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POLITICA

CITTADINO, QUINDI UOMO Nell'Italia dei primi decenni del 2000 la cittadinanza sta regredendo a fatto meramente burocratico, perdendo quella forza etica e politica che ne ha sostenuto il valore nei decenni del consolidamento della democrazia e dell'affermazione del welfare. Il legame tra promozione dei diritti di cittadinanza e processo di inclusione sociale risulta oggi innanzi tutto indebolito dalla crisi economica e dalla regressione morale e culturale che ne è conseguita. Prova ne sia, tra gli altri fenomeni, la scomparsa nel dibattito pubblico del tema relativo alla nuova cittadinanza e ai nuovi italiani. Un'Italia stremata non ha le risorse, sia economiche sia morali, per allargare (e rigenerare), il significato della cittadinanza nell'epoca delle migrazioni e delle frontiere abbattute dalla globalizzazione. E' il segno, certamente, di una crisi nazionale: lo Stato che non sa includere gli stranieri è lo stesso Stato che, contemporaneamente, sottrae progressivamente diritti agli italiani. Tale regressione è però anche il segno di una caduta più generale del valore della cittadinanza nelle stesse società occidentali che ne hanno rappresentato la storica culla. La figura del cittadino impallidisce ovunque, di pari passo con la ritirata del suo tradizionale luogo di affermazione: lo Stato nazionale. Il fenomeno cui abbiamo assistito negli ultimi due decenni contraddice infatti i teoremi delle più sofisticate filosofie del diritto. L'indebolimento della nazione, intesa come comunità politica, non ha portato all'affermazione di un nuovo e più evoluto concetto di cittadinanza (la "civitas maxima", cioè la cittadinanza cosmopolitica, di kelseniana memoria), ma alla scarnificazione del "cittadino" stesso in favore dell'"uomo". Sembrerebbe una conquista morale. Si tratta in realtà di un passo indietro, giacché l'evoluzione sociale (e le conquiste democratiche) della seconda metà del Novecento hanno imposto i diritti del cittadino come forma massima di tutela dei diritti dell'uomo. Tale mutamento di paradigma è ben rappresentanto, tra le altre, dalle tesi di uno dei pensatori liberal oggi più in voga: Michael Walzer. "Stiamo vivendo il processo di svalutazione della cittadinanza per il bene dell'umanità": questa perentoria affermazione il filosofo americano l'ha espressa in una conferenza tenuta recentemente in Italia (il cui testo è stato anticipato da "la Repubblica"). Tale proclamazione è tutt'altro che innocua. L'afflato umanitario si converte infatti nella visione di un inesorabile atomismo sociale: "Se non ci sentiamo intimamente connessi agli altri abitanti del nostro paese, se non abbiamo in comune storia, religione e così via, se pensiamo a noi stessi come a una serie sartriana di individui scollegati tra loro - se tutto ciò è vero, chi mai sosterrà politicamente il welfare state o sarà disposto a pagare le tasse di cui esso necessita?".

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Magazine di prospezione sul futuro

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