiti sono ben evidenti anche nella società contemporanea. Il regista Martin Scorsee lo ha lasciato affiorare in un capolavoro della cinematografia, "Gangs of New York", nel quale risalta in modo eccelso la paura dei nativi americani per il massiccio flusso migratorio agli inizi del ventesimo secolo e la feroce violenza perpetrata contro gli immigrati irlandesi. Fenomeno che coinvolse anche gli italiani, sia pure in forma minore, anche perché i nostri connazionali riuscirono a impossessarsi del territorio e a dominarlo in tempi più brevi di quelli che servirono agli irlandesi per integrarsi. Se si vuole tributare al termine "patriottismo" una caratura esclusivamente nobile, pertanto, è bene effettuare una chiara distinzione tra i diversi comportamenti e denominarli appropriatamente. Le parole, come sosteneva Nanni Moretti, sono importanti. Il PATRIOTTISMO FANATICO Molto probabilmente non è mai esistito Nicolas Chauvin, considerato che di lui non si sa praticamente nulla, eccezion fatta per la sua dedizione a Napoleone, che avrebbe servito nel primo esercito della Repubblica e poi nella Grande Armata. Di sicuro è dal suo nome che deriva il termine "sciovinismo", ossia la più esecrabile forma di nazionalismo, diffuso in tutto il pianeta come virus in grado di contaminare anche menti eccelse, accecandole. Puskin, per esempio, sulla cui valenza letteraria, poetica e culturale nessuno obietta, in tema di sciovinismo non era secondo a nessuno, arrivando ad affermare che "In materia di letteratura, la lingua russo-slava ha una netta supremazia su tutta l'Europa". E' impossibile tratteggiare compiutamente l'esaltazione degli sciovinisti, che storicamente precedono, e non di poco, la nascita del termine che li caratterizza. La storia del Giappone, per esempio, è una continua rappresentazione di sciovinismo, sia pure nobilitato da una realtà sociale incomparabile con quella occidentale, che trova leggero affievolimento solo in epoca recente. Variegate forme di sciovinismo, tuttavia, sono presenti ovunque. Quando ero giovane, fui lasciato da una ragazza con la quale avevo allacciato un rapporto sentimentale, con marcato disprezzo, proprio a causa della sua propensione sciovinista. Affermava di essere fiera delle sue radici calabre e io le feci notare che l'asserzione appariva inopportuna e non adeguata al livello culturale di una brillante studentessa di Scienze Politiche. Magari avrebbe potuto manifestare la sua fierezza per essersi distinta dalla maggioranza dei suoi corregionali, appartenenti a un territorio assurto a fama planetaria non certo per meriti positivi e che già Giustino Fortunato definì uno "sfasciume pendulo tra i due mari". Non l'avessi mai detto! Non volle sentire ragioni e mi fulminò con lo sguardo, per poi cancellarmi

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dalla sua vita. Il giorno in cui discusse la tesi, tre anni dopo quell'evento, con mia somma sorpresa mi vidi invitare alla sua festa di laurea. Mi abbracciò a lungo senza parlare, in presenza del suo fidanzato, e passammo la serata a discutere di tante cose, senza alcun riferimento al passato. Era maturata, e bene. Lo sciovinismo non ha una matrice politica ben definita e abbraccia soggetti eterogenei, accomunati dal morboso attaccamento alle proprie radici. Generalmente si tende ad associarlo a un marcato deficit culturale, ma non concordo con questa teoria, che ha una valenza solo parziale e riguarda ben determinati ambiti, per lo più ubicati nell'area occidentale del Pianeta. Non essendo possibile dissertare compiutamente sulla dedizione fino all'estremo sacrificio, (alla Patria, al Capo, al Monarca), praticata da uomini di sicuro alto livello intellettivo e culturale, rimando per gli approfondimenti ai testi citati nella bibliografia segnalata in calce. La trasversalità politica dello sciovinismo è sempre sublimata da qualche bandiera, non importa se sventolata a casaccio, senza averne assimilato princìpi e valori, spesso stravolti da comportamenti che ne rappresentano l'antitesi. Il Fronte di Liberazione del Quebec, per esempio, pensava di trasformare la regione francofona in uno stato marxista indipendente. I suoi sostenitori, però, che preferivano le bombe alla dialettica, non esitarono ad assoldare il celebre criminale lionese Jacques Mesrine, che in Francia era stato al servizio degli "ambienti" anticomunisti sostenitori di De Gaulle per motivi non propriamente "ideologici". Il movimento indipendentista della Sicilia, invece, annoverò tra le proprie fila elementi provenienti dall'area conservatrice, liberali, monarchici, futuri democristiani e un cospicuo numero di autorevoli mafiosi, tutti benedetti da Mamma America, che in loro vedeva un considerevole e utilissimo fronte anticomunista. IL PATRIOTTISMO IN ITALIA In nessun paese il termine "patriottismo" appare ambiguo e controverso come in Italia e occorrerebbe un intero saggio per sbrogliare l'intricata matassa. Non ne mancano, per fortuna, anche di pregevole fattura, e alcuni li ho citati nella bibliografia. In questa sezione dell'articolo, pertanto, rispettando l'impronta che gli ho inferto, sorvolerò sui fatti storici e mi limiterò a dissertare sulla percezione del sentimento nelle varie epoche. Alcuni storici associano il primo vagito del patriottismo italiano al celebre invito che Machiavelli rivolse ai nobili: "Pigliare l'Italia e liberarla dai barbari". Laddove i barbari altri non erano se non quei dominatori che il suo concittadino e quasi coetaneo Guicciardini inglobò nell'altrettanto celebre monito, "Franza o Spagna purché se magna", che ebbe maggiore presa nella coscienza popolare, nonostante l'anelito di Machiavelli fosse autorevolmente ribadito da personaggi del calibro di Vittorio Alfieri e Ugo Foscolo. Senza disconoscere, pertanto, la valenza culturale delle manifestazioni patriottiche sviluppatesi dal 15° al 18° secolo, a mio avviso la vera data di nascita del patriottismo italiano la si deve


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spostare ai tempi di Mazzini e Gioberti, perché fu grazie a loro se l'idea di "Patria", nella sua accezione più nobile, uscì dal ristretto ambito accademico e incominciò a diffondersi come sentimento condiviso da larghi strati della popolazione. Qui, però, la faccenda si complica maledettamente perché entriamo nel vivo delle dinamiche risorgimentali, che vedono affiorare le diverse anime del patriottismo, da Nord a Sud. Non è questo il contesto per affrontare l'argomento e pertanto ci soffermiamo su un altro aspetto, molto significativo, che ci proietta in modo razionale tra le distonie della società contemporanea. O TEMPORA O MORES Il patriottismo contemporaneo non ha nulla a che vedere con quello che caratterizzava i nostri nonni e bisnonni. Dirò di più: non ha nulla a che vedere nemmeno con quello che pervadeva i giovani della mia generazione, nati negli anni cinquanta. La realtà quotidiana ci propina costanti rigurgiti di nazionalismo, non scevro di deleterio provincialismo, ma siamo ben lontani dallo spirito che animava i patrioti del 20° e 19° secolo, quale che fosse la causa servita. Un ventenne di oggi, cui fosse chiesto di sacrificare la vita per la sua "Patria", quella per la quale è disposto a restare ore in fila, al freddo, per un concerto, per una partita della squadra del cuore o della Nazionale di calcio, risponderebbe con una risata, prendendo per matto l'interlocutore. Le cose, sotto questo profilo, sono cambiate repentinamente in pochissimi lustri. Coloro che sono natiaudacia negli annitemeraria quaranta e cinquanta del secolo scorso, infatti, antropologicamente, sono igiene spirituale più vicini ai genitori e ai nonni che ai figli e ai nipoti, protagonisti della rivoluzione tecnologica. A dirla tutta, e non sembri una forzatura, non sono distanti nemmeno dai bisnonni, con i quali si può arrivare alla metà dell'800, il che vuol dire, considerata la lentezza nelle trasformazioni sociali di quel periodo, scivolare ancor più indietro nel tempo e non di poco. Le differenze sono sostanziali e marcano un confine netto tra le diverse concezioni della vita e le reciproche visioni del mondo. Per la generazione degli anni di piombo - la mia generazione - era del tutto normale correre il rischio di perdere la vita combattendo per le proprie idee e, ovviamente, per la Patria. La guerra era senz'altro considerata un evento terribile, ma possibile, che sarebbe stata combattuta, in caso di necessità, con la serena consapevolezza che pervadeva i patrioti del Risorgimento, i quali affrontavano il plotone di esecuzione cantando: "Chi per la Patria muor vissuto è assai. La fronda dell'allor non langue mai. Piuttosto che languir sotto i tiranni è meglio di morir sul fior degli anni". In Irlanda del Nord, dalla fine degli anni sessanta alla fine degli anni ottanta vi furono oltre tremila morti, nell'impari lotta tra i volontari dell'esercito repubblicano che anelavano all'indipendenza, mal armati e non certo esperti militari, e l'addestratissimo esercito inglese, i cui reparti speciali si macchiarono di efferati crimini. Le gesta di personaggi come Bobby Sands, che nel 1981 si lasciò morire di fame in un carcere per

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il suo "amor patrio", dei martiri del "Bloody Sunday" e delle tante altre stragi, oggi appaiono anacronistiche e incomprensibili a larghi strati della popolazione. E sono passati meno di quaranta anni, ossia meno di un soffio, nel caleidoscopio delle ere storiche. Andando a ritroso non di molto, come noto, riscontriamo la venerazione per Benito Mussolini, che assunse livelli parossistici, e con essa il forte senso di "italianità", che sfociò in un patriottismo di maniera soprattutto nelle classi medie. L'alta borghesia e i potentati economici, invece, si votarono al fascismo e al suo capo con la razionalità di chi sceglie sempre per convenienza, senza alcun coinvolgimento emotivo e contrastando con forza il corporativismo, visto come lesivo dei propri interessi, nonostante rappresentasse l'essenza del regime in tema di politica economico-sociale. Un esempio che serve a spiegare meglio le sensibilità di quel periodo lo troviamo in una cronaca del gerarca Bottati, comandante di battaglione durante la campagna d'Abissinia, nel 1936. Sugli elmetti dei soldati vi erano scritte inneggianti al Duce e al Re, per i quali si era pronti a sacrificare la vita, considerando ciò "un grande onore". Sintomatica una delle frasi citate, letta sull'elmetto di un semplice soldato: "Se vivo, voglio vivere all'ombra della mia bandiera. Se muoio voglio essere crocefisso all'asta della mia bandiera". Ancora più esplicativa la lettera di un vecchio caporal maggiore, che aveva prestato servizio alle dipendenze di Bottai nella 1^ guerra mondiale. Scrive al suo ex comandante, rammaricato, per il "disonorevole" ruolo del figlio, assegnato, "contro la sua volontà", a un reparto delle retrovie e con mansioni di ufficio! La lettera si conclude con una precisa esortazione per un immediato trasferimento al fronte, possibilmente nel suo Battaglione. "Bravo fesso", esclamò il Generale Bertini, quando Bottai gli riferì della lettera. Nel sentimento popolare non siamo lontani, pertanto, dallo spirito dei soldati napoleonici di Lipsia e Waterloo e gli esempi potrebbero continuare a iosa, scorrendo all'indietro le pagine della storia. I ventenni degli anni settanta, se non proprio in modo così marcato e senz'altro con maggiore pregnanza culturale, erano pervasi dagli stessi fremiti ideali. Oggi siamo ben lontani da quei presupposti ed esiste solo un confuso senso della patria, che non è configurabile nemmeno come nazionalismo unanimemente condiviso. L'Italia, del resto, non è stata mai unita e le divisioni sono ben radicate ed evidenti, fino ad assurgere a livello di barzelletta quando nei vari comuni si cambiano i nomi delle strade dedicate ai personaggi storici, con l'alternarsi delle amministrazioni. Emblematica, a tal proposito, la testimonianza del Professor Fabio Finotti, docente di Letteratura Italiana alla Penn University di Philadelphia, autore del saggio "Italia, l'invenzione della patria". Girando tra le comunità italiane negli USA, ha avuto modo di comprendere come tanti connazionali, soprattutto del SUD, sventolino orgogliosamente la bandiera italiana, sputando però fuoco e fiamme contro i Savoia, Mazzini, Garibaldi, professandosi altrettanto orgogliosamente "filoborbonici". La confusione mentale è alta e ciò che accade tra i nostri confini, dalle Alpi a Lampedusa, non serve ribadirlo.


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IL VOLTO NOBILE DEL PATRIOTTISMO Patriota a Patriottismo sono due belle parole e proprio per questo vanno preservate nella loro essenza più nobile e sublime, differenziandole dalle distorsioni strumentali, offensive per i tanti che, a giusta causa, a un sano ideale di Patria hanno dedicato la loro vita, talvolta sacrificandola. Dei patrioti irlandesi ho fatto cenno in questo articolo e ne parlo più diffusamente in un'altra rubrica. Sono tanti, tuttavia, gli esempi che potrebbero essere proposti. Il concetto di Patria, quando è ancorato a presupposti di amore e non prevede l'odio nei confronti "dell'altro", è un nobile sentimento. Un sentimento di cui è pervaso anche l'autore di questo articolo, per il quale la Patria ha un nome magico che gli consente di allargare i confini a dismisura e sentirsi vero fratello di una grande e meravigliosa comunità umana. Pazienza se tale sentimento non è condiviso e ricambiato da tutti. Pazienza e peccato, perché davvero non sanno cosa si perdono coloro che non riescono dire: "La mia Patria si chiama Europa". Lino Lavorgna

Bibliografia essenziale Federico Chabod: "L'idea di nazione". Laterza - 1968 Giuseppe Bottai: "Diario 1935-1944" - Rizzoli - 1982 Giulio Bollatio: "L'italiano". Einaudi -1983. Maurizio Viroli: "Per amore della patria. Patriottismo e Nazionalismo nella storia". Laterza -2001. Manlio Graziano: "Italia senza nazione?" Donzelli - 2007. Emiko Ohnuki-Tierney: "La vera storia dei kamikaze giapponesi". Bruno Mondadori Editore - 2009 Fabio Finotti: "L'Italia, l'invenzione della patria". Bompiani - 2016

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COME ERAVAMO Il collega Sola non me ne vorrà se prendo a prestito una parte del suo articolo "C'è un domani per Confini" per fare una puntualizzazione che non vuole minimamente essere una polemica in generale e, men che meno nei suoi confronti; seguo e apprezzo moltissimo i suoi scritti sia su Confini che sull'Opinione. Il frammento al quale mi riferisco è: "La continua emarginazione subìta dal pensiero di destra per mano della ferrea egemonia culturale del pensiero dominante …". Ecco, questo è il punto sul quale, preliminarmente, voglio affermare che, con lo stesso pervicace accanimento dell'egemonico pensiero culturale, ad emarginare la cultura di destra ci ha pensato l'establishment della stessa destra. Di un solo tipo di cultura si consentiva il sistematico sfoggio: quella che si ispirava (nella coreografia) alle immagini tolkiene. E ciò perché essa era divenuta attrazione correntizia, accattivante richiamo per la strumentale massa critica nei comitati centrali. Ma, al di là di questo, assomigliava al miglio per i polli. Ebbene, quella era la sola "cultura" accettata in quanto platealmente intesa come strumento e, quindi, annoverabile nelle sterili modalità del gioco politico. E che fosse sterile si è visto quando i suoi interpreti arrivarono a guidare l'intero partito. Quella, del resto, fu la risultanza di una cinica scelta degli uomini dell'establishment i quali, piuttosto che rischiare di assoggettarsi ad un guaglione, "scelto" (si fa per dire) verticisticamente, del quale se ne sconosceva il comportamento e il grado di "comprensiva" duttilità, poco tempo dopo preferirono passare lo scettro ad un uomo colto del sistema che amava gli hobbit ed era uso fare raduni di contea. Ma, come i più sanno, quella gestione durò poco più di un anno perché quegli stessi uomini che l'avevano resa possibile, costatata la sua stentata risultanza, ritennero più opportuno ritornare al guaglione che, nel frattempo, aveva dato ampia garanzia di rassicurante plasticità. In ogni caso, che quella sia stata una cultura strumentale, lo dimostra la posizione che i suoi interpreti adottarono in occasione del dibattito circa la ratifica del trattato di Maastricht. Ciò che quella corrente (chiamiamo le cose col loro nome) affermava di vedere nell'ingresso dell'euro era la posa della prima pietra di un'Europa (puramente idealizzata) dove "studenti tedeschi" potessero quotidianamente, "attraversare il Reno per recarsi in Francia a studiare" e, analogamente, potessero fare "studenti francesi" verso la Germania. E, per tanto, non c'erano né se e né ma.


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Ora, io non dico che bisognasse essere contro l'Europa o negarne la validità. Né, tantomeno, penso che occorresse arrivare a manifestare nostalgia di quel nazionalismo paneuropeo caro ad Augusto de Marsanich quanto, invece, ritengo che sarebbe stato il caso di esprimere congetturati dubbi sul passo che si stava compiendo. Come, peraltro, accadde in quasi tutti i Paesi membri senza che ciò abbia significato un rifiuto del trattato. Comunque, quel 29 ottobre 1992, la Lega, paradossalmente, votò a favore e i radicali uscirono dall'aula lasciando un solo loro uomo a votare a favore. Il MSI, con pochissimo dibattito interno, peraltro alquanto pacato, votò contro la ratifica insieme a Rifondazione Comunista. La corrente degli hobbit, ovviamente, non avendo animato il dibattito interno, si adeguò prontamente alle direttive di vertice sul voto. Eppure, di lì a breve, riprese a profondere quella "cultura" di accettazione tout court dell'Europa; un tema accanto al quale pose quello di uno "sfondamento a sinistra". Un po' illogico, se vogliamo, e non solo per l'ambiguità nei confronti del trattato di Maastricht, quanto perché non poteva bastare per un'operazione del genere l'antiamericanismo (di maniera) a compensare la dichiarazione esplicita di identificare il proprio pensiero sociale con quello espresso dalla Chiesa cattolica. Eh! Sì. Si fa un po' di fatica a capire lo sfuggente concetto dell'essere "di lotta e di governo" con spirito confessionale. Chiusa la vicenda dell'unica "cultura" accettata, sappiamo anche che la politica abbisogna di un corposo pragmatismo (stavo per dire, sano) il quale non ha fatto difetto ad alcuno dei maggiorenti. Neppure quando ha riguardato i giovani, tanto magnificati. Mi sia consentito il rinvio al mio articolo "C'era una volta" dell'ottobre dello scorso anno dove, tra l'altro, ricordavo l'idealità del mondo giovanile della destra, repressa (è il caso di dire, stavolta) nel '68 dalla comitiva (stavo per dire squadra), guidata da Caradonna, Anderson e Turchi, accompagnati da circa duecento militanti (!!!). Lì terminarono le effervescenze intellettuali universitarie dei giovani di destra appartenenti alla Caravella, Ad Avanguardia Nazionale e a Primula Goliardica, rei di aver fraternizzato (nel senso di un confronto intellettuale non volto solo alla brutale contrapposizione fisica) con gruppi della sinistra che avevano occupato la facoltà di giurisprudenza. Tutte le iniziative che vennero poi le possiamo definire, per lo più, 'ncacagliamenti, smorfie, zumpe e niente cchiù, come scriveva Totò nella sua poesia Santoro, il fine dicitore. Un pragmatismo, quindi, che con la cultura c'è sempre entrato ben poco. I soli intellettuali sopportati (è il caso di dire) erano quelli che non ambivano a candidature, incarichi o altro; vivevano ai margini, guardati con occhio critico e, spesso, rampognati perché avevano avuto l'ardire di esporre sui pochi, spesso artigianali fogli una argomentazione ragionata sulla politica in atto che, a occhi malevoli, poteva anche leggersi come velata critica alle scelte del partito. Ad eccezione degli hobbit che contrattavano da posizioni correntizie, questo valeva per gli evoliani, i gentiliani, i corporativisti e i gramsciani di destra. Valeva anche per gli hegeliani di destra che il collega Sola non ha menzionato.

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Gli unici ad avere una qualche agibilità, sia pur ridotta, erano gli smithiani, gli organicisti e anche i post-fascisti con i loro anacronistici comportamenti. E, questo, a differenza della sinistra la quale, sebbene anch'essa non annoverasse alcun intellettuale nella struttura gerarchica di partito, riservava a loro incarichi nelle strutture collaterali (paradossalmente, poche ai gramsciani) perché, animata dalla logica dell'apparato, consentiva ai soggetti di esprimere il loro ruolo in maniera differente dalla dogmaticità dello stesso partito in quanto giudicava importante il risultato finale al quale tutti dovevano tendere, sia pur con modalità e percorsi diversi. Una logica strategica, questa, che non ha neppure sfiorato il mondo della destra la quale arrivò persino ad avversare l'associazionismo ed il sindacalismo (espressioni che pure aveva al suo interno) perché le modalità associative e le idee che vi albergavano erano "simili" a quelle della sinistra; in sostanza, quei mondi collaterali erano giudicati addirittura eretici senza capire che, attraverso quelle forme, si sarebbe potuto conquistare un maggiore consenso, lo si sarebbe potuto gestire meglio e ancor meglio lo si sarebbe potuto radicare. Perciò, l'associazionismo non decollò, a differenza del PCI che aveva una risposta per tutte le esigenze, sempre più diversificate, che la società cominciò a manifestare dopo il boom economico degli anni '60. Ed il sindacalismo vivacchiò, ostracizzato sia dall'interno del raggruppamento politico sia, ovviamente, dall'esterno. Né prese mai piede una formazione seria; quella, quasi nominale e quasi "carbonara", svolta dall'Istituto di Studi Corporativi affidato a una degnissima e coltissima persona, Gaetano Rasi, non riuscì, per ovvie ragioni, ad incidere sulla maturazione culturale e politica della dirigenza. E ciò fu un vero peccato perché la capacità intellettuale di quell'uomo ha contribuito non poco ad evolvere la cultura corporativa in una partecipativa senza che di ciò ne abbia mai beneficiato l'azione politica, se non per occasionali citazioni di una Terza Via. La beffa, poi, la si è avuta alla morte di Rasi, nel novembre dello scorso anno, quando, tra gli addii, siamo stati costretti a registrare quelli di un tuttologo: "militante coerente in una lunga storia della destra politica le cui evoluzioni ha accompagnato, interpretato, arricchito di argomenti." …. Fino all'ultimo giorno ha animato il dibattito politico-culturale con libri e pubblicazioni sulle riforme istituzionali, sull'economia … a tutti noi la consapevolezza di aver perso una persona che ha sempre agito senza ambizioni personali ma sempre con tanta passione e competenza". Beh! Da parte di un tuttologo è un indiscutibile segno di modestia. Così siamo (sono) vissuti(a) nel più sensazionale individualismo dove le ferree, generalistiche obbligazioni erano "credere, obbedire e combattere" senza neppure pensare di porsi convintamente le conseguenti domande: in cosa, a chi e per cosa. Certo, i comitati centrali erano pura lirica la quale, puntualmente però, (posso affermare oggi) si dirigeva verso la retorica e il populismo, con qualche eccezione: De Marzio, Nencioni, Tedeschi e pochi altri hanno sicuramente rappresentato una voce fuori dal coro. Lo so, lo so che sono stati dei "vili traditori" per aver provocato una scissione nel partito e dato vita a quel raggruppamento dall'esotico nome di Democrazia Nazionale per "andarsene a braccetto con la Democrazia


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Cristiana". Ma la cosa certa è che la storia di quella scissione, nonostante i quaranta anni trascorsi, va ancora scritta tutta. Un'altra cosa certa è che, poco tempo dopo la scissione, di fronte a lamentele soprattutto della base sullo scadimento delle tematiche e del "confronto", il Secolo d'Italia se ne uscì con un editoriale (ometto la firma) dove sostanzialmente si affermava che non era colpa del partito se menti brillanti se ne erano andate. Che dire di più? Tra le voci fuori dal coro, inoltre, una di queste fu quella di Beppe Niccolai, deputato per due legislature, che rappresentò fuor di dubbio l'ala più movimentista del partito. Contestò la svolta "conservatrice", si oppose alla politica del "doppiopetto" e a quella sterile dei campi hobbit e, su quelle posizioni, radunò intorno a sé soprattutto giovani. Un giorno, chiese il voto su un o.d.g. del quale diede lettura. Dopo la lettura, quell'ordine del giorno fu approvato all'unanimità con notevole entusiasmo. Solo all'ora Niccolai confessò che quello stesso ordine del giorno era stato approvato dalla sezione del PCI di Livorno (mi sembra di ricordare, o di Pisa). Come ha scritto Marcello Veneziani, "sognava di ricucire la ferita storica tra fascisti e comunisti e di combattere insieme contro la mafia e il potere democristiano, i potentati economici e la servitù americana". Per questo era considerato un "marziano". Ma, come dicevo sopra, non tutti gli intellettuali di destra, con le virgolette o senza le virgolette, hanno avuto la forza di fare "massa critica" e, quindi, di entrare nel gioco partitico e politico. Tanti altri hanno dato corpo alla diaspora, verificatasi tra il '60 e l'80, un po' per insofferenza culturale e un po' per esigenze familiari. Non li cito per carità di patria (ci vuole). Intellettuali dei quali hanno beneficiato testate giornalistiche, redazioni di magazine, emittenti televisive e altro. Voglio, invece, citare alcuni tra quelli che non si sono arresi, nonostante l'emarginazione interna ed esterna: non parlo solo di Marco Tarchi ma anche di Giorgio Pini e Duilio Susmel, di Roberto Mieville, di Gianna Preda, di Alfredo Cattabiani, di Enzo Erra, di Giano Accame, di Fausto Gianfranceschi, di Piero Buscaroli, di Giacinto Auriti, di Gianfranco de Turris e di tanti altri. E se l'emarginazione è stata la risposta della destra alle sue pulsioni culturali autoctone, non poteva essere riservato migliore destino a quelle che giunsero da sinistra dopo lo scatafascio del Muro, se non quello di essere un logo ben in vista sull'elastico delle mutande. Non so cosa abbiano pensato di trovare a destra i tre guru del pensiero marxiano, Coletti, Vertone e Saccà, anche se posso capire il loro travaglio interno e anche (forse) un loro materiale interesse. Ma quel che più mi demoralizza è immaginare la loro impressione alla vista del deserto. E là, al 1994, nonostante l'avvio di un apparente vittorioso incedere, siamo all'inizio della transizione del moderno; cioè all'inizio della fine della destra politica. Ma ciò, come mirabilmente scrive Sola, non ha impedito a menti sveglie (tra le quali cerco con affanno di annoverarmi) di coltivare i propri furori creativi, con baldanzosa gioia e temeraria convinzione di marciare sul versante giusto della Storia. E, da lettrice di Evola, mi associo a coloro che portano, con stupefacente fierezza, lo stigma degli uomini (e donne) tra le macerie, sopravvissuti indenni allo sconquasso.

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Anch'io, per certi versi (e molto indegnamente, rispetto ad Evola), ho compiuto il cammino del cinabro; e se oggi sono tornata ad uscire dalla siderale solitudine lo devo anche all'esperienza in Confini e alla gratificante amicizia con Angelo Romano: un galantuomo che ha avuto la disavventura di fare sempre cose egregie in un mondo politico che non è stato in grado di apprezzarle. Ed è per questo che mi permetto di ribadire ciò che ho già scritto in un altro articolo, sempre su questo numero: alla luce degli stravolgimenti interni ed internazionali e alla presenza di diverse menti sveglie, necessiterebbe a mio avviso tornare ad individuare una cultura di destra attraverso un processo di confronto, di aggiornamento, di elaborazione e di ricerca di organicità. Roberta Forte


CULTURA

LA BATTAGLIA DELLE IDEE L’esperienza di Controcorrente, dalla lotta politica alla battaglia delle idee. Ricordo di Pietro Golia. Nel ricordare Pietro, Emidio Novi ha scritto che "la sinistra armata degli anni Settanta era letteralmente terrorizzata dall'armata Golia, una sessantina di diciottenni che difendevano con coraggio legionario la loro agibilità". Ero uno di quei diciottenni (diciassettenne per la precisione), quando, nel 1975, l'intelligenza politica di Emidio e le capacità attivistiche di Pietro diedero vita al Centro Culturale Controcorrente. Fu laboratorio politico, luogo di incontro e confronto (e talvolta scontro) di diverse sensibilità culturali. Come non ricordare le sere e le notti di dibattito, spesso acceso, tra gentiliani ed evoliani, cattolici integralisti e neopagani; tutti però rigorosamente poundiani! Sensibilità diverse, comunque accomunate da una visione spirituale del mondo e dell'uomo. Eravamo i populisti ante litteram, i sovranisti, gli identitari, che combattevano la battaglia culturale e politica contro la marea montante del conformismo politicamente corretto, per la giustizia sociale contro l'usura monetaria, per la verità storica contro la menzogna orwelliana. Anticipammo di quarant'anni la cronaca politica di questi giorni che vede finalmente i popoli, gli esclusi dalla globalizzazione, ribellarsi - seppur confusamente - alla dittatura del pensiero unico liberista della destra mercantilista e liberal della sinistra del capitale. Noi, ragazzini terribili dei primi anni Settanta, poche decine in tutto, eravamo mossi da un tale fuoco interiore che moltiplicava le forze: un plotone dalla forza attivistica, politica e culturale di una brigata. Pietro Golia era l'anima di quella brigata. Un leader naturale, non solo perché di qualche anno più grande, ma per l'esempio, la dedizione assoluta, l'essere sempre il primo ad avanzare e l'ultimo a indietreggiare. Eravamo giovanissimi, ma avevamo già capito tutto dei reali assetti di potere. Avevamo la chiarezza delle idee forti e la realistica visione degli scenari: dalla geopolitica alla politica monetaria, dalla revisione storica di quel fenomeno di bieco colonialismo che fu il 1860 alla partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende, dalla denuncia del signoraggio bancario al mito di un'Europa dei popoli e non dei tecnocrati. Anticipammo di quarant'anni temi che oggi sono sulla bocca di tutti. Possiamo dire orgogliosamente che le nostre idee stanno vincendo. Eravamo i fustigatori di una destra politica parolaia e perbenista, nostalgica e pantofolaia, che già allora non ci piaceva.

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CULTURA

Era parva mataeria per il nostro impeto. Era troppo poco. Teorizzammo la nascita di un movimento nazionalpopolare, anticipando di alcuni decenni l'ondata populista che, da una parte all'altra del pianeta, sta per travolgere il sistema mafioso dell'usurocrazia mondialista e globalizzata. Pietro in testa, ci ribellammo. Con intelligenza, con cognizione di causa, con spavalderia. Fondammo la prima radio libera non conformista (Radio Sud 95), la prima lista di disoccupati organizzati non omologati a sinistra (Diritto al Lavoro), la prima libreria di testi di autori revisionisti ed eretici (Controcorrente, nei Quartieri Spagnoli dov'è tuttora). Io ed altri, contestualmente, fondammo nelle scuole del quartiere Chiaja dapprima il Gruppo Sturmer (prendendo spunto dallo "Sturm und drang" del romanticismo tedesco) e poi il Fronte d'Azione Studentesca (Fas). Ci opponemmo così alla faziosità dei programmi scolastici e alla ottusa violenza dei rossi, che sprezzantemente definivamo mazzieri di complemento del sistema. Oggi i degni eredi di quella genìa sono conosciuti come i "Soros boys": demenza allo stato puro ammantata di ipocrisia buonista, con spiderino sotto casa e futuro assicurato da tagliatori di teste e furfanti in banche o multinazionali o da manipolatori dell'informazione nelle ricche redazioni del potere capitalistico. Con Pietro alla guida, fummo i primi a paragonare l'epopea patriottica e irredentista dei cosiddetti Briganti a quella dei Pellerossa amerindi. Gli unici a sputare sulla sottocultura cattocomunista imperante, forti dello spessore delle nostre argomentazioni e dei nostri studi. Pietro Golia fu l'anima instancabile di tutto ciò. Poi ciascuno prese la sua strada, talvolta continuando la battaglia delle idee in altri contesti (per quanto mi riguarda, nell'attività pubblicistica e in quella sindacale). Pietro continuò da solo fino a fondare - nel 1994 - le Edizioni Controcorrente. Basta scorrere il catalogo per comprenderne la coerenza con quelle battaglie giovanili: autori come Solgenitsin, Pound, Auriti, Evola, De Benoist, Dugin; testi di revisione storica sul risorgimento e il brigantaggio, di macroeconomia e di politica monetaria, di geopolitica e di critica sociale. Quando seppe del mio ritorno a Napoli, dopo alcuni decenni di assenza, Pietro mi propose di scrivere un paio di libri. Uno di raccolta e attualizzazione dei miei articoli di cultura politica e di satira, pubblicati negli anni '90 su varie testate (Roma, Giornale di Napoli, Il Tempo, L'Italia Settimanale, La Peste, Lo Stato, Orion). L'altro sui gruppi di potere dell'usura mondialista. Eravamo nella fase dell'elaborazione. Ora che Pietro è passato ad altra vita, tocca a noi veterani raccoglierne il testimone per passarlo ai giovani. Lo dobbiamo alla sua memoria. Lo dobbiamo al nostro onore. Giuseppe (Pino) Marro


EUROPA/VISIONI EUROPEE

BOBBY SANDS: EROE D’IRLANDA. EROE D’EUROPA PROLOGO Era bella come il sole, Caitlin. La tipica bellezza che a venti anni esplode verso il massimo splendore, in lei sublimata dalla marcata personalità e dalla militanza nell'Irish Republican Army, che la facevano apparire più adulta, sia pure senza intaccarne la fisicità. Pioveva a dirotto, a Belfast, quel 30 ottobre del 1978. Cenavamo in un ristorantino non lontano dal muro nei pressi di Falls Road, che separa la zona cattolica da quella protestante. (Li chiamano "peace lines", i muri di Belfast, ma muri restano). Era la mia prima volta nella capitale nordirlandese e mi batteva forte il cuore per essere insieme con una giovane donna, combattente per la libertà del suo popolo, appartenente alla più importante Brigata dell'IRA, quella nella quale militava Bobby Sands. L'avevo conosciuta nell'estate dello stesso anno, a Roma, e ci eravamo scritti e telefonati spesso, dopo il suo rientro. Ben volentieri, ovviamente, accettai l'invito a trascorrere qualche giorno da lei, in occasione della Festività del Samhain. Lei era rimasta affascinata dalla mia passione per il mondo celtico e per il sostegno ideale alla causa indipendentista, elementi che senz'altro contribuirono a facilitare un approccio che sfociò subito in qualcosa di più intimo. Nei giorni trascorsi insieme mi fu possibile decantare in modo più che esaustivo concetti e pensieri appassionatamente studiati su libri e riviste (è appena il caso di ricordare che, in quel periodo, non esisteva Internet). Abitava in un piccolo appartamento non lontano dall'orto botanico e dalla Queen's University, dove frequentava la facoltà di Biologia. La sua famiglia viveva a Feeny, un piccolo centro distante una novantina di chilometri a Nord-Ovest, nei pressi della mitica "Derry", altra città simbolo nel sanguinoso periodo dei troubles. Mi disse quanto sarebbe stato bello, quella sera, recarsi sulla collina di Tara - nell'Irlanda indipendente, non lontano da Dublino - dove si celebra il più rinomato festival dedicato all'antico rito celtico. Dalla finestra si scorgeva un bel tratto del Lagan, che offriva una visione suggestiva grazie all'effetto cross-screen generato dalla pioggia battente sulle luci dei lampioni. Mentre lo ammiravamo estasiati, teneramente abbracciati, fummo distratti dalla vista di qualcuno che era entrato nella stradina praticamente deserta, dal lato nord. La vidi incupirsi, ma senza scomporsi. "Chi sono?", chiesi, avendo intuito dalla divisa che non

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dovevano essere proprio delle persone a lei simpatiche. "Sono i bastardi della Royal Ulster Constabulary - replicò con voce ferma - sono spietati e provano un gusto sadico nel massacrarci. E sono Irlandesi. Come me". Vi sono frasi che valgono interi libri e in quella breve frase si racchiudeva tutto il dramma di un popolo che da secoli viveva in una sorta di infinita guerra civile. Poliziotti irlandesi al servizio del governo di Sua Maestà, che reprimevano con ferocia inaudita altri irlandesi che combattevano all'insegna di un antico sogno: "A nation once again". Istintivamente e all'unisono volgemmo lo sguardo verso il mobile collocato sul lato opposto della stanza, non lontano dalla porta. Lo guardammo per qualche attimo e poi, sempre all'unisono, in una sorta di sincronismo telepatico, tornammo a fissarci intensamente, accennando un mesto sorriso che trasmetteva lo stesso pensiero: non quella sera e non contro irlandesi. Tenendoci per mano ci dirigemmo verso il divano, restando a lungo in silenzio. Da un vecchio registratore a nastro le voci calde e profonde dei Dubliners, dei Chieftains e dei Wolfe Tones ci accarezzavano l'anima, placando i tormenti. IN MEMORIA DI UN EROE Scrivo questo articolo nel tardo pomeriggio del 9 marzo 2017, dopo essermi concesso qualche ora di ideale viaggio nel tempo, sfogliando vecchi album e inseguendo i ricordi, sempre accompagnato dalle note sublimi di cantori unici al mondo. Fisso estasiato le foto di un giovane uomo, che oggi avrebbe la mia età - ci separano solo dieci mesi dal giorno di nascita - percependo ben nitida la distanza abissale che separa un uomo normale, che pure ha combattuto mille battaglie, da un eroe, che per le sue ha sacrificato la vita. Roibeard Gearóid Ó Seachnasaigh, alias Robert Gerard Sands, detto "Bobby", nacque a Belfast il 9 marzo 1954, in un quartiere popolato prevalentemente da protestanti perché i suoi avi avevano abbracciato tale confessione. I genitori, John (morto nel 2014) e Rosaleen, invece, erano cattolici e ben presto furono costretti a trasferirsi in una nuova dimora, amorevolmente messa a disposizione dai genitori di Rosaleen nella zona Sud di Belfast, per sfuggire alle continue intimidazioni dei lealisti. Bobby era il maggiore di quattro figli: Marcella, nata nel 1955; Bernadette, nata nel 1958, importante membro della causa indipendentista, fondatrice del County Sovereignty Movement e moglie di Michael McKevitt, a sua volta importante membro dell'IRA; John, nato nel 1962, docente universitario. L'infanzia di Bobby è stata segnata dalla continua visione delle violenze perpetrate dai protestanti filoinglesi nei confronti dei cattolici. Una sua vicina offendeva sistematicamente la madre, mentre il papà era al lavoro. Rosaleen subiva in silenzio, per evitare guai peggiori alla famiglia. Anche dopo il primo trasferimento, però, nonostante il nuovo quartiere fosse a maggioranza cattolica, i problemi non si risolsero del tutto e la casa fu quasi distrutta dai lealisti. La famiglia, pertanto, fu costretta a trasferirsi di nuovo in un altro quartiere, più protetto, nella zona Ovest della città.


EUROPA/VISIONI EUROPEE

Bobby, nel 1970, iniziò un apprendistato come carrozziere, ma le continue vessazioni subite lo costrinsero ad abbandonare il percorso formativo. La goccia che fece traboccare il vaso si ebbe nel 1971, quando i colleghi lo affrontarono armi in pugno, dicendogli che la zona dove sorgeva l'istituto era interdetta ai "sporchi feniani" e che se si fosse fatto rivedere lo avrebbero ucciso. Nel 1972, a diciotto anni, entrò nell'IRA, divenendo membro del 1° Battaglione della Brigata Belfast. Nello stesso anno sposò Geraldine Noade e nel 1973 nacque il loro unico figlio, Gerard. Arrestato più volte, il 1° marzo 1981 iniziò uno sciopero della fame che lo portò alla morte il 5 maggio dello stesso anno. Altri nove compagni di sventura seguirono il suo esempio, immolando la propria vita tra maggio e agosto 1981. A nulla servirono le proteste che si levarono da tutto il mondo per impedire lo scempio. La Thachter, all'epoca primo ministro, fu irremovibile e non volle accogliere le richieste dei detenuti, che richiedevano condizioni di detenzione umane. La vita eroica di Bobby Sands durante la sua militanza nell'IRA non è dissimile da quella di tanti altri eroi che emersero per coraggio e naturale carisma. E' impossibile tratteggiarla compiutamente in un articolo, perché si correrebbe il rischio di significative omissioni e di non trasmettere le emozioni e le suggestioni che solo un accurato approfondimento possono offrire. Conoscere bene quelle vicende, invece, è molto importante perché ci aiuta a meglio comprendere anche problematiche attualissime, legate alle sorti dell'Europa. L'Irlanda del Nord è parte integrante della Gran Bretagna e quindi ora non più nell'Unione Europea, nonostante ciò non sia gradito dalla maggioranza dei suoi abitanti, alla pari degli Scozzesi, che già stanno organizzando un referendum per abbandonare la Gran Bretagna e rientrare in Europa. Il primo libro da leggere, pertanto, è quello scritto proprio da Bobby Sands durante la sua prigionia: "Un giorno della mia vita", edito da Feltrinelli. Altri testi significativi: "Qui Belfast. Storia contemporanea della guerra in Irlanda del Nord", Silvia Calamati, Red Star Press, 2013; "Storia del conflitto anglo-irlandese", Riccardo Michelucci, Odoya, 2009. Questi sono solo tre esempi di una corposa messe di opere che ciascuno potrà facilmente reperire, se ne ha voglia. Anche in rete non mancano importanti siti che affrontano in modo serio ed equilibrato l'argomento. Da non perdere, poi, il capolavoro cinematografico di Steve McQueen (da non confondere con l'omonimo attore), "Hunger", del 2008, nel quale un superlativo Michael Fassbender interpreta il ruolo di Bobby Sands. Buon compleanno, Bobby. A Nation Once Again. Lino Lavorgna

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Confini Idee & oltre

Penetrare nel cuore del millennio e presagirne gli assetti. Spingere il pensiero ad esplorare le zone di confine tra il noto e l’ignoto, là dove si forma il Futuro. Andare oltre le “Colonne d’Ercole” dei sistemi conosciuti, distillare idee e soluzioni nuove. Questo e altro è “Confini”

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Web magazine di prospezione sul futuro

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