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Aeromensile di prospezione sul futuro

Confini

Idee & oltre

Nuova serie - Numero 11 Aprile 2013 - Anno XV

RINASCIMENTO : ISTA ITO V R L TE L’IN NIO PO O ANT

PRIMO PIANO: MARIO CIAMPI APRE LA RIFLESSIONE SUL FUTURO DELLA DESTRA


www.confini.org

Confini Aeromensile di prospezione sul futuro Organo dell’Associazione Culturale “Confini” Numero 11 (nuova serie) - Aprile 2013 - Anno XV

+ Direttore e fondatore: Angelo Romano +

Condirettore: Massimo Sergenti +

Comitato promotore: Antonella Agizza - Mario Arrighi - Anna Caputo Marcello Caputo - Elia Ciardi - Gianluca Cortese - Sergio Danna - Danilo De Luca - Alfonso Di Fraia - Luigi Esposito - Giuseppe Farese - Enrico Flauto - Giancarlo Garzoni - Alfonso Gifuni - Andrea Iataresta - Pasquale Napolitano - Giacomo Pietropaolo - Angelo Romano Carmine Ruotolo - Filippo Sanna - Emanuele Savarese Massimo Sergenti +

Hanno collaborato a questo numero: Pietro Angeleri Francesco Diacceto Gianni Falcone Giuseppe Farese Giny Pierre Kadosh L’Infedele Enrico Oliari Pennanera Gustavo Peri Angelo Romano Gianfredo Ruggiero Massimo Sergenti +

Segreteria di redazione: confiniorg@gmail.com

+ Registrato presso il Tribunale di Napoli n. 4997 del 29/10/1998

confiniorg@gmail.com


RISO AMARO

Per gentile concessione di Gianni Falcone

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EDITORIALE

IL FATTORE “O” Dal dopoguerra ad oggi l'Italia è stata pervasa, mortificata, incapacitata da un costante rumore di fondo: l'odio civile. Una sorta di “fattore O” che, da allora, accompagna e condiziona il Paese. Nel primo dopoguerra e fino agli anni novanta del '900 il “fattore O” si è nutrito di antifascismo, di mitizzazione della guerra civile alimentando la ghettizzazione di alcune forze parlamentari, l'ostracizzazione ad ogni livello di chi non osannava alla Resistenza ed ai suoi valori, nutrendo il principio di esclusione per pregiudizio ideologico fondandolo sulla presunta – e mai dimostrata supremazia morale di una parte, quella dei vincitori, su tutte le altre. Senza mai un momento di conciliazione nazionale, di “pietas”, di riconoscimento dell'onore delle armi per il nemico. Sempre il “fattore O”, scatenato da giudici strabici, ha determinato la fine della Prima Repubblica scaricando su pochi le indubbie colpe di tutti, ostracizzando i reprobi con i lanci di monetine, le manette facili, le vessazioni in carcere e gli esili forzosi. Con l'avvento della mai nata Seconda Repubblica, il “fattore O” ha trovato il modo di sostanziarsi nell'antiberlusconismo, nella lotta ai presunti populismi, nella delegittimazione del voto di milioni di cittadini, bollati come acefali e teledipendenti, per il solo fatto di avere osato dare consenso all'odiato nemico. Quello che si è scatenato, in un ventennio, contro il Cavaliere (che pur ha deluso) non ha precedenti nella storia di un paese democratico. Usata dagli avversari politici o dalla magistratura, l'arma è stata sempre la stessa: il “fattore O”. Persino la fase di paralisi seguita alle ultime elezioni è figlia dello stesso “fattore”. Bersani e i suoi turchi, che di freschezza giovanile hanno ben poco, sono restati intrappolati nello stesso odio che hanno seminato a piene mani, fino a restare paralizzati, come statue di sale, alla sola ipotesi di venire a patti con l'odiato nemico, sia pure transitoriamente e nel supremo interesse dell'Italia. Si sono spinti addirittura, sconfortati e incarogniti dal voto degli italiani che non li hanno premiati, a teorizzare la terminazione dell'avversario attraverso una dichiarazione di inelegibilità, una condanna che ne prevedesse l'interdizione dai pubblici uffici, uno stritolamento ope legis del suo impero. Ma così non si va da nessuna parte se non nel baratro della regressione sociale, civile ed economica. L'odio deve nutrirsi di nemici da abbattere e, a ben guardare, è figlio di una concezione sbagliata della politica che è quella di considerarla come la guerra in tempo di pace. Ricordate la “gioiosa macchina da guerra”?


EDITORIALE

Questa concezione legittima, in caso di vittoria, l'occupazione militare, il bottino, lo stupro, la persecuzione e l'ostracizzazione del nemico, l'epurazione, la pulizia etnica, la voglia di punire e perseguire, il sogno del genocidio, come legittima il terrorismo, anche solo psicologico, in caso di sconfitta. E ben lo sanno i tanti italiani vittime incolpevoli di epurazione ideologica. Le tante malversazioni, corruzioni, ruberie, gli illeciti zavorramenti degli apparati pubblici, le interpretazioni parziali delle leggi, l'uso politico della giustizia, la protezione ad oltranza dei tanti Don Rodrigo e dei loro bravi, posti a presidio militare dei territori, non sono altro che la conseguenza della pratica attuazione di quella concezione sbagliata e manichea della politica che altro non è che perversione del potere, delirio di onnipotenza alimentato dall'idea messianica e fasulla che il bene e la verità stanno tutti da una sola parte. Ma la politica è altro dalla guerra in tempo di pace. E' collaborazione, nel limite delle differenze, per il bene comune, è servizio alla nazione, è capacità di dare un orizzonte condiviso alla comunità rappresentata, è lungimiranza per far sì che il futuro non sia una tegola che si abbatte sul popolo, ma un passo avanti verso l'orizzonte che quel popolo si è liberamente dato. E non c'è differenza, per quanto profonda, che non possa trovare un contemperamento nella salvaguardia dell'interesse generale. C'è un enorme problema di cultura politica in Italia che riguarda ormai tutte le forze politiche, a prescindere da chi abbia per primo gettato il sasso per scatenare la guerra. Siamo nella barbarie più profonda e per uscirne occorre rinascere. Rinascere nello spirito civile, nella cultura, nelle istituzioni e nelle leggi. Occorre rifondare un patto sociale ormai logoro e tanto sbrindellato da non avere più né trama né ordito. Occorre rifondare un Stato ormai diventato un Moloch onnivoro e senza controllo, nemico anch'esso. Occorre rifondare istituzioni ormai logore e senza credibilità alcuna. Esiste una sola strada per farlo davvero: la Costituente. Angelo Romano

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SCENARI

RINASCIMENTO

Se la storia non è maestra di vita per i posteri non serve a molto, così come i posteri servono a poco se non sanno trarre dalla storia ogni lezione utile a non perpetuare catastrofici errori ed a trarne utili spunti per orientare il presente. La storia italiana è oltemodo ricca di ammonimenti e di spunti, tanto numerosi quanto le vestigia del suo plurimillenario passato. Dal Rinascimento, ad esempio, si può attingere a piene mani. Rappresentò il felice incontro tra politica e cultura, tra principi e artisti, tra governanti e scienziati, tra signori e architetti, tra il potere e il bello. Un incontro tanto fecondo da costellare la penisola di opere superbe e di sublimi capolavori. Un incontro che ha reso l'Italia ancora più unica, bella, preziosa e appetibile per visitatori che provengono, ormai da secoli, da ogni angolo del mondo per nutrirsi di bellezza, di arte, di cultura. Questo incontro fu reso possibile dalla lungimiranza dei governanti, dal loro amore per il bello, dalla curiosità per il nuovo, dalla sensibilità per il talento, dall'orgoglio di migliorare i regni, dal desiderio di essere ricordati, dallo spirito di competizione e di emulazione tra le corti. In altre parole da un humus culturale che ha dato frutti durevoli e fecondi, soprattutto per le successive generazioni che hanno ereditato un patrimonio che fa invidia al modo. E' su questa lezione della storia che dovrebbero riflettere i politici, i governanti, le élites italiane. Abbiamo una politica grigia che non si nutre di bellezza, né di arte o di cultura, salvo rarissime eccezioni, che non si arricchisce di scienza e conoscenza, che non valorizza i talenti e poco li considera. Anche per questo i cervelli scappano, non si sentono accolti, apprezzati, coltivati, non c'è nulla a impedire che emigrino in paesi più accoglienti. E così vanno, raminghi ed esuli, a cercare miglior fortuna lontano da una patria avida, meschina, maligna. Ma non solo non si valorizzano i talenti, la stessa sorte tocca ai beni culturali, lambiti spesso solo da una colpevole incuria. Eppure la vera ricchezza nazionale, la inimitabile materia prima è costituita dagli immensi giacimenti ambientali, paesaggistici e culturali, ma pochi se ne curano davvero e le risorse sono sempre scarse e spesso mal impiegate. Basterebbe guardarsi intorno, prendere a modello altri paesi come la Francia, ad esempio, dove la prima cosa che noti è la diffusa cultura del territorio per cui ogni borgo, ogni appezzamento, ogni traccia del passato, ogni bellezza naturale è reso accogliente, lindo, gradevole, fruibile. La seconda è il coraggio delle scelte, la capacità di innovare, di valorizzare anche contaminando e di


SCENARI

promuovere le cose realizzate. La terza è il livello corale di partecipazione, delle popolazioni, delle istituzioni, delle maestranze, né è prova lo sciopero proclamato in questi giorni dai dipendenti del Louvre per arginare l'eccesso di borseggi. Che sia questa l'essenza più profonda dell'amor di patria? Quando mai vedremo i custodi di Pompei scioperare contro i crolli e l'incuria? Questo fa la differenza. E non si tratta di differenze razziali, etniche o di indole di popolo, ma civili. E queste sono determinate dall'azione di lungo periodo della buona politica. Una politica che attraverso l'esempio, i comportamenti esemplari, le scelte oculate, la visione prospettica, la capacità di progetto, l'amor di patria e la continuità del buon governo distilla, lentamente, nelle coscienze dei cittadini, di generazione in generazione, il senso della responsabilità civile, di modo che nel tempo le medie civili crescano e siano più consapevoli i comportamenti collettivi. E col crescere delle medie civili crescono anche la coscienza critica ed il controllo sociale che consentono la scelta di classi dirigenti più adeguate e maggiore attenzione sulle scelte che si compiono. Questo è il circolo virtuoso della democrazia, il solo possibile. Per rigenerarsi, per favorire l'avvento di un nuovo "Rinascimento", in ogni settore della vita civile, l'Italia deve voler entrare in questo circolo dal quale, da lungo, troppo tempo, è estranea. Gustavo Peri

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POLITICA/L’INTERVISTA

ANTONIO POLITO SULL’ANOMALA DESTRA ITALIANA

Nell'immaginare un percorso di rinascita culturale e politica della destra in Italia, non si può prescindere dalla lettura dell'ultima fatica editoriale di Antonio Polito. "In fondo a destra", edito da Rizzoli, è un libro in cui l'ex direttore del Riformista ed oggi editorialista di punta del Corriere della Sera, ripercorre i fallimenti politici della destra nell'Italia unitaria. Una destra liberale e conservatrice che, come ricorda Polito, nel nostro Paese non è mai esistita: un'anomalia italiana che arriva fino ai nostri giorni segnati dal lento esaurirsi dell'esperienza berlusconiana e dall'ennesimo tentativo tradito di dar vita una destra moderna ed europea. Nell'indagare le cause dell'assenza della destra nel panorama politico italiano, il libro offre spunti ed idee di grande interesse per chi voglia provare a gettare fondamenta ideali e politiche per un'esperienza di destra che risulti solida e duratura. Venerdì santo del 2013. Giorno di passione anche per la politica italiana: Giorgio Napolitano ha preso qualche ora di riflessione per provare a sbrogliare il groviglio politico fatto di veti incrociati tra i partiti. Antonio Polito risponde al telefono e ha appena finito di scrivere l'editoriale per il audacia temeraria igiene spirituale Corriere della Sera dell'indomani. "Abbiate pietà" è il titolo, ed è un appello accorato ai partiti affinché non mortifichino oltremodo le già stremate istituzioni repubblicane. Antonio Polito, dalle urne, il 24 e 25 febbraio, è uscito un Paese diviso che ha manifestato una forte sfiducia nella classe politica: in tal modo si può leggere l'affermazione del M5S e la debolezza delle due coalizioni maggiori. L'attuale crisi della politica e del sistema dell'alternanza sono da ascrivere, tra le altre, all'assenza di una destra seria e moderna in Italia? Credo che le ragioni vadano ricercate nel tentativo, non riuscito, di dar vita ad una seria alternativa di destra in Italia sin dal 1994. Questo fallimento appare ancora più chiaro alla luce dell'esperienza di governo della destra: pur forte di una larga maggioranza parlamentare il governo guidato da Silvio Berlusconi entra in fibrillazione già nel 2010, ben prima che si manifestino i segnali più drammatici della crisi economica. La crisi odierna scaturisce, al contempo, dall'incapacità della sinistra di sostituire la destra al governo e rappresentare così una valida alternativa. Anche nell'ultima tornata elettorale però, si è confermata la tendenza, che lei ricorda nel suo libro, a rifuggire la collocazione a destra. Penso a Mario Monti, uomo di estrazione liberale, che ha preferito presidiare il centro. Da cosa nasce questa remora ad ancorarsi a destra?


POLITICA/L’INTERVISTA

Nasce principalmente da un interdetto culturale, figlio dell'egemonia culturale della sinistra, per il quale dirsi di destra risulta sconveniente. La parola destra continua ad evocare momenti storici che vanno assolutamente rifiutati: e così, anche chi potrebbe presentarsi come rappresentante di una destra democratica e liberale evita di farlo. Ma tutto ciò non è altro che un retaggio storico di un Paese che dall'Unità ad oggi non ha conosciuto una vera forza di destra. Un'anomalia tutta italiana, se si pensa che il partito conservatore nasceva in Gran Bretagna già nell'Ottocento. A proposito di destra nell'Italia post-unitaria, lei nel libro indica nel 1913 la data chiave in cui si verifica l'impossibilità di far nascere un partito liberale e conservatore. E' così. Nel 1913 vi è un allargamento del suffragio che porta ad un notevole aumento degli aventi diritto. I liberali, di fronte all'avvento delle masse al voto, temono di non farcela da soli e stringono un accordo con i cattolici: il cosiddetto Patto Gentiloni. I cattolici fanno così convergere i loro voti sui liberali i quali si impegnano a rispettare alcuni valori non negoziabili. E' l'avvio della presenza del partito cattolico nella storia politica italiana in seguito alla rimozione del non expedit da parte del Pontefice. Tutto ciò, però, finisce per spegnere un po' alla volta il blocco liberale, costretto a mimetizzarsi sotto le insegne dei cattolici, rendendo impossibile la nascita di una destra democratica. Sarà poi Giolitti, nel 1921, a compiere, invano, l'ultimo tentativo di rilanciare le forze liberali. Solo nel 1922, con notevole ritardo rispetto agli altri partiti di massa, avverrà la fondazione del Partito Liberale italiano. Nel secondo dopoguerra, invece, la destra viene identificata con il marchio dell'esperienza fascista e tenuta fuori dal cosiddetto arco costituzionale. Ed è ancora una volta, mi lasci dire, un'anomalia italiana, un fenomeno unico nel panorama europeo. In altri Paesi, penso alla Germania, alla Francia e poi in un momento successivo anche alla Spagna, la fine del regime autoritario non impedisce la nascita di una forza di destra democratica. In alcune situazioni è proprio la destra democratica a guidare la fase di transizione dall'esperienza autoritaria alla democrazia: è il caso della Spagna dove alla fine del franchismo è un leader di destra, Adolfo Suarez, a formare un governo di coalizione che vara la Costituzione e ristabilisce il sistema democratico. Ecco perché non è del tutto condivisibile l'accostamento tra destra e regime autoritario che, al contrario, trova spazio nel nostro Paese nel dopoguerra. Nell'Italia post-bellica, in assenza di una rappresentanza di destra democratica, dove confluisce il voto liberale e conservatore? Direi principalmente verso il grande contenitore rappresentato dalla Democrazia Cristiana. Alla fine della guerra, anche grazie al fondamentale supporto delle associazioni cattoliche sul territorio, il voto moderato e conservatore si raccoglie intorno alla "Balena bianca". E' un voto di destra che finirà, però, nel tempo con l'essere portato a sinistra. Dal 1953 in poi, infatti, con l'uscita di scena di De Gasperi la Dc darà vita ad esperienze di governo di centro-sinistra e poi, negli anni settanta, sotto la guida di Aldo Moro, a forme di collaborazione con il Pci.

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POLITICA/L’INTERVISTA

Negli anni novanta Gianfranco Fini supera l'esperienza missina per dar vita ad Alleanza Nazionale. La svolta di Fiuggi viene salutata con favore da chi ne intravede l'atto fondante di quella destra liberale e conservatrice che l'Italia non ha mai conosciuto. Quale è il suo giudizio su quest'ennesimo tentativo, poi conclusosi con lo scioglimento di An, di creare una forza di destra democratica? Vede, il passaggio dal Msi ad An è stato il frutto, a mio avviso, di una frettolosa revisione storica: credo che a parte Fini, e qualche altro dirigente, in pochi hanno creduto davvero a quella svolta. Ma ciò che nel tempo ha zavorrato in maniera decisiva quell'esperienza è stata la sconfitta sul tema dell'unità nazionale. Non conosco destre che non sentano profondamente il concetto di nazione: ed invece An ha subito profondamente il marchio nordista impresso dalla Lega e dallo stesso Berlusconi che ha creato una frattura profonda tra il Nord ed il Sud del Paese. Nel tempo Alleanza Nazionale è divenuta una semplice dependance del berlusconismo laddove dietro le battaglie politiche non c'era alcun contributo ideale. Che impressione le hanno fatto la mancata elezione alla Camera di Gianfranco Fini e la debacle elettorale di Futuro e Libertà? Gianfranco Fini, che pure si era mostrato più avanti di Berlusconi nell'immaginare una destra democratica, ha perso la sua battaglia nel momento stesso in cui ha smesso di rappresentare, nella percezione degli elettori, l'alternativa a destra a Silvio Berlusconi. In occasione delle ultime elezioni e prima ancora con il voto di sfiducia al governo Berlusconi del dicembre 2010, molti elettori hanno temuto che il progetto di Fli con i suoi voti potesse in qualche modo favorire la audacia temeraria igiene spirituale sinistra. Sempre nel libro lei individua, tra le cause dell'assenza di una destra conservatrice in Italia, la debolezza dei valori legati alla tradizione. In che modo, oggi, possono essere declinati da destra tradizione e conservazione? L'assenza dei valori della tradizione nella vita pubblica del Paese è un tema caro ad Ernesto Galli Della Loggia, dal quale l'ho ripreso. Vede, nel resto d'Europa la destra è stata legittimista e controrivoluzionaria e ha cercato di ristabilire al trono i sovrani spodestati. In Italia, l'ennesima anomalia, sono stati i Savoia a guidare la rivoluzione nazionale all'interno della quale la Destra ha svolto un ruolo da protagonista. Da ciò ne è derivata l'inesistenza di circoli conservatori legati ai vecchi regimi. Tornando alla sua domanda, direi che oggi battaglie culturali di stampo conservatore sono quelle che riguardano la difesa della vita, del matrimonio tradizionale e di una serie di valori cari anche alla Chiesa cattolica. Sui matrimoni gay, ad esempio, vi è una forte opposizione culturale di matrice tradizionalista. Sul fronte sociale, invece, sono i piccoli titolari di azienda, la piccola borghesia proprietaria di casa a condurre battaglie dal sapore tradizionalista: pensi, solamente, alle resistenze di fronte alla tassazione sulla prima casa in un Paese dove l'ottanta per cento della popolazione possiede una proprietà.


POLITICA/L’INTERVISTA

In Italia si continua a parlare di egemonia culturale della sinistra sin dalla fine del secondo conflitto mondiale. E' stato anche il gap culturale, secondo lei, a determinare la debolezza politica della destra? Direi di si. Al proposito è calzante l'esempio degli Stati Uniti d'America dove dagli anni settanta in poi sono nati, in area repubblicana, alcuni think tank con lo scopo di rafforzare il pensiero conservatore e colmare il gap culturale con i democratici. I think tank venivano, infatti, definiti università senza studenti. Da noi tutto ciò non è accaduto, e Berlusconi, che aveva i mezzi televisivi ed editoriali per diffondere cultura di destra, non l'ha fatto: la sua esperienza politica dimostra che non esiste ciclo politico senza identità culturale e ideale. Berlusconi, insomma, non è riuscito a creare nel Paese un senso comune di destra. La destra può ripartire da presidenzialismo, nazione, legalità e merito? Sono sicuramente quattro ottime parole d'ordine intorno alle quali si può ricostruire una forza di destra moderna. L'attuale fase di crisi in cui versa la politica italiana ha imposto un presidenzialismo di fatto in cui il presidente della Repubblica assume il timone delle operazioni. E poi anche la Francia di De Gaulle, nel 1958, uscì dalla crisi della Quarta Repubblica con l'introduzione del presidenzialismo. Recuperare lo spirito nazionale, come ricorda lei, vuol dire soprattutto costruire un sistema economico e sociale che tenga insieme il Paese contro ogni velleità federalista. Il merito, poi, come principio alternativo all'egualitarismo della sinistra. La legalità, infine, è una bandiera che la destra deve riconquistare dalla sinistra. Negli ultimi venti anni, infatti, il berlusconismo è stato considerato l'opposto della legalità. Giuseppe Farese

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POLITICA/PRIMO PIANO

MARIO CIAMPI: IL FUTURO A DESTRA Dopo la sconfitta di Fli é da considerare archiviato il progetto di una moderna destra italiana? Dando un rapido sguardo all'attualità politica, mi pare proprio che non possano dirsi archiviate le ragioni di quella che abbiamo chiamato "la destra finiana": interclassismo, amicizia civile, virtù repubblicane, coesione nazionale, senso dello Stato, europeismo. A mio parere, l'idea che abbiamo cercato di rappresentare, in linea con una certa tradizione "fusionista" della destra italiana, continua ad avere un suo elettorato potenziale, ma a certe condizioni. Sul piano culturale, deve mantenersi fedele all'anti-individualismo, che è il suo vero collante spirituale e il suo carattere più specifico. In questo è figlia di una concezione organica della nazione e di essa rappresenta la perenne voglia di riscatto e di rinascita, tipica di un italianismo certo depurato dalle scorie ideologiche del Novecento e convinto promotore del federalismo europeo, ma non meno esigente sotto il profilo della vocazione politica. Sulla linea dell'anti-individualismo, la destra deve riprendere e consolidare il suo dialogo con altre culture popolari, e con il cattolicesimo sociale in particolare. E preferire un autentico liberalismo per definire i limiti della politica e dello Stato, a quel libertarismo estetico che è l'ultima frontiera dell'individuo assoluto. Attenzione quindi al "nuovismo", speculare al tradizionalismo: come ebbi modo di scrivere qualche anno a proposito della cultura politica della "destra nuova", la complessità delle società contemporanee non si affronta con il facile entusiasmo dell'ebbro nicciano, né l'ordine morale si può liquidare come un residuo neoconservatore che la nuova libertà si deve incaricare di estirpare dalla storia. Va bene la denuncia di un certo passatismo, che sovente viene reso in maniera moralistica. Ma questo non significa legittimare come pensiero di riferimento un individualismo creativo d'avanguardia, che si insinua tra le rovine del passato pretendendo di riplasmare il materiale di risulta con intuizioni estemporanee, dando alla libertà individuale compiti ben più ardui di quelli che le spettano. La discussione è meno accademica di quello che sembra. Gli stessi temi cambiano di aspetto con il variare della piattaforma culturale nella quale vengono presentati. Nel concreto, non mi ha mai convinto il paradigma dello "strappo" associato da alcuni interpreti a certe aperture finiane: ho sempre preferito invece la categoria dell'evoluzione, che sottolinea la continuità della posizione nel divenire delle forme e al variare del contesto esterno.


POLITICA/PRIMO PIANO

L'altra condizione per una ripresa della destra sta nella forma-partito e nella circolazione delle sue élites. In una parola, nel suo rapporto con la società civile. In un momento di radicale trasformazione del rapporto tra rappresentanti e rappresentati, nessuna impresa politica può stare sul mercato se non frantuma le barriere oligarchiche erette all'ingresso di nuove forze sociali e generazionali. Gli eccessi di parlamentarizzazione della classe dirigente (per certi versi comprensibili e legati alla sua genesi) di certo non hanno aiutato la diffusione di un movimento giovane e ambizioso come Futuro e Libertà. Mutatis mutandis, la situazione mi ricorda il declino della Destra storica, arroccata nella difesa del sistema elettorale censitario perché non aveva compreso la domanda di partecipazione di ampi strati della nazione italiana. All'epoca certe chiusure erano giustificate dal timore che le nuove istanze sociali potessero dissolvere lo stato unitario e le recenti conquiste liberali. Oggi si giustificano soltanto con la difesa ad oltranza del professionismo politico e con la trasformazione dei partiti in grandi o piccoli comitati elettorali. Il tema quindi è molto più strutturale e per nulla limitato a una singola formazione politica. Siamo in una fase di stallo civile ed istituzionale che denota lo scadimento dello stato, come uscirne, come rinascere? L'Italia è a un punto di svolta. Con la crisi ha scoperto le sue fragilità, il suo impoverimento economico e morale, il fallimento di attese e speranze. Sono riemersi i nodi strutturali e la carenza di coesione, di strategia, di senso del futuro. A questi si aggiungono i problemi di un sistema politico che non ha un minimo comune denominatore o una direzione di marcia condivisa, provvisoriamente trovata nel montismo. Lo stallo ha una dimensione istituzionale visibile, ma è figlio di una crisi più profonda, che emerge anche dall'implosione dei partiti e delle culture politiche. Mancano grandi progetti di aggregazione culturale e politica che vadano al di là dei leaderismi che si vedono in giro. A questo si aggiunge anche una crisi della rappresentanza politica, comune a tutte le democrazie mature, ma che in Italia si sente più forte a causa della recessione economica. La risposta non è la sedicente democrazia della rete, ma neppure la preclusione a qualsiasi forma di democrazia diretta, anche per dare più significato al suffragio e al pluralismo sociale. Dal punto di vista economico, l'Italia deve evolvere verso un nuovo modello di sviluppo più libero dalle zavorre che negli ultimi decenni hanno frenato la crescita e favorito le rendite di posizione, a scapito delle giovani generazioni e di altri soggetti diffusi e non rappresentati Infine, l'auspicio di una maggiore integrazione europea oltre il guado in cui si trova oggi l'Unione: per dare sostanza al sogno di una grande Europa, qualcuno dovrà dedicare molta più energia "a fare gli europei, per fare meglio l'Europa". Per quanto riguarda il nostro Paese, possiamo essere fiduciosi: l'Italia ha dentro di sé tutti gli antidoti alla crisi e ha da sempre una straordinaria capacità di rialzarsi nei momenti difficili.

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Il popolo italiano non teme i sacrifici, teme invece che possano andare dispersi, che non siano finalizzati per sciogliere i nodi del Paese, che siano traditi, ancora una volta, dalle sue classi dirigenti. Ma per fare gli interessi della Nazione, si deve evitare di rappresentare l'italiano medio e le sue definizioni stereotipate, o di conquistare consensi rappresentando interessi immediati e di breve durata, o di sbandierare un patriottismo facile e demagogico. È l'ora di un patriottismo operativo e riformatore, che non si chiude al sogno di un'Europa più libera e più forte, e che cerca di avverarlo a partire dall'Italia e non malgrado l'Italia. Tra gli spunti che ci offre la storia quali lezioni può trarre oggi la politica dal fenomeno Rinascimento? Dal Rinascimento la politica può trarre tanti insegnamenti. Ne voglio sottolineare due. Il primo è che qualsiasi riforma non può fare a meno di un quadro di riferimenti culturali. Un riformismo senza cultura politica non arriva lontano. E il secondo insegnamento, legato al primo, è che l'Italia può essere grande quando si mette a fare cultura. Ma questo si realizza pienamente quando viene recepita e incarnata una delle dimensioni meno studiate ma più autentiche del Rinascimento: quella del contrasto, anche tragico e religioso, tra il realismo e l'utopia. È nelle condizioni reali della vita pubblica che si può trovare l'anelito di una rinascita: l'Utopia di Tommaso Moro va alle stampe quando nella società inglese si sentivano ancora le ferite delle guerre civili e delle intense trasformazioni economico-sociali dell'Inghilterra dei Tudor. La politica può riprendersi, in ultima analisi, se ciascuno risponde alla propria coscienza che, davanti all'incompiutezza radicale del presente, ci ricorda le esigenze di una compiuta umanità e ci muove all'azione, come individui e come comunità. AR


POLITICA

DESTRA KAPUTT

La Destra italiana, peculiare e diversa dalle altre destre europee, è morta con Fini e col non riuscito - e per certi versi ambiguo - tentativo di costruire, attraverso "Futuro e Libertà", una forza capace di declinare al futuro, attraverso nuove sintesi, valori, spinte innovatrici e riformiste, socialità e solidarietà, orgoglio nazionale ed europeo che da sempre hanno connotato la particolare, in quanto post-fascista, Destra italiana. Una Destra non liberale, se non in parte, per il forte senso dello Stato e la grande attenzione alla socialità; non conservatrice, se non in parte, per l'afflato "futurista" che sempre la ha caratterizzata; non nazionalista, se non in parte, per il desiderio di voler fondere la nazione italiana in una patria più grande da chiamare Europa; non classista ma interclassista perché convinta dell'esistenza di un unico corpo sociale; non xenofoba, se non marginalmente, perché assimilazionista come, quasi sempre, sono stati i "creatori" di civiltà; non confessionale o bigotta, se non in parte, perché essenzialmente laica pur rispettosissima delle istanze dello spirito; non mondialista, se non in parte, aborrendo le standardizzazioni; occidentale ma rispettosa delle differenze e dei diritti di ogni popolo; sinceramente democratica e repubblicana, pur cogliendo alcune contraddizioni, ma non egualitarista; ambientalista perché fautrice dell'ecologia della mente e memore della tradizione; spiccatamente valoriale avendo a cuore il patriottismo, il merito, l'onestà, la giustizia, l'equità, la fedeltà alla parola data, la solidarietà, il coraggio, l'abnegazione, l'onore. Questa Destra, non assimilabile né sovrapponibile ad altre, come i conservatori inglesi o i repubblicani statunitensi, è stata classificata come un'anomalia italiana, una delle tante, come la mancanza speculare, a sinistra, di un forza autenticamente socialdemocratica. Ma ognuno è figlio della sua storia e non esistono storie "anomale", solo diverse. La particolarità della Destra italiana, posto che i termini destra e sinistra abbiano ancora un senso post-idelogico, sta nel fatto di aver tentato di rappresentare una originale sintesi, un superamento delle tradizionali categorie destra - sinistra e delle correlate contraddizioni, quasi un'ultra-destra. Questo coraggioso e, per molti versi, intrigante tentativo, ad un certo punto, non ha trovato più spinte propulsive e gambe di uomini che lo portassero avanti. Si è prima imbastardito, affievolito, annacquato, poi si è spento con coloro che lo avevano concepito e che venivano da lontano. Si è spento perché l'eredità era troppo pesante, richiedeva troppo impegno per essere

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costantemente attualizzata e tenuta al passo coi tempi, tempi sempre più distratti, liquidi, centrifughi, omologanti, ignavi. Più comodo spersonalizzarsi e omologarsi, sposare la logica bipolare e confluire nella grande famiglia dei Popolari europei. E' stata una scelta di sinistra e come tale mortale. Di sinistra perché volendo trovare un senso attuale ai concetti di destra e sinistra si può dire, senza tema di grandi smentite, che ciò che specifica è tendenzialmente di destra, ciò che omologa è tendenzialmente di sinistra. L'Italia perde così un pezzo della sua storia, della sua identità, della sua creatività immaginifica e, forse, anche un pezzo di speranza in un futuro migliore. Eppure, a riprova di ciò che si è perso, se si chiedesse ad un qualunque cittadino europeo come vorrebbe che fosse la sua nuova patria europea, probabilmente, direbbe che dovrebbe essere fondata su forti valori condivisi, che dovrebbe essere liberale e sociale allo stesso tempo, conservatrice e riformista, equa, solidale e interclassista, accogliente nel rispetto di regole chiare, non confessionale, laica e tollerante, globalizzata nella salvaguardia delle specificità, democratica ma non egualitarista, in sintonia con la natura e con gli altri popoli. Potrà questo sogno rinascere, come la Fenice, dalle sue ceneri? Difficile fare pronostici, non ci sono sulla scena, per ora, sufficienti uomini capaci di grandi visioni e di sovrumano impegno, non c’é sufficiente profondità culturale. Per altri versi, nella maggior parte di quanti hanno rappresentato la Destra, sono duri a morire incapacitanti stereotipi adottati come verità e prassi negli anni di Alleanza Nazionale e trasportati a pié pari in Fli come: l’eccessiva attenzione alle logiche di “palazzo”, l’accettazione furba di un modello partito di proprietà esclusiva degli “eletti” e non degli iscritti, la premialità riservata esclusivamente alla fedeltà piuttosto che al merito, l’eccessivo apprezzamento dell’oratoria piuttosto che della profondità del pensiero, l’individualismo esasperato ed il conseguente tradimento di ogni cameratismo, l’autoreferenzialità e, spesso, troppo spesso, la furbizia manipolatrice senza parola e senza onore. Per ora si può solo portare avanti la riflessione, anche ferocemente autocritica, si possono solo alimentare memoria, sogni e visioni del futuro, sperando che preparino e catalizzino l'avvento di una nuova primavera. Pierre Kadosh


POLITICA/PUNTO DI VISTA

LA GENERAZIONE CHE SI E’ CALATA LE BRACHE Quando si riflette sul Fascismo, al di là di qualunque giudizio politico o morale, non si può non riconoscere che in soli sedici anni - dal 1922 al 1939 - esso fu in grado di cambiare, in meglio e profondamente, l'Italia attraverso vaste riforme ed una miriade di opere pubbliche. Nata la Repubblica, nel 1946, risorsero vecchi partiti e ne nacquero di nuovi e tra questi il Movimento Sociale Italiano. Fu fondato da reduci delle Repubblica Sociale Italiana ed esponenti del Regime tra i quali: Almirante, Romualdi, Michelini, Pace, Trevisonno. Il suo scopo era quello di partecipare democraticamente alla vita politica italiana mantenendo vivi, per trasmetterli alle successive generazioni, parte degli ideali, degli esempi e dello spirito animatore del Fascismo. Intorno al Msi si coagularono e si formarono politicamente tantissimi giovani sicuramente coraggiosi, anticonformisti, disinteressati e pieni di idealità. Il partito ebbe inaspettati successi e repentini tracolli e fu sempre rispettoso delle regole democratiche anche quando il cosiddetto "arco costituzionale", "democraticamente", lo ghettizzò nel 1960 per punirlo del sostegno dato al governo Tambroni e privarlo degli spazi che si era conquistato. L'isolamento si accentuò con i governi di centrosinistra e col compromesso storico e per oltre un decennio il Msi fu la sola forza di vera opposizione e di coagulo del voto di protesta, in particolare di quello giovanile. Ma qualcosa cambiò in peggio negli "anni di piombo": molti mazzieri assursero a dignità politica. Poi negli anni '80, mutati anche i tempi, cominciarono i primi tentativi di rompere l'isolamento attraverso alleanze, allargamenti di fronte e raccordi internazionali, sforzi culminati nell'archiviazione della logica dell'arco costituzionale da parte di Craxi nel 1985. Fino ad allora il partito era stato guidato da uomini appartenenti alla cosiddetta "generazione che non si è arresa": De Marsanich, Michelini, Almirante. Nel 1987, per ragioni di salute, Almirante lasciò la guida del partito e, in quello stesso anno, nel congresso di Sorrento, Gianfranco Fini fu eletto Segretario. Nel 1988 scompaiono, a distanza di un giorno, Romualdi e Almirante e si chiude un'epoca ed un'epopea. Di lì a non molto: Tangentopoli ed i notevoli risultati elettorali del Msi, lo sdoganamento definitvo ad opera di Cossiga e di Berlusconi e, nel 1994, lo scioglimento del Msi, la nascita di Alleanza Nazionale e di lì a poco l'accesso al governo, grazie all'alleanza al Sud con Forza Italia. Nel frattempo, intorno a Fini, si era andata formando un nuova classe dirigente, i cosiddetti

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colonnelli: Tatarella - Gasparri - La Russa, Alemanno - Storace, Matteoli, tutti leader di correnti interne legati da un patto di gestione del partito e di condizionamento del Segretario, tutti faccialmente "finiani", tutti alquanto spregiudicati e tutti diventati ministri. Ora è legittimo domandarsi: se il Fascismo ha lasciato tangibili tracce del suo breve passaggio, i "post-fascisti" che hanno lasciato ai posteri e all'Italia? Quali riforme, quali opere, quali innovazioni, quali benefici provvedimenti, quale lustro alla nazione, quali vantaggi? Nulla. Il vuoto assoluto. Chi mai ricorderà con orgoglio e ammirazione la Legge Gasparri, la Cirielli, la Bossi Fini, o la Fini Giovanardi? Chi mai rimpiangerà l'operato degli uomini di governo, dei consiglieri regionali, dei Presidenti di regione e di provincia, dei sindaci, salvo rare eccezioni, chi ne avrà nostalgia se non qualche fedelissimo beneficato, qualche oscuro portaborse o qualche amante fortemente (o fottemente?) voluta assessore? Quale libro di scuola ricorderà il loro operato esemplare o anche solo un fulgido gesto. Di davvero fulgido c'è stato solo il generoso e coraggioso tuffo di Fini per salvare un bagnante che annegava, ma era su "Scherzi a parte" e il bagnante fingeva di annegare, tuttavia il bel gesto resta. Eppure gli Almirante, i Romualdi, i De Marsanich, i Rauti verranno ricordati, nonostante non siano mai stati al governo di nulla. E' questa la differenza tra una generazione che non si è arresa e una che si è calata le brache. Pennanera


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EUROPA: IL RINASCIMENTO INTERROTTO Lo spettro della disoccupazione si aggira per l'Europa e sta spaventando Governi e Cancellerie. Anche Paesi più forti dell'Italia, come Francia e Germania, registrano perdite consistenti di posti di lavoro e non sembra possa esservi cura per rimediare a tale, gravosissimo, disagio sociale. La colpa non è dell'euro forte che penalizza le esportazioni, uno dei volani della produzione e dell'occupazione. L'euro, rispetto al dollaro, è in discesa; eppure, nonostante il settore export tenga benissimo sulla bilancia commerciale, la produzione e l'occupazione sono in calo. Il difetto, se così possiamo chiamarlo, è nella costruzione dell'Unione. I singoli Stati, non c'è dubbio, contribuiscono all'avvitamento della situazione ma la ragione principale della mancata ripresa risiede solo ed esclusivamente nelle farraginose norme che regolano la coesistenza di ventisette Paesi, in una sorta di veti, obblighi e sanzioni, all'interno di un sistema paranoico: non è un'unione politica, non vi sono politiche economiche e sociali comuni, non c'è una comune politica fiscale se non quella cd. del "fiscal compact" mirante al mantenimento forzato dei parametri ottimali tra PIL, deficit e debito. Non ci sono politiche comuni sui prezzi e nemmeno sui tassi. In sostanza, l'Unione non è una federazione di Stati; è un insieme di Paesi che esprimono tre istituzioni: Il Consiglio, composto da Capi di Stato e di Governo, che decide in merito a indirizzi politici, il più delle volte disattesi; il Parlamento, eletto a suffragio universale, che tuttavia non ha la proposizione legislativa. Gli compete l'esame e l'integrazione delle proposte che pervengono dalla Commissione Esecutiva; e la Commissione Esecutiva, appunto, composta da burocrati su designazione degli Stati, alla quale non solo compete l'iniziativa legislativa ma anche il contraddittorio con il Consiglio. Si potrebbe affermare che il potere reale in Europa risieda nella Commissione Esecutiva ma, in realtà, non è proprio così, dovendosi questa confrontare sempre, ai fini di un compromesso, con il Parlamento e con il Consiglio. In sostanza, il potere nell'Unione è spalmato su tre soggetti e su ventisette Stati che, comunque, si limitano a vicenda, senza che vi sia all'orizzonte la speranza che una casa comune più sana ed efficace si realizzi. Nella realtà, quindi, il potere non l'ha nessuno, se non sul piano finanziario, dove l'istituzione a latere, la BCE, rappresenta la cassaforte bancaria, unitamente alla Commissione che è la cassaforte amministrativa. In una situazione del genere non è possibile, a livello europeo, porre mano sul problema della disoccupazione. Il paradosso è che neppure come singoli Stati è possibile intervenire.

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L'incentivazione di settori strategici nazionali cozza contro le norme comunitarie sulla libera concorrenza, le agevolazioni fiscali anche. Gli investimenti pubblici, invece, cozzano contro le norme dei vincoli di bilancio. L'unico, ulteriore, strumento che avrebbe potuto in parte supplire alla pesante situazione è il credito alle imprese. Tuttavia, giocano in quel settore due concomitanti effetti che gli impediscono di svolgere quel prezioso ruolo di sostegno, senza il quale le iniziative economiche non decollano o non si sostengono, specie in una riduzione generalizzata dei consumi. Il primo è dato è dato dall'eccessiva volatilità di alcuni titoli in carico agli Istituti di credito (particolarmente, subprime), i quali hanno teso a ricoprirsi, anche con l'ingente iniezione della BCE, senza che un solo euro sia stato destinato al credito. Il secondo è derivato dagli accordi di Basilea, che hanno indotto gli Istituti stessi di accantonare quote di capitale, come obbligo stavolta, proporzionale al rischio assunto, valutato da agenzie di rating. Su quest'ultimo punto cade l'asino, come suol dirsi, perché sono le stesse agenzie di rating che hanno declassato i titoli pubblici italiani, facendo quindi aumentare nelle banche le quote di capitale da accantonare, drenate dal credito; quest'ultimi titoli, tuttavia, sul mercato si vendono, oggi come non mai, addirittura con un tasso di rendimento inferiore all'1%. Si potrebbe capire, ma non ammettere, la prudenza bancaria a non esporsi, stante la disastrosa situazione delle imprese, ma nemmeno il credito personale riesce a sostenere l'ultimo volano di ripresa dell'economia: l'edilizia. In Italia, nel 2012, la flessione nella concessione di mutui è stata del 49% rispetto all'anno precedente e, tra ottobre 2012 e marzo 2013, hanno visto l'erogazione solo cinque domande su cento. La goccia che fa traboccare il vaso acclarando l'esistenza di una patologia mentale contagiosa è rappresentata dagli ultimi due strumenti varati a livello comunitario: il fondo salva Stati e quello anti spread. Senza addentrarci nel meccanismo tecnico, basti sapere che essi rappresentano la cartina di tornasole della paranoia europea. Intanto, ab origine, sarebbe da chiedersi perché è stato concesso l'ingresso nell'Unione a Paesi che da dieci anni sono unicamente percettori passivi; a carico, cioè, degli altri Paesi che, invece, sono contribuenti attivi. Si sarebbe potuto aspettare che, almeno, raggiungessero una parità di bilancio, come recentemente intervenuto per tutti i Paesi. Ma il fatto ilare, se non fosse tragico, è che le contribuzioni degli Stati attivi per il funzionamento dell'Unione sono considerate all'interno del bilancio soggetto ai vincoli sopra espressi; analogamente, sono considerati interni al bilancio i finanziamenti che ciascun Stato è chiamato a effettuare a sostegno dei fondi salva Stati e anti spread. La patologia, infine, si aggrava quando uno Stato, in forte disagio finanziario, dovesse chiedere l'intervento di uno dei due ultimi fondi: esso è costretto, pena il rifiuto d'intervento, ad applicare pedissequamente un piano economico-finanziario imposto non solo dalla Commissione Esecutiva ma anche dal Fondo Monetario Internazionale. In sostanza, esso viene privato della sua figura statuale, della possibilità di scelte politiche, e diviene un controllato a vista, cieco esecutore di ordini.


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Non si fa fatica, allora, a dire che la situazione complessiva che abbiamo davanti è paranoica. Eppure, fino al 1992, si può affermare che in Europa si sia vissuto una sorta di Rinascimento, che dopo le tragedie della guerra aveva trovato la forza di individuare un'area continentale dove essere sicuri, vivere in pace e prosperare. Le grandi menti di Adenauer, Bech, De Gasperi, Monnet, Schuman, Spaak e Spinelli gli fecero da padre. Essi dimostrarono, con la sola forza della loro volontà, che un sogno si può realizzare, sia pur a piccoli passi. E tale è stato l'esaltante cammino per trentacinque anni, incentivato da personaggi quali Mitterrand e Koln. Dal 1992, invece, con la decadenza politica in Italia ma anche in Europa, con l'affiorare dei primi problemi economici nel continente, la ventata rinascimentale europea è entrata nella sua fase discendente proprio quando, di contro, avrebbe dovuto trovare nuova linfa per mantenere i livelli di sicurezza, di pace e di prosperità raggiunti. Si è persa la fede nella capacità dell'individuo per favorire oligopoli economici, finanziari o politici. Forti Stati, come la Germani o la Francia, hanno iniziato l'uno ad arroccarsi temendo per il suo, solo benessere, l'altro a difendere strenuamente la sua identità nazionale, nell'appannamento di quella generale. Altri Stati, meno forti, anziché proseguire nella strada delle funzionali trasformazioni, hanno preso a sperare nel miracoloso. E' emerso, a livello comunitario, il senso della precarietà, quando avrebbe dovuto essere bandito per sempre, è scattata la logica del lecito e illecito legati a concetti meramente tecnicoburocratici, e la linearità di un percorso, coerente e coeso, si è persa. Un po' come è accaduto alla fine del Rinascimento europeo del XVI secolo, dove gli animi, fino a poco prima accomunati da grandi ideali fondati sulle capacità dell'essere umano, sono tornati a dividersi, per opportunità, su Riforma protestante e Controriforma cattolica, con l'uomo, come affermava il Tasso, nuovamente attanagliato dall'angoscia del peccato. Non ci sono, quindi, al momento, cure per la disoccupazione; né comunitarie, né nazionali. L'unico modo per uscirne è riprendere il cammino, interrotto nel '92, e tornare a costruire un'Europa come quella pensata dai padri costituenti. E' tornare a un nuovo Rinascimento dove chiamare ciascun Paese a contribuire con le sue migliori energie, e non con le sue peggiori paure o debolezze. Pietro Angeleri

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SIA FATTA LA TUA E LA MIA VOLONTA’ Sembra un mantra quello che i vari soggetti pidini, presenti nei diversi talk show, si ostinano a ripetere sino alla nausea: dobbiamo fare un governo forte perché i problemi che abbiamo davanti non aspettano. Il Paese sta naufragando e occorre un forte richiamo al senso di responsabilità di ciascuno. E quando i vari moderatori, evidentemente stufi del mantra senza senso, chiedono, con noia ormai, come fare un governo forte giacché non ci sono i numeri, ecco la salvifica risposta: dobbiamo fare un governo minoritario, come nel 1976. Un governo per la salvezza. Poveracci. La confusione, palesemente, è tanta. Nel 1976, il governo di minoranza lo fece la DC, con l'appoggio ufficiale esterno del PCI il quale lo diede ben volentieri poiché, sul piano politico, cominciava così la sua aperta legittimazione mentre su quello pratico, aveva mano libera per riempire gli organici nazionali del ministero della pubblica istruzione e di quello di grazia e giustizia, ferma restando in mano DC la carica di ministro. Quale sarebbe, nel 2013, la contropartita del PdL, già legittimato al punto di aver espresso per quattro volte il presidente del Consiglio? Il Presidente della Repubblica? Può darsi, perché un settennato vale molto di più di un indefinito periodo di un "governo di scopo" (la fantasia non ha limiti). Ma per far questo, il soggetto presidenziale dovrebbe essere con tutta evidenza di centro destra. Allora, se così fosse, perché non dirlo, dal momento che i problemi del Paese sono pressanti e urgenti? Dal momento che auspicano un forte senso di responsabilità da tutti e da ciascuno? Dal momento che la crisi non aspetta e miete a iosa attività imprenditoriali e posti di lavoro? Ma, se così non fosse, quale altra merce di scambio ha il Pd a disposizione per fare un monocolore? Nessuna. Non dovrei dirlo, ma mi sono ripromesso di essere sincero. Stimavo molto Bersani, senza essere un uomo di sinistra. L'avevo apprezzato in passato per la sua calma efficienza. Ma, mai e poi mai, avrei pensato che una persona, che già alle primarie era ricorsa a bassi stratagemmi elettorali per vincere su Renzi, si ponesse in una paranoica situazione della quale nessuno sembra avere la chiave interpretativa. Neppure lui stesso. Lo dimostra la manifestazione, indetta, sabato 13: "Per il governo di cambiamento, Contro la Povertà", nelle piazze dei quartieri poveri di Roma, di Napoli e di Torino.


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Con ogni probabilità, ci sarà una vasta, orchestrata affluenza, ma le domande che in coro dovrebbero essere rivolte all'oratore sono: quale Governo? E perché "contro la povertà" giacché lo stesso Pd, soprattutto oggi ma non solo, ne è tra i maggiori artefici? E' un inutile tirare a campare sulla cui scia sembra accodato persino Napolitano. Un tentativo di formare un governo, perso nella nebbia delle fumisterie grilline, al quale non è seguita la revoca del mandato e l'affidamento ad altro soggetto, a Renzi per esempio. No, il mandato è ancora in essere, congelato, e nelle more, un comitato di saggi avrebbero dovuto disquisire sul sesso degli angeli. Stanno per iniziare le votazioni per rinnovare il Presidente della Repubblica. Forse Napolitano ha trovato un modo per ingannare il tempo senza compromissioni con altri soggetti, in attesa dignitosa della naturale scadenza del suo mandato. Forse, ha sperato che i saggi potessero trovare il bandolo per la soluzione di una situazione che Kafka giammai avrebbe potuto contemplare nella stesura de "Il processo". Però, sarebbe potuto intervenire per spiegare ai Presidenti di Camera e Senato che l'assenza di un Governo non impedisce la costituzione delle commissioni parlamentari. E, in conseguenza, non impedisce che il Parlamento, almeno, possa lavorare con pienezza di funzioni e non in misura ridotta attraverso un'unica commissione mista. No, neppure questo. Posso capire la stanchezza di un uomo che alla fine della sua carriera politica, dopo aver raggiunto la massima carica alla quale un cittadino (non solo un politico) possa aspirare, vorrebbe chiudere in bellezza, senza affanni. Non dovrebbe, tuttavia, lagnarsi e provare amarezza per essere stato lasciato solo perché l'unico che potrebbe trovare "utile" una situazione del genere è lo stesso Bersani e quella parte del Pd che ancora lo segue, in attesa della Befana. Per fare cosa, non si sa. Perché anche il nuovo Presidente, quando ci sarà, non potrà cambiare la logica stringente dei numeri e, perciò, delle due l'una: o l'incarico verrà affidato a un soggetto, anche nuovamente di sinistra, che possa incontrare, con una diversa mentalità e disponibilità, l'assenso di un numero sufficiente di parlamentari a formare il governo, oppure non resterà che sciogliere le Camere e tornare al voto. E, in quest'ultimo caso, Bersani prima e Napolitano poi, avranno definitivamente affossato il glorioso Pd perché non vi sarà cittadino, dotato di ragione, a rivotarlo, come non vi sarà elettore, munito di raziocinio, a rivotare M5S. Già. Perché non basta Bersani a incasinare questo Paese. Il salvifico Grillo, capace nello tsunami tour di guadagnare un incremento del 10% solo nell'ultima settimana, si troverà di fronte al solito uomo della strada il quale, constatata l'inutilità di mandare il suo movimento in Parlamento data l'assenza di qualsivoglia iniziativa, tornerà a votare Pdl. Il paradossale risultato di tutto questo, infatti, sarà quello di ritornare ab origine, al Cavaliere, con un Pdl che settimana dopo settimana, guadagna consensi a rotta di collo. Non sono mai stato neppure un forzitaliota, figuriamoci un pidiellino. Però, non c'è dubbio che l'unico partito che oggi sembra dotato di responsabilità e di chiarezza espositiva è il PdL. Certo, può essere, anzi sarà sicuramente, strumentale alla situazione in atto ma, vivaddio, Berlusconi, dopo aver accusato i "comunisti" di mangiare i bambini si è dichiarato disponibile a farci un governo insieme.

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Nell'interesse del Paese. Un ragionamento che non fa una grinza. Strumentale quanto si voglia. L'aspetto curioso della vicenda è che i tanto osannati mercati, incubo del Cavaliere alla fine del 2011, intransigenti giudici della sua condotta al-legra e a loro avviso irresponsabile, non solo sembrano non accorgersi (meglio così) della nave senza timoniere ma fanno anche sapere che non sarebbero alieni ad un governo Pd-PdL. E dello stesso avviso sembra essere Monti la cui dichiarata disponibilità a formare un governo è vincolata alla concomitante presenza del PdL. Misteri gloriosi?!?! Tutti, in campagna elettorale, si sono affannati a dire che la seconda repubblica è morta e che occorre approdare alla terza. Tuttavia, da sola, non basta. Ammesso che si realizzi, quando arriverà, sarà caduca perché cozzerà, per l'ennesima volta, contro vecchie logiche, arcaiche culture politiche, pochezza di capacità progettuale e assenza di spirito innovatore. Sarebbe come dire che, agli inizi del '400, sbiadite le connotazioni forti di Papa e Imperatore, e vista l'imperiosa insorgenza delle realtà comunali, capaci non solo di soppiantare il sistema feudale, fondato sul diritto divino a governare, ma anche di trovare al loro interno brillanti capacità amministrative, basate sul diritto naturale dell'essere umano di gestire se stesso, qualcuno si metta a auspicare, anacronisticamente, il ritorno alla grandezza imperiale di Federico II Hohenstaufen e a quella carismatica di Urbano II. Le vecchie classificazioni sono state abbattute e nulla al mondo potrà ricrearle. Lo dimostra da ultimo, per quanto purtroppo inutile, il 25% dell'M5S, acquisito tramite due strumenti agli antipodi tra di loro: gli arcaici comizi e la rete Web, che, fusi insieme, hanno dato l'illusione alle persone, indistintamente di destra e di sinistra, anziani e giovani, di tornare a contare e a partecipare alla vita del loro Paese. Lo dimostra, per altri versi, la campagna delle primarie di Matteo Renzi che lo ha fatto balzare all'attenzione positiva di vasta parte dell'elettorato non tradizionalmente appartenente alla sinistra, perché in quanto giovane, in quanto Sindaco di quella città patria del rinascimento italiano, in quanto apportatore di idee nuove, ha voluto e saputo efficacemente confrontarsi con il gotha della Tradizione. Ciò che veramente urge, in sostanza, è un nuovo rinascimento: una moderna, originale, scienza politica che non si sforzi di dover essere bensì, esclusivamente, di essere. Che consideri la realtà per quello che è e non per ciò che vorrebbe che fosse. Che si adatti realisticamente a essa e sappia trarre da questa il miglior utile per i cittadini. Quello del quale c'è bisogno, inoltre, è un nuovo Principe di concezione machiavelliana che, senza alcuna considerazione di parte, secolare o reli-giosa, metta ordine nel caos della politica italiana. C'è necessità, infine, che ogni essere umano ritorni a fare della sua vita un capolavoro, ritorni a considerarsi artefice del proprio destino, ritorni a confrontarsi con Dio col dire "sia fatta la Tua e la mia volontà". L'Infedele


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UN’IDENTIFICAZIONE INQUIETANTE "Mi hanno proposto un'alleanza, ma loro sono morti! Non hanno capito di avere a che fare con qualcosa di completamente diverso da un partito politico. Loro! I partiti! Per 13 anni hanno dimostrato cosa sono stati capaci di fare. Abbiamo una nazione economicamente distrutta, gli agricoltori rovinati, la classe media in ginocchio, le finanze agli sgoccioli, milioni di disoccupati.. sono loro i responsabili! Noi non siamo come loro! Loro sono morti, e vogliamo vederli tutti nella tomba! Io vedo questa sufficienza borghese nel giudicare il nostro movimento.. mi hanno proposto un'alleanza. Così ragionano! Ancora non hanno capito di avere a che fare con un movimento completamente differente da un partito politico... noi resisteremo a qualsiasi pressione che ci venga fatta. E' un movimento che non può essere fermato... non capiscono che questo movimento è tenuto insieme da una forza inarrestabile che non può essere distrutta.. noi non siamo un partito, rappresentiamo l'intero popolo, un popolo nuovo... ". Il M5S, non c'è dubbio, ha rappresentato una speranza per milioni di elettori. Una crisi dilagante, il debito pubblico in salita, la disoccupazione a livelli record, i titoli pubblici sotto attacco, e una politica, tutta, talmente scaduta che neppure nei suoi momenti migliori ha saputo proiettarsi sui problemi uscendo dall'autoreferenzialità. Nemmeno il governo dei tecnici, dichiaratamente al di sopra delle parti, scevro da coinvolgimenti partitici, senza obbligo di riferimenti se non verso il suo mandate, il Presidente della Repubblica, ha mitigato la caotica situazione dove, in aggiunta al marasma economico e sociale, si era aggiunto quello finanziario. L'unico accorgimento che quel governo è stato capace di adottare è stato quello del raschio del barile, senza neppure porre mano a riforme strutturali, condizionato dalle centrali partitiche che avrebbe dovuto bypassare. Eppure, nemmeno di fronte al redde rationem, la politica è stata capace di rivedere se stessa, di darsi un nuovo contegno, delle nuove idee, dei nuovi programmi, lasciandosi invece, ancora una volta, cullare dal buonismo, dalla demagogia, dal populismo e dall'autoreferenzialità. In sostanza, non ha saputo tornare ad alimentare una speranza che, di contro, ha incarnato Grillo il quale, nel rush finale della sua campagna elettorale, è passato dal 15% delle previsioni a ben il 25%. L'esito delle consultazioni elettorali è noto. Nessuno ha vinto e nessuno ha perso e un Governo

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non si può formare per l'ottusità del Pd a incancrenirsi nel cercare un consenso del M5S, che non arriverà mai, ignorando il PdL che, invece, sarebbe disponibile. Pur essendo lontano dal Pd e dal PdL, non so trovare spiegazione nelle decisioni di Bersani di rifiutare l'accordo con Berlusconi, in dispregio delle esigenze del Paese, se non nel voler evitare la dimostrazione palese che vent'anni di strenui attacchi alla persona, orchestrati concentricamente dalle diverse caratterizzazioni della sinistra erano, da un lato, pura strumentalità e, dall'altro, l'unico collante per tenerla unita. Fa male vedere "Un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigratori", osannato a imperitura memoria sulle quattro facciate del Palazzo della Civiltà Italiana (sic!) di Roma-Eur, ridotto a un cumulo di straccioni, menefreghisti, panciaficisti, indolenti, cinici, sgovernati da una congerie di personaggi che, nelle loro astruse decisioni, sanno, al più, richiamarsi a un'Europa, analogamente astrusa, piena di norme ragionieristiche anziché di politica. Con la citazione di cui sopra non sto celebrando l'artefice del Palazzo, il fascismo, la cui dittatura, oltre agli incalcolabili danni che ha arrecato a questo Paese, è stata la negazione della personalità dell'essere umano, quanto, invece, l'essenza di quella dicitura che si richiama al Rinascimento, dove la personalità dell'essere umano, espressa liberamente, ne è stata il motore. Se una ventata liberatoria non avesse gradatamente eliminato dal Paese e dall'Europa la concezione di governo per diritto divino, articolata sul sistema feudale, non avremmo avuto la Rinascita e non avremmo assistito al libero dispiegarsi di una nuova concezione dell'essere e di operare. Potrebbe suonare strumentale al momento affermare che tale ventata è partita da Firenze e si è allargata prima alla penisola e poi, a tutto il continente ma tant'è. E non fu, quello, un nuovo modo di interpretare solo l'arte o la letteratura, quanto di rileggere lo scibile, soprattutto politico, con un nuovo pensiero e di allargare la gestione del potere ad un ceto, escluso fino ad allora da tali incombenze: la borghesia. Inoltre, si può affermare che, sebbene la morte di Lorenzo de Medici, detto il Magnifico, abbia generato una crisi nel Rinascimento fiorentino, l'assunzione del potere da parte di Girolamo Savonarola portò, da un lato, ad una repubblica teocratica, mirante a colpire gli aspetti più paganeggianti del Rinascimento, dall'altro ad un processo di ripensamento e rinnovamento della tradizione religiosa, destinata a durare ben oltre la sua esecuzione al rogo nel 1498. In sostanza, paradossalmente, un rinascimento anche quello. Certo. Mi rendo conto che due eventi influenzarono, in maniera significativa, il processo di rinascita, soprattutto politica: l'espansione dell'Impero Ottomano fino alle porte di Vienna e la scoperta dell'America. Se il primo indusse alla nascita degli Stati moderni, all'accentramento del potere anziché alla sua inaffidabile articolazione feudale, il secondo dilatò la politica al di là del noto per concepire e amministrare l'ignoto. Oggi, per quanto possa sembrare eccessivo il paragone, siamo in una situazione simile. Il


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Medioevo è alla fine, con lo scadimento della figura dell'impero e del papato, l'articolazione del potere non è più rispondente ai nuovi scenari e agli indotti, nuovi problemi, l'aggressione finanziaria, senza più barriere a contenerla, è in atto e la scoperta della globalizzazione porta, deve portare, a nuove concezioni di gestione. Una situazione simile, in termini di disagio, l'affrontò la Germania, dopo la prima guerra mondiale, oppressa dalle condizioni capestro dei risarcimenti, volute soprattutto dal presidente americano Thomas Woodrow Wilson, anche se l'esercito statunitense aveva combattuto solo un anno. Un disagio economico e sociale, dettato dai vincolanti pagamenti, al quale si sommò la crisi del '29, partita dagli Stati Uniti e, velocemente propagatasi in tutta l'Europa. In Germania produsse i suoi più nefasti effetti perché quel Paese, più degli altri, già stremato dall'entità dei risarcimenti, dipendeva da un lato dai finanziamenti stranieri sul debito pubblico e dall'altro non riusciva a trovare risorse per rilanciare l'economia, con una produzione industriale in flessione di oltre il 42% e una disoccupazione che passava il 30%. La repubblica tedesca cosiddetta "di Weimar", nata dieci anni prima nell'omonima cittadina dove fu stilata la nuova costituzione dopo la sconfitta, tentò con vecchi metodi di fronteggiare la nuova situazione. Tuttavia, i partiti della coalizione di governo (cattolico, socialdemocratico e liberale), sebbene leali alla repubblica, erano profondamente divisi tra loro e, nel decennio successivo, affrontarono ben sette consultazioni elettorali, senza approdare ad alcunché. In verità, un tentativo di rinascita si registrò con la Bauhaus, una scuola innovativa nelle arti, che, tuttavia, non seppe temeraria espandersi per abbracciare, nella sua ventata rinnovatrice, altri campi, men audacia igiene spirituale che meno la politica. Così, non ci furono più remore all'avanzata di quel movimento, il nazismo, che, incarnando e dando voce ai più profondi malumori della società, vinse le elezioni avviando così l'Europa verso uno dei suoi più oscuri e drammatici baratri della sua storia. Per tornare all'oggi, non sarà Grillo a risolvere i nostri problemi. Tra l'altro, non si sa da dove viene e neppure dove vuole andare. Ma la cosa che inquieta di più è che i messaggi che provengono da quel soggetto richiamano in maniera inequivocabile quelli lanciati dal NSDAP (Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei), il nazismo in breve, durante la campagna elettorale per le elezioni federali tedesche del luglio 1932. La premessa a quest'articolo, infatti, non è uno stralcio di un intervento di Grillo, come si potrebbe pensare, bensì una parte degli usuali discorsi di Hitler in quel periodo, prima dell'assunzione del potere. Perciò, o le intelligenze più sane si adopereranno per dar vita ad un nuovo Rinascimento italiano oppure non ci resterà che aspettare, supinamente, che un nuovo ordine si attesti dopo il caos. E se ciò dovesse avvenire, come vuole purtroppo la regola, sarà un ordine privo del significato di democrazia. Massimo Sergenti

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E PUR SI MUOVE E pur si muove. Sembra sia la frase pronunciata da Galileo Galilei al tribunale dell'Inquisizione al termine dell'abiura dell'eliocentrismo. A "muoversi", naturalmente, è la Terra, secondo quella teoria copernicana che Galilei aveva cercato di verificare sperimentalmente e che aveva difeso nel Dialogo sopra i Massimi Sistemi. Nel caso di specie, è riferita al Pd il quale, dopo vent'anni di ritualità stantia e senza senso, depresso dall'ingresso dell'ala progressista dell'ex democrazia cristiana, vede ben due soggetti contendersi la segreteria del partito. Un giovane toscano e un attempato torinese. Il primo è, notoria-mente, Matteo Renzi, recentemente omaggiato addirittura da D'Alema a Palazzo Vecchio. Il secondo è Fabrizio Barca, ministro tecnico per la Coesione territoriale, figlio di cotanto padre, Luciano, ex partigiano, senatore, stretto collaboratore di Berlinguer, direttore dell'Unità. A onor del vero, Barca, finora, si è limitato a iscriversi al Pd, ad affermare che i democratici sono di "sinistra" e che sarebbe ora di togliere quel "centro" che è fuorviante, a presentare un suo manifesto, di ben cinquantacinque pagine,spirituale sotto il titolo Un partito nuovo per un buon governo", audacia temeraria igiene e a dichiarare di non essere candidato alla segreteria del Pd. ùNon so se sia da credere quest'ultima dichiarazione ma, di solito, uno non entra oggi in un sodalizio con regole, prassi, usi e il giorno dopo ne vuole cambiare addirittura le fondamenta. E' vero che Barca non sembra essere inviso al Nazareno e, addirittura, nello stretto entourage di Bersani lo guardano con simpatia e lo apprez-zano, ma una persona che non aspira alla guida di un organismo complesso, come il Pd, lo dico a battuta, non parla di "catoblepismo". L'uso di quest'accezione da parte di Barca, nel testo del suo programma, ha scatenato il mondo del web nella ricerca del significato, ha forsennatamente animato i forum, comincia a solleticare i talk show e eminenti sociologi e antropologi pensano di effettuare seri studi sulla rispondenza tra il contesto storico, con i suoi risvolti, nel quale questa parola venne usata per la prima volta e quello attuale. Scherzi a parte, come dicevo, "catoblepa" è il leggendario quadrupede africano che gli antichi raffiguravano sempre con il capo abbassato verso terra, per l'etimologia composita da Kato - in giù e blépo-guardo. Lo gnu, in sostanza, che con il suffisso "ismo" ha sintetizzato quella situazione degli anni 30/31 (ma anche 60/61) dove il credito bancario era diretto sostanzialmente verso un centinaio di aziende, che con quell'aiuto, paradossalmente, si erano talmente sviluppate da non poterne più fare a meno.


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E quelle aziende, sotto il controllo delle banche, non solo assorbivano il raccolto ma anche il risconto di quelle stesse banche, generando una fisiologica simbiosi e mutando, nella sostanza, la natura di quegli istituti di credito che, all'apparenza sempre misti, si erano invece trasformati in istituti di credito mobiliare, legati a filo doppio alle sorti delle industrie del loro gruppo. Una fratellanza siamese. Però, per salvaguardarsi da fin troppo evidenti pericoli di questa si-tuazione, le banche decisero di ricomprare praticamente tutto il loro capitale: arrivarono a possedere se stesse attraverso il possesso delle finanziarie da esse create per assicurarsi "il controllo" del proprio capitale. Una prima deformazione ne aveva provocata un'altra. La fratellanza siamese aveva portato al "catoblepismo". Ora, che Barca, guardato con interesse dai maggiorenti Pd, usi quest'espressione nel 2013, con il sistema bancario sotto accusa per la leggerezza con la quale, negli ultimi venti anni, ha gestito il raccolto della clientela, lascia pensare perché, tra l'altro, il sodalizio tra PCI/PDS/Pd e il mondo del credito non si è limitato e non si limita agli stretti rapporti senesi con la sede sociale del Montepaschi, ma va ben oltre. Usare quell'espressione non solo in questo contesto storico ma anche in quel contesto politico non credo abbia voluto essere un'eccentricità letteraria quanto, invece, in estrema sintesi, l'incipit o di un repulisti interno o di una crociata esterna. Non mi riguarda l'eventuale repulisti interno quanto l'eventuale crociata. E non perché io sia sensibile al mondo bancario; lo sono, di contro, verso le crociate. Nel senso che le temo molto. Non conosco Renzitemeraria e nemmeno Barca.spirituale Ma il primo, dopo averlo lungamente ascoltato, audacia igiene soprattutto durante le primarie, mi da l'idea di un uomo rinascimentale (non per nulla, è fiorentino) il cui ragionamento lineare non ha bisogno di interpretazioni, travalica il noto per ampliare gli orizzonti e creare nuove, più dinamiche e attinenti categorie di pensiero. Assomiglia al Machiavelli, laico al punto da ritenere, nei Discorsi, i preti un cattivo esempio per gli italiani, rendendoli più peccatori di quanto essi sarebbero stati per loro natura; ma non per questo meno consapevole del ruolo della Chiesa, quasi dispiaciuto che essa, nei fatti, avesse impedito l'unità degli Stati italiani in un forte Stato nazionale, perché non era mai stata o tanto debole da essere completamente asservita o tanto forte da prendere essa stessa l'iniziativa di un'unificazione italiana. E, nonostante ciò, non sempre amato nella sua città, in grado di dialogare efficacemente con Giulio II, oltre che con la Francia e con la Germania, Per Machiavelli la storia, che fornisce dati oggettivi su cui basarsi, è il punto di riferimento verso il quale il politico deve sempre orientare la propria azione, perché egli ne ha una concezione ciclica. Ma ciò che lo allontana da una visione deterministica è l'importanza che egli attribuisce alla capacità dell'uomo di dominare il corso degli eventi utilizzando le esperienze degli errori compiuti nel passato, nonché servendosi di tutti i mezzi e di tutte le occasioni per la più alta finalità dello stato. Non si nota una qualche assonanza con Renzi, cambiando i termini della questione? Barca, invece, con la sua uscita gradita al gotha pidino, mi richiama alla mente l'illuminismo

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settecentesco che, col fatto di voler "illuminare" la mente degli uomini, ottenebrata dall'ignoranza e dalla superstizione, servendosi della critica della ragione e dell'apporto della scienza, ha dato vita a quell'evento conosciuto come Rivoluzione francese i cui effetti, con la nascita dello Stato etico, stiamo scontando ancor oggi. Non vorrei, da cittadino (non grillino, beninteso), che l'"E pur si muove" del Pd fosse, come la frase attribuita al Galilei, un escamotage; nel caso del fisico e astronomo pisano, inventato da Giuseppe Baretti, che ricostruì la vicenda per il pubblico inglese in maniera anticattolica, in un'antologia, Italian Library, pubblicata a Londra nel 1757; nel caso del Pd, invece, secondo il gattopardesco assunto che tutto cambia perché tutto resti come prima. Chi vivrà vedrà. Un auspicio, però, mi sento di farlo. Speriamo che anche nel PdL vi siano segnali di movimento perché, oltre a Berlusconi che alla tenera età di settantasei anni riesce ancora a fare battaglie vincenti, non vi sono altri soggetti degni di nota. E, per dirla tutta, non sarebbe male, invece, un nuovo Rinascimento della politica che sappia guardare al di là della punta del proprio naso e superare stereotipati ambiti, che già il tempo ha nettamente oltrepassato. Francesco Diacceto


GEOPOLITICA

COREA DEL NORD: IL BLUFF DI KIM Benché la tensione sia ormai alle stelle, diversi analisti continuano a ritenere che le minacce di Pyongyang di attacco nucleare rivolte agli Stati Uniti ed alle sue basi in Corea del Sud, a Guam ed in Giappone, abbiano un valore puramente di carattere propagandistico ad uso interno. Infatti il regime guidato da Kim jong-un ha prima di tutto il problema politico di dover giustificare davanti al proprio popolo, costretto ad un tenore di vita molto ridotto, le ingenti spese militari e di ricerca nel campo degli armamenti nucleari e persino i tentativi, spesso malriusciti, di lanciare satelliti nello spazio. La Corea del Nord è uno dei paesi più impenetrabili del mondo, conta poco meno di 25 milioni di abitanti e se nei primi decenni di instaurazione del regime del Partito dei Lavoratori, di stampo marxista-leninista, ebbe una certa crescita, da anni ormai soffre di carenze alimentari, al punto che solo pochi giorni fa Desiree Jongsma, coordinatore Onu in Corea del Nord, ha dichiarato che due terzi dei 24 milioni di persone che vivono in Corea del Nord soffrono di insicurezza alimentare cronica, anche se le puntuali importazioni hanno finora consentito quest’anno di evitare una crisi. Secondo un’inchiesta nazionale sulla nutrizione realizzata dall’Onu nel 2012, quasi il 28 per cento dei bambini al di sotto dei cinque anni soffre di malnutrizione cronica e il quattro per cento è gravemente denutrito. Anemia e denutrizione sono tra le principali cause della mortalità materna e infantile, ha indicato lo studio. Per quanto riguarda i diritti umani, diverse testimonianze di prigionieri evasi hanno indicato la presenza di campi di concentramento e di rieducazione nei quali sarebbero internati milioni di cittadini. Le esercitazioni navali congiunte al di sotto del 38mo parallelo fra gli Stati Uniti e la Corea del Sud, che si tengono ogni anno, hanno quindi dato occasione al regime di Pyongyang di far vedere i muscoli immettendo nel paese una forte dose di allarmismo e rendendo così giustificabile la corsa agli armamenti e la ricerca nel campo nucleare. Nei giorni scorsi i satelliti statunitensi ed il sistema di intelligence hanno potuto dimostrare che, nonostante le ripetute minacce, non vi sono stati spostamenti di truppe in Corea del Nord e la cosa è stata detta in modo plateale al punto che oggi Pyongyang, per non sfigurare eccessivamente davanti all’opinione pubblica internazionale, ha deciso di sposare sulla costa orientale due missili a media gittata, caricati su veicoli dotati di rampe di lancio; si tratterebbe di missili a medio raggio Musudan, capaci di coprire 4.000 chilometri e quindi di raggiungere anche la base Usa di Guam.

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Una settimana fa gli Stati Uniti hanno reso noto di non sottovalutare le minacce di Kim jong-un e, forse anche per dare sicurezza all’alleato Seul, hanno inviato in Corea del Sud due bombardieri B2 Stealth, ufficialmente “per una missione di addestramento di lunga durata” e, pochi giorni dopo, diversi jet F-22 ed alcune navi da guerra, di solito di stanza in Giappone, a Kadena, quale “ultima dimostrazione da parte americana delle avanzate capacità militari come mezzo per scoraggiare le provocazioni dalla Corea del Nord”, come ha riportato il Wall Street Journal. I media statali della Corea del Nord hanno quindi annunciato di essere ufficialmente in stato di guerra con Seul, per cui tutte le questioni tra i due Paesi vengono trattate secondo il “protocollo di guerra”; è stata anche annunciata l’interruzione dell’unica linea di comunicazione fra le due Coree, il “Telefono rosso”, ed è stato chiuso l’impianto industriale di Kaseong, in territorio nordcoreano, che impiegava 50mila lavoratori del Nord e 900 del Sud, anche se il ministro dell’Unificazione di Seul, Ryoo Kihl-jae, ha fatto sapere che “le (attuali) condizioni non sono gravi a tal punto. Pertanto (il governo) non sta considerando il ritiro” dei propri lavoratori dall’impianto intercoreano. L’elemento dirimente della situazione è tuttavia l’atteggiamento della Cina, unico e storico alleato di Pyongyang, la quale è costretta, in quella che al momento è una pura guerra di minacce, a tutelare i propri interessi che sono prima di tutto a Occidente. Specialmente la nuova classe dirigente cinese ha infatti intenzione di conservare buoni rapporti con gli Stati Uniti e con l’Unione europea, realtà con le quali sono in essere importanti scambi commerciali e finanziari. Il quotidiano sudcoreano JoongAng Ilbo, citando “numerose fonti”, fa scritto che la Cina avrebbe rifiutato ripetutamente, nei giorni scorsi, di inviare un suo rappresentate in Corea del Nord nonostante le insistenti richieste di Pyongyang, rispondendo, come si usava in altri tempi, che “se vogliono parlare devono inviare loro qualcuno”. Non solo: Pechino sta rafforzando il proprio apparato difensivo lungo il confine con la Corea del Nord ed il segretario alla Difesa americano, Chuck Hagel, si è sentito al telefono con il ministro della Difesa cinese, il generale Chang Wanquan, il quale ha manifestato l’intenzione della Cina di preservare la pace nell’area. Il segretario alla Difesa ha detto all’omologo cinese di prendere “le minacce della Corea del Nord seriamente: Pyongyang costituisce un pericolo reale e chiaro” per gli Stati Uniti e gli alleati. Hagel ha poi riferito che la Cina punta a evitare una “situazione di guerra”. Dal momento che la Cina, dovendo scegliere, è pronta a girare le spalle alla Corea del Nord, Kim jong-un si troverebbe così solo, di fronte al gigante Nato, per cui ancor di più le minacce di Pyongyang appaiono come poco credibili e semmai utili per far accreditare, attraverso la propaganda interna, il leader della Corea del Nord come il salvatore della pace. Enrico Oliari


AUDACIA TEMERARIA

25 APRILE: LA STORIA NON SI CELEBRA, SI STUDIA Ogni anno, con l'approssimarsi del 25 aprile, si susseguono a ritmo incalzante le rievocazioni della guerra di liberazione. E' un crescendo di manifestazioni, convegni e interventi per celebrare degnamente il sacrificio dei partigiani e di quanti si immolarono per riportare in Italia libertà e democrazia. Le piazze si tingono di rosso e i ricordi della barbarie nazifascista riaffiorano alla mente. Tutto bene tranne che… Dei crimini fascisti oramai sappiamo tutto o quasi, ma cosa sappiamo del lato oscuro della resistenza, quello fatto di processi sommari, fucilazioni, fosse comuni e soldati uccisi sui letti di ospedale o prelevati dalle prigioni e freddati con un colpo alla nuca, di violenze e stupri ai danni delle ausiliarie e delle donne fasciste? Poco, molto poco. E delle motivazioni, non sempre nobili, che hanno portato i partigiani a coprirsi il volto e a imbracciare il fucile cosa ci è fatto sapere? Praticamente nulla. Conosciamo tutti la triste vicenda dei 7 fratelli Cervi uccisi dai fascisti (è stato perfino tratto un film), ma quanti conoscono l'altrettanto dolorosa storia dei 7 fratelli Govoni, tra cui una donna, assassinati dai partigiani perché uno di essi vestiva la camicia nera? Si ricordano giustamente le 365 vittime della strage nazista delle Fosse Ardeatine, mentre è stata rimossa dalla storia un'altra orribile strage, quella di Oderzo dove, a guerra finita, 598 tra allievi ufficiali e militi della Guardia Nazionale Repubblicana furono fucilati dai partigiani e gettati nel Piave dopo essersi arresi e aver deposto le armi.

Settembre 1944, montagne del Biellese. Il partigiano “Negher” uccide un prigioniero fascista.

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AUDACIA TEMERARIA

Di vicende come queste la storia, quella vera, ne è piena. Non è mia intenzione fare la macabra contabilità dei morti o stabilire chi maggiormente si macchiò le mani di sangue innocente, ma solo contribuire a sollevare quel velo di omertà che copre le malefatte dei vincitori e questo non per spirito di rivalsa, ma solo per amore di verità, perché solo riconoscendo gli errori del passato possiamo evitare di ripeterli in futuro(1). Messi con le spalle al muro i sostenitori della mitologia partigiana, dopo aver negato per sessant'anni i crimini della loro parte, ora ammettono, a bassa voce e con evidente imbarazzo, che "in effetti qualche errore e qualche eccesso effettivamente ci furono….però" e qui incomincia la solita tesi di comodo secondo cui da una parte, quella partigiana, c'era chi combatteva per la libertà, mentre dall'altra parte c'erano i sostenitori della tirannide nazifascista. Quindi, secondo loro, quei crimini sono pienamente giustificati dal nobile fine, esattamente come le Foibe, anch'esse nascoste per sessant'anni e poi presentate come reazione alla presunta oppressione fascista. Se dovesse prevalere questa logica qualunque crimine, anche il più efferato, sarebbe giustificato. Dipenderebbe solo dalla potenza di comunicazione e dalla forza di persuasione di chi detiene il potere. Per motivi anagrafici non ho conosciuto il Fascismo e anch'io, come la maggior parte degli italiani, sono cresciuto a pane e resistenza avendo appreso la storia in maniera superficiale dai libri di testo, dai programmi televisivi e attraverso la cinematografia imperniata sui soliti luoghi comuni che vede i cattivi da una parte e i buoni dall'altra. Solo che non mi sono accontentato della verità ufficiale - quella scritta dai vincitori - e ho voluto approfondire le mie conoscenze. Il risultato è stato che man mano colmavo i miei vuoti i dubbi aumentavano. Dubbi che a tutt'oggi nessuno è stato in grado di sciogliermi. Il primo dubbio riguarda la definizione dei partigiani quali "patrioti e combattenti per la libertà". (2) (3) Il movimento partigiano pur essendo variegato e spesso al suo interno profondamente diviso era militarmente e, soprattutto, politicamente egemonizzato dal Partito Comunista Italiano (Pci), all'epoca diretta emanazione della Russia Sovietica da cui prendeva ordini (e denari) tramite Togliatti, stretto collaboratore di Stalin, che infatti viveva in Russia. Obiettivo dichiarato di questi partigiani era quello di fare dell'Italia, una volta sconfitto il fascismo, uno stato comunista satellite dell'Unione Sovietica e di instaurare la dittatura del proletariato. Non si capisce quindi su quale base logica e storica i partigiani si possano definire tout court patrioti e combattenti per la libertà. Se l'Italia è oggi una Repubblica "democratica" (sul concetto di democrazia, altro grande equivoco, torneremo) non è certo per merito dei partigiani, ma in virtù della divisione del mondo in due blocchi contrapposti decretata a Yalta nel '45, da cui scaturì la nostra collocazione nel campo occidentale e la conseguente dipendenza americana. Il contributo dei partigiani alla sconfitta tedesca fu, infatti, del tutto marginale se lo rapportiamo all'enorme potenziale bellico messo in campo dagli alleati. Le fila partigiane s'ingrossavano man mano che l'esercito tedesco si ritirava sotto l'incalzare degli angloamericani. Gli stessi americani


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avevano una scarsa considerazione dei partigiani e li tolleravano solo perché facevano per loro il lavoro sporco come assassinare i gerarchi fascisti e fare attentati dinamitardi per suscitare la rappresaglia tedesca che fu quasi sempre spietata e spropositata(4). Il 25 aprile del '45 Mussolini era a Milano e solo dopo la sua partenza per trovare la morte a Dongo il capoluogo lombardo fu "liberato" dai partigiani che si abbandonarono ad una vera e propria orgia di sangue contro i fascisti o presunti tali, compresi i loro familiari. Come testimoniano le lapidi al Campo 10 del Cimitero Maggiore di Milano che raccoglie le spoglie dei fascisti (di quelle che si riuscì a recuperare, oltre un migliaio) molti dei quali barbaramente assassinati o fucilati ben oltre il 25 aprile e dopo che ebbero deposto le armi (il canale Villoresi era rosso del sangue delle vittime, mi disse un vecchio fascista scampato alla mattanza). Lo stesso discorso riguarda la Russia di Stalin la quale contribuì in maniera determinante alla sconfitta della Germania nazista, pagando per questo un pesante tributo di sangue, ma al solo scopo di estendere il suo dominio su tutto l'est europeo e non certo per portare in quelle sciagurate terre democrazia e libertà. Non dimentichiamoci poi che l'Unione Sovietica fu alleata della Germania nazista fino al 1941(5) con la quale si spartì la Polonia due anni prima. Particolare importante che la storiografia ufficiale nasconde - perché farebbe smontare in un sol colpo la tesi di comodo della "lotta della democrazia contro la tirannide" - riguarda la dichiarazione di guerra di Francia e Inghilterra all'indomani dell'invasione tedesca della Polonia: fu dichiarata alla Germania, ma non alla Russia pur avendo anch'essa attaccato la Polonia alcuni giorni dopo da est. Perché? Evidentemente la Polonia fu solo un pretesto per muovere guerra alla Germania, mentre Stalin, che dopo la Polonia si apprestava ad invadere la Finlandia e ad annettersi le deboli Repubbliche Baltiche con l'assenso occidentale, era considerato già da allora un prezioso alleato, ben sapendo che questi era uno spietato dittatore, che con le sue "purghe" aveva massacrato, deportato nella gelida Siberia e ridotto alla fame milioni di russi, molti dei quali ebrei, definiti "nemici della rivoluzione" (ma questo evidentemente alle democrazie occidentali, America in testa, poco importava). Il secondo dubbio riguarda la definizione di "guerra di liberazione", quando invece fu una classica e tragica guerra civile. I fascisti non venivano da Marte, erano italiani come italiani erano i partigiani. In quei lunghissimi 18 mesi la guerra non risparmiò nessuno, attraversò le famiglie e divise i fratelli. La guerra è una realtà tragica e quella civile lo è ancor di più, in queste circostanze gli uomini tendono a perdere la loro dimensione umana per accostarsi a quella bestiale, per cui o stendiamo un pietoso velo e consideriamo tutti i morti uguali e rispettiamo gli ideali che animarono le loro azioni giusti o sbagliati che possano apparire, oppure la storia la raccontiamo tutta e per intero, senza reticenze e convenienze politiche. Altro grande equivoco riguarda la presunta invasione nazista dell'Italia: tedeschi non invasero l'Italia, c'erano già. Dopo la caduta di Mussolini, avvenuta il 25 luglio 1943, il governo Badoglio chiese aiuto all'alleato tedesco per contrastare gli anglo americani che nel frattempo erano sbarcati in Sicilia(6). I soldati italiani e tedeschi si ritrovarono, quindi, a combattere spalla a spalla contro l'invasore americano fino all'8 settembre '43, quando il Re e Badoglio, con estrema

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disinvoltura e lasciando allo sbando il nostro esercito, passarono armi e bagagli dalla parte del nemico, scatenando l'ira di Hitler. Solo la nascita della Repubblica Sociale Italiana e la (7) ricostituzione di un esercito lealista cui aderirono, secondo uno studio di Silvio Bertoldi e confermati dai libri matricola, in seicentomila (quanti fossero i partigiani è invece ancora oggi un mistero), frenò i propositi di Hitler che aveva previsto il totale smantellamento e trasferimento in Germania del nostro apparato industriale, la deportazione nei campi di lavoro e nelle fabbriche tedesche di tutti gli uomini che si fossero rifiutati di arruolarsi nella Wehrmacht e chissà cos'altro. Le motivazioni che spinsero tanti giovani ad entrare nel neo costituito Esercito Fascista Repubblicano furono diverse e non sempre nobili (come spesso accade in questi casi): il rischio di fucilazione per i renitenti alla leva, l'intento di molti militari deportati nei campi di concentramento in Germania di tornare in Italia per poi disertare, la paga e la voglia di protagonismo. Vi aderirono anche fior di criminali(8), ma la stragrande maggioranza di essi lo fece per riscattare l'onore perduto e per sottrarre l'Italia alla vendetta hitleriana. Questi giovani, uomini e donne, potevano al pari di molti loro coetanei, aspettare in qualche luogo sicuro che la tempesta passasse, oppure andare con i partigiani le cui fila s'ingrossavano man mano che i tedeschi si ritiravano e la vittoria alleata si approssimava. Potevano, ma non lo fecero. Preferirono continuare a combattere, in divisa e a volto scoperto, per quel senso dell'onore che oggi, in epoca di consumismo e individualismo, si fatica a comprendere, consapevoli che le sorti del conflitto erano segnate e che difficilmente ne sarebbero usciti indenni. Furono migliaia e migliaia in tutta Italia i soldati fascisti fucilati dopo la loro resa o condannati a morte dopo processi sommari, come ampiamente documentato nei libri di Gianpaolo Pansa, di Giorgio Pisanò e di Lodovico Ellena (solo per citarne alcuni). Un capitolo a parte lo meritano le ausiliarie, Il primo reparto al mondo di donne combattenti, addestrate senza nessuna differenza con i loro commilitoni maschi. Il loro tributo di sangue fu altissimo, catturate dai partigiani venivano spesso stuprate e uccise. A guerra finita molte di loro, rapate a zero, furono costrette a passare su carri bestiame tra ali di folla inferocita, sottoposte a insulti e angherie di ogni genere.


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Il terzo dubbio riguarda la modalità di lotta dei partigiani. Mentre i fascisti come abbiamo visto combattevano in divisa e a volto scoperto, inquadrati nelle divisioni dell'esercito della Repubblica Sociale Italiana o nelle varie milizie volontarie i partigiani, invece, pur potendo (9) anch'essi vestire una divisa - essendo armati e finanziati dagli americani - e pur potendo combattere nell'esercito italiano di Badoglio secondo le regole di guerra, preferirono il passamontagna, i soprannomi e la tecnica del mordi e fuggi a base di attentati, sabotaggi e omicidi alle spalle. Tecnica sicuramente meno rischiosa per loro, ma devastante negli effetti. Il fine era infatti quello di scatenare la rappresaglia tedesca e creare i presupposti per quella guerra civile, poi eufemisticamente definita di "liberazione", le cui ferite ancora oggi stentano a rimarginarsi. Non si capisce infine l'ostinazione dei partigiani con la quale insistono nel definirsi militari nonostante una sentenza del Tribunale Supremo Militare abbia negato loro tale status, attribuendolo invece ai combattenti fascisti della Repubblica Sociale Italiana. La sentenza del 26 aprile 1954 del Tribunale Supremo Militare Italiano afferma senza mezzi termini che: "i combattenti delle Forze Armate della Repubblica Sociale Italiana avevano la qualità di belligeranti perché erano comandati da persone responsabili e conosciute, indossavano uniformi e segni distintivi riconoscibili a distanza e portavano apertamente le armi. Gli appartenenti alle formazioni partigiane, viceversa, non avevano la qualità di belligeranti perché non portavano segni distintivi riconoscibili e non portavano apertamente le armi, né erano assoggettati alla legge penale militare" Sono questi i dubbi su cui mi piacerebbe si sviluppasse un sereno dibattito, scevro da pregiudizi ideologici e senza reticenze, finalizzato a capire la storia e non solo a celebrarla, come purtroppo avviene da oltre sessant'anni. Gianfredo Ruggiero NOTE (1) Anche se dando un sguardo al mondo e vedendo le violenza e le guerre che lo attraversano mi pare che gli insegnamenti del passato non siano tenuti in grande considerazione. (2) Vi erano i partigiani bianchi di estrazione cattolica e legati alla nascente Democrazia Cristiana, i partigiani di Edgardo Sogno di tendenza liberali e di sentimenti monarchici, gli azionisti ed infine i partigiani comunisti, la maggioranza, legati a Mosca. ILbrigata GUSTO DI avvenuta LEGGERE (3) Vedi la strage dei 17 partigiani cattolici della Osoppo a Porzus fra il 7 e il 18 febbraio 1945 ad opera di partigiani comunisti. (4) Come accadde con le Fosse Ardeatine conseguenza della bomba partigiana di Via Rasella che fece strage di riservisti tedeschi e scempio di una donna italiana con suo bambino. (5) patto Rippentrop-Molotov. (6) iI governo Badoglio, per bocca del Generale Ambrosio capo di stato maggiore generale, chiese ai tedeschi, il 6 agosto del 1943 a Tarvisio, 16 divisioni per rafforzare il fronte del sud. (7) "Soldati a Salò" ed. Rizzoli, Milano 1995. (8) Casi tipici furono la famigerata Villa Triste di Milano, gestita da quel malvivente di Koh, e i criminali della banda di Mario Carità a Firenze, tutti delinquenti che si ritenevano fascisti perché indossavano la camicia nera. (9) Ferruccio Parri, esponente partigiano e Presidente del Consiglio dei Ministri subito dopo la fine della guerra, afferma testualmente: "senza i soldi versati dagli angloamericani, il C.L.N.A.I. (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) avrebbe dovuto pressappoco chiudere bottega ".

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ROBOTICA COMPORTAMENTALE Skylar Tibbits è un architetto professionista, progettista e Computer Scientist la cui ricerca attualmente si concentra sullo sviluppo di tecnologie di auto-assemblaggio di strutture su larga scala nel nostro ambiente fisico. Skylar si è laureato in Architettura presso l'Università di Philadelphia. Continuando i suoi studi al MIT, ha ricevuto un Master of Science in Design + Computation e un Master of Science in Computer Science. Attualmente è docente presso il Dipartimento di Architettura del MIT e cura un seminario al Media Lab del MIT. A Skylar è stato recentemente assegnato un TED 2012 senior Fellowship, un TED 2011 Fellowship ed è stato nominato “una mente rivoluzionaria” nel 2008 da SEED Magazine. Le sue precedenti esperienze di lavoro comprendono: Zaha Hadid Architects, Asymptote Architecture, SKIII Spazio Variazioni e il punto B Design. Skylar ha presentato il suo lavoro in un certo numero di sedi in tutto il mondo, tra cui: il Museo Guggenheim di New York e la Biennale di Pechino, ha tenuto conferenze al MoMA e al MIND08, allo Storefront for Art and Architecture, alla Island School of Design Rhode, all'Istituto per il Design computazionale di Stoccarda e presso il Center for Architecture NY. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni e installazioni di grandi dimensioni costruite in tutto il mondo: da Parigi a Calgary, da NY a Francoforte ed al MIT. Skylar Tibbits è il fondatore e principale animatore di SJET LLC. Iniziata nel 2007 come piattaforma per il calcolo e la progettazione sperimentale, SJET è cresciuta grazie ad una pratica basata sulla ricerca multidisciplinare che attraversa l’architettura, il design, la fabbricazione assistita, l'informatica e la robotica. L’idea è semplice e rivoluzionaria: come programmare la materia affinché costruisca se stessa, i risultati sinora ottenuti sono stupefacenti. Tibbits è partito dalla rivoluzione in atto nella scala nanometrica che offre la possibilità di programmare i materiali fisici e biologici cambiandone la forma e le proprietà, grazie anche ad un software chiamato “Cadnano” che consente di progettare forme tridimensionali come i nano robot o l’auto assemblaggio del Dna. Si è poi posto il problema di trasferire potenzialità e risultati a scala umana per affrontare gli enormi problemi che a scala nanometrica non sono affrontabili. Se si guarda alla costruzione e produzione a scala umana, si riscontrano grandi inefficienze, quali


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l’eccessivo consumo di energia e la quantità di lavoro applicato. Nel campo delle infrastrutture, ad esempio. Si considerino le tubazioni. Nei tubi di acqua, si hanno capacità e portate fisse, fatta eccezione per costosi sistemi dotati di pompe e speciali valvole. I tubi vengono stabilmente interrati. Se qualcosa cambia, come l'ambiente, le condizioni geologiche o la domanda, occorre ripartire da zero, recuperare i tubi e sostituirli. Tuttavia combinando il mondo della scala nanometrica dei materiali adattativi programmabili e l'ambiente costruito - e non ci si riferisce a macchine automatiche - e realizzando dei materiali self-assembly, che attraverso un processo mediante il quale le parti disordinate vanno a costruire una struttura ordinata, solo attraverso l'interazione locale, si potrebbero ottenere tubi che cambiano da soli la loro portata o che addirittura sono in grado di pompare liquidi grazie alla loro struttura sistolica.

Di cosa c’é bisogno, quindi, se si vuole farlo farlo a scala umana? Solo di pochi semplici ingredienti: materiali e geometria, strettamente accoppiati con una fonte di energia, anche passiva o casuale, come il calore, la gravità, il magnetismo. E’ solo necessario progettare elegantemente le interazioni. E tali interazioni permettono la correzione degli errori e alle forme di passare da uno stato ad un altro stato. Tibbits ha realizzato e presentato alcuni progetti che dimostrano la fattibilità delle sue idee. Ha realizzato sistemi autoassemblanti unidimensionali come le proterine autopieghevoli, bidimensionali come le lastre piane che si autotrasformano in strutture tridimensionali, tridimensionali come le struttre molecolari autoaggreganti e, addirittura, quadridimensionali. Tutto ciò ha dimostrato come, erogando energia casuale è possibile costruire forme ordinate. E’ stato anche dimostrato che ciò è fattibile anche su scala più grande costruendo una grande

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camera rotante in grado di consentire, attraverso le rotazioni, l’autoassemblaggio di un apposito campione. Ma l’ultimo progetto, realizzato in collaborazione con la Stratasys, riguarda la quarta dimensione ed è stato chiamato stampa 4D. L’idea di base della stampa quadridimensionale è partire da un multimateriale stampato in 3D che ha la caratteristica di poter cambiare forma in ogni sua parte e per proprio conto, e questo senza motori, fili o applicazioni robotiche. Si stampa una cosa capace di trasformarsi in un altra cosa. Grazie alla collaborazione con Autodesk, Tibbits ha lavorato alla messa a punto di un software, chiamato Cyborg, che consente di simulare il comportamento di auto-assemblaggio e di ottimizzarlo sia a scala nanometrica che a scala umana. Ciò ha consentito, per la prima volta, di integrare la trasformazione direttamente nei materiali e potrebbe rappresentare la tecnica che permetterà, in futuro, di produrre infrastrutture adattive. P.K.

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MILLE

L’ITALIA

Quotidiano online diretto da Enrico Ciccarelli

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RUBRICHE/ARTE

EVELINA RAJKA

26 April–7 July, 2013 - Ernst Schering Foundation - Unter den Linden 32-34 - 10117 Berlin L’artista tedesca Evelina Rajca con la mostra Anästhetiker, ("Anästhetiker" é un neologismo coniato da "esteta" e di "anestetico") cerca di dimostrare, sperimentalmente, in che misura la densità e lo stato di aggregazione della materia influenzano la presenza presunta o l'assenza di possibilità di intervento. Si tratta di una complessa installazione realizzata con tecnica mista creata appositamente per lo spazio di progetto della Ernst Schering Foundation. In una proiezione video a due canali, appositamente creata per il Project Space della Ernst Schering Foundation, Rajca presenta un esperimento con l'anidride carbonica solida (CO2), che funge anche da studio del suono compositivo. Il biossido di carbonio solido, noto anche come "ghiaccio secco", non si trova allo stato naturale. Nel suo cambiamento di stato, da solido a gassoso, sviluppa intorno a sé un cuscino di gas che, se premuto contro un corpo risonante idoneo fatto di metallo, genera vibrazioni straordinarie. Ciò si traduce in una varietà di suoni, grida, sospiri, chiamate di gioia e di orrore che si basano su diversi parametri quali il volume, la struttura della superficie e la temperatura dei materiali e quindi possono essere deliberatamente modulati dall'artista. Nell'ambito della mostra, i visitatori potranno sperimentare la generazione di suoni in loco Domenica, 7 luglio, alle 15:00, la Rajka partirà dalla Ernst Schering Foundation per muoversi con un’orchestra nello spazio urbano di Berlino, creando una sinfonia di ghiaccio secco. A seguire, alle 4 del pomeriggio, presso lo spazio della Schering Foundation si svolgerà un confronto tra la Rajka, il Dr. Karin Harrasser (Università di Linz di Arte e Disegno Industriale) ed il pubblico sulla poesia e la durata della materia. Giny

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RUBRICHE/L’INTRONASAPORI

CUCINA FUTURISTA Penne al pesto di prezzemolo Ingredienti per 4 persone: per il pesto: un fascio di prezzemolo, 2 spicchi d’aglio, olio, sale, pepe, 30 gr. di formaggio pecorino grattugiato, 20 gr. di pinoli per il sugo: 1 scatola di pomodori pelati da 250 gr., 1 spicchio di aglio, olio, sale e pepe, un peperoncino di Cayenna. Preparazione: lavare il prezzemolo e staccare le foglie, pestarle o frullarle aggiungendo 2 cucchiaio d’olio, il pecorino, il sale, il pepe ed i pinoli. A parte preparare un sugo facendo appena soffriggere l’aglio tagliato in piccoli pezzi ed aggiungendo poi i pelati, il sale ed il pepe. Far cuocere per 15 minuti. Versare in acqua bollente 350 grammi di penne lisce, salare e scolare al dente. Nella padella del sugo aggiungere la pasta ed il pesto, saltare il tutto fino a che non si amalgama. Impiattare e servire. Accompagnare con un Grillo bianco di Sellier de la Tour ben freddo.

IL GUSTO DI LEGGERE Antonio Parlato Sua Maestà il Baccalà - Ovvero Il pesce in salato che ci vien d'oltremari Colonnese Editore, Napoli, pp. 128, cm 14,5x21 - ISBN 9788887501780 - Prezzo € 14,00 Articolato volume che spazia dall’origine del nome a quella geografica del più venduto, e acquistato, rappresentante della fauna marina. Accanto alle descrizioni “tecniche” della riproduzione, cattura, lavorazione, richiami al “baccalà letterario”, ossia alla sua presenza nel mondo del libro, passando anche per la musica ( ad esempio, Paolo Conte, col suo: “Pesce veloce del Baltico”). In appendice, gustose (non solo gastronomicamente) ricette legate, oltre che ai luoghi, come di consueto, a personaggi, mestieri e interi popoli che le hanno ideate.

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Confini Idee & oltre

Penetrare nel cuore del millennio e presagirne gli assetti. Spingere il pensiero ad esplorare le zone di confine tra il noto e l’ignoto, là dove si forma il Futuro. Andare oltre le “Colonne d’Ercole” dei sistemi conosciuti, distillare idee e soluzioni nuove. Questo e altro è “Confini”

www.confini.org


Confini11