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MONOGRAFIA

proprie bandiere ideologiche. La fede assoluta nel conseguimento della trasformazione in senso federalista dello Stato, diviene, nella retorica leghista, la ragione utilitaristica della permanenza al governo, nonostante la sconfitta della riforma costituzionale del 2005. In realtà, dietro la volontà di restare all'interno delle logiche del potere si nasconde l'interesse prevalente ad avere il sostegno degli alleati, in particolare di Forza Italia, per continuare ad amministrare un buon numero di territori del nord. La vocazione maggioritaria del Partito delle origini, invece, si rivela una crudele utopia per le ambizioni dei "duri e puri" riuniti sotto l'effigie di Alberto da Giussano. Tuttavia, la Lega dovrà attendere le elezioni regionali del 2010, cioè nella fase terminale del decennio berlusconiano, per avere due suoi esponenti, Cota e Zaia, alla guida, rispettivamente, del Piemonte e del Veneto. A costoro si aggiungerà, nel 2013, anche Roberto Maroni, eletto al vertice di "Regione Lombardia". Nonostante gli esiti sventurati dell'esperienza di governo del centro-destra, la Lega trae il suo utile politico nel vedersi alla guida di quelle realtà che avrebbero dovuto costituire l'asse portante della macroregione del nord, pensata da Gianfranco Miglio. Non vi è dubbio alcuno che il movimento leghista abbia beneficiato della disponibilità prestata, oltre ogni misura, dal leader del centro-destra, Berlusconi. Quest'ultimo, a sua volta, ha assecondato il consolidarsi di uno schema tattico in base al quale alla meno diffusa articolazione di Forza Italia al Nord avrebbe fatto da contrappeso l'azione capillare del movimento leghista. A compensare il costo della minore incidenza locale del più grande partito della coalizione, che ritagliava per se il ruolo di movimento vasto d'opinione, si conteggiava la totale devozione alla leadership personale di Berlusconi, in ambito governativo e parlamentare, dei rappresentanti della Lega-Nord. Non si andrebbe lontani dalla verità se si affermasse che il patto politico che ha cementato la coalizione di governo del centro-destra non fosse tra Forza Italia e Lega, bensì tra Berlusconi e Bossi. Il mitico "asse del Nord" traeva legittimazione dalla solidità di un rapporto personale, intimo, rafforzatosi negli anni, tra due uomini che dopo molto tempo si erano intesi e avevano deciso di mettere a disposizione della causa comune i rispettivi "carismi", per fare qualcosa nella quale nessun altro avrebbe potuto mettere becco. Della solidità granitica di questa unione se ne resero ben presto conto, a loro spese, sia Casini sia, due anno dopo, Gianfranco Fini. A prescindere dal dato umano del rapporto personalissimo tra i due leader, ciò che interviene a sostenere la qualità e la resistenza del "progetto settentrionale" è la presenza unificante, nel ruolo chiave di uomo-cerniera tra i due progetti politici, di Giulio Tremonti. Ma questa è un'altra storia. La vita della Lega Nord degli anni duemila incrocia la vicenda umana di Bossi e della malattia debilitante che lo colpisce nel marzo del 2004. Il fatto che il leader carismatico sia stato colpito nell'integrità del corpo fisico non è questione secondaria. Nei primi anni del cammino leghista, la mimica del capo, i suoi gesti duri, a volte violenti, mirati a rappresentare un machismo radicato nel retroterra valoriale del movimento, avevano fatto da sfondo al suo progetto politico. Era, quindi, inevitabile che si ricorresse anche alla "mistica" del corpo fisico del leader per spiegare il fenomeno leghista. Per i militanti valeva quel meccanismo di immedesimazione in un Bossi "ipostatizzato", che avrebbe segnato un modo nuovo, diverso rispetto al passato, già da

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