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MONOGRAFIA

la mutazione della "Camera Alta" del Parlamento in Senato federale. Purtroppo, la sconfitta elettorale del 2006, anticipando di poco il referendum confermativo della legge costituzionale, approvata senza la maggioranza dei due terzi del Parlamento, infrange il sogno leghista. Gli italiani, non comprendendo l'importanza epocale della scelta, disertano le urne. Cosicché uno striminzito 31% degli aventi diritto pone un NO sulla scheda referendaria e una pietra tombale sul cambiamento. La Lega degli anni "Duemila", ha mutato ancora una volta il piano tattico. In positivo, non persegue più l'obiettivo della separazione per sottrazione di territorio allo Stato centrale, piuttosto sceglie la strada della immedesimazione in un paradigma. La Lega punta, attraverso i suoi esponenti più rappresentativi, a farsi modello nazionale di buon governo riproponendo specularmente lo schema di buona amministrazione dei territori. La significativa diversità del movimento rispetto al resto degli alleati sta proprio nell'aver curato, negli anni, la crescita di una classe di nuovi amministratori pubblici, per lo più giovani, preparati e nient'affatto rozzi come certe manifestazioni folkloriche dei primi tempi tendevano a rappresentarli. Anche in questo caso i simboli estetici aiutano a interpretare il cambiamento. Le appariscenti camicie verdi lasciano il posto, nella frequentazione parlamentare e istituzionale, alle più discrete cravatte verdi e alle "Pochette"in tinta a tono. Nel cosiddetto decennio berlusconiano, durante il quale il governo è stato nelle mani del leader di Forza Italia, tranne che per la parentesi, nel 2006-2008, della sciagurata "Unione" di Romano Prodi, le performance dei ministri leghisti sono sostanzialmente positive. Probabilmente colui che resterà, più di ogni altro, nei cuori e nella memoria del popolo dei garantisti sarà il "duro" Roberto Castelli che, da Ministro della Giustizia, riesce a varare la più importante riforma del sistema giudiziario che la Repubblica avesse conosciuto. La normativa precedente, infatti, sopravviveva dal gennaio del 1941. La nuova legge reca un tratto rivoluzionario nella violazione del tabù dell'intangibilità della funzione giurisdizionale. La novità è data dall'introduzione del principio di separazione delle funzioni tra magistratura inquirente e giudicante. Il leghista Castelli osa fare ciò che a nessun altro libertario riformista era riuscito. Lo scossone per l'ordine giudiziario è così forte che, il successivo governo di centro-sinistra appena insediato nel 2006, provvede, con un d.d.l. del nuovo ministro della Giustizia Clemente Mastella, a far cancellare dal Parlamento l'impianto della riforma "Castelli" per tornare in tempi record allo spirito del precedente regime normativo. Quello del '41. A disdoro di Prodi e di tutti i suoi accoliti va detto che l'abrogazione della legge "Castelli" costituisce la prova regina, la "pistola fumante", nel processo di accertamento della subalternità totale della sinistra ai diktat della corporazione dei magistrati. Nel Gabinetto che si insedia all'apertura della XVI legislatura, la guida del Ministero dell'Interno viene affidata all'altra punta del Movimento: Roberto Maroni. Il giudizio positivo sul suo operato è abbastanza diffuso. La lotta alla criminalità organizzata, per Maroni, diviene una priorità dell'azione di governo. C'è anche il contrasto alla piaga dell'immigrazione clandestina. La Lega di governo si appropria dei temi della legalità e della difesa dei confini nazionali per farne due

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Confini24  

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