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M A G A Z I N E D I I N F O R M A Z I O N E D I C O N FA R T I G I A N AT O I M P R E S E VA R E S E

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editoriale

CRESCITA E FIDUCIA DELLE IMPRESE

LA NOSTRA FORZA SARÀ L’IDENTITÀ

MAURO COLOMBO*

Le recenti analisi congiunturali locali evidenziano una flessione della fiducia delle imprese e indicatori di produzione non in linea con le aspettative dei mesi scorsi. Da dove originano queste dinamiche? Sono conseguenza delle decisioni o delle incertezze della politica economica del Governo o sono i sintomi di qualcosa che non gira come dovrebbe nell’economia del nostro territorio? Per dare qualche risposta, o anche solo spunti di riflessione, abbiamo analizzato alcuni “sintomi” dello stato di salute dell’economia della provincia utilizzando dati Istat e altre fonti rielaborate su incarico di Confartigianato Varese da TEH - Ambrosetti. Nel dettaglio, relativamente alla crescita emerge che la provincia di Varese si colloca tra quelle cresciute, nel periodo 2004-2017, esattamente la metà del tasso medio della Lombardia. Il valore aggiunto pro-capite, nel medesimo periodo, è salito del 10% ma è rimasto al di sotto del 24% lombardo. Peggio hanno fatto solo Pavia, Cremona e Lecco. Certo, la provincia di Varese è rimasta una forza economica importante ma ha sofferto più di altre la crisi e ha impiegato più anni (ben otto) a colmare il gap in termini di valore aggiunto perduto. Altri elementi di rilievo sono il trend di decrescita delle imprese (soprattutto nel comparto delle micro e piccole imprese) e l’export che, pur restando d’eccellenza, negli anni si è attestato all’11,2%, contro il 27,9% di crescita media in Lombardia. Varese è inoltre la seconda peggior provincia lombarda per risultati occupazionali. Il tasso di disoccupazione, lontano dalla media italiana, è cresciuto dell’1,4% e, seppure il territorio conservi una forte vocazione manifatturiera, il trend di decrescita del numero di imprese operanti nel settore è superiore a quello lombardo, così come l’orientamento tecnologico (il numero di startup innovative presenti ogni 100mila abitanti) presenta una densità lontana da quella di Milano, Bergamo, Lecco, Brescia, Pavia e Lodi.

*Direttore generale di Confartigianato Imprese Varese

Criticità che non rappresentano una disfatta e nemmeno la premessa di un declino ma evidenziano la non trascurabile perdita di competitività e capacità di stare al passo dei migliori. Rinvio, come ulteriore elemento di riflessione, alle dinamiche di invecchiamento della po-

polazione residente, molto marcate se paragonate alle cifre lombarde e nazionali. Significativo anche il fatto Varese ha una rilevanza mediatica sul web tra le più basse, pari alla metà di province come Monza e Brianza, Como, Brescia e Lodi (Milano esclusa). Dal web monitoring effettuato da TEH-Ambrosetti emerge inoltre una forma di anonimato della provincia e la mancata evidenza di competenze o fonti di attrazione, eccezion fatta per lago, pallacanestro, Sacro Monte e Campo dei Fiori. Un gap di “visibilità” del quale prendere atto e da affrontare facendo emergere, tra le peculiarità, quelle più “resilienti” rispetto alle dinamiche dell’economia e della società del futuro, facendovi poi leva per attrarre interessi, risorse e professionalità. Non partiamo da zero: alla voce valore aggiunto figurano l’infrastrutturazione odierna e quella potenziale, conseguenza della collocazione al centro del corridoio Reno-Alpi, dello sviluppo costante dell’aeroporto di Malpensa e della continua espansione del più grande interporto fra ferrovia e strade d’Europa. Varese è dunque una provincia che può non solo conservare la sua importanza ma può al contempo far esplodere le sue potenzialità innestandosi in una nuova dimensione sovraterritoriale (integrata con le aree limitrofe), accentuando ogni forma di collaborazione e di interesse per le dinamiche e le progettualità dei territori confinanti, in particolare per quello di Milano. È in quest’ottica che serve interrogarsi su come si ponga il sistema economico-produttivo varesino all’interno di uno scenario complesso come quello della Lombardia e, più in generale, dell’Europa. Quali sono i pilastri da fare emergere, quali le opportunità da cogliere? Quali gli indirizzi da seguire? Per rispondere a queste domande è necessario vincere posizioni che appaiono conservatrici, e la preoccupazione di difendere e valorizzare un “localismo” non solo politico ma anche economico, sociale e culturale. L’importante è creare una nuova sinergia per interagire maggiormente, per sovvertire regole e consuetudini e, su ciò che di nuovo viene creato, per indirizzare politiche di sviluppo appropriate. Confartigianato Varese ha iniziato a interrogarsi nel merito, anche con una relativa autocritica, e continuerà a farlo proponendo soluzioni e nuovi elementi di riflessione. imprese e territorio | 3


SOMMARIO Crescita e fiducia delle imprese La nostra forza sarà l’identità

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Manifattura, autonomia, formazione e grandi opere: le nostre sono richieste chiare

07

Modello Auricchio, l’esperienza è la regola

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C’è un’intelligenza per tutto Scopritela e valorizzatela

L’economia artificiale dei robot

18 22

Produrre meglio, confrontarsi di più Sfruttate le sinergie o il treno delle novità salterà la fermata

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Più fiducia e meno regole Senza la scrivania il punto di vista diventa un altro e cambia l’azienda

30

Online il target è più facile E puoi agganciare i giovani

Da hub a point-to-point Metamorfosi di un sogno

Il nuovo lavoro cambia tutto Prepariamoci 4 | imprese e territorio

34 38 42

05

Le imprese sanno Come semplificare, i burocrati no

08

L’export decolla, ma qual è il futuro del Made in Italy?

16

Prima le nozioni, poi l’umiltà Chi fa l’imprenditore impara le responsabilità

20

Bottom up o top down L’impresa Si reinventa

24

Attenzione agli show digitali L’innovazione deve essere studiata

28

Tra vita e lavoro c’è un equilibrio che cambia le aziende e i territori

32

Tele-spot da record Il web corre ma non sfonda il futuro è interattivo

36

La rivincita di Malpensa Siamo l’Italia che funziona

40

L’urbanistica della via di mezzo

NEL PROSSIMO NUMERO  ilano, smart city per le Pmi M Le grandi infrastrutture: cosa è rimasto al palo? La banda larga come ci cambierà la vita? L’educazione finanziaria riapre i rubinetti del credito

Magazine di informazione di Confartigianato Imprese Varese. Viale Milano 5 Varese Tel. 0332 256111 - www.asarva.org INVIATO IN OMAGGIO AD ASSOCIATI E ISTITUZIONE Autorizzazione Tribunale di Varese n.456 del 24/1/2002 Direttore Responsabile - Mauro Colombo Presidente - Davide Galli Caporedattore - Davide Ielmini Progetto grafico - Confartigianato Imprese Varese Impaginazione - Geo Editoriale - www.geoeditoriale.it Interventi, contributi e grafica - A. Aliverti, N. Antonello, S. Bartolini, T. Bassani, S. Caldirola, D. Galli, D. Ielmini, M. Lualdi, A. Morlacchi, G. Nicolussi Stampa Litografia Valli Tiratura, 9.000 copie - Chiuso il 16 novembre 2018 Il prezzo di abbonamento al periodico è pari a euro 28 ed è compreso nella quota associativa. La quota associativa non è divisibile. La dichiarazione viene effettuata ai fini postali


editoriale

LE IMPRESE SANNO COME

SEMPLIFICARE

I BUROCRATI NO Nella sede di Confartigianato Varese l’incontro con il numero uno di Regione Lombardia

SARA BARTOLINI

Un incontro franco, senza giri di parole, senza vincoli di cerimoniale. Come si fa quando vecchi compagni di strada si incontrano con nuovi panni addosso. È accaduto il 25 ottobre 2018 nella sede provinciale di Confartigianato Imprese Varese quando il presidente Davide Galli, il direttore generale Mauro Colombo, la giunta esecutiva, gli esponenti del consiglio provinciale e del Gruppo Giovani hanno incontrato un Attilio Fontana ormai non più sindaco di Varese ma numero uno di Regione Lombardia. Una trentina di imprenditori in tutto a confronto con chi il territorio della provincia lo conosce bene così come conosce problemi, richieste e aspettati delle piccole e mede imprese.

Attilio Fontana presidente di Regione Lombardia

imprese e territorio | 5


PRIMOPIANO

A cominciare dall’attenzione, altissima, per l’autonomia regionale e per tutto ciò che ne potrà discendere a beneficio della libertà di impresa. La partita, d’altronde, si fa ogni giorno più vicina da che la bozza di accordo è finita sul tavolo del ministro Erika Stefani (Affari regionali), portandosi dietro a ruota fondi e possibilità di investire sulle grandi opere richieste dalle aziende (Pedemontana su tutte), sulla formazione perlopiù tecnica e altamente professionalizzante e sulla sburocratizzazione. Tanti i temi sollevati dal presidente di Confartigianato Varese, Davide Galli e massima apertura da parte del governatore: «Dobbiamo lavorare insieme e confrontarci periodicamente, perché se qualcosa non va la dobbiamo cambiare e se ci sono proposte interessanti le dobbiamo attuare». In cima alla lista delle priorità, date per assodate quelle relative alle 23 competenze oggetto del tavolo di trattativa per l’autonomia, resta la semplificazione amministrativa e la connessa semplificazione dei bandi. «Un intervento – ha chiarito Fontana – che non possono fare i burocrati ma le imprese». Di qui la richiesta di un vero e proprio dossier delle complicazioni burocratiche da sottoporre al vaglio dell’amministrazione regionale. E, ancora, più coraggio nel codice degli appalti: «Vogliamo norme semplici che responsabilizzino gli imprenditori, alle quali far seguire adeguati controlli». Insomma, non vincoli, lacci e laccioli a monte, ma severa attenzione al rispetto della legge a valle di qualsiasi attività che deve essere lasciata alla libera imprese e al libero mercato. Anche sulla formazione Palazzo Lombardia è allineato alle richieste delle Pmi di Confartigianato Varese, alle quali Fontana ha chiesto «di fare sistema per trovare soluzioni che vadano bene alla Regione come alle imprese, trasmettendo ai giovani un messaggio chiaro: oggi la manualità è cervello». Anzi: in caso di richieste formative particolari per specifiche nicchie di mercato, da oggi in poi sarà possibile – e fondamentale - fare richiesta alla Regione così da valutare assieme la definizione di un percorso comune.

6 | imprese e territorio

Avanti tutta, con la benedizione del governatore, anche per il progetto di legge Aree di Confine (ora proposta di legge depositata alla Camera dal deputato Matteo Bianchi), finalizzato al contrasto della desertificazione delle zone produttive a ridosso del Canton Ticino ed esposte per questo a un maggior rischio di fuga di professionalità: «Un intervento che sostengo e che potremo sostenere meglio e più direttamente con l’autonomia di Regione Lombardia». Tanto più che i rapporti con la vicina Confederazione sono ripresi e sono più che positivi. L’idea è chiara: non abbandoniamo il territorio, non abbandoniamo chi ci vive, non trascuriamo chi vuole lavorarci. In questa direzione rientra l’impegno di Regione Lombardia a sostegno delle grandi opere su gomma come Pedemontana. Parola di Attilio Fontana: «Riprenderemo i lavori per l’autostrada. Stiamo già andando avanti, seppure faticosamente, e rifaremo una gara per l’affidamento dei lavori. Bisognerà poi capire in base ad una analisi in corso da parte di esperti, se portarla fino a Dalmine oppure farla entrare prima». Se a saldare il conto sarà il governo, bene. Altrimenti «ci sono già almeno tre fondi che hanno dimostrato interesse nel sostenerci: segno che il progetto ha le gambe per camminare». Avanzano anche le grandi infrastrutture digitali come la banda larga e ultralarga, mentre è già stata allentata, anche su richiesta delle aziende, la morsa sul blocco degli Euro 3 diesel disposta dallo scorso primo ottobre in tutti i comuni di fascia 1 e fascia due tra le 7.30 e le 19.30. Insomma: il dialogo è aperto, anche a proposito del sostegno alla riqualificazione professionale, sulla quale alcune modifiche sono in arrivo seppure la Regione sia intenzionata ad ascoltare la voce di chi, ogni giorno, opera nella direzione di mettere in collegamento le richieste delle imprese con le professionalità più adatte alle specifiche istanze. Un incontro importante. Prossimo appuntamento: l’autonomia e tutto ciò che potrà cambiare nel rapporto cittadini-imprese-istituzione regionale.


PRIMOPIANO

MANIFATTURA, AUTONOMIA, FORMAZIONE E GRANDI OPERE:

LE NOSTRE SONO RICHIESTE

CHIARE Considero per questo il Suo stare con noi un “viaggio nella realtà” di grandissima importanza che volutamente inizio a partire da un Osservatorio del Mercato del Lavoro che Le renderà evidente come la manifattura sia ancora la spina dorsale del territorio Riteniamo fondamentale un patto della formazione tra aziende, territori e istituzioni affinché la preparazione tecnica e professionale si tolga di dosso assurdi pregiudizi e ciascun territorio riesca a formare, e a trattenere, le professionalità più ricercate dalle imprese locali. Un dato su tutti: alle imprese manifatturiere italiane serviranno, nei prossimi anni, quasi 300mila figure tecniche specializzate in grado di garantire il turnover professionale. Ma ad oggi sembra quasi impossibile trovarle. Una situazione difficile, aggravata per esempio in provincia di Varese e nei territori di confine, dalla fuga verso il Canton Ticino di molte delle professionalità formate nelle aziende locali. La parola chiave è, per l’intero settore manifatturiero e non solo, formazione. Confartigianato Imprese Varese, per questo motivo, continuerà a garantire il proprio impegno nei processi di alternanza scuola-lavoro, nell’apprendistato e nel sostegno a tutte le iniziative volte a incentivare la riqualificazione professionale degli occupati nelle Pmi e degli imprenditori stessi.

Al governo chiediamo una manovra di liberazione da lacci e laccioli e, al contempo, sosteniamo convintamente e con fermezza il percorso di autonomia regionale nella speranza di congelare i carichi burocratici e, al contempo, elevare i fondi destinati agli investimenti. Regione Lombardia avrà, per ciò che riguarda la formazione e le azioni finalizzate ad aumentare il livello di competitività locale, il nostro supporto.

La speranza è che l’autonomia possa portare alla ricostruzione delle filiere produttive, a connessioni efficaci (digitali e infrastrutturali, con Pedemontana in cima alla lista delle nostre priorità), a un’elevata accessibilità alle innovazioni e alla ricerca prodotte nel Mind (area ex Expo), alla riqualificazione di aree industriali dismesse, indispensabili per favorire l’insediamento di nuove attività produttive e per coinvolgere le Pmi nelle fasi di cantierizzazione.

Pubblichiamo una sintesi del discorso del presidente di Confartigianato Imprese Varese, Davide Galli, in occasione della visita del presidente di Regione Lombardia Attilio Fontana

Aziende solide, territori connessi, libertà di impresa, formazione qualificata e attrattività sono, per Confartigianato Varese, i pilastri sui quali consolidare la competitività dei territori. Ed è per questo che, primi in Italia, abbiamo deciso di realizzare un osservatorio della competitività e attrattività territoriale e comunale. Nessuna marcia indietro sarà compresa o giustificata rispetto al necessario proseguimento lungo la strada dell’infrastrutturazione, pur nel massimo e doveroso rispetto della compatibilità ambientale e della vivibilità.

Confartigianato Varese – anche in relazione alle criticità più volte denunciate dalle imprese del territorio nell’inserire nuovo personale o nel mantenere quello già formato – chiede che vengano sostenute e incrementate tutte le iniziative volte a favorire l’implementazione di politiche di welfare aziendale e conciliazione vita-lavoro.

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PRIMOPIANO

L’EXPORT DECOLLA MA QUALE SARÀ IL FUTURO

DEL MADE IN TOMASO BASSANI

La struttura tipica del tessuto produttivo limita la capacità delle aziende di avere al proprio interno tutte le competenze che consentono di affrontare il mercato internazionale

Quando si parla di esportazioni, in qualunque stato del mondo, ci sono dinamiche economiche e commerciali consolidate. Quando si parla dell’esportazione di prodotti tipici queste dinamiche si fanno più specifiche e complesse, ma quando si parla di Made in Italy il discorso diventa ricco di sfaccettature completamente diverse.

anche perché si tratta di una filiera che si porta dietro una storia fortissima e una tradizione radicata. Per questo chi lavora in questa filiera sa bene che il proprio prodotto non aspira alle normali dinamiche di regolazione del mercato commerciale ma ha bisogno di una forte azione di tutela innanzitutto di quelle che sono le sue peculiarità.

Dalla moda, alle calzature, all’arredamento ma anche nella meccanica, nell’automotive e nei brevetti, la creatività e la capacità manifatturiera italiana hanno raggiunto un nome che in ogni angolo del mondo è innanzitutto sinonimo di stile, raffinatezza e altissima qualità.

Il suo successo lo si vede nei numeri: il bilancio complessivo dello scorso anno ha visto una crescita dell’export del +7,4% in valore e del 3,1% in volume, raggiungendo il massimo storico di 448,1 miliardi di euro che hanno determinato un surplus commerciale tra esportazioni e importazioni di 47,5 miliardi di euro. In rapporto al Pil, il Made in Italy arriva al massimo storico del 26,1%, segno di un sistema economico italiano che

Questo non solo per le caratteristiche intrinseche dei prodotti del Made in Italy, ma 80 | imprese e territorio


PRIMOPIANO

ITALY? funziona e che ha saputo agganciare la domanda internazionale. Ma bastano questi dati per dormire sonni tranquilli? Quali sono le prospettive di chi produce “italiano” di fronte ad un mondo che cambia? Di fronte a cambiamenti che riguardano le tecnologie, i consumi ma anche un quadro politico internazionale carico di tensioni ed evoluzioni all’orizzonte. Su questi temi le imprese non possono essere lasciate sole, perché se è vero che ci sono delle sfide produttive che le competono direttamente, l’innovazione, l’organizzazione e la capacità di creare valore, è vero anche che ci sono contesti più ampi che richiedono l’attenzione e l’impegno delle politiche pubbliche nazionali e internazionali. La struttura tipica del nostro tessuto pro-

duttivo, che trova la sua colonna portante nella piccola e media impresa, spesso limita la capacità delle singole aziende di ottenere al proprio interno tutte quelle competenze che le consentono di affrontare con successo il mercato internazionale. Per questo sono importanti le relazioni fra Stati, gli strumenti di accompagnamento e soprattutto le dinamiche politiche che fissano le regole comuni tra gli operatori internazionali. In una fase così delicata, dove si è tornati con più forza a parlare di dazi, accordi commerciali internazionali e discussione dell’assetto europeo, abbiamo chiesto ai parlamentari varesini quali sono le prospettive del Made in Italy, le criticità e i problemi da superare.

LE AZIENDE NON POSSONO ESSERE LASCIATE SOLE: È NECESSARIA L’ATTENZIONE DELLE ISTITUZIONI

imprese e territorio | 19


FOCUSPRIMO PIANO

Alessandro Alfieri – Senatore Pd

NIENTE ISOLAMENTO CON I DAZI PERDIAMO NOI «Riuscire a rimanere protagonisti in Europa senza isolarsi e dosando in maniera selettiva gli strumenti di protezione per noi è fondamentale. Se prosegue la guerra dei dazi, l’Italia è uno dei Paesi che ha più da perdere». Alessandro Alfieri, senatore del Partito Democratico e capogruppo nella commissione Esteri di Palazzo Madama, vede nella tutela del mercato libero la più grande occasione per il Made in Italy, un tema strettamente legato a quello più complessivo delle esportazioni. «Non parlo in astratto ma partendo da quello che hanno fatto i governi di centrosinistra in questi anni - spiega il senatore Dem - Avevamo capito che il paradigma europeo dopo la crisi era la stagnazione della domanda interna dei Paesi e che per crescere era necessario agganciarsi alla domanda internazionale. Le azioni che abbiamo messo in campo hanno portato frutti notevoli e la nostra economia ha cominciato a riprendersi anche perché abbiamo agganciato un pezzo della domanda internazionale». Nell’analisi che fa Alfieri sono due gli aspetti sui quali va posto l’impegno dello Stato quando si parla di supporto al Made in Italy: l’accompagnamento delle imprese sui mercati internazionali e una politica economica estera che tuteli la libera circolazione delle persone e delle merci. «Un tema che deve far riflettere è che, nonostante oggi il nostro export vada già molto bene, l’analisi dei numeri ci dice che se da un lato è vero che è cresciuto il fatturato delle aziende che esportano dall’altro non è cresciuto significativamente il numero complessivo delle imprese che accedono al mercato internazionale». Il ragionamento del senatore

10 | imprese e territorio

democratico è che le grosse aziende hanno al loro interno gli strumenti per raccogliere tutte le potenzialità della domanda estera, «ma sono le piccole e medie imprese, fondamentali nel nostro tessuto economico, che spesso non riescono ad agganciarla. Questo accade perché oggettivamente non è facile: da un punto di vista legale, burocratico, ma anche di accesso al credito e di forme societarie diverse richieste di paese in paese. Per questo vanno messi in campo strumenti che siano in grado di aprire la strada e accompagnare le nostre imprese nei mercati fuori dall’Italia, garantendo sicurezza e consulenza legale». L’esempio del senatore è quello dell’Ice, l’Agenzia governativa per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane: «Si è lavorato bene sulla riforma dell’Ice e, rispetto al passato, oggi ogni euro speso per quel programma si è trasformato in 15 euro in più di fatturazione media per ogni azienda». L’altro elemento di preoccupazione è quello che riguarda le politiche commerciali internazionali. «Mi preoccupa questo governo che strizza l’occhio a Trump e ad altri leader protezionisti. Un Paese come l’Italia deve sapere che per la sua economia le esportazioni sono fondamentali. Ne abbiamo bisogno come l’aria e se costruiamo muri e facciamo da sponda a governi che seguono la via del protezionismo siamo i primi che ne hanno da perdere: l’escalation dei dazi per noi sarebbe devastante. I due pilastri che dobbiamo perseguire sono da un lato andare avanti con maggior decisione sulla lotta alla contraffazione e difesa del Made In Italy e dall’altro tutelare il libero scambio, che funziona proprio se hai delle norme che garantiscono qualità e provenienza dei prodotti». T. Ba.


FOCUSPRIMO PIANO

Gianluigi Paragone – Senatore Movimento 5 Stelle

ABBIAMO L’ORO IN MANO E LO DIFENDEREMO CON L’UE «Quando parla di Made in Italy, il nostro Paese deve essere consapevole di avere l’oro tra le mani, e dunque deve avere più coraggio da un lato nel tutelarlo ma dall’altro anche a non farsi spaventare: per i clienti di tutto il mondo il Made in Italy è come un frutto proibito, sono disposti a tutto pur di averlo». L’ex giornalista varesino Gianluigi Paragone oggi siede tra i banchi del Senato nelle fila del Movimento 5 Stelle e lavora nella commissione permanente su Industria, commercio e turismo. Il tema del Made In Italy lo accosta a due grandi capitoli: quello del rapporto dello Stato con l’Unione europea e quello, più in generale, delle politiche protezioniste. «Il Made in Italy è una peculiarità talmente nostra che è impensabile derogare le decisioni che lo coinvolgono ad altri. È solo il governo italiano che deve farsi una strategia e imporla al dibattito europeo - spiega Paragone - In passato è avvenuto che molti degli interessi italiani su questo tema siano stati sacrificati alla logica di trovare una sintesi tra gli interessi europei. Questo non deve più accadere: il Made in Italy non deve essere materia di particolare mediazione perché si tratta di tutelare le nostre imprese e insieme le nostre identità». È un tema, quello sollevato da Paragone, che dunque riguarda strettamente il funzionamento della macchina politica europea e che, nella strategia della maggioranza sarà affrontato nell’attività di questo Governo: «Sulla difesa del Made in Italy, così come su altre materie, ingaggeremo una battaglia politica nell’Ue dove, tra l’altro, sono convinto che dalle prossime elezioni cam-

bieranno molte dinamiche». Al tema europeo il senatore M5s affianca anche il tema, più in generale, delle politiche commerciali che sempre di più vedono soffiare il vento della guerra dei dazi. «Su questa tematica, prendendo in considerazione strettamente il tema del Made in Italy, io sono convinto che non dobbiamo lasciarci intimorire - spiega Paragone - Il Made in Italy rappresenta la massima qualità di produzione e ha una fama conosciuta in tutto il mondo: l’Italia è l’oggetto del desiderio, il frutto proibito, quello per cui i clienti sono disposti a spendere e anche a prendere l’aereo dalla Cina o dalla Russia per venire qui a comprarlo. Anzi mi azzardo a dire che i prodotti del Made in Italy più sono proibiti più sono ricercati. Sono come i sigari cubani che erano vietati ma che tutti compravano. Il nostro prodotto va difeso a tal punto che non dobbiamo avere paura del protezionismo perché tanto la clientela se una cosa la vuole l’avrà in ogni modo». C’è poi il grande problema della contraffazione, sulla quale, però, Paragone vede ampie responsabilità ancora una volta nell’Europa: «La contraffazione verso i nostri prodotti è di due tipi: c’è la pura falsificazione, e su questo va fatta una lotta dura che coinvolge il ministero dell’Interno e deve avere tolleranza zero, ma poi c’è anche una contraffazione velata, quella fatta a norma di legge e che è scritta nelle regole europee. Quella è una contraffazione subdola che ci toglie mercato e vanifica la nostra concorrenza attraverso dinamiche opache. Su questi temi noi ci stiamo impegnando e io mi faccio volentieri portavoce dei problemi anche della piccola e media impresa varesina». T. Ba.

imprese e territorio | 11


FOCUSPRIMO PIANO

«Il Made in Italy è un tema che sta a cavallo tra la politica industriale e la promozione del territorio e qualunque governo deve lavorare per tutelare le filiere e creare le condizioni perché sia dinamica la produzione e facile l’esportazione». Matteo Bianchi, sindaco di Morazzone, segretario provinciale della Lega e, dallo scorso marzo, deputato della Repubblica, guarda al tema del Made in Italy con lo sguardo di chi si è già occupato del tema negli ambienti europei.

sto internazionale: «L’Italia fonda la propria forza nel tessuto economico costituito dalla piccola e media impresa - spiega - Si tratta di un bacino molto dinamico di qualità e innovazione che però fa molto fatica ad affrontare le sfide dell’esportazione. Il nostro compito è accompagnare le imprese in questo percorso sia con strumenti concreti sia con una diplomazia molto mirata». L’idea di Bianchi è quella di connettere i territori di eccellenza sul piano europeo e internazionale.

Da Roma, infatti, Bianchi segue da vicino l’Ue dall’interno della commissione parlamentare sulle Politiche dell’Unione europea e dal suo impegno ormai consolidato tra i banchi del Comitato europeo delle Regioni, l’organo consultivo che rappresenta gli enti locali e regionali della Comunità europea. «Il problema principale che abbiamo avuto nelle istituzioni europee - spiega Matteo Bianchi - è sempre stato quello di far valere quelle che sono le peculiarità del tessuto produttivo italiano in un consesso che, invece, ha sempre cercato di omogeneizzare tutto secondo una politica per noi deleteria perché va ad annacquare tutte le nostre specificità ed eccellenze». La soluzione di Bianchi è quella di lavorare per un cambio di mentalità europea: «Di fronte a chi cerca di uniformare i settori noi dobbiamo fare esattamente il contrario: far valere il principio secondo cui l’Europa fonda la sua ricchezza in quelle che sono le sue diversità e specificità».

«Poche settimane fa il viceministro polacco per le Politiche europee mi ha invitato a un convegno per raccontare come il suo governo stia tentando di creare un dialogo privilegiato tra le sue regioni più dinamiche e quelle degli altri Stati d’Europa - racconta Bianchi - Da quell’incontro sono nati due vertici con il presidente di Regione Lombardia Attilio Fontana e il presidente del Consiglio veneto per intraprendere un percorso di più stretta relazione commerciale fra le economie delle regioni coinvolte. Credo che questo sia un esempio di quella è una strada vincente: connettere i territori più dinamici tra di loro e creare libertà di movimento e relazione tra aree di assoluta eccellenza». Quanto al vento protezionista per il commercio che soffia nel mondo, Bianchi non è preoccupato: «Se penso agli Stati Uniti so che loro non possono prescindere dall’Italia. Trump sta attuando una serie di legittimi interessi verso i cinesi, ma, per quanto ci riguarda, la cosa che a me fa ben riflettere sul futuro è che il rapporto tra il presidente americano e il premier Giuseppe Conte fa guardare con serenità al sistema produttivo italiano». T. Ba.

C’è poi tutto il tema più strettamente industriale della filiera del Made in Italy che però, ancora una volta, Bianchi ricollega al conte-

12 | imprese e territorio

Matteo Bianchi – Deputato Lega

NON TUTTI SIAMO UGUALI L’EUROPA LO DOVRÀ CAPIRE


INCHIESTE

PASSAGGIO GENERAZIONALE REGOLE PER GARANTIRE L’ATTERRAGGIO MORBIDO

Il passaggio generazionale potrebbe essere un problema, ma è anche la migliore soluzione per dare continuità a un motore economico tipicamente italiano: quello delle Pmi. Passare il timone non significa solo riconoscere i sacrifici e i successi delle passate generazioni ma anche garantire la sopravvivenza di un sistema territoriale legato a doppio nodo alle piccole e medie imprese. Il benessere delle aziende dipende dalla buona organizzazione e gestione di un territorio, e viceversa. Ma non è scontato che quel “testimone” passi dalle mani dei padri a quelle dei figli con facilità: la staffetta imprenditoriale richiede, prima ancora delle competenze necessarie, una passione forte e indelebile per tutto quello che è Impresa.

vrà affrontare in Italia un passaggio generazionale che, dati i presupposti di resistenza delle vecchie generazioni, non potrà essere così semplice.

SOLO IL 30% DELLE AZIENDE SOPRAVVIVE AL PROPRIO FONDATORE, SOLO IL13% ARRIVA ALLA TERZA GENERAZIONE E SOLO IL 7% DELLE IMPRESE FAMILIARI REGOLA IN FORMA SCRITTA LA SUCCESSIONE

Sull’importanza di questo passaggio non si discute: la Commissione europea stima che un terzo delle imprese attive nei Paesi dell’Unione “passerà di mano” nell’arco del decennio in corso. Le imprese che ne saranno coinvolte ogni anno si contano in più di mezzo milione e 2,5 milioni saranno i lavoratori interessati. Ma parliamo dell’Italia, dove più dell’80% delle imprese è di dimensione micro o piccola e il 70% delle Pmi è guidato da un leader che ha più di settant’anni. Sempre secondo dati Infocamere, solo il 30% delle aziende sopravvive al proprio fondatore e solo il 13% arriva alla terza generazione. E solo il 7% delle imprese familiari ha regolato in modo scritto la successione, il 10% ha deciso l’età del ritiro della vecchia generazione dalla gestione aziendale e il 35% conosce regole e fiscalità della successione. Nei prossimi 5 anni, quasi un’impresa familiare su 5 do-

Ad aiutare il cambiamento, potrebbe intervenire l’introduzione dei processi di digitalizzazione all’interno delle imprese. Un passe-partout che sembra mettere d’accordo tutti. Secondo una ricerca del Centro di ricerca dell’università Cattolica del Sacro Cuore il 28% degli imprenditori senior, «consapevoli dei propri limiti», ha deciso di lasciare al figlio (o ai figli) la guida dell’azienda proprio grazie alla passione, all’entusiasmo e alla responsabilità dimostrati nei confronti dell’utilizzo delle nuove tecnologie. A questo punto, due sarebbero i risultati: da un lato il passaggio canonico da padre a figli (per la guida a capo dell’impresa) e dall’altro la marcia in più data all’azienda, impegnata in una trasformazione che la porterebbe da tradizionale a digitale.

Maggiore attenzione e impegno nell’effettuare un passaggio generazionale “morbido” ma concreto aiuterebbe a conservare un patrimonio imprenditoriale sul quale si può e si deve fare ancora affidamento. Anche perché in Italia le piccole e medie imprese occupano il 78,7% degli addetti sul totale delle aziende contro la media europea del 69,4%. Ancora meglio: il 45,6% trova posto nelle micro imprese fino a 10 addetti e il 20,4% in quelle piccole tra i 10 e i 49 addetti. Il passaggio generazionale è anche occupazione: meglio non dimenticarlo. imprese e territorio | 13


focusinchieste

MODELLO AURICCHIO

L’ESPERIENZA È LA REGOLA Antonio Auricchio – figlio di Alberto della Gennaro Auricchio Spa

DAVIDE IELMINI

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Antonio, figlio di Alberto della Gennaro Auricchio Spa (sette stabilimenti di produzione in Italia e due centri di distribuzione a Barcellona e a New York), il passaggio in azienda lo farà, ma sarà “morbido”. Perché, nel “patto di famiglia” che prepara e favorisce il passaggio generazionale delle nuove leve, è previsto un periodo di lavoro esterno all’impresa

Ventiquattro anni, un master in Management alla IE Business school di Madrid e uno in Economia alla Luiss di Roma, appassionatissimo di corporate finance (con la voglia di approfondirne gli strumenti più innovativi), Antonio Auricchio, figlio di Alberto della Gennaro Auricchio Spa (sette stabilimenti di produzione in Italia e due centri di distribuzione a Barcellona e a New York), il passaggio in azienda lo farà. Ma sarà “morbido”. Attraverso quel “patto di famiglia” che prepara e favorisce il passaggio generazionale delle nuove leve ponendo l’accento sulla necessità di garantire la continuità dell’azienda non solo attraverso la preparazione tecnica dei giovani, ma anche lavorando su quegli aspetti umani legati alla struttura familiare dell’attività imprenditoriale. Morbido perché prima ci si fa esperienza e poi si decide. Invero, la decisione Antonio l’ha già presa. Ma non ci vuole fretta, perché per gestire un’azienda non è richiesta solo un’esuberante dose di passione ma anche un elevato grado di consapevolezza su ciò che rappresenta l’impresa di famiglia per sé stessi, per gli altri e per il mercato. Ecco perché Antonio – con il fratello Vittorio (ventenne) e i cugini Lodovico e Gugliemo (anche loro nati nel 1994) – in azienda non ci è ancora entrato. Meglio, non ci è entrato per quanto riguarda la gestione e l’operatività, ma la fabbrica la conosce bene fin da piccolo. «La voglia di mettersi in gioco in quello che è il lavoro di tutti i giorni c’è sempre stata – racconta il giovane - E nessuno di noi si è mai posto il problema di quanto possa essere pesante questo fardello o se si possa essere adeguati o meno ad affrontarlo. Però prima arriverà l’esperienza in un’azienda al di fuori del gruppo Auricchio proprio per respirare un’aria diversa». L’aria del lavoro che si costruisce al di fuori delle sicurezze emotive di


Alberto Auricchio – ad Gennaro Auricchio Spa

focusinchieste

una famiglia affiatata. Ecco allora Antonio alle prese con l’invio di curriculum, telefonate e mail: «Proprio in questi giorni sto tenendo i primi colloqui per entrare a far parte di società di consulenza o banche per approfondire gli aspetti della consulenza finanziaria per acquisizioni e fusioni. Punto prima di tutto all’estero, a Londra. Poi, magari, negli Stati Uniti».

SI ANDAVA IN AMERICA, TRA NEW YORK E SAN FRANCISCO. PAPÀ MI DICEVA: “PER TRE GIORNI FATTI UN GIRO IN CITTÀ, MA GLI ALTRI TRE LI PASSI IN FIERA”

Il “patto di famiglia” che la Auricchio ha «messo nero su bianco» grazie alla collaborazione con The European House – Ambrosetti ricalca «quello stile formativo che la nostra famiglia applica da anni. Almeno da quando io ne ho memoria – incalza Antonio - Il “Patto”, insomma, è stata la conseguenza logica di come è sempre stata gestita la nostra famiglia e la nostra impresa». Una sottolineatura bisogna farla: Antonio è sempre stato sicuro della sua scelta ma è altrettanto sicuro che in caso contrario non ci sarebbe mai stata alcuna pressione per il suo ingresso in azienda. D’altronde a 16 anni era lui a seguire papà Alberto nelle trasferte estere per le fiere: «Si andava in America, tra New York e San Francisco. Mi diceva: “Per tre giorni fatti un giro in città, ma gli altri tre li passi in fiera”. Questo non lo vivevo come un dovere, perché in fiera io ci volevo andare: si chiudevano contratti, si incontravano nuovi clienti per entrare in nuovi mercati, si gestivano rapporti commerciali molto delicati e allora mi piaceva capire come ci si doveva comportare nelle più diverse situazioni. Certo io stavo a guardare, però imparavo e mi sentivo fortunato». Anche grazie a nonna Mimma: «Ancora oggi tutte le domeniche ceniamo da lei:

un’occasione per ritrovarci tutti insieme e parlare di tutto. Non solo di lavoro. Proprio con lei siamo stati tutti in America, nel mese di luglio, al Fancy Food di New York, perché la nonna consiglia e rassicura, e nelle scelte aziendali ha sempre un ruolo decisivo».

A tavola, o altrove, i giovani discendenti della Auricchio hanno allenato le orecchie e la mente – fin da bambini – ai temi dell’azienda. E domande ne facevano tante: perché, come si fa, da dove arriva, cosa è successo, cosa vuol dire? Dopo il “patto”, il coinvolgimento è aumentato e Antonio è più che mai convinto della sua decisione: «Non so se imprenditore si nasce o si diventa, di sicuro voglio cogliere in positivo questa sfida: la cosa non mi spaventa. Spero solo di essere all’altezza del compito». E su qualche novità, parola prioritaria nel vocabolo di chiunque giovane realizzi il passaggio generazionale, Antonio sta già ragionando: «Ogni tanto esprimiamo qualche nuova idea, anche se magari un po’ troppo futuristica per l’Italia. Il bello, però, è che quando noi giovani ci confrontiamo con papà e zii, loro trovano sempre il modo di incoraggiarci. Colgono i suggerimenti, magari dicono “per questo meglio attendere un attimo”, ma per il resto viene dato molto spazio alle proposte personali». Infine si può anche scherzare: «Ad oggi è ancora presto per definire i ruoli dei giovani che arriveranno, però un fatto è certo. “Fate in fretta ad entrare in azienda – ci ricordano papà e zii - perché dopo tanti anni di lavoro una piccola vacanza ce la meritiamo, no?”». imprese e territorio | 15


approfondimenti

A tredici anni sognava un futuro da veterinario. Invece si è laureato al Politecnico di Milano in Ingegneria e automazione, è entrato a ventisei nell’azienda di famiglia (la Bollini Srl), ama l’informatica e ha un cuore che batte per Impresa 4.0. E, dice Federico, «sono orgoglioso di aver seguito le orme di papà». Sulle spalle papà Giorgio ha più di sessant’anni di lavoro e, ancora oggi, meraviglia suo figlio «quando risolve problemi che per me sembrano non avere soluzione». L’esperienza si fa con l’età e con il lavoro. Ormai Federico se n’è fatto una ragione: «Esci dall’università ed entri in azienda con tutta l’arroganza del fighetto con la testa piena di nozioni. Poi ti rendi conto che se vuoi veramente fare l’imprenditore prima devi essere umile, e poi entrare in contatto con la parte più cruda della vita. Che poi è quella di tutti i giorni e che ti abitua ad affrontare con occhi diversi le responsabilità di un imprenditore».

IL COMPUTER È SEMPRE STATO COME UN TORNIO: CI PASSAVO POMERIGGI INTERI PER IL DATA ENTRY. MIO PADRE AGLI INIZI MI RIPRENDEVA, MA ALLA FINE CI HA CREDUTO xxx | imprese e territorio

A maggior ragione se si lavora nel settore della meccanica volta alla progettazione, realizzazione e dimensionamento delle parti per le semi-macchine per il taglio delle etichette dei tessuti: «Il 75% del nostro fatturato – sottolinea il giovane Bollini – proviene dal settore tessile e dal rapporto consolidato da tanti anni con un’unica società. Ogni anno escono dall’azienda tra le 50 e le 60 quasi-macchine (quasi perché costituiscono una porzione di un macchinario), ognuna può avere una vita media di vent’anni, con un ciclo di lavoro anche di 24 ore. La crisi? L’abbiamo saputa gestire accettando anche lavoro conto terzi». Così quando Federico entra in azienda, i volumi aumentano e in sette anni – dal 2011 ad oggi – alla Bollini si é passati da tre a sei dipendenti. Però in questo passaggio generazionale (Federico, con l’immancabile supporto strategico di papà, il salto lo ha fatto con grande convinzione) non sono mancati i confronti, le provocazioni, gli interrogativi: età, esperienze e visioni diverse si muovono su prospettive differenti con proposte che a volte sembrano un po’ troppo lungimiranti per una piccola impresa. Una qua-


Focusinchieste

PRIMA LE NOZIONI

POI L’UMILTÀ CHI FA L’IMPRENDITORE IMPARA LE RESPONSABILITÀ Federico Bollini e papà Giorgio – Bollini srl

lità che non deve mancare a un imprenditore: credere nei suoi progetti. Federico, con questa idea dell’Impresa 4.0, ha rinvigorito il rapporto con papà. E oggi ne parla con il sorriso sulle labbra: «Per me il computer è sempre stato come un tornio: ci passavo pomeriggi interi per il data entry e per organizzare il gestionale dell’impresa. Mio padre agli inizi mi riprendeva e pensava fosse un gioco, ma poi ci ha creduto anche lui». D’altronde questo giovane ingegnere il suo passaggio in azienda lo ha fondato proprio sul cambiamento: in punta di piedi, perché si cambia solo se si studia. E si sperimenta. Allora si torna al Pc: «Le litigate con papà non sono mancate, ma ringrazierò sempre il computer perché è anche grazie a que-

sto se ho imparato l’inglese, ho fatto crescere la mia curiosità e sono diventato quello che sono. Cioè un imprenditore attento alle nuove tecnologie ma anche capace di capire quanto servono in azienda e come le si deve usare». Questo è un passaggio importante per chiunque si avvicini a Impresa 4.0: «Un grande contenitore – incalza Federico – nel quale devi scegliere quello che ti serve veramente. Per quanto mi riguarda sono sempre stato innamorato delle potenzialità che possono esprimere meccanica ed elettronica insieme. Così mi sono concentrato sull’aspetto gestionale dell’azienda lavorando molto su tempi e metodi, per ottenere poi dei feedback in tempo reale dalle

macchine e arrivare ad un maggiore efficientamento della produzione». La parola magica, per Federico, è “lean management”: «Il mio obiettivo è arrivare a una gestione snella dell’impresa (che passa anche dalla riduzione degli sprechi) per creare un valore maggiore per il cliente, aumentando la competitività. D’altronde ho sempre pensato che le piccole e medie imprese avessero un potenziale enorme a volte inespresso: senza tradire ciò che sono, per flessibilità e creatività, le Pmi sono in grado di fare tutto quello che fanno le grosse aziende». Impegnativo? Certo che sì, ma Federico ha posto alla base della sua crescita anche quella delle persone che lavorano per lui: «Cerchiamo di differenziare il nostro lavoro, esportiamo in America ma, soprattutto, investiamo in software e risorse umane per acquisire nuove competenze attraverso la formazione continua dei collaboratori. Oggi alla Bollini ci sono anche un apprendista e un tirocinante. E con una società in buona salute, posso permettermi di dare ai giovani gli strumenti necessari per crearsi una professionalità valida sul mercato». Federico, però, come tutti i giovani si muove tra realtà e sogni. Nel suo caso, un sogno 4.0 al quale pensa in continuazione: «Vorrei comprarmi una stampante 3D a carbonio. Per un investimento di questo tipo, però, la ricerca di mercato è più che mai importante: semmai ci dovessero essere clienti interessati, potrei anche passare dal sogno alla realtà». D. Iel. imprese e territorio | 17


focusinchieste

C’È UN’INTELLIGENZA PER TUTTO SCOPRITELA E VALORIZZATELA ADRIANA MORLACCHI

Verificare le diverse espressioni delle facoltà mentali (definite intelligenze multiple) rende più consapevoli gli imprenditori delle proprie potenzialità e permette di creare team di lavoro in cui ci siano risorse con competenze sinergiche, distribuite in tutti gli ambiti

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I figli riusciranno a prendere le redini dell’azienda di famiglia? Quante volte ci siamo posti questa domanda? Il problema, infatti, è che si pretendono dai figli cose verso per le quali non sono portati. Eppure una soluzione per favorire il passaggio generazionale in azienda esiste. E discende dal modo in cui viene messa a frutto il tipo di intelligenza di ciascuno. «Le neuroscienze, in particolare grazie agli studi di Howard Gardner, hanno evidenziato che non esiste un solo tipo di intelligenza – spiega in proposito Gian Carlo Cocco, esperto di Neuromanagement ed Economia del capitale umano – Nel nostro cervello esistono intelligenze multiple, che non sono omogenee ma variegate, e che costituiscono una risorsa da usare al meglio». Quanti e quali tipi di intelligenza esistono? Almeno dieci tipi, che spaziano dall’intelligenza linguistica tipica di scrittori, giornalisti e avvocati; all’intelligenza etica, prerogativa di legislatori e politici. L’intelligenza matematica è propria di fisici, ingegneri, tecnologi, ma è posseduta anche dai mammiferi che non si preoccupano più di tanto quando si avvicina un solo predatore, ma scappano a gambe levate quando ne vedono tre o quattro. L’intelligenza musicale, carattere distintivo di cantanti e compositori, è presente in tutte le comunità, anche le più primitive con le danze tribali. Poi ci sono intelligenze cinestetiche, sociali, introspettive, ognuna efficace in un territorio diverso. Mozart a scuola non andava benissimo, ma aveva un’intelligenza musicale fuori dal comune, tanto è vero che è diventato un compositore. Il violinista Uto Ughi non ha solo un’intelligenza musicale, ma anche cinestetica: lui è uno dei pochi musicisti al mondo a riuscire a suonare i brani di Paganini, che per essere eseguiti richiedono di ripetere i suoi stessi movimenti. L’intelligenza razionale di Newton è indi-


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scussa, ma sulle cose pratiche spesso si perdeva: esiste un buffo aneddoto che racconta che avesse fatto due sportelli nell’uscio di casa, uno grande per far passare il cane e uno piccolo per il gatto. Einstein preferiva farsi la barba con la saponetta anziché montare il sapone da barba e usare il pennello: lo trovava troppo complicato, come a dire che a una forte intelligenza può essere associata una manualità scarsa. Conoscere il tipo di intelligenza di un individuo consente di valorizzarlo al meglio anche sul lavoro? Certo. Verificare le diverse espressioni delle varie facoltà mentali (definite intelligenze multiple) rende più consapevoli gli imprenditori delle proprie potenzialità, nonché permette di creare team di lavoro in cui ci siano risorse con competenze diverse, distribuite in tutti gli ambiti. Non ultimo, può servire a individuare il ruolo che può ricoprire un figlio in azienda e guidare l’acquisizione di giovani risorse. Come si intuisce il tipo di intelligenza di cui si dispone? Il primo elemento da tenere in considerazione è la vocazione, ovvero la spinta inconsapevole verso un’attività piuttosto che un’altra. Già nell’infanzia molte persone sanno quello che vogliono fare “da grandi”, come Billy Elliot, che già da piccolissimo aveva una intelligenza corporale elevatissima. È pur vero che la maggior parte dei giovani non ha consapevolezza di sé. Ma è possibile ottenere una correlazione tra prevalenza di intelligenze multiple e attività professionali. Per esempio, se una persona ha una intelligenza sociale e uno stile di apprendimento basato sulla verifica della realtà, allora è un negoziatore. Se vi è attitudine alla sperimentazione, allora il campo è quello delle ricerche di mercato e della innovazione. Se emer-

ge una prevalenza di intelligenza sociale e di intelligenza linguistica (tipico delle professioni quali formatore, insegnante, ecc.) e il profilo di apprendimento è di “stile convergente” (ovvero teso all’applicazione pratica, ndr), allora sarà possibile evidenziare una modalità di eloquio sistematico e su temi complessi e definiti. Come utilizzare le “intelligenze” e le loro diversità? I percorsi di studio e le attività lavorative possono essere efficacemente indirizzati conoscendo le intelligenze prevalenti e lo stile di apprendimento preferito. Ad esempio: frequentare con efficacia la facoltà di ingegneria e svolgere la professione di ingegnere richiede intelligenza matematica e logico-razionale, abbinata ad uno stile di apprendimento convergente; occuparsi di attività di contenuto commerciale richiede intelligenza sociale e uno stile adattatore (che procede cautamente, ndr). Le diverse intelligenze non solo consentono di orientare le persone verso l’ambito di attività più congeniale, ma possono anche essere sviluppate con un rivoluzionario approccio di formazione: il brain training per le intelligenze logico-razionali e matematiche, le tecniche di mindfulness per arrivare allo stato di grazia professionale per le intelligenze sociale e introspettiva. Può spiegare cosa intende con l’espressione “stato di grazia professionale”? «È uno stato che si raggiunge quando un individuo è valorizzato e realizzato al meglio, ma soprattutto quando è coinvolto e motivato. È ampiamente utilizzato nella moderna preparazione atletica che si basa sulla trance agonistica (detta anche “flusso”). Arriva quando il benessere della persona va di pari passo al raggiungimento di obiettivi professionali e alla capacità di reggere bene allo stress e ai cambiamenti». imprese e territorio | 19


APPROFONDIMENTI

Lorena Salati è un’antropologa specializzata nella costruzione e implementazione di nuovi modelli organizzativi. Che spesso si considerano strumenti di lavoro a tutti gli effetti

BOTTOM UP O TOP DOWN

L’IMPRESA SI REINVENTA

Dal basso verso l’alto o dall’alto verso il basso? Meglio il “Bottom up” o il “Top down”? Soprattutto, come è cambiato l’approccio manageriale all’impresa in questi ultimi anni? Lorenza Salati, antropologa che si dedica alla costruzione e implementazione di nuovi modelli organizzativi, non ha dubbi: «Entrambi non sempre funzionano. Oggi una fra le frontiere alle quali guardare è il community empowerment, processo che fa crescere contemporaneamente l’impresa e i suoi collaboratori». Procedendo per gradi, i modelli a disposizione per chi un’azienda ce l’ha già o la vuole avere, non mancano e «possono essere esterni o interni – dice Lorenza - Dei primi fanno parte gli spazi fisici identificabili nei quali entra l’imprenditore, i secondi invece entrano in un modello aziendale già esistente per migliorarlo». A lei abbiamo chiesto una breve descrizione dei modelli-strumenti principali, compresi punti in comune e differenze.

I MODELLI ESTERNI MULTIFACTORY Spazio di lavoro condiviso, ricavato in strutture abbandonate, dove ci si contamina a vicenda. I progetti comuni nascono in modo naturale ed è garantita l’autonomia di ciascun imprenditore. La multifactory nasce dal basso (dagli imprenditori-soci) e lì si può aprire, o trasferire, la sede della propria impresa condividendo alcuni costi e potenziando il proprio business attraverso la “rete” di collaborazioni. Interessa un quartiere allargato e il lavoro si aggrega solitamente intorno ad un tema dominante (per esempio, l’ambiente). Qui le piccole imprese imparano l’una dall’altra e diventano più competitive. E con il loro dinamismo, le loro idee e il potenziale innovativo che esprimono aiutano le grosse realtà (che nella multifactory aprono alcuni spin off) a realizzare piccoli prodotti. 20 | imprese e territorio

COWORKING Fondamentalmente nasce per risparmiare sui costi (si affitta una postazione per ore o giorni), è pratico, funziona bene per nomadi digitali, freelancer e liberi professionisti, è gestito da una società. Solitamente c’è anche un manager che organizza eventi (a organizzarli sono gli imprenditori-soci nella multifactory). Comodo e raggiungibile da casa, impersonale dal punto di vista territoriale, il coworking funziona nelle grandi città, per chi ha un’impresa già avviata e cerca nuove collaborazioni, e anche piccoli imprenditori che esportano e chiedono un punto d’appoggio nelle principali città europee. Alcuni collaboratori di grosse aziende, due o tre giorni alla settimana, lavorano in un coworking per capire quali sono le nuove strade organizzative basate su dinamismo e flessibilità. MAKERSPACE In questi laboratori, detti anche hackerspace, si condividono gli spazi ma anche gli attrezzi di lavoro legati al mondo della produzione – stampanti 3D, laser cutter, Cnc ma anche frese e altri strumenti tipici di un’officina meccanica - che si possono usare pagando una quota mensile. Se nella multifactory si può aprire fisicamente la propria azienda, al makerspace si va per sperimentare, incontrare altri innovatori, socializzare e imparare ad utilizzare nuovi strumenti che servono anche alla prototipazione. E che non si hanno all’interno della propria impresa perché troppo costosi. Uno fra i punti di forza è la condivisione di risorse e conoscenze per la costruzione di oggetti di varia natura. I makerspace sono luoghi anche di formazione attraverso workshop e conferenze. FABLAB Anche in questi luoghi la sperimentazione e la formazione sono le


COME SI PUÒ CAMBIARE MULTIFACTORY - Un’impresa composta da tante, piccole imprese. Legate da un forte senso di collaborazione e condi-

Gli spazi per lavorare insieme

visione. Si mettono a sistema esperienze e competenze

COWORKING - Un punto d’appoggio in Italia e nel mondo. Per questo adatto anche per le piccole imprese caratterizzate da una buona attività di internazionalizzazione

MAKERSPACE - Si condividono spazi e si impara ad utilizzare attrezzi di lavoro, anche per la prototipazione. Luoghi di innovazione e socializzazione

FABLAB - Sono piccole officine di fabbricazione digitale, simili ai makerspace. Si impara insieme lavorando su idee che portano alla realizzazione di prodotti unici

CROWDFUNDING - Non solo raccolta di fondi. Qui le piccole imprese si confrontano con i potenziali fruitori del prodotto e ottengono feedback per migliorarne le caratteristiche

CREATIVE COMMONS - Condivisione del proprio prodotto in open source con tutela dei diritti d’autore. La piccola impresa può trarre vantaggio dalle tante idee che hanno migliorato il suo prodotto

attività principali. Nei Fablab, così come accade nei makerspace, si dà l’opportunità – a imprese, potenziali imprenditori, professionisti, studenti - di osservare cosa fanno gli altri e di provare a sviluppare i propri progetti senza però pensare, inizialmente, al cliente finale. Sono considerati al pari di piccole officine in grado di offrire servizi personalizzati costruiti intorno alla fabbricazione digitale. Al centro dell’attenzione ci sono sempre le idee e il loro sviluppo in prodotti unici. In questi luoghi si dà spesso il via ad un percorso di maturazione per quei giovani che, a volte, cullano il sogno di diventare imprenditori.

I MODELLI INTERNI CROWDFUNDING Presentando la propria idea/progetto su una piattaforma, si chiede una raccolta fondi per procedere alla realizzazione del prototipo del prodotto. È indispensabile dunque conoscere lo strumento (attraverso corsi di formazione) per poterne applicare tutte le potenzialità (attraverso la pratica). Si tratta di un’opportunità stimolante che ben si adatta anche alle piccole aziende che, però, dopo aver

Gli strumenti da portare in azienda

lanciato una campagna di raccolta, devono essere preparate a gestirla per ottenere i risultati voluti. Uno fra gli obiettivi del crowfunding è anche quello di aprire un confronto con i potenziali fruitori del prodotto per avere feedback immediati su come lo si può realizzare, e sulle caratteristiche che deve avere per essere appetibile sul mercato. CREATIVE COMMONS Come condividere il proprio prodotto in open source e dare l’opportunità, a tutti, di ricostruirlo o modificarlo. L’obiettivo di Creative Commons è di ampliare la gamma di opere disponibili alla condivisione e all’utilizzo pubblico in maniera legale. La piattaforma, infatti, protegge l’idea attraverso diversi tipi di licenze che permettono all’autore/inventore del prodotto di definire quali diritti vuole per sé e a quali vuole rinunciare. La paternità dell’idea viene sempre mantenuta. Il vantaggio dello strumento è che il prodotto si diffonde in modo capillare e internazionale. E anche il piccolo imprenditore può avvantaggiarsi delle tante idee che hanno affinato e migliorato il suo prodotto. Per migliorarlo ulteriormente. Creative Commons velocizza il percorso che porta dall’idea al suo sviluppo. D. Iel. imprese e territorio | 21


approfondimenti

L’ECONOMIA ARTIFICIALE DEI

Elisabetta Binaghi – professore associato di Intelligent Systems all’Università dell’Insubria di Varese

ROBOT Esploriamo le nuove frontiere dell’AI: Andrew Ng, che è un leader mondiale della nuova tecnologia, ha detto che l’intelligenza artificiale nei tempi moderni è come l’elettricità del secolo scorso: entrerà nella vita di tutti

Marvin Minsky, lo scienziato del Mit considerato il “padre” dell’intelligenza artificiale, prima di lasciarci (è morto nel 2016) aveva sostenuto di essere convinto che l’uomo non fosse l’ultimo anello della specie, perché ce n’era uno successivo, i robot. Di certo oggi l’intelligenza artificiale porta con sé «grosse aspettative di ricaduta sia economica che di qualità della vita, di cui si può essere ragionevolmente sicuri»: ad affermarlo è Elisabetta Binaghi, professore associato di Intelligent Systems all’Università dell’Insubria di Varese. Facciamo un passo indietro. Che cos’è l’intelligenza artificiale? La definizione di disciplina informatica che si occupa di definire sistemi che svolgono funzioni che se fossero svolte dall’uomo sarebbero definite intelligenti, è un po’ tautologica e sottende una grossa trappola: il termine intelligenza, concetto che non ha una definizione condivisa anche al di fuori dell’ambito informatico. Per superare l’ambiguità si introduce quello di “agente razionale”: robot o software che ricevono dati dall’ambiente, producono dei risultati, ma sono in grado di modificare il loro comportamento sulla base di questi input e sull’analisi del feedback. Procedure informatiche flessibili, adattabili e che hanno capacità di apprendimento. Che poi sono le qualità che attribuiamo ad un ente intelligente. Partendo da qui, ci sono tante applicazioni. Dallo smartphone al robot per le missioni spaziali. L’orizzonte è illimitato? Oggi si può già parlare di artificial general intelligence. Le nostre nuove proposte di deep learning pensano ad un sistema così potente da poter imparare, se gli si danno i dati opportuni, una qualunque funzione. Andando verso la generalità nascono le inquietudini, dall’idea che un ente artificiale che non ha i limiti fisici dell’uomo possa imparare tutto, potrebbe anche imparare oltre quello che può l’uomo. Qualche brivido corre lungo la schiena… Ma parallelamente allo sviluppo tecnologico c’è un fermento positivo dal punto di vista etico, con tantissime iniziative collaterali che ana-

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lizzano l’uso e l’impatto sull’uomo e gli aspetti etici dei sistemi di AI. È questa la quarta rivoluzione industriale? Il professor Andrew Ng, che è un leader mondiale della nuova tecnologia, ha detto che l’intelligenza artificiale nei tempi moderni è come l’elettricità del secolo scorso. Entrerà nella vita quotidiana di tutti. Cos’è cambiato? Primo, i big data, con la forte spinta verso la digitalizzazione che ha ammassato un gran volume di dati, premessa fondamentale per l’analisi di un sistema di AI. Secondo, la potenza di calcolo software: oggi sono disponibili soluzioni a costi contenuti, come la GPU (graphical process unit) che possono n-uplicare la potenza di calcolo. Ad esempio, a Boston e Harvard stanno lavorando a chip che danno risposte graduali che mimano il nostro singolo neurone invece che dare una risposta binaria. Infine, gli algoritmi di machine learning che ottimizzano i costi e gli insuccessi si sono enormemente consolidati. Siamo arrivati ad una maturazione, con una potenzialità enorme di impatto applicativo.

Davvero accessibile o una chimera? No, questo agente intelligente che ottimizza i costi è una soluzione che sembra essere fruibile. Rivoluzionerà i sistemi produttivi? Io credo di sì, unendo l’AI con lo sviluppo classico dell’informatica. Il livello di ottimizzazione secondo me è superiore anche rispetto ai singoli comparti. Pensiamo a utilizzare chatbot intelligenti nel dialogo con il cliente: se ne misuro il grado di soddisfazione, lo registro e lo seguo nell’uso dello strumento, arrivo a creare una profilazione con feedback di miglioramento che non potrei avere se non con uno spiegamento di risorse immenso.

«LE NOSTRE NUOVE PROPOSTE DI DEEP LEARNING PENSANO A UN SISTEMA COSÌ POTENTE DA POTER IMPARARE, SE GLI SI DANNO I DATI OPPORTUNI, QUALUNQUE FUNZIONE»

Come avvicinarsi all’AI? Tutto è figlio della digitalizzazione. Ma le soluzioni informatiche complesse si occupavano in modo separato e ottimizzato di produzione, organizzazione aziendale, rapporto con il cliente: eppure queste tre anime che caratterizzano un’attività imprenditoriale sono interdipendenti, quindi se si vuole raggiungere un livello raffinato di ottimizzazione le soluzioni devono lavorare in mutua sinergia per un’ottimizzazione globale. Un livello di complessità che richiede un agente intelligente, che grazie a soluzioni tecnologiche e infrastrutturali (come IoT, Industria 4.0) rende possibile questa integrazione.

A costi accessibili anche per i “piccoli”? Questi strumenti riescono ad abbattere i costi, al di là dell’investimento iniziale, con dei ritorni sicuramente importanti. Attorno ai grandi colossi come Ibm, Google e Amazon che implementano soluzioni informatiche generali, le aziende informatiche customizzando possono creare prodotti più accessibili.

Non si scappa dall’intelligenza artificiale, insomma... Diventerà una necessità per tutti, per un livello di ottimizzazione necessaria per essere competitivi. Rivoluzionerà anche le potenzialità di lavoro, come fece la catena di montaggio con il lavoro manuale. Ma i robot sostituiranno il lavoro umano? Lo modificheranno. Ci dovrà essere un cambiamento a livello di tipologia di lavoro, ma le mansioni non cambieranno, cambierà il modo in cui si svolgeranno. Mi vengono in mente i colloqui di lavoro con una serie di passaggi fatti con l’intelligenza artificiale: all’ultimo step ci sono sempre i manager. A. ALI. imprese e territorio | 23


ATTENZIONE AGLI

SHOW DIGITALI

L’innovazione deve essere studiata GABRIELE NICOLUSSI

«Macché disruptive, l’innovazione oggi è soprattutto incrementale». A rompere l’assioma secondo cui le tecnologie moderne rappresentano sempre un punto di rottura nei confronti del passato, ci pensa Paolo Pasini, docente di Sistemi Informativi alla Sda Bocconi School of Management. Intelligenza artificiale, robotica, cloud computing, data analytics hanno invaso le nostre case e le nostre aziende ed è impensabile (e controproducente) non farci i conti. Ma attenzione, mette in guardia il professore, a non cadere nella trappola degli show digitali, perché il rischio di precipitare in una bolla tecnologica è dietro l’angolo. «Una buona parte delle tecnologie digitali che vediamo sul mercato – spiega Pasini - sono evoluzioni di tecnologie già esistenti in precedenza, come l’intelligenza artificiale o tutto il mondo della sensoristica che alimenta l’Internet of Things. Ecco perché dico che l’innovazione oggi è soprattutto incrementale». È vero però che la tecnologia viaggia ve24 | imprese e territorio

loce e c’è il rischio di farsi prendere dall’eccessivo entusiasmo. «Sono sempre stato critico sugli show digitali. Abbiamo visto in passato delle vere e proprie bolle su tecnologie che sembravano molto interessanti, ma che poi sono state abbandonate per l’incapacità di trovarne un’applicazione utile». Pasini porta come esempio i Google glass. Gli occhiali con realtà aumentata della multinazionale americana sono stati adottati, anche in Italia, da alcune reti di vendita per la gestione del magazzino, per poi essere subito abbandonati per mancanza di ergonomia e capacità d’uso da parte degli operatori. «Tra i settori in cui l’innovazione viene maggiormente utilizzata c’è innanzitutto il mondo delle tecnologie legate a produzione, logistica e supply chain. Quindi robotica, sensoristica, IOT nei magazzini e nelle linee produttive e tutto il mondo del 3D printing. Un altro ambito digitale è la strumentazione che permette di lavorare meglio in ufficio,


Paolo Pasini – docente di Sistemi Informativi alla Sda Bocconi School of Management

APPROfondimenti

comunicando in modo agevole attraverso web conference, chatting, email, oppure organizzandosi il lavoro attraverso il calendaring». La vera grande partita, però, si gioca sull’analisi dei dati. «È un mondo in grande fermento, perché non abbiamo solo dati nuovi e più veloci, ma anche software che ci permettono di lavorarci meglio. I campi di applicazione sono molto ampi. Abbiamo casi di acciaierie di piccole dimensioni che, grazie a determinati sensori e ai dati che forniscono, possono fare una manutenzione predittiva e capire quando è il momento di sostituire un componente, prima che questo si rompa e blocchi tutta la linea produttiva». Secondo Pasini non ha senso fare delle “prove” con la tecnologia. L’innovazione va studiata con attenzione. «Mi preoccupo quando vedo che ci si butta a capofitto senza fare valutazioni. La logica della sperimentazione può essere utile, ma deve scaricare a terra qualche risultato, non può essere fine a sé stessa». C’è chi si butta a capofitto, ma c’è anche chi rimane diffidente verso la tecnologia, perché i vantaggi che porta non sono sempre identificabili in modo chiaro. Se compro un macchinario che aumenta la velocità di produzione, il numero di pezzi prodotti al giorno è una buona cartina tornasole. Ma se decido di fare una campagna di digital marketing, la storia si complica. «Quello che stiamo cercando di fare in questo periodo è ribaltare la questione. Diciamo agli imprenditori: provate a capire, in un arco temporale di medio termine, non quali sono i vantaggi se usate determinate tecnologie, ma quanto perdete non facendo nulla. A questo uniamo un’altra analisi, mirata a evidenziare i punti deboli dell’azienda. Una volta trovati, cerchiamo di individuare la tecnologia adatta per superarli».

Possiamo anche essere aperti all’innovazione, ma rimane un problema: come trovo la persona (o l’azienda) giusta a cui affidarmi? In certi campi scovare le competenze di cui ho bisogno può essere difficile. «Sulle tecnologie innovative è un bel match, perché non è facile trovare chi le conosce e al contempo le sa anche applicare nelle aziende. Nella realtà aumentata, per esempio, ci sono un sacco di cose alla Star Trek nei laboratori, ma quante sono poi sfruttabili nelle imprese?». Secondo Pasini i soggetti a cui rivolgersi sono soprattutto due: le start-up, geneticamente innamorate della tecnologia, che sono però specializzate soprattutto in nicchie di settore; e i medio-grandi operatori, che portano le esperienze catturate a livello internazionale, ma che a volte non sono coerenti con le piccole realtà italiane. Abbiamo visto che è necessario trovare i punti deboli della propria impresa e una tecnologia che sappia superarli. Per farlo, Pasini consiglia la via della condivisione. «Una cosa che si sta sperimentando nelle Pmi italiane è mettere attorno a un tavolo persone che si occupano di vari aspetti (dal commerciale al marketing, dalla produzione alla valutazione dei costi) insieme a qualcuno che ha la capacità di fondere da un lato le tecnologie e dall’altro le loro applicazioni». In questi piccoli laboratori aziendali, assicura il docente, si generano idee creative. «Nascono spesso progetti interessanti, per esempio sul fronte della capacità di raccogliere dati e analizzarli, prendere delle decisioni e scoprire cose nuove che posso fare sul mercato, sui canali di vendita, sul prodotto o sui nuovi clienti». Questa operazione, mette subito in chiaro Pasini, ha un’unica controindicazione: bisogna investirci del tempo.

IL CONSIGLIO PER AFFRONTARE LA RIVOLUZIONE: TROVARE I PUNTI DEBOLI DELLA PROPRIA IMPRESA E INDIVIDUARE LA TECNOLOGIA CHE SAPPIA SUPERARLI

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APPROFONDIMENTI

PRODURRE MEGLIO, CONFRONTARSI DI PIÙ

SFRUTTATE LE SINERGIE

O IL TRENO DELLE NOVITÀ SALTERÀ LA FERMATA Organizzazione del lavoro, robotica, over-working, produttività: sono alcune delle situazioni che stanno investendo l’imprenditorialità mondiale e italiana e che, volente o nolente, ricadranno sulle piccole e medie imprese. In poche parole, il tema attorno al quale dibattono economisti, studiosi e imprenditori è: davvero sarà meglio produrre meno ma produrre meglio? Insomma, mentre ancora oggi, in molti casi, è da elogiare chi sta in azienda dalle 5 del mattino alle 20 per far crescere la propria “creatura”, forse sarebbe, oggi, il caso di prendersi qualche pausa. Fermarsi, riflettere e compiere scelte migliori, piuttosto che salire su un treno che non si ferma mai, col rischio di non vedere che, dai finestrini, il mondo cambia. Il rischio? Continuare ad alimentare a carbone la caldaia della locomotiva, rischiando di non accorgersi che si sta finendo su un binario

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morto. Lo sostiene Giuseppe Berta, docente dell’università Bocconi, studioso del capitalismo italiano. «La riorganizzazione del sistema industriale italiano – dice l’esperto – riguarda tutto il sistema e le imprese: grandi, medie e piccole. E quindi la capacità di rimanere concorrenziali dipenderà dal grado di coesione e coerenza interna del Paese, operando tramite medesime modalità, logica e approccio. Il programma 4.0 è stato un impulso, ma non basta: grandi e piccole realtà industriali devono mantenere il valore tipicamente italiano conquistato in passato, come quello delle filiere produttive, ma bisogna che le Pmi compiano un’evoluzione su paradigmi tecnologici che possano interagire fra loro. Ciò accentua la capacità competitiva a livello internazionale e permette di superare il limite delle piccole dimensioni italiane. Se essere piccoli è un ostacolo, soprattutto contro colossi mondiali, questa barriera si può superare riuscendo a rappor-


APPROFONDIMENTI

tarsi con gli altri. Nel nord del Paese ci sono casi evidenti in cui la capacità di interagire, lavorare assieme, di avere metodi comuni, ha permesso di crescere e rimanere competitivi». Quali invece gli errori da evitare assolutamente? «Innanzitutto, rimanere nel proprio guscio – aggiunge il docente della Bocconi - In Italia abbiamo molte piattaforme territoriali valide. Bisogna mantenere quegli standard, interagire nell’ambiente circostante e crescere con esso. Vuol dire: superare una logica proprietaria, dove c’è il fondatore che è il padre-padrone che vive tutto il giorno con la sua creatura. Per carità, è anche giusto e bello che sia così. Ma oggi, un’azienda, per essere efficace, deve misurarsi col progetto degli altri. Ciò è quindi legato non con la proprietà, ma con la gestione e l’innovazione e le tecnologie. Insomma, i nostri piccoli imprenditori devono interiorizza-

re degli elementi manageriali: e d’altronde bisogna comportarsi così per saper interagire anche con soggetti che non si possono più ignorare, come Amazon, Google, Apple, anche solo per sfruttare le loro risorse sull’e-commerce e per portare i prodotti di una pmi laddove prima era impossibile”. Infine un appello per svoltare rispetto all’over-working: «Oggi c’è una tendenza a utilizzare intensivamente le ore di lavoro – conclude il professor Berta - ma questa è una fase che si chiuderà, perché l’automazione stessa supplirà a questo. Non possiamo pensare che il sacrificio individuale dell’imprenditore o dei collaboratori possa mettere al riparo da queste tendenze. La sostituzione dell’uomo con le macchine si vede in tutti i campi: banche, sanità, uffici. È un processo trasversale, dove non ci si può opporre con la buona volontà, il lavoro notte e giorno. Servirà tutt’altro». N. An.

SUPERATE LA LOGICA PROPRIETARIA, DOVE C’È IL FONDATORE CHE È IL PADRE-PADRONE CHE VIVE TUTTO IL GIORNO CON LA SUA CREATURA: È GIUSTO E BELLO CHE SIA COSÌ MA OGGI, UN’AZIENDA, PER ESSERE EFFICACE DEVE MISURARSI COL PROGETTO DEGLI ALTRI imprese e territorio | 27


approfondimenti

TRA VITA E LAVORO C’È L’EQUILIBRIO CHE CAMBIA LE AZIENDE E I TERRITORI

«L’equilibrio vita-lavoro è una strada di non ritorno per le imprese e per i territori. E in futuro sarà questo equilibrio, combinato ad azioni di sistema, a delineare la geografia del lavoro e dello sviluppo». Mauro Colombo, direttore generale di Confartigianato Varese delinea così l’obiettivo che Confartigianato Varese ha scelto di perseguire nei confronti delle Pmi e degli attori del territorio anche attraverso l’adesione alla Rete territoriale di conciliazione vita-lavoro che vede come capofila l’Ats dell’Insubria. E l’avvio di un ciclo di incontri per accrescere il tasso di sensibilità delle Pmi. È d’altronde un meccanismo a incastro quello che lega aziende e territori. Un meccanismo oliato dal raggiungimento del bilanciamento tra tempi della vita e tempi del lavoro, sia in azienda che fuori, anche grazie al coordinamento tra enti pubblici e privati. E su questo il lavoro da fare è tanto e fondamentale. «Per favorire questa evoluzione, che in alti paesi è già strutturale, occorre infatti che il sistema sia in grado di operare in sinergia, per non lasciare le aziende sole nel perseguire tali obiettivi e per non aprire la forbice delle disparità» rileva Colombo, ricordando come Confartigianato Varese si sia mossa anche nel concreto «mettendo in atto negli anni un insieme di azioni che hanno consentito di maturare esperienze e know how che trasferiremo alle piccole e medie imprese, agli enti pubblici, ai territori nel loro insieme e a tutti coloro che sono chiamati a garantire livelli di benessere e competitività territoriale sempre più elevati». «Conciliazione è salute – conferma il responsabile coordinamento reti di Ats Insubria, Marco Orsenico – Adottare strategie per facilitare la compatibilità fra tempi di lavoro e impegni familiari dei dipendenti ha ricadute positive incalcolabili, in termini di benessere e anche economici, ma prima di tutto a livello di salute: fosse solo per questo diventa prioritario anche per

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approfondimenti

Monica Nizzolini - manager Risorse Umane

Lucia Pala - chief manager AreaLavoro

le piccole realtà avviare progetti di conciliazione». Di qui le azioni messe in campo da Ats Insubria. La scelta di Confartigianato, a tal proposito, è di testimonianza e azione, «anche in forza del fatto che la conciliazione dei tempi di vita-lavoro e le formule di welfare aziendale, anche a chilometro zero, sono state rafforzate a beneficio degli oltre 250 dipendenti del sistema Confartigianato Varese (Artser, anche di Vigevano e Mortara e QuiCredito) e lo strumento della piattaforma welfare realizzata ad hoc che con la ratifica di un accordo integrativo aziendale. «Oggi aggiungiamo ulteriore valore allo strumento della piattaforma welfare e ci proponiamo di associarne sempre di più in futuro, sia attraverso gli strumenti che già sono a disposizione delle imprese (Fondazione San Giuseppe, Moa, bilateralità, formazione, alternanza scuola-lavoro, servizi per l’autoimprenditorialità e l’innovazione) sia introducendone, via via, di nuovi» rimarca la responsabile di AreaLavoro, Lucia Pala. «Non attività finalizzate al solo beneficio economico ma indirizzate a moltiplicare il valore di ciascuna singola azione compiuta dalle Pmi, alle quali dare anche una corretta informazione nel merito di ciò che questo può comportare». Aziende portatrici di valore nel lungo periodo e costruttrici di opportunità future. Non semplici erogatrici di benefit. Non bancomat. D’altronde, percorrere questa strada è determinante per lo sviluppo delle Pmi stesse e la competitività di intere aree, come la provincia di Varese, che nel futuro dovrà sfoderare armi affilate per non soccombere al pressing del Canton Ticino da un lato e dell’area metropolitana milanese dall’altro: «Territori ricchi, forti e attrattivi ai quali dobbiamo rispondere seminando benessere e facendo in modo di raccogliere frutti positivi in tempi brevi per i lavoratori tutti e, in particolare, per i giovani, che ricercano più di altri forme di conciliazione e welfare di elevata qualità» prosegue Colombo.

Mauro Colombo - direttore generale Confartigianato Imprese Varese

Marco Orsenigo - responsabile coordinamento Reti Ats Insubria

Il caso della fuga di professionalità verso la Svizzera che sta impoverendo il Luinese è il paradigma di quanto la capacità di mantenimento dei talenti passi anche da equilibrio tra vita e lavoro, welfare e wellbeing, oltre che dall’intervento normativo per l’incremento del netto in busta a favore dei lavoratori al quale Confartigianato Varese sta lavorando da oltre un anno. «In questo senso – riferisce la responsabile Risorse Umane, Monica Nizzolini – consideriamo fattore strategico l’essere parte di una rete, alla quale cercheremo di contribuire attraverso tre incontri che porteranno da Saronno a Gallarate fino a Varese le tematiche della flessibilità organizzativa, dell’equilibrio vita-lavoro, del welfare aziendale e dei relativi sgravi contributivi, della contrattazione territoriale e degli accordi di secondo livello. Come quello sottoscritto il 9 agosto dal dg Mauro Colombo e Filcams Cgil per mettere a sistema le azioni di conciliazione: dalla flessibilità oraria, alla piattaforma welfare, dall’estensione del congedo parentale e di paternità alla possibilità di godere delle ferie a ore fino alla mutua ospedaliera: «Un riconoscimento per chi ha contribuito a far crescere questa organizzazione e un vantaggio diretto e indiretto a beneficio del territorio, sia di Varese che della Lomellina». D’altronde il terreno può dirsi fertile. Riporta il Welfare Index che oltre il 50% delle imprese vuole accrescere nei prossimi 3-5 anni il benessere dei lavoratori. «Dati che, da pionieristici, vogliamo diventino strutturali» aggiunge Colombo. Fornendo, a partire dall’esperienza diretta di Confartigianato Varese, occasioni di accrescimento del valore a misura di Pmi. Le politiche governative e territoriali negli anni hanno recepito l’importanza del time management e dell’equilibrio vita-lavoro ma restano le difficoltà, come testimoniano le esperienze quotidiane delle imprenditrici e delle donne impiegate nelle piccole e medie imprese. «Serve un ulteriore scatto in avanti e questa Rete lo è». imprese e territorio | 29


focus approfondimenti

PIÙ FIDUCIA E MENO REGOLE

Piero Zucchi - titolare di Geza

SENZA LA SCRIVANIA IL PUNTO DI VISTA DIVENTA UN ALTRO E CAMBIA L’AZIENDA Smart working e design thinking sono terminologie entrate nel linguaggio colloquiale. Ma come si traducono in pratica? Lo abbiamo chiesto all’architetto Piero Zucchi che, con il collega Stefano Gri, è titolare di Geza, studio di Udine all’avanguardia su questi temi. Con la legge 81 del 2017, lo Stato italiano consente lo smart working che, per essere messo in pratica, richiede il design thinking. Quest’ultimo è quindi la metodologia organizzativa che permette all’azienda di strutturare il lavoro per obiettivi, senza vincoli orari per i dipendenti – risponde Zucchi – La stampa ha fatto conoscere questi sistemi, gli imprenditori ne sono attratti, ai lavoratori piace l’idea di poter disporre più liberamente del proprio tempo. E ai progettisti viene chiesto di ideare gli spazi in maniera differente, in modo da rendere tutto questo possibile. È quindi l’architetto la figura deputata a guidare il cambiamento e a far diventare un’azienda smart? 30 | imprese e territorio

No, è l’azienda che deve cambiare il modello di leadership ed è questo è l’intervento più difficile, che sta a monte di tutta l’operazione. Solitamente, è un consulente ad affiancare l’imprenditore aiutandolo a cambiare prospettiva. Dal punto di vista del lavoratore, lo smart working consente di bilanciare meglio il rapporto tra vita privata e lavoro. Ma, affinché questo sia possibile, è l’azienda che deve entrare nell’ottica di dare più fiducia e meno regole. Le parole chiave di questo processo sono cooperazione, concentrazione, comunicazione e contemplazione. Altre due parole chiave potrebbero essere libertà e responsabilità, non è vero? Stando sempre seduti alla scrivania non si cambia mai punto di vista ed è difficile che nascano idee nuove. Una delle regole dello smart working è quindi creare spazi dinamici. In cui ci siano sale che favoriscano la concentrazione, quelle in cui si comunica, altre in cui si lavora con il pc. Riducendo il numero di


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tavoli tradizionali, si instaura un sistema più fluido, in cui ci si muove con regole diverse, sempre più personalizzate e aumenta la creatività. Abbiamo visto un processo di trasformazione dello spazio di lavoro anche negli anni ’50, quando gli uffici copiarono il modello openspace proprio delle fabbriche. Quello era un sistema poco personalizzato. Oggi, di contro, si tende a mettere al centro la persona. Il vostro studio ha già realizzato in Italia uno spazio di lavoro smart? Si, per una azienda tedesca. Abbiamo creato focus room, silent room, spazi relax, sale per la comunicazione. Non esistono più scrivanie personali, l’unica cosa individuale resta l’armadietto. L’Italia è pronta alla trasformazione? Dipende dalle singole realtà. Non trovo una differenza tra l’Italia e, per esempio, la Germania se l’azienda ha voglia di investire su sé stessa, trasformandosi. Il nostro compito di

progettisti è fare un lavoro su misura, senza adottare modelli precostituiti. Dobbiamo ascoltare, capire come è fatta un’azienda, trovare soluzioni mirate. È possibile progettare capannoni in cui il dipendente sia stimolato a trovare soluzioni sempre nuove per migliorare la produzione? È più facile trasformare gli uffici da tradizionali a smart. Per quanto riguarda i capannoni, ogni azienda detta le sue regole in base alla propria storia. Per gli imprenditori, oggi, evolversi significa digitalizzarsi o meccanizzare il processo produttivo. Lo spazio per intervenire c’è, salvaguardando la qualità del prodotto, senza che l’azienda si trasformi in una industria. Grandi marchi come Toyota sono riusciti a strutturare capannoni che non hanno magazzino e che danno al singolo dipendente ampia possibilità di intervento. Il design thinking prevede qualcosa di analogo? Toyota, con la lean production, mira alla sem-

plificazione del sistema produttivo, con l’obiettivo di ridurre a zero l’errore e diventare la prima casa produttrice di automobili al mondo. Il design thinking, invece, mira a creare condivisione degli obiettivi. Sono due filosofie diverse. I lavoratori, con le loro abitudini, possono ostacolare il cambiamento? Ho vissuto personalmente il passaggio dal lavoro strutturato in uffici chiusi agli open space dalle pareti di vetro. Ricordo quando un istituto bancario in Friuli mise in atto questa trasformazione: ci furono 15 giorni di terrore, poi gli uffici sono stati più in ordine e le persone si sono relazionate meglio, ammalandosi anche meno. Prevede la stessa cosa quando il lavoro si sposterà nelle pareti di casa? Migliorare il rapporto tra vita privata e lavoro consentirà di raggiungere risultati importanti e porterà a un maggior benessere di tutti. A. Mor. imprese e territorio | 31


TELE-SPOT Da noi la televisione schiaccia tutti gli altri mezzi, basta una promozione forte e gli altri vanno in sofferenza. Questo ruolo influenza e ci rende un caso unico rispetto alle altre nazioni

Daniele Sesini – general manager Iab Italia

IL WEB CORRE MA NON SFONDA IL FUTURO È INTERATTIVO


approfondimenti

DA RECORD MARILENA LUALDI

La pubblicità via web corre, ma la carta stampata continua ad avere autorevolezza. E in Italia c’è un fenomeno che differenzia da tutti gli altri Paesi: la televisione, pur in calo, è ancora un riferimento saldo per l’advertising. Tutti elementi di cui le aziende devono tenere conto per muoversi su un terreno immerso in una profonda trasformazione come questo. Nonostante il digitale stia dunque bruciando le tappe, l’esito del match tra questo tipo di pubblicità e quella tradizionale è tutt’altro che scontato. Casomai, sta accadendo qualcosa di particolare che si rivelerà con ulteriore chiarezza nei prossimi anni. L’andamento è fotografato da Daniele Sesini, general manager di Iab Italia. Quest’ultima è è il charter italiano dell’Interactive Advertising Bureau, la più importante associazione nel campo della pubblicità digitale a livello mondiale. E l’analisi parte dal 2017 nel nostro Paese, dove la televisione sta tenendo tutto sommato e la sua è una posizione ancora di dominio dell’intera fetta pubblicitaria, 50%: nel 2018 non si prevede un arretramento. Cresce del 10% anno su anno internet e si ritaglia un 33%: un incremento soprattutto in mano ai due colossi Google e Facebook. La stampa l’anno scorso ha perso circa il 7% e il trend appare analogo nel 2018, scendendo sotto il 20%. In aumento la radio, che in Italia sta viaggiando bene, sul 5-6%. In flessione invece l’autogomma. Il confronto con altri Paesi europei o gli Stati Uniti, non fa comparire drammatiche differenze. Più delle dinamiche, ciò che cambia è il peso dei singoli mezzi. Ad esempio, negli Usa l’equilibrio è capovolto rispetto all’Italia: 50% al web e 31% alla tv. In Francia il match è 34% contro 15%, in Germania 30% contro 26%. Solo in Spagna ci si avvicina al valore italiano, con la televisione che si aggira sul 40% e il web sul 25%. «I dati – specifica Sesini – ci offrono una lettura importante. Da noi la televisione schiaccia tutti gli altri mezzi, basta una promozione forte che gli altri vanno in sofferenza. Questo ruolo influenza insomma e ci rende un caso unico rispetto alle altre nazioni». La velocità di trasformazione è accentuata, dunque come sarà cambiato ancora il panorama nel 2020? Vedremo uno scontro tra tita-

ni, ovvero tv e web? «No, non la vedo così – risponde Sesini – Casomai una fusione, perché tutto diventerà digitale. La tv continuerà a funzionare e sarà diversa da quella tradizionale, tutto lì. Un discorso che si estende anche agli altri mezzi». Secondo il general manager di Iab, cambieranno le piattaforme e la spaccatura sarà meno netta. Anche nei settori in prima battuta più inattesi, come lo stesso versante autogomma. Niente di più lontano dal virtuale? «Eppure – afferma ancora Sesini – si sposterà sempre più su modalità interattive. I cartelloni non saranno più cartacei, piuttosto ci saranno i pannelli digitali. Una tendenza che vediamo già oggi, ma sarà sempre più presente». Dunque, nel giro di due anni assisteremo a un’accentuazione di fenomeni, che già stanno attirando l’attenzione: «Il digitale continuerà a fagocitare altri mezzi».

IN FUTURO TUTTO SARÀ DIVERSO: PERSINO I CARTELLONI NON SARANNO PIÙ CARTACEI, MA CI SARANNO I PANNELLI DIGITALI

Iab Italia ha realizzato una ricerca con Ernst&Young, da cui è emerso – dato 2017 – un valore dell’economia digitale pari a 58 miliardi di euro, con una crescita del 9% e occupazione per 253mila persone a tempo pieno (+15%). Un valore che portato nella vita reale, tra aumento dei consumi e investimento dei player significa altri 80 miliardi di euro, con oltre 600mila persone occupate, direttamente o indirettamente. Tra le indagini recenti che fotografano l’andamento pubblicitario su altri mezzi, c’è quella dell’Osservatorio Fcp –Assoradio: nell’agosto 2018 il fatturato pubblicitario di questo mezzo (sempre più legato al digitale) ha registrato una crescita a doppia cifra sorprendente, +18,2%. Lo scorso anno la quota di mercato si era ritagliata un 6,5% con ricavi totali che superavano 405 milioni secondo le stime Nielsen. Tant’è che è stata lanciata anche una campagna, “La radio rende” per cavalcare questa fase particolarmente favorevole. Chi vi scommette di più? Grande distribuzione, tempo libero, motori, bevande sono tra i settori che puntano con particolare attenzione sulla radio. Un mezzo, va ribadito, anch’esso sempre più digitale e dove l’interazione via social è un tassello fondamentale. imprese e territorio | 33


Focus approfondimenti

ONLINE IL TARGET È PIÙ FACILE E PUOI AGGANCIARE ANCHE GLI

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Focus approfondimenti

Piccole imprese, attenzione: per scegliere la forma di pubblicità migliore bisogna studiare a fondo la situazione. E diffidare dalla sirena dell’automatismo dell’online: anche per chi scegliere questa strada, serve un’opportuna valutazione, leggi “formazione”. Quest’ultima resta fondamentale, anche in questo campo, osserva il general manager di Iab Italia Daniele Sesini, che ha una profonda esperienza in materia. Nel 2005 è infatti entrato nel Gruppo Editoriale “L’Espresso” come direttore marketing internet della concessionaria Manzoni, quindi ha preso in carico anche il marketing della carta stampata nazionale e ha realizzato undici anni fa le argomentazioni di vendita della total-audience cross-media (stampa e internet) per il brand Repubblica. «Oggi le piccole e medie imprese – afferma Sesini – rappresentano il segmento che più ha bisogno di formazione. Serve per cogliere con quali strumenti e modalità affrontare le sfide della trasformazione digitale». Il web offre enormi opportunità, è vero: «Rispetto alla tv, ad esempio – rileva il general manager – c’è una capacità di microtargetizzare. In televisione so che una famiglia composta da padre, madre e due ragazzi è davanti all’apparecchio, ma è più difficile capire chi in effetti stia guardando quella trasmissione. Nel web la stima del profilo utente è estremamente accurata e affidabile». A rafforzare tutto ciò, c’è anche l’elevata specializzazione tematica di molti siti: vero che le riviste hanno questa peculiarità, ma con numeri più piccoli. Altro aspetto: «Il target dei giovani o giovani maturi, sempre più presenti continuamente sulla rete. In ogni fase

della giornata. Pensiamo che ci sono ragazzi che non hanno la tv, magari la guardano sul pc. Sono su WhatsApp, Facebook e ogni tanto vedono un film». Terzo aspetto oltre all’esclusività e alla continuità, la possibilità di gestire una campagna a 360 gradi, legandola ad esempio a tutti i social. L’altra faccia della medaglia, tuttavia, si presenta sotto forma di rischi. Qualcuno ce n’è e Sesini ne evidenzia uno in particolare: «Quello più importante, secondo me, va-

LA RETE È PER LE PMI MA OGNI GIORNO È PIÙ ARTICOLATA E COMPLESSA. CHI NON HA UNA BASE ADEGUATA E UNA FORMAZIONE AD HOC PUÒ INCORRERE ANCHE IN ERRORE le a dire la mancanza di conoscenza. Il web ogni giorno è più articolato e complesso, con i suoi automatismi. La pubblicità online è sempre più basata sulla piattaforma e queste caratteristiche di data driven rendono il web più efficace, ma complicano anche la vita. Chi non ha una base sugli strumenti della pianificazione digitale sul web, può incorrere in errori». Dunque, il primo errore da evitare è non affrontare proprio la questione, ignorarla. Il secondo ritenere che non sia necessaria una particolare formazione, mentre ci sono fior

di occasioni per prendere coscienza. Questo a maggior ragione quando c’è l’aspetto dell’e-commerce da prendere in considerazione: «Lavoro da 23 anni nel nostro settore – precisa ancora Sesini – e cerchiamo di dare risposte sui processi necessari per concretizzare o avviare la digitalizzazione, dalla fattura alla firma digitale, fino ai social. Ecco, vedo che in molti pensano: faccio l’e-commerce senza aprire un sito e far niente per promuoverlo. Bene, non ne verrà fuori nulla». A questo scopo – oltre a master e altre iniziative – Iab Italia ha sviluppato una piattaforma, la members academy. Non bisogna però dimenticare la peculiarità degli altri mezzi. A partire dalla stampa, soprattutto a livello locale dove la flessione è più soft. «Vale quello che è accaduto per il vinile – sorride Sensini – Non morirà mai. Ed è importante per raggiungere soprattutto determinati target. Proprio perché ho un lettorato più autorevole, come dirigenti, imprenditori». Insomma, la carta stampata è «un valore – prosegue – tutti però devono fare i conti con un digitale che cresce in maniera forte». Idem per la radio. L’Università Iulm di Milan ha eseguito una ricerca di neuromarketing in cui si evidenzia che le reazioni con i contenuti radiofonici sono più frequentemente positive, come gioia o sorpresa. Gli stimoli sonori giocano un ruolo prezioso e dunque anche la pubblicità acquista un maggiore appeal. In un’indagine Radiocenter ha messo in luce che un passaggio in radio valeva il 6% in più di probabilità di prendere in considerazione il brand al centro dello spot rispetto ad esempio alla tv. Ma. Lu. imprese e territorio | 35


approfondimenti

LA RIVINCITA

DI MALPENSA SIAMO L’ITALIA CHE FUNZIONA IL BILANCIO DEL PRESIDENTE PIETRO MODIANO: «DAL DEHUBBING DI ALITALIA A OGGI SIAMO CRESCIUTI DI SETTE MILIONI DI PASSEGGERI. ORA LA SFIDA È ANDARE OLTRE NEL MODO GIUSTO, NEL RISPETTO DEL TERRITORIO E A FAVORE DELLE IMPRESE

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Pietro Modiano - Sea Aeroporti di Milano

Malpensa, la sfida continua. «Un aeroporto che cresce e rappresenta una parte dell’Italia che funziona e che va avanti». Per Pietro Modiano, presidente di Sea Aeroporti di Milano, è tempo di bilanci. Sia perché il suo doppio mandato alla guida della società che gestisce gli aeroporti di Malpensa e Linate si avvicina alla scadenza (tecnicamente la prossima primavera ma, essendo nel frattempo diventato anche presidente di Banca Carige, il suo incarico potrebbe terminare in anticipo), sia perché l’anniversario dei vent’anni dall’inaugurazione del Terminal 1 - era il 25 ottobre 1998 - impone delle riflessioni. «Malpensa cresce, ha avuto momenti difficili da cui mi sembra sia uscita brillantemente - sintetizza Modiano - il nostro compito è continuare sulla strada intrapresa per crescere bene, nel rispetto del territorio e della popolazione, a favore delle imprese e dei cittadini». Si festeggiano i vent’anni ma forse sarebbe bene commemorare anche i dieci anni dallo sciagurato dehubbing di Alitalia, nell’anno in cui Malpensa ha interamente recuperato il terreno che era stato perso dopo l’abbandono dell’ex compagnia di bandiera, non crede? I 24 milioni di passeggeri quest’anno sono una bella cosa, soprattutto in confronto a quello che Malpensa avrebbe potuto essere qual-


che anno fa. Io ad esempio sono arrivato alla guida di Sea quando Malpensa faceva 17 milioni di passeggeri all’anno, e oggi averne sette milioni in più è come aver aggiunto un altro grande aeroporto. Ma soprattutto c’è un dato molto significativo, quello dei passeggeri di lungo raggio, che da 4,2 milioni del 2014 oggi sono diventati sei milioni. C’è anche un effetto trascinamento della rinascita di Milano? Sì, perché l’aumento di traffico complessivo è coinciso con una maggiore connettività diretta per gli affari e il turismo di Milano. È una specie di ripartenza? L’aeroporto oggi è bello, cresce, abbiamo motivi per essere positivi. Anche se non proprio tutto quello che ci succede intorno ci stimola l’umore migliore, secondo me questa è una parte dell’Italia che funziona, è un pezzo del nostro territorio che va bene e che va avanti. Con Malpensa vola anche la fiducia? Non dimentichiamo però che ogni buon risultato crea un problema in più, e questo è un po’ il mestiere di chi governa aziende od organizzazioni complesse. Adesso dobbiamo tenere conto dei problemi del territorio, della sostenibilità ambientale, del fatto di continuare ad accrescere l’attrattività di questo aeroporto, della necessità di aumen-

tare le rotte intercontinentali. Sono tutte sfide difficili, però partiamo da una base buona, molto migliore rispetto a qualche anno fa. Non ci si può sedere sugli allori? C’è ancora tantissimo lavoro da fare. A partire dall’anno prossimo, quando per tre mesi chiuderemo Linate trasferendo i voli a Malpensa: sarà una grande sfida, per la sua capacità di attrarre in modo efficiente i passeggeri che arrivano da Milano. Il nostro obiettivo è convincere anche i milanesi del centro storico che arrivare a Malpensa e partire da Malpensa è cosa buona. Sarà anche un modo per confermare la «fine del dualismo» tra Malpensa e Linate, che lei stesso ha dichiarato quest’anno? Appena insediato ho voluto subito verificare i numeri, scoprendo che Linate non sottraeva traffico a Malpensa. Erano solo un milione e mezzo all’anno i transiti da Linate a una destinazione intercontinentale con scalo in un altro hub europeo, tra l’altro in gran parte molto parcellizzati, non sufficienti a generare domanda aggiuntiva a Malpensa, in caso di chiusura di Linate. Così abbiamo capito che il sistema milanese era rafforzato e non indebolito dai due aeroporti, la pluralità di scali incluso Orio al Serio in realtà era un elemento attraente. A. Ali. imprese e territorio | 37


FOCUS approfondimenti

DA HUB A POINT-TO-POINT

METAMORFOSI DI UN

SOGNO La metamorfosi da hub ad aeroporto point-to-point ha avuto successo, e a dieci anni dal dehubbing Alitalia, che “costò” a Malpensa circa 7,5 milioni di transiti dell’ex compagnia di bandiera, lo scalo ha interamente recuperato i numeri dei passeggeri e si appresta a sfondare per la prima volta nella sua storia la soglia di 24 milioni. A fine anno Malpensa, conferma il direttore aviation marketing di Sea Andrea Tucci, «crescerà intorno al 10% raggiungendo i 24,7 milioni di passeggeri». Qualcosa come due milioni e mezzo in più rispetto al 2017. E più dei 23,8 milioni del 2007, ultimo anno pieno da hub Alitalia, quando Malpensa aveva scalato le graduatorie fino a diventare il ventesimo scalo del mondo. Allora però i movimenti aerei erano quasi 268mila, mentre a fine 2018 non saranno più di 200mila. Il potenziale di crescita di Malpensa però è ancora enorme. Da un lato, Sea confida molto nell’ambizioso piano industriale di Air Italy, il nuovo vettore nato in seguito all’ingresso di Qatar Airways (al 49%) nella ex Meridiana Fly, che punta a diventare «la prima com38 | imprese e territorio

pagnia aerea italiana» - lo ha ripetuto più volte il numero uno di Qatar Airways Akbar Al Baker - costruendo un network di medio e lungo raggio (le prime destinazioni lanciate sono state New York, Miami e Bangkok, a dicembre partiranno Delhi e Mumbai) che la porti ad arrivare nel giro di un quinquennio a spostare 10 milioni di passeggeri, di cui otto in transito a Malpensa, che sarà il nuovo hub del vettore. Dall’altro, c’è grande attenzione allo sviluppo del mercato verso l’Oriente. Se a fine ottobre Sea ha aggiunto l’ultima destinazione di peso che mancava nel Medioriente, con l’inaugurazione della tratta Malpensa-Kuwait City di Kuwait Airways, la società di gestione aeroportuale sta puntando forte sulla Cina. Dopo la missione istituzionale che Sea ha condotto in estate insieme al Comune di Milano e a Teh-Ambrosetti, per il presidente Modiano c’è spazio solo in brughiera per almeno 50 nuove frequenze intercontinentali (oggi, per via degli stringenti limiti degli accordi bilaterali sono 49 in tutta Italia) verso il Paese del Dragone, per toccare quelle città della Cina meno battute


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rispetto a Pechino e Shanghai (oggi servite da Air China) ma comunque assai redditizie, a partire da Guangzhou sulla cui rotta per Malpensa c’è già un interessamento di China Southern Airlines. A Malpensa però vola anche il traffico merci, che nel 2017 ha fatto registrare il record di 589mila tonnellate trasportate, più della metà dell’intera movimentazione nazionale su cargo aereo, e che nel 2018 sta registrando una leggera frenata, meno 3%, dovuta sia ad alcuni fattori straordinari come la sospensione per alcuni mesi dei voli “all cargo” da e per Tokyo Narita di Nippon Cargo Airlines (dovuta a problemi di manutenzione degli aerei della compagnia) sia al cambiamento in atto nel trasporto merci legato all’e-commerce, che fa volumi più leggeri (Amazon ad esempio opera già un volo giornaliero sulla tratta Malpensa-East Midlands).

LA CINA SI CONFERMA PAESE STRATEGICO E, DOPO LA MISSIONE ISTITUZIONALE CONDOTTA IN ESTATE, SECONDO IL NUMERO UNO MODIANO C’È SPAZIO SOLO IN BRUGHIERA PER ALMENO 50 NUOVE FREQUENZE INTERCONTINENTALI VERSO IL PAESE DEL DRAGONE

I progetti di completamento della Cargo City, con i nuovi magazzini dedicati agli spedizionieri, renderanno possibile un aumento della capacità che, presumibilmente nel giro di dieci anni, consentirà di toccare «un milione di tonnellate», come prevede il cargo manager di Sea Giovanni Costantini. Dopo le recenti inaugurazioni dei nuovi magazzini di prima linea di WFS (5000 metri quadrati coperti) e Beta Airport (10mila), che hanno seguito quelli già attivi di FedEx (15mila metri) e Alha e Bcube (20mila metri), è appena partito l’attesissimo cantiere dell’ultimo magazzino affacciato direttamente sulle piste, quello di Dhl Express (20mila metri quadrati). E a breve Sea stenderà i primi compromessi con gli spedizionieri che andranno a costruire gli ultimi magazzini di seconda linea: altri 70mila metri quadrati coperti da assegnare, in prospettiva di mettere in funzione i magazzini entro il 2022. A. Ali. imprese e territorio | 39


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L’URBANISTICA DELLA

VIA DI MEZZO NICOLA ANTONELLO

Andare oltre il semplice blocco del consumo di suolo, promuovendo percorsi di rigenerazione urbana che, anni fa, vennero sperimentati per la prima volta proprio in Lombardia. È in questa direzione che si sta muovendo l’urbanistica del presente e del futuro che rimette al centro della città anche una presenza di piccole e medie imprese dell’artigianato. Già perché dopo le colate di cemento del secolo scorso e la radicalizzazione del “consumo zero di suolo” (più a parole che nella pratica), ora sembra essersi orientati per una virtuosa via di mezzo. Proposte, idee, obiettivi recentemente sottoscritti nella Carta di Varese, un patto fra urbanisti per sviluppare una città e un territorio più armoniosamente rispetto al passato. E dove le piccole e medie imprese avranno un ruolo fondamenta40 | imprese e territorio

Nasce il mosaico per le Pmi le: «Sicuramente – spiega Emanuele Boscolo, docente all’università dell’Insubria – le Pmi saranno molto interessate al mercato del riutilizzo del già costruito. Il futuro, infatti, non prevede tanti investimenti sui cosiddetti grandi piani espansivi e urbanizzativi, ma piuttosto si punterà su un mosaico di piccoli e medi interventi rigenerativi, in cui la cultura del materiale, la sensibilità al dettaglio e l’agilità delle pmi saranno sicuramente i protagonisti». E protagonisti vuol dire «non essere soltanto i soggetti a cui vengono affidati i lavori. Ma le imprese dovranno, in prima persona, essere in grado immaginare e rendere concrete le situazioni per rigenerare il ruolo abitativo. E quindi proporre pacchetti di riqualificazione che tengano conto della bellezza dei fabbricati, dell’impatto ambientale, dell’efficientamento energetico e della necessità di connessioni con


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l’urbano. Ciò dovrà avvenire attraverso la realizzazione di micro-infrastrutture di prossimità: non solo parcheggi e fognature, ma soprattutto verde pubblico. Quindi – prosegue Boscolo – le aziende, al loro interno, dovranno diversificare le capacità di intervento per acquisire capacità di affiancare la normale committenza alle nuove istanze dell’urbanistica». Il motivo? «Abbiamo la necessità di occuparci dell’ambiente urbano. Se i prati e i boschi si conservano proteggendoli dal consumo di suolo, le nostre città devono adeguarsi maggiormente dal punto di vista qualitativo e di sostenibilità ambientale».

senze diversificate. Non vedo più quindi una città monofunzionale con il quartiere residenziale da una parte e quella del lavoro dall’altra. Il futuro è nella mixité: un termine francese non a caso, perché è proprio in Francia che si sono superati gli steccati fra abitare, divertimento e funzioni pubbliche. Ciò si traduce in una presenza imprenditoriale e di piccole e medie imprese artigiane nei centri cittadini. A Venezia stanno adottando questo concetto per non venire stritolati dal turismo, ma anche a Varese e Busto Arsizio ci sono delle presenze del genere nel cuore della città. In tal senso la politica deve tutelare chi rimane attivo nei centri urbani, soprattutto laddove restano ancora delle presenze tradizionali del commercio e dell’artigianato, come nelle realtà policentriche, che hanno saputo reggere all’invasione dei grandi marchi che hanno omologato molti centri storici italiani».

IL FUTURO PREVEDE UN INSIEME DI PICCOLI E MEDI INTERVENTI RIGENERATIVI, IN CUI L’AGILITÀ DELLE PMI SARÀ PROTAGONISTA

Serviranno quindi artigiani-professionisti del verde, del paesaggio, del bello. Sempre di più. Perché «la città – conclude Boscolo – deve tornare a essere un tessuto dove possono e devono convivere pre-

imprese e territorio | 41


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IL NUOVO LAVORO

CAMBIA TUTTO PREPARIAMOCI

Paolo Gallo - responsabile risorse umane al World Economic Forum di Ginevra

OGGI È RICHIESTO UN AGGIORNAMENTO CONTINUO CHE SPINGE A MATURARE SKILLS COME LA COOPERAZIONE, LA GESTIONE DELLE PERSONE, LA CREATIVITÀ E LA COMPRENSIONE DELLE AMBIGUITÀ «Il successo non corrisponde a soldi e potere. Successo è saper instaurare buone relazioni, apprendere e migliorarsi sempre. Il successo, visto così, è qualcosa a cui tutti possiamo ambire». Lo rivela Paolo Gallo, responsabile delle risorse umane al World Economic Forum di Ginevra, e autore del volume “La bussola del successo”, vero e proprio manuale che fornisce al lettore strumenti utili per trovare la propria strada professionale, comprendere la cultura organizzativa di un’azienda e raggiungere il successo. Quando una persona può considerarsi pronta a diventare imprenditore? Ci sono imprenditori che inventano qualcosa che prima non c’era e ci sono imprenditori che propongono prodotti già esistenti in una veste nuova. Pensiamo alla Apple: i computer c’erano già prima della nascita di questo marchio, ma l’azienda di Steve Jobs, con lo slogan “Think different”, è riuscita a collegare il prodotto a un’idea nuova. Lo stesso si può dire per la Nike: marchio che rimanda allo sforzo e alla vittoria prima che alle scarpe da ginnastica. Con questo non voglio dire che è necessario investire tanto in pubblicità, ma che il prodotto deve suscitare un’emozione. Non ultimo, ci sono idee che hanno successo perché nascono da un percorso di ricerca individuale: un esempio è Nerio Alessandri di Technogym che ha ascoltato molte persone, ha capito le loro necessità e ha creato attrezzature sportive leader nel mondo perché di qualità superiore rispetto alle altre. Sicuramente, un imprenditore non è colui che propone qualcosa che già esiste a un prezzo inferiore. Quali caratteristiche, consapevolezze e competenze deve aver maturato un imprenditore prima di fare il grande passo? Gli imprenditori sono persone che accettano il rischio e, per come sono fatti, sentono l’esigenza di buttarsi in qualcosa di nuovo. Secondo lei è più importante seguire il talento che la passione: come mai? L’importante è che talento e passione combacino, come l’arte in Picasso e 42 | imprese e territorio

il basket in Michel Jordan. Molto spesso, invece, la passione viene confusa per talento. In X Factor tutti i concorrenti hanno una forte passione per il canto e per il ballo, ma quando iniziano a esibirsi sul palco spesso diventa chiaro che manca il talento. Il momento in cui si realizza che talento e passione non coincidono è molto difficile da affrontare e richiede maturità. Come fare a capire se si ha talento? Quando qualcuno è disposto a pagare per la tua passione. In caso contrario, la passione non sarà mai una fonte di reddito. Quando passione e talento non coincidono meglio non incaponirsi. In caso contrario, bisogna lavorarci sopra. Bjorn Borg si allenava otto ore tutti i giorni sui campi da tennis. Il talento puzza di sudore. Startup: sono una cosa seria o una fabbrica di illusioni? Ci sono dei luoghi dove è più facile avere startup di successo perché il tessuto sociale le incoraggia, come Stoccolma, Berlino, la Silicon Valley... Secondariamente, per funzionare una startup ha bisogno di un business plan. Bisogna capire qual è la ricettività di un determinato prodotto o servizio. Just Knock è una start up che seleziona il personale non attraverso i curricula, ma le idee. Si tratta di una intuizione geniale che ha consentito alle aziende di assumere persone che altrimenti non sarebbero state considerate. Prima di partire, la startup è stata sottoposta a 30 capi del personale e tutti ne sono stati entusiasti. Bisogna essere giudici molto severi con le proprie idee: se la maggior parte dei futuri fruitori dice no, allora la startup non può funzionare. Oggi, come si rapportano le persone al lavoro rispetto a 10 anni fa? Negli Stati Uniti l’85 per cento dei lavoratori è freelance, ha creato startup e piccole imprese. Gli Stati Uniti anticipano quello che succederà nel mondo: il posto fisso domani non sarà più la regola. Inoltre, l’aspettativa di vita si è allungata e non possiamo più pensare di studiare fino a 25 anni e poi lavorare fino a 65. Adesso il lavoro richiede un aggiornamento continuo e spinge a maturare skills nuovi, come la cooperazione, la gestione delle persone, la creatività, la comprensione delle ambiguità. E’ cambiato tutto. A. Mor.


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