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Web-magazine di prospezione sul futuro

Confini

Idee & oltre

LE CAPRE AL POTERE

Raccolta n. 51 Gennaio/Febbraio 2017


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Confini Webmagazine di prospezione sul futuro Organo dell’Associazione Culturale “Confini” Raccolta n. 51 - Gennaio/Febbraio 2017 Anno XX

+ Direttore e fondatore: Angelo Romano +

Condirettori: Massimo Sergenti - Cristofaro Sola +

Hanno collaborato: Gianandrea de Antonellis Ugo Busatti Gianni Falcone Giuseppe Farese Roberta Forte Pierre Kadosh Lino Lavorgna Stefano Masi Angelo Romano Gianfredo Ruggiero Massimo Sergenti

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Contatti: confiniorg@gmail.com


RISO AMARO

Per gentile concessione di Gianni Falcone

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EDITORIALE

C’E’ CAPRA E CAPRA Non si tratta delle "capre" alla Sgarbi, anche se troppi tetragoni ignoranti popolano gli italici Palazzi del potere. Le capre a cui ci si riferisce sono quelle demoniache, i diábolos che dividono, accusano, calunniano, devastano, alimentano le inclinazioni malvagie destabilizzando società e civiltà. Sono le figlie delle tenebre, sono i daeva che incarnano il principio del male. Sono i Baphomet agenti, le fonti di ogni aberrazione, l'incarnazione di Saruman per dirla alla Tolkien, le forze demoniache che attivano i bassi istinti, i costruttori dell'inferno in terra. Rappresentano il male primordiale, quell'universo del male esorbitante e non complementare al bene. Sono le "Mara" del Buddismo, ossia la morte della vita spirituale, i coribanti del Kali-Yuga, l'ultimo dei quattro Yuga secondo i Veda. Un'era in cui il mondo sembra davvero pienamente entrato. Si tratta di un'era oscura, caratterizzata da numerosi conflitti e da una diffusa ignoranza spirituale. Durante quest'epoca si assiste ad uno sviluppo nella tecnologia materiale, contrapposto però ad un'enorme regressione spirituale. "Kali Yuga è l'unico periodo in cui l'irreligione/ateismo è predominante e più potente della religione; solo un quarto di ognuna delle quattro virtù del Dharma (penitenza, veridicità, compassione e carità) sono presenti negli esseri umani. La nobiltà è determinata unicamente dalla ricchezza di una persona; il povero diviene schiavo del ricco e del potente; parole come "carità" e "libertà" vengono pronunciate spesso dalle persone, ma mai messe in pratica. Non solo si assiste ad una generale corruzione morale, ma le possibilità di ottenere la liberazione dall'ignoranza, il Moksha, si fanno sempre più rare a causa del generico declino spirituale dell'umanità. La guerra "civilizzata" (con precise norme di correttezza e di onore) è stata dimenticata, e gli umani combattono senza onore, spinti soltanto dal desiderio di vittoria. Aumenta inoltre il sadismo. Nel Kali Yuga, le persone non sono più rispettate per la loro intelligenza, conoscenza o saggezza spirituale. Al contrario, la ricchezza materiale e, ad un livello inferiore, la prestanza fisica sono ciò che rendono una persona ammirevole. Nonostante il rispetto sia superficialmente molto manifestato tra le persone, nessuno rispetta sinceramente gli altri. Ognuno crede che lo scopo ultimo della vita sia quello di ottenere rispetto, quindi diventando ricco o fisicamente forte. Gli esseri umani diventano peggiori e più deboli, fisicamente, mentalmente e spiritualmente. C'è una diffusione di falsi dèi, idoli e maestri. Molte persone mentono, e si dichiarano profeti o esseri divini. Le donne in questa epoca diventano lascive ed immorali per natura. Nonostante in un primo momento siano trattate come inferiori ai maschi ed abusate, più avanti nel tempo cominciano a rivestire ruoli importanti in


EDITORIALE

politica ed in altri affari, e questo culmina in sempre maggiori scontri di ego con gli uomini. Le donne cominciano a tradire i propri mariti e ad avere relazioni extra-coniugali. I divorzi incrementano, con sempre più bambini cresciuti da un unico genitore. Molte donne intraprendono l'adulterio e la prostituzione. Nella prima fase del Kali Yuga, si crea discriminazione tra le caste, in particolare contro gli shudra (la quarta casta sotto a Brahmani, Kshatriya e Vaishya e sopra ai Paria); gradualmente, però, la scala sociale, come il sistema della morale, si inverte, e i brahmini e gli kshatriya diventano i più discriminati, finché l'unica casta che rimane è quella degli shudra. La maggior parte dei brahmana cessa di ufficiare cerimonie religiose; come tutti gli altri, perdono la loro moralità, si cibano di carne (persino di quella di mucca), e assumono sostanze proibite; perdono rispetto e dignità, e quando dovrebbero offrire sacrifici, non li offrono, o invece di offrire frutta, acqua, e altre sostanze pure offrono carne o ricchezze materiali. Solo pochi si isolano dal resto del mondo per seguire Dio, e il loro numero diminuirà a mano a mano che il Kali Yuga si avvia alla conclusione. L'ultima famiglia brahmana esistente vivrà a Shambhala, dove in seguito nascerà Kalki. Gli kshatriya, la casta regale e guerriera, diviene corrotta e perde il suo potere politico; i loro capi diventano furfanti, criminali e terroristi, e cercano di usare il loro residuo potere per sfruttare il popolo: gli stessi re diventano dei ladri, che preferiscono rubare dai loro sudditi piuttosto che proteggerli e difenderli. Dalle classi inferiori emergono nuovi capi, che fondano dittature e perseguitano i religiosi, gli intellettuali e i filosofi. I vaishya, che rappresentano la borghesia, composta di mercanti e uomini d'affari, diventano disonesti e inventano nuovi crimini come frodi e contraffazioni; i commercianti diventano egoisti e pensano a soddisfare i propri desideri invece di quelli del consumatore, e quelli che non lo diventano non riescono a sopravvivere e falliscono. Gli shudra perdono ogni rispetto per le caste superiori, e diventano anzi loro la casta più rispettata nel Kali Yuga. Dopo i primi 10000 anni dello Yuga, diventeranno l'unico varna, o casta; anche se cambia il loro stato sociale non migliorano da un punto di vista spirituale." Non sembra la descrizione, ragionevolmente approssimata, del mondo in cui viviamo? Coloro che dovrebbero incarnare l'autorità spirituale non somigliano alla descrizione dei bramini, con l'aggravante della pedofilia? E lo stesso vale per le classi dirigenti: politici, banchieri, finanzieri, militari senza onore né spina dorsale, per quelle medie pullulanti di scappellanti, di inclini al compromesso, di egoisti ed edonisti e per i diseredati, sempre pronti ad una guerra tra poveri, ad azzannarsi per un osso. Nel contesto di un deserto valoriale, nel quale il solo discrimine sembra esser diventata la capacità di ostentazione e consumo e la voglia di "sballo". E' come se le Parche avessero smesso di filare grandi destini e preso ad usare solo il filo dell'ignavia. Eppure bisogna reagire, anche contro il fato. E' tempo di suonare la diana per chiamare a raccolta quei pochi che, ancora svegli, non si rassegnano, che ancora sentono scorrere in loro la forza dello spirito, che ancora avvertono, con orgoglio ed onore, il prorompente desiderio di ascendere, di filare con il proprio coraggio, con la propria libertà, la trama di un diverso destino. Angelo Romano

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LE CAPRE AL POTERE PREMESSA Caio Giulio Cesare Germanico, meglio noto come Caligola, nominò senatore il suo cavallo sia per sancire la supremazia dell'imperatore sia per sottolineare la scarsa consistenza qualitativa di soggetti adusi solo a tutelare i propri interessi. Il ruolo di senatore, del resto, in età imperiale, non consentiva altro, essendo il vero potere prerogativa esclusiva dell'imperatore di turno. Nella fattispecie, un despota stravagante e depravato, non a caso dipinto da Svetonio come un mostro capace di atti crudeli, con marcata instabilità mentale. In epoca recente, sin dagli albori della repubblica parlamentare, è stato cospicuo il numero di somari che hanno occupato le comode poltrone di Montecitorio e Palazzo Madama, nonché di altre importanti sedi istituzionali, elettive e non, favoriti da capi bisognosi di teste "non" pensanti, come quelle dei senatori di duemila anni fa. Costoro, insieme con le tante donnine allegre che non si sono fatte scrupolo di sollazzare a letto chiunque potesse consentire loro l'accesso nelle dorate stanze del potere, ovunque ubicate, costituiscono l'emblema più appariscente di quella "malaitalia" che, tuttavia, ha ben altre e più rappresentative facce. Sarebbe fuorviante, infatti, sostenere che siffatti figuri, come li chiamerebbe Piero Buscaroli, siano detentori di un potere in grado di incidere sulla storia di un popolo. Il concetto "capre al potere", pertanto, che caratterizza questo numero del magazine, ancorché sinteticamente incisivo e suggestivo, va interpretato (e analizzato) in una accezione più estesa rispetto a quella che traspare dai fiumi di veleno contro la casta, quotidianamente riversati nei social media. Le capre, nel film intitolato "Lo sfascio dell'Italia dal dopo guerra ai giorni nostri", figurano come comparse; al massimo qualcuna arriva al ruolo di caratterista, ma i veri protagonisti e coprotagonisti sono altri. Resta da capire, pertanto, come si sia giunti a tutto ciò. LE RADICI DEL MALE A venti anni, nel 1975, in occasione della prima candidatura al Comune di Caserta, coniai la frase: "Spezza le catene", poi ribadita nel 1985, quando mi candidai anche alla Provincia. (Saltai le elezioni del 1980). Nel 1975 non avevo ancora letto "Psicologia delle folle", di Gustave le Bon; "Massa e Potere", di Elias Canetti; "La ribellione delle masse", di Josè Ortega y Gasset; "La nazionalizzazione delle masse", di George Mosse; il fondamentale testo di Alain de Benoist, "Democrazia - Il problema", scritto dieci anni dopo.


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Avvertivo forte, nondimeno, la distanza tra ciò che provavo a livello interiore e il mondo che mi circondava, non senza qualche tormento, iniziato addirittura sui banchi delle elementari: quando la maestra parlava di Atene con tono ieratico, istintivamente, mi trovavo a "tifare" per Licurgo e Leonida, senza comprendere il perché, non avendo preso ancora dimestichezza con il retaggio ancestrale. L'unica "suggestione" che mi consentì di coniare la frase, pertanto, scaturì dalle letture evoliane e dalla passione per la psicologia, che nella prima fase vide Sigmund Freud come principale riferimento. (Poi sarò conquistato da Jung, ma questa è un'altra storia). La lettura di "Psicologia delle masse e analisi dell'io" contribuì sensibilmente a mettere un po' di ordine nella mia mente, già pregna di idee e concetti lontanissimi da quelli che la cultura dominante dogmaticamente imponeva. Grazie al fondatore della psicanalisi, soprattutto, scoprii quel fenomeno che risponde al nome di Gustave Le Bon e da allora fu tutto più facile. A mano a mano che mi rafforzavo, svaniva la paura di affermare "verità scomode"; il coraggio di andare contro-corrente penetrò nell'anima con l'irruenza di un fiume in piena, senza più abbandonarmi. Il prezzo pagato è stato salatissimo, ma ne è valsa la pena e non ho rimpianti. Sulla bontà della democrazia sono stati consumati fiumi di inchiostro. Non è una formula perfetta, si dice, ma non vi è di meglio. E' tale la potenza insita nel termine che nessun governo osa rinunciare a citarla: nemmeno quelli palesemente dittatoriali o quelli che di essa fanno strame, legiferando per il bene di pochi o addirittura "ad personam". Emblematica, a tal proposito, una riflessione di Thomas Stearns Eliot, del 1939: "Quando un vocabolo viene gratificato da un carattere così universalmente consacrato, io comincio a chiedermi se, a forza di significare tutto ciò che si vuole che significhi, esso significhi ancora qualcosa". Julien Freund ribadì il concetto in modo ancora più incisivo nel 1976, mettendo in luce le contraddizioni insite in un termine utilizzato da chiunque, sì da indurlo a "non" definirsi democratico proprio per non confondersi con coloro che si professano tali pur essendo sostenitori della dittatura. Analizzando, secolo dopo secolo, lo sviluppo del concetto di democrazia, è possibile coglierne la difficoltà oggettiva nel concretizzarsi in modo univoco e in ogni luogo. Di fatto, come spiega magistralmente François Perroux, i regimi politici attestati nella storia si caratterizzano per la loro struttura mista. La costituzione di Solone era oligarchica per l'areòpago, aristocratica per l'elezione dei magistrati, democratica per la costituzione dei tribunali, preservando in tal modo il meglio di ogni regime. Gli stessi filosofi illuministi non pensavano affatto a una democrazia totalmente rappresentativa, bensì a un regime misto che vedesse la monarchia controllata dai rappresentanti del popolo. Nel saggio di De Benoist i limiti della democrazia sono ben enunciati, anche attraverso le numerose e autorevoli testimonianze. Per Flaubert il suffragio universale è "una vergogna dello spirito"; per Montalembert "un veleno"; per Balzac "un principio assolutamente falso"; per Comte "un'ignobile menzogna".

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Il filosofo francese, nato nel 1943, è ancora oggi il più autorevole maître à penser del pianeta, senza bisogno di etichette, ancorché famoso per aver dato vita alla "Nouvelle Droite". Il suo pensiero, infatti, trascende ogni schema precostituito e punta diritto all'essenza della complessità dell'uomo, sviscerandone la vera natura. Un pensiero di tal guisa ha una caratura antropologica che mal si concilia con l'anacronistica dicotomia "destra-sinistra". Per de Benoist l'elettoralismo e il parlamentarismo portano al potere i mediocri. Sottoposti a rielezione, i politici sono incapaci di concepire dei progetti a lungo termine e di prendere delle misure impopolari, ma necessarie. La democrazia sfocia in tal modo nell'anarchia, nell'edonismo di massa, nel materialismo egualitario. Il bene comune degenera in luogo comune. Questi concetti sembrano addirittura scontati, alla luce della realtà che avvilisce la società contemporanea. Sappiamo bene, tuttavia, come sia difficile accettare le scomode verità, per le quali si preferisce nascondere la testa nella sabbia. E' la storia, del resto, che ci mette sotto gli occhi quanto i regimi democratici possano configurarsi come regimi di oppressione, di colonialismo, di terrore. Già Aristotele aveva ben compreso che nessuna procedura democratica costituisce in fieri una polizza assicurativa contro il dispotismo. Lo stesso Pericle, per secoli osannato come paladino della democrazia, oggi ci appare nella più realistica veste di populista demagogo e di tiranno. Per Tucidide, addirittura, erano tali tutti gli ateniesi che ambivano al potere, capaci solo di produrre false promesse e demonizzazioni strumentali degli avversari politici. Particolare attenzione era riservata a coloro che manifestavano una propensione per il "bene comune", visti audacia temeraria igiene spirituale come il fumo negli occhi capace di determinare momentanee alleanze tra nemici, pur di mettere nell'angolo chi non rispettava le regole di un gioco sporco. Sembra cronaca di oggi e non di circa duemilacinquecento anni fa, a riprova che, gira e rigira, la storia è sempre la stessa: l'eterna lotta tra bene e male e la difficoltà a discernere il grano dal loglio. Tutti anelano alla libertà, salvo poi tirarsi la zappa sui piedi delegando il potere ai tiranni. (Oggi anche ai tirannucoli pischelletti). Scrive Alexis de Toqueville, a tal proposito, nel monumentale testo sulla democrazia in America: "La libertà si è manifestata agli uomini in tempi differenti e sotto forme diverse; non si è affatto appaiata esclusivamente a uno stato sociale e la si incontra al di fuori delle democrazie". La scomoda verità che impone di arrendersi all'evidenza, tuttavia, si deve a una straordinaria saggista e filologa, Jacqueline Worms de Romilly, la prima donna a insegnare nel prestigioso "Collège de France", la seconda a entrare nell'Académie française. Nel saggio "Problemi della democrazia greca" scrive, senza tanti giri di parole: "Che ciascuno partecipi con voto eguale al governo di un paese può apparire giusto. Può anche apparire pericoloso, dal momento che non tutti posseggono un'eguale competenza. Questo, è in termini semplici, il dilemma in cui si trova ogni democrazia". Ecco sviscerato, quindi, il punctum dolens della rappresentanza delegata con il principio "una testa un voto".


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Affermare che la qualità decisionale dei governanti possa scaturire dalla quantità, è una pura idiozia. Non ho utilizzato a caso il termine "idiozia", che ci riporta ancora all'antica Grecia e ci fa comprendere l'errore che si commette quando si eleva la democrazia a principio capace di tutto assorbire e tutto sublimare. Una lezione utile soprattutto ai superficiali fautori di un universalismo becero, che è cosa ben diversa del doveroso rispetto che si deve a ciascuno e che da ciascuno si deve pretendere. In Atene la democrazia è la comunità dei cittadini radunati nell'ekklesia per votare le deliberazioni della boulé (il Consiglio). I cittadini "votano" in quanto tali, perché la democrazia è concepita in rapporto alla "polis" e non all'individuo. Gli schiavi sono esclusi dal voto non perché schiavi, ma perché "idiotes", ossia "non-cittadini". (Il termine assumerà nel tempo l'alterazione etimologica con la quale lo utilizziamo oggi, ma quello significava). Nessuna democrazia ha mai accordato il suffragio ai non-cittadini e ancor più marcate degenerazioni del principio sono eloquenti: in Francia il suffragio universale rimarrà riservato al sesso maschile fino al 1945; in Italia fino al 1946! LA CONCLUSIONE AMARA: O SI CAMBIA REGISTRO O SI CONTINUA A SOFFRIRE Sembra pazzesco affermare serenamente che la democrazia, così come è concepita oggi, rappresenti un male, ma non lo è. Una verità può essere scomoda, ma se suffragata da dati di fatto inoppugnabili, verità resta. Nella stragrande maggioranza dei paesi del mondo i governi sono l'espressione di regimi democratici. Mi sono imposto di non citare alcun nome in questo articolo, ma ciascuno potrà riflettere da solo sulla qualità di molti capi di stato, capi di governo, parlamentari. Della squallida realtà italiana ne paghiamo quotidianamente le conseguenze. L'infima classe politica, però, è stata eletta da noi. Le capre, quindi, siamo noi. Loro saranno cinici e malvagi, ma non sono stupidi, perché sanno preservarsi e tutelarsi. Negli ultimi tempi sembra che una sorta di atavico torpore si sia affievolito e qualche reazione stia prendendo corpo. La recente sconfitta referendaria è senz'altro una prova di rinnovato vigore contro la malapolitica, essendo ben chiaro che i fautori del NO, in larga maggioranza, non si siano proprio preoccupati di studiare il contenuto della pseudoriforma: hanno solo recepito in fieri che fosse una schifezza, perché retaggio delle innumerevoli azioni schifose perpetrate dal governo in carica. Il risveglio delle coscienze è senz'altro positivo, ma occorre tanta cautela e tanta calma per evitare che si adottino rimedi peggiori del male. E questo rischio, sia ben chiaro, è concreto. Di certo non sarà l'attuale classe politica a risolvere problemi grossi come una montagna, realizzando una radicale trasformazione del principio di rappresentanza, che si configurerebbe come vera "rivoluzione". (Una rivoluzione non sarà mai alimentata da chi detiene il potere). Anche il futuro Parlamento, quale che fosse la sua composizione, non potrebbe cambiare le regole del gioco democratico, magari conferendo il diritto di elettorato attivo e passivo solo ai soggetti che superino un esame in grado di verificare un sufficiente livello culturale.

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Altamente improbabile, altresì, una vera rivoluzione fomentata dalla società civile che, a prezzo di decine di migliaia di morti, dissolva tutto il marcio che esiste e lo sostituisca con qualcosa di nuovo, per ora non meglio definibile. Come si vede siamo in un bel cul-de-sac, apparentemente senza via di uscita. E' evidente, però, che qualcosa dovrà accadere e, purtroppo, allo stato non è possibile stabilire se la bilancia penderà verso il bene o verso il male, anche se suonano minacciosi proprio i moniti lanciati da Gustave Le Bon, tremendamente attuali: "Quando l'edificio di una civiltà è infestato dai vermi, le folle compiono opera di distruzione. Allora si ha chiara la loro funzione. E, per un istante, la forza cieca del numero si erge a unica filosofia della storia […] Questa comunanza delle qualità consuete spiega perché le folle non saprebbero compiere azioni che esigano l'impiego di elevata intelligenza. Le decisioni di interesse generale prese da un'assemblea di uomini scelti, ma di diverse attitudini, non sono sensibilmente superiori alle decisioni che prenderebbe una riunione di imbecilli". Che la società contemporanea sia infestata dai vermi è un dato di fatto inoppugnabile; che la folla stenti a comprendere la differenza tra "bonifica" e "cupio dissolvi" è altrettanto chiaro. Spes, come sempre, resta l'ultima dea. Magari apparirà all'orizzonte un cavaliere su un cavallo bianco che riuscirà a sedurre il popolo, come spesso è accaduto in millenni di storia. Chissà, una volta tanto potrebbe essere un buon cavaliere! Nell'attesa, cerchiamo almeno di non guardare il dito di colui che indica la luna. E smettiamola di lamentarci sui social per le nostre colpe, comicamente e pateticamente tributate agli altri. Già questo, sarebbe tanto. audacia temeraria igiene spirituale Lino Lavorgna


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NON SI OFFENDANO LE CAPRE Il tema di fondo di questo numero, se non erro, è "Le capre al potere". Beh! Detta così, la frase, a mio avviso, potrebbe anche prestarsi a plurime, contrastanti interpretazioni. E, del resto, c'è un precedente. Cinque anni fa, nel numero di giugno, mi ritrovai a leggere un articolo di Massimo Sergenti dal titolo "Panegirici, filosofia e psicoanalisi". Quell'articolo scaturiva da un simpatico confronto tra Massimo e un altro collaboratore del giornale, Partenope Siciliano, il quale, in un suo precedente articolo, affermava che "Dovunque si eserciti il potere scompare la libertà, scriveva Foucault.". Il che, lasciava sottintendere una sua negatività tout court. Perciò, Massimo si senti in animo di precisare nel numero successivo che per giudicare il potere, da chiunque venga esercitato, dobbiamo prima qualificarlo. Va bene, ma qui non si parla di potere bensì di capre. D'accordo, però il discorso non cambia perché a me non sembra che quei simpatici animali abbiano mai avuto in animo di avventurarsi verso il vertice della piramide sociale, di intraprendere azioni per rivestirsi di autorità. Beh! Ma ci sarà pure un motivo perché la redazione abbia titolato in cotal modo l'attuale numero. Boh! E chi lo sa?!?! A me sembra che la capra, dalla notte dei tempi ad oggi sia sempre stata un animale mansueto, altruista, priva di malizia, persino succuba del volere altrui. Ad esempio, ricorrendo alla mitologia greca, Zeus, da bambino, fu nutrito, insieme ad un fauno, dalla capra Amaltea, come ci ricorda il Bernini in una sua celebre scultura. Essa, infatti, rappresenta l'allattamento del più grande degli dei, durante la sua permanenza presso le Ninfe del monte Ida per sfuggire a suo padre Saturno. Divenuto, poi, re degli dei, Giove, per ringraziare Amaltea, diede un potere alle sue corna: il possessore poteva ottenere tutto ciò che desiderava. Da qui la leggenda del "corno dell'abbondanza", o cornu copiae, cornucopia. Alla morte della capra, inoltre, il supremo capo dell'Olimpo la pose, insieme ai suoi due capretti, tra gli astri del cielo e, su consiglio di Temi, prese la sua pelle e se ne vestì a mo' di corazza, inventando così l'egida. Inquadrata in tal modo, la capra non suscita particolari apprensioni anche perché non insegue il potere, anzi lo favorisce, lo sostiene, lo nutre. È, quindi, una benefattrice e in tal guisa il celebre scultore l'ha ricordata tramandandola visivamente ai posteri. Certo. Da quel contesto non ne esce un'arrampicatrice sociale. E allora?

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Un attimo. Usciamo dalla mitologia greca per entrare in quella norrena dove, insieme ad altri animali, ritroviamo la capra. Nella Ljóða Edda, e più precisamente nel Grímnismál, il discorso di Grímnir, alias Odino, viene descritto Yggdrasil, l'albero cosmico per eccellenza. Le sue radici affondano fino al cuore della terra, dove stanno il regno dei Giganti e l'Inferno. Presso di lui si trova la fonte miracolosa Mimir, dove Odino ha lasciato in pegno un occhio, e dove torna continuamente per rinfrescare e accrescere la sua sapienza. Accanto a Yggdrasil, si trova la fontana Urd; gli dei vi tengono consigli ogni giorno e vi dispensano la giustizia. Con l'acqua di questa fonte, le Norne annaffiano l'albero gigantesco per restituirgli gioventù e vigore. Tra le radici di Yggdrasil c'è la vipera Nidhogg, che tenta di rovesciarlo, mentre tra i rami troviamo un'aquila, un cervo, e la capra Heiðrún. Heiðrún si chiama la capra che si erge sulla sala di Herjafoðr e bruca le fronde del Læraðr (leggi Yggdrasil). Il calderone riempirà lei di quel chiaro idromele, un liquore che non può mancare1. L'aspetto curioso del suddetto passo non è solo la descrizione dell'origine dell'idromele ma anche il nome della capra, Heiðrún, e più precisamente la sua composizione. Infatti, il nome Heiðrún è composto da due parti: Heið e rún. Il primo elemento del nome può essere interpretato sia come sostantivo maschile, heiðr, che vuol dire "onore", sia come sostantivo neutro, heið, che significa "bagliore", riferito soprattutto al chiarore del cielo; da qui, l'aggettivo heiðr cioè "brillante". Sempre al neutro, il sostantivo heið significa anche "remunerazione" o "pagamento". Se il primo lascia un po' perplessi, è il secondo elemento del nome, rún, a porci sulla giusta strada. Infatti, in quanto sostantivo femminile, rún ha, come significato originario, "bisbiglio" o "sussurro" e dunque, "segreto" o "mistero". In seguito, dal mondo dell'oralità, il termine passò a indicare i simboli della scrittura fuþark, cioè le rune. Dal ché l'(ap)pagante illuminazione che deriva dal disvelo di un segreto. Anche in questo caso, comunque, la capra Heiðrún non aspira al potere. La sua funzione è quella di cibarsi delle foglie dell'albero cosmico per produrre l'idromele, la bevanda della sapienza e dell'energia, che coniugata con il suo nome diviene la capacità illuminante di dominare le rune, quali sorgenti magiche di ogni potere e conoscenza. Hai ragione. La capra Heiðrún è utile, consapevole strumento, pro-pedeutico al potere altrui. Ma non sarà il solo esempio negativo …. No, certamente no. Per restare nell'ambito della mitologia nordica, il ruolo benefico delle capre non si arresta qui. Due di esse, Tanngnjóstr e Tanngrisnir, trainano il cocchio di Thor, divinità celeste del tuono e della fertilità. Pensa: il dio tutte le sere le uccide e le mangia. Poi, la mattina seguente, ricomponendo le ossa e la pelle, con l'aiuto del suo potente martello Mjöllnir, le fa tornare magicamente in vita e le aggioga al cocchio2. È lapalissiano, perciò, che "colei che


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digrigna i denti", Tanngnjóstr, e "colei che arrota i denti", Tanngrisnir, non ambiscono il potere. Anzi, sono ben felici di essere pasto serale del dio al punto che nella tradizione scandinava, la capra è ancora presente la notte di Natale a portare doni ai bimbi, simbolo di dispensatrice di abbondanza e fertilità. A Yule ne fanno persino una gigantesca statua in piazza. Ok. Ok. Ho capito. Però, quello che hai detto riguarda la mitologia. Hai ragione. Tu, invece, pensi che la realtà occidentale, cristiana, abbia lasciato spazio alle capre, a quei miti animaletti, fino al punto da esserne permeata? Tipo il pianeta delle scimmie? Oh! No. Così su due piedi direi di no. Tuttavia, ci sarà pur stato un motivo perché essa sia stata avversata dalla religione, ad esempio. Hai ragione. Ma, avversata è poco: è persino arrivata ad essere equiparata al male. Tu ti chiederai il perché: ebbene, il casus belli è un passo del Vangelo di Matteo riguardante la divisione tra "capri "e "pecore" che Gesù opera nel Giudizio finale: "Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le 3 pecore alla sua destra e le capre alla sinistra." Ora, io mi chiedo: è pensabile una così drastica equiparazione al male solo per un passaggio dell'evangelista che potrebbe anche significare la rappresentazione di un bucolico rimessaggio serale degli animali nel mondo siriaco-palestinese? In quel mondo, infatti, a differenza di quello greco-romano, di giorno capre e pecore pascolavano insieme. Solo di notte, quando faceva più freddo, venivano divisi "i capri dalle pecore", perché i caprini hanno maggiore necessità di riparo e venivano ricoverati in modo diverso dagli ovini. Pertanto, la valenza dei due animali non poteva essere molto dissimile, dal momento che erano parte di un unico sistema pastorale. Ho capito: ma ci sarà pur stato, che so, un richiamo al Vecchio Te-stamento, al quale gli evangelisti, ogni tanto si sono riallacciati. Ah! Beh! Nel Vecchio Testamento non c'è un'identificazione della capra o del caprone con il male. Capre e caproni erano offerti in sacrificio a Dio: quindi non potevano essere sgraditi esseri 4 "negativi". E' vero che il capro espiatorio si caricava dei peccato e veniva inviato nel deserto in offerta al demone Azazel ma nello stesso complesso rituale un altro capro veniva offerto dai 5 sacerdoti a Dio . E, d'altra parte, la capra non era l'unico animale ad essere utilizzato come capro espiatorio. In quelle scritture, peraltro, non vi è alcunché che alluda ad una opposizione tra capre e pecore. Semmai, in quel contesto, sono gli animali maschi ad essere simboleggiati come esempi di arroganza e ingiustizia ma, da questo punto di vista, il montone in quanto ariete non ha un trattamento migliore del caprone. Infatti, in Daniele6 l'ariete, o montone che dir si voglia, simboleggiava l'impero persiano, il caprone o becco, invece, Alessandro il Grande. Quindi, la Bibbia non condanna le capre e la loro equiparazione addirittura al demonio deve spiegarsi al di fuori della scrittura e non certamente con il passaggio di Marco. Oh! Cielo! E, allora, in quale altro modo te lo spieghi? È semplice. quando l'immagine di Marco fu estrapolata dal contesto palestinese, insieme a quei passi del Nuovo Testamento che esaltano il valore sacrificale dell'Agnello identificandolo col

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Salvatore, si crearono le premesse per la svalutazione della capra nel confronto oppositivo con la pecora. Una svalutazione basata sulle corna, "scandalosamente" simili a quelle delle divinità cornute demonizzate, ispirate tanto al toro quanto all'ariete o montone e al becco o caprone. Una considerazione, questa, che vale anche per la distinzione tra il bianco e il nero e che presenta evidenti parallelismi con il simbolo delle corna. Il cristianesimo, infatti, ha assegnato ai neri inferi un connotato demoniaco e lo ha associato invariabilmente alla presenza di demoni cornuti. Un travisamento che ha avuto buon gioco nel complessivo ribaltamento nell'opposto delle corna. Infatti, se inizialmente esse ornavano elmi da guerra di etruschi, greci e romani, le stesse sono state ricordate, poi, solo come ornamento dei copricapi barbari e, perciò, simbolo del paganesimo, del male fino a farne un'allegoria di disonore. È nota l'identificazione delle corna con un marito tradito che viene definito becco, cioè caprone, quasi a significare la scarsa propensione dell'animale per la copula. Invece, innumerevoli studi hanno dimostrato che, in una gara amatoria, il becco, e non il montone, sarebbe il lampante vincitore. Ma che mi dici! Una convinzione infranta. Addirittura più del montone? Eeeh! Ma non è stato quello l'unico ribaltamento nell'opposto inerente le corna. Nell'opera di permeazione sociale del cristianesimo e nella trasmutazione dei simboli e immagini "pagane", a farne le spese è stato soprattutto Pan, indicato come il calco del diavolo cristiano, raffigurato, in epoca classica, con zampe e altri attributi caprini. Un momento. Ma il diavolo non ha totalmente le sembianze di una capra. Hai ragione. L'immagine del demone come noi la conosciamo è frutto della mente dei teologi del medioevo. È, infatti, in quell'epoca che il diavolo assume sembianze teriomorfe e ibride dagli effetti mostruosi e, oltre alle corna, si dota delle ali da pipistrello, a significare gli angeli decaduti. Ma non solo. L'apoteosi del diavolo-caprone, in ogni modo, la troviamo con l'avvio della caccia alle streghe del XIV° secolo. La necessità degli inquisitori, invero, fu stabilire un connubio tra l'accusata di stregoneria (a buon bisogno, una curatrice o un'erborista) e un essere orripilante e ciò al fine di corroborare le accuse. Ma lo scopo era anche quello di fustigare i costumi, soprattutto sessuali, condannando quelli che davano appagamento senza puntare alla procreazione. Così, il Satana-caprone diviene l'indiscusso protagonista nei racconti del sabbah, oggetto di venerazione, in particolare attraverso l'obsculatio ani. Dotato di corna caprine e di ali di pipistrello, sovrintende agli incontri di sesso e dissoluzione, che si tengono - secondo le deposizioni degli inquisiti (sic) - nelle radure discoste dai centri abitati. Incontri dove primeggiava la deprecata pratica di rapporti eterodossi, (cunnilingus, fellatio, sodomia tra etero e omo); nel senso che, secondo le deposizioni estorte dagli inquisitori, si andava ben al di là della codificata postura del missionario, nella quale la donna, "come un vaso prodigioso che contiene i germi della vita, si affida al maschio, che giace in lei esclusivamente a fini riproduttivi". Oddio! Che casino. Ma, almeno nella veste diabolica, la capra al potere, sia pur malefico, ha teso e tiene …. Va be'! Va be'! Scherzi a parte. Quello che non mi spiego è come una simile identificazione a danno della capra sia stata adottata dagli inquisitori in ogni dove, anche in contesti e culture differenti.


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Beh! Sai, la spasmodica ricerca da parte degli inquisitori di associare l'accusata a pratiche infami e a esseri mostruosi era comune a vari contesti. Gli atti processuali, poi, assumevano una veste pubblica, oggi diremmo, che andava ad influenzare altri contesti fornendo spunti d'interrogatorio. Ad esempio, il rito dell'obculatio ani di caproni-diavoli appare nel XV secolo, 7 nell'ambito di processi per stregoneria in Francia . Tutto quanto emerso dagli interrogatori (e dalla fervida mente degli inquisitori) andò, poi, ad essere codificato. Così, le descrizioni delle streghe e del sabbah furono racchiuse nell'opera dei domenicani Heinrich Institor Krämer e Jakob Sprenger: il Malleus Malleficarum8. Edita per la prima volta a Strasburgo nel 1486, l'opera ebbe un gran numero di edizioni, non solo nei primi decenni ma anche nei secoli successivi (28 9 edizioni fino al 1669). E questa divenne il manuale degli inquisitori cattolici e protestanti . Povera capra. Quanti patimenti! Senza che alcuno, in quel buio periodo, le abbia riscattate. Oh! No. Qualcuno c'è stato. Soprattutto, pittori. Infatti, la capra, contemporaneamente alla sua dannazione, venne riprodotta come compagna della Vergine, di santi e di martiri, quindi partecipe di una sfera soprannaturale coerentemente con una visione animista che ha continuato a permeare l'opera di artisti, soprattutto pittori, molto più "smagati" rispetto alla credenza popolare, indotta dagli inquisitori. Ed il bello è, a mo' d'inciso, che le rappresentazioni delle capre nella sfera del soprannaturale, sempre nel periodo della loro condanna, hanno costellato una moltitudine di chiese cattoliche. Un po' come accaduto con l'avvento delle cattedrali gotiche che, ad esempio, ribaltando il concetto, ospitavano la Festa dei Pazzi - o dei Saggi, - …. col suo carro del Trionfo di Bacco, trainato da un centauro e una centauressa, ambedue nudi come il dio, che era accompagnato dal grande Pan; carnevale osceno che s'impossessava delle navate ogivali! Ninfe e naiadi uscenti dal bagno; divinità dell'Olimpo, senza nubi e senza tutù: Giunone, Diana, Venere, Latona si davano appuntamento alla cattedrale per sentire la messa!"10 Quindi, posso affermare con certezza che la capra non ha mai rincorso il potere bensì è stata vituperata da quanti il potere, ottuso quanto si vuole, lo detenevano veramente. D'accordo, però adesso non farla tanto lunga. Hai parlato del medioevo. Da quel dì che è finito. E, comunque, se non mi sbaglio, dopo l'oscurantismo c'è stato l'illuminismo. Già. L'illuminismo. È proprio a cavallo tra XVIII e XIX sec. che la modernità illuministica e tecnocratica lancia la "guerra alle capre", palesemente motivata dalla volontà di favorire gli interessi economici delle élites e di annullare "ammortizzatori sociali" e potere decisionale sull'utilizzo delle risorse locali. Un fenomeno che si registra sia in Francia11 che in Italia12 e che interessa soprattutto le comunità di montagna che erano riuscite a mantenere sino ad all'ora ampi spazi di autogoverno tra i quali gli allevamenti caprini già in larga misura banditi dalle pianure. Ad esempio, in Lombardia, troviamo ad interessarsi della questione dei boschi e delle capre un noto esponente dell'illuminismo: Cesare Beccaria. Egli, nel 1783, espresse in seno al governo milanese una posizione in materia di boschi nettamente a favore degli "interessi forti" dell'epoca. Suggeriva di obbligare i comuni a vendere i boschi ai proprietari delle fucine (i grandi 13 consumatori di legna) e di limitare drasticamente l'allevamento caprino.

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Le "riforme" proposte da Beccaria furono approvate, anche se solo in parte. L'editto del 9 maggio del 1784, infatti, proibiva il pascolo delle capre "in qualunque altro sito, fuorché nella porzione di fondo che verrà destinato dal comune" e assegnava al governo la decisione sul numero di capre allevabili in un comune. Definita la quota di boschi indispensabili ai bisogni dei residenti, il resto doveva essere periodicamente tagliato, con diritto di prelazione da parte da parte dei proprietari delle miniere e delle fucine. Inoltre, il XVII secolo è caratterizzato, sia in Francia che in Italia, da bandi contro capre e pecore senza distinzione. Poi, tra il XVIII° e XIX° secolo av-viene qualcosa di simile al giudizio universale di Matteo: le pecore, alle quali sono interessati grossi proprietari terrieri e che possono alimentare l'industria laniera, sono dichiarate utili alla nazione e da incoraggiate, le capre, invece andavano eradicate. In realtà, fatto più evidente nel sud della Francia, l'affermazione dell'orientamento commerciale dell'allevamento ovino, legato alla produzione di lana e l'affermazione di un capitalismo mercantile risale alla fine del medioevo e con essa quella della competizione per i 14 pascoli tra le capre e i greggi ovini commerciali . Nella "guerra alle capre, un prefetto francese, nel periodo successivo alla rivoluzione, arrivò persino a dichiarare," "Va detto che le capre, in gene-rale, esistono per il vantaggio di coloro che non hanno proprietà a spese di coloro che le hanno."15 Un concetto analogo, peraltro, fu espresso nel 1820 dalla Delegazione provinciale di Brescia (organo con funzioni simile alle prefetture): "tutta l'utilità delle capre deriva dal non costar nulla il loro mantenimento, vivendo a spese altrui"16. E tutto perché le capre rappresentavano una risorsa per la sussistenza e, quindi, una condizione da eliminare per forzare l'entrata delle comunità rurali nel mercato, ma anche un simbolo di disordine opposto al progresso razionalizzatore. Simboleggiavano tutto quello che la borghesia e la razionalità amministrativa e tecnocratica volevano spazzare via in nome della potenza della nazione: l'arretratezza contadina, i confusi diritti sui beni comuni che condizionavano il diritto di proprietà privata, la resistenza all'autorità statale. Oggi sappiamo che la deforestazione, argomento utilizzato per la "criminalizzazione ecologica" della capra nel contesto delle nuove ideologie laiche, era (ed è) da attribuire ai processi di industrializzazione e urbanizzazione che inducevano una forte nuova domanda di legname da opera e legna da ardere. Ma ancora nel XIX° secolo, nell'epoca dei "lumi", venivano messe in campo contro le capre non solo argomenti catastrofisti (tra cui il cambiamento climatico17) ma erano riciclate accuse "medioevali": il morso della capra fu a lungo considerato "velenoso". Va anche detto, ad onor del vero, che gli intellettuali e i tecnocrati borghesi contribuirono non poco, insieme alle norme di restrizione degli allevamenti, a stigmatizzare i prodotti della capra. Un certo Giuseppe Gautieri, Ispettore capo ai boschi restato al suo posto dopo la Restaurazione, arrivò a insinuare che il formaggio di capra fosse cibo da "miserabili", i quali così "risparmiano sul sale", "pizzica ed è per palati rozzi"18 . Di contro ma vox clamans in deserto, Il noto economista e statistico dell'epoca napoleonica, Melchiorre Gioia, coevo del Gautieri e partecipe della stessa ideologia tecnocratica, osannava il


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formaggio di capra. Comunque, la riabilitazione del formaggio di capra in Francia risale al periodo tra di anni Venti e Trenta del secolo scorso quando, grazie alla valorizzazione dei formaggi caprini tipici, l'ufficialità agricola si è convinta a riservare alla capra un trattamento non più da paria ma da animale suscettibile di contribuire al reddito agricolo e all'economia agroalimentare. 19 Nello stesso periodo, però, in Italia si imponeva una supertassa progressiva sulle capre . Infatti, in Italia (e in altri Paesi), per la riabilitazione si è dovuto aspettare il '68 o meglio i movimenti di "ritorno alla terra" che già negli anni Settanta vedevano protagonisti reduci e delusi di quel movimento. Oggi la capra, cadute le accuse "scientifiche" di flagello dei boschi, è divenuta il simbolo positivo di un'agricoltura più "naturale" e meno industriale; addirittura, in Francia e in Spagna le si riconosce il ruolo di "guardiana dell'ambiente" in forza dell'impiego del pascolo caprino per la prevenzione degli incendi boschivi. Simbolo di resistenza contadina e di autosufficienza, la capra, animale intelligente e capace di relazionarsi all'uomo, è anche il veicolo della riaffermazione di una visione che, superato il meccanicismo razionalista e materialista, riassegna valore alla vita e rifiuta di considerare gli animali oggetti, cose, prive di un'anima naturale. Questo e molto, molto altro rappresenta la "lezione della capra", una lezione di saggezza e di umiltà che induce a diffidare degli stereotipi e del valore delle ragioni di chi ha, dalla sua, il potere. Ooh! Bene. Finalmente, siamo arrivati al potere. No. Non hai capito. È chi ha il potere che ha vilipeso la capra. Ma … un momento. Oh! Madonna. Dimenticavo. Ho letto da qualche parte che in un Paese del quale non mi ricordo il nome, ci sono delle capre chiamate oselu ewúr? che si sono messe in testa di governare. Non solo sono arrivate al potere ma nella gestione della cosa pubblica fanno dei casini immani: travisano l'ordinamento previdenziale, quello economico e sociale e stravolgono l'impianto istituzionale. Ma stanno tutte al potere? No. C'è anche un'opposizione che, però, si comporta come la maggioranza. Anzi, peggio perché nella stravolgente rappresentazione del loro portato le capre minoritarie sono più pittoresche delle prime. Inoltre, sono talmente in lotta tra loro che a vederle non ci si crede. E stanno solo confinate in quel Paese queste capre particolari? Per fortuna, sì. Solo in quel Paese. In ogni altro, avrebbero vita breve. Ma … e gli umani presenti in quel Paese come giudicano queste strane capre? Una buona parte della comunità umana non si accorge del problema. Quelle capre, del resto, nelle loro stranezze, sono riuscite persino a proclamarsi Salvatrici della Patria. Più di così? E tu credi che per quelle capre, il nostro direttore ha titolato l'odierna edizione? Può darsi. Il nostro direttore è un uomo dall'ampio sapere. In ogni caso, non voglio che a quelle eccezioni si equiparino, offendendole, le altre capre. Roberta Forte

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Note: 1. Ljóða Edda – Grímnismál - Il discorso Di Grímnir – pas. 25 2. Snorri Sturluson - Edda in prosa – 1. Parte - Gylfaginning – 44° cap. 3. Mt 25:32-33 4. Lev 16:5-22 5. Lev 16:7-9 6. Dan 8:1-12, 20-21 7. C.H. Lea, Material Toward a History of Witchcraft – Vol. I - Thomas Yoseloff, New York, 1957 - pp.231-232, cit. da J.P. Davidson - "Great Black Goats" - in Journal of Rocky Mountain and Medieval and Renaissance Association, 6 (1985) – pagg. 141-158. 8. H. Institoris Krämer, I. Sprengero, Malleus Malleficarum, riproduzione dell'originale, Gruppo editoriale Castel Negrino, Aicurzio, 2006 9. Va sottolineato comunque che la chiesa cattolica (molto più prudente e moderata in fatto di persecuzione delle streghe dei protestanti e delle autorità laiche) non l'abbia mai ufficializzato. Comunque, Malleus Malleficarum (Il martello delle streghe) è un testo in latino allo scopo di reprimere in Germania l'eresia, il paganesimo e la stregoneria. È il più noto dei tre principali trattati pubblicati sulla questione alla fine del XV secolo: gli altri due furono il Fornicarium di Johannes Nider (1475, composto tra il 1436 e il 1437) e il De lamiis et phitonicis mulieribus (Delle streghe e delle indovine) di Ulrich Molitor - 1489. 10. Fulcanelli – Il mistero delle cattedrali e l'interpretazione esoterica dei simboli ermetici della Grande Opera - Terza edizione ampliata con tre prefazioni di Eugène Canseliet F.C.H. - Scansione Ettore Peluso - Corretto dafiluc (filuc@everyday.com) – pagg. 30,31 11. D. Solokian "De la question des chevres en France au XVIIIe siecle", in Ethnozootechnie, 41 (1988) pp.33-46; C. K. Matteson “Bad citizens" with "murderous teeth": Goats into Frenchmen, 1789-1827 in: Proceedings of the Western Society for French History, 34 – 2006 - pagg. 147-161 12. M. Corti., "Risorse silvo-pastorali, conflitto sociale e sistema alimentare: il ruolo della capra nelle comunità alpine della Lombardia e delle aree limitrofe in età moderna e contemporanea" in: SM Annali di S. Michele, 19 – 2006 - pagg. 235-340 13. G. Coppola, “Equilibri economici e trasformazioni nell'area alpina età moderna», in: G. Coppola e P. Sciera, Lo spazio alpino: area di civiltà, regione cerniera, Quaderni di Europa Mediterranea, 5, Gisem /Liguori Editore, Napoli, 1991 - pp. 203-222. 14. 21. D. Siddle, "Goat, marginality and the 'Dangerous Other' - “Environment and History, 15 - 2009 – pagg. 221-236 15. D. Solokian, op. cit. 16. "Le capre difese da guardiani accorti e possenti minacciano di scacciare le vacche e le pecore dalla montagna.Distrutti dalle capre i boschi, le miniere giacciono inutilizzate nel seno della terra, i forni e le fucine non fuman più e i seminatori, gli scavatori, i carbonai, i fonditori ed altri operai, esausti dalla fame, sono astretti ad emigrare dalle montagne. Franati i monti, intisichiti pel freddo alle loro falde gli alberi, alzato il letto de' fiumi e reso incapace a contenere le loro acque che già traboccano e inondano le sottostanti campagne, aumentati ed abbassati i nevali ed i ghiacciai, fulminati i tuguri degli alpigiani, inaridite alla pianura le messi, mal sicure le case. […]” G. Gautieri. Dei vantaggi e dei danni derivanti dalle capre in confronto alle pecore, Milano, Tipi di Gio. Giuseppe Destefanis - 1816 17. P. Lieutaghi - L'environnement végétal, Flore, végétation, civilisation, Neuchâtel, 1972, cit. da Solokian, op.cit 18. C. Cantù, (a cura di) - Grande illustrazione del Lombardo-Veneto, ossia Storia delle città, dei borghi, comuni, castelli, ecc. fino ai tempi moderni Vol. III - Corona & Caimi, Milano - 1858 - p. 990. 19. R.dl del 16.1.1927 n.100


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NON E’ UN PAESE PER VECCHI Non so cos'abbia ispirato l'amico Angelo a titolare "le capre al potere" il numero corrente della rivista. Certo, gli argomenti per "bollare" d'incapacità la nostra "classe" dirigente non mancano ma non è che la "classe" antagonista sia da meno. E, perciò, tante volte, nel corso di questi cinque anni di edizione, abbiamo esaminato e criticato, spesso fortemente, l'agire dei vari personaggi che si sono succeduti al timone del Paese ma non siamo stati teneri neppure con l'opposizione. Spesso, inoltre, ci siamo sostituiti agli uni e agli altri per indicare un'alternativa: per il semplice gusto di farlo, per semplice sfizio intellettuale. Ma, come sappiamo, l'Olandese volante, con le vele strappate, la sua cupezza e la sua luce spettrale, continua a solcare senza metà i mari dell'economia e della socialità. Che un destino così cinico e baro sia frutto di una maledizione? Comunque, già che c'eravamo, non siamo stati teneri neppure con l'Unione Europea che non perde occasione per dimostrare la sua limitatezza data sia dai soggetti umani che la animano sia dalle sue modalità di costruzione. Sicuramente, ribadire le critiche comprova il persistere dell'incapacità intellettiva dei vari enti ma, oggi, a quella limitatezza celebrale si aggiunge un'incapacità fisica che spiega perché il nostro amato direttore, stavolta in via diretta, abbia scelto di alludere alle capre nel tema dell'odierna edizione. Intanto, la loro (quella delle capre) è una digestione lunga, come tutti i ruminanti: con ben quattro stomaci, potrebbero mangiare in continuazione perché una volta che il cibo è giunto all'abomaso, l'ultimo dei quattro stomaci, il rumine, il primo, è affamato. Ma, absit iniuria verbis, non è certo questo l'aspetto anatomico che le accomuna metaforicamente alla "classe" politica … No. Certamente no. Quello che, invece, rende calzante la similitudine è la capacità visiva delle capre. Infatti, le loro pupille sono a forma di segmento, orientato in senso orizzontale. Ne consegue che la loro visione periferica a tre dimensioni è tanto più efficiente quanto più l'oggetto è vicino alla pupilla. Nel senso che la nitidezza del loro sguardo non va al di là della punta del naso. Ora, in una capra, una conformazione del genere è comprensibile, vista la necessità di arrampicarsi per erte impervie ma per un politico è giustificabile? Di svarioni dettati dalla forte miopia ne sono stati commessi a dismisura nell'arco di quest'ultimo quarto di secolo da parte di tutti i Governi che si sono succeduti. A cominciare da Berlusconi che, al di là delle pittoresche, ininfluenti, azioni intraprese, avrebbe dovuto realizzare la promessa rivoluzione liberale insieme all'ammodernamento dello Stato. L'Italia è sempre stata (ed è

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ancora) un paese "chiuso"; sistemi di amicizie, arciconfraternite del potere, ristretti gruppi presenti in numerosissimi consigli di amministrazione, alleanze trasversali hanno deciso per decenni (e continuano a farlo) il destino dello Stato e delle genti. Non dico nei sette mesi del suo primo mandato il quale, comunque, sarebbe potuto durare un po' di più se avesse osservato meglio Bossi che, nella sua smania di protagonismo e di arrivismo, non aveva usato i tappi per resistere al canto ammaliante delle sirene dalemiane; ma negli altri tre suoi mandati, dotato persino di maggioranze bulgare, avrebbe dovuto "rompere" e liberalizzare le tante corporazioni e i tanti comportamenti consolidati. Avrebbe dovuto riformare la pubblica amministrazione, spesso affossatrice di iniziative imprenditoriali e causa frequente di malessere del cittadino; avrebbe dovuto riformare la scuola e renderla meritocratica e non becera, raffazzonata immagine del sistema formativo e informativo americano. Avrebbe dovuto rendere più pertinente, efficiente e veloce la giustizia (della quale tanto si è lagnato); avrebbe dovuto rendere più sicure ed efficaci le banche nel sostenere l'economia e non lasciarle dedite (peraltro, vanamente come si è visto) al solo accrescimento del loro cash-flow e del loro patrimonio. Avrebbe dovuto combattere l'evasione attraverso l'uso dei sistemi informatici e il risultato dei diversi incroci (già possibile alla fine degli anni '90 dove, volendo, da parte degli autorizzati, si poteva (e si può) entrare negli archivi dell'Agenzia delle Entrate, del catasto, delle banche, dei gestori delle utenze, del P.R.A., del R.I.NA, dell'ENAC, ecc.). Ne deriva che avrebbe dovuto riformare il sistema fiscale, renderlo meno gravoso e più equo; avrebbe dovuto, a cominciare dalle Regioni controllate, a sollecitare il varo di piani operativi validi per lo sviluppo del territorio e per la nascita e la crescita di imprese; avrebbe dovuto riformare il sistema di Welfare e non lasciarlo a livello di campo di battaglia tra poveri mentre un ristrettissimo gruppo di "pensionati" osserva dalla tribuna i contendenti; avrebbe così creato le premesse per richiamare investimenti, nazionali e esteri. Infine, avrebbe dovuto osservare l'effettivo cambio lira/euro e non lasciare che si realizzasse, in pratica, una decurtazione del 50% del potere di acquisto delle risorse familiari, avviando così l'impoverimento delle famiglie. Ma che ci vogliamo fare? Era più attento ad osservare l'andamento dei titoli Mediaset. Già, oltre dieci anni di governo non sono pochi per avviare, se non tutto in parte, un così vasto programma ma il fatto è che non ha visto i problemi mentre ha preferito più curare, inutilmente, ciò che vedeva: i frastagliati rapporti con gli, intemperanti compagni di viaggio. I Governi tecnici non sono stati da meno. Comunque, va detto ad onor del vero che almeno Dini è riuscito, in gran parte, a razionalizzare il sistema previdenziale dove, indisturbati, hanno operato per decenni ben cinquantuno fondi pensionistici, ognuno con le sue regole, ovviamente differenti in maniera abissale le une dalle altre, senza che nessuno vedesse le sperequazioni. E, sempre ad onor del vero, va aggiunto che il governo Monti, invece, addirittura affetto da ambliopia, è stata una iattura. Ma i governi di centro-sinistra, in oltre tredici anni, non hanno saputo vedere meglio. Fossilizzati, come unico interesse, ad osservare Berlusconi, ne hanno decantato le gesta in fiere e mercati,


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spesso colorandole oltre misura, senza minimamente pensare di dotarsi degli occhiali per osservare almeno la piazza. L'unico governo di quello schieramento che, istrionicamente, ha pensato di passare la festa gabbando lo santo, enunciando tutta una serie di riforme, è stato il governo Renzi. Tuttavia, in due anni, nove mesi e venti giorni, sebbene abbia dichiarato di aver visto molte cose, non ne ha osservata veramente neppure una. In compenso, un governo di quest'ultimo schieramento, il D'Alema I e II, ha dato vita all'avvio del III millennio ad una delle più gravose sventure dell'ultimo ventennio: la istituzione di venti pozzi senza fondo, le Regioni. Ambedue le formazioni, inoltre, nella ricerca di una pagella compiacente dall'Europa, non hanno minimamente visto le asperità del percorso che con la sottoscrizione prima del Patto di stabilità e crescita poi del Patto di bilancio europeo si andavano a creare; asperità a vasta riverberazione sulle politiche economiche, sui conti pubblici e sulle risorse familiari. E, del resto, i due vincoli suddetti sono l'espressione di un'Europa, incarnata operativamente (sic) dall'Unione nella sua triplice, fantasmagorica espressione, che non sa vedere i problemi che la travagliano e che non riesce ad andare oltre la banale pianificazione per uniformare la lunghezza delle fave. Peraltro, infognata nel più ostinato burocratese e nel più rigido efficientismo tedesco, non sa neppure emanciparsi, ancorata com'è alla feritoia del carro. Un'Europa, inoltre, che non può vivere di enunciazioni come quella formulata recentemente a Malta dalla Merkel: "l'Europa può avere un futuro a velocità diverse" perché nella sua ambiguità politica, nel suo immobilismo operativo, nella sua rigidità censoria, oltre a sostenere il percorso di separazione della premier inglese May, che l'Europa ha sempre avversato, motiva e sostiene il populismo della francese Marine Le Pen che il primo atto che compirebbe, qualora fosse eletta presidente, sarebbe uscire dall'euro (e dalla Nato) nonché la ragione esistenziale di ogni forza separatista. Il che è paradossale. In ogni caso, nemmeno le opposizioni vecchie e nuove hanno saputo fare di meglio. Incartate dalla loro demagogia, quando a sprazzi sono arrivate a toccare il potere il loro disorientamento è stato talmente forte da appoggiarsi a ciechi esponenti tecnici di altri schieramenti, senza considerare che intraprendere un cammino da parte di un cieco, con la guida di un altro cieco, è come percorrere un'autostrada senza freni: la catastrofe è assicurata. Di tutto quanto sopra, comunque, sia per dritto che per rovescio, ne abbiamo ripetutamente parlato nel tempo e dalle pagine della rivista. Ma ciò che oggi fa ancor più temere sono le evoluzioni dello scenario internazionale e nazionale, che nessun attore politico rileva se non su un piano puramente nominalistico. Eppure, resto convinto che il dispiegarsi di quelle evoluzioni non sarà asettico perché la portata degli eventi all'orizzonte non è da poco: l'elezione Trump e la nuova politica americana nonostante la posizione della magistratura statunitense, la riverberazione di quella politica sugli instabili assetti mediorientali e sull'agire delle forze politiche europee all'interno delle quali è allocata la traballante sedia della cancelliera tedesca Angela Merkel e la nuova, luminosa alba del SPD. E, ancora, nonostante l'affabile, recente telefonata tra il presidente americano e quello cinese, il futuro ruolo della Cina dalla crescita esponenziale e detentrice di oltre un terzo del debito

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pubblico americano, la posizione al riguardo della nuova amministrazione statunitense e la sua predilezione dichiarata per i rapporti con la Russia. E, inoltre, l'avvento della quarta industrializzazione e i suoi effetti sul mondo del lavoro, la continua concentrazione della ricchezza in sempre minori mani, gli effetti perduranti della crisi del 2008 e il progressivo impoverimento delle famiglie. Un quadro puramente esemplificativo, quello di cui sopra, comunque già di per sé ricco di seri interrogativi al quale occorre aggiungere il disagio psicologico dettato dalle misure antiterrorismo sempre più drastiche perché sempre più necessarie; un fondale che, se lasciato senza attenzioni, può comportare complesse ripercussioni sia sugli assetti politici, come detto, ma anche su quelli sociali e perfino democratici dei Paesi occidentali tra i quali il nostro. Ora, io non voglio minimamente avviare l'ennesimo cahier de doléance riguardo al nostro Paese anche perché a farlo, quale buon ultimo, ci pensa il governo Gentiloni il quale tra l'altro ha riscoperto la questione meridionale, forse inconsapevole che il primo a denunciarla (coniando l'espressione) fu, nel lontano 1873, Antonio Billia, deputato lombardo della sinistra radicale, intendendo egli (già allora) la disastrosa situazione economica del Mezzogiorno in confronto alle altre regioni dell'Italia unita. Quello che, invece, voglio rilevare sono i nuovi, imperiosi problemi che si stanno radicando senza interesse nella comunità nazionale. Non c'è alcun dubbio che, abbattuti i pilastri portanti da alcuni ritenuti vetero in nome di una modernità senza pregnante connotazione, la società italiana sia in via di disgregazione per rappresentare, ogni giorno in maniera sempre più marcata, un insieme di solitari alienati, scontenti, arrabbiati, angosciati, violenti e ulcerosi succubi silenti. La solitudine, infatti, è la cappa che avvolge quegli sventurati: ai tradizionali rapporti sociali (e solidaristici) è stata sostituita la partecipazione ai social network dove l'insignificante gratificazione è data dal numero di "amici" virtuali che si riesce ad ottenere, senza che vi sia, nella stragrande maggioranza, la speranza di intrattenere con quegli "amici" tangibili relazioni. Una recente indagine del professor David Baker dell'Australia Institute evidenzia, infatti, che maggiore è il numero di amici virtuali che un individuo ha e maggiore è la solitudine di quell'individuo, con l'aggravante che l'artato metodo di relazionarsi tende a crescere soprattutto tra i giovani per il ricorso a quel metodo addirittura da parte di soggetti governativi. Già, i giovani. Passati gli effetti da pannicelli caldi del Jobs Act, la disoccupazione giovanile è tornata a crescere e si è riposizionata sopra il 40%. E questa è una situazione che si sta protraendo da troppo tempo. Io non so se un Paese che si dice civile, democratico, occidentale, appartenente al G7, quindi annoverato tra i 7 "grandi" del mondo possa permettersi il lusso di perdere l'apporto di una generazione di suoi cittadini. Perché è ciò che sta accadendo in quanto il restante 60%, nei lavori da saltimbanchi che riesce a reperire (operatore di call-center quando va bene, se non disk jockey nelle feste paesane, barman da coca e whisky, inservienti di cucina, camerieri, ecc. ecc. ecc.), non trova un ubi consistam perché tali lavori prevedono un impegno di non oltre i due/tre giorni settimanali, spesso senza "la messa in regola". Certo. I giovani possono espatriare e, alla fine, quelli che lo fanno si spera che riusciranno a stare


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bene dove andranno, al di là del sarcasmo del ministro Poletti. Ma non tutti hanno le competenze per iniziare una nuova vita in un Paese straniero, non tutti hanno potuto prendere un pezzo di carta che li qualifichi, non tutti hanno famiglie in grado di sostenerli nella fase di avvio. Molti, troppi, hanno famiglie che si barcamenano tra il pranzo e la cena, tra le riduzioni di personale, le dichiarazioni di esuberi e le mobilità, tra i contratti di solidarietà e la cassa integrazione quando non tra il vizio del gioco e la disperazione. Nell'allegato all'Espresso dello scorso 5 febbraio (non lo leggo io bensì la mia eclettica consorte), c'è un servizio sventuratamente interessante dal titolo "Il Paese dello slot". Ebbene, gli italiani nel 2016, per il gioco hanno speso 95 miliardi di euro pari al 4,7% del PIL. Non male se si pensa che il fatturato della Mercedes Auto, della Boeing e di Amazon, nel 2015, è stato rispettivamente di 83,8, di 90,2 e di 83, 6 miliardi di euro, lasciando molto indietro multinazionali al livello di Unilever e Procter & Gamble. Siamo talmente presi dal gioco che non c'è Paese europeo che ci eguagli in numero di slot e video-giochi d'azzardo sul territorio. Un vizio, peraltro, che sembra accomunare tutti, ricchi e poveri, giovani e anziani, professionisti e massaie, operai e dirigenti ma ciò che spaventa è la media di spesa di ogni appartenente alla comunità nazionale: ben 1.583 euro a testa, neonati compresi. L'ammontare di uno stipendio medio. È tristemente comprensibile, anche per i motivi di cui sopra, la voglia del "colpo di fortuna" per trovare un riscatto nel grigiore della vita; la voglia di un riscatto, totalmente effimero, che spinge le categorie meno abbienti ad impegolarsi in quell'infernale girone e a dannarsi. E, sebbene lo spaventoso fenomeno sia a conoscenza delle cosiddette autorità, l'unica iniziativa finora intrapresa è quella di far seguire alle pubblicità di giochi d'azzardo on line la dizione "Attenzione. Il gioco può provocare dipendenza". Non è da ridere? E a nulla vale l'interdizione di aprire sale da gioco vicino alle scuole: gli studenti si fanno due passi a piedi o ricorrono al motorino. E quando la loro età (meno di 18 anni) non gli consente di entrare in quelle sale (se il gestore è scrupoloso), spesso e volentieri ricorrono al computer dove basta la dichiarazione di maggiore età e una prepagata, magari con la paghetta. Non c'è Paese europeo che ci superi nell'ammontare della tassazione che ci auto-infliggiamo ma, in una botta di sfrenato cinismo, qualcuno potrebbe pensare che l'atteggiamento scriteriato di parte della cittadinanza serva almeno a rimpinguare le casse dello Stato. Neppure questo, perché i 95 miliardi di incasso da parte delle società che gestiscono il gioco sono tassati tra il 5,5% (videolottery) e il 17,5% (per le slot-machine). Già la sperequazione di tassazione tra un lavoratore e un gestore di macchinette basterebbe per le grida di sconcerto. Ma il fatto è che spesso lo Stato per incassare da quelle società deve ricorrere al concordato con significative riduzioni d'incasso rispetto al preteso. Totalmente assurdo. Beh! Adesso basta. Sono a terra, con una punta di depressione. Vediamo, allora, di fare un ragionamento conclusivo per il mare di irrazionalità che ci circonda. Quanto avviene quotidianamente in questo Paese dimostra che il problema della "vista" della classe dirigente (e del relativo metodo di selezione), è ormai divenuto il più rilevante, persino rispetto alle pur gravi difficoltà connesse all'economia ed alla finanza.

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Infatti, tale problema, oltre alla inefficienza, interferisce anche sull'aspetto etico dell'intera società, come emerge dall'enorme quantità di scandali e di inchieste giudiziarie. Siamo nella graduatoria, in alta posizione, tra i Paesi più corrotti al mondo. Ciò comporta, tra l'altro, l'affievolimento del principio di autorità, incentivato dalla inadeguata selezione della rappresentanza politica, non meno che dallo scadimento complessivo della "classe" burocratica a tutti i livelli. Del resto, il Porcellum, con le sue liste bloccate e le designazioni dall'alto, ha contribuito in maniera determinante a questo stato di cose perché i big dei partiti, più che alla qualità della "vista" dei candidati sia nelle liste che nelle strutture operative pubbliche, hanno puntato alla loro affidabilità. Peraltro, non sono da meno le selezioni fatte attraverso il web, affidabili se gli algoritmi lo consentono, e comunque spesso e volentieri foriere di inesperienze quando non di scarsa qualificazione o peggio. Recentemente, un benzinaio che mi conosce da anni, poco meno anziano di me, rivedendomi dopo circa un mese dall'ultima volta, mi ha interpellato così: "Come va, dotto'?". Al che, ho risposto: "Tiro avanti". E lui:" E già. Co' 'sti puzzoni nun se po fa artro. C'hanno levato pure l'educazione e la dignità.". Come dargli torto? In sostanza, siamo diventati una specie di trogloditi dove civiltà e progresso sono termini banditi dall'odierno vocabolario. E con essi è stato bandito anche il termine "cultura" con il conseguente significato. E questo è davvero l'ultimo ma non ultimo problema di questo pazzo Paese: un problema sul quale riflettere perché investe ognuno di noi, anche se uomini e donne della "strada". È bizzarro che, recentemente, oltre seicento docenti universitari abbiano firmato un appello per chiedere al governo e al parlamento "interventi urgenti" contro il "semianalfabetismo" dei loro studenti, accusati di scrivere malissimo in italiano e di commettere gravi errori di sintassi, grammatica e lessico. Beh! Sarebbe come raccomandare le pecore al lupo ma, battute a parte, il problema, in realtà, è più complesso perché investe, oltre alla scuola, anche e soprattutto l'università italiana, che, fino a prova contraria, sforna i professori delle scuole che formano i ragazzi "somari". Ne consegue, in prima battuta, che non ci sarebbe nulla di scandaloso se genitori italiani firmassero anch'essi un appello per prendersela con l'università che laurea i docenti dei propri figli. Ma queste iniziative i genitori italiani non sono purtroppo usi ad assumerle. Ad ogni modo, una cosa è certa: gran parte delle responsabilità di questo fenomeno è ascrivibile proprio alla crisi dell'intero sistema formativo, che è il prodotto non solo di scelte politiche, teorie pedagogiche e psicologiche e convinzioni ideologiche di origine sessantottina tendenti a un generale livellamento delle competenze, sempre più tecnicistiche e sempre meno umanistiche, a dispetto della valorizzazione del talento e del merito, ma anche dell'indisturbata "selezione" di un corpo accademico che lancia solo oggi l'allarme, piangendo lacrime di coccodrillo. È vero che nella scuola dell'obbligo il buonismo con cui gli insegnanti tendono a promuovere tutti, anche gli analfabeti, è dilagante, ma è altrettanto vero che i nostri ragazzi fanno oggi i conti con un disprezzo generalizzato della lingua italiana diffuso sia nei romanzi di certi autori


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contemporanei, pieni zeppi di parolacce, sia nei giornali e nella televisione, che fanno largo uso di un linguaggio sempre più sciatto, pieno di scorciatoie e strafalcioni. E ciò senza considerare il predominio incontrastato dell'inglese, oggi peraltro imposto a cominciare proprio dall'università, a tutto svantaggio dell'uso dell'italiano. Da ultimo, ci si sono messe anche le chat da telefono che prevedono l'uso di termini così contratti per abbreviare il messaggio che, a lungo andare, diventano "lessico". Inoltre, visto che gran parte della "classe" accademica oggi lamenta l'ingresso all'università di giovani che non usano bene il congiuntivo c'è da chiedersi dove fosse quella "classe" quando ha cominciato a diffondersi il relativismo culturale degli intellettuali italiani che ha portato al disprezzo della propria cultura e di tutto ciò che ha a che fare con il retaggio identitario della nazione, a iniziare dalla lingua; un atteggiamento che ha prodotto effetto non solo sui giovani ma anche sulle famiglie che dovevano contribuire ad educare quei ragazzi. Per invertire tutto questo ci vorrebbe un soprassalto culturale ma …. Dove trovarlo? Nei vecchi? No, non è un Paese per vecchi. Eh! I vecchi sono presbiti, ci vedono meglio da lontano ma sono ritenuti strabici. Mantengono una memoria storica nonostante la falcidia delle cellule nobili ma sono valutati sorpassati. Di solito, pensano e parlano poco ma quando lo fanno sono giudicati confusi. Perciò, da questo Paese dovrebbero andarsene soprattutto i vecchi, visto che un cespite, piccolo che sia, ce l'hanno e nella stessa Europa ci sono ancora Paesi dove con 500 euro al mese, senza essere gravati dalle tasse, si può vivere dignitosamente. Ma, sono certo, neanche questo li potrà risollevare dall'amarezza data dal vedere, nel proprio Paese, tanta ricchezza spirituale, culturale, sociale, solidaristica gettata al vento. Diversamente, forti dell'amarezza, della memoria e dell'esperienza, nonché del coraggio di non aver alcunché da perdere, siano rivoluzionari. No, no. Niente di cruento. Continuino a pensare e parlino. Senza deflettere. Chissà che, dalli e dalli, qualcuno non li ascolti? Massimo Sergenti

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L’ANNO ZERO DELLA DESTRA Le recenti cronache giudiziarie che hanno riguardato, ancora una volta, l'oscura vicenda della casa di Montecarlo, hanno segnato il momento più triste della storia della destra degli ultimi anni. Una lenta ed inesorabile agonia iniziata nel 2009 con lo scioglimento di An, definito, qualche anno dopo, dallo stesso Fini, un errore. La fine di An ha segnato, infatti, una stagione in cui la destra ha assunto, dapprima, un ruolo di subalternità nel nascente Pdl, cui sono seguiti una serie di tentativi atti a restituirle autonomia e rilevanza (Futuro e Libertà, Fratelli d'Italia e, infine, Azione Nazionale). Si è trattato, tuttavia, di tentativi effimeri all'interno di una diaspora che non ha prodotto risultati politici significativi e che è stata caratterizzata, piuttosto, da veleni, scambi di accuse e aspre divisioni tra i maggiorenti della vecchia comunità di An. Da ultima la battaglia per l'utilizzo del simbolo di An e per il controllo della Fondazione. Non di rado, inoltre, diversi esponenti della destra sono rimasti invischiati in inchieste giudiziarie, offuscando e distruggendo, in tal modo, l'immagine pulita e legalitaria che la destra manteneva sin dai tempi del Msi. Da tutto ciò ne è derivata una profonda delusione e disaffezione dell'elettorato di destra, che ha finito per trovare rifugio nel voto di protesta o nell'astensione. Al contempo la destra è lentamente sparita dal dibattito pubblico venendo meno sui grandi quotidiani e, più in generale, sui mezzi di informazione. Non è stata più capace, infine, di creare luoghi e strumenti (fogli liberi, social) attraverso i quali sviluppare il dibattito e il confronto ideale. Non solo di crisi di valori e contenuti, tuttavia, si è trattato: dopo la caduta degli dei, infatti, è venuta a mancare una classe dirigente degna di questo nome poiché, nel frattempo, non vi è stata alcuna attenzione per la formazione politica e la maturazione di nuove leve. Di fronte a tale scenario, in cui la destra è ormai ridotta all'irrilevanza politica e culturale, il 2017 può rappresentare l'anno zero per rifondare le fondamenta di una casa politica. L'ultima chance, probabilmente, per dar vita ad un "cantiere conservatore" che faccia da contraltare al "campo progressista" promosso da Giuliano Pisapia. Ripartendo proprio da quella cultura conservatrice che, come ha magistralmente scritto di recente Ernesto Galli della Loggia, venga intesa come: "identificazione ragionata con il lascito del passato, con gli edifici, il paesaggio e i costumi di un luogo, l'attaccamento ai valori ricevuti, la diffidenza verso tutto ciò che distrugge la tradizione: e poi senso delle istituzioni, considerazione non formale per i ruoli, i saperi, le competenze, rispetto delle regole". Giuseppe Farese


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VEDREMO MAI UN PASSO INDIETRO? A seguito dell'esito referendario, si è aperta una stagione politica in Italia del tutto nuova, ed in parte inaspettata. In tutta onestà, non credevo alle parole di Renzi quando diceva che avrebbe lasciato se fosse risultato vincitore il No. Invece. Gentiloni ringrazia. È vero che questo Governo è la copia rivisitata di quello terminato il 4 dicembre scorso, ma il ruolo di primadonna interpretato dal segretario del PD è finito. Ed è terminato portandosi dietro, probabilmente, anche la fine dell'era Renzi nel maggiore partito della sinistra, i fatti degli ultimi giorni avvalorerebbero questa tesi. Non c'è dubbio che molti esponenti del partito democratico patiscano un certo malessere nei confronti del loro segretario, in primis D'Alema e Bersani, i quali hanno scorto non poche possibilità di scalzare l'ex sindaco di Firenze dalla guida politica del partito, e certo è che si sono fatti avanti senza remore. Con molta probabilità prima della fine di questa settimana assisteremo alle dimissioni del Matteo toscano da segretario, la conseguente apertura della stagione congressuale, che si audacia temerariacon igiene spirituale presenta con molte incertezze, palesando in maniera inequivocabile una profonda spaccatura all'interno del PD, e preannunciando una scissione quasi certa. Dall'altra parte del campo, nel centrodestra, la situazione sembra aver un effetto contrario! Da molti e da più parti, si ha la convinzione che è l'unione che fa la forza, soprattutto su temi di interesse popolare. A Destra sembrerebbero esserci spazi enormi, praterie di voti da conquistare, ma ancora non si è giunti ad una sintesi che unisca i vari progetti e che permetta, finalmente, di riconquistare quella fetta di elettorato persa negli anni. Troppi leaders! Le aspirazioni sono legittime, quelle di ognuno, per carità, ma per il bene del centrodestra e del Paese, occorrerebbe che qualcuno facesse un passo indietro mettendo a disposizione di altri le proprie forze e le proprie competenze, condividendo innanzitutto un programma di Governo serio, e magari, perché no, ricorrendo all'istituto delle primarie per lasciare la scelta al Popolo Sovrano del proprio leader. Il populismo diffuso (che non considero un aberrazione nel suo significato più ampio), riscuote consenso perché la gente ha bisogno di sentirsi amata, di essere presa in considerazione. Il popolo ha bisogno di qualcuno che ne interpreti le necessità, i problemi, i dubbi, non che impartisca lezioni. La profonda crisi di fiducia nella politica e susseguentemente nelle istituzioni, è dovuta la fatto

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che per lungo tempo la classe dirigente è stata lontana dai bisogni degli individui, dando sovente l'impressione di vivere su un pianeta diverso da quello degli elettori, e non riuscendo per tale motivo, a dare delle risposte concrete che il Paese chiedeva. In questa fase politica, così fluida, se non si metterà di nuovo al centro l'individuo, temo che non si andrà da nessuna parte. Lo hanno capito Grillo e Salvini, che rispettivamente a suon di "vaffa" e di "ruspe" hanno colto i timori della gente e ne hanno interpretato le paure più recondite veicolandole in consenso elettorale! Con proposte concrete? Non lo so! I dubbi sono tanti. Ma certo è che manca molto il dibattito politico di un tempo, ricco di contenuti culturali diversi, ma con pochi slogan pubblicitari fini a se stessi. Stefano Masi


ECONOMIA

ANCORA FAVORI ALLE BANCHE Pensavo di averle viste tutte. Ma, spulciando i dati del documento programmatico del 2017 mi sono imbattuto in questa situazione: Concambio. Sapete cosa è una operazione di concambio? Per concambio si intende lo scambio, da parte del Tesoro, di titoli già in circolazione con titoli di nuova emissione. Le operazioni di concambio costituiscono per l'emittente un altro strumento per la gestione del debito. Esse sono riservate ai soli Specialisti in titoli di Stato. Allora uno si immagina che il Tesoro vada alla ricerca di un modo per risparmiare, richiamando titoli che offrono cedole ( interessi) più onerose, per darne altri che offrono cedole meno onerose e realizzare una stabilizzazione degli interessi al ribasso. E invece è esattamente il contrario. Gli "specialisti in titoli di Stato" sono prevalentemente le banche. Sono allora andato a vedere cosa si "offre" alle banche a spese dei contribuenti. Ed ecco il risultato, preso dal sito del Ministero del Tesoro: "Il MEF comunica che il 4 novembre 2016 effettuerà un'operazione di concambio attraverso il sistema telematico di negoziazione. Sarà offerto un titolo in emissione a fronte di un massimo di cinque titoli in riacquisto. Il titolo in emissione sarà il BTP 01/02/2033, cedola 5,75% (IT0003256820). Ai fini di un efficiente funzionamento del mercato secondario e di una prudente gestione del profilo delle scadenze, l'importo nominale emesso del suddetto titolo non potrà eccedere i 1.500 milioni di euro. I titoli ammissibili al concambio (oggetto del riacquisto) saranno: - IT0005089955 CTZ 27/02/2017 - IT0004652175 CCTeu 15/10/2017 - IT0004867070 BTP 01/11/2017, cedola 3,50% IT0004273493 BTP 01/02/2018, cedola 4,50% - IT0004361041 BTP 01/08/2018, cedola 4,50% Il 4 novembre 2016, alle ore 10, i prezzi di riacquisto dei titoli ammessi al concambio, scelti tra quelli sopra elencati, saranno visibili direttamente ed esclusivamente sulla piattaforma elettronica. L'operazione si svolgerà dalle ore 10 e terminerà entro le ore 11 del suddetto giorno. L'assegnazione dei titoli emessi è effettuata al prezzo rispettivamente indicato da ciascun operatore e accettato dal MEF. Sono ammessi a partecipare al concambio esclusivamente gli "Specialisti in titoli di Stato". Non è prevista la corresponsione della commissione di collocamento. Il regolamento dell'operazione è fissato per il giorno 8 novembre 2016." Avete capito bene? Alle banche e solo a loro, si offrono titoli con scadenza 2033 con interessi al 5,75% a fronte del ritiro di Titoli con scadenze entro il 2018 e con rendimenti tra il 3,5 ed il 4%. So lo volete voi, oggi un titolo pubblico difficilmente vi darà un rendimento superiore all'1,5% ed il denaro, oggi, costa quasi zero. Ugo Busatti

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EUROPA

SE L’EUROPA VA IN MALORA Certo questa Europa non ci piace più. Troppo condizionata dalle lobby, troppo burocratizzata, troppo occhiutamente regolatrice, troppo lontana, troppo tedesca, attenta esclusivamente agli interessi e non alla felicità dei popoli. Molto egoismo e poca solidarietà. Molta economia e troppo poca politica. E più aumentano le lingue, più si allontana il sogno unitario e si acuiscono le antiche diffidenze. Ormai la marea antieuropea è alta e diffusa, ben oltre il livello di guardia. E senza profondi cambiamenti c'è il concreto rischio che vada in malora. Che i tanti sforzi pazientemente profusi in sessant'anni di mediazioni e compromessi, spesso difficili, vadano alle ortiche. Che con l'acqua si butti via anche il bambino dalla rupe Tarpea dell'egoismo dei popoli. Se è sostenibile l'uscita dell'Inghilterra, mai veramente interessata a progressi politici ma solo ad allargare il suo Commonwealt e ad accaparrarsi vantaggi "finanziari", non lo stesso sarebbe per l'uscita della Francia che sta rischiando un ritorno di fiamma dell'antica "grandeur". Se anche la Francia se ne andasse, probabilmente, molto probabilmente, si dissolverebbe il traballante edificio europeo di fronte ad un'Europa pan-germanica e si ritornerebbe al nanismo congenito, fiero sì, ma pur sempre nanismo. Eppure la presidenza Trump potrebbe rappresentare una buona occasione per "sparigliare", per modificare assetti e regole, per puntare, finalmente, alla coesione politica. Se si allenta l'attenzione della Superpotenza - che mai ha favorito - anche attraverso la Nato - temendola, un'Europa coesa - si aprono spiragli rifondativi. Certo, dopo gli allargamenti, non vi sono più le condizioni per quell'"Europa nazione" che alcuni hanno sognato per la piccola Europa a sei, ma si potrebbero fare concreti passi avanti verso un'Europa confederata e inclusiva. Un primo segnale potrebbe essere quello di riconoscere il potere d'iniziativa legislativa al Parlamento Europeo. Sarebbe un riconoscimento di maggiore attenzione verso i popoli e la loro sovrana volontà. Inoltre, nel Parlamento e non nelle Cancellerie, è riposta la speranza del cambiamento. Un cambiamento riformatore per un'Europa credibile ed amabile. Un cambiamento non più rinviabile. Pierre Kadosh


SOCIETA’

LE GRANDI MIGRAZIONI PREISTORICHE SONO DAVVERO AVVENUTE? La teoria delle grandi migrazioni della storia non ci ha mai convinti, soprattutto oggi che viene utilizzata come paradigma per giustificare le ondate migratorie che stanno sconvolgendo l'Europa. La nostra contestazione si basa su semplici ragionamenti e altrettanto semplici rilievi. Secondo la scienza ufficiale il genere umano (Homo Sapiens) ha fatto la sua comparsa in Africa 500 mila anni fa secondo alcuni, 200 mila anni fa secondo altri. Le prime migrazioni dal continente africano verso tutto il mondo iniziarono, sempre stando alla paleontologia ufficiale, 120 mila anni fa e culminarono 15 mila anni fa quando l'Homo Sapiens-Sapiens è giunto nel continente americano attraverso lo stretto di Bering, il tratto di mare che separa la Siberia dal Canada. La motivazione principale a sostegno della tesi migratoria è la scarsità di cibo dovuto all'ultima glaciazione (Würm) che spinse i primi uomini ad abbondonare l'Africa per sbarcare in Europa e poi nel resto del mondo. Siamo in pieno Paleolitico, un'era caratterizzata da grandi sconvolgimenti climatici che hanno cambiato la faccia della terra. I ghiacciai coprivano la superficie di gran parte dell'Europa centro settentrionale e le successive piogge torrenziali e il disgelo dei ghiacciai sommersero terre e crearono laghi e acquitrini. Come abbiano fatto in queste condizioni i nostri antenati, senza alcuna cognizione di dove fossero e dove stessero andando, a piedi, senza mezzi di trasporto, strumenti di orientamento e tracciati da seguire, a superare impervie catene montuose, attraversare fiumi, laghi e oceani, terre sterminate e foreste impenetrabili; come fecero a resistere alle temperature polari senza morire assiderati è il primo dei numerosi quesiti a cui la scienza ufficiale non sa rispondere. Inoltre, se in Africa le condizioni ambientali volgevano al peggio per quale motivo si incamminarono verso nord dove le condizioni erano addirittura peggiori? E perché mai in quella direzione se non avevano nessuna conoscenza di cosa ci fosse al di fuori del loro minuscolo ambito territoriale? Cosa li spinse ad abbandonare l'Africa per andare in Europa e poi verso il Mar Glaciale Artico e da qui al Canada? Altro quesito senza risposta: i primi esseri umani erano organizzati in piccoli gruppi e nuclei familiari sparsi in un territorio immenso e totalmente scollegati fra loro. Come fecero quindi a organizzare e dirigere quella fiumana di persone e metterla in cammino verso luoghi sconosciuti senza carri per trasportare le vettovaglie (la ruota sarà introdotta dai Sumeri 12 mila anni più tardi), cartine geografiche per orientarsi e esprimendosi con mugugni animaleschi?

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SOCIETA’

Passi per l'attraversata del mar Mediterraneo che all'epoca, dicono i soliti scienziati, non c'era perché Europa e Africa erano uniti in un unico continente; passi per lo stretto di Bering che doveva essere completamente ghiacciato e che permise di passare dalla siberia all'Alasca, ma come riuscirono a raggiungere, ad esempio, l'Australia, un continente situato nel bel mezzo dell'Oceano Pacifico? Come fecero, a bordo di improbabili zattere, ad avventurarsi in mare aperto senza bussola e senza alcuna conoscenza delle stelle per orientarsi? Lo stesso vale per la Britannia, l'Irlanda e altre isole come l'Islanda. Potrebbe essere stato l'istinto come avviene per uccelli e animali migratori a guidarli? Tesi inverosimile se consideriamo che gli animali migratori vanno a svernare verso aree calde e ben definite e non certo all'avventura verso zone ancora più fredde. A meno che non ammettiamo un qualche intervento divino, come quello che guidò la biblica attraversata del deserto. La nostra opinione è che i paleontologi nelle loro formulazioni sono pesantemente condizionati dall'evoluzionismo. Per non contraddire Darwin hanno elaborata la teoria secondo cui da un unico ceppo scimmiesco si è sviluppato l'uomo che poi è migrato ai quattro angoli della terra dando origine alle odierne razze umane. Come per l'evoluzione, così per le migrazioni la scienza c'entra poco, mentre c'entra molto la speculazione ideologica. Non si vuole ammettere, pena sconfessare la teoria dell'evoluzione, che in un determinato momento sulla terra sono apparse le specie animali (e vegetali), differenti per area geografica, alcune delle quali sono giunte a noi come i coccodrilli, mentre altre si sono estinte (dinosauri e Mammuth). Allo stesso modo, nei vari continenti, in epoche presumibilmente diverse, è apparso l'uomo in tutte le sue varianti (razze) moltiplicandosi in funzione della sua capacità di adattamento alle diverse latitudini (in questo concordiamo con Darwin). Come sia apparsa la vita sulla terra e, soprattutto perché, è materia di filosofi e credenti, la scienza c'entra poco. Lasciamola stare e pensiamo a migliorare l'uomo, la cui unica "evoluzione" è stata quella di passare dalla clava alla bomba atomica. Gianfredo Ruggiero


CULTURA

IL SEMINARISTA ROSSO. IL MARXISMO NELLA CHIESA

Una volta c'erano i preti operai: oggi quegli stessi preti sono diventati vescovi. Paolo Ferrante, 1990. Secondo Stalin, la forza politica più pericolosa per i comunisti è la Chiesa cattolica, e per colpire questo temibile "avversario" suggerisce di "non attaccare" direttamente la religione, ma le sue organizzazioni.1

La deriva modernista della Chiesa è sotto gli occhi di tutti. Ma, nonostante la distruzione dei dogmi, dei princìpi, dei simboli sia costante, nessuno interviene. E nessuno, soprattutto, la denuncia per quello che è: l'imporsi di una dottrina già ufficialmente condannata da San Pio X nell'enciclica Pascendi (1907). Dal Vaticano II in poi il modernismo, sotto diverso nome, senza mai usare questo termine, perché avrebbe esplicitato l'eresia sottintesa allo strombazzato "spirito del Concilio", ha imperato nella vita ecclesiastica: introduzione del Novus Ordo, abolizione dei paramenti, introduzione della tavola eucaristica di fronte (ma più spesso al posto) dell'altare principale ed eliminazione (cioè, distruzione) di quelli laterali, eliminazione della balaustra e conseguente banalizzazione dell'eucarestia (comunione nella mano o sotto le due specie), sostituzione dei canti gregoriani con canzonette pop, chitarre al posto dell'organo, etc. Come tutto questo sia stato possibile in pochi decenni sembra incredibile, ma diventa perfettamente comprensibile se lo si considera non un frutto del caso (o meglio del caos) introdotto dalla voluta ambiguità dei documenti conciliari, bensì come un progetto che parte da lontano (dagli anni Trenta) e che nel Concilio ha visto un fondamentale punto di svolta. Ogni effetto ha una propria causa: la rivoluzione nella Chiesa - cioè il Concilio Vaticano II - non è scaturita dal nulla, ma è stata attentamente preparata nei decenni che lo precedevano. I fautori ne sono stati da un lato i modernisti, sconfitti nel 1907 ma non debellati; dall'altro le nuove leve anticristiane di matrice marxista: ambedue accumunati dal progetto di distruggere la Chiesa 2 tradizionale dall'interno e non dall'esterno, come avevano tentato in precedenza (solo per citare i principali casi dell'ultimo millennio) albigesi, protestanti, fautori delle Chiese nazionaliste (gallicani, giuseppini, etc.), giacobini e, nell'ultimo secolo, nazionalsocialisti. Un precedente di "lotta dall'interno" si può ritrovare nel movimento "sotterraneo" del 3 giansenismo (sec. XVII), che in Italia ebbe la sua massima espressione nel Sinodo di Pistoia (1786). Il movimento, che prende il nome dal vescovo di Ypres, Cornelius Otto Jansen (latinizzato in Giansenio, 1585-1638), ha cercato di attuare una riforma semi-calvinista senza però mai uscire dall'alveo della Chiesa e tentando di infettarla dall'interno. A causa del suo elitarismo, però, è sempre rimasto abbastanza isolato: la sua "venuta alla luce", con il Sinodo di Pistoia, suscitò 4 addirittura una rivolta di popolo, perché cercava di abolire alcuni culti molto seguiti dai fedeli .

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L'iconoclastia e l'abolizione degli altari laterali, l'uso della lingua volgare nella liturgia e l'episcopalismo o conciliarismo (cioè il ritenere la conferenza dei vescovi a capo della Chiesa nazionale, lasciando al papa il semplice ruolo di unus inter pares), proposti dal Sinodo di Pistoia ed im-mediatamente condannati, sono stati trionfalmente accettati con il Concilio ed il suo "spirito". La forze dirompente della mentalità neo-modernista proviene comunque da elementi di formazione extra-ecclesiale: appunto gli infiltrati marxisti che, all'indomani del consolidamento di Stalin nell'Urss e della sottomissione della Chiesa ortodossa, furono incaricati di indebolire la Chiesa cattolica, affrontando un lavoro di lungo periodo ma di buone prospettive e - a ottant'anni di distanza - di successo quasi insperato. Negli anni Trenta i servizi segreti dell'Unione Sovietica si servivano di qualunque stratagemma, anche il più machiavellico, pur di "portare il seme della controffensiva ideologica fin nel cuore delle democrazie occidentale e degli stessi stati fascisti, a cominciare dall'Italia di Mussolini, dove potevano servire nella duplice veste di quinte colonne dentro la Chiesa cattolica, e di agenti dello spionaggio politico in senso anticapitalista e antiborghese" . Tale penetrazione continuò, ovviamente, dopo la seconda guerra mondiale: durante gli anni della Guerra fredda, un alto numero di membri dei servizi segreti sovietici - italiani, francesi, tedeschi, eccetera, tutti giovani dalla provata fede marxista-leninista - si è abilmente infiltrato, oltre che nei gangli vitali della società civile dei Paesi occidentali (giornali, case editrici, tribunali, sindacato), anche nelle file della Chiesa cattolica, a partire dal livello della formazione sacerdotale, ossia dai seminari e dai noviziati, con il preciso mandato di insinuare accortamente le idee del comunismo nella mentalità e nella pratica del clero. Così, quando sconsideratamente Giovanni XXIII indisse il Concilio, le idee rivoluzionarie erano già penetrate nella mentalità ecclesiastica: magari non venivano accettate a braccia aperte, ma se non altro non erano immediatamente rigettate e bollate come eretiche. Del resto, è noto che esiste un passaggio quasi obbligato dalla tolleranza verso un'idea ereticale alla persecuzione in senso inverso. I gradini del "trasbordo ideologico" sono costituiti da: 1) tolleranza (in nome della lotta alla discriminazione); 2) accettazione (anche se non sullo stesso piano); 3) equiparazione (identità di piani); 4) subordinazione (privilegio); 5) persecuzione (di coloro che si oppongono). Prendiamo, ad esempio, la presenza degli invertiti (o, per usare un termine politicamente corretto, omosessuali), fino a pochi decenni fa dileggiati e per i quali sarebbe stato impensabile la semplice idea di proporre una forma di matrimonio. Ebbene, attraverso il passaggio dei succitati cinque gradi siamo passati dalla tolleranza (cioè la derubricazione dell'omosessualità dal novero dei reati); alla accettazione della loro presenza in pubblico (che, tranne che per i femminielli dei bassi napoletani ed i travestiti dei cabaret della Repubblica di Weimar era improponibile in una società normale: pensiamo invece alla presenza nel mondo dello spettacolo dei vari Pier Paolo Pasolini e Luchino Visconti e a tutta la pletora degli outing degli anni '80 e '90); quindi alla equiparazione, con il divieto di discriminazione per le assunzioni e la richiesta di inserimento nella legislazione dei matrimoni contro natura; alla subordinazione


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(l'omosessuale visto non come un pervertito degenerato o tutt'al più uno scherzo di natura, ma al contrario come un potenziale artista: "tutti i più grandi artisti erano omosessuali!" ) ed infine alla persecuzione (guai a chi discrimina per questioni di gender - o di razza, bisogna aggiungere pensiamo che in Scandinavia si è giunti all'arresto di un predicatore che sosteneva l'omosessualità essere un peccato). "Mater et magistra, andate pure a sinistra" "Mater et magistra, andate pure a sinistra" sintetizzava umoristicamente Giovanni Mosca . Con il comunismo anche all'interno della Chiesa si è avuto un processo simile: la condanna esplicita di Pio XI (Divini Redemptoris, 19 marzo 1937) si è stemperata - se non dottrinalmente, pastoralmente - nel corso degli anni con l'accettazione dei presupposti del socialismo, con la 9 tolleranza nei confronti dei "preti operai" , con la leggenda del "Cristo, primo socialista della 10 storia" , con l'imporsi della teologia della liberazione11, cioè l'identificazione tra marxismo e cristianesimo, nata con il Patto delle catacombe (16 novembre 1965) e quindi uscita allo scoperto con la riunione del Consiglio episcopale latinoamericano (CELAM) di Medellín (Colombia) del 1968. Ma come è possibile che in pochi anni (Pio XII era scomparso solo dieci anni prima, nel 1958) si sia arrivati a rivoluzionare in tal modo la Chiesa? Evidentemente il Concilio non ha fatto altro che portare allo scoperto un malessere che covava da tempo, un tumore che si annidava da anni: una enciclica come la Pacem in terris12 o teologi del calibro di Karl Rahner, Edward Schillebeeckx, Yves Congar, Hans Küng e Walter Kasper non spuntano dal nulla… Il lavoro di infiltrazione era iniziato almeno tre decenni prima, come confermano i "Millenari", un anonimo gruppo di prelati del Vaticano autore di un pamphlet dal titolo Via col vento in Vaticano, da cui riportiamo un lungo, ma molto interessante estratto: “Lenin era della convinzione che un segretario del partito comunista dentro uno Stato cattolico, per essere all'altezza del suo compito avrebbe dovuto vestirsi all'occorrenza anche del saio francescano. Nel 1935 i servizi segreti segnalarono che all'epoca all'incirca mille studenti comunisti risultavano infiltrati nei seminari e nei noviziati dell'Europa occidentale, dove in perfetta finzione di vita religiosa s'apprestavano a diventare sacerdoti; il partito poi avrebbe pensato a sguinzagliarli nei gangli e nei posti più vitali della Chiesa. Il fenomeno andò man mano allargandosi fino alle gravi contestazioni nei seminali e nei noviziati e di tantissimi preti operai e no, durante gli anni Sessanta-Settanta. Sotto lo pseudonimo di Caesar, Antonio Gramsci negli anni Venti scrisse su "L'Ordine Nuovo" tale profetica affermazione: "La rossa tunica del Cristo fiammeggia oggi più smagliante, più rossa, più bolscevica. Vi è un lembo di tunica di Cristo nelle innumerevoli bandiere rosse dei comunisti che in tutto il mondo marciano all'assalto della fortezza borghese, per restaurare il regno dello spirito sulla materia, per assicurare la pace in terra a tutti gli uomini di buona volontà". Henry de Lubac diceva: "Quando il sacro è dappertutto, non è più sacro in nessun luogo". Sembra

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un paradosso, ma risponde spesso a verità. Succede che il vivere di un'anima consacrata, disseminata di sacro, nella dissipazione della vita finisce col non trovare spazio per il sacro, né dentro di sé, né nel suo divenire, ma soltanto nella carriera. Effetti devastanti. 13 Il vescovo slovacco monsignor Pavol Hnilica [1921-2006] negli anni Settanta fu espulso dall'Urss, dove era detenuto, con la promessa della controparte vaticana che s'impegnava a persuaderlo di trasferirsi in Usa. Ma il prelato, una volta liberato, preferì impostare il suo ministero pastorale a favore dei fedeli di oltrecortina, prendendo re-sidenza in Roma. Di tanto in tanto veniva chiamato da qualcuno della segreteria di Stato e invitato a trasferirsi negli Stati Uniti per svolgere meglio il suo intrapreso apostolato. Il prelato prometteva, ma sempre in differita. Trovandosi sull'aereo di ritorno da quei Paesi d'oltrecortina, monsignor Hnilica approfitta di chiedere alla hostess la Pravda del giorno, per informarsi sugli avvenimenti nei Paesi comunisti. Con sorpresa, legge in un trafiletto ben in vista la notizia che lui, monsignor Hnilica, aveva chiesto e ottenuto di essere trasferito negli Usa per svolgere al meglio il suo ministero pastorale. Il prelato, non ignaro dei metodi colà in uso, piega il giornale e a ogni buon conto se lo conserva in borsa. Tre giorni dopo viene chiamato in segreteria di Stato, questa volta ricevuto da uno di quelli a più alto livello, il quale con stile perentorio gli riferiva senza mezzi termini che era stato deciso il suo trasferimento definitivo negli Stati Uniti; gli davano solo pochi giorni di tempo per i necessari preparativi. Monsignor Hnilica si era portato con sé la Pravda che lo chiamava in causa; con calma trovò la pagina dov'era scritto il trafiletto, la mise sotto gli occhi dell'importante prelato traducendogliela e poi, sincero e leale in modo impressionante, chiese: "Monsignore, a che gioco giochiamo?". La conclusione fu che non se ne fece niente e monsignor Hnilica è potuto restare a Roma fino ai nostri giorni. Di certo non la spuntarono, ma lui non se ne uscì indenne. Poco tempo dopo, restò coinvolto in un'accusa di traffico monetario. Ripicca? Chissà! E vento di libeccio anche quello. Nel 1956 don Pasquale Uva, fondatore a Bisceglie della Casa della Divina Provvidenza, presentò con qualche ritardo alla direzione del seminario regionale pugliese un giovane della Basilicata, aspirante religioso presso la sua incipiente Fraternità, e del quale si rendeva garante. Sanomonte, il suo nome, era un seminarista intelligente ed esemplare in tutto: alquanto chiuso, statura media e robusta, d'aspetto simpatico. Nella nota caratteristica del prefetto di camerata si leggeva: alquanto circospetto e poco loquace, ma gentile con tutti. Frattanto, l'anno scolastico volgeva al termine. Pomeriggio di una giornata afosa, i componenti la sua camerata, una trentina, si dirigevano in fila a passeggio verso il porto. Sanomonte, in genere, preferiva rimanere ultimo della fila: così quella volta. A un tratto si china a tirar su le calze, tenendo d'occhio il gruppo che voltava l'angolo. Guarda con certa stizza la saracinesca chiusa della sezione del partito comunista. Un uomo obeso con le mani dietro la schiena s'appoggiava all'anta laterale, come se ne aspettasse l'apertura. Un attimo d'insicurezza e, pensando alla camerata che si allontanava, si fece coraggio e abbordò lo


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sconosciuto, dicendogli: "Compagno, dia questa busta chiusa al compagno se-gretario… Mi raccomando: chiusa!". Ma aveva scambiato cavallo; manco a dirlo, il panciuto era noto a tutta la città come il più sfegatato democristiano; si chiamava Peruzzi. Da sornione qual era, Peruzzi aveva seguito l'imbarazzo e le mosse del seminarista in ogni suo particolare. Ora, con la busta chiusa in suo possesso, egli si domandava: che fare? Stette tre giorni a chiederselo: darla o non darla al segretario comunista? È un suo parente, o no? E se no, strapparla? Lasciarla chiusa, o leggerne il contenuto? Recarsi dal rettore del seminario? E che dirgli? Un bel rebus, che si risolse alla fine con la punta di un taglia-carte infilato all'angolo della busta che s'apriva. Era scritto: "Caro compagno segretario, mi trovo distaccato dal mio paese a studiare in questo seminario regionale. Ho urgente bisogno di vederti per definire con te il piano da seguire nel prossimo futuro. Mi raccomando di qualificarti come mio zio. Le visite dei parenti sono consentite ogni giovedì dalle 16 in poi nell'attiguo parlatorio a pianoterra. Saluti Andrea Sanomonte". Non sembrava vero a Peruzzi, che nei pettegolezzi ci guazzava, d'esser ricevuto in tutta segretezza dal rettore. Ge-sticolò tutto l'accaduto con le mani e col faccione esilarante e alla fine consegnò la lettera in busta aperta. La sera, d'intesa col vicerettore e il prefetto di camerata, furono perquisiti accuratamente la scrivania e gli effetti personali di Sanomonte. Ai tre parve di non aver trovato materiale di rilievo: qualche appunto sospetto, qualche scritto d'orientamento comunista, l'agendina tascabile, con certi ghirigori indecifrabili di vago interesse, tuttavia prelevata e acquisita. Era la prima volta che succedeva un caso del genere e c'era divergenza di pareri in direzione. Si chiese consiglio alla Polizia, la quale per ispezionare con calma il plico lo portò in questura. D'accordo col venerando don Uva, si invitò il Sanomonte a tornare a casa fino a nuovi ordini. Quando tutto sembrava finito, dal dicastero addetto ai seminari in curia romana arriva un severo cicchetto al rettore per non aver informato subito dell'accaduto l'organo vaticano. Ecco cos'era successo: alcune di quelle cifre trascritte nell'agendina di Sanomonte contenevano codici segreti sul carico e la destinazione di una nave bellica italiana in aperto oceano pacifico, noti soltanto agli addetti al controllo di tutte le navi italiane, in navigazione per i mari del globo. Detto ufficio militare si trovava nella galleria sotto-stante la caserma Santa Rosa nei pressi della Storta, frazione di Roma, importantissimo sito secreto che si ramificava a raggiera lungo 18 chilometri sotterranei. Sull'accaduto si fece scendere la coltre del più rigoroso silenzio. Nessun altro ne fece più cenno. Ma quanti di quei finti seminaristi, segnalati fin dalla metà degli anni Trenta, riuscirono a farla franca e ad arrivare al sacerdozio? E quanti di essi furono vescovi e cardinali? Tutti ricordavano all'epoca l'uscita del cardinale Alfredo Ottaviani, legato al mondo dell'intransigenza dentro e fuori della Chiesa, che in un suo articolo postconciliare apostrofava certi ecclesiastici col nomignolo di "comunistelli di sagrestia". Invece, la corrente comunistoide della curia romana adottò l'ostpolitik verso il blocco comunista e

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i suoi governanti. Sotto codesto vento di bufera, fra tanti martiri della fede cadde abbattuta due volte la quercia, il testimone, il primate d'Ungheria, il cardinale Josiph Mindszenty [1892-1975], condannato prima dai comunisti alla pena di morte tramutata in ergastolo per alto tradimento all'ideologia ateistica, e poi dagli ostpolitikanti vaticani, che lo estromisero da primate d'Ungheria in virtù dei compromessi storici coi magiari atei. A tutt'oggi per lui nessun pro-cesso di beatificazione è in corso. A tal riguardo il segretario di Stato, Agostino Casaroli [1914-1998], deceduto appena il 9 giugno 1998, fattosi in-tervistare in Tv, si vantava d'aver portato avanti i contatti coi governi comunisti tramite l'ostpolitik, con cui avrebbe ottenuto smaglianti risultati sul disgelo politico. Ma la stampa all'indomani commentava interrogandosi: se gli uomini di Chiesa, come lui e Montini, non avessero blandito a lungo l'amoroso intrallazzo con quei governi d'oltrecortina, il crollo del Muro di Berlino di quanti anni prima si sarebbe anticipato? Un futuribile del passato, a cui non ci sarà mai una risposta in avvenire. Mentre colà Cristo agonizzava con la sua Chiesa nei manicomi politici e nelle carceri a vita dei credenti condannati ai lavori forzati, l'ateismo entrava trionfante in Vaticano a proclamare che Dio era finalmente morto o quantomeno reso inoffensivo. A quei vescovi e sacerdoti dei manicomi-lager e dei lavori forzati si mostravano apposta foto e cortometraggi sugli incontri tra alti prelati e governanti comunisti, perché loro constatassero de visu d'esser rimasti soli a intestardirsi e a non firmare quell'insignificante foglio di carta d'abiura alla Chiesa cattolica, per allinearsi così a quella di regime al fine di uscire in libertà. Stalin, che degli eserciti più armati del mondo temeva principalmente quello dei fedeli al comando del Papa, accortosi che la persecuzione bolscevica contro la Chiesa aveva dato risultati fin allora scarsi, decise di cambiare tattica: bisognava corromperla e lacerarla dal di dentro, per ottenere effetti ben più devastanti. I frutti furono talmente abbondanti che le altre organizzazioni, le quali tuttora propugnano e 14 diffondono l'ateismo sociale in tutto il mondo, hanno fatto propria la strategia stalinista .” È realistico pensare che un uomo sacrifichi tutta la propria esistenza per recitare una parte che, presumibilmente, odia profondamente? È possibile che un giovane rivoluzionario accetti di infiltrarsi non per qualche mese, ma per decenni, se non per la vita intera, in una struttura in cui sarà costretto a rigidi orari, onerose privazioni, rinunciando non solo - ovviamente - al sesso (e in un'epoca in cui la Legione di Cristo non era stata ancora costituita!), ma anche a svaghi più comuni, come una partita di rugby e una birra con gli amici o una serata al cinematografo, una gita in comitiva o seguire la propria squadra del cuore allo stadio? Allora - prima del Vaticano II non c'era la "libertà" di cui gode adesso un giovane sacerdote e tali svaghi non erano minimamente concepiti. Le suore da discoteca ed i preti da stadio (o i preti da discoteca e le suore da stadio) non erano prevedibili. Ad un giovane che sognava la rivoluzione, le barricate, le retate di nemici, la fucilazione dei preti, l'impiccagione "dell'ultimo papa con le budella dell'ultimo re"15 l'ordine di andarsi a chiudere in un seminario per minare la Chiesa dall'interno anziché, più semplicemente, dare fuoco a una chiesa dall'esterno, di dover consumare i migliori anni della


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propria vita a studiare teologia anziché i testi di Marx, di dover servire messa anziché distribuire volantini poteva pesare come una condanna alla "morte civile"; per accettare l'idea di un simile passo, fondamentale nell'esistenza di un uomo, ci si deve calare nella mentalità del fanatico bolscevico, dell'apostolo della rivoluzione, che è disposto a qualsiasi sacrificio per il trionfo dell'idea (anzi, dell'Idea) o per il bene del partito (pardon, del Partito). È presumibile che un tale idealista avrebbe preferito una morte eroica affrontando impavido la mitraglia nemica, attraversare le linee avversarie per portare ordini o per far brillare cariche di dinamite, anziché consumare i propri giorni tra tomi di Scolastica e facendo oscillare turiboli, respirando il profumo dell'incenso e non l'odore della polvere da sparo; ma come il sacrificio della vita è richiesto all'eroico portaordini in tempo di guerra, così un altro tipo di sacrificio è richiesto a che deve non attraversare momentaneamente le linee nemiche, bensì infiltrarsi per un'intera vita, divenire il cancro che corrode dall'interno, non la ferita che colpisce dall'esterno. È chiaro che un simile lavoro d'infiltrazione è meno esaltante della lotta aperta e può non portare ad alcun riconoscimento; ma tale distacco dalla gloria è appunto ciò che si richiede a un fanatico, disposto a tutto per un ideale, anche al proprio completo annichilimento. Del resto, sono interessanti alcuni studi psicologici che si ricavano da due romanzi: Buio a mezzogiorno (Darkness at Noon, 1941) di Arthur Koestler (1905-1983) e Il montaggio (Le retournement, 1979) di Vladimir Volkoff (1932-2005). In essi troviamo la storia di due agenti che sono disposti ad annullarsi per un bene superiore: la credibilità del Partito, nel primo caso; la promessa di ritornare in patria fatta al figlio di un ufficiale "bianco" emigrato a Parigi, nel secondo. Ambedue gli agenti, sia pure per motivi diversi, accettano di vivere un'intera esistenza (e, nel caso del romanzo di Koestler, anche di affrontare una morte ignominiosa) nel segno delle direttive di Mosca. Particolarmente interessante uno dei passaggi finali di Buio a mezzogiorno (titolo che indica l'imposizione di una verità assurda, come pure la cappa di tenebre materiali e morali che gravava su tutto il mondo comunista), in cui al funzionario Rubasciov viene spiegato il perché della sua condanna, nonostante egli sia palesemente innocente. Per di più, gli viene chiesto di confessare la propria inesistente colpa, perché è più semplice spiegare al popolo gli errori del Partito con un preteso boicottaggio che far perdere ad esso la fiducia nel Capo (che non viene mai chiamato Stalin, ma definito sempre "il N. 1"). "La linea del Partito è stata nettamente stabilita, la sua tattica determinata dal principio che il fine giustifica i mezzi, tutti i mezzi, senza eccezione. Nello spirito di questo principio, il Pubblico Ministero chiederà la vostra vita, cittadino Rubasciov. […] Sapete dello scontento fra i contadini, che non hanno ancora imparato a comprendere il senso dei sacrifici imposti loro. In una guerra che può scoppiare di qui a qualche mese, tali correnti possono portare a una catastrofe. D'onde la necessità imperiosa per il Partito di essere unito. Esso deve essere come fuso in una colata, tutto cieca disciplina e fiducia assoluta. Voi e i vostri amici, cittadino Rubasciov, avete creato una frattura nel Partito. Se il vostro pentimento è sincero, dovete aiutarci a sanare questa frattura. Come vi ho detto, è l'ultimo servizio che il Partito vi chiede. Il vostro compito è semplice. Lo avete

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formulato voi stesso: indorare ciò che è giusto, annerire ciò che è errore. La politica dell'opposizione è l'errore. È vostro compito, quindi, rendere l'opposizione spregevole; far capire alle masse che l'opposizione è un delitto e che i capi dell'opposizione sono dei criminali! Questo è il semplice linguaggio che le masse comprendono. Se cominciate a parlare dei vostri complicati motivi, creerete solo confusione tra di esse. Il vostro compito, cittadino Rubasciov, è di evitar di ridestare la simpatia e la pietà. La simpatia e la pietà per l'opposizione sono un pericolo per il Paese. […] "Notate bene", riprese Gletkin, "che il Partito non vi offre alcuna prospettiva di compenso. Alcuni accusati sono stati resi ragionevoli da pressioni fisiche; altri dalla promessa d'avere salva la vita, o la vita dei loro parenti che erano caduti come ostaggi nelle nostre mani. A voi, compagno Rubasciov, non facciamo alcuna proposta e non pro-mettiamo nulla." […] "C'è un brano nel vostro giornale che mi ha colpito. Avete scritto: "Ho pensato e agito come dovevo. Se ho avuto ragione, non ho nulla di cui pentirmi; se ho sbagliato, pagherò"". Alzò gli occhi dall'incartamento e li fissò su Rubasciov. […] Parlando, aveva spinto la deposizione già bell'e prepa-rata verso Rubasciov, con la stilografica accanto. […] Rubasciov firmò la dichiarazione, in cui confessava d'avere commesso i suoi delitti per motivi controrivoluzionari e al servizio di una potenza straniera.” Del resto lo stesso protagonista, Rubasciov, aveva scritto sul proprio diario: "La storia ci ha 16 insegnato che spesso la menzogna la serve meglio della verità" . Parimenti votata a una vita di inganni è l'esistenza di Psar, protagonista de Il montaggio, che nonostante sia presumibilmente antibolscevico, essendo figlio di un ufficiale bianco emigrato pur di tornare nell'amata Russia accetta di entrare nel KGB e di rimanere in Francia come "agente d'influenza": diventerà un grande agente letterario e metterà sul mercato libri utili. Non apologie del marxismo-leninismo, ma opere che possano incentivare il declino della società, disgregarla dall'interno per renderla una facile preda dell'Urss e del comunismo. Dunque, dagli anni Cinquanta Psar riesce a mandare in libreria autori d'avanguardia che demoliscono la sintassi e l'ortografia: a Mosca sono convinti che la lingua forgi il popolo e di conseguenza votarla al caos sarà fruttuoso. Ma il vero successo di vendite saranno i "libri bianchi", snelli pamphlet incisivi sui settori strategici: quello sulla donna ha contribuito ad aumentare gli aborti, denatalizzando la nazione; quello sull'istruzione ha ispirato il '68; quello sulla Chiesa ha fatto pressione per l'appiattimento del catto-licesimo sul piano sociale; quello sulle dittature - che prevede lo stesso numero di pagine per de-scrivere l'arcipelago Gulag sovietico con i suoi settant'anni di crimini e la risibile esperienza dei colonnelli greci - tiene desta l'attenzione sull'inesistente (ma fondamentale per la propaganda) "pericolo fascista". Opere che sembrano scritte da un anticomunista e che vengono presentate come tali al fine di trarre in inganno i lettori. Se ci può essere - e c'è ben stata… - un'infiltrazione nel mondo della cultura; se ci può parimenti essere - e si è anch'essa verificata, eccome! - un'infiltrazione nel mondo della giustizia; e come i giornali, le case editrici e i tribunali (nonché le forze armate e di polizia) sono state infiltrate da


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elementi comunisti, prima agenti nascosti, poi sempre più sicuri di sé; parimenti elementi marxisti sono penetrati nella Chiesa: dapprima nei seminari, quindi nelle Conferenze Episcopali, infine nel Vaticano. La famiglia, peso o baluardo? Perché l'infiltrazione dei seminari è avvenuta da parte di membri o simpatizzanti del partito comunista e non da elementi di Destra? Perché è mancata una risposta di Destra alla politica egemonica marxista? Perché - allargando il discorso - alle case editrici di Sinistra non si sono contrapposti editori, saggisti, narratori, giornalisti di Destra? In realtà il tentativo c'è stato, ma è mancato - prima ancora che un corposo finanziamento come quello proveniente dal cosiddetto "oro di Mosca" - un coordinamento delle varie forze in campo. In una sola frase, si può sintetizzare il motivo della schiacciante vittoria della Sinistra nel campo culturale affermando che ciò che è mancato alla Destra è una figura come Gramsci, un pensatore che comprendesse il fondamentale ruolo della cultura e che questo ruolo venisse riconosciuto come primario dal Partito (a prescindere dalla vicenda umana e dal rapporto personale di Gramsci con il capo di quest'ultimo, Togliatti17). Attenzione: ciò non significa che la Destra non abbia avuto pensatori di rilievo. Tutt'altro: non ne trascrivo l'elenco - che sarebbe lunghissimo18 - perché in fondo, da Omero fino alla metà del Novecento, i più grandi scrittori, filosofi e poeti sono stati, sostanzialmente, di Destra, cioè religiosi, monarchici, meritocratici, aristocratici e antidemocratici (basti pensare a come Omero, nell'Iliade, sintetizzi lo spirito democratico in Tersite…). Ciò che è assolutamente mancato è un grande uomo di cultura che sia stato considerato e valorizzato come tale: "Quando sento parlare 19 di cultura la mano corre alla fondina " dice più o meno una celebre frase di un pressoché sconosciuto autore, attribuita con molta leggerezza a vari uomini politici di Destra, da Göring a Goebbels, da Codreanu a Primo de Rivera. La cultura è stata sempre considerata come lo svago dell'ozioso (nel senso etimologico, da otium): solo chi ha una posizione economica stabile se la può permettere. Impensabile, dunque, fare del giornalismo politico o della letteratura una professione. La conseguenza è che - con qualche eccezione numericamente di scarsa rilevanza - per affiancare vocazione alla cultura e necessità di mantenimento è sempre stato necessario o approdare a un giornale, una rivista, una casa editrice di Sinistra o trovarsi un lavoro e quindi, nel tempo libero, dedicarsi alla scrittura in maniera non professionistica, ma da semplice amatore. Lo sbocco è quindi la dispersione del fiume della cultura di Destra in mille rivoli insignificanti. Come manca una capacità di incanalare le potenzialità culturali della Destra, così manca la capacità di indirizzare le sue potenzialità politiche. Sarebbe impensabile, quindi, imporre ad una schiera di ragazzi di scegliere la "via del chiostro" per un progetto a lunga scadenza, per fermare la rivoluzione nella Chiesa dall'interno della Chiesa. Ci saranno, sicuramente, giovani con la vocazione (i quali, negli ultimi tempi, troveranno seminari modernisti con insegnanti modernisti e, una volta presi i voti, officeranno riti modernisti sotto lo sguardo vigile e severo di vescovi

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modernisti), ma saranno un'esigua minoranza. Perché non pensare, allora, ad un ingresso di tradizionalisti nei seminari per contrastare la rivoluzione nella Chiesa? Oltra alla mancanza di una organizzazione che spinga al seminario i giovani militanti, cozza con l'idea di un sacrificio (che tale però non dovrebbe essere) il profondo legame dell'Uomo di Destra nei confronti del valore della famiglia, nucleo fondamentale della società: in generale è difficile che l'Uomo di Destra vi rinunzi, anche per una carriera prestigiosa; cercherà piuttosto di far convivere vita pubblica e vita privata, lavoro e famiglia, magari sacrificando questa a quella, ma non abbandonandola del tutto, tranne che in casi numericamente limitati. 21 Lo stesso Evola, il pensatore che più di tutti si può avvicinare a Gramsci nel mondo della Destra si rendeva conto di ciò e perciò indicava una via fatta di "largo margine di libertà sessuale" pur di evitare da parte dell'"uomo libero" il tradimento del "metter su famiglia": “Per ciò che in vista di un movimento rivoluzionario-conservatore e di resistenza può importare, vi è bisogno anzi-tutto di uomini pei quali l'essere liberi da quei complessi sentimentali borghesi dovrebbe essere cosa ovvia e che avendo da seguire una linea di impegno militante assoluto ed essere pronti a tutto, dovrebbero sentire quasi come un tradimento il "mettere su famiglia": costoro è bene che siano sine impedimenta, che nulla li vincoli, che nulla limiti la loro possibilità di disporre assolutamente di sé. Peraltro, vi furono antichi Ordini nei quali il celibato era la regola. Pel resto, va riconosciuto quel che di giusto è contenuto nella nota massima nietzschiana: "L'uomo deve essere educato per la guerra, la donna pel riposo (o ristoro = Erholung) del guerriero; il resto è sciocchezza". In ogni caso, l'ideale della "società di uomini" non può essere evidentemente quello parrocchiano e piccolo-borghese di "casa e bambini", anzi riteniamo che nella sfera personale il diritto ad un largo margine di libertà sessuale, per gli uomini in discorso, può venire senz'altro riconosciuto, di contro a moralismo, conformismo sociale e eroismo in 22 pantofole .” La rivoluzione auspicata da Evola è fallita anche per mancanza di un "esercito" di uomini liberi da legami familiari (sarebbero dovuto esserlo anche da legami lavorativi23, ma forse il barone riteneva aristocraticamente che tali vincoli non fossero sufficientemente forti da impedire di scegliere "la via del bosco", laddove necessario): la "sirena" dell'amore e della famiglia ha quasi sempre sopraffatto la "chimera" della lotta politica e della gloria (il riferimento a tale dualismo viene da un tuttora validissimo romanzo politico di fine Ottocento24). In ogni caso, all'attacco marxista ai seminari, all'infiltrazione degli agenti comunisti nell'interno della Chiesa non è corrisposta una "resistenza" o una "controrivoluzione" ecclesiastica, sia per mancanza di elementi sufficienti, sia per aver sottovalutato il pericolo (è difficile pensare che lo abbiano ignorato), probabilmente perché ritenevano impossibile che qualcuno potesse condurre una finzione per decenni senza tradirsi. La crisi vocazionale post-conciliare, poi, ha acuito il problema: con i seminari sempre più vuoti, ogni vocazione (o supposta tale) è stata incoraggiata. Il problema più palese è stata la legione di preti omosessuali e pedofili che sono stati sfornati; quello più nascosto - ma non per questo assente - è stata l'infiltrazione della mentalità marxista nella Chiesa.


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Il ruolo dei Gesuiti Strumento privilegiato per questo progetto di infiltrazione è stato svolto dalla Compagnia di Gesù: se in passato i Gesuiti sono stati i nemici per eccellenza della massoneria (che ne ottenne addirittura lo scioglimento dalla Santa Sede25) adesso sono diventati il suo strumento elettivo "al 26 preciso scopo di giungere a una "normalizzazione" dei rapporti con la massoneria" . Con l'arrivo di un gesuita al soglio pontificale, è lecito chiedersi: "che uso farà, del suo immenso potere, l'ordine religioso di gran lunga più potente, più ricco, più colto, più duttile, più avventuroso, più scaltro in fatto di esperienza politica e diplomatica, più fornito di entrature e collegamenti con il mondo profano, con le altre religioni e con la stessa massoneria, oltre che con la grande finanza 27 internazionale?" . In realtà, da tempo l'ordine gesuita è solo esteriormente la stessa cosa di quello dei secoli 28 29 passati : già verso la metà del XX secolo alcuni membri dell'ordine, come Teilhard de Chardin , hanno suscitato polemiche e controversie con le loro audaci prese di posizione teologiche; altri, 30 come Karl Rahner , hanno sostenuto apertamente la necessità di una radicale riforma della Chiesa e hanno spinto energicamente in tale direzione, fin dentro le aule del Concilio Vaticano II. Lo stesso Concilio è stato giudicato, da più di un osservatore, come il tentativo di attuazione della riforma globale auspicata da Rahner e da altri31; tendenza poi sviluppata e ulteriormente approfondita sotto lo stimolo della teologia della liberazione, anch'essa nata - guarda caso nell'ambiente dei gesuiti latino-americani32. Al Concilio ha fatto seguito lo "spirito del Concilio", cioè l'interpretazione in senso esteso dei volutamente - ambigui documenti conciliari. Ecco perché da un Novus ordo (la messa moderna) che doveva affiancarsi alla liturgia tradizionale si è avuto un sostanziale divieto di quest'ultima33. Francesco Lamendola, nello studio citato, enumera i principali punti del "nuovo corso" dei moderni gesuiti, sottolineando come esso non sia mai stato apertamente presentato come una rottura con la tradizione, pur essendolo di fatto: 1. la "svolta antropologica" di Karl Rahner, che pone l'Uomo, e non più Dio, al centro dell'orizzonte spirituale; 2. la priorità alla "dignità dell'uomo" rispetto alla Verità; 3. relativizzazione del concetto di verità (si ricordi ciò che disse in proposito Bergoglio a Eugenio Scalfari nella ben nota intervista rilasciata a La Repubblica, poco dopo la sua elezione); 4. l'obbedienza al papa non è più assoluta e incondizionata, ma dipende dal fatto che il papa sostenga, oppure no, tale processo di riforma; 5. il papa non deve essere più considerato come il capo della Chiesa, ma come il vescovo di Roma e, al massimo, come un primus inter pares fra i vescovi di tutto il mondo, perché la Chiesa si deve trasformare in una specie di grande assemblea democratica permanente, sul modello "conciliarista" del Vaticano II; 6. la Chiesa deve lasciar cadere anche le ultime riserve nei confronti delle altre "verità", comprese quelle irreligiose, e deporre ogni pretesa di superiorità derivante dal possesso di una verità oggettiva: "si ricordi quel "buonasera" pronunciato da Bergoglio, al popolo dei fedeli di

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Roma, la sera della sua proclamazione, dal balcone del Palazzo vaticano, quasi che non volesse offendere gli atei con un bel: Sia lodato Gesù Cristo"34; 7. la Chiesa si deve schierare politicamente al fianco dei "poveri", quindi anche dei "migranti", apertamente e incessantemente, persuadendo tutti al "dovere" della solidarietà e dell'accoglienza: "quest'ultimo elemento proviene dalla teologia della liberazione e, dunque, è un regalino che il cattolicesimo sudamericano fa alla vecchia e stanca Europa, in apparenza per rinvigorirla, aprendola alle "delizie" del multiculturalismo, in realtà sposando la causa delle lobby finanziarie che perseguono la distruzione della identità europea per spianare la strada alla globalizzazione dei mercati e, quindi, delle culture e dei localismi. Ed ecco saldato il cerchio, e spiegata l'apparente incongruenza, fra un ordine gesuita vicino alla massoneria e, mediante lo IOR, alle centrali finanziarie mondiali, e l'opzione preferenziale per i poveri, per gli ultimi, per i diseredati; le due cose non configgono affatto, anzi, si completano e si integrano a meraviglia: l'una è la faccia nascosta (e inconfessabile), ma necessaria, dell'altra"35. Un momento di svolta nella storia dell'ordine di Sant'Ignazio avviene con l'elezione di padre Pedro Arrupe a "papa nero": [nel 1965] Pedro de Arrupe y Gondra fu eletto ventisettesimo padre generale dei gesuiti. Sotto la guida di Arrupe e nelle aspettative di un cambiamento autorizzato dal Concilio, la visione di natura antipapale e socio-politica che era maturata di nascosto per più di un secolo fu accolta dalla Compagnia in quanto organizzazione. Il repentino cambiamento non fu casuale, ma un atto deliberato, al quale Arrupe, come padre generale, fornì una guida ispirata ed entusiasta. Ma ci vuole del tempo prima che il modo di considerare una grande istituzione religiosa cambi. La reputazione che la Compagnia si era guadagnata nei secoli era il migliore paravento dietro il quale costruire una Compagnia molto diversa, come quella che si è venuta a creare negli ultimi vent'anni. In effetti la storia, la storia gloriosa della Compagnia fece sì che i fatti attuali risultassero invisibili e che i nuovi capi potessero presentare il nuovo atteggiamento verso il mondo come l'estrema e migliore espressione della spiritualità e della lealtà ignaziane. Per la grande massa dei cattolici, sia laici che ecclesiastici, era impensabile che proprio i gesuiti potessero diffondere una nuova idea della Chiesa; o che muovessero guerra non a un solo Papa, ma addirittura a tre, denigrandoli, ingannandoli, disubbidendo loro, aspettando la morte di ciascuno con la speranza che il prossimo avrebbe lasciato loro mano libera. Inevitabilmente, la guerra dei gesuiti contro il papato è venuta alla luce durante il pontificato di Karol Wojtyla. Quest'uomo carismatico e ostinato giunse al soglio pontificio con l'esperienza diretta del marxismo in Polonia. […] Dal momento dell'elezione, fu chiaro che Giovanni Paolo II avrebbe incontrato l'opposizione di molti membri della burocrazia vaticana che aveva ereditato. Ciò che fu meno chiaro, anche per i consumati osservatori vaticani, era che anche i gesuiti avrebbero sfidato la sua autorità in materia politica. Niente di ciò che Giovanni Paolo II ha tentato dal momento in cui è arrivato alla cattedra di S. Pietro nel 1978 è servito a dissipare o almeno ad attenuare l'opposizione gesuita.36


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La teologia della liberazione è stata formalmente condannata sotto Giovanni Paolo II e sotto Benedetto XVI38, ma sembra che con e grazie a Bergoglio, torni in auge, assieme ai fautori del modernismo, della Chiesa che si adatta ai tempi e degli ammiratori del protestantesimo: si pensi all'elogio di Lutero fatto dal cardinale Carlo Maria Martini, punto di riferimento ideologico di Bergoglio, e dalla incombente "beatificazione" dell'agostiniano spretato che si profila per l'ottobre 2017. Dopo la condanna ricevuta dalla Santa Sede e la smentita ricevuta dalla storia, questo movimento perse prestigio e influenza. Ma la fine dell'anticomunismo e la crisi economica mondiale gli hanno offerto una occasione di riproporsi come alternativa globale. Oggi la teologia della liberazione, senza rinnegare le idee originarie, fa una parziale autocritica e si ripropone all'opinione pubblica cambiando paradigma, metodo e linguaggio, ossia riciclandosi in chiave ambientalista, psicoanalitica e tribale. Dopo aver tentato invano di suscitare una rivoluzione economico-politica suscitata dai movimenti di massa delle classi proletarie, oggi la teologia della liberazione tenta di animare una rivoluzione psicologico-culturale basata sull'azione di gruppi emarginati o discriminati. In tal modo, essa s'inserisce nell'attuale passaggio storico dalla "terza Rivoluzione" (quella social-comunista) alla "quarta Rivoluzione" (quella ecologista e anarchica), 39 come temeva 30 anni fa un suo grande oppositore: il prof. Plinio Corrêa de Oliveira . È ipotizzabile che alla base della sovversione interna alla Chiesa ci sia stata una infiltrazione dei Gesuiti? Rispetto ad altri Ordini, infatti, la Compagnia di Gesù presentava molte importanti attrattive che la rendevano una preda ambita: la natura colta (i Gesuiti hanno creato e diffuso il 40 modello educativo che è alla base della scuola moderna e soprattutto fornito alla scienza e alla cultura un numero enorme non solo di teologi, ma anche di astronomi, matematici, filologi, 41 glottologi, architetti, storici, geologi, letterati… ; dunque una indubbia capacità di formare le menti e presenza nell'apparato educativo: fattori che, assieme all'obbedienza cieca, 42 caratteristica della Compagnia , la rendevano molto appetibile. Una volta conquistato il vertice, la Rivoluzione avrebbe avuto al proprio servizio il migliore degli eserciti per scardinare la Chiesa dall'interno. È uno dei motivi che possono spiegare la simpatia neo-marxista della teologia della liberazione (in cui i gesuiti furono magna pars) e l'appoggio gesuita a certi esperimenti catto-comunisti nell'Italia degli "anni di fango"43: gli epigoni di Sant'Ignazio, dopo aver fatto nei secoli passati così tanta politica, nel corso del Novecento hanno finito per pensare che solo un diretto coinvolgimento a livello politico-sociale potesse consentire l'instaurazione del regno di Dio in terra, individuando gli alleati nei più acerrimi nemici. Un paradosso, un impenetrabile disegno machiavellico di infiltrazione attiva o, piuttosto, il risultato di un'infiltrazione passiva, aiutata dal partito di "ispirazione cristiana" - senza mai dimenticare il motto di Gramsci: "I popolari stanno ai socialisti come Kerensky a Lenin"44? Il fiume carsico Il Modernismo è stato definito un "fiume carsico"45 che attraversa la storia della Chiesa: in effetti


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alcuni elementi ereticali (che potremmo definire cripto-protestanti) sono presenti prima del diffondersi della eresia modernista (in senso stretto) a cavallo dei secoli XIX e XX e dopo la sua formale condanna del 1907 ed il suo apparente dissolversi: gallicanesimo, conciliarismo, modernismo, episcopalismo, nouvelle théologie, teologia della liberazione… Tra di essi ritroviamo il conciliarismo - considerare il Pontefice non come il capo supremo, ma come un unus inter pares - che pone l'assemblea dei vescovi al di sopra della Santa Sede (il gallicanesimo francese - e l'accettazione del giuseppinismo austriaco -, l'episcopalismo tedesco, il conciliarismo del Sinodo di Pistoia e dello stesso Vaticano II); la modificabilità dei dogmi, l'adattamento ai tempi, la subordinazione della Verità rivelata alla ricerca scientifica, l'accettazione della mentalità marxista sono tutti aspetti di una deviazione dalla dottrina tradizionale della Chiesa. Ad essi va aggiunto l'archeologismo, soprattutto nella liturgia: pretendere di ricostruire il modo di pregare (e, non dimentichiamolo, lex orandi, lex credendi) dei primi secoli, in aperto rifiuto della Tradizione; il Sinodo di Pistoia ne è un palese esempio46 . L'errore di base sta nel ritenere la propria filosofia capace di assorbire quelle avversarie, senza rendersi conto dell'incompatibilità: di volta in volta, dopo il successo della cristianizzazione di Aristotele grazie a San Tommaso d'Aquino (che però era San Tommaso, non Teilhard de Chardin!), si è cercato di cristianizzare Kant, Hegel, Darwin, il liberalismo e infine Marx, con ben altri risultati… Scrive Del Noce a proposito della "teologia della morte di Dio" - nient'altro che un ulteriore tentativo di creare una sintesi tra marxismo e cristianesimo: “si discorre molto oggi di "teologia della secolarizzazione"; ora, questa teologia altro non è, nella sua radice prima, che il risultato di una commistione di temi cristiani e di temi marxisti. Sorta nell'intenzione di cristianizzare il marxismo, conclude piuttosto, di fatto, in una ricerca di adeguamento del cristianesimo alla nuova religione marxista; e non è certo casuale che parecchi tra i suoi teorizzatori concludano apertamente nella tesi della "morte di Dio47". Fondamentale è stato, in questa prospettiva, il ruolo svolto dai Gesuiti, da secoli centro culturale della Chiesa assieme, naturalmente, ai Domenicani ma, rispetto a questi, più vicini alla realtà 48 quo-tidiana. Alla svolta a sinistra della rivista "La Civiltà cattolica" , che sostenne apertamente la via del "compromesso storico" si affiancò la nascita della rivista "Aggiornamenti sociali", scaturita dal "Centro studi sociali" di Milano e ulteriore strumento di "apertura a sinistra". Palesemente indicativo del progetto di "colpire o almeno gettare ombra sulla dottrina del Magistero tradizionale della Chiesa in materia sociale attraverso le eventuali imprecisioni o limitazioni del fedele più o meno qualificato che se ne fa veicolo"49 può essere un articolo di padre Sorge, scritto assieme a padre De Rosa50 apparentemente per correggere l'uso scorretto, nel linguaggio corrente, dei termini integrismo e integrista, ed in particolare in risposta ad alcuni scritti di occasione di Franco Rodano, comparsi su Paese Sera a commento delle elezioni per i 51 distretti scolastici . Il voler rispondere al quotidiano Paese Sera - diffusissimo giornale popolare e voce "non ufficiale" del PCI - indica più l'obiettivo di colpire il Magistero tradizionale della Chiesa, che la volontà di far chiarezza ai lettori di Paese Sera.


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Dopo aver attaccato il Sodalitium Pianum (p. 315), a maggior riprova che l'obiettivo dell'articolo è tutt'altro che una chiarificazione terminologica rivolta all'esterno, bensì uno scontro dottrinario interno alla Chiesa, si ricorda che: Attualmente, la manifestazione più chiara dell'integrismo è il movimento di mons. Lefebvre, col suo rifiuto di accettare le "novità" del Concilio Vaticano II ed il suo attaccamento alla "messa di S. 52 Pio V" . Prese le distanze dai tradizionalisti, i due gesuiti proseguono - documenti conciliari alla mano con l'elogio del relativismo: non esiste una "politica cristiana" né un "modello di società cristiana" se non per gli integristi, pronti a dedurla erroneamente ovvero "direttamente ed immediatamente - cioè, senza le necessarie mediazioni culturali tra la fede, che è il campo dell'assoluto e del trascendente, e la storia, che è il campo del relativo, del contingente e 53 dell'immanente - dalla rivelazione cristiana " In conclusione, l'integrismo, sia confessionale sia ideologico, si oppone al pluralismo, alla tolleranza, al dialogo ed alla collaborazione con orientamenti teorici e pratici diversi. In sostanza, 54 esso si traduce in una forma di totalitari-smo ideologico e pratico. A questo punto è ovvia la distanza incolmabile tra gli integristi e i "veri cristiani" (cioè tra i gesuiti e i tradizionalisti, lefebvriani o meno): Bisogna, infatti, attentamente distinguere tra l'"ispirarsi" alla fede nell'attività sociale e politica e il "dedurre" immediatamente e rigorosamente un modello di società e di azione socio-politica dalla fede. La deduzione immediata e rigorosa d'un modello di società dalla fede comporterebbe la delineazione d'una "società cristiana" come unico modello valido di convivenza, oggettivamente ritenuto obbligatorio non solo per i cristiani, ma per tutti. Invece, "ispirare" la vita sociale e politica alla fede significa che nella costruzione di un modello di società "umana" cioè non dedotta dalla rivelazione, ma fondata sulla ragione e sul vero e sul bene che la ragione mostra essere tali, (quindi fondata su valori umani "comuni" a tutti e da tutti accettabili) - il cristiano chiede alla fede solo la luce che essa proietta sull'uomo, sulla sua origine, sulla sua dignità e sul suo destino, e la forza che i valori cristiani metto-no a servizio dell'uomo, in primo 55 luogo la forza della carità. A conferma di ciò, l'articolo liquida l'Inquisizione - massimo esempio ovvero "caso più abusato di integrismo cristiano" - come "una distorsione che, se è storicamente spiegabile, non è però 56 evangelicamente giustificabile e deve, quindi, essere considerata un errore" . Infine (anticipando il respingimento della di per sé poco credibile ermeneutica della continuità) l'articolo sostiene coerentemente che il Concilio Vaticano II, con l'affermazione della libertà religiosa, ha tolto ogni giustificazione all'integrismo confes-sionale, che in altre epoche si fondava sul principio che l'errore, essendo un male individuale e sociale, era da com-battere e da estirpare anche con la forza.57 Quindi il male non è da combattere né da estirpare, bensì - evidentemente - da accettare (se non coltivare) con amore. A meno che il male non sia rappresentato, anziché da deicidi, scismatici, atei, marxisti ed eretici, dai cattolici tradizionalisti o integristi.

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Un altro importante campione del doppio peso (massima apertura all'esterno, dall'acattolico all'anticristiano, ma contemporaneamente massima durezza all'interno, nei confronti dei cattolici tradizionalisti), ed anch'egli gesuita, fu il potente e temuto (assai più che amato) Carlo Maria Martini (1927-2012)58, cha da presule di Milano si fece promotore di una relativista "Cattedra dei non credenti" (1987-2002)59; Martini fu infatti apertamente estimatore del 60 61 protestantesimo , dell'islamismo e dell'ebraismo. Per contro, fu - naturalmente - tra i critici del motu proprio di Benedetto XVI Summorum pontificum, che autorizzava il ripristino, entro certi limiti, della S. Messa tradizionale (e lo fece, da par suo, dalle colonne de Il Sole 24 ore), dopo aver boicottato nella sua diocesi l'indulto concesso da Giovanni Paolo II alla celebrazione dello stesso rito tridentino. Non a caso Martini è stato più volte indicato come un maestro di vita da Bergoglio e recentemente è stato rivelato che l'elezione di Bergoglio è stato il frutto delle riunioni segrete di un gruppo cardinali e vescovi, organizzati appunto da Carlo Maria Martini, hanno tenuto per anni 62 a San Gallo, in Svizzera. Lo sostiene nella propria biografia uno dei cardinali più progressisti, il belga Godfried Danneels (1933) che definisce tale gruppo di cardinali e vescovi un "Mafiaclub". E il cerchio si chiude, rendendo anche comprensibile perché ciò che era considerato eretico dalla bolla papale Auctorem fidei del 28 agosto 1794 sia stato accettato dopo il (e grazie al) Concilio Ecumenico Vaticano II. Gianandrea de Antonellis

NOTE: 1.ELENA AGA-ROSSI, VICTOR ZASLAVSKY, Stalin a Togliatti: colpire i cattolici, in Avvenire, 31 ottobre 2007. Cfr. anche IIDEM, Togliatti e Stalin. Il PCI e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca, Il Mulino, Bologna 2007. 2. I modernisti hanno come obiettivo la Chiesa tradizionale, i marxisti la Chiesa tout court. I primi vogliono trasformarla da portatrice della Verità ad associazione di beneficienza; i secondi preferirebbero distruggerla: in subordine, accettano di vederla passare da annunciatrice del Vangelo ad associazione umanitaria, al pari di qualsiasi altra banale "onlus". 3. Il Sinodo di Pistoia, svoltosi in sette sessioni dal 19 al 28 settembre 1786, fu un sinodo diocesano che cercò di riformare la Chiesa locale in senso giansenista. Esso fu convocato dal Vescovo di Pistoia e Prato, Scipione de' Ricci (1740-1810) ed animato dal teologo Pietro Tamburini (1737-1827), professore all'università di Pavia. Per il de' Ricci, questo sinodo doveva rappresentare il primo passo per la nascita di una chiesa nazionale, indipendente da Roma. Il sinodo durò dieci giorni e il lavoro consistette praticamente nell'approvazione di decreti già preparati in precedenza. Lo spirito generale del sinodo, antiromano e anticuriale, è palese in alcuni articoli: conferma degli articoli gallicani del 1682, approvazione di tesi care ai giansenisti (condanna del Sacro Cuore, degli esercizi spirituali, delle missioni popolari), fusione di tutti i religiosi in un solo ordine, soppressione dei voti di povertà ed obbedienza. 4. In particolare, Scipione de' Ricci voleva vietare, assieme alla venerazione del Sacro Cuore e della Via Crucis, quella della Sacra Cintola, la reliquia più preziosa di Prato: una cintura che la tradizione si considera essere appartenuta alla Madonna. 5. Definiamo così quella corrente che ha operato successivamente alla condanna comminata da San Pio X. 6. FRANCESCO LAMENDOLA, Quanti preti di sinistra sono massoni ed ex agenti sovietici infiltrati nei seminari?, il Corriere delle Regioni, Quaderni culturali: Giornale Web e www.ariannaeditrice.it [31.1.2017] 7. Cfr. in questo senso, la “apertura” di ANTONIO SPADARO, La religiosità dell'attesa nell'opera di Pier Vittorio Tondelli, in «La Civiltà Cattolica», CXLVI, 1995 IV, n. 3487, p. 30-43. 8. GIOVANNI MOSCA, La storia d'Italia in 200 vignette. Rizzoli, Milano 1976, p. 188.


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9.I “preti operai” (PO), che si contavano su una mano prima del Concilio, divennero quasi trecento dopo il 1964 (l'ultimo “censimento”, risalente al 1995, ne contava 110, di cui 10 in pensione, quasi tutti concentrati in nord Italia). La loro rivista, nell'editoriale del primo numero, afferma: «Per la quasi totalità dei PO italiani il Concilio Vaticano II è stato il punto di partenza nel cammino che ci ha condotto a condividere la condizione operaia. […] Il Vaticano II rappresenta un momento di rottura dal quale si dipartono alcune transizioni o spostamenti epocali di importanza decisiva: — dalla chiesa cattolica quale società perfetta i cui confini circoscrivevano la salvezza di Dio, al riconoscimento delle altre chiese e comunità cristiane quali espressioni dell'unica chiesa di Cristo; — dalla chiesa centralizzata all'emergere delle chiese locali; — dalla chiesa semplicemente identificata come società gerarchica, al recupero della figura biblica e storica di popolo di Dio; — dal monolitismo teologico alla ricchezza pluralistica delle riflessioni critiche sul cristianesimo; — dalla semplice dipendenza dei laici nei confronti del clero, ad una loro presa di coscienza e responsabilità con processi di autonomia sul piano culturale, politico, teologico, etico… — da una chiesa di fronte al mondo ad una chiesa nel mondo, che deve stare con gli ultimi del mondo». ROBERTO FIORINI, I preti operai italiani, in «Pretioperai», n. 0, 1987. Notare come il Vaticano II sia considerato un “punto di partenza”, un “momento di rottura” e alla Chiesa cattolica venga contrapposta (e ovviamente preferita) un'altra “unica chiesa di Cristo” da cercare attraverso una non meglio precisata “ricchezza pluralistica delle riflessioni critiche”: il caos contrapposto all'ordine, negativamente connotato, del “monolitismo teologico”. 10. Fu Bettino Craxi negli anni '80 del '900 ad usare questa espressione, ma la riprese da un articolo di un secolo prima: «Sì, Gesù fu socialista […]. Egli proclamò che gli uomini sono tutti uguali; non ammetteva la proprietà privata né la conseguente divisione dei cittadini in padroni e servi, ricchi e poveri, gaudenti e affamati, e predicava invece la comunione dei beni». CAMILLO PRAMPOLINI (1859-1930), Gesù Cristo rivoluzionario e socialista, in La Giustizia, 5 febbraio 1888. 11.Cfr. l'ottimo saggio di JULIO LOREDO, Teologia della liberazione. Un salvagente di piombo per i poveri, Cantagalli, Siena 2015. Si vedano anche le opere di MIGUEL PORADOWSKI, La escalonada marxistización de la teología (1974); Sobre la teología de la liberación (1974); El marxismo en la teología (1976), tutti editi dalla Fondazione Speiro di Madrid. 12. Sulla portata “rivoluzionaria” dell'enciclica del 1963, cfr. BENIAMINO DI MARTINO, A cinquant'anni dalla Pacem in terris di Giovanni XXIII, in «Quaerere Deum. Rivista semestrale di scienze religiose e umanistiche», V (2013), n. 8, p. 21-45. 13.Nel testo: sloveno. 14. I MILLENARI, Via col vento in Vaticano, Milano, Kaos Edizioni, 1999, p. 215 ss. Corsivo mio. 15. «Je voudrais, et ce sera le dernier et le plus ardent de mes souhaits, je voudrais que le dernier des rois fût étranglé avec les boyaux du dernier prêtre. » («Io vorrei, e questo sia l'ultimo ed il più ardente dei miei desideri, io vorrei che l'ultimo dei re fosse strangolato con le budella dell'ultimo dei preti»). JEAN MESLIER (1664-1729), Il testamento (cit. in JACQUES ANDRE NAIGEON, Encyclopédie méthodique ou par ordre de matières: philosophie ancienne & moderne, H. Agasse, Parigi [anno XI della Rivoluzione]1802 volume III, p. 329). 16. Ivi, p. 113. 17. Cfr. ANTONIO GRAMSCI, PALMIRO TOGLIATTI, Gramsci a Roma, Togliatti a Mosca. Il carteggio del 1926, a cura di Chiara Daniele, Einaudi, Torino 1999. 18. Tra i testi di riferimento vorrei ricordare almeno ALAIN DE BENOIST, Visto da destra. Antologia critica delle idee contemporanee, Akropolis, Napoli 1981 e il massiccio (ma anch'esso incompleto, nonostante le oltre 600 pagine) Ideario italiano, Il pensiero del Novecento visto da Destra, a cura di Gennaro Malgieri, Il Minotauro, Roma 2001. 19. La battuta «Quando sento la parola cultura, tolgo la sicura alla mia Browning!» (in originale: «Wenn ich Kultur höre… entsichere ich meinen Browning!») ricorre nella prima scena del primo atto del dramma Schlageter (1933) di Hanns Johst (18901978). È stata attribuita a vari gerarchi nazisti, tra cui Baldur von Schirach (1907-1974), capo delle Hitlerjugend e Gauleiter di Vienna (così secondo Wikipedia) o più spesso ad Hermann Göring (ed anche, assai meno comprensibilmente, al Ministro della Propaganda Joseph Göbbels). Il dramma Schlageter, dedicato alla figura di “protomartire” del nazismo Albert Leo Schlageter (1894-1923), membro dei Freikorps, venne rappresentata per la prima volta nell'aprile 1933, in onore del compleanno di Adolf Hitler. Per la precisione, la battuta viene pronunciata non da Schlagater, bensì dal suo commilitone Friedrich Thiemann, che ritiene superfluo studiare per gli esami in una situazione in cui la patria si trova in pericolo. 20. In questo caso non si potrebbe parlare di infiltrazione, perché non si tratterebbe di far penetrare idee sovversive, bensì di rafforzare i principî della Tradizione. L'unico caso noto, quello di creare una congregazione formata da sacerdoti di simpatie dichiaratamente di destra, quella dei Serafici dello Spirito Santo, ebbe breve vita nel 1963, all'inizio del Concilio (cfr. UMBERTO BERLENGHINI, MASSIMILIANO GRINER, STEFANO DELLE CHIAIE, L'aquila e il condor. Memorie di un rivoluzionario politico, Sperling&Kupfer, Milano 2012, p. 26-29. 21. Per quanto riguarda un tentativo organizzatore – si pensi al libello Orientamenti (1950), poi ampliato nel saggio Gli uomini e le rovine (1953). Ma quel che mancò ad Evola – e per cui non può essere considerato il Gramsci di Destra – fu l'appoggio del partito:

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sia il PNF che il MSI lo tennero ai margini della vita culturale all'interno del partito. E non si può certo definire “Gramsci di destra” il politicamente e sessualmente ondivago Armando Plebe (1927-), che pure ebbe da Giorgio Almirante (1914-1988) una sciagurata nomina a responsabile del settore cultura del MSI-DN. 22. Gli uomini e le rovine, cap. XV, Il problema delle nascite, p. 121. 23. Nei primi anni Ottanta è nata comunque una generazione di “integrati a metà”: perfetti impiegati durante il giorno che, a sera, rientravano a casa e si immergevano in letture evoliane sognando prospettive di rivolta politica che non si sarebbero mai realizzate. In particolare, a Milano, mercé un dirigente giovanile del Msi, che era anche un influente funzionario del personale di una nota banca, molti giovani del FdG (Fronte della Gioventù) e del Fuan (Fronte universitario d'azione nazionale) furono spinti ad entrare in questo istituto bancario. Naturalmente, ogni piano di supposta “conquista dall'interno” si dissolse di fronte al desiderio carrieristico dei più, che dimostrarono un attaccamento alle possibilità di carriere ben maggiore di qualsiasi tipo di “cameratismo”. Salvo l'uso, una volta lasciato l'ufficio e tornati a casa, di aprire un testo del Maestro e sognare lunghe cavalcate sulla tigre… 24. ENRICO ANNIBALE BUTTI, L'incantesimo (parte I, La sirena, parte II, La chimera), Treves, Milano 1897 (ora: Solfanelli, Chieti 2017). Il romanzo, uno sviluppo concreto del superoministico – e forse troppo idealistico – Le vergini delle rocce (1896) di Gabriele d'Annunzio, è uno dei più validi esempi di letteratura politica di Destra del periodo postromantico. 25. Fondato nel 1540, l'Ordine fu soppresso e disciolto nel 1773 da Clemente XIV su pressione dei principali sovrani d'Europa, ma risorse nel 1814 con Pio VII all'epoca del Congresso di Vienna e della cosiddetta Restaurazione. 26.FRANCESCO LAMENDOLA, I gesuiti hanno preso il timone della Chiesa, ma per condurla dove?, http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=53779 [7.02.2017]. 27. Ibid. 28. Il professor John Rao usava citare passi de «La Civiltà cattolica» dell'800 affermando: «Ecco cosa scrivevano i gesuiti quando erano cattolici». 29. Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955), paleontologo e filosofo francese. Per una sintesi critica del suo pensiero, cfr. PIER CARLO LANDUCCI, Teilhard de Chardin. Aberrazioni ideologiche e dottrinali, Effedieffe, Viterbo 2015. 30. Karl Rahner (1904-1984), tedesco, discepolo di Heidegger e preparatore del Vaticano II con la sua alla «svolta antropologica» in teologia, cioè il passaggio al soggettivismo dall'oggettivismo della teologia scolastica; la teoria del «cristianesimo anonimo» contro la formula «nulla salus extra Ecclesiam» e, naturalmente, il dialogo con il marxismo. Per comprendere l'importanza del suo ruolo, è nota un'inchiesta svolta tra gli studenti della Lateranense subito dopo il Concilio: alla domanda su chi fosse il principale teologo cattolico di tutti i tempi, gli studenti non indicarono né Sant'Agostino, né San Tommaso d'Aquino, bensì Karl Rahner. 31. Cfr. in particolare ROBERTO DE MATTEI, Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Lindau, Torino 2010. 32. Gesuita, per fare un solo esempio, fu Luis Espinal Camps, noto come “Lucho Espinal” (1932-1980) ideatore dell'aberrante “crocifisso comunista” (un crocifisso montato su una falce e martello), apprezzato regalo del presidente boliviano, il sindacalista social-comunista Evo Morales, a Jorge Bergoglio. Lo stesso Bergoglio è ritenuto vicino alla teologia della liberazione: RACHEL DONADIOMAY, Francis' Humility and Emphasis on the Poor Strike a New Tone at the Vatican, in New York Times, 25.05.2013. 33. Basti pensare alla delirante – nonché esemplificativa – dichiarazione rilasciata al quotidiano Repubblica di Luca Brandolini, vescovo di Sora, Aquino e Pontecorvo, nonché membro della commissione liturgica della conferenza episcopale italiana: «Non riesco a trattenere le lacrime – ha detto – sto vivendo il momento più triste della mia vita di vescovo e di uomo. È un giorno di lutto non solo per me, ma per i tanti che hanno vissuto e lavorato per il Concilio Vaticano II. È stata cancellata una riforma per la quale lavorarono in tanti, al prezzo di grandi sacrifici, animati solo dal desiderio di rinnovare la Chiesa» ORAZIO LA ROCCA, “Obbedirò al Pontefice ma è un giorno di lutto. Si cancella la riforma”, in La Repubblica, 8 settembre 2007. 34. FRANCESCO LAMENDOLA, op. cit. 35. Ibid. 36. MALACHI MARTIN, I Gesuiti, SugarCo, Milano 1987, p. 29-30. Corsivo mio. 37. Cfr. i due studi Libertatis Nuntius (1984) e Libertatis Conscientia (1986) della Congregazione per la Dottrina della Fede, presieduta dall'allora cardinale Joseph Ratzinger. 38. Cfr. la Notificazione della Congregazione per la Dottrina della Fede sulle opere del P. Jon Sobrino S.I. (2006). Lo stesso Woytila, aprendo i lavori della III Conferenza Generale dell'Episcopato latinoamericano (CELAM) a Puebla (Messico), il 28 gennaio 1979 indicò i pericoli dell'abbandono della Fede per cercare altre vie onde raggiungere la “libertà”: «In alcuni casi, o si tace la divinità di Cristo, o si incorre di fatto in forme di interpretazione contrarie alla fede della Chiesa. Cristo sarebbe solamente un “profeta”, un annunciatore del Regno e dell'amore di Dio, ma non il vero Figlio di Dio, e non sarebbe pertanto il centro e l'oggetto dello stesso messaggio evangelico. In altri casi, si pretende di mostrare Gesù come impegnato politicamente, come uno che combatte contro


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la dominazione romana e contro i potenti, anzi implicato in una lotta di classe. Questa concezione di Cristo come politico, rivoluzionario, come il sovversivo di Nazaret, non si compagina con la catechesi della Chiesa». Corsivo mio. Nel discorso, la condanna della teologia della liberazione, pur essendo implicita, non è mai esplicita: il termine liberazione si ripete 20 volte, mentre la locuzione teologia della liberazione non ricorre mai. 39. GUIDO VIGNELLI, La “teologia della liberazione”: un libro ne denuncia il pericoloso rilancio, in «Riscossa Cristiana. Sito cattolico di attualità e cultura», 11 marzo 2015 [8.02.2017]. 40. Cfr. tra gli altri, FABRIZIO MANUEL SIRIGNANO, Gesuiti e Giansenisti. Modelli e metodi educativi a confronto, Liguori, Napoli 2012. I giansenisti propugnavano una scuola elitaria: classi di pochissime persone di varie età, formate solitamente da familiari (fratelli e cugini), con lezioni che si tenevano all'interno del palazzo di famiglia e curate in tutte le materie da un unico aio, che viveva giorno e notte con i discepoli. I Gesuiti invece avevano scuole con classi numerose, formate da alunni della stessa età, provenienti da strati sociali diversi, che si riunivano in una scuola (ricavata in un palazzo di proprietà dell'Ordine) e venivano seguiti da docenti specializzati per ciascuna materia e sottoposti ad un rigido controllo di qualità. 41. C'è chi sottolinea il lato negativo della natura colta della Compagnia per spiegare la silenziosa, ma radicale “mutazione antropologica” dei Gesuiti a partire dalla metà del XX secolo: «dopo aver dato alla Chiesa e al mondo, oltre che instancabili e intrepidi missionari, i gesuiti hanno finito per assimilare lo spirito della cultura profana, per assorbire elementi di modernismo, laicismo, razionalismo, meccanicismo, evoluzionismo: valga per tutti l'esempio di Teilhard de Chardin, la cui filosofia è assai poco cristiana e molto, invece, panteista. Nietzsche diceva che non si può guardare nell'abisso troppo a lungo, senza che l'abisso guardi dentro di noi». FRANCESCO LAMENDOLA, I gesuiti hanno preso il timone della Chiesa, ma per condurla dove?, http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=53779, 18/04/2016 [10.02.2017]. 42. «Oltre ai voti di castità, povertà e obbedienza, i gesuiti ne fanno uno ulteriore. Promettono infatti speciale obbedienza al Papa, rendendosi disponibili a essere inviati ovunque o comunque a ricevere una qualsiasi missione che il Papa ritenga utile al bene della Chiesa. La Compagnia di Gesù non è l'unico Ordine a fare un quarto voto. I camilliani, ad esempio, fanno voto di assistenza ai malati, mentre gli ordini monastici fanno un voto di stabilità. Questo voto “in più” ha a che fare con il carisma dell'Ordine, cioè con la maniera specifica di vivere la sequela del Signore. Per i gesuiti questo significa che l'obbedienza speciale che vivono al Santo Padre è al cuore stesso della loro identità». http://gesuiti.it/in-che-cosa-consiste-il-quarto-voto/ [10.2.2017]. 43. Si pensi all'esperienza della “primavera di Palermo” (1985-1990), quando i gesuiti Bartolomeo Sorge e Ennio Pintacuda, entrambi provenienti dal Centro di Formazione Politica “Pedro Arrupe” di Palermo, guardarono con simpatia al movimento catto-comunista della “Rete” di Leoluca Orlando. 44. ANTONIO GRAMSCI, Scritti politici, a cura di Paolo Spriano, Editori Riuniti, Roma 1971, p. 257. 45. La definizione è di ROBERTO DE MATTEI, che la ha usata per la prima volta il 27 novembre 2007, in occasione di un convengo sul centenario dell'enciclica Pascendi Dominici Gregis, tenuto presso la Pontificia Università San Tommaso. 46. Diversi furono i decreti emanati dal Sinodo, che fortunatamente rimasero lettera morta, prima di essere condannati ufficialmente da Pio VI (bolla papale Auctorem fidei del 28 agosto 1794): - la Chiesa ha il compito di preservare la purezza originaria della fede trasmessa da Cristo ai Suoi apostoli e non aveva diritto di introdurre nuovi dogmi, che sono perciò falsi; - la vera Chiesa, organismo spirituale senza autorità secolare, è la comunità dei pastori di Cristo di cui il Papa è soltanto il capo ministeriale; - si raccomanda di abolire tutti gli Ordini monastici, eccetto quello dei Benedettini; alle suore viene proibito di pronunciare i voti prima dei 40 anni; - liturgia: si introduce la lingua volgare e la lettura ad alta voce delle preghiere della Messa; si obbliga a togliere dalle chiese ogni immagine o statua che non siano quelle che fanno riferimento ai misteri di Cristo; sono soppressi gli altari laterali nelle chiese; - penitenza: dottrina molto rigida, favorevole ad un'unica confessione nella vita, come nella chiesa antica; - il Sacro Cuore e la Via Crucis sono considerate false devozioni; - per il culto pubblico si mantengono gli onori al Sovrano (ovviamente!), ma si riducono le novene, le processioni, le feste (trasferite alla domenica successiva o precedente). 47. AUGUSTO DEL NOCE, I caratteri generali del pensiero politico contemporaneo. Lezioni sul marxismo, Giuffré, Milano 1972, p. 34. Corsivo mio. 48. «Si mettano a confronto, per averne la prova, le annate de «La Civiltà cattolica» anteriori, e quelle posteriori, al Concilio Vaticano II. È sempre la stessa rivista, sono sempre gli stessi gesuiti; eppure è cambiato tutto, le tesi sono completamente diverse, e anche la linea pastorale è mutata da cima a fondo». FRANCESCO LAMENDOLA, I gesuiti hanno preso il timone della Chiesa, cit. 49. GIOVANNI CANTONI, L'anti-integrismo come “dis-integrazione” della Fede. Il contributo de “La Civiltà Cattolica” al

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“compromesso culturale”, in «Cristianità», n. 37, 1978. 50. BARTOLOMEO SORGE SJ, GIUSEPPE DE ROSA SJ, Fede cristiana ed integrismo, in «La Civiltà Cattolica», anno 129 n. 3064, (182-1978), p. 316-324. 51. Le elezioni si erano tenute nel 1977 (11 e 12 dicembre); gli articoli di Paese sera erano apparsi nel 1978 (5 e 18 gennaio, 8 febbraio). 52. Ivi, p. 316. 53. Ivi, p. 318. 54. Ivi, p. 320. 55. Ivi, p. 321. 56. Ivi, p. 322. 57. Ivi, p. 323 58. Arcivescovo di Milano (1979-2002), Cardinale dal 1983, Presidente del Consiglio delle Conferenze dei vescovi d'Europa (19861993). 59. Attenzione: non cattedra per i non credenti (volta alla conversione di essi), ma dei non credenti, chiamati a pontificare, se non a convertire (o pervertire) i cattolici. Le lezioni introduttive di Martini alla “Cattedra” sono state pubblicate (Le cattedre dei non credenti, Bompiani, Milano 2015) come primo volume della sua opera omnia e con una prefazione firmata da Bergoglio, che non lesina elogi al suo mentore: «La sua vita, le sue opere e le sue parole hanno infuso speranza e sostenuto molte persone nel loro cammino di ricerca». 60. In Colloqui notturni a Gerusalemme. Sul rischio della fede (Mondadori, Milano 2008), «Martini definisce Lutero, che nella storia della Chiesa è stato una delle più tragiche calamità, come “il più grande riformatore”. Poi aggiunge che a Lutero “l'amore per le Sacre Scritture ispirò buone idee” (testuale!) e pur ritenendo “problematico” il fatto che Lutero abbia “tratto da riforme e ideali necessari un sistema proprio”, tuttavia Martini afferma che la Chiesa contemporanea “se ne è lasciata ispirare per dar corso al processo di rinnovamento del Concilio Vaticano II, dischiudendo per la prima volta ai cattolici il tesoro della Bibbia su basi più larghe”» ANTONIO SOCCI, Da Martin Lutero a “Martini Lutero”, in Libero, 21 maggio 2008. Notevole la sottolineatura del rapporto tra Lutero e Vaticano II… 61. Il 7 dicembre 1990, cioè nella ricorrenza di Sant'Ambrogio, protettore di Milano, predicò la necessitò di dialogare con l'islam e di favorire l'integrazione con gli immigrati di fede islamica, 62. JÜRGEN METTEPENNINGEN, KARIM SCHELKENS, Godfried Danneels. Biografie, Uitgeverij Polis, Antwerpen 2015

NOTA DELL’EDITORE: Il presente studio è un’anteprima del testo che verrà pubblicato il prossimo ottobre dalla rivista on-line: "Veritatis Diaconia" (http://www.samnium.org/veritatis-diaconia).


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APPELLO AI RARI NANTES IN GURGITE VASTO

L'articolo solitamente redatto per la rubrica "Visioni Europee", per gentile concessione del Direttore Angelo Romano, in questo numero di "CONFINI" viene sostituito con un appello rivolto a tutti i lettori, a prescindere dall'esplicito riferimento insito nel titolo, che intende solo caratterizzarne la particolarità: è comunque un appello destinato, per la sua natura intrinseca, solo a chi risponda a determinate caratteristiche, a cominciare dalla convinta vocazione europeista. L'autore dell'appello, pertanto, non scrive nella sua veste di redattore, bensì quale fondatore e responsabile del Movimento "Europa Nazione". (www.europanazione.eu) Lo scopo precipuo è proteso a una più efficace divulgazione dei propositi del Movimento, a raccogliere le istanze di chi li condivida, a organizzare una convention a Roma, a verificare se il Movimento possa realmente offrire un approdo gradito alle tante persone che si sentano naufraghi nell'attuale scenario politico-sociale, non riconoscendosi in nessuno dei soggetti agenti. PRODROMI Europa Nazione nasce nel marzo del 2013. Nei mesi precedenti, dopo ventotto anni di volontario esilio dall'attività politica, per mancanza di riferimenti meritevoli di considerazione (non è degna di nota la breve parentesi del 1993, quando contribuii alla fondazione di Forza Italia, per poi rendermi conto ben presto dell'errore commesso), presi atto che le tante persone confluite nel partito "Futuro e Libertà", con il gesto di ribellione a un sistema marcio fino al midollo, recuperando un singulto di dignità, potevano essere perdonate per i tanti errori commessi e aiutate a ricostruire un paese in macerie. Senza indugio alcuno, pertanto, mi candidai alla Camera dei Deputati. E' inutile ribadire ciò che è accaduto. Dall'analisi del voto, come a tutti noto, venne fuori il grave malcontento che pervadeva la stragrande maggioranza dei cittadini. 11.634.228 italiani rinunciarono al loro diritto di elettorato attivo; 1.660.450 votanti non espressero alcuna preferenza; 8.691.406 coloro che, provenienti da aree eterogenee, si rivolsero speranzosi a un esercito di nuove leve della politica, che egregiamente incarnavano il disagio generale. Gli altri, quasi venti milioni, si divisero tra i due più grandi cartelli elettorali. Anche tra loro, però, in tanti si pentiranno amaramente di quel voto. Non fanno testo, ovviamente, coloro che hanno votato per gli uni o per gli altri in ossequio solo alla "cattiva coscienza", rendendosi complici consapevoli della malapolitica. Il resto è cronaca di oggi. Angosciante cronaca.

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E' inutile farsi illusioni e del terribile cul-de-sac nel quale ci troviamo parlo diffusamente nell'articolo dedicato al tema del mese. Occorreranno decenni, forse, prima che albe diverse possano dipanarsi all'orizzonte. Il paese è allo sfascio perché è la cosiddetta società civile, in primis, a essere infetta. Una infezione che rende la vita sempre più difficile a coloro che sono ancora immuni da ogni contaminazione. L'APPELLO E' proprio a questi ultimi, pertanto, che mi rivolgo in primis. EUROPA NAZIONE, che incarna istanze e princìpi ai quali ho dedicato l'intera mia vita, vorrebbe trasformare "l'isola che non c'è" in un luogo popolato da persone con idem sentire, oneste, capaci, con altissimo profilo eticomorale, non rassegnate e desiderose non solo di manifestare il proprio sdegno e il proprio disgusto per la mediocrità dilagante e per tutto il resto, ma di proporre alternative concrete e credibili. Proviamo a sorriderci l'un l'altro, a darci reciproco coraggio, a confrontarci, a contarci. "Stringiamci a coorte". So bene che non saremo milioni, ma di sicuro saremo quanto di meglio, oggi, possa esprimere la società, essendo tutto il resto fuffa, tanto per utilizzare un eufemismo che intende racchiudere almeno cento termini. Non vi è bisogno, in questo appello, di roboanti declamazioni programmatiche. Chi soffra una condizione di disagio e di disgusto e si veda costretto a cambiare canale televisivo ogni volta che gli attuali protagonisti della politica ciarlino, per evitare i conati di vomito, deve solo decidere se valga la pena rimboccarsi le maniche e mettersi (o rimettersi) in gioco per offrire, con il proprio esempio, uno stimolo a chi, purtroppo, in giro vede solo piattume. INSIEME SI PUO' L'idea di massima è quella di organizzare una prima convention, a Roma, in un week-end di fine aprile, dal venerdì alla domenica, riservata a coloro che risponderanno a questo appello. Nel corso della convention sarà elaborato, con il contributo di tutti, il manifesto propositivo. Chi lo desideri, pertanto, potrà scrivere a president@europanazione.eu esprimendo le proprie considerazioni e allegando il curriculum vitae. Poi, se son rose fioriranno e il resto verrà da sé. Lino Lavorgna


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AD APOLLO PREFERISCO DIONISO Non c'è che dire. La rivista nella sua edizione è arrivata al 50° numero. Non è poco e non è da tutti editare unicamente sul web un periodico cultural-politico per oltre quattro anni e con un numero rilevante di pagine trovando, peraltro, non solo perduranti, validi, collaboratori (immodestamente, mi annovero tra questi) ma riuscendo anche ad ospitare illustri personaggi che non hanno disdegnato il sapore semplice e genuino del foglio nel rappresentare il loro pensiero. No. Non è poco e non è da tutti. E di questo dobbiamo congratularci con noi stessi per essere riusciti (quasi sempre) sia ad essere sulla palla, come si suol dire, nonostante la periodicità mensile, sia ad affrontare temi di prospettiva per fornire (almeno a noi stessi) un'alternativa al piattume intellettuale che ci circonda. Al tempo stesso, non è poco e non è da tutti acquisire e man-tenere oltre dodicimila destinatari che ricevono (e, in caso di ritardo, sollecitano) la rivista; e di ciò va dato unicamente merito al suo ideatore, al suo direttore, al suo capo-redattore, funzioni tutte rivestite dall'amico Angelo, che attraverso il suo acume editoriale, la sapiente delineazione dei temi proposti, i suoi scritti nonché la sua capacità di tessere e mantenere rapporti, è riuscito a dare valida ed efficace forma e sostanza ad un prodotto, tutto sommato, virtuale. Ma, dopo tanto impegno profuso nel lustro appena trascorso, occorre, a mio sommesso avviso, avviare una riflessione. Nell'VIII canto dell'Inferno1, Dante e Virgilio salgono sull'imbarcazione di Flegiàs per essere condotti, attraverso la palude dello Stige, verso le mura della città di Dite. Siamo nel girone degli iracondi e degli eresiarchi. Mentre stanno attraversando la palude, Dante viene apostrofato da un'anima che si aggrappa al bordo della barca e chiede l'identità del poeta avendo intuito la natura tutta eccezionale del trasporto: la barca affonda nell'acqua più del solito e l'anima ha capito che contiene un vivo (che giunge nell'inferno prima del tempo). “Mentre noi corravam la morta gora, dinanzi mi si fece un pien di fango, e disse: "Chi se' tu che vieni anzi ora?" Una gora, cioè una parte d'acqua tratta a forza dal corso di un fiume, morta, cioè "cioè non moventisi con alcun corso", specificò Boccaccio nel suo Commento alla Divina Commedia: un po' come la politica italiana. Nel senso che, da oltre venticinque anni, la politik? ha perso il suo significato originario insieme alla sottintesa téchnç, l'arte e la tecnica; tratta a forza da grandi

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bacini e tramutata in piccoli e raminghi rivi, dopo un percorso più o meno lungo, scompare. Un po' come quei fiumi i quali anziché sfociare in mare, svaniscono nel deserto lasciando, tutt'al più, delle pozze stagnanti. Agli inizi, per un po', abbiamo provato (artigianalmente) a vedere se quei fiumi avessero assunto caratteristiche carsiche; la speranza era di riuscire a ritrovare la vena e seguirla fino all'approdo in superfice, sia pur a lunghissime distanze. Però, abbiamo dovuto costatare che quei fiumi erano definitivamente scomparsi, tranne le pozzanghere acquitrinose di superficie. E in quelle pozze abbiamo anche provato a navigarci ma, al pari di Dante (Dio perdoni l'accostamento), la nostra "barca" è stata approcciata da spiriti infernali imbrattati di fango, 2 come li definisce Anna Maria Chiavacci Leonardi nel suo commento alla Commedia , che nel pur loro stringato interloquire, hanno racchiuso e racchiudono una laconica aggressività. "Chi se' tu che vieni anzi ora?" Ma, all'approccio, a differenza di Dante, non abbiamo risposto con analoga aggressività bensì con vana, inutile, disponibilità. E, alla fine, come il Sommo, abbiamo dovuto lasciare le anime morte (è bandito ogni sapore tautologico) ad azzuffarsi tra loro; un contesto iracondo, quello della Commedia, dove primeggia Filippo Argenti che addirittura arriva a sbranarsi da solo: "Quei fu al mondo persona orgogliosa; bontà non è che sua memoria fregi: così s'è l'ombra sua qui furiosa." Orgogliosa sta per boriosa. Eh sì! A distanza di settecento anni, si può ancora notare la efficace lucidità del grande Poeta che riprende a navigare commentando quanto ha appena lasciato: "Quanti sì tegnon or là su gran regi Che qui staranno come porci in braco Di sé lasciando orribili dispregi" Già. Quanti si credono al di sopra di tutti non sono altro che porci nella melma che lasciano dietro di loro solo il ricordo di azioni degne di disprezzo. Ma sì, andiamo. Basta navigare. Arrivare alle mura di Dite non mi interessa né, tantomeno, giungere al Cocito per risalire. E l'unico desiderio che al momento avverto imperioso è quello di passare dal pertugio tondo e uscire a riveder le stelle. Ci siamo affannati (leggi divertiti, nel più nobile dei significati) a criticare in via costruttiva, a segnalare, a proporre in alternativa ma, va detto, oltre che a motivare entusiasti collaboratori ed a sommare affezionati lettori, l'impegno di scrivere e leggere oltre non va. Sto pensando di smettere di partecipare al gioco della rivista? Ma neanche per sogno. Del resto, dove trovare un'altra ricreazione simile? In nessun dove. Infatti, oggi, la tarda modernità del XX secolo ha assunto ogni espressione ludica e l'ha riformulata secondo criteri organizzativi, razionalistici, efficientisti, economici, rivestendo il tutto con "l'etica della produzione e del consumo". Così, la dimensione festosa e gratuita del gioco ha perso la sua funzione di attività facilitatrice di sviluppo per diventare, bene che vada, agente ipertrofico e settorializzante. Quindi, no: non intendo lasciare un così incentivante, stimolante gioco che ha il nome di Confini e


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finché avrà vita io ne sarò, col beneplacito dell'editore, leale, affezionata, collaboratrice. Del resto, io che non ho mai amato Nietzsche, a differenza di tante amiche e amici della vecchia destra, mi ritrovo nel tramonto della mia vita a condivi-derne le riflessioni. Intanto, ho scoperto che l'insofferenza verso il filosofo non era data da altro se non dal mio pensare e agire, perfettamente sovrap-ponibili alle teorie nicciane. Un po' come la convivenza tra due soggetti dallo stesso carattere che finiscono per odiarsi. Una situazione, peraltro, aggravata da un contesto operativo fatto di "certezze", parole d'ordine, idee-forza, paradossali in uno scenario dove secondo il filosofo necessita il Caos. E, peraltro, anch'io, da giovane, nonostante la mia prodigiosa (eh! eh!) memoria, sono assurdamente caduta in quel contesto che proprio Nietzsche, tanto amato dal mondo della "liberale" destra, nella sua opera "Umano, troppo umano" dedicata a Voltaire così descrive: "il vantaggio della cattiva memoria è che si godono parecchie volte le stesse cose per la prima volta.3". Ma, come detto, ero giovane e credevo; e l'artificiosa convinzione faceva premio sull'interiore pulsione di abbattere idoli e tabù. Eh! ma ora sono anziana e, libera da convenzioni, mi accorgo che Dio è veramente morto perché non esiste alcuna certezza, alcuna filosofia sistematica, razionale e certa, alcuna dottrina religiosa e pensiero, utili per vivere dal momento che siamo stati privati di ogni speranza idealistica e di ogni spinta emotiva, sia pur utopistica. Quindi, siamo al Caos ma è proprio da questa condizione (ho scoperto in ritardo) che occorre partire perché essa è una condizione dell'anima, una versione del nostro mondo interiore, è arte, passione, sofferenza, follia, un moto continuo e affascinante che determina il ritmo con il quale scegliamo di essere presenti a noi stessi. In sostanza, il caos è l'unica, esatta essenza in grado di partorire le stelle danzanti. Il bambino che gioca è una stella danzante perché, inconsapevole della sua grandezza interiore, unica e irripetibile (come una stella) è colui che insegue la (sua) verità, è il filosofo, è il viandante, il coraggioso, è colui che va oltre le convenzioni, le tradizioni, la morale i dogmi precostituiti, i pregiudizi. Carl Gustav Jung sintetizza meravigliosamente bene una simile condizione: "Accettai 4 il caos, e la notte seguente l'anima mia mi visitò. " Già, perché l'anima, intesa come coscienza, la possiamo paragonare agli storni che volano disegnando forme, restringendosi e di-latandosi, assumendo strane figure, o ad un branco di pesci che formano un'unica palla che però si srotola, si accartoccia e si allunga secondo le esigenze del momento. Analogamente i nostri neuroni sembrano danzare in bizzarre e mutevoli immagini: una danza ritmica, sincrona ma variabile, di scariche e oscillazioni. Così, i micro-eventi danzanti creano un fenomeno unificato: la nostra coscienza, appunto. Ed è, quindi, secondo la mia caotica, danzante coscienza che qui affermo che non si può continuare a portare, sia pur involontariamente, acqua ad una sedicente destra o ad aspettare che un ciuco diventi un bel giovane e ciò in quanto l'unico che è riuscito nel prodigio, comunque grazie alla deità, è un tal 5 Apuleio . A mo' di metafora, ben inteso (la realtà è onestamente diversa). Peraltro, non c'è neppure speranza che la metafora solleciti una nuova realtà perché i ciuchi non sanno cosa significhi un percorso gnostico e, in ogni caso, oggi si sentono essi stessi dei.

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Questa non vuole minimamente essere una sollecitazione verso la direzione anche perché la rivista è libera (lo è sempre stata) da condizionamenti e lo era anche quando la sua intestazione poteva lasciare spazio ad un duplice significato. Ciò che invece voglio significare è l'auspicio che la rivista diventi un'agorà, un luogo d'incontro dove soggetti dalle più differenti esperienze e culture possano confrontarsi e dibattere sugli argomenti più disparati. È stata la marchesa di Rambouillet che, intorno al 1620, ha aperto per prima le porte della sua casa parigina a un gruppo di ospiti scelti per il puro piacere di ritrovarsi insieme, fissando così la forma archetipica del salotto e dettando le regole che avrebbero imposto la socievolezza aristocratica francese all' ammirazione dell'Europa intera. Erano regole di eleganza e di cortesia che dovevano stemperare la violenza di una casta e contrapporre alla logica della forza e alla brutalità degli istinti un'arte di stare insieme basata sulla seduzione e il piacere reciproco. Ma il gesto inaugurale della marchesa aveva anche un significato politico e si faceva interprete di un sentimento diffuso. Richiamata all'ordine da Richelieu, privata progressivamente della sua autonomia e del suo potere dal rafforzamento dell'autorità monarchica, la nobiltà francese prendeva così le distanze della corte, si dotava di uno spazio proprio, a metà strada tra la sfera pubblica e quella privata, dove essere felicemente sé stessa e perseguire uno stile di vita unico ed inimitabile. Rito centrale della nuova socievolezza era la conversazione. Analogamente, può essere per Confini dove dal confronto e dall'affinamento delle idee è lecito pensare che si possa esportare un nuovo modo di intendere e di agire. Roberta Forte

Note: 1. Vv 31-33 2. Letteratura Italiana Einaudi – Edizione di riferimento I Meridiani, I Edizione, Mondadori, Milano 1991 3. Friedrich Nietzsche – Umano, troppo umano – Ed. Adelphi – Volume primo – pos. 580 4. Carl Gustav Jung – Il libro rosso- Liber Novus – Ed. Bollati Boringhieri 2014 – pag. 297 5. Apuleio – Le metamorfosi


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C’E’ UN DOMANI PER CONFINI Intervengo sulla sollecitazione del "Che fare?", proposta dall'amico / direttore / editore Angelo Romano circa il destino di "Confini" all'alba del suo 51° numero. Cosa augurare a un padre per la sua creatura se non "lunga vita!"? Non è un formalistico auspicio ma un sincero pronostico per un prezioso strumento di riflessione. Già! Perché il compito principale a cui cerca di assolvere "Confini", informando, è quello di spingere il lettore a riflettere, che non è propriamente l'attività della nostra mente più frequentata di questi periodi. Non per fare i difficili ma nel tempo storico del Pensiero inscatolato nei 140 caratteri di un tweet, la soglia d'attenzione dell'uomo comune s'è abbassata vertiginosamente. Per taluni è un bene perché una società veloce - Zygmunt Bauman la chiamerebbe "liquida"- ha bisogno di pensieri "fast". E la riflessione per sua natura non è fast: è slow. Che, per gli odierni padroni del vapore della società globale, è sinonimo di vecchio, antiquato, superato, rottamabile. Tutto bene, allora, se non fosse per il fatto che questa vita accelerata, vuoi perché finisce per essere superficiale, vuoi perché quando passa lascia le cose peggiori di com'erano, non sta dando gran prova di sé. Sarà per questo che si rafforza il nocciolo duro di quelli che decidono di non starci e preferiscono esercitare il loro personalissimo diritto alla ribellione compiendo gesti eversivi. Niente di cruento o di penalmente rilevante, s'intende, ma piccoli, apparentemente irrilevanti, momenti rivoluzionari che presi singolarmente possono apparire più innocui del battito d'ali di una farfalla, ma se posti in relazione di continuità con infiniti altri singoli gesti formano una valanga, un sisma, un parossismo. Leggere e meditare su un articolo pubblicato da "Confini" rappresenta uno di quegli atti rivoluzionari che la mente di un individuo si concede nei momenti di libera uscita dal pascolo recintato del pensiero conformista. Questo è "Confini": un luogo corsaro dove si tentano liberi ragionamenti. Non importa se siano tutti e sempre di alta qualità: ciò che realmente conta e fa aggio è l'originalità, se si vuole: l'artigiana manualità, della costruzione personale di un'idea strutturata. Non è cosa da poco: è conservativamente rivoluzionaria. Il tempo storico che stiamo vivendo è attraversato da un'oscura perversione: le uniche élite legittimate a discutere della visione del mondo sono quelle matematiche, ingegneristiche e informatiche nel presupposto che siano le uniche in grado di innovare e di facilitare la vita delle masse di consumatori. Come se il destino del mondo dovesse risolversi in un algoritmo, come se lo spirito dell'uomo,

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unitamente allo Zeitgeist: lo "Spirito del Tempo", dovesse essere incapsulato in un microchip e il diritto all'utopia fosse diventato un appannaggio degli oligarchi della Silicon Valley. Non vi è dubbio che il linguaggio della Rete, con la globalizzazione, sia divenuto il canale privilegiato di comunicazione universale, ma non montiamoci la testa: non siamo al cospetto di Dio. Da sempre gli individui superiori hanno superato le barriere di spazio e di tempo comunicando tra loro mediante il linguaggio universale dei simboli. E hanno fatto di più: hanno costruito ponti di comunicazione utilizzando le più alte espressioni dello Spirito non necessariamente tributarie dei processi razionali. Ciò che certamente non hanno fatto è stato di confondere il mezzo con il fine, come sembra accadere oggi, e per questo non si sono perduti. L'essere fedeli ai paradigmi di una struttura solida della società, ancorata a valori etici perenni non negoziabili, ispirata da una dimensione metafisica degli archetipi costitutivi della natura umana dei superiori, configura non la rappresentazione di un vuoto passatismo ma la carica dirompente di una sano pensiero reazionario. Ora, chiedetevi in quanti altri posti e luoghi della comunità virtuale, comode sentine del mondo degli spiriti minori, è possibile leggere impunemente parole come "reazionario", "conservatore", "Tradizione"? Su "Confini" è accaduto e accade non per svista del correttore di bozze ma per chiara scelta editoriale. Non basta ciò per riconoscere nell'attitudine a rompere ogni schema conformista il potenziale rivoluzionario di uno spazio controcorrente? Libertà: questa è la chiave di tutto. Libertà di scrittura, libertà di pensiero, libertà di visione. Nessun intruppamento obbligatorio per essere vetrina di una parte a dispetto dell'altra. Si dirà: ma resta comunque un foglio della Destra. E con questo? Non è certo un crimine che compagni di strada di molte stagioni, che hanno guardato il mondo dal medesimo angolo visuale, si siano ritrovati a discutere e a pensare insieme. C'è stato un tempo in cui la chiamata alla difesa di valori comuni poteva dare senso a un intero percorso esistenziale e quel tempo alcuni di noi l'hanno vissuto. Con dignità e coraggio. E per certi aspetti continuano a vivere quella stagione come se la trincea dalla quale è passata la prima linea di difesa dell'antico ordine non fosse mai stata chiusa e occorresse ancora montare la guardia per il bene di ciò che resta. Tuttavia, il richiamo identitario non ha mai temuto la verifica del confronto con l'altrui visione del mondo. Al contrario, se un'infantile tentazione è rimasta viva nella coscienza del pensiero maturo della destra politica, non ibridata dal versante economicista-liberista della sua storia, è stata quella voglia ardimentosa di saltare sempre e comunque gli steccati. Tutto si può rimproverare all'essenza del militante di destra tranne che la cieca obbedienza all'ortodossia. Il tipo di destra è per sua natura eretico: dategli un credo e lui cercherà infiniti modi per declinarlo. Talvolta anche inconsapevolmente. Questo passaggio che evidenzia un'apparente devianza intellettuale lo spiega bene Roberta Forte nella sua poetica riflessione sul futuro di "Confini". Roberta che candidamente confessa di


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non aver mai amato Nietzsche, alla fine non resiste alla gioia di ricercare nietzschianamente nell'essenza feconda del Caos le "stelle danzanti", gli esseri completi portatori di verità che, come Zarathrusta, sanno tramontare. Perché mai si dovrebbe temere il confronto con un pensiero altro? Se c'è un luogo di autosufficienza immunitaria dalle paure di colonizzazione culturale questo è "Confini". Lo dicono i fatti. Lo testimoniano i profili biografici di alcuni tra i suoi più fecondi collaboratori. La continua emarginazione subìta dal pensiero di destra per mano della ferrea egemonia culturale del pensiero dominante non ha impedito, in passato, a menti sveglie di coltivare i propri furori creativi, con baldanzosa gioia e temeraria convinzione di marciare sul versante giusto della Storia. Portare con stupefacente fierezza lo stigma degli uomini tra le macerie, sopravvissuti indenni alla transizione del moderno, ha rafforzato la tempra degli spiriti fedeli all'antico ordine. Alcuni sono stati hobbit nella Terra di Mezzo ben prima che Tolkien diventasse un fumetto nelle spire manipolatrici dell'industria cinematografica. Evoliani, wagneriani, schimttiani, gentiliani, corporativisti, organicisti, integralisti, post-fascisti, perfino gramsciani di destra: non ci siamo fatti mancare nulla. Ma siamo sopravvissuti. E siamo ancora presenti, qui e ora, per stupire e stupirci. Cristofaro Sola

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DA VECCHIO, DICO LA MIA Rispondo all'invito dell'amico Angelo circa un eventuale, possibile nuovo indirizzo da dare alla rivista con l'intento di raggiungere altri stimolanti traguardi. Certo, arrivare al 50° numero, come dice Roberta Forte, non è poco e non è da tutti, soprattutto se consideriamo da un lato le modalità di edizione e dall'altro il numero dei nostri (affezionati, spero) lettori. Comunque, non accontentarsi, pensare di migliorarsi, ricercare nuove forme di approccio e di coinvolgimento, è veramente da pochi ed io mi onoro di appartenere a questa esigua minoranza. Del resto, questa è la connotazione e il modus operandi di tutte quelle iniziative che si assumono per il puro piacere di farlo, senza finalità di lucro e senza ulteriori interessi, da liberi in un Paese che lo è sempre meno perché vede assottigliarsi sempre più la possibilità di parlare e quella di spendere. Alla seconda carenza non saprei come sopperire ma, di solito, dove c'è libertà di espressione, dove il diritto di parola è rispettato, dove la minoranza non è una reietta, ci sono anche migliori strumenti di ripartizione del reddito, c'è più uguaglianza, lo Stato è meno esoso, le condizioni di lavoro sono meno opprimenti e la prestazione è meglio remunerata. Già, forse sarò un sognatore ma un mio vecchio maestro, tanto tempo, fa mi diceva che per procedere nella vita bisogna sognare. E, soprattutto, sognare in grande. Non a livello utopistico, beninteso. Non era un anziano rincoglionito e l'intelletto gli funzionava alla grande. Intendeva semplicemente dire che bisognava prefiggersi grandi, articolati obiettivi e, poi, cominciare a lavorare alacremente per conseguirli. Sicuramente, è impensabile raggiungerli nella totale loro interezza, - diceva - ma più grandi e articolati sono i sogni e maggiore sarà la parte realizzata. Ora, lungi da me impartire banali lezioni di vita o buttarla in spicciola filosofia ma in questo mondo sempre più condizionato cosa resta, soprattutto all'anziano, se non i sogni? E cosa impedisce, soprattutto all'anziano, oppresso dalle contingenze ma libero da convenzioni, di contribuire a ché emerga un diverso punto di vista dal logorroico piattume? Soltanto la voglia di farlo, soltanto la voglia di tornare a far lavorare la mente. Per tutta una serie di strane contingenze coincidenti, tanti anni addietro mi trovai ad avvicinare la figura di Walter Gropius e la sua realizzazione a Weimar nel 1919: la celebre Bauhaus. Pensate per un attimo a come poteva essere la vita nella Germania di Weimar in quel periodo: schiacciata dalle condizioni capestro della pace di Versailles imposte dal presidente americano Woodrow Wilson, alle quali Francia e Inghilterra furono costrette ad adeguarsi, la popolazione tedesca era sballottata tra un'inflazione (a volte giornaliera) a 3 cifre, un'economia al collasso, una


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disoccupazione paurosa e la politica che non riusciva a trovare una via d'uscita, dilaniata tra destra e sinistra. La Bauhaus, scuola di architettura, arte e design, e non solo, grazie anche ai suoi insegnanti di diverse nazionalità, divenne in breve tempo, elemento di primo piano della cultura europea e l'esperienza didattica della scuola influirà profondamente sull'insegnamento artistico e tecnico fino ad oggi. Gropius, al riguardo era solito dire: "Desidero che un giovane architetto sia capace di trovare in qualsiasi circostanza la sua strada; desidero che, traendolo dalle condizioni tecniche economiche e sociali nelle quali si trova a operare, egli crei, in piena indipendenza, forme autentiche, genuine, anziché imporre formule scolastiche a dati ambientali che possono esigere soluzioni del tutto diverse.". E, ancora. "Se dovessimo rifiutare del tutto il mondo che ci circonda, allora la sola soluzione resterebbe l'isola romantica. [...] un mal compreso ritorno alla natura rousseauiano. Ma se invece vogliamo rimanere in questo mondo, allora le forme delle nostre creazioni assumeranno (devono assumere) ancor di più il suo (loro) ritmo.". Nel senso che oggi la politica, soprattutto nazionale, divisa tra il qualunquismo di centro-destra, il retorico intellettualismo etico del centro-sinistra e il nulla, si avvale in maniera sempre più ricorrente di formule dichiarate salvifiche di situazioni che in altri Paesi hanno creato dissesti sociali ed enormi sperequazioni. Non sarà opera da poco e non sarà immediato l'esito, ma un nostro impegno potrebbe essere la voce fuori dal coro della retorica qualunquista e demagoga. Potrebbe essere un veicolo d'idee, una (modesta??) cassa di risonanza, un casareccio amplificatore. Per cui, se da un lato concordo con Roberta circa la "trasformazione" in agorà della rivista, dall'altro mi sento di aggiungere una nota. Dinnanzi a temi importanti, coinvolgenti la collettività, dopo averle dibattute, perché non pensare di formulare istanze, aperte al generale contributo e alla comune sottoscrizione, da indirizzare agli architetti designati proprio per la ricerca di quella autenticità, originalità e genuinità? Non mi rivolgo, ovviamente soltanto ai vecchi ma anche a coloro che, seppur giovani, rifiutano l'omologazione culturale e hanno voglia di pensare e di parlare. Quello che posso dire in aggiunta è che non so se verremmo ascoltati ma, in ogni caso, sarà un modo per battere un colpo. Il che non è certo poco. Massimo Sergenti

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Confini Idee & oltre

Penetrare nel cuore del millennio e presagirne gli assetti. Spingere il pensiero ad esplorare le zone di confine tra il noto e l’ignoto, là dove si forma il Futuro. Andare oltre le “Colonne d’Ercole” dei sistemi conosciuti, distillare idee e soluzioni nuove. Questo e altro è “Confini”

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