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Web-magazine di prospezione sul futuro

Confini

Idee & oltre

Raccolta n. 48 Ottobre 2016

VOGLIA DI PARTITO


www.confini.org

Confini Webmagazine di prospezione sul futuro Organo dell’Associazione Culturale “Confini” Raccolta n. 48 - Ottobre 2016 Anno XIX

+ Direttore e fondatore: Angelo Romano +

Condirettori: Massimo Sergenti - Cristofaro Sola +

Hanno collaborato: Pietro Angeleri Gianni Falcone Roberta Forte Lino Lavorgna Enrico Oliari Gustavo Peri Angelo Romano Gianfredo Ruggiero Massimo Sergenti Cristofaro Sola Antonello Tolve Marianne Wild

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Segreteria: confiniorg@gmail.com

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RISO AMARO

Per gentile concessione di Gianni Falcone

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EDITORIALE

PARTITO CERCASI RILANCIARE L’IDEA DI PARTITO Avevo 13 anni, la prima volta che misi piede in una sezione di partito: il Movimento Sociale Italiano. Fui accolto dal Segretario giovanile, uno studente universitario, che mi presentò al Segretario della Sezione Vomero di Napoli: un colonnello in pensione. Insieme mi spiegarono cosa significava iscriversi e militare. La sede era frequentata da numerosi giovani ed altrettanti adulti. L'atmosfera era piacevole, "cameratesca", le relazioni semplici, i comportamenti affabili. E poi c'era anche un "bigliardino" a gettoni, per l'autofinanziamento. L'esperienza mi piacque e decisi di iscrivermi e frequentare. All'epoca avevo solo una coscienza "pre-politica" fatta di racconti familiari, di qualche confronto a scuola, di televisione che ammanniva film dove i partigiani erano sempre valorosi e santi e gli altri (tedeschi e fascisti), immancabilmente, delle vituperabili quanto ottuse carogne. Forse fu proprio questo a farmi chiedere come fosse mai possibile che il male era solo e tutto da una sola parte. La scelta di frequentare il "Partito" fu fondamentale per la mia formazione. Gli adulti raccontavano storie di vita vissuta e le tramandavano ai più giovani con i quali si confrontavano, erano testimoni sinceri e maestri attendibili, non predicavano l'odio civile, il rancore, l'invidia, solo l'amor di patria e valori quali onore, lealtà, coraggio, fedeltà. Noi giovani confrontavamo i nostri sogni, condividevamo speranze e nozioni, spesso discutendo fino all'alba, scherzavamo e cantavamo i tanti inni imparati a memoria e ci allenavamo al confronto, anche duro a volte, con chi non la pensava come noi. Ma l'aspetto più significativo era che ci abituavamo a ragionare in termini di interesse generale, a immaginare soluzioni ai problemi di tutti, ad ipotizzare i cambiamenti e a sondare il futuro. Il partito era, allora, palestra di vita, intergenerazionale ed interclassista, e rete solidale. Il posto dove l'amicizia diventava inossidabile e l'apprendere un diletto. E ciò valeva, mutatis mutandis, per tutti i partiti: di destra, di centro, di sinistra. C'erano passione e partecipazione, in particolare nelle organizzazioni giovanili. Nelle "alte sfere" dei partiti, forse, c'era anche allora una certa qual dose di cinismo, di opportunismo, di carrierismo, tuttavia per ascendere occorreva meritare, non era sufficiente la sola fedeltà. Con l'irridente 1968 ed i successivi "anni di piombo" tutto si è appannato, incattivito, standardizzato e "mediocrizzato". E' poi balzato prepotente sulla scena il “Mercato", suprema entità regolatrice delle esistenze. Le persone sono diventate consumatori, le spinte ideali sono diventate il "mercato del consenso" la politica è diventata una professione "illiberale" e i partiti si


EDITORIALE

PARTITO CERCASI

sono trasformati in holding tentacolari e voraci, finché il "tintinnio di manette" non ne ha determinato la dissoluzione, tanto erano marciti dall'interno. Sono poi arrivati, specchio della "società liquida", i partiti liquidi, all'americana. Poco più di eterogenei cartelli elettorali alla parossistica ricerca di leadership unificanti. Partiti dove il massimo del merito, per un giovane, era quello di aver fatto il "buttadentro" in discoteca ed essere telegenico e di bella presenza per uno che aspirasse alla carriera politica, l'eventuale possesso di materia grigia era una sorta di handicap perché il monopolio del pensiero era prerogativa del "leader". I soli premi possibili sono diventati quelli "fedeltà", mai quelli "qualità". E la politica è andata in "liquidazione". Il campo è stato libero per gli imbonitori e i venditori di fumo e di pentole. La gente, sempre più scettica, disaffezionata e arrabbiata, si è ritirata nel privato e rifugiata nell'astensione, "politico" è diventato una sorta di marchio di infamia o un sinonimo di privilegio immeritato. Mentre la rabbia ha preso a sospingere i "Masaniello", che sempre più numerosi si affacciano sulla scena della vita pubblica. Un giovane d'oggi, anche solo curioso verso la vita pubblica, non ha strade da percorrere, approcci ed approdi possibili. Non lo aiuta la scuola, non i cosiddetti partiti con le loro classi dirigenti scadenti e sempiterne, non aduse all'ascolto e avvezze ad usare le persone, più che ad indicare mete possibili, orizzonti desiderabili. Resta l'approccio all'associazionismo che, per quanto utile e interessante, non è politico in senso stretto o alle lobby, deputate alla tutela di interessi più o meno trasparenti. Eppure, secondo il dettato costituzionale: "Tutti i cittadini hanno il diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale", sono quindi i partiti i soli luoghi deputati alla politica, i soli strumenti legali di cui i cittadini organizzati possono avvalersi per concorrere a determinare il corso della vita pubblica. Questo è il punto da cui ripartire per ricostruire la "Politica", restituendole la credibilità e la dignità che merita. Occorre rilanciare l'idea di partito. Andrebbero immaginate e promosse delle entità nuove che abbiano ben presente ciò che è stato, nel bene e nel male, conformate a valori e a regole in grado di garantire la meritocrazia, la trasparenza, la partecipazione, il ricambio, l'ascolto, l'attenzione per l'altro, il mutuo sostegno ed all'interno delle quali sia possibile il confronto, sia praticato il rispetto, sia bandita ogni forma di "rottamazione", siano favorite la curiosità intellettuale, la cultura, la scienza e l'attenzione ai problemi ed ai bisogni delle persone, sia stimolata l'attitudine alla soluzione dei problemi della nazione in un'ottica prospettica, dove il leader sia primo tra pari in forza dell'esempio che incarna e dove sia reso impossibile l'annidarsi in una poltrona e le sole "correnti" possibili siano quelle del pensiero. Se i cittadini vorranno provarci, a partire da minoranze attive, se vorranno impegnarsi piuttosto che rifugiarsi nel disinteresse e nell'astensione, allora potrà risorgere "la Politica" e con essa la speranza nel futuro. Angelo Romano

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SCENARI

VOGLIA DI PARTITO Sì. In effetti, una certa voglia di partito l'avverto davvero. Sicuramente per senilità precoce e, comunque, non certo per praticare quell'agone che tanto mi ha fatto sognare e tanto mi ha fatto dannare al punto da farmene completamente distaccare. No. Percepisco questa voglia più come ordine, come razionalità, come competizione, come stimolo a fare, come misura di capacità e di legittime, sane ambizioni; in sostanza, come una palestra per affrontare la vita, come elevazione spirituale, come accrescimento culturale; e il che non è poco se poi ci aggiungiamo che tutto ciò dovrebbe essere a favore di una comunità, locale o nazionale che sia. Certo, mi rendo conto che il vecchio MSI non è che consentisse tutte le pratiche citate e rispondesse a tutte le attese elencate ma non c'è dubbio che, a fronte dell'idea della quale era portatore, rappresentasse almeno quel contesto "cameratesco" (accidenti alla degenerazione delle accezioni) dove un giovane, esortato dall'esempio degli anziani e ad essi legato da un rapporto intergenerazionale di apprendimento, ancora capace di ascoltare, potesse dimostrare la propria intraprendenza, animato da un convincimento, per quanto un po' ruvido e approssimativo. L'idea. Certo, l'idea, tradotta in ideale, incentrata (per dirla in breve) sulla difesa dell'identità nazionale, sul concetto di famiglia, sull'amore per la Patria, sulle difese sociali, era la molla che muoveva quel mondo, in contrasto con "ideali" diametralmente opposti: una universalità indistinta, in sostanza una generale omologazione, una collettività dove la donna era intesa come fattrice manco fosse solo una vacca, la realizzazione della classe mondiale dei lavoratori che sarebbe dovuta divenire utopistica animatrice di una rivoluzione planetaria e, in nome di un interesse superiore, l'affermazione dello stakanovismo, paradossalmente frutto di alienazione e di costrizione, che avrebbe dovuto fornire l'esempio di dovere ai lavoratori. Eppure, anche i giovani comunisti erano convinti e si impegnavano perché la dottrina della quale erano portatori alla fine si affermasse sulle altre. Quest'ultimi, peraltro, erano un po' meglio indottrinati perché i più meritevoli erano ammessi a frequentare la mitica Scuola centrale delle Frattocchie, l'istituto di studi comunisti, fondata del '44, inizialmente chiamata "Scuola centrale quadri "Andrej Aleksandrovi? Ždanov" e, in seguito, "Istituto di studi comunisti Palmiro Togliatti". L'Istituto provvedeva alla formazione politica e ideologica dei quadri e dei dirigenti centrali e federali e forniva loro differenti tipi di acculturazione in coerenza con la struttura piramidale di quel Partito. A latere, va detto, ad onor del vero, che tutti i dirigenti del vecchio PCI e buona parte dell'attuale PD, almeno quelli più anziani, provengono da quella scuola.


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Nondimeno, nonostante la diversità culturale e la quantità formativa, ci fu un momento nel '68, in coincidenza con le effervescenze universitarie e del mondo del lavoro, dove un gruppo di giovani del FUAN chiamato "La Caravella", assieme a studenti di Avanguardia Nazionale, di Primula Goliardica e di altri gruppi di destra, fraternizzò con gruppi della sinistra, parlamentare e extra-parlamentare, che avevano occupato la facoltà di giurisprudenza; un'iniziativa violentemente sconfessata dai vertici del MSI e del PCI che obbligarono forzatamente i rispettivi adepti ad abbandonarla. Chissà cosa sarebbe accaduto se quell'iniziativa non fosse stata stoppata e, in conseguenza, chissà quale piega avrebbero preso le vicende patrie ma, prendendo a prestito dall'autore di una Storia Infinita, Michael Ende, questa è un'altra storia. In ogni caso le pulsioni intellettuali e politiche non mancavano, vuoi per formazione scientifica, vuoi per formazione spontanea e, soprattutto non mancava la facoltà e la possibilità di essere critici, sia a destra che a sinistra, senza incappare nel reato di lesa maestà. Tutti noi abbiamo almeno notizia del fenomeno del '68, passato attraverso la contestazione studentesca e operaia: un evento che ancor oggi viene esaminato sotto il piano politico, sociologico e perfino antropologico. Quarantasei anni fa, a caldo, tentò di farlo uno fra i più lucidi intellettuali di destra, Adriano Romualdi, figlio (si pensi) del presidente del MSI Pino Romualdi, attraverso un'analisi approfondita della contestazione studentesca per cercare di chiarire perché la rivolta giovanile, oltre che per motivi contingenti, si era orientata definitivamente a sinistra. Romualdi, innanzitutto, sostenne che la protesta studentesca, oltre che essere la risultante dei guasti prodotti dal consumismo e dall'americanismo, rappresentava la "rivolta dei capelloni, degli zozzoni, dei bolscevichi da salotto, di una gioventù che, più che bruciata, si potrebbe definire stravaccata". Attraverso quella provocazione, in realtà, intendeva muovere un pesante atto d'accusa, rivolto da destra, al ruolo svolto fino a quel momento dal MSI. Il movimento studentesco così povero di riferimenti culturali, a parere di Romualdi, era stato capitalizzato dalla sinistra perché la destra aveva scelto di praticare un "perbenismo imbecille", fondato sulla garanzia "sicuramente nazionale, sicuramente cattolica, sicuramente antimarxista", delegando ad altri la bandiera della protesta e della rivolta contro l'ordine borghese. Come mai una "rivoluzione" - scriveva - così sfacciatamente inautentica è riuscita a imporsi alla gioventù, e non solo a quella più conformista, ma anche a quella più energica e fantasiosa? La risposta è semplice: perché dall'altra parte non esisteva più nulla. Seppellita sotto un cumulo di qualunquismo borghese e patriottardo […] la destra non aveva più una parola d'ordine da dare alla gioventù […]. In un'epoca di crescente eccitazione dei giovani, essa diceva loro "statevi buoni" […]. Fossilizzata nelle trincee di retroguardia del patriottismo borghese, le organizzazioni giovanili ufficiali vegetavano senza più contatto alcuno col mondo delle idee, della cultura, della storia. È bastato un soffio di vento a spazzare questo immobilismo che voleva esser furbesco, ma era soltanto cretino. Bastarono le prime occupazioni per comprendere che dall'altra parte quella della destra - non c'era più nulla […]. Quando le bandiere rosse sventolarono in quelle

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università […] molti guardarono a destra, attesero un segno. Ma il segno non venne […]. Maturata nei corridoi di partito, in un clima furbesco e procacciatore, la cosiddetta classe dirigente giovanile (di destra) non aveva assolutamente niente da dire di fronte alla formidabile offensiva ideologica delle sinistre. Ne era semplicemente spazzata via. Mentre le sinistre, con una rete di circoli politici e culturali, avevano agitato "tutta una serie di temi rivoluzionari", la gioventù di destra era stata "castigata" a "montar la guardia al "dio-patriafamiglia"". Scusate se è poco, per giunta con un padre presidente del partito e con un segretario come Giorgio Almirante. Ma, del resto, la percezione dell'esistenza di un'anima non necessariamente di sinistra della contestazione giovanile era già emersa all'interno dell'ambiente culturale di destra. Basti pensare che nel febbraio del 1968, in contemporanea con quegli eventi, uscì nelle librerie L'arco e la clava, una nuova opera di Julius Evola, uno degli autori più letti all'interno dell'ambiente della destra giovanile missina; un'opera al cui interno appariva un saggio di estrema attualità: La gioventù, i beats e gli anarchici di destra. Il libro di Evola, che tra l'altro si esaurì nell'arco di pochi mesi, sembrò appunto segnalare che quelle rivolte giovanili non erano politicamente orientate, ma rispondevano a veri e propri motivi generazionali. Infatti, anche se non sono da trascurare altri aspetti, quali ad esempio la particolare situazione politica e sociale dell'Italia di quegli anni e gli influssi di eventi internazionali, l'elemento generazionale rappresentò un dato insopprimibile che fece da collante intanto alla protesta studentesca perché i giovani di ambedue i versanti della contestazione erano persone che avevano approssimativamente la stessa "età storica" e che avevano condiviso le stesse ansie, le audacia temeraria igiene spirituale stesse paure e le stesse esperienze. Essi intendevano creare ed affermare con forza un nuovo mondo legato agli stili di vita, ai costumi e alle abitudini ed erano i "figli del miracolo economico", i figli di una società che, nonostante la prosperità, stentava ancora a mutare; quei giovani, spinti da idee che contemplavano un mondo civile finalmente pervenuto all'età del benessere, coltivavano la speranza che esso avrebbe potuto diventare un patrimonio comune, senza esclusioni e discriminazioni. Ora, che mancasse la formazione all'interno dell'allora mondo di destra è un fatto noto: i giovani di quell'area, sia pur dotati della cultura dell'ascolto e nonostante i profondi mutamenti internazionali, economici e sociali, fino al 1972, dovettero fare gli autodidatta: in quell'anno, infatti, nacque l'Istituto di studi corporativi affidato all'economista Gaetano Rasi. Quell'istituto, peraltro, avrebbe dovuto rappresentare il punto di riferimento di studi e di strategia della politica economica del Msi, muovendo dal corporativismo ma giungendo a ipotizzare soluzioni partecipative, in sintonia con l'evoluzione della società. In realtà, quell'istituto, in coerenza con l'individualismo più sfrenato che ha sempre caratterizzato il mondo della destra, rappresentò poco più che un riferimento per vecchi nostalgici, nonostante l'intensa e profonda attività divulgativa alla quale dette luogo. Per inciso, un esempio di dedizione e d'impegno, almeno da parte di Rasi e di pochi collaboratori, durato esattamente un ventennio, neppure paragonabile comunque, in termini di passionale


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seppur scarna partecipazione, al successivo tentativo di AN di mettere in piedi una scuola di partito affidata all'esimio prof. Gianfranco Legittimo: non ricordo esattamente quanti corsi tenne ma sono pronto a scommettere che, a differenza della Scuola Centrale Quadri del vecchio PCI, neppure un dirigente di AN ha mai partecipato a corsi di formazione. Ma, come dicevamo, anche questa è un'altra storia. Eppure, nonostante le carenze del vecchio Movimento Sociale, non c'è dubbio che all'interno di quel partito sia coesistito lo scontro e il dialogo, (vedasi tra tutti la pertinace contesa tra Rauti e Almirante) senza ostracismi né derisioni di sorta, tipici dell'oggi, e che Giorgio Almirante, al di là dei vari punti di vista, sia stato un grande segretario che, tra mille problematiche e pure qualche perplessità, ha traghettato con sacrifici il partito attraverso gli anni di piombo e degli estremismi fino ai ragionevoli anni '80 suscitando sempre un coro di apprezzamenti, notevoli passioni e il massimo rispetto degli avversari. Ai suoi funerali, (che si tennero insieme a quelli di Pino Romualdi, deceduto il giorno prima di Almirante), parteciparono (fatto eclatante all'epoca) Nilde Iotti, presidente della Camera, e Giancarlo Pajetta, leader storico del Partito Comunista Italiano, peraltro ricambiando l'omaggio che i due esponenti del MSI, nel giugno del 1984, avevano reso alla salma di Enrico Berlinguer. Un grande segretario anche quest'ultimo il quale riuscì a portare fuori dalle vischiosità degli anni '70 il PCI e, anzi, agli inizi del secondo lustro di quegli anni, condurlo a ridosso della stanza dei bottoni in un abbraccio con la DC nel nome della "solidarietà nazionale". Un evento, quello, al quale seguì a breve, ad opera dello stesso fautore, la costituzione formale dell'eurocomunismo che, al di là del raffreddamento dei rapporti con Mosca e con il potentissimo Breznev, suscitò non poche polemiche all'interno dello stesso PCI, diviso tra allineati berlingueriani, miglioristi e filo-sovietici; in sostanza, tra i fedelissimi del segretario, i seguaci di Giorgio Napolitano, aperto al riformismo, e i sostenitori di Armando Cossutta, convinto sostenitore dell'ortodossia sovietica. Mi fermo qui perché credo di aver messo tanta carne al fuoco e, così facendo, si corre il rischio di bruciare il pezzo o di non cuocerlo a sufficienza. Di esempi ce ne sono a bizzeffe. Ognuno, per comprendere, li cuocia come vuole, se vuole, perché una volta nei partiti si trovava passione ed entusiasmo, una motivazione interiore, la voglia di cambiare, la speranza di riuscire, lo sforzo di imitare; c'era l'umiltà di ascoltare e l'impegno ad agire. Sì, il partito era un luogo magico dove un ragazzo, un uomo, un pensionato, poteva impegnarsi per migliorare se stesso, la propria famiglia e la comunità dove viveva, in nome di una idealità. Spesso, anche la meritocrazia trovava riscontro. E quando non accadeva, (di solito per bilanciamenti interni) c'era da star certi che chi aveva ricevuto un vantaggio pur non avendo pieno titolo, non demeritava né sul piano culturale né su quello politico rispetto a chi aveva una legittima aspettativa. Poi, dopo il '92, intervenne la morta gora. E adesso qualcuno chiede se si può aver voglia di partito? Certo che si può purché non sia un fatto puramente nominalistico.

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Però il guaio è che oggi a diventare espressioni nominalistiche sono parole come democrazia, cultura, carisma, socialità o cameratismo; oggi, è stato cancellato l'ideale, è subentrato il puro interesse, è morta la speranza e l'impegno è solo arrembaggio. E, per favore, non parlatemi di web e on line ai fini proselitistici. Ad invertire il corso, insieme a tante cose, ci sarebbe bisogno anche di pazienza e di dedizione: due stati d'animo piuttosto carenti per la velocità con la quale procede il mondo, purtroppo senza meta. Ma, se mi sbaglio …. se mi sbaglio, avanti a tutta forza. Roberta Forte

audacia temeraria igiene spirituale


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ASPETTANDO CAMELOT Voglia di partito? Mah! Non riesco a decidermi se sarebbe meglio tornare a concepire un'aggregazione umana, un sodalizio di persone, una lega di soggetti che abbia come fine la felicità collettiva, in sostanza l'espletamento dell'attività politica, o se, invece, augurarmi una tabula rasa e inneggiare all'anarchia come espressione individuale di responsabilità con la fattiva speranza che la sommatoria delle serenità di ciascuno determini la serenità generale. Certo è che il ritorno al passato dovrebbe essere, comunque, riveduto e corretto. Ecco: già vedo qualcuno storcere il naso a sentire un'affermazione del genere ma quei tizi non si accorgono che perdutamente innamorati del "nuovo" sono da ventiquattro anni in attesa del "nulla". La verità è che i partiti in senso classico "da noi" sono scomparsi con la caduta della cosiddetta I Repubblica e che gli eventi che si sono susseguiti da quella data non hanno fatto altro che portare la politica e i suoi facitori al più basso livello di considerazione che la storia moderna ricordi. Berlusconi e il suo partito leggero, che premiava gli attivisti con i bollini sulla tessera punti, è venuto meno sulla scia dell'inconcludenza; nei dieci anni cumulativi del suo governo, neppure maggioranze bulgare sono servite a mettere insieme uno straccio di riforme serie. Nemmeno quelle a lui dichiaratamente care inerenti la magistratura e il sistema fiscale. Il tempo di quel governo, infatti, è trascorso nella maniera più insulsa tra querelle con gli alleati, feste a luci rosse, olgettine, intercettazioni piccanti, scherzi goliardici ai meeting internazionali e incontri da billionaire con i premier stranieri. In sostanza, tralasciando qualche "piccolo" impegno legislativo volto, secondo le malelingue, a soddisfare i suoi interessi personali quali la riforma delle rogatorie internazionali e la depenalizzazione del falso in bilancio, ai quali è stato aggiunto un ritocchino al sistema pensionistico e un papocchio sulla scuola, l'attività di quel Governo, soprattutto nei suoi ultimi anni, si è svolta all'insegna dello spettacolo. Anzi, meglio, dell'avanspettacolo dei teatri di provincia tra proclami roboanti accompagnati da rulli di tamburi e "spalle" televisive, comici emaciati che elargivano battutacce a doppio senso e sgambettanti cinquantenni in calze a rete in vana lotta contro le rughe e la cellulite. Eppure, c'è stato chi ha creduto che il Cavaliere, dopo l'effetto domino della caduta del muro di Berlino sulla politica italiana e dopo il risveglio della magistratura dopo il letargo successivo agli scandali Petromin e Lockheed degli anni '70, avesse la capacità e la forza di realizzare una "rivoluzione" liberale che modernizzasse e laicizzasse questo Paese dopo cinquant'anni di gestione democristiana.

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Oh! Intendiamoci, non è che la vecchia DC sia stata sempre l'espressione del male: c'è da riconoscere che ad essa va attribuito il merito di aver portato fuori questo Paese dalle panie delle rovine belliche, di averlo indirizzato verso la rivoluzione industriale dopo centocinquant'anni dal resto del mondo, di aver realizzato il boom economico negli anni '60, di averne fatto una potenza che a pieno titolo è entrata nell'iniziale G7 (i sette grandi della Terra) e di aver creato quei fondamentali che, a distanza di decenni, hanno consentito e consentono all'Italia di resistere all'uragano devastante della crisi iniziata nel 2008 e ancora perdurante. Ma, si dirà, la DC era anche quell'agone dove ben undici correnti si azzuffavano quotidianamente per imporre la supremazia dell'una sulle altre, dove i coltelli, a esser buoni, passavano di mano in mano sotto i tavoli e, ciò nonostante, dove comunque la volontà ecclesiale faceva premio sulle esigenze civili, dove in sostanza il decantato timor di Dio, le frequentazioni di prima mattina delle Sante Messe, gli incontri privati in Vaticano, si coniugavano con le esigenze del Principe e con le contorsioni politiche che la portavano ad accettare, nella fase finale della decadenza, la costituzione di quel comitato decisionale non sempre adamantino, vero o falso che sia, conosciuto come CAF (Craxi, Andreotti, Forlani). Eppure, nonostante l'elevatissima litigiosità interna e i ventilati oscuri rapporti, la DC si è sempre espressa con una sola voce, frutto certamente di un elaboratissimo compromesso interno comunque volto a dare forza e incisività alla esternazione. E quella è stata la sua carta vincente, considerato ancora che le menti che discutevano, si confrontavano e si scontravano erano quanto di più elevato la cultura italiana potesse esprimere: da docenti di economia, a quelli di diritto costituzionale, a quelli di diritto internazionale, da esimi giuristi a laureati nelle più disparate materie in prestigiose Università italiane e straniere. A differenza del PSI, la DC, diciamolo, non sarebbe dovuta sparire a seguito del tornado Mani Pulite; nel senso che non credo che un obiettivo del genere fosse nella volontà dei magistrati né in quella politica delle retrovie: ha solo avuto la sfortuna di non avere soggetti di polso che "tenessero la botta" e di non beneficiare più di una Chiesa monolitica la quale, proprio in quei periodi, aveva deciso di dividersi tra conservatori e progressisti. Ovviamente, non si può pensare che lo Scudo Crociato abbia svolto da solo l'impegnativo ruolo dei decenni del dopoguerra: paradossalmente, un analogo impegno l'ha assolto il mitico, famigerato PCI: un partito, come sappiamo, privo di tutti quegli aspetti che potevano appagare, esaltare, impegnare l'individuo per valorizzare, motivare e indirizzare, invece, la "classe" dei bistrattati lavoratori (e dei poveri), verso una battaglia di riscatto. Un partito che non riconosceva l'economia di mercato, si ispirava al pensiero rivoluzionario leninista e mal sopportava le istituzioni repubblicane, influenzato com'era dal socialismo realizzato sovietico. Eppure le conquiste di quel partito, attuate in maniera diversificata dalle diverse realtà che componevano l'area comunista, hanno paradossalmente contribuito alla scomparsa del proletariato e alla creazione della middle class, il ceto medio, che ha determinato la decisiva impennata dei consumi degli anni '60 e '70. Quella piccola borghesia, cioè, che nel corso del tempo e, comunque, dopo la Bolognina, è arrivata ad innamorarsi di Berlusconi.


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Invero, un paradosso che si sarebbe anche potuto evitare (mi riferisco all'avvicinamento al Cavaliere) se soltanto il management di quel partito fosse stato all'altezza dei tempi: certo, l'esempio sovietico era venuto meno e i lavoratori avevano trovato un riscatto ma proprio in quei momenti stava emergendo l'esigenza di tutelare nuove figure professionali, di patrocinare i giovani sempre più difficoltati ad entrare nel mondo del lavoro, di combattere le nuove povertà emergenti, di rivisitare la condizione di pensionato e di ragionare sulla posizione dell'anziano e sul concetto di famiglia con un indice demografico pari a Ø all'alba del III millennio. Forse quest'ultimi aspetti non appartenevano alla cultura comunista ma nel momento nel quale si sposava la libera concorrenza e si andava ad osannare l'invisibile mano del mercato in risposta alle carenze sociali, nel momento nel quale si inalberavano concetti come patria e partecipazione mai appartenuti al passato credo, le nuove tematiche ci sarebbero entrate tutte. I vecchi dirigenti di quel partito, in piena guerra fredda e persino nella pressoché totale dipendenza economica dall'impero sovietico, ebbero gli attributi per rifiutare la sottoscrizione della relazione finale della conferenza internazionale dei partiti comunisti a Mosca con un memorabile discorso che arrivò a rinfacciare a Leonid Brežnev l'invasione sovietica della Cecoslovacchia, definita "tragedia di Praga", e ad evidenziare le radicali divergenze affioranti nel movimento comunista su temi fondamentali come la democrazia, la libertà di cultura e, si pensi, la sovranità nazionale. Invece, le uniche preoccupazioni che i dirigenti del post-conversione ebbero fu creare lo spazio fisico al loro nuovo "partito socialista riformatore in via legalitaria" attraverso la cancellazione del già esistente partito socialista riformista e, successivamente, il boicottaggio becero, pedissequo, stancante, ventennale dell'emergente astro berlusconiano, senza peraltro avere neppure l'intenzione di varare l'unica riforma dichiaratamente a loro cara ai danni di quel soggetto: quella sul conflitto d'interessi. La disgregazione della politica e degli apparati che la determinavano iniziò allora. E a nulla valsero le fibrillazioni dei partiti minori che sebbene dotati di valide intelligenze e di utili caratteristiche culturali finirono, chi a dritto e chi a rovescio, per farsi travolgere nella caduta rovinosa delle vecchie strutture partitiche. Un certo Schumpeter, grande economista austriaco, agli inizi del passato secolo teorizzò la cadenza di cicli economici: breve, medio e lungo dove, a scadenza, effettuare degli interventi. Nel breve, l'esigenza era l'ammodernamento dei prodotti e questo Paese, con l'avvio degli anni '50 e dell'industrializzazione, rinnovò i suoi prodotti e crebbe. Nel medio, la necessità era l'ammodernamento degli impianti e l'industria, negli anni '70 e '80, introdusse le aree automatizzate spazzando via i vecchi sistemi fordisti-tayloristi. Nel lungo, infine, insieme ai prodotti e agli impianti, si sarebbe dovuto rivedere il sistema-Paese, cioè quell'organizzazione amministrativa-gestionale che avrebbe dovuto porre le intraprese economiche in un humus (fisco, semplificazione amministrativa, infrastrutture, sistemi di comunicazione e di trasporto, ecc.) dove germogliare, radicarsi, diffondersi e prosperare; un intervento a maggior ragione necessitante se alla scadenza di quel periodo, agli inizi degli anni '90, si avviava quel fenomeno passato alla storia come "globalizzazione".

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Invece, questo Paese vive da oltre vent'anni in una fase di transizione che non vede fine; un Paese nel quale durante l'ultimo ventennio la politica è stata afflitta da un calo catastrofico della vista e della cultura personale dei delegati dal popolo, dove la comunità nazionale si è civilmente imbarbarita, impaurita dalle evoluzioni stravolgenti e incontinenti dei mercati che aumentano la ricchezza di pochi e l'impoverimento di molti, spaventata dalle sensazionali notizie di guerra e di terrorismo, annichilita dall'assenza di un futuro certo o almeno di una speranza ma appagata dal possesso di effimeri oggetti griffati made in China e soddisfatta (sic) dal pervicace livellamento verso il basso delle condizioni economiche di ciascuno. In questo periodo, peraltro, i partiti si sono trasformati da tradizionali istituzioni della democrazia, da fucine culturali e politiche per giovani leve, da luoghi di passionale partecipazione dove attraverso un alto confronto costruire la volontà comune, in organizzazioni la cui formazione non ha più risposto a precisi connotati culturali e politici, bensì all'immagine di un leader assoluto il quale solo ed esclusivamente per le campagne elettorali è stato costretto a redigere un programma le cui proposte, nondimeno, hanno finito per assomigliarsi a quelle di altri programmi di altri leader in quanto o dettate da società di sondaggi, e in seguito puntualmente disattese, o copiate da cure di altri Paesi dove già si erano dimostrate inefficaci; nel migliore dei casi, ciò al quale si è mirato in tutti questi anni è una cattiva terapia dei sintomi ignorando totalmente la patologica. Ed il bello è che, nel corso del tempo, qualcuno (neppure lontanamente paragonabile ai vecchi leader della I Repubblica) ha provato a far nascere formazioni dichiaratamente diverse da quelle degenerate, si voglia per programmi o per organizzazione interna o per aspirazione di rottura con la traviata politica; formazioni dai nomi evocativi di benessere o richiamanti sentimenti ormai cancellati dalla stessa politica oppure volti a riconfigurare una speranza o una partecipazione. Delle accattivanti confezioni, non c'è che dire, con tanto di gala e di carta natalizia il cui contenuto, comunque, era ed è paragonabile alle sorprese delle uova natalizie di un supermercato. Formazioni, peraltro, consegnate in buona parte alle nebbie di Avalon dopo la vittoria di Mordred. Ora la domanda (la intendo come tale) che la rivista pone è: voglia di partito? La risposta è: non lo so perché, per nascere, la voglia abbisognerebbe di un contesto dove la democrazia e le regole regnino sovrane, dove i luoghi di incontro siano numerosi e la partecipazione sia d'obbligo, dove la volontà comune possa certo formarsi sull'intendimento della maggioranza ma dove la voce delle minoranze possa esprimersi senza timore di feroci ritorsioni o peggio di derisioni; un contesto che torni ad incardinarsi sul territorio cosicché le istanze dalla periferia possano trovare i sentieri per giungere al centro e dal centro le risposte tornare alla periferia; un ambito dove viga la meritocrazia e il percorso politico verso l'alto si fondi esclusivamente su questa; un ambiente che voglia essere "scuola di vita" per i giovani. Un partito, in sostanza, (chiamiamo le cose col loro nome) "pesante" che quale primo impegno si ponga il ripristino della legge elettorale a base proporzionale: un'esigenza inderogabile se si


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vuole tornare a dare il giusto impegno di partecipazione all'elettore. Poi, si potrà discutere delle tamponature, di premi di maggioranza ai fini della governabilità, di colorazioni, di programmi sulla scorta delle colorazioni, di strategie e di tattiche. In assenza di questo, visto che tutto il resto è noia tanto per parafrasare il grande Califfo, aspettiamo un nuovo Goffredo di Monmouth che reinventi un Artù e, soprattutto una Camelot. Massimo Sergenti

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ADDIO, PARTITI! L'inizio della "cosiddetta" crisi dei partiti in Italia, convenzionalmente, si può indicare con una data ben precisa: 29 giugno 1993. (Poi vedremo perché "cosiddetta"). Era un martedì e, nello studio del Notaio Roveda, a Milano, Silvio Berlusconi e un manipolo di fedelissimi (Marcello Dell'Utri, Antonio Martino, Gianfranco Ciaurro, Mario Valducci, Antonio Tajani, Cesare Previti e Giuliano Urbani) fondarono "Forza Italia! Associazione per il buon governo". Mani Pulite aveva scoperchiato il vaso di Pandora, portando alla luce un sistema marcio fino al midollo. Sistema che aveva reso la vita felice alle potenti lobby industriali, a cinici affaristi di ogni ordine e grado e a tanti politici senza scrupoli. L'intrepido costruttore si rese subito conto che vi era un vuoto da colmare e pensò di individuare qualcuno che potesse "sostituire" il suo amico Craxi, sepolto da un mare di monetine dopo essere stato torchiato a fuoco lento da Di Pietro, nel famoso interrogatorio. Puntò, come noto, su Mariotto Segni, figlio dell'ex presidente della Repubblica Antonio, al quale propose di guidare una coalizione di centro-destra. Le cronache riportano che Mariotto rifiutò, ma per quanto ne so io le cose andarono diversamente: fu scartato quando in Fininvest si resero conto che modalità comportamentali, idee e propositi erano inconciliabili con gli scopi del gruppo. (Nella fiction "1992", ideata e interpretata dal popolare attore Stefano Accorsi, vi è un preciso riferimento alla "bocciatura" di Segni). Berlusconi, che non ha mai perso tempo, capì che toccava a lui scendere in campo, "per risolvere i suoi problemi", e in pochi mesi mise in moto quella formidabile armata che, dopo il varo ufficiale come movimento d'opinione (nascita dei "Club Forza Italia" nell'ottobre del 1993, dei quali nega, mentendo, la futura evoluzione in partito), in partito si trasforma il 18 gennaio 1994. Dopo solo due mesi "Forza Italia" fu capace di raccogliere la bellezza di 16.585.516 voti alle elezioni politiche, sgretolando la "gioiosa macchina da guerra" di un attonito Occhetto, che sulla propria vittoria avrebbe scommesso anche un miliardo. Quello che è accaduto dopo, è ben noto. Tutti i partiti si sono dovuti "adeguare" alle regole imposte dal novello primo ministro, trasformandosi rapidamente in "comitati elettorali" scevri di qualsivoglia connotazione ideologica. Le sigle si moltiplicano a dismisura, salvo poi sparire e rinascere sotto altre forme; prendono forma i partiti "fai da te" e quelli improntati sulla figura di improvvisati leader. Si formano coalizioni forzate e pasticciate, tra soggetti che si detestano vicendevolmente, accomunati solo dalla volontà di vincere le elezioni e gestire un po' di potere.


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Tutti, in buona sintesi, da destra a sinistra, emulano le nuove formule comunicative e propositive imposte dall'affabulatore di Arcore. La televisione sostituisce le piazze e coloro che non riescono ad adeguarsi al nuovo corso, che richiede di "apparire" piuttosto che di "essere", sono irrimediabilmente destinati a una fine ingloriosa. Con l'avvento di Grillo, poi, le cose cambiano ulteriormente. Si potrebbe scrivere a lungo, ma su quanto accaduto nell'ultimo quarto di secolo si è detto praticamente tutto quello che è possibile dire "oggi" e quindi è inutile ribadire concetti triti e ritriti. Molto più interessante, invece, è cercare di comprendere cosa vi sia "realmente" dietro l'implosione dei partiti tradizionali. Ciò che "appare", infatti, è cosa ben diversa dalla realtà. Spesso si dice che i politici (e quindi i partiti di cui fanno parte) siano lo specchio della società e ne riflettono tutte le distonie. Questo dato, ancorché veritiero, non è sufficiente a inquadrare il problema nella sua essenza più recondita, che afferisce precipuamente al comportamento delle persone, mutevole a seconda delle diverse sollecitazioni. Prima dell'avvento di Berlusconi i partiti erano caratterizzati da una forte caratura ideologica. A destra e a sinistra più marcata che altrove, certo. Tutti, però, erano pervasi da un profondo substrato di carattere culturale, che affondava le radici nel pensiero dei vari ispiratori. I miei coetanei sanno bene che, fino alla metà degli anni ottanta del secolo scorso, tanti giovani (e anche meno giovani) trovavano del tutto naturale rischiare la vita e la galera per difendere le proprie idee. Fino a che punto però, queste persone, meritevoli del massimo rispetto a prescindere dalla collocazione politica, sono state capaci di "mantenere" analoghi alti presupposti quando, riuscendo a emergere su altri, hanno conquistato fette di potere? Gli esponenti della cattolicissima "Democrazia Cristiana", non devo certo ricordarlo, con le connessioni mafiose e le ruberie di stato hanno meritato molti più posti all'inferno che in paradiso. I loro colleghi del pentapartito, eredi della tradizione liberale, repubblicana, risorgimentale, a chiacchiere celebravano i Maestri Pensatori e nei fatti rubavano a man bassa. Dove albergava la consistenza ideologica di alto profilo dei partiti tradizionali? Di sicuro nelle sezioni frequentate dagli "idealisti infervorati", non certo nei palazzi del potere dove imperavano coloro che in passato avevano dimostrato pari fervore ideale. Lo stesso Partito Comunista, che più di altri aveva puntato sulla cultura come elemento fondante per la conquista del potere, non era immune dalle contaminazioni discutibili e dei socialisti non è nemmeno il caso di parlare. La Destra post-bellica si ritrovava nel Movimento Sociale Italiano, dove convivevano, non senza difficoltà, correnti di pensiero eterogenee e talvolta palesemente contrastanti, amalgamate solo dallo straordinario carisma di Giorgio Almirante. Vi erano soggetti di altissimo profilo culturale, nel vecchio MSI, e uomini che facevano tremare i polsi ogni volta che aprivano bocca. Ve li ricordate, voi lettori che avete affinità culturali con il "Pianeta Destra"? Spero di sì. Di sicuro vi ricordate meglio coloro che "sono emersi", nessuno dei quali appartenente al gruppo di cui sopra e tutti attratti dalle lusinghe berlusconiane, le cui paludi, in massima parte, continuano a navigare con pieno godimento.

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La crisi dei partiti, di fatto, non è mai avvenuta. E' solo capitato, un po' per caso e un po' per necessità, secondo i princìpi magistralmente illustrati da Jaques Monod nel suo celebre saggio, che sia stata rimossa la massiccia coperta di ipocrisia che copriva una intera umanità, portando a nudo non già le problematiche di "strutture organizzate", ma le debolezze degli esseri umani. Non è stato sempre così forse? La storia cosa c'insegna se non l'incapacità dell'uomo a interpretare in modo degno gli insegnamenti scaturiti dal suo stesso pensiero, concepiti per autogovernarsi al meglio? Non stiamo vivendo "una crisi dei partiti". Non esiste. Semplicemente stiamo registrando la fase (conclusiva? ancora transitoria?) di quel processo di trasformazione sociale iniziato con i tre grandi avvenimenti del 18° secolo: rivoluzione industriale, affrancamento degli Stati Uniti dalla madre patria, rivoluzione francese. Non mi stancherò mai di ripeterlo: l'uomo contemporaneo nato dagli sfaceli rivoluzionari non ha ancora decantato un processo evolutivo che gli consenta di essere arbitro "imparziale" del proprio destino e di quello dei propri simili, quando è chiamato a decidere anche per loro. Devo forse ricordare ai lettori di questo magazine di che pasta fosse fatta la stragrande maggioranza dei gerarchi fascisti e degli stessi membri del Gran Consiglio, fatte salve le dovute eccezioni? Devo ricordare le casse di oro rinvenute a Dongo con le fedi offerte dalle estasiate donne italiane? Il forte gap tra progresso tecnologico e progresso umano, i bagliori offerti da un mercato fortemente soggiogante, la progressiva perdita di "cultura", accresciuta in modo esponenziale nell'ultimo trentennio, cosa potevano produrre di diverso da ciò che hanno prodotto? Chi, oggi, perde tempo a studiare i classici della politica e della filosofia? Siamo capaci di guardarci intorno con occhio vigile per vedere da cosa e da chi siamo circondati? Qualche tempo fa provai a chiedere, a un giovane studente universitario di Scienze Politiche, di parlarmi del "mito della caverna". Mi guardò con l'aria compiaciuta di chi è ben felice di fornire una risposta gradita. Il caso volle che fosse appena rientrato da una vacanza a Dublino e ben conoscesse la mia passione per l'Irlanda e per il mondo celtico. Non ebbe alcun dubbio, quindi, circa l'essenza della domanda. "Oh Lino! Meraviglioso!!! Un ristorante italiano nel cuore di Dublino, nel quale sia possibile degustare anche la cucina tradizionale irlandese, ascoltando tanta musica celtica, è davvero il massimo! E che ambiente!!! Ma come sai che vi sono stato???" Di cosa vogliamo parlare più? Di ciò che sarà? Spazio terminato, per fortuna. Dovrei spiegare, altrimenti, perché Di Maio sarà il prossimo capo del governo e soprattutto perché è giusto che ciò accada. Roba da mal di testa. Lino Lavorgna


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LA DESTRA E LA RESA DEI CONTI CON IL PENSIERO LIBERALE Stefano Parisi vorrebbe rimettere insieme i cocci di un Centrodestra che ha perso gli stimoli giusti per stare insieme. Non è un lavoro semplice perché, di là dalle dichiarazioni di facciata orientate ai buoni propositi, lo stato delle cose cela difficoltà che potrebbero rivelarsi insormontabili. Provarci è nobile, ma riuscirci è tutt'altra storia. Le differenze profonde taciute e mai seriamente affrontate che hanno segnato la vicenda ventennale di questo Centrodestra sono tali da non indurre ottimismo. A essere onesti si farebbe prima a scommettere per un definitivo "rompete le righe" piuttosto che azzardare pronostici su un rinnovato "tutti insieme appassionatamente". Non è questione di uomini e di personalità tra loro incompatibili, benché anche la qualità dei rapporti personali tra leader dello stesso schieramento sia stato parte del problema. Principalmente è questione di idee e visioni del mondo distanti, se non antitetiche le une alle altre. A cominciare dall'abusata "visione liberale". Quante ne esistono in circolazione perché se ne abbia una che possa trovare spazio all'interno della coalizione? La parola d'ordine più gettonata in questo periodo è "tornare allo spirito del 1994", cioè allo slancio, impresso da Silvio Berlusconi con la sua discesa in campo, per la realizzazione di una "Rivoluzione Liberale". Slogan che restituisce la dimensione antropologica di un'ancestrale evocazione delle origini della modernità piuttosto che richiamare alla concretezza di un progetto politico praticabile di ampio respiro. In realtà la "Rivoluzione Liberale" si è rivelata essere niente più che una generica aspirazione a una non meglio precisata trasformazione della società post-moderna, terremotata dagli effetti depressivi della crisi del capitalismo finanziario sulla vita delle persone comuni. D'altro canto, la mancata evoluzione dello Stato in direzione dell'ampliamento delle libertà individuali testimonia come quel progetto ambizioso non abbia neanche sfiorato l'obiettivo per il quale era stato concepito. Cosa dovrebbe farci ritenere che oggi le cose possano andare differentemente? Ci sono forse al momento uomini in campo migliori di quelli che affiancarono Berlusconi nel varo della sua impresa? A lume di naso, non sembrerebbe. Gli scogli che impedirono, alla fine dello scorso secolo, alla navicella liberale di prendere il largo sono ancora al loro posto e fin quando geniali cartografi non saranno in grado di tracciare nuove rotte è concreto il rischio, per chiunque voglia tentare la traversata, d'inabissarsi ai primi marosi. E non bastano certo generose mani di vernice date a vecchie scialuppe per poter galleggiare, con qualche speranza di successo, nel mare aperto delle visioni del mondo tra loro alternative.

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L'ostacolo più ostico, evidenziato dall'analisi critica di Carl Schmitt nel sua antologia "Le Categorie del Politico", nasce da un limite congenito al pensiero liberale: mentre esso si è speso con mirabili risultati sulla critica dello Stato e del suo ruolo frenante rispetto al libero sviluppo del mercato e della società civile, non si è mai applicato al compito di costruire una propria autonoma e distintiva dottrina dello Stato. Il pensiero liberale, seguendo paradigmi concettuali "in negativo", ci ha spiegato cosa lo Stato non dovesse fare o fin dove potesse spingersi ma non ci ha detto come esso avrebbe dovuto essere. Questa lacuna non può essere sottovalutata se si considera che lo Stato, pur patendo gli effetti del processo storico di erosione della validità esclusiva del suo modello, resta al momento "il titolare del più straordinario di tutti i monopoli, cioè del monopolio della decisione politica". Ora, non sarebbe male se i numerosi eredi del liberalismo ci riflettessero su. Una spinta incoraggiante in tal senso potrebbe venire dalla lettura dell'articolo pubblicato lo scorso 30 settembre dal Corriere della Sera a firma di Ernesto Galli della Loggia dal titolo: "La destra italiana che non ha identità". Scrive Galli della Loggia: "In realtà, se oggi la Destra italiana si ritrova priva di una sua specifica immagine, priva di riconoscibilità, è anche perché essa sconta un vuoto storico della propria identità: vale a dire l'assenza di una vera, effettiva, cultura conservatrice. Cultura conservatrice vuol dire identificazione ragionata con il lascito del passato, con gli edifici, il paesaggio e i costumi di un luogo, l'attaccamento ai valori ricevuti, la diffidenza verso tutto ciò che distrugge la tradizione; e poi senso delle istituzioni, considerazione non formale per i ruoli, i saperi, le competenze, rispetto delle regole". Questa conclusione rinvia a un'altra questione che lo stesso Galli della Loggia ha sviluppato, anni orsono, nel suo libro "Intervista sulla Destra": la corretta collocazione politica del liberalismo. Lo storico ha ragione: finora si è commesso l'errore di pensare che liberalismo e destra fossero una cosa sola: niente di più errato. La diffusione del pensiero radical-democratico-giacobino, sviluppato dall'universo rivoluzionario del 1789 francese, aveva spinto l'idea liberale a stare dall'altra parte della barricata. L'avvento delle ideologie ispirate al marxismo e alla lotta di classe quale via maestra per la conquista dello Stato ha fatto il resto. Tuttavia, in un contesto riequilibrato dal prevalere, sulle soluzioni totalitarie, delle moderne forme di democrazia come quelle che l'Occidente ha conosciuto dalla fine del secondo conflitto mondiale, anche le correnti profonde del pensiero politico avrebbero dovuto trovare adeguata ricollocazione. E, nella naturale antitesi tra fautori dell'idea meccanicistica di progresso dell'umanità e sostenitori della Tradizione quale forza traente della Storia, il pensiero liberale avrebbe dovuto riposizionarsi in coerenza con i suoi presupposti costitutivi. Segnatamente: il liberalismo, subendo la contaminazione dell'ubriacatura illuminista, ha fatto propria la teoria dei diritti naturali dell'individuo che conducono al principio di eguaglianza di tutti gli uomini per il solo fatto di essere tali. Facendo ciò esso ha finito col negare cittadinanza a un paradigma di società, anch'essa altrettanto "naturale", caratterizzato dalla stratificazione dei gruppi umani


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differenziati e dalla verticalizzazione dei rapporti gerarchici al suo interno. In concreto, il modello di società di relazione fondato sullo sviluppo orizzontale delle dinamiche di interessi individuali e collettivi concorrenti ha avuto la meglio. L'idea, invece, di popolo-comunità organica, gemeinschaft, quale soggetto agente nella Storia è stata rigettata. La Destra occidentale lo ha accettato senza opporre grossa resistenza, probabilmente perché vittima di un complesso di colpa ereditato da un passato insanguinato dalle distorsioni della teoria dello Stato organico ad opera della prassi negativa dei regimi totalitari del Novecento. Eppure, quel modello è presente nel Dna della Destra politica da prima dell'approdo alle sue sponde di un liberalismo borghese "dialogante", poco incline alla "decisione", sommamente avversato da De Maistre, Bonald e, soprattutto, da Donoso Cortès. Bisognerebbe allora chiedersi se quel popolo di spirito conservatore, ancorato alla Tradizione e all'architettura complessa dei suoi archetipi, che resiste alla globalizzazione e allo sradicamento delle sue radici culturali, intenda rinunciare a manifestare la propria natura autentica preferendo adattarsi a perorare la causa di un modello di società che non sente proprio. La mancata risposta a questo ingombrante interrogativo spiega del perché il campo della Destra rischi la marginalizzazione a causa di un paradosso dal quale non riesce a tirarsi fuori. La mancanza di una propria identità definita, sostitutiva di quella presa a prestito da una visione politico-filosofica impropria, genera l'odierno immobilismo politico. Il punto di contatto che, venti anni orsono, aveva permesso a forze ontologicamente diverse di ritrovarsi dalla stessa parte era costituito dal bisogno di fare blocco contro l'immanenza di un pericolo mortale concretamente avvertito: l'avanzata del comunismo in Occidente anche dopo il fallimento certificato nei suoi luoghi di massima realizzazione. Il venir meno di quel rischio ha portato la Destra a disorientarsi e a perdersi. Non è un caso se oggi Matteo Renzi, il rottamatore degli ultimi frammenti di veterocomunismo sopravvissuti all'estinzione, cerchi di riprendersi il controllo di quell'area politica definita "liberale". Perché altrimenti si insisterebbe nel dire che Renzi e Berlusconi si somigliano al punto da essere l'uno l'erede diretto dell'altro? Sono solo fantasie o invece elementari verità? Per rispondere a questa domanda bisognerebbe verificare nel concreto della prassi politica quali possibilità di successo abbia la ricomposizione di una "Weltenschauung" focalizzata sulla comunità, e non sulla singola persona, come centro di ogni elaborazione politica e sociale". Lo scopo sarebbe di andare oltre l'impraticabilità della "reductio ad unum" tra liberali e tradizionalisti per poter aggredire l'argomento più impervio: quale Stato può essere compatibile con l'universo ideale della Destra politica? O, per metterla giù alla maniera della politica politicante: se il centrodestra, riunitosi in cartello elettorale, riuscisse a battere Renzi e i Cinque Stelle, quale agenda di governo proporrebbe al Paese che le valga finalmente una riconoscibile qualificazione d'identità? Cristofaro Sola

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ME NE ANDAVO AL MATTINO A SPIGOLARE...

L'editore non me ne vorrà se stavolta esco dal seminato per parlare di un tema che sta rovinando i sonni degli italiani: il referendum costituzionale. Naturalmente, "rovinare il sonno" si fa per dire perché gli italiani, almeno nella maggior parte, ignorano la portata complessiva del referendum stesso e da quel poco che hanno percepito sono dubbiosi se sia una cosa positiva, a prescindere dal fatto che l'abbia voluta Renzi o se, a fronte dei rumors che imperversano frantumando le … orecchie degli ascoltatori, sia una fregatura che però non intravedono. E poi, diciamolo pure, chi avrebbe la voglia di mettersi a capire i meccanismi tecnico-giuridicicostituzionali che dovrebbero sostenere il NO o gli stessi meccanismi che, in una portata più ampia e a fronte di dichiarati benefici, dovrebbero sorreggere il SI? Ben pochi, credo. E ciò perché noi siamo ancora portati a delegare nonostante la politica tutta abbia più volte dimostrato che le deleghe dell'elettorato, una volta arrivate all'eletto, passano nel dimenticatoio. E, del resto, è la stessa Costituzione che all'art. 67 recita: "Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.". In sostanza, come sappiamo ormai da tempo, una volta eletto il parlamentare può fare sostanzialmente quello che vuole. Peraltro, la questione in esame si aggrava dal momento che lo scontro tra il SI e il NO è trasversale e coinvolge tutti gli schieramenti partitici e ideologici. Ne consegue che l'eletto se da un lato non osserva il pensiero dell'elettore dall'altro non considera quello del partito nel quale milita. Ora, lasciamo stare per un attimo l'atteggiamento fazioso di Renzi che non manca di dare dell'imbecille all'elettore quando afferma "È un grandissimo bivio tra l'Italia che dice Sì e quella che sa solo dire No": come dicevo, lasciamo stare perché, non foss'altro che per questo, mi verrebbe voglia di votare di votare NO per fatto personale. Invece, abbandonando l'impetuosità, vorrei fare una riflessione con me stesso per vedere se, al di là della fazione e della delega, perdendo un po' di tempo, un povero cristo può arrivare a farsi un'idea di come votare. Lo scontro tra il Sì e il No è trasversale e coinvolge tutti gli schieramenti politici e ideologici. Ovviamente il leader naturale del partito del Sì è Matteo Renzi, ma a predicare le ragioni della riforma costituzionale c'è anche l'ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il quale ha spiegato che "le due debolezze fatali della storia repubblicana sono stati la minorità dell'esecutivo e il bicameralismo perfetto". Contemporaneamente sono sorti i comitati del No, ai quali partecipano costituzionalisti ed


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esponenti delle opposizioni, i quali hanno definito la riforma costituzionale votata dalla maggioranza "l'anticamera di uno stravolgimento totale dei principi della nostra Costituzione e di una sorta di nuovo autoritarismo". Ora, non c'è dubbio che Il testo della riforma Boschi introduca diverse novità, tra cui l'abolizione del bicameralismo paritario e del Cnel, la riduzione del numero dei parlamentari, la modifica del quorum per l'elezione del presidente della Repubblica e l'aumento del numero delle firme necessarie per proporre una legge di iniziativa popolare. Buona parte di quegli aspetti, questi, sui quali l'italiano medio ha mugugnato nel tempo: le lungaggini del processo legislativo, l'abrogazione degli enti inutili, le maratone parlamentari per l'elezione del Capo dello Stato sono stati argomenti che hanno formato oggetto di discussioni dopo un bel piatto di fettuccine e abbondanti libagioni o per ingannare il tempo durante una corsa in tram, in autobus o in treno. Nel senso che nessuna forza politica negli ultimi sei decenni si è seriamente impegnata a modificare una tale stato di cose. E, in ogni caso, non è che il mugugno non fosse fondato: con la riforma non solo si supererebbe il deprecato ping-pong tra Camera e Senato ma si semplificherebbe, rafforzandola, la governabilità e la stabilità (63 governi negli ultimi 68 anni) limitando il voto di fiducia, ad esempio, alla sola prima camera. Inoltre, ciò che rimarrebbe del Senato almeno nominalmente fungerebbe da "camera di compensazione" tra governo centrale e poteri locali facendo diminuire, in conseguenza, i casi di contenzioso tra Stato e Regioni davanti la Corte costituzionale. Inoltre, attraverso la riforma, troverebbe risposta un altro motivo di riflessione popolare: grazie all'introduzione del referendum propositivo e alle modifiche sul quorum referendario dovrebbe migliorare la qualità delle democrazia. Ma ciò che l'elettore, nella generalità, trascura è che le procedure parlamentari avrebbero potuto essere sveltite, ad esempio, attraverso una revisione dei regolamenti delle due Camere. E, ancora, se oggi si pensa addirittura di snaturare un'istituzione consolidata come il Senato si sarebbe potuto con maggiore facilità ridurre il numero dei suoi componenti e, in aggiunta, ridurre quello della Camera. Che so, sempre ad esempio, 300 deputati e 100 senatori, così da farne beneficiare anche i costi. Gli enti inutili, poi, è un vecchio tema, ripreso più volte e ogni volta, invero, affrontato parzialmente. Che il Cnel, nonostante il suo rilievo costituzionale, sia un ente inutile lo dimostra il fatto che non ha mai assolto alla funzione per la quale è nato: quella di organo consultivo del Governo, delle Camere e delle Regioni. Più che altro, invece, oltre a distribuire un po' di prebende, si è prestato spesso come no fly zone, come spazio di mediazione a latere, se non come propositore e attuatore di notevoli analisi economico-sociali alle quali, tuttavia, nessuno ha dato peso. Quindi, sì, praticamente inutile ma in questo ambito chi ignora che esistono tanti altri enti che continuano a vivere e a spendere denaro pubblico nonostante siano, nel migliore dei casi, né più né meno autoreferenti? Authority, partecipate, enti regionali, ecc. Quello che, però, mi lascia veramente perplesso è l'elevazione del numero delle firme per la

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presentazione di una proposta di legge d'iniziativa popolare. Che motivo c'era di aumentarle? Nel senso che da che ho memoria non mi risulta che proposte del genere abbiano avuto un esito felice. Quindi, ripeto, dal momento che è a valutazione del Presidente della Camera iscriverle nell'ordine dei lavori, perché rendere palesemente più difficile (150mila firme contro le attuali 50mila) una tra le espressioni di democrazia diretta proprio quando, contestualmente, sono stati introdotti ex novo altri strumenti simili? Nondimeno, non starei a perdere il sonno per uno dei cavalli di battaglia dei Comitati per il NO, ovvero la presunta illegittimità della riforma perché prodotta da un Parlamento eletto con una legge elettorale, il Porcellum, dichiarata incostituzionale e ciò in quanto, se prendessimo quella strada, saremmo senza Presidente della Repubblica. Quello che invece mi procurerebbe l'insonnia sarebbe il fatto che, in caso di vittoria del SI, gli amministratori locali chiamati a comporre il nuovo Senato godrebbero dell'immunità parlamentare e, con i tempi che corrono, non sarebbe entusiasmante. Né lo sarebbe vedere la Camera e il Senato (delle Regioni, dei Comuni e delle provincie autonome) divenire tra loro conflittuali nel tentare di stabilire le competenze, specie su materie di attinenza europea. Una legittima suspicione che si aggrava se si pensa che oggi oltre l'80% del lavoro parlamentare si fonda sul recepimento della legislazione comunitaria. Per cui, c'è il fondato dubbio che l'intento di snellire il lavoro parlamentare non solo vada a farsi friggere ma, addirittura, si incancrenisca in una lotta tra le due istituzioni non più legate da un sinergico, conseguenziale processo per quanto farraginoso. Un processo del genere mi ricorda la modifica del Titolo V della Costituzione, inopinatamente attuata dalla sinistra nel 2001 quando, nel dichiarato intento di responsabilizzare le Regioni di finalizzare al meglio l'opera di governo, è stata data vita a venti "mostri", alter ego del governo centrale, dotati di capacità di legiferare e di spendere che ancora perdura, peraltro senza responsabilità alcuna a carico di amministratori locali improvvidi. Infatti, le passività di bilancio sono ormai una costante nelle amministrazioni regionali alle quali la fantasia italica non trova altro modo di farvi fronte se non con l'accrescimento della pressione impositiva regionale e comunale e con la riduzione delle prestazioni sociali (IMU, Tasi, Tares, tickets, tasse scolastiche, da un lato e dall'altro riduzione nei servizi: trasporti, sanità, scuole, asili nido, ecc.). Se poi alle controversie circa la proposta di riforma aggiungiamo la possibilità che attraverso i meccanismi in essa previsti si arrivi all'accentramento del potere nelle mani di un solo partito, non saremmo lontani dal supporre che chi entri nella stanza dei bottoni dopo il possibile varo della riforma ne esca quando verrà colto da artrite per vecchiaia. In sostanza, c'è il fondato timore che la cosiddetta democrazia dell'alternanza, per effetto della sommatoria dei possibili nuovi meccanismi costituzionali, vada nel dimenticatoio e si torni all'impero neppure mitigato da parvenze democratiche. Ma l'aspetto più inquietante di tutti è che il referendum costituzionale cosiddetto confermativo o sospensivo non ha bisogno del quorum per essere valido; nel senso che potranno andare a


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votare anche il 20% degli aventi diritto al voto e un risultato comunque valido si otterrà dalla maggioranza delle espressioni di quei pochi elettori. Sarebbe come dire che se la gente, confusa dalla cacofonia dei suoni, aggraverà il fenomeno astensionistico, il risultato referendario, qualunque esso sia, sarà determinato da una ridottissima parte degli italiani nonostante la riforma o la sua mancata attuazione si cali su tutti. E' il caso, per certi versi, del tentativo di riforma costituzionale del governo Berlusconi nel 2006, che pure superò di poco (52%) la partecipazione maggioritaria dell'elettorato, affossato da meno del 30% degli aventi diritto al voto. E, in quel caso, ciò che maggiormente peccò fu la scarsa comunicazione e sensibilizzazione dell'elettorato di centro-destra. Oggi, con l'accresciuta distanza dei cittadini dalla politica, sarebbe da ridere. Ed è proprio quest'ultimo aspetto che, tra l'altro, inerisce la comunicazione delle parti in causa a farmi trasalire: è mai possibile che insieme ai motivi del SI e del NO le parti in contrapposizione non rimarchino tale pericolo all'elettorato e non lo invitino caldamente al voto? Sicuramente dipenderà dalla mia scarsa capacità di osservazione e di ascolto ma a me sembra come se si stia dando luogo ad un grande giuoco delle parti nel quale, per effetto proprio del dilagante fenomeno astensionistico, il risultato sia già scontato. Ed è proprio questo dubbio a rendermi perplesso su come votare al prossimo referendum. Se fosse solo per prendere in considerazione gli aspetti giuridici della proposta di riforma, la mia risposta sarebbe un profondo, sentito NO perché un obbrobrio giuridico-istituzionalecostituzionale simile non s'era mai visto. Ma se penso che il mio NO andrebbe a sommarsi a quello di dubbi personaggi sia dei comitati del NO che dell'opposizione interna al PD, allora mi vengono i dolori perché resto convinto che a quegli stessi personaggi la fondatezza giuridica della proposta costituzionale freghi poco o nulla e che la loro avversione sia totalmente politica e semplicemente diretta all'attuale presidente del consiglio. Il che sarebbe anche legittimo e, peraltro, fondato a mio avviso ma quanti tra quei personaggi hanno dato luogo nel passato a seri tentativi di riforma che pur necessita e quanti danno garanzie di poterlo fare una volta caduto Renzi? Non provo neppure a rispondere. Ma il fatto è che non mi va di votare NO senza poter distinguere il mio voto e le conseguenti motivazioni rispetto alla congerie. E, del resto, non mi va neppure di votare SI per i motivi accennati. Non voglio minimamente essere offensivo o irriguardoso nei confronti dei valori dell'unità d'Italia ma sono nello stato d'animo che avrei se analizzassi l'evento dello sbarco di Sapri a cura di Carlo Pisacane e dei suoi trecento compagni. E' stato quello un nobile tentativo, anticipatore di quell'evento che ha fatto sì che il popolo italico, in nome dei più alti intenti liberali, avesse una sola patria oppure è stato un irragionevole tentativo attuato da giovani idealisti, fugato non dalle truppe borboniche che pure erano presenti sui balzi della conca di Sapri bensì dai forconi dei contadini che non capirono i motivi di tanta animosità?

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E, ancora. Possiamo oggi dire che quel nobile tentativo e quel glorioso evento, ambedue mirati a rendere l'Italia una e indivisibile, casa comune del popolo della penisola, abbia portato dopo 155 anni ad un lusinghiero risultato? Oppure, dobbiamo considerare che la violenta ritrosia dei contadini di Sapri era data non già da un regime di oppressione, come la propaganda avversaria descriveva, bensì da un'amministrazione che, sebbene piena di difetti, rendeva il Mezzogiorno, prima del 1861, lo Stato più forte economicamente e più socialmente avanzato tra quelli della penisola? Onestamente, non lo so. L'unica cosa che so è che andrò a votare e che deciderò in cabina. Pietro Angeleri


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“EUROPA” E “STATI UNITI D’EUROPA” Premessa Gentile Lettore, ho scelto un argomento che, me ne rendo conto, meriterebbe di essere trattato da qualcuno più autorevole di me, cosa che anche il deprecabile stato dell'Europa esige. Spero che non me se ne vorrà per questo saggio, che potrebbe spingere degli scrittori più abili a migliorarlo e a realizzarlo con maggiore discernimento e successo. Non dirò altro in mia difesa se non che questo lavoro è frutto delle mie attente meditazioni intorno alla pace dell'Europa. La gente dovrebbe davvero mancare di carità tanto quanto il mondo manca di quiete per essere seccata da una proposta così pacifica! Carina la premessa, vero? Peccato solo che, pur avendola fatta mia, sia stata scritta da qualcun altro: un certo William Penn (nel ritratto ndr), autore della prima proposta di un Parlamento europeo eletto, con il compito di risolvere pacificamente le controversie tra stati. Correva l'anno 1693temeraria e il fatto che igiene risulti attualissima audacia spiritualequasi quattro secoli dopo, la dice lunga sulla strada da percorrere, prima di vederlo davvero realizzato quell'antico sogno degli "Stati Uniti d'Europa", le cui tematiche, che accomunano persone di diversa estrazione sociale e diverso credo politico, propongo mensilmente su questo magazine. Che la strada fosse lunga lo so da sempre e me lo ha ricordato qualche settimana fa uno dei pochi programmi RAI interessanti, "Overland", mettendo in luce la confusione sulla struttura geografica del continente che, inevitabilmente, si riflette sul concetto di "Europa Nazione". Ho pensato, quindi, di affrontare l'argomento con un articolo che, necessariamente, devo dividere in almeno tre parti. In questa prima parte parlerò del problema legato ai confini geografici sul lato orientale, precisando subito che è irrisolto e lo sarà sempre, essendo possibile stabilirli solo convenzionalmente. Far convergere su una posizione condivisa coloro che potrebbero ratificarla, infatti, è impresa più ardua dell'attraversare un oceano con una barca a remi. A tal proposito trascrivo quanto chiaramente riportato nell'enciclopedia "Treccani". "Dal 17° secolo venne proposta, quale confine tra Europa e Asia, la catena degli Urali. Soluzione ancora abitualmente seguita, ma non soddisfacente per vari motivi: a) la catena uralica, poco elevata, non costituisce in alcun modo una discontinuità o una barriera e non ha significato politico, economico, culturale; b) i paesaggi, naturali e umani, si ripetono pressoché identici ai due lati della catena; c) gli Urali terminano alla latitudine di circa 50° Nord. Più a Sud nessun elemento fisico può essere ragionevolmente assunto quale confine dell'Europa".

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Quest'ultimo dato determina delle posizioni contrastanti: alcuni ritengono che il confine sia segnato dal corso del fiume Ural; altri dal fiume Emba, entrambi con bacino nel Mar Caspio, distanti poco meno di un centinaio di chilometri. Irrilevante e da scartare a piè pari la tesi di coloro che fissano il confine naturale nella catena caucasica, che si dipana da Ovest a Est tra il Mar Nero e il Mar Caspio. Non si comprende, infatti, la linea di demarcazione tra Nord e Sud, che convenzionalmente dovrebbe collocarsi intorno al meridiano che taglia al centro il Bassopiano Sarmatico, spostando in tal modo di oltre 1000 chilometri a ovest il confine segnato dagli Urali e avvicinandosi, quindi, alla soluzione più accreditata, sancita dal geografo Philip Johan von Strahlenberg, che fissa i confini sulla linea di demarcazione della depressione del Kuma-Manyè, nel sud-est della Russia. Resta da comprendere, però, come si faccia a conciliare tale ipotesi con l'inserimento nel "continente" dei tre paesi a sud della catena caucasica: Georgia, Armenia e Azerbaigian, dei quali parlerò più diffusamente nella seconda parte e che oggi figurano nell'elenco degli Stati Europei, mentre ai tempi dell'URSS erano inseriti nell'area asiatica, come facilmente verificabile sul Grande Atlante Geografico De Agostini. Sempre dall'Enciclopedia Treccani si apprende che, "nell'impossibilità di definire con esattezza il limite dell'Europa verso Est, si utilizzerà la linea ideale che unisce le foci del Don (Rostov) e della Dvina Settentrionale (Arcangelo), lasciando quindi al di là la massima parte del territorio russo e l'intera regione caucasico-caspica". Un bel caos, come si vede, perché ogni soluzione prospetta delle "divisioni" territoriali di stati che si trovano un po' di qua e un po' di là. Non per mera volontà semplificatrice, ma solo perché ritengo che le "affinità" elettive, laddove persistano (Armenia e Georgia, per esempio, e ovviamente gran parte della Russia, non solo quella meramente occidentale, già inserita nel contesto europeo), possono essere coltivate a prescindere dalla effettiva collocazione geografica, non condivido nessuna delle tesi succitate. Trovo fuorviante e manichea la confusione imperante e soprattutto irrazionale, proprio perché tenta di conciliare l'inconciliabile. Come si fa a stabilire che a dieci metri (o a cento, o a mille metri) più a est dell'ipotetica linea di demarcazione, vi siano tipi umani che possano a giusta causa definirsi diversi da quelli residenti sul lato opposto, ad analoga distanza dal confine? E' ben chiaro, pertanto, che la struttura dei confini può essere stabilita solo "convenzionalmente" e, soprattutto, va "ridimensionata nella sua importanza", a favore di un principio universalista capace di creare i migliori presupposti per vivere in pace e in piena armonia. La "mia" Europa, pertanto, sul confine orientale, segue la linea di demarcazione che separa la Finlandia, i tre paesi baltici, la Bielorussia e l'Ucraina (oramai senza la Crimea) dalla Russia. Restano fuori, quindi, (ripeto: "geograficamente parlando") le cosiddette parti europee di Russia e Kazakistan, Georgia, Azerbaigian e Armenia. A sud resta fuori la parte europea della Turchia e, di conseguenza, a maggior ragione ne resta fuori la parte asiatica, tanto per chiudere in modo netto e definitivo ogni discorso sul possibile ingresso della mezzaluna nell'Unione Europea.


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Cipro del Nord costituisce un abominio e va considerato un territorio occupato indebitamente da una potenza che si avvale del suo ruolo di alleato dell'Occidente per perpetrare, all'interno e all'esterno, crimini e misfatti intollerabili. Cipro del Nord è destinato a ricongiungersi al suo territorio naturale, secondo i dettami della risoluzione 541 dell'ONU e dell'Unione Europea. Definiti in modo razionale i confini geografici del continente, (non parlo di quelli a Ovest perchÊ non costituiscono alcun problema) passiamo ora alla definizione di "Europa Nazione", ossia l'insieme degli Stati Europei che possono federarsi sul modello degli Stati Uniti d'America, creando, di fatto, gli Stati Uniti d'Europa. (Continua) Lino Lavorgna

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BYE BYE AMERICAN DREAM Comunque andrà a finire, l'8 novembre, gli Stati Uniti avranno un pessimo presidente e ciò rappresenterà un problema per il mondo intero. Azzardo una previsione: vincerà Trump, anche se mentre scrivo sta montando il caso sulle sue frasi sessiste che, proprio per le ragioni esposte in questo articolo, potrebbero penalizzarlo e non di poco. E' indubbio, tuttavia, che lo strambo personaggio possa contare su una enorme messe di sostenitori, dato di non facile comprensione, soprattutto per un europeo, nonostante gli USA ci abbiano abituato a presidenti mediocri figli dell'alta borghesia, sempre vincenti contro i pochi "illuminati" figli solo del proprio talento. Per capire il suo appeal sull'opinione pubblica, "un appeal" che ha sedotto anche molti "democratici" (sia pure nei limiti che tale termine assume nella società americana, capace di esprimere individui che coniugano buoni principi con il più esacerbato razzismo), non basta soffermarsi sulle vicende recenti, sulla paura nata dal diffuso terrorismo e dalle angosce post 11 settembre. Bisogna andare molto indietro nel tempo, fino agli albori del "Nuovo Mondo" e alla colonizzazione europea delle Americhe, quando iniziò a formarsi un embrione di "ideologia americana", che il filosofo Alain de Benoist vede solo come rifiuto di quella europea, essendo l'America stessa il rifiuto materiale dell'Europa. Tutto ciò che l'Europa non sopportava e tutti coloro che l'Europa non sopportavano, trovarono terreno fertile nel "Nuovo mondo", realizzando quel "melting pot" che sopravvive tutt'oggi: puritani perseguitati dagli anglicani, cattolici perseguitati dai protestanti, protestanti perseguitati dai cattolici, ebrei vittime dei progrom, insofferenti con pulsioni anarchiche, visionari di ogni ordine e grado. A costoro si aggiunsero gli "affamati", che il vecchio continente abbandonarono loro malgrado e con sommo rammarico, per necessità vitali legate alla mera sopravvivenza. Dall'incontro-scontro di queste due componenti nacquero gli Stati Uniti d'America e le sue mille contraddizioni. Molto negativo il retaggio generato dai "rifiuti", che diedero origine alle varie organizzazioni criminali. Vitale quello degli "affamati" che, lavorando sodo, crearono il mito "dell'american dream". Le colonizzazioni, del resto, sotto questo profilo, si assomigliano tutte. Gli italiani di oggi, in massima parte, sono i discendenti dei tanti "dominatori" che si sono succeduti nel corso dei secoli e portano nel DNA sia il retaggio ancestrale delle dominazioni positive (Normanni, Svevi, Longobardi) sia quello nefasto delle colonizzazioni negative (Aragonesi, Spagnoli, Angioini). Sorvolo su quelle degli Arabi e dei Francesi, la cui analisi sociologica, dicotomica tra bene e male, richiederebbe troppo spazio, portandoci fuori tema.


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Ritornando agli USA, il primo dato da prendere in considerazione è il marcato "calvinismo, intriso di quel puritanesimo che, sostanzialmente, genera una società incapace di individuare dove si annidi "il vero male". In Europa siamo abituati a concepire le guerre d'indipendenza come la rivalsa dei popoli tiranneggiati. La guerra d'indipendenza americana fu solo l'arrabbiata reazione dei coloni alle restrizioni commerciali imposte dalla madre patria. Il collante fu determinato dal primato del profitto su ogni altro elemento sociale e il possesso di beni e dollari come unico termine di paragone per sancire le differenze. Lo stesso concetto di "uguaglianza naturale" che, è bene ricordarlo, precede quello affermatosi in Francia, è antitetico al modello europeo. In America è dalla "libertà" che deriva l'uguaglianza e non viceversa e la differenza, che a prima vista potrebbe apparire effimera, essendo analogo il presupposto originario - tutti gli uomini nascono liberi e uguali - assumerà un rilievo fondamentale nel processo evolutivo della società americana. Un altro aspetto che può aiutarci a capire fenomenologie sociali sconvolgenti per un europeo, è la naturale propensione al cattivo gusto, in ogni contesto, ereditata dai progenitori. Nella madre patria, però, la mancanza di gusto e senso estetico è stata sempre coperta e mascherata dalla "vicinanza" con l'Europa. Con il distacco dei coloni e senza il supporto della civiltà europea, in America si è registrato un progressivo involgarimento della società, in tutti i campi. Mentre in Inghilterra la società aristocratica precipitava verso la borghesia, negli USA si affermava la parodia della società europea, conferendo "nobiltà" esclusivamente al "dio denaro". La parola "gentleman" non ha varcato l'Atlantico e non esiste nel costrutto sintattico statunitense, alla pari di "lady". Il termine "business", che originariamente intendeva caratterizzare un individuo semplicemente "impegnato a fare qualcosa", è stato mutuato in quello più consono al tipo di mentalità che si andava affermando, divenendo "affare". Di rilevante importanza, a tale proposito, il saggio di Guglielmo Ferrero, "Fra i due mondi", del 1913. In esso lo storico distingueva le civiltà quantitative da quelle qualitative, spiegando che l'accumulo delle ricchezze porta al progressivo declino della società. Nelle società qualitative (il Ferrero si riferiva precipuamente al mondo greco-romano) si producono capolavori, opere d'arte in grado di elevare lo spirito, muovendosi entro limiti prestabiliti. Nelle società quantitative l'unico scopo è l'accrescimento della ricchezza, senza limiti (e senza regole), generando quelle fratture sociali che, inevitabilmente, sfociano in guerre. Già nel 1913 quindi, Ferrero vedeva nel dinamismo americano uno sviluppo incontrollato e incontrollabile della tecnica produttiva. Una civiltà, quindi, senza valori stabili e senza freni interni, che preparava da sé la propria catastrofe. E' stato un valido profeta. Lo storico statunitense Henry Steele Commager, nel 1952, con il saggio "Lo spirito Americano", ripropone la tesi di Ferrero: "La peggior disgrazia che potesse capitare a un partito politico era una crisi economica e la più grave obiezione a una legge era la sua nocività per gli affari. Tutto ciò tendeva a dare una forma quantitativa al pensiero, conducendo l'americano a mettere pressappoco al di sopra di tutto una valutazione quantitativa. Quando domandava quanto valeva un uomo, voleva parlare del valore materiale, e si irritava di ogni altro sistema di apprezzamento. Anche la soluzione che proponeva a numerosi problemi era

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quantitativa, e che si trattasse dell'educazione, della democrazia o della guerra, il trattamento attraverso i numeri era il rimedio sovrano". L'american way of life trasforma una società viva in una società meccanica, avulsa dai reali valori e tutta imperniata sull'apparire, in funzione del conto in banca e del "ben-essere" che si riesce a mettere in mostra. Il concetto di "essere" è del tutto sconosciuto. Voglio citare, in merito, un episodio emblematico di cui sono stato diretto testimone. Qualche anno fa, a New York, conobbi un facoltoso businessman che veniva spesso in Italia per motivi di lavoro, innamorato della costiera amalfitana e desideroso di acquistare una villa a Positano. Aveva già acquistato presso uno dei più prestigiosi cantieri nautici italiani, per la modica cifra di sette milioni di euro, un lussuoso 13 metri munito di ogni confort. Gli feci notare che la scelta non mi sembrava pertinente. Avrebbe speso un sacco di soldi per la villa e avrebbe avuto problemi con la barca. Molto più "razionale" risultava l'acquisto di una villa a Vietri sul Mare o a Salerno, che dispone di un porto turistico all'avanguardia. La costiera l'avrebbe potuta godere in toto via mare, raggiungendo i vari siti con il gommone. Soprattutto avrebbe risparmiato un buon 50% sul prezzo dell'immobile, a parità di superficie. Mi guardò come se avessi detto la baggianata più grande del mondo. "Oh yeeeea… posso capire che le case a Vietri sul Mare o a Salerno costano di meno e che la barca deve stare a Salerno, ma ai miei amici una cosa è dire che ho una villa a Positano e altra cosa è dire di averla a Vietri o a Salerno, che nemmeno sanno dove siano". Il dato più importante di tutta la storia era "poter apparire" agli occhi degli amici come il proprietario di una villa a Positano. E pazienza se ciò significava "sprecare" qualche milione di dollari e perdere un'oretta solo per raggiungere il porto. (Parlare dello "spreco" non è possibile in questo articolo, anche se sarebbe molto interessante: basti dire che NON con ciò che si consuma, ma SOLO con ciò che si SPRECA quotidianamente negli USA, soprattutto in campo alimentare, si potrebbe risolvere il problema della fame nel mondo). Una società sostanzialmente mediocre, quindi, vuole essere rappresentata da uomini mediocri, che sente "vicini". Uomini colti e raffinati, che pure vi sono, non hanno alcuna possibilità di affermarsi oltre certi limiti. Al Gore, che sarebbe stato il miglior presidente della storia degli USA, è un esempio eclatante di questo postulato. Il Capo dello Stato deve essere un uomo come gli altri, un "brav'uomo"; se fosse superiore, un "uomo bravo", inquieterebbe. In una democrazia normale si spera che siano i migliori a prevalere. In America, invece, si amano i "winners". Non importa come siano diventati tali, purché siano e appaiano il più possibile delle persone comuni. Nella campagna elettorale il politico che vuole vincere le elezioni deve preoccuparsi di "assecondare" gli umori della massa, recitando la propria commedia con un tasso di ipocrisia che non ha eguali al mondo. Il secondo emendamento, che costituisce un abominio, è argomento "tabu" per ogni politico che aspiri a vincere le elezioni. Parlarne significa mettersi contro la maggioranza degli elettori e le potenti lobby delle armi: la sconfitta è sicura. La cinematografia, del resto, non ha mai mancato di evidenziare le molteplici e gravi distonie della politica statunitense. Recentemente, poi, con la fiction "House of cards", si è passati a una divulgazione quasi "didattica" del sistema.


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Paradossalmente, invece di "aprire gli occhi", gli americani sembrano affascinati dallo scarso o nullo senso etico con il quale vengono rappresentati i cinici politici, pronti a tutto pur di raggiungere il potere. Tale virus, tra l'altro, grazie allo straordinario potere condizionante dei media, si sta diffondendo in modo virale anche in Europa. Non a caso, l'attuale presidente del consiglio italiano, ha imposto ai suoi discepoli di abbandonare i classici del pensiero politico e di dedicarsi esclusivamente alla visione della fiction, invitandoli ad emulare i loro colleghi d'oltremare. Un altro aspetto da non sottovalutare è la scarsa propensione degli americani a conferire un potere immenso a una donna. Ho ascoltato il parere di molti amici che hanno sempre sostenuto i candidati democratici, i quali, con sconcertante naturalezza e senza alcun imbarazzo, hanno dichiarato "che non è possibile affidare la valigetta a una donna". Una estrema sintesi di un ragionamento molto più profondo e complesso, tra l'altro ben sviluppato in un vecchio film del 2000, che invito a vedere: "The contender", diretto da Rod Lurie. Nel film la vittima del misoginismo statunitense era una semplice "vice-presidente", che nell'impianto costituzionale americano conta come il due di coppe a briscola, quando la briscola è di un altro colore. Figurarsi ora, nella realtà, con la Clinton! Da qui all'affermazione di Trump, il passo è breve. La Clinton, ovviamente, gli è superiore in tutto, anche se per certi versi rappresenta il lato "B" della stessa medaglia. Se vincesse lei avremmo "il male minore". Ma a conclusione di questo articolo non me la sento di auspicare la sua vittoria. Bisogna smetterla sia con il male maggiore sia con quello minore. E' ora che questo mondo inizi ad affidarsi ai migliori. Ovunque. L. L.

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CURDO-SIRIANI: GLI EROI SCOMODI Intervista al leader del Pyd: Saleh Muslim Mohammed Rappresentanti dei curdi siriani del Pyd (Partito dell'Unione democratica), degli iraniani del Pjak, del Pkk turco e dei partiti Patriottico e del Movimento per il cambiamento del Kurdistan iracheno si sono dati appuntamento a Bruxelles in quello che è stato il 16mo Congresso internazionale dei curdi, al quale hanno preso parte anche esponenti di altre minoranze quali gli yazidi e gli assiri, e di altre formazioni politiche. Il tema centrale dell'incontro è stato la grave crisi che sta percorrendo i territori abitati da milioni di curdi, distribuiti perlopiù tra Turchia, Siria, Iraq e Iran, ma anche per disegnare una maggiore interazione fra i partiti presenti, in realtà tutti o quasi di sinistra poiché le altre forze politiche, come il partito del presidente del Kurdistan iracheno Masoud Barzani non hanno preso parte all'evento a causa di dissidi ormai di difficile soluzione. Con l'occasione Confini ha voluto intervistare Saleh Muslim Mohammed, leader del Pyd siriano il cui braccio armato è rappresentato dai combattenti dell'Ypg (Unità di difesa del popolo), cioè da quei curdi che nel nord della Siria sono stati il muro che ha arginato l'Isis, sconfiggendo i jihadisti in battaglie epiche quali Kobane e Manbij. Qualche mese fa i curdi del Pyd hanno proclamato l'autonomia delle tre province del Rojava, la parte curda della Siria: è un gradino per arrivare all'indipendenza, magari facendo pesare il successo della lotta all'Isis? "I curdi erano da sempre un unico popolo, separato nel Ventesimo secolo dalla nascita degli statinazione, i quali hanno schiacciato le minoranze per far prevalere i vari interessi. Tuttavia oggi vediamo che il modello degli stati-nazione è fallito poiché non è stato in grado di rispondere ai bisogni e alle pressioni delle minoranze etniche. In realtà anche dalle nostre parti c'è chi vorrebbe uno stato-nazione curdo, ma noi del Pyd siamo per una forte autonomia e per una federazione con altre possibili autonomie che interessano le minoranze del nord della Siria, di certo non per l'indipendenza da Damasco. A noi non interessa la secessione: i nostri valori sono l'uguaglianza tra i generi, la pari dignità di tutte le etnie, delle religioni e confessioni". D'accordo, però ammetterà che il vostro progetto di autonomia si trova senza appoggio esterno, in un quadro, quello della crisi siriana, che vede l'occidente sostenere i ribelli più o


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meno moderati, il Qatar e i sauditi finanziare i jihadisti, la Russia supportare i siriani di Bashar alAssad, e non mi dilungo… "Il nostro appoggio viene dal popolo. Non abbiamo mai avuto accordi con nessuno, tantomeno sostegno, eppure abbiamo combattuto e stiamo combattendo. Io sono convinto che la nostra posizione sia giusta: gli altri gruppi sono appoggiati dall'una o dall'altra potenza, che sia l'occidente, la Turchia, il Qatar, l'Arabia Saudita o l'Iran. Noi contiamo sul popolo: quando gli altri finiranno i soldi, svaniranno". Come finanziate la lotta armata? Vendendo il petrolio? "Magari! Abbiamo il petrolio, ma non abbiamo chi ce lo compra, poiché siamo di fatto circondati e a nord c'è la Turchia. Ci finanziamo da soli, grazie al fatto che al mondo ci sono più di 40 milioni di curdi… e a noi basta una zuppa di lenticchie per tirare avanti". Uniti, ma non troppo: voi siete la versione siriana del Pkk, odiati e combattuti dalla Turchia, mentre il Kurdistan iracheno fa buoni affari con Recep Tayyp Erdogan… "Ormai Barzani è diventato un esecutore dei piani del presidente turco Erdogan, proprio perché per vendere il petrolio scavalcando Baghdad ha bisogno della Turchia. Va detto che la spaccatura tra noi e i curdi del partito di Barzani non è di oggi, ma risale agli anni Novanta, quando ci siamo persino combattuti. Ci tengo a far notare che quando pochi mesi fa abbiamo proclamato l'autonomia, Barzani ha fatto chiudere il confine su evidenti pressioni della Turchia, bloccando così il flusso di medicinali e di generi alimentari". Turchia e Arabia Saudita hanno ottenuto la vostra esclusione dal tavolo delle trattative di Ginevra, moderato dall'inviato Onu Staffan de Mistura. Un duro colpo? "No. Il tavolo fino ad oggi non ha prodotto nulla, tant'è che è fallito. Vi siedono gruppi islamisti come Ahrar al-Sham e Yaish al-Islam che hanno come obiettivo il califfato, ma noi, che abbiamo vinto a Kobane, siamo stati tagliati fuori. Noi il nostro progetto lo stiamo mettendo in pratica, non ci fermiamo alle parole". Tuttavia avete avuto un atteggiamento ambiguo, tant'è che non sono un segreto i vostri contatti con Damasco, ed un giorno avete combattuto con l'Esercito libero ed il giorno dopo con i militari regolari. "Sì, è vero, abbiamo avuto contatti con il regime, poiché per diminuire le tensioni cerchiamo di negoziare con gli uni e gli altri".

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Quindi voi siete perché Bashar al-Assad resti al suo posto? "Se il popolo siriano in una votazione libera eleggerà al-Assad, noi saremo con il popolo e rispetteremo il loro voto. Tuttavia ritengo che i siriani non torneranno a chi è stata una delle cause di questo disastro". Poi avete parlato anche con Teheran… "Non lo nego, diverse volte sono stato per colloqui nella capitale iraniana. Tuttavia non ne è uscito nulla, non abbiamo ricevuto nessun aiuto". Dopo averla liberata dall'Isis, la comunità internazionale vi ha chiesto di lasciare Manbij. Chi la controlla ora? "Noi abbiamo agito in accordo con il consiglio cittadino: la gestione della città ora è loro". L'occidente e non solo considera il Pkk un'organizzazione terroristica, mentre voi, che siete sostanzialmente la stessa cosa in salsa siriana, siete considerati difensori dell'etnia curda in Siria. Che ne dice di quest'atteggiamento ambiguo? "La Turchia, paese Nato, ha fatto di tutto per farci passare come terroristi, ma poi le ricerche e le prove hanno dimostrato che non lo siamo. Di certo siamo più democratici della Turchia, che appoggia l'Isis e i qaedisti di Jabat al-Nusra". Enrico Oliari


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LI DOBBIAMO ACCOGLIERE... PERO’ Abbiamo il dovere di accoglierli perché lo sconquasso in quei paesi lo abbiamo causato noi occidentali fomentando, finanziando e sostenendo militarmente quelle rivolte, chiamate eufemisticamente “primavere arabe”, che hanno gettato nel caos e nella guerra civile nazioni una volta stabili. Chi ha voluto la morte di Gheddafi in Libia, chi ha impiccato Saddam Hussein in Iraq? Chi sta tentando di rovesciare Assad in Siria? Chi ha creato e armato l’ISIS? Siamo noi occidentali gli unici responsabili di tanta morte e distruzione. Responsabili per non esserci opposti, anzi di aver sostenuto, da bravi e docili “alleati”, la pretesa tutta americana di dominio del mondo intero. In più si aggiunge il cinismo. Aspettiamo che si mettano in mare su barconi malconci e stracolmi e dopo, solo dopo che si compie l’ennesima tragedia del mare, la nostra marina accorre a salvarli. A questo punto non sarebbe più logico e umano andare a prenderli direttamente sulle spiagge, invece di versare lacrime e stracciarsi le vesti in televisione come fanno i nostri politici e governanti a tragedia avvenuta? Detto questo, veniamo alla questione in oggetto. Anche noi siamo stati un popolo di migranti, affermano i buonisti. E’ vero, c’è però una differenza sostanziale: gli italiani andavano in paesi dove c’era bisogno di mano d’opera. I nostri nonni approdavano in nazioni dove, a differenza dell’Italia di oggi, non c’era il 40% di disoccupazione giovanile. Per cui non sottraevano il lavoro a nessuno. E non mi si venga a dire che gli immigrati fanno i lavori che gli italiani rifiutano, quando in realtà gli extracomunitari sono preferiti agli italiani in tutti i settori della nostra economia per il semplice fatto che accettano di farsi sfruttare. Come al sud, dove per la raccolta dei pomodori e degli agrumi per le multinazionali del settore alimentare lavorano 10/12 ore al giorno sotto il sole cocente di luglio per poche decine di euro, per giunta in nero. O come nei cantieri edili del nord dove in passato lavoravano bergamaschi e meridionali e ora solo extracomunitari. Strettamente legata all’immigrazione c’è poi la questione dell’integrazione: Cosa significa integrazione? Significa stimolarli ad accettare il nostro stile di vita? Convincere la donna musulmana ad abbandonare il Burka per mettersi la minigonna o spingere il giovane a bere alcolici? No, integrazione tradotto in termini pratici significa, soprattutto, dare agli immigrati un lavoro e

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trovargli una casa… e chi glielo spiega al nostro disoccupato che si rabbatta, al nostro pensionato che sopravvive con una pensione da fame, alla famiglia sfrattata perché non riesce a pagare l’afittto che gli immigrati vengono prima di loro… non ci è riuscito Mussolini a farci diventare razzisti, ci stanno riuscendo Renzi ecompagni. E per compagni intendo anche il Papa che, oltre tutto, non si rende conto che gli immigrati una religione già ce l’hanno…e non è quella cattolica. Non vorrei che tutta questo interesse della Chiesa verso gli immigrati avesse motivazioni economiche legate all’enorme business dell’accoglienza, gestito anche dalle associazione cattoliche (vedi lo scandalo di Roma capitale). Veniamo ora alla questione profughi. Questi giovanotti, dico giovanotti in quanto sono in massima parte giovani e in ottimo stato di salute, fuggono dalla guerra. A parte il fatto che la guerra è principalmente in Siria e nei paesi arabi mentre questi sono tutti neri, mi piacerebbe sapere dove hanno trovato i mille, duemila e tremila dollari per pagare gli scafisti? Un mistero su cui i paladini degli immigrati tacciono. Questi giovani fuggono dagli orrori della guerra, dicevamo. E’ vero, ma abbandonano al loro destino quelli che restano. Anche l’Italia ha conosciuto gli orrori della guerra. Anzi di due guerre che si sono combattute contemporaneamente, una mondiale tra eserciti e una civile tra italiani, con bombardamenti, violenza, fame e privazioni. Solo che i nostri giovani non sono scappati in Svizzera o in paesi neutrali come Spagna, Portogallo, Svezia e Irlanda per salvarsi la pelle, sono rimasti a combattere, chi con la camicia nera e chi con il fazzoletto rosso, ma sono rimasti a lottare per la propria patria, la loro terra, per i propri fratelli. Questi qui invece…e dobbiamo pure mantenerli. Gianfredo Ruggiero


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PRIVATIZZAZIONI ALL’ITALIANA La prova provata che non sempre privatizzare è bello e che qualche volta lo Stato è più efficiente dei privati è data dall'esito della privatizzazione dei servizi di recapito postale, in particolare della consegna delle raccomandate. Finché i portalettere erano impiegati statali, solo se uno non voleva farsi trovare, riusciva a scansare la consegna di una raccomandata, che vi fosse o meno l'ascensore nell'edificio o il "filtro" di un portiere. I postini percorrevano chilometri a piedi o in bici, salivano e scendevano scale, con una pesante borsa di cuoio a tracolla, mentre oggi vanno in motorino e si atterriscono davanti ad una rampa di scale. A riprova, fino a qualche anno fa, agli sportelli delle "inesitate" (brutto termine burocratico per dire lettere non consegnate) non si formavano mai lunghe file. Oggi quegli sportelli sono "infernali" a causa delle lunghe code quotidiane. Certo si può protestare per la sospetta sistematicità con la quale si trova nella cassetta della posta l'avviso di mancata consegna di una raccomandata, con il relativo fastidio di doversi recare all'Ufficio postale (non sempre il più vicino) per il ritiro. Ci si può sgolare a spiegare all'imperterrito sportellista che in casa c'è sempre qualcuno e quindi la mancata consegna è "dolosa", la risposta immancabile è quella di riempire un modulo di protesta, a volte con l'ammissione, a denti stretti, che in molti si lamentano del disservizio e che, tuttavia, si tratta di servizi "esternalizzati". Eppure Poste Italiane (ormai una spa quotata in borsa e privata per il 40% del capitale) potrebbe anche prendersi la briga di fare un controllo sull'incremento esponenziale delle "inesitate" avvenuto negli ultimi due o tre lustri e prendere i provvedimenti del caso. Potrebbe, ma, forse, correrebbe il rischio di dover sanzionare qualche amico di amici influenti.... quindi meglio servizi scadenti e utenti arrabbiati. Gustavo Peri

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NICOLA MARIA MARTINO: L’EVENTO DEL RITORNO Retrospettiva di Nicola Maria Martino all'Accademia di Belle Arti di Macerata (Piazza Vittorio Veneto, 7 - www.abamc.it / tel +39 0733 405111), in collaborazione con Marianne Wild Arte Contemporanea. L'evento del ritorno, il titolo della mostra. Fino al 4 dicembre 2016. Docente di Decorazione e Direttore alle Accademie di Sassari e Torino, poeta e performer, pensatore e pittore, Nicola Maria Martino è figura che illumina i sentieri dell'arte con una voce creativa tesa a disegnare, sin dai primissimi anni Settanta, il nuovo che avanza. Partendo appunto da un nucleo di opere degli anni Settanta, la mostra propone la straordinaria serie dei reggiseni (1974) che, assieme a Colore Dolore (1976), testimoniano l'esigenza di tornare - dopo un primo percorso comportamentale - ai perimetri chiari del codice pittorico per verificare nuovamente la forza del colore sulla superficie. Accanto a lavori storici che evidenziano il passaggio dal comportamentale al pittorico, L'evento del ritorno mira a ripercorrere le tappe più significative della pittura di Martino, rappresentate da Illusioni folli, Nemesis, Panta rei e Grande mare per evidenziare un'atmosfera che pone nuova luce sull'antico, sul mito e sul rito, sul racconto e sulla storia. Seguono lavori dei cicli Ferdinandea e Isole (opere mute, pungenti e malinconiche), opere realizzate a partire dal 1997 e segnate dal discorso Modernissimo dove l'artista sente l'esigenza di tornare ad un dialogo interiore, e straordinari disegni del percorso dedicato al concetto di Altrove, dove la pastosità della linea sul foglio mostra tutto quello che si può dire quando alle parole si ruba la voce. Si tratta di un percorso che pone luce su un sillabario espressivo teso ad alleggerire, ammorbidire, allontanare le brutture del mondo, fino a cancellare la "sbiadita realtà senza fantasia degli adulti" (Carroll). Accanto all'itinerario pittorico di un maestro che ha saputo impadronirsi dei misteri della luce, la mostra propone un archivio di immagini e cataloghi, per offrire l'ampio spettro creativo di un artista che ha saputo rigenerare i propri codici e assecondare i territori fertili di una immaginazione senza fili. MW


RUBRICHE/ARTE

L’EVENTO DEL RITORNO: NOTA CRITICA

"Il nuovo non è in ciò che è detto, ma nell'evento del suo ritorno". Michel Foucault

Come figure che sgorgano da un'infanzia mai dimenticata, giochi d'avvicinamento ad un mondo incantato e spumose delicatezze d'un erotismo primario che porta il desiderio a desiderare le cose desiderate, le immagini che costellano il percorso intellettuale di Nicola Maria Martino invitano a riflettere sull'infinito intrattenimento della pittura e su un sillabario espressivo che alleggerisce, ammorbidisce, allontana le brutture del mondo, fino a cancellare la "sbiadita realtà senza fantasia degli adulti" (Carroll). Cieli limpidi arati da piccoli e innocui aeroplani o da nostalgici aquiloni, barchette affilate che percorrono mari e disegnano leggendarie avventure, biciclette filiformi che girano tra i borghi assolati di provincia, casette e stelle filanti che sembrano provenire dal paese delle meraviglie: e poi atolli, prati, alberi, fiori, segni, graffi, tracce di gioia e dolore che scolorano e si perdono su superfici screpolate dalla luce, rivestite dall'immaginazione degli anni, dei mesi, dei giorni, delle ore. Il ventaglio iconografico offerto da Martino è fatto di questi soggetti privilegiati che accorciano gli argini del tempo per meditare su un mondo mitico ed eroico evocato con emotivo silenzio lirico, con un sentimento che mostra qualcosa di mai visto e di segretamente familiare. Martino ricorda di ricordare, di ritornare al paese dei balocchi, di guardare con dolcezza gli incanti di Lilliput e di afferrare la crudezza del reale mediante stratagemmi poetici che contemplano il silenzio delle cose ("poeta è colui che esprime la parola che tutti avevano sulle labbra e che nessuno avrebbe detta", ha suggerito Pascoli per delineare la poetica del fanciullino). Dopo un primo cammino comportamentale che porta l'artista a contestare con manovre polemiche e dissacranti l'establishment culturale e i lobbysmi di turno - a questo periodo risalgono performance e azioni come L'artista firma i muri (1969), Uscire dalla porta della critica (1970), Ombra d'artista (1971), Artista Italiano in vendita (1972), Ginnastica ad arte (1973), L'artista ha in grande considerazione la sua presenza (1973), L'artista non siede mai in panchina (1973) e Fuori commercio (1974) - Nicola Maria Martino sente l'esigenza di tornare ai perimetri chiari del codice pittorico per verificare nuovamente la forza del colore sulla superficie. Nel 1974, con la straordinaria serie dei reggiseni e successivamente con Colore Dolore (1976) è infatti tra i primi ad avvertire e praticare un cambio di rotta che lo riporta dunque agli ambienti della pittura (e in questo l'artista può vantare dei meriti pionieristici), di un'atmosfera cromatica

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croccante e squillante, di una pastosità poetica che si reinventa mediante spericolate virate nel terreno fertile dell'immaginazione. "Pittore nativo", così lo ha definito Cesare Vivaldi, Martino si innesta così, "con coscienza e autorità, in quell'aria di cultura pittorica romana […]" che da Cy Twombly a Gastone Novelli "arriva, traverso certo lavoro di Baruchello, di Carla Accardi, dell'ultima Fioroni sino a Simona Weller e ad altri giovani", a stabilire non solo il primato del significante rispetto al significato, ma anche a detronizzare le freddezze concettuali e ad avviare una pulizia che salta il fosso del comportamentale per riappropriarsi di un dispositivo linguistico su cui esercitare scorrimenti pindarici, verificare la vertigine del ritorno, superare l'aderenza con il magma delle cose. Il suo è un armamentario magico che prende per la coda la figurazione con lo scopo di svolgere un progetto brillante dove la frontalità bizantina sposa l'aspetto tragico del manierismo e il bagliore scenografico barocco (non mancano sulla tavolozza dell'artista "Braque per la sua posizione etica, Matisse per la grande felicità nel colore, de Chirico per la visionarietà" e la sovratemporalità) per dar luogo a stupefacenti impennate pittoriche che trasformano il terreno pittorico in ambiente del pensiero, in camera semiotica tesa ad allineare i morfemi e i cromemi alle regole grammaticali della fantasia. Del resto per Martino "il gesto della pittura ha valore solo in quanto rende possibile la realizzazione materiale dell'ipotesi di partenza", avverte Filiberto Menna nel 1973: "qualsiasi intervento casuale, non previsto, deve essere accuratamente scartato nella misura in cui potrebbe introdurre un fattore di disturbo lungo il processo che […] porta l'azione mentale ad identificarsi con lo spazio della tela" e a permutare la stessa pittura in cosa mentale, in poesia muta (Leonardo). Con una intimità che restituisce le esigue tracce di un'antica serena maraviglia le contrade estetiche battute da Nicola Maria Martino mostrano, negli anni, e soprattutto nell'ultimo decennio, un inesauribile dialogo con le cose di sempre, con i luoghi che l'artista richiama alla memoria, con un piccolo mondo antico dove possono apparire i fantasmi dei principi e delle nascite, dove i flutti del mare - quel "mare amarissimo che è l'Adriatico" puntualizza Arnaldo Romani Brizzi - si fanno eterni, dove i colori mutano in contrappunti di uno spartito che all'originale privilegia l'originario, dove le figure umane si dissolvono, dove coesistono implicitamente l'è stato, l'è e il sarà. Martino sente l'esigenza archeologica di scavare ancóra nei dedali del tempo, di portare alla luce, appunto, le presenze originarie della mente per farle esplodere nell'evidenza della percezione. La sua pittura (una pittura colta ha notato Italo Mussa in tempi non sospetti) pare dissolvere il presente in quanto mancanza della consapevolezza dell'esistenza del presente per sovrastoricizzare e deterritorializzare le occasioni, per attuare - oggi più che mai - una potente Wandlung che frulla sulla tela gli attimi fuggenti dell'evidenza finita in prima persona, le screpolature autobiografiche (e ciò che sussiste in conformità ad una öáíôáóßá ëïãéêÞ), le circostanze di una differente ripetizione, il senso del vuoto da riempire a mezza voce, nel mormorio delle cose. Antonello Tolve


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Penetrare nel cuore del millennio e presagirne gli assetti. Spingere il pensiero ad esplorare le zone di confine tra il noto e l’ignoto, là dove si forma il Futuro. Andare oltre le “Colonne d’Ercole” dei sistemi conosciuti, distillare idee e soluzioni nuove. Questo e altro è “Confini”

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