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RIFORME

IL DIRITTO DI CAPIRE C'è un diritto scarsamente invocato e praticato eppure essenziale per la vita civile: il diritto di capire. Un cittadino è membro attivo e importante della comunità nazionale, è "socio" dell'azienda Italia, eppure gli viene negato il diritto di comprendere le ragioni delle scelte politiche, la "ragion di Stato", le motivazioni della burocrazia, finanche le scelte operate a livello locale. Spesso le leggi sono incomprensibili anche per gli addetti ai lavori, così come molti regolamenti redatti in "burocratichese" stretto, così per moltissimi provvedimenti, compresi quelli dell'autorità giudiziaria e del fisco. La situazione è degenerata al punto tale che alcune facoltà di giurisprudenza hanno dovuto introdurre cervellotici esami sull'ermeneutica delle leggi. Eppure la legge, qualunque legge o atto pubblico, visto che i destinatari sono i cittadini, dovrebbe sempre essere comprensibile da chiunque abbia frequentato, con profitto medio, la scuola dell'obbligo. La stessa oscurità la presentano, spesso, le decisioni degli enti locali, dalle delibere ai regolamenti di gara. Questa generalizzata prassi delle istituzioni e degli apparati nostrani che tendono ad occultare i loro margini di presunta discrezionalità dietro la cortina fumogena del linguaggio oscuro e che raramente si pongono, in buona fede, il problema della piena comprensibilità dei loro atti è indice certo dell'arretratezza civile del sistema pubblico e quindi della società italiana nel suo complesso. E' la furbizia elevata a sistema. Tale prassi stigmatizza anche il perdurare nel sistema di una cultura ottocentesca per la quale il cittadino era comunque prima di tutto suddito, non importava se del monarca o dello Stato. Ed il concetto di sudditanza lo si coglie all'opera in molti aspetti del rapporto autorità - cittadino. La genesi del premio alla furbizia purtroppo è in Costituzione. Si tratta dell'assenza di vincolo di mandato per i parlamentari. Questo odioso privilegio castale fa sì che, dietro il paravento della libertà di coscienza, un parlamentare, una volta eletto, possa legittimamente dimenticarsi di tutti gli impegni solenni presi con i suoi concittadini-elettori, possa cambiare partito a suo piacimento fregandosene del mandato ricevuto e dei programmi sottoscritti senza mai sentire l'obbligo, almeno verso la sua coscienza, di dimettersi preventivamente. La mancanza di vincolo di mandato si è estesa a macchia d'olio, ha contagiato gli altri poteri e, per capillarità, si è diffusa negli apparati pubblici.

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